Chapter 2 of 10 · 7275 words · ~36 min read

II.

Re Gige reputavasi lo avventurato tra i mortali — Per meglio assicurare la sua fede, interrogò l’oracolo di Delfo. Nè dubitava di una lieta risposta.

— Di’ il nome del più felice fra gli uomini. —

— Due nomi; non uno — Fedio ed Aglao. —

Piccato nel vivo, mandò attorno i suoi consiglieri. Spedì messaggi per ogni dove, affine di rintracciare quegli ignoti individui che nel paese nessuno conoscea nè di persona, nè di nomèa. Dopo molte ricerche il re venne a sapere, che Fedio era morto, difendendo dai prepotenti il sacro suolo della sua patria; e che Aglao ancor viveva in Arcadia, coltivando colle sue mani un povero campicello, lasciatogli dai suoi padri.

L’oracolo volle significare a quel re, la felicità non essere chiusa nei forzieri d’oro, nella corona gemmata, nelle braccia di una donna amica e nel numero grande degli adulatori alla fortuna, — sibbene, nello esercizio dei doveri di un cittadino, quali sono precipuamente, servire il proprio paese e coltivare il suo campo.

Se in Roma fosse il culto del vero Iddio, e si compiacesse rispondere oracoli, ed un re gli chiedesse il nome del più felice tra tutti gli umani, risponderebbe:

— Giuseppe Garibaldi! —

Ebbene! — I nostri avi gloriosi vivevano la sua vita in Caprera. Compiuto lo ufficio di consolo, di senatore, di duumviro, di decurione, di pretore, di edile, di questore, di tribuno di soldati, correvano ai piaceri della vita campestre; circondati da uomini laboriosi e contenti, vedeano coronate le modeste fatiche da una ricompensa sicura; godevano la tranquillità e la pace in seno di una famiglia felice; sfatavano le brighe che traggono seco notti affannose; studiavano ad un tempo la natura e le arti; e terminavano la loro carriera, o nel bacio degli affettuosi figliuoli, o cogli occhi irradiati dalla vittoria sul campo di battaglia della repubblica.

Due uomini montarono a cavallo — salendo sur un sasso elevato sull’orlo della via, come di aiuto — allo escire della porta di Herculanum, in Pompei. L’uno era giovane e l’altro nella piena maturità. — E siccome il cielo annuvolato minacciava la pioggia, eransi avvolti in una veste di pelle detta _scortea_ e sul capo avevano il _petasus_, berretto a larghe ali. — Di qua e di là della via erano vigne, olivi, pioppi, ciliegi, mandorli e fichi. Lo aspetto di una ricca cultura e del fertilissimo territorio offeriva uno spettacolo maraviglioso.

— Sì. — Ho deciso. — Quei coloni non mi vanno. Gli è vero che tutto è a loro rischio e pericolo. Ma per fornirmi delle legna convenute, mi tagliano il bosco che io stesso piantai. I primi frutti raramente li portano in casa. E i denari del fitto a centellini. — Il lustro scade. Siamo presso alle calende di marzo. E ritoglierò la terra per conto proprio.

— Credo, anche lo agente che tu mandavi sul luogo per raccogliere le parti di frutti convenute, ti fosse mal fido. — Gli è che ognun tira l’acqua al suo prato. —

Ben dici. — Ma gli schiavi — razza incurante e onerosa — che colà impiegherò, converrà sorvegliarli. Al mio vicino lasciarono deperire il gregge; e i buoi e le vacche ed i muli li affittavano a chi loro li chiedeva. Per abito, quei pigri coltivano male, lasciano rubare le uve, o le rubano per sè. E sul registro segnano minori quantità di grano raccolto e più semenza di quella impiegata. — Come regolare la cosa? Di uso se ne seminano da quattro a cinque _modii_ per jugero, secondo la bontà del terreno. E il ricolto è diverso se si semina in autunno o all’appressare del verno; se in un tempo umido, od in tempo secco; e secondo la pioggia abbondante o la neve.

— Le visite le faremo frequenti — _Frons occipitio prior est_. — È proverbio trito. L’occhio dello schiavo non può valer quello del padrone. — E perciò leggeva l’altro dì nel trattato di Agricoltura di Magone, il cartaginese: _Qui agrum parabit domum vendat_. —

— _Est modus in rebus._ — Senza abbandonare la città, e i propri uffici pur doverosi, e la educazione dei figliuoli, si può allontanare il grappolo guasto dal sano e non permettere che la incuria — a conti fatti — costi più della debita oculatezza. Imperocchè, siavi un adagio non meno vero dello accennato poc’anzi, il quale dice: _Laboriosior est negligentia quam diligentia_. —

I cavalli si posero al trotto. — Un aquazzone irruento per pochi istanti calmò ben presto la nuvola di polvere che le zampe ferrate agitavano. Rimessisi al passo, il più anziano proseguì:

— Dio Pluvio, invece di offenderci, ci giovò. Ed è tutto un beneficio di lui su queste terre, composte di pomici infrante e di ceneri, vomitate in tempi remotissimi dal vecchio Vesvius. — In continovo accordo col dio di Delo, noi abbiamo fertili e prosperosi i campi di ogni bene e di ogni delizia....... Non credere già, o mio Lucio, ch’io voglia condannarmi, o condannarti a viaggi troppo frequenti ai raggi della canicola. Farò la scelta di un onesto _villicus_ che il buon vecchio Coecilio Casella mi proporrà; e cotesto schiavo dirigerà in capo, sotto i miei consigli ed i tuoi, i rustici lavori. Mi ha pur promesso un valente _promus_ per la fattura dei vini. Quelli avuti sinora sono dolciumi che guastano lo stomaco. — Voglio del buon falerno che a dieci e a quindici anni consoli. — E del surrentino, adatto ai convalescenti. — E di quello di Cales, leggero e profumato. — Ed il cecubo secco, generoso e confortante. E quello eccellente di Setin, il quale possiede le più notevoli qualità digestive.

