Chapter 4 of 10 · 7406 words · ~37 min read

IV.

— Ho udito un gran caribo stamane. — Suonano il campanello a rompere i timpani! — Di’. — Sono molti i _visitatores_?

— Come al solito, padrone. — Troppi. — _Ingentem undam!_

— Temerario! — Tu non devi giudicarli. — Solo dirmi se sono _primæ aut secundæ admissionis_.

— Di ambedue. — L’_ostiarius_ ne ha picchiato qualcuno colla sua verga. — Un ortolano tra gli altri con un mazzo di bei carciofi voleva introdursi _a prima luce_, per forza in cucina. —

— Non una parola. — Tu saresti com’egli è, se non qui. — Portami un’acqua melata e aromatica. — Apparecchia il tutto per le abluzioni. — Disponi la _vestis domestica_... — È buona la temperatura?

— Il sole indora coi suoi primi raggi i monti Lettuari e il nostro Vesvius, sacro al padre dei Numi.

— Vanne. —

Poi che il liberto escì facendo ricadere sull’apertura del _cubiculum_ una spessa stoffa di Tyro, il padrone si tolse ignudo dalle coperte di lana e di pelli di talpa — colle quali era avvolto nel suo letticciuolo a rilievi di avorio su piedi di bronzo. — Ed asperse di acqua le membra partitamente. Chiuso in un’ampia veste di lana bianca che gli scendea sopra i piedi, pose nell’anulare il cerchio di ferro — antica ricompensa della virtù guerriera — e adattò alle braccia i _calbeos_ di bronzo, pari a quelli che portavano i militi distinti pel loro valore. — Il servo rientrò e gli offerse fin una tazza di cristallo la bevanda richiesta. Ei la sorbì a piccoli sorsi, facendo scoppiettare le labbra. E rivoltosi al liberto:

— Ecco la vera essenza della gioia umana, o Crisanto. — Ciò non aveva nei campi ove ho lasciato il mio sangue. Se può gustarsi qualche cosa di migliore, io voglio che me lo dicano. —

Marco Olconio Rufo, figlio di Marco — duumviro incaricato per la quinta volta di rendere la giustizia, tribuno dei soldati nominato dal popolo, uomo a cui i pompeiani avevano eretto una statua nel Foro, a compenso delle molte liberalità sue e specialmente per aver fatto costruire dal suo liberto, lo architetto Martorio Primo, un tribunale presso l’_Ecatonstylon_, il gran teatro, una cripta e il muro laterale del tempio di Venere Fisica per formare lo ambulatorio nel portico dell’Agora antica — era un generale ritiratosi dall’azione per riposare la sua vigorosa vecchiezza negli agi della casa avita e presso il patrimonio della famiglia. L’alta statura, il grave incesso, la memoria dei fatti compiuti incutevano rispetto. Il suo profilo largamente delineato accusava una certa durezza procacciatagli dall’abito del comando che non vuol repliche. Il viso aveva bronzato dalle intemperie dell’aria. E quando i neri e copiosi sopraccigli si aggrinzavano sui suoi occhi aggrottati, ai suoi servi parea vedere quel cumulo di nubi oscure da cui scoppia la folgore.

L’affluenza dei clienti era grande. — Ve n’erano sulla strada. E nel vestibolo e nell’atrio secondo la loro condizione. — Nessuno mormorava. Tutti facevano prova di pazienza la più intrepida, malgrado lo sguardo sdegnoso e venale dell’ostiario e i titoli di cani e di piaggiatori ch’egli distribuiva ai miseri che pur faceano di tutto per ingrazionirselo e renderselo benevolo. Alcuni eransi levati di notte per attendere presso la porta di Olconio i primi fuochi del giorno. Nè avevano avuto il tempo di farsi radere. Erano appena coperti sull’epidermide della toga di rigore, per far presto ad onorare il patrono in faccia al pubblico e per darsi l’aria di essere cittadini di un certo ordine agli occhi del cerbero brontolone. Il popolano indossava il _plebeius amictus_, la così detta _pullata_, ch’era una tunica corta, di color bruno, senza maniche e discendente poco più oltre della metà delle coscie.

— Il patrono è egli desto? — È egli di gaio umore? — Fugli propizio Morfeo?

— Via canaglia! Ho anche a rendervi conto di quello che fa il mio signore? Indietro. O vi sguinzaglio il molosso!

— Sii più umano. — Prendi questo denaro. — Calmati. — Vedi, non sono indiscreto io come il _pomarius_ che poc’anzi scacciasti per la sua audacia. —

Ma egli era anche più audace. Perchè, entrato dopo aver unto le dure ferramenta dell’uscio, nel dispetto de’ suoi compagni rimasti al di fuori, faceva già cenni col capo al cubiculario che vide passar nel _cavaedium_, il quale non gli diè retta, e poi al _nomenclator_, servo non meno insolente, che aveva il còmpito di prender nota dei nomi e delle qualità delle persone venute a complire il padrone e di soffiargliele all’orecchio a misura che a lui si presentavano. Ma questi, nell’atto che moveva verso lui, fu richiamato indietro da un liberto, il quale lo avvertiva come il generale fosse per passare nel tablino. Di fatto, ecco gli amici che gli vanno incontro e gli stringono la destra, e gli chieggono della salute e gli augurano un giorno felice. Egli li chiama a nome; loro dimostra una certa familiarità; s’informa delle cagioni che a lui li guidarono; dice che farà per essi ciò che si fa pei propri figliuoli; promette colla sua influenza di raddrizzare i torti che loro vennero fatti; di assumerne le difese contro i loro accusatori o di procurare ad essi quella tranquillità di cui avevano bisogno negli affari pubblici o privati. — I clienti da parte loro a lui rivelano le proprie cose. — E lo pregano d’influire al matrimonio d’una figliuola con un ricco suo amico. — Ed aggiungere un regalo al suo corredo. — E ad aiutarlo di pecunia per rizzare su la casa screpolata e guasta dal terremoto. — E a proteggerlo per aggiungere la magistratura cui aspira. — Ed a farlo nominar augure pei servizi prestati da molti anni nel decurionato. — Ed a procurargli l’area gratuita nella necropoli sulla Via Popilia che menava a Nola, ove voleva erigere un sepolcro per sè e pei suoi.

