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CAPITOLO OTTAVO.

DA MARSALA AL FARO. [1860.]

I.

Il 20 gennaio 1860 il conte di Cavour riafferrava il governo, e l’Italia risentiva tosto la mano del nuovo timoniere. Non conviene tuttavia piaggiar nessuno, nemmeno il genio fortunato. Fra la situazione politica trovata dal gran Ministro al cominciar del nuovo anno e quella da lui lasciata a’ suoi successori correva per l’appunto la stessa differenza che tra una nave in alto mare, sbattuta dalla tempesta, e una nave, lottante bensì cogli ultimi colpi della traversía, ma già in vista della terra e prossima a toccare il porto. Dell’eredità di Villafranca al Ministero La Marmora-Rattazzi toccarono tutti i rischi e tutti i fastidi; al conte di Cavour tutti i frutti e tutti i trionfi. Ad essi, se fosse lecito dire, la parte penosa ed oscura della liquidazione; a lui l’attuosa e brillante dell’accettazione. Sia giusta la storia: se il conte di Cavour fosse stato al potere dal luglio al dicembre 1859, non avrebbe potuto comportarsi diversamente dai suoi eredi; e gli sarebbe stato giuocoforza o temporeggiare e barcamenarsi com’essi; o volendo osar troppo, porre ogni cosa a repentaglio. Il Ministero La Marmora-Rattazzi non compì grandi cose; ma, come suol dirsi di certi medici, aiutò la natura ad operare: diede cioè tempo ed agio all’Italia d’aspettare che tutto quel cumulo di difficoltà, d’ostacoli, di triboli che facevan barriera d’ogni dove al nostro cammino, si assottigliasse e s’indebolisse da sè, per sola forza delle cose, sì che non restasse più che scavalcarlo con un passo, o rovesciarlo con una spinta.

E così infatti era accaduto. L’annessione dell’Italia centrale al Regno sardo era, se non consacrata nella forma, compiuta nella sostanza; la chimera napoleonica d’una federazione austro-italiana presieduta dal Papa già ita in dileguo; tutti i progetti di congressi, di conferenze, di vicariati, di regni autonomi svaporati; tutte le promesse di restaurazioni, papali, ducali, granducali, scritte ne’ capitolari di Villafranca, cassate dalla manifesta volontà degl’Italiani, e ridotte lettera morta. Napoleone III, dopo cinque mesi di politica ambidestra, una pubblica e avversa, una segreta e propizia all’Italia, liberatosi dal reazionario Walewsky, dettato o ispirato l’opuscolo: _Il Papa e il Congresso_,[1] si chiariva di giorno in giorno più favorevole alle nostre sorti; mentre l’Inghilterra, subentrati i _Whigs_ ai _Torys_, dichiarava apertamente la sua simpatia per la causa italiana, s’associava al Napoleonide nell’idea del non intervento armato, e ne faceva uno de’ cardini della sua politica nella Penisola. L’Austria sola continuava naturalmente ad atteggiarsi o stile e minacciosa; ma tanto la Prussia, quanto la Russia, sebbene diffidenti della rivoluzione e gelose del diritto divino, non sapevano risolversi a far causa comune l’una colla prepotente rivale, l’altra colla fedifraga ed ingrata alleata, e chiaramente lasciavano intendere che non avrebbero mai tratta la spada per lei: unica cosa che importasse. E intanto il savio contegno dell’Italia centrale continuava a far l’ammirazione di tutti i popoli civili; forzando i suoi stessi avversari a parlare con rispetto d’una rivoluzione che procedeva con sì pacata e ordinata costanza, ed a discuter seriamente di quel nuovo diritto fondato sulla volontà popolare e sui caratteri indelebili delle nazioni, che la vecchia Diplomazia non voleva ancora riconoscere, ma che avrà sconvolto, prima che il secolo finisca, tutta l’Europa.

A tale essendo le cose, restava solo che una mano vigorosa desse l’ultimo colpo; e il Cavour ricomparve nell’arena. Salito appena al potere, annunciò ai Gabinetti d’Europa che oramai era impossibile una più lunga aspettativa; che le popolazioni italiane, dopo avere atteso lungamente indarno che le Potenze d’Europa mettessero ordine a’ loro affari, avevan diritto di passar oltre, e che «il solo scioglimento pratico consisteva nell’ammissione legale dell’annessione, già stabilita in fatto, dell’Emilia, come della Toscana.[2]»

Chi però vedesse in queste ardite dichiarazioni l’atto irriflessivo d’un giuocatore disperato che rischia l’ultima sua posta, s’ingannerebbe a partito. Il conte di Cavour aveva già calcolato tutte le sorti del giuoco, ed era certo oramai che la partita decisiva sarebbe stata per lui. Che l’Austria strepitasse o la Germania e la Russia tenessero il broncio, poco gli caleva. Sapeva d’aver seco, più che queste non volessero confessare, Francia e Inghilterra; sapeva meglio ancora d’aver per sè il diritto, il fatto, l’opinione civile, e ciò gli bastava. Non andò guari infatti che l’Inghilterra inviava ai Gabinetti delle maggiori Potenze queste quattro proposte: non intervento armato; diritto ai popoli dell’Italia centrale di decidere, con un nuovo voto de’ lor Parlamenti, circa i loro destini; garantita la sovranità papale, ma sgombra Roma dai Francesi; soltanto la questione di Venezia taciuta e messa in disparte. Rispose sdegnosamente l’Austria; non piegarono tosto le Corti nordiche; ondeggiò ancora per poco lo stesso Napoleone, tentando introdurre nelle proposte inglesi altre condizioni: ma poichè egli consentiva nella massima fondamentale del non intervento, e richiedeva solo che al voto de’ Parlamenti si sostituisse il suffragio universale; il conte di Cavour, vinte o deluse tutte le nuove eccezioni, lo prese in parola, e mandata copia delle proposte inglesi, così come le aveva modificate l’Imperatore, ai Governi della Toscana e dell’Emilia, li invitò senza più a pronunciarsi. Era quanto dir loro (se già non era stato detto in privato): procedete subito ai plebisciti e confermate le annessioni; e va da sè che nessun invito poteva riuscire più aspettato e più gradito. Così tre giorni dopo l’ultima Nota francese, mentre ancora i potentati erano affaccendati a librare, analizzare, stillare le famose quattro proposte, l’Emilia e la Toscana votavano per voto universale la loro unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele; e la rivincita di Villafranca era presa.

II.

Se non che nessuna gioia senz’amarezza; l’imperatore Napoleone metteva alle annessioni dell’Italia centrale un prezzo; quel medesimo ch’egli aveva prima richiesto per la cacciata degli Austriaci: Savoia e Nizza. Nè era da pretendersi che l’opera sua fosse tutta gratuita. Nemmeno la Francia era la _gran nazione_ che potesse far la guerra soltanto _per un’idea_. Ciò si scrive volentieri nell’ebbrezza del trionfo, sui proclami; ma rare volte si ratifica co’ fatti. Quand’anche Napoleone l’avesse voluto, non era in di lui balía chiedere il sangue della nazione ond’era capo, per una guerra non sua, senza procacciarle almeno un compenso rimuneratore dei rischi corsi e dei sacrifici patiti. Oltre di che la cessione della Savoia e di Nizza era la conseguenza, per dirla collo stesso conte di Cavour, «della politica che ci aveva portati a Milano, a Bologna, a Firenze;» ed era certamente un’applicazione di que’ medesimi principii di volontà nazionale e di voto popolare che noi stessi avevamo invocati siccome fondamento giuridico alla nostra rivoluzione, e sul quale dovrà consistere l’intero edificio d’Italia.

Piuttosto era ad esaminarsi se tutto quel compenso era dovuto; se di quel tanto sacrificio richiesto all’Italia, una parte almeno non poteva esser risparmiata. Per la Savoia nessun dubbio: poteva essere doloroso abbandonare que’ monti, antemurale di nostra casa e cuna de’ nostri Re; ma proclamato il diritto delle nazioni, diveniva necessario e doveroso. Per Nizza, invece, il discorso mutava: ivi tutto era Italia; e la miscèla di idiomi, propria a tutte le regioni confinanti, non bastava a cancellarne i grandi e solenni caratteri scritti dalla storia, dalla natura e da Dio.

Però che l’imperiale alleato chiedesse con pari durezza le due spoglie, nessuno contende; rimane solo a chiarirsi se l’una non poteva essere più validamente e più tenacemente contrastata dell’altra. Il conte di Cavour, disse uno de’ suoi più valenti cooperatori,[3] aveva perduto di fronte all’ingrata questione la consueta sua serenità, e facilmente si crede; ma che abbia posto a risolverla tutto il nerbo dell’anima sua; ch’egli abbia tentato la salvezza di Nizza con quel medesimo sforzo di destrezza e di energia da lui adoperato a disfar Villafranca, e unificar mezza Italia, questo in nessun libro e in nessun documento è attestato: eppure questo sarebbe stato un serto di più alla sua gloria. Si direbbe che il gran Ministro, assorto nell’unico fine «di rendersi complice[4]» la Francia, non ne vedesse alcun altro. Tuttavia se al conte di Cavour fosse balenato il pensiero che quella complicità era per Napoleone ormai fatale, e che in ogni caso non avrebbe mai fatto guerra all’Italia per Nizza, come non gliela fece, nè la potè fare per Bologna e Firenze,[5] forse avrebbe risparmiato agl’Italiani quel gentile e caro brano di patria, e a sè sospetti, rancori, inimicizie, di cui tra non molto egli e la parte sua sentiranno, primi, le difficoltà ed i danni.

Oltre a ciò avevano offesi i modi. Nizza era inondata da emissari napoleonici; bandi pubblici firmati dai magistrati del Re, o tollerati o non abbastanza puniti, apertamente propugnavano la dedizione alla Francia; nessun’arte di pressione e di broglio era risparmiata; la libertà del voto, unica scusa e salvaguardia di quel triste plebiscito, sfrontatamente conculcata.

Qual maraviglia pertanto che un soldato, un nizzardo, Giuseppe Garibaldi, infiammato d’amore per la terra nativa e d’odio per ogni signoria straniera; inasprito da quello spettacolo nauseabondo di frodi e di violenze, si levasse per il primo contro un Governo che, per usare il linguaggio suo, «mercanteggiava come armento la città sua;» e vedesse da quell’istante un nemico in colui che era stato a’ suoi occhi l’artefice e lo stromento principale del mercato?

III.

Prima conseguenza della felice annessione era l’ampliamento e la rinnovazione del Parlamento. Lo stesso conte di Cavour aveva richieste le elezioni generali come precipua condizione al suo ritorno al Governo; e infatti dal 25 al 29 marzo i Collegi delle antiche e nuove province convenivano all’urne per eleggere i loro deputati.

E naturalmente tra gli eletti fu anche Garibaldi. Molti Collegi gli furono profferti, tra gli altri Brescia, Stradella, Varese; ma egli ringraziò tutti, dichiarando di non poter accettare che per Nizza «posta in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone,[6]» e che a lui incombeva difendere. Nizza infatti lo elesse;[7] ond’egli appena conosciuto il voto lascia Caprera, corre nella sua città, vi raggruppa i suoi amici e devoti, tenta avvivare (e la sola sua presenza bastava) la fede nella patria antica; e illuso che il sentimento suo sia pur quello di tutti i suoi concittadini; ignaro che intorno a quel po’ di popolo schietto ed onesto, che si sentiva e voleva essere italiano, brulicava una plebe famelica, pronta al miglior offerente, e una borghesia ingorda, impaziente di subiti guadagni, che avrebbe venduto dieci patrie; parte per Torino accompagnato dal suo amico Robaudi, col proposito d’interpellare il Governo sulla sorte della sua città natale e di fare un ultimo sforzo per scongiurarne la perdita.

Del suo arrivo a Torino, delle commozioni provate dalla città, son pieni i giornali del tempo; ma in ciò nessuna maraviglia. Presentata col Robaudi la sua interpellanza fin dal 7 aprile, soltanto nella tornata del 12 fu ammesso a svolgerla. Era la prima volta che Garibaldi compariva nel Parlamento subalpino; grande quindi l’impazienza di conoscere l’oratore e di giudicare il politico; «generale, siccome dice il resoconto ufficiale, il movimento d’attenzione.»

Parlò calmo e breve; ma è dubbio se con parole e concetti tutti suoi.[8] Reclamò l’osservanza dell’articolo 5º dello Statuto, che pei trattati importanti cessione di provincie richiede la perentoria sanzione della Camera: rammentò la storia di Nizza datasi a Casa di Savoia nel 1391 a patto di non essere ceduta a straniera potenza: dichiarò ogni traffico di gente repugnante al diritto ed alla coscienza delle nazioni civili: denunziò sommariamente i fatti di pressione elettorale, sotto la quale era soffocata la libertà di voto de’ suoi concittadini: chiese infine che, sino all’approvazione del trattato, il voto di Nizza fosse sospeso.

Rispose il Cavour temperato e cortese; negando l’incostituzionalità, giustificando il trattato colla necessità politica e l’interesse d’Italia; attenuando, non smentendo, i fatti di pressione. La discussione s’avvivò. Per Nizza, in vario tenore, parlarono i nizzardi Laurenti-Robaudi e Bottero, sostenuti dal Mellana e dal Mancini; per il trattato i ministri Farini e Mamiani e il deputato Pier Carlo Boggio; e la conclusione fu l’approvazione d’un ordine del giorno di questi, mercè il quale «espressa la fiducia che il Governo del Re provvederebbe efficacemente che le guarentigie costituzionali e la sincerità e libertà del voto nelle provincie di Savoia e Nizza sarebbero rispettate,» la Camera non chiedeva di più.

E di più forse, al punto cui eran le cose, non si poteva nè sperare nè conseguire; ma Garibaldi non era uomo d’intenderlo, e uscì da Palazzo Carignano coll’anima ribollente d’ira e d’amarezza; nauseato di quella politica barattiera, a senso suo, e codarda, e guardando da quell’istante il conte di Cavour collo stesso occhio, con cui si guarderebbe colui che vi ha strappato dal braccio vostra madre, e l’ha gettata al mercato.

Ma per ventura sua e d’Italia altri e ben più gravi avvenimenti eran già venuti a divertirlo da quei turbolenti pensieri, e ad aprire al vorticoso torrente della sua passione patriottica uno sfogo più degno e più vasto.

IV.

La rivoluzione italiana era proceduta a sembianza d’un corpo leggiero, che, in una grossa battaglia, un po’ trasportato dal suo ardore, un po’ sospinto dalle circostanze, marcia avanti, senza badare nè a destra nè a manca, occupa alla baionetta un’eccellente posizione; ma, giunto colà, si trova circuito da nemici, che di fronte, ai fianchi, alle spalle gli fanno siepe da ogni lato; sicchè non può più nè avanzare nè retrocedere. Dovunque l’Italia si rivolgesse, incontrava una barriera di ferro che le sbarrava il cammino e la forzava a ristare. Ai fianchi, accampata sul Quadrilatero, l’Austria; di fronte, meglio che dalle spade mercenarie, difeso dalla sua ibrida natura, il Papato; dietro a lui, nemico imbelle, ma protetto dall’egida dei trattati, il Re di Napoli; dietro a tutti il vecchio diritto, le vecchie tradizioni, la vecchia Europa; caparbi avversari avvezzi a non piegare mai che alla forza ed ai fatti compiuti.

Ora come l’Italia potesse trovar da sè stessa la via d’uscir da siffatti frangenti, nessuno, nemmeno il genio del conte di Cavour, lo sapeva. Pertanto egli pure s’accontentava di stare alla specula degli eventi, e più che a muovere innanzi badava a temporeggiare con frutto e ad assodarsi sull’occupato terreno. Il concetto dell’unità italiana non s’era ancora affacciato alla sua mente, come cosa pratica ed effettuabile, e frattanto gli pareva saggio volgere le prime cure a due scopi più prossimi e conseguibili: rafforzare il nuovo Stato, ed apparecchiarsi a nuova guerra coll’Austria.[9] A questo intento però, oltre al lavorío diplomatico che continuava a condurre con mano infaticabile, reputava ottimo mezzo premere sul Re di Napoli, tentando attrarlo nell’orbita del moto italiano e associarlo alla politica del Piemonte pel conquisto dell’indipendenza nazionale. Ma nè il pusillo Francesco era uomo da seguirlo per cotali altezze, nè gli uomini che l’attorniavano, o inetti o codardi, da sospingervelo. A Napoli si credeva sempre alla rivincita legittimista e la si preparava. La Reggia borbonica era divenuta il centro della gran congiura principesca, che doveva restaurare su tutti i troni rovesciati d’Italia il diritto divino. Si arruolavano mercenari; si concentrava l’esercito negli Abruzzi; si fantasticava un’occupazione delle Marche; si patteggiava che contemporaneamente il Papa invaderebbe le Romagne, e il Duca di Modena i Ducati; si aspettava ad ogni istante di veder l’Austria rivarcare il Mincio, e Germania e Russia calar dalle loro selve e dalle loro steppe alla crociata dell’oppressa legittimità. Quanto all’interno, si derideva ogni consiglio di riforme, si sfidava, o fingevasi, ogni minaccia di rivoluzione; e in ogni evento fidando sull’esercito devoto, sulla sbirraglia innumerevole, sulla magistratura servile, e più che tutto sull’Ajossa, dittatore della Polizia di Napoli, e sul Maniscalco, emulo suo a Palermo, si dormiva fra due guanciali.

A riscuoterli dal sopore squillò la campana della Gancia: la soluzione che indarno il conte di Cavour cercava; la soluzione che forse l’Italia avrebbe dovuto attendere dalla lenta opera del tempo, usciva a un tratto dal seno misterioso della rivoluzione, e un pugno di popolani, decisi di morire per la patria loro, recideva quel nodo, che nè la forza legale della nuova Monarchia, nè la destrezza politica del suo grande Ministro, sarebbe bastata a risolvere.

V.

L’insurrezione siciliana non fu, come ben s’immagina, una eruzione vulcanica e subitanea. Astrazion fatta dall’odio per la tirannia borbonica, tre grandi cause n’avevano preparato e affrettato lo scoppio. L’indomita energia d’una falange di patriotti e di proscritti che da tutte le terre dell’Isola, da tutti gli angoli d’Europa soffiavano da anni nella fiamma e l’alimentavano. L’apostolato infaticabile di Giuseppe Mazzini, che dal 1856 in poi aveva indirizzati al Sud tutti gli sforzi del partito d’azione da lui capitanato, e fatto del moto siciliano la leva suscitatrice dell’unità di tutta la Penisola. Infine, e con maggior efficacia per fermo, gli avvenimenti dell’Italia superiore e centrale, i quali dimostrando possibile quell’unità, che poco dianzi agli occhi de’ più pareva un’utopia; attestando la devozione d’una Casa guerriera e d’un Re galantuomo alla causa nazionale; dando all’Italia un nome, un esercito, un governo, una diplomazia; aprivano anche ai Siciliani un orizzonte di speranze novelle, spegnevano nell’Isola le viete discordie, confondevano in un solo tutti i vecchi partiti, porgevano infine ai patriotti sinceri e spassionati di tutti i colori un vessillo di rannodamento ed un grido di battaglia.

E di questo fermento latente degli animi non tardarono ad apparire i segni manifesti. Le dimostrazioni succedevano alle dimostrazioni; i Consigli locali rifiutavano i consueti indirizzi di sudditanza al nuovo Re: i nomi di Vittorio Emanuele e di Napoleone III suonavan su tutte le labbra, apparivano su tutte le pareti; gli animi pendevano dalle notizie di Lombardia, come da altrettanti messaggi di vita e di morte; le vittorie di Magenta e di Solferino, a malgrado le minaccie della polizia, erano festeggiate con luminarie ed acclamazioni; passava infine per lo stretto la flotta degli alleati diretta all’Adriatico, e Messina tutta versavasi sulle sue spiagge a salutare le armate liberatrici.[10]

Una vasta trama avvolgeva l’Isola e Comitati segreti ne tenevano le fila e la governavano. Si propagavano e affiggevano scritti incendiari; si allestivano armi e munizioni; si ordinavano squadre, e tutto ciò sotto gli occhi del truce Maniscalco che indarno ne cercava gli autori e nella cecità della furia colpiva a casaccio, confiscando, torturando, percuotendo spesso i più innocenti, e affrettando per tal modo lo scoppio dell’uragano che presumeva scongiurare.

Anche la Sicilia, è ben vero, aveva sentito il contraccolpo di Villafranca; ma fu buffo passeggiero, e i propositi un istante rattiepiditi si rianimarono con novello vigore. L’esempio fortunato dell’Italia centrale cominciava a persuadere anche i più restii, che oramai la prima arbitra de’ propri destini era la Sicilia stessa e che l’ora di rompere gli indugi s’avvicinava a gran passi. Soltanto i _Comitati Lafariniani_ e della _Società nazionale_, male ispirati interpreti della politica del conte di Cavour, assai più rivoluzionario di loro, persistevano a sconsigliare ogni moto da essi chiamato intempestivo, «promettendo la salute della Sicilia a patto che non fosse insorta nel periodo delle annessioni.[11]»

Verso la metà di settembre però, Francesco Crispi, anima in quei giorni della parte più avanzata degli esuli siciliani, accordatosi da un lato con Giuseppe Mazzini e con tutti gli amici suoi, dall’altro incoraggiato dalle facili parole dello stesso Dittatore Farini, che a quei giorni pareva inclinato a tutti gli ardimenti, s’imbarcava nascostamente per la Sicilia, dove già con pari rischio e audacia era stato dal 1856 in poi altre due volte, per gettar sulla bilancia degli oscillanti il peso della sua ascoltata parola e dar l’ultimo tratto al partito dell’insurrezione.

E i più fervidi dei patriotti siciliani, parvero disposti ad ascoltarlo; e serrate le fila, assegnati i posti, distribuite le poche armi e munizioni, la sollevazione fu deliberata pel 4 ottobre; poi, per difficoltà sopravvenute, differita all’11 di quello stesso mese.[12] Ma anche in quel giorno l’impresa, chi scrisse perchè già scoperta dalla Polizia, chi affermò per effetto delle lettere di alcuni Lafariniani venute a raccomandare novelli indugi,[13] dovette essere differita a più propizia occasione. Differita, diciamo, non abbandonata e soltanto in alcune parti del suo disegno modificata.

Così i patriotti siciliani, come Francesco Crispi, come in generale tutti quanti lavoravano a quell’opera, avevan finito col convenire che un moto nell’Isola non poteva scoppiare, e scoppiato espandersi e trionfare se non l’iniziava o almeno non lo soccorreva immediatamente una spedizione armata di fuori, capace di divenire il nerbo dell’insurrezione e di governarla. Però fu intorno a questo nuovo concetto che s’appuntarono tutti gli sforzi del partito d’azione dal novembre del 1859 fino alla spedizione di Quarto che ne fu l’incoronazione.

Il Crispi, che a stento era scampato da Sicilia, pellegrinava dal Farini al Rattazzi e dal La Farina a Garibaldi chiedendo a tutti: armi, danaro, aiuti per la vagheggiata impresa; Nicola Fabrizi, che da Malta per oltre venti anni era stato l’anello di congiunzione tra la Sicilia e il partito d’azione, tornava colà per riannodarvi le trame già allentate; Giuseppe Mazzini moltiplicava le lettere, i proclami, gli emissari, cercando nella _Falange sacra_ di Genova, dove già avea trovato i seguaci del moto del 1856, il nucleo della spedizione di cui proponeva il comando, se Garibaldi ricusava capitanarla, al Bixio, al Medici, a chicchessia, e racimolando a spizzico schioppi, polveri e moneta, goccie a innaffiare un deserto, ma che facevan testimonianza non solo della sua incrollabile fede, ma quella volta almeno d’un senso profondo e quasi fatidico delle necessità d’Italia. Infine nella notte del 20 marzo Rosolino Pilo, dei Conti di Capaci, elettissima anima d’eroe e di martire, d’intesa col Mazzini e col Crispi, incuorato da Garibaldi stesso, salpava su fragile paranza in compagnia di Giovanni Corrao con poche armi e poco peculio alla volta della sua isola natía, deliberato a chiamarvi alle armi i suoi compaesani e a dar egli, per primo, l’esempio della magnanima rivolta.

Ma questa scoppiò per forza propria anche prima del suo arrivo.[14] La brutalità del Governo aveva cospirato più di tutte le propagande. Le fila da lui spezzate si riannodarono da sè stesse; ad ogni patriotta incarcerato o spento, ne subentravano cento; un ignoto pugnalava in pien meriggio sulla porta della Matrice lo stesso Maniscalco, che dava così egli pel primo col proprio sangue il segnale della riscossa.

Il disegno era: far del Convento della Gancia, i cui frati sapevansi devoti alla causa nazionale, base d’operazione; preparare, nascosti ne’ suoi sotterranei, colle poche armi già introdotte in città, un manipolo di animosi disposti a trattarle; all’alba del 4 aprile al suono delle campane a stormo sbucare dal Convento, chiamando la città alle armi; altre schiere di patriotti frattanto, già appostati in Via Scopari e nella chiesa della Magione, uscirebbero a lor volta ad appoggiare il movimento: simultaneamente le squadre del contado, già preste, sforzerebbero le porte, e mettendo il nemico fra due fuochi compirebbero l’opera.

E così fu fatto. Capo degli animosi che dovevan cominciare il fuoco dalla Gancia si profferì un popolano, certo Francesco Riso, fontaniere d’arte, anima candida di patriotta e di eroe, che fu il vero iniziatore della rivoluzione palermitana, e il cui nome va ormai proferito in Italia accanto a quelli de’ suoi martiri più gloriosi.

Se non che il Maniscalco, per una delle consuete e fatali imprudenze inseparabili da siffatte imprese,[15] ebbe vento della trama, e sebbene in una perquisizione, fatta la sera del 3 al Convento, non gli fosse riuscito di scoprire nulla di più, fece tuttavia occupare durante la notte tutti gli approcci della Gancia da picchetti di truppa e di sbirraglia, e si tenne preparato ad ogni evento. Infatti all’alba del 4 fu pronta la campana di Santa Maria degli Angeli a dare il segnale; pronto Francesco Riso ad uscir al cimento; pronti i due drappelli di Via Scopari e della Magione a far la parte loro; ma sorpresi e questi e quelli e colti dalle soldatesche già appostate a tutti i varchi; sopraffatti in breve da altre sopravvenienti da ogni banda; furono parte dispersi, parte costretti a ricoverarsi nel Convento della Gancia, che divenne così l’estrema rôcca de’ patriotti. Ma non tardarono ad assalirli, superbi del numero, i Borbonici, e atterratane, senza grande sforzo, la porta, ricacciati di scala in scala, di piano in piano, i disperati difensori, ferito a morte l’eroico Francesco Riso, freddato d’un colpo il Padre Angelo di Montemaggiore, in brev’ora rimasero padroni del campo sanguinoso. Allora i vincitori non conobbero più freno; e trucidando alla cieca quanti incontravano; scorrazzando, manomettendo, guastando l’intero Convento; non arretrandosi nemmeno dinanzi alla santità degli altari, spogliando le immagini sacre de’ loro arredi e sperdendo al suolo persino le particole consacrate, coronarono con quest’ultima prodezza la vittoria del trono e dell’altare.

E fu crudele disdetta; chè le bande del contado fide alla promessa si erano già da ogni parte appressate ai sobborghi ed alle porte, richiamando verso sè stesse molta forza de’ Regi e appiccando in più luoghi, come ai Porrazzi, zuffe ardimentose, le quali potevano anco volgersi in vittoria, se l’insurrezione cittadina avesse potuto dilatarsi e dar loro la mano.

VI.

