X.
La vasta pianura che da Cuma e da Capua — le antiche e grandi città della Campania — distendendosi verso levante, abbraccia e circonda il cratere partenopeo, era il loco ove i Greci, venuti dalla Macedonia e dalla Tessaglia, credettero che, come nelle loro contrade, anche quivi i giganti avessero combattuta la fiera battaglia contro gli Dei. E quei campi dissero Flegrei, da φλὲγω — ardo — per le tracce dello zolfo e delle lave sparse su quel terreno. Gli è certo che Ercole, visitando il bel paese sorriso da tutti i numi celesti e vedendolo corso e devastato da uomini di fiero e selvaggio costume, avrà voluto purgarnelo per incivilirlo. E l’atto benemerito per le genti salve, e la fondazione di una città che tolse il nome da lui, e le altre opere verso il mare aperto intorno il lago d’Averno, coronarono di una poesia maravigliosa il vincente semideo, i mostri vinti da lui ed i campi, teatro delle sue gesta. Su di essi elevavasi un monte isolato dai tempi primordiali. Era cinto di fertili campagne, e verdeggiava da lungi per le erbe e per gli alberi, tranne in sul culmine che sembrava coperto di cenere, di sassi fuliginosi ed arsi dal fuoco. Malagevole era lo ascendervi. Una e difficile l’angusta strada su quelle scorie tra rupi, caverne e punte aguzze sporgenti al di fuori. Nel 682 di Roma Spartaco, dopo aver fatto un carnaio nello Anfiteatro di Capua, riparava su quelle balze con sessantaquattro dei suoi compagni nella rivolta. Ma seguito d’appresso e accerchiato da Clodio Glabro alla testa di tremila soldati, pensò di tessere corde coi tralci delle viti salvatiche di lambrusco, le legò forte alle rocce e se ne servì di scala per discendere coi suoi sino alla pianura. Il pretore che lo aveva fatto rinculare in uno spazio ristretto, di una sola escita, di cui i suoi soldati tenevano la chiave, non credette ai suoi occhi quando quell’audacissimo lo assalì con tanto vigore da disfare il grosso delle sue ordinanze e porre in iscompiglio il campo.
Tale era il Vesvio nel primo anno del regno di Tito imperatore, allorchè — come scrisse Stazio — piacque al sommo Giove strappare dal profondo le sue viscere, sollevarle sino al cielo e scaraventarle lontano sur alcune sventurate città.
Era il nono giorno delle calende di decembre — 23 novembre dell’anno 79 di nostra êra.
Il canto dei galli annunciava l’aurora. I molossi abbaiavano nello udire lo strèpito de’ passi sui margini delle vie. I salutatori, i chiedoni, i saccari, i rivenduglioli ambulanti, i mercanti delle botteghe, i viaggiatori che partono, i littori, gli schiavi animano il selciato. I gladiatori escono con reti e panieri dal loro quartiere e, accompagnati dal lanista C. Aelio Astragalo, vanno a far provvista di viveri per la famiglia. Tutti gli artigiani sono in moto verso il loro destino. E in breve ora, quale mura ed intonaca le pareti già apparecchiate dal cemento sparso a striscie come spini di pesce, quale sfilza una per una le tavole dallo incavo longitudinale della soglia di pietra della bottega e le pone in un canto perchè non lo imbarazzino nelle trattazioni degli affari, quale apre il suo _thermopolium_ e canta o getta briosi frizzi ed inviti a chi passa. — Il venditore di pani e di piccole focacce, dopo avere attelato la sua merce a spicchi una sull’altra; e, spiegando i panieri sull’_oculiferium_, mostrando il _pollen_ del suo fior di farina; gli _speustici_, stiacciate cotte sotto le ceneri; gli _ortolagani_ composti col vino, col pepe, col latte e coll’olio; gli _ostrearii_, che si mangiavano coll’ostriche, e i pani disegnati a quadrelli, conditi di anici, di cacio e di grasso, grida — esagerandoli — i meriti dei suoi prodotti. — Il carraio espone sulla porta il _cisium_ che costruisce e la _traha_ senza ruote che mena su e giù nel selciato dinanzi il villico che la contratta, mentre i suoi operai lavorano attorno ad un _birotum_ per ultimarlo. Parecchie carriuole — dette _unarota_ — sono ammonticchiate nel fondo. — I _fullones_, cioè, i lavandai e gli smacchiatori, spandono le loro umide stoffe sulla via a certi bastoni sostenuti da travicelli sporgenti sul muro; e così, nell’atto che richiamano l’attenzione di chi passa sulla loro industria, usano di uno spazio che pure al pubblico è riserbato. Gli edili avevano un bel difendere la libertà delle strade, dei trivi e dei portici con piccole e gravi ammende a quel popolo accaparratore di ogni spazio che il proprio non fosse. Lo interno della bottega o della casa pareva uggioso ad ognuno. Tutti erano lieti quando potevano starsene al lavoro sull’uscio, sul margine, alla luce. La parola _via publica_ veniva interpretata alla lettera. E purchè lo ingombro dei due margini lasciasse libero sulla strada l’adito ad un carro, nessuno potea venir condannato per offesa alla legge. E ove non fossero cadute gocciole di acqua dalle preteste, dalle toghe e dalle vesti donnesche, certo quella mostra variopinta abbelliva la doppia via di Mercurio e la parallela al di dietro, dove i fulloni avevano il loro laboratorio. Era quella la meglio importante tra le industrie pompeiane. Nel 354 i due consoli C. Flaminio e L. Æmilio, reggendo un popolo che vestiva di lana e dormiva ignudo tra coperte di lana, avevano decretato il modo di trattare e di tergere quelle stoffe. E prescrissero, si laverebbero i panni con terra di Sardinia disciolta; indi si affumigherebbero collo zolfo, e poi si purgherebbero con terra cimolia di buon colore. Avvegnachè questa ravvivasse le tinte sbiadite dallo zolfo. E per le vesti bianche, dopo inzolfate, dissero convenevole la terra chiamata sasso, la quale però era dannosa alle colorite.
I magistrati — i quali, creati dal popolo per occuparsi dei suoi affari, rientravano in casa al cadere del sole, allorchè i pubblici lavori cessavano — preceduti dai littori vanno gravemente ai loro uffici. Alcuni uomini — vestiti di una tunica stretta senza maniche, di colore oscuro, detta _exomis_, o _diphthera_, col _cucullus_ per coprire il capo in caso di pioggia e continovare il lavoro — procedono dal vico storto in una strada a perpendicolo su quella che mena alla porta di Stabia. Avevano sulla spalla una lunga e stretta lamina di acciaio, senza denti, terminato con due manichi di legno. E nella mano un sacchetto di sabbia di Etiopia. Erano segatori di marmo che andavano a ridurre in lastre per impiallacciature e per pavimenti le tavole di serpentino, di fior di persico, di alabastro egizio, e di verde antico che attendevano l’opera loro nella prossima casa. Ed altra gente dalle sembianze pallide e triste che or si fermano presso i ragionatori, or guardano dalla parte opposta ove l’orecchio tendeva, si veggono in sui canti, per entro i templi, nel Foro. Erano le spie di Roma, adoperate la prima volta da Cicerone ai tempi catilinari; mantenute da Cesare; moltiplicate da Tiberio, da Nerone e dai pessimi che vennero poi, a tutela delle imperiali paure. Razza perversa che disponeva della vita e delle sostanze dei cittadini e viveva lautamente a carico degli alti e dei bassi timori. Sulle mani, invece dei chiodi portavano anelli da cavaliere; e sul collo in luogo del nodo scorsoio splendeva il medaglione di onore.
Il cielo era nuvoloso e fosco. E quantunque albeggiasse appena, il calore era eccessivo e l’aria grave e affannosa.
Una donna viene da un vicolo per attinger acqua alla fontana del quatrivio dell’Aquila che ghermisce una lepre. Vi trova un suo conoscente che beve al cannello.
— Abbi lontano dal capo la collera di Bacco, o Venerio. I _meditrinalia_ — le feste del vin nuovo come rimedio utile alla salute — corrono dal primo allo undecimo delle calende di ottobre. Non lo rammenti?... Il bianco di Surrentum è confortevole a venticinque anni. Cotesto novellino del Sarno ti guasterà lo stomaco.
— L’ho bello e guasto, o Tataia, dal molto berne e dal gran sudare che fo. Mira! Abbiamo il fuoco nell’aria. Mai il calore di questo anno. E le fontane gocciolano, non fluiscono. Gli _ænopoles_ mi brinerebbero i lucri.
— Davvero! Eppure da due lune cadono frequenti e copiose pioggie. Che il fiume siasi prosciugato alla foce? —
Una donna, che avea la _taverna vinaria_ dietro la fontana, si approssima a quei due ed aggiunge:
— Quasi. Cominciò a mancare da tre dì. Ed ora vien giù a centellini. E siccome un beone di vin cotto alla mirra mi accusò di aver aperto nel mio cuore uno spaccio di bibite calde, io mandai alla fontana più in su per averne acqua fresca; e dopo lungo attendere n’ebbi. Ma la fu attinta dalla pubblica cisterna, colà presso, dove due littori vegliano dì e notte per la custodia e la distribuzione di quell’acqua piovana.
— L’anno del terremoto — se tel rammenti, o Fortunata — avvenne pure così. Le acque diminuirono. —
Il _seplasiarius_, che aveva la sua farmacia poco discosto, viene anch’egli a verificare il misero stato della fontana. E Fortunata a lui:
— L’arte della Seplasia che dà credito alle erbe amarissime e alle pillole disgustose, trae anche Flavio Fimbria alle manchevoli linfe. O, che il tuo pozzo è turato?
— Peggio. Dapprima diminuì la sorgente. E la rimasta ha un sensibile grado di calore ed un gusto acidulo e disgustoso al palato. — Che! Non ve n’ha più costì? —
Tataia gli addita il cannello di ferro che sgocciola a mala pena, e s’incammina ver la pubblica cisterna. Quivi era un pettegolezzo, un accapigliarsi, un bere a furia, tumulto che i littori acquetavano a dura prova. Ognuno il primo a gittare giù il secchio. E le donne le peggio ardite e linguacciute.
— Sii _formosa, decens, dives, fecunda_, o Pannikide. Concedimi il tuo posto. Se tardo — e sono qui da un’ora — la mia crudele padrona mi farà dare dieci vergate sulle spalle.
— _Esto beata_, Heracla. Ma le busse che ti risparmio, le busco per me; Lisistrata di Neptunale è una gorgona.
— Fuori la intrusa. Io vengo poi. O bel littore, fa rispettare la tua autorità e il mio diritto.
— Vedi chi parla di dritto! Januaria, di padre incerto e che ha securo amante nella casa dov’abita.
— Frena quella linguaccia di serpe. O mi forzerai, Melitta, a darti lo aggettivo che i tuoi casti ardori nelle _popinæ_ ti meritarono, quello di lurida _pellax_ — .... e anche peggio, di _porna_.
— Che ho a rispondere ad una donna _cujus ne spiritus purus est_? —
Allora Ianuaria più infuria e con voce maggiore e con gesti vibrati si slancia verso uno dei littori che per calmare quel tafferuglio, distendeva la mano onde separare le due litigiose e quelli che già prendevano partito.
— Ah! Vuoi anche tu ch’io mi muoia di sete, o difensore di male femmine? Fai bene a darle compenso, poichè con donne di garbo tu pugnar più non puoi.
— Le tue chiacchiere, o sguaiata, sono più inutili di _vitrea fracta et somniorum interpretamenta_. Inutili discordie! Ognuno avrà l’acqua a suo tempo senza motti villani e senza che abbiate a comperarvi un _galerum_ e porvelo come un elmo di chiome sul capo invece dei capelli che vorreste strapparvi.
— Ha ragione Nupeo. Si quieti la tentigine di queste piche parlanti e la destrezza prevalga. —
Così Nilodoro. Il quale, schiavo di un tintore presso la fontana dalla testa di Giunone, era venuto alla cisterna per compiacere alle voglie della leggiadra padrona che coll’audacia dello sguardo spiegava la segreta sua simpatia, eloquente però nei soppiatti incontri. Allora uno scoppio di risa ed un battere di mani. Anche le trecchiere dissimularono lo sdegno con finta ilarità. Ma le voci e gli alterchi ricominciarono ben presto a logorar la pazienza ai littori addetti a quel disgustoso ufficio.
Per quanto ognuno il vedesse, nessuno sapeva spiegarsi cotesta deficienza di acqua nel Sarno, cotesto ringoiamento delle sorgenti nella terra e quel sapore acidulo e puzzolente nelle acque che rimanevano ancora nei pozzi.
Due uomini passano per quella strada. Sono Solonas, il mattonaio ed Elio Gemino, il carradore. Si arrestano, ridono ed infilzano molte parole su quelle femmine che qua e là scorrevano, arrovellandosi.
— _Picæ pulvinares._ Gazze da mercato. Le trovi sempre pessime lingue e a gridare di piena notte che è mezzodì. — Manca l’acqua? Vi è il vino! Bacco ne spremette molto l’altro anno. Ce ne darà copiosamente anche in questo.
— Ma la baccante non è massaia. Ed io stimo la _eupatria qui providet omnia_. E poi cotesta stranezza non è a prendersi a gabbo, o Salonas. È nelle cantine un certo aere maligno che uccide gli animali che dentro penetrano. Due gatti del mio vicino, là sotto le mura che guardano verso Nuceria, furono trovati morti.
— E due facchini di Polibio, nel penetrare nel fondachi di quel ricco, presso il porto, prima ebbero spente le lampade e poi caddero stecchiti. Un altro che andava a soccorrerli, nel curvarsi sentì mancare il respiro e le idee vacillare. Escì fuori in tempo e potè riaversi sulla scala, alitando l’aria al di fuori. I cadaveri furono tratti su cogli uncini e non avevano un graffio sulla persona. Dunque la dea Mephite tolse loro il respiro.
— Ben dici, o Epietetos. Strano paese divenne il nostro da che Marco Herennio, decurione, venne a sol diffuso, a cielo sereno colpito dal fulmine nel Foro. — Dove di presente tu pingi?
— In una casa, quasi in fondo della strada che ha la fontana dal bacino arrotondato, presso il bello Edone, vinaio. Sai? Dove talvolta, o Pistosxenos, ti ho visto bere di tarda sera con Floro e Frutto, festevoli compagni, allorchè ti eri sbarazzato del carico di figulina che avevi portato da Nola. —
I quattro continuano a scendere per la via consolare.
— Veh! qual processione votiva! Come se fosse il sedicesimo delle calende di aprile, all’epoca delle _liberalia_, per le feste di Bacco, nell’assunzione della toga virile. Oh! il calore è eccessivo.... Guarda i due batavi di Capito come soffiano in sull’uscio! Il nostro clima ad essi deve parere l’alito di un forno acceso.
— E che dici di quel succoso che ti passava vicino? La felicità lo die’ a balia presso la Fortuna. E se suda, ha ben molte tuniche da cambiare. È Clodio Alypo, liberto di Calvisio; il quale, comperati i montoni a Tarentum, dopo il tremuoto e la gran morìa delle bestie, e ridottili in mandra, divenne mercante di lane e di proprio ha sei tintorie. Dicono possegga i suoi ottocento talenti. E in sua casa la borra dei suoi origlieri è tinta di porpora e di scarlatto. Sul suo desco _apros gautupatos, opera pistoria_ e vini squisiti.
— Come! Mangia i cinghiali cotti nella loro pelle? Allora gli spiriti incubi gli diedero il loro cappello perchè trovasse il tesoro.
— Egli felice che non suda al tornio facendo vasi ed orciuoli!
— Nè cuocendo mattoni al pari di me.
— Oh! parlaste a proposito degli effetti del caldo. Ho la gola arsiccia. Entriamo nella _taberna vinaria_, e beviamo del buono aromatizzato che spegne la sete.
— Savio il consiglio di Gemino. Il vino generoso e melato e mirrino, se supplisce ai panni nel verno, ingagliarda e sostiene il corpo in estate.
— Sì, se nol fai salire al cervello ad ondate; imperocchè allora vacilli e cadi.
— Io per me amo più i termopolii che la fullonica. _Aqua dentes habet, et cor nostrum quotidie liquescit._ Ma quando ho un _pultarium_, di quello che ha la _schedula_ sulla pancia e non si vergogna come le donne di dire la sua età, le squadro a tutti io. E Pistosxenos lo sa, il buon compagnone.
— Concediam libero il dire al figliuolo di Semele, lo allegratore degli uomini.... Ohe! Bubbio. Abbi Venere ritrosa se mai facesti galileo il vino che ti chiediamo. Del _calenum_.... e di quel _dominicum_, il vino che bevono i padroni di casa; e non sia concinnato con pepe o con erbe aromatiche. Non son del gusto di Gemino io.
— O Epictetos, tu devi andare al lavoro, rammentalo, e il pennello delira, se lo stomaco bolle. E la vedova di Alessandro Citus....
— Oh! per Ercole! Valeria Eupraxia non applicherà le sue labbra sulle mie per fiutare il _cadus Aliphanis_ che mia madre aiutata mi compose nel petto. Erano gli uomini che ai tempi dei re baciavano le mogli sulla bocca — e il dilettoso costume perdura — per conoscere dal loro alito s’esse avevano bevuto del vino. — Attento... Il vinaio mesce. E Solonas brinda.
— _Mihi, Tibi.... Vobis!_ Ah! Gli è pur buono.... Arianna tutto obbliava quando trovò un tal conforto dell’animo.... Ehi! Athicto Sinna, non passar oltre senza bere con noi. O che hai con quel viso da funerale?
— _Mulier, mulvinum genus._ È un nibbio. Non conviene usar bene con alcuna, perchè gli è come gittare il bene in un pozzo. Se giovane, è lo abbandono di se stessa, è la noia, la solitudine, lo ideale che arde nel suo cuore di una vampa bugiarda. Se matura, è un carcere, un imbarazzo.
— Sentenzia come Cicerone da vivo. — È amaro ricordo. Addolcialo con questo _vetustate edentulum_. Tradito a ponente, volgiti a levante.
— Conosci, o Gemino, il nome di quel tristo suo disinganno?
— Sì, Solonas lo diceva ora all’orecchio di Pistosxenos. La giovane Kallisto, figlia di Narcissio Moscho, presso le proprietà degli eredi di Giulia Felice.
— Veramente bella, grassoccia, al punto. La vidi di sera nel tempio di Venere; e la sua veste bianca si staccava dalla semi-oscurità come raggio di luna.
— Athicto, non piangere. Bevi piuttosto.
— Lascia ch’io mi beva le lacrime. L’amava come non aveva amato mai. Diceva appartenermi intera, senza riserva. _Semper et ubique_. —
— Ed ecco le parole cui tu non dovevi fare a fidanza. È lo stesso che attendersi inerzia da una farfalla. Ma non dubitare. Andrà lontano. Troverà la fiaccola che le arderà le ali.
— E che fa egli costì contro il muro?
— Poichè l’oro mi si fe’ piombo fra mano, scrivo con Ovidio:
Quisquis amat veniat. Veneri volo frangere costas Fustibus et lumbis debilitare bene. Sermo est illa mihi tenerum pertundere pectus, . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Quos ego non possem caput illud frangere fuste.
— La donna, amico, è come la coda del vitello, _retroversus crescit_. Appicca quindinnanzi il voto a ogni immagine, e sarai vendicato.
— Ma io l’amo e non posso. E così passerà la mia vita. —
Epictetos si appressa all’orecchio di Pistosxenos e susurra:
— Dì.... parla da senno Athicto.... e così.... in Pompei?
— Anch’io vi pensava su..., e comincio a temere che Plutone abbia respirato troppo vicino a quel suo delicato cervello.
— Orsù, fratelli, l’ultima alzata di gomito. E beviamo alla tua pace, o Sinna. E perchè ne profitti, ricordati che lo amore è la sfinge, la quale divora chiunque la interroga.
Quegli amici seguitarono la via e volsero pel vico storto, piegarono a sinistra presso la fonte del quatrivio, e discesero in giù. Un _vale_ incrociato; ed ognuno pei fatti suoi.
Il pittore Castresio, cui avevano dato il soprannome di κάλος, era già al lavoro. Sulle pareti del _cavædium_, tinte in nero, dipingeva baccanti abbracciate o sostenute da fauni festosi e danzanti. Erano i devoti seguaci del giocondo iddio che prometteva per non spinoso calle i piaceri di una vita beata. A’ suoi piedi era la tavolozza di granito egizio, posta sopra un braciere. I suoi rotondi incavi contenevano i colori di cui allora servivasi. Cosenzio abbelliva una scala. Vetidio, un _œcus_. Succidio Epitinka, lo xysto. Damisio restaurava un cubicolo. Poche altre pennellate, e tutto il lavoro sarebbe compito. Cantavano canzoni del loro paese. Lo amico che vide entrare Pistosxenos, scherzosamente il garrisce:
— Ti dai bel tempo, per tutte le muse eh? Hai ragione. L’aria è sì grave che spossa i nervi e le facoltà dell’occhio. E qui cantiamo come cicale di Rhegium. Ma indovino chi ti trattenne. _Colubra restem non parit._ Di serpi non si fanno corde, e tu saresti capace _resecare ungues_ allo avvoltoio che vola.
— A che miri con questo dir da sibilla?
— Penso che tu, _iterum et feliciter_, ti trattieni sotto coltri non tue e non ti fai sorprendere dal geloso. Bada! Cornelio Vitale or’è più di un anno _dispensatorem suum ad bestias dedit_. I duumviri glie lo accordarono ad esempio.
Vetidio entra a dire:
— Misero! Qual colpa in lui, se forzato a fare? Qual colpa in lei, s’egli bruttissimo?
— Eh! legge di taglione! Finire straziato dal toro! _amasiuncule mi_, smetti o ci capiti. — Dipingi qui e non in casa. Farai fortuna. Valeria Eupraxia ha ammirato il tuo Narcisso e la tua Danae col Perseo salvato nelle braccia. E parlò _libentissime_ di te e del valor tuo a Memore Istacidio, il sacerdote di Mercurio e di Maia. Pare voglia ridipingere il tempio e dare a te quel lavoro. Mio padre mel dicea sempre; _Literæ thesaurum est; et artificium nunquam moritur._
— Ti so grado, o bel Castresio, del sermone e delle liete novelle. Con siffatti stimoli vado a compire il lavoro. Ma non Klimenes me rattenne come tu ti piacesti pensare. Ma è disordine e sgomento nella città per l’acqua che manca. Ed Ælio Gemino, il carraio, con altri buontemponi mi trassero alla taverna.
Dopo un’ora le pitture erano ultimate per tutto. Nel cavedio mancava il _podium_, cioè lo zoccolo. Ma Castresio lo segnò, perchè, i _cementarii_ sapessero il punto dove avrebbero incastrato le tavole di marmo di Luna. Ed in punto, ecco Edone, il vicino vinaio che così tutti rimbecca:
— Come! Quando lo scirocco pesa talmente a soffocare il respiro e si suda solo pensando, e voi, beoni che mi sapete alla distanza della voce, vi state costì ansimanti qual mantice e non chiedete soccorso a chi ha tal merce che rinfranca ed allieta?
— Ti sieno propizi gli dei, o bellissimo Edone. Possa tu versarmi il vino sul capo se io manco al tuo invito. E non solo ceci e lupini; ma un po’ di _scriblita frigida_, di quella torta eccellente di ieri, se pur te ne avanza. Condita col mele caldo, berremo come Anacreonte, e tu sarai lieto di noi.
— Se tu paghi lo scotto, o bel Castresio, permetti al tuo Pistosxenos di aggiungere il cacio molle e rape con senape. Consenti?
— Costui mi vuol Trimalcione. E sia! V’ha tra noi Succidio e Damisio che nell’atto chiederanno fegato nei bacini, busecca di bue ed uova pileate. Non somigliano punto a Vetidio, del quale ebbi a scrivere ieri sul muro; _Ubi perna cocta est, si convivæ apponitur non gustat pernam, ligit ollam aut caccabum._
— No, saremo discreti. Non dubitarne. Ove mai tu imbandissi un prosciutto cotto, lo mangeremo tutto, e sii certo che non leccheremo l’unto della pignatta. —
E Pistosxenos, preso uno spillo, graffì sulla nera parete la sentenza che segue:
— _Invicte Castresi, habeas propiteas deas tuas tres. Ite et qui leges, calos Edone, valeat qui legerit_. Cotesto è il voto pel nostro caro anfitrione. Ma più che Giunone e Minerva io so che Venere lo prese per gli occhi. E ad essa il pomo.
— In fede di Edone, gli è un suo devoto e dei più passionati. E gli bisogna mangiar caldo e ber freddo. Or permettete ch’io pur graffisca qualcosa a mia volta?
— Eccoti lo spillo e scrivi.
Il vinaio pensò e poi stese la mano sulla parete.
— _Edone dicit. Assibus hic bibitur dipondium. Si dederis meliora, bibes conditus. Si dederis mina I, XL urna bib_....
— Orsù, a me lo spillo e traccerò il mio nome a conferma.
E graffì,
— _Calos Castresi_.
— Oh! Andiamo. Venere è losca. Perciò più bella. Diverrebbe irata se più qui tardassimo. E imbruttirebbe. Allora tutti gli dei contro di noi, ed avremmo pane pei nostri denti.
E gli allegri pittori seguirono Edone nella sua _taberna vinaria._
Per le vie sono mercanti di carne che portano sur un _cesticillus_ pezzi di trippe e di fegato, ed urlano i meriti della loro merce a buon mercato.
E _dendrophores,_ che tagliano, spaccano, segano e portano il legname da ardere a chi vuol comprarlo. E carbonai che spingono innanzi i loro asini pazienti e carichi, che a posta loro dirigono, ed arrestano per la coda. E venditori di fuscellini inzolfati che cercano di ricambiare coi rottami di vetri e con tibie di bue già mangiato. E ciechi che suonano nei flauti per buscare la vita. E saltimbanchi che imitano i giuochi del Circo. E prestigidatori. E robusti uomini che sollevano fanciulli sulla testa e sulle braccia, d’onde ricadono in piedi per le terre senza farsi alcun male. E uccellatori che si fanno ubbidire dai piccioni o dalle passere ad ogni loro cenno. Havvene uno finanche che presenta al suo cerchio di curiosi e di sfaccendati un bel ciuco, dalla testa maestosa e dalle orecchie ancor più, il quale indovina per un _triens_ quale del crocchio sia il meglio amato, il peggio infingardo, il più.... mariuolo. E le grosse risa quantunque volte la culta plebe e gl’incliti gladiatori credono che lo indovino abbia colto nel segno.
