Chapter 18 of 20 · 1898 words · ~9 min read

XVIII.

GIORGIO.

Non v’è mai capitato, lettor mio, d’avere un lepido nonno; o il nonno non vi ha mai contato un epigramma famoso a’ suoi tempi, proibito dall’indice e dal codice e che non era prudente il ripetere se non in brigata d’amici e fra quattro mura? Se sì, vi ricorderete pure questi sei versi, che per essere sbagliati non son meno arguti:

L’altissimo di lassù Ci manda la tempesta; L’altissimo di quaggiù Ci toglie quel che resta. E in mezzo a due altissimi Noi siamo poverissimi.

Ora questo epigramma dev’essere stato fatto apposta da qualche popolesco Giovenale per la fame del 1816; che se no, le si potrà a tutta ragione appioppare. Infatti non si era mai veduta più stretta congiura fra il regno del Cielo e quello della terra, per rendere canino e intollerabile un flagello che forse con una pioggia di più e un editto regio di meno si sarebbe potuto cansare. Le vittime avean un bel studiarsi coi Tridui per muovere a compassione l’Altissimo di lassù, e colle petizioni l’altissimo di quaggiù, fiato sciupato. I due Altissimi facevano il sordo e la carestia pigliavasene acconto anche sul 1817.

E, fuor di scherzo, fu una batosta seria. Il villaggio di S.... non andò naturalmente illeso dalla comune sventura, nè mancò alle processioni ed alle novene, ma per esso la disgrazia fu proporzionalmente minore, perocchè sebbene sbattuto dalla grandine, e tempo prima dell’alluvione, col fertile suolo e copiose acque avea potuto neutralizzare la causa prima del flagello: la siccità. Se adunque gridavasi a poche migliaia d’intorno: «Pane e farina» i ripuari del Po potevano per quell’anno essere chiamati i granai dello Stato.

Però il cuore generoso di Battista sentì subitamente quale ufficio s’aspettasse a un onesto uomo in mezzo alla sventura pubblica, così come il cuore nero e sozzo di Salomone Arena aveagli rivelato qual vantaggio potesse tirarne per sè e per la sua fortuna.

E mentre questi otteneva dalla regina Maria Teresa libertà piena di vendere il suo grano come voleva e impunità assoluta delle leggi, Battista faceva annunziare sui mercati ch’egli poteva cedere 500 moggia di cereali al prezzo corrente, apriva la sua porta a quanti vi picchiavano per un tozzo di pane, e limitava ancora più il suo desinare. E nessuno in casa si lagnava se spariva di giorno in giorno qualche pietanza e il desco andava assottigliandosi; tutti erano allevati a quella scuola e non comprendevano che si potesse fare il contrario.

Tristissima prosaccia della vita! che la virtù debba sempre fare a’ pugni colla necessità! Che ogni raggio di ideale bellezza debba frangersi nel prisma obliquo e tenebroso della realtà!

Mentre Battista si faceva a minuzzoli per gli altri, rovinava sè stesso. La _Calandrina_ faceva miracoli come le braccia che la coltivavano, ma essa pure avea tocca la grandine, e inoltre non potea dare più di quello che avea. Alla fine dell’annata Battista s’avvide che per tirar oltre nell’affittanza bisognava cercare a prestito altra pecunia e cominciò a darsi attorno seriamente.

Ma dove?... da chi?

Il solo che fosse reputato denaroso in paese era il sindaco cavaliere, ma a Battista ripugnava assai l’avere a che fare con quell’uomo. Non aveva mai avuto occasione positiva di lagno; al contrario il sindaco era manieroso e leccato con lui, ma il marinaio esperto del mondo leggeva troppo addentro nei bui misteri di quell’occhio volpigno e non se ne lasciava abbindolare. Però, se non a lui, a chi? Battista almanaccava, ma non poteva raccapezzarsi.