E tuttavia l’insurrezione poteva dirsi sbaragliata, non vinta. Le squadre ritiratesi nei dintorni continuavano bravamente la resistenza, e ne erano principali: quella di Piana de’ Greci comandata da Luigi Piediscalzi; quella di Corleone guidata dal marchese Firmaturi; quella di Termini condotta dal Barrante e da Ignazio Quattrocchi; quelle di Ventimiglia, di Ciminna e Villafrati organizzate da Luigi La Porta; infine quelle dei distretti d’Alcamo e di Partinico capitanate dai fratelli Sant’Anna; le più numerose di tutte. Quanto al rimanente dell’Isola poi, appena corse l’annunzio del 4 aprile, tutte le maggiori città si apparecchiarono, secondo le forze e la possibilità, a secondare il moto, e quali con protesta solenne, come Messina; quali levandosi in aperta rivolta, come Girgenti, Noto, Caltanissetta, Trapani; non conseguendo, è vero, in alcun luogo alcun successo decisivo; ma dove scacciando o bloccando i piccoli presidii, dove inviando la più belligera gioventù a ingrossare le squadre alla campagna, dove organizzando, come a Trapani, le guardie nazionali, persino col consenso dell’Intendente borbonico, alimentavano, se non potevano afforzarlo, il fuoco dell’insurrezione, al quale mancava bensì la forza di divampare in incendio struggitore, ma s’appiccava con cento fiammelle in cento luoghi, molestando gli oppressori e facendo testimonio della vitalità degli oppressi.

E Palermo stessa quantunque spopolata de’ suoi più animosi, dagli arresti e dalle stragi e soffocata dallo stato d’assedio, e minacciata dai Consigli di guerra permanenti, e tenuta d’occhio da ventimila soldati e da una sterminata sbirraglia, non voleva permettere che i Salzano ed i Maniscalco potessero impunemente spacciare nelle loro gride: «la popolazione palermitana estranea ed indifferente al moto sfortunato del 4 aprile;» talchè, a smentire l’artificiosa calunnia, il 13 aprile versavasi tutta quanta nelle vie e nelle piazze a testimoniare con migliaia di voci i suoi sentimenti d’odio al Borbone, a gridare Italia e Vittorio Emanuele, a sfidare con ogni maniera di scherni e di sfregi il superbo vincitore, il quale, sbalordito da tanta solennità di manifestazione, nè osando inferocire contro una sì grande moltitudine inerme, dovette rassegnarsi a patire in pace la fiera disfida.

Ma superfluo il dire che proteste, manifestazioni, pronunciamenti a nulla valevano, se o prima o poi non li seguiva o non li afforzava una vittoria militare qualsiasi, che desse all’insurrezione un punto d’appoggio ed una promessa di durata.

Disgraziatamente, nè le forze soverchianti dell’esercito regio, nè la natura e lo stato delle squadre permettevano di sperare che il giorno di quella vittoria fosse vicino.

Quel che fossero quelle squadre l’abbiamo detto altrove.[16] Un cento di giovanotti, o come dicon là di _picciotti_, raccolti o condotti dal signore della terra, o da qualche noto e stimato patriotta; armati, quando lo erano tutti, della paesana _scopetta_; forniti al più di tre o quattro cartuccie, tenute care come _onze_ d’oro; scalzi, laceri, la maggior parte, ed affamati: ecco una squadra. Di siffatte se ne potevano contare, è vero, alcune diecine, e non difettavano certamente di alcune delle doti più preziose del soldato: il valore ne’ combattimenti, la tolleranza delle fatiche, la pazienza delle privazioni; ma la povertà d’armi e di munizioni, la inesperienza de’ condottieri, la dissuetudine della guerra, la mancanza di disciplina, la perpetua mobilità, sicchè da un giorno all’altro sparivano o ricomparivano, ingrossavano o si diradavano, senza che mai si potesse far calcolo sulla loro forza precisa, ne sfruttavano la virtù e ne isterilivano i sacrifici.

Però dopo aver tenuto altri sette giorni sulle alture circostanti Palermo e conseguíto persino, in uno scontro alla Bagheria, di bloccar nella loro caserma due compagnie di Regi, incalzati da ogni dove da soverchianti colonne mobili, perduta Bagheria, cacciati da Gibilrossa, minacciati da Monreale, alle bande non restò altro partito che abbandonare quella linea troppo inoltrata e ritirarsi in Misilmeri, dove le gole di Portella di Mare e di Belmonte potevano offrire un buon baluardo ai difensori e un nuovo centro di riscossa all’insurrezione.

Se non che difettose le forze, povera l’arte e avversa la fortuna. Scacciati tra il 12 e il 13 da Misilmeri (chi incolpa l’incuria delle guardie, chi il tradimento de’ paesani, chi la sfortuna); fallito un assalto di Sant’Anna contro Monreale; rovesciati poco dopo anche dalle alture di Monte Cuccio; ecco gl’insorti costretti a cedere nuovo terreno e a ripiegare su Piana de’ Greci, dove li conduceva la speranza di potersi unire, appoggiando ad occidente, alle squadre del Sant’Anna, che dopo l’infausto successo di Monreale andavano a lor volta ritraendosi, ed erano venute a darsi la posta presso Carini. E a Carini li aspettava una prova decisiva.

I Regi non avevano mai perduto la pista delle squadre, molto meno di quella del Sant’Anna, e appena saputo del loro concentramento, mossero in tre colonne: l’una pel mare a destra (generale Wytemback, mille uomini), una per Baida al centro (duemila uomini, generale Cataldo), una da Monreale a sinistra (mille uomini, colonnello Bosco), col proposito di circuirle e di distruggerle. Se gl’insorti però avessero deciso di concentrar la difesa in Carini occupandone la rôcca e sbarrandone le vie, avrebbero potuto, se non ributtar l’assalto, protrarre a lungo la resistenza; ma impietositi dalle strida degli abitanti che non volevano una battaglia fra le loro case, scelsero il partito di uscire all’aperto, e fu la loro rovina. Resistettero tuttavia imperterriti al primo fuoco della colonna proveniente dal mare; ma attaccati in breve di fronte e di fianco dalle altre colonne, schiacciati dal numero, esauste le cartuccie non tardarono ad esser vôlti in rotta precipitosa, abbandonando Carini al furore de’ vincitori, che ubriachi dalla facile vittoria vi si precipitano dentro, saccheggiando, uccidendo, stuprando, consumandovi una di quelle immani carneficine, onde il nome borbonico va famoso.

E coll’infausta giornata di Carini, l’insurrezione siciliana agonizzò. Restavano qua e là dispersi sui monti alcuni frammenti di squadre; ma traccheggiati da ogni parte, stremati di forze, privi di viveri e di munizioni, sarà gran mercè se i più costanti fra loro potranno trascinare di rupe in rupe una vita precaria, e se di quando in quando la debole eco di qualche rara fucilata potrà annunciare ai Siciliani che l’Isola loro non era ancor morta e combatteva sempre.

VII.

Al primo grido dell’insurrezione siciliana grande fu la commozione in tutta Italia. I nemici per dispetto o paura, gli amici per affetto o speranza, nessuno poteva riguardare con occhio freddo e non curante un avvenimento, che apriva una via sì inaspettata all’interrotto moto italiano. Però man mano che risuonava l’annunzio d’un nuovo fatto, svisato, come accade, dalla lontananza e amplificato dal desiderio, una la voce che usciva dai petti patriottici, uno il proposito: bisogna aiutare i fratelli. E la magnanima idea, caldeggiata, prima che dagli altri, dai fuorusciti così di Sicilia come di Napoli, accolta dalle città più importanti, bandita dai Comitati e dalle rappresentanze di tutti i partiti, acclamata colla passione dell’età dalla gioventù più animosa, e finalmente già tradotta in un principio d’esecuzione mediante pubbliche collette d’armi e di danari, divenne in breve il convincimento, la volontà, diremmo quasi il decreto della nazione intera.

Se non che s’affacciava a tutte le menti un’incognita, e susurrava su tutte le bocche una domanda: Che cosa farà il generale Garibaldi? Che cosa farà il conte di Cavour? Consentirà egli, l’Eroe, a recare all’Isola combattente l’aiuto poderoso del suo braccio e del suo nome? Vorrà egli, il Ministro, impegnare nella zarosa impresa la politica del suo Governo, e dare egli stesso, o almeno permettere che si diano, i soccorsi invocati? Quanto al Cavour, vedremo tra poco quel ch’egli ne pensava: quanto a Garibaldi, ecco, sceverato dalle piacenterie partigiane come dalle calunnie, l’animo suo.

Non era quella la prima volta che egli era invitato a capitanare un’insurrezione siciliana. Anco senza rimontare più addietro, glien’avevano scritto e parlato fin dal settembre del 1859 a Bologna; gliel’avevano ripetuto nel marzo del 1860 a Genova; non c’era, può dirsi, patriotta ed esule siciliano che accostandolo e portandogli un saluto dai suoi concittadini, non gli annunziasse imminente una levata della sua Isola, e non sollecitasse la promessa del suo soccorso.

Ma a tutti questi Garibaldi aveva sempre risposto: — «Non assumere su di sè di promovere insurrezioni: se i Siciliani spontaneamente si leveranno in armi, egli, se non sia impedito da altri doveri, accorrerà in loro aiuto. — Frattanto, soggiungeva, risovvenitevi che il mio programma è _Italia e Vittorio Emanuele_.[17]»

Era infatti un dir troppo e nulla; e i Siciliani ne sapevan quanto prima. Gli è che Garibaldi non fu mai nè un iniziatore, nè un cospiratore. Egli era, prima e sopra di ogni cosa, un soldato. Il lavorío paziente, coperto, sedentario delle cospirazioni, non era fatto per lui. Che gli si offrisse un terreno anche angusto, ma franco, e un manipolo d’uomini anche inagguerriti, ma armati e pronti a marciare, ed egli non misurerà il terreno, nè conterà gli uomini, e farà miracoli; ma obbligarlo a prepararsi da sè nel chiuso d’un gabinetto, a forza di lettere, di bollettini, di proclami, il campo, le armi e l’esercito, era un pretendere ch’egli si snaturasse e non fosse più Garibaldi. Egli non aveva la tempra mazziniana.

Utopista in tante altre cose, in fatto d’insurrezioni preparate era un po’ scettico. Andare, come i Bandiera, i Pisacane, i Calvi, seguíto da poche diecine d’uomini a suscitare per primo un paese sconosciuto, inerme, addormentato nella pace, non fu mai affar suo. La sentenza del Maestro: «Il martirio è una battaglia vinta,» lo capacitava fino a un certo segno. Uomo di guerra, era pronto alla morte, ma a patto di vender cara la vita; e quanto alla vittoria, non ne conosceva veramente che una: quella in cui si atterra il nemico e si dorme sul campo. Per questo nessuno de’ grandi tentativi rivoluzionari d’Italia fu iniziato da lui; molto meno quello di Sicilia. Garibaldi non ambì mai la corona del martire precursore, e non l’avrà.

VIII.

Tuttavia le notizie della Sicilia tornavano quella volta troppo gravi ed insistenti perchè Garibaldi non dovesse impensierirsene. Il 7 aprile era a Torino, condottovi, come vedemmo, dall’interpellanza sulla cessione di Nizza, quando si presentavano, quasi improvvisi, nella sua stanza Francesco Crispi e Nino Bixio. Venivano entrambi da Genova; avevan recenti novelle dell’insurrezione; chiedevano a nome degli amici comuni, per l’onore della rivoluzione, per carità della povera Isola, per la salute della patria intera, che Garibaldi si mettesse a capo d’una spedizione d’armati e la conducesse egli stesso in Sicilia. L’eroe sfavillò al magnanimo invito, ma il condottiero esitò; e quando finalmente, vinto dalle pertinaci istanze de’ suoi amici, rispose d’accettare, fece ancora una riserva: che la rivoluzione fosse tuttora viva e tenesse fermo fino al suo arrivo.

Partirono paghi della risposta i due amici, e reduci a Genova si accontarono tosto co’ più intimi della parte loro, con Agostino Bertani principalmente, per la scelta e l’allestimento de’ mezzi. Occorreva uno, e forse due piroscafi, e di questi si tolse l’assunto Nino Bixio; occorrevano armi e danari, e per questi fidavano soprattutto nel Comitato del _Milione di fucili_, fattura, a dir così, di Garibaldi, che chiudeva già in cassa una discreta somma e nascondeva in certi arsenali di Milano alcune migliaia di carabine colle rispettive cartuccie.

Quanto poi a’ soldati, nessun timore che difettassero. Da mesi migliaia di giovani non facevano che attendere un segnale; bastava che Garibaldi mandasse una voce, facesse un cenno, perchè vedesse balzar dal suolo legioni. E tuttavia, nel primo suo concetto, non era con un Corpo irregolare e improvvisato di Volontari che la spedizione di Sicilia avrebbe dovuto iniziarsi. Anco qui di sotto all’eroe traspariva il capitano. Non che avesse perduto la fede nell’armi popolari, molto meno ne’ suoi vecchi commilitoni; ma unico, forse, fra quanti lo consigliavano, a giudicar con occhio esperto tutte le difficoltà dell’impresa, non gli pareva troppo il tentarla con un’agguerrita e ordinata milizia.

Però, cosa fin qui non risaputa, appena ebbe impegnata co’ Siciliani la sua parola, Garibaldi presentossi al re Vittorio Emanuele, e confidatogli tutto il disegno, gli chiese se avrebbe permesso ch’egli si togliesse seco una delle brigate dell’esercito; precisamente la brigata Reggio, un reggimento della quale era comandato dal Sacchi, e contava così nelle file come ne’ quadri numerosi avanzi delle antiche falangi garibaldine. E Vittorio Emanuele, il quale probabilmente non aveva ancor consultato il conte di Cavour, nè ben ponderate tutte le ragioni della domanda che gli era rivolta, non assentì, ma non dissentì nemmeno apertamente; onde Garibaldi, chiamato con gran diligenza il Sacchi e riferitogli il colloquio avuto col Re, fidando senz’altro sulla devozione del suo più antico luogotenente di Montevideo, gli disse di tenersi pronto a seguitarlo col suo reggimento. Esultò il Sacchi; e tornato ad Alessandria e confidato il segreto a’ più intimi suoi ufficiali, il Pellegrini, il Grioli, l’Isnardi, il Chiassi, il Lombardi, n’ebbe da tutti la stessa risposta ch’egli aveva data a Garibaldi. Se non che, era sogno troppo dorato. Scorsi pochi giorni, Garibaldi richiamava a Torino il Sacchi, e gli annunziava che il re Vittorio non solo negava il suo consenso al noto progetto, ma raccomandava che l’esercito stesse più serrato e disciplinato che mai, pronto a fronteggiare tutti gli eventuali nemici che gli stessi avvenimenti del Mezzodì potevano suscitare.

E così fu che il posto assegnato, nella mente di Garibaldi alla brigata Reggio, toccò ai Mille. Certo che quell’idea rasentava l’utopía; nè era presumibile che Vittorio Emanuele, re prudente ed accorto se mai ve ne fu, e conscio de’ suoi doveri costituzionali, avrebbe impegnato la sua regia parola in un complotto che gettava il suo Stato novello nell’ignoto d’un’avventura, ed equivaleva ad un’aperta dichiarazione di guerra.

Valga piuttosto il fatto, quale sulla fede di non disputabile testimonianza l’abbiamo narrato,[18] a chiarire sempre più in quale confidente abbandono d’ogni più riposto loro pensiero vivessero a que’ giorni il Re Galantuomo e il Condottiero popolare, ed a riattestare in faccia alla storia, se pur ve n’ha mestieri, quanto fosse grande la complicità della Monarchia in quella congiura fortunata, che ebbe per prologo Marsala e per lieta catastrofe l’unità nazionale.

E sia pur vero che quella complicità sia stata, in sulle prime segnatamente, peritosa, ambigua, negativa: chiunque abbia senso delle necessità d’uno Stato, e memoria de’ pericoli che attorniavano a que’ giorni l’Italia, intende che non poteva essere diversa. La rivoluzione poteva azzardar tutto su una carta; la Monarchia no. L’alleanza della Monarchia colla rivoluzione non poteva essere effettuabile e fruttuosa che a due patti: che entrambe operassero a seconda della loro natura, e che l’una non usurpasse le parti e non intralciasse l’azione dell’altra. Un partito rivoluzionario che si fosse proposto procedere coi riguardi, le cautele, gli scrupoli d’un governo costituito, si sarebbe esausto nelle sterilità; un Governo che avesse voluto seguir gli andamenti, imitare le audacie e affettare la irresponsabilità d’un partito rivoluzionario, si sarebbe infranto contro la lega di tutti gli altri governi costituiti, e avrebbe trascinato nella propria rovina la causa stessa che voleva difendere. Era lecito a Garibaldi ed a’ suoi tentare il magnanimo giuoco, poichè al postutto si arrischiavano bensì molte vite preziose, ma non la patria tutta; il Governo del nuovo Regno d’Italia, responsabile non solo dell’esistenza sua, ma dell’avvenire della nazione intera, non poteva, senza abiura della sua stessa missione, correre la medesima sorte.

Queste pertanto e non altre le ragioni della politica all’aspetto obliqua, dubbiosa e talvolta bifronte del conte di Cavour alla vigilia di Marsala. Il problema che per Garibaldi era semplicissimo, per lui era terribilmente complesso ed aggrovigliato. Egli non poteva certo, senza offendere il sentimento della universalità degl’Italiani, guardar con occhio indifferente la sommossa siciliana, molto meno lasciarla strozzare disperata d’ogni soccorso; ma non poteva nemmanco farsene aperto campione, nè recare ostensibilmente un aiuto che avrebbe svelato anzi tempo il fine ultimo della sua politica, e attirato sopra il giovine Regno italiano la collera sino allora delusa e blandita di tutta l’Europa conservatrice. Poteva però permettere che l’aiuto si recasse, o fingere di non poter impedire che fosse recato; ma perchè questa tattica, non grande per fermo, ma certo utilissima, sortisse tutto il suo pieno effetto, gli era mestieri appunto di quell’arte occulta, sottile, prestigiosa, lesta di mano e larga di coscienza che offende le anime rettilinee e cavalleresche, e spiace in sulle prime ad amici e nemici; ma vien poi sempre perdonata, tanto è umana essa pure, in virtù dello scopo e in grazia del successo.

E così fece. Che il conte di Cavour avesse scorto fin da’ primi giorni la grande importanza del moto siciliano, lo accerti questo solo: che prima ancora di conoscere gl’intendimenti di Garibaldi, egli fece chiedere al generale Ribotti[19] (quel medesimo che aveva comandato i primi corpi volontari di Modena e di Parma), se, venendo il caso, avrebbe consentito d’andare a capitanare anco gl’insorti di Sicilia. Poscia ebbe egli pure, come li avrà più tardi Garibaldi, alcuni giorni di dubbiezza e d’indecisione: le novelle di Sicilia non venivano più così propizie; già correva voce che l’insurrezione agonizzasse nei monti; e naturalmente l’uomo di Stato prima di dar un passo e di scoprire i suoi intendimenti esitava.

Tuttavia, quando intese che la lotta nell’Isola persisteva e che Garibaldi s’era impegnato a soccorrerla; quando udì intorno a sè gli esuli di Napoli e di Sicilia preganti per la loro terra nativa; quando vide tra i complici e i fautori dell’insurrezione i suoi stessi amici e più fidati seguaci; quando s’accorse che il grido per la Sicilia non era artificio d’un sol uomo o d’un sol partito, ma eco schietta e profonda d’un sentimento dell’intera nazione; allora non vacillò più, e concesse a’ soccorritori tutto quello che a governante di Stato ordinato era lecito concedere: la balía di prepararsi, d’armarsi, di salpare all’ombra del suo Governo e sotto l’egida del suo Re.[20]

Così quando il Comitato del _Milione di fucili_ fece intendere che le armi raccolte a Milano dovevano essere trasportate a Genova, finse di non saperlo; che se poi quell’armi furono negate e sequestrate, l’autore del diniego e del sequestro è noto; una appunto di quelle anime rettilinee e cavalleresche che non sapevano seguire la politica molto curvilinea del conte di Cavour; nè intendere si «potesse avere un rappresentante presso il Re di Napoli e mandar de’ fucili in Sicilia.[21]»

Così quando tra il 18 e il 19 aprile Giuseppe La Masa si presentava al conte di Cavour per chiedergli in nome de’ suoi compagni d’esiglio di voler concedere alla insurrezione un aiuto un po’ più efficace della semplice astensione e di risarcire almeno i fucili staggiti a Milano; ecco il Conte fare un altro passo ancor più decisivo, e ordinare al La Farina di somministrare a Garibaldi quante armi avesse disponibili ne’ suoi depositi la Società nazionale. Che se poi quelle armi parvero scarse e pessime, e furon date con avarizia e mala grazia, e rinfacciate poi con acrimonia e superbia, la colpa ricade sull’uomo che il Cavour s’era tolto a Ministro della sua politica segreta, un uomo di nobile mente, di infaticabile e fervido patriottismo; ma invasato di passione partigiana, infatuato nell’idea d’aver egli solo preparato la spedizione siciliana, e morto col rancore male dissimulato[22] di aver rappresentato sulla scena italiana una parte poco vistosa e poco applaudita.

E così finalmente, quando la spedizione fu in procinto di partire, inviava nelle acque di Sardegna l’ammiraglio Persano, coll’ordine di catturare i volontari se toccavano qualche porto dell’Isola,_ ma di lasciarli procedere nel loro camminino incontrandoli per mare_; ordine, a dir vero, che non imponeva all’Ammiraglio alcuno sforzo straordinario d’acume, nè alcuna prova singolare di coraggio per essere nel suo vero senso interpetrato.[23]

IX.

Intanto Garibaldi, visitato nuovamente a Torino dal Crispi, dal Medici, dal Finzi, dal Bertani, e presi con loro gli ultimi accordi, partiva il giorno 20 aprile per Genova, e dalla casa del suo amico Coltelletti passato tostamente nella Villa Spinola presso Quarto, offertagli dall’altro suo amico Candido Augusto Vecchi, piantava colà il Quartier generale della spedizione.

Questa infatti pareva irrevocabilmente deliberata. Il Bixio, cercato indarno un bastimento che assumesse il viaggio periglioso, pel puro noleggio, era riuscito più fortunatamente a persuadere Raffaele Rubattino a lasciarsi rapire, con un simulacro di pirateria, e mercè la sola malleveria della firma di Garibaldi, due de’ suoi piroscafi, e al più era provveduto.

Le carabine di Milano si potevan dire perdute; ma i mille cinquecento fucili e le cinque casse di munizioni, promessi dal La Farina, e qualche diecina di carabine e di rivoltelle raccolte a Genova, parevan bastare al bisogno. I danari penuriavano, ma si contava sulla cassa del _Milione di fucili_ e intanto si suppliva alle prime spese con ottomila lire mandate dai Pavesi e con qualche dono venuto a Garibaldi da Montevideo.

La gioventù abbondava e passeggiava anche troppo rumorosamente le strade di Genova: l’accordo infine tra i capi delle varie parti, o meglio dire tra i membri dei varii Comitati patriottici (quello di _Soccorso degli Esuli siciliani_; quello della _Società nazionale_; quello del _Partito d’azione_), pareva più o meno affettuosamente stabilito; e una voce già correva da Villa Spinola per tutte le fila che la notte del 27 aprile si sarebbero salpate le àncore.

Se non che le Bande siciliane toccavano appunto in que’ giorni la rotta di Carini; e un telegramma in cifra spedito da Malta da Nicola Fabrizi a Francesco Crispi venne interpretato così:

«Malta, 26 aprile 1860.

Completo insuccesso nelle provincie e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta.[24]»

Era quanto dire tutto finito; e se i più, gli esuli principalmente, non potevano ancora confessarlo, Garibaldi, il quale fin da principio aveva posto per condizione del suo soccorso la durata dell’insurrezione, e si era mostrato più d’ogni altro impensierito della gravità del cimento, appena udito l’infausto annunzio dichiarò che l’impresa era ormai impossibile, e ne disdisse egli stesso gli apparecchi. Con quale animo i principali attori e cooperatori della spedizione accogliessero l’inattesa risoluzione del loro Capitano, non si potrebbe con una sola parola ridire. I consigli e i propositi furono diversi secondo i caratteri e i temperamenti, gl’interessi e le parti. Chi esclamava, come il La Masa: Garibaldi non necessario, e lui essere sempre pronto a prenderne il posto; chi sconsigliava severamente la spedizione come il Sirtori, ma diceva: «se Garibaldi parte io lo seguo;» chi la dava addirittura per fallita e se ne ritornava rassegnato a Torino, come il La Farina; chi infine, come il Crispi, il Bertani, il Bixio persistevano a crederla sempre effettuabile, e con questa nobile ostinazione nell’animo si stringevano intorno al Generale, scongiurandolo a non desistere dal magnanimo voto, a non privare quella povera Isola combattente del poderoso soccorso della sua spada, a pensare a tanta gioventù accorsa d’ogni dove per combattere o morire con lui: a pensare all’Italia.

Generosi consigli, ma vani: Garibaldi ne’ solenni cimenti non li prende mai che da sè stesso. Però ascoltava cortesemente tutti; ma non dava risposta concludente e decisiva a veruno. Fin dall’arrivo di quell’infausto telegramma aveva mutato d’aspetto. Fattosi anche più pensoso e taciturno del consueto, andava solitario lungo la spiaggia del mare e vi restava lunghe ore immobile, silenzioso, cogli occhi fissi ad un punto dell’orizzonte, come se vi scorgesse tra le ultime brume la immagine dolente e insanguinata della Sicilia, e ognuna di quelle ondate che veniva a frangersi a’ suoi piedi gli portasse dal deserto infinito il responso del suo destino.

Così era fatto Garibaldi! Il consiglio decisivo egli non lo chiedeva più oramai ai sillogismi della ragione; ma lo aspettava da que’ moti istintivi, da quelle ispirazioni inconscie, da quei presagi fatidici che sono il sesto senso, la coscienza privilegiata, il Dio ignoto de’ poeti e degli eroi.

Però ripetiamo qui ciò che scrivemmo in altre pagine, per risposta ai tanti che si vantarono d’avergli persuaso Marsala: nessuno lo persuase; nessuno lo dissuase. Garibaldi non può essere misurato al metro comune, e chi lo dimentichi rischierà quasi sempre di sbagliare la giusta grandezza così delle sue colpe, come delle sue virtù. La Poesia, fatidica interprete della storia umana, attribuì sempre ad una volontà divina le gesta solenni degli eroi; e solo al celeste lume della Poesia convien cercare la spiegazione suprema di Marsala. È l’Araldo di Giove che strappa il Dardanide dai molli talami della Cartaginese, e gli rammenta il grande fato di Roma; è l’Angiolo del Signore che scuote in sogno il pio Goffredo e gli addita il Sepolcro di Cristo; son voci arcane dall’alto che suscitan la Vergine di Domrémy e l’armano per il riscatto della patria sua; e fu certo una gran voce echeggiata dentro le profondità più ascose dell’anima sua, quella che troncò tutti i contrasti, vinse tutte le dubbiezze di Garibaldi, e all’improvviso, imperiosamente, inappellabilmente, come un cenno di Dio, gl’intimò la partenza: «Partiamo,» disse il 1º maggio agli amici raccoltisi ancora intorno a lui a iterare le preghiere e supplicare la risposta: «Partiamo, ma purchè sia domani.» E domani non era possibile; ma quel grido subitaneo d’impazienza, quella fretta quasi febbrile, dopo tanti giorni d’indecisione, attesta una volta di più che l’eroe agiva oramai sotto l’impero d’una volontà arcana, e che scendendo nell’arena egli sentiva intorno a sè, come Achille e Rolando, l’egida d’una protezione divina.

X.

La sera del 4 maggio Genova ferveva d’insolito moto. Le vie brulicavano d’una folla straordinaria; capannelli di cittadini si componevano e scomponevano rapidamente in tutti i canti, e la voce: «Partono stanotte,» volava con accenti alterni di ansietà e di gioia su tutte le labbra. Intanto drappelli di giovani, all’aspetto forastieri, traversavano taciti e affrettati la città e si dirigevano tutti insieme, come mossi da un solo pensiero, fuori di Porta Pila. Poche ore dopo il Bixio, finto pirata, saltava con pochi seguaci a bordo del _Piemonte_ e del _Lombardo_ (i due vapori concessi dal Rubattino) e se ne impadroniva, e Garibaldi in camicia rossa e _puncio_ americano, il sombrero sugli occhi, la sciabola sulle spalle, il _rewolver_ e il pugnale alla cintura, scendeva sul far della mezzanotte da Villa Spinola alla spiaggia di Quarto, e colà attorniato tosto da’ suoi volontari giunti prima di lui al convegno, e tornato sereno e quasi ilare, vi attendeva in placidi ragionari l’arrivo dei predati bastimenti. Il Governo solo in tanto tramenío sembrava dormire profondamente.

