XIV.
In luogo di prender una carrozza per andar da sir William, volli esser umile fino alla fine, e m’avviai a piedi a Fleet-Street per Pall-Mall e lo Strand.
Sir Carlo aveva ragione: mi bastò chiedere il palazzo di sir William Hamilton perchè mi fosse indicato.
Giunta alla porta, sentii sciogliermi nelle gambe m’appoggiai al muro e tentai darmi cuore.
Sua Signoria era in casa.
All’uscio un servitore mi chiese il nome per annunziarmi: temetti che dicendolo, non mi si rifiutasse l’ingresso.
— Dite soltanto a sir William, risposi, che una donna desidera parlargli.
Benchè avessi passato ventiquattr’anni, sembravo tanto giovane che il servo, non volendo riconoscermi per una _donna_, m’annunziò come una _fanciulla_.
Udii la voce di sir William che diceva:
— Fatela entrare.
Mi posi la mano sul cuor per comprimerne i battiti: mi sentivo presso a soffocare.
Il servo tornò, si strasse da banda e m’invitò ad entrare.
Sir William era seduto ad una tavola, correggendo le prove del suo libro, _Osservazioni sul Vesuvio_.
Restai per poco sulla soglia, aspettando che levasse il capo.
Mi vide; restò un momento immobile, guardandomi; poscia, levandosi e dando un passo incontro a me:
— Che volete, bella fanciulla? mi chiese.
La voce mi venne meno; non potetti che andar a lui e cader mezzo svenuta sul tappeto.
Vedendo il mio pallore ed il tremito nervoso che m’investiva, sonò il campanello per chiamar soccorso: il servo entrò.
— Ella sviene! ma vedete che sviene! esclamò sir William; venite, aiutatemi.
Il servo aiutò sir William a portarmi sur una poltrona; nel muovermi, il cappello cadde, ed i capelli caddero sciolti.
Quand’avessi ciò fatto per civetteria, non avrei ottenuto più bell’effetto: avevo i più magnifici capelli del mondo.
— Dell’aceto! dell’aceto! gridò sir William.
Il servo gliene portò una boccetta; egli mi sedè accanto, appoggiò il capo mio sulla sua spalla, e me la fece aspirare.
Riaprii gli occhi che, durante l’ultimo minuto, avevo tenuti chiusi più per terrore che per debolezza.
— Ah! milord, mormorai, quanto siete buono!
E mi lasciai cadere a’ suoi piedi.
Mi guardò con crescente stupore.
— Bisogna che voi abbiate a chiedermi qualche cosa di impossibile, signorina, mi disse, perchè dubitiate di ottenerlo.
Mi lasciai cader il capo fra le mani e ruppi in pianto.
— Oh! milord, milord, gli dissi senza levar il capo, se sapeste chi sono!
— Chi siete dunque?
— La persona che più odiate al mondo, milord.
— Non odio nessuno, madamigella, rispose sir William.
— Allora, quella che più disprezzate.
Mi pose la palma della mano sulla fronte, e mi sollevò il capo.
— Emma Lyonna, balbettai.
— Impossibile! esclamò, dando indietro, impossibile!
— Perchè, milord?
— Una donna perduta non ha un viso come il vostro.
— Un nobile cuore come quello di vostro nipote, milord, non si sarebbe dato ad una donna perduta.
— Tutto ciò che m’è stato detto è vero, o non è che un complesso di menzogne?
— Che han detto a vossignoria? Son pronta a risponder francamente alle sue domande: nel mio stato la prima delle virtù è la schiettezza.
— Mi si è detto che vostra madre era fantesca in un podere, e che voi stessa avete guardato le pecore.
— È vero, milord.
— Poscia serva in una piccola città di provincia.
— È vero ancora.
— Che veniste a Londra, ove un bravo medico, il sig. Hawarden v’allogò presso un gioielliere, ma i vostri malvagi istinti non permisero che vi restaste.
— È sempre vero.
— Qui comincia senza dubbio la menzogna: siete stata mantenuta prima da sir John Payne e poi da sir Harry Featherson.
Accennai col capo ch’era vero.
— Poi scendete più basso, sempre più basso; divenite complice del cerretano Graham, druda di Romney, druda di mio nipote, cui non cedete, affermasi, se non a patto che vi sposerà, ed a cui fate firmare una promessa di matrimonio, che lo fa, suo malgrado, vostro schiavo.