— Ve’, padre, la bella casa che sorge ridente sul pendìo del colle — Non parmi vi sieno colonne, nè portici. — Oh! Una sola statua.

— Sì, figliuolo mio. Una sola — quella della Libertà, dallo sguardo aperto, dalle braccia robuste, dalla prestanza di tutte le forme. — La situazione che tu ammirasti attira l’attenzione; e la vastità dei campi allo intorno annuncia la ricchezza di chi li possiede; e l’un delubro rivela i nobili pensieri del cittadino che presso dimora. — È Casella il suo nome, il vecchio amico che tu non conosci, perchè non abita più la città. Egli fu _Meddixtutticus_, il primo dei magistrati municipali quand’io era pur giovanetto. Era stato _suffectus_, succedaneo al comandante gli eserciti ai tempi che furono. Quindi egli stesso ordinò le battaglie a difesa ed a gloria del nome sannita. Ha l’animo austero che conservò la impronta dei tempi.

— Comprendo io bene un vecchio generale che si toglie dallo sguardo del popolo di altra età e che pure è costretto a rispettare; che si sottrae dalla folla dei clienti importuni; e coltivi nel suo pacifico ritiro; e si circondi di una numerosa famiglia di schiavi — ricordo vivo del potere già esercitato. — Ma il repubblicano del mattino sarà il Tarquinio della sera su quanti lo attorniano.

— Poichè siamo presso il viale che ver lui mena, andiamo. Voglio, senza risponderti, che tu lo conosca e lo giudichi. —

Una strada ascendente, attelata da pioppi italici e da una siepe di albospino, aprivasi da un cancello di legno, presso il quale da un lato era una camera per l’_ostiarius_ e dall’altro un simile fabbricato in _opus recticulatum_ — ossia muratura a scacchi di tufo, riquadrata negli angoli da mattoni sopraposti — che aveva la iscrizione a grossi caratteri rossi

CAVE CANEM

e sotto, la stia, dove abitava lo incatenato ed abbaiante molosso.

Per essa i due si avviarono al galoppo. — Giunti presso il simulacro della Iddia colà venerata, smontarono ed il maturo diè ordine allo schiavo accorso di menare i cavalli nella stalla, mentr’essi sarebbero iti a sorprendere il suo padrone.

Nelle diverse aiuole piene dei fiori della stagione erano viole, mandorli a fior doppio, rose di Preneste e giacinti. Più oltre era un largo bacino, circondato da zolle erbose e pieno di acque limpidissime, incanalate da una sorgente lontana. Dai verzieri coronati di bosso si andava verso il bosco e si scendea nell’orto. — Colaggiù, curvato dagli anni e dalla specie di lavoro che allor lo occupava, era Coecilio Casella, presso il quale i due sopraggiunti movevano. Al rumore dei passi sulle sabbie crepitanti, il vecchio levossi; e riconosciuto lo amico, corsegli incontro e abbracciollo.

— O mio Vestorio Tucca, salve — _Si tu vales, et ego valeo._ — Raccoglieva baccelli pel mio desinare.

— _Gratulor tibi prius. Deinde ad me convertar._ — Questi che mi accompagna è Lucio, il figliuol mio, il quale arde del desio di conoscerti. —

Quel canuto baciò sulla gota il giovanetto; e, presolo per la mano, lo invitò col padre a sedere sur un banco di pietra.

— Voi camminaste. — Io fatigai. — Ognuno acquistò il diritto di riposarsi..... quantunque per la mia età quel diritto io il tema invece di bramarlo. — Questi alberi che ci adombrano colle foglie nascenti, io gli piantai e gl’innestai di mia mano. — Vedi giù, davanti la _fructuaria_, dov’è quella fabbrica disposta intorno ad una corte? I miei giovani schiavi fanno buche presso gli alberi di olivo per seppellirvi ritagli di pelli, piedi e corna di animali — possente concime che si forma e mette tre anni a consumarsi. Ebbene! Essi raddoppiano di zelo allo aspetto di me vecchio, che divido i loro sudori e le loro cure. — Qui, nè tiranno, nè schiavi. Laonde lo stato di quei miseri più sopportabile.

— Ah! tu sei sempre degno d’impero, perchè sapesti servire!

— Il tuo figliuolo osserva, con vagante e smanioso sguardo, le varie culture della mia villa. — Giacchè il sole ci volge i suoi tepidi raggi, permetti che a lui — non indifferente — mostri le occupazioni mie e dei miei servi, ed i risultati che ne otteniamo.

— Grazie, o mio, della somma bontà che ti muove. — Ho molto caro che Lucio apprenda da tanto esempio — non la cultura dei campi soltanto — sibbene la virtù del tuo carattere antico.

— Qui sopra, o amici, è un colle, bene esposto all’oriente, ove cresce un vigneto delle specie migliori. — Non tutte erano nostrane. — Ora sì, mercè le mie cure. — Andiamo a vederle. — Sbottonano già. —

E lo adusto vecchio, appoggiandosi al braccio di Lucio, seguitò:

— La vite annosa si piace appoggiarsi su giovane olmo. — E anch’io così. — Però, ti prego, non affrettare i tuoi passi, com’io non allenterò i miei. Cercheremo riescirci gradevoli, quantunque Lucina non assistesse lo stesso giorno al parto delle nostre madri. — Faremo bugiardo il proverbio che dice: _Pares cum paribus facillime congregantur_.

