I.
La notte volge alla metà del suo corso. Erano gli ultimi giorni di febbraio. Soffiava lo scirocco, uno di quei venti caldi ed umidi che sopraccaricano il corpo di fatica e l’anima di eccitazione. — Sul firmamento non una stella. — Al basso udivasi il fragore monotono e cupo che fa il mare agitato rompendosi con impeto sugli scogli e sui ciottoli rotondati. Anche la terra sembrava sprofondata nella tristezza temporanea di quelle regioni scosse e rimbalzanti sovente dai gassi sotterranei dell’igne eterno. — Genti meno preoccupate di quelle cui si parava dinanzi un simile quadro non avrebbero potuto non esserne impensierite.
Due uomini camminavano l’uno accanto dell’altro. Non parlavano. Esciti dalla porta occidentale che menava ad Herculanum, costeggiarono le mura a dritta sulla via per cui si andava a Sarnus, senza traversare Pompei. E non le lasciarono che nello avviarsi per una strada male incassata che menava sulla collina. In una rivolta, uno di essi battè il ferro sur un pezzo di silice, bruciò un poco di amianto inzolfato sull’esca ed accese una lanterna di bronzo senza coperchio. Egli era vestito di una trabea di porpora con fasce di scarlatto. — I capelli già grigi lasciavano scoperta la sua energica fronte, illuminata da un occhio solo. Ma quell’unico, e le labbra sottili, e il naso aquilino, e la fredda impassibilità del viso accentuato, facevano chiara, in un destro osservatore, la furberia della mente e la impudenza del cuore. — L’altro era un uomo in sui cinquant’anni: di quegli esseri dalle gote infossate e di colore olivastro, dallo sguardo ora spento, ora eccitato, a seconda della passione unica che or desta consolazioni, ora dubbi, ora timori. Aveva sul capo un piccolo berretto di lana bianca, ed uno scuro mantello coprivagli la persona. Poco sensibile al disonore e alla infamia, tutti i mezzi gli erano sembrati onesti per formarsi un peculio e riscattare la sua libertà: prostituzione, ladronecci, complicità alle abbominazioni del padrone, usure. Egli chiamavasi Pothus. — Ma siccome era stato schiavo di M. Plazio, rimase pur schiavo dell’uso, che voleva il nome dello antico padrone precedesse il suo proprio. Laonde nel sigillo con cui marcava ogni sua cosa era scritto: PLATIUS POTHVS. — Esercitava la mercatura. Vendeva stoffe che faceva venire di Taranto e dall’Oriente. Egli riceveva merci dalle città commercianti della Campania, e specialmente da Nola, da Acerra e da Nocera, e le spediva lontano. — Ora a lui premeva, pria di spedire un grosso carico in Egitto, saperne la fortuna, interrogandone un aruspice. Erasi pertanto indirizzato a Taranis, e questi gli aveva indicato l’ora ed il luogo nel _pomærium_, sopra un posto elevato, per cercare gli auspicii.
Cotesta geldra d’impostori non apparteneva a nessun collegio dei sacerdoti latini, nè ad alcuna gerarchia religiosa. La impudenza gli aveva cacciati innanzi. La stupidezza gli aveva accolti. Lo interesse pauroso li carezzava. — Essi avevano doppie funzioni: predicevano lo avvenire studiando gli avvenimenti anteriori od i fenomeni, o ne chiedevano la rivelazione alle viscere delle vittime. Oltre a ciò spandevano nel volgo le novelle più strane ed incredibili... e forse per ciò credute. Furono gli aruspici che inventarono i sacrifizi umani — e la frottola delle pioggie di latte, di sangue e di mattoni cotti — e le statue degli Dei che sudavano — e le lagrime sgorgate dagli occhi di Vesta — e le case cangianti di posto — e un lupo che sguaina una daga — e un bue che parla — e i galli divenuti galline e le galline galli — e il cielo macchiato di sangue — e la luna triplice nel firmamento — e il sole apparso di notte — e le torce ardenti traversanti lo spazio — ed altre fandonie da mercato a queste simiglianti. — Essi venivano dall’Etruria ed erano ricerchi come quelli che sapevano l’arte della osservazione, della interpretazione e della congiurazione.
E il popolo li pagava e li teneva grassi e gaudenti. — Ma quando incontravansi e si narravano a vicenda le cose occorse e la bestialità del popolo che credeva alle loro menzogne, e la doppiezza dei magistrati che fingevano di prestar fede alle loro predizioni, e la ipocrisia dei generali che facevan loro sparare i polli per sapere pria di rompere sull’inimico le sorti della battaglia, e’ si sbellicavano dalle risa e scherzavano sull’Olimpo che essi ed i sacerdoti di ogni culto avevano popolato colle incarnazioni di tutti i bisogni della terra, e propiziavano alla umana paura che non si stancherebbe mai di offerire il grosso contingente alla malizia degl’impostori — cangino pur essi il nome col succedersi dei secoli.
I due erano giunti là dove volevano. Sotto i loro piedi posava il sobborgo Felice colla doppia fila di sepolcreti. — Taranis fece sedere lo affrancato sopra una pietra colla faccia rivolta al mare — cioè a mezzodì — ed egli rimase in piedi a sinistra colla testa coperta. L’impostore diresse una preghiera agli dei che insultava cogli atti, si girò verso l’Oriente e col _lituus_ — piccolo bastone senza nodi, dalla punta ricurva — divise il cielo in diverse regioni — che addimandavansi _templa_ nel gergo di quei ghiottoni — e fissò un punto lontano dove l’occhio giungeva. — Quindi, passato il bastone augurale nella mano manca, posò la destra sul capo del liberto di Plazio, sempre velato. — E,
— _Jupiter pater, si est fas_, se il destino permette che cotesto Plazio Pothus, di cui tocco la testa, abbia fortuna nel commercio che imprende, invia a noi segni certi della tua volontà _inter eos fines quos feci_, nei templi che ho tracciato nell’orizzonte. —
Nel firmamento alcun segno. — Lo scirocco aveva annuvolato il cielo, e perciò nessuna stella brillava per poter dire a quel gianfrullone nello scoprirgli gli occhi:
— Guarda! In quell’astro sta il lieto destino che il padre della natura ti annuncia per mezzo del suo umile servo. —
Ambidue stettero alcun tempo nella più completa immobilità. Quindi l’aruspice brontolò, crollando il capo:
— Nulla!... Almeno avessimo portato gli _oscines_ od i _præpetes_, gli uccelli che dicono col volo, col becco o col canto. A domani..... o, se vuoi, ora, in tua casa.