La Clientela fu una nobile instituzione creata da Romolo per unire in istretto legame i patrizi ai plebei. Questi dovevano scegliere i loro _patres_ perchè gli proteggessero. Essi avevano il debito di soccorrere ai _colentes_ che gli onoravano. Nè potevano mutuamente accusarsi dinanzi i tribunali. Nè testimoniar contro l’altro. Nè farsi inimici mai. Ed ove cotesto accadesse e ne fosse constatata la infrazione, il reo avea il capo mozzo come vittima sacra a Plutone. Una legge siffatta e tenuta in rispetto per parecchi secoli strinse in vincoli di famiglia il popolo quirite. Le famiglie patrizie si onorarono di un gran numero di clienti e li perpetuavano nella loro discendenza come una tradizione. Ognuno si faceva superbo nell’aumentarlo. E i ricchi e potenti erano fieri nel rendere buoni uffici. E i bisognevoli temevano di abusarne chiedendoli. E tutti fecero consistere la felicità nel buono, nell’onesto, nella parte produttrice della virtù.

Ma l’ampiezza soverchia di Roma logorò a poco a poco i legami della vecchia famiglia e non si sentì più l’obbligo rispettivo dei doveri tra i protettori e i protetti. Per riallacciare i rallentati ricambi, i necessitosi di aiuto ricorsero all’adulazione, alle viltà, alle bassezze. E i superbi e i vogliosi di cortigianerie, alle _sportulae_ ed al _panariolum_, viveri di mediocre qualità che il patrono facea pubblicamente distribuire sul vestibolo della sua casa alla folla affamata che vi si stipava. Alcuni invece di vettovaglie davano danaro; tanto da procurare a quella geldra raumiliata i sandali, una tunica usata, un poco di fuoco per riscaldarsi, un po’ d’olio per rischiarare il tugurio e una coperta per avvolgervisi nell’inverno. E quelli, di rimando, lor davano i titoli i più esagerati, fin quello di _rex_, quantunque proscritto insiem coi Tarquini. — Era la _Eccellenza_ e la _Uscenza_ che i popoli meridiani d’Italia appresero nei tristi tempi dei Vicerè e dei Borboni, con cui per vecchia consuetudine ancor si salutano — ridendone dentro — malgrado lo espresso decreto del più accetto tra i dittatori e del più nobile tra gli uomini — il generale Garibaldi.

Così in Pompei, ove gli usi di Roma erano penetrati colla conquista. — Olconio e i suoi eguali in dovizie, in virtù ed in potenza, volendo ricevere i propri amici e beneficarli, doveva pur ricevere la vile plebaglia dei chiedoni, dei sopraccarichi di famiglia, dei postulatori d’impieghi — senza voglia di lavorare — e degli accattoni, pronti alla menzogna e al mal fare. — Erano cittadini — avevano diritto al suffragio nelle elezioni alle magistrature annuali. Dunque era necessario aprir la porta e far entrare quelli che pur dianzi _ibi fucum faciebant_ — cioè — che colà imitavano il ronzìo delle vespe.

Il diritto di clientela non era ristretto alle sole persone. — Le colonie, le città conquistate, le alleate nazioni e i re barbari imitarono gl’individui e scelsero i loro patroni nell’Urbe, il _caput mundi_. Così Cicerone patronava i Campani. — Fabio Sanga, gli Allobrogi. — Catone, l’isola di Cipro ed il reame di Cappadocia. — Marcello, la Sicilia. — Un patronato siffatto era bello, onorevole, lusinghiero — il più nobile, il più caro privilegio — quello di fare il bene, di acquetare i dolori dei popoli, di riparare ai lor danni. — Anche i deputati al Parlamento italiano potrebbero talvolta suffragare ai più cari interessi di qualche provincia, o far cange le sorti di sventurate famiglie, se i ministri — od i loro subordinati — non si opponessero troppo spesso ai giusti loro richiami.

Olconio avea già spacciato gli affari col suo piccolo cerchio di amici o di clienti che facevan parte della _prima admissio_. La educazione dei tempi chiedeva che quelli della _secunda_ aspettassero il suo comodo. Rientrò quando a lui parve nella camera e dopo qualche tempo ne esciva vestito col suo abito da Foro. Preceduto dai primi, riceveva i saluti e i piati e i desiderii dei secondi. E poi, da essi seguìto e aiutato dal nomenclatore, parlò affabilmente ai miseri ed abbietti che gli venivano presentati, dava il buongiorno a tutti; qualcheduno, che sapeva influente nei trivi, baciava; qualche altro accoglieva con una stretta di mano; ed il resto salutava gravemente.... duramente quasi. — Dinanzi la porta era una lettiga, portata sulle spalle da sei schiavi. Vi si chiude. I più fedeli clienti, di un certo ordine, lo accompagnano intorno. — Gli altri lo seguitano formando una coorte. — Hanno lasciato però i loro nomi al nomenclatore, per ricevere più tardi le beneficenze del munifico _rex_.

Il corteggio va verso il Foro. — Parecchi se ne incontrano sul posto. — Quivi discende. — Ed entra nelle Curie. — E si apre l’adito nella Basilica. — E penetra nel Calcidico. — E va sino al Senacolo. — E per ogni dove la sua parola è ascoltata, i duumviri acconsentono, gli edili promettono, il questore non niega. Persino i sacerdoti — gente per abito arrogante ed egoista — palesano una deferenza ai suoi desiderii.

