I.
ODISSEA D’UN GIUSTO.
Crede forse il lettore che quell’epoca sommovitrice del Mondo, che ha prodotto Washington e Fox, Beccaria e Condorcet, gli Enciclopedisti e i Re filosofi, Toussaint e Buonaparte, il _primo dei Negri e il primo dei Bianchi_, abbia generate le sole virtù, e le sole colpe, le sole grandezze e le sole miserie che la storia registra, e che degni di fama sieno stati soltanto gli uomini il cui nome restò scritto sotto le statue dei Panteon e sulle arche dei Templi?...
Noi non lo crediamo!...
Legioni di genii benefici o malefici, di eroi e di mostri rigurgitano dal sobbollimento delle rivoluzioni, come da un mare in tempesta, limo, alghe e conchiglie. Tutti compiono la loro prava o santa missione, e poi ripiombano oscuri, non visti, dimenticati, nel nulla. Al pari degli storiografi delle battaglie, i quali si credono sdebitati verso le migliaia dei forti caduti nella mischia denotandoli alla posterità coll’unico nome del loro capitano, gli annalisti della Umanità son paghi di compendiare nei simulacri di pochi le virtù ignorate dei più, e senza delle quali i privilegiati non sarebbero probabilmente mai usciti dalla mediocrità della folla.
Gran mercè se taluno sfugge all’intera notte dell’obblio raccolto in qualche scorretta e bizzarra leggenda popolare, o raccomandato alla memoria di numerati amici dalla pietosa fantasia d’un Poeta.
Noi pertanto sentiamo una invincibile diffidenza di quella storia casistica o aneddotica, la quale bruciando facili incensi a’ pochi idoli della fortuna e sulla fede di testimonianze, di continuo smentite e contraddette, concentrando sul capo di alcuni prediletti l’aureola della gloria, pronuncia un’empia sentenza d’obblio contro tutti quelli le cui gesta, confuse nella gloria comune delle moltitudini, non giunsero fino a lei.
Questo modo di fabbricare la storia è proprio di quella scuola che colloca l’universo sopra tre piani; alla cima un Dio sempre querulo e aggrondato, al secondo i suoi profeti dispensatori in nome suo di favori e di castighi, al basso la vile moltitudine genuflessa e plorante, che attende le bricciole di civiltà o le faville di luce che i potenti vicarj della divinità lasciano piovere dalle loro cornucopie sotto il nome di _Riforme_.
Questa scuola conduce intellettualmente all’immobilità, socialmente al pariato, politicamente al despotismo, moralmente al fatalismo, e sebbene essa — del pari che la filosofia che le serve di base — più non professi apertamente i suoi principii, pur non tralascia di dedurne mascheratamente le stesse conseguenze. A Roma essa si noma «dogma», a Pietroburgo «Knut», in Francia «saggezza imperiale», in Italia «maggioranza legale». Dappertutto i popoli sono allevati a questa scuola: stendere la mano all’elemosina dei Re; dappertutto Minerva figlia di Giove è tratta a frugare negli avanzi del vaso di Pandora figlia di Vulcano. Portato Dio fuori dell’umanità era logico portare la sovranità fuori dei popoli.
Alto là!... Non c’è china più sdrucciolevole di quella del filosofare.
Una volta posatovi un piede bisogna scendere a frana; e buon per noi che il rispetto dei lettori e nostro è venuto, speriamo, a rattenerci a tempo.
Del resto tutto questo non avremmo detto se il padre del nostro protagonista non fosse stato uno di quegli uomini ingiustamente puniti dall’obblio e al quale soltanto le sventure del figlio valgono queste pagine di una tarda, insufficente rivendicazione.
Ricorda il lettore
Il dì ch’entro a Portoria Agli Alemanni il petto Rompeva il sasso rapido Del fiero giovinetto?
Or bene: ei rammenterà pure che l’esempio di Balilla trovò pochi giorni dopo, nella città stessa, seguaci ed imitatori, un pugno di giovinetti eroici come lui. — Genova allora era un semenzajo di Davidi de’ quali la storia non ci ha conservato che un solo nome, il più ardito e fortunato di tutti: Pittamuli.