Uno che passava dà una occhiata di spregio alla folla, vi scorge un conoscente, lo tocca piacevolmente sulla spalla e gli dice:
— Che fai costì ritto, o C. Vibrio Saturnino! Studi per trovare un nuovo Dio in quell’asino addottrinato?
— La parola dello epicureo è sempre mordace. Credo, o mio Caio Nivillio, che tu sedotto da pochi anni dalla falsa dottrina, l’abiurerai pel nessuno interesse di sostenerla.
— Non è cotesto il luogo da tali ragionamenti. Vien meco nel Foro triangolare. Sederemo nella _exedra_, e correggerò le tue false idee sulla filosofia del grand’uomo di Gargettium, la saggezza e il luminare dell’Attica e quasi l’idolo degli Ateniesi. —
Un cielo caliginoso ma con estive temperie; strade piene di popolo gaio e incurante; la eterna bellezza di una contrada che dalle prime ore del mondo sembra voglia rivelare agli uomini un grande secreto, tutto cotesto impressionava i due amici sempre pronti, siccome meridionali, ad ogni specie di emozioni.
Nel passare sulla cantonata dinanzi la bottega del musaicista, Nivillio salutò Morultronio, intento al lavoro di genio e di pazienza. Era la copia di un musaico già fatto in una casa dinanzi le Terme del Foro, operato con minute pietre e scelte pastiglie di vetro.
— Bravo! Rinnuovi lo stesso genio bacchico di altra volta? Chi lo desidera?
— C. Calvenzio Quieto. Tu sai che ama il bere. E vuole che nel triclinio io collochi Acrato, l’antica personificazione del _vinum merum_.
— La sua coscienza val meglio di mille testimoni. _Vale_.
— _Valete_. —
Giunti presso il tempio di Nettuno e sedutisi, Nivillio cominciò:
— Mira. Non uso preamboli. Vi hanno cose che emergono come le verità dai pozzi, perchè sono gli ospiti invisibili delle nostre coscienze. Una voce autorevole, avvezza a scrutinare i misteri, vibra; i veli cadono; e le menti si aprono alla luce di un nuovo orizzonte. Epicuro meditò e scoprì che la natura si compose _ab æterno_ e si completò a seconda della necessità in tutte le parti dello universo. La ignoranza degli uomini creò gli dei invisibili a tranquillità delle loro visibili paure e gl’identificò negli uomini chiari degli evi anteriori, quasi per iscusa delle proprie debolezze e passioni. I legislatori persuasero le società alla credenza di siffatte menzogne. I tiranni le imposero per consacrare le loro inique malvagità. —
Così affermava Nivillio ai suoi tempi. Ed io dico nei miei come la religione sia una passione della umana natura, che assume il colorito dell’epoca, dei costumi, delle leggi, delle contrarietà, del clima, della maggiore o minore intelligenza degl’individui. I quali, dopo aver nutricato quella passione di futilità, di paure, di ferocia, di avarizia, di libidini e di egoismo la esprimono fuori del cuore immedesimata delle virtù e dei difetti del loro carattere peculiare. Laonde, ai tempi andati come nei nostri potevasi e si può essere religiosissimi idolatri, israeliti, cristiani, islamiti, bramini, cattolici, anche papisti,... e vivere vita lussuriosa, palesarsi usurai, ubbriacarsi, macchiarsi di sangue, ordinare macelli d’uomini, parlare di pietà, temere Iddio ed offerirsi alla storia sotto il nome di David, di Elagabalo, di Filippo II, di Luigi XI, di Cromvello, di Borgia, di Calvino e dei Borbonidi. Le temperie dell’aria, il calore del sangue, le ragioni di Stato sono elementi acconci a sanare di molte rotture ed a lenire qualche rimorso. Nè giovano riforme a rimedio di epoche rilasciate. Chè una religione troppo assottigliata dallo staccio della ragione cessa di essere una fede. Ed una fede imposta senza il consentimento della ragione è una cieca stupidezza ed una solenne bestialità.
Or ecco come C. Vibrio Saturnino rispondeva alle sentenze del suo compaesano C. Nivillio, lo epicureo:
— Ma Epicuro disse si onorassero gli Dei a cagione della eccellente loro natura.
— Lo disse, ma non lo credette. Poichè pur disse com’egli non attendesse alcun bene, nè temesse verun male da essi. Di fatti, non gridarono pei crocicchi i perversi suoi oppositori ch’egli rovesciava colle sue dottrine la osservanza agli dei? Nè voleva il culto mercenario? E se dicea si onorasse e si rispettasse ciò che è grande e perfetto, non era cotesto un temperare le sue arditezze con un giro di frasi che lo salvavano dalla morte? La ragione parlava per la sua bocca. Ai secoli la sentenza!
— Ma chi calmerà i rimorsi dell’uomo colpevole? Chi darà la forza alle virtù ignorate di continovare quando tutti i falli nascosti saranno scusabili ed impuniti? Le vostre dottrine limitano la esistenza ai brevi istanti di questa vita. E al di là l’uomo decoroso di virtù avrà la stessa sorte dello scellerato e dell’empio? Ah! io sarei veramente addolorato se avessi a perdere la fiducia in un soggiorno di delizie o di pene dopo la morte.
— Se tu togliessi per te il fastidio di pensare, proveresti lo stesso rammarico che senti allorchè ti desti il mattino dopo un sogno felice.
— Ma se tu dissipi cotesto sogno, non togli tu allo infelice le soavità che sospendevano i suoi mali?
— No. Il mio maestro elevò l’anima e fortificò la ragione. E insegnò che il vero coraggio sta nello affidarsi alla necessità.... In Jerusalem una setta perversa, quella dei Farisei, si sbracciò per accusare un filosofo di Galilea appo i Romani. E lo calunniarono dinanzi le leggi. E lo resero odioso al popolo. E gavazzarono allorchè lo videro sospeso sulla croce dei ladri e degli assassini. Pure quel crocefisso — lo udii anche dai circoncisi che sono qui — predicava una fede che a tutti doveva piacere: «Ogni uomo nato di donna è figliuolo di Dio onnipossente — Ognuno per conseguenza è eguale all’altro in faccia alla bontà divina.» Ed il pernio della sua dottrina era conchiuso in cotesta formola: «Non fare altrui quello che non vorresti che a te facessero.» Ebbene! Gli stoici, che sono i Farisei del panteismo, dicono di Epicuro le abbominazioni delle maladizioni perchè professò che la felicità dell’uomo consiste nel piacere....
— E ti par questa la teoria di una sana morale?
— Nel piacere che risulta dalla pratica delle virtù. E nessuno tra i tuoi brontoloni potette mai accusare nè Epicuro, nè i suoi adepti di sensuali pecche. Il popolo invece vede voi nè casti, nè temperanti, nè frugali.
— Ci sa religiosissimi.
— Ipocriti, frequentate i templi. Crapulosi, aiutate alla crapula dei sacerdoti e gli satollate di ricchezze e di prestigio. Se magistrati, vendete la giustizia. Se privati, cittadini, ponete allo incanto la bilancia di Temi. I legami sociali voi li rompete ognidì. I rimorsi nel cuor vostro assumono le sembianze di pregiudizi infantili; e gli dissipate coll’offerire una melagrana a Venere, un montone a Giunone, un voto a Giove, un’anfora di vino antico al dio Bacco. Arricchite colle usure?... Che monta! Una parte al flamine di Mercurio, lo incenso al comodo nume, il resto per voi. E vi beccate il nome di _boni viri_, di _verecundi_, di _religiosi_, di _integri_, di _innocui_, di _frugi_, di _omni bono meriti_, di _dignissimi Reipublicæ_.
— Non tutti così.... In ogni modo val meglio aspirare a leggi pure, solide, di facile esercizio e consolanti, di quello che ad una sterile virtù stabilita dalla opinione mobile degli uomini. E ve n’ha già di parecchi sistemi. E ne diviene imbarazzante la scelta.
— Ma quando la morale — che tu riconosci per tale al pari di me — non può più accordarsi con una religione malsana che corrompe i costumi e che riverisce ed incensa iddii ingiusti, dissoluti e crudeli, e non val meglio negare la loro esistenza piuttosto che degradarsi dinanzi a quei rivenduglioli di antiche frottole che di soppiatto si smascellano dalle risa della vostra melonaggine?... Ah! Voi siete gli empi davvero!...
— Io penso che tu rammenti come nella nostra prima gioventù, presi ambedue da una grande simpatia l’uno per l’altro, risolvemmo di consultare la iddia Iside sulle sorti che ci attendevano. Me la curiostà spingeva, a ver dire. Te una credulità superstiziosa. Andammo nel tempio. Affidammo al jerofante le due pergamene rotolate che contenevano le nostre domande e attendemmo prostrati a’ piè della edicola. Un sacerdote triste, pallido, abbattuto, cinto il capo di bende e di una corona di alloro, allumò sullo altare un fascetto di erbe aromatiche, masticò alcune foglie della corona, gittò questa nel fuoco insieme con una pugnata di farina d’orzo e annusò a piene narici le crepitanti fiamme. Quell’uomo lo dicono stretto al celibato; e le frizioni di cicuta par lo accomodino egregiamente ad osservare una strana legge contraria alla natura. Assistito da due sacerdoti che aveano nelle mani gli attributi del Sole e della Luna, passarono dietro la edicola.
— Rammento, o Nivillio, che due altri ci purificarono coll’acqua santa nell’atto che i vittimari scannavano i due vitelli bianchi di Surrentum che noi avevamo offerto alla iddia per renderla a noi propizia.
— Io tutto vidi, o credulo amico. E allorchè chiesi la ragione perchè al tuo vitello fecero mangiare la farina che gli presentavano; e perchè pittarono acqua fredda sulle aperte viscere del mio — il quale d’immobile ch’era divenuto, agitossi — nessuno di quegl’impostori rispose. Avvegnachè più le cose sieno inesplicabili e dure a ingoiarsi, più inspirano fede al volgo bietolone e ignorante. Un soave odore si sparse a noi d’intorno. Tu lo credesti prodigio. A me parve grossolano abuso della mia ragione. D’un tratto dietro il nume vedemmo sorgere una nube di fumo olezzante. E poi una voce cupa gutturale pronunciare parole sconnesse, ignote alcune, altre di nostra lingua — che non avevano senso veruno. Eh! era giovane allora e il mendicare un responso alla Iddia, se mi fece oltraggio alla mente, pur mi parlò di pericoli ch’era follia lo sfidare. Socrate morì di veleno. Diogene fu salvo della sua miscredenza per la nomea di strano filosofo. Tacqui. E siccome ambedue, senza dircelo, avevamo chiesto se avremmo patito il dolore di sopravvivere allo amico del cuore, il sacerdote portò a noi in una sola pergamena il responso deciferato. Qual’era che tu morresti colpito dalla folgore, ed io strangolato. Baie!
— Tu stracciasti, o profano, l’oracolo, e mal te ne coglierà.
— Morrò. Sei immortale tu forse?... Ho meditato lunghi anni su quella scempiaggine della mia gioventù; e nel segreto sentii gli orrori cagionati ai popoli e agl’individui dalle pitonesse, dai misteri di Cerere, dalle soperchierie di Delphi, dai responsi degl’ipocriti sacerdoti e dagli oracoli degli egiziani che vendono le loro frottole in nome d’Iside, qui. Una parola dettata da quei corrotti e mai satolli del proprio egoismo, suscitò guerre sanguinose in antico, portò desolazioni in una repubblica, ridusse in cattività gli abitanti di un intero paese, creò lo eccidio di una famiglia, troncò la vita di una creatura innocente. Giacchè mentovai i ciurmadori del tempio di Delphi, vo’ ricordarti quello che fecero al popolo di Cyrra, nella Phocide, correndo la LXXIII Olimpiade, quattro anni dopo che Euripides, il grande tragedo della Grecia, nacque in Athenæ. Gli abitanti di Cyrra, nel seno Crissæo, possessori della valle che si stende dal monte Cirphis al Parnaso, imponevano balzelli sui greci che sbarcavano nel loro porto per andare a consultare in Delphi il vantato oracolo. Ma nuocevano alla turpe officina. E l’oracolo, richiesto, rispose che i colpevoli meritavano il supplizio, cioè, che ogni cittadino di Cyrra dovesse esser perseguitato di giorno e di notte come cane idrofobo; si saccheggiasse il paese; e le donne stuprate; e i bambini ridotti a schiavitù. Parecchie nazioni si levarono in armi. La città fu rasa, il porto colmato, gli abitanti morti od in ferri, e i ricchi campi sacrati al tempio di Delphi. Una colonna fu rizzata sulla vasta pianura a ricordo del fatto. E col sangue delle migliaia di vittime eravi scritto: _Chiunque osi rompere cotesto giuramento sia esecrato agli occhi di Apollo e delle altre divinità di Delphi. Che le loro terre non portino più frutto. Che le loro donne e i loro greggi producano mostri. Che perano nei combattimenti. Che falliscano in ogni loro impresa. Che la loro razza si spenga. Che per tutto il periodo della loro vita Apollo e le altre deità di Delphi rigettino con orrore i loro voti e i loro sacrificii._ Questi i tuoi sacerdoti, avari, ingordi, mendaci, ladri, impudichi, arpie, mai satolle di dominio e di sangue. E l’empia sentenza correrà tradotta in ogni lingua nei secoli avvenire.
— Lo ammetto, ed ammetto altresì i vizi e le passioni umane identificate nei Numi. Ma se noi pervenissimo a purificare il culto delle superstizioni accumulate dai secoli, saprebbero gli Epicurei rendere omaggio alla Divinità rinnovata?
— Sei pure il dabben’uomo, o Vibrio Saturnino. Tu infradici i numi nel brago e poi gli correggi e gli lavi nel ranno a posta tua. Dunque, o buoni, o pessimi, sono l’opera delle vostre mani. Provami un po’ meglio la loro esistenza. Guarentiscimi con testimonianze irrefragabili ch’essi prendono cura di noi, ed io mi prosternerò ai loro altari.
— Sei tu che devi provarmi la loro nullità. Perchè sei tu che zappi le fondamenta ad un domma che i popoli osservano per lungo periodo di secoli. Ma un monumento che attesti la esistenza dei Numi pur vi è, e tu il vedi e il calpesti. Il sole, le stelle, la terra, l’organismo dei corpi, la differenza degli esseri, il petalo dei fiori, la polvere dorata delle farfalle, lo istinto degli animali, la nostra ragione. La natura sin dallo aprile è stata in un rapido movimento finqui. Ora si acconcia al riposo. Dunque vi è un primo motore. Cotesta azione è soggetta ad un ordine costante. Questo ordine esige una intelligenza suprema. Qui la mia mente si arresta. Se tu, o Nivillio, procedi innanzi, io dubiterò della mia esistenza e della tua.
— Coteste prove non arrestarono mai i filosofi sulla via della ragione.
— Voi siete presumenti.
— Noi siamo ragionevoli. E pensiamo colla nostra testa piuttosto che per quella di Aristotile e di Numa Pompilio. Leggi Timeo di Locrum, Anassagora, Platone, Pythagora, Antisthene, Epicuro, Socrate; e verrai facilmente alla soluzione del misterioso problema: «Molte sono le divinità adorate dagli uomini. Ma la natura ne indica una sola. Tutti hanno considerato lo universo come uno esercito mosso dal genio del suo generale, o come una vasta monarchia, in cui la pienezza dello imperio risiede nel principe.» Se Dio fosse, lo insetto, la lucertola, il rospo, il lombrico, il coccodrillo, la talpa, l’erba che non è albero, la scimmia che non è uomo, non dovrebbero lagnarsi delle imperfezioni loro prodigate? Ma son essi cogli altri i componenti del tutto e i perpetuatori del tutto, e non havvi ragione a lamento.
— Tu mi persuadi ed io fuggo. Oh! la illusione dei Campi-Elisi! _Vale._
— Ho speso fruttuosamente la mia giornata. _Faustum, felicemque._ —
Intanto che i filosofi si avviavano alle loro case ed una parte di popolo vagava per le sue faccende o si trastullava, le donne e i bigotti muovevano verso i templi alle preci votive a cui li invitavano i magistrati. Le stranezze che occorrevano erano insolite cose. Il maraviglioso mena al maraviglioso. La paura e la impotenza legano la credulità al carro dello ignoto cui si chieggono favori, aiuti, riparo e conforti. E tutti i superstiziosi e gli sgomentati corsero ai sacerdoti per offerir loro _ex-voto_, monili, pecunia e commestibili onde pregassero i numi a far cessare le minacce misteriose o patenti che pesavano sulla pubblica coscienza dei Pompeiani. I fani di Giove, di Mercurio, di Venere e dell’Augusteum, di Esculapio, di Cerere, di Nettuno e di altri iddii si affollarono di gente. E più quello d’Iside, deità di non remota instituzione e di moda. Grato Arrio, Amphio Serapa, Puccio Chilo, Messio Inventus, Merulino, Nimphiodoto Caprasio e gli altri loro consorti in ipocrisie accettarono la mèsse che la ignoranza impensierita loro forniva; ed ognuno — secondo il rituale del proprio culto — sacrificò, libò ed orò il meglio che seppe. Perchè, a ver dire, un po’ di spavento aveva pur scosso quei pubblici ladri e profittevoli ingannatori. Persino dalla parte più ignobile della città, verso il Sarno, accorsero gli ebrei, negozianti e schiavi venuti dalla loro distrutta città. Non avendo più tempio, nè potendo creare in terra straniera il loro _sanhedrin_, cercavano in tanto pericolo il dio unico dove poteva discendere, richiamatovi dagli incensi e dalle preghiere. Eliachim Verpa, il ricco mercatante, ne ritenne ben pochi e furono quelli tra i quali spandeva la buona novella e col loro mezzo faceva proseliti e propugnava di soppiatto negli schiavi la notizia della redenzione.
Sur un’ampia via che dal Foro, traversando quella che mena alla porta di Stabia, conduce direttamente allo Anfiteatro, è a sinistra una casa, il cui uscio apresi subito dopo un terrazzo lungo quanto l’abitazione precedente, guarnito di una balaustrata di ferro. Numerosi cittadini, solleciti liberti, procuratori officiosi, chiedoni di ogni genere sono sul selciato, assaltano l’uscio, empiono l’atrio. La diversità delle vesti, le varie persone che parlano di affari che la mobile fisonomia traduce a chi finamente le osserva, la magnifica architettura dello edificio sono indizi che colà dentro dimori un uomo di alta considerazione. Ed una voce ecco che l’indica. Nessuno degli annunciatori ha parlato. Laonde, tutti gli occhi si volgono sorridenti ad una gabbia di legno dorato sospesa ad una verga di ferro che traversa lo impluvio. La voce ripete il suo verso e dice:
— _Svedius Clemens, sanctissimus judex._ —
Era uno Ψίττακός verde, dal capo giallo e dalla coda rossa, cui avevano dato il nome di Catina, ch’erano le sole tre sillabe che pronunciasse pria che i servi altre glie ne apprendessero. Alle parole di quell’uccello, credutele escite dalla bocca del _nomenclator_, la calca si fece più innanzi nell’atrio.
— Isocriso Fortunato, qual cura qui ti conduce? Fatti in qua ed eviterai di aver pesti i piedi.
— Sì, o Claudio Espedito, meglio è serbar sane le costole e non esser dei primi.... E poi è un’afa che uccide. Qualcuno di quei solleciti, là nella schiaccia, perderà il respiro. Mira L. Pullio Mactoriano, corso in tanta fretta da non avere ancora allacciato le corregge dei calzari.
— E che dici di M. Epidio Sabino che pur sbadiglia ed ha la cispa negli occhi. La vanità gli vieta il sonno. E si fa spingere qui grosso e rubicondo per sollecitare dal sommo giudice imperiale la ratifica dei suffragi del vicinato per le prossime elezioni. _Habebimus ædilem trium cannearum!_
— Qual vita! Nei tempi antichi, pria che Silla legasse le ruote del nostro carro municipale, eh! amministrare il paese era un fatto onorevole ed onorato. Ma ora.... l’ombra e nulla più! Il magistrato è servo dei capricci dell’Urbe.... Ne avemmo di mostri a patire!... Vespasiano non ebbe nè grandi vizi, nè grandi virtù. Era alquanto dozzinale e plebeo, e di parole licenziose e brutte. Di lui, vecchio, massiccio, colle membra annodate e sode, e colla faccia rappresa che parea che ponzasse, innamorò Petronia, poi che fu morta la Cenide sua. La fe’ passare nel bagno, e ordinò al dispensatore di darle dugencinquanta nummi d’oro. Or, questi domandandogli in qual modo quella partita si avesse ad acconciar nei suoi conti, rispose: «Metti a uscita Vespasiano, di cui le donne invaghiscono.» Il figliuol suo, Tito, lo amore e la delizia dell’uman genere, per ora.... Durerà?
— Eh!... Amministrando lo impero insieme col padre, fu poco civile e molto crudele. Rammenta tra gli altri, Aulo Cecinna, uom consolare, pria convitato a cena e poi fuor del triclinio per suo ordine pugnalato. Si disse di una congiura di militi apparecchiatagli contro e che il pericolo lo forzasse. Le leggi erano. Poteva por mano ad esse ed evitare il biasimo grande.
— E quel suo mangiare e bere cogli amici e familiari i peggio vituperosi e disutili? E la folla di giovanetti sbarbati, dotti nella danza ed in libidinose posture? E gli amori colla regina Berenice? E il mercato di uffizi? E il riceverne mance e premi?... Vero è che, ottenuto il principato, si palesò uomo diverso. E non si mostrò al pubblico, ove tutta Roma plaudiva i suoi giovani e graziosi istrioni. E mandò fuori dell’Urbe l’amata e piangente regina. Nè tolse più cosa alcuna ai cittadini. E consacrò lo anfiteatro, e nelle Terme edificate colà presso ordinò con bellissimo apparecchio il magnifico spettacolo dei gladiatori. Parmi dunque, o Espedito, ch’ei....
— Farà prospera la repubblica, se non lo guastano colle adulazioni e colle abbiettezze.... o non lo uccidono. — Veh! lo sguardo sdegnoso e venale dei portinai come trasceglie nella folla dei clienti che gli assediano quelli che per pecunia faranno passare i primi! La venalità è il pessimo veleno che omai filtra per tutto. — Non mi hai ancor detto che ti mena da Svedio.
— Quando ei fu inviato da Cesare nella nostra Colonia, io era in Lutezia dei Parisi. Un mio vicino di campagna prese per sè la parte di terreno che mi veniva restituita, ed ora vo’ chiedergli giustizia senza aver che fare con quei sollecitatori che vendono a sì caro prezzo le loro parole. —
Cotesto insigne giureconsulto, per nome Tito Svedio Clemente, tribuno, era stato nel vero inviato in Pompei da Flavio Vespasiano per delimitare i confini del territorio della Repubblica Romana, occupato nel Pago Felice-Augusto dalle tre coorti dei veterani. Da che Silla gli dispose qui come corpo di osservazione, quegli uomini arroganti e spavaldi, perchè armati, commisero insolenze contro i cittadini. Avvegnachè, sentendosi essi il principale sostegno della politica dittatoriale, stimavano che gli altri fossero di un ordine inferiore. Divennero i tiranni della città. Commisero violenze e brutalità di ogni maniera. Il selciato pompeiano fu insanguinato. Publio, loro generale, pretendeva che i suoi soldati venissero riconosciuti come i liberi cittadini della Colonia. I magistrati, gelosi dei popolani privilegi, fermamente si opposero a quella imperiosa volontà; e ricorsero al senato nell’Urbe. Cicerone, pauroso di Silla, difese il nipote, quantunque in cuor suo lo accusasse. E Publio assoluto. E surrogato da Ninnio Mulo. E i veterani ebbero un vasto terreno, in proprio, da coltivarsi e da trasmettersi ai figli. Nella distribuzione dei campi furono però usurpate le proprietà dei cittadini. Laonde, litigi, ingiurie, busse e macelli. Bastava muovere doglianza contro un soldato, per veder sorgere la centuria e colle centurie le coorti, onde chiedere riparo col gladio al coltello. Svedio compose le liti insorte e i decurioni elevarono la sua statua sur un piedestallo, proprio sul posto dei diritti acquetati e riconosciuti, presso la strada dopo lo emiciclo di Mamia e sull’angolo della via che menava alla villa di Cicerone.
La iscrizione diceva:
EX AVCTORITATE IMP · CAESARIS VESPASIANI AVG· LOCA PVBLICA A PRIVATIS POSSESSA T. SVEDIVS CLEMENS TRIBVNVS CAVSIS COGNITIS ET MENSVRIS FACTIS REI PVBLICAE POMPEIANORVM RESTITVIT.
Un subito moto, come onde di mare che si seguono e si accavalcano, dinotò l’apparizione del magistrato imperiale nell’atrio. E la turba degli ossequiosi si spinse verso quella parte. Erano i _salutatores_ che volevano solo complirlo. E i _deductores_ che intendevano accompagnarlo se mai fosse escito. E gli _assectatores_ che in pubblico desideravano farsi vedere al suo fianco.
Di mediana statura, vigoroso, solido, dalle braccia e dalle gambe scultorie, sotto quella fronte larga e possente si disegnavano due occhi neri e fermi, di cui era difficile sostenere lo sguardo. La sua fisonomia aperta e ruvida palesava la energia del carattere. Lo aspetto complessivo della persona lo testimoniava.
E quel suo aspetto spirava un’adusta vecchiezza, quella beltà non più materiale, che è il canto dell’anima dopo la vittoria riportata sui sensi.
Il tablino, ove si mostrò ai clienti, era ornato di pitture bellissime. Sulla parete sinistra, tra’ lavori architettonici, vedesi ancora un Ermafrodito itifallico sedente, il quale colla manca acciuffa la barba di Sileno che è dietro le sue spalle, e colla destra si scuopre la persona. Una baccante ha nelle mani una coppa ed un tirso. Tutto il fondo del quadro è turchino, sormontato da un cortinaggio rosso con frange, i cui lembi d’ambo i lati scendono bellamente sopra lo zoccolo.