Siccom’egli, gli altri. — Dalla terza alla sesta ora del giorno — cioè dalle otto del mattino a mezzodì — tutta Pompei è in faccende. — I tribunali rendono la giustizia. — I banchieri lavorano nei loro fondachi argentari. — I magistrati sono in funzioni. — Gli artigiani martellano, scolpiscono, dipingono, cuciono, gridano il nome delle cose che vendono. — I preti inventano frottole e le danno come oracoli in nome degli Dei, cui dicono di essere ministri. — I fannulloni vanno nel pubblico bagno. — I villici trasportano le derrate dei campi per venderle ai tavernai, ai _cauponatores_, ai cittadini che ne abbisognano, ai fornai; o pur le consegnano ai fattori del padroni che le fanno vendere nelle due botteghe che si aprono ai lati della porta della casa. — I naviganti e i mercatori si occupano dei loro commerci nel porto, nel deposito delle merci venute dal mare e nel portico del tempio della Concordia. — Gli agenti del pubblico tesoro riscuotono dai rivenduglioli il centesimo del prezzo delle cose vendute, le esaminano, verificano il peso del pane e rifiutano dal mercato tutto ciò che lor paia di pessima qualità. — Gli scribi li seguono per far processo verbale all’occorrenza sulla pubblica via.

Poco più in su della taverna di Fortunato, sulla via Domizia, un cittadino arrestavasi presso l’angolo della bottega del farmacista e si appresta a compiere un atto nè decente, nè pulito. Uno che passa, lo picchia sulla spalla e gli dice:

— Ehi! _Quid agis, dulcissime?... Non est hic locus._ Non hai occhi per vedere la pittura sul muro? —

Quegli si ricompose e si disse straniero. Allora l’altro gli aggiunse in greco che i due serpenti a lato di un modio ripieno di frutti e i geni domestici dipinti sul muro, significavano — oltre molte cose — che quel posto chiedeva rispetto. V’erano barili segati. V’erano anfore rotte in ogni quatrivio per lo affar suo. E gli additava quei mobili poco discosto col dito. Il forestiero si arrese al monito e ringraziò. — Gli è che in Pompei, per impedire a chiunque lo sbarazzarsi in ogni loco della soprabbondanza del fluido che dentro lo tormentava — oltre aver instituito latrine pubbliche nei posti i più frequentati — ed una amplissima ve n’ha a lato della prigione nel Foro — collocavano in ogni crocicchio anfore o barili per accostarvi le immonde aspersioni. E per guarentirne i luoghi sacri e le passeggiate faceano dipingere quei serpenti ch’erano pur simbolo di Esculapio e d’Igea. Furono i tavernai ed i rivenduglioli che inventarono cotesto rimedio per ispaventare i fanciulli che insudiciavano gli angoli esterni delle loro botteghe. Alcuni aggiungevano al simbolico spauracchio una inscrizione apposita. — E i sacerdoti con esse invocavano sul capo dei rei la collera dei dodici grandi Iddii e particolarmente di Giove e di Diana, i quali non avrebbero risparmiato la gente grossolana che obliasse ai piedi di un tempio com’essa non avesse un’anfora od una botte dinanzi. — Il serpe che divora una pigna era adunque come la croce nera sui canti di Napoli. — Laonde Persio dice nella Satira prima:

_Pinge duos angues; pueri, sacer est locus; extra_ _Mejite._

Per tutto è frastuono di voci. — I rivenditori di cose crude o cotte non si contentano dell’_oculiferium_, cioè della merce che spacciano posta in mostra. Nè di un quadro di terra cotta in rilievo incastrato sul muro esterno della bottega. Nè di un dipinto allo encausto, rappresentante il nume a cui è devoto, o una giostra di gladiatori, od un combattimento di cui egli abbia o no fatto parte, o lo aspetto di qualche strana figura che richiami l’attenzione di chi passa. — Nè li suffraga lo spander legumi, prosciutti, meloni, cataste di cipolle, di cavoli e di altre cose sul margine e fin sulla via ad abbarrarla. — No. — Essi debbono urlare i pregi della loro merce e il nome della regione d’onde provengono e la mitezza dei prezzi. — E i venditori di vino dispongono anche al di fuori botticelli ed anfore, legati per tema dei ladruncoli, ed urlano presso la porta, agitando un ramo di edera. — I beccai infilzano le carni a vista di tutti; a lato di quelle di capra sospendono rami di mirto per indicare che le provengono da una prateria di montagna, dove cresce quello arbusto; e gridano alla loro volta. — Nè stanno cheti i venditori ambulanti di pesci di mare e dei delicatissimi del Sarno. — Nè quelli stazionari che vendono carni cotte, bodini, salsicce, lardo, formaggi. — Tutti parlano a voce alta. — Tutti gesticolano furiosamente. — Tutti hanno argomenti sempre pronti per arrestare la curiosità dei passanti sulla loro via.

E chi non dee far le spese per la sua casa, pure è forzato di far sosta, perchè un monello vuol vendergli per forza una ricotta entro un piccolo imbuto di vimini; — od una bambina, un cestino di ginestre ripieno di more o di frutti del gelso nero; — od una graziosa fanciulla, dagli occhi neri e procaccianti, mazzolini di giacinti, di rose di Poestum o di pervinche azzurre.

A tanto baccano onesto, conviene aggiungerne uno nè bello, nè decoroso. — I marinai erano abituati a bever la _posca_ delle milizie lungo il viaggio di mare; cioè, una miscela di acqua e di aceto per acquetare la sete. — Una volta a terra, popolano le taverne — e ne escono cantori discordanti di canzoni bacchiche ed erotiche. — I villici che hanno intascato danaro nel _sinus_ della loro tunica, fanno stazioni lungo le vie là dove veggono agitarsi il ramo dell’edera, e ne vengono fuori bisticciandosi o cantando, a saltelloni correndo da un margine all’altro; e inforcato l’asino od il cavallo, con male articolate ingiurie trebbiano di vergate la misera bestia che deve pur trasportare un animalaccio più bruto di loro ai domestici lari.

