Chapter 7 of 10 · 9592 words · ~48 min read

VII.

_M. Herennius Epidianus Sextilio suo._

_Romæ._

_Apud me est ut volo. — Male, mehercle, de Popidio nostro._ — Sì! — Un grande cambiamento si è operato nelle sue lettere e nella sua maniera di essere. — Vengono rare e sconnesse. — Che è egli mai? — Tu sai come teneramente ami ambedue. — E più penso e meno comprendo lo scritto sibillino. Qual cosa potette cagionare in Popidio una tale rivoluzione?... Qui, notai, sullo scorcio del mese in cui ci separammo, il suo spirito malato, un po’ guasto. Sperai guarisse nel riposo della provincia. Egli ha carattere sì dolce; sì collegantesi; sì pronto al ritorno! — Dimmi se il male è profondo. — E, se hai bisogno di aiuto, io verrò. _Multum vos amo. Valete._

_C. Sextilius Ampliatus Herennio suo._

_Pompeis._

_Si vales, bene est._ Tu mi chiedi con premura le novelle di Popidio nostro. Ei trascina miseramente la vita. Empie i modii colle sue sciocchezze. Sono giovane anch’io, e qualcuna ne permetto anche a lui. — Ma tu vuoi te ne citi?... Per Ercole! Sono nello imbarazzo, perchè poche quelle che a lui gracile e delicato non nocciano.

Le gite lunghe e a cavallo ed a slascio lo uccidono. — Ed egli corre. — Le cene prolungate lo sfibrano. — Ed egli crapula. — E fosse pur lieto dello amore di Plilia!. Mai no! — È farfalla che si agita e fa i suoi giri intorno alle faci, sinchè — bruciate le ali — cada... Bello, elegante, culto, dovizioso, nobile cuore, ei distrugge la vita, sospinto al Tartaro dalla noia che mai lo lascia, non in mezzo ai divertimenti che meglio desiderava, non nelle braccia di Venere, il cui cinto non lo sa ritenere.

Tu ambedue conosci. — Crescemmo insieme. — C’istruimmo insieme in Athenas. — Fummo insieme nell’Urbe. — Ah! Non vi avesse mai posto il piede! Costì fu colto dal male che lo divora. In cotesta fogna, splendida di marmi, di porpora e di oro, apprese ad adorare la Luna e a detestare il Sole.... E qui, quando si leva spossato dalle tremule coltrici, sbadiglia, ad imitar Cerbero che latra, e chiede chi lo distragga e lo faccia ridere. — Nè gli adulatori mancano. Sono nell’Atrio i parassiti e gl’istrioni che lo elogiano e lo ammirano. — Talvolta egli piacesi delle loro arti, dei loro salti, delle loro pantomime, delle loro viltà — Talaltra, la noia lo riguadagna e — o gli caccia brutalmente — o li manda al _tricliniarcha_ perchè sfami il loro _ventrem iratum_. — Tu la conosci cotesta plebe — razza infame di cui l’Urbe abbonda e che qui scese a praticare il turpe mestiere. — _Capti sunt nidore culinæ._ Quell’odore gli attira. — E si credono pari ai Numi quando possono _gallina tergere palatum_. — Questi i suoi clienti, i suoi _salutatores_, i quali lo accompagnano di portico in portico, dalle Terme in via della Fortuna alle Terme sulla via alla porta di Stabia. — E si bagna e si ribagna. E dalla Palestra va all’Apoditerio; dal Tepidario al Calidario; dal Sudatorio all’Eleotesio. — Ne esce slombato. — Misero! Ha appena la forza di dire, fatti — in — là, ad uno schiavo briaco.

Mi chiama uom da sermoni. Ed io lo prego per me; per te e per lo affetto di Plilia che ora è in Neapolis. _Vale._

_Plilia Sextilio suo._

_Bays._

_Apud Pliliam recte est._ Una lettera giuntami or ora mi ha impaurito.... — Popidio non pare già un uomo; _sed litus et aer et solitudo mera_. Ne sono afflittissima. — Ho qui i miei cari parenti che mi ritengono. — Altrimenti fosse, sarei volata a Pompei. — Il suo male è la noia. Ad essa sacrifica e liba come a una Iddia.

I miei greci mai furono così! Eppure, i vostri latini ne dicono tante ad ingiuria!

Parlai con Acutilio tuo, cui mi raccomandasti in Neapolis. _Ex omnibus molestiis et laboribus uno illo conquiesco._ — Ma Popidio mi sta fitto dentro. Attendo la mia sorella Myrrhina con ansia. — Intanto _mater mea magnos articulorum dolores habet_. — Siegue le prescrizioni di Charmis, _stagna refusa_, e guarirà presto. Ma io sono sulle spine per amore di quel caro che soffre. — _Cura, amabo te, Popidium nostrum. — Ei nos_ συννοσεῖν _videmur._

Erano consoli in Roma C. Vipsanio Aproniano e L. Fonteio Capitone. Reggeva a suo modo le cose del mondo Nerone imperatore!

Giulio Cesare per usurpare il dominio aveva con ogni mala arte corrotto l’anime dei Romani. Ma già il terreno era preparato dalle grandi vittorie le quali avevano infiltrato nelle vene del popolo quirite il lento veleno del lusso colla smania dei capolavori nelle arti e della opulenza. Sembrava che ognuno dicesse:

— Arricchiamoci e poi ci rammenteremo della prisca virtù. —

Nel mentovarsi un uomo dabbene, incontanente chiedevasi:

— È ricco? — Quanti schiavi possiede? Quante le migliaia di iugeri di terra? La sua mensa è delicata? Ha piscine e vivai? —

Quando sapevasi ch’era ricco, il prender conto dei suoi costumi pareva inutile pleonasmo. L’oro — la tariffa della probità! — E più l’uom possedeva, e più degnissimo era di stima e di onori.

C. Crispo Sallustio, uomo di coscienza assai elastica, che belle cose scriveva e brutte cose faceva — laonde venne cacciato da Cesare dal governo della Numidia per le concussioni e le ruberie operatevi — scrisse al pacificatore delle romane libertà nobili parole contro la invalsa passione delle ricchezze, seria e tremenda minaccia alla società ed allo imperio. — E sì, ch’ei predicava di esempio! Ed a chi!

«Il maggior beneficio tu possa fare alla patria, ai cittadini, a te stesso, ai nostri figli — a tutto il mondo — è lo spegnere la sete dell’oro o diminuirla almeno per quanto lo permettino le circostanze. Altrimenti, in pace od in guerra, gli è impossibile ordinare gli affari pubblici e privati; avvegnachè, là ove la sete delle dovizie è penetrata non sieno più instituzioni, non arti utili, noto più genio che sappia resistere. — L’anima — tosto o tardi — debbe anch’essa soccombere. Ovunque le ricchezze sono in auge, tutti i veri beni avviliti, la buona fede, la probità, il pudore, il casto vivere. Però che un solo cammino meni alla virtù, ed è stretto, aspro e difficile. Mentre ciascun corre allo accaparramento della pecunia per la strada che vuole. — E molte ve n’ha di buone e di triste.»

Presa Siracusa, i capolavori di quella ricca città andarono nell’Urbe. — Conquistata l’Asia, i triremi caricarono tutto il lusso dell’Oriente, e gli diedero diritto di cittadinanza in Italia. — Vinta l’Acaia, si rivoltò ogni cosa, e il buon costume antico smarrì la sua via. La caduta di Cartagine diè l’ultimo crollo, e le larghe e molteplici braccia strinsero quanto potettero e vollero. Tutti, abbassati, aspettavano che il principe comandasse senza darsi pensiero. Tutti, avviliti — e i più illustri per nome — correvano con calca al servire, al piaggiare il despota e chi per lui. Lo amor si comprava. Il successo nelle battaglie, la magistratura, il senato, si comperavano. Ogni cosa si otteneva coi nummi d’oro. E il furore febrile di averne giunse al segno per la servitù inghiottita, che qualche dura cosetta fu fatta per forza; le altre quiete e ricerche.