Svedio si presentò portando la mano dritta alla bocca e curvando il corpo a sinistra. Offerì quindi la destra ai più vicini che il nomenclatore gli presentava. Chiese della salute di tutti. Lamentò il caldo insolito, soffogante; ed il tanfo che sorgea dalle cantine e dai pozzi a far recere i mulattieri. Ascoltò le ragioni d’Isocriso Fortunato e chiese documenti per giudicarle. Si assise e terse il sudore della faccia. Rivolse la parola alle persone che riconosceva nella folla. Ed accolse benignamente le petizioni che gli venivano offerte. Cessato quel còmpito, e notando nel fondo dell’atrio la folla compatta degli accattoni, che invilivano la cosa immortale per provvedere senza fatica e coll’abbiettezza del limosinare ai loro giornalieri bisogni, aggrottando le ciglia gridò con voce sonora:
— Quei famelici clienti, quei chiedoni di _sportulæ_ non vo’ vederli io qui. Vadano all’Annona. Cesare mi mandava a rendere la giustizia sui piati straordinari e non a provvedere i fannulloni e gli stomachi vuoti. —
Ed accigliato rientrava nelle interne stanze.
Svedio aveva ragione. Il cuore umano non era più quello. Le contese civili col corredo del livore e della ferocia. La guerra servile col legittimo spregio all’autorità. La rivolta sociale collo inutile carnaio e col rammarico della ingiusta disfatta. La idea riscossa da quegli avvenimenti non pienamente acquetata. L’oblio che ferisce e dentro rode. Le perdite patite. Le ambizioni in trionfo. Lo intrigo in auge. Le schifose brutture imperiali. Il piacere dei sensi abbeverato di sangue e di lacrime. L’adorazione della libertà defunta. Ed un idolo sconosciuto ancora, ma pur fremente nella coscienza degli uomini. Tutte queste cose — cagioni ed effetti di molti mali senza rimedio — avevano prodotto un ibridume vergognoso — i parassiti, i pedanti, gli epuloni, le sciupate, i poetastri, i buffoni, gl’ignavi e i viventi di pubbliche e di private limosine. — Le dimore dei ricchi erano ogni mattina in sull’alba assiepate da gente stracciata che trascinava seco figliuoli sparuti, sudici e seminudi e persino donne languenti e prossime al parto. Le sante delicatezze dell’anima erano tutte morte... Ma non si erano consumate sulla croce del Golgota. E verrebbe il giorno in cui sarebbero risorte per far cangio lo aspetto delle generazioni a venire.
Gl’inquieti escirono dalla casa del giustiziere imperiale col ghigno sul labbro, colle maledizioni nel loro pensiero.
— Kale, ho inteso parlare degl’infortuni di Ulisse ch’errò per venti anni lungi dall’isola natale. Ben di lui più infelice, io mi smarrii qui dove nacqui e d’onde mai partirò.
— Non so trovare, o Priscilla, un’acqua abbastanza sporca per gittarla sul viso di quell’impuro egoista! Briccone! Egli ha i suoi redditi. E non pensa che noi non ne abbiamo. Ogni cosa aumenta di prezzo. Ieri, Scapula, con cui lamentava lo accresciuto valor del suo lardo, mi mostrò i pesi di piombo, sui quali era in rilievo ALVMVR-CAVE. Magistrati cani!
— Lo udiste, eh! lo uccellaccio di cattivo augurio! Quali occhi di gufo. Già, per noi poveretti non vi è che la croce! Cotesti ricchi sono tutti pirati e non risparmiano alcuno.
— Tu poi non puoi lagnarti, o Thessalo. In una casa il pesce. In un’altra un po’ di pecunia. E per sopra ciò hai così acconci i denti come le mani.
— Sì, non mi reputo tra i grandi infelici. E prego sempre Laverna che mi offra il destro di esercitar le mie dita.
— Ho udito ragionare da Spetillo, or or tornato dall’Urbe, come Cesare sia affettuoso e benefico a non lasciare alcuno partirsi da lui senza beneficio, od alcuna speranza. E soler dire: mai nessuno debb’essere del principe malcontento. E una sera cenando, risovvenendosi non aver fatto servigio ad alcuno, dicesse malinconoso agli amici, come quel giorno fosse un giorno perduto. Eh! Qual differenza tra lui e questi che qui lo adombra!
— Odo rumor di voci di gente riunita dietro le Terme. E suon di flauti con esse. Andiamo, Papyria, e inganneremo la fame cibando gli sguardi.
— Molti pur vanno da quella parte. Corriamo. —
Nè si erano ingannati. Al di sopra, al di sotto ed in faccia alla caupona di Svezzio, dalla insegna dello Elefante, era grande la folla, chiamatavi dal piacere dello spettacolo. Sur un triangolo avevano posato un canapo e distesolo sur un altro simigliante a dieci passi di distanza; un uomo con un grosso chiodo lo assicurava tra le commessure del selciato. Altri uomini in figura di Fauni mostravansi coperti di anassiridi verdi, rosse, gialle e turchine. Un tirso nella mano, una pelle di capro sul braccio, un fiocco di crini in arco sull’osso sacro.
Una voce grida;
— Abbastanza suonarono le tube, i flauti ed i cembali. Che tardate? Il circo è pronto. Gli spettatori sono impazienti.
— E le spettatrici? Ohe, Phæbo, sei tu che proibisci alle tue clienti di mostrarsi sul davanzale del _solarium_?
— O che tu dici, Hypsæo. Non son le mie schiave. —
Ma un funambulo è già sulla corda. Ha il corpo vestito di rosso e le chiome, la coda e la lira gialla. Con una gamba piegata ed un’altra distesa suona con ambe le mani la cetra, tenendo tutto il peso del corpo poggiato sulla punta del piede destro e sulla estremità del tallone sinistro. Guai se spianasse il piè sulla corda. I fischi lo assordirebbero. Debbono reggersi in equilibrio sulla punta o sul tallone.
— Sante vestali, al verone. Bene! Vivano i _rorarii_ della truppa leggera.
— Eccoci.
— Fuori gli _adcensi_. Voi siete i _triarii_ della riserva. Oh! Le belle affrancate del piacere! Dite: Salve, o Libertà! —
Il terrazzo sporgente sulla doppia via erasi a poco a poco guarnito di donne. Erano le Veneri plebee, le degradate che pagavano caro le infamie della loro vita. Giudicate indegne di protezione, non hanno tutori, e perciò non possono compiere verun atto legale. E acciocchè ognuno le riconosca, hanno rasi i capelli, coperti da una _picta mitra_ a diversi colori ed indossano la toga maschile. Erano o affrancate, o straniere, taluna bella di forme, tale altra bella per la vivacità dello ingegno, sino a maritare la voce agli accordi della lira, e a spiegare le loro grazie nelle danze le più seducenti. Dilettavano gli ozi dei marinari, dei poetastri — che sotto infinti nomi cantavano i loro vezzi — e dei gladiatori.
Un altro funambulo è sulla corda tesa. Questi è tutto verde. Salta e poi, stendendo ambe le braccia, si curva per mostrare ch’ei sa mantener lo equilibrio della persona in quella difficile postura. Gli gittano un _rhyton_, cioè, un bicchiere a forma di corno, che tiene sollevato nella destra e versa il vino in un cratere a due manichi che ha nella sinistra, abbassandola di modo che lo sprillo del liquido con arduo giuoco gli faccia arco sopra la testa. Quel bicchiere, detto anche _fluens_, dal rapido scorrere del vino, valeva a ricordare come di corna forate fossero i primi bicchieri nei rozzi banchetti degli uomini che cominciarono a coltivare le nostre contrade.
— A che più guardi, o Epeo, alla corda, o alle corde che ti allacciano i sensi? Quella bruna procace, la terza a diritta, che ti guarda e sorride, scrisse un suo vanto sulla parete. Vincitore nello Anfiteatro, tu da lei fosti vinto. VICTRIX VICTORIS. CONTICVERE.
— _Ita me bene amet_, non era dessa il mio dolce mele, il piacer di mia vita. Sticho mi rubò la mia Fimie, quella che poggia le belle braccia sulla balaustra. Oh! Per Antippe non darei nè anche il _ciccum_, la pelle bianca che cuopre gli acini di questa melagrana. —
Altri danzanti si succedono sul canapo. Saltano col tirso. Suonano le tibie od eseguono con destrezza giuochi di simil fatta. E la gente lo applaudisce e paga piccola moneta allo editore di quel popolare sollazzo.
— _Cape hoc flabellum_, Eris. Rinfrescati la faccia con esso e scaccia le mosche villane.
— Lo accetto, Annio Lucifero. Ma tu non guardare in alto; perchè opereresti follie indegne della tua età e dei capelli bianchi.
— _Deos compreco_ perchè ti tolgano questa pazza gelosia dal cuore.... Però, quella fanciulla lassù, che ride e sghignazza sguaiatamente, è bella.
— Non mi chiamare _febris querquera, aut tussis_. Ma, se non stesse in quel posto, anche tu, Kleopatra, _salubritas mea_, siffatta la troveresti. —
La moglie a questi detti si inorcò più che per natura nol fosse. Lo trasse a sè per andar via e die’ in questa espressione di spregio.
— _Butu batta!_ Trista razza d’uomo. Valea meglio affogarsi che darmiti sposa! —
Partirono brontolando e gesticolando. Desiderava la cosa impossibile, la fedeltà a tutta prova in Pompei.
— Dimmi, o bella Armonia, mi lascerai seder sullo altare, presso di te, che ammiro ed amo?
— E chi può negarti, o bel Sosio, quello che tu chiedi con tanta modestia? Entra, o alimento del cuore, ed espierò i miei torti nelle tue braccia.
— Sosio ha troppo bevuto, o Lycio. Sieguilo. Noi dobbiamo profittare di questo filo di vento propizio e partire per Rhegium.
— Oh! il mio giocondo compagno tornerà presto. Ma, poichè il vuoi, entrerò anch’io nel tempio e ne lo trarrò fuori.
— Come il corvo, voli al fiuto della carogna. Bada! In fede di Autolyco, se non vieni presto, farò disegnare sulle vostre spalle il nome che le madri vi diedero. —
Un altro funambulo, con anassiride turchina, è sulla punta dei piedi; e danza e suona ad un tempo le tibie. Il popolo plaudisce. Le donne del verone si abbandonano ai loro lazzi abituali e parlano a voce alta e chiassona delle solo cose che loro son familiari.
Quando di un tratto s’ode un rumor sotterraneo, come di un carro ruotato il quale strepitosamente corresse tra le fondamenta della città. Poi, uno scoppio terribile.
Era la settima ora; cioè, il tocco dopo il mezzodì.
Le mura delle case traballano. Alcune crepitano. Altre ruinano. Le pietre del selciato si sollevano in più luoghi. Il funambulo cade dalla corda, batte la tempia e muore. Tutti fuggono, urlano, piangono, incespicano, corrono smarriti senza saper dove. I muggiti della natura continuano, e un denso e nero fumo, a foggia di pino mostruoso, si leva dal Vesvio che gorgoglia, rugge e lancia folgori al cielo. Grossi basalti infuocati briccolano sulle strade, sui tetti. I colpiti muoiono. Le cose inerti si spezzano, sbalzano, si sfasciano e prorompono al piano con ripetuto fracasso. La gente impaurita scappa ove può.
Ecco altro nembo furioso. Una gragnuola di piccole pietre porose, leggiere, infuocate oscura l’aria, cade e saltella sur uno spazio immenso. Gli usci si chiudono. Le travi che non reggono il peso che sui tetti si aduna, crollano e schiacciano gli uomini riparati e le cose.
Oh! i gemiti, la disperazione, le grida, le smanie, lo smarrimento del popolo! Ed il turbine continova. E le orride detonazioni continovano. Ed i fulmini saettano l’aria. E vivi baleni tentano di penetrare la oscurità, la tingono per poco di luce corusca, poi la tenebra si addensa e tutto chiude allo sguardo.
Qua e là nelle vie, uomini audaci, rischiarandosi colle torce impegolate, procedono come possono sul nuovo suolo composto dalle pomici infrante. I passi si ricambiano a stento; chè, il piede infossa, si seppellisce tra i lapilli che scalfiscono e bruciano la pelle. I cani anch’essi cercano da tanta confusione uno scampo. I buoi, le capre, gli asini dei _pistores_ si affannano ad escire illesi dal tremendo flagello e col loro correre disordinato impediscono la fuga alle genti, le pestano e le feriscono.
Un fulmine solca l’aere tenebrosa ed illumina una scena di dolore. Presso le Terme, due framezzano gli ultimi gemiti coi baci. Un uomo col capo coperto è seduto sulle pomici che innondano il suolo di una bottega. Stringe al petto e tiene sulle gambe una giovane donna. Le sue labbra si posano sulla fronte pallida della ferita a morte che sanguina per le membra offese. I di lei occhi hanno lo sguardo estatico, incurante le sofferenze della carne. L’uno, sembrava fare e l’altra ricevere la confidenza estrema di quel segreto che è il fomite di tutte le grandi tristezze e di tutte le grandi speranze del cuor giovanile. Parea che l’uno dicesse:
— Il mio cuore sul tuo, o adorata. Giammai uniti quaggiù. O _mors amoris_, nel tuo grembo la pace delle mie ossa contristate. —
E l’altra coll’occhio fisso, quasi invetrato, parea ripetesse:
— Una sola speme. Fu vana. Muoio almeno fra le tue braccia. —
E la morente esalò in un bacio l’anima sua e sorrise. Ed il giovane si curvò, prosciolse le membra e cadde riverso sul corpo di lei. Erano morti, l’una di ferite, l’altro di schianto.
E le pietre pomici piovevano sempre.
Una bianca colomba errava alitando per l’aere caliginoso e nero. Offesa dalle pomici, grida, si asconde in un’apertura fatta dal tremuoto, vola, cade sbattuta sul suolo e, rialzata dal disio, sorvola e vola sempre. Alla fine si posa sur un antefisso di un impluvio, guarda smaniosa allo intorno, emette un grido di piacer passionato e si caccia nella buca di un muro. Altri gridi brevi, febbrili rispondono al suo. È coi figli. Si accoccola su di essi, gli bacia col becco, li ricuopre colle sue ali e dolcemente li garrisce.... Povera madre! Ebbe almeno il conforto di morire coi nati dalle sue uova!
In un luogo remoto, al di là dell’atrio, presso un piccolo xysto, sono appoggiati alle pareti di una stanza da lavoro trapezoidi finiti, e abbozzati e massi di marmo: e qua e là, per le terre, o sui cavalletti, grossi pali di ferro per levar pietre e volgerle a talento, varie seghe — una ancor conficcata nel solco operato sul sasso — martelli, mazzuole, lime e scalpelli con compassi retti e ricurvi. La casa è spaziosa, a due piani, che una scala di legno accomuna. Il silenzio delle voci è per tutto. Chi vi abitava, chi vi martellava, chi vi segava, chi digrossava i ruvidi pezzi di tufo e di marmo, al primo tremendo scoppio, seguito dalla commozione del suolo, fuggiva esterrefatto per far salva la vita a lui cara. Un uomo solo vi era rimasto impassibile e tetragono in tanta ruina di pubbliche cose. Suliodes ha il martello in una mano. Ha lo scalpello nell’altra. È dinanzi a una statua di marmo, nuda, di artistica bellezza, di un ideale ammirevole, coi segni impressi della voluttà e dello amore. Breve della persona, ha il volto greco cui la grandezza romana aggiugne qualcosa di suo. Gli occhi ha neri, grandi, estatici. I capelli crespi e ondulati si rizzano sull’ampia fronte. — L’aria si oscura. Sul selciato della via battono tonfi le pietre ardenti. Sulla terra soffice dello xysto si affondano e si ammonticano. Ed egli che sino dalla prima sua gioventù era stato reputato un vile, uno schiavo; egli che passava i suoi giorni evocando dal paese delle ombre, collo accento della fantasia degna di Orfeo, le Veneri, le Baccanti, le Muse, il divo Apollo e Mercurio, e le ninfe dei boschi e delle fontane; in quello istante di supremo disastro, egli contemplava l’ultima opera sua e non sapea distaccarsene. Nobile artista!
L’ora sublime degli affetti è quella della separazione; chè, nello abbandonare l’oggetto amato l’uom parte pregno degli effluvi di un eroico amore. E Suliodes, preveggendo il danno estremo, gittò le braccia al collo della sua statua e proruppe:
— Tu sei la donna dei miei pensieri. Sei la nata del mio cuore d’artista.... Che io muoia! E tu resta! Resta intatto, o marmo, a testimoniare ch’io ti diedi i palpiti della vita. — Ah!... —
Fu un grido straziante. Aprì le braccia e cadde stramazzone sul suolo, rigandolo di una larga striscia di sangue. Il soffitto, spezzato e affondato dai basalti se gli rovesciò addosso, spaccandogli il cranio e spezzandogli le membra. E la statua cadde sopra il suo osceno cadavere.
Suliodes era tal’uomo dall’anima semplice, diritta, sensibilissima, febbrile, smaniosa, martirizzata, non appagata mai, collo istinto di tutti i segreti della vita. Macilento, dalle gote infossate, le precoci rughe dicevano com’egli dentro soffrisse di quel male logorante che il volgo degli uomini non intende, nè scusa, di cui non si muore e che dà la esistenza eterna, quella del genio. La statua nello impluvio della casa di Cneo Vibio, raffigurante la psiche umana, era sua. I trapezoidi in quella di Cornelio Rufo, pur suoi. Da un anno lo schiavo aveva ricomprato dallo avaro padrone Aulo Castricio Scauro la sua libertà.... Il nobile artista era morto!...
E le pietre pomici piovevano sempre!
Sulla via che a diritta declina alla porta di Stabia e seguitandola mette alla porta di Nola, i carri tratti dai buoi, dai cavalli, dai muli, da man d’uomo s’incrociano con gente che fugge per diversioni svariate. Sopra una tavola alcuni trasportano una donna scolorata colle braccia pendenti, grondante sangue. Un’altra donna più giovane la segue ed è seguita da due piccoli figli attaccati colle manine alle vesti di lei e piangono ed urlano che è tutto uno strazio. Un uomo arresta i portatori di quel corpo esanime, si gitta sul selciato ingombro di rottami e di pietre e singhiozza.
— Mentre ei piange la madre ed obblia sè, la moglie e i suoi nati, lasciamolo al suo dolore e fuggiamo.
— Bene dici, o Volusio. E tanto più che ci pagò la mercede. —
E ratti si dileguarono.
I margini si fanno sempre più ingombri di feriti e di morti. I gelosi delle loro robe preziose e più care; quei che nel disordine delle idee non fuggirono presto dalle case che crollano, colpiti dai sassi e da un muro che, perduto lo equilibrio ruina, hanno rotto le membra o franto il cranio sulla soglia che pur dianzi era il pensiero della loro salute. E quasi non bastasse lo immenso orrore, coi danni irreparabili che veniva adunando, schiavi abbrutiti e nefarii — i quali, disonestamente trattati, non avevano alcuna nozione di ciò che onesto e verecondo fosse — afferravano bestialmente la occasione che loro forniva la irritata natura, per derubare, per uccidere e per dare ampio sfogo alle loro infami libidini. Uno si fa largo col coltello tra i denti, spoglia il vicino, ferisce e corre. Quale ruba una gentile ed innocente vergine dalle braccia dei propri parenti e, bestemmiando parole di dileggio e da trivio, sen fugge. Terrore. Emozioni. Grida di schianto. Brevi e disperate zuffe. Dolori che uccidono. Sguardi che imprecano. Ansietà impossibili a dirsi. Eroismo di amore. Brutalità da dannati. Ecco la multiplice scena offerta sulla lunga via che dallo sbocco della consolare, passando a lato del tempio della Fortuna-Augusta, menava alla porta. La quale gli Oschi costruirono di tufo, scolpendo sulla chiave dell’arco la protoma di Venere, l’affettuosa iddia che in quel giorno — al pari dei santi patroni, cui le bigotte, irriflessive, superstiziose, timorate e bietolone coscienze sogliono rivolgersi nei dì del pericolo colle novene e coi voti — non seppe difendere la città che in lei avea piena fede.
Apro Aulio Rufo — quegli i cui pilastri dell’uscio presentano i bei capitelli con una baccante e due piccoli putti in alto rilievo — aveva tratto per tempo, sui cocchi, nelle lettighe ed a piedi Celsa, Heria, Ada; e il giovanetto Cerio, ed il piccolo Valente, e la bellissima nelle sue grazie infantili, la Cumbennia, natagli da tre anni, l’olezzo del cuor suo, alla quale avea dato il nome della tribù antica cui era ascritta la sua doviziosa famiglia. Ma il cisiario Diofante invade con una ruota il margine e rovescia. Fallox e Nasso che seguono nella quasi oscurità il primo carro, pestano i caduti colle zampe de’ loro cavalli. I quali, impauriti dalle grida di dolore, sferzati da chi gli menava e sospinti dalla gente che fuggiva, inalberano rompono i ritegni, spezzano il timone, urtano, schiacciano e fuggono a furia sul declivio della via suburbana. Ada muore mentovando la madre. Celsa, che ha rotta la spina dorsale pel solco che suvvi fece una ruota, si volse al suono dell’amata voce, fruga amorosamente cogli occhi la tenebre e spira.
Oh! i funebri pensieri dei rimasti per terra, feriti e senza soccorso! Tutti invocano la morte; perchè la morte sola ha un sorriso per essi!... E la viene, colorata di sangue ed infuocata delle fiamme del Vesbio.
Il misero Rufo marito e padre, accorre fra quei morti e morenti, istupidito dall’ambascia. Un’unica speranza.... la salvezza della bambina che aveva stretta al suo petto. Parole dissennate escono dalla sua bocca.... Fugge e lascia coi cari estinti le collane, i pendenti, le perle, le monete d’oro, le patere, le tazze, i vasi di argento, tutto che in fretta aveva potuto rammassar nella fuga.... Dove morirono?!...
Un cisiario, per nome Felicissimo, ed un altro, Erosala, sferzano maladettamente i loro cavalli. Vengono dalla via di Mercurio ed avanzano malgrado gl’inciampi. Molta gente erasi riparata sotto le volte della porta di Stabia. I cavalli e le ruote traversano quell’ostacolo vivente e passano oltre. Vibio e Melissæa tengono abbracciati in sul carro i due loro bambini, di sei anni e di quattro. Nel successivo sono due liberti con ciò che di più prezioso si potette adunare nei sacchi. Giungono in faccia allo scoglio di Ercole, sulle saline, dove Cassinio poco mancò non fosse sorpreso da Spartaco nel bagno. Colà gemiti, urli, parole da lacerare il cuore.
Un padre che, fuggendo, avea smarrita la sua cara figliuola ed era tornato indietro due volte per rintracciarla ed erasi quivi ridotto per far salva almeno la sua vita, piangeva, si stracciava le vesti e parlava,
— O natura, forza imperiosa del sangue, ridammi viva la nata dalle mie vene.
E cuoprivasi il capo, si cacciava per terra e piangeva.
Un altro che aveva ritirato la moglie di sotto una parete ch’eralesi rovinata addosso e sulle spalle l’aveva trasportata fin là — discaricandola ed adagiandola mollemente sul suolo, disperato ed in lacrime le diceva,
— Pannixis, ti sposai da due mesi, sei lo amor mio, svegliati. Non mi abbandonare. Senti i miei baci? Vedi le mie carezze?... Qua... una face... O iniquo Giove! Scaglia su di me le tue folgori! Morta!... Morta!... Povera donna mia!... Qual nuovo Sinis, qual novello Procuste, pose in brandelli le tue misere carni! _Heu me!_ Che sono divenute le grazie del tuo viso e quegli occhi che splendevano come le stelle? _Exanimis jaces!_... Almeno, nume crudele, infame, fa’ ch’io la segua sulle onde di Styge e a traverso il torrente infiammato del Tartaro!... Che! Neppur le bestemmie ti muovono?... Ti proclamo inutile in questa ora estrema!
— Cessa dal tuo dir forsennato, o Salvio Curzio.
— Ahi sei qui, _machinator fraudis_? Disertasti l’ara di Mercurio e di Maia, o Memore Istacidio? Non gioirai a lungo dei dolori degli uomini. Giù nei gorghi del mare e con me.
E lo ghermì per le reni, lo sollevò di peso, lo trasse nelle onde. Il sacerdote si dimenava, lo mordea sulla spalla, gridava lo aiutassero. In tanta confusione un solo si mosse. Fu Felice Helvio, il suo collega nelle imposture.
— Anche tu, scellerato. Riderà Minosse in vedervi.
Il mare si aperse e si chiuse gorgogliante e spumoso. La natura li cancellò ben presto dal numero dei viventi.
Una face apparisce sulle onde. È una barca che si avvicina. Due uomini ne discendono, approdano, chiamano ad alta voce e procedono. I due bambini vanno loro incontro; essi li portano via. Cneo Vibio prende la cara donna nelle sue braccia, entra nelle onde, la consegna nelle mani smaniose, convulse di Demophilo e la vede in piedi tra i figli. È per salir dentro, quando un rumore immenso s’ode lungo la spiaggia da Stabia ad Herculanum. Il mare si ritira furiosamente e ribolle. Vibio e la barca sono sbalzati lontano. La barca sbattuta dalle onde, galleggia. Vibio... non è più. Il soffio di Dio erasi ritirato dalla sua bocca e lo aveva lasciato livido ed inerte cadavere.
Poco di poi, cessato il grandinar delle pietre, ecco un rovescio immenso di pioggia sul suolo. Le acque del Sarno e delle sorgenti dei pozzi, assorbite nei giorni innanzi dalle materie candenti ch’eransi sviluppate nel Vesvio, avevano servito di alimento al fuoco e, convertitesi in vapore, datogli la forza di scaraventare in aria i basalti, le grosse pietre e le pomici addenti. Ora, aspirando dai sotterranei meati le onde saline, le rigettava a torrenti sui sottoposti piani, compiva la ruina delle case e livellava i lapilli poco innanzi caduti. Al cessare della forza aspirante, il mare tornò impetuosamente a mordere le sponde. E tanti erano i fuggiaschi nelle Saline, tanti abbracciò nelle sue spire spumose e li trasse con sè negli abissi.