Un’altra immondezza delle vie era la mendicità di mestiere. Presso i bagni, sulle gradinate dei templi, ai piedi delle tombe, presso la porta delle _popinæ_ vedevi questi ladri del sentimento e della commiserazione tendere la mano, qual lamentando un naufragio che di ricco che era lo aveva reso povero.

— Un asse, per carità, nobile patrizio. — Io ne diedi degli assi ai tempi lieti. — Eolo e Nettuno mi hanno ruinato. — Onore agli Dei, quantunque avversi. —

Qual si ferisce o pur fascia la gamba in maniera da parerlo, e piagnucola e si dice morente per febbre e per fame:

— Abbi pietà di un infelice, o tu che passi. — Era un _saccarius_. Mi cadde un peso addosso e mi ha ruinato. Per lo affetto dei tuoi figliuoli, pei mani dei tuoi nobili avi, un asse al povero facchino da grano che non può più lavorare e che presto morrà. —

V’erano altresì alcuni speculatori, i quali datisi al culto di quella sirena, che si chiama la infingardaggine, e pur vogliosi di viver bene, offerivano alla lenta e sudicia Iddia lo incenso delle immoralità. Assoldavano alcuni storpi di Neapolis, di Herculanum, di Capua, di Poestum, e gli sguinzagliavano il mattino come cani famelici per le vie della città. Chi recitava la parte di soldato mutilato per la gloria e la salute della Repubblica. — Quale era stato prigioniero di Silla nella distruzione di Stabia; e riparatosi sotto i vessilli di Cluvenzio, generale Sannita, fu ferito gravemente alla battaglia di Nola; e mostrava una profonda cicatrice sull’occipite e ne accusava una più larga sul petto coperto. — Chi diceva sommesso essere un gallo schiavo, fuggito da uno spietato padrone nell’Urbe e chiedeva uno _stips_ — la più piccola moneta di rame che esistesse. — E la sera lo speculatore lor dava convenio fuor delle mura in luogo appartato, e si facea render conto da quei vagabondi delle somme raccolte.

— E perchè così poco, o malandrino?

— E tu, brigante, non avrai pianto abbastanza. — To’, una pedata. — Domani sera, se non porti di più, ti apprenderò io a piangere la tua sventura davvero.

— Vile storpiato; ti farò passar per le verghe; così saprai meglio modulare al pianto la voce.

— E tutti studiate i modi ingegnosi di questo gobbo di Baiae che ha saputo ingannare anche me, stamane presso il tempio di Romolo, non riconoscendolo. — Tieni, o camello. — Oltre ciò che ti spetta, anche un denaro di buon peso per te. — Vanne a scialare in una _popina_ per conto mio. —

Sono passati diciotto secoli e la tradizione rimane ancor verde. Vi ha tal gente in Napoli che lautamente vive di una siffatta speculazione ladra ed infame. Il cattolicesimo vi presta la sua mano sacrilega. — Sozzi frati colla bisaccia sul collo; sozzi preti con un bussolo che scuotono nelle botteghe nel nome santo di Dio; sozza bordaglia, coperta di un sacco, cinto da una corda sui lombi, chiede danaro e l’ottiene a pro di turpi speculatori e per cause non vere. — E quel buon popolo — il migliore d’Italia per pronta intelligenza, per docilità di carattere, per esuberanza di cuore — su ricchissimo suolo, vegeta sudicio, lacero ed infingardo. — Demoralizzato dai preti, commette opere inique e crudeli. — Abbuiato dalla paura, dimentica il domani della vita e sciupa il sopravanzo dei suoi guadagni nello inutile tentativo di spegnere il sacro incendio del purgatorio cattolico, apostolico, romano.

Lo _accensus_ grida per le vie popolose il segno del quadrante solare. — È l’ora sesta. — L’astro maggiore indica il mezzodì. — L’uso, e — più che l’uso — il clima, impongono la cessazione di ogni fatica. Le porte delle botteghe si chiudono. I patroni congedano i loro clienti. Qualche usuraio ancor cerca per le strade una qualche vittima. La plebaglia torna nelle sue case col beneficio che i _nomenclatores_ hanno a lei distribuito. — Ognuno desina, e mangia che può. — I ricchi e gli sfaccendati si gittano quindi sul letto per dormirvi qualche ore. Alle otto i più diligenti si levano per riprendere il filo degli affari. Ma alle nove — cioè, tre ore dopo il mezzodì — nessun pensa ad altro che a ricrearsi o a far panciolle.

Lungo il canale del Sarno era uno spianato, convenio di tutti i monelli della città. Le bambine, assise al rezzo dei pioppi, giuocano cogli astragoli che gittano in aria col dosso della mano e, addoppiandoli, li riprendono nella palma. — I ragazzi si lanciano a vicenda il pallone, detto _follis_, lo raccattano e lo ripercuotono. — Altri, su terreno più duro, fanno girare una trottola, che chiamasi _turbo_, e a furia di sferzate le imprimono rigiri irregolari; quindi impalatala sulla mano destra, ve la tengono sin che si fermi. — I più piccini corrono a cavallo sur una canna. — O col fango costruiscono casucce; — o formandone un orciuolo, producono un rumore, scaraventandolo con impeto per terra; — o giuocano a pari e caffo; o lanciano in aria un asse, scommettendo se nel cadere presenterà la testa di Giano o la prua del trireme — _capita aut navis_. — I perdenti offerivano il polpaccio della gamba; e gli altri che avevan vinto, vi applicavano un colpo a mano spianata; e perchè nessuno ne desse uno di più per frode, il punito minacciava di una labbrata chiunque si presentasse. — I più grandi tentavano di far cadere una noce dentro il collo di un’anfora, conficcata in determinata distanza; o colpivano con una noce un cumulo di altre tre sormontate di una quarta, e la guadagnava chi faceva cadere il castello. — Fra gli adulti, ve n’era chi lanciava colla fionda una pietra a seicento passi entro un fagotto di paglia sospeso ad un albero; oppur unti di olio si esercitavano alla lotta come gli atleti; o infintisi soldati, marciavano com’essi, armati di corti bastoni; o simulando un tribunale e un delitto, si accusava un incriminato, lo si difendeva, si udivano i testimoni, o si assolveva o si condannava colla gravità dei magistrati. — Correvano, sudavano, urlavano. E stanchi, si gittavano nel canale per nettarsi dalla polvere o per nuotare. — I giovani di venti anni andavano fuori della porta di Nola e là giuocavano al disco, ch’era di bronzo o di marmo. Lo afferravano colla palma stringendolo con quattro dita, e lo cingevano con una correggia allacciata con nodo scorsoio nel polso. Dopo averlo fatto girare attorno al capo, facevano piccoli passi frettolosi sin presso un segno solcato per terra; e tenendo il braccio sinistro sul destro ginocchio e inclinando la persona in avanti, lanciavano il disco; questo, fischiando, fendeva l’aria e arrestavasi quando la forza dello slancio lo abbandonava. Il rivale discobolo tentava di superarlo, e vinceva la scommessa colui che lo spingea più lontano.

