VI.
— La tua tragedia, o Sirio Crixsio, non posso accettarla. L’ho letta — piacerebbe in Herculanum... lo credo — qui, ne dubito forte. — Le lettere non vi sono in molto onore come nella tua grande città. — La tua commedia, o Delio, non è adatta alla circostanza. — Se si trattasse di festeggiare un duumvirato, eh!... Ma noi piangiamo la perdita di un dabbene, i cui pari non nascono ogni dì. — Andate. — Ci rivedremo in altra occasione. —
E voltosi ad un uom vecchio e tarchiato:
— Salve, _operarum theatralium dux_. Tu puoi acconciar tutto a dovere. Mi occorrono tre _taurocentas_ e tre _succursores pontarios_. — Le coppie dei tori le ho già provviste. La giostra nel Foro. — Oltre la venazione vorrei dare lo spettacolo dei _pugiles catervarios_ insieme coi _pyctas_, secondo il costume greco. Vi sia musica e pantomima. — Tu penserai a provveder le macchine, il vestiario, i giostratori e tutto. — Quanto alla spesa — tu mi conosci — non vi sarà a ridire. — Agisci con zelo. — La famiglia è ricca e generosa. E vuol fare obliare «lo assedio di Troia» che tu preparasti nel gran teatro pei funerali di Munazio Fausto — lo arricchito dal mare — cui Nevoleja Tyche diè quella testimonianza di amor coniugale.
— Compresi, Eumenes. La famiglia di Flacco non avrà a dolersi di me. Ma ier l’altro io vidi il brav’uomo passeggiar nel Pecile. — Vi entrai per parlar collo edile — ed egli mi strinse la mano e mi chiese del figliuol mio che — come sai — vive nell’Urbe. —
Eumenes nello udir lo elogio del suo padrone, valido e sano due giorni innanzi, sentì tremolare negli occhi le lacrime. Le asciugò col _sudarium_ che aveva chiuso nelle pieghe della tunica, e con voce velata rispose:
— Tornò in casa pieno di salute. Dopo la cena si dolse del mal di capo e andò a coricarsi. Il _clinicus_ Stertinio lo visitò lo indomani, prescrisse i suoi _placita_ che io feci comprare dal vicino _seplasiarius_; e malgrado il medico il consigliasse a rimanersi nel letto, od almeno in camera, volle uscire e andar nella Curia. — Colà svenne e fu qui riportato in lettiga. Non parlava. Aveva storta la bocca, gli occhi sbarrati e la faccia accesa. — Vengono due medici e gli tastano i polsi, uno di qua, l’altro di là. — Quei mercanti della salute furono in questo solo di accordo — che il sangue fosse ito con impeto a cacciarglisi nel cervello. — Ma per rimediare a quel guasto Stertinio indicava il bagno freddo e Archagathas un bagno caldissimo ai piedi con farina di senape. Allora si bisticciarono, chiamandosi _vespillones_, spoglia-cadaveri, e peggio. I figliuoli — per non aver rimorsi più tardi — usarono interpolatamente i due rimedi. Il bagno ai piedi parve lo rianimasse un poco. — Coi segni prima e poi collo stilo sulla cera quel degnissimo di vita affrancò dodici schiavi, si tolse gli anelli e dandoli a Lelio lo designò suo erede. Il misero ebbe appena il tempo di collar le sue labbra sulla bocca del vecchio e riceverne il suo ultimo sospiro. Lydia era svenuta nelle braccia delle liberte. — Aterio Flacco era vissuto.
— Consolati, Eumenes. — Il figlio somiglierà a suo padre.
— Sì, o Filone. È il suo ritratto e dentro e fuori. E il vedrem presto degno della pubblica cosa. — Ma giacchè tanto spendemmo per quei due becchini — chiesero ed ottennero dugento denari! — vorrei che il padrone facesse incidere nella epigrafe: _ignorantia medicorum periit_.
— Postuma è la sentenza, o fedele. — Non si fischia quando s’inghiotte. — Sta’ sano. —
Eumenes era un uomo della seconda gioventù. — Tratti regolari e belli, velati da una espressione di dolce melanconia. — Neri e ricciuti capelli gli adombravano il viso. — Spessi sopraccigli celavano i suoi occhi lucenti, e vi si leggeva l’audacia che inspira la forza fisica, la contentezza del proprio stato e una certa tinta di arroganza insolente mista a bontà di carattere che acquistano tutti i servi i quali invecchiano nella casa del loro padrone. — Era Messenio, e fu comprato fanciullo da Flacco. Passò per tutti i gradi della domesticità. — Dapprima _succinctus puer_ nel triclinio. Quindi _structor_, quegli che apparecchiava il desco e acconciava le vivande in un ordine simmetrico e studiato; e poi _scissor_ e così abile, ch’egli sapeva scalzare un’oca pulitamente e sì presto da vederla intera e tagliata in un attimo. La sua fedeltà e continenza lo fece salire in fiducia e divenne _promuscondus_, lo ispettore della cantina. — Allorchè venne assunto allo ufficio di _tricliniarcha_ Flacco lo affrancò, e qual maggiordomo fu il primo fra tutti i familiari della casa.