Demophilo, coi servi e colle ricchezze scampate, tornò indietro, malgrado i grandi pericoli, colà dove tutti speravano con ansia trovarvi Vibio, la doppia vita di Melissæa, la vita di quel cuore da cui tante dolcezze eransi rovesciate su dì lei cuore amoroso. Inutili ricerche! Ogni esistenza era scomparsa sul suolo lavato dalle onde furiose. La misera pianse, si strappò i capelli e pensò ove mai avrebbe portato le amare sue lacrime... Ma, tutto si cancella nel mondo, anche la esistenza ideale che è l’ultima requie della speranza! Tutto si raffredda, anche il pensiero.... E ciò che or or parea vivo, forse è già morto!
Nella strada che rade il fianco del tempio della Fortuna ha lo ingresso principale una casa sontuosa cui tre altre vie rendono isolata. La grandine dei basalti ha sfondato il suo tetto, crepacciato i suoi muri, crollato le sue pareti. Le lamine di piombo conficcate con chiodi di ferro spessissimi su di esse — per allontanar dallo intonaco sparsovi sopra la umidità della recente costruzione — pendono schiantate e rotte. Nei vasti atrii, nello xysto fiorito e pesto, nei peristilii corrono creature umane esterrefatte, a tastoni, urlando, piangendo e cadendo. La soffitta del tablino poggiante su rosse colonne erasi sprofondata sul più prezioso monumento dell’arte antica, il mosaico, rappresentante la grande battaglia di Arbelle, in cui Alessandro, a capo dei suoi cavalieri, si slancia verso il vinto Dario per farlo prigione. La terra, scuotendosi e sollevandosi, crepacciava i pavimenti di marmo, gonfiava i mosaici e le opere signine che tanta fatica avevano costato ai nobili artisti, miseri schiavi. Le pomici tutto ricuoprono.... anche una bella fanciulla, la piccola Irimilla, che atterrita e dissennata correva spinta dal genio della morte a salvarsi tra le fredde sue braccia. Il padre Mevio Apulo che la seguia per salvarla, stramazzato a terra da una colonna, perdette anch’egli colla vita le molte ricchezze che lo esteso commercio dei vini gli avea procurato. Al cominciar dello inesplicabile disastro egli avea detto a Caio, il suo figliuol primogenito.
— Va’ colla tua giovane sposa! Va’, corri e non volgerti indietro. I fulmini rischiaran la via. Profitta di quel lume di Averno per riconoscere e sfuggire lo estremo pericolo. — Abbracciami! O io salvo gli averi e ti raggiungo. O là... negli Elisi! —
I due amanti e sposi, convulsivamante stretti l’un l’altro, correndo a riprese sul nuovo suolo delle vie formato dai basalti, dai lapilli di pomice e dai muri caduti, livellato dalle ceneri fangose per l’acqua bollente, molti ne videro dannati dal feroce loro destino impaltenarsi, cadere, escire dalle profonde pozzanghere e ricadere anche una volta feriti, trafelati e presi per non sorgere mai più. Essi potettero giungere sino alla spiaggia, sostenuti dalla forza che lo spavento ministra e che addoppia lo amore. Nella oscurità si cacciano in una barca apprestata per lo edile M. Epidio Sabino dal liberto Hedysio, e fatti salvi dallo equivoco, col cuor sollevato si allontanarono dalla riva di tutti i dolori e di tante morti svariate. Allo scroscio delle folgori, al fulgore delle fiamme, al fracasso dei muri cadenti, le urla strazianti di un popolo e il ricordo dei cari lasciati non commuove più il loro cuore. La terra diviene per quei fuggitivi una visione svanita. Il solo mare ribollente, agitato risponde ai loro attoniti sguardi. Gli è che fra il cielo ottenebrato dalle ceneri, invisibile come il fato, e i flutti oscuri e tumultuosi una potenza unica, lo amor ricambiato ed egoista, aveva loro accavigliato l’anima a non permetterle più le sensazioni al di fuori.
Intanto nel gineceo delle donne, Mesionia, la moglie di Alleio, adunava gli oggetti preziosi ch’erano nelle camere. Braccialetti d’oro, fibbie, anelli, orecchini venivano da lei chiusi in fretta in una tunica. Alcune schiave, urtandosi, piangendo, gesticolando e pallide dallo spavento, trasportavano vasi di bronzo, tazze di argento e pitture di pareti; e incontrandosi lasciavano coteste cose per terra, piangevano, si abbracciavano, svenivano. Una bambina ed un giovanetto, curvi sul pavimento, ponevano in un cesto di vimini i loro _crepundia_, la bambola, un piccolo specchio di argento e una statuetta della Speranza. Creature infelici, non commoveste la natura col vano augurio! Un vecchio servo, Amiantho, togliea sulle braccia un’ara di marmo portatile colla iscrizione osca [Illustrazione: lettere osche] — Flousai, cioè Flora — che doveva essere la dea protettrice della sua sventurata padrona, — Tutti morirono. E lutto lasciarono!
Dirimpetto la entrata principale dello anfiteatro era un triclinio, dove solea darsi ai gladiatori un pubblico pasto, detto libero. Colà presso era un ricinto murato che accoglieva gli accoltellanti per vestirsi e per attender lo istante di scendere nell’arena. Quivi l’_editor_ portava le vesti, le armi, le reti per fornirne ai _secutores, retiarii, mirmillones, samnites, hoplomachi, dimachæri, essedarii, andabatæ, fiscales, subdilitii, catervarii, meridiani, postulatitii, laquearii_. Cotesti i nomi che distinguevano nella loro fatale professione i miseri operai dei trastulli romani. — Nei due luoghi, alcuni ragionavano, cioncavano e ridevano allorchè accadde il grande scoppio, nunciator del disastro.
Trulla e Naso erano giovani cui la passione della libertà caduta avea ritolto lo amor della vita. Ambedue da qualche anni, in epoca diversa, eransi ascritti alla famiglia del lanista C. Aellio Astragalo. E giurando _uri, vinciri, verberari, ferroque necari_, ricevevano il salario _auctoramentum_, perchè volontari e non _ad gladium_, oppure _ad ludum damnati_. Lo esercizio della ferocia parea che lor facesse obliare i gravi pensieri del proprio cuore. E gli austeri ardori dello isolamento e del pericolo sembrava che tranquillassero la loro fantasia ferita. Uno era _laquearius_. E toccando familiarmente, con certa spavalderia, la corda dal nodo scorsoio che gli cingea la persona, provava la immorale felicità di dar morte allo infelice avversario che il capriccio del lanista avrebbegli dato nello steccato. Vestiva una tunica corta di colore scarlatto. L’altro apparteneva alla categoria dei cavalieri e vestito di maglia — _clausis oculis andabatarum more pugnabat_ — e rischiava la vita, o uccideva senza vedere il suo bendato competitore.
I discorsi furono dimezzati, e per la prima volta quegli audaci fuggirono dinanzi il pericolo. Vaccula, il dapifero, e tre dei suoi schiavi corsero anch’essi smarriti verso lo anfiteatro. Uno fu ucciso da un basalto presso lo ingresso sotto la statua di C. Cuspio Pansa pontefice. Gli altri si cacciarono alla rinfusa nei corridoi; allo infuori di uno che nella furia e nella oscurità discese nell’arena e cadde nell’_euripo_ — canale pieno di acqua scavato attorno il _podium_, pur cinto di un _ferreus clathrus_ — le due difese che gli spettatori avessero dalle irruzioni disperate delle bestie feroci. Sull’orlo di quel parapetto si veggono in Pompei i buchi dove erano conficcati i graticci di ferro che Plinio chiamò reti per la forma che presentavano.
Nel catabolo erano due leoni. Uno, ruggendo cupamente si accovacciò aspirando l’aria umida nell’angolo della cella. L’altro fuggì rompendo le sbarre del carcere; urtò Trulla; lo azzannò e lo stracciò colle unghie come un impedimento alla fuga ed uscì fuori per morir soffocato dalla mefite non molto lontano.
Vaccula accese una lampada e con essa schiarò alquanto le tenebre. Gli altri si raccolsero attorno di lui. Pareano fantasime o quei malati che vedi errare nel paese delle febbri. Alcuni piangevano. Alcuni bestemmiavano il nome degli dei. Naso intravide la sua sorte con segreta rassegnazione. A quei cui il sangue rivela alcuna delle grandezze della vita, il pericolo delle battaglie, le sofferenze del dolore, le tristezze del carcere, lo aspetto della morte offrono splendidi e misteriosi orizzonti che le nature volgari non veggono. Afferrò animoso la nuova situazione quale gli dei glie la componevano. Si assise per terra lungi dagli altri; chiuse il capo nel _sagum_; gittò ai piedi un pezzo di catena d’oro, un anello ed alcune monete; si appoggiò colle spalle al muro del _vomitorium_; ed attese nella pienezza delle sue facoltà la visita dell’amica che aveva sempre creduto la venisse a lui armata di gladio.... La non tardò molto a venire. E le giovanili ambizioni, e le vanità della forza muscolare, e le irrequietezze del cuore, e i giorni di piena felicità, e le gioie grossolane dei sensi, e le aspirazioni di una gloria migliore, ed i palpiti della libertà, tutto fu consumato in un istante in quell’oscuro calvario di ben altri e più cuocenti dolori.
Nella via Domizia, sulla linea dirimpetto alla casa di C. Giulio Polybio, era la dimora dèi chirurgo Hemos, allievo di Bucchio di Tanagre, interprete in Cos della dottrina del grande Hippocrate. Il quale quivi era nato nel primo anno della quarta Olimpiade, e quivi fondò la sua celebre scuola. Questo nobile rampollo degli Asclepiadi — famiglia conservatrice per secoli delle teorie del sommo Esculapio — profittando delle discussioni dei filosofi che si occupavano del sistema generale della natura e della esperienza dei suoi — e più di quella del suo padre Heraclide — sulle vicissitudini patite dal corpo umano, concepì la splendida idea che fissa un’epoca alla istoria del genio — rischiarare la esperienza col ragionamento — rettificare la teoria eolia pratica — considerare i diversi fenomeni presentali dall’organismo animale nei suoi rapporti di malattia e di salute — L’arte siffattamente elevata alla dignità di scienza, camminò di piè fermo sulla nuova via che un alto ingegno le aveva dischiuso. E tre scuole si aprirono ben presto, in Rhodum, in Cnidum, in Cos. Lo spasimo venne curato secondo le regole confermate dalle numerose guarigioni e le tre scuole si allietarono di molte eccellenti scoperte.
Non lo amor del guadagno, nè il desio di celebrità avevano condotto Hemos dalla Grecia in Pompei. Demophilo ve lo invitava. Il sollievo dei malati ve lo facea rimanere. Creatore di una nuova scuola conservatrice, registrava i risultati della esperienza propria e degli altri, dettava i doveri di un medico e notava con pari franchezza le guarigioni e le morti. Una volta accadde che a lui portassero sur una scala un _tignarius_ che, caduto nel restauro delle mura presso la porta di Herculanum, aveva ricevuto parecchi sassi sulla persona. Il sofferente era tramortito. I _lecticarii_ non seppero rispondere alle sue domande. Ed egli non si avvide che gli era mestieri ricorrere al trapano. Funesti segni lo avvertirono dell’oblio. Dopo quindici dì fece la operazione. Ma il muratore morì lo indomani. Ed egli, il sommo maestro, confessò pubblicamente il suo fallo. Imperocchè, superiore ad un fallace amor proprio, volle che anche gli errori servissero di lezione. Sono corsi parecchi secoli e cotesta sincerità in luogo di accrescersi, è di troppo diminuita nei curatori delle malattie umane.
La casa aprivasi sullo impluvio ed in fondo era lo xysto. Ai lati, lunghe camere abbellite di graziose pitture, ed una di straordinaria grandezza e schiarata da parecchie finestre. Era la sala anatomica e la scuola.
Un letto di quercia in pendìo è nel mezzo. Sopra il letto è un cadavere. Ai piedi del cadavere sul pavimento è un vaso di terra per accogliere i liquidi che potrebbero scolare dal letto che finisce come una gronda. A lato del cadavere sta in piedi Hemos parlante ai discepoli, tutt’occhi ed orecchi in udirlo.
Quel saggio ha le linee regolari di una statua, illuminate da uno sguardo che un misterioso splendore anima ed avviva. La fronte è calva e i capelli imbiancano. È piccolo di persona, un po’ stanca, quasi emaciata. Di sobrie parole, ha il gesto concitato e di slancio, perchè ricco di sensibilità meravigliosa. Quelli che lo veggono grave allo esterno malamente lo giudicano. Le sensazioni delicate e profonde del cuor suo sono come quelle piante energiche e sottili che si veggono sospese agli scogli, a picco sul mare, nell’isola ove nacque. I venti impetuosi che spirano dal golfo Ceramicus le agitano in tutti i sensi nelle tempeste di autunno, e d’inverno; ma non valgono a sradicarle dove germogliano.
— La vita è breve e l’arte che noi esercitammo domanda lunghi studi e vocazione decisa. — Giudizio sano. Pronto discernimento. Carattere pien di fermezza e di dolcezza insieme. Amore alle cose oneste e al lavoro. E se l’anima s’intenerisce sui mali della umanità, certo che chiunque fra voi n’è dotato si passionerà per un’arte che insegna a guarirli.... Operate — e non vi stancate mai di operare — col taglio sul cadavere. Percorrete il cerchio delle scienze. La fisica dice la influenza dei climi su questa bene ordinata matassa di muscoli, di nervi, di vene, di fibre. E fatti dotti, viaggiate, osservate la situazione dei luoghi, le variazioni dell’aria, le acque che si bevono. Gli alimenti di cui il popolo si nudre, tutte le cause che guastano lo assetto della economia animale. —
E toccando colla mano il cadavere, seguitò:
— Le brevi e ricise massime scolpite nella nostra memoria guidano ma non illuminano abbastanza. Conviene applicare i principii generali ai casi particolari e interrogare la natura per non ingannarsi. E — ciò che è più difficile — attendere la sua risposta. Di celato io feci portare qui da un vespillone il cadavere di uno schiavo. Il pregiudizio non vorrebbe che quale è coperto dalle ombre della morte giovi al soccorso della vita in pericolo. Le leggi si oppongono. Ma le leggi permettono il macello dei sani nelle battaglie. E il pregiudizio applaude al carnaio nello anfiteatro.... La scienza è sovrana. E se ha doveri, ha pure i suoi diritti.
E preso il coltello di rame temprato — lo _scalpellum_ dei latini, lo σμιλιον dei greci — lo appuntò con tutta sicurezza sul disteso cadavere nella parte destra laterale del torace, là ove le costole ossee si articolano colle cartilaginee. Ma, infisso lo strumento, fermossi di un tratto come per arrestare una idea ch’eraglisi affacciata alla mente. E levando in alto il coltello con un gesto atto ad imprimere con maggior forza i suoi detti negli ascoltanti continovò:
— L’uomo di cui qui vedete i laceri avanzi era nato in Coronea nella Boeotia, condotto schiavo in Pompei e venduto a C. Pumidio Dipilo. Ora che con ribrezzo ne mirate le spoglie, mi avveggo com’egli differisca da noi, uomini vivi e liberi. Ma, allorchè quegli occhi opachi fulgevano, e quelle smorte labbra articolavano parole di vita, e quelle mani assottigliate e nodose erano validi strumenti per effettuare le idee, io non vedeva lo schiavo in quell’uomo. No!... Elette le forme. Vivace ed acuto lo intelletto. Impetuoso lo ardir giovanile. Nobile l’anima. E di squisito e commovente sentire il cuor suo!... Ben più libero ei mi sembrava di Sirico che lo aveva venduto e di C. Pumidio Dipilo, ricco di pecunia e d’immagini avite, che lo aveva comprato. Crixsos era il nome dello infelice. Io, famigliare di Caio, ebbi campo di studiare le fasi corporee e morali di questo estinto. Col _liber_ di quella pianta palustre di Syracosion, il quale rotolato si chiama _volumen_ — invenzione dovuta ad Eumenes di Pergamus — egli scriveva i βύβλος dei miei trattati sulla salute, i διφθερα che voi meditate. L’arte del pennello era pure la sua. E varie case in Pompei sono abbellite dai suoi colori. Amò perdutamente Sfinge, la schiava di Calepio Secario, di cui si fece il _contubernalis_, e ne fu amato con eguale ardore. Dopo poco però i favori di Venere assottigliarono lo stame delle due esistenze. La giovanotta morì di arsione. Egli, consunto e accasciato dal dolore di tanta perdita. Eccolo qui disteso dalla Phtysi o Phtoe, che fa pallido, debole, tossicoloso, emaciato.
E volti gli occhi ai discepoli, dopo aver rimirato il cadavere:
— Ora, uditemi attentamente.... I mali spiriti del mondo esterno sovente investono il nostro corpo, e suscitano una lotta coi loro poteri distruttori, cui la medicatrice natura si oppone coi suoi conati salutari. Allora l’uomo che sente in sè cotesto certame si fa tristo; e il terapeuta chiamalo egroto. Se la natura medicatrice ha tanta forza da affrontare la maligna natura e la respinge, lo egroto risana e si rassecura. Ma se l’impeto distruttore prevalse, la materia del corpo nostro più o meno lentamente si guasta, i pori si allargano, la contestura delle viscere si corrode e sopraggiunge la morte a dar l’ultimo crollo alla ruinosa economia. Allorchè siffatti guasti si stanno operando, il paziente è assalito da un calore urente che lo divora dentro e gli produce l’ambascia, lo anelito, che io chiamo _dispnea_, la prostrazione e la colliquazione. Or mirate come a tal penosissimo sentire corrisponda la spaventosa trasformazione del corpo.
Ciò detto, si approssimava al letto e accennava col tatto le parti del cadavere di cui faceva menzione.
— Mirate! — I muscoli impiccioliti e tabidi. Le unghie adunche. Rugoso il polpaccio. Le narici acuminate e gracili. Incavati gli occhi dentro le scatole ossee. Le labbra sottili che stringonsi ai denti. Prominente la mandibola. Sul petto voi potete contare le costole. Nello addome scorgete una cavità che va sino alla spina. Qui, sulle spalle, le scapole elevate e nude che paiono ali di uccello. Le nocche articolari delle ginocchia tanto prominenti da sembrare la estremità di una mazza.... Voi inorridite, o miei? Ma voi dovete pugnare contro la morte e conoscere la fisonomia della orribile Iddia in tutti i particolari suoi atteggiamenti. Altrimenti, come combatterla e vincerla?... Appressati, Albucio.... Che?... Turi il naso colle dita?... E sputi sul terreno come un profano?... Così non faceva Hippocrate, il padre nostro. Ed io vidi Buccino, da giovanetto, in Cos, rivoltolare colle mani gl’intestini di un morto che tale un sito fastidioso tramandavano da far recere parecchi tironi.... Ma tu sei bianco come un cadavere.... Ebbene! Vien qua, Menomaco. Tu sei più provetto cultor di Esculapio ch’egli non sia. Sostieni il braccio destro di questa materia inerte, perchè io possa col coltello aprire la cassa delle nobili viscere.
Il discepolo senza ripugnanza ubbidisce. Ed Hemos con due tagli regolari nel torace ed uno per traverso alla estremità delle costole ove ha principio lo addome, lo apre, ne squarcia le pleure e, rovesciandone il coperchio sopra la faccia, riprese:
— Ah! Il prevedea. I polmoni disuguali, rattratti, maculati qua di rosso, là di nero, su di olivastro.... Ecco la phtoe polmonare. Ecco il guasto di una lotta per quanto lunga, altrettanto straziante. Voi, Parato, Aquano, Faventino, Marcello, Paquio, Callisto e.... tu pure o Albucio,... vedete lo interno dei bronchi e della trachea che ho aperto. La empiema, o la purulenza, ha quasi ostruito questi condotti che portano ai polmoni e dai polmoni al cuore l’aria vitale refrigerante. Quindi, il cuore che qui è rosso e più grosso del mio pugno non essendo temprato da bastevole frigorico, tanto calore emanava nei visceri nobili e specialmente nei polmoni, da distruggerli quasi e ridurli alla forma che in voi desta ribrezzo....
Marcello interrompe:
— Ma il cuore, o maestro, come sviluppa il vitale calore sì necessario alla esistenza? Gli è l’organo da cui hanno scaturigine i nostri affetti, le nostre passioni. Dunque gli affetti e le passioni avrebbero una qualche simiglianza al calore che ci anima?
— Ben parli, o giovane sacerdote della umanità. Gli amori, le ardenze passionate commuovono le fibre di quest’organo che sta fra i polmoni. Quindi è che tu lo senti battere entro te stesso. E più tu desideri, più vibrati sono i colpi di questo martello. Le vibrazioni producono calore siccome il ferro percosso sulla incudine del fabbro. E il calore quindi regola la vita.... Questo schiavo amò potentemente. Il suo povero cuore picchiò forte e generò grande calore. I polmoni ne rimasero offesi. L’aria non valse a temperarne l’arsione ed il misero....
La parola della scienza fu tronca da uno scoppio terribile che mandò in minuzzoli i vetri della finestra e fece vacillare le pareti ed il suolo. Gli occhi dei discepoli fissarono esterrefatti quelli del terapeuta, e quai prigionieri dietro le sbarre facevano segni passionati e di grande sgomento. Il tonfo dei sassi sullo impluvio persuase alcuni ad escire da quella specie di letargo pauroso e correre allo aperto. Al traballare successivo e continovato della terra gli altri più provetti, che pure avevano le abitudini dei dolori e delle sciagure umane, a due, a tre volsero i talloni alla camera ov’era lo spettacolo della morte distesa, senza riflettere che anche fuori Libitina mieteva in vario modo le esistenze, come il villico colla falce l’erba dei prati.
Ed Hemos?... Hemos sentì qualcosa di strano infiltrarsi e correre per tutta la sua persona. Le gocciole di sudore cadevano dalla sua fronte, la quale aveva preso la pallidezza del marmo. Nella mente incerta volava uno sciame di figure alate che, urtandosi a furia, gli scendevano dal cervello nel cuore. Un supremo sforzo... e la psiche immortale aveva atterrato nella lotta la carne peritura che geme, e piange, e si agita convulsa nella strettoia delle avversità e del dolore.
— È l’ultimo giorno! E il novissimo istante! Da parecchi dì gli strani fenomeni che occorrevano e lo affannoso mutismo degli animali bruti mi facevano prevedere il danno di questa contrada.
Sale una scala di legno, traversa le _cœnacula_, si fa sul terrazzo sfondato in un angolo da un basalto e vede il Vesvio ardente ed eruttante in mezzo a turbini di fumo sassi e cose che di travi accesi aveano sembianza. Chiude il capo tra le mani e pacatamente discende. Ridottosi di nuovo nella sala anatomica, rimane alquanto pensieroso. E poi mormora:
— Urli disperati al di fuori. Il silenzio qui. I servi disertarono là casa. Ed io resto come un milite a guardia di una pubblica ruina. Rassegnato alla volontà degli Dei, attenderò con calma l’ora del mio passaggio. Abbellii l’anima di ornamenti suoi propri, la giustizia, la temperanza, la carità, la famiglia intera della virtù. Non feci male ad alcuno. Sento la loro voce che mi chiama e mi avvio.
L’aria erasi fatta soffocante ed oscura. La mefite serpeggiava sol suolo. Hemos chiuse il capo nella toga e si adagiò sul mosaico.
— _Fata vocant, conditque natantia lumina somnus_.... Qui, sul letto drizzato nelle tenebre. Esculapio, Hippocrate, Galeno.... io vi raggiungo.....
Per qualche istanti parea che due cadaveri fossero in quella sala, l’uno ignudo, l’altro coperto. Ma un piccolo moto convulso, succeduto da un lungo sospiro, pareggiò ambedue all’occhio dello invisibile. Hemos era morto!
Allorchè nel 1771 si sgomberarono i lapilli e le ceneri ammonticchiate in quella camera, vi si rinvenne sparso sul pavimento quanto l’arte chirurgica aveva inventato a sollievo della misera umanità. Vi erano le _cocurbitulæ_, ventose di metallo a foggia di ampolle con quattro buchi che si turavano colla creta e poi si sturavano perchè lo strumento si staccasse della epidermide. E l’ordigno per saldare le vene del capo. E gli scalpelli escisori a guisa di piccole punte di lancia e nell’altra estremità il _malleum_ per rompere le ossa. E le _spatulæ_ di varie forme. E gli specilli concavi da un lato e dall’altro come un’oliva. E un catetero forato colla sua mobile guaina. Ed un _unco_ per estrarre il feto già morto. Ed infiniti ami ed aghi chirurgici. E le _forfices dentariæ_, come le nostre tanaglie. E i _circines_, le _volsellæ_ e le tente urinarie ricurve. E le lancette di rame temprato assai duro. E le siringhe auricolarie, le seghe, i coltelli da taglio. Altri strumenti pur v’erano di uso e di nomi ignoti, racchiusi entro astucci di bronzo, di bosso e di avorio. E lo _speculum_, e le _ligulæ_ e il _pareuniterium_ pur troppo noti.
Nel vicolo poco discosto s’odono molte voci rauche, confuse e concitate in una volta. È Tito Atullio, il fabbricante dei _camini portatiles_, dei _foculi_, degl’_ignitabula_, delle _escharæ_ di bronzo — tanto in uso nelle Terme e nelle case degli agiati in Pompei — il quale riunito alla madre, alla sorella, al figliuolo Istacinio ed ai servi, nello escire ha perduto la moglie. I parenti ristanno nella oscurità e nella pioggia dei lapilli, curando le cose di pregio salvate — quattro orecchini d’oro, una collana, dei braccialetti, molte monete. — Il bambino ha una lucerna di bronzo che la bufera subito spense. Dopo molto errare presso le mura, eccolo ei torna, avendo tra le braccia Cœsia Prima, la cui bellezza era il sogno di un artista. Una capigliatura aerea e dorata si distaccava in anelli sul suo collo di cigno. Le rose delle ardenti voluttà eransi schiacciate sulle sue labbra. Ora sono pallide come i gigli e si fa trascinar dal marito come cosa morta. Procedono innanzi a stento... si arrestano.... piangono.... cadono.... e, tutti stretti, abbracciati, muoiono.
E le pietre pomici piovevano sempre!