Mira! Cotesta strada larga che noi ascendiamo appellasi _cardinal_ con parola etrusca, perchè taglia il terreno dall’ostro al settentrione, verso i poli del mondo. Le vie traversali si chiamano _decumanus_. — E sono sì larghe, perchè i carri non abbiano difficile il passo in tempo della vendemmia. — Laonde, lo aspetto intero di una vigna si presenta distribuito in regolari quadrati, detti _hortus_, cioè giardino. — Ciascun gode di una divisione siffatta — il padrone che sa le piante egualmente esposte al sole ed al vento e con facilità può sorvegliarle — ed i servi, che veggono ad ogni colpo di vanga accelerarsi il termine del proprio còmpito. — Ogni _hortus_ contiene cento cinquanta viti ed è largo un mezzo jugero quadrato. Le propagini si attelano in _quincunx_ e traversalmente alla ascensione del terreno, a fine di mantenere le terre ed impedire alle pioggie ruinose di cacciarle tutte nel piano. Alcuni fanno crescere la vigna sui pioppi come nella Campania; altri sulle canne come in Arpinum; altri su pali tenuti insieme da corde di crine, come in Brundusium; altri sugli olmi come nella Emilia; altri su brevi pali, come presso i Maruccini e i Peligni; altri aggioga i tralci tra un albero e un altro, come presso i Piceni e i Galli-Cisalpini; altri la lascia sdraiata per terra, come nell’isola Pandataria, ma di tal modo mangiano il suo frutto le volpi, i ratti e i coltivatori assai più che il padrone. — Io, come vedi, uso la forca, che è quel palo fisso nella terra perpendicolarmente, su cui posano in traverso altre pertiche che la vite abbraccia coi suoi viticchi. Così godo di due vantaggi in una volta — il terreno caldo e secco è riparato dai raggi ardenti del sole — ed i grappoli maturano meglio e fruiscono di una ventilazione salubre.

Gli Etruschi tagliavano la vigna nel marzo. E gli Osci, padri nostri, l’appresero a fare nel dominio dei primi. I Latini la lasciavano libera e ne ottenevano un liquor fermentato che inacidiva ben presto. Re Numa, per costringere il suo popolo a praticare il buon sistema, dichiarò in una legge come ogni libazione fatta con vino prodotto da vite non potata fosse orribile sacrilegio. — Agl’idi di maggio io faccio spampinare poco innanzi la fioritura. E rinnovo la operazione — qui che fa caldo — quando il grappolo è formato. E i miei servi vangano e concimano il vigneto due volte l’anno al levarsi delle Pleiadi — quando tolgono i primi pampini e rimboccano il ceppo con letame paglioso e un po’ di sale — e allora che i racemi imbiondano e anneriscono.

— Una volta, o Casella, due curiose specie di uva, che la industria ti aveva additato, qui mi mostrasti. — Ne mangiai e ne ho lieto ricordo. — Sii cortese nel farne motto al mio Lucio, che è tutt’orecchi per ascoltarti.

— Tutto l’_hortus_ superiore, ch’è di prospetto, è composto di tali viti che danno il buon da mangiare. — Ecco come io mi vi adoperai. Presi quattro ramicelli di diverse specie, delle qualità migliori. Li ligai forte e li cacciai in un tubo di terra cotta, lasciando due soli bottoni fuori. Quindi, in una fossa, ricoperta di letame. — Corsi due o tre anni, quando mi avvidi che i ramicelli eransi collimati insieme e formavano un solo stelo, ruppi il tubo in cui era chiuso, lo piantai nella terra ed i grappoli che ne colsi a suo tempo offerirono chicchi di sapore e di colore svariato.

Operai anche nel modo seguente. — Spaccai una margotta nel mezzo in tutta la sua lunghezza. Ne trassi il midollo. — Collimate le due parti, le legai strette senza offenderne i getti. La piantai nella terra letaminata e l’annaffiai spesso. Ed il frutto che ne mangiai non produsse mai acini.

Coteste operazioni sono divertimenti, o Lucio, e non entrano nell’ordine della cultura. La specie buona s’innesta — ecco il modo di propagarla, e trarne pro. Ora ti nominerò le migliori qualità ch’io posseggo.

L’_amminea_, i cui grani sono coperti di fine lanugine. È della stessa specie la _gemina_, perchè i grappoli fioriscono a due a due. — La vite di Nomentum è molto feconda. Ve n’ha di due sorta. Una la chiamano _rubelliana_, perchè il suo legno è rossastro dentro. E l’altra _feciniana_, perchè il suo vino dà sedimento copioso. Ho una moscatella; che pur dicono uva _apia_, perchè ricerca con amore da quegl’insetti che ce la rendono nel verno col loro mele odoroso. Un’altra uva dicesi _uncialis_ dal peso dei suoi grossi chicchi. Nel recinto che qui vedete ne coltivo più di ottanta specie svariate, che riunite nel tino danno squisitissime qualità di vino. — Che più? Nominartene una per una fa lungo il discorso ed inutile. Sarebbe lo stesso dirti il nome di ciascun granello di sabbia agiti Favonio. Ti basti che ne ho di Chio, di Thasos, di Spagna, della Rhezia, di Sicilia e del paese degli Allobrogi. — Ora, ridammi il braccio e scendiamo a vedere l’oliveto. —

Lucio era incantato della semplicità di quel vecchio illustre e della bonarietà che spiravano le sue parole. — Si sentiva superbo di essergli al fianco e pensava quanti in Pompei gl’invidierebbero una tanta fortuna.