Cicerone — autore anch’egli del danno e sua vittima — sciupatore per vanità in ville sontuose ed in viaggi continovi e di fasto, pur contrario ai prodighi de’ suoi tempi — scriveva:

«Gli scialacquii irriflettuti si tirano dietro le rapine. Uomini impoveriti dallo spendere — _alienis bonis manus afferre coguntur_ — si veggono forzati di allungare la mano ladra sui beni altrui.»

Quel _coguntur_ pinge l’epoca perversa. — Il rapinare erasi fatto necessità. — Bisognava esser ricchi a qualunque costo. Lo impero voleva così. E i già liberi, fatti schiavi, rimossa ogni infinta virtù, non curanti tema o vergogna, aprirono il varco alle nascose lussurie, s’infradiciarono in scelleraggini ed in sporcizie. Chi volea fuggire i mali soprastanti o i presenti, svenavasi. Chi inghiottiva il partito pessimo, gloriava; e coi maggiori brutto adulatore facevasi; coi minori, arrogante; e fastidioso coi pari. La gioventù si tuffava nelle libidini e perdeva i polsi. — Le cetere, le belle e facili donne, il vino, in onore. — I patrizi, istrioni. — Lo imperatore, di voce chioccia, cantante in casa nei giuochi giovenali, quando primavolta fu raso. — E nelle feste, matrone sui gradi come ai trionfi, usate alle allegrezze, in faccia a sciupate ignude con gesti e dimenari impudichi. — Cotesta la Roma e la Italia dei tempi!!!

Popidio Celsino era un giovane di venticinque anni. Di statura mezzana, sottile e ben fatto della persona, pallido, magro, di uno aspetto quasi femmineo illuminato da grandi occhi neri, aveva la voce di un suono dolce e penetrante che andava dritto al cuor delle donne e le rendeva pensose. Cantava greche canzoni come non altri. Agilissimo, educato al maneggio delle armi, a lanciare il giavellotto con vigore e con garbo, a manovrare la fionda con abilità e giustezza di tiro, a cacciare una freccia in un bersaglio indicato, a domare corsieri e a saltarvi sopra a diritta o a sinistra di slancio, danzava come un ginnasta, ed era difficile che la danzante con lui, teneramente guardata, sapesse fuggire dalle sue maglie. E quando, tornato di Roma, nei ludi del Foro, per le feste augurali degli eletti duumviri, aveva voluto provarsi a discendere quasi nudo allo attacco dei tori; la sua perizia nello evitare con un movimento di fianco le corna dello animale furioso e nel ferirlo mentre quello irrompeva nel vuoto, era sì bella e graziosa che gli spettatori frenetici gli gittavano dal terrazzo corone di alloro, e le fanciulle sentivano menomare il loro pudore e maledicevano alla resistenza usata a qualche suo ladro sguardo.

Così, sulle prime. Poi anneghittì; e la noia lo punse del suo spino velenoso.

I vecchi che ricordavano i tempi di Augusto, avevano trovato nelle ricchezze un mezzo qualunque che dava sfogo alla loro ambizione. Il popolo di allora riceveva il pane cotidiano delle sue vergogne e nulla poteva più dare. Laonde, i ricchi giovani, che pur dentro sentivano una energia da spiegare, si stancavano di una opulenza che si esauriva nelle labili gioie e nelle sfrenatezze del cubicolo e del triclinio e, sbadiglianti, senza desiderii, lodavano la sera, perchè corsa e si auguravano un domani diverso. Ma quello sorgeva il medesimo, _idem et semper idem_. E cercavano, cercavano qualcosa di nuovo pei loro appetiti guasti. E ne arricchivano lo inventore o chi lo forniva. E ogni snaturalezza, pagata, coperta di porpora e di oro. — Lo amore di donna? — Trita cosa! — Il matrimonio? — Anticaglia! — Nefandi accoppiamenti sì, perchè la nefandigia era illecita e nuova.

Il misero Popidio viaggiò; e quantunque volte arrestavasi, nel trar fuori del sacco le vesti di ricambio, smucciava la noia con esse. Esciva di casa — ne abitava una magnifica dietro la Basilica, quella che ha nel pavimento dell’atrio pezzi irregolari, di tutte forme e di marmi diversi chiusi nell’_opus signinum_ — per sfuggire la sua persecutrice. Ed appena giunto nel Foro o sulla soglia della casa di C. Sestilio Ampliato, tornavasene indietro ed entrava nella magione vicina — che pur era la sua — augurandovisi una distrazione. Talvolta faceva porre il freno ad uno dei suoi cavalli e appariva come freccia scoccata sulla via della porta di Sarnus, ov’erano i suoi poderi e la sua villa maestosa. Parea corresse a spegnere uno incendio, o i piedi del suo destriero portassero la salute di una famiglia, di una città. Giunge trafelato e in sudore. I servi gli sono intorno. Tutto ansimante va nello xisto, si gitta sur un triclinio campestre coperto da una pergola in faccia alla bella piscina, e là mangia assiso, su vasi di argilla, un pasto semplice e frugale frettolosamente apparecchiato. Caduto nel sonno, gli schiavi lo adagiano sul letto. Quivi oblia la noia e la disperazione che la vuota opulenza cagiona. Ma, una volta desto, i due sproni gli si conficcano ai fianchi. Inforca di nuovo il cavallo e rieccolo in Pompei coi capelli sparsi, col sudore sulle guance, colle narici aperte come quelle del suo corsiero. — E in sull’uscio?... Sull’uscio è la statua immobile che lo aveva seguito, che lo seguiva per tutto e che pur lo attendeva.... la Noia.... che il Governo imperiale vi aveva rizzato e... inchiodato, dopo aver messo in pezzi il santo simulacro della Libertà.

Misero Popidio! Malato di languore nell’anima, impotente a dissipar la tristezza ed obblioso che dovunque egli andasse, sempre seco la trasportava.

Il suo cuore era passato per la trafila di molti amori. Ma nessuno lo aveva fermato. — Nessuno aveva saputo congiungerlo. — Venuta Plilia di Grecia, questa lo avvinghiò meglio delle altre... Era straniera... Parlava altra lingua... Prestavasi meglio alla curiosità... Possedeva artificii d’amore... E poi... era una bella mostra del tipo ateniese.

Plilia contava i venti anni. Era piccina e ben fatta. L’ovale della sua faccia, senza menda, aveva una tinta piacevolmente bruna. I sopraccigli formavano un solo arco sulla fronte ampia ed altera. L’orlo del labbro soprano era adombrato da una leggera lanugine che imprimeva sulla bocca un sorriso voluttuoso e aggradevole. Gli occhi grandi e neri, a forma di mandorle, brillavano malgrado che la lunghezza delle ciglia ricurve ne temperasse il fuoco. Un neo sulla gota sinistra, la bianchezza canina dei denti, il gaio conversare sur ogni proposito, la risposta pronta ed ardita su piacevolezze scabrose la facevano amata e ricerca da tutti.

Essa era una etera. — Cioè, una fanciulla libera; filosofante coi chiari filosofi; artista cogli scultori e coi pittori in grido; letterata cogli oratori i meglio famosi; sempre nella luna di mele dello amore; permettentesi, ma non donantesi; in balìa di quella passione accettata dagli Dei e non dagli uomini tutti — quantunque così deliziosa, così bruciante; — un giorno spettro sinistro agli occhi di donne gelose; e l’altro ospite gentile e grazioso di un peristilio.

