Chapter 15 of 18 · 2010 words · ~10 min read

XIV.

IL SENATORE TACCHINI.

Il giorno stesso in cui Giorgio partiva per Torino, veniva a passare parte dell’autunno nei dintorni del villaggio nella sua magnifica casetta di Bobbianello il Conte Della Torre con gran treno di cocchi e di cavalli, e gran seguito di parenti, d’amici, di procoli e di cinedi.

Il conte Della Torre era un gran personaggio in Piemonte; uno dei primi gentiluomini di Corte; capo dell’esercito, e amico personale del Re. Però i sindaci e le autorità dei dintorni correvano ad ossequiarlo come un Principe, e il castello nei primi giorni era una via vai di contadiname senza fine, e una corte bandita a tutte le scarpe grosse dei dintorni.

Il conte Della Torre s’annoiava di tutti questi omaggi campestri.

Primo ad accorrere fu il sindaco Salomone Arena. La sua croce di Cavaliere, i favori speciali dei quali altre volte avevalo colmato la Regina, lo rendevano degno di particolare riguardo, e appena fu annunziato il suo nome, fu subito introdotto passando davanti ad una dozzina d’altri Sindaci che aspettavano in anticamera.

Quando l’Arena uscì era entusiasmato della bontà del Conte; e promise in cuor suo di tornare spesso al castello per entrare sempre più nelle grazie del magnanimo feudatario.

Fra la gente che accompagnava il Conte in campagna, e che gli serviva di codazzo, c’era un personaggio che abbiamo frequentemente incontrato in questo recinto, il tenente Michele Santafiori, uno dei suoi aiutanti di campo, ed un certo cavaliere Tacchini, senatore e giudice di Cassazione al Senato di Torino, che seguiva quasi sempre il Della Torre nei suoi viaggi e nelle sue escursioni in campagna, e del quale avremo a dir lungamente.

Il Della Torre non era uomo di lunga veduta, e aveva bisogno d’un occhio che vedesse e d’una mente che pensasse per lui. Infatti Tacchini era divenuto il suo consigliere, il suo ministro, il suo _alter ego_, e meglio ancora la sua anima dannata o il suo Mefistofele.

Il conte era nutrito dalla superba ignoranza de’ suoi avi, e in buona fede si credeva d’una pasta più fina degli altri uomini, ma era in fondo di animo retto, e per insuperbire aveva bisogno che un demone gli sobillasse continuamente che egli era uno degli ultimi custodi del diritto della nobiltà e dei propugnatori più saldi del trono.

Quel demone ei l’avea trovato in Tacchini. Costui come Gingillino aveva saputo tenersi aggrappato al proverbio che mai non falla, che l’essere sta nel parere; e lodando, strisciando i potenti, calpestando senza misericordia i deboli, vendendo la sua lingua, le sue orecchie e la sua penna, facendo il calunniatore, il delatore e il libellista, era riescito a tirarsi su su fino al grado di commissario di Polizia; due o tre segnalati servigi l’avevano fatto salire alla Direzione delle carceri, e dalla Direzioni delle carceri, di gradino in gradino, era arrivato al penultimo grado di Consigliere di Cassazione, o, come allora dicevasi, di Senatore.

Ma Tacchini non poteva essere contento della sua sorte; egli, comunque fosse in alto, doveva sempre lavorare, e servire, e il lavoro era insopportabile alla sua dignità, al suo orgoglio. Si sentiva nato per comandare e far il signore; ma aveva, sin da bimbo, veduto che per riescire a questo non c’era che un mezzo, aggrapparsi alle spalle di qualche potente, diventargli necessario, fargli l’infermiere, il lustrascarpe, il ruffiano, il giullare, quello che voleva — e salire con lui.

Per questo s’era attaccato al conte Della Torre, che divideva allora coi Thaon de Revel, coi San Marzano, il predominio della nobiltà. Aveva saputo entrargli nelle grazie collo scrivere per lui i brindisi che doveva fare ai pranzi di corte; poi col prestargli lepidezze tutte sue, flosce come vesciche vuote, ma che avevano l’arte di vellicare l’orgoglio del vecchio Generale e di farlo stare allegro dopo il desinare.