Morto Popidio Celsino, la eredità di Plilia fu venduta, ed essa colla sorella tornossene in Grecia, dove da lento morbo consunta morì. La casa venne compera da Flavio Ceppysiodoro, liberto di Flavio Licinio Romano, arricchito dal commercio dei marmi. Avendo vissuto a contatto di tre diverse civiltà — molto in Egitto, un po’ nell’Urbe ed in Sycion ov’era nato, e per sopra ciò schiavo — aveva elevato a religione la teoria del tornaconto; e il re del suo Olimpo per lui era Mercurio che per sua propria devozione aveva mandato a nozze colla Malafede e faceva adultero coll’Astuzia, colla Menzogna e colla Viltà. A cotesti soli iddei egli dava incensi ed onori. Gli altri numi ei li lasciava tutti alla gente sciocca e gocciolona che non s’intendeva di affari. Per gli uomini arricchiti, di tal conio, la virtù in quei tempi era la virtù in questi che corrono — vano nome. — I nummi rappresentavano molte cose manchevoli, necessarie e richieste. Come oggi!...
Aveva sposato da alcuni anni Perennia, la figliuola di un’altro liberto ricchissimo, suo coetaneo, il quale era morto per un’apoplessia che lo colse nelle braccia di una donna. Un terapeuta corse in suo aiuto. Ma il brav’uomo era già nel Tartaro, attendendo che i _pollinctores_ gli lavassero e gli profumassero il cadavere e facendo voti che i _vespillones_ non gli togliessero di bocca la moneta per pagare il navicellaio Caronte. Come sempre, senza mercede non si passava in quel mondo che anche oggi si spera e si dice migliore.
Perennia era giovane e bella. Nè amava. Nè stimava il marito. Ma, molle e licenziosa, lo conduceva a suo modo. La sua faccia agl’indifferenti non diceva verbo e pareva una Sfinge. I giovani a modo però e che a lei piacessero vi leggevano quello che nel verno, appoggiati i piedi sugli alari di un camino, noi vediamo sui capricciosi disegni delle fiamme e del fumo. Val quanto dire ciò ch’essi volevano e desideravano.
Nel secondo atrio adorno di bel pavimento a musaico e che ha un recipiente rettangolare nel mezzo per raccorvi l’acqua piovana del tetto, sono molte donne che tessono e filano con quella rilasciatezza con cui lavorano le genti comprate, cui i rimproveri e lo staffile sono incitamento alle opere. Ed il caldo soverchio sin dalle prime ore del giorno — quell’afa sì straordinaria, in tal mese autunnale — avrebbe loro fornito le proprietà sonnifere del papavero, se non avessero dato alcun riposo alle mani e molta libertà alle ali del pensiero. Una sola aveva un viso misterioso. E, poggiati i gomiti sulle ginocchia, lo sosteneva sulle palme aperte delle mani. Clysma, nata in un paese dell’Asia, era poco loquace per abito, e parea che, prestando l’orecchio alle armonie della sua mente, si confortasse della schiavitù e della durezza di quello stato con consolanti e fatidiche apparizioni.
Perennia che dormiva in una stanza vicina ruppe con un grande urlo il cicaleccio delle sue schiave. Alcune accorrono nel cubicolo. Poco stante essa giunge pallida in volto, si asside e si terge il sudor della fronte. E tutte ansiose a domandarle che fosse.
— Ah! Io feci un sogno tremendo. E mi destai affannosa e fradicia tutta. —
E Scaura, e Maronia, e Giulia, ed Angipta, ed Auga, e Tanablea le ripetevano la domanda.
— Pareami di essere in un paese pieno di strepito e di lamenti. Era in Pompei? Non so dirlo. Ma nessuno io scorgeva intorno di me. Volti gli occhi in aria vidi Nemesi irata lanciar sulla terra gruppi di serpi lividi e schifosi. Tento uscir dallo xysto e riparare in casa, quando odo un urlo straziante.... e inorridita veggo il piccolo Cæsariano coi capelli irti sulla fronte correre a me e precipitarmisi nel grembo. Un di quegli aspidi lo mordea sulla nuca e le sue spire strette al collo glielo serravano a soffocarlo. Pallida, tremante, fuori di me dallo spavento, mi provo a discioglierlo da quel laccio. Ma.... le forze mi mancano, le dita s’irrigidiscono, grido.... alfine mi desto.
— Terribile sogno! Clysma? Esci dai tuoi abituali silenzi.... Soccorri alla nostra padrona colla tua prescienza e la calma.
— Maronia.... E che dirò? Voci giulive non mi esciranno dal labbro. È il sogno men chiuso che Perennia abbia mai fatto. —
E Scaura;
— Orsù. Toglici dall’ambascia. Apri gli arcani del sogno. —
La Egiziana allora guardò tutte in viso una per una, e si levò dalla postura in cui erasi per ore tenuta. E per quella facoltà dello spirito la quale nelle sofferenze morali, fa che la creatura dai nervi sensibilissimi presagisca gli avvenimenti o, nella esaltazione del cervello, li vegga svolgere in luoghi discosti, Clysma continovò:
— Osiris, lo sposo della sorella Isis.... Typhon, suo fratello, lo è di Nephtis. Questi ha trovato la corona fraterna sul letto nuziale presso la moglie addormentata e stanca... Mirate lo scoppio della gelosia!... Le acque invece di fecondare distruggeranno. Le terre aride colmeranno le terre piene di vita e di germinazione. La nimphæa nelumbo impallidisce e muore su suo verde stelo.... La felicità morta! Le dovizie morte! Lo amor morto!... Tutto morrà in questa contrada che ha dilaniato a lento morso i miei verdi anni e il mio misero cuore!... Amset, Hapi, Satmouf, Mamses — i geni di Amenthi — non accoglieranno col natrum le nostre viscere nel loro grembo. L’orecchio di Retiset è già chiuso ai vostri lamenti.... Apparecchiatevi. Apparecchiamoci tutti.
— Io ti farò battere _usque ad necem_, o nera maliarda. È l’acre vendetta della vile anima tua che a te suggerisce....
— Nè padroni. Nè schiavi. Tutti eguali innanzi all’ira di Typhon. Le sue collere tu le hai vedute. Esse si spanderanno su te.... Era l’agonia che ti troncava i polsi e ti vietava di salvar Cæsariano.... Dì! Non vedesti il monte nel sogno?... No?.... E pure dal monte Typhon verrà. —
Ciò detto, Clysma tornò a sedere per terra, appoggiando le guancie sulle sue mani. E le altre più impaurite che mai. E Perennia divenne livida come se l’alito della morte le avesse sfiorato la fronte. Ma, cambiata idea, replicò:
— Io ti ho comprato _gypsatis pedibus et auribus perforatis_; ed eri una _vernacula_ nata in casa di un cittadino romano in Babylon. Ti feci istruire _in artibus ingenuis_ e fosti _pædagoga_ del mio Cæsariano. Eri considerata la Perennipora qui. Così tu ricambi la bontà del mio cuore?
— Accorciando lo stame della mia vita tu non allunghi il tuo. Io tel ripeto... Typhon si agita per febbre ardente nel monte. Credi tu che le tue verghe solcanti il mio corpo possano fare ch’egli non ne esca fuori? E pensi che se tu dicessi al pretore:
— _Hanc fœminam liberam esse volo jure Quiritum._ —
cotesta affrancazione salverebbe la città dall’ultimo esterminio?
— Oh! Questa schiava coi suoi delirii m’insulta. Chiudetela nello ergastolo, e questa sera deciderò della sua sorte.
— Presumente!.... Non sarai in tempo fra un’ora. Un’ora?... Ecco. Trema la terra... Ah!... Lo scoppio!
Tutte balzarono qua e là, tenendosi alle vacillanti pareti. L’orribile scroscio rintronò nei cuori già preparati dalla paura. La gragnuola delle pietre incomincia. Un tetto è sfondato. Cæsariano ferito nel collo corre barcollante e piangendo in cerca della madre e la giunge. Auga, Maronia entrano nelle stanze e raccolgono anelli, armille e monili d’oro, utensili di argento e una copia grande di monete. Riedono presso la padrona e la persuadono alla fuga.
Ma dove e come? La pioggia delle pomici ha oscurato l’aria e ricuopre il suolo. Tentano a tastoni, a lato del tablino, di penetrare pel piccolo uscio nel sotterraneo e salvarsi dal triclinio a terreno per la pianura. Scambiati pochi passi un’aria pestilenziale e non respirabile ne le caccia indietro.
— Salvaci, o tu, che lo puoi. Le dovizie di mio marito per te!... Affida alle braccia del tuo Dio questo frutto almeno delle mie viscere. —
E stringeva al petto il bambino e lo baciava coll’amor passionato di una madre. E stendendolo a Clysma, cadde stramazzoni, sui lapilli, affogata dalla mefite. E tutte caddero morte nell’atto stesso.
E le pietre pomici piovevano sempre!
Sino dal giorno innanzi Tito Plasilio Aliano, figliuolo dello affrancato Timagène era tornato dal _Pontus Euxinus_, sur una delle navi paterne. Disceso e abbracciata la famiglia e tutti gli amici che ben presto gli furono d’intorno, die’ ordine di scaricare la _caudicaria_ che aveva guidato nel porto. Il dì poi chi passava trovavalo laggiù e gli stringeva la mano e festosamente lo baciava. Era un bravo uomo, tutto inteso all’ora presente e felice nei ghirigori della vita. L’anima sua e le cose esterne nel vagabondar che faceva mai trovavano il chiodo fastidioso della fermata. Nomade nel deserto dei mari, le sue corse erano come i raggi del sole i quali splendono per tutti; e non sentiva gli accessi melanconici della poesia solitaria, figliuola allo egoismo. Giunto laddove gli affari del traffico paterno il menavano, vendeva, cambiava, comperava. Ed intanto provvedevasi di uno alloggio e di un’anima che non fosse tirannica, permettentesi senza donarsi. Talvolta erano doni di Numi. Tale altra merci lucrose. Sempre passeggere felicità, incarnate e colorite da un vivido sangue; il quale, al pari del liquore dei grappoli d’uva, forniva ebbrezze subitanee ed accessibili a tutti.
Giovanetto e col padre erasi dato al mestiere del nauta. Aveva visto molte contrade, e il suo intelletto erasi sviluppato al contatto dei diversi popoli che avea bazzicato. Sapeva la storia dei Greci, suoi compatrioti di origine. Conosceva i loro usi, i loro spettacoli. Erasi maravigliato dei monumenti del vecchio Egitto e delle pitture di vivi colori — mezzo decorativo, recondita storia. — Tende — Armenti — Deserti — Vaste solitudini — Città incivilite. E il lago immenso detto il _Palus Maeotis_. E Panticapea, dalla cui altezza scorgevasi la imboccatura dello stretto del Bosforo Cimmerio che congiunge il lago al _Pontus Euxinus_.
Begli anni vaganti e bene spesi, perchè proficui al suo commercio e allo addottrinamento del cuore. Tornato in paese, gli pareva ringiovanire. Emozioni, sorrisi, riposo. E quelle maghe graziose dello spirito, che aleggiano attorno e dicono il dolce incanto a chi ritorna dopo una non breve assenza nel loco natio.
— Sii il ben giunto, o Plasilio, nella nostra città. Che io ti abbracci e mi gratuli teco della fiorente sanità che gli Dei ti conservano.
— Sei sempre il mio amico, o Porcinio Rodio, fin da quando Verna ci forzava ad apprendere a furia di nerbate. Sia pace ai suoi Mani. Ma aveva il braccio assai grave. Che fai costì nel porto?
— Seppi il tuo arrivo ieri nell’Odeon dagli amici Umbricio Bifurco e Karminio Hyccario. E venni a vederti, poichè immaginai come nelle tue case fosse vano il trovarti. D’onde vieni?...
— Dalla costa orientale del Chersoneso Taurico.
— Quali le merci trasportate qui?
— Molta parte del carico è il frumento che gli schiavi e i saccari ammonticano dinanzi il magazzino, là in fondo. Or che la Sardinia e la Sicilia ne fanno desiderare, stimai affare migliore comperarne nella Tauride che ne produce in abbondanza. La terra, solcata appena dallo aratro, ne dà trenta per uno. E l’affluenza da qualche anno è siffatta che hanno aperto di recente in Theodosia un porto capace di almen cento navi. Giunio Sequestro, il pompeiano, e lo ateniese Hyphidamas sono andati a Panticapea. Il grano quivi è più caro. Ma lo caricano subito senza attendere il turno, e per una nuova legge non vi si paga diritto nè di entrata nè di escita.
— Anche di quel porto dicono maraviglie.
— E a ragione. E l’arsenale? E il castro? E la città? E le case dei particolari? E le taberne? E le fabbriche? Tutto grande quello che qui è piccino. Al ricordo le mie sensazioni si ravvivano e....
— E più se rammenti le creature che furono parte animata delle tue felicità, eh?
— Eh!... Gli è pur così.... E molte volte io chieggo a me stesso se il lago Maeotis non sia il più vasto dei mari e Panticapea la più bella e vaga ed ospitaliera città dello universo.
— A trent’anni... e sempre eguale come a diciotto quando lo spettacolo del mare t’inteneriva sino alle lacrime.
— T’inganni, o Porcinio. Così fosse?... Il molto vedere ha strozzato la sorpresa innanzi i miei occhi e di tal guisa svanirono i molti piaceri di cui essa è la madre. La esperienza a poco a poco si è rivestita delle spoglie che appartennero alle sensazioni defunte e rimango quasi insensibile a ciò che una volta m’illuminava tutto.
— Il solo Ponto opera però il miracolo!
— Vorrei veder te in faccia a quello immenso bacino, circondato quasi per ogni dove da montagne che più o meno si sollevano dalle sue rive ed in cui quaranta fiumi versano le loro acque, provenienti dall’Asia e dalla Europa. La sua lunghezza è di undici mila stadi. La sua maggiore ampiezza, di tremila e trecento. Differenti nazioni sono disseminate sui margini suoi, di diversa lingua, di varia origine, di più svariati costumi. Vi siedono città fondate da quei di Mileto, di Megara, di Athenes. A levante è la Colchide, celebre pel viaggio degli Argonauti.
— Dicono che nel verno Eolo vi abbia il suo trono.
— Grande verità! Gli è perciò che prevedendo le nebbie le quali oscurano la sua superficie, io drizzai la prora al ritorno. Hannovi nel verno terribili tempeste e naufragi numerosi. Ma quai pesci eccellenti! E quanta abbondanza! Il fango e le sostanze vegetali che i fiumi vi scaricano gl’ingrossano e gl’ingrassano. Si vive sulle sue coste a ruba. Immagina! Un bue di prima qualità pel nutrimento dei rematori te lo danno per ottanta dramme. Un montone per sedici. Un agnello per due. Un manovale costa per giorno tre oboli. Vi ho comperato mantelli di lana per venti dramme e delle scarpe per sei.
— Verrò da te ad approvigionarmi al bisogno. Per ora la temperatura non lo richiede, e cotesta è una grande stranezza del nostro clima in questo anno.
— E sì, che anch’io ieri nello imboccar nel cratere me ne avvidi e ne stupii forte. Ænonao, il protosaccario di mio padre, ha chiesto doppia razione di _posca_ per ognuno dei facchini da scarico.
— Nè basta, o padrone. Ci pare di aver lo stomaco di ferro rovente. Più se ne beve e maggiore è la sete. —
Era Cantrio che ripassava dopo aver gittato il suo sacco sul cumulo.
— Lavorate animosi e ne avrete.... Ehi! Santapila, tu che vai carico verso il fondaco, di’ ad Ænoao che addoppi il buono che con tanta facilità traspirate. Ma in tre dì voglio sgombera la nave per caricarla d’olio in Capreas. —
Presumente! Parlava di avvenire in una città condannata e sopra un selciato, mobile e vacillante quanto la tolda della sua nave!
I due amici si trassero di là e per la porta della Marina si avviarono verso Pompei. Dinanzi la nicchia di Minerva sotto l’arco, incontrarono Hera Nevia, Appia Callista e Terzia Turpedia, giovanette in preda a febbri d’artificio che lo amore condanna e le cui fiamme sono incerte ed effimere. Erano seguite da Abiginio Albulato, da Sesto Eppio, da Afrenio Helvino, giovani sfaccendati che uccidevano la noia logorante delle dodici ore luminose nella tonstrina, nei termopoli, nelle Terme e le altre dodici nelle orgie. Un ricambio di sorrisi. Strette di mano cordiali, ed innanzi. Giunti presso la Basilica, il suolo traballa, le mura crepitano, le colonne piegano in volta. E poi un rumor sotterraneo. Quindi lo scoppio sul Vesbio. Corrono barcollanti nel Foro. Una colonna di fumo. Una grandine di sassi. Si cacciano a precipizio sotto il portico e fuggono.... Fuggono. E lo spavento cammina loro dinanzi colla testa imprecante agli Dei. E sono abbracciati dalla morte che gli attendeva come certa sua preda.
Agato Vaio — il quale reggeva una _Caupona_ nella via Domizia, che Giulio Polybio, il mercante di grani e duumviro, fattosi suo collega, avevalo aiutato ad edificare — escì di casa difendendo il capo dalle pomici con un cesto di vimini, corse forsennatamente verso il _Ponderarium_ — officina del pubblico peso, che ora direbbesi Dogana — urtò in un ciuco che la stranezza degli avvenimenti lasciava indeciso nella fuga e che le voci interne del capriccio e..... dell’asineria — spesso ascoltate dalle sue lunghe orecchie — lasciavano allora impensierito ed immoto, lo gittò disperato da un canto e per una porta di contro discese a saltelloni nel porto. Colà può afferrare una barca, vi si caccia dentro e voga in salvo. — Era stato meglio _Cauponius_ che _Caupo_ in altri tempi; cioè, arnese di osteria piuttosto che reggitore e padrone. Allora faceva versi. E quelli _exodia_, specie di farse oscene, atte a dissipare in teatro le impressioni tristi della tragedia, cui succedevano. Erane adunque _actor et auctor_. E conservava i diritti di cittadino. E potea servire nello esercito, — due prerogative che non godevano gli attori seri i quali recitavano le commedie di Nevio, di Plauto, di Cœcilio, di Afranio, di Terenzio. Ma tanto le _fabellæ atellanæ_ come il _carmen togatum_ — od incontrassero plausi o fischiate — non gli facevano afferrare le chiome della Fortuna. Laonde Agato erasi dato a più profittevole esercizio..... Eh! La più bella Musa dell’Olympo non sa nudrire il suo povero amante. Conviene far propria — secondo il gusto — una di quelle nove fanciulle e risguardarla come una ganza. Esso non possono dare altro che ore di compiacenza, fumi di gloria, nebbie di vanità, pecunia mai..... almeno in Italia, dove la supina ignoranza delle plebi non le conosce, nè stima.
Il sole è alla metà del suo corso. Una brigata di uomini in gran parte canuti seggono in una sala decorata di bei dipinti, tra i quali rifulge la splendida pagina murale che presenta lo episodio poetico di Virgilio, il _pio_ Ænea che parte di Cartagine a furia di remi e lascia sulla riva Didone costernata ed in lacrime fra i suoi attoniti cortigiani. Intorno sono raffigurati il crotalo, il sisifo, la tromba, i flauti, le tibie pari e lo scabillo, quello istrumento pneumatico, come i nostri organi, che i tibicini suonavano coi pedali di legno o di ferro per accordare i tuoni dello strumento da fato. Sono per la stanza supellettili di bronzo e di vetro elegantissime con un vaso di alabastro di graziosa forma. E nel mezzo è una tavola di porfido con suvvi una piccola statua, simulante un giovane appoggiato sul dio Termine. Il più provetto, Nicia di Mileto, continova la discussione che animava gli occhi ed il gesto dei convenuti:
— No! Non ammetto con Hedilo che il divino poeta, dalla fantasia facile e la meglio feconda, siasi servito per costruire i suoi versi di una lingua strana e bizzarra. Mi sembra più naturale il pensiero ch’egli abbia voluto fare suo pro della lingua volgare dei tempi suoi. E nel vero. Dugento anni pria che nascesse, i Jonii condotti da Neleo vennero a stabilirsi sulle coste dell’Asia-Minore. Ma con essi erano i Tebani, quei della Focide e di altri paesi della Grecia. I loro idiomi misti a quelli degli Eolii dovettero formare la lingua nuova, parlata, di cui Homero si servì. I dialetti, limitati ad alcune città, presero un carattere distinto in progresso. Ma la stessa varietà testimoniava l’antica confusione. Le medesime lettere anche ai dì nostri non hanno forse in più luoghi pronuncia diversa? E quante le parole che in Athenes indicano un significato ed un altro presso un popolo che variamente le termina? Homero, aiutato dallo strano suo genio, spigolò il buono di tutti i dialetti e creò la lingua monumentale che noi parliamo.
— E gli è cotesto ch’io non ammetto. La poesia era assai coltivata dai lirici dei tempi suoi. La lingua era già abbondante e piena d’immagini. Due grandi avvenimenti, la guerra di Thebes e quella di Troas esercitavano gl’ingegni. E di ogni parte i rapsodi colla lira annunciavano al popolo le gesta dei loro antichi guerrieri.
Rhiano anch’egli divideva tale opinione e aggiungeva:
— Ed Orpheo? E Lino e Museo? Ed altri, le cui opere andarono smarrite? Ed Hesiodo, il suo contemporaneo, che in uno stile pieno di soavità e di armonia descrisse la genealogia degli Dei, i lavori campestri ed altri interessanti argomenti? Homero trovò dunque la lingua e l’arte già adulte. Trovò un emulo altresì. Ma s’ei primeggiò, non posso per questo consentire che Nicia lo proclami genio creatore.
— Parlerete ambedue sino alla restituzione della libertà popolare in Grecia ed in Italia, vantando Orpheo, Lino ed Hesiodo, ed io crederò che la Iliade e la Odissea sieno la disperazione dei poeti che furono, che sono e che saranno. Cosa fece il divino Homero? Nello assedio decennale scelse uno episodio — Achille si crede insultato da Agamennone per la ritolta amante e si ritira nei suoi accampamenti. I Troiani, incuorati, escono dalle mura; e più volte vittoriosi, appiccano lo incendio alle navi nemiche. Patroclo, lo amasio di Achille, si veste delle sue armi, combatte e muore per le mani di Hettore. L’offeso ritorna colle armi nel campo, vendica lo amato cadavere e cede, per riscatto, a Priamo le spoglie del prode figliuolo che ha trascinato più volte dietro il suo carro intorno alle mura nemiche a ludibrio. — Era una storia. Per abbellirla finse che l’Olympo parteggiasse pei due popoli duellanti. E perchè il racconto poetico assumesse interesse maggiore, usò artificio non usato dianzi, e i suoi eroi parlarono ed agirono. — Nel decennale viaggio di Ulisse adoperò gli stessi spedienti per ottenere un eguale successo. — Il figliuolo Telemaco dopo un lungo attendere, si parte da Ithaca per interrogare Nestore e Menelao sulle sorti del padre. Gente ingorda dissipa i suoi beni. I Proci aspiravano alle nozze della madre desolata. Nel punto Ulisse partiva dall’isola di Calipso e approdava naufrago in un’isola presso alla sua. Chi ve lo accolse ospitale volle udir di sua bocca i maravigliosi eventi, i mali sofferti. Ed in premio, avendo ottenuto soccorsi, parte per Ithaca, arripa, si fa riconoscere e si vendica dei propri nemici. — Cotesto poema pare opera senile. Il vegliardo ripete il già detto su Troas arsa e distrutta; fa mostra di maggiori cognizioni geografiche; dà caratteri più miti ai suoi personaggi; ed in tutto il dramma circola un tiepido calore pari a quello del sole al tramonto.
Tutti avevano udito la dotta e pur semplice analisi che Leonida di Tarentum, avea fatto dei due poemi. Alexis, di Thurium, plaudendolo aggiunse:
— Tacesti sulle nobili sentenze che chiare risultano dai due poemi, e che Homero lasciò alle meditazioni del suo secolo che pure ad altro tendeva. — I popoli sono sempre la vittima delle contese di chi gli guida. — La prudenza e il coraggio trionfano tosto o tardi dei maggiori ostacoli. — Uomo sublime!
Un vecchio presso la tavola, il quale appoggiava il bianco capo sulla palma della mano diritta, il poeta Xenocrate, di Locrum, pieno di entusiasmo prese a dire:
— E il genio dell’uomo sublime parlò al genio del grande legislatore! Lycurgo copiò i due poemi e persuase gl’istrioni a declamarne i frammenti nei teatri. Solone ordinò a quei rapsodi di non distaccarne i brani a talento; ma riuniti, che l’uno seguisse il racconto dove l’altro aveva finito. Ma siccome la purezza del testo venivasi alterando sulle bocche ignoranti dei ripetitori, Pisistrato ed Hipparco — padre e figliuolo tiranni in Athenes — aiutati da abili grammatici, ripurgarono dalle errata i due quadri istorici della Grecia e li fecero cantare alla festa delle Panathenee, processione votiva a Minerva, e poi alla memoria di Harmodio e di Aristogitone, regicidi. Io proclamo con Nicia, di Mileto, Homero non solo creatore della lingua, ma eziandio della greca nazionalità. Noi tutto dobbiamo a quell’uomo divino. Leggi — Gloria — Costumi. L’ammirazione è in ogni cuore. Il suo nome in ogni mente. La sua immagine da per tutto. Se vi furono città contendentisi l’onore di avergli dato la culla, quante le città che gli sacrarono un tempio? Eschilo, Sophocle, Archiloco, Herodoto, Demosthene, Platone seminarono i loro scritti dei fiori raccolti nello inesauribile giardino del balio a noi tutti. E da quelle cantiche sublimi Phidias e il pittore Euphranor attinsero il tipo che degnamente rappresentasse le fattezze maestose di Giove Olympico. Homero era cieco. E doveva esserlo! il suo sguardo assorbito dalla luce divina della poesia, che splendevagli nella mente e nel cuore, disdegnava il lume del sole, luce più debole, gran cosa per gli altri.