— Chiedo dieci minuti a Vossignoria per giustificarmi, risposi.
E, rialzatami, mi slanciai fuori della camera.
— Ove andate, gridò sir William, ove andate?
— Torno subito, milord.
Scesi le scale volando più che correndo e balzai in una vettura da nolo che passava, gridando: — «Cavendish-Square!»
Cinque minuti dopo ero da Romney.
La fortuna volle che fosse in casa.
— La promessa di lord Greenville, gli gridai, datemela, caro Romney.
— Che v’accade, mia povera Emma? Siete tutta sossopra.
— Non è nulla. Quella promessa, ve ne supplico, presto! presto!
Romney corse ad un armadio, aprì lo scrigno di cui parlai, e mi diè la promessa di matrimonio di lord Greenville.
— Prendete, mi disse; avrei per altro voluto che mi consultaste su ciò che volete farne.
— Per le cose di delicatezza, si consulta solo la propria coscienza, Romney. Grazie!
Mi slanciai fuori della camera; mi feci ricondurre a Fleet-Street; risalii le scale con la stessa rapidità e ritrovai Sir William che passeggiava pensoso, a gran passi.
Non gli diedi tempo d’interrogarmi e gli presentai la promessa di matrimonio di sir Carlo.
— Che è questo? mi disse.
— Vossignoria si degni leggere.
Sir William lesse:
«M’obbligo sull’onore a sposare miss Emma Lyonna alla mia maggiorità, ed acconsento ad esser trattato da gentiluomo senza fede se mancherò alla promessa.
«1 maggio 1783.
«LORD GREENVILLE»
— Ebbene, e poi? disse: sapevo che questa promessa esistesse.
— V’ingannate, milord, risposi, essa non è più.
E m’appressai al fuoco e la gettai nelle fiamme, che subito la divorarono.
— Che fate? esclamò sir William.
— Nulla lega più vostro nipote, milord, risposi: a voi tocca ora ottener da lui che m’abbandoni.
E senza rispondere alla sua voce che mi chiamava, uscii dalla stanza e tornai a casa.
Sir Carlo aspettava pieno di vivissima ansietà.
— Ebbene, mi chiese, vedendomi tornare col volto acceso e dalla corsa e dalla commozione, che è accaduto?
Gli narrai il mio colloquio con lo zio minutamente.
— Adunque, mi disse, avete arso la mia promessa?
— Sì, sir Carlo, e siete libero.
— Cioè, mia cara Emma, il mio debito scritto si è mutato in un debito d’onore: ecco tutta la differenza.
— Ascoltate, sir Carlo, gli dissi, e riflettete bene: siete giunto a quel momento supremo in cui una vita intera si decide. Se m’abbandonate, non solo tutti vi daranno ragione, ma all’istante, il vostro avvenire è assicurato, la vostra fortuna fatta. Se, al contrario, v’ostinate a restar meco, la società tutta vi condanna, e vostro zio vi rinnega e vi disereda. Non potete materialmente vivere con me, e materialmente io posso far senza di voi. Voi ricco, mi renderete le diecimila lire spese da noi insieme; otterrete da vostro zio che assicuri una sorte a’ nostri figli; vivrò io e vivranno essi. Voi povero, i miei figliuoli ed io restiamo poveri, ed un giorno, inevitabilmente vi pentirete del vostro sacrifizio ed i nostri figli mi rinfacceranno la loro rovina.
— Basta, Emma, basta, esclamò sir Carlo, cingendomi delle sue braccia come per impedire che nessuno mi strappasse a lui, avverrà quel che Dio vorrà, ma nessuna forza umana potrà separarci!
In quel momento mise un grido: l’uscio della camera era rimasto aperto: suo zio che era salito senza permettere che alcuno l’annunziasse, e senza che lo vedessimo, era ritto sulla soglia ed aveva udito quanto avevamo detto.
— Mio zio! esclamò sir Giorgio, dando un passo indietro.
— Vedete, signore, gli dissi, che fo quel che posso, e che non ci ho colpa.
— Lasciatemi solo con questa giovane, signore, disse sir William Hamilton a sir Carlo.
Sir Carlo salutò rispettosamente ed uscì.
Sir William Hamilton mi si fe’ vicino e mi porse la mano.