— Andiamo —
ripetè l’altro, levandosi e gittando un grosso sospiro:
— E sapremo dai polli quello che il sommo Giove non volle annunciarci. —
Discesero. — Passarono a fianco di una tomba isolata; e,
— Sono Taranis, di Volaterra, in Etruria. —
E mostrò il lituo al soldato che, escito dalla _ædicula_ a diritta presso la porta della città, veniva loro incontro per sapere chi fossero.
Entrati nella via Domizia, si fermarono in faccia alla cisterna pubblica, destinata a supplire alle fontane quando per soverchio di siccità l’acqua mancasse.
E salito l’opposto margine, entrarono nella casa, costruita sulle antiche mura e declinantesi per via di terrazzi sino al mare. Traversarono l’atrio, discesero una scala, ed eccoli in una stanza inferiore illuminata da due lampade di bronzo. Uno schiavo vegliante aveva ricevuto un ordine. — La voce stridente dei polli, sorpresi nel sonno, chiarì quale ei si fosse. — La gabbia fu posata sul mosaico. Il prete etrusco le pose dinanzi l’_offa pultis_, sminuzzando la pasta nella mangiatoia. Da principio i gallinacei parea rifiutassero la offerta. — Erano impauriti, agitati e guardavano i lumi. Ma quando si avvidero del perchè erano stati svegliati, si gettarono furiosi su quei pezzi di carne, di farina e di cacio, facendo tripudio.
— _Pascuntur_. — Lieto augurio. — _Tripudium solistimum_. Le ali si aprono con giubilo. Tu ottenesti lieto presagio..... Ma se tu vuoi l’_animalis hostia_, io son pronto a leggere la predizione sulla vittima immolata. — Consenti a pagare la offerta agli Dei? —
L’altro estrasse dal seno una borsa di pelle e l’aperse. E l’aruspice — che dalla fisonomia, dalle parole e dagli atti potrebbe facilmente parere un nostro contemporaneo — gittatovi sopra l’avido sguardo e la mano, contò.
— Cinquanta.... centoventi e cinque — cento venticinque danari — _Medium sestertium_. — Sta bene. — Gli è quel che ci vuole per allontanare il _prodigium_, cioè lo avvenimento sinistro. —
E tratto un coltello vittimario, tolse la vita ad un pollo e lo sparò. Strappò dal corpo il cuor palpitante, il fegato, il polmone ed il fiele; e postili sulla tavola, disse:
— Ecco dinanzi ai tuoi occhi _pars inimici et pars familiaris_ — quella che concerne coloro che possono contrariare i tuoi commerci e quella che te risguarda.... — Oh! il fegato ha due lobi. — È eccellente presagio. — Anzi, vedi, si ripiega in dentro a partire dal basso della fibra. Ciò vuol dinotare grandezza e felicità. — Il cuore spande sangue vermiglio. Il grasso è sulla punta dei visceri — Le vene, nè livide, nè tese. — Fa partire le navi; chè i venti lor saranno propizi. —
Pothus a quei nunci rideva convulsivamente e stringeva i pugni quasi vi avesse afferrato i grossi lucri predetti da quell’impostore. Il quale, tracannato d’un fiato un grosso calice di _merum vetus_ che il mercante volle mescergli da una piccola anfora, strinse la mano al gaglioffo, e, salito al piano superiore, partì.
I sacerdoti non mai satolli, collo esagerare il sentimento religioso — che è uno istinto della umanità — o collo intenderlo malamente, spinsero i timorati a passar la giornata in preghiere ed in sacrifici per ottenere che i loro figliuoli loro sopravvivessero — _superstites essent_. — Onde questi furono chiamati superstiziosi; e quelli decaddero prima dalla stima dei filosofi e poi dalla credulità del popolo che leggeva nei loro vizi la inutile loro missione, nelle loro parole la mala fede, nei loro atti il mendacio. Da principio la vittima offerta era intera bruciata sull’ara del nume; ed il mele ed i vini squisiti crepitavano sulle brage. — Ma i ghiottoni e gli avari cominciarono a farsi casuisti. E pensarono che — gl’Iddii respirando solamente l’odore delle vittime — bastava farne rosolar dalle fiamme la testa ed i piedi — _pars Deorum_ — e serbare le parti delicate e carnose al festino dei loro triclini, le quali chiamarono _polluctum_ dal verbo _pollucere_ che significa consacrare. Più tardi — incoraggiati dalla stupidezza degli uomini che guardavano e non vedevano — propagarono la novella, aver ottenuto da Giove che la parte degli Dei sarebbero le ossa. E le carni devolute ai sacerdoti. — E quando erano esuberanti, le mandarono ai questori del tesoro che le facevano vendere a profitto dello erario. Fattisi ricchi e delicati, non vollero più insudiciarsi nel sangue come beccai, e tolsero a loro servigio i _popes_, vittimari che compirono la loro bisogna. E una parte del _polluctum_ la dispensarono alle amiche devote — che ai nostri tempi vestono da monache o in abito pinzochero — e l’altra più grossolana ai loro sacrestani che la vendevano ai tavernai.