— Ah capisco che bisognerà passare per forza sotto quella forca! — diceva tal fiata con sè stesso. Fare nuovi debiti! e se non si potesse più pagarli? e se mancassi all’onore? e se buttassi nella miseria la mia famiglia dopo d’averla buttata nella povertà?... ma perchè m’ha a toccar questo.... a me?... Non ho io sgobbato tutta la vita? Non lavoro forse a ottant’anni come un negro? Diranno che do via il mio! Baie! A conti fatti le sono inezie! E se fosse anche qualche migliaio di lire, non le ho io forse risparmiate in casa?... non son forse quattro anni che porto questa casacca?... non è vero che in famiglia non si sciupa un’agugliata di refe? Eh sì! ma intanto la _Calandrina_ fa acqua come un bastimento che ha dato nelle secche!... Bisogna correre al porto o andare a picco. Ebbene, coraggio! andrò dal cavaliere.... m’è tanto antipatico.... ma ci vorrà pazienza!... Tutti gli anni non saranno mica sempre eguali!... farò più economia anche in quel po’ di elemosina.... ma i poveretti sono aumentati; come si fa? Ci avrei dei debitori d’andare a svegliare.... ma se li tocchi ti si mettono a piangere ed a piatire e bisogna che scappi se non voglio lasciar loro la borsa.... E v’è anche la pensione di Michele benchè per adesso non si potrà mandargli che la metà.... e s’accontenti mò anche lui! Non ci ha il suo sciabolone.... mangi quello.... Oh guarda che bestemmio adesso!... Orsù, orsù Battista, tira la carretta e non lamentarti, vecchia rozza che sei.

Dopo tre o quattro monologhi di questo genere, Battista aveva già formato il suo piano finanziario discretamente saggio. Egli colla ragione delle accennate disgrazie, egli avrebbe pagato un terzo dell’affitto e chiesto alla amministrazione dei poveri, proprietaria della _Calandrina_, una dilazione di otto mesi per gli altri due terzi, garantiti mediante cambiali; ci fu consulta di maggiorenti e fu interpellato il sindaco che consigliò calorosamente d’accettare la dilazione e le cambiali.

Anche l’Arena avea il suo piano e contava che un dì o l’altro le cambiali del Santafiori sarebbero da quelle dell’Amministrazione cadute nelle sue mani senza molto discapito. E quando le serrò nel pugno, e con esse l’onore del suo rivale, non potè tenersi dallo sclamare tanto forte che molti l’udirono: — «La _Calandrina_ è mia».

Calunnie, maledizioni, disinganni, percosse, crepacuori, tutto andava a seppellirsi e s’acquetava per il povero Santafiori nel seno della sua famiglia.

Specialmente Giorgio cresceva orgoglio e dolcezza del padre e in lui tutte convergevano le speranze della sua vecchiaia.

A quest’epoca era un giovanetto in sui sedici anni, svelto, agile e vigoroso, meno alto e men tarchiato di Michele, ma non meno compito e più gentile. Ne’ lineamenti portava lo stampo del padre; gli occhi e la fronte sopratutto. Della madre il melanconico sorriso e la voce; i capelli nerissimi, eccezionali nella casa. Bello non potea dirsi, ma geniale e attraente.

Sebben giovinetto, le sue parole, i suoi atti, il suo contegno contenevano tanta maturità di senno, che nessuno dei conoscenti poteva credere non avesse oltrepassata la ventina. Gli stessi sollazzi erano maggiori della sua età e più che sollazzi ei li riguardava come varietà gradite del suo lavoro. La caccia e la pesca egli esercitava quasi come una professione, e a dir vero la preda del suo archibugio o delle sue nasse era sovente il solo pane quotidiano della domestica mensa. Istruzione non eragli mancata, e nei dì della fortuna ebbe maestri in copia, ma più che da questi egli s’era istruito alla scuola del padre. Ed esso aveagli insegnato un po’ di tutto ma bene, e principalmente le lingue e le matematiche, però un’educazione completa non l’ebbe, causa forse i rovesci, ma senza forse la ripugnanza di Battista, veduta la mala riuscita di Michele, di abbandonarlo alla corruzione delle grandi città, e il manifesto proposito di Giorgio di non volersi staccare dal padre.

— Che mestiere vuoi fare? — chiedevagli talvolta il vecchio Santafiori.

— Voglio lavorare con voi, padre mio.

