Chapter 3 of 10 · 8808 words · ~44 min read

III.

Il cielo era azzurro e radiante — come spesso — sull’ampio e vaghissimo cratere partenopeo; una tinta che non è altrove; che infiamma e fa pensare; che soffia sull’anima gli slanci passionati e le eroiche rassegnazioni. — Il golfo era circondato da colline verdeggianti sino al promontorio di Minerva e da un antico vulcano, detto Vesvius, le cui lave vedevansi lungo la strada che da Pompei sulla riva del mare menava in Oplonte, Retina ed Herculanum, o sulla via Popilia che guidava a Nola, o sulla terza che, traversando il copioso Sarno e dividendosi in due, metteva a Nocera ed a Stabia. — Bella per le sue rive incantate su cui i poeti favoleggiavano le sirene, ricca pel suo fiume navigabile, avente l’occhio sur una fertile pianura, e l’altro sulla collina gremita di case variopinte, la città-emporio — detta perciò dai Greci ΠΟΜΠΕΙΟΝ — era posizione militare, posto commerciale e luogo di delizie in una volta. I pittori venivano a cercarvi le loro inspirazioni — i poeti, i segni sensibili delle armonie della natura — i filosofi, le felicità profonde nello stracciare un per uno i troppi veli parati dinanzi al genio dell’uomo — i timidi, gli stanchi, gli uomini di pecunia, il luogo riposato e tranquillo ove appena giungeva l’eco degli avvenimenti fragorosi del mondo — i ricchi giovani, le più splendide illusioni, i sorrisi delle labbra divine, gli sguardi vellutati che vi passano il cuore e le parole dorate dalla intelligenza o profumate dal candore che quella sola regione poteva ancora offerire, patronata siccom’ell’era da Venere Fisica e da Iside misteriosa.

Correva l’anno di Roma 705.

Erano le calende di maggio.

Il quadrante solare e la clessidra di acqua — questa surrogante l’altro nei tempi oscuri o nebulosi — deposti nei pubblici luoghi, designavano già la quarta ora, corsa dopo il _diluculum_, parola colla quale indicavasi la punta del giorno. — Malgrado però quelle acconce invenzioni di cui Roma seppe godere sol cinque secoli dopo la sua fondazione, lo _accensus_ — ufficiale subalterno dei _duumviri_ — urlava a piena gola sui canti delle vie la misura del tempo che il sole e l’acqua notavano, per meglio aiutare alla intelligenza dei forestieri e della gente minuta della città e della campagna.

Sino dal mattino — aperti i cancelli di legno sullo sbocco delle otto strade che mettevano nel Foro — il vasto recinto era un va e vieni di fitto popolo di tutte le classi e di varie favelle. Oltre che i meridionali hanno la tradizionale abitudine di viver meglio fuori che dentro le proprie dimore — oltre che quel vasto edifizio solevasi costruire di preferenza presso il porto nelle città marittime o nel luogo più elevato e centrale in quelle dentro terra — siccome il sito favorito dei ritrovi, dei commerci e delle riunioni di tutti i pubblici affari — in quel giorno la Colonia Veneria Cornelia di Pompei era chiamata alla elezione diretta dei suoi magistrati.

Sur ogni muro esterno delle case e specialmente sugli angoli dei quatrivi, erano inscrizioni a grandi lettere di color rosso, mercè le quali i devoti, i riconoscenti per ricevuti favori, i clienti, i parassiti e i liberti sollecitavano il pubblico voto a pro dei loro propri candidati. Per cui leggevansi elogi tributati a nomi di cittadini e biasimo ai più sconosciuti od immeritevoli dell’alto ufficio.

La politica dei padroni del mondo divise i paesi conquistati in città latine, in città federate, in prefetture ed in colonie. — Erano libere, ma nella dipendenza di Roma. Laonde non potevano stringere alleanza tra esse, nè politica, nè privata, senza prima ottenerne il permesso. — La Italia si divideva in dodici provincie indipendenti con leggi, con usi più o meno simili a quelli che reggevano la grande metropoli; e dal golfo di Taranto distendevasi sino al Rubicone, piccolo fiume che sbocca nell’Adriatico. — E nel Mediterraneo giungeva sino a Luna, città che gli Etruschi avevano fondato là dove il fiume Magra si gitta nel mare. — La potente repubblica privava della libertà i popoli manchevoli alla fede dei suoi trattati. — Se recidivi, gli deportavano tutti fuori del loro paese. — O ne distruggevano la città. — O confiscavano una parte del loro territorio. — Tutte le dodici provincie erano più o meno colonie militari, cioè deposito di un corpo di fanti e di cavalli in permanente osservazione; e dovevano pagare un tributo in uomini ed in danaro. — E come puniva le aperte rivolte, così ricompensava le tacite fedeltà. — E la colonia di Pompei era pur _municipium_. Aveva, cioè, ricevuto il _munus_, il donativo tutto speciale dei diritti di cittadinanza romana. — Onde la sua costituzione era pari a quella dell’Urbe, che divideva i suoi abitanti in tre ordini — senato — cavalieri — e popolo. La magistratura municipale di Pompei rassegnavasi in un edile — nei duumviri che rendevano altresì la giustizia — nel pretore — nel censore — nel questore, gerente del reddito pubblico — nel patrono della città — nei maestri dei subborghi e dei trivi — ed in cento decurioni — quelli che in Roma chiamavansi senatori — i quali — decimando i coloni — formavano il pubblico Consiglio.

La forma del Foro — che fu l’_agora_ già costruita dai Greci — era un parallelogrammo molto allungato. Un pavimento regolare di bianco travertino, su cui sorgevano tutto all’intorno colonne d’ordine dorico di svelte ed eleganti proporzioni, che sostenevano un porticato di due piani. — Lungo l’area erano piedistalli rivestiti di marmo pario o colorato, che presentavano in piedi le statue — votate in vita o dopo morte — dei cittadini illustri per le loro virtù o per lo esercizio di gradi eminenti. — Sur altri quattro erano statue equestri ed una quadriga. — Sull’una estremità — quella che prospetta il mare — si elevava un arco di trionfo. — E più su, due altri piedistalli con statue. — Statue di marmo coronavano altresì il tetto del porticato del Foro. — E nel fondo stava il maestoso edificio — alla cui sommità giungevasi per una gradinata interna di marmo — il quale era in un tempo l’_ærarium_ ed il tempio sacro a Giove ed al figlio Esculapio. Siccome la costruzione di parecchi metri sollevavasi dal suolo, il piano superiore lo avevano dedicato al principe dell’Olimpo, ed il sottano a deposito della pubblica pecunia.

