Chapter 17 of 25 · 609 words · ~3 min read

XVII.

CESARE, CRASSO E CICERONE.

Uscendo per recarsi al Senato, Cicerone, quantunque fosse certissimo della colpa di Clodio, sentivasi tutt’altro che eccitato a condannarlo. In primo luogo, come filosofo e pensatore, non essendo quel che potrebbe dirsi, un bigotto di Roma antica, in faccia alla giustizia assoluta, non dava grande importanza all’insulto fatto ai riti della dea Bona; dea di terzo ordine, la quale era piuttosto complice dei disordini delle matrone e delle donne romane, che inspiratrice e custode della loro virtù. Facendo la via, crollava dunque la testa, pensando all’importanza smodata che davasi alla colpa di Clodio. In secondo luogo ei temeva cotesto giovine inesplicabilmente terribile a tutti, e non sapeva risolversi a farselo nemico, e facendosi nemico lui, sapeva di rendersi nemici e Cesare e Crasso. Procedette così fino al tempio, dove il Senato doveva congregarsi. Innanzi al limitare di esso vide Cesare e Crasso circondati da una fitta di cittadini d’ogni classe. V’erano patrizj, cavalieri, tribuni, perfino senatori. Allorchè Cesare vide Cicerone gli si fece incontro, e:

— Credo bene che tu avrai divisa la tua colla mia sentenza?

— Ora non so nulla, o Cesare. Converrà sentir l’accusa, i testimoni, la difesa, tutto quello che è necessario a pronunciare una sentenza. Del rimanente, che Clodio abbia contaminato i riti della dea come lo ha giurato la madre tua, lo giurò Terenzia. Questo solo ti prometto, o Cesare, che non dirò e non farò cosa che sia contro alla giustizia.

L’ambizione, che era la sola eccitatrice del coraggio di Cicerone, e che già lo aveva reso imperterrito e inesorabile nella condanna dei catilinarj, lo mantenne in rigorosa dignità anche questa volta. Non voleva mettere in pericolo il predicato di _Padre della Patria_, che lo aveva fatto sussultar di gioia, quando gli giunse all’orecchio pronunciato dalla gran voce del popolo romano.

Così insieme con Cesare e con Crasso ei mise piede nel vasto pronao del tempio. Quanti stavano intorno ad essi entrarono in quell’immenso recinto, dove tutta Roma era affollata, tanta era l’importanza che davasi a Clodio e al suo delitto e al giudizio e alla sentenza che il Senato avrebbe pronunciato.

E poco dopo entrò anche Clodio, fiero e provocante nell’incesso, infiammato negli occhi: e pareva Apollo sagittario, quando dall’arco suonante vibrava saette pestifere a contaminare il campo argivo.

Il frastuono era al sommo. Cesare parlava ora all’uno, ora all’altro, ora all’altro. Crasso faceva lo stesso, e alle loro parole si vedevan teste inchinarsi, e mani comprimere sterni, come in atto di promessa e di giuramento. Solo a un certo punto nacque diverbio tra Cesare e un tal Trebonio.

— Dammi altri cinquanta talenti, dicevagli questi, e farò a tuo senno.

— Non li ho meco, Trebonio. Domani li avrai.

— Adesso io li voglio, o Clodio sarà condannato. Trenta clienti stanno agli ordini miei.

— Ebbene, attendi.

Passeggiava tra quella folla, circondato dai suoi pari, un tale Assio, celebre usuraio di quel tempo. Capitanava una schiera di manutengoli, e in tutti i giorni d’assemblea venivano nel pronao a mercanteggiar di danaro. Quell’Assio era già vecchio, e avea militato in Asia portando in Roma, insieme con alquanti de’ suoi commilitoni, assai danaro. La sua schiera chiamavasi l’_Acies Asiatica_.

Cesare gli si avvicinò e gli disse:

— Dammi cinquanta talenti.

— Non li ho meco.

— Valli a prendere sull’istante.

— Se Crasso ti fa garanzia, vado.

Cesare chiamò Crasso. Questi, sentito il fatto:

— Va, gli disse, e presto. Rispondo io. Va.

Assio partì.

Continuava a rumoreggiare il gigantesco pronao. La varia folla, dove tutte le classi si mescevano, era fondo cupamente agitato, quasi fosse onda acherontea, sul quale staccavano a grande rilievo gli antichi illustri scellerati.