Era però succeduto un piccolo incaglio. L’operazione de’ bastimenti era stata più lunga del supposto; la macchina del _Lombardo_ non funzionava bene, talchè era stato mestieri che il _Piemonte_ se lo attaccasse alla poppa e lo traesse a rimorchio; onde Garibaldi, dubitando di qualche inatteso sinistro, fu preso subitamente da una tal quale impazienza, e buttatosi in un canotto faceva vogare a forza di poppa verso Genova per verificare co’ suoi occhi la causa dell’indugio. Fortunatamente i bastimenti erano già in cammino; e Garibaldi balzato a bordo del _Piemonte_ e preso da quel momento il governo della piccola flottiglia, comandò egli stesso la manovra per accostar la spiaggia di Quarto. Colà tutto era pronto: da Villa Spinola eran già stati calati i mille fucili, non più, dati dal La Farina[25] (i viveri, le munizioni e il resto dell’armi dovevano esser presi in mare); il Bertani aveva già consegnato a Garibaldi trentamila franchi in oro, terzo della somma offerta del _Milione di fucili_;[26] i Legionari «battevano il piede sulla spiaggia, come il corsiero generoso impaziente delle battaglie;[27]» e in brev’ora, senza strepito e senza disordine, tutto fu imbarcato.

Già biancheggiava l’alba del 5 maggio: le camminiere fumavano; la rotta era segnata; tutti gli ordini erano dati; il Bixio al comando del _Lombardo_, il Castiglia a quello del _Piemonte_, non attendevano più che il segnale; Garibaldi tuonò un sonoro: _Avanti_; le àncore furono salpate; le ruote si scossero; le prue si drizzarono verso sirocco, e in brev’ora le due navi non furono che due masse nere, sormontate da un pennacchio grigio, sulla glauca conca del Golfo ligure.

_O nimis optato sæclorum tempore nati — Heroes salvete_.[28]» Voi portate l’Italia e la sua fortuna; voi state per scrivere una delle più stupende pagine del secolo nostro; voi apparecchiate alla patria l’unità, alla poesia la leggenda, al valore latino una novella apoteosi, e felici o sfortunati siete immortali. Però scegliere tra voi la schiera de’ più eletti sarebbe ingiusto: vi accomuna la fede nella virtù, vi uguaglia la religione del sacrificio, e Omero dovrebbe scrivere il vostro eroico catalogo coll’intero Albo dei _Mille_.

XI.

Garibaldi non poteva cimentar sè e la causa d’Italia a sì perigliosa avventura senza chiarire alla nazione ed al suo capo i propri intendimenti e, soprattutto, senza stringere co’ suoi amici lasciati sul Continente tutti gli accordi che valessero ad assicurargli alle spalle una base d’operazione ed una fonte durevole di soccorso.

Al Re aveva scritto: non aver consigliato l’insurrezione dei Siciliani, ma dacchè essi s’erano levati in nome dell’unità italiana non poter più esitare a correre in loro aiuto. Sapeva la spedizione pericolosa, ma confidava in Dio e nel valore de’ suoi compagni. «Suo grido sarebbe sempre: Viva l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele, suo primo e più prode soldato. Non avergli comunicato il suo progetto, perchè temeva che la grande devozione che nutriva per lui l’avesse persuaso ad abbandonarlo.[29]»

All’esercito, memore della promessa fatta al Sacchi, raccomandava di non sbandarsi, di sovvenirsi che anche nel Settentrione avevamo nemici e fratelli, di stringersi sempre più ai suoi valorosi ufficiali ed a quel Vittorio, la di cui bravura «può essere rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà a condurli a definitivi trionfi.[30]»

Finalmente ad Agostino Bertani, creato da lui suo proministro per tutta Italia, lasciava questi amplissimi incarichi:

«Genova, 5 maggio 1860.

»Mio caro Bertani,

»Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio a voi gli incarichi seguenti:

»Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa;

»Procurare di far capire agl’Italiani, che, se saremo aiutati dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo, con poche spese; ma che non avranno fatto il dovere, quando si limitano a qualche sterile sottoscrizione;

»Che l’Italia libera d’oggi, in luogo di centomila soldati deve armarne cinquecentomila, numero non certamente sproporzionato alla popolazione, e che tale proporzione di soldati l’hanno gli Stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare; con tale esercito l’Italia non avrà più bisogno di stranieri, che se la mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla;

»Che ovunque sono Italiani che combattono oppressori, là bisogna spingere tutti gli animosi e provvederli del necessario per il viaggio;

»Che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ec., dovunque sono dei nemici da combattere.

»Io non consigliai il moto della Sicilia, ma venuti alle mani quei nostri fratelli, ho creduto obbligo di aiutarli.

»Il nostro grido di guerra sarà: _Italia e Vittorio Emanuele_; e spero che la bandiera italiana anche questa volta non riceverà sfregio.

»Con affetto

»vostro GIUSEPPE GARIBALDI.[31]»

E questo mandato troppo per sè solo vago e indeterminato, combinato con altre lettere e discorsi di Garibaldi, diverrà poi il primo germe maligno di dissidi che minacceranno più d’una volta di turbar la concordia del partito nazionale e saranno origine di alcuni non lieti episodi che avremo a narrare fra poco.

Se non che la fortuna parve fin dai primi passi corrucciarsi dell’audace disfida, e suscitò ai navigatori una imprevista difficoltà. Una parte delle armi, e tutte le munizioni erano state caricate sopra due paranze, che dovevano aspettare con un fanale alla prua i due vapori all’altezza di Bogliasco e in essi trasbordare il loro carico. E difatti poco lontano dal punto indicato un fioco lume tremola sulle acque e par che navighi esso pure verso i piroscafi; quando, a un tratto che fu, che non fu,[32] il lume dà volta, s’allontana, dilegua, lasciando tutta la costa nella silenziosa oscurità di prima. Indarno Garibaldi fa rallentare le macchine, indarno fruga, quanto gira l’occhio, la costa ed il mare; il mare e la costa non gli danno altra risposta. Era una terribile verità: quella barca portava a bordo la più necessaria parte dell’arsenale della spedizione; senza quella barca anche quel migliaio di grami fucili del La Farina diventava affatto inservibile; i Mille non erano più che una turba di viaggiatori inermi, ed ogni altro capitano avrebbe giudicato la spedizione ineffettuabile e deciso il ritorno. Non Garibaldi. Ordinato ai suoi Luogotenenti, partecipi del segreto, di nascondere a chicchessia il contrattempo, ormai fidente nella sua stella, e avendo probabilmente già trovato nella fervida mente il rimedio del male: «Non importa, esclama, facciamo rotta per il canale di Piombino;» e le due navi ripigliarono all’istante l’interrotto cammino, e i Volontari, che s’erano tutti levati a commentar quella sosta inattesa senza nulla capirne, tornarono inconsci e tranquilli ad accucciarsi sul ponte, a spandersi nelle cabine, a dondolarsi sui bordi; taluno a scriver le prime linee delle sue Memorie; tal altro a battagliare, come Don Giovanni, tra i ricordi della bella lasciata al paese, e gl’ingrati effetti del rollío e del beccheggio.

Poichè v’era tutto un mondo su quel naviglio: la recluta ed il veterano; l’avventuriere e l’eroe; l’artista ed il filosofo; il settario ed il patriotta; il lafariniano intollerante ed il mazziniano arrabbiato: «il Siciliano in cerca della patria, il poeta d’un romanzo, l’innamorato dell’obblío, l’affamato di un pane, l’infelice della morte: mille teste, mille cuori, mille vite diverse; ma la cui lega purificata dalla santità dell’insegna, animata dalla volontà unica di quel Capitano, formava una legione formidabile e quasi fatata.[33]»

XII.

Oltrepassato il Canale di Piombino la mattina del 7 maggio, la piccola flottiglia andò a gettar l’ancora innanzi a Talamone, a breve tratto da Porto Santo Stefano, a poche miglia da Capo Argentaro e dalla fortezza d’Orbetello. Nè fu certo per riposarvi.

Parecchie potevano essere le ragioni di quella fermata, ma principale fra tutte quella di cercare su quella costa solitaria, ma spesseggiante di fortilizi e di arsenali terrestri e marittimi, un mezzo, un espediente qualsiasi per risarcire la grave perdita delle munizioni, o predate o smarrite colla paranza di Portofino. E però fu anche questo il primo scopo, cui Garibaldi converse i suoi pensieri. «Talamone (narra egli stesso) aveva un povero porto poveramente armato, comandato da un ufficiale e da pochi veterani. I Mille avrebbero potuto facilmente impadronirsene anche scalandolo; ma non sembrò conveniente, e perchè si sarebbe fatto troppo chiasso, e perchè non si era certi di trovarvi quanto abbisognava.»

Conveniva dunque fidare in qualche stratagemma, e Garibaldi, già, lo sappiamo, non ne fu mai a corto.

Sovvenutosi d’aver seco nel poco bagaglio la sua uniforme da Generale piemontese del 1859, appena sceso a terra la indossò, e fatto chiamare a sè il vecchio Comandante di Talamone, gli fu facile ottenere da lui, parte col prestigio del nome e l’affabilità de’ modi, parte coll’autorità di quell’assisa, tutto quanto gli occorreva. Se non che il Castellano era più volenteroso che ricco; nella sua vecchia bicocca non v’erano più che pochi fucili arrugginiti e un’antiquata colubrina; buoni pur quelli, pensò il Capitano de’ Mille, ma non certo bastevoli alla sua grande miseria. Fortunatamente però il Comandante di Talamone nel consegnargli que’ poveri rimasugli fece intendere che le scorte di guerra di tutto quel tratto di costa erano raccolte nel forte di Orbetello, e che colà certamente la spedizione avrebbe trovato quanto le poteva occorrere. Bastò. Pochi istanti dopo il colonnello Türr riceveva da Garibaldi l’incarico di chiedere al Comandante d’Orbetello quante armi e munizioni aveva in serbo ne’ suoi arsenali; e due ore dopo, munito di questo biglietto di Garibaldi: — «Credete a tutto quanto vi dice il mio Aiutante di campo, il colonnello Türr, ed aiutateci con tutti i vostri mezzi per la spedizione che io intraprendo per la gloria del nostro re Vittorio Emanuele e per la grandezza d’Italia;» — il Colonnello stesso si presentava al maggiore Giorgini, tale era il nome del Comandante, e gli esponeva l’oggetto del suo mandato. Il Giorgini in sulle prime, sgomento della grave responsabilità cui andava incontro, ne rifuggì apertamente; ma poi il Türr seppe tanto dire e fare e così destramente dimostrargli l’impresa esser voluta dal Re, andarne della Sicilia non solo, ma dell’Italia, ogni ritardo poter riuscire esiziale, infine la responsabilità del concedere essere in quel caso un nulla al paragone di quella del rifiutare, che il buon Giorgini, ascoltando certo più le voci del patriottismo che quelle della rigida disciplina militare, finì col darsi per vinto, e col concedere tutto quanto gli era richiesto. Nè infatti quel giorno era ancora tramontato, che lo stesso Giorgini conduceva a Garibaldi (tenersi dal vedere egli stesso il magico eroe non avrebbe potuto) centomila cartocci, tre pezzi da sei e milleduecento cariche, le quali, unite ai vecchi schioppi e alla barocca colubrina di Talamone, compirono l’armamento ben degno di quei Mille _pezzenti_ alla conquista di un regno.[34]

Ma di pari passo a questa, un’altra operazione, importantissima fra tutte, era stata compiuta. La gente imbarcata a Quarto non era fino allora che una turba informe e confusa; conveniva darle al più presto una forma ed un aspetto militare. Però anche a questa bisogna poche ore bastarono. Scesi a terra i Legionari, e passata una prima rassegna, millesettantadue risposero all’appello. In seguito, divisa la gente in nove compagnie, ed eletti: a Capo dello Stato Maggiore Giuseppe Sirtori, del Quartier generale Stefano Türr, dell’Intendenza Giovanni Acerbi, del Corpo sanitario il dottor Ripari; fu letto un Ordine del giorno, nel quale, dopo aver stabilito che il corpo riprenderebbe il nome di _Cacciatori delle Alpi_, e raccomandata l’abnegazione e la disciplina, era proclamato che il suo grido sarebbe sempre quello, rimbombato già sulle sponde del Ticino: _Italia e Vittorio Emanuele_.[35] L’organizzazione poi, soggiungeva l’Ordine del giorno, sarebbe stata «in tutto simile a quella dell’esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, _sono dati_ al merito, e sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.[36]»

A questo solo però non s’eran fermate le cure di Garibaldi. Il pensiero vagheggiato fin dai giorni della Cattolica di un’invasione nelle provincie romane, egli l’aveva sepolto in fondo al cuore, ma deposto non mai; e la riscossa siciliana non aveva fatto che ridestarlo e richiamarlo a vita novella. Nella mente sua un concetto non escludeva l’altro, anzi a vicenda s’integravano e insieme compievano quel disegno d’insurrezione generale di tutta Italia, che era il suo eroico sogno, e di cui i «cinquecentomila volontari e il milione di fucili» dovevano essere i fattori e gli stromenti.

Poichè l’eroe aveva promesso il suo braccio ai Siciliani, e’ non intendeva ritrarlo; ma pensava sempre che la Sicilia potesse essere soccorsa in due modi: recandole un rinforzo d’armi e d’armati; e suscitando nella restante Italia, rimasta schiava, segnatamente nelle Marche, nell’Umbria e nel Napoletano, una vasta sommossa che mettesse in fiamme tutta la Penisola, e finisse una buona volta, per dirla con lui, «le nostre miserie di tanti secoli.» Da ciò le parole al Bertani «che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque sono nemici;» da ciò la lettera al Medici (Genova, 5 maggio 1860), nella quale consigliandolo a serbarsi per altre imprese ed a fare ogni sforzo per inviare soccorsi di armi e di gente in Sicilia, gli aggiungeva di fare «lo stesso nelle Marche e nell’Umbria, ove presto sarà l’insurrezione, e dove presto conviene promuoverla a tutta oltranza.[37]» Da ciò infine l’appello agl’Italiani bandito da Talamone: «Che le Marche, l’Umbria, la Sabina, Roma, il Napoletano, insorgano per dividere le forze de’ nostri nemici;» e quale ultimo portato di quest’idea, quella diversione o spedizione nell’Umbria, che fu detta di Talamone.

Di questo fatto inesattamente si scrisse, e male si giudicò fin d’allora; ma alieni dall’occupare, con litigiose digressioni, il posto sacro alla Storia, ci restringeremo a dire del fatto, quanto a noi stessi, testimoni e attori involontari, consta in modo non discutibile, nè confutabile.

Nella mattina stessa del 7 maggio, Garibaldi faceva chiamare nella casa del Gonfaloniere, dove aveva posto il Quartier generale, il colonnello Zambianchi e gli proponeva di mettersi a capo d’una schiera di Cacciatori delle Alpi per tentare un’invasione nell’Umbria dal lato di Orvieto. Gli avrebbe dato, diceva, armi e danari; l’affidava che a poche miglia avrebbe trovato una colonna già in marcia di Livornesi che s’unirebbe a lui; lo lusingava che una spedizione si stesse preparando a Genova dal Cosenz e dal Medici, e ch’egli stesso, Garibaldi, potesse comparire nell’Umbria e pigliare il comando dell’impresa.

E questo fu il primo capitale errore del Duce dei Mille. Lo Zambianchi, colonnello nel 1849 de’ Gendarmi della Repubblica romana, aveva lasciato dietro a sè una fama piuttosto di brutalità che di prodezza; e non possedeva certo alcuna delle doti necessarie a governare una siffatta impresa. Appunto perchè grosso di cervello, quanto spavaldo di cuore, non si rese alcun conto della difficoltà e della responsabilità del mandato, e l’accettò. Garibaldi gli diè facoltà di scegliersi, fra i Mille, una schiera di cinquanta o sessanta volontari, gli assegnò egli stesso due o tre ufficiali (buoni, diceva il Generale), i quali, indarno supplicato di non essere staccati dai camerata coi quali eran partiti, ma non volendo in quell’ora solenne dar l’esempio d’una indisciplinatezza, si rassegnarono al sacrificio; gli pose nelle mani sessanta buone carabine, quaranta _revolver_ e seimila franchi; gli consegnò un Manifesto da bandirsi ai Romani, e un foglio d’Istruzioni tutto di suo pugno e lo mandò con Dio.

Il Manifesto già noto diceva:

«Romani!

»Domani voi udrete dai preti di Lamoricière che alcuni _Mussulmani_ hanno invaso il vostro terreno. Ebbene, questi _Mussulmani_ sono gli stessi che si batterono per l’Italia a Montevideo, a Roma, in Lombardia! quelli stessi che voi ricorderete ai vostri figli con orgoglio, quando giunga il giorno che la doppia tirannía dello straniero e del prete vi lasci la libertà del ricordo!

»Quelli stessi che piegarono un momento davanti ai soldati agguerriti e numerosi di Buonaparte, ma piegarono colla fronte rivolta al nemico, ma col giuramento di tornare alla pugna, e con quello di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità che quella dell’odio all’oppressore ed ai vili!

»Sì, questi miei compagni combattevano fuori delle vostre mura, accanto a Manara, Melara, Masina, Daverio, Peralta, Panizzi, Ramorino, Mameli, Montaldi, e tanti vostri prodi che dormono presso alle vostre catacombe, ed ai quali voi stessi deste sepoltura, perchè _feriti per davanti_.

»I vostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra degli Scevola, degli Orazii e dei Ferrucci; la nostra causa è la causa di tutti gl’Italiani. Il nostro grido di guerra è lo stesso che risuonò a Varese ed a Como: _Italia e Vittorio Emanuele!_ e voi sapete che con noi, caduti o vincenti, sarà illeso l’onore italiano.

»G. GARIBALDI

»Generale romano promosso da un Governo eletto dal suffragio universale.»

Le Istruzioni, ignorate sino ad ora e che per la prima volta si pubblicano, aggiungevano:[38]

_Istruzioni al comandante Zambianchi._

«1º Il comandante Zambianchi invaderà il territorio pontificio colle forze ai suoi ordini, ostilizzando le truppe straniere mercenarie di quel Governo antinazionale con tutti i mezzi possibili.

»2º Egli susciterà all’insurrezione tutte quelle schiave popolazioni contro l’immorale Governo, e procurerà ogni modo per attrarre con lui tutti i soldati italiani che si trovano al servizio del Papa.

»3º Egli, campione della causa santa italiana, reprimerà qualunque atto di vandalismo col maggior rigore, e procurerà di farsi amare dalle popolazioni.

»4º Chiederà, come è giusto, dai Municipi ogni cosa, di cui possa aver bisogno in nome della Patria, che compenserà alla fine della guerra ogni spesa sopportata da particolari e Comuni.

»5º Egli propagherà l’insurrezione dovunque negli Stati del Papa ed in quelli del Re di Napoli, evitando, per quanto è possibile, di percorrere gli Stati italiani del re Vittorio Emanuele, il nome del quale e d’Italia saranno il grido di guerra d’ogni Italiano.

»6º Eviterà più che possibile d’accettare soldati dell’esercito nostro regolare, anzi raccomanderà a questi di non abbandonare le loro bandiere, e che non tarderà il loro turno in combattimenti maggiori.

»7º Trovandosi con altri corpi italiani nostri, procurerà di accordarsi circa le operazioni. Se alla testa di quei corpi si trovassero i brigadieri Cosenz o Medici, egli si porrà immediatamente ai suoi ordini, e se vi fosse guerra tra Vittorio Emanuele e i tiranni meridionali, allora si porrebbe agli ordini del comando superiore del Re o chi per lui.

»(_Firmato_) G. GARIBALDI

»Generale del Governo di Roma, eletto dal suffragio universale e con poteri straordinari.»

Ora come Garibaldi potesse dar per cosa quasi certa la prossima entrata del Cosenz e del Medici[39] nelle provincie romane, e molto più come potesse credere che l’esercito regio li avrebbe o preceduti o spalleggiati, è problema che forse Garibaldi stesso non saprebbe risolvere; uno dei tanti enigmi di cui tutte le congiure son piene, e quella del risorgimento italiano è riboccante.

Comunque, lo Zambianchi, radunata la sua piccola schiera, la sera stessa del 7 maggio spiccò la marcia verso Fontebranda, e incontrata la mattina vegnente la colonna promessagli de’ Livornesi,[40] continuò, attraverso tutta la Maremma grossetana, senza mai incontrare su suoi passi l’ombra d’un ostacolo. Soccorso dai Municipi di viveri, di vesti, e talvolta, come a Scansano, di armi; non molestato dalle Autorità governative, e spesso segretamente secondato, arrivò dopo dodici giorni di viaggio agiato e tranquillo a Pitigliano sul confine della provincia orvietana. Colà ospitato, mantenuto, al solito, festeggiato dagli abitanti, sostò comodamente altri tre giorni; e tra il 20 e il 21 sconfinò. I troppi saggi di volgarità e d’imperizia dati dallo Zambianchi non consentivano più alcuna illusione sull’esito finale dell’impresa, e i pochi che nelle file ragionavano ancora, lo prevedevano e ne tremavano. Ma che fare? Non avrebbero potuto denunciare l’inettitudine del Comandante senza taccia di sediziosi; non sottrarsi al destino de’ loro camerata senza taccia di disertori, e convenne loro rassegnarsi, tacere e marciare sino alla fine. Infatti, giunti alle grotte di San Lorenzo, tra Valentano e Acquapendente, la catastrofe, preveduta, precipitò. Il Colonnello, disposti a rovescio gli avamposti e trascurate le più elementari norme di cautela militare, aveva lasciato i volontari disperdersi tra le case e le cantine, dove col dolce vin di Orvieto gli abitanti medesimi li attiravano; e abbandonatosi egli stesso a copiose libazioni, era caduto, briaco fradicio, in pesantissimo sonno.

Intanto, scorsa poco più d’un’ora, uno squadrone di Gendarmi, condotti da quello stesso colonnello Pimodan che lasciò poi la vita a Castelfidardo, entrava di sorpresa nel villaggio e lo traversava ventre a terra in tutta la sua lunghezza. Se non che non tutti erano venuti a patti coll’_Orvietano_: una mano di valorosi oppose da un caffè una disperata resistenza; al rumore della zuffa accorrono via via i più vicini e i meno assonnati: la pugna si accende alla spicciolata in più luoghi: una barricata improvvisata dinanzi al caffè sbarra la via ai cavalli nemici; una scarica bene aggiustata, penetrando nei loro fianchi, ne abbatte alcuni, e sgomina gli altri; e in men di due ore gli assalitori sono costretti a dar volta precipitosamente, lasciando dietro a sè non pochi feriti e prigionieri. I Garibaldini dunque non furono sconfitti, siccome i Pontificii spacciarono e molti ripeterono:[41] essi restarono padroni del terreno; essi stettero ancora accampati sul territorio pontificio circa tre ore, e soltanto al calar della sera in ordine minaccioso, trascinando seco lo Zambianchi più come un ostaggio che come un capitano, ripassarono il confine a Sovano, dove il Governo di Ricasoli, che quindici giorni prima li aveva lasciati armare de’ suoi fucili, li disarmò.

E così nacque, procedette e finì la spedizione delle Grotte. Commessa a forze inadeguate, guidata da capo imbelle ed inetto, tentata in ora inopportuna fra popolazioni intorpidite ed avverse, essa doveva fallire al suo fine; ma se non fu vittoriosa nel suo campo, non ne recesse nemmeno disonorata; e fruttò almeno un’utile diversione all’impresa siciliana,[42] tenne incerti e confusi più giorni i governi nemici d’Italia sui veri passi di Garibaldi e agevolò, col sacrificio di sessanta dei Mille, la vittoria de’ loro compagni.

XIII.

I Cacciatori delle Alpi erano già tornati a bordo; i cannoni di Talamone già imbarcati; i vapori passati nella mattina dell’8 dal Porto di Talamone in quel vicino di Santo Stefano, vi prendevano il resto delle provvigioni da guerra e da bocca, e nel pomeriggio del giorno stesso il naviglio sferrava nuovamente con mare placido alla volta di Sicilia. E per due giorni e due notti nessun accidente notevole. Sulla prua del _Piemonte_ erano stati posti in batteria la colubrina e sul casseretto della sua poppa il cannone da quattro; i Legionari pigliavano le armi e le munizioni: l’Orsini, nominato capo dell’Artiglieria, piantava in un camerino un laboratorio pirotecnico; c’era un po’ di maretta e qualche volontario pagava il tributo; ma nel rimanente tutto andava a seconda. Soltanto a una cert’ora del giorno: «Un uomo, un uomo in mare,» si udì gridare a prua del _Piemonte_; ed infatti un volontario, chi disse caduto per caso, chi buttatosi per accesso subitaneo di pazzia, dal bastimento, compariva e scompariva sull’onde, sì che fu mestieri che il _Piemonte_ sciasse e mettesse in acqua una lancia per pescare, non si seppe mai di certo, se il naufrago o il suicida. Episodio insignificante, e che certo avremmo taciuto, se Garibaldi, combinando insieme il ritardo cagionato da quel salvataggio col perditempo occorsogli per la paranza delle munizioni e colla conseguitane deviazione per Talamone, non avesse tratto da tutti quegl’indugi la conseguenza che essi, anzichè nuocere, giovarono provvidenzialmente all’impresa; sia continuando l’incertezza del nemico sulla vera rotta dei due piroscafi, sia facendo in guisa che essi arrivassero allo scoperto di Marettimo proprio nel momento, in cui la crociera borbonica lasciava i paraggi di Marsala e correva a levante verso Capo San Marco.

Garibaldi invece non nota nemmen di sfuggita altro più grave caso avvenutogli tra la notte del 10 e 11 maggio, e che per poco non cagionò un cozzo rovinoso fra i due legni fratelli. Infatti era accaduto che il _Lombardo_, filando due nodi meno del _Piemonte_, aveva perduto tanta strada sul suo compagno, che al calar della notte era scomparso affatto dalla sua vista. Era un grave inconveniente tanto più che nelle tenebre il viaggiar di conserva diveniva indispensabile. Garibaldi però decide di aspettare lo smarrito; ma poichè era già nelle acque di Marettimo e poco lunge probabilmente dalla crociera nemica, così aveva fatto spegnere a bordo tutti i fanali e intimato il più rigoroso silenzio. Ma il _Lombardo_, che intanto aveva fatto strada, «giunto a poche miglia da Marettimo vide a un tratto davanti a sè una massa nera, immobile con tutto l’aspetto d’un nemico in agguato. Chi può essere, che cosa può volere a quell’ora in quelle acque un bastimento a vapore senza lumi, senza segnali, senza voci? Però è già da un quarto d’ora che Bixio è fisso con tutti i sensi su quell’inerte e cieco fantasma; ma più guarda, più ascolta e più il legno s’avanza e più gli cresce nell’animo il sospetto, che sin dal primo istante gli era balenato. Certo è una fregata nemica alla posta della preda. Che fare? Che fare? Bisogna risolvere, e presto, finchè ne avanza il tempo. Madido di freddo sudore, tremante di rabbia, ma coll’animo sacrato ad ogni più mortale cimento, il Bixio ha deciso. Si rammenta che Garibaldi fin da Genova gli mormorò all’orecchio: — Bixio, se mai.... all’arembaggio, — e credendo giunta l’ora di eseguire l’ordine del suo Generale, urla al macchinista di spingere a tutta forza, al pilota di drizzar la prua sul supposto incrociatore, e sveglia con un disperato ululo d’allarmi tutto il bastimento. In un baleno la voce corre che si è caduti nella crociera borbonica; i volontari, che dormivano sicuri, si svegliano in sussulto, danno di piglio alle armi, si schierano instintivamente lungo i parapetti, si preparano a combattere contro chi, perchè, come, non lo sanno; ripetendo macchinalmente quella parola _all’arembaggio_, che molti non sanno nemmeno che cosa voglia dire, che i più, capaci appena di tenersi ritti su un bastimento, non avrebbero nemmen saputo come si tenti. Ma hanno fede in Bixio, e la disperazione opera l’usato effetto di dar valore anche ai più imbelli.