— Xenocrate col mentovare il primo fra tutti gli Dei, mi fa col volo della mente percorrere i cieli, avendo a guida il grande poeta. Mirate Venere col cinto da cui scaturiscono gl’impazienti desiri, i fuochi dello amore, le seducenti grazie e lo incantesimo degli occhi e della parola. E Pallade alla cui egida sono sospesi i terrori, la discordia, la violenza e la spaventosa testa della Gorgona. Nettuno è tra gli onnipossenti; ma gli occorre un tridente per iscuotere la terra. E se dopo la corsa fantastica del cielo, torno a ricalpestarla, chi vi trovo? Achille, Aiace e Diomede; i peggio temibili tra i Greci eroi. Ma l’ultimo si ritira, rincula dinanzi l’oste troiana. Aiace non cede che dopo averla fatta indietreggiare più volte. Achille si mostra e il nemico dispare. —
Così Sosicles, il poeta siracusano. Ora ad Hedilo parve di dovere interloquire per cancellare le tracce dei suoi paradossi.
— Platone disse non essere dignitoso il dolore di Achille, nè quello di Priamo, allorchè il primo si rotola sulla polvere per la morte di Patroclo e l’altro si umilia per ottenere il cadavere del figlio. Ma, quale dignità può mai spegnere il sentimento?... Io lodo Homero di aver imitato la natura che colloca la debolezza presso la forza, e lo abisso a lato della sublimità. Lo lodo altresì per avermi palesato il migliore dei padri nel più possente dei re e lo amico tenerissimo nello audacissimo fra gli eroi.... Cotesti ed altri pregi però non scusano il poeta se spesso riposa e talvolta sonnecchia. È vero che quando si desta scaglia i fulmini al pari di Giove.... Ma _quandoque dormitat_....
— E gli Dei non dormono essi?
— Gli Dei furono uomini. Pindaro il disse. E non possono dominare la nostra illuminata coscienza. Un ente supremo esiste, e a lui inchiniamo in secreto. Quelli a cui si volgono i voli della plebe umana....
Un rumor sordo, cupo, terribile chiuse la parola autorevole sulla bocca del vecchio Nicia, di Mileto. Tutti si levarono in piedi, e le scosse del suolo li balzarono in terra insieme coi mobili della stanza. Si rizzarono sbalorditi e contusi ed escirono. Una grandine di sassi. Poi cenere e lapilli da oscurare ogni luce.... Quindi.... la morte....
Alle prime ore del mattino Acilio Heliodoro, incontrando i suoi amici nella _tonstrina_ di Glaphyro, gli aveva invitati al _prandium_ in casa sua ch’era sulla via ampia e prolungata dell’Abbondanza, le quale, solcando parecchi crocicchi, finiva presso lo Anfiteatro. Era un giovane di origine greca e di nascita pompeiana. Suo padre, arricchitosi nel commercio colle pie frodi che il traffico allor permettea, dopo aver maritata la figlia con Anniceris, suo amico, il rinomato vasaio in Rubi, aveva creduto lasciarlo libero dispensiero delle accumulate dovizie alla età di trent’anni, affogandosi nel mare un dì che vi prendeva i suoi bagni. Menava la vita paesana in tutta la sua purezza; la quale, pari a quella dei destrieri nei prati, consisteva nel mangiare, dormire, riprodursi, aspirar l’aria, sbadigliare e volgere gli occhi dolcemente qua e là in busca di cavalle e di erba migliore. La sua casa era doppia — per sè e per gli ospiti di fuori — e quella abitata da lui, sontuosa. Belle pitture sulle pareti — Ulisse che presenta in Scyros allo infemminito Achille le armi e lo ravvisa pel celato figliuol di Peleo. — La frode di Giove che mutato in cigno stringe nella spatula la lingua di Leda e la pone sul nudo e bellissimo seno. E Amore, che è il faccendiero del luogo, il quale sostenendo in una cassetta diversi attrezzi muliebri, ride sottecchi ed accenna con aria furba al Nume trasformato in uccello. — La più ricca stanza era quella del triclinio che prendeva luce dalla porta e da un finestrino aperto nello xysto. Da un lato alberi e fiori. Dall’altro il soave rumore di una fontana zampillante.
— Oggi non sarai sola, o Nossis. Verranno i miei amici a distrarti, Acrio Heleno, Lucio Modiano e Narceo Flacco. — Acilio — come tu vedi — tutto che pieno di tenerezze terrestri, ama le distrazioni del tuo nobile cuore per poterti esprimere tratto tratto e senza annoiarti le novelle dello amor suo.
La persona cui erano dirette quelle parole, sedicenne, snella e spigliata, parea nata fatta per seguire i moti ardenti e graziosi di un poledro africano. Era un’amazzone tranne nei voti. Sulla sua faccia leggevi fierezza, intelligenza, risoluzione, generosità mista ad un piglio che nulla avea del virile. Una malattia aveva punito leggermente il suo volto bucherellandolo di minuto vaiuolo. Ma i suoi grandi occhi neri e i sorrisi che da essi balenavano faceano dimenticare il fuorviamento della natura, che un giorno colla febbre del sangue le avea maculato la faccia. Era di Locrum ed apparteneva alla tribù delle etère che offeriva un amabile contingente alla libera e grande tribù dei celibatari.
— La donna ha un fiero istinto che le fa respingere la innocenza. Lo so. Meglio il serpe che ammalia e stringe nelle sue potenti spire di quello che il bianco giglio odoroso. Ma vi è una razza d’uomini, ricercatori di voluttà, idoli impuri, i quali credono in ogni donna il loro trastullo, sognano avventure, le realizzano e di ciò fanno tardo argomento di risa e di sprezzo. Oh! Venere gli punisce! Essi terminano la vita col confessare la onesta fede al coniugio, e gli Egisti maliziosi ridono di quel riso che fa cadere le stelle sulla terra.
— Eccoli che vengono. Sono e non sono quali tu gli dipingi....... Qui, amici.... nel tablino. Malgrado il caldo oppressivo della giornata, un po’ d’aria vi circola e aiuta al respiro. —
Una tavola è nel mezzo della stanza sopra un musaico di scelti e variopinti marmi. Sul deschetto è un vaso di murrhina con entrovi un fascio di ordinati fiori. Ed altri fiori sono nei vasi nolani attelati alle pareti, che coi loro vivi colori e il soave olezzo cantano l’inno misterioso della natura. La luce è abilmente disposta. Le cortine di Tyro sono abbassate dal lato del mezzodì. Quella clemente e dolce che viene dall’altra parte, accorda all’ombra una ospitalità generosa, di cui la donna, per giovanetta che sia, non sa mai dolersi.
Ricambiati i mattinali saluti, ognuno aggiunse a quel tema le variazioni che la originalità dei caratteri sapeva fornire. Narceo Flacco primeggiava nei paradossi; ma gli escivano così naturalmente di bocca, che volontieri erano uditi e sovente ricerchi. Di uno in un altro discorso, siccome suole accadere, Aerio Heleno aveva mentovato il loro amico comune Agathemaro Vezzio, di recente morto nelle strette di Bovianum Vetus in un conflitto coi banditi, ribelli alle leggi.
— Sì, morto inosservato e lungi da noi. Eh! il sangue umano presto dissecca. E gli estinti rimangono vivi nel cuor delle madri e degli amici. Una donna avrebbe dovuto piangerlo però.... La sposava!
— Chi?
— Nympha, della famiglia Nomentana. Io le recai un suo anello ed ebbi anche il mandato di dirle quelle parole sacre che lasciano — od almeno si spera che lascino — qualcosa di proprio nei cuori in cui era chiusa tutta la propria terrestre felicità.
— Ed essa?
— Eh! Pianse un poco... e poi gli occhi rossi li lasciò agli schiavi che attizzano il fuoco nel _laconicum_ delle Terme.
— Penso che non a tutte le donne tu accordi una tanta indifferenza di cuore. La unità non è numero. —
Nossis disse quelle parole con un certo cipiglio che valeva un rimprovero. Ed era per levarsi dalla sedia, quando l’altro riprese:
— Rimanti, ten prego e non ti offenda la mia sentenza. Tu hai nei begli occhi fantasime che non ingannano e tenerezze caparbie che sfidano le tenzoni di amore. Ma comunemente io non vidi negli amanti che un’ora sola sublime, quella in cui i cuori prendono congedo tra loro. Gli affetti eroici non li ho mai incontrati. Venere un me ne accordi, ed io mi vi dedicherò intero. Non feci mai saggio della mia costanza. E pure vi ho fede come se fossi nato ai tempi del misero P. Ametistio, il crocefisso, mentre ebbi vita sedente Nerone imperatore, dopo l’abolizione dei ludi gladiatorii nello Anfiteatro.
— Siffatta fede ti onora. Merita ed avrai la tua ricompensa. —
E voltasi ad Acilio lo guardò con tanto entusiasmo e fiducia che questi sentì i propri affetti rinfrescati da un sentimento novello. E gli disse:
— L’ora del pranzo è accennata dalla clessidra. Andiamo. —
E tutti mossero verso il triclinio.
Questo era splendido di pitture, di tappeti, di mobili e di vasi di argento. In mezzo era la _mensa delphica_ colle imbandigioni. Si coronarono di rose. Ma non si coricarono sui letti, e sedettero secondo il costume dei Greci. Ad ognuno, dopo che si ebbe lavate le mani, venne offerta la _mappa_, orlata come una laticlava di una frangia di porpora.
Qual differenza dalla parca e sobria mensa degli antichi senatori di Roma! Curio faceva cuocere i suoi _oluscula_ — i legumi dell’orto — coltivati da lui, sul suo umile focolare. Altravolta si conservava preziosamente il lombo salato del porco per celebrare un dì natalizio; e si offeriva ai parenti una fetta di lardo con un po’ di carne fresca, se mai fosse stata immolata una vittima. E a siffatto festino vedevasi arrivare, colla zappa sulla spalla, un parente illustre per tre volte console, o imperatore di accampamenti, o dittatore, il quale in quel giorno abbandonava più presto del solito il rude lavoro sul monte. Nell’epoca dei Fabi, del severo Catone, degli Scauri, dell’onesto Fabricio, allorquando lo austero Salinatore facea tremare il suo collega censore sulla sedia curule, nessuno aveva pensato ove nuotassero le tartarughe, il cui dorso gaio e levigato avrebbe fatto più splendidi i letti dei discendenti di Enea. Tale la casa. Tali i mobili. Tali gli alimenti. Da bastare alla vita, e non al lusso ed alle morbidezze. E quando quei ruvidi eroi — stranieri ancora alle arti della Grecia — dopo il sacco di una città, si trovavano per le mani una coppa cesellata di argento, la rompevano per fondere una _phalera_ da bardarne il cavallo delle battaglie, od una lupa a ricordo della mansuefatta dal Destino, che allattò i gemini quirini sotto la rupe. Lo argento splendeva allora soltanto sulle armi dominatrici. Le fave, i ceci, il farro, la carne e i pesci arrosto, i frutti freschi o quelli che nel verno avevano perduto la crudezza del loro succo componevano il desinare, scodellato ed offerto su piatti di terra bituminosa. E vivevano lunghi anni, e non mentivano alle leggi della dignità umana. E col pilo e col gladio assoggettavano il mondo noto. E gli ospiti erano accolti francamente, con abbandono, di pieno cuore, come Evandro accolse Hercole, lo eroe di Tiryntho, seme divino, _contingens sanguine cœlum_.
Compiuto lo asciolvere fatto coi cibi i meglio squisiti, e mangiate le _mustacea_, paste condite di aromi che servivano a correggere dopo il pasto le crudezze dello stomaco, Acrio Heleno propose il giuoco dei _griphi_, cioè, problemi soliti a sciogliersi a tavola. Chi non riesciva a deciferarli, pagava un’ammenda.
E Nossis disse:
— Indovina, o Narceo, la rete ch’io t’offero. _Io sono grandissima nascendo. Sono pur grande invecchiando. Sono però piccolissima nel vigor della età._ —
L’altro pensò, chiuse gli occhi, apri la bocca per dire... quindi risolutamente rispose:
— L’ombra.
— Indovinasti. A te, Modiano. _Qual nome dài tu alle due sorelle che non cessano di generarsi a vicenda?_ —
Anch’egli pensò, masticò parole non articolate, si diè per vinto e pagò.
— Nulla di più facile per chi lo sa: la giornata e la notte.
— Ora te, o Nossis. Mi auguro che tu lo sciolga. _Vi sono tre animali in terra, nel mare, nel cielo._ Puoi dirne i nomi?
— Più presto di quel che non pensi, o Heliodero. — Il cane. Il serpe. L’orsa. — Sei pago? —
Lucio Modiano, ch’era stato perdente, voleva porre gli altri nella stessa condizione e disegnò fare il giuoco delle lettere, delle sillabe, delle parole. Erano detti _logogriphi_ perchè reti formate coi versi che si dovevano recitare al nuncio della prima lettera, o di un motto che racchiudevano, o terminanti con una sillaba che veniva indicata. Astrusaggini venute di Grecia nelle nostre contrade.
Tutti vi si provarono. Nessuno riescì. E l’afa essendo omai grave, escirono allo aperto nello xysto. Erano pure radiosi come la speranza. E l’ora presente inesorabile, pareva la dovesse esser madre di ore innumeri, liete, felici.... E quegli istanti erano gli ultimi! Passioni, dovizie, ingegno, bellezza, schiacciate e sepolte come le vanità della vita. E le convulsioni della natura affogarono e coprirono la casa di Acilio, racchiudendovi brevi ma disperate agonie.
I sacerdoti d’Iside banchettavano nell’ora in cui il disastro aveva principio. Si radunarono tutti nella sala dalle cinque arcate che è dietro la edicola della Iddia, dove si celebravano i misteri, e i soli iniziati penetravano: Nymphiodoto Caprasio persuase gli altri a non fuggire e a rinfrancare i cuori. Egli si prostrò dinanzi il delubro ed orò come se i devoti fossero nel tempio e il vedessero.
E le pietre pomici piovevano sempre.
Allorchè quel furbo si avvide che i lapilli si livellavano cogli ultimi gradini e le esalazioni di zolfo gli eccitavano la gola, indignato proruppe:
— Tu vedi lo scompiglio, tu senti le preghiere dei tuoi, e le tue labbra rimangono immobili? La tua bocca di marmo parli, e questo nembo micidiale di Averno rientrerà negli abissi. E i pietosi incensi bruciati sul tuo altare. E le vittime sacrificate. E le offerte dei devoti tuoi. E il sacrificio della nostra castità..... sino alla rivolta della natura..... Dunque tra la tua statua e la faccia di Bathyllo, il pantomimo, non vi ha differenza?.... _Non movent divos preces?_ Tutto è mendacio, fuor che l’antro tenebroso da cui sorgono infuocate le pietre del Vesvio? Io incisi le mie scelleratezze sul falso e per tua colpa, o iddia. —
Due orecchie umane, fatte di stucco, erano sui lati della nicchia, per dare ad intendere plasticamente alle turbe ignoranti e bietolone come le loro preci, mediante ricche offerte, fossero intese dai numi.
Il prete ipocrita, levando gli occhi, vide quei simboli della credulità meridionale e di subito sdegno inalberò. Dato di piglio ad un sistro di bronzo, pose in bricioli un orecchio. Un fulmine solcò la spessa atmosfera e fece sgomento quel profanatore delle stesse cose di cui sino allora avea tratto profitto. I ricoverati nella sala postica corsero a salti in cucina; e siccome le soffitte delle stanze soprane erano cadute, si accoccolarono sulla scala che ad esse saliva. La mefite quivi gli colse e gli uccise di disperata agonia. Nymphiodoto riparò ansimante nella camera vicina al refettorio. Ma siccome dal tempio veniva un veemente ed insoffribile calore — con un fumo vibrato ed invisibile con tenue odore di zolfo, ma più di ammoniaca, di nitro e di vitriolo che affannava istantaneamente il respiro — egli cercò di chiuder l’uscio come meglio; e, presa una barra di ferro, si die’ a rompere la parete ch’era di mattoni e di spume vulcaniche. Quel disperato non avea scampo. Pria di porre il termine alla rottura, la mefite lo prese alla gola e lo stese cadavere come i compagni.
Nel tempio di Giove pativa una quasi eguale offesa il flamine diale. Ultimo ad escire, perchè carico degli _ex-voto_ di oro e di argento, una delle colonne corintie del vestibolo scardinata dal tremuoto cadde e lo schiacciò sotto il suo peso. Quella incarnazione dell’orgoglio e della soperchieria veniva affranta a cagione del solo interesse avaro ed egoista che avealo inspirato nella vita.
Sur uno dei piedistalli, a livello del _pulpitum_, dal lato opposto, la statua erasi spezzata e caduta al suolo. Una creatura vivente vi sedeva in suo luogo. Aveva le gambe penzoloni, il capo coperto dal _sagum_, per guarentirlo dalle pomici cadenti; e le braccia al petto. Al rumore della colonna, all’urlo soffocato del flamine, l’uomo innalzò il panno dagli occhi e si volse.
— _Dehisce tellus. Recipe illum, dirum chaos!_ È giorno di grande giustizia cotesto. Tutti morti!... E chi meritava vita qui?... Quando nello Anfiteatro fui ferito sulla spalla da un colpo di gladio, quattro donne soltanto porsero la mano aperta e gridarono: _Non habet_. I miei occhi le fissarono e le loro soavi immagini mi si dipinsero nel cuore. Wodan le farà salve. Le Ondine sosterranno la nave che porterà lontano le loro lacrime per la terra dei ricordi perduta...... Lo abbietto gladiatore non vedrà più i nativi suoi boschi e la bionda razza che li abita..... Povero popolo di Herman!... Giù, Vesbius... inghiotti, straripa, incendia, ruina. Racchiuderai fango in un ampio sepolcro! Pesi la terra sull’empia stirpe latina che, mai sazia, ha assorbito le libertà del mondo. Oerda, Werdandi, Schott, Neva, le sorelle del Fato, stanno sul monte.... Io le sento... E mi vendicano. Ora, posso anch’io morire.... O foreste di pini! O Astara, che vi spiri dentro l’alito della primavera! O Freya, dea dello amore! O Wali ed Oller, miei buoni compagni nella infanzia! O Scada, mia madre! O Norna e Rinda, sorelle mie! Gefion prende commiato da voi e per sempre. —
Questo Gefion era un germano della famiglia gladiatoria in Pompei. Preso da fanciullo tra i prigionieri di guerra, lo chiamarono Libero i suoi piacevoli consorti. Era stato otto volte vincitore nei ludi. Forte ed impavido, addestrato alla professione degli _artifices decollandi_, aveva risguardata la vita come cosa fuggevole, misteriosa ed incerta. Or le grazie della morte le conosce soltanto colui che passa i suoi giorni a contemplarla. Ed era divenuta l’amica dalle cui mani attendeva la sua libertà. In quell’ora di rivelazione inattesa, in cui tutti fuggivano il bacio delle sue labbra gelate, egli scelse invece il luogo dei suoi accoppiamenti con lei. Non avea più dinanzi Itatago Vale, od Anarto Viridea, od Apsoto Jutto, od Amonio Scava, o Sceunio Sitio, o Aptoneto Macula, od Epeo, o Sticho che gli avessero detto, _gladium gladio copulemus_. No. L’apparizione divina eragli venuta incontro nel Foro e gli aveva parlato al cuore le dolci parole:
— Eccomi. Apparecchiati. Quello che cercavi e che ti adora, tra poco ti abbraccerà. —
Il bisogno fatale di quell’anima assetata fu compiuto. Lo architrave dei tempio cadde, e il suo corpo divenne osceno cadavere.
Il Vesbio continova le sue collere. E nel mezzo del fumo e nei lati dello stelo del pino serpeggiano saette che s’incrociano e scoppiano con orribile strepito. Quindi dallo infiammato monte sboccano fiamme in forma di travi e di grosse onde tempestose. E poi, guizzi come di artifiziati fuochi rapidamente scorrenti e senza scoppio. Ed altri che si allungano e pria di dileguarsi rintronano l’aere. Ed altri ancora che scendono al basso e radono il suolo e bruciano gli alberi e le case ed uccidono uomini ed animali che coi loro passi ricercano la vita omai minacciata per ogni dove.
Cotesto avvenne alla misera Eutichia presso il postico della casa di Sallustio. Scorgendo come la infernale bufera non si arresti, per escir di quella agonia, dice ai tre schiavi — cui il timore riflessivo aveva impedito di seguire i compagni postisi in salvo insieme col padrone — di aiutarla a discendere dal muro e a scampare. Aveva chiuso nella sua _palla_, colla quale cuoprivasi il capo, e le spalle, uno _speculum_ di argento, tre anelli, alcune paia di orecchini, una collana di catene d’oro e cinque braccialetti dello stesso metallo. E serbava in una borsa trentadue monete e un suggello col nome suo. Scambiati pochi passi, mancava ai quattro infelici il respiro e cadevano morti.
Contemporaneamente nella casa di Agatocles, ricco negoziante greco, abitante nel pago Augusto-Felice, un liberto ed una schiava erano nell’_æcus cyzicenes_, che interrompeva l’ambulatorio sotto il portico che circondava il grande xysto quadrato ed aveva lo sguardo sul maraviglioso cratere partenopeo. L’uno cacciava in fretta in una borsa di pelle ventitre monete di bronzo alla effigie di Galba. L’altra gittava in un paniere di vimini una moneta d’oro di Nerone, quarantatre denari di argento, quattro orecchini a spigo d’aglio ed una cornalina incisa. Nel correre fuori si sentirono opprimere il respiro, si appoggiarono alla parete e caddero. Nè diversa sorte aveva avuto l’altra schiava, corsa dispesatamente in fondo del portico a diritta ed entrata nel gabinetto di riposo che fa fronte al larario sulla opposta parte. Aveva un braccialetto di bronzo ed al dito lo anello d’argento del suo _contubernalis_. Misera! Non ebbe il tempo che di baciare quel caro pegno di fede e spirare. Ulissia — la moglie del padrone di quella casa — avea sperato salvarsi dal tremendo flagello, ricoverandosi nel crypto-portico, ch’era la _cella vinaria_, la quale contornava sotterraneamente lo xysto per la lunghezza dei tre portici soprani. Fra ciascun pilastro, a fior di terra, aprivansi spiragli dalla forma d’imbuti. Larghe provvisioni erano adunate in un canto ed atte a sicurare la esistenza per qualche giorni. Di anfore piene di vino ve ne aveva dovizia. Stimando il disastro passeggero come l’altro di sedici anni innanzi, Ulissia conducea seco giù per la scala la sua figlia Domna, gli altri bambini minori con dodici liberte. Giunte verso la metà della crypta, un vapore ardente e soffogante entra per gli spiragli da dentro. Un grido solo escì da quei petti affannosi. E tutti a precipitarsi verso la porta per la quale erano entrati. Troppo tardi. Un alito pestifero veniva pur dalla scala. Si fermano. Si aggruppano. Si stringono convulsivamente insieme, quasi chiedendosi l’un l’altro soccorso. E d’istinto, avendo compreso essere quello lo istante estremo della vita, ognuno si velò il capo colla veste in atto rassegnato e decente. Così furono rinvenuti quegli infelici diecisette secoli più tardi, allorchè si cominciò a strappare il funebre lenzuolo dal cadavere pompeiano. Sulle persone e per le terre erano gemme, monete, uno stupendo candelabro, i resti di un _mundus muliebris_, un pettine di legno, braccialetti d’oro, spilli ed anelli. La cenere fine del Vesbio, penetrando per gli spiragli, copriva quei morti addossatisi al muro. L’acqua impregnò di umidità e di sali quella cenere. La quale indurì cogli anni e conservò le parti molli fino a che i secoli queste ridussero in polvere. Lo ammasso delle ceneri, fattosi tufo e attaccatosi al muro, era divenuto nel 1763 la forma di tutte le cose vive che aveva racchiuso Ma i poco zelanti scavatori — uomini di stipendio, non di scienza — accoppiarono il cataclisma della ignoranza al cataclisma della natura. E ruppero bestialmente le ceneri indurate. E le posero in frantumi per estrarre di quel fango le gemme e i monili preziosi. E trasportarono nel Museo trionfalmente una collana di filograna d’oro, avente nel mezzo una piastra d’onde pendono catenelle terminate da foglie di vigna, un bel braccialetto formato da due corni di abbondanza, riuniti da una testa di leone, e due orecchini. Cotesti oggetti d’arte avevano più e più abbellito la bella persona di Domna, di cui la cenere conservò per secoli l’ovale del viso, la forma del seno, delle spalle e delle braccia; non che la stoffa leggera — di _ventus textilis_ o di _nebula_, come Petronio e Tibullo chiamarono quel tessuto dell’isola di Cos. — Collocarono infine entro una cassa di cristallo la forma di una mammella, il cranio e qualche osso e qualche pezzo di tessuto nella cenere tufacea.
Agatocles dovette aver l’anima vendereccia in un cuor duro ed egoista. Non pensò alla famiglia quel mercante greco. Egli non cura che la sua vita e le proprie ricchezze. Laonde, seguendo la schiava che andò a morire nel gabinetto di riposo, volse a sinistra e si fermò dinanzi all’uscio del portico occidentale che aprivasi verso i campi ed il mare. Ma quivi lo attendeva Venere-Libitina, dalle dita affilate e forti. Le due chiavi dell’uscio gli caddero dalla mano, dove splendeva un anello formato da un serpe a due teste, un _amphisbene_. Provò uno stringimento alle fauci, la vista si oscurò, le gambe vacillarono e ruinò per le terre. Il liberto che avealo seguito, carico di vasi d’argento e di una grande quantità di monete imperiali e consolari chiuse in un sacco di tela, prosciolse anch’egli le membra e si distese sul pavimento. Una bella lanterna di bronzo rischiarò la breve loro agonia.
Nove altri scheletri furono rinvenuti fuori della casa nella direzione del mare. Ed altri sopra un’aia non molto lungi dalla fine del subborgo. Forse erano anche i servi della famiglia di Agatocles.
Perennio Nimpherois, il padrone del _thermopolium_ dinanzi la locanda di Albino — al quale Augusto avea conceduto quel luogo come _mansio_, cioè stazione di posta per aver subito le novelle di ciò che avveniva nelle provincie ed Albino medesimo con tre soldati, coi forestieri che aveva in casa, corsero affannosamente verso la porta vicina ad Herculanum, malgrado la pioggia di acqua bollente. Lo astato è nell’edicola, appoggiato al pilo e respirando a mala pena. Col gladio ha rotto il muro nel fondo per aver aria più pura. Uno dei soldati gli dice correndo:
— Bithinico, salvati. Il mondo finisce.