Per lo addolorato liberto era giorno di grandi faccende quel giorno. Allorchè Lelio chiuse gli occhi a suo padre e andò a piangere nella sua camera nelle braccia della sorella, egli dovette correre per dichiarare la morte del suo padrone e prevenire i _libitinarii_ per lo apparecchio delle esequie. Cotesti ministri della Dea luttuosa, avevano nel tempio quanto era necessario per la triste cerimonia — portatori — guardie — piagnenti — vasi di vetro, di alabastro, di bronzo, di terra per chiuder le ceneri — legni resinosi — unguenti — tutto — a seconda del grado della persona morta e della magnificenza della famiglia. Per questo pagavasi una somma convenuta — _arbitrium_ — e si gettava in un’urna la moneta che serviva di registro dei morti nell’anno. — Combinata la spesa, Eumenes tornò in casa coi _pollinctores_ che dovevano lavare con acqua calda il cadavere, aromatizzarlo di cinnamomo, di mirra e di nardo, acconciare la faccia del morto, infarinarla col _pollen_ e colorirla come da vivo. Fecero però prima la _conclamatio_ per quattro volte, chiamandolo a nome presso le orecchie, e suonarono le buccine due volte, onde accertarsi se quell’apparente tranquillità fosse riposo, o sonno eterno. Compiuta l’opera libitinaria, il cadavere venne esposto sur un letto solenne, colla faccia scoperta, vestito di bianca toga, nell’atrio, coi piedi volti verso la strada. — Siccome aveva in gioventù raccattato nel porto un fanciullo che annegava, fu messa sulla sua testa una corona di quercia _ob civem servatum_. — Sul _prothyrum_ era un’ara, ove ardevano profumi. — Dinanzi all’uscio, un grosso ramo di cipresso. — E attorno alla bara i custodi con altri rami per discacciare le mosche.
Sette giorni durò la esposizione. — I profumi e gl’incensi bastavano a dura prova ad attutire il puzzo della materia corrotta. — L’ottavo in sull’alba, un araldo percorse le vie, i crocicchi ed il Foro. E gridava:
— _Aterius Flaccus ollus leto datus est._ — Queglino cui convenisse di assistere ai funerali, _jam tempus est_. — Si celebreranno giuochi; e il ministro della dea Libitina avrà un apparitore e dei littori. —
Qualche ora dopo, la strada e la casa si empivano di gente. — Tutti vestivano la _penula_ invece della toga che non indossavasi nei funerali.
Una _præfica_, armonizzò colla lira una _nenia_, cioè un poemetto funebre in lode del morto. Quando la cantilena ebbe fine, Lelio e tre dei suoi parenti più prossimi, vestiti di bruna pretesta, caricarono il letto funebre sulle loro spalle. E benchè il sole splendesse sull’orizzonte, il convoglio s’incamminò fra torchi accesi di cera e di stoppa impegolata. Un _designator_, andava innanzi coi littori dalla nera tunica. E dietro sfilavano suonatori di _tubæ_, cori di satiri danzanti un comico ballo chiamato _sicinna_, e la truppa degli schiavi affrancati con Eumenes alla loro testa, tutti col capo coperto dal berretto frigio della libertà. Immediatamente seguiva il corpo del defunto cogli amici, coi parenti, in tunica nera e senza anelli. Dietro di essi, a distanza di parecchi passi, era Lydia colle vesti in disordine, coi capelli sparsi, in lacrime e gittando tratto tratto gridi di dolore. L’accompagnavano alcune amiche devote che nel settenio non l’avevano lasciata mai sola. Tutte — come la grande afflitta — erano coperte dal _ricinium_, piccolo mantello bruno. Quindi camminava una prefica che colla pantomima dell’angoscia che non sentiva dava il tuono dei gemiti alle serve della famiglia ed alle loro figliuole. — Chiudevano il corteggio altre prefiche divise in due drappelli, di cui le prime piangevano percuotendosi il seno e strappandosi i capelli e le altre cantavano inni ed omei. E ad istanti cangiavano ufficio, cantando le prime e piangendo le ultime.
Salito il cadavere sul pulpito del tempio di Giove, il letto fu innalzato di dietro talmente perchè il popolo riunito il vedesse. E Lelio pronunciò un discorso, in cui unì agli elogi del padre le principali azioni della sua vita. Talvolta il misero giovane si arrestava per piangere. Allora una musica flebile rimpiazzava le sue parole. E si udì per la piazza ai singhiozzi della figliuola ed al pianto degli affrancati unirsi qualche voce lamentosa di persone riconoscenti.
Nello escire dal Foro la pompa funebre voltò dinanzi al tempio della Fortuna e più in su prese la via Domizia per escir fuori della porta di Herculanum. Avvegnachè nel sobborgo Felice fosse la tomba della famiglia.