Avanti di uccidere l’animale, il sacerdote gli gittava sul capo un pizzico di farina mescolata col sale. — Se la bestia non si ritraeva impaurita, dichiaravasi acconcia al sacrificio. — Comprendesi facilmente che la spaventavano se la fosse magra e non di loro gusto. — La ceremonia dicevasi _immolatio_ da _mola_, la pietra conforme con cui macinavasi il grano, il più stimabile dei beni. Ed il sale impiegavasi nel rito come simbolo della purezza dell’anima. Le libazioni le facevano col vino di una vigna potata. — E pur domandavano all’offerente se il fulmine fosse mai caduto nella cantina od un uomo appiccatosi sul ramo di un albero vicino.
Il primo omaggio di vino o d’incenso era propiziato a Giano, il portiere del cielo, affinchè facesse giungere la preghiera a quello fra gli Dei che volevasi invocare. Il vino si versava con un simpulo a goccia a goccia sul fuoco; e l’olio ad onde perchè ardesse senza far puzzo.
Gl’Iddii maggiori erano dodici. — Giove, il re dell’Olimpo, cui sacrificavasi il bue bianco o maculato. — Giunone, sorella e moglie sua, cui s’immolava una vacca. — A Minerva lo stesso animale. E a queste sole vittime si doravano le corna. — Vesta, la Deessa del fuoco eterno, dovevasi contentare del sacrificio bene involontario che sei donne le facevano della loro verginità; sterile come la natura del fuoco che alimentavano continuo sull’ara; il quale era emanazione celeste, perchè ogni anno alle calende di marzo lo si faceva accendere dal sole col mezzo di un vaso metallico concavo, di forma conica rettangola. Quelle misere erano le guardiane degli Dei particolari del popolo romano e sopratutto del Palladio, da cui dipendevano le sorti liete della grande Repubblica. — A Cerere, Dea delle biade, si uccideva una scrofa, perchè distruggitrice delle mietiture. — Nettuno, Dio del mare — Apollo, della musica, della poesia e della medicina — e Marte, della guerra, erano i soli cui potesse offerirsi un toro bianco. — A Venere, la Iddia dell’amore e della bellezza, si davano colombe. — Mercurio, Dio della eloquenza e del commercio, prendeva tutto. — Diana, Dea della caccia e delle Foreste, facevasi contenta col dono di una cerva. — Plutone, lo affummicato rettore del Tartaro, chiedeva capri, becchi e tori neri. — Queste dodici divinità erano chiamate consentes, perchè formavano il consiglio supremo del Fato, potenza costituzionale dai poteri limitati e corretti dalle varie passioni umane che s’indiavano attorno al suo trono temuto.
Lo appetito viene mangiando. — Laonde gli uomini antichi non si tennero beati e soddisfatti di un re e del suo ministero. Vollero altresì il corpo legislativo, composto dapprima dagli Dei scelti, come Saturno, che rappresentò il tempo; — Giano, l’annata; Rea, la Deessa della terra; — Bacco, il Dio del vino; — Vulcano, del fuoco; — Febo, dell’astro vivificatore; — la Luna, la patrona degli amanti; — e il Genio, che presiedeva alle opere degli umani. — Quindi spedirono al parlamento i piccoli Dii, cioè: i semones, gli uomini deificati — Ercole; Castore e Polluce; Enea; Romolo; Pane; Fauno; Silvano; Palete, Iddia del gregge; Vertunno, delle stagioni; Pomona, dei giardini e dei prati; Flora, dei fiori; Termine, dei termini; Robigo, della ruggine; Fascino, dei sortilegi; Averrunco, che allontana le calamità; Vacuna, patrona degl’infingardi e del riposo; Laverna, dei ladri; Mefite, del puzzo; Cloacina, dei luoghi immondi; Imene, del matrimonio. — Tutte le ninfe dei boschi, delle fontane, delle montagne, dei fiumi, del mare partirono anch’esse. Nè i giudici dello inferno le lasciarono andar sole; e tanto più che le videro accompagnate dalla Pietà, dal Pudore, dalla Fede, e.... dalla Speranza. La Febbre corse lor dietro. — E le madri impaurite pei cari figliuoli, elessero, senza bisogno di ballottaggio, Vitunno che ministra ad essi il soffio della vita; — Sentino, che dà il sentimento; — Presa e Postverta, che gli mette in buona postura nell’utero; — Ops li soccorre; — Vaticano loro apre la bocca e li fa vagire; — Rumina che gl’inspira a suggere il latte dal seno materno; — Potina gli consiglia a bere; — Educa, a mangiare; — Cunina veglia presso la culla; — Ageronia è attenta a tutti i loro movimenti. — Nè questi bastando al genio affettuoso delle madri, esse ne nominarono altri per acclamazione. E furono Juventas che accompagna il figliuolo già grande; — Barbato, che gli adorna il mento di peli; — Stimula, che il punzecchia di desiderii; — Volupia, necessaria alla generazione; — Numeria, gli dà la scienza dei numeri; — Camena, gl’insegna il canto; — Strenua, lo rende un eroe; — Consus, gl’inspira nobili consigli; — e Jugatinus presiede al suo matrimonio.
