CAPITOLO NONO.
DAL FARO AL VOLTURNO. [1860.]
I.
Se la passata nel Regno era caldeggiata da quei medesimi che prima l’avevano sconsigliata, l’eseguirla era impresa assai meno facile di quanto, anche ai credenti nel genio e nella fortuna di Garibaldi, potesse apparire.
L’esercito borbonico, non ostante le defezioni e le perdite, poteva sempre mettere in linea un centomila uomini, e Garibaldi, sommati insieme i Mille, le tre spedizioni Medici, Cosenz e Sacchi, la brigata Türr di stanza a Catania e la brigata Bixio staccata a Taormina,[108] non riusciva a rassegnarne diecimila. La flotta nemica teneva sempre il mare con dieci fregate e cinque corvette a vapore, due vascelli e quattro fregate a vela, senza contare i legni minori; e a tutte quelle moli era già molto se la nascente marina siciliana poteva contrapporre quattro o cinque piroscafi armati per ripiego, ed assolutamente incapaci, non che a misurarsi col potente avversario, di recare, ad una impresa tanto fortunosa qual è sempre uno sbarco di truppe, alcun valido soccorso. E v’ha di peggio. La posizione dei Regi sullo Stretto era formidabile. Dodicimila uomini protetti da una fitta linea di forti guardavano da Bagnara a Reggio la costa calabrese; due grosse fregate, il _Fieramosca_ e la _Fulminante_, fiancheggiate da legni minori correvano il Canale e vi spadroneggiavano, infine sulla stessa costa sicula possedevano nella cittadella di Messina un posto avanzato, il quale, se altro non poteva, s’insinuava pur sempre come una spia insidiosa nel campo garibaldino e nuoceva al segreto ed alla libertà delle sue mosse.
Primo pensiero di Garibaldi perciò fu di uscire dalla città al più presto e di trapiantarsi a Punta di Faro. E fu ispirazione provvidenziale. Nessun luogo più opportuno all’impresa che Garibaldi apparecchiava, di quella specie d’Istmo che costituisce la estrema punta settentrionale dello Stretto e che, ora dalla sua forma e giacitura, ora dalla torre che l’illumina, si chiama alternamente, _Punta, Capo o Torre di Faro_. Posta tra l’alto mare e la parte più angusta dello Stretto, essa era al tempo stesso un agguato, una sfida ed uno zimbello. Un agguato, perchè nascondeva sempre la doppia opportunità, o di traversare all’improvviso il Canale o di gettarsi al largo per rischiare uno sbarco sopra un altro punto della costa napoletana; una sfida, perchè minacciava, come un’opera avanzata, la riva nemica, e opportunamente armata poteva ribattere i fuochi de’ suoi forti e delle sue batterie; uno zimbello, perchè costringeva i Regi a tenervi fissi gli occhi, ed a perdere di vista, per quel solo, tutti gli altri punti.
Nessuno pertanto di questi vantaggi era sfuggito all’occhio esperto del nostro Capitano; e senza aver in mente alcun concetto definito e compiuto deliberò frattanto di fare di quella lingua di terra, obliato nido di pescatori, la base delle sue operazioni e il campo delle sue forze.
Eccolo quindi trasferire colà il suo Quartier generale: riunirvi le due brigate Medici e Cosenz, tenendo pronta a raggiungerle quella del Sacchi; farvi costruire batterie, ordinando all’Orsini di montarvi i cannoni di grosso calibro presi a Milazzo ed a Messina; raccogliervi infine, sotto gli ordini del Castiglia, un centinaio di barche da pesca, che dovevano nella mente sua comporre la flottiglia da sbarco, e tener il posto delle fregate da guerra di cui il nemico andava superbo.