— Son contento di voi, madamigella, mi disse, e spero che persevererete nella via in cui siete entrata.
— Perdono, signore, gli risposi; ma lo vedete, non ho d’uopo d’esser incoraggiata dai vostri consigli: quelli della mia coscienza mi basteranno, spero.
— Benissimo, ma, come dicevate a quel pazzo, avete figli.
— Questo è un altro discorso, ed il mio dovere di madre è di raccomandarveli.
— Da quel che ho udito, mio nipote vi dovrebbe un 10,000 lire sterline.
— È possibile, signore; ma questo è un affare fra vostro nipote e me.
— Se mio nipote acconsente a lasciarvi, triplicherò questa somma.
— Non presto ad usura nè il mio danaro nè il mio amore.
— Ma che farete con due o trecento lire di rendita?
— Tenterò trar profitto dalla mia istruzione.
— Darete lezione?
— Perchè no?
— E che lezioni?
— Di francese e d’italiano.
— Parlate francese ed italiano?
-Sì.
Sir William mi parlò in queste due lingue: gli risposi abbastanza correttamente perchè paresse soddisfatto.
— Sapete anche di musica, a quanto pare, aggiunse, giacchè veggo un cembalo ed un’arpa.
— So sonare infatti questi due strumenti.
— Sarebbe indiscretezza chiedervi d’eseguire un pezzo?
— Avete dritto di comandare, signore.
— E se invece di comandare pregassi?
— Scuserete allora se vi canterò un’aria che s’accorda allo stato del mio cuore.
— Cantate quel che volete: checchessia, l’ascolterò con piacere.
Lo confesso. In quel momento un po’ di civetteria entrò nel mio cuore: non potendo indovinare il sentimento che spingeva sir William a farmi tutte quelle domande, non ne vidi che il lato insensibile ed egoista, e trovai ch’era crudeltà a pregarmi di cantare in quella circostanza; costretta ad obbedirgli, volevo almeno trarre tutto il vantaggio possibile della mia obbedienza a pro del mio amore.
Chiamai in aiuto tutta la potenza mimica che la natura m’aveva data. Andai a sedere innanzi all’arpa, e con la fronte appoggiata ad essa, i capelli scinti ed inanellati sulle spalle, disperata e gemente come Desdemona, feci correre alcuni accordi dolorosi sulle corde dello strumento ed incominciai quella straziante ballata del Salice:
«La giovinetta piangea, piangea, D’un sicomoro a piè sedea: Teneasi al core la man vicina E su’ ginocchi la testa inchina. — «Il verde salice cantate ognor Cantate il salice del mesto amor.»
Spesso avevo, nelle nostre serate presso sir Harry, o presso Romney, cantato quel poetico lamento e sempre con immenso successo; ma quella volta più che mai ero commossa da parità di situazione.
Durante la pausa fra la prima e la seconda strofa, non udii nemmeno il respiro di sir William, tanto anelante, tutta l’anima sua era sospesa alle mie parole.
Proseguii:
«Un fresco rio scorreale accanto, Che mormorava al suo compianto: Amaro il pianto dal ciglio uscia Che fin le rupi commosso avria. — «Il verde salice cantate ognor; Cantate il salice del mesto amor.»
Mi fermai, quasi mi paresse aver dato a sir William un saggio sufficiente della mia arte di musica, di cantatrice e di mima.
— Oh! di grazia, disse, continuate!
Ripresi:
«Nomai mendace l’amante mio; E’ che rispose quando m’udio? — Se a molte io dono facile il core, Tu molti allieta del tuo favore. — «Il verde salice cantate ognor; Cantate il salice del mesto amor.»
E dopo aver fatto rendere all’arpa il suo strido più doloroso, lasciai i suoi concenti morir lentamente, come un ultimo sospiro.
Avevo lasciato cadere, sfinita, il capo sulla spalla: aspettavo l’assoluzione o la condanna.
— Signora, dissemi sir William, intendo ora l’adorazione di mio nipote per voi: ditegli che lo prego di venirmi a parlar dimani.
E salutandomi con rispetto, si ritirò.
Appena fu uscito, sir Carlo, che dalla camera attigua aveva veduto ed udito tutto, slanciossi nel salotto, e stringendomi fra le braccia, con gli occhi pieni di gioia, il cuore pieno di speranza, esclamò:
— Lo sapevo io che ci salveresti!