Dopo la risposta di Sestilio, essa non tardò molto a venire in Pompei. Un servo si fece all’uscio della camera di Popidio e ne tirava la spessa cortina di Tyro. — Un raggio di sole penetrò nel cubiculo.

— Per lo inferno! Che luce! Abbi Venere irata, o Milphio. — Come? Mi desti ora appunto che avea preso sonno?

— Padrone! È Plilia che è giunta e chiede vederti.

— Ma, di’.... nel tuo paese..... e non dormono la notte?

— La notte sì. — Ora è alto il sole. Da un’ora già varcò la metà del suo corso.

— E pur qual silenzio! Pompei zittisce adunque come l’anima mia?.... Ah!.... Va. Chiedi a Plilia il favore di attendermi.... E apparecchia, se vuoi, il bagno. —

Un altro più lungo sbadiglio. — Trasse le braccia in alto, stirandole. Discese lentamente dal letto di cedro, intarsiato di tartaruga; posò i piedi su ricco tappeto; li pose nei sandali; si gittò sulle spalle una _gausapa_ cremisina, vellosa al di dentro, e cominciò a camminare per la stanza, ora celeremente, ora a passi misurati.

— E Plilia che vuole? Aveva un po’ di tregua da che è in Neapolis. — Torna qui ad agitarmi. — Vuol sempre sia desto.... Non ha mai posa costei!.... Ma che, l’amo io?... Io?... E non posso amar più. Oh! Il potessi!... Plilia è proprio un serpentello che mi avvolge nelle sue spire. Ed è serpentello che piace... e che io riscaldo sul mio povero cuore, che batte i battiti di una vita incresciosa...

— Ah! Popidio!... Caro!... Siimi indulgente! Ma io ardeva di rivederti... e non attesi...

— Fanciulla amata... _dulcissima rer_... —

Ma i baci ch’essa gli diede sulla bocca niegarono il varco alla compiuta parola.

— M’impaurì la lettera che mi raggiunse a Baiæ. Ma.... la mia madre era soffrente.... la mia sorella Myrrhina doveva arrivare e la lasciai là.... E qui corsi per riabbracciarti. —

E curvò la sua bella testa sul petto di lui, pur cogli occhi guardandolo amorosamente.

La donna è per sè stessa un animaluccio seducente, grazioso e benigno. — Plilia poi era per sopra ciò un fiore vivace e profumato, sorto nella solitudine dell’anima sua. Onde, preso da quell’olezzo di gioventù e di bellezza, la baciò e ribaciò sulla fronte e sugli occhi. Gli pareva di sentire un nuovo moto nelle sue vene. Una novella energia picchiava tonfi sul suo cuore sfibrato, quasi dicesse:

— Aprimi, ed io resto. —

Il fatto è che Popidio in tal momento pensava e diceva alto:

— Infine, sono come gli altri, io. — Sestilio mi sgrida, mi rimprovera.... Ma, ha torto. — Mi annoio. — Ecco tutto. — Provo e riprovo e non riesco.... Pure, io saprei difenderti, o mia. Saprei morire per difenderti. — Ho l’anima fiacca spesso... è vero. — Destala, o Plilia.... E l’avrai amante, ingenua..... Non feci mai male ad alcuno, io.

— Lo so. — Tu sei buono, o soave amore. E puoi guarire della malattia dolorosa quando che vuoi.... E per sanare bisogna che tu colmi il vuoto che hai dentro.... E una donna.... se saprà fare, lo riempirà.... e se tu la lascerai fare. — Ora gli è al poeta ch’io parlo. — L’uomo non è felice e sano se il poetico entusiasmo nol rende contento di sè medesimo.... Oh! Ecco Sestilio!..... Vieni, o amico. — Seguita tu i miei ragionari. — Dobbiamo persuadere questo caro ad essere felice.

— Ora lo sono. — Durerò? No, se voi mi lasciate. — Voi due mi siete ben necessari. Senza te, o Plilia, le tenebre mi attorniano e la psiche va errando e cade. Talvolta anche Sestilio sa togliermi di dosso la _impluviata_ di piombo — la noia — la quale, come la camicia del centauro, mi brucia. — Con voi rimarrò giulivo; nella villa, studierò i papiri greci di Phylodemo. — Come te, _deliciola mea_, filosoferò sulla ricchezza, dichiarandola una povertà regolata sui bisogni della natura. E non stimando necessario il superfluo, ci contenteremo di ciò che basta. — Con te, o Sestilio, l’anima diverrà lo strumento della mia gloria. Non dubiterò più.... Io mi sentiva nato per qualche ragione al mondo.... e non per la usura dei miei nervi e per una inutile morte..... No.... V’ha una parola nella tua lingua, o Plilia, che m’inspira una tenerezza feroce. V’ha una parola nella mia, al cui sacro mistero io dedicherei volentieri tutte le grandi gioie dei sensi, tutti i grandi dolori della vita. — Eλευθερία — _Patria_ sono un teatro su cui il misero amico vostro avrebbe recitato con nobili emozioni la parte sua!

— Ma tu appartieni a te medesimo.

— No, o Sestilio.... La fresca alba della libertà ov’è mai? — La luce che vivifica, che depura, che sorride all’anima di un romano e di un greco è scomparsa dalle nostre contrade! — Le tenebre sono spesse e fredde.... E quando la mia cosa immortale s’interroga, ode un rumor di catene, vede il ghigno dello imbestiato signore del mondo e cerca smaniosa uno asilo e nol trova. — Questo pauroso ha fatto della terra una carcere. — È omai delitto il mentovare le parole della mia mente!... Talvolta, un tuo sorriso, o Plilia, dorato dalla intelligenza e profumato dalla bontà, mi solleva dal peso insopportabile del mio sogno penoso. — E il tuo affetto sincero, o amico, mi strappa dalla battaglia senza tregua di questa mia misera vita, dove.... — l’ho a dire?... — mi sento in catene e non domo, come Spartaco, di Tessaglia. — Ma, voi partite.... E la dolorosa noia ritorna e.... lentamente mi caccia nel cuore la punta uncinata che dentro rode. — Tu dicesti.... una donna! — Ah! passò quello istante in cui la nozza per me sarebbe stata una cosa sensata ed onesta. — Quando io vidi la gelosia strozzata ai piedi dei miei pensieri; quando la mia ragione non trovò più parole di lamento e di richieste indiscrete per torturare la donna amata, compresi ch’essa può avere un passato legittimo nel pellegrinaggio della vita e lo rispettai. — Allora tu, etera, fosti la sorgente di qualche mia gioia. — Ma, associarti ai miei destini?.... Mai! — Popidio non commette atti iniqui! — I despoti della mia patria non tormenteranno il mio seme. — Viviamo in tempi in cui i figli feriscono nel ventre le madri e dicono ad Aniceto, liberto:

— «Oggi, da te lo impero. Corri con arditissimi e fa’ lo effetto.»

— Ieri una lira accordata valeva più della spada di Scipione. Domani lo applaudire alla voce fessa del despota darà lucrosi incarichi. Ogni dì, i poetuzzi che rabberciano gli stentati suoi versi sono onorati di bisellii e di corone, come già il divino Virgilio... Il popolo ha fatto il callo sur ogni obbrobrio.... Ecco le ragioni dei miei disordini, del mio correre a slascio, dei miei lunghi e crudeli riposi.

— Condizione crudele! — _Prorsus, ut dicis, ita sentio._ — Ma tu troppo presto appressasti al cuore la vampa per incenerirlo. Ingrossasti la testa per atrofiare il corpo. — Chiamasti lo avvoltoio perchè si cibasse del tuo fegato!