Nell’_Ustrinum_ sorgeva il rogo composto, a modo di un’ara, di legna secche di elce, di frassino e di pino, decorato di ghirlande di fiori. Negl’interstizi erano pezzi di pece, perchè aiutassero alla combustione. Distesovi sopra un lenzuolo di amianto, i libitinari vi collocarono il cadavere, cui erano stati prima aperti gli occhi dal figliuolo onde vedessero il cielo, e introdotto tra i denti un triente — circa due centesimi di lira — per pagare il tragitto al nauta infernale. — Quindi Lelio e Lydia, baciandolo sulla bocca per l’ultima volta, avevano gridato con una voce piena di lagrime:
— _Salve aeternum, aeternumque vale_. — Noi ti seguiremo, o padre, nell’ordine che la natura ci assegnerà. —
Allora tutti fecero il giro del rogo, gittandovi sopra ogni maniera di ultime offerte — oli profumati — balsami — incenso — mirra — cinnamomo — nardo — e la figliuola una ciocca de’ suoi biondi capelli. — Chiuso il lenzuolo, l’_ustor_ presentò le due torce accese a Lelio ed a Lydia. Essi le presero. E, copertisi gli occhi col lembo della veste e volte le spalle — per provare il ribrezzo sentito nel distruggere quelle amate reliquie — appiccarono il fuoco al rogo. — Ben presto un turbine di fumo elevasi in aria. — E pianti, e gemiti, e singhiozzi, e canti funebri, e suono di trombe con essi. — Colui che aveva presentato le torcie vegliava sulle fiamme e le attizzava. — Appena la catasta di legna la divenne cenere e bragia, l’_ustor_ inforcò il lenzuolo pei nodi e lo depose in terra. Lo aperse. E i parenti, inginocchiatisi, cercarono con cura le ossa che il fuoco non avea calcinato e lavatele con vino vecchio e latte e poi asciugatele con veli di lino, le chiusero in un’urna di alabastro orientale insieme a foglie di rose e ad aromati. Ivi pure scossero la cenere chiusa nel lapideo lenzuolo. Allora il _designator_, che avea già cambiato il ramo di cipresso con un ramo di lauro, fece tre volte il giro intorno ai ragunati per la trista cerimonia, li purificò con una aspersione di acqua pura; quindi gli congedò colla parola,
— _I licet_. —
Il nono giorno le ceneri vennero deposte nella tomba della famiglia, la quale trovavasi dietro l’ustrino. Lelio aprì colla chiave la porta di marmo che girò fischiando sui suoi cardini di bronzo. Si curvò, discese tre scalini e depose nella nicchia in faccia a sè la ricca urna che aveva nelle mani. — Levato il coperchio, gittò dentro un anello d’oro con una pietra su cui era incisa una cerva — il _symbolus_ del padre morto. — Volse mestamente gli occhi allo intorno e sulla predella vide l’urna di marmo colle ceneri di sua madre; di vetro, con quelle di una sorella; e di terra rossa, adorna di bei rilievi, che racchiudea le reliquie di un fratello morto anzi tempo. Sospirò ed escì. L’ultimo atto dei funerali era compiuto. E lo fu a suono di trombe, dette _sitinae_, dal timbro grave e melanconico.
Tornato in casa, trovò i parenti e gli amici riuniti a banchetto. Nessuna bocca potè sfiorare gai propositi. Le menti erano afflitte e preoccupate e tutte miravano un solo spettro.
Già da due mesi — sendo morti Germanico in Syria e Druso in Roma — Tiberio imperatore erasi chiuso in Capreas, stanza recondita e di molto comodo alle sue paure e alle sue crudeli sporcizie. Dodici anni prima, accompagnando nella Campania Cesare Augusto — marito di sua madre Livia Drusilla e suo padre adottivo — aveva visto l’isola assai bella e dilettevole, cinta di rupi scoscese ed altissime ed accessibile sul mare profondo da una sola banda e ristretta. Era vecchio, dal corpo brutto, sottile, lungo, chinato e calvo. Aveva il viso chiazzato di margini e di spesse stianze e piastrelli. Era stomacato dello abbietto Senato ch’egli spesso svillaneggiava in greco — «o gente nata a servire» — plaudendo lui distruggitore delle pubbliche libertà. Odiava sua madre che non volea socia al dominio, e discacciare non la potea perchè per le sue moine Augusto lo aveva preferito a Germanico, nipote della sorella Ottavia. Checchè ne fosse, era partito dall’Urbe con poca corte, per lo più di greci, amando ragionare in tale idioma. Il pretesto fu il sacrare il Campidoglio di Capua e il tempio di Augusto in Nola. Lo infinito restitutore di antichi ordini colà guadagnossi i sopranomi di Biberio Caldio Merone e di Caprineo. I suoi desinari duravano non ore, ma giorni interi e serviti da fanciulle di corpo vago ed ignudo. Premiati i maestri di disonesti sollazzi. Ai più alti uffizi i beoni, i corrotti, gli autori di libri lascivi e di pitture libidinose. Chiamava suoi piscicoli i bambini coi quali bagnavasi, sendo incitamento la loro innocente modestia. In più nefande camere, rizzate qua e là nell’isola erano i ministri di quanto in esse si può. Ed altri ministri lettigavano per la contrada in cerca di vittime alla sua sporca e focosa lussuria.
Ma avaro nello spendere, moderò negli altri lo sciupo nei giuochi e nelle feste, e scemò le provisioni agli istrioni ed agli accoltellanti. Pur, se illimitato il castigo ai prevaricatori, illimitate le vie per deludere la pena ed ovviare il castigo. E tratto tratto vedeva e puniva. E spegneva i riottosi e ne ghermiva gli averi. E la plebe diceva nel vedere i ricchi puniti:
— Cesare coi suoi occhi raccolti vede di notte all’oscuro. Gli altri, di giorno, per lui. —
Intanto il Foro rumoreggiava dei giuochi che il fasto della famiglia in corruccio faceva eseguire, perchè la memoria del padre fosse più durevole nel cuore del popolo. L’uso era rischioso, irreflessivo ed audace, nè poteva esser vinto sì di leggieri.
Tori furiosi corrono a capo ricurvo nella lizza. — I bestiari, scalzi e vestiti appena di una corta ed ampia tunica senza maniche, gli attendono, evitano con destrezza l’urto delle loro corna, li feriscono colla punta di un giavellotto; e quando li veggono arrestarsi confusi, e sbalorditi raschiare colla zampa il selciato, si presentano loro dinanzi squassando una stoffa di color chermisino. I soccorritori, agili anch’essi e quasi nudi, corrono dietro i tori frementi e con alte grida gli aizzano contro i loro avversari e gli pungono con una lunga asta, armata nella sua estremità di un ferro acuminato. La bestia nel parossismo del suo furore si slancia, crede di sbuzzare il nemico e non trova infilzato alle corna che un cencio che gli annuvola la vista. Allora altre punzecchiature di dietro; altre sfide dinanzi. E urli dalla galleria ed oltre lo steccato di legno che circonda l’arena. — Però che il popolo in quelle venazioni non vedea più la idea pietosa che la faceva offerire, ma solo lo amor del piacere e lo spirito di turbolenza che il mena. Per poco che un taurocenta, nel salvarsi da una cornata, faccia un passo falso e cada, escono tali fischi da quelle gole, sino a ghiacciare di spavento e di confusione le bestie. Se poi queste ristanno malgrado i colpi di lancia dei succursori puntari, le grida, le imprecazioni, le minaccie scoppiano contro di esse.
