Chapter 5 of 10 · 7796 words · ~39 min read

V.

In Pompei la gente per bene ristoravasi quattro volte per giorno. Il _jentaculum_, nel saltar giù dal letticciuolo, consisteva in una fetta di pane bagnata nel vino — od in pane e cacio — o nel solo vino ove era stato infuso per tutta notte un bastone di finocchio aromatico detto _silum_, per cui questi addimandavano _silatum_ il loro asciolvere — od in una bevanda dolce e profumata da sciacquare la bocca e toglierle il tanfo della digestione. — Verso la sesta ora — mezzodì — cominciava il _prandium_, cibo di sostegno sino alla sera. Chiamavasi ancora _merenda_, da _meridies_; oppure _prandiculum_, tanto la gente costumata contentavasi di poco. — Un po’ di pane — qualche pasta calda di forno — o del _liquamen_ di vino stracotto, detto _sapa_, o di emulsioni di ciliege, di mele apie o di cotogne, addolciate col favo. — La _cœna_ sì, che era copiosa. Prendevasi _supremo sole_, cioè al declinare del giorno, quando le faccende pubbliche o le particolari erano terminate, verso la decima ora, cioè alle nostre quattro di sera. — Solo i giovani scioperati mangiavano in sull’ora ottava, cioè alle due dopo il mezzodì. E lo facevano più volte col recere e col rimangiare; e poi toglievano il bagno caldissimo per debilitarsi ad aver fame per la _comissatio_, specie di orgia cui Bacco e Venere presiedevano e che si prolungava lungo la notte.

A lato dei Lari compitali sulla via non lungi dal Foro, ov’è la fontana dalla testa del Leone, parecchi giovani si fermano e picchiano ad una porta. L’ostiario apre, chiede i nomi e lor dà passaggio sul _prothyrum_ di bianco mosaico su cui sono rappresentati con neri dadi due lottatori afferratisi. — Erano attesi. — Dal peristilio entrano nel triclinio, ove altri gli accoglie e gli bacia. — Il padrone del luogo gli computa e dice:

— _Septem convivium. Novem convicium._ —

Una gaia risata festeggiò quel motto spiritoso. Avvegnachè, avesse detto come sette a desco avrebbero composto un’allegra brigata. Ma trovandosi in nove, la riunione la sarebbe stata chiassona. — Ed era ciò che chiedeva. Per le disposizioni e pei mobili di quelle stanze, i convitati non dovevano essere numerosi. E il buon genere dei tempi imponeva che non eccedessero le Muse e non fossero da meno delle Grazie.

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Compite le abluzioni e le altre formalità di uso, il padre del festino — _cœnae pater_ — indirizzò una breve prece agli Dei e a suon di flauto fece le debite libazioni di vino. Quindi distribuì i convitati sul triclinio nell’ordine seguente. — Sul posto V del _summus lectus_ ei si sdraiò appoggiandosi al gomito sinistro. Indicò a Psiche di allungarsi sui cuscini del IV, ed invitava P. Ametistio ad assidersi sul luogo consolare VI. Sul letto di sinistra si disposero Calliopa, Suavis ed Issa su III, II e I. E sul _lectus imus_ si adagiarono M. Porcio, Scapido e Metrodoro nel VII, VIII e IX; questi ultimi erano _umbrae_, cioè non da lui invitati.

Il vuoto era riempito da una larga tavola di marmo, ove si disponevano i _riton_ e le tazze e le scodelle per le vivande. Dietro ognuno era un servo, _succintus puer_, la cui attenzione era desta dalla scoppiettio delle dita.

Gli uomini e le donne ricevettero sul capo corone di edera, di rose, di viole e di fiori di zafferano. Altre più larghe erano poste ad armacollo. Sui capelli furono sparse essenze di nardo, di balano e di altre sostanze odorose. Credevasi che quel verde, quei fiori, quei profumi, aprendo i pori, facessero facilmente evaporare i fumi del vino greco ed indigeno.

Le vivande erano apportate sopra un _ferculum_, grande vassoio di argento che copriva tutta la tavola. Allorchè il padrone volea che fosse servita la _mensa secunda_, facea scoppiettare il pollice coll’indice, e i servi ubbidivano. Così pure per empire i _riton_ coi ciati, specie di misura con cui si prendeva il liquido e si versava nel calice che lo invitato stendeva. Cucchiai erano sul desco e piccini di fine argento. Vi erano coltelli. E pur cannelli di penna d’oca o fuscellini aguzzi di lentisco per iscalzarsi i denti. Ma gli alimenti solidi, di pesce e di carne li prendevano colle dita, salvo a lavarle nel _trullum_, catino che lo schiavo sopportava, ed asciugarle colla _mappa_ che ognuno recava da sè. — Avevano inventate tante raffinatezze di lusso, meglio che di uso, e non avevano pensato a distendere una tovaglia sul desco, a fornire gl’invitati di tovagliuoli e a fabbricar le forchette con cui infilzare le vivande.

Dopo aver mangiato e bevuto, ribevvero ancora. Era l’uso di non levarsi dai soffici cuscini senza prima salutare le donne che sedevano accanto. Quei begli umori erano discreti. I più perdevano la ragione. Ma nessuno poteva esimersi dalla regola, abbandonatamente accettata, la quale prescriveva, _Omnis amica numeratur ab adfuso Falerno_.

Laonde il _pater cœnae_, volto alla Psiche sua colla tazza ricolma:

— _Cor cordium, nomen tuum bibo._ —

E tranne lei, tutti appressarono sei volte le labbra al bicchiere, ingoiandone i sorsi. Quindi Ametistio:

— Alla cugina di Venere.... Al fascino dei tuoi sguardi, o Calliopa.... Io bevo ogni lettera del tuo nome armonioso. —

Metrodoro aveva Suavis sul corno opposto del triclinio. E lei guardandolo amorosamente,

— _Sex cyathos_ per te, o maga del cuore. —

Scapido, appena sdraiatosi, aveva notato le copiose trecce della fanciulla che il re del convito, od il caso, gli aveva disposto di fronte. A forza di vederla, si prese ad amarla. E siccome egli non era fatto per dispiacere ad alcuna, anch’egli a lei piacque. Veramente Porcio era il suo amante. Ma quando lo amore s’infiltrava nel cuore greco-latino, ogni cosa doveva cedere — e ancor cede! — pregiudizi, interesse, doveri. Scapido bevve quattro sorsi al suo nome. E Porcio, pur morsicato dalla vanità nel vedere gli sguardi e i sorrisi di lei, acuti come un dardo, leggeri come il soffio e fragili come la virtù, rivolti spesso alla persona a lui daccanto, bevve e intero il nome della passionata pompeiana. Però, brontolando, non si ristette dal dire:

— _Alii adnutat, alii adnietat, alium amat et me tenet._

Aveva torto. Le donne di tal conio usarono sempre ad uno far segni, con altri occhieggiare. E se taluno amano, tengono altri per le unghie.