»E Bixio, dal canto suo, continua a camminare in tutta furia sull’immaginario nemico, che immobile sempre pare che l’attenda e lo sfidi. A un tratto una voce sonora, piena, calda come un bramito, parte dal legno misterioso e rompe la silenziosa tenebra del mare: — Oh capitano Bixiooo! — Garibaldi! — scoppia in una voce sola il _Lombardo_. E Bixio già curvo all’estrema punta di prua per esser primo all’assalto, tremante ancora del disperato passo che era per dare, tremante anche più per l’irreparabile disastro che stava per cagionare, Bixio trova tuttavia la forza di rispondere:

» — Generale!

» — Ma cosa fate, volete mandarci a fondo?

» — Generale, non vedevo più i segnali.

» — Eh! non vedete che siamo in mezzo alla crociera nemica?... Faremo rotta per Marsala.

» — Va bene, Generale.[43]»

Marsala infatti era il punto che fin dalla sera del 10 era stato scelto per lo sbarco. In sulle prime Garibaldi aveva titubato tra Porto Palo e Sciacca; ma poi un esame più diligente della costa e degli andamenti della crociera, e soprattutto i consigli pratici d’un bravo pescatore trovato nelle vicinanze di Marettimo, lo indussero a preferire, fra quei tre punti, il primo. Sciacca infatti era troppo lontano; Porto Palo non aveva pescaggio sufficiente; mentre Marsala, oltre alla bontà dell’ancoraggio ed all’abbondanza di battelli da sbarco, offriva questo importantissimo vantaggio, che navigando tra Marettimo e Favignana vi si poteva accostar più facilmente al coperto e trovarvi men pericoloso l’approdo.

Oltre a ciò, spiando Garibaldi nella sera del 10 le mosse dei legni borbonici, li aveva veduti incamminarsi placidamente verso scirocco e levante, sicchè n’aveva argomentato che, quand’anche al suo uscire dall’Arcipelago delle Egadi fosse stato subito scoperto, egli si trovava però sempre assai più vicino a Marsala che gli incrociatori, quindi nella possibilità di afferrarvi molto prima che al nemico fosse bastato il tempo di traversargli il passo.

Tutto ciò ben ponderato e considerato, le navi corrono per la rotta indicata; scivolano tra Marettimo e Favignana, e girato il Capo della Provvidenza, mai come in quell’istante meritevole del suo nome, ecco apparire dalla cima dell’Erice alla punta del Lilibeo tutta la costa siciliana, e tra breve, entro una cerchia di mura merlate le bianche case di Marsala, il _Porto d’Alì_.[44]

Se non che quasi nel punto medesimo emersero alla vista, ancorate innanzi a Marsala stessa, due grosse navi. Erano, senza tema d’inganno, navi da guerra; ma di qual bandiera, con quali propositi? Un gran silenzio si fa a bordo. Tutti gli occhi son fissi sui due legni sospetti; il dubbio d’essere incapati nella crociera nemica accende la fantasia de’ più inesperti, e fa battere i cuori de’ più intrepidi; sullo stesso volto di Garibaldi passa una nube. Quando uno _schooner_ inglese, che veniva facendo la rotta opposta al nostro naviglio, risponde al capitano Castiglia, che l’aveva interrogato, nella lingua sua: _They are two vassel of the british squadron_. — «Son due legni della squadra britannica.» — Un respiro allarga tutti i petti: le macchine sono spinte a tutta forza; l’onda fugge sotto le rapide ruote; l’ambito lido si disegna: _crebrescunt optatæ aures portusque potescit_; giù verso scirocco tre incrociatori nemici, richiamati dai telegrafi ottici della costa, rimontano col massimo della loro velocità verso i legni ribelli, ma è ormai troppo tardi: il _Piemonte_, già sorpassata la punta del molo, infila il porto; il _Lombardo_, sforzando la vaporiera fin ad investire la costa, lo segue a breve tratto; e al tocco dell’11 maggio 1860, i novelli Argonauti afferrano gloriosamente la lor Colchide agognata.

Nè l’opera dello sbarco fu tardata un istante: numerose barche, quali prese a forza,[45] quali volontarie, s’affollano intorno alle due navi, e prima ancora che i legni nemici, sempre accorrenti a tutto vapore, sian giunti a tiro de’ loro cannoni, il grosso della truppa, delle armi, delle provvigioni è già trasportato a terra. Anche gli incrociatori però ebbero tempo di sopraggiungere, e lo _Stromboli_, lasciata la Partenope che si trascinava al rimorchio, per nulla _impedito_, come fu novellato,[46] dai legni inglesi, rimastisi neutrali, veniva a postarsi traverso, cominciando tosto a fulminare l’acqua, i bastimenti, le barche, la rada, il molo, di furiose e disordinate bordate.

Vano rumore! Spreco impotente di polvere e di ferro! Ogni colpo, fosse la fretta, l’imperizia o la trepidazione de’ tiratori, muore nell’acqua o passa innocuo per l’aria, e le _Camicie rosse_ sfilano in perfetta ordinanza fino alla città, salutando di viva, di motteggi, di risate la vana mitraglia.

La prima prova era vinta. Otto secoli prima,[47] i Normanni di Ruggiero sbarcavano in Sicilia a fondarvi sullo sfacelo della dominazione mussulmana una monarchia cristiana, ma feudale; ora altri Normanni guidati da un eroe, non men famoso del nipote di Tancredi, scendevano nella medesima Isola non più conquistatori, ma liberatori, a fondarvi una monarchia civile e redentrice, pietra angolare dell’Unità d’Italia.

XIV.

«Siciliani!

»Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all’eroico grido della Sicilia — resto delle battaglie lombarde. — Noi siamo con voi — e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. — Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. — All’armi dunque; chi non impugna un’arma, è un codardo o un traditore della patria. Non vale il pretesto della mancanza d’armi. Noi avremo fucili, ma per ora un’arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra d’un valoroso. I Municipi provvederanno ai bimbi, alle donne ed ai vecchi derelitti. — All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente volontà d’un popolo unito.

»G. GARIBALDI.»

Con queste parole annunziava ai Siciliani la sua calata nell’Isola, e il gagliardo appello diffuso prestamente da mani fidate in tutte le terre circostanti, correva come caldo soffio sulle ceneri semispente della rivoluzione, e ne sprigionava una vampa novella.

Intanto però una cosa urgeva: marciare avanti al più presto. Marsala tanto propizia all’approdo, non lo era del pari alla dimora. Confinata in un angolo estremo dell’Isola, segregata dai maggiori centri dell’insurrezione, esposta ad essere circuita in brev’ora così dalla terra come dal mare, ogni buona cagione politica e militare consigliava a levarne senza indugio le tende.

Oltre a ciò Garibaldi aveva compreso che, se v’era impresa in cui confidarsi alla celerità delle mosse, era quella; e provetto di quell’arte, fu risoluto di usarla da par suo. Comandò quindi che alla prima alba dell’indomani fosse suonato a raccolta e tutta la Colonna pronta alla partenza. Non aveva ancora fermo in mente alcun disegno preciso; ma vedeva però già chiara questa necessità: camminare diviato, per la più retta, su Palermo, salvo a prender più tardi consiglio dai casi e dalle fortune. Ora la via più retta era quella appunto che da Marsala va per Salemi, Alcamo, Partinico, Monreale, e che correndo fra due altre strade conducenti con giri più tortuosi al medesimo scopo, gli lasciava aperto il campo a quei volteggiamenti ed a quelle finte, di cui era maestro.

Con questa semplice idea nella mente, la mattina del 12 fece dare nelle trombe. Nessuna marcia di esercito potente e vittorioso fu più allegra, come la prima di que’ poveri Mille, cui poteva attendere tra poco l’ultimo sterminio. Gli è che per essi il solo esser sbarcati su quella terra, era già una conquista, e il passeggiarla co’ loro piedi un trionfo. Alla lor testa camminava Garibaldi stesso. A Marsala erano stati presi alcuni cavalli, e il Generale aveva ricevuto in dono un’eccellente puledra; tuttavia dopo averla montata per breve tratto fuori della città, ne era sceso per marciare a piedi co’ suoi commilitoni e dividere con essi la fatica gioconda di quella prima tappa. E i Mille seguivano, alacri e giulivi quali mai non erano stati, ballando, avreste detto, più che camminando, burlandosi della canicola, non avvertendo la sete, cantando in dieci dialetti diversi le loro vecchie canzoni di guerra; osservando, paragonando, illustrando più come una brigata di viaggiatori artisti che come una colonna di soldati, gli spettacoli dell’insolita natura; apostrofando ogni Siciliano, e più, s’intende, ogni Siciliana, che incontrassero per via, di cui ammiravano e commentavano, secondo i gusti, il vernacolo melodioso, i grand’occhi neri, la tinta olivigna, i fieri aspetti de’ maschi, la selvaggia bellezza delle donne, l’orrendo sfacelo delle vecchie, la innocente nudità dei bambini.

Così la Colonna era giunta a Rampagallo, feudo di un barone Mistretta, a mezza via tra Marsala e Salemi, e colà fu ordinato il _grand’alto_. Se non che, considerato l’ora tarda, la stanchezza già incipiente della truppa, l’inopportunità di arrivare in Salemi di notte, la scarsezza di notizie del paese circostante, Garibaldi deliberò di fermarsi nel luogo stesso dove era giunto e di pernottarvi. E fu a Rampagallo che cominciarono a comparire i primi segni di quella insurrezione siciliana, di cui sino allora, a dir vero, eran corse più le novelle che apparse le prove. Infatti i due fratelli Sant’Anna e il barone Mocarta, che campeggiavano coi resti delle bande del Carini sui monti del Trapanese, appena udito lo sbarco del Liberatore, si erano affrettati, con una mano dei loro, sulle sue traccie, e raggiuntolo al bivacco di Rampagallo gli si eran presentati. Non eran più di cinquanta; coperti la più parte di pelli di caprone, e armati di vecchie scoppette e di pistole arrugginite; ma se Garibaldi avesse veduto arrivargli il soccorso d’un intero esercito, non sarebbe stato più radiante. Questi abbracciava, a quelli stringeva la mano, per tutti trovava qualcuna di quelle sue maliarde parole, di quelle sue note carezzevoli, di quei suoi sorrisi fascinatori che furono dovunque, ma saranno principalmente fra i Siciliani, il maggior segreto del suo trionfo.

Occupato pertanto il rimanente della giornata a riordinare la Legione, che fu ripartita in otto compagnie e due battaglioni ai comandi del Bixio e del Carini, e ad organizzare coi marinai del Piemonte e del Lombardo una compagnia di cannonieri; la mattina appresso la Colonna riparte per Salemi, e dopo una marcia alquanto più faticosa della precedente, in sulle prime ore del meriggio vi arrivò. E colà i Mille cominciarono ad avere una prima idea delle ovazioni siciliane. Intanto che da tutti i campanili della città le campane volavano a gloria, una turba di popolo, accompagnato da una musica, moveva incontro ai liberatori, dando loro un primo saggio di quel pittoresco linguaggio tutto meridionale, fatto insieme di mimica e di suoni, più dipinto, direste, che parlato e che nei momenti delle grandi ebbrezze scoppia in un tumulto bacchico di urla selvaggie, di gesti vertiginosi, di contorsioni quasi epilettiche, che ora direste un’eco lontana delle orgie dionisiache, ora vi dà l’immagine d’un ballo di Dervisch urlanti e danzanti al suono della _darbouka_, testimonianza a tutti sensibile che una ricca vena di sangue greco ed arabo scorre sempre sotto le carni infocate del Siculo nativo.

«Quando poi giunse il Generale (scrive uno dei Mille),[48] fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava, chi s’inginocchiava, chi benediceva; la piazza, le vie, i vicoli erano stipati, ci volle del bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e lieto, salutava e aspettava sorridendo.»

Entrato in città, dato quel resto di giornata al riposo, ed alla pulizia della sua truppa, raccolto il Consiglio de’ suoi maggiori Luogotenenti e dei capi delle Deputazioni inviategli a fargli omaggio, emanava due solennissimi decreti. Coll’uno assumeva, per la volontà dei principali cittadini e dei liberi Comuni della Sicilia, e in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia, la Dittatura; coll’altro bandiva la leva in massa di tutti gli uomini atti alle armi dai diciassette ai cinquant’anni, partendoli in tre classi di milizie: attiva, distrettuale e comunale, ordinamento che più tardi l’Italia crederà di apprendere dagli eserciti germanici, e le era antico e naturale. Che se quel secondo decreto, infrangendosi contro l’inveterata dissuetudine de’ Siciliani da ogni milizia obbligatoria, restò lettera morta, non affrettiamoci per questo a giudicarlo, come parve a taluno, sragionevole ed improvvido. Poteva essere, quanto a’ modi ed al tempo, meglio elaborato ed apparecchiato; ma quanto al concetto attestava, per dirlo con uno storico,[49] «della mente del Dittatore» e fa il suo miglior elogio. Garibaldi aveva compreso quant’altri che primo fondamento all’impresa d’Italia era una grande, stabile ed ordinata milizia. Che se più tardi fu costretto dalla necessità d’una guerra, che non permetteva tregua, a combattere con bande tumultuarie ed eserciti improvvisati, egli può gloriarsi d’aver saputo vincere con quelli, non essere accusato di non aver saputo ordinarne di migliori. E non vogliamo accusare nemmeno la Sicilia. Educata dalla funesta signoria borbonica a non vedere nelle milizie stanziali che gli stromenti della sua oppressione, era naturale che essa non discernesse subitamente la differenza che correva tra un pretoriano della tirannide e il difensore d’una libera patria, e si spiega senza colpa d’alcuno, fuorchè della triste eredità del passato, come essa non intendesse il grande diritto che il suo Liberatore le conferiva, chiamandola all’adempimento di quel supremo dovere.

A modo suo però, conforme le sue forze e il suo costume, la Sicilia aveva risposto all’appello. La rivoluzione si rianimava. Se le città ferreamente compresse da forti presidii non ardivano ancora rialzar la testa; le campagne, specialmente nelle provincie più occidentali dell’Isola, cominciavano a riscuotersi; e se altro non potevano, allargavano intorno alla Colonna liberatrice il terreno, su cui vivere e combattere. Il La Masa, popolarissimo in Sicilia pei ricordi del 48, inviato a sommuovere i distretti di Santa Ninfa e Partanna, correva quelle terre annunziando Garibaldi, rovesciando e istituendo governi, fugando i birri borbonici, raccogliendo i primi nuclei di quelle nuove bande che tra poco egli stesso comanderà.

Una banda di circa seicento, comandata da Giuseppe Coppola, era già calata dai ricoveri di Monte San Giuliano, e fin dalla sera del 13 arrivata a Salemi per offrire il suo braccio al Dittatore; un’altra squadra di un centinaio, la conduceva il giorno seguente quel frate Pantaleo, divenuto per brev’ora famoso, incontrato dai Mille presso a Rampagallo, che era ben lunge dal meritare il titolo di «novello Ugo Bassi,» da Garibaldi conferitogli; ma che però in quel momento colla simpatica figura, la scorrevole parlantina, il carattere non per anco sconsacrato e il bizzarro accoppiamento della cocolla e della camicia rossa, giovava ad apostolare quegl’ingenui Isolani ed a persuadere loro che Garibaldi non era quel Saracino che era stato loro dipinto, e che egli veniva non a spiantar la croce, ma a rassodarne nella giustizia e nella libertà il santo stelo.

Da lontano poi arrivavano non meno promettenti novelle. Rosolino Pilo (riuscito finalmente, dopo lunghe peripezie, ad unirsi agli insorti) teneva sempre con una mano di prodi le alture di San Martino nei dintorni di Monreale; e formava da quel lato un’estrema avanguardia utilissima; nel contado di Ventimiglia, di Ciminna, di Misilmeri, il La Porta, il Firmaturi, il Piediscalzi, il Paternostro, battevano ancora la montagna; infine, cosa nuova per Garibaldi e per vero significantissima, il Clero faceva quasi dovunque causa comune colla rivolta; anzi in molti luoghi ne era il principale istigatore e condottiero egli stesso; tanto profondo, universale, superiore ad ogni precetto di rassegnazione e ad ogni legge di perdono, era l’odio del nome borbonico.

E fu sotto l’impressione di quello spettacolo che Garibaldi bandì da Salemi stesso quel suo proclama ai «buoni preti» (un arguto disse: «Sarebbe stato meglio dire, _ai preti buoni_»), nel quale, «consolatosi che la vera religione di Cristo non fosse perduta,» li incoraggiava a perseverare nella loro santa crociata, «fino alla totale cacciata dello straniero dal suolo d’Italia.» E non solo tentava affezionarsi quei buoni preti coi proclami; ma li cercava, li voleva d’attorno, li festeggiava, li seguiva nelle loro chiese, s’inginocchiava ai loro altari; azioni codeste che in tutt’altri che Garibaldi si potrebbero dire volgari furberíe politiche; ma che in lui erano una riprova, un documento di più che una sola fede dominava veramente nel suo spirito: la patria; e che chiunque gli paresse disposto a dargli mano per redimerla, Papa o Re, zoccolante o soldato, angelo o demone, egli era pronto a celebrarlo, e, se occorreva, ad adorarlo.

XV.

Il Governo borbonico conosceva fin da’ primi suoi apparecchi la spedizione garibaldina; ma pur movendone qualche lagno al Governo sardo, l’aveva superbamente disprezzata, credendo che la sua crociera sarebbe bastata a colarla a fondo. Quando invece la vide sbarcar felicemente sotto gli occhi delle sue fregate, non potendo più negare il fatto, si provò a svisarlo, dipingendo gli sbarcati come una mano di filibustieri, annunciando come una vittoria la cattura de’ loro bastimenti, già abbandonati, consolandosi colla illusione che li avrebbe tutti esterminati, se non fosse stato l’impedimento de’ due legni inglesi. Finalmente quando i filibustieri presero terra, e malgrado i telegrammi de’ suoi Luogotenenti che li davano per distrutti e annichilati, li vide avanzare e ingrossare più vivi e baldanzosi che mai, allora scosse il letargo, e intanto che la sua Diplomazia protestava contro la perfidia del Gabinetto piemontese ed empiva di lai tutte le Corti dell’Europa; dava ordine a Palermo di inviare contro gl’invasori il nerbo delle sue truppe migliori, e di schiacciarli rapidamente in un sol colpo.

Per effetto di questi ordini, una colonna di tremila fanti, cento cavalli e quattro pezzi di artiglieria, agli ordini del generale Landi, marciava tosto per Partinico ed Alcamo alla volta di Salemi; mentre altre truppe navigavano per Trapani o salivano da Girgenti col proposito di mettere i filibustieri tra due fuochi e toglier loro ogni scampo.

Come però il Landi fu giunto, in sul pomeriggio del 14, a Calatafimi, vista la gagliardía del sito, deliberò di appostarvisi e di aspettare a quel varco inevitabile il nemico. Nè la postura, dato il concetto di una difensiva, poteva essere migliore. Essa offriva in un punto il doppio vantaggio tattico e strategico. Calatafimi, vecchia città saracena, giace sul dorso di un colle, dal quale mediante un’agevole sella se ne spicca un altro che serve quasi di spalla al primo, e scendendo a terrazze, degradanti fino ad un’aperta e brulla pianura, domina le due strade di Palermo e di Trapani, e come un bastione bifronte la serra. Tutto quel luogo porta ancora il funebre nome di _Pianto de’ Romani_, in memoria della rotta inflitta dagli Egestani al console Appio Claudio, nel 263 avanti Cristo, ed ora attende che un altro pianto lo ribattezzi _Pianto de’ tiranni._

Un cozzo adunque appariva inevitabile; tuttavia il Capitano de’ Mille, non sperando di poter espugnare colle scarse sue forze quella formidabile altura, fermò da principio di tenersi in sulla difensiva sulle colline di Vita, provandosi, se gli riusciva, di tirar il nemico al piano per combatterlo quivi con maggior probabilità di fortuna.

Concepito pertanto questo disegno, stese in catena i Carabinieri genovesi, sostenuti da una compagnia del Carini, coll’ordine di non rispondere al fuoco nemico che assai da vicino, e assaliti da presso, di ripiegare scaramucciando; pose al centro il restante del battaglione del Carini; tenne in riserva quello del Bixio; lasciò l’Artiglieria sulla strada; spinse sulle estreme alture di destra e di sinistra le squadre siciliane dei Sant’Anna e del Coppola, e stette a sua volta ad aspettare.

Intanto verso le 10 del mattino anche la Colonna garibaldina era giunta a Vita a un’ora incirca da Calatafimi, e pochi istanti dopo le Guide del Missori, spinte innanzi ad esplorare, riportavano d’aver scoperto su per quelle cime il luccicare delle baionette nemiche. All’annunzio Garibaldi spronò avanti per riconoscere egli pure il nemico, e vide chiaramente che fitte colonne di Napoletani uscivano da Calatafimi per coronare il colle vicino e scaglionarvisi in battaglia. Nel frattempo però anche la catena dei Cacciatori borbonici era già discesa verso le falde del monte, e di là, colle sue eccellenti carabine rigate bersagliando la nostra avanguardia, aveva cominciato a farle patire qualche perdita. Per alcuni istanti i bravi Genovesi si ricordarono dell’ordine ricevuto e ressero, pazienti ed inerti, ai molesti saluti; ma poi, a poco a poco infastiditi e irritati, principiarono a ribattere colpo per colpo, fino a che, infocandosi l’azione, si gettarono a testa bassa, traverso la nuda vallata, contro l’inimico.

Non era quella l’intenzione di Garibaldi; però scrive egli stesso: «Chi fermava più quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati sul nemico? Invano le trombe toccarono: _Alto!_ I nostri o non le udirono o fecero i sordi, e portarono a baionettate l’avanguardia nemica sino a mischiarla col grosso delle forze borboniche che coronavano le alture.[50]»

Allora il Generale vide che non c’era più tempo da perdere, o «perduto sarebbe stato quel pugno di prodi,» e ordinò una carica generale di tutte le sue forze. Il Bixio da sinistra, le rimanenti compagnie da destra; i Carabinieri, le Guide, lo Stato maggiore, Garibaldi stesso, s’avventano a baionetta calata sulla catena borbonica; traversano senza balenare un istante l’arsa pianura tempestata dalla moschettería e dalla mitraglia nemica; e nel solo tempo richiesto al tragitto, sforzano il nemico a riparare sulle prime falde del monte. Era il prologo della battaglia; ma il dramma e la catastrofe eran lontani, in alto, molto in alto, là sulla cima di quel monte che il nemico occupava, e per giungere alla quale era mestieri salire per sette ardui scaglioni, custoditi da forti battaglioni squisitamente armati e da quattro bocche d’artiglieria, e ai quali que’ poveri Mille non potevano opporre che le punte arrugginite delle loro baionette, il loro ardimento e i loro petti.

Lo vide Garibaldi, ma intendendo che la vittoria era a quel patto, e che in quel giorno, su quel monte, si decidevano le sorti della Sicilia, deliberò di tentare il cimento.

Concesso pertanto un po’ di riposo a’ suoi Legionari; prescritto lo stesso ordine di battaglia; avvisate le bande di appoggiare dalle loro cime il movimento; fece dar nuovamente nelle trombe, e si slanciò contro il primo scaglione. Era il tocco e mezzo! incominciava allora la vera battaglia.

XVI.

Noi non presumiamo descriverla. In siffatti combattimenti, dove tutta l’arte riducesi a chi primo avanza o retrocede, e tutto lo spettacolo in un succedersi alternato di assalti e di fughe, di singolari certami e di epiche mischie, lo storico militare non ha più voce; la tavolozza d’un Meissonier, la fantasia d’un Victor Hugo dovrebbero parlare per lui.

«Ad ogni terrazza una scarica, una corsa fremebonda sotto la mitraglia nemica, una mischia rapida, muta, disperata, un momento di riposo a’ piedi della terrazza conquistata, e daccapo un’altra scarica, un’altra corsa, un’altra mischia, altri prodigi di valore, altro nobile sangue che gronda, altri Italiani che uccidono Italiani;[51]» finchè viene un punto, in cui il coraggio avendo ragione del numero, e la costanza della morte, il nemico, scacciato da altura in altura, abbandona il campo: ecco Calatafimi.

Svariati, invece, e mirabili gli episodi del valore personale. Qua il Bixio che urla, tempesta, fiammeggia, galoppa contra il nemico colla furia del Telamonio; là il Sirtori, montato su uno squallido cavalluccio, tutto vestito di nero, abbottonato fino al mento come un quacquero, che s’avanza in mezzo alla mischia, lento, impassibile, melanconico, più somigliante ad un sacerdote che benedica que’ bravi, o all’apostolo che cerchi il martirio, anzichè ad un soldato; mentre poco lunge, a render più vivo il contrasto, «un frate francescano caricava un trombone con manate di palle e di pietre, si arrampicava e scaricava a rovina.[52]» Altrove Deodato Schiaffino, da Camogli, leonardesca figura di Genovese, più biondo di Garibaldi, ma più alto e tarchiato di lui, presa in mano una piccola bandiera, s’avventa, seguito dal Menotti, dall’Elia e da altri pochi nel fitto de’ battaglioni napoletani; ma ad un tratto eccolo spalancare le braccia, abbandonare la bandiera e stramazzare crivellato il largo petto da una scarica intera, fra una cerchia di nemici. A quella vista il Menotti si precipita per ricuperare la bandiera e vendicar l’amico; ma una palla gli fracassa la destra, e lo costringe a sua volta a lasciare al nemico la contrastata insegna; preda male decantata dai Regi, poichè quella pretesa bandiera non era che un umile cencio tricolore improvvisato da qualche gregario, e di cui lo Schiaffino s’era fatto in quel momento dell’assalto volontario alfiere. Incontrastabile invece, glorioso il trofeo del cannone da montagna, centro per parecchi minuti d’una zuffa accanita, strappato finalmente ai Regi a prezzo delle vite più preziose.

E girando per il campo avreste incontrato ancora, ora il Bandi di Siena, grondante da più ferite; ora il Majocchi di Milano, fracassato un braccio; ora l’elegante Missori, l’occhio livido da una sassata; e qua e là stesi a terra, placidi, composti, colla faccia vòlta al nemico, il Sartori di Sacile, morto; il Pagani di Borgomanero, morto; il Montanari, veterano di Montevideo e di Roma, morto.

E non parliamo di Garibaldi. In quella pugna, dove il Capitano s’identificava all’eroe, egli era gigante. A piedi colla sciabola inguainata sopra una spalla, il mantello ripiegato sull’altra, inerpicandosi su per que’ greppi coll’agilità d’un montanaro e l’ardore d’un gregario; gridando di quando in quando uno squillante _Avanti_, che echeggiava nel petto dei Mille come un clangore di trombe; incoraggiando con amorose parole i feriti che trovava per via; pagando d’un sorriso i forti e invitandoli a riposarsi, egli seguiva, sereno, imperturbato, infaticabile, tutte le peripezíe della pugna; ed ora partecipandovi, ora dominandola, attento a tutti i casi, esposto a tutti i pericoli, e pronto a tutti i consigli, ne era davvero, per la sola sua presenza, l’anima invisibile e il Genio tutelare.

Finchè egli era vivo, la speranza viveva; lui morto, tutto era perduto. E lo sentivano i suoi Mille; lo sentivan così quelli che da lontano vedevano sparire e ricomparire nella zuffa il suo mantello grigio, come quelli che l’attorniavano e gli facevano scudo de’ loro corpi; l’aveva sentito il suo Bixio che fin dai primi assalti lo scongiurava a ritirarsi, per amor d’Italia; l’aveva sentito l’Elia, quando al vederlo preso di mira da un Cacciatore regio balzava davanti a lui e riceveva egli nella bocca la ferita quasi mortale, destinata forse al cuore del suo Generale.