Convintosi però che uno sbarco in massa, di viva forza, lungo lo Stretto, era impossibile, Garibaldi deliberò sperimentare in sulle prime il sistema dei colpi di mano, delle sorprese, degli assalti alla spicciolata, mercè i quali afferrare un caposaldo sulla riva opposta e preparare un colpo più decisivo. Infatti, nella sera dell’8 agosto, commetteva al calabrese Musolino di tentare, con una scelta mano di volontari (lo secondavano come ufficiali, Missori, Alberto Mario, Vincenzo Cattabeni), la sorpresa del forte Cavallo, e la sommossa dell’ultima Calabria; e tre sere dopo, ordinava a Salvatore Castiglia di sbarcare presso Alta Fiumara con altri quattrocento uomini, che dovevano andare in rincalzo de’ primi e impadronirsi con essi di qualche punto della costiera. È vero che nessuno di questi tentativi riuscì: Musolino al primo colpo di cannone del forte, veduta impossibile la sorpresa, non tentava nemmeno l’assalto e si rifugiava nei forestali dell’Aspromonte; le barche del Castiglia, fulminate dai fuochi incrociati delle fregate e delle batterie di terra, erano costrette a virar di bordo e a ricorrere più che frettolose sotto la tutela del Faro; ma ciò non ostante chi reputasse questi conati tutti del pari infruttuosi, s’ingannerebbe a partito. Se altro buon effetto non erano atti a produrre, questo di certo fruttavano: stancheggiavano con allarmi e marcie continuate il nemico; ne dividevano le forze e ne confondevano le idee, e sopra ogni cosa lo confermavano e quasi indurivano nell’errore che unico disegno degl’invasori fosse la traversata diretta del Canale: errore che Garibaldi aveva veduto nascere con gioia, ch’egli stesso s’era studiato di nutrire e di crescere, e che gli aprirà tra breve le porte del Regno.
Quando infatti vide i Borbonici ben bene sprofondati nell’illusione, e fu certo ormai che tutti i loro sguardi e tutte le loro forze erano converse all’unico punto del Faro, Garibaldi commette al Sirtori il comando supremo dell’esercito, gli raccomanda di continuare come prima in quelle finte e in quegli apparecchi che avevano tanto giovato fino allora, e la notte del 12 scompare.
Dov’era andato?
II.
In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno.
Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.
Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d’esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata spedizione anche colla forza, le due parti vennero pel minor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi.
Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la _Gulnara_, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il _Franklin_ e il _Torino_, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la _Gulnara_ e da essa ricevuta l’intimazione di continuare la rotta volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono.
Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Toccata con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa; udito dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli, delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia.
Di tutte le azioni di Garibaldi questa fu quella che i repubblicani gli perdonarono meno; ma pochi converranno nella loro sentenza. Certamente egli, non che approvata aveva consigliata e affrettata la spedizione negli Stati pontificii; talchè fa meraviglia che nel suo libro de’ _Mille_, dopo d’averla dichiarata _inutile_, anzi _nociva_, la rinfacci poi con amare parole a coloro che pur la ordinarono e apparecchiarono col suo esplicito consenso, stimolati e spinti fino all’ultimo istante da lettere e telegrammi suoi, che lo scrittore dei _Mille_, più labile di memoria del loro Capitano, può aver dimenticato, ma che la storia non può scancellare.[109]
Ma ciò detto, il torto di Garibaldi si ferma qui. Generalissimo di tutte le forze popolari in Italia, Dittatore d’uno Stato, garante in quell’ora delle sorti della patria che a lui principalmente si affidava, egli non solo aveva il diritto di muovere le sue insegne e mutare i suoi disegni a seconda delle opportunità, e giusta il criterio ch’egli via via se ne formava; ma n’aveva il preciso dovere. Pessimo de’ Capitani colui che ad una male intesa fedeltà a formole preconcette e convenzioni partigiane sacrifica la vittoria, prima e suprema sua norma. I Mazziniani che consideravano di quella spedizione più l’aspetto politico che militare, potevano credere sufficiente trionfo della parte loro, anche la sola iniziativa; ma di questo Garibaldi, uomo di guerra, non poteva appagarsi.
Più che alla gloria d’un partito egli guardava alla grandezza d’Italia, e in ciò stava la sua eccellenza.
Che fossero primi a entrare nelle Marche e nell’Umbria le camicie rosse o i cappotti bigi: che di far l’Italia egli dovesse dividere l’onore con Vittorio Emanuele nulla gli caleva, se non è anche più giusto il dire che gli caleva questo solo: di veder tutti gli Italiani uniti e concordi affinchè la grand’opera si compisse più presto. Oltre di ciò era naturale che giunto vittorioso al Faro, e in procinto di tentare un altro passo decisivo, egli reputasse assai più saggio afforzarsi nel suo campo per fornire prestamente la ben incominciata impresa, anzichè sperdere le sue forze in un’avventura nuova, lontana e piena tuttora d’alea e di difficoltà, osteggiata dal Governo nazionale, temuta da buona parte degl’Italiani, e conducente ad una mèta, se pur vi conduceva, alla quale per una via più lunga, ma più certa, poteva e voleva arrivare quando che sia egli stesso.