I servi partirono.

Rimasti soli, parlarono su quel tema, inesauribile come la musica — perchè anch’esso è la musica delle anime — che addimandasi amore. Ed una felicità di una nuova specie ed ignota gl’innondò tutti. Pareva temessero che qualcuno sarebbe venuto a rapir loro quella serie di ore beate che nessun certo lor disputava. La rapidità piena del piacere svanisce come un minuto e stanca. Ma poi torna secolo, carico di ricordi festosi e delle delizie di un istante — e tanto più nei momenti in cui si è colpiti dal dardo di un grande dolore.

Calliopa, dopo aver guardato per qualche tempo Ametistio, tornò a lui; e, sedutasi sulle sue ginocchia gli mormorò:

— Mi ami, Publio?

— Sì, cara; come il mare la sponda.

— Infido! —

E appoggiando il gomito sulla sua spalla, velò la faccia. La misera! — Sulla veste sottile di Laïs essa avea ricamato coi fili d’oro la ingenua serenità dell’anima e quella freschezza e quella limpidità di sguardo che ammalia e seduce. Quando la donna si sente così penetrata dai raggi di un celeste amore, acquista immediatamente un non so che di dignitoso e di augusto, che spinge gli umani a ringraziarne gli Dei. Essa intravide d’un tratto dove i suoi nobili sentimenti la spingevano e pur discerse come la mano amica le mancasse nello avviarsi verso la landa ignota dei suoi destini. Fidanzata della miseria, o fidanzata del dolore, sapeva il paese d’ond’era venuta e giurò dentro di non vi tornare mai più. — E mentre essa pensava, ed anche Ametistio pensava. — Ma l’una pianse e l’altro rise. — E si ricambiarono un bacio ov’era chiusa un’antitesi dolorosa.

— Chi giuoca alle tessere?... Su, poltroni! O crederò che Bacco vi abbia fuorviato... E tu, Publio, scostati da Calliopa, che da qualche tempo medita disegni sinistri sulla tua pace. —

Quegli si svincolò ridendo dalle sue braccia, e:

— Giammai fui felice coi dadi. — Immagina ora che mi strappi con violenza di Pafo. — La bella Iddia si vendicherà! —

Il giuoco delle tessere consisteva in cotesto. — Tre piccoli cubi di avorio si mettevano entro un cornetto, detto _phimus_; si agitavano colla mano e si versavano sur una tavola scavata che chiamavasi _alveolus_. Ogni cubo portava sulle sei facce una serie di punti, cominciando da • e aumentandosi successivamente su ciascuna superficie, per unità sino a [Illustrazione: sei puntini] — Le tre facce, che i dadi mostravano, decidevano del punto. — Allorchè i tre cubi presentavano ••• il giuocatore perdeva; avvegnachè, egli avesse fatto il colpo del cane. Quando invece le superficie tutte offerivano il [Illustrazione: sei puntini], egli vinceva la scommessa, avendo fatto il colpo di Venere.

Lo amico giuocò per il primo, e i cubi dissero due, cinque, sei. — Giuocò Ametistio e presentò i tre assi. — Aveva perduto.

— Lo vedi?... Il colpo del cane! — Giù cinquanta denari.

— Accetto.

Si scuotono i dadi e si mostra il colpo di Venere. — Si scuotono anche una volta e tornano i tre assi.

— Hai perduto. — Altri cinquanta?

— Altri cento.

— Ah! sei proprio infelice! Ho vinto.

— Vedremo. — Non potrebbe Venere aiutarmi? —

Ametistio agita forte il _phimus_ e ne escono uno, uno e tre.

— È una vera fatalità! — Séguiti il giuoco?

— Sì; e scommetto un _nummus aureus_. —

Intanto Porcio e Scapido, assisi presso una tavola, divisa in quadrati alternativamente bianchi e neri giuocavano ai _lutrunculi_, una specie dei nostri scacchi. Palamede aveva inventato quel divertimento nel campo dei Greci per distrarre nobilmente sotto la tenda i re confederati che assediavano Troia. — Ognuno attelava dinanzi a sè alcuni pezzi di vetro bianchi per l’uno, neri per l’altro. E col dito, spingevali innanzi come soldati di un esercito, a piedi e a cavallo, muniti di torri e guidati dai capi, entusiasmati dalla regina e retti dal re. La buona tattica consisteva nel sorprendere tra due pezzi il pezzo di vetro dello avversario e così acquistare il diritto di farlo prigione e toglierlo dal campo di battaglia.

Suavis e Psiche si divertivano coi _tali_, ch’erano ossi di astragolo di montone. Quelli avevamo la loro forma ma erano di argento.

— Tu hai una destrezza rara, o Psiche. — Quantunque volte io mi provi a raccattarli tutti e quattro, si sparpagliano in aria, e perdo. Se il vuoi, io ti darò un tessuto di nodi complicati e te li darò a sbrogliare.

— Apparecchialo. — So già la tua perizia nello allacciare i cuori. Non pensi ad Æliano che si muore di amore per te? Non ha molto il vidi in teatro ed ei si strugge nel labirinto ove tu lo chiudesti.

— Gli gioverà lo starvi. — Venere mi diè la missione di vendicarla.

— Cattiva!... Non la Iddia... te, per la tua leggerezza.

— O se l’è una mosca!... Lascialo pur nella ragna!.... Provati ora a disciogliere questo nodo di Gordio. —

Metrodoro, che aveva assistito alle evoluzioni che Porcio e Scapido aveano eseguito col loro esercito di vetro, si fermò dietro la sedia della bionda Suavis. Psiche si provava a sciogliere lo intricato gomitolo e non riesciva. — Levati gli occhi, disse:

— Il conterraneo di Alessandro potrà sbrogliarlo, non io. — Che pensi?