— Tu, o Vestorio, avrai detto al tuo figlio come quegli alberi cui ci avviciniamo ed ai quali i Greci attribuirono una origine celeste, fossero stati qui da essi portati. — In Italia non v’erano. Anzi, nell’anno di Roma 505, una libra di olio valeva dodici assi. Ed oggi ce ne danno dieci per un asse. — V’è chi ha scritto, vi è pur chi dice che quelli che piantano ulivi non ne veggano il frutto. — Errore! — Ecco, siam giunti. — Vedete i grossi alberi! E tutti da me piantati. — Antestio, gli ulivi che piantammo gli ultimi, da quanti anni messi sotterra? —

— Mio buon padrone, nell’anno del tremuoto........ ed in cui partorì la mia figliuola. Giunti al quarto mese della germinazione, sono cinque anni. —

— Vedete, amici, sono cinque anni, e già compensano le nostre sollecitudini! — Antestio, togli un ramicello delle tre qualità migliori commestibili. — Vo’ che le osserviate da presso..... Questa dalla foglia larga ed argentea al di sotto viene di Spagna e perciò ai suoi grossi frutti diamo il nome di _orchites_. — Dapprima li ponghiamo in un bagno caustico, composto di acqua stillata dalla calce e dalla cenere. Tratto tratto si esaminano tagliandone la polpa col coltello. Appena si scorge il punto che il ranno è arrivato a mordere, le olive si tolgono e si lavano con acqua pura. Indi si tornano a maturare nella salamoia, formando sopra uno strato di steli e di fiori spezzati di finocchio salvatico. — Queste dalle bacche più larghe le chiamiamo _pausiane_; esse pure formano la delizia della nostra tavola nello inverno. L’ultimo ramicello appartiene ad Emerita, terra della Lusitania. I suoi frutti sono grossi e polputi. — Non abbisognano di salamoia. Basta esporli durante le fredde notti del decembre e del gennaio all’aquilone e divengono dopo una decade dolci come uve passe. —

Poi, voltosi al monte, riprese:

— Vesvius — creatore di questa deliziosa contrada e che talvolta, quasi schiacciasse col suo peso i Titani, freme e traballa — oltre le pomici, la pozzolana e quelle spugne rossastre di cui ci serviamo per fabbricare muri leggieri e soffitte, pare ci abbia pur dato una pietra dura quanto il granito. Me ne servii per molti lavori qui. — Or, sopra i crepacci della roccia eransi piantati di per sè alcuni caprifichi salvatichi, i quali portavano le loro frutta con maturità anticipata. Allora io piantai dinanzi fichi di qualità migliori.

Perdona, o giovanetto, la parlantina di un vecchio che la vanità ha sorpreso sul declinare della vita. I miei coetanei sono lodatori di antiche cose. — Nè io son libero di quel difetto, se difetto è. — Ma lodo pure le nuove, perchè sono presso la natura che si rinnuova pur sempre. — Là a diritta ho una piantagione di peri. Mi danno frutta squisite. Ho la _decimia_ — la _dolabella_, che ha lungo il picciuolo — la _laurina_, il cui aroma somiglia a quello della corona degli eroi — la _nardina_, che ha l’odore del nardo — la _superba_, che chiamasi così per antifrasi, essendo la più piccina della specie — la _libralia_, che vien colta dopo i primi geli — la _veneria_, dedicata alla Iddia che a me sorrise e a te sorride benevola, detta così per la forma elegante e pei suoi vivaci colori. — I cotogni che miri in fondo, dai rami ricurvi dal peso che l’anno scorso patirono per la quantità dei suoi frutti pesanti, gli ho piantati per adornare gli altari dei domestici Iddii e per la loro fragranza. — Là, a sinistra, su quel terreno più fresco e più pingue, sono alberi di mele che sbocciano già le loro tenere foglie. Ve’ la primaticcia, che apre la fila. Poi la _sceptia_, che devesi ad un mio liberto. — Le più ricercate sono le _appiolae_ — le _claudiae_ — le _manliae_ — le _gestiae_ — tutte coi nomi di quei che le fecero primi conoscere. — Furono uomini egregi del vecchio Lazio e del Sannio; i quali, dopo avere condotto i soldati della repubblica sul sentiero della gloria immortale, tornarono come me alla onesta quiete dei campi d’ond’erano partiti. — Nessun piange o muore per queste loro conquiste. — Esse sono tutte ed a tutti benefiche. — E la pubblica riconoscenza gli nomina e gli nominerà quantunque volte gli uomini ricorderanno i loro frutti squisiti, fintanto che i padri trasmetteranno ai figli le due nobili lingue della libertà e della civiltà. —

Il vecchio Casella, di curvo che era, sollevò baldo il suo capo canuto, e due cicatrici mostrò sulla fronte e sul collo. — Il giovane fu commosso da quello aspetto dopo quelle parole e strinse la mano al padre suo. Tre diverse fasi di sole erano in presenza — l’alba — il mezzodì — ed il tramonto. Ma tutte si coloravano di una tinta splendida ed ardente. — Lucio, dominato dalla fiera inspirazione dell’onore e della gloria, era grande, magro e un po’ stretto di spalle. Bruno e dai capelli naturalmente arricciati, aveva un fuoco negli occhi che rivelava gli entusiasmi del cuore. — Vestorio; di media statura e tarchiato e forte, aveva seguito la carriera delle armi ed era poeta come un valente uomo dev’essere; imperocchè il medesimo slancio solleva di terra — per trasportarle con ala possente verso un nume misterioso ed ignoto — la mente coraggiosa e la mente inspirata. Nei tempi di pace adempiva alla pubblica funzione di questore, che la elezione del popolo gli aveva dato. — Coecilio era un uomo di una forte razza, di cui non abbiamo che un solo modello ai dì nostri. Nè grande, nè piccolo di persona. Grave negli atti e nelle parole. Pari sempre alle varie venture della vita. E tutto lo aspetto raggiante di un velato e mesto sorriso che nessun pericolo, per tremendo che fosse, avrebbe avuto la forza di spogliarne il suo labbro. — La emozione di quei tre era come lo ardore profondo di un sentimento che appena facevasi sospettare al di fuori — Il vecchio fu il primo a parlare e disse, rivolto agli amici:

— Visitammo abbastanza i piedi degli alberi, i miei sono stanchi. — Forse i vostri, no. — Pure, per tutti stimo conveniente il riposo. —

Gli altri assentirono con un cenno del capo. Ed avviandosi verso l’abitazione, traversarono la parte ove si coltivavano i legumi.

