Chapter 8 of 10 · 7303 words · ~37 min read

VIII.

Il giorno finiva — e il quadro che offrivasi agli occhi dei riguardanti potea dirsi il più splendido che la fantasia di un poeta sappia mai immaginare. Il sole dechinando celavasi dietro nuvole grandiose e bizzarre, tinte di sangue. I suoi ultimi raggi infuocati baciavano le onde quete del golfo ed indoravano le isole — formanti lo asserraglio del Cratere — dall’Atheneum — il promontorio di Minerva — al capo Miseno. Il mare immenso, confuso il suo limite coll’orizzonte e scintillante ai riflessi di quella viva luce, sembrava la fornace in cui i Titani facessero la fusione e la miscela dei loro metalli. Vedeansi da lungi bianche vele prendere il colore di quella zona candente ed accennare al porto, formato dal fiume Sarno là dove sboccava nel mare, tra i paduli pompeiani e le saline di Ercole, dinanzi lo scoglio da cui toglievano il nome.

Le vie della città cominciano per poco a farsi solitarie e chete. Una fanciulla esce canterellando da una casa di gente doviziosa e s’incammina verso la porta che mena all’oppido di Sarnus. Oltre il _pomærium_ è un bosco ove una sorgente di acqua limpidissima aveva riputazione di contenere proprietà salutari. Alla padrona era venuto il capriccio di berne e la schiava obbediva. Un sentieruolo guidava tra due verdi prati alla fontana, che gli alberi cuoprivano d’ombra e le coppie amorose degli uccelli inneggiavano. — I sogni compongono le idee di una mente giovanile, siccome le violette e le margherite sorridono tra il fil verde delle erbe e danno tenere occhiate a chi passa. Corista le ricambiava a quei fiori e deposta l’anfora, ricominciò il suo canto distratta, ne colse un mazzolino e lo pose tra i capelli e l’orecchio. Levatasi ed alzati gli occhi, vide presso il fonte, appoggiato al tronco di un pioppo, un giovane vestito di una tunica di colore oscuro, dagli occhi azzurri, dalla barba nascente e dalla copiosa capigliatura bionda, i cui riflessi così bene si maritavano a quelli dei verdi rami che si curvavano sulle acque. Altre volte aveva veduto quel giovine nel tempio di Venere e nello Anfiteatro, ed aveva dovuto chinar le sue luci dinanzi allo infiammato sguardo di lui. Molti pensieri arruffati le fecero tremante il cuore e arrestossi. Ma il giovane, indovinandola, con voce soave le disse:

— I miei presentimenti non mi avevano ingannato. — Iside m’inspirava che in questo luogo sì bello avrei trovato felicità. — Ed io sono grandemente lieto di qui vederti, o fanciulla, e di poterti parlare.

— E quale interesse ti spinge verso una povera figliuola di Corinto che i propri parenti hanno venduto?

— Quello che il piccolo Iddio alato mette nel sangue degli uomini dell’arte mia allo aspetto del bello. Quando primavolta ti vidi, mi sembrasti apparizione di cielo. — Ed ebbi sempre da quel giorno la mente piena di te. — E nella casa di Scauro ho dipinto una Venere che tutto ritrae dalla soave immagine tua.

— Lusinghieri i tuoi detti. — Dallo accento non sembri di queste contrade. Quale il tuo nome? Ove nascesti?

— Olympio. — Di Athenas. — Di poveri parenti. — Qui venni chiamato dalla fama per le pitture decorative. E pingo sulle pareti xysti, foreste, colline, case di piacere ove si giunge a traverso un lago, piscine, gente che va in battello, che caccia, che vendemmia, e paesaggi fantastici con animali e con alberi. Pingo pur torri colle cime verdeggianti di edere e di lauri; pergole sotto le quali gironzano fagiani, pavoni e pernici; viali di bosso e gruppi di mirto tarentino; e tra le aiuole di fiori, fontane dalle forme capricciose e bizzarre, adorne di conchiglie e di maschere di marmo; portici con ricchi mosaici e con cortine azzurre per guarentire dai raggi del sole; tempietti ascosi tra gli oleandri della Laconia e le rose di Preneste; sedili sormontati da un orologio solare sulla punta di un dirupo; statue di filosofi, delle muse, delle iddie e di Priapo — interprete, stimolo, dolcezza, delizia di questa razza orgogliosa arricchitasi colle spoglie del nostro misero paese. —

Qui Olympio si strinse colla mano la fronte, quasi volesse premervi un pensiero affannoso; quindi, rasserenatosi alquanto, continovò:

— Vedi, o Corista. Un quadro non finito ha per me un indescrivibile incanto. Lo artefice gode nella inquietezza a nelle pennellate che creano la composizione.... Ed io or mi pasco di una gioia secreta nel dirti che ti amo, nel mirare questo abbozzato dipinto, che io non già, ma tu puoi terminare. — E godo..... E temo..... —

La fanciulla si fece rossa di bragia e, tendendogli la mano:

— Sii il benvenuto nel mio cuore, o Olympio. — Tu non vorrai farne il tuo trastullo, spero. — Vivo in umile stato presso la moglie di Pacuvio Bleso. La mia padrona Aquilia mi ama. — Serba questi fiori del bosco per memoria mia.

— Grazie, o amore. — Sempre qui, sul mio petto. —

E nell’atto che Corista appressò l’anfora al fonte per empierla, il giovane artefice le baciò amorosamente la tempia. Ed insieme s’incamminarono verso la vicina porta della città.

Un soldato colle gambe in croce si appoggiava al pilo. Altri quattro stavano ritti o seduti presso la stanza di guardia sotto l’arco. Poi che i due giovani furono passati, la sentinella fece un gesto col mento teso ai compagni.

— Rata ne accenna che è una vestale.

— Per Ercole! — La non farebbe spegnere il foco sacro per la faccia tagliuzzata del povero Sammanara.