Siffatti divertimenti erano a tutti comuni, al figliuoli dei parenti agiati siccome a quelli che esercitavano un’arte quale si fosse. E Ottaviano Augusto, quando, al cessare delle guerre civili, cessò dallo esercitarsi romanamente nel Campo Marzio a cavallo ed in armi, si diè per suo esercizio al giuoco della palla piccola e grossa. O per prendere un poco di esalamento, or pescava coll’amo, or giuocava ai dadi, or trastullavasi coi bimbi nei giuocolini adatti alla loro età, purchè fossero aggraziati, vivaci, linguacciuti, chiassoni. Talvolta, per esercizio ginnastico, inforcava il cavallo e lo faceva andare di trotto e a saltelloni, o lo spingeva a slascio lungo lo spazio. E allora vestiva alla leggera, avvolgendosi in un gabbano, detto _sestertium_, od in mantelletto di cavalleria, nominato _lodicola_. — Nei tempi anteriori erasi visto Mario, già vecchio e vincitore dei Cimbri, discendere nel campo di Marte dell’Urbe e gareggiare coi giovani negli esercizi della milizia. E Pompeo saltare coi più agili e correre coi più destri. E Catone giuocare alle bocce cogli amici suoi, come il generale Garibaldi in Caprera coi propri compagni d’arme.

Poichè ho parlato delle varie età dei giuocatori, i pazienti che leggono questi miei studi sull’antico mi permettino una breve digressione dal racconto. Non sarà inutile.

I nostri avi indicavano la età degli individui della forma delle vesti. I fanciulli indossavano la toga pretesta e la lasciavano nell’adolescenza, cioè a dire, alla età di quindici anni. La vita di un uomo, divisa in cinque periodi, distinguevasi in _pueritia_, in _adolescentia_, in _juventute_, in _maturitate_, e in _senectute_. Gli adolescenti nello acquistare i diritti di cittadino, indossavano la toga virile, di lana bianca e non più orlata dalla striscia di porpora, come la consolare che essi avevano portato fin da bambini. I quali — era mente di quei savi — dovevano essere rispettati quanto i primi magistrati della Repubblica. — Toccava al padre o al parente più prossimo il rivestire il fanciullo di quella veste. La funzione era solenne e facevasi in pubblico, sia nella città, sia in paese straniero. Vi erano invitati tutti i parenti. — In sull’alba, il giovanetto che aveva dormito vestito colla regilla, in segno di buon presagio, lasciava la sua _bulta_, e l’appendeva al collo dei Lari domestici. Quindi tutti accompagnavano lo affrancato dalla infanzia nel tempio, ove si facean sacrifizi ed offerta agli Dei nell’atto che gittavasi sulle sue spalle la toga pura. Lo stesso corteggio lo seguiva nel Foro, come per presentarlo al popolo che da quel dì dovea contarlo per uno dei suoi membri.

Cotesta solennità compivasi una volta l’anno il XVI delle calende di aprile — a’ 17 di marzo — giorno in cui si celebravano le feste liberali, o di Bacco. Pompei — siccome tutte le città nel dominio della Repubblica romana — era in tal giorno gremita di gente. In ogni crocicchio erano assise vecchie donne, coronate di edera, aventi sulle loro gambe un paniere di paste coperte di bianco mele ch’esse offerivano, lodandone la dolcezza e il buon gusto, a chi passava. Ad ogni scambiare di strada vedevansi giovanetti sorridenti, da tenere occhiate all’abito nuovo, da tempo ambito e sognato; e i genitori e gli amici, anche lietissimi di quella fanciullesca ambizione. — E vi era di che. — Il quindicenne diveniva cittadino libero, e sceglieva la propria carriera. Se l’avvocheria, il padre lo presentava il dì poi al migliore oratore, perchè glielo addottrinasse. — Se la disciplina delle armi, lo affidava ad un amico, governatore di una provincia, perchè gl’insegnasse a difendere la patria, non come soldato — non avendo ancor prestato giuramento — ma come _contubernalis_, cioè aggregato. — O lo raccomandava ad un Senatore in Roma, o ad un decurione nelle colonie e nelle provincie, acciò assistesse alle assemblee ed acquistasse la scienza governativa.

L’adolescenza finiva all’età di trent’anni. — La gioventù a quella di quarantacinque. — La maturità a sessanta. — Oltre quel periodo era la vecchiezza grave ed assennata. — E qui chiudo la parentesi.

Infrattanto che i giovani e i minori fanciulli si divertivano presso il porto e sulla via Popilia, altri erano nelle scuole ad apprendervi a leggere, a scrivere, a contare. — Quanti scappellotti! Quante nerbate sulle palme delle mani! Quanti colpi di staffile sulle parti carnose! Quante stiracchiature di orecchie! — E tutto ciò per inspirare alla tenera età lo amore al lavoro e l’applicazione allo studio! Anche per tale riguardo in tempi diversi simiglianti procedimenti. — I preti ch’educarono la mia generazione fecero di tutto perchè abborrissimo lo studio. — Iddio perdoni ai morti, come già mortifica i vivi!