Il pugilato succedette alla corsa dei tori. — Frigidus e Vitulus — rotti agli esercizi violenti e al regime austero della loro professione di atleti — discendono nel parallelogrammo. — Hulvio e Tetrix — non meno rinomati dei primi — si mostrano anch’essi. E siccome erano stati altra volta in Pompei, sono applauditi calorosamente. — Una coppia verso il tempio. — Un’altra verso le curie, perchè tutti veggano. — Gli atleti gettano via dalle spalle un ampio mantello e fanno mostra di larghe membra, di braccia nervose, di ossa gigantesche. Hanno rasi i capelli, tranne sulla sommità della testa, adorna di un grosso ciuffo, quasi a garanzia dei colpi che possono ricevere sur una parte così sensibile e delicata. — Alcuni schiavi allacciano dalla prima falange della dita sino all’avambraccio un paio di cèsti perfettamente eguali, formati di sette striscie di cuoio di toro ancor velloso e guarniti di piastre di ferro o di piombo.
Appena armati, si assicurano sui loro piedi e levano le braccia in aria per saggiare se i cèsti sono bene aggiustati. — Dato il segno, le due coppie gettano la testa indietro e presentano i cèsti allo avversario. Le mani s’incrociano e il combattimento incomincia. Frigidus è più leggero; meglio agile; lo soccorre la gioventù. Vitulus è più provetto e più forte; ma le sue ginocchia non sono ferme ed ha grosso il respiro. — Hulvio è membruto e saldo sui suoi larghi fianchi. — E Tetrix non è da meno di lui. — I colpi d’ambi i lati dello steccato si avvicendano; e, o rompono l’aria, o rimbombano sui petti. Si guardano, si studiano, si minacciano, si evitano, si stancano. — Il sudore copioso prima imperla e poi riga la epidermide di quei giganti. — Frigidus vuol porre un termine alle lotta e impetuoso si getta in avanti colle braccia levate e scaglia due colpi simultanei. Vitulus — che cercava un accesso or a dritta, or a sinistra per colpire con profitto l’emulo suo — rincula con prestezza; e l’altro, non sostenuto dalla resistenza, trascinato dal proprio peso, cade boccone sul lastricato.
Urli e fischi scoppiano di ogni lato. — Altri plaudisce alla destrezza di Vitulus. — Ma il caduto si solleva con impeto e rinnova gli attacchi.
Hulvio anch’esso vuol compiere rapidamente il proprio trionfo; e digrignando i denti, si precipita sullo avversario e gli assesta colpi spessi e di lieve portata. Tetrix nota quella furia e la trae a suo vantaggio. — Para la minaccia, o la evita col gittarsi di fianco, o fugge. L’altro prende allor più coraggio e irrompe più furioso che mai. Tetrix si volge, finge un colpo di lato e gliene squadra uno terribile sulla faccia che lo atterra sbalordito e fuori di sè. Il sangue spicca a rivi dal viso lacerato e pesto.
Frigidus e Vitulus grondano di sudore ed ansimano come due mantici. — Di comune accordo si fermano e vanno ad aiutare il compagno che trascinano via col capo penzoloni sulle spalle.
— Per Castore e Polluce, sono valenti atleti! Come lo chiamano il ferito?
— Lo ignoro, Comio. Mi pare di averlo visto a Capua, un anno fa, nello anfiteatro. E anche là — se ben lo rammento — buscò una scellerata botta sul fianco.
— Eh! Se naufragò anche altra volta, or accusa a torto Nettuno. — Io preferisco il mio mestiere al suo. — Che ne pensi, o Mola?
— Certo val meglio far bollire le carni che far pestare le proprie. — _Archimagiri_ di buone case come noi non hanno ad invidiare un Flamine, — Eppure!...
— Già ti penti della tua sorte?
— Mai no. — Talvolta però che veggo gladiatori ed atleti balzare nel Circo e applauditi.... Tal’altra che miro le donne correre loro appresso come le mosche al mele.... Che la dea Fornax mi perdoni!... Ma di siffatte delizie a noi cuochi non arrivano mai!
— A ognuno la sua. Consolati! Lo stomaco e la borsa — se consultati — ti darebbero torto. — Ma cosa accade là in faccia a noi? —
Un gran baccano difatti accadeva di contro. Alcuni uomini gesticolavano furiosi. — Che è. — Che non è. — Le donne supplicavano, ma non riuscivano a calmarli. Alla fine si vide un soldato dibattersi tra quella stiaccia, tolto di peso e cacciato fuori con pochissimo garbo. Un triario — giunto tardi — non aveva trovato posto tra gli assegnati ai suoi pari. Ed allora per godere dello spettacolo, erasi fatto strada là dov’era il popolo. Un ardire siffatto aveva eccitato il sentimento plebeo della dignità sovrana, e lo intruso venne scacciato dal posto che avea tentato usurpare.
— Orestilla, vedi com’è tronfio e pettoruto quel bruno che si fa largo là, tra la gente. — Pavone antipatico!
— Colui dalla tunica di porpora?... È uggioso anche a me, Pothusa. — Nol vidi mai prima d’ora.
— Debb’essere straniero. — Che farà egli in Pompei?