Ma egli un’altra cosa anche più grande sentiva: che in quel giorno, su quel monte, bisognava vincere o morire; e che qual si fosse la sorte, egli doveva correrla tutta coll’ultimo de’ suoi. E fu anche quella l’idea salvatrice della battaglia. A un certo punto, dopo il secondo o il terzo assalto, affranti, sfiniti gli assalitori; sempre rinnovati, sempre più forti gli assaliti; parendo ormai impossibile la vittoria, e disperata la giornata, il Bixio stesso s’arrischiò a susurrargli: «Generale, temo che bisognerà ritirarsi.» — «Ma che dite mai, Bixio!» rispose, sereno e solenne, Garibaldi: «Qua si muore.» Sul campo d’Hastings, la Calatafimi normanna, Guglielmo il conquistatore gridava a’ suoi: «Qui fuira sera mort, qui se battra bien sera sauvé.[53]» Garibaldi esprimeva con diverse parole lo stesso pensiero; il pensiero di tutti i grandi Capitani,[54] il pensiero vincitore di tutte le battaglie: la più difficile delle vittorie appartiene sempre ai più costanti.

E l’ultimo sforzo della loro costanza i Mille non l’avevano fatto ancora. Sei terrazze erano conquistate, restava la settima. I nostri, decimati dalle perdite, dalla stanchezza, dal diradamento naturale che avviene su tutti i campi di battaglia, eran ridotti a poco più che tre o quattro centinaia; ma restava pur sempre quell’ultima terrazza, ed era forza espugnarla. «Ancora quest’assalto, figliuoli (disse loro Garibaldi), e sarà l’ultimo. Pochi minuti di riposo; poi tutti insieme alla carica.»

E quel pugno d’uomini, trafelato, pesto, insanguinato, sfinito da tre ore di corsa e di lotta, trovata ancora in quelle maliarde parole la forza di risollevarsi e tenersi in piedi, riprese, come gli era ordinato, la sua ascesa micidiale; rigando ancora ogni palmo dell’erta terribile d’altro nobile sangue; scrollando ancora senza vacillare il nembo infocato della moschettería nemica; risoluto all’estremo cimento, risoluto all’ecatombe. Ma come l’eroe aveva preveduto, la fortuna fu coi costanti. Incalzati nuovamente di fronte da quel branco di indemoniati che pareva uscissero di sotterra, sgomenti dall’improvviso rombo dei nostri cannoni che il bravo Orsini era finalmente riuscito a portare in linea, turbati dal clamore crescente delle squadre sui loro fianchi, i Borbonici disperano di vincere, e voltate per la settima volta le spalle, abbandonano il monte combattuto e non s’arrestano più che dentro Calatafimi.

Il miracolo era compiuto; la giornata era vinta; e all’indomani Garibaldi stesso lo annunciava ai suoi Mille, da Calatafimi già vuota di nemici, con quest’Ordine del giorno:

«Con compagni del vostro valore posso tentare qualunque impresa, e ve lo mostrai ieri conducendovi ad una vittoria, ad onta del numero dei nemici ed attraverso le loro forti posizioni. Feci un giusto conto delle nostre baionette ben taglienti, e vedete che non mi sono ingannato.

»Mentre deploro la triste necessità di dover combattere contro soldati italiani, debbo nullameno confessare di aver trovato una resistenza degna di una causa migliore. E tal fatto ci mostra quello che noi potremmo operare nel giorno, nel quale l’intiera famiglia italiana si radunerà intorno la gloriosa bandiera della redenzione.

»Domani la Terraferma italiana sarà tutta in festa per celebrare la vittoria dei suoi figli liberi e dei nostri valorosi Siciliani.

»Le vostre madri e le vostre amanti cammineranno per le strade alta la testa e con la faccia ridente, superbe di voi.

»Il combattimento ci ha costato molti cari fratelli che cadevano nelle prime file. Nei fasti della gloria italiana risplenderanno eternamente i nomi di questi martiri della nostra santa causa.

»Paleserò al vostro paese i nomi dei bravi che con sommo valore conducevano alla lotta i soldati i più giovani, i più inesperti, e che domani li guideranno alla vittoria sopra un campo più ampio; essi sono destinati a rompere gli ultimi anelli delle catene che tengono avvinta la nostra cara Italia.

»GIUSEPPE GARIBALDI.»

Nel qual Manifesto però noteremo noi pure con uno storico,[55] che tanto erano dovuti gli elogi ai vincitori, quanto immeritati quelli dispensati ai vinti. Magnificare il valore de’ nemici per accrescere la gloria del proprio esercito è antico costume d’ogni Capitano, e Garibaldi fece ottimamente ad imitarlo; ma contro alla sentenza dettata dalla generosità o dalla convenienza, la verità storica tosto o tardi protesta e pronuncia in appello. Non è vero che la resistenza dei Napoletani a Calatafimi sia stata degna d’una causa migliore. Militarmente parlando, essa non fu degna d’alcuna causa. Combattere al sicuro, trincerati su posizioni quasi inespugnabili; accogliere gli assalitori finchè eran lontani con furiosi fuochi di fila nutriti colla precisione d’una piazza d’arme, ma appena che il ferro delle baionette garibaldine balenava sui loro occhi, ripiegarsi sopra una posizione più alta, e poscia sempre, colla stessa tattica, sopra una seconda, una terza, una quarta fino all’ultima, ecco tutto il valore, ecco la tattica loro. Non un contrassalto energico, non una diversione ardita, non una mossa qualsiasi che potesse far costar cara la vittoria agli avversari, e meritare il nome, a quella ininterrotta ritirata, di vera resistenza.

Nè con ciò vogliamo dire che ai vinti mancasse ogni prodezza: erano Italiani essi pure, e ci graverebbe il confessarlo, se anche fosse vero. Ma non è: i soldati sono dal più al meno uguali in tutti gli eserciti del mondo; quello che li fa diversi, è il diverso valore degli ufficiali, de’ generali principalmente; è sopra ogni cosa il diverso grado di quella forza morale, prodotta insieme dall’indole, dalle tradizioni, dalla educazione, dal paese, dall’essenza della causa difesa, e dal color della bandiera drappellata, e che si chiama spirito militare. Ora diciamolo qui per non averlo a ridire mai più; ciò che mancava all’esercito borbonico erano appunto quelle siffatte doti, che sole potevan renderlo eccellente. Generali che non videro mai un campo di battaglia; ufficiali invecchiati nelle caserme, impigriti nelle guarnigioni, carichi di famiglia, schiavi del pane, senz’altra fede che la carriera, senz’altra speranza che la pensione; soldati, infine, cresciuti in una lunga tradizione di violenza e di servitù, serbati alternamente agli uffici di scaccini e di sgherri d’una dinastia feroce e bacchettona, e condannati alle parti di pretoriani del più abbietto fra i dispotismi, non daranno mai la vita per il loro Re e pel loro Paese; non vinceranno mai una battaglia; non salveranno mai nemmeno l’onore; fuggiranno come i Napoletani a Calatafimi, o capitoleranno come i Lanza, i Briganti, i Ghio, a Palermo, a San Giovanni, a Soveria, trascinando nella immeritata vergogna anche lo stuolo eletto dei valorosi.

Però quanto la sentenza di Garibaldi: «La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la Campagna del 1860» è contestabile nel rigoroso senso militare, altrettanto ne sembra vera e indiscutibile nel senso morale. Dal giorno di Calatafimi la superiorità della camicia rossa sul cappotto bigio fu inconcussamente stabilita. D’ora in avanti ogni Garibaldino sapeva che, vinta alla baionetta una posizione, nessuno tornava più a contrastargliela; mentre ogni soldato borbonico era certo che, appena si trovava petto a petto con un Garibaldino, toccava a lui a cedere, e i suoi stessi ufficiali sarebbero stati i primi a comandargli la ritirata. E poichè la fede della vittoria nell’uno corrispondeva esattamente alla certezza della sconfitta dell’altro, così la ragione del numero, l’unica che ancora militasse pei Regi, non aveva più valore, e non contava più che ad ingrossare le torme dei fuggenti, dei disertori e dei prigionieri: miserabile ingombro ai vincitori.

XVII.

«Aiuto e pronto aiuto,» aveva scritto a Palermo, la sera stessa del 15, il general Landi; ma poi temendo che assai più dell’aiuto degli amici, fosse pronta una nuova visita dei nemici, alla prima alba del 16, in grandissima fretta, con raddoppiate cautele, diede le spalle anche a Calatafimi, e per la strada d’Alcamo e Partinico s’incamminava alla volta di Palermo. La sua partenza però ebbe ben presto più somiglianza di fuga che di ritirata. I Mille, spossati dalla cruenta fatica della vigilia, non avevan potuto inseguirlo; ma quello che essi tralasciarono, lo compierono i paesani. Gli abitanti di Partinico, infatti (fierissimi fra i Siciliani), esaltati dalle novelle di Calatafimi, s’erano accordati con alcuni sbrancati delle squadre di appostarsi fuori della città e al primo apparire della schiera aborrita piombarle addosso e finirla. Il disegno era temerario, e il successo prevedibile. I battaglioni regi ebbero presto ragione di quei contadini quasi inermi, e chi pagò per tutti fu la povera Partinico, che, abbandonata dallo stesso general Landi al ferro ed al fuoco, patì per tre ore tutti i flagelli del furore soldatesco. Ma il sangue frutta sangue; e appena il grosso della colonna nemica fu sfilata, guai agli sbandati, guai ai feriti, guai ai tardigradi! I Partinichesi sbucano dalle case ancora crepitanti dal recente incendio, tornano dai campi, ridiscendono dai monti dove li aveva dispersi il terrore, e avventandosi colla voluttà d’un lungo odio che si disseta su quanti Borbonici cadono loro fra le mani, ne fanno orrendo macello. Nè soltanto sui vivi infuriò la immane vendetta, i cadaveri stessi non ottennero perdono; e due giorni dopo i Mille passando per di là videro ammucchiati nei fossati cataste di corpi borbonici arrostiti, e strascinati per le vie, putrido pasto a’ cani, frammenti d’ossa e lacerti di carni umane.[56]

XVIII.

Intanto anche Garibaldi s’era rimesso in cammino. Scritto a Rosolino Pilo per annunziargli la vittoria del 15 e «la speranza di rivederlo presto;[57]» inviato nuovamente il La Masa[58] a far nuova gente nei distretti di Misilmeri e di Corleone; spediti messaggi sul Continente per annunziare la vittoria, e chieder soccorsi d’armi e munizioni;[59] il 17 di buon mattino riprese la marcia per Alcamo, dove, festeggiandosi l’Assunta, fu dal Pantaleo condotto in chiesa a ricevere la benedizione; il 18 continuò per Partinico; il 19 infine salì per Borgetto al Passo di Renna, d’onde s’offerse agli sguardi attoniti de’ Mille tutto lo splendido panorama della Conca d’Oro, e in quella gloria di cielo e di mare, Palermo.

Colà però era mestieri arrestarsi: Ercole era al bivio: qualunque passo fuori di quella gola di Renna poteva essere decisivo. Appunto perchè la mèta appariva sì attraente e sì prossima, tanto più conveniva non lasciarsene ammaliare e guardarsi da tutti gli agguati che potevano circondarla. Molte erano le vie che conducevano a Palermo; ma non era per anco dimostrato che la più breve e la più diretta fosse la più sicura. Nulla di più ovvio a primo tratto che scender rapidi da Renna, calar improvvisi su Monreale, e di là, ripetendo le cariche di Calatafimi, entrare, commisti al fiotto de’ nemici sgominati, nell’agognata città; ma chi assicurava che la tattica eroica sarebbe sempre la più fortunata, e non fosse invece da saggio e accorto Capitano scemare colla prudenza e coll’arte le difficoltà d’un cimento che poteva essere decisivo?

Questo il problema; e il solo avere ordinato quella sosta di Renna, dimostra che Garibaldi ne aveva presentito fin dalla prima tutta la gravità. Però non gli occorse gran tempo a risolverlo. Un rapido esame delle posizioni nemiche, un’occhiata alla carta ed al terreno l’avevano già fatto accorto di questi due fatti: che i Borbonici appostati a Monreale lo aspettavano da quella banda, sicchè ogni speranza di sorpresa dileguava; e che prendendo quella strada, all’aspetto più corta, egli andava a chiudersi in una specie di angiporto, nel quale, perduta una battaglia, tutto sarebbe perduto.

Era evidente infatti che, se il colpo di mano su Palermo falliva, i Mille venivano a trovarsi rinserrati tra il mare da un lato ed i forti presidii di Palermo e di Trapani dall’altro, senza alcuna possibilità di scampo e di salvezza veruna. Ora Garibaldi non era uomo da cadere in siffatto errore; e prontamente risolvendo come prontamente aveva giudicato, abbandonava ogni pensiero d’assalire Palermo dal lato occidentale, e deliberava di tentarla dal lato di mezzogiorno, trasportandosi celeremente a cavaliere delle due strade di Piana de’ Greci e di Misilmeri, e manovrando su quello scacchiere. Ad effettuare però l’ardito disegno una condizione era indispensabile: che il nemico non avesse sentore della sua marcia di fianco, e perdurasse fino all’ultimo istante nell’inganno che egli mirasse sempre ad attaccare la capitale dalla banda di Monreale, scendendovi direttamente dal campo di Renna. Necessario perciò mascherare di molte finte e accorgimenti la mossa vera; al che Garibaldi si apprestò con tutta l’arte, di cui era maestro.

Mandato avviso a Rosolino Pilo di accendere molti fuochi, e di simulare grandi movimenti sulla sua montagna affine di attirare sempre più da quel lato l’attenzione del nemico, ogni cosa predisposta in Renna per la levata del campo, scende egli stesso a capo d’una forte ricognizione fino al villaggio di Pioppo, col duplice fine di scoprire più davvicino gli andamenti dei Regi, e di ribadirgli nella mente ch’egli meditasse sempre di tentar Palermo per quella via. E ci riesce. I Borbonici, colti al grosso zimbello, escono a loro volta da Monreale ad affrontare il temerario nemico; le due avanguardie si scontrano, barattano alcune fucilate: ma non appena l’accorto Condottiero le vide bene alle prese, lascia l’ordine all’avanguardia sua, divenuta retroguardia, di ripiegar combattendo; risale rapidamente col grosso della colonna a Renna; spianta il campo, smonta i cannoni e li affida alle spalle di robusti montanari; alleggerisce quanto può i carriaggi, e sul calar del giorno piega a destra per una via asprissima di montagna, cammina l’intera notte, entro una tenebra fittissima, sotto un uragano diluviale, sopra un terreno stemperato da pioggie quatriduane, e riesce tuttavia ad afferrare colla intiera colonna, miracolosa di costanza, come là, era stata a Calatafimi di valore, le opposte alture di Parco e a fronteggiar Palermo dal lato di mezzogiorno.

«Io non ricordo (scriveva quindici anni dopo Garibaldi stesso), io non ricordo d’aver veduto una marcia simile e tanto ardua nemmeno nelle vergini foreste dell’America,[60]» e certo egli avrebbe potuto contare la giornata del 21 maggio come una delle sue più fortunate, se non gli fosse stata amareggiata da un crudele annunzio: nel giorno stesso Rosolino Pilo, mentre dalle alture di San Martino stava scrivendogli, era colto in fronte da una palla borbonica e stramazzava freddo sul colpo. Onore perpetuo alla magnanima sua ombra!

XIX.

Della mossa del 21 però i vantaggi non potevano essere immediati: essa era un passo preparatorio, la condizione indispensabile al conseguimento dello scopo finale; ma non poteva ancora dirsi per sè sola decisiva. Garibaldi, con quella marcia, s’era sottratto, a dir così, alla vista del nemico, ponendosi «in più facile comunicazione coll’interno e la parte orientale dell’Isola;[61]» aveva guadagnato un terreno più acconcio alle utili manovre e che gli avrebbe permesso fin all’ultimo la scelta tra l’offensiva e la difensiva, tra l’attacco e la ritirata; ma l’ora e il modo della difesa o dell’offesa, anzi la stessa decisione tra l’assalto e la ritirata erano altrettanti termini nuovi d’un problema nuovo, e di cui soltanto gli eventi potevano suggerirgli la soluzione. Gli eventi però a que’ giorni correvano veloci.

Dopo avere per ben ventiquattro ore perduto ogni traccia di Garibaldi, anco i Regi s’erano raccapezzati, e scoperto alla fine il suo nuovo rifugio, parevan risoluti a non lasciargli più un sol giorno di tregua. Il general Lanza (inviato a Palermo Commissario _alter ego_ del Re a surrogare il Castelcicala revocato) aveva ordinato infatti che due colonne muovessero simultaneamente dalla capitale, la prima da sinistra per Monreale, la seconda di fronte per La Grazia, ad assalire il filibustiere nel suo campo di Parco, procacciando di chiudervelo dentro e di schiacciarlo d’un colpo. Ma il filibustiere vegliava, e scoperta egli stesso dalla cima del Pizzo del Fico la duplice mossa del nemico, n’aveva indovinato l’ultimo fine. Sulle prime però, o non avesse ben calcolato le forze del nemico, o confidasse nella forte postura, o sperasse soccorso dalle bande del La Masa che campeggiavano sui monti di Gibilrossa alla sua destra, parve deciso ad accettare la battaglia, e ne fece tutti gli apparecchi. Ma alla mattina del 24, meglio contati i nemici e avvistosi soprattutto che la colonna di sinistra, capitanata dai colonnelli Von Meckel e Bosco, camminando per le scorciatoie dei monti, minacciava di cader sulla sua via di ritirata; composta prontamente una forte retroguardia coi Carabinieri genovesi e due compagnie, e imposto loro di contrastar più a lungo che fosse possibile le alture di Parco, ripiega col grosso della colonna su Piana de’ Greci. I nemici tuttavia avevan già guadagnato molto terreno; i Carabinieri eran già stati forzati a cedere da Parco; i Cacciatori del Bosco comparivano già sulle cime di sinistra a piombo della strada di Piana. Urgeva il pericolo, e Garibaldi fu pronto ancora al riparo, rimandando quegl’infaticabili Carabinieri a coronar le alture fiancheggianti la via e ponendosi egli stesso sulla difesa all’entrata di Piana; ma confidando assai più sulla probabile stanchezza de’ persecutori e sull’appressarsi della sera, che sulle sue forze. Nè s’ingannò. Durava da alcune ore l’avvisaglia sulla montagna, e già i Carabinieri, estenuati dalla fatica e dalle perdite, più non reggevano al disuguale cimento; quando il Comandante borbonico, visto che annottava e stimando forse opportuno di attendere l’arrivo delle altre colonne, deliberò, nella certezza di chi tiene ormai la preda in pugno, di differire all’indomani l’assalto. Appunto domani era tardi.

Garibaldi, approfittando della breve tregua, traversa Piana de’ Greci senza sostarvi; bivacca alcune ore della notte in una boscaglia vicina; poi innanzi giorno ripiglia di nuovo la ritirata per la strada di Corleone. Giunto però al punto dove si stacca la strada di Marineo, affida le artiglierie, gli impedimenti e una compagnia di scorta all’Orsini, ordinandogli di continuare, senza spiegargli di più, la marcia per Corleone;[62] mentre egli svolta rapido col forte della colonna per la traversa di Marineo, dove, riposatosi poche ore, contromarcia celerissimamente per Misilmeri, e si trova prima che la giornata del 25 tramonti, liberi i fianchi e le spalle da ogni nemico, sulla strada di Palermo.

All’alba del 25 però anche i Napoletani furono pronti alle armi; ma di quale maraviglia restassero colpiti nel veder Piana de’ Greci e tutti i dintorni vuoti di nemici, lo scrivano essi. Convinti però che oramai la sola paura sospingesse Garibaldi, si pongono risoluti sulle sue orme, e raccolto da paesani che cannoni, cannonieri e bagagli si son visti sfilare per la strada di Corleone, giustamente sillogizzando che con essi debba pure essere il maggior nerbo de’ ribelli, quindi il loro capo, ripigliano ad occhi chiusi la loro caccia spensierata, spacciando allegramente a Palermo ed a tutta l’Isola: «Garibaldi fuggiasco fra le montagne; prossima la sua totale disfatta.»

Era l’inganno, di cui Garibaldi aveva bisogno: era il compimento del suo disegno. Il qual disegno non nacque già tutto intero per miracolosa fecondità di genio, d’un sol getto e in un solo istante; ma fu lentamente covato, preparato, compíto, perfezionato; il che ne accrescerà agli occhi degl’intendenti il pregio e la meraviglia.[63]

Fino alla marcia da Renna al Parco, Garibaldi non ebbe ben ferme in mente che queste due idee: portarsi sopra un terreno più propizio; tirare il nemico fuori di Palermo per batterlo divisamente, potendo, stancheggiarlo o scivolargli in mezzo, secondo l’opportunità e la forza.

Quando però la mattina del 24 si vide piombare addosso, per due vie convergenti, una mole di nemici anche più grossa della preveduta, e conobbe non restargli pel momento altro scampo che una subita ritirata, cammin facendo, meditando alla distretta in cui si trovava, e compiendo rapidamente l’analisi e la sintesi dei molti partiti che gli si affacciavano, allora gli balenò l’ardito concetto di farsi della ritirata lo strumento della vittoria, e intanto che il nemico allucinato inseguiva la sua ombra sulla strada di Corleone, marciare per l’opposta via all’assalto di Palermo.

XX.

Ma i mezzi? Per l’opera, a dir vero, infaticabile di Giuseppe La Masa, s’eran venuti raccogliendo sulla vetta di Gibilrossa, centro dei monti che serrano Palermo da sud-est, un grosso campo di squadriglie, armate e istruite come sappiamo, ma che per le loro marcie irrequiete, i loro fuochi numerosi, e gli innumerevoli e altisonanti proclami coi quali il loro capitano ne magnificava il numero e la fierezza, erano riuscite fino allora a tenere in allarme il presidio di Palermo, ed a coprire l’estrema destra del corpo garibaldino da subitanei assalti. A dir il vero la prima volta che queste bande ricevettero il battesimo del fuoco, non fecero buona prova: al Parco anzi la mattina del 26 chiamate in sostegno della minacciata destra garibaldina, avevan dato volta ai primi spari, gridando per giunta (insania della paura!) «al tradimento di Garibaldi,[64]» e spargendo la loro fola e il loro terrore fin dentro Palermo. Tuttavia erano intorno a tremila; rappresentavano l’eletta militante del paese; confusi nella turba battevano i cuori più intrepidi della Sicilia, e non sarebbe stato giustizia, oltre che prudenza, trascurarli. Garibaldi inoltre ne aveva bisogno; sicchè salita la mattina stessa del 26 Gibilrossa (da Misilmeri distante poche ore) e passato a rassegna tutto il campo, ne ritrae così buona impressione, che promette al La Masa di porre a capo della colonna destinata alla marcia imminente su Palermo i suoi «bravi Picciotti.»

Sceso però da Gibilrossa, ebbe uno scrupolo e volle adempiere una formalità. Chiamati a consiglio, cosa insolita, i suoi principali Luogotenenti, Sirtori, Türr, Bixio, La Masa, Crispi, quando li vide tutti raccolti, diresse loro questa breve parlata: «Voi sapete che non ho mai radunato Consigli di guerra, ma le circostanze in cui siamo mi vi inducono. Due vie ci stanno davanti: l’assalto di Palermo, o la ritirata nell’Isola. Scegliete.»

Taluno dicesi fu per la ritirata, i più per l’assalto,[65] che era in quel caso, non solo il più eroico, ma anche il più prudente partito, per non dirlo senz’altro l’unico effettuabile. Allora Garibaldi, fedele sempre al _tolle moras_, riunita la sua colonna al campo di Gibilrossa e quivi raccolte tutte le sue forze, dà nella sera stessa gli ultimi ordini per la deliberata battaglia. L’assalto nel primo concetto doveva effettuarsi nel cuore della notte, la partenza quindi essere suonata per le prime ore della sera. Composte le ordinanze colle squadre del La Masa e uno stuolo de’ Mille per guida ed esempio alla testa; i battaglioni del Bixio e del Carini al centro; le squadre del Sant’Anna alla retroguardia; la colonna doveva scendere da Gibilrossa pel sentiero dei Ciaculli che va a cadere sulla strada di Porta Termini, poco lungi da San Giovanni, e passato l’Oreto al Ponte dell’Ammiraglio camminar diritta sulla città. L’ordine era: marciar serrati e silenziosi; avvicinarsi quanto più era possibile al nemico; giuntogli dappresso, rovesciar alla baionetta ogni ostacolo e penetrare al più presto, comunque, in Palermo.

Se non che, come accade sovente anco agli eserciti meglio ordinati, la marcia non cominciò per l’appunto all’ora designata; il sentiero preso, soggiorno quasi aereo di caproni selvatici, era oltre al preveduto aspro e malagevole; i Picciotti posti alla fronte, inesperti di marcie militari, molto più delle notturne, s’arrestano ad ogni tratto per ombre ed allarmi immaginari; talchè al sommar di tutte queste ragioni la colonna assalitrice non potè sboccare sulla strada di Palermo che allo spuntar dell’alba. Tuttavia non era per anco stata avvertita da alcuno, e la sorpresa era sperabile sempre, quando i Picciotti dell’estrema avanguardia, giunti ai così detti _Molini della Scaffa_ e scambiandoli forse per le prime case di Palermo, alzano, probabilmente per darsi coraggio, tale un clamore di grida, con accompagnamento di fuochi, non sapremmo dire se di paura o di gioia, che i Regi di guardia, appostati al Ponte dell’Ammiraglio, ne sono riscossi in sussulto e corrono, tutt’ora assonnati, alle armi.

Di colpo improvviso non era più a parlarne, e non restava che supplire colla subitaneità dell’assalto e la forza dell’impeto alla fallita sorpresa.

Lo comprese tosto Garibaldi; lo comprese Nino Bixio, suo braccio destro; lo compresero quanti in quella falange avevan anima di soldati e senso della terribilità del momento. E prima di tutti l’avevan compreso il prode Tükery e i suoi compagni dell’antiguardo; i quali al primo grido, alla prima ombra può dirsi del nemico, s’avventano su di lui a testa bassa, e prima ch’egli abbia tempo di conoscere gli assalitori, lo sforzano ad accettare la pugna.

E da quel punto «avanti, addosso, alla carica tutti.» I Regi, fortemente asserragliati dietro il Ponte dell’Ammiraglio, spazzano con un turbine di moschetteria e di mitraglia la via ed i campi: i Picciotti, nuovi a quei cimenti a petto a petto, balenano, si sparnazzano, scompigliano col rigurgito le schiere sopravvenienti degli amici; ma non monta: il Bixio e il Carini colle coorti di Calatafimi sopraggiungono al rincalzo; i più animosi delle squadre stesse si mescolano agli agguerriti compagni e fanno valanga; i Regi già vacillano, già danno le spalle e il Ponte dell’Ammiraglio è conquistato.

Era un fausto preludio, ma non ancora la vittoria. Restava ancora Porta Termini, chiave della città; restava una seconda linea di nemici gagliardamente appostati dietro case e barricate, protetti da numerose artiglierie, fiancheggiati da una forte squadra, liberi di piombare sui fianchi degli assalitori per le due strade che dalla Porta Sant’Antonino e da Porta de’ Greci convergono sulla via di Termini, e dentro una cerchia di fuoco schiacciarli. Ma non era sfuggito il pericolo a Garibaldi, il quale, provvedendo a un punto all’attacco ed alla difesa, mandava quanti branchi di squadre poteva raccogliere a custodire quelle due vie, mentre ordinava un ultimo disperato assalto alla Porta. E «al concitato imperio» non seguì mai sì pronto «il celere obbedir.»