Il Della Torre se lo conduceva dappertutto, specialmente in campagna all’autunno, e quivi gli confidava la cura delle corrispondenze, degli affari di ricevimento ed anche un po’ dell’amministrazione della giustizia, giacchè in Piemonte una certa giurisdizione feudale, ad onta dell’89, c’era sempre. Il Tacchini si disimpegnava a dovere sinchè tutti s’erano abituati a non vedere, a non sentire che lui; sapendo che quel che faceva lui era ben fatto.

C’è un diritto di caccia da chiarire? Tacchini!

C’è da rispondere a una petizione di vassalli? Tacchini!

C’è un pranzo da ordinare? Rivolgiamoci a Tacchini!

Tacchini però, ad onta del suo potere discrezionale sopra il Della Torre, e quantunque sentisse che tosto o tardi, mercè il braccio di quel vecchio, la fortuna gli avrebbe dato una grande spinta, tuttavia non era soddisfatto. La fortuna, secondo lui, lo trattava da matrigna.

Sentiva un bisogno, un istinto, più ferino che umano, d’avere una donna. Egli non era mai stato amato. Giallo, piccolo, osseo, con una bocca da orangotano e una dentiera proporzionata, orrido e sordido, quale femmina avrebbe voluto scendere fino a’ suoi abbracciamenti? Pure quant’era stata lunga e atroce la privazione, altrettanto era rabbioso il desiderio. Ma non lo mostrava, e al conte Della Torre, e a qualche raro suo confidente, degno di lui, soleva dire: «Sento che invecchio, ed ho bisogno di farmi una famiglia».

Ma il desiderio non era così forte in lui da fargli dimenticare la condizione principale del matrimonio e i principii indeclinabili della sua filosofia.

— Deve essere bella e giovine, diceva; ma prima di tutto deve essere ricca. Io ho lavorato abbastanza per me, senza cominciare a 45 anni a lavorare anche per una donna.

E intanto la cercava e non disperava trovarla.... Sapeva che il mercato non poteva essere che frutto d’un disegno infernale, e intanto si addestrava a meditarlo.

Un giorno Salomone Arena, per restituire certo pranzo che aveva avuto l’onore di mangiare alla tavola del conte Della Torre nel Castello di Bobbianello, dava un gran pranzo a casa sua. Aveva invitato anche il conte, ma il conte se ne dispensò rispondendo: «manderò Tacchini a rappresentarmi». Il Sindaco capì che il conte non voleva scendere a contaminare i nobili suoi quarti al contatto d’una mensa borghese, e accettò anche Tacchini.

Il banchetto dell’Arena fu disordinato ma copioso; i cuochi erano venuti fino da Milano; i vini erano i più scelti della sua cantina, tutto mascherava il villano arricchito. I servitori avevano delle cravatte sudicie e dei guanti due volte più lunghi delle dita; versavano le brode sulle spalle dei convitati e si dimenticavano qualche volta di cambiare i piatti. Il solo ornamento inapprezzabile del pranzo erano le due ragazze: Giusta e Verginia, la mestizia e la gaiezza; il melanconico giglio e il garofano lussureggiante.

Tacchini lo notò subito; e senza tralasciar di mangiare s’occupò per tutto il desinare a studiare le due fanciulle.

Scoperse subito che Virginia adocchiava volentieri Michele e che era la beniamina del padre. Queste due circostanze, invisibili a qualsiasi meno acuto scrutatore, lo persuasero che quella fanciulla che amava le larghe spalle del Dragone, non avrebbe mai sposato un uomo brutto come lui; e che il padre che la guastava non gliel’avrebbe mai imposto. D’altronde Virginia aveva l’aria troppo ardita e virile e non prometteva trionfi molto sicuri all’uomo che le fosse stato marito.

Giusta, colla sua timidezza e la sua taciturnità, non men bella ma più pudibonda, trascurata da tutti, guardata biecamente dal padre, era la donna fatta per essere sacrificata; e Tacchini aveva bisogno di questa. Lo comprese subito; lo comprese, se ne invaghì e concepì una speranza, e sbozzò nella torva mente un progetto che il tempo poteva maturare.

Tacchini sapeva che la chiave della posizione era il padre, e si diede a studiarla.

Nelle frequenti gite che Salomone Arena faceva al Castello s’accorse che il Sindaco era ambizioso e avaro, e che cercava strappar qualche cosa al conte Della Torre. Infatti non tardò a sapere che Salomone Arena tentava segretamente di far passare suo figlio nella diplomazia.

Però egli raddoppiò di vigilanza e stette ad aspettare quatto e silenzioso che il nemico si scoprisse.