— Io penso che Metrodoro non s’abbia a provarvi. Non dev’egli apprenderne il segreto. Giammai costruirò un labirinto per lui. Ei venne a me ed io lo tengo.

— Il Tartaro m’ingoi, s’io mai lo caccio dal cuore ove egli scrisse il suo nome. —

E spingendo il capo indietro, levò la faccia sorridente di amore. — Il greco curvò la sua e le loro labbra s’incontrarono.

— Undici volte perdente! — Sei volte il colpo del cane! — Che è questo mai? — Calliopa, togliti di qui, se ti piace. — Hai la faccia sì seria, e gli occhi sì lucidi, che temo mi affascini. —

La bella fanciulla posò la mano sulla spalla di Ametistio, si fece rossa e poi pallida, e lo guardò di quello sguardo con cui la madre fissa il figliuolo. — Uno sterile sdegno; lo imbarazzo dell’anima; la tenerezza profonda; una incantevole illusione ben tosto fugata dal fantasma della brutta regione in cui per parecchi mesi aveva vissuto; ecco le parole che dissero quello sguardo innamorato. — Ametistio non lo notò. — Aveva altre cure che lo occupavano. — E la misera andò a celar le sue lacrime in un canto della camera — pioggia impetuosa che distruggeva i fiori ed il verde di una forte passione.

Scapido e Porcio s’erano tolti dal giuoco e, stirandosi le braccia, si appressarono alla tavola dove la sorte capricciosa imponeva ai dadi le sue fantasie. Le donne anch’esse composero il cerchio.

— Togliti, Metrodoro, di costì. — L’amico dirà che gli nuoci.

— Danno e sventura! — Una ruina sull’altra! — Uno, sei, due. Ah! Venere! Ti frangerei volentieri le costole con una mazza. — In verità, io rinuncio alle tessere e mi ritiro.

— Quanto perdi, o Ametistio!

— Chiedine, o Psiche, a quel fortunato. —

Issa prese sul deschetto il breve bussolo incerato e, fatta l’addizione delle cifre, pronunciò:

— Sei mila dugento cinquanta denari. — Psiche, si può dir del tuo amico, come di Fabio, il temporeggiante, _romanus sedendo vincit_. E viva lui! —

Publio Ametistio — giovane, orfano, già ricco, scialacquatore — apparteneva a quella categoria di uomini amati e maladetti dal fato — stelle filanti nell’atmosfera della vita, che splendono di vivo lume per poco; che impallidiscono al passar di una nube; e scompaiono nella pace della natura, quando tutto irraggia, canta ed ama intorno ad essi. — I piccoli e i grandi avvenimenti della esistenza gli aveva assaporati tutti. Pur questa volta l’urto che la ruota della Fortuna gli aveva dato passando, gli cagionava un fremito dentro che gli rendeva malato il cuore. — Non ostante, scosse lo altero capo per coronare di un falso sorriso la necessità, e disse:

— L’ora è tarda. — Valete, amici. — A domani.

— A domani, Publio; e quando vorrai. — Ricordati che l’amicizia è la catena più forte delle nostre affezioni. —

Allora si fece innanzi Calliopa e prendendogli la mano distratta con un guardo che dicea molte cose, gli aggiunse:

— No... Vi è una catena anche più forte e tenace... l’amore!

— A tutti sia propizio Morfeo. —

Così mutuamente tutti si salutarono. — E, accompagnati o soli, reddirono alle loro dimore.

Ametistio aveva molto giuocato, e perduto, e pagato. Aveva pur molto speso per giovanili follie e poco omai più gli restava del censo avito. Avrebbe dovuto arrestarsi e dar ordine alle sue cose. Lo amor proprio, la vanità lo spinsero oltre. — E in quella sera ei si vide giunto sull’orlo dello abisso, e la via del regresso era scomparsa. Quando pose il piede sulla gradinata della strada dell’Abbondanza, un sudor freddo gl’imperlava la fronte, le gambe gli vacillarono e si appoggiò ad uno degli _impedimenta_ di sasso. Ma si rimise ben tosto e continuò. — Continuò con passo regolare e sicuro, col corpo diritto, colla testa immobile, cogli occhi fissi, come una statua che avesse l’uso delle sue gambe. — Entrò in casa sua, si fece nel suo cubiculo e si gittò sul letticciuolo vestito com’era.

L’anima, ripiegata violentemente sopra sè stessa e compressa per ore dallo sforzo della volontà, riprendendo i suoi diritti e distendendosi disordinatamente per tutta la persona, si rifece padrona dei suoi dolorosi pensieri. E alla luce della lampada vide tremolare sulle pareti ombre leggere e fugaci e ripresentantisi. Erano i suoi ricordi or lieti, or tristi. — Era la idea dolorosa del domani. — Ma un’altra immagine passò a traverso la sua mente febbrile che limò l’acuta preoccupazione colla speranza; e, tranquillato a metà, chiuse gli occhi e distese le membra spossate.

La impotenza generale dei sensi rabbonacciò lo spirito agitato. Le sue idee navigavano pur sempre nel caos. Ma gli sembrava, nelle tenebre, in fondo, lontano, di vedere un porto consolatore ove avrebbero trovato un approdo. Immobile, nè dormente, nè desto, quel crepuscolo della propria intelligenza leniva in certo tal modo la prostrazione fisica e morale nelle cui braccia lo aveva gittato il pensiero della vergogna e la idea di mancare — malgrado suo — allo impegno che il giuoco gli avea fatto contrarre. A poco a poco aggiornò nella sua mente. — Il passato aveva preso il di sopra. — Festini — bagni — viaggi — ed amori. — Adorati fantasimi tornarono ad impadronirsi dei suoi pensieri. — Cuma, Neapolis, Capua, Tarentum, Brundusium, Roma le vide popolate di creature graziose, di desiderii appagati, di spettacoli goduti. Sentì voci gentili ripetergli frasi già udite. Un braccio appoggiarsi delicatamente sul suo e stringerla con un tremito soave. Ripensò ad un mazzo di fiori ricambiato da un bacio. Ad una ciocca di capelli bruni che aveva sfiorato la sua gota. Ad una immagine divina, fremente di piacere sotto le sue carezze. Ad un banco, in uno xisto, su cui, lungi di ogni sguardo, erasi assiso presso una idoleggiata, sotto un odoroso cespo di caprifolio. Ad una brigata di amici che pur dianzi accoglievalo e gli facea festa. A Calliopa, di cui avea letto nel cuore lo affetto secreto, folle, insensato.