Otto strade diverse menavano al Foro. — Quelle dei due lati del tempio. — L’altra che veniva dal crocicchio del Lupo. — Una dal canto del Pecile — luogo riparato dal vento e dal sole, sacro al passeggio, dalle pareti adorne di pitture sui fasti gloriosi della Colonia — metteva nell’Araiostylo, l’ambulatorio sotto il portico a lato del tempio di Venere. — Una veniva dalla marina ed immettevasi nel parallelogrammo tra il suddetto fano, sacro alla Iddia della plastica bellezza, patrona della città, e la _Basilica_. — Un’altra questa isolava dalle case particolari. — Una imboccava nel porticato costeggiando a diritta la scuola pubblica — ed un’altra ascendeva verso quel punto rilevato sulla via detta dell’Abbondanza, per la immagine di cotesta divinità spicciante acqua nel fonte di quel quatrivio. — Passavano per là quei che entravano in Pompei dalla porta di Stabia. — Ogni sbocco di quelle vie aveva gradini e pilastri in piedi — _impedimenta_ — e pietre ovali massiccie rilevate dal selciato — in uso pur queste in tutte le altre strade della città, a comodo degli abitanti, onde traversassero a piede asciutto nei casi di grandi acquazzoni — per impedire il passo alle vetture e ai cavalli e non aggiungere lo strepito delle cose al rumor delle voci.

E nel vero, molta gente togata alla romana era colà e parlava a bocca sfrenata, aggiungendo energicamente il gesto ad ogni detto. — Sotto il portico gironzavano, arrestandosi tratto tratto i _fæneratores_ — lepra dei tempi che tante leggi non potettero mai sanar per intero — i quali usavano i loro brevi capitali, o ne improntavano da altri per poi prestarli al grosso agio del cinque per cento al mese. La famosa ritirata della plebe al Monte-Sacro, quindi sul Gianicolo, ebbe origine dal rifiuto dell’abolizione dei debiti enormi, creati dall’avarizia dei prestatori. — Una legge recente aveva ordinato che i cambiatori di moneta — riconosciuti per tali — fossero nel Foro e dessero a prestito il denaro con usura semissuale — cioè, del sei per cento all’anno. Non mancavano però gli usurai di accalappiare qualche ignorante e i forestieri, in un giorno di tanta folla. Erano rizzate sotto i portici le _tabulæ auctionariæ_, coll’enumerazione scritta dei beni mobili ed immobili da vendersi in tale ora alla pubblica licitazione. E i _præcones_ gridavano i meriti di una casa, di un terreno, o dei mobili di legno, di bronzo o di più fine metallo. — Altrove erano botteghe posticce, ove si vedevano intorno ai venditori rotoli di cordami e pacchi di vele. — O tuniche e mantelli di grosso saio con cappuccio, per gente di campagna e per marinai. — O vasi di terra, fabbricati nella vicina Nola, di ogni dimensione, di ogni ornato, di ogni prezzo. — O lucerne, licnoferi, nassiterni, bombille e vasi unguentari. — O calzari di ogni stoffa e di ogni foggia. — O Dei penati, e voti di terra cotta o di bronzo. — O astragoli e pallottole di piombo ed altri giocattoli per bambini. — E tutti gridavano — e tutti urlavano, vantando la bontà delle loro merci e la mitezza dei prezzi. — V’erano persino i ristoratori ambulanti, offrenti vini caldi ed acque melate. — E fra i venditori di cialde, di nastri, di calzari, di stoffe di Tyro e di Tarentum, di pelli conciate, si aggirava il misero Verna, maestro di scuola, che con voce supplichevole e monotona, raccomandava a colui che sarebbe stato eletto edile sè ed i propri discepoli.

Sotto il portico laterale al tempio di Venere Fisica, in una icona quadrata, erano costrutte di tufo le pubbliche misure di capacità di varie grandezze, affidate, per decreto dei decurioni, ai duumviri Clodio Flacco e Arelliano Caledo.

Procedendo più oltre, penetravasi nella _Basilica_ — uno degli edifizi meglio notevoli del Foro — ove i duumviri rendevano la giustizia.

Di prospetto al tempio di Giove Tonante erano le tre _Curiæ_, luoghi sacri, ov’erano depositate le scritture dei pubblici archivi.

Sull’altro lato del Foro, Eumachia, figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, in nome suo e di Numistro Frontone, suo figliuolo, aveva costruito di proprio il magnifico monumento del _Chalcidicum_, della cripta e del portico interno della _Concordia_, ch’era in un tempo un tribunale per gli affari di commercio ed un luogo riparato dalle intemperie e dallo strepito della vita pubblica per la trattazione di essi. — I _fullones_ — che avevano altrove il loro opificio — grati alla munifica sacerdotessa, le votarono una statua di marmo nell’abside interno. — Il muro laterale esterno della cripta, riccamente ornato di cornici, di frontoni e suddiviso in tutta la sua lunghezza di pilastri, simulanti porte, era l’_album_, ove si pingevano a grandi caratteri rossi o neri le inscrizioni di pubblico interesse, che risguardavano le vendite, gli affitti, le feste, gli spettacoli. — Difatti vi si leggeva lo annuncio che una compagnia di gladiatori avrebbe pugnato in Pompei l’ultimo giorno di maggio. — E con un altro tutti gli orefici invocavano Gaio Cuspio Pansa, edile. — E il maestro di scuola, Valentino, coi suoi discepoli, raccomandava con uno sproposito di lingua — che non procacciava meriti al saper suo — Sabinio o Rufo, come edili, degnissimi della repubblica. — Ed un Osco dava nella sua lingua — ch’era pure una delle favelle del paese, sendo stati i Sanniti i suoi primi abitanti — lo indirizzo della sua locanda pubblica ai viaggiatori, colle enumerazioni delle comodità che offeriva.

Andando anche più in su, si trovava il fano dedicato a Mercurio. — Quindi il _senaculum_, luogo destinato alle assemblee dei decurioni. — Ed in fondo erano le _tabernæ argentariæ_, fondachi dove operavano i loro commerci i cambiatori di moneta, gli orefici e gli scultori nel bronzo.

Ai lati del tempio di Giove si elevavano due eleganti archi a trionfo, eretti ad incliti cittadini per le loro virtù.

Ascendevasi al sacrario massimo per una doppia gradinata, presso due larghi piedestalli ornati di statue equestri. Dal _pulpitum_ — piattaforma spaziosa d’onde i magistrati e gli arringatori concionavano al popolo — si saliva su più larghi gradini al porticato del tempio, sostenuto da dodici colonne di ordine corintio, rivestite di bianco stucco. E sedici colonne eguali, di ordine ionico composito — aventi le sue volute sulla diagonale, sopportate elegantemente da foglie di acanto — sostenevano nello interno un altro colonnato corintio su cui chiudevasi il tetto. La statua gigantesca del nume drizzavasi dinanzi le tre camere a volta, nel fondo della cella, belle di pittura architettonica, nelle quali tenevansi gli archivisti degli atti di deposito erariale. E su tutta la superficie del bianco mosaico — in mezzo e nello intercolunnio — si aprivano larghi spiragli per dar aria ed alcuna poca luce allo edificio sottano, ove era custodita la pubblica pecunia.