— Eh! Il mondo finisce. Ma l’Urbe rimane. —
Passa una donna che ha un bambino lattante nelle braccia ed uno per la mano. Corre dissennata, urlando, fuori di sè. Si ferma, asciuga colle mani convulse il volto al figliuolo e lo bacia, lo ribacia e lo bacia ancora. Oh! le parole di conforto, dette cogli occhi, ma non espresse dal labbro! La sua vita è concentrata, è tutta là. — Il soldato s’impietosisce e dice:
— Donna, ripara qui dentro, al sicuro. Riposata, partirai quando cesserà questa pioggia di Averno.
— La mia vita non curo. — I figli! I figli! Oh! non me li uccidete, o dei spietati!... Tulliolo, non lamentare i tuoi piedini piagati. Altri pochi passi e sarem giunti.
— _Miserere, mater._ — La gola mi si stringe. — Soccorrimi. —
La infelice donna lo imbraccia in furia e corre, cogli occhi ch’escono dall’orbita. Corre a sbalzi. Corre. Giunta presso l’_ustrinum_, non può più ire innanzi. La mefite invadeva la strada. Aveva ucciso i fuggenti che la precedevano. Si assise sui lapilli. Appressò la bocca alle bocche dei suoi bambini..... Avevano vissuto! Bithinico non tardò molto a raggiungerli sulle rive di Lete.
Nella casa di Vibio i servi partirono a precipizio dopo la fuga dei padroni, ognuno portando seco ciò che potette. Morirono qua e là nelle vie suburbane. Una donna greca, che la chiamavano Milphidippa per le sue lunghe ciglia, va presso il forziere di legno, guarnito di fasce di rame e di maschere di bronzo, lo apre e vede dentro quarantacinque nummi d’oro, cinque denari, un piccolo busto della Fortuna.... ma il respiro le manca.... sente sulle tempia lo stringimento di una tenaglia, corre nel vicino cubicolo, cade supina sul letto e muore. Danista è già sulla soglia del _posticum_. Avara per istinto, non ha perduto il suo tempo. Un aruspice le aveva predetto pochi dì innanzi che una grande fortuna attendevala.
— Egli mi disse: «Escirai grave da una piccola porta ed entrerai in una maestosa con seguito di molta gente.» Convien prepararsi. —
E girando per le stanze vuote di abitatori, cacciò in un sacco di tela ciò che trovava, cinque anelli d’oro, cinque pietre incise, molte monete di argento e di bronzo, la _bombilia_ di cristallo di roccia che Melissæa avea dato allo sposo il giorno in cui egli le die’ la sua fede, e due orecchini in forma di bilancia. Va per escire col piede diritto, il sinistro essendo di cattivo augurio. E la Parca si rammenta in quello istante di lei ed appressa le forbice allo stame della sua vita. Si appoggia illanguidita alla spalletta dell’usciolo. Le gambe flettono. Il lume degli occhi si oscura e sviene. Nel 1829 gli scavatori trovarono dispersi attorno al suo scheletro gli oggetti della ghiotta vanità che occuparono gli ultimi istanti di quella misera schiava.
E la pioggia continova sempre ruinosa e scottante.
Nella estremità della viuzza dei _Dii majorum gentium_ che il poeta Ennio racchiuse, nominandoli, in due versi,
_Iuno, Vesta, Ceres, Diana, Minerva, Venus, Mars,_ _Mercurius, Jovi, Neptunus, Volcanus, Apollo,_
colà, dove presso la fontana del Vitello si andava allo _Ecatonstylon_ e ai teatri, odonsi gridi, singhiozzi e parole imperiose. Nella casa è un correre, un disordine, una confusione grande. Alcune donne coi bambini sono in fondo al vastissimo giardino e s’inginocchiano, piangono sotto la volta del _lararium_, sostenuta da due colonne di stucco. Un’altra donna bellissima si è riparata in una stanzuccia presso il tablino, illuminata da una lampada posta in una nicchia di marmo bianco. Il suolo traballa. Sembra si sollevi e ricada. — Jucunda corre ad una larga finestra che dava nel giardino. Ma lo sportello è chiuso e nell’orgasmo da cui è presa non le riesce di aprirla. Allora si volge affannosa ad un occhio di marmo bianco che è a lato sull’angolo. Con un pugno ne rompe disperatamente il vetro e grida con quanta voce lo spavento pur le risparmia:
— Suilimea! Hilaria! Mima! Sema! E tu, Thalamo!... Qua i miei bambini! A me! A me!... Ah! gli dei son pure spietati!
L’atrio corintio, sostenuto da pilastri adorni da elegante meandri, e posante sur un _pluteus_ di appoggio, è crollato a metà sulle pomici piovute. Nel pericolo della vita, essa esce coi capelli disciolti e colla _palla_ trascinata. Muove verso il giardino. Tra la fitta oscurità urta, cade sui lapilli, si solleva furiosa, chiama i figli per nome, gli afferra convulsa, prende nelle braccia il piccolo Licinio e per la mano Animula. — Iphygenia e Nymphio, coperti da Calepio e da Euporo, la seguono. — L. Saginio Valga ha in fretta adunato nella toga una quantità di nummi di oro, di anelli, di orecchini, di perle, di cucchiai d’argento con altri oggetti preziosi. Vien loro incontro e grida che è tempo di salvarsi.
Salgono nella casa addetta ai forestieri — ogni ricco pompeiano ne aveva una attigua, comunicante, da ciò. — Saginio fa sforzi rabbiosi per aprir l’uscio dal quale si scende nella strada che mena colla rivolta al Foro, presso il fonte della Gorgone. Urta, spinge e l’apre. Ma nell’atto, un pezzo di muro crolla e ruina sopra Euporo e Calepio, i quali vengono schiacciati sul _sigma_, triclinio semicircolare di estate, ch’era nel mezzo dell’atrio. La madre si volge, gitta un urlo straziante, mira i nati dalle sue viscere sepolti sotto le macerie e sviene. — Sema e Thalamo fuggono verso il Foro, spinti dal desio della vita. — Il marito raccoglie di peso la moglie fuori dei sensi e collo aiuto di Mima, di Hilaria e di Suilimea trae i dolci pegni dello amor suo verso l’abitazione deserta di povera gente ch’era di contro. Sotto la cucina aprivasi un sotterraneo con un pozzo profondo. Un largo _clathrus_ abbarrato da steli incrociati di ferro, all’altezza del petto dava luce all’antrone dal margine soprastante. Colà riposarono gl’infelici. — Si abbracciavano. Si chiamavano a nome disperatamente. E baciavano piangendo i due bambini ancor vivi, pallidi, esterrefatti. Miseri!...... Anche pochi istanti.... e raggiunsero Nymphio ed Iphygenia sulla via dolorosa che quelli prima avevano percorso.
Intanto da una casa presso le mura scendono correndo per la via dalla fontana di Mercurio cinque persone. Thylliano Januario sorregge nei passi incerti Sogellia Fausta che, dentro impietrita, non piange, non grida, e si fa guidare come inerte cosa. Gallione e Stallio camminano innanzi colle faci accese. Gli segue Philonio Casto, il fratello di lei. Giunti in faccia alla _popina_, quelli che precedono sono arrestati da due cavalli e da un mulo, esciti alla impazzata dai _carceres_, forse poco lungi di là. Gli animali attratti dal lume s’imbrogliano con essi. Ad evitarli, entrano in una piccola abitazione contigua alla taverna. Si rannicchiano in una camera vuota ed attendono che il flagello mai sospettato finisca. Ma le soffitte delle stanze, sopracariche di basalti e di pomici, si piegano e cadono. Thylliano si curva in arco sulla moglie diletta per salvarla dalle offese dei sassi. Nella fuga aveva raccolto braccialetti, anelli d’oro e monete di diversi metalli. E gl’infelici tutto perdettero insiem colla vita.
Poco discosto, nella via che in quei giorni selciavasi sotto le mura, un uomo e un cavallo avevano trovato rifugio in un largo stanzone. L’uomo erasi provveduto di pane. La terra si scuote. I muri si fendono. Un pezzo perde lo equilibrio e si rovescia sopra quell’infelice. Cavallo e cavaliere, sepolti dalle macerie.
In una casa presso il Foro — poco lungi dalla scuola ove il successore di Verna pubblicamente istruiva i fanciulli di ambedue i sessi — si ode un fracasso di tetti e di mura che cadono. Le macerie impediscono la via della uscita. Il fuoco si è appigliato alle travi nella cucina e i turbini del fumo rotondeggiano nell’aria. Le case allo intorno ruinano del pari. — Una donna, scampata già, corre verso le Curie disperatamente ed accenna coi passi al porto vicino. — Dentro è rimasto un uomo più che quarantenne. I suoi pensieri erano elevati. I suoi sentimenti generosi. Dentro il suo cranio volgevasi uno strano dramma che lo faceva serio, grave, pensoso. Il mistero ei lo vedeva per tutto, sugli occhi della donna, sui rami fronzuti degli alberi, sui riflessi delle acque, sulle stelle scintillanti, sulle molecole che formano i macigni. E giammai aveva potuto assidersi lungo la sponda del mare senza sentir nel profondo uno incanto che lo attirava e lo riteneva forzatamente a contemplare il succedersi dei marosi che spumavano all’urto e si spandevano in laminette e in meandri bianchi, ricamati sullo azzurro. Non fu mai lo sperato, nè il marito di una donna. Non aveva parenti. Non liberti nè schiavi. Una sola donna — quella cui lo spavento avea posto ai piedi le ali — gli forniva i sobri alimenti che Pythagora, lo illustre filosofo di Croton, aveva prescritto coi saggi consigli e coll’uso.
Crasso Frugi era in piedi presso un trapezoide nel _cavædium_ e con una mano si velava la fronte. L’altra la posava sul marmo ov’erano sparsi venzette nummi d’oro, cinquantuno denari e due maniglie d’oro di femminile ornamento. Ai suoi piedi è una giovanetta vestita di bianco. Era quella la sola creatura che con lui vivesse in una certa dimestichezza e con ricambio di affetti. Avevala un dì raccattata fanciulla e piangente sulla soglia di una stanza isolata, nella via di Dafne — lurido albergo di prezzolati amori — entro cui era distesa sur un letto di muro una povera donna morta.... Era la figliuola di quella estinta? Lo aveva supposto; ma non mai domandato.
Vasto lo edificio ch’egli abitava, di fresco ricostruito e con bei musaici signini. Solo in tanto fastigio? Gli è che sin dalla prima età erasi palesemente ammogliato con una divina che chiede grande spazio a chi l’ama e con lei si congiunge. I poeti la chiamano fantasia. I filosofi, idea. Gl’imbecilli, follia. Ed io, la saviezza della mente e del cuore. Era la scienza della giustizia, della verità, della luce.
La fanciulla raccolta erasi fatta col prendere persona l’armonia della sua vita e irradiava sopra di lui uno splendore particolare. I di lei occhi neri, aprendo sotto fini ed eleganti sopracigli le loro arcane profondità, erano pieni di quello incanto che sgorga dallo sguardo umido della donna. L’avevano chiamata Sapho nascendo.... Eh!... Pari alla donna illustre così nomata aveva nel cuore tracce di amaritudini e di dolori in germe che la sua mente scrutatrice non sapeva deciferare. La sua origine scrupolosamente celata era rimasta un’enimma.
— Cosa è lo universo?... L’ordine. Cosa la morte?... La eguaglianza. Uniti nel mondo da un sentimento purissimo, punto egoista, quello dell’amicizia, come un solo essere ci presenteremo alla Divinità... Sapho... creatura innocente offertami dal cuore sui miei passi vaganti, noi dormiremo insieme in questo sepolcro che il Vesbio ricolma colle sue pomici.
La giovanetta sollevò gli sguardi paurosi e pur soavi sull’uomo tutto di bianco vestito, che a lei parlava come in un’estasi; gli afferrò la mano che allor pendeva lungo la tunica e febbrilmente la baciò. E la desolata a lui:
— Oh! Gli Dei!... Pietosi, perchè non mi lasciano morir sola!... Ma il nostro avello non sarà guarnito di foglie di mirto, di ulivo e di pioppo, come Pythagora, il taumaturgo, il divino, prescrive.
— Rari gli uomini! il loro numero appena eguale a quello delle porte di Thebes, o delle bocche del fiume che feconda l’Egitto. Qui crescevano uomini non più utili al mondo, e gli Dei affogano gli animali dai quali ricevevano offesa. In verità, i giorni furono contati e l’ora fatale appressa. Apparecchiamoci da forti all’ultimo istante.
— Sei tu che lo dici, o padre. Son pronta.
— Lo dico e lo sento. Rientriamo in noi stessi e rimproveriamoci i falli di commessione e di ommessione. E cantiamo tacitamente un inno in onor degli Dei..... Nè lacrime, nè singhiozzi nella sventura!
— Sì, nè tema, nè debolezza nel supremo pericolo. Come i discepoli di lui perirono in Croton, noi pure saremo divorati dalle fiamme medesime.... Ma... la mia gioventù è grande, o padre!
— Sorgi, diletta figliuola del cuore. Prendi forza a ben morire dal calor del mio sangue.... Le leggi della vita sono violate... Il bacio estremo.... e il segno che ci distingue e ci unisce...
E l’una nelle braccia dell’altro, tenendosi per la mano, entrarono nel sonno eterno. Ed il Vesbio coi suoi candidi lapilli compose il sudario sui loro cadaveri.
Pythagora avea concepito un grande disegno — quello di una vasta congrega di uomini, esistente sempre, e sempre depositaria di scienze e di costumi, la quale sarebbe l’organo di verità e di virtù, quando la umanità fosse in istato di sentir l’una e di comprendere l’altra.
Gli urli disperati avvicendano il mugghio ripetuto della natura che freme. Quelli che ripararono nei primi piani e non furono macellati dalle pietre, dalle travi e dalle tegole cadute, nè arsi dal fuoco, nè schiacciati dalle soffitte, nè asfissiati dalle mefite, corrono nella oscurità per ogni verso. Una fanciulla piange, si dispera, scambia i passi, si arresta, non sa dove dirigersi. Viene dalla via di Stabia. Quivi perdette di vista la sua fuggente famiglia. Entra nell’atrio di Cornelio Rufo. La casa arde. Il ferro si torceva masticato dalle fiamme. Sprofonda il tetto. Essa si salva. La Palestra nelle Terme è chiusa. Le botteghe più in su sono chiuse. Urta nella fontana dalla testa di Pallade. Avanza ancora e trova un uscio aperto.
La casa era in riparazione. Mura squallide e non dipinte. In fondo i lampi frequenti le mostrano uno xysto. A manca è un _aecus_ che i _tignarii_ avevano poche ore fa disertato. Solida è la volta. La misera fanciulla si asside sur un mucchio di sabbia e piange lacrime dirotte.
— I fulmini di Giove si spengono nel nostro sangue. _Heu me!_ La città in fiamme. Il popolo che spira sotto i rottami e nel fuoco. E i miei cari?... Morti!... Ed io sola qui! Che sarà di me! Venere aiutami. Oh! La iddia a me soccorre.... Polla ti raggiunge, o Siliginio, se pure anche tu sei tra gli estinti. Ah!... —
La misera era caduta distesa sulla sabbia col capo penzolone, riverso. Aveva le mani incrociate e parea che dormisse. Forse la morte le fu propizia. Che avrebbe fatto nel mondo, povera e sola? Nata da gente _lare incerto_; la quale, obbligata a prendere in fitto le camerucce che abitava, tenuta nella categoria — che, pur numerosa era e dispregiata — degl’_inquilini_ e vivente giorno per giorno e di pensieri vagabondi e mal fidi, unico sollievo per Polla era la vita del cuore. Grazie alle illusioni dei primi affetti, Siliginio, fullone, era per lei, tredicenne, quella tenerezza senza limite con cui essa desiderava essere amata. Sotto un albero di ulivo ei le rivelò il suo pensiero. Ed essa sentì come un filtro soave le addolcisse il sangue e le invadesse la ragione. Uniti, popolavano una solitudine, ove i loro occhi vedevano sorgere di terra fiori incantevoli e profumati.... Povere anime, pure, tranquille, serene, divine nelle loro speranze! Povere anime, dove ne andaste?...
E la pioggia cadeva ruinosa e bollente.
Un uomo pareva non la curasse. Discesi dalle _hibernacula_, camere poste al di sopra del forno, dove il misero aveva per sette mesi lavorato _præferratus ad molas_, esciva dal _pistrinum_ della via che menava alla porta di Nola, nudo, trascinante una catena col piede sinistro e coi capelli rasi da un solo lato. Nè grande, nè piccolo; quantunque la mobilità della persona impedisse di definirlo. I suoi pensieri ondulavano. E così egli ondulava. Brandiva colla destra un tridente insanguinato e tratto tratto lo piegava per terra e lo pigiava, lo pigiava ancora cogli occhi stralunati e feroci. Quindi, ridendo sgangheratamente, procedeva innanzi. Incurante le scottature della dermide, si fermò, si drizzò sulla punta dei piedi come per seguire il volo della sua povera mente e poi pianse a dirotto.
— Gylo! Misero. Sei vendicato! Ma Nea è morta.... Lo infame Numisio mi schiantò il cuore dal petto rubandola ai miei amplessi. O mio sospiro! Avevi un termopolio nel cuore.... Ma l’ho cacciato ben io nel _pistrinum usque ad necem_ e l’ho strigliato d’importanza con questa _scutica de pene taurino_.... La sua donna, Eitixia, voleva difenderlo. Dovetti persuadere anche lei. E se mai li libererò dal penoso lavoro, _ego pro eis molam_!... O Nea! Ora ch’essi girano le macine, tu sei libera e infiorerai la mia vita di polline. Eccola...: Viene.... Ha i capelli annodati in spessi ricci che le coronano il capo leggiadro. Oh! i grandi occhi neri.... quasi dardi spuntati dalla mansuetudine dell’anima sua!... La terra balla. Ballano le case. — Il Vesbio fa boati ed illumina con faci la mia festa nuziale. Gli amici — quelli che soffrirono finqui — verranno a posare il gomito nel mio triclinio. Ah! Sono innanzi la mia magione. ...... Entriamo! —
Ed il misero penetrò in una bottega della via Jovia e cadde rifinito sulle pomici che la ingombravano. Era rosso, tumefatto, scottato dal capo ai piedi. — Nel respiro affannoso borbottava male articolate parole e tra esse spesso mentovava Nea, il farnetico della sua mente smarrita, l’unico lume di quel povero cuore.... Ecco, ei ride, dà in un tremito convulso, si rotola sulla china che avevano formato i lapilli, e le ondate di pioggia lo spingono, lo affogano, lo stracciano e lo cuoprono. Gli uomini erano stati crudeli con Gylo. La natura pietosa spense il tarlo della memoria che a lento morso rodeva la sua ragione fuorviata e malsana.
La famiglia gladiatoria non fugge. Nel momento del flagello inatteso molti erano nel vasto parallelogrammo, specie di chiostro circondato da portici, sostenuti da ventidue colonne in un senso e da diecisette nell’altro. Facevano gli esercizi nell’area. Il lanista nel mezzo. Gli allievi, dirozzati dai più provetti, _doctores tyronum_, armati di una spada di legno, si schermivano vivamente contro piuoli profondati sul terreno. La _gladiatoria sagina_ bolliva nel vasto caldaio per rendere con quel cibo sostanzioso più forti e più sanguigni quei poveri giovani. Le armi sono chiuse nel piano superiore e le chiavi le tengono i magistrati. I littori sono di guardia per tenere nell’obbedienza quella gente degradata che spende il suo coraggio avvilito al trastullo del popolo, e — passata la fuggevole ebbrezza — a molto mal loro grado. Seneca narra come un condannato a quel brutto mestiere, privo ancor d’armi e pur bramando meglio morire che discendere nell’arena, si cacciasse un bastone nella gola sino ad esserne soffocato. Così salvava l’onore.
Sessantatrè ripararono dalla grandine infuocata nelle camere soprane. E quivi morirono. Quattro erano nella prigione a terreno, cui nessuno pensò ad aiutare. I loro piedi, chiusi nei ceppi di ferro, gli obbligava di stare assisi sulla nuda terra, o supini. Destino terribile e ben più triste che la morte dello anfiteatro.
Nella parte commerciale della casa di Pansa — il cittadino illustre incaricato da Vespasiano a presiedere ai pubblici ludi ed a far rispettata la legge Petronia, impedire cioè ai cavalieri ed ai senatori di degradarsi nell’arena, o di farvi discendere di arbitrio schiavi non condannati da un formale giudizio — infamia posta in uso da Giulio Cesare nel 708 di Roma, epoca del suo quadruplo trionfo e continuata più tardi nei funerali della sua figliuola — in quella parte che aprivasi sulla via Domizia e nel chiassuolo dinanzi la osteria di Fortunata, era un _pistrinum_ colla bottega di spaccio e colle camere addette all’abitazione del _siliginarius_. Quivi un liberto facea macinare il grano del padrone, impastare la _siligo_ e cuocere il pane. Egli, il _pistor_, ne dava conto al _dispensator_, specie di tesoriere contabile che registrava in alcuni libri, detti _ephemerides_ le entrate e le spese, minorando la cifra delle prime ed accrescendo quella delle seconde; rispettando però la _merces insularis_, perchè quel prodotto degli affitti delle case potea agevolmente rivelare il larcinio. Cuspio Tubero, liberto di Pansa, aveva sulla parete della bottega, ove vendeva le varietà del pane e della farina, una pittura che rappresentava il serpente simbolico — la divinità custode contro il mal occhio — e sotto, un mattone sul quale ardeva sempre la lampada. Di contro al serpe sporgeva dallo intonaco una croce nera, il segno riverito dai nuovi affrancatori dello spirito umano, perchè su quella forca dei ladri e degli schiavi era stato inchiodato il Galileo, apostolo della redenzione, rivelatore del grande secreto, di quella parola che è suprema e definitiva iniziazione umana e consolatrice delle anime oppresse. Nel forno, i miseri schiavi incensavano ad altro simbolo dei materiali godimenti. Era una immagine phallica, in rilievo, colorata in rosso e sotto vi avevano scritto la leggenda — _Hic habitat felicitas_ — Stranezze dei tempi!
Gl’idolatri erano fuggiti. La superstizione — cioè, il vuoto — avea messo le ali ai piedi di tutti. Nello istante del pericolo il culto religioso diveniva dannosa ipocrisia, di cui ognun si affrancava. Grato Arrio, Messio Inventus, Menophilo Ancario, L. Celio Doripo, Hyalisso Eppio Primo, Amphio Serapa, Agatho, Perennio Merulino, N. Paccio Chilo, Quinto Pompeo, sacerdoti di Giove, di Venere, di Mercurio, di Esculapio, di Cerere, di Quirino, di Giunone, erano fuggiti dalle botteghe oscene dei loro mendacii profanatori. Il monte ardeva. La terra traballava commossa. Il mare ritiravasi dalle sponde. Il sole non luceva più. E i mercanti di una fede ipocrita e ladra, i quali avevano la impudenza per principio, il sangue e le lacrime per mezzo, i godimenti e l’alterigia per fine, disertarono gli altari pericolosi, portando con sè i preziosi redditi che le coscienze sedotte avevano cumulato nei templi. Ma, non uno potè riparare in loco sicuro. Quale per via fu derubato ed ucciso; quale ebbe il cranio infranto; quale fu sepolto per metà dai lapilli che lo scottavano, e nessuno volle arrestarsi per aiutarlo ad escir dalle pomici che il propaginavano. Quale fu garrito con disumano dileggio:
— Chiama i tuoi numi, o _scelerum artifex_, che vengano ad aiutarti. O che? Sono muti o sordi per te? —
Ed un altro:
— Chiama la donna che tu mi hai profanata, non me. Ora soffri la sete di Tantalo, gli sforzi rabbiosi di Sisipho, e la ruota d’Issione. —
Ed un altro,
— Ti baciai una volta la mano sanguinosa, o impudico. Espia ora i tuoi falli, o furfante, ministro di Giove, parricida ed infame. —
E la pioggia cadeva ruinosa e bollente.
Così morirono tutti nel penoso viaggio che lo istinto della conservazione loro imponeva
Ma Tubero non si mosse per escire. Chiuse colle tavole sovrapposte la bottega, accese la lampada e si prostrò dinanzi la croce. Potea farlo senza pericolo, senza sospetto, senza taccia di ridicolo in quell’ora estrema. Quel segno, conforto segreto del suo cuore, non diceva alla mente misteriosi ed impossibili natali, spropositi aritmetici, resurrezioni favolose, abbrutimento della umanità, signoria di arbitrio sulle cose del mondo. Quel simbolo della croce parlava una grande parola alle anime offese viventi e nasciture nei secoli.
— Bevvi il sangue rappreso di un giusto. Sentii le scosse convulse dei suoi tendini lacerati. Udii l’ultimo grido del suo gran cuore: _Eli, Eli, lamma sabacthani!_ Maledissi alle zolle che alimentarono le mie radici. —
Non era adunque un pugno di cemento allineato sulla parete. Era il ricordo delle torture patite dall’uomo che in nome del Dio unico aveva annunciato ai popoli la Libertà, l’aveva professata colla voce e cogli atti, e colle gocciole escite dalle sue vene avea scritto:
«Io muoio per tutti. E questo sangue sia lavacro alle umane stirpi sino alla consumazione del tempo.»
Tubero levò il capo raumiliato e pieno di lacrime. Aveva recitato un inno senza dir verbo. Aveva adorato Dio senza idolatria. Aveva intraveduto lo infinito, la potenza arcana da cui dipendiamo. E quel fiore della fede esciva odoroso dalle ruine di una città, siccome più tardi avrebbe germogliato sulle ruine di un mondo panteista, che anche una volta deve morire e — giovi sperarlo — per sempre.
Pochi istanti dipoi, e la mefite penetrò colà dentro. Uno sguardo d’ineffabile melanconia. Un sorriso di trionfante fiducia... Tubero era morto....
E al di fuori la pioggia cadeva ruinosa e bollente.