— Eh! Continuerà il suo mestiere! — Maraviglio del magistrato che fa entrar simil gente nella nostra città. —
Callityche — ch’era presso alle due giovinette, l’una _calamistra_, arricciatrice di chiome donnesche, l’altra _vestifica_, che tagliava le vesti e le cuciva — voll’essere del pettegolezzo ed aggiunse:
— Mi pare sia del mio sangue. — Ho la casa da affittare... Io gliela cederei. —
Uno ch’era servo in una _diversoria_ fuori la porta della Marina, felice di poter offerire informazioni esatte, entra a dire:
— Tre giorni fa approdava nel porto. — Dormì e mangiò nello albergo. Lo indomani il padrone, ch’è meticoloso, gli chiese il pagamento della cena e del letto; ed egli aprì la borsa — e cen’eran dentro dei bianchi e dei gialli! — pagò e — forse stizzito dalla scortesia — partì. Spese due denari e tre quadranti, e a me diede due assi. Un altro avrebbe pagato un solo denaro.... e avrebbe detto le sue.
— Nummi e denari?
— Dev’essere molto ricco allora!
— Me n’ha l’aria. — E quegli che portò via la sua cassa, mi disse ch’era ben grave. —
Orestilla guardò la sua amica, e:
— La verità entra in casa, parlando — Eh! per la gioconda Iddia! Ha un bello aspetto quel forestiero! — Guardato meglio, guadagna.
— Poichè spende grosso, sia il bene arrivato.
— Scommetto che quando lo incontrerete per via — oh! gli è un greco di certo! — gli lancerete tenere occhiate per farvelo amico! — Attenti. — Ecco i lottatori ch’entrano in scena. — Bei giovani! Paiono fatti al torno. —
Erano quattro. — Sono ignudi dalla testa ai piedi. — Ma si potrebbero dire vestiti di grigio, perchè unti di olio e di cera e coperti da una cenere fine che trovavasi in Puteoli. Quella specie di pomata dava scioltezza alle membra, turava i pori, e facendo aspra la pelle, rendeva più facile il ghermirsi.
La lotta è per cominciare. I giovani si apparecchiano col corpo proteso dinanzi, col capo insaccato nelle spalle, colle braccia a cerchio.
— Artoces è un pompeiano. Io scommetto per lui dieci denari. — Che ne dici, Rutilio, accetti?
— Sì, Cocceo. Io quindici per Dama. Mi pare sia meglio piantato sulle sue gambe.
— Sai tu, Munazio, come si chiami quel lottatore che ha le forme di Ercole, costaggiù? Io tengo per lui quaranta sesterzi.
— Povero Sandiliano, li perderai e sono troppi. — Lo dicono Aphrocides. Tu sbuchi un pozzo nel momento che ho sete. — Mira, farò il colpo di Venere come alle tessere — Triplo sei. — Lydo mi darà vittoria.
— Basta! — È convenuto tra noi. — Oh! Eccoli alle prese. —
Durante quel dialogo i lottatori si erano osservati, si accostavano e miravano al modo come si attaccherebbero. Parvero decisi. Si ghermiscono mutuamente per le braccia, si danno delle scosse, si spingono, e si tirano con tanta violenza che — nel silenzio degli spettatori — si odono le ossa delle spalle e delle reni che scricchiolano. Lo scopo finale della lotta è il gittar per le terre lo avversario. Non colpi. — Non pugni. — Sono proibiti. — Convien dunque fare degli sforzi di tendini e di muscoli, prendendo piede contro piede, fronte contro fronte, quasi fossero due capri o tori, per ottenere lo intento. I conati eguali. Pari le forze dei quattro campioni. L’ansia degli scommettitori è estrema. — E se le donne non fanno mercato delle loro aspirazioni, dentro però scelgono il loro campione, e a lui augurano la vittoria e trepidano per lui.
— Decimilla, che bel giovane quel biondo dai capelli inanellati, eh? Non mi par convenevole mostrare in pubblico quegli uomini ignudi!... Pure che petti! che gambe!... Quel mio pare un Apollo. — Vorrei così formato il marito che Jugatinus — il dolce Iddio — vorrà destinarmi.
— Io sono per quel bruno, Cœsia. — I biondi non mi piacciono punto. Quantunque volte io oda novelle d’infedeltà, sempre nel fondo vi è l’uomo dagli occhi azzurri — la tinta del cielo, del mare, dell’aria — le cose più mal fide ch’io mi conosca.... E poi è bruno il mio Anteros. — Sai? Il mio promesso che ha bottega di stoffe per vesti, dinanzi la fontana del Toro.
— Avrai un bel prospetto per fuorviare l’occhio maligno.
— Ed Anteros un soggetto di meditazione non molto piacevole. — Ma guarda il tuo biondo, Cœsia. — Per Ercole! Cangia lo attacco. —
Queste parole dicevale Alleia alle compagne, a voce bassa e ridendo.... Difatti Lydo avea preso risolutamente pel collo Aphrocides e lo stringeva come un nodo scorsoio. L’altro non piega di una linea e lo abbranca alla sua volta. — Quindi si stringono e son petto a petto. Le loro gambe si allacciano e l’un cerca di far piegare all’altro il ginocchio perchè cada. Ma Aphrocides diè una scossa violenta e si staccò, scivolando come una murena dalle strette di Lydo.
— Che dici, Munazio, di quella prova? È un Anteo che ritocca la terra coi piedi.
— Per Giove tonante! Ne convengo. Si tirò da un cattivo passo. — Il tuo Dama suda, o Rutilio, ed ansima come un cavallo bolzo. — Aggiungo sei denari alla sua caduta.