Quando i sacerdoti si avvidero che il Fato — inviolabile — non parlava; — e il gran consiglio — responsabile — non facea motto; — e i _semones_ in nome dei loro uffici parea che convalidassero senza opposizione la scelta delle deità, fatta nei collegi elettorali degli uomini, senza votarsi il capo nei riguardi legali, ne crearono essi, di proprio moto, per alzata e seduta; e non fu cosa sulla terra di cui non mandassero il rappresentante negli stalli del parlamento celeste. — I gloriosi avi nostri carezzarono quelle sacre fandonie, perchè necessarie ad infrenare il popolo ignorante, riottoso e spavaldo, ch’essi volevano condurre al dominio del mondo. E quando i numi fur troppi, gli divisero in _ordo et populus_, cioè in _Dii majorum gentium_ ed in _Dii minorum gentium_. — Ma venne un giorno in cui si stancarono di quella docilità dimostrata e parlarono e scrissero del Dio unico e lo confessarono morendo. — D’allora in poi, a poco a poco, i deputati delle umane sciocchezze disertarono l’olimpico Parlamento, che fu riempiuto dall’occhio incommensurabile della ragione. Le loro statue le abbiam nei Musei, nei giardini, nelle pubbliche piazze. — Un altro Olimpo pur sorse — sul calco di quello antico — meno poetico, molto ridicolo e troppo triviale. Fu popoloso in secoli d’ignoranza, in tempi di fine ipocrisia, e nei giorni lunghi della tirannia dello spirito. — Di lassù venivano i fulmini per punire i peccati degli uomini. E l’uomo afferrò quel fulmine, lo chiuse in una macchina e lo fece il fattorino dei suoi pensieri. — Di lassù venivano le febbri, il vaiuolo, gli stravasi di sangue e tutti i guasti della fragile natura umana. E l’uomo studiò la medecina e la farmacopea, inventò strumenti chirurgici, ed i morbi furono domati. — Di lassù venivano i venti furiosi che inabissavano le navi o le mandavano erranti a genio dei loro soffi. E l’uomo inventò la bussola ed un meccanismo che rende inutile lo sforzo dei venti contrari. — Gl’idoli sono tutti già esciti, anche una volta, dall’Olimpo della ragione. Alcuni vennero nei Musei a far compagnia ai predecessori. Altri rimangono ancora sugli altari, vergognosi e raumiliati nel vedere il riso intelligente che destano e la nessuna pietà di chi gli coltiva. Ei sanno pur troppo che omai seggono sulle ruine.
Ora la descrizione di una cerimonia solenne in Pompei.
Il Flamine-Diale è sul peristilio del tempio di Giove. Ha la testa coperta di un elmo bianco, sormontato da un breve cono allungato e cinto da un fiocco di lana, che simboleggia il fulmine nel nume. Veste la toga pretesta e va di pari coi grandi magistrati. — Non vi ha un nodo sulle sue vesti che la sacerdotessa sua moglie filò di lana, tessè e cucì. La calzatura fu tagliata dalla pelle di un animale ucciso. Sul dito gli splende un anello a giorno ed unito. La consorte gli è presso e lo assiste. Sacerdoti minori lo attorniano.
I duumviri, gli edili, i decurioni, i cavalieri salgono la gradinata del tempio. Nel Foro è il popolo; e, separate dagli uomini — perchè nulla si opponga alla decenza ed alla gravità della pia cerimonia — sono le donne adorne delle loro vesti bianche e sfarzose.
Non canti di allegrezza, ma accenti di sdegno. — Non rendimenti di grazie, ma suppliche levate al cielo perchè venga allontanato dalla città di Pompei un crudele disastro, una tremenda sciagura. Un coro di fanciulli e di vergini cantano in note lamentevoli l’inno del dolore. — Alcuni soldati e centurioni sono appoggiati ai piedistalli; e, senza parola, rimangono impassibili spettatori di quella scena.
Gli è che da tempo Pompædio Silo aveva inalberato lo stendardo della rivolta nella Marsica; e — tranne Aiserninum e Lucera — tutte le città adriache e tirrene avevano fatto eco a quel grido di guerra. Roma invero stancava la Italia. Per estendere la sua potenza, ne esauriva le ricchezze, ne toglieva i soldati e gli dava compagni d’armi ai cittadini romani, accordando loro l’unica eguaglianza in faccia alla morte. Corfinium, piccola terra tra il monte Corno e la Maiella, fu decretata città capitale degl’Italioti. Capua in un versante degli Appennini, Asculum Picenum nell’altro, tenevano acceso il fuoco sacro della libertà e dello affrancamento dall’Urbe. Si combatteva da parecchi mesi e vincevasi. — Ma Silla aveva preso Stabia per assalto, ne trucidava i difensori e metteva in fiamme le case e i monumenti. I Pompeiani vedevano quello strazio dalle loro mura; lo reputarono presagio della sorte che gli attendeva; decisero animosamente di difendersi, ed intanto di placare l’ira celeste con una espiazione solenne, offerendo sacrifizi a Giove, agli Dei maggiori e alle divinità inferiori e recitando preghiere, dette _obsecrationes_.
Sotto la gradinata del tempio sono due buoi di manto bianchissimo; sette vacche ed un toro, grassi tanto che stentano a muoversi. Hanno le corna dorate, la fronte incoronata di fiori, ed il corpo cinto da una stola terminante con una frangia. — Un vittimario, nudo sino alla cintura, e coperti i fianchi da una stoffa di porpora, era presso ogni bestia, tenendola con una corda che le stringeva il muso e colla sinistra sosteneva un martello rotondo e a lungo manico che appoggiava sulla spalla. Taluno impugnava la scure invece del martello.
Dietro di essi erano i _cultrarii_ ed i _popes_, aventi appeso alla cintura un grosso astuccio guarnito di parecchi coltelli. Alcuni fanciulli tenevano un vaso di bronzo con acqua lustrale e nell’altra mano un aspersorio come una coda di cavallo con manico ornato. Altri, una cassetta quadrata, piena di farina e di sale, per la consacrazione delle vittime. Vi erano anche i suonatori di flauto.
Il Flamine si avanza e discende. — I vicini lo seguono. Dopo i magistrati vengono i collegi sacerdotali. — Essi erano coronati di rami di quercia.