— E domani? —

Cotesta parola, come tarlo rodente, lo svegliava dai sogni e lo trascinava ai piedi di una triste realtà.

— Oh! Si allontani la idea! Troverò danaro. — Pagherò. — Indi, vita nuova. — Un buon matrimonio... la pace e.... l’onore sino alla morte. —

E chiuse gli occhi colle dita, per forza, e cacciò lontano ogni pensiero. Volse la testa sul cuscino, chiamò il sonno... Ma l’anima vegliava e lo facea dimenare sul letto quasi fosse un fascio di spini.

— Oh! la crudele espiazione! L’Erebo ha minori tormenti! — E che feci io che gli altri non fanno? — Essi dormono! — Ed io mi torturo! Sì mi torturo... e soffro senza speranza... Forse troverò un _fœnerator_... Che! Tutti ladri! — Gli subisco da un pezzo! Mi fecero il loro schiavo... mi composero questo crudele destino!... Ma, non ne fui l’autore io medesimo? La vita mi è a carico... E se io la troncassi, aiutando la parca insonnita?... —

Si levò di letto. — Aveva lo aspetto livido, sconvolto. — Si appressò ad una cassetta di ebano e ne trasse uno stile. Lo esamina con cura, ne prova la punta acuta e sottile sull’unghia del pollice, lo adatta tra le due costole sul cuore..... è per pigiarlo dentro colle due mani e..... si arresta.

— E l’onore?... E il mio nome?... E merito io la fine di Socrate e di Catone?... E che direbbero di me morto i miei creditori... e l’ultimo, se io usassi la prerogativa di un uomo libero che si sottrae dalle angosce dell’animo?... Giù il ferro di cui non son degno! —

E lo cacciò sul mosaico della stanza. — Levò la mano in alto e, voltosi verso lo _impluvium_, ov’erano sotto il portico le statue di stucco dei suoi maggiori, seguiva:

— Date venia all’ultimo della vostra stirpe, o miei. — Voi serviste leggi che io non debbo, nè voglio, mai offendere. — A meno che Giove non mi dissenni, nè morti, nè viventi eleveranno contro me la loro voce di spregio. Bocche severe mi dissero leggero, depravato, sciupone. — Meritai la sentenza! Cercherò danaro. — Me ne daranno quei tristi ch’io contribuii ad arricchire! — Quindi darò piena ospitalità alla saggezza. —

Siffatte idee lo racconsolarono. — Di chiaro giorno escì. — Corse nel Foro. — Callicles, l’usuraio, disse non aver sesterzi disponibili. — Toctucio, il liberto ladro che facea commercio di giovanetti greci di ambo i sessi, rispose avere in casa un capitale morto che pur mangiava e non poter disporre di un solo quadrante. — Cancer, il sudicio ed insaziabile affrancato, lamentò il terremoto che gli aveva screpolato le molte botteghe che affittava e maladì ai _tignarii_ e _cœmentarii_ di Teanum che nelle travature e nelle ricostruzioni gli assorbivano il peculio deposto nell’_horreum_ — il magazzino pubblico, ove i cittadini deponevano la moneta e gli oggetti preziosi sotto la salvaguardia dello Stato. — Il solo Gurges — la cui avidità gli avea dato quel meritato soprannome — consentì a trattare, chiese la cifra e promise una risposta fra tre giorni. — Ma, richiamato quel contentissimo indietro, gli aggiunse:

— Il _fœnus_ però sarà centesimale, cioè, mi darai due assi per cento ogni mese. — Va?

— Accetto. —

E a quai patti non avrebbe consentito Publio Ametistio per escire onorato dalla voragine ov’era caduto? — Stanco, ma rinfrescato dalla speranza, attese. — Dormì. — Riparò le forze perdute. — Per distrazione — non per amore — ricercò la compagnia di Calliopa. — Povero, cuore riannobilitato dal raggio nuovo di una sensazione profonda!

Intanto Gurges aveva parlato con Alfio, degno collega suo. E questi:

— Mercurio ti aiuti! Il suo patrimonio lo fuse in bagordi, in vini squisiti, in bagni, in profumi.... e in usure. Chiedine a Scapzio e a Matinio, cui Cicerone tagliò le unghie a Salamina. Gli è proprio un _hilarus nepos_. — Se gli aurei nummi ti vennero a noia, danne.... Allora torneremo a chiamarti col nome di tuo padre! —

— Basta. — Quand’anche lo segassi — secondo il prescritto delle XII Tavole, — di quel corpicino estenuato dai vizi non mi verrebbe gran parte. —

Corsi i tre giorni, alla decima ora di sera Ametistio cercò di Gurges nel Foro. — In casa non era. — Visitò parecchi luoghi. — Domandò ad alcuno di quella geldra ove fosse. — Frugò inutilmente ogni canto. — Alla fine trovollo nel porto. — E tra il timore e la speranza:

— Ebbene?

— Per Ercole! Non si dirà mai che i miei denari, con tanto sudore acquistati, passino come un papavero in un formicaio. — Tu credesti il tuo censo immortale. — _Magister improbus!_ — Lo dasti alle sciupate? Fa’ che le sciupate tel rendano! —

A quelle parole Ametistio sentì mancarsi il cuore. — Crollava intero lo edificio delle sue speranze. Un sudor freddo gli diacciò la fronte. E, voltosi all’usuraio che con passo frettoloso si allontanava, lo salutò con tale rampogna:

— Ti colga la peste, _furcifer_. —

Era annientato. — Il crepuscolo copriva colle prime ombre le cose. Si avviò sbalordito verso la città. — Passò sotto l’arco della porta della Marina. Si assise sui gradini del magazzino della Dogana e appoggiò la fronte bruciante sulla parete. Le idee tornarono nella sua mente con tutta la loro chiarezza. D’un tratto si leva e cammina frettoloso. Si arresta sul piano e poi va innanzi, agitando le braccia come un insensato e parlando inarticolate parole. Si ferma di nuovo dinanzi il tempio di Venere Fisica. L’uscio è aperto ed egli entra. — Qual disegno lo spinge? — Nessuno. — S’inoltra e poggia il capo sull’ara. Per tutto è silenzio. Nessun rumore. Nessun mormorìo attorno di lui. Alza gli occhi e mira la statua di marmo della bellissima Iddia, cui tanto danaro le sue scioperatezze aveano sacrificato. Una lampada votiva illumina la edicola. Ametistio ripensò alle parole di Gurges — che le sciupate aveano a rendergli quello che alle sciupate egli avea dato. Si guardò attorno, ascese la scala di marmo a grandi passi, afferra la lampada d’oro e fugge.