III.
E il successo gli diede ragione. Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fáscino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.
Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul _Torino_ a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul _Franklin_: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta, circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’Armi e Capo Spartivento, l’estrema spiaggia calabrese.
Il _Torino_ s’era arenato; Garibaldi dapprima aveva tentato di liberarlo facendolo tirare a rimorchio dal _Franklin_, ma non gli era riuscito. Allora non volendo lasciar quella preda ai nemici, s’era deciso ad andar egli stesso al Faro in cerca d’un soccorso qualsiasi; quando fatti pochi nodi vide arrivargli addosso due vapori della flotta borbonica, l’_Aquila_ e la _Fulminante_, i quali appena scoperte sul far del giorno le antenne delle due navi garibaldine accorrevano a tutto vapore contro di loro coll’intento e la speranza di catturarli assieme a tutti gli imbarcati.
A Garibaldi allora non restò che retrocedere e buttarsi a salvamento sulla costa calabrese abbandonando alla sua sorte il _Torino_, che infatti bombardato prima dai legni, poi saccheggiato e dato alle fiamme dagli equipaggi borbonici, colò lentamente a fondo.
Tutti gli armati però ne erano discesi; il Bixio s’era già impadronito del telegrafo; il Missori subentrato al Musolino nel comando militare della banda d’Aspromonte, richiamato al tempo stesso da un biglietto di Garibaldi e dal fragore della cannonata borbonica, s’era accostato di monte in monte a Melito; la strada littoranea era tutta sgombra fin presso a Reggio; non restava che impadronirsi di Reggio medesima, e il Generale volle che nella notte stessa ne fosse tentato l’assalto.
IV.
Reggio è munita al mare da un forte, al monte da un castello, ed era a que’ giorni difesa da circa duemila uomini comandati dal vecchio generale Gallotti. Avendo però gli abitanti chiesto al Comandante borbonico di risparmiare alla città un combattimento nelle vie, egli pietosamente consentì, chiudendo parte de’ suoi nel Castello e andando ad appostarsi col rimanente, non più d’un migliaio, lungo una fiumara asciutta, scorrente a mezzogiorno della città, ma che non gli poteva servire di schermo alcuno. Infatti essendo stato deciso che l’Eberhardt attaccasse per la sinistra e il Bixio per la destra, questi potè girare gli avamposti del nemico, prima che egli se ne fosse avveduto, e spiegatosi l’assalto costringerlo a riparare frettolosamente nell’abitato. Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi, a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata. Restava però ai Regi il Castello; e quivi infatti si ritrassero, disposti, pareva, a nuova e più lunga resistenza; il che, a Garibaldi, bisognoso d’impadronirsi di Reggio prima che le colonne del Briganti e del Melendez, accampate tra San Giovanni e Piale, arrivassero al soccorso, dava non poco pensiero. Fortunatamente la comparsa del Missori sulle alture sovrastanti al Castello, e alcuni colpi ben appuntati de’ suoi, persuasero i difensori d’essere totalmente circondati; e nel pomeriggio del giorno stesso li indussero ad innalzare bandiera bianca. Garibaldi, com’era sua arte e suo proposito, fu nei patti liberalissimo: alle truppe libera l’andata alle lor case o dove gradissero; agli ufficiali salva la spada e le robe private; solamente il materiale del forte, cinquantotto pezzi di vario calibro e cinquecento fucili, senza dire delle buffetterie e delle munizioni, in mano del vincitore.
Ma la vittoria di Reggio era ben presto coronata da un’altra più importante e decisiva. Nella notte dal 21 al 22 il generale Cosenz imbarcata sopra la flottiglia del Faro parte della sua divisione, i Carabinieri genovesi e la Legione estera, riusciva ad afferrare la sponda calabra poco lontano da Scilla, ed a trovarsi così alle spalle della brigata Briganti, accampata, come dicemmo, nei dintorni di San Giovanni.