La folla erasi fatta vie più spessa. — Le matrone — cioè le donne sposate colla _confarreatio_ e non colla semplice _cœmptio_, per cui queste divenivano soggette dello sposo ed in una continua tutela, e dalla cui razza non si sceglievano flamini nè vestali — ripeto — le matrone, a cui tutti avevano ceduto il passo lunghesso le vie, salivano prime sul terrazzo coperto sopra il portico del Foro per le due scale disposte alle estremità delle _Curiæ_. Esse vestivano la _stola_, cioè la lunga vesta di lana bianca che cuopre la metà dei piedi. E si avviluppavano in un ampio mantello detto _palla_, che non permetteva lo aspetto della persona. Una truppa di liberte e di schiave lor faceva corona e largo al tempo stesso. Esse, in grazia del gesto animato con cui accompagnavano la breve parola, si permettevano tutto al più lo innocente civettismo di mostrare la bella mano dalle dita affilate e piene di gemme. — Le altre donne più giovani — e perciò più eleganti e più libere — che dopo esse salivano, portavano sopra l’acconciatura del capo finissimi veli, coi quali artificiosamente e per metà celavano ai desiosi sguardi degli ammiratori il loro viso ovale dal tipo greco. Ricchi i tessuti delle vesti e di ogni tinta. Ma la porpora primeggiava tra tutte. — Mutabili nelle loro idee, erano pure svariate le fogge del loro vestire. Alcune si coprivano colla _regilla_, la quale era una grande tunica dritta. O colla _impluviata_, una specie di toga femminea di forma quadrata come l’impluvio di una casa. O col _basilicus_ o coll’_exoticus_, manti reali o stranieri, colle frange o coi meandri d’oro. O colla tunica _intusiata, calthula, patagiata, crocotula, plumatile_, questa sparsa di ricami d’oro leggerissimi al pari delle piume. — Una di esse, nel porre il breve piede sulla scala, ebbe cura con tal movimento di disegnare i rotondi contorni della leggiadra persona. Una bionda, per mostrare il suo petto bianco come la neve, si volse dalla parte d’onde spirava il vento, perchè zeffiro soffiando sul suo _linteolum cæsicium_, le scoprisse la spalla sinistra ed una parte del braccio, tornito dagli amori. — E una bruna vanerella, vestita di una _mendicula_ molto scollata, lasciava ammirare un suo neo sull’omero di alabastro. Tutte avevano collato sul loro volto pieno di grazie piccoli pezzi di pellicola nerastra, di forma rotonda o di mezza luna — nei di artificio coi quali pretendevano dare maggiore rilievo alle loro naturali attrattive. E presso che tutte — di bruni capelli — si ostinavano per moda di averli cangiati in biondi ardenti, in dorati od in tinta cinerea. E cotesto ottenevanlo col farsi ungere le chiome dalle loro _ciniflones_ — addette a siffatto mestiere — con una pomata composta di ragia, di aceto e di olio di lentisco, che imbiondiva i capelli in una sola notte. — Non eravene una che non avesse sulle orecchie due e sino tre pendenti d’oro, di pietre preziose e di perle. — Cotesti gingilli così combinati erano detti _crotales_; perocchè nello urtarsi formavano un suono, atto a destar l’attenzione e a far doppio il loro civettismo. — Alcuna passava dall’una mano nell’altra alcune piccole palle di cristallo di monte e di ambra gialla — le prime per tener fresca la palma, e le altre per profumarle soavemente. Altre stringevano i polsi per entro braccialetti d’oro a forma di serpi, che pesavano da due a tre chilogrammi.

Giovani — e ben più ridicoli per la loro raffinata ricercatezza — avevano molte di quelle leggere donne accompagnate dalle loro case o dai bagni fin là. Anch’essi avevano profumati od arricciati con arte i capelli. — Ed il mento rasato. — E mani, e braccia, e gambe monde di pelo dalla pietra pomice. — E chiusi entro le ricche pieghe di una larga tunica di porpora. Od avvolti in un bruno _lacerna_, veste militare che l’abitudine delle guerre civili aveva messo in uso ed in moda. Di alcuno tra essi poteasi dir con Orazio, _ad unguem factus homo_, cioè, azzimato sino alla perfezione.

Ai quattro canti del Foro alcuni _viatores_ — che già avevano per tutte le strade avvisato come l’assemblea popolare fosse per aprirsi — suonarono le loro trombe. E poi, l’un dopo l’altro gridarono che i decurioni andassero al loro posto, e quelli i quali avevano diritto di dare il suffragio apparecchiassero le loro tessere.

Allora, uomini dalle larghe toghe preteste, orlate da una striscia di porpora, dalle laticlave e dai bianchi stivaletti, ascesero i gradini del tempio e si assisero sulle sedie curuli. Altri — al cui passaggio ognuno deferente faceva inchino col capo — nel traversare il parallelogrammo salutava con benigno ed orgoglioso sorriso quelli che tra i suoi conoscenti distingueva tra i gruppi. — A quanti egli e i suoi somiglianti avevano in quel giorno pagato un piccolo debito, ed il desinare nelle _popinæ_, e la tessera del teatro!

Intanto, un giovane accorso rapidamente dalla via della fontana del Lupo, sparse una novella, la quale venne da molte bocche bentosto riprodotta, ed offerì nuovo soggetto all’animato disordine, alla febbrile parola, al gesto impetuoso di quel popolo meridionale. Di fatti, i curiosi — che si erano spinti fin sotto l’acquedotto dalle due fontane che simulava il secondo arco trionfale dopo quello a sinistra a lato del tempio — videro un vecchio circondato da gran numero di clienti, portare la mano destra alla bocca e contornare un po’ il suo corpo da diritta a manca dinanzi il grazioso tempio della Fortuna, edificato dai suoi sur un’area di loro pertinenza. — Avendo riconosciuto nella folla due militari, strinse gli occhi affettuosamente e chiamogli:

— _Læti victores._ —

I suoi bianchi capelli erano lucidi e ben pettinati. — La toga gli scendeva sino a terra. — La pretesta era bruna ed il corpo ed il capo copriva colla _penula_, mantello di viaggio e dei tempi di lutto. — Era una grande semplicità nella sua persona. Il volto, sovente gaio e sfiorante in epigrammi nel facile consorzio, si aprì a mesto sorriso alla vista dei _salutatores_ che in frotta se gli fecero intorno. — E taluno il chiese del suo mal d’occhi. — Ed altri su ciò che stava scrivendo. — Ed un terzo, da quando era giunto di Roma. — Ed uno più intrinseco gli domandò le novelle di Tulliola amata e di Quinto, suo fratello. — E molti delle importanti notizie dell’Urbe.