In Pompei si parlavano le tre lingue — la sannita — la greca — la latina. — Le prime erano di uso domestico. L’ultima s’insegnava. E per la differenza dei caratteri, conveniva chiarirne la forma ed i suoni. Sur una tavola erano essi incavati; per modo che il bambino, passando su quei segni alfabetici il dito e lo stile, cominciava per distinguerne la immagine, la indicava colla voce e la tracciava poi colla mano. Collo accoppiamento delle lettere finivano per leggere. Col pigiare una punta su tavolette di cera, si perfezionavano nel copiare i _præscripta_, ch’erano esemplari di bella forma di lettere.

I meglio avanzati in età studiavano la grammatica. Quindi leggevano Omero e i migliori poeti latini e le arringhe di Ortensio e di Cicerone. — Talvolta avevano il còmpito d’impararne squarci a memoria e di scriverne. — Tale altra di esercitarsi in una specie di parafrasi, che addimandavasi _chria_, la qual cosa consisteva nello ampliare e commentare una parola sentenziosa od un fatto memorabile. Questi esercizi i discenti li portavano in casa, per mostrarli ai parenti.

L’acqua aveva appena marcato l’ora nella clessidra, che un grido di gioia rintronò nella scuola del Foro. I monelli si levarono in piedi e corsero all’uscio. Il peggio ardito, in quel momento di disordine, scagliò la tavola incerata che aveva per mano sulla testa del maestro. — Tutti fuori e a slascio, facendo un grande baccano. Il misero vecchio, _minumi pretii_, perchè col suo salario aveva appena di che sostentare la vita, seguì lo indisciplinato, gridando. Si avvenne col padre che saliva per la via dell’Abbondanza.

— Mira la cattiveria del tuo figliuolo tristissimo. Mi ruppe la cute, qui, nell’orecchio.

— Forse, o Verna, tu l’hai picchiato ed egli si vendicò. — Riconosco il mio sangue. — Son certo che, presa persona, nessuno saprà impunemente ingiuriarlo.

— E tu così parli?.... Ah! meglio maneggiare il remo che consumare i miei poveri giorni per gente sì ingrata. —

Tornò nella scuola brontolando e si fasciò il capo e l’orecchio pesto con una benda di tela oliata, che parea una lanterna.

Era la decima ora, cioè le quattro dopo il mezzodì. E i rintocchi fragorosi di un martello su largo cerchio di bronzo sospeso ad un chiodo nel muro, si facevano udir di lontano presso il tempio della Fortuna e nel fondo della via dell’Abbondanza. — _Discus crepuebat._ — Ciò indicava che i bagni pubblici erano aperti. — E le botteghe di consumo chiudevansi. — E i cittadini laboriosi e quelli di medio censo ed i ricchi s’incamminavano verso le Terme. Gli è che, nel mentre i raggi del sole perdevano un po’ della loro forza, e diveniva piacevol cosa il riposarsi dalle fatiche o dalle noie della giornata, i nettatori delle strade entravano dai subburbi coi carri per togliere le immondezze, il fango, la polvere i rottami dinanzi le case in costruzione, i concimi delle stalle e gli erbaggi che i rivenduglioli avevano gittato fuori della soglia. Un decreto degli edili avea pur fissato quell’ora per introdurre sui muli le legna, i mattoni, la calce e i pezzi di marmo, affinchè potessero circolare senza incomodo per la maggior parte dei cittadini.

Sì le prime Terme come le più grandi ov’era la _palestra_ — vasto paralellogrammo dedicato alla ginnastica per lo spigliamento delle membra nei giovani — erano già piene di gente. — Mosaici sui pavimenti. Stucchi coloriti sulle volte. Mobili di bronzo e bacini di marmo. Inservienti al bisogno. — In faccia al porticato di colonne scannellate era il _baptisterium_, ove ognun che voleva si gittava ignudo e sudato nel bagno freddo in comune. — Quello dei bagni poco lungi del Foro era rotondo, ristretto e sotto una cupola, d’onde veniva la luce. Nella prima stanza sotto il colonnato lasciavansi le vesti e di là entravasi in una sala spaziosa, riccamente ornata, ove pur potevasi togliere il bagno freddo dalla gente che preferiva prenderlo al coperto. Lungo le pareti sono sedili per agio di quelli che accompagnano i bagnanti e conversano con essi od attendono il loro turno. — Nella sala che apresi a manca è il _tepidarium_, il cui pavimento e le cui pareti tramandano un dolce calorico, proveniente dal _laconinum_, il fornello dei bagni. — Quivi erano larghi bacini di marmo e sedili di bronzo per asciugarsi o riposarsi allorchè si usciva estenuati dal _sudatorium_, sala delle bagnature a vapore. Il quale, escendo a nuvoli che si spandano da per tutto nell’apposita sala, va verso la volta di forma emisferica, a lavori di stucco scannellato, e discende pei regoli successivi lungo le pareti. L’apertura praticata sul sommo della soffitta era chiusa da uno scudo di bronzo, e col mezzo di una catena potevasi aprire come una valvola, nel caso che il calore del caldario divenisse troppo eccessivo. Quelli che si facevano colà dentro, ansimavano, davano in singhiozzi, respiravano appena. L’aria infuocata e la grande umidità non danno requie ad alcuna parte del corpo. — Scuote, opprime, stanca, accascia, prostra le forze. — Val quanto trovarsi nel focolare di un incendio. — E non so come i Romani non abbiano scritto nelle dodici tavole l’applicazione della condanna ad esser bagnato vivo su quei tristi che intendevano correggere invece di uccidere.