A questo annunzio Garibaldi, che s’era già mosso con tutte le forze contro il Briganti, non esita un istante; lo serra più dappresso, ai fianchi e di fronte, e quando è ben certo d’averlo circuito, gli intima senz’altro la resa a discrezione. Avrebbe forse resistito il Generale borbonico, se la soldatesca, ormai svogliata di combattere, diffidente de’ suoi ufficiali, e dagli ufficiali stessi corrotta, disamorata d’una bandiera che pareva portasse fatalmente nelle sue pieghe la sconfitta e l’ignominia, carezzata soprattutto dall’idea di tornare a’ suoi focolari, come il presidio di Reggio, non avesse fatto sedizione e costretto il suo Generale a subire il patto umiliante. Allora si videro novemila uomini d’ogni arma, ricchi d’artiglieria, protetti da batterie d’acqua e di terra, abbassare l’armi innanzi a seimila scamiciati; e quali patteggiati, quali no, andarsene ciascuno a beneplacito suo, a stormi, a branchi, a coppie; facendo di sè lunga riga per tutte le vie del Regno; qua trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di limosina; stendendo talora la mano agli stessi Garibaldini che li cacciavano innanzi; dove passando umili ed innocui, dove lasciando traccia di prepotenze e di delitti: più atroce di tutti quello perpetrato a Melito, dove abbattutisi in quel misero generale Briganti, a cui essi pei primi avevano imposto il disonore, non seppero meglio nascondere la vergogna del proprio tradimento che gridando lui traditore (solita accusa delle soldatesche vinte contro i Capitani infelici); e giubilanti d’aver nelle mani una vittima espiatrice dell’onta comune, selvaggiamente lo trucidarono.
V.
Da quel giorno lo sfacelo continuò colla celerità spaventosa d’una putrefazione. Padrone delle due rive del Faro e di lungo tratto della sponda tirrena, raccolti ormai nelle Calabrie da venti a venticinquemila uomini, e libero di farli avanzare per terra e per mare secondo i casi e le opportunità; acclamato, festeggiato, portato sulle braccia dalle popolazioni accorrenti in armi sui suoi passi, Garibaldi s’innoltrava verso Napoli colla rapidità d’una folgore e la maestà d’un trionfo.
_Bellum ambulando perfecerunt_, fu detto dei Cesariani nella Gallia, e così poteva dirsi di Garibaldi. La sua non era una guerra, era una passeggiata militare. La rivoluzione non lo scortava soltanto, lo precedeva. Fino dal 17 agosto, prima ancora dello sbarco di Garibaldi a Melito, Potenza cacciava i pochi Gendarmi che la custodivano, e tutta la Basilicata si vendicava in libertà. All’annunzio della vittoria di Reggio tutte le Calabrie insorgevano; Cosenza costringeva il generale Caldarelli a capitolare con una brigata intera ed a ritirarsi a Salerno col patto di non più guerreggiare contro Garibaldi; a Foggia le truppe facevan causa comune col popolo; a Bari altrettanto: sicchè il generale Flores, comandante militare delle Puglie, era costretto a riparare cogli avanzi dei fedeli nel Principato; fuga da un incendio in un precipizio. Il generale Viale posto con dodicimila uomini a guardia della Termopile di Monteleone, minacciato da una sedizione pari a quella che aveva forzato il Briganti, non osando attendere Garibaldi, batteva in precipitosa ritirata, abbandonando agl’invasori una delle chiavi della Calabria. Succedutogli nel comando il generale Ghio, egli pure continuò la ritirata; ma pervenuto a Soveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, fosse stanchezza della lunga corsa, fosse disperato proposito, pensò di prendervi campo e di attendere di piè fermo l’instancabile persecutore. Fu la sua rovina.