Egli prese il mento colla sua mano sinistra — suo gesto di abitudine — e mostrando Dolabella, suo genero, e sè stesso in _toga atrata_:

— L’anima fuggitiva di quella soave creatura ci disse lo eterno vale dopo averci fatto dono di un suo figliuolo. Anch’esso disertò la trista dimora degli uomini, ov’era inconsolato il pianto. Ma il lugubre annoso cipresso starà, quantunque più non senta i profumi della giovane rosa. —

E ad un più vicino:

— Ti è grato l’animo mio. — Attico mi ha diretto Asclepiades, un famoso _oftalmicus_ della Grecia, che riprova ogni medicina e mi guarisce con lozioni di acqua fredda. —

E ad un altro:

— Scrivo sur un argomento che il dolor mi ha fornito — _De consolatione._ — Ieri, a notte tarda, giunsi nella mia suburbana, accompagnatovi dalle lettere consolatrici di M. Bruto, di Servio Sulpicio, di Lucio Lucceio e di Caio Cesare. —

E a molti in atto di aver pubbliche novelle:

— Alcuni deputati di Laodicea vennero ad implorare la libertà della loro patria. — E noi, per la nostra?... Il dittatore mi colma di gentilezze e par che tema che io qualcosa desideri. — Arte dei nuovi! — E più di colui, che intende cancellare dai nostri ricordi il valico recente e audacissimo sul Rubicone. —

Cui Numidio Canca — uno dei vecchi militari da lui pur dianzi salutato:

— E perchè ti confini tu nel tuo Tusculum ed or qui, sì che nell’Urbe s’ignora se sii ancor tra i viventi? —

— E vuoi tu, nobile avanzo dei ferri catilinari, che io non rinunci alla pubblica cosa quando questa più non esiste? Quando la libertà la dicono pacificata e le nostre vecchie instituzioni le chiamano moderande, da sorreggersi e persin migliorate?.... La gloria è in interdetto. — La eloquenza — voi il sapete — è una fiamma che abbisogna di alimento per ardere di moto per eccitarsi. —

E Dolabella:

— E la Repubblica tranquilla, la Repubblica dell’ordine dice che noi gittavamo tutti gli errori nel cuor fecondo delle masse per quella maledetta ambizione di popolarità. — Laonde fazioni e lotte continue tra il patriziato e il popolo minuto. —

La voce di un giovane allor sorse a dire:

— Lo editto dittatorio che ha rilegato nel tempio di Marte-Vendicatore il dibattimento delle cause pubbliche, ha tolto il fermento, la licenza, la dissennatezza omai generale. — La eloquenza, no, non è morta. Essa vive e scintilla per fare il bene, procede pel sostegno dei sani principii e trionferà dei pessimi cittadini. — Che! Son fatte mute le labbra sublimi che inabissarono Catilina, Verre ed Antonio, surti per rovesciare a talento le sorti della Patria e del Mondo? —

Lo elogio espresso dal giovine retore Consinio Mestrio, quantunque meritato, sommamente piacque a colui si quale era diretto. — Onde rispose:

— La mia età mi condanna al triste privilegio di dire: — Ho vissuto. — Ma... o tirone, quello che tu chiami licenza, io la chiamo libertà....

— E pur dai Rostri tu l’accusasti compagna delle sedizioni, ribelle, arrogante, parricida. — E noi giovani comprendemmo come le pietre sieno fatte per selciare le vie e non per abbarrarle, e le daghe per difendere il Campidoglio e non per abbatterlo. —

Allora dal crocchio emerse la testa di un canuto, sulla cui fronte ogni dolore lasciato avea la sua ruga, e

— Parmi non la santa libertà tu rimpianga, ben la rivalità di un uomo possente, cui tu apristi la strada al salire. —

— Basta, o amici. Ragioni non mancano. Pur mangerebbero il tempo alle pubbliche elezioni della Colonia. — M. Clodio Pulcro venga a suo libito nella mia Pompeiana, ove mi piaccio ed è il solo luogo oramai ove io sia pienamente contento. — Là parleremo. —

E sì dicendo ruppe il cerchio dinnanzi coll’atto benevolo della mano. E fattosi nel Foro, ascese anch’egli la gradinata del tempio.

Un suo liberto che pur era venuto con lui di Roma, un tal Suculo — che negli spazi smisurati aveva veduto abbassare il volo alle chimere della lunga sua vita — accostossi ad un affrancato di sua conoscenza e gli disse colla palma tesa verso l’orecchio:

— Oh! Un po’ di umiltà sposata a tanto ingegno! Se un raggio di sole gli avesse almeno scaldato il cuore! — Terenzia — la buona padrona che mi diede la libertà — fu da lui reietta e presto dimenticata. — Tulliola — che aveva i suoi tratti e le sue nobili frasi congiunte ad una grande anima, ch’egli diceva adorare — morta appena ed obliata. — Ora, a 58 anni, ha sposato Publilia, giovane, bella e ricca, colla cui dote ha pagato i molti suoi debiti.

— Tu mi conoscesti schiavo di Hortensio, nella villa di quel gran ciarlone, in Bauli. Preso di matta passione pei suoi _piscinarii_, ammalò quando lesse il decreto del dittatore che vietava si gittassero più oltre gli schiavi ad ingrassar le murene. Ei soleva parlar con dispregio di M. Lucullo — il fratello del vincitore di Mithridate — perchè non aveva nei suoi vivai il quartiere di estate per i suoi pesci favoriti. — Per cotal gente noi valghiamo meno di un’ostrica di Lucrino o di Brundusium. E Crasso, l’uomo censoriale, lo illustre, il grave uomo di Stato, quegli che ama tanto la Repubblica, e nol vid’io porre una collana di perle e gli orecchini d’oro ad una murena?

— Udii ben io Domizio, il suo collega nella Censura, rimproverargli tale sciocchezza in pieno Senato, ed egli testimoniarla senza rossore, vantandosene come di nobile atto di pietà di cuore.

— Per Castore e Polluce! V’ha dei giorni in cui, vedendo girare le verghe e cadere sul corpo dei miei poveri compagni in casa di Aricio Scauro — quegli che mi comperò dallo antico padrone — la rivolta mi sembra quasi un dovere. — E quando io mi chiudo nel mio povero giaciglio la sera, io m’inginocchio dinanzi una Iddia che mi sta nel fondo del cuore e le canto un inno tacitamente, siccome Spartaco lo urlò coi coltello da beccaio nello anfiteatro Campano. — Ah! —

— Tu vai tropp’oltre, fratello. Rammenta che se è vietato gittar gli uomini ai pesci, non la è così per le fauci dei leoni, delle tigri, degli orsi. — Sommessione e pazienza. —

E si separarono.

Rincarirò sul già detto da quelli schiavi. Era in Roma un Figellio, poeta assai caro a Cesare e ad Augusto. Ei cantava d’improvviso una serie lunga di versi su qualunque argomento. E siccome, non sole parole, ma concetti, ognuno ne maravigliava; e dalla maraviglia il favore. Nasceva di gente Iliese, rintanata sulle più aspre montagne della Sardinia. Ribelle ai Romani, nobilmente testarda, combattuta d’ordine del Senato, carpita dai suoi nidi di aquila e venduta ne’ pubblici mercati. Solo Nerone, a sedici anni, sposata Ottavia, difese gl’Iliesi, origine della casa Giulia, perchè di seme troiano, da Ænea colà trasportato. Figellio era un liberto. Aveva il padre, i congiunti, i nati nei suoi monti combattuti, morti, martoriati, venduti, dispersi. O perchè Cicerone l’odiava?... Schiccherava versi d’incanto e tutti ne lo lodavano. Ed egli, poetastro stentato, non di vena, n’era geloso e non sapeva frenarsi.