La processione — cui prende parte il popolo tutto — percorre le grandi vie della città e va verso le XII torri per sempre più animare i soldati che sono sopra le mura. Quindi il numeroso corteo — compiuto il giro — si approssima al tempio dalla diritta via della fontana di Mercurio. — I buoi erano già sul peristilio. — Vi ascesero i sacerdoti ed i magistrati. Gli altri taciti e pensierosi ristanno.
Sotto quel portico elevasi lo altare dei sacrifizi: chè non immolavasi mai nello interno dei templi. Ghirlande di verbena cingono l’ara. Il Flamine si avanza. — Prende lo incenso dall’_acerra_ ov’era chiuso; lo spande sul _præfericulum_ e ne volge il fumo alla statua del re dell’Olimpo. — Quindi liba il vino in onore di Giano.
Seguìto dai sacerdoti, entra nel tempio e saluta Giove portando la mano destra alla bocca. Voltosi a manca, fa lo stesso saluto alla porta. Quando gli altri lo ebbero imitato tutti si assisero nella cella e — racchiuso il capo nel lembo della toga per evitare distrazioni — ognuno prega a voce bassa o mentalmente. — Dopo alcuni momenti, il Flamine si leva, esce dalla edicola e grida alla folla adunata.
— _Favete linguis._ —
Raccomandato così il silenzio all’assemblea, si appressa allo altare, si purifica le mani coll’acqua contenuta in un vaso senza piede, detto _futilis_, e le asciuga con un tessuto di bianco lino. Allora i popi si accostarono colle vittime. — Ei le asperse di quell’acqua; gittò sulle loro teste farina e sale; e disse loro:
— Sia addoppiato il valor vostro, perchè possiate, o buoi, essere accetti ai sommi iddii. —
Impolverò lo altare di farina e di sale; così, i coltelli sacrificatori. — Spinse quindi leggermente la lama di uno di essi dalla fronte alla coda. Tagliò un ciuffo dei più lunghi peli tra le corna di un bue, lo gittò sulle fiamme, e disse, libando altro vino:
— Sii aumentato per questo vino nuovo. — _Macte hoc vino inferio esto._ —
E a ciascuna consacrazione di animale pronunciava il nome di Dio o della Deessa a cui faceva la oblazione. Così, offerì due buoi a Giove; due vacche a Giunone; due a Minerva, due alla Iddia della Salute pubblica; una alla Felicità; ed un toro all’esercito che difendeva il paese. — Quindi, voltosi al simulacro:
— O sommo Giove, magnanimo e grande, se tu difendi questo tuo popolo devoto, se tu ispiri coraggio nei suoi difensori, se tu disperdi il pericolo che noi tutti circonda, in nome dei collegi sacerdotali qui uniti, noi ti votiamo due buoi dalle corna dorate. —
Ed alla celeste sorella e consorte.
— O Giunone, regina, accetta anche tu la preghiera rivolta al signor dell’Olimpo. Allora ti offriremo due vacche dalle corna dorate. —
Così alle altre Iddie.
Compiuto il rituale, un vittimario a lui si accosta e dice:
— Posso? —
E avendone ricevuto l’ordine, scaglia violentemente un colpo di martello sulla fronte del bue. Questo vacilla sui piedi e cade. — Gli accoltellatori lo ghermiscono per le corna e gli cacciano l’acuta lama nel cuore. Il sangue sgorga nella patere di bronzo, gorgoglia e fuma. Il Flamine ne raccoglie con una patella e lo gitta sullo altare dei sacrifizi. — I _jecurarii_ aprono il ventre della vittima, e poi che gli auguri hanno trovato in perfetto stato le viscere, la scuoiano, la spezzano, e mettono in un solo paniere le gambe ed il cuore che, impolverati di farina d’orzo, presentano al Flamine. Le fiamme sacre accolgono la parte del Dio e la consumano.
Come quel bue, così vengono uccisi, sparati e divisi il toro e le vacche. — E nell’atto i suonatori di flauto non cessano di far echeggiar l’aere dei loro fischi acuti e discordanti.
Il Flamine-Diale terminò la cerimonia con una invocazione a Vesta e disse agli assistenti:
— _I licet._ — Voi potete ritirarvi. —
Allora un sacerdote di Venere se gli accostò e lo richiese:
— Noi versiamo in grave periglio. La escita dalle mura è impossibile. E dove ritirarsi? Se Silla entra qui..... e vita e tesori. Tu i cui capelli e le cui unghie son sacre, non avrai la persona rispettata da quei crudeli. Tu che hai la porta della casa ornata di lauri; e se un uom di delitti vi penetra, si è obbligati scioglierlo dalle catene e gittarle dallo impluvio nella strada. Tu che impedisci uno schiavo sia fustigato, se giunge ad abbracciare le tue ginocchia,.... di’, credi tu alla influenza di Giove nello allontanamento dei mali che ci minacciano?
Il Flamine guardò fiso il compagno, e veramente non sapea che rispondere. Era la prima volta che una simile interrogazione veniva innanzi alla sua mente, in faccia al grave e certo pericolo. Egli era tal uomo, cui un misterioso sentimento di adorazione fa vedere in un paesaggio, ove avanza con passo distratto, un tempio che lo ritiene; il cui orecchio risuona d’ignoti rumori; sorta di musica spirituale che innonda l’anima di gioia segreta e l’apparecchia a consolanti apparizioni. Il suo cuore appetiva la pace: ma sentiva il morso del dubbio nella liturgia che amministrava. Il mondo futuro lo intravedeva in una nube caliginosa ed oscura; ed avrebbe assai volentieri fatto sommessione a colui che lo avesse posto sur una via semplice e certa che nel fondo ha la statua della fede trionfante.