Serrati, concordi, non contando i nemici, disprezzando la morte, gareggianti solamente a chi prima arriva, si slanciano di fronte i Mille: alla destra, avanzando arditamente tra vigneti e giardini, li fiancheggiano, condotti dall’intrepido Fuxa, manipoli di Siciliani; da sinistra altri Picciotti e Cacciatori misti insieme, guidati dal Sirtori e dal Türr, tengono in iscacco i difensori della Porta Sant’Antonino: procombono sul fulminato terreno, della bella morte de’ prodi, Tükery, Rocco La Russa, Pietro Inserillo e Giuseppe Lo Squiglio; giacciono feriti Benedetto Cairoli, Enrico Piccinini, Raffaello Di Benedetto, Leonardo Cacioppo; Bixio stesso, ferito al petto da una palla, se la estrae da sè; ma i Napoletani, quasi sopraffatti da superstizioso terrore, più non reggono alla diabolica irruzione. Nullo, il Fieramosca della schiera, a cavallo, ritto, intrepido, stupendo nella sua marziale eleganza di cavaliere antico, ha già varcato, primo de’ primi, la Porta, e dietro a lui, come torrente che rompa le dighe, penetra da cento bocche la piena procellosa degli assalitori, i quali dilagando rapidi per tutte le vie, scacciando da ritta e da manca i residui dei nemici resistenti, e portando in trionfo, più che seguendo, il loro fatato Capitano, mondano Fiera Vecchia, il cuore di Palermo. Eran forse le 6 del mattino; due ore eran bastate alla prodigiosa vittoria, e il sole del 27 maggio, il sole di San Fermo, illuminava un’altra volta uno de’ più memorabili portenti del valore italiano.

XXI.

Palermo dormiva ancora. Sorpresi essi pure dall’inaspettato assalto, già tratti in inganno da falsi allarmi perfidamente simulati dalla Polizia, e minacciati di morte coloro che al tuonar del cannone fossero trovati per le vie, i Palermitani avevano alquanto esitato prima di prestar fede ad un risveglio tanto fortunato; e come gente non libera ancora dal sospetto d’un’insidia o dal timore d’un’imprudenza, si tennero chiusi e celati nelle loro case ad attendere che gli avvenimenti colla stessa luce del giorno si rischiarassero. Ma a poco a poco una finestra si socchiude; un uscio si apre; una, dieci, cento persone cominciano a far capolino; i più curiosi o i più animosi s’avventurano nella strada; altri corrono a’ campanili a dar nelle campane; la gran nuova si spande, il grande fatto si conferma, e finalmente tutta la più gagliarda e patriottica parte della popolazione (dir tutta la città sarebbe ancora troppo presto) si precipita festante sui passi dei liberatori, offre loro i primi conforti e i primi soccorsi e si mesce al gran fiume della rivolta.

[Illustrazione: Piano delle Operazioni sotto PALERMO]

E non v’era un istante da perdere. Alle 6 del mattino la situazione dei due belligeranti, per dirlo alla moderna, era questa: i ribelli occupavano precariamente Fiera Vecchia, e il tratto della città compreso tra la Porta Sant’Antonino e Porta Termini, meno alla destra la caserma di Sant’Antonino e, più a sinistra, i dintorni dell’Orto botanico; i Regi invece: Porta Montalto, Palazzo Reale, Porta Macqueda, il Castellamare, tutta la Marina; quanto dire quattro quinti della perifería.

E alla tattica bontà delle posizioni rispondeva la forza del numero e la ricchezza de’ mezzi di guerra. Per la rivolta ottocento camicie rosse[66] stremate, indigenti d’ogni cosa, e da tre ai quattromila Picciotti armati e agguerriti come sappiamo; per il Borbone ventimila soldati ben istrutti, ben pasciuti, straricchi d’artiglierie, di munizioni, di viveri, d’ogni ben di Dio, fiancheggiati da quattro fregate, protetti da due forti e da numerose caserme, massiccie quanto i forti, padroni di tutte le loro comunicazioni, liberi d’essere soccorsi dal mare e dalla terra, quando che sia.

Però nulla di più precario, di più incompiuto, di più periglioso della vittoria garibaldina. Tutta la loro conquista poteva dirsi la conquista d’una mina, che da un istante all’altro poteva saltare e seppellirli sotto monti di rovine. Conveniva dunque strapparne subito al nemico le miccie o, per uscir di metafora, metter Palermo in istato di difesa, allargarvi quanto più era possibile la rivolta, rompere la cerchia nemica, occuparne i principali punti strategici, assicurarsi infine quelle tre condizioni indispensabili ad ogni guerra: posizioni per combattere; comunicazioni per manovrare; base d’operazione per rifornirsi.

E a tutto ciò fu, con maravigliosa rapidità, provveduto. Garibaldi, appena raccolta la sua gente, si inoltrava fino al Palazzo Pretorio e vi piantava il suo Quartier generale; occupava i quattro Cantoni, centro delle due grandi vie che segano in croce la città, e vi si asserragliava; istituiva un Comitato provvisorio, di cui faceva capo il dottor La Loggia e poco dopo una Commissione delle barricate, di cui eleggeva presidente il duca Della Verdura; chiamava di nuovo tutti i Palermitani alle armi, ed abbozzava un primo nucleo di guardie nazionali; spingeva, non senza combattimenti, i suoi avamposti verso Palazzo Reale fino a Piazza Bologna, e verso Porta Macqueda fino alla Villa Filippina; faceva nella giornata stessa attaccare la caserma di Sant’Antonino rimasta in potere dei Regi, e prima di sera se ne impadroniva; infine trasfondeva in tutti i petti un raggio della sua serenità e una favilla della sua fede, forze inespugnabili.

E ciò non ostante il generale Lanza era sempre arbitro, purchè l’avesse voluto, del campo. Un istante d’energia, un contrassalto ben combinato, uno sforzo appena volonteroso di que’ ventimila uomini, e Palermo tornava sua. Ma era chieder troppo a siffatto Capitano ed a siffatto esercito. Però l’unica prodezza, di cui l’uno e l’altro furono capaci, fu il bombardamento; e già fin dalle 10 del mattino, dai forti di Castellamare e dalla Squadra ancorata di faccia a Toledo, cominciò a piovere sulla città, principalmente ne’ dintorni di Palazzo Pretorio, un nuovo diluvio di granate e di bombe; sprezzato, a dir vero, dai combattenti, e in sulle prime poco dannoso alla città, ma preludio di rovina maggiore.

L’indugio invece fu la fortuna dei ribellati. Giuseppe Sirtori, a capo d’una mano di Legionari e di Picciotti, fatta base il convento de’ Benedettini, riusciva ad impadronirsi del bastione di Montalto, punto avanzato sulla sinistra del Palazzo Reale; quasi contemporaneamente un’altra compagnia de’ Mille, Bergamaschi quasi tutti, guadagnava, non senza fiera lotta, la Piazza della Matrice e i dintorni del Burrone, del Papireto e di Porta Sant’Agata; sicchè per queste conquiste venivano tagliate le comunicazioni tra il Castello ed il Palazzo Reale, e gli approcci della rivolta avvicinati sempre più agli estremi baluardi della resistenza nemica. E quel che accresceva la maraviglia, era che ogni barricata sorgeva sotto il diluviare delle bombe; ogni palmo di terreno era guadagnato fra il crepitar degl’incendi, il crollar delle case, le urla delle vittime sepolte sotto le rovine, o trucidate nella fuga dalla ferina vendetta soldatesca.

Infatti il bombardamento dopo alcune ore di sosta aveva ripreso, nel 28 mattina, continuando fin nel cuore della notte con frenetica rabbia e facendo della miseranda, ma invitta città, un immane sterminio. Il vasto e ricco monastero di Santa Caterina ardeva tutto intero, assieme al lungo tratto di botteghe e di case che rispondevano sulla Strada Toledo: il Palazzo arcivescovile era saccheggiato, i ricchi monasteri dei Sette Angioli e della Badia Nuova saccheggiati e incendiati, il palazzo del principe di Carini distrutto; quelli del principe di Cutò e del marchese d’Artale smantellati. «In un remoto chiassuolo della città (scriveva un egregio Palermitano, spettatore della terribile tragedia[67]), presso alla Via del Pizzuto, la esplosione d’una sola bomba cagionava lo scempio di ventidue innocenti, ed erano in maggior parte donne e bambini: orrendo spettacolo quello di corpi oscenamente mutilati e squarciati, spettacolo commovente e pietoso quello d’intere famiglie, nude, raminghe, con vecchi e infermi che trascinavansi a stento e fuggivano gli abbattuti lor tetti. D’un subito, nella zona superiore della città, a dritta del Palazzo regio, sollevasi un vortice caliginoso di fiamme: ed è il bruciamento e la distruzione di tutto un quartiere. Dal Palazzo le napoletane milizie procedono verso la Piazza Grande e la Piazzetta de’ Tedeschi: la insurrezione ha preso appena a minacciar da quel lato; ed ecco i soldati trapassare di casa in casa, scassinare le porte, saccheggiare e disperdere quanto vi si trovasse per entro, macellarvi i sorpresi e sbigottiti abitanti ed appiccarvi l’incendio. A chi fuggiva sì traea co’ moschetti; a chi chiedeva mercede s’insultava, poi si dava la morte: s’inducevano i miseri a ricattarsi svelando le preziosità e le masserizie nascoste, e, appagata la rapace ingordigia, seguivano le ferite e il sangue; si stupravano donne e fanciulle, poi scannavansi, e dopo loro i padri, i mariti, i fratelli: il nome del Re suonava da’ manigoldi acclamato fra le strida che sfuggíano alle vittime: e di quelle immanità e di quei fatti potrebbero allegarsi senza fine gli esempi, e non era guerra, ma eccidio efferato e vilissimo eccidio, non da uomini, ma da bestie crudeli. Il fuoco infuriava quel giorno per vasto recinto di edifici e di strade; infuriava nella notte e ne’ due giorni seguenti; e in quell’accesa fornace cuocevano e soffocavano umane creature, senza difesa e senza scampo immolate.»

Mille e trecento furono le bombe lanciate dal Castello e dalla Squadra senza contar le palle e la mitraglia: cinquecento trentasette i cadaveri ufficialmente numerati fino al 12 giugno.[68] Orrendo scempio che Lord Brougham nel Parlamento inglese pareggiava al neroniano e Lord Palmerston aggiungeva: «indegno del nostro tempo e della nostra civiltà.[69]»

XXII.

La mattina del 29, con gran stupore dei bombardati, il bombardamento taceva; ma dell’inattesa tregua varie le cagioni, nessuna di pietà. Nella notte dal 28 al 29 due piroscafi della Squadra regia portavano da Termini a Palermo un reggimento di Bavaresi, col rinforzo de’ quali il Generalissimo borbonico aveva contato di tentare una sortita generale di tutte le sue forze, onde ricuperare i posti perduti la vigilia. Ora così per non molestare il passaggio dalla Marina al Palazzo Reale de’ nuovi arrivati, come per evitare il rischio di colpire i propri soldati durante il premeditato assalto, il generale Lanza aveva dato l’ordine che il bombardamento rallentasse per alcune ore, limitandosi a battere i dintorni di Castro Pretorio, nido della rivolta.[70] Ma invano. Per tutta quella giornata si combattè nuovamente al bastione di Montalto, all’Annunciata, ai Benedettini, al Duomo: in quest’ultimo punto anzi i Regi, sorpresi i Picciotti del Sant’Anna, ebbero alcune ore di sopravvento; ma poi sopraggiunti gli ormai terribili Cacciatori, riannodatesi le squadre, apparso Garibaldi, tutti i posti furono o conservati o ripresi, ed ai Regi toccò nuovamente di riparare a’ loro quartieri, più che vinti disperati di vincere; e riadorni soltanto di quei sanguinosi allori, a cui oramai sembravano aspirare: il saccheggio di nuove case e l’eccidio di nuove vittime.

Gli è che i soldati del Borbone non si battevano più. Quei tre fatti miracolosi della vittoria di Calatafimi, della ritirata del Parco e della sorpresa di Palermo avevano ispirato ne’ loro petti tale un superstizioso terrore, che era oggimai più forte d’ogni legge di disciplina e d’ogni punto d’onore. Per essi Garibaldi era ormai invincibile; vedevano in lui un essere privilegiato, protetto da una potenza sovrumana, contro la quale ogni forza terrestre doveva soccombere. Si spacciavano sul suo conto le più strane fole: chi lo diceva stregato; chi aggiungeva che fin da bambino fosse stato inoculato con un’ostia consacrata; e poichè gli ufficiali stessi per onestare la loro dappocaggine accreditavano queste insensatezze, non era più a sperarsi da siffatto esercito alcun atto, non che di energia, di decorosa resistenza.

Il Lanza però non aveva confidato soltanto sulla forza: un po’ di frode ad assodar l’opera gli era parsa giovevole. Infatti fin dal 28 mattina egli si era rivolto, per mezzo d’un ufficiale della regia Marina, all’ammiraglio Mundy, comandante in capo della Squadra inglese,[71] per pregarlo d’un favore, all’apparenza innocentissimo: di voler soltanto ricevere al suo bordo due Generali dell’esercito regio incaricati di conferire con lui; procacciando unicamente che, durante le conferenze, i ribelli sospendessero le ostilità e i due Generali potessero aver libero passo traverso le linee nemiche sotto la protezione della bandiera britannica.

L’agguato era ben preparato, e se gli riusciva, il Generale borbonico otteneva in un colpo solo parecchi scopi: metteva in tutela della bandiera britannica l’assisa, quanto dire, la causa borbonica; otteneva dai ribelli, mercè una mediazione potente, una sospensione d’armi, e ciò senza essere costretto a richiederla egli stesso al disprezzato avventuriero. Ma quanto il laccio era sottile, altrettanto era acuto l’occhio dell’Inglese, e scivolandogli in mezzo con destrezza e prudenza, faceva al Commissario del Re questa risposta: «Prontissimo alla conferenza, lietissimo di ricevere a bordo della sua ammiraglia i due Generali che gli erano annunziati; ma quanto al loro passaggio traverso le linee degl’insorti, necessario richiederlo al generale Garibaldi che solo aveva diritto di darlo.[72]» Non era questa la conclusione che il Borbonico s’aspettava, anzi era precisamente quella che più di tutte aborriva; ma ciò non ostante, per quanto egli tornasse all’assalto con nuove missive anche più ambigue e capziose, l’Ammiraglio non si smosse d’una linea dalla prima sua risposta, sventando così colla sua accorta tenacia una trama che intendeva a fare lui complice, e l’Inghilterra stromento della politica borbonica.[73]

Astretto da questa repulsa a non confidare più che nell’armi; ma nell’armi, dopo i falliti assalti del 29, non avendo più fiducia, il Generale borbonico si sentì a un tratto mancare quell’ultimo residuo, non diremo certo di coraggio, che non ebbe mai, ma di dignità umana e di pudore soldatesco che ancora gli era rimasto, e senza nulla dire al Mundy, all’improvviso, come preso da subitaneo terrore, scrisse al filibustiere, fino a ieri schernito, questa lettera quasi incredibile:

«_Il generale Lanza a S. E. il general Garibaldi._

»Palermo, 30 maggio 1860.

»Avendomi l’Ammiraglio inglese fatto sapere che riceverebbe con piacere a bordo del suo vascello due de’ miei Generali, affine di aprire con Lei una conferenza, della quale l’Ammiraglio stesso sarebbe il mediatore, purchè Ella consenta a conceder loro un passaggio traverso le sue linee; io la prego di farmi conoscere se vuole consentirvi, e in caso affermativo (supponendo le ostilità sospese da ambe le parti), io la prego di farmi sapere l’ora in cui la detta conferenza dovrà cominciare. Sarebbe allo stesso tempo utile che Ella accordasse una scorta ai summenzionati due Generali, dal Palazzo Reale alla Sanità, dove essi s’imbarcheranno per andare a bordo.

»In attesa d’una sua risposta, ec.

»FERDINANDO LANZA.[74]»

«Quale non doveva essere l’avvilimento dell’esercito regio (scrive lo stesso ammiraglio Mundy), perchè l’_alter ego_ d’un Sovrano acconsentisse a scrivere una lettera sì umiliante. L’uomo che fino a quel momento era stato stigmatizzato cogli epiteti più vituperosi dell’umana natura e denunziato nei proclami come un pirata, un ribelle, un filibustiere, eccolo elevato al titolo ed al rango di Generale e d’Eccellenza! Ciò equivaleva ad una ricognizione del suo carattere d’uguale, e ad una confessione d’impotenza di sottometterlo colla forza.[75]»

E questo pure dovette sentire Garibaldi; ma disprezzando in cuor suo le antiche e nuove codardíe del suo avversario e pensando solo a trarne profitto, rispose all’istante al Commissario di Francesco II esser pronto alla propostagli conferenza; fissarla per le due pomeridiane del giorno stesso; avrebbe fatto immediatamente sospendere il fuoco de’ suoi, e accordato il passo e la scorta a’ due Generali regi.

XXIII.

Se non che verso le 10 antimeridiane dello stesso giorno (30 maggio), dopo cioè che Garibaldi ebbe mandato a tutti i suoi posti l’ordine di cessare da ogni ostilità, un inatteso avvenimento rischiava di mettere in forse con un sol colpo tutta la conquistata fortuna. La colonna di Von Meckel e del Bosco, in maggior parte composta di Bavaresi, dopo aver per tre giorni perseguíto vanamente l’Orsini (il quale, inchiodati i cannoni e bruciati gli affusti, era riuscito a scamparla, sperdendosi per le campagne al di là di Giuliana), quella colonna, dicevamo, risaputa alla fine la notizia[76] che quel Garibaldi, da essi sognato fuggiasco sulla strada di Corleone, accampava già in Palermo, era tornata quanto più veloce aveva potuto sui suoi passi, e appunto la mattina del 30 maggio compariva innanzi a Porta Termini[77] e ne assaliva la barricata che la custodiva. Le squadre di guardia al posto ributtarono, com’era debito loro, l’inatteso nemico; questi incalzò più risoluto che mai, e la fucilata si accese vivacissima da ambe le parti. Indarno il luogotenente Wilmot, _ufficiale di bandiera_ dell’ammiraglio Mundy, che per caso di là passava diretto al Castro Pretorio, sventolava il suo bianco fazzoletto e gridava agli assalitori: una tregua essere pattuita; fedifrago l’assalto; doverosa la ritirata; que’ Bavaresi, o avessero meditato un’insidia o la temessero, non vollero intendere ragione. Allora il combattimento si accanì più che mai: e a chi contava il numero soverchiante degli aggressori non era difficile prevederne il risultato. I Picciotti resistevano del loro meglio; una compagnia de’ Mille, guidata dall’intrepido Carini, tratteneva ancora per alcuni istanti quella piena irrompente; ma ferito gravemente ad un braccio lo stesso Carini, caduti molti de’ suoi, crescente l’irruzione nemica, la barricata sarebbe stata certamente perduta e la via aperta fino a Fiera Vecchia, se la fortuna non avesse voluto che presso il generale Garibaldi stesse in quel momento, inviato dal Lanza, l’ufficiale di Stato Maggiore regio, Nicoletti, il quale, udito l’evento e invitato con acerbe parole dallo stesso Garibaldi a cessare quella perfidia, accorse sul luogo del conflitto e colla sua assisa ed autorità riuscì a persuadere quei, non sappiamo se testardi o astuti Tedeschi, se non a ritirarsi, come avrebbero dovuto, a restar nei posti indebitamente conquistati.[78]

Superato anche questo nuovo periglio, indossata ancora la sua vecchia uniforme di Generale piemontese (divenuta buona un’altra volta), accompagnato dal solo Crispi,[79] poco prima delle due pomeridiane si mosse per recarsi al convegno fissato. Al Molo della Sanità l’aspettava la lancia dell’_Hannibal_: quivi il caso volle che arrivassero nello stesso punto il generale Letizia ed il generale Chretien; sicchè la medesima barca li tragittò insieme al bordo dell’Ammiraglio inglese. Colà giunti, i Generali borbonici lasciarono il passo a Garibaldi; l’Ammiraglio, così a lui, come a’ suoi avversari, fece rendere i dovuti onori militari e li invitò ad entrare nella sua cabina.[80] Non appena radunati però, quasi preliminare al trattato che stava per cominciare, sorse un singolare litigio, che qualificò subitamente agli occhi dell’Inglese il diverso carattere de’ negoziatori da lui ospitati al suo bordo.

L’ammiraglio Mundy per rendere più solenne la conferenza e porne la fede sotto il suggello di autorevoli testimonianze, aveva invitato ad assistere alla conferenza anche i Comandanti dei legni da guerra Francese, Americano e Sardo ancorati nello stesso porto, ed essi, accettato l’invito, stavano già sul ponte all’arrivo de’ negoziatori ed eran loro stati presentati. Quando però il generale Letizia li vide entrare assieme a tutti gli altri nella cabina dell’Ammiraglio e disporsi ad assistere alla conferenza, si fece innanzi e dichiarò ch’egli non era preparato ad intraprendere alcun negoziato alla presenza di quei Capitani stranieri, sicchè richiedeva formalmente che si ritirassero. Nè a questo si fermò. Soggiunse, «che quantunque egli avesse consentito a incontrare il generale Garibaldi a bordo della nave britannica, egli non intendeva riconoscergli alcuna officiale capacità, nè molto meno conferire con lui sopra qualsivoglia soggetto. Ogni mediazione, continuava egli, doveva aver luogo tra l’Ammiraglio inglese, lui ed il suo collega; e al generale Garibaldi non restava che confermare o disapprovare le parole del trattato che si fossero per usare. Queste le istruzioni da lui ricevute dal generale Lanza e dalle quali egli non poteva nè voleva dipartirsi.[81]»

A questa inattesa parlata, il cui senso era aggravato dal tuono dittatorio con cui era proferita, la sorpresa fu generale. L’Ammiraglio però, rotto per il primo il silenzio e raccomandata la calma e la temperanza, stimava suo debito chiedere prima d’ogni cosa, se anche il generale Garibaldi aveva da muovere qualche obbiezione circa alla presenza dei Comandanti stranieri. A cui Garibaldi rispose che ogni concerto preso dall’Ammiraglio inglese gli sarebbe stato gradito, e che quanto ai signori Comandanti era lieto di vederli rimanere. Ma nemmeno a questa lezione di tolleranza e cortesia il generale Letizia volle darsi per vinto, e arzigogolando cavillosamente sulle parole della lettera scritta la mattina dal generale Lanza, ribadì la sua tèsi che «i negoziati dovevano correre tra l’inglese Ammiraglio e gli incaricati napoletani, e il generale Garibaldi non dover prendervi alcuna parte.» Alla caparbia malafede del Napoletano proruppero indignati, tanto il capitano francese Lefebre, quanto l’americano Palmer; «solo il marchese D’Aste, antico ufficiale sardo, restò silenzioso;[82]» finalmente lo stesso ammiraglio Mundy interveniva a cessare l’alterco, protestando apertamente che, «se il generale Letizia non consentiva a trattar personalmente col generale Garibaldi e in presenza dei Capitani esteri, egli sarebbe obbligato di rimandare tutti a terra, e dichiarare rotti i negoziati.[83]»

A sì aperto e risoluto linguaggio il generale Letizia finì col rassegnarsi, e riconosciuta al generale Garibaldi la parte che gli spettava, le trattative s’avviarono. I quattro primi articoli della convenzione proposta passarono senza contraddizione o discussione di sorta; giunti al 5º: «Che la Municipalità rassegnasse un’umile petizione a Sua Maestà il Re, esprimendogli i reali bisogni della città.» — «No!» proruppe con veemenza Garibaldi; e alzandosi di scatto soggiunse: «Il tempo delle umili petizioni o al Re, o a chicchessia, è passato; inoltre non ci sono più Municipalità.... La Municipalità sono io. Io rifiuto il mio consenso. Passiamo alla sesta ed ultima proposta.»

All’udir queste parole sdegno e stupore si dipingono sul volto del generale Letizia, e sgualcendo la carta che stava spiegata sulla tavola, esclama: «Allora se questo articolo non è concesso, ogni comunicazione cessa fra di noi.[84]»

Garibaldi, il quale fino all’enunciazione del quinto articolo avea sempre serbato un calmo e imperturbato contegno, a quell’ultima albagiosa dichiarazione del suo avversario non seppe più frenarsi. «Egli denunciò in termini eccessivi[85] la mancanza di buona fede, anzi l’infamia della Reale Autorità nel permettere che truppe mercenarie, mentre una bandiera di tregua sventolava, attaccassero le italiane, le quali avevano avuto l’ordine di cessare il fuoco. Ed altre cose anche più appassionate soggiunse Garibaldi; a cui replicò con violenza non disuguale, ma certo con minor giustizia il suo antagonista. Sicchè l’Ammiraglio fu costretto di nuovo ad interporsi non solo per rimettere la calma fra i disputanti, ma per raddrizzare le torte argomentazioni, con cui il negoziatore napoletano continuava a sillogizzare.»

A tal punto Garibaldi, credendo ormai compiuta la rottura de’ negoziati, si levò dalla sua sedia e fece atto di disporsi alla partenza; «ma tale non appariva in alcuna guisa l’intenzione del Generale borbonico.[86]» Anzi dopo essersi consultato alquanto col suo collega, si rivolse di nuovo al suo avversario, annunziandogli che egli consentirebbe a cassare il quinto articolo della convenzione, quantunque sapesse che per quella concessione egli incontrerebbe il disfavore del suo Generale in capo.

E dopo questa dichiarazione tanto maravigliosa ed inattesa, quanto lo erano state fino allora tutte le parole del negoziatore regio, l’armistizio fu prolungato fino alle nove del mattino seguente, al solo fine di concordare definitivamente i punti controversi e di ottenere dal Commissario _alter ego_ del Re la ratifica dei già patteggiati. Prima di lasciar l’_Hannibal_ però il generale Garibaldi, cogliendo il momento in cui l’ammiraglio Mundy s’era stretto in privato colloquio co’ due Inviati regi, si traeva in un canto col capitano Palmer e col marchese D’Aste, e susurrò loro in tutta fretta e in gran secretezza: essere allo stremo di munizioni; questo il suo pensiero più tormentoso; lo soccorressero, se potevano, in quella necessità; avrebbe pagato un pacco di cartuccie a peso d’oro. Il capitano D’Aste non volle dare neanche un grano di polvere; il Capitano americano crediamo che desse la poca che aveva; al resto pensò la Provvidenza!

Ma sia che l’ultima impressione ricevuta da Garibaldi fosse che il pattuito armistizio non potesse durare oltre il vegnente mattino; sia ch’egli mirasse a trar profitto delle pretese esorbitanti del nemico, e della sua sdegnosa risposta per infiammare vieppiù gli animi già accesi de’ Palermitani, giunto a Palazzo Pretorio fece tosto pubblicare questo Manifesto:

«Siciliani!

»Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io ne accettai quelle condizioni che l’umanità dettava di accettare; cioè: ritirar famiglie e feriti; ma fra le richieste, una ve n’era umiliante per la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo. Il risultato della mia conferenza di oggi fu dunque di ripigliare le ostilità domani. Io ed i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli del Vespro una battaglia, che deve infrangere l’ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dell’eroismo.»

Alla lettura del fiero bando la città intera, può dirsi, si versò a Palazzo Pretorio per udire dalle labbra del Dittatore, quasi per leggere sul suo viso, la conferma della grande nuova. E Garibaldi, apparso al balcone di Palazzo Pretorio, parlò come sapeva parlare lui tutte le volte che il cuore lo ispirava, e la grandezza degli avvenimenti s’accordava alla lirica intuonazione della sua tribunizia eloquenza. Però quando disse: «Il nemico mi ha fatto delle proposte che io credei ignominiose per te, o Popolo di Palermo, ed io sapendoti pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua città le ho rifiutate....» un urlo, un urlo solo fu la risposta di quel popolo divenuto delirante: «Guerra, guerra;» e le donne stesse con parola anche più espressiva: «Grazie, gridavano al Generale, grazie;» e gli inviavano baci e benedizioni.... «E dal fondo della piazza (soggiunge uno de’ Mille testimonio alla gran scena) gli mandai un bacio anch’io. Credo che Garibaldi non sia mai stato visto sfolgorante come in quel momento da quel balcone; l’anima di quel popolo pareva tutta trasfusa in lui.[87]» Nè furono parole soltanto: ogni uomo armato corse a prendere il suo posto di combattimento: quante braccia erano atte lavorarono l’intera notte al compimento delle barricate; e per supplire alla mancata luminaria delle bombe e delle granate, Palermo illuminò tutte le sue case, se non è meglio dir le sue rovine, come fosse alla vigilia di una festa.