Uno Scauro, iniquo pretore, ito in Sardinia colle sacca vuote, le riportava nell’Urbe gravi di argento e di pietre preziose. Cicerone orò per lui. Aveva bene accusato Verre per missione avutane dai Siculi. Cangiato il nome, il soggetto era lo stesso. Ma egli spese la sua splendida eloquenza contro i Sardi derubati e immiseriti, perchè Scauro fu il primo a complirlo e fecegli udire il sonito dei nummi d’oro, di cui lo sciupone aveva tanto bisogno. E ritorse il dritto. E raddrizzò lo storto.

Erasi allora allora partito dall’Urbe, e i suoi rancori, i suoi desiderii, le sue speranze attribuiva alla società pur dianzi lasciata. Pensava che il suo malcontento avrebbe prodotto la rivoluzione. In ogni baruffa vedea la rivolta. Credeva pianto della patria il pianto del suo cuore. E i suoi vecchi colleghi, tutti tormentati dalle sue smanie. E s’ingannava.

L’uomo politico, cacciato in bando da una fazione avversa, guarda il presente e lo avvenire a traverso un prisma fallace. Il tempo accresce le vanità della mente e aduna fiamma nel cuore. L’esule esagera i meriti suoi. La impazienza gli fa accettare qualunque consorzio. I riuniti per la medesima causa ragionano intorno a ciò ch’essi erano, intorno a ciò ch’essi sarebbero; e s’incitano contro il comune nemico; e si pascono di vittorie e di vendette; e maturano imprese di passione, non di criterio, che i non tormentati dai medesimi sentimenti — tutto che amici loro — giudicano disperate, insane e di successo infelice.

Silla avea detto che in Cesare erano molti Marii. Nelle sue imprese era cauto, di sguardo lungo ed audace. Trionfava a miracolo. Acquetava con spettacoli, con desinari fastosi, con giuochi, con larghezze. Abbelliva la città. Ampliava lo impero. I soldati erano suoi. Deponeva agevolmente odii e nimicizie. I ricchi, le donne, il popolo, tutti per lui. Il dado era gettato. Cesare aveva vinto. Or l’Arpinate farneticava; ed eccitatore di animi, sentiva bene nel profondo la vanità dei propositi suoi.

Infrattanto il vecchio M. Tullio Cicerone, riconosciuto od atteso, ebbe le mani strette con grande espansione da tutti ch’erano pel peristilio del tempio. Parecchi lo baciarono sulle due gote, segno di affetto che i Romani prodigavano ai loro amici. — Fattasi un po’ di calma, Alleio Lucio Libella, col suo collega nel duumvirato Munazio Fausto, si presentò alla faccia del popolo adunato per ritogliere gli auspicii; osservò il volo di un aquila a cui gli aruspici diedero la libertà; una vittima venne immolata sullo altare interno del nume, e i sacerdoti dichiararono che i padri potevano deliberare. I duumviri, il pretore, il questore, i magistri dei sobborghi e dei trivii, e i decurioni andarono l’un dopo l’altro ad offrir al Dio vino ed incenso, e la seduta fu aperta.

I primi sedettero sulle sedie curuli del centro. Lo edile ed il questore più al basso ai lati del _pulpitum_. — Gli altri sedevano alla rinfusa sotto il colonnato. — E nelle parti laterali, sotto le statue equestri, erano gli _actuarii_, scribi e schiavi pubblici, incaricati di raccogliere i discorsi mercè alcune note od abbreviazioni che con brevi tratti di stilo rappresentavano molte parole.

— Salute ai tre ordini della Colonia. Gli Dei le siano propizi. —

Quindi i duumviri indicarono allo edile e al questore che potevano dar còmpito della loro amministrazione.

Aufidio Mamusa cominciò dal leggere un disegno di senato-consulto, ordinando preci nei templi per cinque giorni e la immolazione di cento vittime sugli altari, per calmare la collera celeste che tratto tratto manifestavasi nel territorio della Colonia con dannosi tremuoti. — La legge passava _per discessionem_, cioè, senza discutersi e per acclamazione. — Quindi parlò delle nuove terme costruite nel fondo della via dell’Abbondanza, cui erasi aggiunto anche la palestra dei giuochi ginnastici della gioventù, una biblioteca, una sala da giuoco ed una di profumeria. — E lo edile seguiva:

— Il mio collega Cascellio Testa, questore, prese gran cura nella fattura di cotesto edificio — non solo bisogno — ma lustro della nostra Colonia. Come Catone e Fabio Massimo egli ha regolato la temperatura dei getti di acqua calda. I condotti portano pure le onde dai larghi depositi del Sarno e le si rinnovellano continuo. Una imposta più grave converrà votare per....

Una voce potente tuonò dai portici ed interruppe lo edile.

— I ricchi hanno i loro _balinea_ domestici, corredati di ogni femminea ricercatezza. Al popolo bastano le terme dove toglieva i suoi bagni Scipione l’Africano. Quel terrore dei Cartaginesi bagnava in povero luogo il suo corpo affaticato dai lavori dell’agricoltura; che il grand’uomo piacevasi coltivar _more antiquo_ il piccolo predio colle sue mani gloriose. — Ora, pavimenti istoriati per poco venerabili piedi! Soffitte dorate e a rilievi sopra capi senza cervello! — Stanze da giuoco e da unguenti! — Mascherate ridicole! — Ai bei tempi che non son più, i nostri padri sitivano di guerra e di gloria. — Poveri eroi del vecchio Sannio! Ora passa un nipote degenere sul margine della via, e vi sembra che là sia piantato un giardino.

— Ingiusta è la tua rampogna, Appio Crispo. Altri e diversi i tempi da te mentovati. Una volta il popolo lavava le braccia e le gambe allorchè i lavori, cui era addetto, quelle membra particolarmente gl’insudiciavano. L’abluzione della intera persona non avea luogo che ogni novenio, nell’epoca dei mercati. — Ora trovi tu male ch’ei si lavi ogni dì? Che prenda il bagno caldo? Che preferisca le pure linfe alle torbide? Che le sale ove l’occhio ei riposa siano adorne dalle arti del bello e i pavimenti abbiano musaici invece di pallidi mattoni?

— Anche i ricchi si contentavano di una giornaliera abluzione. Ora passano la loro vita nel bagno. Per Ercole! E la sera, dopo averne presi otto a vapore, fanno pietà a vederli. Hanno a mala pena la forza di star ritti e di risponder col gesto se sono salutati. — Vuoi che anche la plebe si mummifichi al pari di essi? Vuoi ch’essa apprenda a tergere collo strigilo i suoi profumi invece che i suoi sudori? —

Un mormorio di grida indistinte udissi in ogni parte del Foro. Allora il questore levossi in piedi e cominciò a ragionare. Ma le interpellazioni violente, partendo da vari gruppi sotto i portici, coprirono il timbro della sua voce. Aveva un bello affannarsi nel dire:

— Pace, pace! —

Nessuno gli dava retta, e tutti ad una volta, con gran lusso di gesti, dicevano:

— È contro la plebe.