— Ma se non Giove, e chi? —
Un sorriso ironico e doloroso sfiorò sulle labbra di Anchario, il vecchio ministro nel tempio di Venere. Da molti anni e lunghi egli seguiva i sogni di una fede impossibile con pratiche misteriose. Le bizzarre confidenze tra la Iddia seduttrice e la carne sedotta erano le invenzioni furbe della sua mente. Finchè la gioventù e la forza lo tennero, lo interesse, il lieto vivere e le grossolane delizie arrestarono la coscienza del vero sulle sue labbra impudiche. Quando le cose vive partirono da lui sulle ali larghe e fugaci, ei si vide sprofondato nel vuoto e deposto sur una landa arida e nuda. Siccome Vulcano, era caduto dall’empireo nella pozzanghera di una fede zoppa e sciancata.
— Lo arcano ch’è nei cieli consola la mia tristezza e si fa mio custode da che mi vidi spostato dal mio antico sostegno. — Giove, Giunone, Venere, Marte sono i sacri luoghi comuni della vita, e gli sfato. — Un Dio solo è lassù che la realtà non offende. —
— Ma credi tu che a noi pensi e provvegga alla nostra salvezza?
Il canuto pose la mano sul petto e rispose:
— Io comincio a credere che in noi esista e ci faccia arbitri delle nostre sorti. — Quando il popolo romano volle, vinse; e non gli Dei combatterono per lui. — Quando tu, schiavo delle abitudini sociali di questi tempi, vuoi escire dall’audace immoralità che ne circonda, sprigiona lo accento eroico del cuore e vincerai ogni disperata ventura. — Fida in me. — La morte mi fa già i suoi segni e può rendermi libero da un istante all’altro. Allorchè i nostri soldati e la gioventù popolana combatteranno sulle mura..... e i Sanniti ci aiutino..... saremo salvi dalla sventura che ci soprasta. —
— E gli Dei? —
— Gli Dei — sgombere le tenebre del nembo ruinoso — gli rivedrai impassibili sui loro stalli di marmo, innanzi le lampade votive e tra i vortici del fumo delle pelli bruciate. —
I due Flamini si divisero. Il più vecchio pareva avesse sedato le agitazioni del cuore. — Il più giovane si avviò verso la sua casa costernato e dolente. — Incontrò il popolo che raumiliato dallo infortunio correva dall’un tempio nell’altro per offerir voti e preci agli Iddii salvatori. E lo salutavano riverenti, ponendo la mano destra alla bocca e baciandogli il lembo della toga. Un solo sentimento tutti occupava — la processione espiatrice. — Drappelli di giovanetti di ambedue i sessi — _patrimi e matrimi_, perchè nati di sangue equestre con padri e madri viventi — di forme bellissime, schierati in ordine e coronati di fiori, cantavano inni sacri. E i magistrati gli seguivano come lui avevano pur dianzi seguito. — Ma quella turba la vedeva come fantasmi. Le realtà della vita — preoccupato com’era — pareano lontane lontane dal suo corpo angosciato.
Egli abitava in una delle ultime case della via che ha la fontana dalla testa di Mercurio nel mezzo. Quando udì dalle mura una voce cui molte rispondono:
— Soldati, all’armi!.... Ecco Silla colle legioni..... sangue sannita e greco vi scorre nelle vene. Venere Fisica vi protegga! — Difendete gli altari, le vostre donne, i vostri figli..... l’onore del nome. —
Ma le legioni romane non attaccavano la città. — La cavalleria foraggiava nelle campagne vicine allo Anfiteatro e sollevava un nembo di polvere sotto le zampe dei cavalli. — E un altro grido ben presto scoppia dai petti agitati:
— È Cluvenzio, il generale dei Sanniti che giunge. — Marte gli arrida. — Viva Vitelia, madre alla patria e ai suoi difensori! —
Silla si sentì insultato dallo ardir di Cluvenzio. E rapidamente move innanzi al nemico. Questo riceve l’urto poderoso e lo respinge con perdita. I Pompeiani escono dalla porta occidentale e da quella di Sarnus. Il generale romano che aveva rinculato verso il padule — ove tempo innanzi Cassinio rischiò di essere sconfitto da Spartaco, — raccoglie i suoi e li caccia alla riscossa. Il combattimento fu lungo e ostinato. Cluvenzio dovette piegare e ritirarsi. E lo indomani, avendo ricevuto un soccorso di Galli, profittava della lezione di audacia offertagli da Silla e ritornava sul campo ove aveva lasciato i suoi morti. Ma il suo competitore era tetragono in faccia al destino. Lo accoglie, lo preme nei fianchi, lo mira vacillante, lo siegue, lo raggiunge presso Nola, sfascia le sue ordinanze e lo uccide.
Felicemente per Pompei, Silla volea il consolato nell’Urbe. Nè ebbe l’agio di soffermarsi per castigare i Pompeiani e i loro torpidi numi. Lo ardente pensiero lo spingeva a Roma per reprimervi la rivolta che vi aveva eccitato il tribuno P. Sulpicio, alla istigazione di Mario, suo emulo. Laonde condusse le sue legioni nel paese degli Irpini e nel Sannio, devastò Capua e non vi lasciò gente viva che la necessaria per la cultura delle terre. Spedì Publio Silla, suo nipote, a Pompei e lo pose a capo delle tre coorti di veterani, come corpo di osservazione. Ordinò che il municipio si convertisse in colonia militare — il che impediva che la magistratura potesse trattare alleanze politiche e private senza il permesso di Roma — ed impose un tributo in uomini ed in pecunia. La colonia s’ebbe due nomi: quello di _Veneria_, desunto dalla divinità protettrice della città; e l’altro di _Cornelia_, ritolto dalla illustre famiglia, cui egli apparteneva. I Pompeiani accettarono. — Non vollero però concedere i diritti di cittadinanza ai soldati a piedi e a cavallo che formavano le tre coorti. — Il nipote inalberò. — Accaddero risse, turbolenze, disordini. — Publio venne richiamato; fu difeso da Cicerone. Quindi assoluto. — Ma i coloni militari dovettero abitare fuori della città nella parte occidentale. Si costruì per essi un sobborgo che ebbe nome di _Pagus Felix_ e li comandò il valoroso generale Ninnio Mulo, di cui Silla aveva stima ben meritata.