Quando egli arrivava a Soveria, le alture, che da oriente e da settentrione la dominano, erano già occupate dalle bande calabresi dello Stocco, ed egli si trovava già prima di combattere quasi aggirato. Garibaldi frattanto lo incalzava di fronte, e vista l’infelice posizione del suo nemico, non gli lasciò un istante di posa. Egli che faceva quella guerra correndo le poste, precedendo di sette giorni la sua stessa avanguardia, esploratore degli esploratori, era giunto in faccia al Ghio, quasi solo; ma non per questo pensò d’indugiarsi. Ordinato a tutte le truppe che lo seguivano di convergere tutte a marcia forzata per Tiriolo, appena ha sottomano l’avanguardia della divisione del Cosenz, forte non più di millecinquecento uomini, la spinge, ancora trafelata, sulla strada di Soveria-Manelli; fa calar dalle alture le bande dello Stocco e intima al generale Ghio la resa. Questi tenta guadagnar tempo e negoziare; ma gli fu accordata un’ora sola, e dopo un’ora sola altri dodicimila uomini andavano sperperati e disciolti in varie direzioni come quelli del Briganti, lasciando in mano del fortunato Dittatore tutte le Calabrie.
E quel che era accaduto da San Giovanni a Cosenza, ripetevasi dovunque. Non era una rivoluzione, era una grande diserzione. Il trono borbonico non cadeva tanto per l’assalto de’ suoi nemici, quanto per l’abbandono e l’infedeltà de’ suoi difensori. I soldati disertavano: i Generali capitolavano: i cortigiani si nascondevano: i funzionari fuggivano: i Napoletani non scacciavano il proprio Re, gli voltavano le spalle.
VI.
E lo stato delle provincie riflettevasi coll’intensità d’un vasto focolare nella capitale. Il conte di Cavour, ostinato a volere che una sommossa scoppiasse in Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi, ne aveva affidata la suprema cura al marchese di Villamarina ed all’ammiraglio Persano e sotto di loro un vario stuolo di emigrati, cui la nuova Costituzione aveva riaperte le porte della patria, e di emissari d’ogni provincia e d’ogni fatta s’affaticavano alla tanto travagliosa quanto inutile trama. Il barone Nisco, per mezzo del Persano, introduceva nella città migliaia di fucili: il generale Nunziante, compro dal Cavour, diffondeva fra l’esercito proclami corruttori: a bordo della squadra piemontese infine stavan nascosti due battaglioni di Bersaglieri, pronti a scendere a terra al primo segnale di rivolta;[110] e quantunque non fosse da aspettarsi che il popolo napoletano volesse dipartirsi da quel sistema di resistenza passiva e di inerzia ostile che era nell’indole sua, e in parte imposta dagli avvenimenti che camminavano più celeri della sua volontà; tuttavia, questi soli due fatti d’un popolo che aspettava da un’ora all’altra la caduta de’ suoi Re, e d’un esercito che non pareva più disposto a sparare un sol colpo per scongiurarla, bastano ad accertare che il fato de’ Borboni era consumato.
Nè la reggia era più sicura della piazza. Sorpreso da un turbine che avrebbe dato le vertigini a’ più gagliardi, aggirato da opposte correnti, circuito da consiglieri o fiacchi o stolti o infidi, col sospetto e la discordia nella stessa sua famiglia, Francesco II era la foglia in preda alla tormenta. Le Potenze lo abbandonavano; l’Inghilterra gli era ostile; la Francia lo trastullava di vane promesse; la Russia, la Prussia, l’Austria lo confortavano di sterili proteste; il Papa era impotente; il Piemonte, lo sappiamo, teneva in mano tutte le molle della tagliola in cui doveva cadere. Dovunque si volgesse, non udiva che amari rimproveri, o consigli vani ed impraticabili. Il conte di Siracusa, suo zio, lo consigliava ad abdicare;[111] il Ministero di Liborio Romano lo invitava formalmente ad uscire temporaneamente dallo Stato e ad affidare il governo ad una reggenza; solo il conte Brenier, ministro di Francia, e il generale Pianell ed altri pochi gli davano l’unico consiglio, degno d’un Re, di mettersi a capo del suo esercito e di cadere o vincere con esso; ma era consiglio troppo alto per l’animo suo e ormai forse inutile e tardivo. In tanta tempesta di pensieri egli non s’appigliava a partito alcuno; o piuttosto li tentava tutti senza coerenza e senza energia. Ora faceva chiedere alle Potenze la neutralizzazione di Napoli e del territorio, colla speranza di arrestare Garibaldi e di restaurare, indugiando, le sorti del Regno; ora mandava segrete lettere a Garibaldi stesso per offrirgli cinquantamila uomini e la flotta per la guerra contro l’Austria, a condizione che s’arrestasse e gli salvasse il restante del Regno;[112] ora infine, rifiutata dalla Diplomazia la neutralizzazione e da Garibaldi, sdegnosamente, l’alleanza, si buttava in braccio alla reazione, tramando colla madre, la moglie, il generale Cutrofiano, l’Ischitella ed altri arnesi di Corte, un nuovo colpo di Stato, una specie di 15 maggio, che avrebbe dovuto fare man bassa di tutte le libertà e di tutti i liberali, se, come tutte le congiure, non fosse stato anzi tempo scoperto e i congiurati stessi non si fossero chiariti impotenti a tentarlo soltanto.