Ma alla dimenticanza della storia suppliremo noi rammentando che nel drappelletto di quei fanciulli i quali facevano a ciottolate volgere le spalle ai giganteschi granatieri di Cesare nell’osteria di S. Benigno, il più tenero di tutti era un giovinetto di otto anni, biondo, agile e vivace, che i compagni chiamavano ora _Baciccia_, vezzeggiativo più ancora che corruzione di Battista, ora _Murena_ soprannome trionfale accordatogli dagli emuli per le molte prove al nuoto, nella quale palestra sembrava potesse essere appena superato dal celebre pesce ghiottornìa dei triclinii romani, e di cui Orazio aveva tante volle cantato le delizie.
Però il nome vero del commilitone di Pittamuli era Battista Santafiori. Da nuotatore a marinaio non c’è che un passo, e Battista a 12 anni, perduti i genitori pescivendoli che avevano aspirato a fare di lui un avvocato della serenissima repubblica, vanità comune a tanti babbi, s’imbarcava a bordo del _Costante_, uno dei brigantini genovesi più velieri che salpasse per Nuova-York a quei giorni.
Voler narrare tutte le avventure di Murena sarebbe per sè sola materia di un grosso volume, e a noi non importa qui che sbozzarne i tratti principali affinchè ciascuno possa conoscere dalla semenza il frutto, dal padre il figliuolo.
Corse tutt’i mari d’America, prima mozzo e poi marinaio, a bordo dello stesso _brik_ sul quale s’era imbarcato. Conobbe con esso le brezze costanti degli alizei e le calme canicolari dell’equatore, guardò senza impallidire la faccia irata della tempesta, passò piegando la vela innanzi ai terribili colpi di vento del golfo del Messico e duellò di destrezza coi tifoni del mare della China; interrogò divinando, non comprendendo le misteriose correnti che forse sono i fiumi sotterranei dell’Oceano[1]; risolcò le vie che i due Caboti avevano insegnate e ripercorse la rosa avventurosa di Colombo. Rasentò la Terra del fuoco di cui Magellano aveva aperto il sentiero; risalì le corsie delle Amazzoni e del Mississipì, e dalle gabbie del suo legno misurò gli sterminati piani di Caracas ora aridi come il deserto della Libia, ora verdeggianti come una pianura lombarda; udì nei dintorni delle Amazzoni il bramito del _jaguar_ notturno e non fremette; entrò nelle temute acque del golfo Tristo; ascoltò il muggito delle, inesplorate ancora, bocche dell’Orenoco, e sentì quella musica solenne e terribile rispondere come una misura al battito del suo cuore; aspirò dalle vergini selve le balsamiche emanazioni del banano e del sicomoro, e sceso nei giorni di calma alle prossime _estancie_, incrociò la prima occhiata d’amore colla giovane brasiliana che gli preparava nella ciotola casalinga il natio _maté_.
Addentratosi nelle pianure per attingere acqua, vide saltellare intorno a sè torme di cavalli, di gazzelle e di bovi, stupidi, curiosi, confidenti, allegri come tutti quelli che non conoscono il giogo, nè l’odio: da Boston a Lima, da Madagascar a Canton, navigando, studiando, lavorando, confrontando, pugnando senza posa col mare e colla terra, coi geli polari e coi calori tropicali, e ad ogni ora colla morte; valutando la vita come un soffio, ma il vivere come un dovere e una missione; educato al gran libro della natura, fortificato dall’aspetto quotidiano del pericolo, raggentilito dalla frequente comunanza colla sventura; nelle vaste solitudini avvezzo a non interrogare altro giudice che la coscienza, a non avere altra religione che la virtù, ma pur vedendo nella magnificenza di tante notti, nello splendore di tante aurore, dovunque portava la vela, un raggio di Dio; Battista Santafiori, o, come lo chiamavano i suoi marinai, capitano _Baciccia_, divenne in dieci anni di navigazione non diremo soltanto il più audace ed esperto marinaio del suo tempo, ma, ciò che è più grande ancora, uno di quegli uomini singolari dotati della benignità dell’agnello e della forza del leone, dalle idee limpide e semplici, dalla coscienza netta e leale; il cui occhio sorride e scuote; la cui voce accarezza e spaventa; il cui contatto vi mortifica per voi, vi esalta per l’umanità; che vi riconciliano con tutto ciò che vi è di più generoso, di ideale nell’anima, che vi susurrano a ogni ora anche quando son muti: «v’è un dovere», che forzano i più scettici a ripetere il bel verso d’una tragedia:
Virtude non è dunque un nome vano?...