— No. È per lei che ha fabbricato le Terme.

— Plutone lo inforchi! — Come? Forzarci a prendere i bagni ogni dì? Converrebbe essere censuari, o non aver famiglia da nudrire!

— Sappiate almeno, prima di bociar tanto, contro qual cosa facciate il vostro richiamo. — Le Terme, come il Tempio, come la Basilica, come il Teatro, sono lustro e vanto di una città.

— Io trovo che nel _baptisterium_, dove andai a prendere il bagno freddo in comune, tutte le delicature enumerate non vi erano.

— Bestia! — Se fossi entrato nell’_apodyterium_, nella sala a dritta, ove si depongono le vesti, avresti notato il fastigio degli ornati che non sono nel tempio.

— E bene sta. — La plebe è sovrana, finchè i vizi di Rema non l’avranno venduta — o finchè i suoi propri non dicano il suo prezzo all’uomo che ha l’occhio dell’aquila. Abbia anch’essa il suo _frigidarium_, il suo _tepidarium_, il suo _sudatorium_ e il suo _eleotesium_ per spargersi di profumi sul corpo estenuato dalle fatiche. —

E con una voce stentorea, addensandola nelle palme chiuse in arco, proseguiva:

— Parli lo illustre Cascellio. — I duumviri ristabiliscano il silenzio. —

Gli araldi dopo vari tentativi potettero ottenere un po’ di calma. Allora il questore:

— Appio Crispo mi permetterà ciò che mai non seppi rifiutare ad alcuno nella mia non breve vita di magistrato. Potrei dirgli com’egli mal collochi la sua demofilìa. — Chè, val meglio far gustare ai diseredati dalla fortuna i comodi della vita domestica, onde averli discreti, costumati, tranquilli, di quello che averli selvaggi e brutali. — A mente posata tutti mi daranno ragione e plaudiranno a questo prodotto della nostra amministrazione. — Or noi prendiamo a nostro carico la eccedenza della spesa sulla somma che ci venne allogata. — Ed io pagherò di proprio il mantenimento delle pubbliche nuove Terme, acciò non dia ragione ad elevare le tasse sulle colonne e sulle terre, o di lasciarlo a carico del pubblico tesoro. —

Secondato da un mormorio favorevole dell’assemblea, il questore tornò alla sua sedia curale. Ma tutti i decurioni lasciarono le loro e si fecero a stringerlo, a lodarlo, e taluni anche a baciarlo. La discussione venne continuata pro o contro lo assunto, ognuno terminando il suo discorso colle parole:

— _De ea re ita censeo._ — Oppure — _Assentior._ — Oppure — _Assentior et hoc amplius censeo._ —

Non levandosi alcuna voce sulle altre questioni dell’amministrazione municipale, furono tacitamente adottati per buoni i temperamenti ritolti dall’autorità. — Non così quando Mamusa venne a trattare della costruzione delle vie interne e delle pretorie, nonchè delle vicinali, che menavano a piccole borgate e ad oppidi o li traversavano. Un decurione, breve della persona, dagli occhi piccini ma divoranti come quelli del tigre, valoroso soldato sotto Silla, il gran capitano, chiese se gli desse facoltà di parlare. Dotato di una grande originalità di carattere e d’immenso coraggio — perciò amico fedele al vero e a tutta la sua parentela — di cuore elevato, mia soffrente gli entusiasmi del momento, credeva che la parola fosse per correggere gli errori, per togliere le cose dalle mani incapaci, e per far sorgere di terra bisogni acquetati, universalmente riconosciuti. Tale era Ninnio Mulo, il quale discesa la gradinata si apprestava ad arringare sul pulpito.

— Tu vuoi, o popolo, ch’io dica la verità, non è vero?... Ho la mano memore di colpi di daga, ma la lingua non seppe dir mai fiori retorici. — Fui marinaio — Sono soldato — Do quel che ho — Ebbene! quegli egregi che seggono dietro di me non fanno il loro dovere. — Sarebbe stato bene tu non li avessi mai eletti. Ma farai meglio di non li eleggere più. O popolo! Cotesto ingombro di schiavi di ogni terra del mondo ti degrada, ti dà i suoi vizi. E omai domandi di esser nudrito e distratto coi giuochi dello anfiteatro. — Scorgendo qual sia il mezzo di piacerti, erigono bagni di lusso, rizzano per sè e pei liberti sepolcreti maestosi che giammai ebbe un salvatore della Repubblica in campo, e con ingenti spese fanno venire dalle scuole di Capua e di Ravenna compagnie gladiatorie e di Roma bestie feroci. I tuoi padri sarebbero stati loro grati per le opere di utilità pubblica, compiute a gloria di tutti. I porti, le vie interne, le strade consolari; ecco i lavori degni della tua maestà, o popolo. Giulio Cesare non ha speso pei bagni, egli — ma per la riparazione della via Appia.

Guarda or le tue strade urbane — osservane i _margines_ sbocconcellati, mancanti, alti, bassi, irregolari. — Per iddio Marte! Non sono molte sere ebbi a snoccolarmi un piede sulla via ove sono le fontane del Toro e di Sileno — Par greto di fiume. —

E volgendosi indietro rosso come bragia:

— Ti fa vergogna, o Mamusa! —

Poi continuando:

— Presso la fontana della testa di Venere, sulla via che mena alla porta di Stabia, ebbi a raccogliere un povero vecchio che aveva perduto lo equilibrio su quei solchi di pietra — e tutto sanguinoso nel capo, votava i magistrati alle furie di Averno. — Onta e danno! Ho detto abbastanza.... Pure aggiungo che la strada per Oplonte ad Herculanum è impraticabile, e le carra vi s’impaltenano nel verno a non poterne uscir fuori che a stento. — Strade e... scuole... Anche queste fanno pietà! Una plebe più istruita e meno profumata fa gli affari della Repubblica. —

Quando Ninnio — terminato il discorso che il nobile cuor gli dettava — si volse alla sua sedia curule, trovò Cicerone che colle aperte braccia lo accolse e gli disse:

— Salve, amico. Bene dicesti! —

Nel Foro molte le voci plaudenti. Scarse sul peristilio del tempio.

Aufidio Mamusa che avrebbe voluto essere rieletto, non volle rimanere sotto il peso di tanta censura. — E rispose:

— L’onorato cittadino che tutti amiamo e stimiamo, equo sempre nei suoi giudizi, volle esser ingiusto oggi con noi. La via suburbana dei sepolcri, che appellasi _Domitia_ e che mena a Neapolis, fu rifatta dai magistrati che ci precedettero nell’arduo incarico. Il suo stato è eccellente. Solo negli acquazzoni estivi le terre di alluvione la ingombrano, ed abbiam cura di farla netta dal fango in ogni circostanza. — Dal tempio della Fortuna sino al crocicchio della fontana del Toro facemmo selciar di bel nuovo la via colle pietre del monte Vesvio, e la superficie dei margini fu composta di ciottoli spianati e murati a livello. Computata la spesa di quel tratto, avremmo a poco a poco restaurato il resto sino al quatrivio e subito messo mano a riparare la strada veramente ruinosa che dalle mura sbocca fuor della porta di Stabia _ad cisiarios_. Se il suffragio popolare continuerà a farci onore, le mie parole diverranno fatti.