— Qui sono le piante nominali di famiglie illustri e che sempre più ci richiamano alla memoria la origine d’onde venimmo. I Pisoni derivarono da un coltivatore di piselli. — I Lentuli, di lenticchie. — I Fabi, di fave. — La cura dell’orto fu cura di uomini sommi che le istorie ricordano. — Qui, di fuori, non sono che gli asparagi che riportai di Ravenna. — Ah! pur vo’ mostrarti il luogo d’onde io traggo gli aromi. — Costì sono seminati il _libisticus_, che tien luogo della mirra — il _cominus_, la cui semente fragrante piace tanto ai colombi — la _nepitella_, il cui sapore mordente condisce le vivande. — Ma, andiamo a rifocillare lo stomaco, che ne ha bisogno. —

Il triclinio di quell’uomo virtuoso era semplice come la sua persona. — La camera bianca di calce. Tre larghe finestre vi facevano penetrare il dolce tepore della stagione. Il sole era raggiante. La natura tutta chiusa in un suo pensiero di amore. — Dopo aversi lavato le mani e propinato agli Dei domestici della patria, si assisero attorno al desco, su cui fumava un pezzo di montone arrosto. Pane saporito, latte, mele, frutta ed erbaggi. — Il vino era mesciuto in coppe di terra di Nola, ornate di belle pitture. — Gli uccelli cantavano i loro inni sugli alberi vicini.

Dopo una seconda abluzione si levarono dal desco. Ed andarono verso una stanza, ove trovarono il _librarius_, lo schiavo che tenea conto dei papiri e trascriveva quelli che Casella facea venir di Herculanum e di Cuma a prestito dai suoi amici. La camera era sopra un terrazzo elevato e la luce veniva dentro da spiragli praticati sul tetto e coperti da vetri. Tutto allo intorno era un armadio. E dentro, distesi su lunghe tavole, posavano le leggi, i plebisciti, i decreti dei magistrati e gli editti meglio importanti. Venivano quindi gl’istorici, i filosofi, gli agronomi.

— Ieri piovve e ben tardi rasserenò. Laonde qui venni, cacciato dai campi. Pamphilo — questo giovane greco, che ora copia le opere di Catone — mi fece lettura per più ore del libro. — Io non saprò mai imitare quel saggio. —

Vestorio si fe’ tosto a richiedergli:

— Stupisco della tua severità. — Dinne a noi le cagioni. —

— Catone studiò forte la economia e la volse all’eccesso. — In verità, i risparmi oculati dei cittadini fanno fiorente uno Stato. Ma non bisogna spingerli allo estremo. — Nè avaro — nè dissipatore. — Rammentati, o Lucio, che anche gli eroi sono soggetti a fallire. E i grandi uomini debbono continuo studiarsi, onde evitare che i loro errori non mangino la grossa parte dei benefici effetti delle immense loro virtù. — Immagina, Vestorio. Egli prescrive di menomare il cibo agli schiavi quando i fichi maturano e di niegare ad essi la distribuzione del frumento, quando pei campi e sulle siepi sono bacche che sappiano in alcun modo surrogarlo. — E raccomanda d’inviarli, quando sonosi fatti vecchi, al mercato, per non avere a dare alimento ad uomini inutili. — Ora comprendi ch’io non posso imitarlo. — Io ne ho alcuni, pieni di giorni al pari di me e sono tutti affrancati. — E, di abito, soglio ritardare di pochi anni — a seconda della loro laboriosità — la tonsura dei capelli e il dono del berretto frigio. — Ed oggi tu, magistrato, procederai legalmente allo affrancamento dei meritevoli. — Pamphilo, tu sai quali sono. Invitali a radersi le chiome e ad attenderci sotto il delubro della Dea.

— Nobile amico!

— Ecco le mie gioie e i miei teatri; lontano dal fracasso del mondo. —

Lo attendere fu corto. Le grida di gioia ed un inno greco, cantato da giovani donne, annunciò ch’essi potevano discendere.

Il primo ad essere fatto liberto fu Pamphilo. Coecilio gl’impose la destra sul capo e pronunciò:

— Io voglio che questo uomo sia libero e goda dei diritti di cittadino. —

Vestorio, poichè l’altro tolse la mano, gli toccò tre volte la testa con una baccetta. Allora, il padrone lo prese pel braccio, lo fece girar sui talloni e gli diè un piccolo schiaffo.

— Ora sei libero. E possa giovarti la libertà che ti rendo per quanto ti fu grave la condizione in cui io ti conobbi. —

Il giovane piangendo abbracciò il suo generoso signore. E questi a lui sussurrò brevi parole all’orecchio. — Quindi la stessa funzione fu praticata a favore di Sica, di Castricio, di Precilio, di Egypta, di Mustella, di Thalna e di Cerellia.

La _vindicta_ era compiuta, allorchè Vestorio ebbe scritto i loro nomi sur una tavola incerata. Chiamavasi così, perchè Vindicio fu il primo schiavo cui in Roma venne conceduta la libertà per aver con generosa denuncia salvato le sorti della repubblica. — Ed allo schiavo si facea fare un giro sopra se stesso, per indicargli che quindi innanzi poteva andare dove meglio gli talentasse. Però tutti aggiungevano al loro nome quello dello antico signore e rimanevano aggregati in certo tal modo alla famiglia, divenendone clienti. Non potevano sposare nè la sorella, nè la figlia, nè la vedova di quegli che li aveva affrancati e si distinguevano dai cittadini nati liberi col coprire la testa del frigio berretto. Nelle pubbliche magistrature essi e i loro discendenti potevano aspirare soltanto al grado di maestri dei quatrivi e dei paghi, o di edili del popolo.