— Lieto compenso e cinquanta colpi di verghe, o Kinnamo. Il suo incesso, i suoi lineamenti mi ricordano una mia ventura nelle Gallie. Grazie, o Mnemosine, del dono tuo! —

Incontro ai due amanti veniva barcollando un avvinazzato. Era scalzo ed aveva la tunica lacerata. — Appena li discerse, cominciò ad urlare con voci smozzicate:

— Là! Donde venite? — Hai fave o lupini cotti? Ah! Rapisti la mia Sabina tu! Ridalla al misero Bibulo che la piange perduta. — Ti darò in cambio un’olla con porri e testa di montone. — Ah! non intendi? _Damnese bibimus, puer?_ Ti apprenderò il latino io! —

E brandendo un nodoso bastone sul quale appoggiavasi, si piantò loro dinanzi. — Corista, impaurita, si strinse alla persona del suo protettore. — Il quale, afferrata la mazza nella punta, la scosse sì forte che il beone andò per le terre lungo disteso.

— Ah! tu Vuoi ch’io riscaldi la punta del gladio nella tua iugulare?.... I piedi!... Chi mi tiene pei piedi! Aiuto! Feci le prime armi con Cesare.... Rispetto al cittadino romano..... —

Gli amanti, affrettato il passo, furono ben presto sul margine presso la porta della casa di Bleso.

— Salve, o divina creatura. — E il tuo nome?

— Non tel dissi? — Corista. — Quando ti rivedrò?

— Presto. — E un bacio sui tuoi begli occhi. — Vale. —

E l’una entrò nel vestibolo. — E l’altro seguì la sua strada. — Sulla rivolta, ecco che s’imbatte con cinque o sei giovanastri, quali coperto il capo di un pileo, quali di un galero di lana, che ridevano, parlavano alto e parevano esciti anch’essi da una cena inaffiata oltre misura. Sghignazzando entrarono in una taverna vinaria, ove per solito vendevasi vino annacquato. E per tale oltraggio fatto al figliuolo di Giove e di Semele, ruppero i calici e le anfore del povero _ænopolus_ e tirarono innanzi. — E vista mal ferma la porta di una bottega di _salsamentarius_, la ruppero e sparsero per le terre i pezzi di maiale affumicato e cotto. Così pure dispersero i budini di un povero _botularius_, che corse dal piano superiore, ma troppo tardi, per salvar le sue robe dal mal governo di quei beoni.

Dinanzi il tempio di Romolo s’imbatteva con alcuni, seguiti da schiavi e da liberti, schiaranti la via con torce o con lanterne di bronzo, rotonde e chiuse coi vetri. — Gli è che al tramonto, detto vesper, erano succedute le prime ombre, che addimandavansi _crepusculus_; quindi era giunta l’ora dell’accensione delle lampade, _prima fax_; una delle otto suddivisioni delle quattro veglie che costituivano la notte romana. — Lungo tutte le vie vedevansi luccicare tizzoni ardenti, lanterne di sottili foglie di corno, di tela oliata e di pelle di vescica.

Era raccolta una eletta brigata di amici nella casa di Pacuvio Bleso. — Arricchito dal traffico colla Grecia e coll’Asia, aveva speso migliaia di sesterzi per abbellire il suo nido. La porta di quercia, ornata nelle fasciature di _bullæ_ — grossi chiodi di bronzo — aprendosi, mostrava nel _prothyrum_ — un magnifico mosaico di piccoli cubi di marmo bianco su cui campeggiava in nero un timone da triremi incrociato con un caduceo. — A dritta e a manca erano la cella del molosso, custode rabbioso colle zanne e colla voce; — e quella dell’_ostiarius_ — il portiere — che, armato di lunga verga, chiedeva il nome dei visitatori. Ascendendo pel piccolo corridoio, un uscio interno apriva l’adito sur una bella corte quadrata, adorna di colonne doriche di stucco bianco e tinte in rosso verso la base; le quali formavano un elegante portico, comodo per l’ombra e per le comunicazioni interne. — Chiamavasi _atrium_, perchè cotesta disposizione architettonica la fu inventata in Hatria, repubblica primigenia della nostra nobile Italia, sedente sul mare, tra gl’Interamni e i Picenti. — Davasi il nome di _impluvium_ al bacino di marmo di Luni nel cui centro zampillava la fontana, e a tutta la corte quello di _cavædium_. — Nell’angolo era il _puteal_, margella di marmo, depositario dei fulmini di Giove, luogo di devote espiazioni nei tempi etruschi, e più tardi margine del pozzo da cui si traeva l’acqua pluviatile dalla cisterna.

Dall’atrio si entrava nel _tablinum_, ov’erano gli archivi della famiglia. E nel _triclinium_, stanza due volte più lunga che larga, ricca di pitture; di colonne variopinte; di mosaici litostrati; di statue dorate sopportanti lampade per la notte; di letti triclinari di bronzo, a meandri di argento incrostato nel metallo, e coperti di soffici cuscini di piume, chiusi in una stoffa di lana a ricami d’oro. Eravi pure l’_abacus_, mobile di bronzo, situato presso la parete centrale, in faccia ai triclini, sui quali i Pompeiani si sdraiavano a metà nel banchettare, appoggiando il corpo sul gomito sinistro. L’abaco, nei giorni di festino, sopportava vasi preziosi di vetro e di argento, adorni di rilievi col nome del padrone e colla cifra del peso; non che patere e coppe di cristallo, di vari colori. Il ricco mobile abbellivasi di fasciature e di placche di bronzo cesellato, aventi nel centro maschere sceniche rilievate di argento; e sopra, statuette di rinomati artefici greci.

I corridoi laterali, chiamati _fauces_, menavano alla cucina, agli alloggiamenti degli schiavi e dei liberti, ed al piano superiore, ove abitava la famiglia.