Allor sorse un uomo dal corpo tarchiato e breve, dallo aspetto infantile, dalla parola facile e petulante. Volea parer grave — e non lo era. — Volea essere austero — e non gli era possibile. — Volea sembrare decente — e tutto glielo vietava! — Egli apparteneva a quella falange di ambiziosi — leviti dei culti riconosciuti — predella agli audaci che salgono — difesa a compenso di chi teme e spera — uomini che impongono ordine e non danno sicurezza al partito che a sè lo chiama. — Ei cominciò:

— Ninnio per fermo vince battaglie — e sè stesso non vince. — Regge a meraviglia le sue coorti ed è la spada di Marte quando a capo dei veterani si scaglia in mezzo ai nemici. — Ma conosce egli le difficoltà di una amministrazione civile? — Oh quanto il dire è diverso dal fare! — Io fui già _curator viarum_, o meglio appartenni al quatuorvirato dei _viocures_, come il popolo gli appella. Mi si permetta pertanto di dire col sublime oratore che oggi onora la nostra assemblea: _cedant arma togae_. — Per istabilire una strada si comincia dallo aprire un fossato sino al terreno solido. — Livellato il fondo lo si cuopre di uno strato spesso di fina sabbia. — Allora la costruzione ha principio collo _statumen_, che è il fondamento, composto di larghe pietre e piatte, riunite da un cemento durissimo — col _rudus_, che è una zavorra di sassi, di mattoni, di tegole rotte e di calce — col _nucleus_ che è uno strato di sabbia e di calce e che ben livellato forma il nocciolo della strada — colla _summa crusta_, o il _summum dorsum_, formati da grandi poligoni irregolari di silice o di pietra vulcanica; quasi dura quanto il ferro. Cotesti lavori chieggono tempo e danaro. Date denaro e tempo agli egregi magistrati, che ora è un anno voi nominaste; e le strade e le scuole e tutte le nobili instituzioni della Colonia risorgeranno. Le ultime guerre civili nocquero ad esse. Allorchè i partiti si disputavano lo imperio, e il Governo era nei campi di battaglia, e la pecunia pubblica veniva assorbita dai soldati, tutte le civili magistrature decaddero. — Una nuova êra è risorta. Già in Roma alcuni senatori hanno preso il còmpito di dar riparo alle vie abbandonate da quindici anni. E il dittatore medesimo ha assunto la ricostruzione della strada Flaminia, che mena dall’Urbe ad Ariminum. — Gli attuali magistrati io li dichiaro degni della Repubblica, ed al popolo raccomando la loro rielezione. —

A quei detti Ninnio sorge con impeto, e tutto rosso per la collera, grida dal pulpito ov’è corso:

— No, cittadini — _Oro ut non faciatis._ —

Una certa agitazione in senso diverso occupò allor l’assemblea. I clienti si slanciavano nei gruppi per patronare i suffragi pei loro candidati, dicevano il loro elogio, parlavano della loro condotta passata e della malleveria per lo avvenire, citavano testimoni e garanti, o il personaggio sotto i cui ordini avevano portato le armi, o quegli presso il quale erano stati questori. E taluna volta aggiungevano verità o calunnie sulla nascita e sui costumi del competitore che osava presentarsi candidato della magistratura a fronte del proprio degnissimo.

In fra tanto i duumviri interrogarono i decurioni un per uno colla formola:

— _Dic quid censes_ —

per sapere se la discussione dovesse esser finita, o passare immediatamente ai voti. — Venne accettata la seconda proposta. — Allora furono fatte suonar le trombe per intimare il silenzio e un duumviro gridò dal pulpito, invitando il popolo a ritirarsi:

— _Si vobis videtur, discedite_ —

e lesse ad alta voce il senato-consulto ordinario, il quale ratifica anticipatamente la scelta dei magistrati futuri del popolo. Ed aggiunse la nota di quelli le cui funzioni scadevano in tal giorno ed i nomi degli altri, raccolti dalle rogazioni inscritte in rossi caratteri sui canti delle vie. Quindi:

— _Quod bonum, faustum, felixque sit_ —

cioè, che tutto questo avvenga per il bene, la felicità e la prosperità pubblica. E si ritirò col collega e cogli altri magistrati da quel posto sino allora occupato, e cogli altri magistrati discese la gradinata del tempio, quasi per confondersi colla folla. — Gli era un mostrare di bel nuovo le loro persone ai cittadini riuniti ed un testimoniare che si ritiravano in un canto per lasciare una maggiore libertà di voto alla coscienza del popolo.

Nell’atto dodici littori coi loro fasci armati di scuri escirono dal _Senaculum_ e vennero a porsi in mezzo all’area del Foro insieme cogli araldi, i quali deposero sopra una predella un alto paniere cilindrico, detto _cista_, dove i cittadini avrebbero gittato i loro voti. I littori abbassarono rispettosamente i fasci dinanzi l’assemblea in segno di omaggio alla sovranità del popolo.

In un luogo designato si distribuivano ai cittadini tre tessere di bussolo. Una portava incise le due lettere V. R., cioè _uti rogas_, che indicava l’accettazione delle leggi come erano state richieste. L’altra portava la sola lettera A. cioè _antiquo_, che voleva dire, il rifiuto delle leggi proposte. La terza era bianca di cera e su di essa si scrivevano i nomi dei magistrati cui ognuno dava il suffragio. — E colà più vive erano le passioni dei partiti. Gli amici andavano, venivano, correvano dalle centurie dei cavalieri a quelle del popolo — e sugli occhi dei votanti leggevano la indifferenza, la incertezza od il partito preso — e seminavano la calunnia — e reiteravano le promesse — e proclamavano il loro candidato _bonum virum_ — o _verecundissimum_ — o _dignum reipublicæ_ — o _ædilem optimum_. — E i giovani — sempre i più bollenti — mettevano in siffatte sollicitazioni lo ardore, lo zelo, il fuoco, della loro età e correvano a riferire ai loro favoriti tutto che poteva interessarli.

Le guerre civili avevano spezzato le nobili tradizioni dei popolani diritti. — La confusione e la inerzia — i bisogni sureccitati e il desiderio dei facili guadagni — le immoralità che avevano scoperto il debole della corazza e sapevano dove spingere la loro punta — tutto questo aveva fatto del popolo una mandra di pecore, le quali vanno dove veggono andare gli animali della loro specie.