Ma Salomone Arena era furbo quanto lui, e più di lui se fosse stato possibile, e capiva che le visite frequenti di Tacchini a casa sua non erano senza secondo fine, e che gatta ci covava! E sia detto, l’alleanza col Tacchini non solleticava nè il suo amor proprio, nè la sua avarizia. E quindi decise anche lui di manovrare evitando la mediazione del Tacchini, e nascondendogli quanto aveva in animo di rivelare al Conte.

Ma il conte confessava tutto al Tacchini, fino i sogni, e quando Salomone Arena gli andò a chiedere una commendatizia per il Re onde far avere a suo figlio Adolfo che quell’anno finiva legge a Torino un posto in diplomazia, il conte non aveva saputo rispondere meglio che: «Parlerò a Tacchini» e glie ne aveva infatti subito parlato.

Il Tacchini mostrò in un sorriso tutta la sordida caverna della sua bocca e credette giunto il momento di scoprire la batteria.

— Vede signor conte come talune volte il caso conduce a certi discorsi che non si sarebbero mai fatti? Ella mi parla d’Arena ed io voleva appunto parlargliene. Ella mi parla di suo figlio ed io devo parlargli di sua figlia. Io devo aiutare Arena, e Arena può aiutar me....

— Non ti capisco, Tacchini. — Il conte, quand’erano soli, dava _del tu_ al Senatore...

— Gli è che era deciso a pregare V. E. di una grazia per me; è la sola, e la prima che forse le chiedo, non calcolando quello di cui mi ha spontaneamente favorito la sua bontà.

— Una grazia? sentiamo! purchè non si tratti di lasciarti.

— Si tratta di lasciarmi prender moglie....

— Ah ah! anche tu vuoi passare nel numero de’ _quondam_ — povero Tacchini... ci lascerai le penne, con tutta la tua furberia.... Ma come c’entra qui l’Arena?...

— Gli è che l’Arena è il padre della figlia.....

— Bravo Tacchini! _Gianduja_ parla come te!... non ho voglia di ridere oggi.... spiegati meglio.

— È il padre della figlia che io amo.

Il conte scoppiò in una grande risata che fece scappar tutte le rondini annidate sotto il letto. Ma Tacchini se l’aspettava e tirò dritto.

— La fanciulla che vorrei sposare e vorrei....

— Ebbene?

— Che V. E. chiedesse il consenso del padre per me..... _A tanto intercessor_....

— _Nulla si piega_... — fece il conte, ridendo di questa traduzione del noto adagio che gli aveva insegnato il Tacchini, e che poteva essere un saggio delle sue consuete spiritosità.

— Stavolta è proprio il caso di dir giusto, _nulla si niega_. Perchè, vede, se noi consideriamo che il padre Arena vuole un favore da lei, ella non avrà nemmeno a pronunciare una parola di preghiera per me, non dovrà scendere d’un passo, non dovrà fare un sforzo; basterà che dica con Ulpiano: _do ut des, facio ut facias_.

— Ho capito.... non sono mica sordo... che per il brevetto di diplomatico al figliuolo ponga la condizione del tuo matrimonio colla figliuola.... Come si chiama?

— Con un nome da paradiso: Giusta!

Il conte passeggiò su e giù della sala, poi fermandosi a un tratto disse:

— Ma dimmi un po’, e la figlia cosa ne penserà?... perchè non vorrei sacrificare....

— Soddisfattissima....

— Soddisfattissima?! Eh! quando lo dici tu sarà....

— Glie lo assicuro, signor conte, parola di Senatore onesto.

— Basta così.... quando verrà Arena per la risposta farò il discorso....

Arena venne infatti e udì le parole del nobile conte dal principio fino alla fine; ma ad onta della autorità del mediatore, e dell’amore che portava a suo figlio, e per quanto apprezzasse i meriti del Senatore, non si sentì la forza di accettare questo connubio.

— Come! rifiutate? — fece il conte con severo cipiglio — al conte Ottavio Della Torre cugino del Re, rifiutate!...

— Eccellenza... è mia figlia che rifiuta, vorrebbe ella che sacrificassi il mio sangue?

— Ah! vostra figlia rifiuterebbe..... non parliamone più. Voi siete padre anzitutto, e a Tacchini.... non mancheranno pollai dove cercarsi le chiocciole.

Quando il conte riferì la risposta dell’Arena al suo Consigliere, questi si morse le labbra, ma disse:

— Non è ancora finita!