— Gli tengo, impavido Cocceo. Il tuo patriotismo ti onora. Non so se il destino sarà pel nostro pompeiano. — Vedi! Si sono separati. Vanno a tuffarsi nelle casse piene di polvere. — Per Cocito! Gocciolano come usciti da un _calidarium_. —
Rieccoli tutti grigi. — E la lotta si rinnovava. — Dama, rifatto dalla piccola tregua, si slancia primo e accaviglia la sua gamba sotto il ginocchio destro dello avversario. Questi piega, non regge e cade. L’altro, posandogli il piede sul petto, gli dice di arrendersi vinto. Ma Artoces gli distende per tutta risposta una solenne pedata sotto il mento e si rialza come spinto da una molla nell’atto che il primo va a gambe in aria.
Un fremito di gioia prendeva il cuore del popolo. Il pompeiano avea vinto. E tutti accalcandosi spingevano fuori le braccia e gridavano:
— Bravo Artoces! Bel colpo! Viva l’onore di Pompei!
— Che ne dici Rutilio?
— Aspetto che il mio cada due volte per dar la palma al tuo. —
Intanto Lydo, che gli applausi per altri han renduto spavaldo, si gitta sull’emulo come un leone e lo afferra per le gambe. L’altro, vista le mala parata, si abbassa e lo preme di tutto il suo peso, perchè quegli non lo sollevi di terra. Aphrocides valeva quanto un bue, e rizzarlo era impossibile. Allora lo lascia e ambedue corrono. In una rivolta il giovane biondo lo sorprende di dietro, gli cinge il collo, gli caccia un ginocchio sui reni e lo distende sul selciato. E prima che sappia sollevarsi, lo avvinghia colle braccia, dà un urlo, lo innalza con supremo sforzo fin sopra il capo e lo gitta ai suoi piedi.
Gli scommettitori e le donne sono in grande agitazione. Sono gridi che non si odono che nei paesi meridionali, dove si nasce, si vive, si muore per entusiasmo e per gloria. Scuotevano in aria le toghe e spargevano fiori e corone di alloro. Pareva che la patria in pericolo fosse salva e che Lydo l’avesse salvata.
Anche Artoces avea vinto. Caddero ambedue abbracciati per terra. Ma Dama sendo di sotto non potette sciogliersi e l’altro si sollevò puntandogli il piede sulla pancia e salutando col braccio teso il popolo sovrano. — Uno schiavo vestito di tunica azzurra entrò nella lizza ed offerse ai due vincitori una palma e una corona di foglie di lauro indorate.
— Cœsia, sognerai di quel biondo tu questa notte.
— Rutilio, non avesti fortuna e men duole. Giuoca alle tessere e prenderai la rivincita.
— Non schernirmi, Cocceo. — Ecco io ti pago. Ma possono accader molte cose tra la bocca ed il pezzo di pane. — Ad un’altra volta.
— Scherza pur, Decimilla. — Lydo è bello e grazioso.
Intanto alcuni bambini gironzavano sotto il portico del Foro e sul piano superiore, offerendo a chi volesse comprarne mandorle verdi, castagne e fichi secchi, lupini e ceci abbrustolati. Avevano pure idromele e vino dolce per chi ne chiedesse.
Lo spettacolo offerto al popolo da Lelio Flacco non era finito. Partiti i lottatori, entrarono i musicisti i quali si attelarono ai due lati dei portici. Dopo di essi comparvero gl’istrioni, di quelli noti sotto il nome di Pantomimi, che significava — imitatori di tutto. — E nel vero, essi senza dir verbo e aiutandosi con gesti e posture plastiche e sostenuti dal suono di un flauto particolare, detto _dactylica_, faceano comprendere agli occhi quello che difficilmente si può narrare colla parola.
Le loro mani parlavano, le loro dita avevano una lingua ed erano eloquenti senza aprire la bocca. Nè si aiutavano col soccorso della fisonomia; chè le loro maschere erano colla bocca naturale — non come i comici e i tragici, che le avevano sbarrate, larghe e con un orlo sporgente semicircolare, per servire di portavoce agli attori nei circhi e nei teatri immensi in pien’aria. — Avevano bisogno di usarne una per ogni carattere che rappresentavano, siccome gli odierni le vesti, in _saltatio_, cioè, il gesto, accompagnato dal flauto e talvolta dalla fistola, e dal cembalo, bastava per rappresentare drammi completi, tragici e comici. Le principali situazioni venivano indicate dai monologhi che i cantanti recitavano nell’atto che i pantomimi esprimevano.
In quel giorno venne rappresentato l’Eunuco di Terenzio. Il soggetto era questo:
Un soldato per nome Thrason aveva con sè una giovanetta che credevasi sorella di Thaïs; ma ei lo ignorava; e, ito in Atene, ne fece dono a lei. — Nell’atto, Phedria, amante di Thaïs, avendo comperato un eunuco, le ne fa dono e parte per la campagna, perchè le ha promesso di cedere il suo posto al soldato durante due giorni. Un giovanetto, fratello di Phedria, che si è innamorato perdutamente della fanciulla avuta in dono da Thaïs, siegue il consiglio del suo schiavo Parmenon, si veste da eunuco, penetra nella stanza della fanciulla senza sospetto e l’ha. Un fratello di lei costringe il giovane a sposarla. E Thrason ottiene da Phedria ch’ei sia secondo presso Thaïs.
Erano le delizie sceniche degli avi nostri. — I retrogradi ed i preti che piagnucolano sulle immoralità del nostro teatro — se sapessero — potrebbero consolarsi.