In fondo dell’atrio aprivasi un portico più lungo che largo, detto _peristylium_, che uno spesso cortinaggio di porpora riparava dai raggi del sole e dalle intemperie. Quivi maggiore la magnificenza e la raffinatezza del lusso. Fra ciascheduna colonna è una statua di marmo. — Le pareti sono rivestite su tutta la loro altezza di tavole di rosso o di giallo antico. Le colonne del portico sono di stucco, simulanti l’oltremare, con leggerissime venature di piriti di ferro. Il pavimento rappresenta un labirinto in mosaico, fasciato da un meandro greco. La soffitta è divisa in compartimenti di legno col corniciame dorato. Nel centro del porticato le cortine sollevate aprono gli sguardi sullo xysto, giardino pieno di verzura e di fiori, che ha pur lauri e rose dipinti sulle sue mura, con uccelli svolazzanti o fenicopteri posati sulle loro gambe altissime.

Sul lato occidentale del peristilio, un corridoio — avente sulla parete di prospetto una icone pei Dei Penati — metteva a diritta nelle due camere del bagno, ed a sinistra nello appartamento delle donne, ove queste abitualmente si tengono durante il giorno per lavorare o per ricevere le loro amiche. Coteste sale si addimandavano _æci_, e sono dipinte a bizzarra architettura, con quadri rappresentanti Lucrezia che fila, e Penelope che tesse, ed Achille con Deidamia, e Venere nascente dalle spume marine, e Diana cacciatrice, tra uno zoccolo di fondo nero con busti di donne a coda di delfini, o di uomini terminanti con ornati capricciosi; ed un fregio di fondo pur nero, su cui sono fogliami sviluppati in volute con fiori, dal cui calice esce tutta la parte anteriore di un leone, di un orso, di un elefante. Mediante una scala di legno si saliva ad un piano superiore, ove solevasi intrattenere i bambini colle loro nudrici. Sul lato della casa era una stanzuccia con armadi contenenti i papiri. — Su quello della strada, il muro sopportava un terrazzo pensile, detto _solarium_, lungo quanto l’_æcus_, con larghe finestre guernite di vetri, per garanzia del freddo invernale, e di tele trasparenti per velare il sole di estate.

Sul piano terreno dell’atrio, come su quello soprano, aprivansi le _cubicula_, stanze da dormire, più o meno adorne, secondo le persone cui erano destinate; e sull’angolo, nello incavo praticato nella parete dalla parte del capo, posava il piccolo letto di _citrum_, specie di cipresso salvatico di Mauritania, di soave odor resinoso, o di terebinto, o di ebano, o di noce, o di quercia, i più ricchi sostenuti da piedi di bronzo e gli altri di ferro. I cuscini erano di piume di cigno, o di lana, ed avevano superiormente coperte di grosso panno o di pelli di talpa ricucite.

Dimore simili a questa di Bleso per vastità, per eleganza, per magnificenza erano molte nella città di Pompei. Quella di Olconio Prisco. Quella di Pansa. Quella di Sallustio. Quella di Cornelio Rufo. Quella di Aulo Allazio. Quella suburbana di Tullio Cicerone, e del ricco negoziante greco Agatocles. Quella di Mevio Apulo, ov’era il fauno danzante in mezzo allo impluvio ed il celebre mosaico rappresentante la battaglia di Alessandro il Macedone contro Dario persiano. — Ognuna di esse è spaziosa quanto il podere solcato dallo aratro di Cincinnato. E la casa del console Valerio Poplicola — il quale s’ebbe tal soprannome dal popolo, perchè dopo la cacciata dei re tolse le scuri dai fasci dei littori, ed i medesimi fasci di verghe faceva deporre ai piedi della plebe allorchè si aprivano le assemblee — poteva comodamente essere edificata entro lo impluvio pur dianzi descritto. E la dimora di quel Catone — che non meno illustrò Utica colla sua morte, che Roma per la sua nascita — era esigua quanto i bisogni che quel savio si permetteva. — Cotesti esempi risplendevano in antico. L’aquila romana non aveva spinto ancora il suo volo glorioso su tutte le contrade dell’universo. Il Senato non accolto i re supplichevoli sulla porta del Campidoglio. Nè i generali della Repubblica distribuito i regni ai loro clienti. — Nei remoti tempi la riputazione della virtù imponeva un sacro rispetto alla piccola dimora di un grande cittadino. Nei tempi di cui discorro, il lusso della casa dava fama al padrone, e si era riveriti per la fastosa ospitalità, per la magnificenza degli arredi, pei sontuosi triclini, per le colonne dei cortili, per le pitture delle camere, e pei marmi preziosi e rari che coprivano le pareti ed i pavimenti.

Pacuvio Bleso era un uomo in sui quarant’anni. Un giorno, preso dalla malinconia, decise di ammogliarsi. — Diede allora un vale alle gioiose e procaccevoli avventure, e si sacrò intero ad Aquilia, donna dallo spirito fecondo e svariato. Era della famiglia Rufa, e nel vederla ciascuno diceva: «Io la preferisco ad ogni bella.» La sua persona era il velo trasparente di un’anima pura e soave. Buona cogl’inferiori, benevola cogli eguali, le sue amiche non l’avevano mai disertata, come colei che non sapeva urtare nelle individuali vanità, causa di veri dolori nelle donnesche coscienze. Se nelle intimità avvenivano involontari disgusti, un suo sorriso, un suo sguardo, una parola gentile toglieva il peso da ogni cuore e diradava ogni nube.