Ma il coperchio — rotta la cerniera dall’urto — si stacca e ruzzola per la gradinata. Un sacerdote, che andava a chiudere la porta del tempio, ode il rumore, vede un’ombra che passa, il lume spento innanzi il delubro, immagina la profanazione, corre e grida al ladro, al sacrilego, all’empio.

Lo ingresso nel Foro era chiuso. Laonde il misero corre per la via d’ond’era venuto. — Alcuni che bevevano in un _thermopolium_ si affacciano sulla strada. — Due marinai ed un soldato vengono dalla porta della Marina. — Non vi è scampo per lui. Una idea lo prende e la esegue. — Lancia con quanta forza gli ministra la disperazione il ricco oggetto che avea fra le mani al di là di un alto muro, il quale serviva di sostegno al terrapieno per la edificazione di un tempio ad Augusto.

Il sacerdote lo arresta e al primo cittadino che vede, dice:

— _Licet te antestari?_ —

Avendogli risposto affermativamente, ei gli toccò il basso della orecchia, supponendosi allora che quella fosse la sede della memoria.

Gli accorsi si accrescono. — Il misero è svenuto nelle loro braccia. — Altri sacerdoti giungono colle torce. Ed una luce livida rischiara la persona di quel caduto. — Uno lo riconosce e dice:

— Publio! il ricco giovane che abita nella via dov’è la fontana di Medusa!... Oh! non è possibile!

— Dov’è l’oggetto involato cui i sacerdoti accennano?

Tutti si scostano. — Quei dalle torce accese le volgono per ogni verso e nulla trovano. — Allora il soldato si accosta all’orecchio di un marinaio suo amico, e gli susurra:

— O che il flamine abbia preso la lampada, e poi voglia averne una di ferro col sangue delle vene di quello sventurato?

Altri soldati ed altri curiosi vennero su quel posto. — Ametistio aprì gli occhi tutto smarrito. — Vide la gente. — Si rimise sui piedi e toccandosi la fronte riarsa, balbettò:

— Ove sono?... Oh! il terribile sogno!

— Dove hai celato la lampada tu?

— Quale lampada?

— Quella che tu involasti a Venere sacra.

— Ah! Gurges lo ha detto. — Pietà di me. — Uccidetemi e sarete pietosi.... La lampada....

— Ebbene?... La lampada?

— _Venus diobolaris_ l’ha presa. — La venderà a Gurges, o a Cancer.... E quelle mignatte vomiteranno il mio sangue nella tua bocca, o flamine impudico.... mignatta del popolo.

— Bestemmia lo infame. — Trascinatelo al pretore. —

Un centurione aprì la folla, la interrogò, vide il giovane di nuovo svenuto e ordinò si chiamassero due schiavi pubblici con una lettiga per condurlo presso il magistrato.

— Rendi la lampada, o sacrilego. — La vendetta della Iddia piomberà sul tuo capo.... —

L’uomo coperto di ferro distese con autorità la mano sullo incolpato e disse.

— Pace, o sacerdoti. — Comprendo il delitto e ne sento l’orrore. — Ma il giovane parlò poc’anzi in delirio. — Ora è svenuto od è morto. I magistrati sentenzieranno. —

Giunta la lettiga, vi fu adagiato Ametistio, venne aperto il passaggio nel Foro e il trasportarono per quella via. — I sacerdoti, i curiosi, gli sfaccendati, i perditempo, le bigotte rimasero su quel posto per lunga ora ad esclamare, a non credere, ad accusare e colle lanterne a scoprire dove il reo avesse nascosto la lampada rubata. Ma la lampada non si trovò.

Il pretore cui presentarono lo incolpato, appena potè riconoscerlo agli occhi sbarrati, alla faccia livida, alla persona affranta. — Udito il reato di cui Ametistio era accusato, siccome questo implicava la pena della _maxima capitis diminutio_, cioè la sottrazione di una testa al consorzio dei cittadini e alla libertà, dovette ordinare fosse menato nella pubblica prigione.

A dritta dello ingresso del Foro dalla viuzza dietro le Terme e dal trivio della fontana del Lupo, era il posto dedicato alla carcerazione preventiva. Una piccola e stretta porta di quercia vi dava accesso. Un pernio di ferro nel centro la faceva aprire a metà. Grosse spranghe confitte nelle spallette di pietra la facevano immobile al di fuori. Due scalini mettono in una stanza umida e oscura, non ricevendo aria e luce che da un piccolo tubo superiore alla porta; e due altri fanno ascendere ad una seconda, stretta e lunga come la prima. — Le pareti sono lisce e composte di larghe pietre di taglio, aggiunte senza cemento. — Così le soffitte. E la costruzione è sì solida da non offerire ad un rinchiuso veruna speranza di fuga. Nulla di peggio orribile di quelle due fosse....

Colà sur un po’ di paglia venne gittato Ametistio. Il quale, fuori di senno e quasi immemore delle cose avvenute, potette dormire sino al dimani.