VII.
Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere, risolute, dicevano, ad attraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale.
Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare, con qualche probabilità di buon successo, la prova estrema a cui si erano impegnati.
L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo. Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, chiese il da farsi, e una sola fu la risposta loro: impossibile la resistenza; il Re si ritirasse a Gaeta colla famiglia; le truppe ripiegassero dietro il Volturno; Napoli fosse lasciata in tutela della sua Guardia nazionale. Il Re s’arrese al consiglio, e la sera del 6 settembre, intanto che le sue truppe cominciavano il loro movimento, dato un addio, non privo di dignità, ai suoi antichi sudditi, s’imbarcava colla moglie e i parenti sopra il _Colon_, nave da guerra spagnuola, e scortato da un’altra della stessa bandiera, poichè la sua flotta aveva rifiutato di seguirlo, salpava alla volta di Gaeta. La partenza di Francesco II fu pei Napoletani il lieto fine inaspettato d’un dramma che minacciava ad ogni scena di finire in tragica catastrofe. Tutti respiravano come sollevati da un incubo. I patriotti che conseguivano la libertà senza il dolore di macchiarla di sangue civile; il popolo che poteva mutar di padrone senza nemmeno darsi la fatica d’una sommossa; i cortigiani cui era concesso di voltar livrea senza passare per ingrati; i magistrati cui era lecito di barattar giuramento senza esser tacciati di fedifraghi; gli ammiragli, i generali, le assise dorate dell’esercito e dell’armata, cui s’offriva la rara fortuna di passar sotto le bandiere del vincitore senza la vergogna di disertare quelle del vinto; Liborio Romano, infine, cui era riuscito di far sparire Francesco II e comparire Garibaldi, rendendosi ministro possibile dell’uno e dell’altro: tutti avevan sul volto quell’aria di soddisfatta sicurezza che esalò dal petto di Don Abbondio quando udì che Don Rodrigo era morto. Infatti la nave che portava in esiglio perpetuo Francesco II era ancora in vista del Golfo, che il Presidente de’ suoi Ministri proponeva ai colleghi fosse tosto annunciato a Garibaldi il felice evento, e invitato a venire a prendere possesso della metropoli. Non era ufficio che spettasse a’ Ministri d’un Re che non aveva ancora abdicato, e il Manna, il De Martino, lo Spinelli, rispettosi di sè medesimi, lo ricusarono; ma il Romano era preparato a ben altro, e quando gli fu detto esser necessario comporre un indirizzo di devozione da presentarsi al Dittatore: «Eccolo,» disse, e lo trasse di tasca bell’e fatto.
All’udir pertanto la gran nuova, Garibaldi che era già arrivato ad Eboli parte difilato per Salerno; colà ricevuta la Deputazione del Ministero che lo invitava d’affrettare il suo ingresso nella capitale, risponde saviamente esser pronto a partire appena vengano a lui il Sindaco e il Comandante della Guardia nazionale della città; raccomandare frattanto l’ordine e la calma; ma poichè anche il Romano, divorato dalla febbre di ricevere egli per il primo il trionfatore, replica con enfatica parola l’invito, Garibaldi lasciando ogni esitazione prende a Vietri la ferrovia; arriva a mezzogiorno alla stazione di Napoli, dove Liborio Romano lo riceve e gli declama l’indirizzo preparato; e al tocco, in carrozza, accompagnato dal Cosenz, dal Bertani dal Nullo e da due altri ufficiali, entra in Napoli, e passando sotto il fuoco de’ forti tuttora occupati dai Borbonici, traversando i drappelli delle soldatesche nemiche sparse per la città, protetto soltanto dall’amore entusiasta d’un popolo e dalla serenità radiosa del suo volto che incute al pericolo e disarma il tradimento, va a posare alla _Foresteria_ (Palazzo del Governo), e ne prende possesso. Modo di conquista unico nella storia: prodigio quasi divino d’un’idea, cui basta la fede d’un eroe ingenuo e sorridente per disperdere gli eserciti, atterrare le fortezze ed abbattere i troni!