Coecili Pamphilo, liberto di Casella, aveva portato un papiro. Ed il vecchio, svoltolo, disse a Vestorio:

— Ecco il testamento nel quale ho instituito il mio erede universale. — Privo di famiglia, non voglio che i miei beni sieno venduti alle grida. — Alconte, mio schiavo, tu che per tanti anni mi accompagnasti nella vita fortunosa che insieme menammo, sii tu il mio _hæres necessarius_ e, per cotesto atto, libero. —

Una gioia singolare circolò nelle vene degli adunati. Tutti baciavano il lembo della veste del vecchio. Ed egli, con dolce sorriso, assaporava la loro felicità nuova, come quel padre non ricco il quale coi suoi risparmi ha raccolto danaro bastante per mandare al ballo le proprie figliuole, vestite di seta.

— Ora, ognuno torni alle proprie occupazioni. —

I tre amici rimasero soli. — Ma dire le soavi emozioni sentite da Lucio durante la festa della Libertà, è impossibile. — Ed era ancora assopito in quei dolci pensieri, quando la mano di Coecilio lo scosse.

— Ti ho mostrato il giardino e il pomario. Debbo ora condurti nel podere che dà il buono da nutricare questa mia numerosa famiglia. —

Si avviarono a sinistra.

— Per amministrare un campo a dovere occorrono tre cose — acqua — pascoli — e bosco. — Del bosco ho quanto basti. — Dell’acqua poco. — Dei pascoli a sufficienza pel mio bestiame. — Per vivere felice in campagna ne occorrono tre altre — purezza di aria — fertilità di terreno — e buon vicinato. — L’aria è balsamica — Il suolo è fecondo — I miei vicini siete voi, o Vestorio; e Lucio Tucca. —

I due amici lo abbracciarono con affetto.

— Io vergogno della vastità di questo podere. — Sono quattrocento iugeri di terreno. — Cincinnato possedeva un orto, e vi piantava cipolle quando vennero a nunciargli il popolo averlo nominato a suo dittatore. — Caio Fabrizio era padrone di sei iugeri di terra. — Curio Dentato, di sette — ... In verità l’onta mia rimanesi inosservata, quando molti altri posseggono assai di più. —

Camminavano per campi pieni di graminacee e di rape salvatiche in fiore.

— Noi calpestiamo ora il terreno che fruttò l’anno scorso. Lo farò arare a suo tempo, poi che abbia posato. Il terreno che colaggiù verdeggia mi darà nel mese di Cerere quel prezioso ricolto per cui si fa lieta la razza umana. — Andiamo là, ove Strobilo lavora coi buoi.... mirate i suoi solchi diritti!.... Bene... veramente bene! — .... Ehi! Strobilo, ti felicito.... Eguali tutti! Oh! non può dirsi che il bravo boaro _delira_! — Tu non esci dalla linea. —

Lo aratore fu coi buoi presso il padrone. Gli volse e poi li fece posare per prender fiato; e colla destra teneva le redini e colla sinistra appoggiossi sullo stimolo di cui si serviva per eccitare gli animali al lavoro.

— Io son lieto di poter appagare coll’opera mia l’ottimo dei padroni. — Hai altro a dirmi? —

— Vanne, o Strobilo... e che Saturno ti aiuti! —

Proseguendo oltre, si trovarono nell’aia e poi in faccia alla dimora dei coltivatori. Il _villicus_ fu primo a presentarsi. Gli altri erano tutti in movimento al nuncio che Coecilio era venuto da quella parte. I bambini, che ignorano le teorie dei riguardi e che amano chi li ama, usi alla di lui naturale bontà, gli corsero incontro gioiosi e gareggiarono per afferrargli le mani. — Egli li carezzò dolcemente; e poi:

— Ebbene? Caro Cilindro, come va la bisogna?

— Va! — Gli Dei ci concedono pioggia e sole. — Ho fatto seminare i fagioli e prospereranno.

— Accompagnaci, se ti piace, nelle dipendenze della casa. — Vedi, Lucio, nella _equilia_ di contro erano molti cavalli una volta. Come belli i miei compagni nelle battaglie! Erano delle migliori razze d’Italia. E ricordo con piacere Signifer, Deceratus, Murrhinus e Pontifex, i due ultimi feriti insieme con me. — Ora non risponderebbero allo scopo. Preferisco i buoi e le vacche ai cavalli. — Andiamo a vederli. —

Entrarono nella _bubilia_.

— Ho molta cura del bestiame io. Mira che grandezza e che forza!

— Ma così belli davvero!

— Vestorio, ho corso il mondo cogli eserciti e in nessun luogo gli trovai belli ed adatti per la loro forza al lavoro come nel Lazio. E gli feci venire dal paese dei Volsci. — Che nobili corna!

— Di simili buoi dovette far uso Annibale per impaurire di notte i Romani e scompigliarli nel loro campo. Nelle piccole corna dei buoi nostrani non avrebbe potuto legar grossi fasci di frasche.

— Bene rifletti, o Lucio. — Non potetti per difetto di posto costruir qui la stalla d’inverno e quella di estate. — Ma questa è in tali condizioni da farne a meno. — Io non li lego. Una specie di giogo li frena e non vieta loro verun comodo movimento. Tra l’uno e l’altro v’è spazio bastevole perchè il bovaro possa girare loro intorno, allorchè, sdraiati, ruminano. — Cilindro, fa aprire l’_ovilia et caprilia_. — Tengo cotesti animali pur esposti al mezzodì come i buoi, per allontanare il loro puzzo dalla casa dei coltivatori — che è in faccia — e perchè sieno alla loro portata. — L’uomo non libero è pigro. Eh! Bisogna venire a patti colla loro pigrizia! —

La soffitta di quel locale era più bassa, acciò il calore meglio vi si concentri. L’ovile aveva un pavimento di mattoni. — E fra il parco delle pecore e delle capre era uno spazio, coperto di una lettiera abbondante di ramicelli di felce, su cui posavano le già pronte a partorire.