— Discaccia le cure che ti tormentano. Vivi e consolati dello amor nostro. —

Popidio si assise sul letto. I due lo imitarono. Le belle guance di Plilia furono lentamente rigate da due grosse lacrime. — Ed egli prese le mani degli amici suoi, e, tutto commosso:

— Miseri! Soffrite per me! — E mi compiangete! — Era così infelice a non dirvelo per lo addietro. — Gli Dei!... Oh!... Io ne venero un solo! — Le donne!.... Io non amo che te! — Gli amici!.... Disprezzo i viventi e mi stringo a Sestilio.... Ho il turbine qui! V’ha sorrisi che paiono da vino. — V’ha tormenti eziandio da dannato. — Pietà di me! — _Utinam illum diem videam, quum vobis agam gratias, quod me vivere coegistis!_ —

Su questo, Milphio entra nella stanza e dice:

— Padrone, il bagno è apparecchiato.

— Verrò. — Voi andate nello xisto, nella biblioteca, ove meglio. Voi siete altri me, qui. — Plilia, un bacio. — Oh! io mi sento innovato! —

Si cacciò nel bacino di porfido e vi si distese. — Chiuse gli occhi. — E in quella specie di veglia gli parve di esser libero di una catena con cui il suo spirito era stato sino allora legato. Ciò che dentro pria lo affliggeva, sparito. Sentivasi pronto ad una felicità — non la intesa e praticata dalla saggezza convenzionale — quella che dà godimenti veri, meritati, segreti e di un ordine proprio. — Da una piega della cortina, che abbarrava l’uscio, sino al bacino scendeva diritto un filo di raggio solare — solco luminoso composto di quanto v’ha nell’acqua, nell’aria, nella terra e che pur trovasi in date proporzioni negli animali, nelle piante, nei sassi. — I suoi pensieri ascesero per quella via sino a Dio, e ritornarono gioiosi a lui su quella dorata atmosfera. — Mai, come quel giorno! — Si levò, si vestì della _synthesis_, aiutato da Milphio, ed escì azzimato incontro agli amici.

— Plilia e Sestilio, andate nelle vostre camere. — Vi troverete la _vestis cœnatoria_. — Vi attendo nel triclinio. — È l’ora decima. —

Nel sommo letto si pose Popidio, nello inferiore l’amico, nell’altro la etera. — Dopo la libazione, i giovanetti schiavi li coronarono di fiori e giuncarono di rose il musaico. La ricchezza del _pater cœnæ_ esigeva che la _comissatio_ fosse _recta_, cioè composta di tre imbandigioni. Laonde nel primo vassoio di argento furono portate uova, lattughe, olive, fichi e mangiari delicati e leggeri per aguzzar lo appetito. Nel secondo, stufati di varie sorti ed un arrosto di vitello. Nel terzo, confetture, mele d’Hymetto con semi di papavero bianco tostati, paste, e poi altri frutti entro cestelli di giunchi intrecciati, di argento. — In ultimo, dopo la lavatura delle mani e della bocca, vennero distribuiti i profumi per togliere di dosso l’odore delle vivande.

La gaiezza dei commensali erasi irradiata sui _pueri_ che servivano e sul bravo e fedele Hegio, il _tricliniarcha_. E tutti cogli occhi e coll’assiduità del servizio ne ringraziavano Plilia, la bella ateniese, operatrice del miracolo.

Anche la luna illuminò quella regione vivente e dianzi sì desolata. — Andarono a godere del suo pallido raggio sull’orlo dello xisto che prospettava sul mare. — Gli amanti avevano le mani congiunte. Il misero dallo abisso, aiutato dalle ali dello amore, era risalito sugli spazi i più luminosi delle regioni felici. Gli è che Plilia, strettasi al suo cuore, gli susurrava tratto tratto all’orecchio parole che gli uomini tutti non sanno ricambiarsi tra loro. — Sestilio abbracciò i due avventurati e partì.

Essi restarono. Per qualche istante nessuno parlò. Quindi:

— Io ti appartengo, o Plilia. Un legame mi unisce a te, potente, indistruttibile, eterno. — Quali le nostre labbra, così le anime negli Elisi. Dammi la tua mano. — Come bella! — Questo anello d’oro serbalo nel dito finchè tu non perda la memoria di chi molto ti amò. —

Si fidanzarono. — E fu spontaneo e gradito quell’atto, perchè compiuto tra essi, senza sospetti, siccome gli atti abituali della loro tenerezza. La donna gli coronò il collo delle sue braccia e così rientrarono nella casa; e di là, nella prossima, messa a disposizione di Plilia. — Ore di felicità! — Silenzio gradito! — Solitudine sacra! — In quel sepolcro era chiuso il supremo contento di due cuori degni di batter l’un presso all’altro i segni della vita e delle sue brevi delizie.

— Così per tempo, Halisca, che vuoi?

— La mia padrona è levata, o Sanga. — Il tuo si leva. — Ambi chieggono si appresti il bagno.

— Ma, se appena la clessidra marca l’ora ottava del mattino!

— Vita nuova!

— E qual genere di bagno?

— Tiepido. — Rammenta che gli unguenti per Plilia debbono sitire di nardo. — _Hoc age._

— Corro. —

Intanto Popidio sentivasi felice. E nello augurare alla maga che lo aveva innovato un giorno lieto, dicevale:

— Dalle tue grazie infantili io prendo una forza di carattere che mi stupisce. — Debbo a te un sentimento di cui non mi credea più capace. — Ecco, tu cammini.... tu mi guardi.... ed io comprendo il mistero ch’è tra il figliuolo e la madre. — E se parli e sorridi, io provo una emozione soave che non so ridire.

— Allora le mie labbra sorrideranno sempre per te. —

E nel vero, Plilia meritava un tanto affetto. — Essa non aveva diviso continuo le sensazioni che or facea nascere. Ma la simpatia, uno accordo nervoso tra i due, la omogeneità dei pensieri, la reciproca bellezza della mente e della persona, facevano sì ch’uno nell’altro riguardasse il suo cielo.

Preso il bagno, asciolsero. — Quindi deliberarono di andarsene in villa. Allorchè tutto fu pronto, escirono; e, traversato il Foro e la via Domizia, trovarono presso la porta di Herculanum un carro a quattro ruote. Plilia si distese sur un cuscino di seta colmo di soffici piume di cigno, appoggiando il corpo sul braccio sinistro. Halisca — la _pedissequa_ — aprì tele distese su sottili bastoni alla estremità di una canna delle Indie, e con questa _umbella_ la riparava dal sole. Essa avea nelle mani una specie di palma, fatta di penne di pavone, per discacciare le mosche importune. Popidio, in piedi, prese le redini e diresse i quattro rapidi corsieri africani sulla via costeggiante le mura che menava a Sarnus.

La villa era grande e maestosa. — Aprivasi per una specie di arco trionfale che serviva di porta e continuava per un viale ascendente, limitato da alberi di platano e da muri. Una larga serie di gradini di marmo menava all’uscio della casa, la quale — di due piani, senza finestre al di fuori, e coronata da un’alta torre rotonda — si componeva di un atrio spazioso, di un portico sostenuto da colonne di stucco, ed in mezzo, sopra lo impluvio, un tritone di marmo mandava un getto d’acqua da una conchiglia che aveva nella bocca. Intorno erano camere da letto dipinte da greci pennelli. Oltre il peristilio vedevasi uno xisto assai grande con quattro palme nel fondo per dar ombra agli alveari e riposo alle api dopo il loro gironzare sui fiori. Presso quegli alberi erano il timo dell’Attica, la melissa, l’asfodelo, il citiso, la maggiorana, i giacinti, l’iride, lo zafferano, il narciso. E poi rose di Preneste, viole di Tusculum, papaveri, rosmarino, basilico, lentisco, bocche di leone, gigli dal calice di vario colore, altre rose di Mileto rossissime, di Eraclea, e quelle bianche di Alabanda. — Da un lato dello xisto era il triclinio. — E al di là per una via serpeggiante a traverso alberi da frutto e vigneti, dinanzi vasta piscina, era sotto la pergola un triclinio in piena aria, rispondente alle fantasie dei villeggianti.