Cotesti avvenimenti erano giunti in buon punto per una classe di sacerdoti, i meglio austeri nelle forme, i più destri nel maneggio della cosa religiosa. Erano i ministri di un culto — e più che di un culto — di una setta misteriosa sorta sulle sponde del Nilo, da Orfeo trasportata in Eleusis e dai Greci introdotta in Pompei. Esercitavano le cerimonie comuni e vi aggiungevano pie frodi ed oracoli meditati dalla dottrina e dalla prudenza, e maniere gravi e gentili che incutevano soggezione e rispetto.
Nel tempio — uno dei più completi e dei più ricchi che fossero in Pompei — era una edicola isolata — non lungi dallo altare dei sacrifizi — coperta al di fuori di eleganti bassirilievi di stucco, rappresentanti Marte e Venere, Mercurio e una ninfa, delfini, genii ed amori con sacerdotesse e donne che pregano. Al di dentro era la scala per cui si scendeva in una cripta, ove gl’iniziati ai misteri — pria di subire le loro prove fisiche e morali — toglievano il bagno di purificazione. Dietro il santuario stava la grande sala alla quale cinque porte ad arco concedeano lo accesso. Colà penetravano i soli iniziati che accomunavano le loro preci, le loro esortazioni, i loro canti e le loro processioni solenni. Pitture squisite ne decoravano le pareti. E tutte eran simboli di cose strane ed ignote.
Sopra il santuario — sollevato dal suolo e disposto nel fondo del peribolo, circuito da un portico di colonne doriche — posava la statua della iddia, di bianco marmo, dagli occhi, dalle ciglia e dai capelli rossi, dal peplo indorato; il cui corpo ignudo era coperto da un velo finissimo — collantesi sulle membra — e di una leggera tinta di porpora. Nella mano dritta stringeva un sistro di bronzo, e coll’altra, distesa lungo la coscia, tenea la chiave regolatrice delle inondazioni del Nilo, simbolo dell’abbondanza e della fertilità.
Quella Iddia avea nome Iside — cioè — chi fu, chi è, chi sarà. Nessun mortale osò levare il velo che copria le sue forme. — Il solo Apuleio nè parlò a modo di enimma quando scrisse: — «Mi accostai ai limiti della morte. Calpestando co’ piedi la soglia di Proserpina, ritornai a traverso ogni elemento. Nel mezzo della notte parvemi che il sole splendesse di viva luce. E mi trovai in presenza degli Dei supremi ed infimi e gli adorai da presso.» — Sembra che i misteri isiaci fossero di tre gradi — la purificazione allo ingresso della tomba — il giudizio dei morti e la dottrina di una vita futura — la contemplazione del lume eterno nell’essenziale e nell’universale. — Gl’iniziati subivano quattro piccole prove e tre grandi. Il sublime segreto doveva essere la virtù e la saggezza che colla ipocrisia seduceva i profani, col volgo ingannato domava la forza brutale e tendeva al dominio della terra colla redenzione dello spirito umano.
L’oracolo della Iddia aveva tardato a rispondere. Finalmente aveva detto:
— «Il popolo compirà la sua missione di giustizia e di carità. E la città sarà salva. Si presti fede alle mie parole.» —
Lo aspetto dei sacerdoti non avea nulla di timido e d’incerto. I loro occhi neri, brillanti sopra i candidi lini che li coprivano maestosamente, ispiravano una tranquillità profonda che afferrava la coscienza degli accorsi in folla nel tempio. E quando giunse il nuncio che il paese era salvo e le bocche entusiaste lo ripeterono in ogni canto, i doni alla egizia deità furono ricchi e copiosi. E il credito dei suoi sacerdoti crebbe a cento doppi.
Dissipate le paure, il popolo — semi-osco, semi-etrusco, semi-greco, semi-latino, tutto meridionale — si diè alla più grande allegrezza. E i Luperchi — i Flamini del dio Pane — una gliene prestarono delle più bizzarre e delle più originali.
Sui clivi del Vesvius erano caverne grigiastre, di cui le antiche eruzioni di lava — che non eran più nella memoria degli uomini — avevano formato le volte ruvide e spugnose. Quivi essi abitavano. Erano sozzi, selvaggi, brutali, inintelligenti, e vivevano ignudi in ogni stagione, ed erano in venerazione presso i campagnuoli, perchè nunciavano i cangiamenti della temperatura, guarivano gli animali e predicevano i buoni ricolti e i rovesci di pioggia. I villici — omai salvi dalle scorrerie degli amici e degli inimici — corsero ad essi e li trovarono russanti nei loro spechi sul fieno. Entrarono in un rustico tempio formato da quattro alberi forcuti e coperto da una tettoia di radiche nere di lupini. Il loro dio Pane era una mostruosità fatta di legno coll’accetta. Gl’immolarono una capra ed un cane. Si tinsero del loro sangue caldo la fronte. Si unsero il sudicio corpo col grasso delle due bestie. Ne cucinarono sui tizzoni le carni e ne mangiarono a furia con feroci smorfie di gioia. — Terminato il sacrificio espiatorio, tagliarono le pelli ancor sanguinose e di alcuni pezzi si cinsero i fianchi e di alcuni brandelli fecero fruste per allontanare i curiosi sul loro passaggio. Così corsero a slascio pei campi e nelle vicinanze di Pompei. Urlavano inni in una lingua ignota e frustavano, correndo, quanti incontravano. Le donne particolarmente si facevano loro innanzi per aver parte di quella flagellazione; avvegnachè in quei tempi credessero come la staffilata di un Luperco avesse la virtù di cangiare in prolifica una donna sterile. Siccome ai nostri tempi pur credono la stessa virtù nel cordone che cinge i lombi non casti di un frataccio da zoccoli e da cappuccio. — Più d’uno però che si permise una brutta distrazione, vacillante e vagellante, se ne andò anzi tempo _ad canes_. — I devoti ch’esercitarono quella pratica liturgica sui crani e sulle costole di quei bipedi senza ragione, scavarono una fossa sotto un albero da frutto e gli fecero utili mal loro grado.