Tutte le circostanze della favola furono espresse. — E le grida della serva di Thaïs contro il vero eunuco, creduto lo autore del danno. — E i mali trattamenti che gli fa patir Phedria. E l’ultimo patto, fra questi e il soldato. — Il popolo provò gran piacere a codesto spettacolo. In modo che quando l’istrione, il quale faceva la parte di Phedria, espresse coi gesti la fine obbligata di tutti i drammi:
— E voi applaudite! —
i picchi delle mani, le grida, gli urli fecero echeggiare tutti i canti del Foro e dei luoghi vicini. — E la riconoscenza ricordò a molti il nome di Aterio Flacco, defunto, e di Lelio, il suo generoso figliuolo. — Nè mancarono vivi plausi a Filone; l’ordinatore di quei magnifici giuochi.
Lo indomani dovevano farsi i _denicales_, cioè le purificazioni dei parenti e degli schiavi, sì nella casa del morto, come nelle case di quelli che avevano tolta la loro parte nei funerali del loro amico e del loro patrono. — Lelio la fece nella sua dimora. Così gli altri nella loro. — Spazzò il pavimento con una granata di verbena. Pose un braciere nell’atrio, gittò un po’ di zolfo sui carboni ardenti, e prendendo per la mano la sorella e seguìto da tutta la famiglia, fece parecchi giri intorno a quella fumigazione. — Quel giorno diviene feriale per essa e nessuno lavora. E tal’era il rispetto degli antichi ai doveri verso i vissuti, che nessuno della parentela poteva essere citato dinanzi i tribunali dal dì della morte sino a quello della purificazione.
Il nono giorno dicevasi _novendiale_, e si andava a banchettare sopra la pietra, per cui _silicernium_. La qual cena fu poi chiamata _ferale_, o _parentale_ del _silicernium_. In Pompei, questo triclinio dove asciolvevasi dopo il periodo del dolore il più intenso, è un ricinto quadrato, circondato di pareti dipinte con poca eleganza, presentanti in mezzo a cornici ippogrifi, cervi, pavoni e cigni. In fondo e ai lati sono finti usci con piante di felce a colori. Letti inclinati verso l’esterno, come tutti i triclini estivi, cuoprono l’area. Nel mezzo è un parallelogrammo, destinato a servire di desco. E dinanzi una piccola ara circolare sulla quale facevansi le libazioni ai Numi e agli Dei d’Averno, o posavasi l’urna colle ceneri lacrimate cui si propiziava.
Gli amici quivi condussero Lelio Flacco e i parenti e i clienti. Neri cuscini cuoprivano i letti di muro. Mangiarono ostriche e patelle e brindarono all’ombra dello amico perduto dinanzi agli occhi della carne, ma non disertato dalla mente di chi lo aveva conosciuto.
Nello escire dal _silicernium_ al tramontare del sole, la comitiva racconsolata imbattevasi nel mortorio di una donna di mediocre condizione ed in quello dei poveri. — Gli uomini sanno di essere eguali in faccia alla morte. Ma il fasto e la vanità gli fa smemorati.
La famiglia di colei, che in quell’ora passava cadavere nel sobborgo Felice, non aveva invitato il popolo; perchè nè giuochi da offrire, nè festini a dare. — I parenti sì. — Fu eretto un letto funebre modesto. — Dieci musicisti precedevano il corteggio. — Ma non si fermò nel Foro. — Avi da lodare non erano. Le virtù da raccomandare, cotanto oscure e fuori delle abitudini, che valea meglio tacerle. — E poi le si narravano presto. — _Domum mansit — lanam fecit._ — I resti della defunta erano però attorniati da fiaccole accese. Il che indicava lo antico costume di far simili funzioni di notte, affinchè i magistrati e i sacerdoti non ne fossero stati profanati dallo aspetto. Laonde, il nome di funerali da _funale_, torcia di stoppa incatramata. — I ricchi passarono oltre alla vecchia consuetudine per potere in pieno giorno testimoniare il loro fasto e le loro ricchezze.
Il rogo, apparecchiato in pieno selciato in faccia all’_ustrinum_, era basso, piccino e bastevole appena alla combustione del corpo. Vedevasi pure una modesta urna di terra cotta, preparata allo scopo. — Non profumi. Non libazioni. Non offerte. — Quindi, nè combattimenti sanguinosi per piacere ai Mani. Nè spettacoli di lotte, di pugni, di calci, di gesti. — Le Ombre degli antenati — poichè questi gli hanno tutti — dovevano esser discrete e contentarsi di una coperta sanguigna, del colore della porpora e non veder altro.
I sacerdoti antichi dicevano — «Spendete; e le Ombre amate godranno nei Campi-Elisi delle ricchezze che avrete profuso nel loro mortorio!» —
E i sacerdoti moderni pur dicono — «Spendete; e allor suoneremo campane, canteremo, borbotteremo in latino e tratteremo con Dio come fosse un giudice borbonico; e a furia di danari dati a noi, noi costringeremo lui a riconoscere in un’anima ribalda una onesta.» —
Tutti così. — E sempre così!
Arso il cadavere, la pietà del marito raccolse le ossa che avevano resistito all’azione del fuoco. E chiusele nell’urna la seppellì in una fossa. E sopra pose una _columella_, rotondata a guisa di una testa con due trecce dietro. — E sul dinanzi, ch’era liscio, leggevasi:
MARONILLAE L. ATIMETI ANNIS. LVI.