Risapute però queste nuove, anche i Generali borbonici vennero a miglior consiglio, e nella mattina del 31 lo stesso generale Letizia tornava al Dittatore per ripigliare gli interrotti negoziati e chiedergli un armistizio indefinito. Tanto non poteva concedere Garibaldi; consentì bensì ad una tregua di tre giorni, e fu in questi capitoli stipulata:

«1º La sospensione delle ostilità resta prolungata per tre giorni, a contare da questo momento che sono le 12 meridiane del dì 31 maggio: al termine della quale S. E. il Generale in Capo spedirà un suo aiutante di campo onde di consenso si stabilisca l’ora per riprendersi le ostilità.

»2º Il Regio Banco sarà consegnato al rappresentante Crispi segretario di Stato, con analoga ricevuta, ed il distaccamento che lo custodisce andrà a Castellamare con armi e bagaglio.

»3º Sarà continuato l’imbarco di tutti i feriti e famiglie, non trascurando alcun mezzo per impedire qualunque sopruso.

»4º Sarà libero il transito dei viveri per le due parti combattenti, in tutte le ore del giorno, dando le analoghe disposizioni per mandar ciò pienamente ad effetto.

»5º Sarà permesso di contraccambiare i prigionieri Mosto e Rivalta con il primo tenente Colonna ed altro ufficiale o capitano Grasso.

»_Il Generale in Capo_ »Firmato: FERDINANDO LANZA.

»_Il Segretario di Stato »del Governo Provvisorio di Sicilia_ »Firmato: FRANCESCO CRISPI.»

Taluno censurò il vincitore di aver concesso al nemico una tregua troppo lunga; noi pensiamo altrimenti. Per fermo i Regi potevan ricevere nuovi rinforzi; ma che importavano oramai alcune migliaia di nemici di più, se mancava tra di loro la mente che governasse e il cuore che combattesse? Per la rivolta invece ogni ora che passava era un passo alla vittoria: lo scoramento nelle file avversarie cresceva, le diserzioni moltiplicavano, la città s’agguerriva, e s’abituava all’idea della lotta disperata; e frattanto i Mille si ristoravano, le munizioni si risarcivano, le difese si perfezionavano, i soccorsi sperati o promessi dal Continente o arrivavano o potevano arrivare, come sarebbe stato debito loro.[88]

Oltre a ciò nella generosità di Garibaldi s’ascondeva un grande concetto non meno politico che umanitario. Nessuno più di lui sentiva che quella era guerra civile, e quel pensiero fisso di renderla quanto più fosse possibile umana e pietosa sarà, nella calma sentenza de’ posteri, non ultima gloria della sua eroica vita. Quei soldati, lo diceva ad ogni istante, eran nostri fratelli; lo diceva a’ suoi seguaci consigliandoli ad essere miti; lo diceva a’ nemici stessi, se qualcuno gliene compariva dinanzi o prigioniero o disertore; e solo dicendolo faceva proseliti e diradava le file nemiche. La generosità in quel caso era virtù ed arte insieme; e quando vedremo l’esercito borbonico squagliarsi e quasi sfumare innanzi ai passi di Garibaldi che li incalzava col sorriso sulle labbra e l’offerta del ritorno alle loro case, intenderemo quanto quella virtù fosse utile e quell’arte profonda.

Nè quei tre giorni li passò inerti. Intanto che i suoi Luogotenenti attendevano al riordinamento delle milizie, e i Palermitani al perfezionamento delle barricate, e il Crispi a prender possesso del Palazzo di Finanza, dove trovava cinque milioni di ducati, insperato tesoro per quei cenciosi conquistatori partiti da Quarto con trentamila franchi; Garibaldi pensava a dare all’improvvisato Governo di Palermo una forma più regolare e compíta, istituendo un Ministero, in cui il Crispi riteneva il portafoglio dell’interno e delle finanze, il barone Pisani gli esteri, il canonico Ugdulena il culto e la pubblica istruzione, un Raffaele i lavori pubblici, un Guarnieri la giustizia, e l’Orsini, riuscito miracolosamente a traforarsi il giorno 2 in Palermo, con tutti i suoi cannoni e i suoi uomini, il Ministero della guerra.

I Napoletani, all’opposto, non riuscirono che a rendere sempre più manifesta la loro impotenza. Non appena infatti fu conchiuso il primo armistizio, il generale Letizia partiva per Napoli per comunicarne il testo al suo Re ed al suo Governo, dipinger loro il vero stato delle cose, e richiederne le istruzioni per la condotta avvenire. Ruppe in amari rimbrotti il Re, e sola sua risposta fu che si riprendesse Palermo a viva forza, anche a costo di raderla al suolo; ma tale non fu il consiglio nè la risposta de’ suoi Ministri, i quali già affaccendati ad ottenere la mediazione delle estere Potenze, fecero capire al Letizia che quel mezzo del bombardamento sarebbe stato esiziale a tutto il Regno, e che, se altra via non s’apriva per ricuperar Palermo, era minor danno abbandonarlo. Se lo tenne per detto il Letizia; e convinto oramai che il Governo di Napoli non aveva più nè volontà, nè speranza di vincere, riportò queste notizie e impressioni al regio Commissario in Palermo. Il quale, sperimentata già vana la forza delle bombe, non sapendo, nè osando confidar in quella delle baionette, delle quali, se voleva vincere, gli conveniva mettersi alla testa; sconfidando sempre più nella fedeltà delle truppe e temendo una sedizione della flotta;[89] ma tremando forse più per sè stesso, si decise a chiedere un prolungamento all’armistizio d’altri tre giorni, prodromo evidente della resa finale. E Garibaldi accondiscese ancora; ed ancora il suo naturale accorgimento non l’ingannò.

Infatti il 6 giugno i negoziati furono ancora ripresi, e senza molta difficoltà condussero alla Convenzione seguente:

«1º Gl’infermi (dell’armata regia) che giacciono in ambedue gli ospedali od in altri luoghi dovranno essere imbarcati colla maggiore sollecitudine.

»2º Le truppe regie che si trovano in Palermo avranno la scelta di abbandonare la città per terra o per mare con equipaggi, materiali da guerra, artiglieria, cavalli, bagagli, famiglie e tutto ciò che loro spetta, comprese le munizioni rinchiuse in Castellamare. A S. E. il tenente generale Lanza viene concesso di abbandonare Palermo per mare o per terra a sua scelta.

»3º Qualora si scegliesse la via di mare, si darà principio allo sgombramento caricando i materiali da guerra, gli equipaggi e parte dei cavalli e delle altre bestie da soma; le truppe rimarranno ultime.

»4º Tutte le truppe s’imbarcheranno sul Molo, e quindi prenderanno provvisoriamente alloggio nel quartiere dei Quattroventi.

»5º Il generale Garibaldi lascierà Castelluccio, il Molo e la batteria del Faro senza atti di ostilità.

»6º Il generale Garibaldi consegnerà tutti gl’infermi ed i feriti (delle truppe regie) che si trovassero in suo potere.

»7º I prigionieri saranno scambiati da ambe le parti senza distinzione di grado o di numero, e non uomo per uomo.

»8º Sette prigionieri (non militari) rinchiusi in Castellamare saranno messi in libertà tosto che sia compíto l’imbarco delle truppe e totalmente sgomberato il forte Castellamare. Questi prigionieri verranno condotti dalla guarnigione sul Molo e quivi consegnati.

»Ritenuti tutti i sovraccennati articoli, si aggiunge in una clausola addizionale che la guarnigione sarà spedita per la via di mare ed imbarcata sul Molo di Palermo.

»6 giugno 1860.

»G. GARIBALDI.

»Con procura di S. E. il Luogotenente generale LANZA, Comandante del Corpo delle truppe regie:

»V. BONOPANE, »_Colonnello e Capo dello Stato Maggiore._

»L. LETIZIA, march. di Mompellieri, _generale_.»

XXIV.

La nuova dell’entrata di Garibaldi nella capitale aveva precipitata la sollevazione di tutta l’Isola. Le principali città, quali senza grave sforzo, come Trapani, Girgenti, Noto, Caltanissetta, Modica, Sciacca, Mazzara; quali dopo aspra lotta di popolo e fiero martirio di saccheggi e di stragi, come Catania, s’erano vendicate in libertà; e di tutta la Sicilia al mattino del 7 giugno non restava più in mano del Borbone che Messina e le cittadelle di Milazzo, Augusta e Siracusa.

In Palermo frattanto lo sgombero dei Regi era cominciato e l’aspetto della città si rasserenava. All’ansietà angosciosa della lotta succedeva d’ora in ora il respiro più libero e il moto festivo e chiassoso della vittoria. La gente, come suole accadere ne’ giorni di pubblici commovimenti, viveva più nelle strade che nelle case; le grida, gli assembramenti, le manifestazioni rinascenti per ogni nonnulla non posavano ancora; il variopinto brulicame delle squadre, delle camicie rosse, dei frati in coccarda e cartucciera, dei preti in piuma ed archibugio, continuava tuttavia a mascherare d’una tal quale veste quarantottesca la città; ma intanto le barricate si sfacevano, le rovine degl’incendi si sgomberavano, ai morti tratti dalle macerie si dava onorata sepoltura, ai feriti ricoverati nelle case o negli ospedali si apprestavano cure più ordinate e più sollecite; migliaia di mani lavoravano ad ammannire vesti, scarpe, cartuccie; tutto dimostrava che Palermo respirava a polmoni dilatati la nuova aura di libertà, e guardava con serena fede all’avvenire.

Al tempo stesso il Dittatore provvedeva del suo meglio, come le opportunità consentivano e i suoi Ministri sapevano suggerire, alle più urgenti necessità dello stato novello. Volgendo il primo pensiero ai morti per la patria, decretava ricoveri e pensioni alle loro vedove e ai loro orfani; rivolgendo il secondo all’imperioso problema della forza, si rassegnava a riporre in fondo al cuore la sua bella utopia della leva in massa, ma consentiva tosto all’Orsini una leva più limitata di quarantamila uomini: beato ancora se tutti accorressero!

Frattanto congedava con parole affettuose le squadre divenute più un ingombro che un aiuto, ma invitava ancora una volta quanti Siciliani fosser disposti a restar nell’armi, a prender ferma regolare nei quadri de’ suoi Mille coi quali pensava di formare due brigate, destinate a percorrere l’Isola per impiantarvi il Governo nazionale, reclutar nuova gente e far atto di signoria.

Non meno importanti, se non tutte ugualmente saggie, erano le provvisioni che i suoi Ministri gli _facevano firmare_ (ogni altra parola sarebbe impropria) per l’ordinamento politico e amministrativo.

Il Crispi ceduto il portafoglio delle finanze a Domenico Peranni, e tenutosi per sè l’Interno e la Segreteria della Dittatura, divideva l’Isola in ventiquattro Distretti, ponendo a capo di ciascuno un Governatore; intraprendeva l’organizzazione della Polizia e della Pubblica Sicurezza con questori, delegati, milizie a cavallo; tentava ricostruire le vecchie Municipalità, restaurando in carica i deposti o gli sbanditi del 1848; commetteva il giudizio de’ reati comuni a Commissioni speciali, parte civili e parte militari. Dal canto suo l’Ugdulena otteneva dal Dittatore lo scioglimento delle compagnie de’ Gesuiti e de’ Liguorini;[90] il Peranni, l’abolizione del macinato, dei dazi d’entrata sui cereali, e di qualunque altra gabella decretata dal Governo borbonico dopo il 15 maggio 1849; indi l’assegnamento d’una quota sui beni pubblici dei Comuni ai soldati della patria e il divieto di pagare qualsiasi tassa al Governo caduto, e l’obbligo di versarle tutte nelle casse del nuovo. Di quando in quando in mezzo a questi decreti di scopo politico e finanziario, parti esclusivi della mente dei Ministri, ai quali Garibaldi non faceva che apporre il suo nome, ne compariva qualcuno di veramente pensato e voluto da lui, che portava manifestamente l’impronta del suo animo generoso e delle sue idee filantropiche, e che si poteva dire, senza tema di fallire, tutto suo.

Ora aboliva il titolo di _eccellenza_, e l’usanza del baciamano, vergognose reliquie della servitù; ora si volgeva «al bello e gentile sesso di Palermo,» perchè soccorresse della sua carità l’Ospizio dei lattanti e degli orfani di Palermo, «dove novanta su cento lattanti perivano di fame;[91]» ora infine decretava la demolizione del forte di Castellamare, «conservando soltanto le batterie che difendono il porto e battono la rada;» alla qual’opera si videro accorrere, per più giorni, uomini, donne, nobili, plebei, laici, frati, il popolo intero, lieto di offrire quel tributo, quasi direste quella giornata di fatica servile alla patria tornata signora.[92]

XXV.

Certo ben pochi di questi Decreti passeranno alla posterità come esemplari di sapienza politica o legislativa. Quello che richiamava in ufficio i proscritti del 48, ridesta alla memoria la follía di Vittorio Emanuele I di Sardegna, il quale, ristaurato ne’ suoi Stati, si pensò bastasse ripubblicare l’_Almanacco reale del 1815_ per riavere tutta la sua vecchia magistratura. La istituzione dei tribunali speciali era un’offesa alla giustizia della libertà rinascente; l’abolizione tumultuaria del macinato e d’ogni altra gabella fruttuosa era, per non dirne peggio, una solenne imprudenza; ma per quanto severa voglia essere la storia, essa finirà coll’ascoltare le molte circostanze attenuanti, e conchiuderà con una mite sentenza. Non si dimentichi che la Dittatura era uscita dal seno d’una rivoluzione; che il Governo, privo della consacrazione del tempo e della tradizione, era costretto a cercare il suo principal fondamento sulla popolarità; che infine il paese, inasprito da lunghi dolori, era avido di novità e di riforme, le quali era assai dubbio fino a qual punto fosse saggio il concedere o il rifiutare. Oltre a ciò, nulla di quanto il Governo borbonico lasciava dietro di sè poteva più essere conservato. Magistrati, leggi, consuetudini, tutto era fradicio, e tutto conveniva spazzar via e rinnovare: impresa ardua in tempi calmi anco ai più esperti, ma che ad uomini cresciuti fino allora o nei sogni delle congiure, o nelle speculazioni della dottrina, e affatto nuovi alla pratica dei governi, doveva riuscire difficilissima e quasi invincibile.

Ma nè la loro apologia, nè la loro censura è dell’ufficio nostro. A noi si aspetta soltanto giudicar anche in questo l’opera di Garibaldi; e ne pare che il giudizio si riassuma in queste parole: egli nulla ne intendeva, nè poteva intenderne. Nè la vita del mare, nè quella de’ campi, nè la tebaide di Caprera, nè gli esempi di Bento Gonzales, del Ribera e dell’Oribe, l’avevano per fermo preparato ad essere un reggitore di Stati. Qual fosse per lui l’ideale più eccelso delle società umane, noi lo sappiamo: lo stato di natura; epperò anche il governo patriarcale era il più perfetto modello di governo, cui egli sapesse aspirare. Finanze, polizia, imposte, tribunali, congegni amministrativi, erano per lui meccanismi artificiali, superfetazioni oppressive, inventate dalla nequizia o dall’astuzia umana, delle quali, potendo, avrebbe fatto tavola rasa; non potendolo, si rassegnava a subirle, ma in cuor suo sprezzandole ed abborrendole. Ora con queste idee pel capo, non solo non si governano gli Stati, ma si resta inetti a discernere chi possa meglio governarli per voi; e fu questa la sorte di Garibaldi. Creato dalla meritata fortuna Dittatore di nove milioni d’uomini, egli non sarà mai in effetto che un regolo dimidiato, metà genio, metà automa: nel campo di battaglia sovrano possente ed invincibile; nella corte, nel foro, nel reggimento civile, pupillo e stromento di chi lo attorniava e consigliava. E però ognuno di que’ Decreti che egli aveva già firmati o firmerà, portava a’ piedi il suo nome; ma il suo spirito poteva dirsene assente e la sua coscienza irresponsabile. Nè ciò fa la sua lode; aggiunge solo un chiaroscuro caratteristico alla sua figura. Una cosa sola egli vide, e ben chiara, nella sua Dittatura, dallo sbarco a Marsala all’arrivo in Napoli: differire l’annessione del Regno alla Monarchia di Vittorio Emanuele fino a che la rivoluzione, che doveva gettare le prime basi all’unità dell’Italia, non fosse compiuta. E ciò chiarirà meglio chi non voglia stancarsi di leggere queste pagine.

XXVI.

Frattanto il favore della causa siciliana cresceva nell’opinione europea, ed ogni giorno le arrecava nuovi conforti e nuovi soccorsi.

Fin dal 6 giugno gettava l’àncora nella rada di Palermo l’ammiraglio Persano, il quale, scambiate con Garibaldi visite e cortesie pubbliche ed ufficiali, pareva assumesse la rivoluzione sotto l’egida della bandiera sarda, e accresceva colla sola sua presenza la forza morale del nuovo Governo. Parimenti, il 22 del mese stesso sbarcava a Castellamare Siculo la seconda spedizione capitanata da Giacomo Medici; ordinata più apertamente sotto il patrocinio del Governo sardo, scortata da’ suoi legni di guerra per tutta la traversata, e che ora veniva a recare a Garibaldi il gagliardo soccorso di tremilacinquecento volontari, ottomila carabine rigate (_rifles_ inglesi) e quattrocentomila cartucce.[93] Cosa infine altrettanto importante, il Governo di Francesco II andava stendendo la mano a tutte le Potenze d’Europa, non escluso l’abborrito Piemonte, per mendicare da queste la mediazione, da quelle l’alleanza, senza ottenerne altra risposta che di parole evasive, di sterili compianti o di vergognose proposte, le quali tutte parevan ripetergli in vario metro che l’ultima sua ora era suonata.

Garibaldi intanto pensò a trar profitto dei ben venuti soccorsi per dare un passo avanti e preparare la conquista totale dell’Isola. Raccolta colle due brigate del Bixio e del Türr, di cui già dicemmo intrapreso l’ordinamento, e con la novella brigata del Medici, la meglio ordinata ed armata fra tutte, una forza di circa seimila uomini, esercito formidabile per il guerrillero vincitore di Palermo, pose in esecuzione il disegno, fino allora soltanto per mancanza di forza ritardato, di occupare militarmente i centri principali dell’Isola, serrando sempre più dappresso l’estreme trincee dell’esercito borbonico.

A tal uopo manda la brigata Türr per la via di Villafrati, Santa Caterina, Caltanissetta e Caltagirone ad occupare Catania; la brigata Bixio per la via di Corleone a Girgenti, per risalire poi di là la costa orientale; e quella del Medici ad invadere per la strada littoranea di Termini la provincia di Messina, ed a portarsi quanto più vicino le fosse concesso alle linee borboniche. Ora, per la sua posizione più inoltrata, la colonna Medici doveva essere la prima a scontrarsi col nemico, forte ancora di otto in diecimila uomini, assiso in una gagliarda postura militare, padrone del forte di Milazzo, chiave della via che conduce a Messina.

Ma prima di narrare del combattimento di Milazzo, che compì la liberazione dell’Isola, ci è d’uopo dire brevemente una parola d’un accidente, che poco mancò fosse origine di dolorosa discordia; ma di cui se a qualcuno risale la responsabilità e la colpa, non fu certo a Garibaldi.

XXVII.

Era sbarcato a Palermo, coll’ammiraglio Persano, Giuseppe La Farina. Era partito per volontà sua, senza mandato positivo ed ufficiale, in apparenza per osservare, studiare, portare il tributo della sua opera e del suo nome; in realtà per mestare ed intrigare. Appena giunto, cominciò a trovare tutto malfatto e spregevole: il Governo, la negazione d’ogni governo; i Ministri, o ribaldi o inetti; Garibaldi quasi uno scemo. Errori parecchi, lo dicemmo noi pure, erano stati commessi; ma il La Farina, anzichè alleviarli coi consigli amichevoli e leali, coll’aspra e superba censura li ribadiva e peggiorava. Ostentando l’amicizia del conte di Cavour, atteggiandosi a suo unico interprete e rappresentante, anticipava in Sicilia lo scoppio di dissidii partigiani, che ancora non erano nati. Stimando panacea a tutti i mali la subita convocazione d’un’Assemblea siciliana che votasse a precipizio l’annessione dell’Isola alla Monarchia di Vittorio Emanuele, non adoperava nella predicazione di questo suo concetto, per tanti rispetti disputabile, alcuna cautela e misura. Fattosi centro d’una camarilla di nobili e di dottrinari, impazienti di porsi in tutela d’una Monarchia, e più pensosi certamente, in quel momento, del trionfo della lor parte che della redenzione d’Italia e della salute dell’Isola loro, in luogo di dar loro consigli di tolleranza e di prudenza, li pungolava, li aizzava, prestava la mano a tutte le mène o occulte o palesi, colle quali essi tentavano isolare il Dittatore da tutti i suoi amici, e renderlo stromento de’ loro disegni.

Il Crispi, vuoi per la naturale asprezza dell’indole sua, vuoi per l’infelice genía di persone di cui aveva inondati i pubblici uffici, vuoi per la politica fin troppo rigidamente unitaria con cui sfatava le speranze e rompeva le trame dei regionali, partito antico e sempre potente nell’Isola, era infatti divenuto inviso a moltissimi e quasi impopolare. Però non tardò il giorno in cui i Palermitani, soffiando il La Farina, ne chiesero il congedo al Dittatore. Questi in sulle prime riluttò, repugnandogli giustamente di staccarsi da colui ch’egli reputava uno de’ più energici fattori della spedizione di Sicilia, e nella questione suprema della redenzione ed unità nazionale sapeva fido interprete ed esecutore delle sue più care idee. Tuttavia, per amor di concordia, s’era alla fine rassegnato a togliere a lui ed ai principali suoi compagni il portafoglio, eleggendo in lor vece un nuovo Ministero d’uomini creduti o neutrali o conciliativi, e sui quali per la dignità del nome e del carattere primeggiava il marchese di Torrearsa. Se non che, indi a pochi giorni avendo anche il Torrearsa rassegnato l’ufficio, questo passò subito al barone Natoli, probo Siciliano, appena tornato dall’esilio, ma amicissimo del La Farina. Poteva questi esserne soddisfatto; ma poichè Garibaldi, perdurando a confidare nel Crispi, l’aveva nominato Segretario della Dittatura, ecco riscoppiare anche più accese le ire del La Farina, cagione d’altre agitazioni e di nuove trame. A sentirlo, il Crispi era la rovina della Sicilia; imminente lo scoppio della collera popolare; fra una settimana, fra quindici giorni al più, certa la caduta della Dittatura e la fine di Garibaldi.[94]

Indarno parlava per questi la fedeltà da lui tenuta fino a quel giorno al programma di Marsala; indarno la ragione categorica che, proclamando subito l’annessione, il moto fino allora felicemente avviato arenava e l’Italia, a cui un varco sì insperato s’era dischiuso, veniva arrestata nuovamente al Faro; indarno, infine, lo stesso conte di Cavour faceva raccomandare al La Farina di non affrettarsi ad agire «e di aver pazienza, dovendosi ad ogni costo evitare urti col Generale:[95]» il fervente emissario non sapeva nè avere nè dar pace, fin che venne il giorno in cui Garibaldi, stanco di quel fanatico cadutogli fra i piedi, perduta la pazienza, lo sfrattò dalla Sicilia in 24 ore.

Nè la piena giustizia del bando potrà essere contrastata. Il La Farina non era più che un cospiratore arrabbiato e pericoloso, e il governo nascente d’un paese in guerra non lo avrebbe potuto soffrire più a lungo senza mettere a repentaglio la salvezza dello Stato, di cui gli era stata commessa la Dittatura. Ma se la pena era meritata, il modo aveva offeso. I confini della incolpata tutela erano stati inutilmente violati; le dure necessità della guerra con un brutale oltraggio superfluamente inasprite.

L’articolo del Giornale Ufficiale di Palermo, col quale il bando del La Farina era annunciato assieme a quello di due spioni côrsi,[96] fu una selvaggia rappresaglia, un lusso grossolano di durezza, che Garibaldi non doveva permettere se lo conosceva prima, e conosciutolo dopo doveva sconfessare e punire.[97]

Ciò detto, però, il torto del La Farina non cessa d’essere inescusabile; e chiunque abbia scorso quel suo triste _Epistolario_, in cui gli atti ed i pensieri del suo soggiorno in Sicilia sono riflessi come in uno specchio, potrà farne testimonianza. Volere l’annessione della Sicilia prima della sua compiuta liberazione, era un’insania; volerla quando da due mesi non v’era atto o parola di Garibaldi che non bandisse, affermasse, glorificasse il nome di Vittorio Emanuele, era ingiuriosa diffidenza e grossa gratitudine che conchiudeva alla peggiore delle politiche. La poteva giustificare un argomento solo: che l’Isola fosse in piena anarchia; ma quest’anarchia non era che un sogno del La Farina. La confusione era più alla superficie che al fondo; nessun arbitrio scandaloso, nessuna discordia pubblica era accaduta, e il prestigio del nome di Garibaldi era ancora sì grande, che bastava esso solo, come in quei primi mesi bastò, a tener luogo di governo e di leggi. Lo stesso conte di Cavour, che pure ingannato dalle amplificazioni lafariniane non vedeva dapprincipio altra salute che nell’annessione immediata, aveva finito per non reputarla più così urgente e necessaria come da prima aveva stimato, e il 30 giugno scriveva esplicitamente al Persano che, «se il generale Garibaldi non vuole l’annessione immediata, sia lasciato libero di agire a suo talento.[98]» Il La Farina adunque non poteva dirsi nemmeno l’interprete fedele del pensiero del suo alto committente; egli lo esagerava, lo svisava, e dicasi pure per innocente zelo, da segnacolo di concordia che doveva essere, ne faceva un’arme di guerra, un tizzone di discordia, un lievito di partiti; rischiando egli per il primo di ritardare o guastare quell’unione, che tutti, e prima d’ogni altro Garibaldi, fermamente volevano.

XXVIII.

Frattanto il Medici aveva continuato la sua marcia; se non che giunto a Termini e di là udito che il presidio di Messina muoveva su Barcellona per guadagnarvi quell’importante postura e punire la città di non sappiamo quale riotta liberale, delibera accelerare il passo nella speranza di occupar Barcellona prima del nemico e di contrastargliela. E così accadde. Il Medici, giunto a Barcellona quando appena la vanguardia borbonica appariva a Milazzo, tolse a questa ogni voglia e ragione di procedere oltre; talchè al Comandante garibaldino avanzarono ancora alcuni giorni per dar riposo alle sue milizie e apparecchiar più pensatamente le mosse ulteriori.

A mezza tappa da Barcellona, a poche miglia da Messina, sorge una piccola terra detta Meri, che prende il nome dal torrentello dello stesso nome, il quale calando da’ monti di Santa Lucia mette foce nel mare. Il fiumiciattolo, asciutto molti mesi dell’anno, non oppone, specialmente nell’estate, alcun ostacolo d’acque; ma per il suo letto incassato, rotto e sassoso, e le ripe costeggiate da muraglie di orti o da siepi di aloe, può far le veci in caso di estremo bisogno d’un simulacro di difesa.

Oltre a ciò, di là da Meri correva dinanzi al villaggetto di Coriolo un rio dello stesso nome che veniva a tracciare, meglio che a formare, un’altra linea più avanzata, la quale avrebbe potuto aiutare non diremo ad arrestare, ma a ritardare d’alcun poco un’aggressione nemica. In questa posizione, la migliore che il terreno consentisse, decise di appostarsi il Medici, e barricata la strada presso il Coriolo; piantativi in batteria due pezzi d’artiglieria accattati a Barcellona; colla destra a Santa Lucia; il centro e la sinistra lungo il Meri; gli avamposti tra Coriolo e San Filippo, si tenne, scarso di forze com’era, e conoscendo le soverchianti del nemico, nella più circospetta e serrata difesa.