La novella corse ben presto per le bocche di tutti in Pompei. — I suoi amici ne rimasero sprofondati. — Calliopa cadde come corpo esanime; chè, il dolore che non ha refrigerio di lacrime uccide o quasi. — Il vincitore alle tessere e quanti furono del numero della sua ultima festa, credettero o falso il delitto o nato di subita follia. Laonde deliberarono di farsene essi gli accusatori pubblici — _auctores causæ_ — per impedire che altri si presentasse e non col loro cuore. Ma il giudice della questione, il quale senza essere magistrato aveva pure tutte le attribuzioni di un _quæsitor_, cioè presidente — non volle che lo incriminato ottenesse dai suoi fidi una persecuzione fiacca, incompleta per calcolo onde sicurargli la impunità. Accettò meglio l’atto di accusa prodotto da Stazio Rufo e dai suoi _custodes_, Vatinio Svezzio e Caio Pedio — sorta di accusatori in secondo, sia chiamati dal primo come aiuto ai suoi ordini; sia, suo malgrado, per chiarire la di lui condotta, per sorvegliarlo e costringerlo ad una franca accusa. — L’atto diceva così:

«Vivente Tiberio imperatore, e sedenti consoli C. Cecilio Rufo e L. Pomponio Flacco Grecino, agli VIII degli idi di aprile — dinanzi i questori Velario Grato e Vibrio Saturnino — Stazio Rufo coi suoi custodi, dichiaro Publio Ametistio reo di furto di oggetto sacro e dimanda che secondo le leggi venga condannato alla interdizione dell’acqua e del fuoco.»

Il quesitore mandò il libello all’accusato, perchè apparecchiasse la sua difesa pel giorno di poi.

Lo indomani un araldo, salito sul pulpito della Basilica — dopo aver suonato la tromba, ripetè l’atto di accusa, scritto precedentemente dagli autori della causa. — Quindi colla stessa formalità lo chiarì dal pulpito del tempio di Giove e dinanzi la porta dello accusato.

I giudizi sui reati pei quali era prescritta la condanna nel capo erano dapprima riserbati ai comizi. Occorsi alcuni casi, creduti al disopra della intelligenza del popolo, o della sua istruzione, si cominciò a consultare i decurioni, ch’erano una emanazione popolare. Quindi si pensò di creare un corpo giudiziario permanente, scelto tra i cittadini i quali pel loro grado sociale o pel loro censo fossero nella condizione di occuparsi dei pubblici negozi senza alcun danno. Il popolo — approvando siffatto accordo — serbò per sè i giudizi sulle cause di alto tradimento e la revisione delle sentenze sui condannati che a lui si appellassero come a sovrano.

La Basilica è aperta. — Una folla numerosa occupa il portico e l’atrio. — Le donne e i curiosi sono sul terrazzo del Foro e dei tempio di Venere. I più vicini odono. — I più lontani veggono. Ma il vedere vale quanto lo udire; avvegnachè gli oratori, accompagnando le loro parole con gesti espressivi e giusti, traducessero a maraviglia il detto coll’atto.

I duumviri sono sulle sedie curuli. — Gli accusatori sul pulpito. — Indietro, a dritta ed a sinistra seggono ottanta uno giudici. — Sotto la ringhiera, lo araldo e gli scribi. — Una barriera mobile di legno chiude il tribunale. — E dentro è l’accusato in mezzo ai suoi difensori, fra i quali uno è il _patronus_, cioè l’oratore e gli altri sono _advocati_, cioè i chiamati per la loro scienza nel diritto e per la loro perizia nelle cose giudiziarie.

Quando gli scribi ebbero dispensate parecchie copie della lista dei giudici agli assistenti per chiarire come veruno che non fosse registrato nell’Albo giudiziario usurpava illegalmente siffatto ufficio, i duumviri fecero prestare giuramento agli ottanta uno cittadini che avrebbero giudicato secondo le leggi. — E tutti, chiamati per nome, risposero:

— _Juro ex mei animi sententia._ —

I magistrati non giurarono perchè essi in tale circostanza si limitavano a dirigere i dibattimenti, a proclamare il risultato dei voti ed a pronunciare l’applicazione della legge.

Si cominciò dalla audizione dei testimoni. Ognuno di questi giurò pel sommo Giove — _cujus nomine_ — dice Cicerone nell’arringa a difesa di Milone — _majores nostri vinctam testimoniorum fidem esse voluerunt_ — di dire la verità. Il primo chiamato fu Venerio Epafrodite — il sacerdote del tempio che vide il fuggente e il raggiunse. — Disse della lampada involata dalla edicola e del solo coperchio trovato ai piedi dello altare, dei lucignoli unti raccattati lo indomani uno sulla via corsa dallo accusato e l’altro tra le pieghe della sua toga. — Ymnus — il venditore d’idromele e di acque aromatiche nel _thermopolium_, dinanzi il quale quel che correva venne arrestato — narrò le grida del sacerdote e il passo concitato del giovane, che da uno che prendeva ristori nella sua bottega udì chiamarsi Publio e aver casa nella via della fontana di Medusa. — Pupo — il marinaio che venne su dalla porta della città, ripetè le stesse cose ed aggiunse aver veduto lo incriminato svenuto e poi udito dalla sua bocca parole sconnesse, o da ubriaco o da pazzo. — Il centurione Eleno Missilus chiarì quello che avea visto, cioè, il misero giovane ch’ei stimò morto tra le braccia di chi il sosteneva. Aver udito parlare di una lampada rubata. Pur quella lampada non essersi rinvenuta, nè sul posto, nè sui luoghi vicini.

Stazio Rufo cominciò allora l’accusa. — Dipinse la depravazione dello incolpato. Le ricche imbandigioni e gli apparecchi della gola aver sciupato e guasto il suo censo avito. Altri scialacqui, di cui è onesto il tacere; e l’amplissima villa, non più sua; e i tanti schiavi di tante lingue; e i bronzi e le pitture di miracolo; e il vestir di seta come le donne, averlo gittato nelle braccia degli usurai, divoratori anch’essi del suo patrimonio. — Coteste le cagioni dell’ultima colpa. E potrebb’egli sconfessarla?

— No! —

Il patrono difensore nello udire il monosillabo accusatore del suo cliente:

— Rufo, tu obblii il saggio costume degli avi, i quali si espressero sempre dubbiosamente in giustizia. — Come puoi tu asserire le cose intime che narri? — Vedesti tu — coi propri occhi tuoi — il furto sacro commesso? — E dimentichi tu per ventura come le tue arrischiate parole sappiano strappare un amico da braccia amiche, privare lo Stato di un cittadino ed egli stesso diminuire?

— Pace, o Caio Calvenzio. Qui non si trattano piacevolezze. Tu non vorrai scendere a giuochi retorici. — Fatti. Non altro che fatti. — A tutti è chiara la vita del tuo cliente. — Egli avea debiti. — Chiese danaro. — Nessun usurario volle dargliene. — Entra nel tempio di Venere e ruba. Ruba accecato dalla disperazione.

— E la lampada ov’è?