In quel giorno di abbandonata gioia non si guardava sottilmente alle cose. Ognuno occupavasi a suo modo delle proprie devozioni. — E nel vero, eravi di che. I preti — oltre i parecchi fani, fatti erigere sontuosamente dai decurioni col denaro del popolo — oltre i _Dii patellarii_, ch’erano i Lari delle case, adorati alle calende, agl’idi, alle none, nei dì di festa ed anche ogni giorno — avevano ispirato le genti bietolone — che formano la maggioranza nell’umanità — ad erigere altari agli Dei pubblici, agli Dei ignoti — pel comodo della plebe, pei bisogni degli stranieri — sulle crocivie. — Gli è perciò che furono chiamati Lari Compitali da _compita_, crocicchi. — Cosa fatta capo ha. — Napoli, Palermo, e le città minori dell’ostro avevano pure in questi giorni i loro Compitali sur ogni strada, sotto la forma di donne o di uomini lividi e sanguinosi. I loro padri abbatterono furiosamente la idolatria e fecero calce delle statue di Giove e di Marte; e con quelle di Venere e di Mercurio fusero campane. I loro figli ristabilirono l’antica fede. Ma, avendo perduto la nozione del bello, adorarono le mostruosità, e, non ha molto, accendevano i lumi ed appendevano gingilli d’oro e di argento su quanto di più brutto ed osceno veniva fuori dallo scalpello di un Lupercale.
Consultato il divo Apollo sui sacrifizi da offerirsi ai Lari Compitali, il feroce prete — che trovossi alla instituzione di quel culto — rispose per lui — _caput pro capite_. — Allora Tarquinio pose sui piccoli altari capi mozzi di miseri bambini. Giunio Bruto, dopo la cacciata di quel tiranno, tradusse meglio l’oracolo ed offerì teste di aglio e di papaveri. Più tardi gli fecero lieti dei primi fiori delle stagioni. — In Pompei eravene uno presso la fontana del Lupo, più in su della bottega del lattaio, che ha per insegna una capra di terra cotta. Era dedicato al padre dell’Olimpo. Gli altri Lari — protettori dei quatrivi e delle strade — si dicevano figliuoli a Mercurio e prodotti dalla ninfa Lara. E i loro altari — oltre allo aver banchi di riposo pei viandanti — servivano altresì di asilo ai rei perseguitati. Laonde Plauto narra nella Mostellaria come Tranione temendo di ricevere da Teuropide i colpi che aveva sì ben meritati, si assise sul Compitale dinanzi la casa di lui. E Properzio canta _Triviae lumina ferre Deae_, di Cinzia che correva a portar lampade sugli altari di Diana Trivia.
Il selciato aveva perduto le sue tristezze. — Nell’odissea di quel giorno faceva le parti dell’Oceano. — Salti, gridi, rumori per tutto. Ogni _impedimenta_ diveniva tribuna. Ogni Compitale, teatro. E gridavano:
— Trionfo, trionfo! Marte e Venere Fisica ci salvarono! Giano aprì la porta dell’Olimpo e fece escirne gli Dei soccorritori. O Lari, accordateci pace e protezione. Onore ad Iside e ai suoi sacerdoti. Trionfo e gloria agli Dei immortali! —
E lungo le vie, e nelle _pistrinae_, e nelle _popinae_ — dovunque era scolpito, od in terra cotta, il simbolo del Dio degli orti — le facili e proterve fanciulle intessevano corone di rose e di frutti e le inchiodavano come cornice intorno a quel segno della forza muscolare, dell’abbondanza, della ricchezza della natura. Ed un uomo opulento, — M. Epidio Prisco, poco più innanzi della fontana di Venere, gli sacrificò un asinello, le cui carni servirono la sera al banchettare gioioso degli schiavi in una taverna.
Intanto l’angiolo delle ore estreme, raccolte le sue ali sanguigne, correva con passi frettolosi sul campo della offesa e della difesa. Alle grida della battaglia erano succeduti flebili lamenti — appello lontano ai loro cari di quei feriti che la Morte pietosa baciava sulla bocca per soffocarvi il dolore. — La terra era spogliata di ogni suo riso. Il sole cadeva. L’ombra uniforme spargevasi su tutto. — Membra mozze — carni stracciate — sangue aggrumito e nero. — E sopra la faccia della penisola, il pensiero degli Italioti — oltraggiato, ma non defunto — attendendo per secoli l’ora della grande vittoria.
Epidio Rufo Italico — il figliuolo di Prisco — fu trasportato nella casa paterna — quella dal lungo podio sporgente, sormontato da una ringhiera di ferro che dalle estremità menava alla porta mercè le due gradinate a rivolta. Acte gittò un grido e semispenta lo strinse al suo cuore. Egli premè convulso gli occhi e le pallide guance di quell’afflitta, girò lo sguardo intorno alla camera piena di memorie, di tenerezze e di singhiozzi, ov’erano il padre, la sposa, la felicità dei suoi giovani anni. E stringendo colla mano il petto piagato, prosciolse le membra. — Aveva dato lo eterno vale al padre in lagrime, alla sposa svenuta, alla felicità morta!
LA CAMPAGNA.
SCENE DELLA VITA RUSTICA.
=Anni di Roma 695 — Anni avanti il Cristo 59.=
A GIUSEPPE GARIBALDI.