I Borbonici invece accennavano a voler ripigliare l’offesa, non a dir vero per espresso comando del Governo napoletano, ma per occulta volontà dello stesso Francesco II. Infatti a Napoli erano accaduti, dal giorno della perdita di Palermo, alcune novità che importa brevemente rammentare. Re Francesco, impaurito dal montar sordo della rivoluzione, istigato da’ suoi consiglieri, o inetti o traditori, aggirato dalla Diplomazia, pressato da’ suoi stessi parenti, aveva finito col concedere una Costituzione, a cui nessuno, e primo di tutti il largitore, credeva. Cedendo poi così ai consigli dei suoi nuovi Ministri,[99] come agl’inviti capziosi del conte di Villamarina, ministro di Sardegna e manipolatore in Napoli di tutte le trame del conte di Cavour, s’era già indotto ad entrare in negoziati colla Corte di Torino, accettando per base alle trattative l’abbandono della Sicilia, se Garibaldi rinunciava ad invadere il Regno, l’alleanza col Piemonte e l’accordo con lui nella politica nazionale. A quale poi fra questi giuocatori di vantaggio, che di negoziatori leali avevan perduto ogni titolo, s’aspetti il primato della mala fede, sarebbe difficile il dire. Fra il conte di Cavour, che mentre negoziava con Re Francesco cospirava a subornargli l’esercito e la flotta, armeggiando contemporaneamente contro Garibaldi onde levargli di mano l’impresa, e Liborio Romano, abbietto cittadino di Gand, che accettava il potere dalle mani del suo Re per tradirlo più al sicuro; fra il generale Nunziante, che oggi prometteva di farla finita col _Filibustiere_, e dimani nell’ora del pericolo abbandonava la bandiera che l’aveva fatto nobile e ricco, e non sapendo essere nè apertamente ribelle, nè religiosamente fedele, cospirava ad involgere nella sua perfidia i suoi antichi camerata,[100] e l’ammiraglio Persano che faceva l’assisa della Marina italiana mezzana e complice di tutte codeste frodi e di codesti mercati, la storia sarà incerta a cui dare la palma, ma certo l’ultima fronda non toccherà a Francesco II. Anch’egli, ingannato da tutti, sperava tutti ingannare; e mentre blandiva di promesse il popolo, gli aizzava contro segretamente la sua Guardia del Corpo; mentre giurava la Costituzione, sollecitava aiuti dall’Austria, dal Papa, dalla Russia; infine, mentre inviava i suoi Ministri a Torino per trattare dell’alleanza nazionale, e dicevasi pronto a rinunziare alla Sicilia, eccitava, all’insaputa de’ suoi Ministri, i suoi Generali alla ripresa dell’Isola e li soccorreva per questo di nuove armi ed armati.

Codesto suo desiderio sarebbe rimasto forse inadempiuto, se non avesse trovato un fautore ardente, e un esecutore devoto ed intraprendente nel colonnello Beneventano Del Bosco, che già incontrammo a Salemi, al Parco, a Corleone; più vantatore forse che prode; ma certo uno degli ufficiali più popolari dell’esercito borbonico, il quale, indettatosi col Re, gli promise non solo di conservargli Milazzo, ma di passare sul corpo del Medici alla riconquista di Palermo.

Sbarcato infatti da più giorni a Messina, e compostasi una colonna di circa cinquemila uomini, fra i quali il suo ottavo Cacciatori, muoveva di là alla volta di Milazzo; e lasciato un battaglione di custodia alle importanti posizioni di Gesso, in sul mattino del 17 arrivava col grosso presso Archi, a breve tratto dagli avamposti garibaldini. Siccome però anche il Medici non era stato colle mani alla cintola, e fin dal mattino aveva spedito una delle sue compagnie a riconoscere al di là di Coriolo l’annunciato nemico, accadde che appunto presso Archi l’avanguardia regia e gli esploratori garibaldini si scontrassero e venissero alle mani. Il combattimento fu breve e di poco momento: molto, come al solito, il numero de’ Borbonici; molto il valore de’ Garibaldini; ma nè da una parte nè dall’altra alcun decisivo vantaggio.

XXIX.

Dopo questo però il Comandante borbonico, sia che volesse riconoscere più a fondo le forze e le posizioni dell’avversario; sia che sperasse con un subitaneo assalto sorprenderlo e sgominarlo (ciò è ancora controverso), deliberò di deviare per poco dalla via presa e di attaccarlo nel giorno stesso, col grosso delle sue forze, nel centro delle sue linee. Ma o ricognizione o attacco, nulla di quanto il Bosco aveva premeditato gli riuscì. Assaliti quasi contemporaneamente dalla destra e dal centro, nessuno dei posti garibaldini indietreggiò d’un passo. Spiegatosi più furioso l’attacco contro la barricata della strada di Coriolo, questa tenne fermo; accostatosi il nemico e venuto l’istante della baionetta, la carica fu sì concorde, sì impetuosa, che i Regi andarono cacciati colla punta alle reni fino al di là di Coriolo, rischiando di perdere un cannone, che a stento salvarono. Il Medici però non poteva illudersi; era evidente che il Bosco, qual che fosse stato il suo scopo, non aveva impegnato che una parte delle sue forze; e il giorno in cui le avesse spiegate tutte, il rischio poteva esser grave. Telegrafò quindi al Comandante in capo il buon successo del 17, ma insieme i pericoli da cui era minacciato.

Ed all’annunzio Garibaldi deliberò di partir immediatamente pel campo. Fin dal 7 luglio, la terza spedizione del Cosenz, forte di ben millecinquecento uomini, ben armata ed istrutta, era giunta a Palermo e già incamminata per Messina; un altro battaglione, comandato dall’inglese Dunn, grosso non più che di quattrocento uomini, stava pronto alla partenza; il caso volle che proprio nella mattina del 18 quel battaglione, comandato da Clemente Corte, che era stato preso dai Regi in mare e tradotto a Gaeta, ora liberato dalla tediosa prigionía approdasse egli pure a Palermo; infine il 12 luglio il capitano Anguissola, comandante della corvetta regia la Veloce,[101] dando per il primo l’esempio della rivolta, conduceva al Dittatore in Palermo il proprio legno e gliene faceva dedizione. Tutto sommato pertanto, Garibaldi possedeva già un principio di marina da guerra, e poteva portare al Medici un soccorso di circa duemila baionette, forza straordinaria al paragone di quella con cui aveva vinto fino allora.

Lasciata quindi la prodittatura al general Sirtori; avvisata la colonna del Cosenz di affrettare la marcia; presa seco sulla Veloce, ribattezzata col nome di Tükery (quel prode Magiaro, morto nella presa di Palermo), la gente del Dunn e del Corte, salpa il 18, mattina, per Patti; colà preso terra, continua in vettura col Cosenz, che l’aveva raggiunto, per Meri, dove arriva la sera del giorno stesso. Il suo arrivo suonava battaglia, lo intesero e glielo fecero intendere colla loro entusiastica accoglienza i volontari del Medici, e il presagio s’avverò.

Spesa la giornata del 19 ad esplorare co’ suoi Luogotenenti le posizioni del nemico, e ad attendere l’arrivo delle truppe in marcia, decise per l’indomani l’attacco di Milazzo.

_Qu’est ce que c’est que Milazzo?_ chiedeva Napoleone I a suo fratello Giuseppe, quando meditava egli pure una spedizione in Sicilia. Quel che fosse allora esattamente, non sapremmo dire; quel che sia oggi, eccolo. Milazzo sorge alla base d’un istmo sottile, congiunto alla terra mediante tre strade principali, quella d’Archi e Spadafora all’oriente, che lo allaccia a Messina; quella di San Pietro Meri a mezzogiorno, e quella di Santa Marina Meri a occidente, che lo annodano alla strada consolare di Barcellona, quindi all’interno dell’Isola. La città, di circa diecimila abitanti, è cinta da vecchie mura, costrutta in pendío e coronata alla sua estremità settentrionale da un castello a due piani di fortilizi, capace di alcune migliaia d’uomini e di parecchie batterie. Il terreno che lo circonda più arido a levante, più ubertoso a ponente, è, in generale, basso, coperto, privo d’orizzonte, intersecato da acque frequenti, frastagliato di case e di molini, irretito, a dir così, entro una maglia di viottole che corrono, nella parte coltivata, tra continue muraglie di giardini e di vigneti, e nell’incolta tra folti canneti, che cessano soltanto dove comincia la nuda e sabbiosa spiaggia del mare, detta di San Papino, dominata da tutte le feritoie del Castello. Ora non è chi non veda che siffatto terreno quanto è propizio a chi debba difenderlo di piè fermo, altrettanto è avverso a chiunque tocchi traversarlo palmo a palmo e conquistarlo di viva forza. Tuttavia Garibaldi confidò ancora nel valore de’ suoi, nel suo genio e nella sua stella, e decise la battaglia.

Semplicissimo come al solito, ma logico, chiaro, antiveggente il disegno. Giustamente prevedendo che il Bosco avrebbe rivolto il maggior suo sforzo contro la destra garibaldina, per tentare di sfondarla e piombare sulla sua linea di ritirata; non che temerla, delibera di invogliarlo a quella mossa; ma intanto che il nemico concentrerà il grosso delle sue forze sulla sua sinistra, attaccarlo col maggior nerbo della propria gente sulla destra e pel centro, camminando direttamente su Milazzo. A tal uopo ordina che il Malenchini si porti, per la strada di Santa Marina, contro la sinistra del nemico e appena scopertolo lo assalti; commette al Medici e al Cosenz di avanzare col reggimento Simonetta e il battaglione Gaeta per la strada di San Pietro, spingendosi pel centro e per la destra contro la città; affida a Niccola Fabrizi di occupare con un’improvvisata legione di Siciliani la strada di Spadafora per antivenire una eventuale sortita del presidio di Messina; delibera infine che il battaglione Dunn e la colonna Cosenz, già partiti fino dall’alba da Patti, col battaglione Guerzoni, lasciato a guardia di Meri, formino la riserva.

Alle 5 del mattino tutti furono in moto: alle 7, il Malenchini aveva già aperto il fuoco presso San Papino; poco dopo anche il Medici incontrava al di là di San Pietro il nemico; e il combattimento s’accendeva su tutta la linea. Se non che il Bosco che, come Garibaldi aveva preveduto, teneva in serbo il massimo delle sue forze sulla sua sinistra, accoglie l’assalto del Malenchini con tale furia di mitraglia, che il prode Colonnello, malgrado i più gagliardi sforzi per contenere e riordinare le sue giovani milizie, è costretto a ripiegare rotto e disordinato sulla strada di Meri. Ciò eccedeva il desiderio di Garibaldi; egli voleva bensì impegnare in serio combattimento il nemico da quel lato; ma non certo lasciarlo padrone del terreno, e molto meno della sua linea di ritirata. Occorreva dunque riparare tostamente all’inatteso rovescio, e lo soccorse ancora il suo prodigioso colpo d’occhio. Ordinato al Cosenz di spingere il battaglione Dunn, arrivato per fortuna in quel punto, in sostegno del Malenchini, si caccia egli stesso, alla testa de’ Carabinieri genovesi e delle poche Guide, sul fianco del nemico per arrestarne la foga irrompente. Ma i _bianchi_ del Dunn non sono in sulle prime più fortunati de’ _neri_ del Malenchini:[102] chè uno squadrone di cavalli lanciato a tempo contro di loro, li mette in rotta, sperdendoli fra i canneti e le siepi che lungheggiano la via. In quel punto però Garibaldi co’ Carabinieri riusciva sul fianco nemico, sicchè gli Usseri reduci dalla carica, poco dianzi vittoriosa, si trovarono fra due fuochi in faccia a Garibaldi, che intimava loro la resa. E accadde allora la famosa lotta a corpo a corpo di Garibaldi, sceneggiata a penna ed a matita in tante guise diverse; ma che sfrondata dalle frasche romanzesche avvenne veramente così.[103]

Il generale Garibaldi era a piedi, in un campo di fichi d’India, seguíto e attorniato dal Missori, dal capitano Statella dello Stato Maggiore, da due o tre altre Guide e da qualche quadriglia di Carabinieri appiattati qua e là dietro le siepi. All’arrivare della cavalleria, quanti erano presso il Generale cercarono di coprirlo del loro meglio; ma il Capitano borbonico galoppò direttamente su di lui, e senza sospettare qual nemico gli stesse di fronte, gli menò un terribile fendente, che l’avrebbe certamente tagliato in due se Garibaldi, parando con maravigliosa agilità e freddezza e ribattendo subito colpo con colpo, non avesse spaccato egli la testa del Capitano. Intanto anche il resto della scorta non si era rimasta inerte: il Missori con alcuni ben appuntati colpi di revolver rovesciava due o tre cavalieri; lo Statella, rimasto poco dopo ferito, ne atterrava un altro; i Carabinieri, le Guide si precipitarono per partecipare alla zuffa; sicchè di tutto quel bello squadrone di Usseri pochissimi rientrarono in Milazzo; la più parte rimasero sul terreno feriti o prigionieri.

Questo episodio aveva arrestato l’irrompere del nemico sulla sinistra; dal canto suo il Medici e il Cosenz, rinforzati da nuovi soccorsi, guadagnavano a prezzo di preziosissime vite (pianta fra tutte la morte del maggiore Filippo Migliavacca, uno dei prodi di Roma e di Varese) nuovo terreno; ma la battaglia era tutt’altro che vinta. Il ponte del Coriolo, gli sbocchi dei canneti, le case dei sobborghi erano ancora in potere dei nemici; e non appariva chiaro nè con quante forze vi stessero, nè con quali avrebbero potuto esserne sloggiati.

A quel punto Garibaldi divinava il segreto della vittoria. Indispettito contro quelle bassure paludose e assiepate che gli impedivano di vedere gli andamenti della giornata, andava cercando intorno a sè un punto culminante d’onde dominare il campo; quando l’occhio gli cadde sulle antenne del _Tükery_, che sbarcata la sua gente a Patti arrivava per l’appunto nelle acque di Milazzo. Ora veder quel bastimento e fabbricarvi sopra un intero stratagemma di guerra, fu un punto. Raccomandata al Cosenz quell’ala della battaglia, si butta con pochi aiutanti in una barca, voga fino al _Tükery_; salitovi, arrampica sulla gabbia dell’albero maestro e di là scoperto finalmente tutto il teatro della battaglia, scende, fa accostare il _Tükery_ a tiro di mitraglia, e aspettato che una colonna sortisse di Milazzo per riassalire la sua sinistra, la fulmina di fianco, l’arresta come tramortita da quell’inatteso attacco, e la costringe poco dopo a rientrare scompigliata in Milazzo.

Il colpo felice ridà tempo e lena ai Garibaldini; il Medici e il Cosenz hanno riordinato le loro truppe e le preparano ad un nuovo assalto. Garibaldi, fatto sbarcare dal _Tükery_ un manipolo d’armati, probabilmente la scorta del bastimento, e mandatili a scaramucciare sul lato settentrionale del forte, ridiscende egli stesso a terra a rianimare il combattimento sulla sinistra; le ultime riserve sono impegnate: il Guerzoni arriva al passo di corsa sul campo di battaglia; un ultimo assalto quindi è ordinato; i canneti a sinistra, il ponte di Coriolo di fronte, le case di destra, terribili strette, son tutte superate: i Cacciatori del Bosco mandano fuori dai loro ripari un fuoco infernale; le perdite degli assalitori sono numerose e dolorosissime; il capitano Leardi morto; il Corte, lo Statella, il Martini, il Cosenz stesso, feriti; ma il nemico è in fuga, la porta di Milazzo è presa; i Garibaldini sono in Milazzo.

Però non è ancora la vittoria: la pianta della città è tale, che un valido difensore ne può rendere esiziale il possesso. L’unica strada, lunga, erta, tagliata a mezzo da una vasta caserma, che potrebbe tener luogo d’un forte, mette, passando sotto un volto della caserma stessa, al Castello che la domina, quindi la spazza a suo beneplacito. Alcune compagnie risolute a difendersi in quella caserma, un fuoco ben nutrito dal Castello, e una nuova battaglia diveniva inevitabile. Fortunatamente il Bosco aveva già rinunciato a vincere. I difensori della caserma, dopo alcune scariche, cercano riparo nel Castello; i cannoni del forte non rallentano ancora, ma i Garibaldini con due rapide corse si son già portati fuori del tiro; già investono, già serrano il Castello da ogni parte, e prima del mezzogiorno piantano le loro sentinelle a’ piedi delle sue mura.

La battaglia di Milazzo fu la più sanguinosa tra le combattute dalle armi garibaldine nel Mezzogiorno. Degli assalitori sopra non più che quattromila combattenti, settecento tra morti e feriti restarono sul campo; più d’un sesto quindi della forza, proporzione enorme nelle guerre moderne. I Regi invece si gloriarono di non aver perduto che centosessantadue uomini sopra milleseicento: ridevole menzogna e incauto vanto insieme! Menzogna ridevole, poichè a tutti è noto che il solo Bosco condusse in Milazzo un cinquemila uomini; vanto incauto, più degno di commiserazione che di plauso, poichè se così scarse furono le perdite dei vinti, non ha più giustificazione l’abbandono, in men di tre ore, di posizioni formidabili; e la sconfitta che potrebbe essere giustificata dalla gravità dei danni patiti, non si spiega più se non colla dappocaggine dei vinti.

XXX.

Il 21 passò in entrambi i campi a contarsi e riposare; il 22 apparvero inaspettati nel porto di Milazzo, prima due grossi legni mercantili francesi, poi un avviso da guerra, _La Muette_, della stessa bandiera, i quali venivano, noleggiati dallo stesso Governo di Napoli, per imbarcarsi le truppe del Bosco e trasportarle sul Continente. Quando però seppero della giornata antecedente e videro il Bosco bloccato nel suo forte, tre di quelle navi partirono, e solo il _Protis_ restò per farsi mediatore, insieme al Capitano del Porto, d’un trattato di resa. E i Comandanti delle due parti non si ricusarono al negoziare; ma Garibaldi chiedeva la resa a discrezione, minacciando far saltare il Bosco e la sua truppa dalle rupi del Castello; il Bosco pretendeva la sortita libera coll’onore delle armi, preferendo, diceva, ad una resa disonorata saltare in aria con una mina; talchè l’accordarsi, se le parole dicevano il vero, pareva impossibile.

[Illustrazione: PIANO della BATTAGLIA DI MILAZZO]

Nella mattina del 23, altra e più grande sorpresa: quattro fregate napoletane entravano nelle acque di Milazzo e si schieravano in battaglia dinanzi alla città. A che venivano esse? Forse ad aiutare i bloccati? Forse a ricominciare la lotta? Tale fu per alcuni istanti il sospetto anche di Garibaldi; ma non andò guari che ogni cagione d’allarme cessò. Quelle quattro navi venivano come quelle del giorno precedente per imbarcare il presidio del Castello, e di più portavano a bordo il colonnello di Stato Maggiore Anzani per trattare della cessione del forte e di tutte le altre condizioni relative all’imbarco ed alla resa.

Ora questo fatto, di cui occorrerà tra breve la spiegazione, vinse tutte le incertezze. Il Bosco, da un lato, non aveva più nè motivo nè diritto di ostinarsi in una difesa che il suo stesso Governo non approvava; Garibaldi doveva benedire quelle quattro fregate che venivano a liberarlo da un grande fastidio, se già non dovesse dirsi da un serio pericolo; poichè se il Comandante borbonico resisteva, prendere a forza di baionette, senza una sol bocca d’assedio, un Castello cortinato e terrapienato, era cosa, anche a Garibaldi, più facile a minacciarsi che a mantenersi.

Ne conseguì che la sera stessa del 23 i negoziati furono ripresi collo stesso colonnello Anzani, e al mattino vegnente una Convenzione era già sottoscritta, per la quale la truppa napoletana abbandonava il Castello di Milazzo in armi e bagaglio e con tutti gli onori della guerra; e il forte veniva consegnato al generale Garibaldi «con cannoni, munizioni, attrezzi da guerra, cavalli, bardature degli stessi e tutti gli accessorii appartenenti al forte, come all’atto della stipulazione della Convenzione si trovavano.[104]»

E si badi che nessuno de’ cavalli, nemmeno quelli degli ufficiali, molto meno quelli del colonnello Bosco, furono eccettuati. Che se a taluno questa condizione a nemico patteggiato sembra insolita e dura, eccone la spiegazione. Avendo i patriotti messinesi presentato il colonnello Medici d’un superbo cavallo, il Bosco, fedele alla sua indole millantatrice, s’era fatto sentire co’ donatori che tra poco sarebbe rientrato in Messina proprio su quel cavallo da essi regalato al suo compatito avversario. Ora come le sorti dell’armi posero il colonnello Bosco tra i vinti, parve giusta rappresaglia ch’egli dovesse cedere al vincitore precisamente quel medesimo onore ch’egli s’era vantato di prendersi da lui, e che invece del Bosco sul cavallo del Medici, i Messinesi dovessero salutare trionfante nella loro città il Medici sul cavallo del Bosco.

XXXI.

E così avvenne. La risoluzione presa dal primo Ministero di Francesco II, di rinunciare alla Sicilia per salvare il rimanente del Regno, stornata un istante, siccome dicemmo, dagli occulti complotti della Corte e dall’inane tentativo del colonnello Bosco, era stata ripresa con più fermo proposito da un secondo Ministero,[105] e quelle quattro navi che vedemmo apparire nelle acque di Milazzo e portarne via i difensori, non erano in fatto che le prime esecutrici di quella nuova politica di sottomissione o rassegnazione che il Gabinetto di Napoli inaugurava. Ora quelle medesime navi avevano portato lo stesso ordine al generale Clary, governatore di Messina, il quale dopo alcune finte di resistenza finiva col sottoscrivere egli pure col generale Medici la resa della città, salva soltanto alle truppe regie la cittadella, la quale però non poteva compiere alcun atto di ostilità fino a che i Garibaldini rispettassero la condizione di non assalirla.

Liberata così tutta la Sicilia, padrone di Messina, Garibaldi affissò tutti i suoi pensieri in un punto solo: la passata dello Stretto e l’invasione delle Calabrie.

Nè da questo scopo nulla valeva a distoglierlo; non le suggestioni politiche, non le difficoltà militari. Alcuni giorni dopo la sua entrata in Messina, il re Vittorio Emanuele gli aveva inviato, per mezzo del conte Giulio Litta, la lettera seguente:

«Generale,

»Voi sapete che io non ho approvato la vostra spedizione, alla quale sono rimasto assolutamente estraneo. Ma oggi, la posizione difficile, nella quale versa l’Italia, mi pone nel dovere di mettermi in diretta comunicazione con voi.

»Nel caso che il Re di Napoli concedesse l’evacuazione completa della Sicilia dalle sue truppe, se desistesse volontariamente d’ogni influenza e s’impegnasse personalmente a non esercitare pressione di sorta sopra i Siciliani, dimodochè essi abbiano tutta la libertà di scegliersi quel Governo che a loro meglio piacesse, in questo caso io credo che ciò che per noi tornerebbe più ragionevole sarebbe di rinunziare ad ogni ulteriore impresa contro il Regno di Napoli. Se voi siete di altra opinione, io mi riservo espressamente ogni libertà d’azione, e mi astengo di farvi qualunque osservazione relativamente ai vostri piani.»

Ora, fino a qual punto questa lettera potesse ingannare la sonnacchiosa, ma non istupidita Diplomazia, è dubbio assai; certo ella pareva fatta piuttosto per raffermare il proposito del Dittatore che per iscrollarlo. Vecchia d’un mese, essa aveva perduto ogni valore d’opportunità. Il Re vi dava un consiglio a Garibaldi, movendo da fatti che erano totalmente cambiati. Ciò che, in un certo rispetto, poteva esser vero quindici giorni dopo la presa di Palermo, non lo era più dopo la battaglia di Milazzo e l’entrata in Messina. La condizione imposta da Vittorio Emanuele al passaggio del Faro era già in gran parte adempita. I Borboni avevano oramai sgombrata la Sicilia, ed essa era arbitra de’ suoi destini. Garibaldi adunque poteva trovare nella lettera regale piuttosto un nuovo argomento per affrettarsi che per arretrarsi. Restava, è vero, quella clausola che i Siciliani fossero liberi di eleggersi il Governo che loro tornasse più gradito, la quale poi si traduceva ancora nel vecchio programma dell’annessione immediata; ma senza dire che anche questa condizione era annullata dagli stessi argomenti che infirmavano tutta la lettera, sappiamo che su quel punto dell’annessione Garibaldi era incrollabile, e sappiamo altresì che non gliene mancavano le ragioni. Rispose quindi al Re con questa lettera altrettanto celebre:

«Sire,

»La Maestà Vostra sa di quanto affetto e riverenza io sia penetrato per la sua persona e quanto brami d’ubbidirla. Però Vostra Maestà deve poi comprendere in quale imbarazzo mi porrebbe oggi un’attitudine passiva in faccia alla popolazione del Continente napoletano, che io sono obbligato di frenare da tanto tempo, ed a cui ho promesso il mio immediato appoggio. L’Italia mi chiederebbe conto della mia passività, e ne deriverebbe immenso danno. Al termine della mia missione io deporrò ai piedi di Vostra Maestà l’autorità che le circostanze mi hanno conferito, e sarò ben fortunato d’obbedire per il resto della mia vita.»

Ora, questo è notabile, che la risposta di Garibaldi non solo corrispondeva ai desiderii mal celati del Re Galantuomo, ma in quel momento s’accordava col pensiero più intimo dello stesso conte di Cavour. Egli infatti fino dal 25 luglio, udita la vittoria di Milazzo, scriveva al Persano:[106]

«Dopo sì splendida vittoria io non vedo come gli si potrebbe impedire di passare sul Continente. Sarebbe stato meglio che i Napoletani compissero, od almeno iniziassero l’opera rigeneratrice; ma poichè non vogliono, o non possono muoversi, si lasci fare a Garibaldi. L’impresa non può rimanere a metà. La bandiera nazionale inalberata in Sicilia deve risalire il Regno ed estendersi lungo le coste dell’Adriatico, finchè ricopra la regina del mare.[107]»

Soltanto circa un punto il conte di Cavour non aveva mutato parere, e s’immagina quale: la pronta annessione. Sentendo però quanto fosse vano il tentare la posizione di fronte, pensava come al solito a girarla di costa, sperando che a ciò l’avrebbero aiutato, oltre che l’ingegno e le circostanze, lo stesso Prodittatore che Garibaldi s’era chiamato al fianco. Avremmo infatti dovuto dir prima che il generale Garibaldi fino dalla metà del giugno aveva ceduto al consiglio di chiamare in Sicilia un uomo di grido e di autorità politica, il quale assumesse la grande bisogna dell’ordinamento dello Stato e lo rappresentasse come suo Vicario o Prodittatore in tutti gli attributi del reggimento civile.

Nella scelta della persona ondeggiò alquanto. Egli avrebbe preferito, o Giorgio Pallavicino, o Carlo Cattaneo; il Persano gli suggeriva invece Agostino Depretis; il Re ed il Cavour gli profferivano Valerio; ma infine, essendosi Garibaldi deciso per il Depretis, ogni opposizione alla sua nomina cessò, e verso la metà del luglio questi partì Prodittatore per la Sicilia.

Il conte di Cavour aveva torto di diffidare di lui. Agostino Depretis non era de’ suoi amici, ma circa al problema dell’annessione era pienamente d’accordo con lui; non la voleva, è vero, precipitata e violenta; meditava prepararla a poco a poco, renderla necessaria, ottenerla amichevolmente dalle mani di Garibaldi, non strappargliela: ma infine la voleva quanto il Cavour stesso, e più che ad un Ministro di Garibaldi si convenisse. Però quando il 22 luglio si presentò a Garibaldi in Milazzo il Prodittatore non svelò tutto il suo pensiero; si dimostrò anzi impaziente di dare un assetto stabile allo Stato, promulgandovi al più presto lo Statuto e gli ordinamenti piemontesi (il che fece tosto con molta lode sua); ma delle sue idee annessioniste non fece motto; crescendo così subito nella fiducia del Generale, ma preparandosi a perderla fra breve.