Plilia — al rezzo di quegli alberi, e presso i cespi dei gigli — splendida di freschezza — pareva un rosaio che alla rivolta d’un viale solitario sorprende quasi fosse un’apparizione di fate. — Oh! i felici!.... Popidio nel dolce asilo dimenticava le sozzure di Roma — le infami mostruosità imperiali — il vergognoso zittire di Seneca — le piaggerie adulatrici di Peto Trasea, corrette poi colla morte — gl’imbratti del patriziato — le basse vigliaccherie dei suoi conterranei. — Spesso entravano nel bosco fitto, ov’era uno stretto spazio scemo di alberi, e sotto una quercia annosa uno scoglio. Come la grotta marina di Caprea nei dì sereni e di sole è azzurra; così quel posto era verde del velo magico della speranza. — Colà o Plilia o Popidio leggeva Omero, Virgilio e cominciavano nei riposi le discussioni erudite sulle bellezze del poema di quei cantori sovrani. O recitavano a memoria le odi di Orazio e di Anacreonte. — E si baciavano, e ridevano di quelle licenze puerili che i due poeti bacchici si permettevano. Laonde Plilia diceva:

— _Pipere qui abundat, oleribus miscet piper._

— E qual pepe! ve n’ha a condire tutti i cavoli di Sicilia, o mia.

— Per lo iddio Fidio! Gli era un vecchio di assai scarso pudore — servo di Cupido, figlio della Notte e dell’Erebo — non di Amore, nato di Venere pompeiana.

— Io poi credo _amabat linea extrema_: e più per gli altri che per sè. —

Talvolta rivangavano con orgoglio un passato glorioso alle due patrie e ragionavano degli antichi legnaggi, della potenza di carattere, della saggezza mai sorpassata e delle nobili arti. E la sapienza la individualizzavano sui remoti e sui contemporanei, o la criticavano.

— Grande e poderoso ingegno quello di Cesare. Ma i meriti pel laminatoio. I vizi pieni e di corsa.

— Augusto potè gareggiare con lui che fu tra i maggiori eloquenti del suo tempo. Pur, se chiaro e corrente nel dire e magnifico nel fare, ben corrotto e corruttore, come dei principi è l’uso.

— Malvagi tutti! Tiberio sovrano nell’arte del pesar le parole. Vivi concetti e soavi apposta. Occhio e dimora dolorosa sul vero. Fretta crudele nella ferocia. Disonesto poi....

— Oh! l’ostica sua disonestà non inghiotto nè sputo.

— E Caligola? Quali nobili parenti! E quanto vario il figliuolo! Calzarino d’infamie ove il mondo doveva mettere il piè. Matto.... e peggiore per non attendere; di quelli che per non aspettare il dolce fico colla gocciola, lo schiantano dal ramo col lattificio. Malgrado la grande spensieratezza, attivo molto al bel dire. Ma la bestialità glie ne tolse la forza.

— Claudio poi, se diceva pensato, era eloquente. Ed emulo di Cadmo fenicio, di Cecrope ateniese, di Palamede argivo, di Damarato corintio e di Evandro arcadio, Cesare si piacque aggiungere tre lettere — tentativo di grafico perfezionamento. — Ma il duo digamma eolico a rovescio, e l’antisigma, e l’iota modificato durarono quanto il suo dominio e li vedi ancor nei decreti suoi per le corti e pei templi.

— Sciagurato! Lo pagò bene Aloto, un degli eunuchi, che facea la credenza per sicurar le vivande dal tossico, omai masserizia di Stato. La trista Agrippina strappò il testamento ed antepose il suo figlio al figliastro Britannico — forse correttivo a doppio disastro.

— E cotesto istrione — suo dono — sviato ad arte da Seneca verso il dipignere, lo intaglio ed il canto, parla imboccato le dicerie già composte dal falso e lezioso ingegno del suo maestro. E omai rotto a tutto, uccisa la madre incestuosa e randagia, a Seneca promette e terrà. Schifosi mostri!

— Omai, i buoni e i tristi spacciati sono. Lo ammazzatore è per via. I più acuti porgano pure il collo, offrano le vene al cerusico ed apprestino il rogo.

— Quel che tu dici or mi rammenta Petronio, maestro in morbidezza e dei più intimi nelle delizie industriose di Cesare. Tigellino ne provò invidia e per calunnia lo fe’ reo di maestà. Tutto risi e piaceri, non seppe tôrsi la vita, poi che ritenuto in Cuma. Fattesi segare le vene, le tappò, poi le sciolse e le ritappò a sua posta per sentir leggere versi piacevoli. Non potendo battere Tigellino — causa del danno — fe’ trebbiare gli schiavi. E pria di quietarsi nel sonno estremo cui si sentiva dannato, mandò a Nerone scritte a mo’ di testamento le sue ribalderie con tutte le disoneste fogge. E sigillò la pergamena e ruppe lo anello. Cesare vi trovò le sue notturne invenzioni con Silia, da lei ripetute a Petronio e, indignato, la confinò.

— Tutto è omai spiantato e guasto.

— Per qual via escirem noi?

— Ecco le mie braccia a siepe del buio sentiero, o Popidio. Ti sia patria il mio cuore. Il tuo è uno altare per me! —

E que’ miei avevano ragione nella diversa sentenza. Consolante invero lo affetto. Ma l’atroce agonia d’ogni dì? E le crudeltà in altrui? E le beffe dei barbari? Ogni santità, profanata. Gli scogli marini d’Italia, asilo, e luogo di morte per fame. La nobiltà e le dovizie, peccati gravi. La virtù, certa ruina. Anche il silenzio riguardoso, delitto. La vita sicura, quella delle spie e dei ladri. Anzi alle spie, quasi spoglie opimi, consolati e sacerdozi. Ma, per contrapposto a tanti adulteri dell’anima, eroiche morti come in antico; mogli seguaci dei mariti scacciati, schiavi e liberti fedeli ai tormenti, amici difenditori — comodo _sellisternium_, non più per gl’iddii incuranti gli atroci mali del popolo, sì per posarvi la immagine serena del crocefisso da Ponzio Pilato, procuratore.

Alcune volte cavalcavano per la villa e fuori. — Od in una biga, essa menava i cavalli. — O, postisi in una barca sul lago, aiutati dalla vela e dal timone, si faceano condurre a genio del vento. — Era una vita d’incanto! — Le vere visioni quaggiù sono gli aspetti di varietà e di luce che appaiono sulle fronti delle persone amate. E Popidio e Plilia non videro che i raggi dello amore, i fiori della felicità e il verde della speranza.

Un giorno venne una lettera alla giovane ateniese. — Aveva talmente dimenticato la esistenza al di fuori della villa vastissima e dei poderi, che fu stupita come qualcuno potesse scriverle. — L’aprì — e si fece pensosa e turbata. — Mirrhyna l’avvisava che la madre peggiorava, e volea rivederla. — La novella diè doppia ferita al suo cuore. Si levò pallida, e in uno slancio di tenerezza e di angoscia offerse la lettera allo amico suo e lo abbracciò.

Popidio per qualche istante non potè leggere. Prevedeva un disastro. — Quando chiarì la cosa, si levò, e abbracciando la donna amata, disse:

— _Suavis_, ho avuto così stretto il cuore testè, che or non sembrami amaro ciò che ti dico. — Parti... Va presso la madre... E se il credi... se non ti costerà sacrificio, ritorna a chi ti ama assai più che la vita.