— Vedete pecore di buona razza. — L’ho migliorata, incrociandola con quella di Taranto. — E ne ho lana copiosa e più bella. — Nelle _harae_ dei maiali non vi farò entrare. — Sì, nel _gallinarium_. — Mirate i bei galli! Vi faccio per mezzo di un tubo penetrare un po’ di fumo; avvegnachè pei polli sia gradevole e salutare. — Colà in fondo è il _teporarium_ pei conigli che i miei coltivatori mangiano. E il _chenoboscium_, ove le anitre e le oche mangiano e prendono bagni. Quel muro alto che vedete lo feci rizzare per due usi — a riparo del favonio — ed alla moltiplicazione delle lumache. — È il _cocleare_. — Sul ruvido intonaco è il muschio che le attira ed io ne faccio delizia della mia mensa. — Costì, sotto al _gallinarium_, è lo _ergastolum_. Allorchè io compero gli schiavi non li trovo quali io gli vorrei. E Cilindro deve piegarli. Or quando i miei modi ed i suoi non bastano allo intento, conviene cacciarli in quel sotterraneo che riceve aria e luce dalle alte e strette finestre che vedete. — Non li visiteremo perchè sono bricconi. Ma.... diverranno buoni come gli altri che abbiamo insieme affrancato. —

Una donna in sui trent’anni, tarchiata e di buon aspetto, si fa innanzi a Coecilio, lo saluta e gli stringe la mano. Era la _villica_, la moglie di Cilindro, ambedue liberti, agli ordini e al servizio del marito suo, sobria, casta, non superstiziosa, ed avente cura alle none ed agli idi di ciascun mese — siccome pure alle feste prescritte — di appendere corone ad Epona, la Dea protettrice del bestiame e di volgere preghiere per tutti al Lare domestico.

— Abbi gli Dei propizi, o buona Gymnasia. — Vi è da fare, eh?

— Il lavoro nudre, o padrone. E col tuo esempio l’uom si migliora. — Che la Parca perda la forbice il giorno in cui si rammenta che Coecilio Casella nacque e vive.

— Accetto lo augurio buono. — Abbi cura delle vesti dei miei schiavi. E che i bambini sieno puliti. — Ve’, quello dai grandi occhi e il paffutello che mi ha preso la mano. Ambidue hanno il viso sudicio.

— Sono la disperazione delle loro madri. Sempre nel fango, che sembran oche.

— Ho notato molti crani di asino confitti nei pali qua e là. — È per congiurarne la mortalità, forse?

— No, o mio Lucio. — Preservano i campi da influenze maligne. Ma, son troppe; hai ragione!

— Che tu fossi divenuta superstiziosa, o Gymnasia?..... Amo la moralità negli schiavi. Ma non voglio che luperchi schifosi, che aruspici ladri, che indovini bugiardi, che maghe vagabonde vengano qui a mettere ubbie nelle vostre teste. — La credulità istupidisce. La ignoranza mangia i risparmi. Il bisogno del denaro mena al delitto. — .... Ed io non voglio punire al possibile! — Intendi? —

Cilindro diè una occhiataccia alla moglie. La quale, confusa dal rimprovero, si fece rossa e curvò la testa.

— _Peream male si_.....

— Basta, o Cilindro. Non vedi? La divenne taciturna come una statua.

— Sai il mio costume, o padrone — _sequere potius quam ducere funem_. — Ma Gymnasia farà ch’io mi cangi e la fune la tirerò. — Qui mai più ribaldi, intendi? Gl’inghiotta Cocito questi ladri delle campagne.

— Via! O buona, drizza su il capo e menaci alla cucina. — È la sede della tua magistratura e non vi sarà a ridire colà. —

Era una vasta camera, a soffitto alto e bene imbiancata. Il focolare aprivasi largo e con un banco circolare di muro per riscaldarvi gli schiavi nelle giornate fredde del verno e per asciugarvi negli acquazzoni estivi. Sulle pareti erano pentoli e tegami e tripodi di ferro e vassoi di bronzo. — Sopra il pavimento di lapilli impastati con calce e battuti lungo la parete sollevavansi spessi appoggi di mattoni murati, sui quali sedevano grossi caldai nettissimi e _calati_ di piombo per conservare acqua da bere e al servizio della cucina. Una porta laterale menava ai bagni degli agricoltori, i quali solevano farvisi netti nei dì festivi e più spesso le loro donne e i bambini. Sopra i bagni era l’_apotheca_, ove chiudevasi il vino nuovo, perchè esposto al fumo maturava più agevolmente.

— Bene, Gymnasia. Sono contento di te. Perdona il rimprovero che ti feci. _Oculus in agro fertilissimus._

— Or dove dormono i tuoi schiavi, Coecilio?

— Amo, o Vestorio, nel tuo Lucio la curiosità che addottrina. — Qui, sopra la cucina e le stalle. — I bovari e i pastori, nelle _bubiliæ_, perchè sieno vigili custodi del mio bestiame. — Credeva di averti mostrate le loro cellule coi loro numeri sopra, per eccitare la emulazione e fare ognuno testimonio della incuria dell’altro. — La corte, colla fontana nel mezzo e, sotto, la cisterna per la conservazione delle acque piovane, è chiusa dall’_horreum_, magazzino ove sono in serbo gli aratri, gl’istrumenti di ferro ed i _tympana_, carri a ruote piene senza raggi, destinati al trasporto dei pesanti prodotti dell’agro. — Qui, tutto vedemmo che meglio importava. — Torciamo ora i passi verso la mia dimora, e di là alla _fructuaria_, dove convengono tutti i ricolti. — Addio, amici. Gli Dei vi concedano tanti beni, quanti occorrono al vostro vantaggio. —