Alla fine ristette. Dopo alcune ore di tremenda agonia e d’indicibili strazi il funesto fenomeno si tranquillò, si tacque. La terra non oscillava. Il Vesvio più non fremeva. Calma, silenzio e tenebre. Allora i riparati nelle parti più alte delle case escirono dalle crepacciate mura e dai tetti infranti ed aperti. E gittatisi sullo strato dei lapilli che alzavasi per parecchie braccia sul selciato, cominciarono a correre a precipizio verso le porte colla speranza di salvarsi a Nuceria od a Stabia, o verso la piaggia marina. Ma, molti infelici rimasero per via fracassati dalle pietre fuor di equilibrio che cadevano loro addosso, od asfissiati dalla mefite che sprigionavasi dal suolo fumante.
Nella via di Dafne, un uomo alto della persona è già in piedi. Stende le braccia e vi accoglie la sua figliuola undicenne. La depone sulle pomici inzuppate e livellate dalle acque e leva di nuovo le mani per aiutare la moglie a discendere. Si cuoprono il capo, si avvolgono il manto attorno il braccio sinistro ed il corpo per essere più liberi nella corsa. L’uomo raccoglie una borsa di pelle ove avea chiuso un po’ di danaro, un anello e gli orecchini d’oro, dà un bacio sulla fronte scolorata della figliuola, chiamandola,
— _Salve, o dulce pignus._ —
e s’incammina. Era in su i cinquant’anni. Grossi baffi ombreggiavano il suo labbro superiore. I _femoralia_ cuoprivangli le cosce e le gambe. Aveva nel mignolo della destra lo anello di ferro delle sue nozze. Sotto i sandali allacciati erano chiodi per fare la _solea_ più forte. Quel suo piglio risoluto e marziale lo fa supporre uno dei veterani coloni, venuto dal Pago Felice al mercato colla sua famigliuola. Anche la moglie ha un anello di ferro. Scambiano pochi passi. Avanzano sulla crocevia e cadono. L’uomo, supino. Le donne, a quattro braccia di distanza, incrociando le gambe insieme e a traverso della strada. La madre solleva una mano increspata dall’agonia e si sdraia sul fianco destro. La figliuola cade a sinistra ed appoggia mollemente il capo sulle due mani ed alza la gamba ed il piede nell’ultimo moto dei tendini.
Più in giù, verso le Terme una matrona cammina arditamente. Anch’essa forse si gittò da un tetto sulla via. Aveva chiuso in un manto due vasi di argento, alcune chiavi, novantuno monete, orecchini, fibule ed altre minute cose. La mefite a lei tolse il respiro e cadde sul gomito sinistro col capo appoggiato a diritta e colle gambe e le braccia contratte dall’agonia. Orribili sofferenze le sue!
Siccome un liquido che bolle entro un caldaio pel soverchio del calore sollevasi rigoglioso verso gli orli, e gl’invade, e gl’innonda, e gli supera; così una infuocata materia cominciò a rifluire da tutte le parti del Vesvio e rovesciò ruinosamente sulle sue spalle, pari a larga fiumana. Frequenti baleni con terribili detonazioni squarciavano le fitte tenebre. Ed un nembo di cenere cominciò a cader sullo spazio. E sopra il golfo correva verso Capreas un nuvolo denso per entro il quale vedeasi tratto tratto una gran fiamma in tutta la sua lunghezza. La quale, ora chiarissima, ora rossa di sangue, lanciava fuori fiammelle in varie lingue e figure, ondeggiando, balenando, tuonando, e vibrando fulmini al cielo. Succede una terribile scossa. La terra si fende. E da quello squarcio escono fiamme e fumo. E l’orlo si allarga, s’innalza, si colma e prorompe. In alcune parti putrido fango esce dal suolo aperto.
E le ceneri piovono fitte, oscure, impalpabili e continove.
Nella notte, in due tremendi scrosci parve che il globo crollasse dalle sue basi. Era il Vesvio che scompariva tra i fulmini e il grandinar dei macigni; e alle falde del vecchio monte spaccato ed inghiottito sorgeva in poco tempo una nuova fucina di sassi, di pomici e di lava che ricostruivano il Vesuvio ardente dove ora si trova. E il gorgoglio cupo, continovo, profondo commoveva in tempesta le acque del cratere partenopeo.
Allorchè scoppiò la grande eruzione ed il fumo assunse la forma di un pino colossale sull’orizzonte, Plinio, che comandava la flotta romana in Miseno, giaceva nel letto e studiava. Avvertitone dalla sorella e dal nipote, si levò e salì sur un terrazzo elevato per osservar meglio il prodigio. Dotto uomo, curò esaminar da vicino la strana catastrofe. Una nave leggera è già pronta. Esce di casa colle tavolette nelle mani, s’imbarca, quando i _classiarii_, cioè i soldati della flotta che erano in Retina, vengono a pregarlo gli salvi dal grande pericolo. Ciò che prima era in lui curiosità di scienziato, divenne dovere di capitano. Fa che le quadriremi si apprestino e parte verso tutti i borghi della costa onde dar loro soccorso. Nello accostarsi a Pompei — ove il pericolo gli parve maggiore — le ceneri calde erano più spesse. Il mare rifluiva dalle sponde le quali erano inaccessibili pei pezzi interi di montagna di cui erano coperte. Il piloto il consigliava di tornare indietro. Cui Plinio rispose,
— _Fortes fortuna juvat. Pomponianum pete._ —
Or questo Pomponiano era il comandante delle triremi che stanziavano in Stabia. E forte impaurito del cataclisma, avea fatto trasportare i suoi mobili sulle navi ed attendeva un vento meno contrario per levare le ancore. Plinio lo accosta, lo abbracciagli fa cuore. E per me’ riescire allo scopo, ordina gli apparecchino un bagno. E presolo, cena colle apparenze della gaiezza abituale. I fuochi del monte illuminavano il triclinio. Gli astanti tremavano, credendo al finimondo.
— Rassicuratevi, amici. Quelle grandi fiamme vengono dalle amene ville che disertate dagli abitatori bruciano, perchè senza soccorso. —
Quindi si sdraia sul letto e dorme un sonno profondo. Ma, finalmente la corte che dava accesso alla sua camera si empie sì fattamente di cenere e di pomici che gli avrebbero vietato la uscita se più avesse tardato. Lo destano. Esce. E raggiunge Pomponiano e gli altri che aveano vegliato. Tengono consiglio. Le frequenti scosse del suolo scardinavano la casa dalle fondamenta. Fuori, la pioggia dei sassi, quantunque leggeri e disseccati dal fuoco, era a temersi. Bilanciati i due pericoli, fu deciso di rimanere nella rasa campagna.
Tutti escono dalla casa. Cuoprono il capo di guanciali, tenuti fermi sul mento con legami. Albeggiava. Ma, nel posto ov’erano continuava la notte profonda e la più scura di tutte le notti, schiarata solo da un gran numero di fiaccole e da altri lumi. Si stimò prudente lo accostarsi alla riva per esaminare da presso il mare. Le onde erano furiose ed agitate dal vento contrario.
Plinio chiese dell’acqua e bevve due volte. Fece distendere un tappeto per terra e vi si assise. Le fiamme si accrebbero. E l’odore di zolfo, annunciando il loro avvicinarsi, fece che tutti se la dessero a gambe. L’uomo dotto avrebbe voluto studiare quello sconvolgimento della natura. Non lo potè fare. Ordinò a due servi il sollevassero; chè, obeso era di corpo ed asmatico. Ricambia qualche passi. Ma, non può correre. Gli esorta dunque a partire e salvarsi. Egli si curva e muore. Una nube di zolfo circondandolo, lo avea soffocato.
E la cenere copiosa, sottile ed oscura cadeva sempre.
Molti pompeiani si erano salvati dirigendo i passi in sul primo scoppiar del flagello verso il porto e le sue adiacenze. Quando le acque assorbite dalla forza dell’igne che saliva dal centro della terra prosciugarono le sponde, ed il mare rifluì impetuosamente lontano, le triremi e le piccole barche si curvarono sui fianchi nell’arena. Ognuno incoraggiato dall’altro corse sul canale a piede asciutto e come meglio potè, si cacciò sulle navi. Oh! la confusione di quello istante! L’uomo nei grandi pericoli è egoista. Vi furono padri che disputarono ai figli la corda per salir su! Vi furono madri coi lattanti sul braccio che niegarono aiuto ai più adulti per salvare l’ultimo nato dalle loro viscere! E vecchi cadenti rifiutati! E amanti sbracciarsi per far salva la idoleggiata dal loro cuore colla perdita dei propri parenti! E donne stendere un remo e tirar su con forza non pria creduta lo eroe dei cari entusiasmi, il sorriso delle gioie più intime! A ciascuno pareva di avere innanzi a sè alcuni secoli a vivere e ne accaparrava le delizie ed i redditi. Eh!... Dei secoli avevano sulla persona e sulle vesti la polvere che in forma di sottilissima cenere pioveva, pioveva sempre!
Ecco il mare respinto che torna impetuosamente nei suoi dominii. I marosi urtano, spingono tutto che trovano sulla loro via, uomini e cose. La folla ancor sul canale annega e si straccia sotto le carene irrompenti. Alcune barche si sfasciano. E le onde feroci nel loro riflusso trascinano confusamente la facile preda. — La ferocia del mare è una verità! È la passione alle prese colle sue vittime. Vedi montagne mobili e colline di acqua che si urtano insieme e si spezzano con alto fracasso. Ora i cavalloni spumosi e fosforeggianti levavano i triremi, i rottami e i cadaveri sull’erta di un’Alpe. Ora scaraventavano tutto per la china nella valle profonda. Ora nello ascendere accadeva uno scontro; e tra gli spruzzi e le ondate sonore, il misero schifo affondava nello abisso e la più grossa nave trovava la via dello scampo. E dentro?... Oh! Dentro poi, musica e agrume di vomiti, membra infrante ed uomini balzati nelle onde, grida di marinai e pianti miaulati di donne, sordi urli del vento, muggiti, fischi, spettacolo di morte!
Alcuni che si avviavano al porto, alla vista di quello esterminio rischiarato dalle grandi fiamme del monte, se ne ritrassero impauriti e corsero a salvarsi sulla collina ove si costruiva un tempio dedicato ad Augusto.
Il vecchio Svedio era nel numero. I servi, i clienti, gli adulatori nello istante del supremo pericolo lo avevano lasciato solo. Adiposo e grave, aiutato da qualche passante superò gli ostacoli sulla larga via delle fontane di Pallade e dell’Abbondanza. Riprese fiato sotto la volta della porta della Marina. E poi, in su cogli altri. Pensava fra sè che i suoi giorni erano contati e che ben presto il suo cuore cesserebbe di tormentarlo. Si assise dietro un muro sul capitello di una colonna ed attese i decreti del Fato. Corsi alcuni momenti, gli accenti desolati di una fanciulla lo volsero alla parte d’onde venivano. La chiamò e la invitò a sedergli accanto.
— O chiunque tu sia, ho paura.... Tieni, dammi la promessa di non farmi morir sola. I miei, morti, o salvati. Era con essi.... e disparvero. —
E piangeva e singhiozzava disperatamente.
— Infelice! Non morrai. Dove io andrò, e tu verrai, o misera.
— Ma nell’Erebo no, sai? I miei genitori dicevano che colà vi è qualche cosa migliore della vita. Ma... in questo istante supremo in cui lo spirito trionfa, il sangue mi dice di non andare, la gioventù mi ritiene.... la partenza dal mondo mi sembra sinistra.... E poi colà abitano i numi.... crudeli... spietati.
— Gli dei ti ascoltano ed avranno pietà di una innocente. Io ebbi aspirazioni diverse da quelle che or provo. Ora io desidero semplicemente, sinceramente di vivere per aiutarti. Cessa dal piangere i tuoi. Tu diverrai la mia figliuola, la consolazione del vecchio Svedio nell’Urbe, se....
Uno scroscio immenso gli troncò le affettuose parole sul labbro. La bambina si chiuse nelle sue braccia e mormorò sull’ampio suo petto:
— Ecco, ecco la morte.... colla sua falce assetata!.... O madre mia!
— Quei che t’amano.... o che ti amarono ti raggiungeranno.... o ci accoglieranno negli Elisi. —
Un’onda di cenere li circondò, li coprì, li tolse dallo sguardo dei fulmini che solcavano l’aria. E il dialogo di due cuori, l’uno sconosciuto e l’altro illustre, fu rotto per sempre.
Poco discosto dal gran giustiziero avea trovato mezz’ora innanzi rifugio Quinto Lepta, lo antico amante di Byrrhia, la vedova consolata del duumviro Aulo Vezio. Appoggialo al muro laterale della Basilica, teneva stretta sul petto una donna cui baciava convulsivamente la fronte e i capelli. Tra i dolci nomi ch’ei proferiva nel suo dolore udivasi mormorare Amaredia.... E Byrrhia? La soave creatura aveva vissuto la stagion delle rose, ed un giorno partì per riabbracciare nel Tartaro l’ombra tradita del coniuge suo. — Le tristezze dell’animo non duravano a lungo in Pompei. Lepta era in su i quarant’anni. E contemplando con una tal quale curiosità in uno _speculum_ di argento brunito quel personaggio misterioso ed ignoto per ciascuno di noi che addimandasi sè stesso, vide alcune rughe ed alcuni fili d’argento che facevano ingiuria alle nere sue chiome. Lo amore è la fede. Conveniva legar l’uno e l’altra e non perderli. Diede ai suoi occhi quella serie di espressioni animate, desiose, attente cui la psiche risponde. E Amaredia, della famiglia Rufa, ignara della scienza della vita, si avviluppò di quella passione ch’era una _stola_ per lei, e lo sposò. Erano allora illuminati dal languido chiarore della prima luna.... Quella luce serena doveva ben presto offuscarsi! Dopo alcune ore passate in trepidanti smanie, in imminenti pericoli, in cui i dolci ricordi si arruffavano colle incertezze dello avvenire, Lepta potè trarre in salvo la donna, per cui sentiva cara la vita. Ma da una varietà di sciagura era caduto in un’altra. Ambedue coi piedi sepolti nei lapilli e coperti a metà dalle ceneri che cadevano loro sul capo, attendevano in un estremo bacio la morte.
— _Tecum vivere amen. Tecum obeam libens._
E la bella dai capelli non lucidi e dalle pallide gote accorse allo invito. Ed il raggio dello amore immortale gl’irradiò coll’aureola dei martiri.
Il ridestarsi del vulcano dal sopore dei lunghi secoli, compiendo l’ultima rovina della mia gentile Pompei, accomunò le istesse sorti agli oppidi, ai borghi e alla grande artistica città di Herculanum che componevano una graziosa ghirlanda ai piedi del Vesvio. Da per tutto il suolo traballò come baccante briaco. I sopravvissuti si salvarono per mare verso Surrentum, Capreas, Neapolis e Misenum. Il maggior numero che prese le vie di terra, le trovò aperte ed eruttanti putrido fango; od interrotte in tutte le direzioni dai torrenti di acqua assorbita e vomitata dal monte e da alti incendii e da vastissime fiamme che in molti punti del vulcano splendevano. E tutti morirono. Herculanum restò sepolto sino al tetto dei secondi piani dei suoi nobili edifizi da un cumulo di acqua e di ceneri, or divenuto tufo assai duro, e poi, per una assai maggiore altezza dalla pioggia ulteriore delle ceneri, dei sassi e delle pomici sciolte.
Plinio il giovane, nipote dello ammiraglio, ch’era rimasto colla madre in Misenum per ordine dello zio, descrisse a Cornelio Tacito ciò che avveniva nel luogo ov’era, il dì poi della catastrofe. Cotesto frammento di lettera s’innesta di per sè sulle pagine precedenti.
«.... Era la prima ora del giorno, e ancor non appariva che un debole chiarore, pari al crepuscolo. Allora le case furono disordinate da sì forti scosse che non fu più sicuro lo stare in un luogo per verità scoperto, ma molto stretto. Risolvemmo di lasciar l’oppido; il popolo spaventato ci siegue in folla, ci attornia, ci spinge. E scambiando la paura in prudenza, ciascuno modella la propria sicurezza su quella degli altri. Esciti dallo abitato, ci fermiamo. E là, nuovi prodigi, nuovi sgomenti. I veicoli che avevamo con noi erano ad ogni istante agitati, quantunque in rasa campagna; e non si poteva neppure collo aiuto di grosse pietre fermarli nel posto. Il mare, parea, si rovesciasse sopra sè stesso, come fosse cacciato via dalla sponda dal moto della terra. E nel vero, la riva erasi fatta più larga, e sulle sabbie erano diversi pesci rimasti a secco. D’altro lato, una nugola nera ed orribile, squarciata da fuochi che si slanciavano serpeggiando, mettea fuori lunghi razzi simili a lampi, ma di questi più grandi. Nell’atto un amico di mio zio, venuto allora allora di Spagna, tornò per la seconda volta ad insistere:
» — Se il fratel vostro, se il vostro zio è ancor vivo, si augura al certo che voi vi salviate. Se gli è morto, volle che a lui sopravviviate. Che più attendete? Perchè non scampate? —
»Noi gli rispondemmo;
» — Non possiamo pensare alla nostra salute finchè saremo mal certi della sorte di Plinio. —
» Lo Spagnuolo senza ritardo cercò lo scampo in una fuga precipitata. Quasi subito la nube cade a terra e cuopre il mare. Ci nasconde l’isola di Capreas che avviluppava e ci fa perdere di vista il promontorio di Misenum. Mia madre mi prega, mi scongiura, mi ordina di salvarmi come che sia. Io il posso alla mia età. Non essa, carica d’anni com’è e grave di forme. La morrebbe contenta se non mi fosse cagione di morte. Or io le dichiaro che non v’ha salute per me senza lei. Le prendo la mano e la forzo ad accompagnarmi. Lo fa con pena e si rimprovera di ritardare i miei passi. La cenere ci cadeva addosso quantunque in piccola quantità. Volgo il capo e veggo dietro di noi uno spesso fumo che ci segue e si spande sulla terra come un torrente. Dico a mia madre:
» — Finchè luce, lasciamo la grande strada per tema che la folla inseguente non ci soffoghi nelle tenebre. —
»A mala pena eravamci scostati, la oscurità divenne sì fitta, come non già in una notte fosca e senza luna, ma in una camera ove tutte le lampade fossero spente. Non avresti udito che lamenti di donne, gemiti di fanciulli, grida di uomini. L’uno chiamava il padre. L’altro il figliuolo. L’altro, la donna sua. E non si riconoscevano che dalle voci. Quale deplorava la sua disgrazia. Quale, la sorte dei suoi parenti. Ve n’erano persino a cui il timor della morte faceva invocare la morte. Molti imploravano il soccorso degli dei. E molti credevano non ve ne avesse più. E quella l’ultima ed eterna notte in cui il mondo sarebbe sepolto. Eranvene altresì di quelli che aumentavano il timore ragionevole e giusto con paure immaginarie e chimeriche. E dicevano che in Misenum questo è caduto e quello arde. E lo sgomento dava peso alle loro menzogne.
» Apparve alla fine un bagliore che annunciava — non il giorno — ma lo approssimarsi del fuoco che ci minacciava; si arrestò pertanto lungi da noi. Reddiva la oscurità e la pioggia di cenere ricomincia più forte e più spessa. Eravamo ridotti a levarci di tempo in tempo e scuotere le vesti; senza ciò ci avrebbe coperti e inghiottiti. Posso menar vanto che in mezzo a tali pericoli, non dissi verbo, non mostrai debolezza. Era sostenuto da quella consolazione poco ragionevole — quantunque abituale nell’uomo — il credere che tutto lo universo perisse con me. Finalmente lo spesso e nero vapore si dissipò, e a poco a poco si perdette come fumo o come nuvola. E poi apparve il giorno ed anche il sole, giallognolo però come in una ecclissi.
» Tutto ci parve cangio. E nulla era se non coperto sotto monti di cenere come di verno sotto la neve. Torniamo a Misenum. Ciascuno vi si aggiusta come può. E noi vi passiamo una notte tra il timore e la speranza — lo spavento però usurpando la parte maggiore. — Imperocchè il tremuoto continovava sempre. Non si vedevano che genti impaurite coltivare il proprio sgomento e quello degli altri, con sinistri presagi. Non ci venne mai però il pensiero di ritirarci finchè non avessimo avuto le novelle dello zio, malgrado che fossimo ancora in attenzione di un pericolo così tremendo, visto sì da vicino.»
La catastrofe durò tre giorni. La cenere corse largo spazio. Si legge fosse volata in Africa. Certo, i Romani l’ebbero sui sette colli e temettero il disordine nei pianeti; cioè, che il sole cadesse sulla terra per spegnersi; e la terra salisse nel vuoto per incendiarsi. Quando la natura si acquetò, ed il mare si fece più calmo, e il disco raggiante potè mostrare il suo eterno sorriso a queste desolate contrade, Pomponiano tornò su quel posto ove il suo capitano era morto. Plinio era disteso sul tappeto in attitudine d’uom che dormisse.
Gli scampati da Pompei tornarono sul suolo della terra natia. Ma, come diversa da quella che era! Una grave mora di lapilli e di cenere! Una collina grigiastra d’onde tratto tratto sorgeva una colonna infranta, un capitello, un muro sporgente e senza forma.... i segni di un cimitero immenso!... Morte! Morte parziale però, e meglio una nascita che una morte. Il passaggio di larva a crisalide, un seguito di metamorfosi al servizio della vita generale. Rapidità. Fissità. Eternità. Il fil verde sotto le nevi cadute. — Oh! le lacrime! Oh! gli omei di quei miseri! Indarno cercavano su quel piano le dimore ov’erano nati, ove giacevano sepolti i cari congiunti, ov’erano celati gli oggetti più preziosi e più cari. Alcuni disperati grattavano le pomici colle unghie, sperando calmare lo schianto dell’anima nel riveder le sembianze morte, quale dei figli, qual dell’amante. E nella impotenza si carpivano i capelli, si dilaniavano il volto, si stracciavano le vesti. Miseri! ahi, miseri!
I più ricchi, calmata la prima passione, vennero con schiavi compri a praticare alcuni pozzi, sostenuti da tavole puntellate, per riavere i loro marmi, le loro statue, le loro gemme, i loro denari. Cotesto fatto creò una industria di disseppellitori, i quali rubarono quanto trovarono. Ed in una casa in riparazione nell’atto del cataclisma, piena di marmi pregevoli da collocarsi, aggiunsero persin lo epigramma, scrivendo colla punta ΔΟΥΜΜΟC ΠΕΡΤΟΥCΑ presso l’uscio, dopo averla forata per ogni verso. Quel mestiero da talpe fu proficuo a parecchi; chè, ogni casa fu visitata; e particolarmente quelle delle agiate famiglie e le botteghe, ove supponevasi fosse rimasto il peculio. E fu ad altri letale. I ladri isolati, chiusi dalle facili frane dei lapilli, perdettero il respiro e la vita ed il sepolcro servì loro di carcere.
Tito Vespasiano trasse per sorte dal numero dei cittadini consolari i procuratori per dar ordine agli inconvenienti occorsi e con molta pecunia soccorrere le popolazioni del littorale, prive delle loro case e dei loro campi. Nella mente di Cesare era il pensiero di sgomberare lo abitato e di ricostruirlo come in antico; ed i beni di quelli ch’erano stati oppressi dallo straordinario incendio e dal più straordinario seppellimento — dei quali non si ritrovassero gli eredi legittimi — fossero assegnati al rifacimento delle cose guaste e delle genti afflitte. Ma, i dignitarii, esaminati i luoghi sotto il vulcano che potea un dì o l’altro ricominciar la catastrofe, stimarono che la ingente spesa la sarebbe perduta. Lo imperatore non vi pensò su più che tanto. Le erbe ben presto germinarono sulla collina che copriva Pompei. Le vigne e gli alberi ne usurparono il posto a contrasto. Sursero sopra le case dei villici. Ai secoli successero i secoli. E le generazioni perdettero per sino il ricordo che il suolo dal loro aratro solcato era il coperchio di una nobile tomba.
L’uomo è fatto così. Facilmente è distratto ed oblia.
Aveva dieciotto anni quando venni la prima volta a visitare la dissepolta città. Vi tornai più tardi per Garibaldi e con Garibaldi. Il suo aspetto ebbe sempre per me qualche cosa di attraente, di fuggevole, di misterioso che attizza potentemente le fiamme del cuore. A furia di contemplare con riverente affetto le dirute cose io finii per disvelare secreti che i molti non vedono. E qui provo rivelazioni inattese e faccio conoscenze gradite che tanto piacciono all’anima mia.
Dopo il discoprimento di Pompei molte parole furono dette sopra il suo funebre lenzuolo e sulle rotte e vaghe sue membra. La fredda temperie del sepolcro le ha tutte diacciate. Le pagine che ho scritto conserveranno forse un po’ di calore nello amato cadavere. Io raccolsi il sangue delle ferite ond’essa morì. Feci tesoro dei suoi aneliti estremi. Afferrai la parte taciuta della sua vita, e l’ho rivelata ai pietosi che gitteranno lo sguardo su queste povere carte.
FINE.
INDICE DEL VOLUME.
DUE PAROLE SU QUESTA SECONDA EDIZIONE Pag. 1
I. I TEMPLI. Scene religiose in Pompei. — (Anni di Roma 673. — Anni avanti il Cristo 84) 3 II. LA CAMPAGNA. Scene della vita rustica. (Anni di Roma 695. — Anni avanti il Cristo 59) 25 III. IL FORO. La elezione dei Magistrati in Pompei. — (Anni di Roma 705. — Anni avanti il Cristo 49) 47 IV. LA STRADA. Scene diurne in Pompei. — (Anni di Roma 767. — Anni del Cristo 44) 75 V. LA BASILICA. Una condanna a morte. — (Anni di Roma 770. — Anni del Cristo 17) 99 VI. LA NECROPOLI. Scene di funerali. — (Anni di Roma 779. — Anni del Cristo 26) 125 VII. I TEATRI. Scene di distrazione. — (Anni di Roma 812. — Anni del Cristo 59) 147 VIII. LA STRADA. Scene notturne in Pompei. — (Anni di Roma 825. — Anni del Cristo 72) 177 IX. VENVS PHYSICA. Scene del cuore. — (Anni di Roma 826. — Anni del Cristo 73) 201 X. IL CATACLISMA. Scene del novissimo giorno. — (Anni di Roma 832. — Anni del Cristo 79) 281
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.