Quando una centuria ebbe scritto i suoi nomi, essa aprì il varco tra le colonne del portico e gittò ostensibilmente le tessere di legno nella _cista_. Gli addetti alla ricognizione dei suffragi — i _rogatores_ — colle braccia nude sino alle ascelle, ritiravano le tavole e, dopo averne volto la superficie bianca verso il popolo, le leggevano a chiara voce. — Altri, preposti _ad dirimenda suffragia_, le separavano, le contavano e marcavano sur una loro grande tessera un punto per ciascuna legge o per ciascun nome di candidato. — Conosciuto il voto di ogni centuria, un suo araldo — il _praeco_ — ne proclamava il risultato. — E si udivano battute di mano, o segni di disapprovazione, a seconda delle opinioni degli uomini. Le donne dall’alto del terrazzo agitavano anch’esse le braccia bellissime nello udire il trionfo dei prediletti dal loro cuore.

Mentre quel fatto importante occupava il popolo nella piazza, Ninnio traeva M. Tullio Cicerone in un angolo interno del tempio e dicevagli:

— Ascoltami, o grande cittadino. — Il rovescio della pubblica cosa mi morde potentemente il cuore. — Talvolta il dolore pieno di maturità è sì forte, ch’io sento l’arma del suicidio corrermi per le mani, quasi io mi fossi un uomo senza energia e senza fede. — Tale altra una disperazione piena di gioventù mi offre il rifugio migliore contro i disgusti e le tristezze dei miei pensieri. — Io soffro una di quelle febbri che logorano la cosa immortale — quando esse vengono per accenderla o per consumarla. —

E stringendogli forte le mani, riprese:

— Ho due nobili parenti — la Patria e la Libertà che a vicenda e simultaneamente io sento madri delle sole virtù che i disinganni non uccidono mai. — E come te vidi trionfanti quando aveva i piedi nel sangue e la testa avvolta nella polvere riscossa del campo di battaglia, così ora mi appaiono avvilite, prostrate e presto uccise nella visione del mio dolore. — Vuoi tu salvarle dalle mani parricide di colui che ha assorbito il dominio del mondo e che spossa lo aiuto delle leggi, travolgendole con pratiche da moneta? —

— _De illo quem penes est omnis potestas?_ Comprendo il tuo dolore e lo sento. Con lui la giustizia e i diritti sono violati. Spesso lo udii ripetere i versi di Euripide. — «Se si ha a violar la giustizia, ciò si debbe fare per cagione di dominio. Nelle altre cose si debbe aver rispetto alla pietà inverso la patria.» — La legge è il suo Capriccio. Gli è perciò ch’io mi son ritirato di Roma. La Curia ed il Foro, vani nomi. Mi duole esser nato troppo tardi e sorpreso — pria di compiere il viaggio della mia vita — dalla notte profonda in cui brancola la pubblica cosa. Ammiro Catone. Ma dipenderà sempre da me lo imitarlo quando vorrò. Solo mio studio è procacciare che una tal fine non mi si faccia come a lui necessaria. —

— Che parli di morte? — Diamola a chi la merita. — Qui sono tre coorti di veterani — uomini provati sui campi decorosi di nobili cicatrici, tenuti in conto dalle altre milizie e non ancora corrosi dall’oro del tiranno. — Me, le coorti e questo paese io ti consegno. — Accetti? —

Cicerone si strofinava il mento colla mano sinistra. Dopo una breve pausa rispondeva:

— Rifletti, o egregio. Tre coorti che sono? Ed anche fossero dieci, e più, che sarebbero? E quali le preparazioni per un sì grave avvenimento? Quell’uomo è potente di genio e di prestigio. Non è albero che crolli. E se giungi a tagliarlo, ripullula. — Tali i segni del tempo! — Ho lettere colle quali uomini ignoti mi ringraziano per aver ottenuto col mio suffragio — così credono! — il titolo di re. La tirannia si corona di falsi senati-consulti. — E i padri coscritti hanno tutto obliato. — Son fango! —

— E Bruto e Cassio....

— Vieni domani a trovarmi. — Intanto penserò. — Voglia Iddio non fare sterile la lotta contro le leggi implacabili che qui distrussero la Libertà. —

Ma il grande ingegno presumente e vano di Cicerone non era adatto alla rigenerazione di un popolo. La calda immaginazione che lampeggiava sui Rostri e nel Senato gl’impediva di ben conoscere gli uomini e le cose. — Era anche onesto e il suo animo rifuggiva da quei patti che le rivoluzioni impongono per aggiungere il trionfo. Tornato in villa, prese il bagno, si chiuse nella biblioteca e riflettè lunga pezza sulle cose dettegli da Ninnio. — Lo esempio dei saggi di Atene e di Siracusa il consigliò a liberamente vivere senza urtare nell’orgoglio dei prepotenti e senza punto umiliare il proprio carattere. Pianse la sua patria amaramente — come si piange la morte di un unigenito — e decise di consolarsene, dandosi allo studio e ai lavori letterari che stimava non poter essere affatto inutili ai suoi concittadini. — Pria di coricarsi, scrisse ad Attico sulle proposte ardite fattegli da Ninnio e gli rivelò la risoluzione presa di andarsene _ante lucem_ a Cuma, per evitare inutili e perigliosi accordi. — Grande ingegno! Non grande uomo!

Lo scrutinio dei voti era terminato. — Si suonarono le trombe per richiamare l’attenzione pubblica. Uno dei _rogatores_ salì sur un piano centrale elevato e proclamò quello che gli scribi avrebbero poi notato nelle _tabulæ publicæ_ insieme colle particolarità e col risultato della elezione. Per la qual cosa, nel 705 della fondazione di Roma, vennero eletti a magistrati in Pompei, sedenti Consoli nell’Urbe C. Claudio Marcello e L. Cornelio Lentulo:

M · BLATTIVS · M · FILIVS M · CERRINIVS · M · FILIVS M · SEPVLLIVS C · CORNELIVS · RVFVS M · SALVIVS · EPAPHRA P · ROGIVS · VARVS · P · FILIVS M · TITIVS · PLVTVS · LIBERTVS M · STRONNIVS · LIBERTVS

La clessidra notava la settima ora. — La folla si disperse per tutte le direzioni della città e di fuori. Gli eletti, riunitisi, procedettero verso il tempio; e di là, uno in nome dei colleghi ringraziò il popolo dei suoi suffragi e promise quello che ogni magistrato promette e non tiene. Quindi si ritrassero nello interno per sacrificare agli Dei.

Intanto la novella della elezione era corsa rapidamente. — Le case dei nuovi brulicavano di clienti, di parassiti e di supplicanti. — Festoni di lauro inghirlandavano le porte. — Corone di fiori circondavano le immagini dei maggiori o dei patroni della famiglia. — Innanzi la casa di Cerrinio v’era distribuzione di pane e di vino.

— Vedi plebaglia che si nudre della propria venalità! —

— E il corruttore là dentro, nell’oro e nella porpora! —

Coteste parole si ricambiavano Crispo e Ninnio, soffermandosi un poco sul margine opposto, nella via dell’Abbondanza.

LA STRADA.

SCENE DIURNE IN POMPEI.

=Anni di Roma 767 — Anni del Cristo 14.=

A GIULIA, EMILIA E MARIA DINO

A MARIA HACKE.