— Sempre desolanti cose fra noi: — Separazione crudele! — Che diverrai tu nell’assenza? —

E sì dicendo pose le sue dita delicate come un velo sulla faccia e singhiozzò, innalzando spesso convulsivamente il capo e le spalle. — Egli le assettò sulla testa il _ricam_ — velo lungo e quadrato con frange, di porpora — che coprì colle pieghe ample il _cincticulum_ — la corta tunica bianca senza maniche — la strinse al petto più volte, l’aiutò a salire sul carro e la vide partire per Neapolis in compagnia di Halisca. Ed egli, saltando sur un cisio elegante, corse verso Pompei.

La luce era partita. — Le tenebre erano tornate. — Desolato nel giorno. Vegliante la notte. — Inspirazione — slancio — volontà — desiderii — tutto con lei.

— Idolo caro della mia fantasia! Creatura amata! Quasi sangue delle mie vene! O favilla di quel fuoco misterioso che Dio dà e ritoglie. Vieni a me presto, o io mi muoio. —

Sestilio venne a consolarlo, e lo aiutò a dar pieno corso al suo dolore, parlando di lei e del suo pronto ritorno. Intanto per offerire distrazione propose di andare al teatro. — La speranza di ricrearsi rese accetto il partito.

L’_Odeum_ era un teatro coperto — a lato del tragico — che Quinzio Valgo e Marco Porcio, duumviri, avevano fatto edificare e collaudato. Serviva agli spettacoli musicali, alle rappresentazioni drammatiche e ai concorsi poetici. Potea contenere mille cinquecento spettatori. Circoscritto in uno spazio rettangolare, la metà infima soltanto prende la forma di un completo emiciclo. La superiore, tra i gradini circolari interrotti su ciascuna estremità. I posti riservati — i quattro primi gradini, cui dava accesso la orchestra — erano l’_ima cavea_. Poi veniva il _balteus_ che serviva di spalliera ai magistrati, ai cavalieri, a quelli assisi sul quarto gradino. La seconda _cavea_ divisa da sei scale e composta di diecisette ordini di sedili di pietra, era riservata al popolo che vi penetrava dai vomitori.

Sulle tessere di avorio, contornate da un serpe che morde la coda, era scritto CAV · I · GRAD · IV · ANDRIA · TERENTII · Ne presero due ed andarono al loro posto. Si erano già nunciati i nomi degli attori e le parti loro affidate. Si era detto il prologo, in cui lo autore confessa il suo plagio a Menandro e lo scusa, dichiarando valer meglio una buona imitazione che una mediocre creazione. Il subbietto era cotesto:

— Pamphilo ha sedotto Glycera, creduta sorella di una sciupata di Andria. — I segni divengono patenti. Ma il seduttore la consola col prometterle nozze, quantunque il padre lo abbia fidanzato alla figlia di Chremes. Ma questi, sapendo gli amori del figliuol suo, simula apparecchi di nozze per iscandagliare i pensieri di lui. Pamphilo ode i consigli di Davo e non fa resistenza. Ma Chremes, veduto il neonato, non vuol aver più per genero quel seduttore. — Un incidente stranissimo disvela come Glycera sia figliuola di Chremes. — Allora dà questa a Pamphilo, e l’altra che eragli fidanzata, la sposa a Charino.

Facili i versi — ben condotto lo intreccio — lo scioglimento felice. — Di due commedie di Menandro — l’_Andria_ e la _Perinzia_ — lo affrancato di Scipione fece questa una, spigolandone tutto il buono. — Pur quando Davo disse agli spettatori.

« — Non attendete che gli attori escano..... Gli accordi, il contratto, tutto che rimane a farsi, si compirà là dentro..... Voi applaudite.» —

Popidio non ne poteva più. — Sestilio, nello escire — perchè lo amico così voleva — facendo lo elogio delle commedie di Terenzio; sempre vere e delicate e senza ciniche licenze, gli chiese la sua opinione. L’altro — che aveva l’anima vagante — rispose, egli preferir Plauto per la somma vivacità del dialogo. — Lo africano averlo fatto dormire.

— Preferendo l’azione, sarai più lieto nel grande teatro. —

— Sia, — Tu, mio Mentore e senno, da che Plilia è lontana!

Nello escire dal piccolo entrarono nel grande. Le tessere privilegiate diedero loro lo ingresso in un corridoio a volta che li menò ai posti sopra la orchestra. — Erano di avorio e portavano da una parte lo incavo di un edificio teatrale e dall’altro le cifre che seguono VI. ΑΙΣΧΥΛΟΥ · IB · Avevano posto sul sesto gradino della _cavea_ riservata. Altri corridoi, pure a vôlta, passando sotto la gradinata, guidavano al primo claustro e alla _media cavea_; una scala poi al di fuori del teatro faceva giungere direttamente alla _summa cavea_ ed al culmine dello edificio pel servizio del _velarium_. — Sulla parte opposta elevavasi una torre quadrata e rotonda al didentro, serbatoio di acqua piovana, la quale, profumata da essenze, era sparsa come una nebbia per tubi capillari di piombo sugli spettatori nei calori estivi. — Nel centro della orchestra elevavasi la _thymele_, o piccolo altare su cui sacrificavasi a Bacco al cominciare dello spettacolo.

La scena fissa presentava tre porte, le _hospitales_ e l’_aula regia_. — Fra queste porte nelle due nicchie posavano le statue di Nerone e di Agrippina.

Si recitava la tragedia _I sette contro Tebe_, la quale veniva chiamata il parto di Marte. Ma se il Dio della guerra aveva sovente inspirato lo autore dei _Persi_ di _Agamennone_, dei _Coefori_, del _Prometeo_, delle _Supplichevoli_ e delle _Eumenidi_, certo ei non ebbe minori obblighi a quello del vino.

Gli attori sono sulla scena. — Gli adunati, tutt’orecchi in udirli. — Popidio, noiato, trovava i flauti fuor di tuono, le maschere degli attori logore, le voci non abbastanza forti per essere intese.

— Che l’architetto Martorio Primo non avesse nozione nel costruire il teatro di quei grandi vasi di bronzo, i quali portano la voce dall’una all’altra estremità della sala? Tu rammenti che li vedemmo in Athenas, in Milo, in Argo e in Sicyone.

— Rammento. Qui costumasi il flauto perchè sostiene la voce, la chiama se travia, e serve a dare la intuonazione al nuovo attore che entra.

— Qui si costuma quanto vi ha di più odioso per me. Mira Volumnio, il decurione, che fa! Oh! io non reggo a siffatte scempiaggini! —

Si levò e andò via. — Quel suo vicino aveva tratto un colombo dal seno e dopo avergli legato una tavoletta scritta nel piede, lo faceva volare. Altri lo imitarono. — Erano corrieri domestici che i mariti e gli amanti inviavano alle donne loro. — Sestilio raggiunse l’amico sulla via di Stabia.

— Tu che da per tutto ti aduggi, oh! certo non ti annoierai nello Anfiteatro. — La folla che corre da quella parte mi rammenta il grande spettacolo offerto da Livineio Regolo. —

— Io tornerei volentieri alle mie case.....

— No. Vieni, Popidio, e la maschia scena ti distrarrà. —

L. Livineio Regolo, di famiglia plebea — nato di Lucio prefetto di Roma — era stato quatuorviro monetale ai tempi di Cesare. Ferito dalla stessa scure che aveva decapitata la repubblica, amico di Cicerone e di Bruto, amareggiato dall’ozio febbrile che legano le rivoluzioni morte, cospirò per la causa a lui sacra. Senatore, Augusto tiranno volle che venisse raso dal senato. — Invano stracciò le vesti per mostrare le onorate cicatrici. — Invano parlò de’ suoi meriti. Fu raso. — Cacciato in esilio in Pompei, per ingraziarsi il popolo si fece editore di ludi gladiatori e belluari, cioè, di orsi e di cinghiali.