In quella sera una dolce armonia, un cinguettìo di voci, una splendida illuminazione escivano dal peristilio, le cui cortine erano aperte dal lato del giardino giuncato di fiori. L’allegra brigata erasi aggruppata e disposta con leggi intelligenti. Numilla, figliuola di Osculo, aveva nel disegno e nella espressione dei suoi lineamenti, quel tipo di greca bellezza, che le statue a noi tramandarono. Il naso formante una linea colla sua fronte; gli occhi che aprivano sotto i lunghi cigli neri le loro profondità di colore azzurro; il collo svelto, l’aitante persona, le tornite proporzioni palesate dalle graziose muovenze delle membra, facevano di lei la più avvenente fanciulla che fosse nella Colonia. Il padre suo, facoltoso, augure e da poco assunto al sacerdozio, l’amava quanto le sue pupille ed intendeva maritarla ad un cavaliere romano nell’Urbe. Domna, la figliuola di Agatocles e di Ulissia, abitanti nel sobborgo Felice, era del festoso ritrovo. La giovanetta, bruna di carnagione, un po’ paffutella, e soltanto leggiadra per la sua freschezza. Eravi Arrunzia, moglie del questore Vinicio Oveo. Sedeva a lei da presso Charmis, il famigerato medico di Massilia dei Focesi, il quale le parlava in greco, non dovendo un distinto della sua professione parlare altra lingua, quantunque sapesse che la sua interlocutrice fosse romana ed ignara. Stranezza della moda, la quale costringeva ad aver fede in uomini ed in cose — costosi ambedue — e per sopra ciò inintelligibili! Nè vi mancava una delle migliori amiche di Aquilia, la innocente, la buona Lollia Valeria, un flore profumato dalla virtù. Non era bella, ma aggradevole. La bocca grande, le labbra grosse. I denti regolari, bianchissimi. Lo sguardo attraente, inesprimibile a traverso la frangia dei suoi lunghi cigli. Avea sedici anni quando la doventò sposa ad Anneo Nella Ceriale, uom grave, duro e romanamente marito. Laonde s’ella sentiva il sole nella testa, negli occhi, nel cuore, egli il freddo calcolo, le ambizioni municipali e i momentanei capricci. — Erano corse dicerie su cotesta disparata unione. Gli è che un giorno la giovanetta si avvide che la sua grazia, l’olezzo dell’anima sua, i cantici affettuosi della sua mente erano accolti con svagato sorriso e non assaporati. La povera delusa pianse, si nascose e disperata chiedeva la morte. Ma una situazione nuova venne d’un tratto a sorreggere la idealità del primo istante delle sue nozze. Un pegno doloroso, gradito potea consolarla e riallacciare i legami che la sua dignità di donna offesa le aveva fatto rompere e che stimava rotti per sempre. Già Pollutia, di L. Cornelio Orfito, era passata col vagabondo suo cuore ad altre ebbrezze. Nella solitudine di una valle presso Sorrentum erale nata Flavilla, lo anello di unione tra lei e il divagato Ceriale. La emozione nuova e nervosa aveva vinto lo egoista. Lollia, augurandosi una trasformazione duratura per lo avvenire, consentì a riedere in Pompei. E mostrandosi pubblicamente lieta, i pettegolezzi stanchi si erano acquetati per lo alimento esaurito.

La giovane Corista suonava per intanto l’arpa nello xysto, sposando la vibrazione delle corde all’armonia della voce. Essa cantava un inno all’Amore, nello idioma natìo; e la musica, e il dolce accento, e la inflessione vocale, tradendo lo ardore secreto dell’anima sua, innondava di delizio quel luogo, sino a rapire il pensiero e a deporlo incantevolmente nelle valli amene della Tessaglia, e nei sacri boschi di mirti e di aranci in Pafo. Pochi, e ad intervalli, badavano alla bella schiava. La quale parea cantasse per proprio diletto, e lasciava correre agili dita sulle corde, come avrebbe fatto correre i piedi sur un prato verdeggiante. Più degli altri Numilla — allorchè nessuno la interrogava — sembrava viaggiasse cogli occhi nelle regioni ideali dell’armonia. Essa piacevasi di quest’arte che già s’insegnava come complemento di accurata educazione, da che Silla avevala nobilitata in Roma collo esercizio del canto.

La immaginazione, prigioniera delle altrui volontà — appena sente chiasso e tumulto — rivoluzionaria d’istinto — riprende la sua indipendenza e il suo isolamento, si seppellisce nei propri capricci, vola sulle ali dorate di un sogno, o si raccoglie in un pensiero delizioso; e i suoi accenti ricordano i luoghi secreti e cari ove si è vissuto la vita di un affetto, ed aprono allo sguardo dell’anima le raggianti dimore che la lusinghiera speranza apparecchia dopo il sonno della materia. — La bellissima pompeiana era in mezzo a fantasmi tristi e graziosi evocati dal proprio cuore, e il suo sguardo fisso e profondo or volgevasi alla schiava gentile, or alla padrona del luogo. La quale, leggendo nel pensiero quello che le labbra non ancora dicevano, si curvò verso di lei, le prese amorosamente la mano e le disse:

— Numilla, la sorte della misera schiava è un errore del fato. Hai ragione. Convien ripararlo. La delicatezza dei tuoi sentimenti l’ha fatta libera. — Corista, fletti il ginocchio dinanzi alla tua liberatrice ed amala come sempre mi amasti, o povera figlia di Corinto. —

La nobile giovanetta — nello udire così delicatamente tradotto il suo secreto pensiero — sentì più profondo il fuoco di quel sentimento in cui bruciano le anime martirizzate dalla sventura, e pianse. E più fu commossa nel sentir lacrime e baci bagnar le sue mani. Era la bella greca ch’erasi gittata alle sue ginocchia e spandeva a riprese le sue carezze or sulla padrona or sulla sua amica, ripetendo nelle due lingue:

— _Libertas!_ Ἐλευθερία! _Libertas!_ Ἐλευθερία! —

Quindi, levandosi e volgendo la testa indietro, incrociava le mani sul petto ansimante e diceva:

— O Dei della mia patria! Quante felicità in un sol giorno! —

Gli astanti furono più o meno scossi di quella scena a seconda dei loro caratteri. Charmis però più di tutti, malgrado le abitudini austere della sua educazione, che gl’imponevano le reticenze del cuore. Laonde, appressatosi alla signora del luogo, aggiunse alle parole degli altri — ch’erano meglio frasi che sentimenti:

— Grazie per lei, per tutti, per me alla grande generosità del tuo nobile atto. —

In fra tanto che tali emozioni accadevano nello interno, eranvene e di più vive anche al di fuori. Olympio, in preda a quei pensieri che indìano un’anima — ed in particolar modo quella di un artista — era appoggiato colle spalle ad un muro rimpetto ed avea fra le dita una rosa, la immagine apparente della persona amata. Si tolse dal capo una corona contesta di erbe odorose e di fiori di granato, l’appese con un chiodo presso la porta della casa di Pacuvio e tratto uno stile, graffì queste parole sullo intonaco:

— Corista. — _Vale, mea sava. — Fac me ames._ —

Indi si allontanò. — E sentì nel suo petto quelle cose viventi, sublimi e sacre ai cuori che le racchiudono — e troppo spesso vacue, ridicole e misere alle menti profane, verso le quali sono trasportate dal giuoco indiscreto del fato.

Aveva scambiato pochi passi, quando sentì dietro di sè un confuso rumore di voci. — Si volse e vide una luce rossastra sul tetto della casa pur dianzi lasciata. E l’_ostiarius_ suonare una campana ed urlare:

— Il fuoco! Il fuoco! Chi passa ne avverta la coorte! Sia prevenuto il prefetto dei vigili! È la casa di Bleso che brucia! —

Olympio corse anch’egli gridando a tutta gola come un forsennato. — Quanti incontrava erano presi dalla stessa smania. — Ed ecco accorrere dal posto vicino alle Terme una frotta di affrancati, condotti dai loro tribuni. — Avevano nelle mani i _pubblici siphi_; le scale; le secchie; le spugne e gli stracci legati sulla estremità di lunghe aste; le accette e i graffi di ferro annodati sulle punte di grosse corde. Cotesta gente penetrò nella casa alla rinfusa con Olympio. — Lo incendio, sorto nella cucina, lambiva colle sue lingue di fiamma la soffitta dell’_œcus_. — Le donne e i fanciulli piangevano. — Gli schiavi domestici — invece di occuparsi di quel sinistro — usavano le scuri per abbattere gli usci che racchiudevano le provviste. — Olmasio — il _tricliniarcha_ fedele già affrancato dal suo padrone per la sua virtù — armato di un nerbo di bue, faceva piovere una grandine di colpi sulle braccia e sulle teste di quei ribaldi e di altri ancora venuti di fuori per profittare di quel disordine ed esercitare impunemente le loro rapine. Le grida di dolore, le cose cadute, lo agitarsi confuso di chi fuggiva impicciavano potentemente i soccorsi e gl’intelligenti lavori comandati dai tribuni. — Ma il prefetto dei vigili, Martorio Primo, architetto della città, e lo edile Q. Postumio Proco, accorsi cogli operai, coi _saccarii_ — i facchini da grano — e coi propri liberti, spensero ben presto il focolare dello incendio, senza aver bisogno di abbattere il terrazzo pensile ed una casuccia vicina — come altri già proponeva — a fine d’impedire che il flagello si distendesse più oltre nella città.

Olympio, penetrando cogli altri nella casa minacciata, corse per le stanze come un limiero per togliere dal pericolo la fanciulla che amava. E la trova tra le braccia di Cillica — la figliuola del tricliniarca — ambedue impaurite e bianche, quasi statue di marmo. — Il riflesso della fiamma parea coronasse di un’aureola raggiante le loro capigliature.

— Vieni! Salvati, Corista. —

E la prese per mano. — E la condusse verso la strada. — E sì dolce era la scambievole loro emozione, che camminarono, egli senza dir altro, essa senza rendersi conto di quel che faceva. — Colà giunti:

— Vedi, o amore, quello che avea graffito per te. —

Al lume delle vampe essa lesse, si strinse al petto dell’amico del cuor suo e mormorò nella vertigine dei sentimenti diversi:

— Io sono liberta... La buona padrona,... ed una giovane, bella come Venere pudica,.... cancellarono con atto generoso i destini della mia vita.

— Oh! I Giunoni sieno ad esse propizi. E i Geni allontanino ogni disastro dalla casa di Bleso. — Correndo in cerca di te, vidi il danno non grave. Il fuoco sarà presto spento. Non così quello che mi brucia il sangue di un amore impetuoso, esclusivo, che ha preso possesso di tutto me stesso. —

Anch’ella ardeva di quella fiamma. Ma non lasciò fuggire una sola gocciola della lava che bolliva nel suo cervello. — Era stata molto infelice. — La emozione nel sentirsi restituita d’un tratto la vita dell’anima e la vita del cuore, che la crudeltà dei parenti le aveva niegato, la soffocava. Grosse lacrime le sgorgavano dagli occhi e le bagnavano il viso. — E l’altro:

— Celeste creatura! — Musa dell’arte mia! — Nati di uno stesso sangue, l’altrui pietà fece eguali le nostre condizioni. — Come te io sentiva il vuoto nei luoghi profondi. Come te or li sento colmati da un sentimento che nega il patto allo spazio. — Consenti tu a chiamarmi... fratello? —

La giovanetta lo guardò fiso, gli fe’ cerchio colle sue braccia e, soffusa di subito rossore, balbettò con voce lenta e indistinta:

— Sposo mio!... —

Lo amante, coll’anima innondata di gioia, prese colle due mani il capo, ch’essa aveva nascosto sul petto di lui, e lo cuoprì di un bacio di fuoco. Le vere nozze — quelle dell’anima, cui Dio assiste — erano compiute. Il rituale della legge al domani.

Olympio e Corista si separarono.

La signora della casa e le persone ch’erano venute la sera per visitarla, accompagnarono questa presso una famiglia amica. Lungo la via, lamentando lo accaduto ed offrendo consolazioni, ognuno stringeva sotto la tunica un arnese di argento o di avorio, atto ad allontanare il fascino ed a distruggerlo.