L’_eleotesium_ era il luogo ove si tengono i profumi e gli unguenti campani. — In altre piccole stanze posavano bagni di marmo per le donne di età grave o per uomini difettosi della persona che non amavano mostrarsi avvizziti e deformi al pubblico sguardo. Ma dal povero plebeo coperto della sua _pullata_ ai magistrati che indossavano la pretesta, dagli illustri cittadini agli uomini di piccole fortune, nessuno sdegnava i pubblici bagni. Unica distinzione era che il ricco veniva preceduto dai suoi schiavi e seguito dai clienti. Ed il plebeo entrava solo.

Le genti agiate frequentavano le Terme per moda, per accidia, per curiosità e per trovarvi conoscenti ed amici, onde invitarli a cena, al giuoco dei dadi e ad un’orgia. — I derelitti dalla fortuna, per raccapezzarvi — chiedendolo — un qualche asse. — E le donne per stare in esercizio di pettegolezzi, per narrare ed udire la cronaca scandalosa della città, per osservare da vicino le forme decantate di una bella e trovarvi alcun che da ridire, e..... per filare un intrigo amoroso su quel terreno neutrale, ove la folla sapeva celarlo nei ripieghi dell’uso e della prescrizione medicale. Nelle due Terme le donne avevano un bagno a parte ed entravano per uscio diverso da quello degli uomini. — Sur una delle porte della Palestra, nel vicolo, era scritto: _Mulieres_.

Non molti gl’inservienti. — Un guardiano del bagno — un _fornicator_, cioè, quegli che poneva il combustibile nella fornace — e parecchi schiavi, condannati ai lavori pubblici per delitti. — Questi hanno nome secondo lo ufficio. Addimandavansi _capsarii_ quelli che serbavano chiuse in una cassetta le vesti di un bagnante e ne traevano mercede. — _Aliptae_ o _unctores_, i profumatori cogli unguenti. — _Alipili_, gli spelatori col mezzo di una pomata, o colla pietra pomice. — _Tractatores_, i frizionanti nel bagno a vapore. — Per siffatti servigi le donne conducevano con sè le loro schiave.

— Ahimè! Come sono stanco. Spero nel tepidario riprendere un po’ di forza per poi goder meglio i piaceri della mensa.

— O, non si direbbe che Publio Ametistio abbia fatto oggi sforzi prodigiosi per passar la giornata?

— Tu hai, o Statilio, del toro, e le forme ed il nome. Nè sai compatire ad un gracilino par mio che desinò tre volte e vomitò due. La bella Iddia vi mette anche del suo. E se la dura a lungo, è miracolo.

— Taglia la corda e resterai libero. —

Ed un altro aggiunse, cacciandosi nel bacino pieno d’acqua fumante:

— Facile a dirsi. _Quisquis amat venit_, dice il poeta. E a sedurre Ametistio ci vuol meno che far cadere un pettorosso nella pania.

— O tu, Atimeto. Guazza un po’ meno..... e pensa che hai misurato l’amico colla tua spanna. — Se potessi dir qui una novella..... Ma nol debbo, _quia lupus est in fabula_.

— Hilaro Sulla, or narrala e ci piacerà. —

Atimeto versò sul curioso Statilio acqua a manciate e profittò del rumore per dire usassero prudenza; — avvegnachè non il lupo fosse presente al racconto di una sua debolezza di cuore; ma un altro animale che aveva di che allontanare ogni fascino. E coll’occhio lo designò. — Era un uomo adiposo che soffiava nel bacino di contro come un ippopotamo. Orafo, arricchito dal mestiere, aveva comperato dal padrone la sua libertà. E più erasi fatto danaroso colle usure a carico dei giovani spensierati. — Zozzo, liberto di Popidio Ampliato, verso la cinquantina, aveva domandato ad una bella giovane se voleva essere la donna sua. La non rispose nè si nè no. Ma il terrore d’istinto — che, bruttissimo era e guasto dal vaiuolo — egli lo interpretò come eccesso di gioia. — La vittima venne trascinata sullo altare, coperta di bei monili e di collane di perle. — Pare che anch’essa lo ricambiasse di una bella corona. E non era di rose..... Almeno così diceva la mala lingua di Sulla nel bagno.

Quei giovani passarono nel sudatorio e si distesero sopra lettucci di riposo, dove alcuni giovanetti, appena vestiti, cominciarono a strofinarli con spugne finissime. — Quindi a mani piene pigiavano le loro carni, li ravvoltolarono per ogni verso e fecero che tutte le articolazioni scricchiolassero. — Da prima ridevano e scherzavano. Poi caddero in una prostrazione come per grande stanchezza. — Quel _malaxare articulos_ era per fermo una operazione dolorosa, quando i frizionatori non fossero dotati di una certa abilità e destrezza. Allora questi diedero di mano agli strigili — ch’erano di avorio o di argento, adorni di bei graffiti, la cui forma somiglia a quella di una falce concava che possa applicarsi alla rotondità delle membra — e staccarono dalla dermide tutte le ineguaglianze e le impurità che la traspirazione vi aveva adunato.

Trasportati di nuovo dond’erano venuti, gli epilatori li spelarono con un unguento fatto con semi di salcio nero e con egual dose di litargirio. — E i profumieri li unsero di distrutto di porco con elleboro bianco. — Aspersi poi di olio di nardo e di megalio, furono asciugati con stoffe di lana finissima. — Vennero in ultimo avviluppati in una _coccina gausapa_ — specie di grande toga scarlatta, vellosa al di dentro — e deposto ognun di que’ giovani entro una lettiga coperta, furono ricondotti in casa loro. — Nel congedarsi, Publio Ametistio ebbe a dura prova la forza di dire, sbadigliando:

— O, chi verrà alla _comissatio_ meco?..... Prometto _mirabilia!_

— Verremo! —

Statilio Tauro, nel porre il piede nella sua sedia chiusa, voltosi agli amici, lor disse:

— Parlare consigli di saviezza a quel caro epicureo è lo stesso che raccontare una storia ad un asino sordo. — Valete. —

Intanto che quei giovani infemminiti prendevano il loro bagno caldissimo che gli slombava, i popolani si procacciavano un sudore abbondante e senza spesa nella palestra. Gli uni — ignudi nati — si esercitavano nella lotta; e ciascuno procacciava con sgambetti di cacciare il compagno per le terre. — Altri bilanciavano le loro braccia, avendo nei pugni pezzi di piombo. — Altri, giuocavano alla palla. — Ed altri ancora, colle mani legate sul dorso, prendevano colla bocca anelli per terra e si rialzavano. E fra i più destri, uno inginocchiato, rovesciavasi indietro sino a mordersi il tallone dei piedi. Quindi si tuffavan tutti nell’acqua gioiosamente, con grandi risa e con più alto baccano.