Lo edificio destinato ai sanguinosi combattimenti degli uomini e delle belve era la riunione di due teatri, siccome il greco nome Αμφιθέατρον, che i Romani gl’imposero, il dice. Le due orchestre ne formavano la elittica arena. La quale in Pompei era scavata di man d’uomo tanto al disotto del livello del suolo per quanto le mura si elevavano al di sopra. Costruito nella parte meridionale della città presso le mura che guardavano Stabia, l’architettura esterna di pietra vesuviana non presenta verun ornamento. Nello ingresso del grande vomitorio settentrionale su due nicchie posavano le statue di Cuspio Pansa duumviro, padre e figliuolo; ed a sinistra sul selciato di lava che discende, sono pietre bucate entro le quali era fissa una barriera di legno, perchè gli addetti al servizio e al mantenimento dell’ordine non fossero schiacciati dalla folla irrompente. Di là si andava ad un cripto-portico circolare interno, che per via di scalinate metteva ai gradini. Questi erano divisi in tre piani — _summa — media — ima cavea_. — Sopra le vôlte delle due ultime è una serie di arcate che metteva in una galleria che dava accesso alle scale per escir fuori. Il primo _deambulacrum_ era coperto. L’altro no. — L’arena era circondata da un _podium_, alto quasi due metri, difeso da un cancello di ferro a protezione degli spettatori. Esso è ornato di pitture che presentano combattimenti di tigri contro orsi, di un cervio contro una leonessa, di un orso contro un toro. V’ha pure una scena gladiatoria, e si vede un _lanista_ dar consigli a quelli che debbono accoltellarsi, nell’atto che altri due assisi aspettano la stessa lezione e che un musicista saggia le note della sua tromba ricurva, atta a dar lena ai gladiatori.

La prima _cavea_ ha cinque gradini. Ma nelle due grandi parti dello Anfiteatro è un vasto spazio, chiuso da un breve muro di appoggio che scende perpendicolare al _podium_, e non ha che quattro comodi scalini. Gli era il posto riservato alle vestali, ai magistrati ed a quelli che avevano l’onore del bisellio. — Nel centro del podio occidentale apresi una piccola porta di quercia, il _catabolus_, per cui escivano le bestie feroci, chiuse nei covacci sotto la gradinata. — Il sole d’Italia, volgendo all’occaso, illumina vivamente la scena. E il monte Vesvius sta muto testimonio della gioia crudele del popolo e della coraggiosa rassegnazione degli accoltellanti, pronti alla morte per dar piacere agli schiavi di Nerone che omai dei gloriosi padri non avevano più che le vesti ed il nome.

Quando i due amici arrivarono allo Anfiteatro, questo era pieno per modo che sarebbe stato impossibile il trovarvi luogo, se un littore — riconoscendo in Sestilio il figliuolo del duumviro non gli avesse condotti — attraversando le file con autorità — in due posti rimasti ancor vuoti. Già compivano il giro dell’arena cinque coppie di giovani di alta statura e di membra robuste. Alcuni erano schiavi e costretti al carnaio. — Altri volontari, e si votavano alla trista professione per cupidigia, per sete di fama, per disperazione accagionata dai politici rovesci. Un uomo attempato che li avea sotto la sua disciplina — il _lanista_ Cneo Mezio Felice — gli chiamò a nome ed in ragione della forza e della destrezza a lui note, gli accoppiò, armandoli di gladi taglienti ed aguzzi. Il loro contegno, di giulivo che era, d’improvviso fu cangio. Ed Harpax guardò con occhio minaccioso l’emulo suo Philoxeno. — Ed Antioco, il dace Proculo. — E Thytridi, il gallo Lycon. — Ed Hanthrax, il bruno Polinice. — E Dromon, Poenulo il cartaginese. — Ora inoltravansi. Or ritraevansi, evitando con arte le percosse ed i tagli. — Thytridi fu il primo a ferir gravemente sul braccio lo avversario. Invano egli diede uno sguardo pietoso allo intorno. Chè, il popolo con urlo di belva, levando il pollice, gridava:

— _Habet._ — Lo ha preso!... Lo ha preso! —

Allora il misero porse il collo al compagno che glielo segò. — Nell’atto, Proculo, facendo un salto di fianco per isfuggire il colpo che Antioco gli aveva assestato, mirando come fosse col corpo piegato innanzi e scoperto, gl’immerge il gladio nel cuore. — Gli schiavi cogli uncini trassero i cadaveri in una specie di fossa destinata a ricevere le spoglie degli uccisi. Harpax e Philoxeno, destri e vigorosi entrambi, si sforzavano indarno in falsi attacchi e in sorprese; si avventavano, indietreggiavano, si ferivano, ma senza farsi gran male. Ed il popolo plaudiva alle percosse che credea decisive e pur plaudiva all’altro che aveva saputo schivarle. Alla fine Harpax afferra la spada a due mani e si precipita sullo avversario. — Lo scudo ne rimane spezzato e il colosso cade disteso per le terre. Philoxeno, che ha ferito il braccio sinistro dal fiero colpo, gli è sopra e gli punge col coltello la gola. — Le donne s’impietosiscono di quel caduto che la sventura colpiva ed alzano la palma, gridando:

— _Non habet!_ — Sia salvo! —

Allora quegli ch’era già presto a far da carnefice al compagno — il quale era forse suo amico — gitta la spada, si curva, solleva di terra lo sciagurato e lo consegna fuor dell’arena ai destinati a medicar le ferite, per conservarlo ad altri cimenti.

Dromon e Poenulo si corrono dietro per l’arena. Grondano sangue e sudore. Si arrestano. — Si guardano con occhi di tigre e si avventano. — E l’un l’altro ferisce, aprendosi nel fianco e nella coscia due piaghe profonde. — Sono anch’essi perdonati e vanno via.

Entrano sulla scena Curzio, Charino, Ballion, Prisciano e Curculio. Sono ignudi, o quasi, e armati di coltello e di lancia. Dal _Catabolus_ escono orsi e cinghiali. — Da una porta, due tori. — Ad una correggia di cuoio che gli cinge nei fianchi è legata una corda che stringe il collare di due molossi. Due pigri bufali erano siffattamente allacciati a due lupi. Gli urli delle bestie feroci e le grida dei bestiari intronano l’aere.

— La dea Libitina oggi sarà satolla, o Popidio.

— Stragi e omicidi, ecco i trastulli dei tempi!

— Per cotal gente l’arena è il patibolo. — Vita di delitti. — Morte spregevole.

— Ecco perchè non destano nel cuore alcuna pietà. — E lo sanno. — E ne fanno soggetto di beffe. — _Sanguis venalis!_

— Ora, colui — di cui la statua equestre è sull’arco a trionfo — si è fatto lanista, ed ha i suoi accoltellanti _postulatitii_, sempre pronti a combattere e a morire pei suoi gusti e alla richiesta della plebaglia. E gli nudre della _gladiatoria sagina_, perchè quella forte razione di carne gli faccia meglio vigorosi ed abbiano maggior sangue da spandere.

— Ma tu vedesti nell’Urbe i figli di razze illustri scendere nella lizza per guadagnarvi il plauso — che omai è serbato alle sole vergogne — e il frusto di quattromila denari per anno.

— Gli udii pur anche prestar giuramento _uri, vinciri, verberari, ferroque necari_. — E, gl’infilzi Plutone col suo tridente! meritano bene il fuoco, le catene, le verghe. — La morte di spada è troppo nobile per essi.

— Pur mira quel Thytridi che incurante è appoggiato al muro del podio. L’ho veduto in parecchi ludi e credo sia già scampato da sessanta vittorie. — Ha il cuoio ben duro, o Sestilio, eh?