Colui che siasi trovato colla testa in mano a calcolare su quello spinoso e scoraggiante problema, nel quale pur tanti falliscono, che nomasi «scelta d’una carriera», dovrà certamente scandolezzarsi alla risposta di Giorgio. Egli troverà per avventura che tutto il senno del nostro eroe non vale una dramma della vita, e non si terrà forse dal chiamare matti noi stessi che abbiamo l’aria di farne l’apologia.

Noi chiniamo la fronte al giudizio, ma tiriamo dritto. Soggiungiamo anzi, perchè lo scandalo sia completo, che nella mente dei Santafiori padre e figlio l’idea d’una «carriera» come oggi s’intende, cioè come un’arte qualunque più o meno faticosa, più o meno onorata, più o meno splendida, per la quale un uomo può montare sopra uno qualsiasi dei gradini che compongono la scala ambita della gloria e della fortuna, quell’idea non vi era ancora penetrata; eravi anzi interamente sconosciuta.

In luogo de’ soliti consigli che i babbi ripetono ai figliuoli quasi coll’identico linguaggio dei nonni, in luogo di dire: — «fa l’avvocato che intascherai tesori, e finirai in cassazione o in Parlamento» — «fa il soldato e troverai il bastone di maresciallo nel tuo zaino» — «fa il prete che terrai le chiavi del cielo e della terra» — il padre di Giorgio Santafiori, se gli capitava il destro di fare il suo predicotto — perchè anche lui era padre — parlava così: — «Per me vale tanto chi inaffia il campo come chi miete il grano. Che i miei figli siano guardiani di pecore in mezzo a una vallata, o guardiani di uomini in un luogo qualsiasi che chiamisi «casa di Dio o tempio di Temide» è lo stesso. Io penso che la società non sarà mai veramente libera, cioè veramente felice, se non il giorno in cui tutti gli uomini saranno eguali dinanzi al lavoro, e che nel mondo tanto sarà estimato colui che fabbrica la carretta, come colui che vi si fa tirare di dentro. Ma se è vero che si progredisce, e pare che il progresso sia una tartaruga, nè io, nè tu vedremo quel tempo. Comunque, Giorgio, bada a quel che ti dico: il primo dovere della vita è di guadagnarsela e se vi è consolazione quaggiù è nel compimento di quel dovere che chiamasi lavoro».

Avete capito? il dovere del lavoro in casa Santafiori è sostituito alla scelta della buona carriera. Alcuno strillerà, ma che ci abbiamo a fare noi se i nostri personaggi erano così?

Gl’insegnamenti del padre per Giorgio erano vangelo: egli li ascoltava con ammirazione e li adempiva con religione. La madre era certamente tutta nel suo cuore, ma la figura di suo padre era nel suo spirito e padroneggiava tutto il suo essere. Per questo a ogni passo che mutava nella vita, presentiva che egli era ineluttabilmente confuso a quella esistenza sublime, la quale, anche quando la materia fosse disciolta, l’avrebbe guidato oltre la tomba e dominato il suo destino. Il giovinetto comprendeva che il dramma che suo padre aveva cominciato a scrivere con Balilla non era finito peranco; che a lui sarebbe toccato rappresentare la catastrofe; che la società, se non poteva raggiungere il padre, avrebbe un dì o l’altro fatto subire al figliuolo l’espiazione del delitto mai sempre imperdonabile d’aver voluto lottare contro il proprio destino — d’aver voluto essere Socrate in una società di Gorgia.

Però Giorgio non impallidì in faccia alla bieca larva, non rifiutò il sacrificio che il cuore gli pronunziava inevitabile, e si propose come un cavaliere antico di non lasciar macchiare la divisa del blasone paterno. Solo provava il bisogno d’un compagno nel cammino e d’una stella nelle tenebre, e guardatosi d’attorno per la terra e nel cielo, gli si affacciò Giusta. Fu appunto in uno dei giorni che il giovinetto andava vagando con questi sogni che egli trovò smarrita nella notte la poetica fanciulla che gli si mise al fianco e gli brillò sul capo, come la guida e l’astro che egli invocava.