Il bagno addetto alle donne è più quieto. Ma il bisbiglio dei vari tuoni delle voci è anche più discordante. — In una epoca ed in un paese, ove le vesti dinotavano la condizione di quelle che le indossano, la nudità assoluta delle persone stabiliva una eguaglianza, una democrazia, di cui ognuna traeva suo pro per la libertà propria.

— O che hai, Rufilla, che sei costì tanto cheta. Da che siamo nel bacino non sferrasti pur anco una parola.

— Mia cara Aglaia, sto ammirando le carni flosce della mia padrona, sulle quali sarebbero così bene applicati i colpi di verghe che mi fece dar non ha molto. — Ne ho ancor le lividure alle reni. — Mira che pelle. — Toccherà a me domani il renderla bianca di carnagione, nelle parti visibili, colla cerussa di Rodi. — Buon per lei che un’altra l’asciuga. — Io la pizzicherei di dispetto.

— E non hai tu altra sorgente di collera contro di lei?..... Il mio padrone, ch’è il maggiordomo nella casa di Bleso, disse alla moglie aver inteso come il marito della tua signora volesse affrancarti perchè..... sei bruna e piacente. —

Rufilla sorrise e replicò a bassa voce:

— Ho rotto pace con molte illusioni, io. — Pur sono ancora in civettismo colla speranza. Chi sa? Finora alla Iddia bendata non vidi mai il viso. — Ed in vero non saprei dirti ciò che meglio io desideri.

— Tu parli come gli aruspici. Pure ti ho inteso. — Venere ti sorrida! —

Quando le due schiave si levarono di là per asciugarsi, altre due parlavano greco nell’atto che le donne loro affibbiavano addosso le vesti. Sembra che quella lingua esse ignorassero.

— Dì! — È egli vero, o Lelia, che tu ti mariti? Piacerebbemi. — È un dabbene quel tuo promesso. — Sia la dolce Iddia propizia ed entrambi! —

La giovanetta cui fu volta la domanda era diciottenne, dalla persona delicata, dal viso pallido, dalle linee rotonde, soavi e fine. Una leggera lanugine le adombrava l’orlo superiore della bocca. — Sorrise. — E da quelle fila di perle escì cotesta risposta:

— Minucia, grazie ai tuoi voti. — Presto. — Altrimenti la vita mi parrebbe insopportabile. — Quinto Muzio io l’amo e spesso lo sogno con ardente follia. — Una sera mi ha baciato. — E, fatta sola nella mia stanza, io ne ho pianto e tremava tutta. — Chè, il bacio di un uomo non è come il tuo, sai?..... Oh! qual bacio! — Era qualche cosa di bruciante e di leggero che mi penetrò come il soffio di una carezza nel cuore. —

E stringendosi forte mutualmente le mani, partirono.

Una donna, già completamente vestita, fe’ cenno colla mano ad un’altra di appressarsi.

— Esce ora colla sua figlia. — La vedesti nel bagno? Brutta e manchevole..... E che sa trovarvi egli di bello?..... Io lui desidero e voglio. Intendi? — Gli diè forse a bere un filtro amoroso, colei?

— Mia nobile padrona, una sola droga ne apparecchia uno infallibile: — Amate e sarete amati. — Cotesto è lo avviso della esperienza. — La umiliazione t’irrita. — Cancellane le tracce. — Lo visiterò domani e — credimi — ti porterò domani il suo cuore.

— Torna a vedermi.... nel tempio. — Farò offerte alla Dea protettrice. — Intanto questa borsa a te per testimoniarti che Giulia sa essere riconoscente e generosa. —

Quando la _lena_ escì dalla sala, rimasta sola nel corridoio, la ricca donna pensò:

— Io prendo una ben dura lezione, e i miei Giunoni sanno a quali prove io vo incontro. — In un momento di disgusto lasciai l’uomo al quale io mi era donata. — M’invaghii perdutamente di Gneo Melissa. S’egli compenserà il mio grande e miracoloso amore, apparterrò ad un padrone le cui esigenze aumenteranno sempre. — Accetto la condizione in cui lo alato Dio mi gittò. Sono doviziosa tanto da pagare i suoi capricci e da allacciare con catene d’oro il suo cuore. — Ben lungi dal chiedere per la mia passione quello che follemente desidero, un eterno obblio per Numanzia, una parola affettuosa per me. — O Venere potente! O Venere santa! O delizia dell’Olimpo e della terra, fa’ che quell’uomo mi paghi di amore e dissipi le miserie di questo mio cuor lacerato! —

Povera donna, a trentacinque anni! Quel piccino fra tutti gl’Iddii, passando un giorno dinanzi la sua ricca dimora, usò un tratto della sua eterna malizia e sorridendo le scoccò lo strale.

Lo indomani fu essa contenta? Lo ignoro! So questo solo. — Era nata in Pompei col nome di Giulia Felice, figlia di Spurio. — La sua casa conteneva grandi ricchezze in oggetti d’arte di marmo, d’oro e di argento. Eravi un sacrario con divinità egizie ed un magnifico tripode di bronzo cogli attributi del dio di Lampsaco.

LA BASILICA.

UNA CONDANNA A MORTE.

=Anni di Roma 770 — Anni del Cristo 17.=

A LEOPOLDO TARANTINI.