— Parmi! — E in Capua ve n’ha pur molti che, ricevuta dallo edile la palma della vittoria e appesa al loro fianco la spada di legno, passeggiano sciolti dai doveri della loro professione. Ed uno ne vidi che in una solennità avea sul capo la _lemnisca_, la corona di fiori intrecciata da bende. È l’onore più grande cui possano aspirare. —

Intanto che i due amici parlavano, ed altri parlavano. Quale battaglia! Il rumore di chi combatteva, il cozzo delle armi, le grida degli sbuzzati e dei moribondi, il mugghiar delle bestie morsicate e morsicanti, il sangue che spargevasi nell’arena, producevano nel pubblico una quasi ebbrezza che non si può descrivere. Pareva che gli spettatori ardessero di combattere; perchè si spenzolavano dai loro posti, ed urlavano come belve, e gesticolavano come briachi.

D’un tratto altri attori entrano nella scena — due leoni di Africa — un tigre delle Indie — una pantera pomellata. — Guardano allo intorno coi loro occhi di fiamma, strisciano lungo il podio, si fermano, si ripiegano, battono il suolo colla loro coda nervosa, passano e ripassano la lingua irsuta e assetata sui loro denti aguzzi. Il tigre si slancia sopra un cinghiale. Il leone azzanna un bufalo sulla giogaia. La pantera in meno che non si dice ha sbranato un molosso ed un lupo. L’altro leone — quantunque ferito di lancia nel ventre — strazia colle unghie e colle zanne Charino. — Gemiti soffocanti. Grida di dolore. Ruggiti di belve. Scricchiolio di ossa sotto i denti. Il tigre e uno dei leoni escono dalla mischia ringhiando e satolli. Ed errano per l’arena, portando nella bocca sanguinosa informi brandelli di carne.

Sotto il gradino dove sedevano Popidio e Sestilio era uno in sui venti anni che avea a sè vicino una giovane della stessa età. La vide animarsi degli entusiasmi della giornata. Gli piacque il suo naso sottile sur una bocca di corallo. Gli piacquero quei suoi occhi estatici, selvaggi ed azzurri adombrati dalle chiome bionde, increspate e copiose. A furia di guardarla sottecchi, s’innamorò delle belle linee piene, svelte e proporzionate di quella leggiadra persona. La vide parlare sovente con un uomo che sedevale a lato, e dentro ne ingelosì. Non sapea dire s’ei le fosse fratello, marito, amante. Più volte volle rivolgerle la parola per appurarlo. Borbottò qualche frase. — Ma, o ch’essa avesse l’attenzione altrove, o il fracasso di sotto e di sopra impedisse lo intendere, gli parve non aver raggiunto lo scopo. Ecco ch’ella si leva in piedi e col suo corpo rotondo si appressa troppo a lui. La sentì callipiga e vi posò su la mano convulsa, con una ansietà voluttuosa. — La pompeiana gittò un grido e si ritrasse volgendo allo sconosciuto lo sguardo irritato. Il vicino le domandò cosa avesse. E saputolo, colla faccia che assume un geloso che non ama la divisione nei beni da lui goduti, apostrofò il giovane:

— Chi fa ciò che non deve, vuole più che non dovrebbe! Insolente!

— Chi ti fa or censore dei fatti miei?

— Giù le mani e la lingua, o le mozzo! — Intendi? È la mia donna costei.

— Ah! la tua donna?... Sta bene! — Nessun uomo in Pompei te l’avrebbe tocca, finchè tu lo avessi permesso.

— Oh! Sì?...

— Credimi, per Ercole! Sei un uomo ingegnoso. Ora la tua custodia muove tutti alle prese. —

Il pompeiano non seppe patire il villano insulto. Brandì uno stile che avea sotto la tunica, ritrasse colla sinistra la moglie, e vibrò un colpo sul petto del giovane a nascondergli la lama nel cuore sino al pugno. Il ferito gittò un grido gorgogliante, prosciolse le membra e cadde morto sulle gambe di Popidio.

Uno a poca distanza, ch’erasi rivolto alle parole della contesa, disse, levando le braccia:

— È Anicato che han morto! A me, voi da Nocera! —

Erano molti gli accorsi di quel paese alla festa. — Ognuno dal seggio su cui si trovava, accorreva furioso, e pestando confusamente gli assisi e i tranquilli, iva bociando:

— Morte ai pompeiani! Gli Dei ci aiutino. —

Ed anche questi infellonirono alla lor volta. — E i più forti che non avevano armi alle mani, ghermivano i Nocerini e gli scaraventavano alle fiere. E gli altri alle coltella. — Sangue nell’arena. — Sangue sui gradini. — La confusione era immensa.

Intanto un uomo insatanassato vien barcollando tra i caduti e i fuggiaschi.

S’imbatte con Popidio, lo teme avverso, lo ferisce, e va innanzi. Questi cade nelle braccia dello amico. Trattolo a stento tra quella calca, di peso, nel _deambulacrum_, lo posa per le terre e se gl’inginocchia vicino. La ferita ricevuta nel petto era mortale.

— Plilia!... o mia Plilia!... mai più... —

E prese la mano di Sestilio e l’appose sulla piaga per arrestare la emorragia che gli toglieva le forze.

— A Plilia tutto che mi appartiene. Una delle mie case... a te... in memoria mia... O Plilia, ultimo amore e forte amore! — Prendi questo _symbolus_ che racchiude la gemma... la testa di Bruto... guarentisca le mie volontà estreme. — Affranca i due servi ancor schiavi...

— Iniquo il coltello che ti uccide, o amato Popidio!

— No!... Mi aiuta ad escire da questa immonda cloaca dello impero, ove io era in ritardo. Veggo già i vasti orizzonti della vita nuova.... Vi rimaneva — credilo — per lei... per te... Sento che le estremità si raffreddano... La vista s’indebolisce... non veggo più... Un bacio e l’ultimo... O Libertà... Italia!...

Era morto!

Dei Nocerini fu fatto empio macello. — Armi — sassi — unghie — tutto usato per la vendetta dalle due genti. Ma vinse la plebe pompeiana che aveva la festa in casa. Rari quelli che potessero fuggire o appiattarsi finchè il furore scemasse. E i feriti, e gli storpiati, e il pianto dei padri e dei figliuoli corsero nell’Urbe per chiedere vendetta a Cesare. Il principe rimise la causa al Senato. — E il Senato ai consoli. — E Vipsanio e Fonteio la ritornarono ai padri. — I quali vietarono ai pompeiani lo aprir ludi gladiatori nello Anfiteatro per dieci anni. Disfecero le compagnie degli accoltellanti fatte fuori legge e sbandirono Livineio Regolo e i primi rissanti dalle terre d’Italia.

_C. Sextilius Ampliatus Acutilio suo._

_Pompeis._

_Maximis et miserrimis rebus perturbatus sum._ — Popidio nostro non è più. — Il coltello di un Nocerino lo uccise nello Anfiteatro. — Non so dirti quanto ho sofferto e soffro. — Il suo a Plilia, unica consolazione della sua vita. — Or, conviene ella sappia la tremenda novella. A me manca il cuore di scriverle. Agisci a modo, ed evita a me il doppio danno. _Quid futurum sit, nescio. — Vale._

_Plilia Sextilio suo._

_Neapolis._

_Ego tamdiu requiesco, quamdiu ad te scribo._ Oh! il grande, lo invincibile dolore per la morte di un essere amato!..... O Popidio...., Popidio del cuor mio!... Misero! Sentisti tutte le sofferenze del fuoco che non si spegne... tutte le morsicature del verme che non muore!... Sono stata per tre dì senza vita esterna, ma pensando... e a lui che non vedrò più. — Vieni, qui, o Sestilio, e piangeremo insieme. Vieni, e potrò sopravvivere allo amico mio morto. —

LA STRADA.

SCENE NOTTURNE IN POMPEI.

=Anni di Roma 825 — Anni del Cristo 72.=

A GIUSEPPE LAVRIA.