Alcune lepri correvano lungo i campi, e si rinselvavano nel bosco. Le pernici squittivano accenti di amore. In un recinto di reti gli agnelli spoppati apprendevano a nudrirsi dell’erbe tenerelle che il tepore primaverile in quelle felici contrade facea germogliare. E mentre le talpe minavano sordamente la terra, i passeri, le allodole, i pettirossi e le cingallegre modulavano gentili armonie. La strada, dov’essi passavano, seguiti da Cilindro, offeriva ai loro sguardi uno spettacolo visto e rivisto e pur sempre nuovo. Il terreno discendeva in anfiteatro sino alla riva, abbellito da gruppi di alberi, da fichi spinosi e da case variopinte, che colle loro terrazze e coi loro portici parea sorridessero a quel cielo olimpico. L’occhio abbracciava in una volta il mare senza limite, il golfo di Stabia, le coste abrupte di Sorrento, l’isola di Capreas, la lunga sponda di Posilipo, la vaghissima Neapolis, lo artistico e nobile Herculanum e il vecchio Vesvius, fucina degli spessi tremuoti e più tardi operatore di distruzione e di morte. — Quei luoghi d’incanto avevano una espressione di tutta dolcezza; e, come la musica, spandevano pei nervi un fluido, padre d’idee passionate e triste. Coecilio arrestossi e levando la mano.

— O Campania, giardino d’Italia! E tu, fiore del mondo, Pompei! —

Parlando su cotesto argomento giunsero dove erano diretti i loro passi. — Il fabbricato aveva in mezzo una corte. — Ciascuna parte era addetta al suo uso particolare. A diritta era il _torcular_, il molino delle olive e il pressoio per estrarne l’olio. A lato era la _cella olearia_. A sinistra aprivasi la _cella vinaria_, il cui pavimento di marmo inclinavasi verso un bacino che riceveva il mosto dei tini scoppiati per la forza della fermentazione. — Una grande vasca — _calcatorium_ — serviva alla pestatura delle uve. Era sollevato sur uno zoccolo di quattro gradini e due bacini profondi ricevevano il mosto che poi si versava nei _dolia_ — tini panciuti di terra cotta — posati lungo i muri. Presso i torchi, in fondo, levavasi la caldaia, dove il mosto convertivasi in vino cotto. — Poi, nelle anfore conservavasi nella cantina, luogo chiuso e quasi oscuro, munito di qualche spiraglio verso il settentrione.

Sopra era il _penus_ — il luogo ove si conservavano i commestibili — e l’_oporotheca_, dove si serbavano le frutte in particolare. Nel primo, le fave raccolte, i piselli, le olive edule, le zucche, le uova fresche, i meloni ed altre cose simiglianti. — Nell’altro, i fichi, le mele, le pere, e via dicendo. Quivi il suolo, le pareti e la volta erano di marmo per intrattenervi vie meglio la frescura.

Il granaio chiudeva la corte coi suoi magazzini a volta e sollevati dal suolo. Il pavimento era formato di lapillo, di calce e di sabbia impastati col sedimento dai vasi da olio novello e non salato. Quando era battuto ed asciugato, vi si spalmava anche dell’olio buono ed il fondaco diveniva eccellente, e mai i sorci, i calabroni od altri animali nocivi vi penetravano.

— Tu mi chiedesti un _promus_, o Vestorio. — E ti darò Mustella che ama una tua liberta chiamata Pyrgo; talchè sarà felicissimo nel tuo podere. E pur mi chiedesti un _villicus_ valente. — E ti darò Castriccio che il mio Cilindro istruì. È per sposarsi con Cerellia, una delle schiave che tu stamane legalizzasti liberta. — Noi, mio Lucio, correggiamo un uso dei repubblicani di Roma. Quando quel gran popolo conquistò la Italia e la Grecia, si appropriò il territorio dei vinti. — Se era coltivato, i triumviri addetti all’amministrazione della nuova colonia o lo vendevano o lo affittavano. Se il popolo aveva seriamente resistito, la terra si dava agl’incanti; e quegli cui rimaneva pagava alla repubblica il decimo del prodotto che ne ritirava. La quale tendeva a moltiplicare ovunque la popolazione agricola che le forniva i più bravi soldati, i più duri alle fatiche e non pensavano al male. Ma moltiplicandosi le guerre — e gli uomini liberi, tutti a difesa delle aquile, — la cultura dei vasti dominii fu giuocoforza affidarla agli schiavi, ch’erano le popolazioni soggette. Tu hai osservato con quanta carità io li tratti. — Non tutti così!.... E gl’italici si solleveranno i primi. I Romani forse li domeranno col ferro o scenderanno a patti.... Verrà giorno però in cui il lusso, la mollezza e i vizi disegneranno la curva della caducità di un gran popolo. I campi popolati tutti di schiavi oppressi saranno teatro a macelli e ad incendii. I crocefissi inchioderanno i loro crocefissori... Oh! non permettano gli Dei tanta ruina. —

Il sole illuminava dei suoi ultimi fuochi le cose. Pei due Pompeiani era tempo di ritirarsi. Ringraziato l’ospite illustre del cortese accoglimento e della cessione dei propri coltivatori, Vestorio Tucca e Lucio tolsero da lui commiato e lo baciarono sulla gota.

Poi che li vide a cavallo, Coecilio Casella fece loro un atto benevolo colla mano e disse:

— Il tragitto alla tua casa è breve, o amico. — Ma in viaggio un giovane allegro e caro, come il tuo figliuolo, vale un _cisium_ leggero per un pedestre stanco e trafelato. —

IL FORO.

LA ELEZIONE DEI MAGISTRATI IN POMPEI.

=Anni di Roma 705 — Anni avanti il Cristo 49.=

A GIUSEPPE FIORELLI.