Intanto Pacuvio, oltre i pensieri che lo tenevano inquieto, e gli ordini che dava ai suoi servi per lo sgombero delle suppellettili dalle camere minacciate, aveva il sopracapo di vedersi attorniato dai proprietari delle case vicine, i quali erano corsi a computarne il prezzo con lui nel caso che le fossero incendiate. E due vecchi liberti, arricchiti dalle usure — Cancer e Toctucio — ne addoppiavano lo esagerato valore, per poi trarne il loro pro, comperando di proprio, o dividendo coi padroni il grande lucro che avevan saputo ritrarne, mercè loro, dall’altrui sventura. — Cotesta iniqua speculazione era stata inventata di corto da Crasso, il censore, lo amico di Bruto e di Cicerone, che pur dicevasi amico alla libertà e alle antiche instituzioni della gloriosa Repubblica Romana.

Erasi fatta l’ora del _conticinium_. Laonde, ai tanti rumori confusi e a quel grido disordinato che aveva empito l’aere sino a quel punto, avrebbe dovuto succedere un po’ di silenzio. Ma in una città meridionale lo strepito notturno affievolisce; si tace in qualche strada; pure onninamente non cessa. — In una storta viuzza, le cui case avevano sull’uscio lanterne di terra cotta di forme bizzarre, erano donne assise, o sghignazzanti in piedi e bisticciandosi a proposito di nulla, poco vestite da un leggero velo di Coa, e qualcuna anche sdegnosa di quello incomodo velo. — Erano le sentinelle avanzate della Venere Pompeiana. — Continuando più in giù, traversata la strada della fontana, il cui bacino è arrotondato, presso una _cauponula_ — locanda di poca importanza — era un soldato allor allor arrivato dall’Urbe, il quale cercava di metter pace fra tre male femmine che coi capelli discinti, e gli occhi sbarrati, e le voci alte e roche se lo disputavano a vicenda con graffi e villane ingiurie. — Vibio Restituto, che aveva fatto lungo cammino e intendeva riposarsi e — dalla iscrizione lasciata sulla parete della camera dove dormì, — pareva preso di fedeltà per la urbana sua, perduta la pazienza, disse a Clodio — commilite e compagno di viaggio che erasi tratto in disparte — una breve parola. Lo effetto fu prodigioso. Una secchia d’acqua versata su quelle furie le rese chete d’un tratto e lontane.

Nelle vie vicine erano ubbriachi che misuravano il selciato coi loro piedi vacillanti, e si appoggiavano sur un bastone resinoso già spento, o colle mani aperte, sui muri. — Uno diceva:

— _Ego monere te possum, Miccio. Corrigere non possum._ — Quante volte dissi allo stomaco: — Per Ercole! Finirai per bruciarmelo il povero cervello!... E come ho a reggere io che sono _tractator_ nelle Terme al calore del _sudatorium_, massando e frizionando i bagnanti? Ahimè di me! —

— Ohe! Miccio. — E di che gracidi? Veramente non è cotesta la tua strada... _Nemo flammis ustus amare potest._ —

Un altro, urtando in una di quelle pietre ovali — ponti di passaggio nei grandi rovesci di pioggia — diè una capata solenne sul sasso. — Alcuni mossero ad aiutarlo; chè il vino fa caritatevole e pietoso il cuore. — Ma più si provavano a rialzar quel tapino, grondante sangue dalla fronte rotta e dal naso pesto, e più il ricacciavano per le terre, cadendovi tutti insieme.

— Ah! _Venus scratia!_ Credeva di aver afferrato il tuo crine biondo... Ed urtai nel martello della porta del tempio. — Indietro, o beoni... Lasciatemi tranquillo con lei. —

Non lungi di quella strada cessava il frastuono delle voci lamentevoli ed irose. Due, sommessi parlavano. — Una vecchia ed un giovane.

— Di’, sei tu quello che ha graffito sul muro il monito della Iddia pompeiana?

— Fui.

— _Odisti tu nigras puellas?_

— Mai no. Io le amerò sempre.

— Tiche ebbe pietà dei tuoi ardori. — Va sotto il _solarium_. — Chiama a nome la mia padrona ed essa ti scenderà con un filo la chiave dell’uscio. — Gli Dei ti sieno propizi! —

Il giovane accorse desioso. — Guardò in alto sul terrazzo sporgente. Un lume pallido e poi più acceso illuminò i vetri. — Egli mormorò il nome della donna bruna e salace che da parecchi giorni seguiva per tutto. — La finestra si aprì. — La chiave discese. Aiutandosi col dito, trovò la toppa. — Diè due giri e una spinta...

Un molosso senza abbaiare lo addenta e, agitando la testa, gli straccia la tunica, l’afferra e la straccia ancora e lo tiene. Un vecchio aizza il cane colla voce e con un bastone trebbia il mal capitato. Il quale grida, e prega e fa sforzi violenti per fuggire. Ma il cane lo azzanna per un piede. — Il marito geloso picchia come sopra un sacco di lana. — E Tiche di sopra sorride. Perciocchè, egli avesse graffito sul muro le seguenti parole:

_Candida me docuit nigras odisse puellas._ _Oderis, sed iteras. Ego non invitus amabo._ _Scripsit Venus physica pompeiana._

Quando quei crudeli lo abbandonarono, lo scalzo di un piede e zoppicante, corse verso la crocevia dalla fontana colla testa di Giunone. Più in giù, alcuni ch’erano fermi dinanzi una casa dell’angolo, udendolo lamentarsi, gliene chiesero la cagione. — Il misero giovane — che aveva nome Virgula ed era padrone del _mycopolium_, nella via di Mercurio, ove vendeva gli aromi in uso pei sacrifici e pei funerali — stava per rispondere forse una menzogna, quando vide escire dal prossimo usciolino alcune donne curiose dei fatti suoi, imbellettate, vestite di toga maschile ed aventi sul capo tosato una _picta mitra_. — Ebbe orrore del luogo e della compagnia che il duro fato gli avea procacciato. Quantunque fosse pesto e ferito in più parti della persona, rifiutò le offerte d’idromele e di vino caldo da Svezzio, — quegli che aveva restituito lo albergo dello Elefante. — E partì, appoggiandosi al braccio di Phœbo, unguentario di sua conoscenza e cliente assiduo di quei luoghi, il quale lo avrebbe accompagnato a casa, non lungi dalla propria.