— Non sii formalista, Calvenzio. — La sua tunica e la toga sono unte. Un lucignolo sulla persona.... Egli stesso non smentisce il reato. — Ecco quello che io credo..... e i nostri avi anch’essi in simile caso si sarebbero espressi così. — Ho detto. — Rispondi, se il puoi, sulla innocenza di lui.

— Cotesti fatti — se sono fatti, ed io gli nego — non avrebbero potuta rifar la fortuna di Publio. Poteva vendere la sua casa, e i suoi bronzi, e le ricche suppellettili, e gli ori e gli argenti, e le gemme, e gli schiavi; ed avrebbe pagato i suoi debiti cui tu accenni ed io ignoro. In verità una lampada del peso di III libre e once II e del valore di 40,800 sesterzi, non può solleticare la cupidigia di un giovane agiato e spendente come tu dici. —

Adora sorse l’amico presso cui Ametistio passò l’ultima sera gioiosa giuocando — il quale, dimentico del danaro scommesso e vinto, erasi fatto insieme con Metrodoro uno degli _advocati_, non avendo potuto essere gli _auctores causæ_ — e col viso acceso dalla indignazione, proferì:

— E la lampada, per Polluce! E dov’è cotesta lampada? — Abbiamo un sacerdote interessato che accusa. — Abbiamo un incriminato che non si difende. — E l’oggetto del reato scomparso! — O Venere lo ha nascosto agli occhi dei suoi.... sacerdoti, o volò di per sè, come il divo Romolo, nell’empireo presso la Iddia! —

Metrodoro era afflittissimo. Teneva la mano dell’amico chiusa nelle sue. E spesso a voce bassa parlavagli nell’orecchio. — Ma non ne aveva nessuna confortante risposta.

— Ebbene! siccome s’intesero i testimoni, si ascolti ora il supposto reo. S’egli ripeterà ciò che disse agli astanti e poi al pretore, l’accusa non avrà altra cosa da aggiungere. —

Un movimento di attenzione si produsse allora nell’assemblea. — I più lontani si sollevarono sulla punta dei piedi. Uno dei duumviri disse:

— Parli or l’accusato e si scolpi. —

— La lampada disparve dal tempio.... Vili ed ipocriti i sacerdoti.... A Venere non importa che l’olio bruci. Ha il sole che illumina il cielo, la terra e i pianeti....

— Ei bestemmia!

— Epafrodite impostore!... Nel vostro collegio, quando siete satolli e il vino v’inebria, ridete fra voi degli Dei e degli uomini. — Una donna che fu vostra, ed anche mia, lo udiva e mel disse.... — I colombi di argento e i melagrani d’oro — che anche la mia stupidezza vi ha confidato, come voti alla Iddia — e non gli vendete voi fuori di qui?... La lampada.... valea pur essa i miei danari.... e partì.

— E dov’è ora quel prezioso tra i sacri arredi?

— Non la trovaste?... Bene sta!... Lo inferno v’inghiotta, o pubblici ladri!... Quella lampada non rischiarerà più le vostre soppiatte libidini sacerdotali....

— A me, che ti accuso, rispondi semplice e sincero. I giuochi di parole, di mente smarrita non ti gioveranno. E se lo interrogatorio non valse a strapparti dal labbro la verità, potrebbe ben la tortura....

— Come! insolente; osi tu proporre la prova dei servi ai duumviri sul mio misero cliente? Il dolore e lo spasimo depongono il falso sempre.

— Ma la tortura è permessa sur ogni cittadino per causa di congiure e di sacrilegio. — E qui sacrilegio è negli atti e nelle avventate parole. —

Metrodoro si stacca vivamente dalle braccia di Publio, e parla:

— Uno accusa. — L’altro non dice. — La tortura? Sia! La subisca prima Epafrodite e quindi il cliente. — Così, se il vero sta nei tendini distesi e nelle carni lacerate, vedremo. — E se il mio amico risulta innocente, avrò il libito di chiedere ai magistrati di far marcare sulla fronte del prete calunniatore K, la stimmate che avrà meritato.

I membri di tutti i collegi sacerdotali muggirono di rabbia a quelle parole oltraggiose. — Parecchi giudici ne furono inorriditi. — La plebaglia ruppe in alti clamori. La tempesta fu sì violenta che lo araldo ebbe ordine di suonare la tromba e di annunciare che i testimoni avevano detto, e la udienza era levata.

Lo indomani del giorno d’intervallo tra un’accusa e l’altra, gli autori della causa ripetettero l’_anquisitio_, cioè la pena richiesta al delitto. Corsi anche due giorni, gli accusatori fecero affiggere nel Foro l’_irrogatio_, cioè uno scritto in cui palesavano la pena che il crimine sembrava meritasse, ed accusarono per l’ultima volta lo incriminato, invitando i giudici a pronunciare la sentenza. — Nelle due comparizioni si procedè alle accuse e alle difese, come nella prima. — Ametistio non volle difendersi. — I sacerdoti — non solo nei loro covacci di empietà e di frode — ma nelle taverne e nei trivi cercarono di persuadere il popolo ad impedire che lo scellerato sacrilego sfuggisse alla giusta vendetta dei numi. — Sempre gli stessi, assetati d’oro e di sangue! — Sempre tributari agli Dei delle atroci loro passioni, chiamandoli vendicativi ed autori dei pubblici disastri. — Coi giudici usarono altri mezzi — danari a iosa, e per sopra ciò _noctes mulierum atque adolescentulorum nobilium introductiones nonnullis judicibus pro mercedis cumulo fuerunt_. Non traduco tali immondezze.