I cadaveri dei poveri erano stati fermati più in su, quasi rimpetto la ricca casa dalle colonne di mosaico nella interna fontana. Cotesti _fricti ciceris et nucis emptores_, siccome vivevano in incognito, così pure incogniti partivano dal mondo. Nessun ramo di cipresso sulla porta della casa ov’erano morti. Là dove spiravano rimanevano distesi tre giorni. E poi il becchino li adagiava in una _sandapila_, dopo aver infilzato con mal garbo nelle loro braccia una toga di apparenza che ad uno ad uno finiva per coprir tutti. — E tre dei suoi compagni, detti _vespillones_, li barellavano al posto dopo il tramonto. Colà presso è il forno, dove li cacciavano per forza, ripiegandoli. Un po’ di pece surrogava i profumi e le essenze Campane. E quando la mortalità era grande, allora componevano una catasta di legna in un luogo appartato e sopra ponevano i cadaveri in fila — quelli delle donne sotto, perchè credevano racchiudessero maggior calorico e s’infiammassero meglio. — Avevano anche un’altra ubbia. Pretendevano sapere, nel Tartaro non esservi _popinæ_. — Per conseguenza Caronte non aver bisogno di oboli. Allora, gli toglievano il fastidio di chiederne qual mercede al tragitto. Ed avevano cura di aprir la bocca ai morti e di ritirarne la moneta.
I soli cadaveri a non esser arsi erano quelli dei condannati a morte, o delle persone uccise dalla folgore, o dei bambini spenti avanti la dentizione. I primi erano abbandonati ai corvi. Gli altri venivano sepolti.
Il lutto era un obbligo morale. L’uso però costringeva le donne a prenderlo; gli uomini no. In ogni caso non durava oltre l’anno. E siccome si pretendeva che le morti premature profanassero una casa, così le esequie funeste si compivano a notte tarda, senza invito, senza esposizione e senza pompa.
Ogni cittadino morendo perdeva la proprietà sulle sue cose. Una sola le leggi gliene lasciavano — il possesso della sua tomba. — E per me’ ricordare quel diritto che non ha altro difensore che la fede pubblica, alcuni volevano che il sasso che li copriva il testificasse. E le lettere iniziali sur alcuni sepolcri H. M. H. N. S. — _Hoc Monumentum Hæredem Non Sequitur_, volea dire: Cotesto monumento non appartiene allo erede.
I Mani avevano-dimora nelle tornile; per cui tutte erano loro dedicate. — _Diis Manibus sacrum._ — Il loro culto era generale, siccome incalcolabile il loro numero che la morte annualmente accresceva. — Due feste tendevano a placarli. Una agl’idi di febbraio, detta _feralis_. — L’altra a’ III degl’idi di maggio. — Gli Dei dello Stige non aveano sacerdoti, e perciò erano ben lungi dall’avidità degli altri e si faceano lieti di semplici corone di fiori, di qualche frutto, di un pizzico di sale, di una fetta di pane inzuppata nel vino, e di un mazzolino di viole. Quelle dette _lemurales_ erano più curiose. A mezzanotte, quando tutto tace allo intorno, i devoti levavansi di letto e a piedi nudi — facendo schioppare col pollice il medio di ciascuna mano, per allontanar l’ombra leggera che loro venisse incontro — andavano silenziosi ad una fontana per purificarsi le mani tre volte. Voltisi quindi e prese dalla bocca alcune fave nere, gittavanle indietro, e dicevano:
— T’invio queste fave e con esse riscatto me ed i miei. —
Allora l’ombra invisibile ai loro occhi credevano raccogliesse le loro fave e partisse. — Si rilavavano le mani, battevano dei tonfi su vasi di bronzo, scongiuravano l’ombra perchè se ne andasse, dicendo per nove volte:
— Mani paterni, escite! —
Sembra che Romolo instituisse quella festa di espiazione per rabbonacciare i Mani di Remo ch’ei supponeva errassero irosi sulle rive dello Stige. E i Latini credevano che le anime di quelli i quali erano morti di morte violenta non fossero ammesse nei regni bui che dopo il periodo di anni che avrebbero abitato nei loro corpi sulla terra.
Lasciai libero Eumenes perchè facesse i suoi conti. — Egli ebbe a bisticciarsi coi libitinari per le spese dei funerali. — Pretendevano — offendendo lo _arbitrium_ già fatto — esser pagati in ragione della fortuna del morto. Quei preti ne udirono di dure verità. — Ma che importava ad essi? Avrebbero presi anche i ceffoni e.... parata l’altra guancia, purchè i denari venissero. — I conti coll’onesto ed abile Filone furono presto fatti. — Costarono un orrore quelle feste nel Foro! — Ma come splendide e bene ordinate! Se ne parlò per più mesi in Pompei e nei paesi vicini. — Vi fu un po’ di litigio coi beccai per la valutazione della _visceratio_ — la distribuzione delle carni crude alla plebe. — Eumenes non sapea dire quali le Arpie più rapaci, quelle che avean ricevuto o quelle che aveano venduto.
Ritiratosi nella sua camera, posò la lucerna sul candelabro, chiuse la testa tra le mani e stette così qualche tempo.
— Non vederlo.... non udirlo più! — Nel suo sguardo soave, e dolce come il mattino è pieno di misteri come la notte, trovava un sorriso, ch’io salutava con tutte le voci del cuore.... Ah! mio buon padrone, la tua morte — che non avea sospettato mai potesse arrivare — sarà un’ombra, una oscurità; una desolazione profonda sulla regione terrestre della mia vita....
.... Salve, ombra diletta, che per questa casa ti aggiri. — I tuoi cari figli ch’io vidi nascere — come tu mi conoscesti bambino — i tuoi figli io gli amerò a doppio nel nome tuo! —
Queste parole erano il vale eterno che il cuore di Eumenes espresse alla memoria di Aterio Flacco.
I TEATRI.
SCENE DI DISTRAZIONE.
=Anni di Roma 812 — Anni del Cristo 59.=
A MIEI FIGLI, VITTORIO E LIONELLO.