L’ora del _concubitum_ — che i nostri padri chiamavano anche _intempestum_, per indicare che il sonno fa intempestiva ogni occupazione — era l’ora di veglia involontaria per alcuni uomini destinati a fabbricare il pane ed a cuocerlo per la comodità dei cittadini. Cotesti infelici obbligati al lavoro durante la notte, non avevano intero il giorno feriale mai. Abbrutiti dallo eccesso del loro còmpito, e dalla miseria; — coperti di cenci e lividi di frustate; — colle pupille sanguigne dalla veglia e dal fumo del forno; — piccoli, magri e rasi nel capo perchè i capelli non cadessero nelle impastate farine; — pallidi e fatti anche più pallidi dalla farina di cui erano coperti, parevano meglio spettri che uomini vivi. — E siccome per lo più erano schiavi fuggitivi — e ne avevano il marchio di fuoco sulla fronte — il padrone gli facea lavorare coi piedi chiusi da anelli di ferro riuniti da breve catena.

Nelle _pistrinæ_ — così chiamate perchè sino all’anno 580 di Roma ogni famiglia pestava il grano nei mortai in casa, e le donne fabbricavano il pane — v’erano le _molæ jumentariæ_ e le _molæ manuariæ_ — cioè — molini girati dalle bestie o dagli uomini. Nell’isola di Sardegna sono in uso anche oggidì come ai tempi di cui queste carte. — Nel centro di un atrio tetrastile, a giusta distanza, erano grosse pietre cilindriche, simili a coni tronchi, riunite nella parte più stretta. — Le pietre, porose e di colore grigio-nerastro, riposavano su una breve base circolare. — La parte del cono fissa addimandavasi _meta molendaria_ ed era congiunta alla base. La parte mobile del cono superiore, detta _catillus_, aveva un’armatura di legno fissa presso lo addentellato libero nella pietra; ed era congegnata in modo, da sostenere il catillo e da farlo girare, dando al grano il passaggio graduato per macinarlo, e far cadere la farina nel bacino circolare. La quale era divisa nelle sue qualità da stacci di crine di cavallo di varia finezza. — In una camera erano tavole orlate di pietra, ove si amalgamava la pasta col lievito salato, che aveva il peso di ettogrammi 2.17 per ogni _modius_ di farina.

A diritta delle macine trovavasi il forno. Sotto, il cinerario. — A lato, un’anfora spezzata, contenente il buono da impolverare la pala, perchè infornando, il pane non vi si attaccasse. — Sopra l’arco della bocca, fatto di mattoni, solevasene porre uno come chiave, rappresentante un _phallus_; e spesso vi ponevano la iscrizione, _Hic habitat felicitas_. — Presso una parete laterale dell’atrio aprivasi un pozzo. — E siccome l’uomo fu, è, e sarà sempre un ente pieno di stupidezze, di pregiudizi e di strane paure, consigliato dagli interessati sacerdoti, il panettiere riconobbe nella deessa _Fornax_ la patrona del suo mestiere. E le fece un altarino sul muro e le offerì pane di fior fiore, acquatico, partico e picentino col mezzo dei suoi ministri impostori e scrocconi, i quali lo mangiavamo per lei.

Quei miseri operai, cospersi di sudore, noiati dalle mosche, resi quasi ciechi dal fumo, estenuati dalla fatica, emunti dai sacerdoti, erano di notte assediati dal rifiuto dei trivi che lor vendeva lo amore per un pugno di grano. — Gli è perciò che quelle donne erano distinte col nome dispregevole di _alicariæ_. — Eppure! Quanti miseri schiavi saranno stati debitori a quelle derelitte creature di un obblìo ben fuggevole! Il quale, spegnendo per poco il tarlo della disperazione, dava loro la forza di traversare gli spazi immensi sulle ali che il solo amore — o ciò che a lui più somiglia — sa aggiungere!

Molte strade eransi fatte deserte. Non tutte. — Tratto tratto udivasi sul selciato il rumore dei sandali col tallone ferrato di qualcuno che passava. — Erano i _popes_, i sacrificatori vittimari, — altra emanazione del sacerdozio — i quali andavano di celato a vendere ai tavernai la parte dei buoi e dei montoni, offerti dai credenti agli altari dei Numi, ch’erano di troppo pel triclinio del tempio. — Onde quei luoghi si chiamavano _popinæ_ ed erano le botteghe di ristoro dei villici e degli artigiani ordinari durante il giorno; e dei gladiatori, dei soldati e degli schiavi lungo la notte. — Oltre le carni cotte vi si vendevano lupini ravvivati nell’acqua salata; fave con cipolle e lardo; ceci fritti; cavoli crudi a fette, conditi coll’aceto; polenta; salcicce con aglio. — Tutte cose masticabili con pane di farina d’orzo e di frumento detto _panis plebeius_. Un pranzo od una cena costava due assi — dodici centesimi della nostra moneta. — Gli alimenti cuocevan sempre ed in pubblico. — I banchi che sostenevano i fornelli — sui quali erano incastrate tre pignatte di terra — vedonsi anche oggi rivestiti di marmi di varia specie e colore. Sulla loro estremità è un piccolo gradino che serviva ad esporre i commestibili e a tenervi i vasi e le coppe. Una tavola di pietra, sulla quale si spezzavano o si dividevano le porzioni, aveva i pesi ed una bilancia. Il padrone del luogo era spesso un _lanista_ invecchiato o imbozzito, e perciò non più adatto ai giuochi gladiatorii. Laonde selvaggio, brutale, vestito di un _subligaculum_ — mutande di tela — o di una tunica lacera e sporca. Una donna — detta _focaria_ — facea la cucina. Ed un’altra serviva gli ospiti, sovente ladri, assassini, beccamorti e schiavi fuggiti dai loro padroni.