In quel giorno tutte le taverne, le botteghe, persino le terme furono chiuse. — Qualche scriba aveva venduto il suo posto e rimaneva in piedi. — Lo araldo intimò il silenzio, si fece lo appello dei giudici e gli autori della causa parlarono per due ore, tempo che la legge loro accordava. Caio Calvenzio replicò solo e apparecchiò lo uditorio ad intenderlo col tossire, collo scricchiolare delle dita, con sospiri e con tristi sguardi or volti al cliente, ora ai giudici, ora al popolo riunito. Parve agitato da una violenta emozione e la voce tremavagli nella gola. — Quando ebbe pronunciato: _dixi_, lo araldo gridò dall’alto: _dixerunt_, e i duumviri offerirono allo accusato ed agli accusatori il diritto che la legge Pompea loro accordava, di rifiutare per giudici quelli che loro non andassero a verso. Di ottanta uno ne rimasero cinquanta uno. — A cotesti vennero distribuite tavolette di bossolo coperte di uno strato di cera e ciascuno sopra scrisse la iniziale del voto che la propria coscienza o il turpe maneggio sacerdotale dettavagli. A voleva dire _Absolvo_ — C _Condemno_ — N L _Non liquet_ — ciò non è chiaro nella mia mente, se lo incriminato sia innocente, o colpevole. Ognuno gittò la propria tavoletta in un’urna, levando la toga per scoprire il braccio e serbando l’iniziale scritta dalla parte della palma della mano. — Il misero Ametistio venne condotto per una scala nella prigione ch’era al disotto della tribuna. — Fatto lo scrutinio dei voti, gli scribi ne diedero il risultato ai duumviri. Tre giudici opinarono per una più ampia informazione. Dieci negarono il crimine. Trentotto lo accertarono.

Allora i duumviri spogliaronsi della toga pretesta in segno di lutto; ed uno di essi, con aspetto triste e solenne, disse nel silenzio dell’assemblea:

— Sembra che Publio Ametistio meriti di essere punito. E a noi piace interdirgli l’acqua, l’aria ed il fuoco. — E sia crocefisso. —

E nell’atto che uno degli scribi leggeva la stessa sentenza dallo spiraglio superiore del carcere a quei che doveva farsi _inanimatus_, nella sua qualità di _servus pœnæ_, l’altro dei duumviri dicea alla gente stipata:

— _I licet._ —

Così tutti, a poco a poco, vociferando, gesticolando, alcuni gioiosi, altri addolorati, escirono dalla Basilica e si disseminarono pel Foro. — Metrodoro, innanzi la prima Curia, arrestò due dei giudici, mettendosi con violenza nel mezzo di essi.

— Sapete voi perchè tanto apparato di milizia nei tre accessi del tribunale e fuori?... Non per evitar turbolenze, no. — Per arrestare i _manticularii_ che vi sbarazzassero destramente della moneta che questa notte guadagnaste con tanto onore: — Uomini da conio.... e insanguinati! —

Ed un altro, nella via della fontana del Leone, mirando camminare a lui dinanzi un sacerdote d’Iside, tolse di peso un’anfora spezzata piena di calce e la cacciò quasi elmetto di flamine sul capo di lui.

— Tizzone d’Averno, imbiancati se puoi! —

Finchè quel briccone potè levarsi la mala cuffia di testa e nettar gli occhi e la barba, il poco riverente cittadino era scomparso.

Intanto Publio Ametistio aveva ascoltato la sua sentenza con un coraggio e quasi direi con un orgoglio di razza che dava una smentita alla poco gagliarda persona sua. — La morte sulla croce! — La sua vita, tutta di piaceri, non ve lo aveva preparato. — E lo sguardo della folla! — E lo scherno della plebaglia! — Le idee ed i nomi amici gli si arruffavano nella mente e lo racconsolavano dello spasimo morale che allora pativa e della morte crudele cui andava incontro. — Nell’atto entrano due feroci uomini nella prigione. Uno gli lega le mani dietro con una corda. L’altro gli appende al petto una tavola che chiarisce il suo nome e il delitto. Fuori sono soldati che lo attendono. Molta gente pur v’è — e in ispecie donne con bambini sul braccio o lattanti, curiose di vederlo una volta e di assistere alla sua crocefissione. — Una giovane lo guarda, gli lancia un bacio e dice:

— Oh! se gli è bello, e piacente! Lo avrei amato! Se fossi una Vestale.... — gli è impossibile lo sperarlo, perchè non si torna indietro mai.... colla mia presenza avrei potuto dirgli — _sii libero_.... — e poi più alle fiamme del cuore che a quello dello altare.

— Quando ti farai cheta, sguaiata?

— Quando mi darai a bere del vino. —

E cavato uno spillone dalle nerissime trecce, scrisse sulla parete:

— _Suavis, vinaria, valde sitit. Rogo vos valde sitiat._ —

Traversando il Foro, gli amici che la sventura gli avea risparmiato e i suoi poveri schiavi, i primi gli baciarono convulsivamente gli occhi e la bocca, gli altri i piedi, e disperati li lasciarono. — Ametistio sentì dentro tutto, uno strazio e camminò innanzi.

Lungo la via dell’Abbondanza e quella della fontana di Venere, fissava le genti che il riguardavano, smemorato. Vedea doppio e triplo. — Fuori della porta di Stabia la comitiva si fermò _ad cisiarios_, colà dove si affittavano i veicoli; e venne consegnato al carnefice, a cui le leggi censoriali niegavano la luce e l’aria che si respirava in Pompei.

Spogliato delle sue vesti, fu gittato sur una croce di pioppo. Due gli tennero le mani distese con una corda. — E il carnefice le inchiodò. — Poi gli distesero i due piedi riuniti. — E il carnefice li inchiodò. — Il poveretto soffriva acuti dolori. Ma non dicea verbo. — Quindi i tre giustizieri levarono di peso la croce e la conficcarono, per la estremità dove penzolava la testa, in una buca di sasso, assestandola con due cunei.

La plebaglia — avida di quegli spettacoli — rimase sul posto sino a sera. Alle prime ombre partì. — I littori di guardia rimasero seduti presso un fuoco di frasche ed un’anfora di vino.

Dopo un’ora, una donna si trascinò colà barcollando. Al chiarore rossastro vide lo inchiodato a capo in giù e corse a lui.

— Ametistio! Mi ascolti? — Mi vedi?

— Calliopa... un bacio... ecco la morte.... Io ti.... atten...

— Espio tutto sulla tua bocca e muoio! —

Fu l’ultimo accento di una doppia agonia. — La mattina i soldati si provarono a rialzare la donna prostrata che colle braccia stringeva la croce. — Era morta! — Fecero una buca e la seppellirono. E poi ch’ebbero pigiata la terra sul cadavere:

— La credi moglie del crocefisso colei?

— No! — La donna dallo anello non muore di amor disperato! —

LA NECROPOLI.

SCENE DI FUNERALI.

=Anni di Roma 779 — Anni del Cristo 26.=

A J. C. HACKE VAN MYNDEN.