Quella che forma l’angolo sulla via e sul vicolo di Mercurio era la più frequentata, perchè essendo presso il Foro e la dimora dei ricchi, chiamava a sè facilmente i servi che li trasportavano in lettiga e li accompagnavano con lanterne alle loro orgie e li andavano a riprendere all’alba ubriachi. Nel fondo della taverna sono due porte che danno accesso alle stanze di ristoro. Grossolane pitture bruttano le pareti. Alcune presentano oscenità. Un quadro accenna a due uomini che traggono il vino da un grande otre di pelle che è sopra un carro a quattro ruote, da cui sono stati sciolti i due muli. Uno mesce a un soldato; e sotto è graffita la iscrizione seguente: _Da fridam pusillum_ — cioè — dammi un po’ d’acqua fredda. — Altri giuocano ai dadi e cioncano. — Altri ancora mangiano presso un desco con due sciupate, il capo coperto dal _cucullus_, cappuccio soprapposto alla loro mitra. Festoni di salcicce e di frutti sono sospesi al soffitto di quel dipinto triclinio.

Tali le decorazioni del luogo. Tale la immonda brigata. — Un beccaio provavasi a rilevare un sacerdote di Cibele caduto sopra i suoi cembali produttivi. — Per poco in piedi. Poi per le terre ambedue. — Un gladiatore mostra le nervose sue membra e brinda a Bacco che il rese forte e invincibile nei ludi; e promette, nei prossimi, di ferire Tigris, il numida, e mozzargli il capo, quantunque sia un buon compagno e l’arteria del suo cuore. — La serva del luogo depone un _crater_ sulla tavola e col _cyathus_ misura il vino che mesce nei _majores calices_. — Il feroce l’afferra per la vita, e con un ruggito gioviale la bacia sulla gota. La vipera si volge e gli dà un potente ceffone che fece ridere gli avvinazzati.

— Brava, Saïs. — Giù, un altro! — Tu puoi sbarbarmi, strapparmi i capelli e mi piacerà per lo amore dei tuoi begli occhi. — Tò; un altro bacio!

— E a te un’altra labbrata, Scilex.

— Ah! così?... Ebbene! All’ammenda! Ti coricherai bruco e ti leverai crisalide. — Miracolo di Marte! —

E il membruto la tolse di peso, quantunque la si dimenasse, e la portò in un’altra stanza. — Nessuno badò alle sue grida. — Sopraggiungono due donne. — Una suona una specie di flauto a due canne, detto _sarranae_. — L’altra accompagna colle naccare i passi di una danza lasciva. La truppa servile si leva, e salta e canta una turpe canzone. Il prete di Cibele — pestato in un piede — si alza sonnacchioso, raccatta i cembali, si contorce e sgambetta cogli altri. Al rumore, tre che passavano per la via, entrano. Sono Tigris, Cappadox e Syro, accoltellanti. — Escono dalla stanza Saïs e Scilex. — La femmina offesa giammai perdona. — Ond’essa, a vendetta, rivela allo amante numida le millanterie del compagno. Un subito rossore infiamma la fronte dello insultato. Era un gigante, bruno di carnagione e dagli occhi di iena. Si morse il labbro inferiore, e col pugno teso:

— Cane rognoso! Mi rubi lo amore e vuoi anche la vita? O Romano, prendi or cotesto dal figliuol del deserto! —

Il pugno distesogli sul petto fece traballare il gladiatore avvinato. Dalla parete che lo avea sostenuto, si cacciò innanzi a capo ricurvo. — Ma tutti gli furono addosso e il ritennero.

— Ha insultato un libero cittadino. — Lasciatemi. — Gli anni pesano al barbaro. — Lo manderò a Caronte, senza l’asse pel suo tragitto.

— Qui, di piè fermo. — E non vedete che la riflessione il consiglia a morir di vecchiaia? —

Tulnes — il padrone della tavernaccia — scorgendo che la cosa prendeva il mal verso, avvertì che i galli già salutavano i primi albori. — Riscosse il prezzo del ristoro da ognuno, salvo dal sacerdote che russava, poi che il fecero smettere dal ballo, sotto la tavola. E mise tutti fuor dell’uscio. — Chi per una via. Chi per un’altra. — I _lecticarii_ s’incamminarono a coppie verso le dimore, dove la sera avevano trasportato i padroni.

Le ore notturne di questi somigliavano a capello a quelle dei loro schiavi. Avevano crapulato — e oscenamente cantato — e portato sulle spalle le loro amanti — e cioncato con esse — e caduti erano privi di forza, in poco decenti posture, sui cuscini dei triclini. — Era un’onta della natura umana il vedere come una grande prosperità avesse degradato quel gentil seme latino e trascinatolo allo studio raffinato delle male e vergognose opere!

Nell’_aphrodisium_ di C. Sallustio non udivasi che il monotono russare dei nove briachi di vino e di vizi. — Lo schiavo incaricato di vegliarli, tirò le cortine del triclinio e vi fe’ penetrare i chiarori dell’alba. — Alcune lampade sui loro alti candelabri erano spente o fumigavano. — Altre ancor mandavano una fioca luce. Il pavimento di marmo e di mosaico era sparso di veli cincignati, di corone di rose, di rottami di cristallo e di anfore e di larghe macchie di cecubo. La _comissatio_ era stata copiosa.

Herma spinse col labbro inferiore il soprano in atto di chi dispregia. — Crollò il capo e poi disse:

— Oh!.... Ecco i padroni del mondo.... Povera patria mia!.... _Dî vos eradicent!_ —

VENVS PHYSICA.

SCENE DEL CUORE.

=Anni di Roma 826 — Anni del Cristo 73.=

A ME.