VIII.
Primo atto di Garibaldi in Napoli fu di aggregare tutta la marina da guerra e mercantile delle Due Sicilie alla squadra del re Vittorio Emanuele, comandata dall’ammiraglio Persano.[113] Questo Decreto era già un principio d’annessione, e doveva bastare esso solo a testimoniare della fede del Dittatore e a disarmare a un tempo tutti i sospetti e tutte le diffidenze. Quella flotta, oggetto da un mese delle bramosíe e delle trame del conte di Cavour, per aver la quale egli ed il Persano avevan tanto armeggiato e congiurato, ecco che Garibaldi spontaneamente, tre ore appena dal suo ingresso in Napoli, al solo vedere l’ammiraglio di Vittorio Emanuele, la consegna egli stesso nelle di lui mani. Dal punto di veduta della politica rivoluzionaria era il più madornale degli spropositi; ma dal punto di veduta della politica unitaria italiana, era il più sublime degli olocausti.
Pure non bastò. Il conte di Cavour aveva detto alla rivoluzione: _non plus ultra_; e ciò non per tema che Garibaldi tradisse la Monarchia, ma per repugnanza che la Monarchia gli dovesse troppo. E su questo pernio ruotava da tre mesi tutta la sua politica. A Palermo aveva cercato arrestare il vincitore coll’annessione immediata; al di qua dello Stretto s’era provato a prevenirlo col fargli scoppiare dinanzi per iniziativa e con forze monarchiche una sommossa che lo costringesse o a tornarsene a Caprera, o a divenire un luogotenente di Vittorio Emanuele; dileguata poi anche la chimera dell’insurrezione monarchica, non cessa per questo dal macchinare: ora perchè Persano si assicuri della flotta; ora perchè s’impossessi dei forti di Napoli; ora perchè si tolga in mano la dittatura. Udito infine che Garibaldi è alle porte di Napoli, risolve con Vittorio Emanuele l’invasione delle Marche e dell’Umbria, «resa necessaria, scriveva al La Marmora, dalla conquista di Napoli;» — «unico mezzo, soggiungeva al Persano, per domare la rivoluzione e impedire che entrasse nel Regno.» E qui non s’ingannava. Lo scopo finale «di coronare Vittorio Emanuele re d’Italia in Campidoglio,» lunge dal nasconderlo, Garibaldi lo gridava colla sua ingenua franchezza a’ quattro venti. Lo proclamava ne’ suoi bandi; lo diceva ne’ suoi colloqui; lo ripeteva al ministro inglese Lord Elliot, quando questi lo pregava a nome del suo Governo di non toccare la questione della Venezia;[114] lo confermava all’ammiraglio Persano ed al conte di Villamarina, quando l’uno dopo l’altro andavano ad annunciargli la deliberata impresa degli Stati pontificii.
«All’udire (dice un autorevole scrittore)[115] che i soldati piemontesi si apparecchiavano a entrare nell’Umbria e nelle Marche, il Dittatore manifestò gioia schiettissima. Ma poi, fattosi pensieroso, dopo alcuni istanti di silenzio, disse: — Se questa spedizione è diretta a tirare un cordone di difesa attorno al Papa, farà un pessimo effetto sull’animo degl’Italiani; — Villamarina con franca e calorosa parola si pose a dimostrare, che, se tra la politica sarda e quella seguíta dal Dittatore v’era qualche screzio in ordine ai mezzi, v’era perfetta concordia di fine, e che quindi bisognava che l’una aiutasse l’altra. — A me poco importa, riprese Garibaldi, che il Papa rimanga in Roma come vescovo, o come Capo della Chiesa cattolica; ma bisogna togliergli il principato temporale, e costringere la Francia a richiamare i suoi soldati da Roma. Se il Governo sardo è capace di conseguire tutto ciò per negoziati diplomatici, faccia pure, ma presto; giacchè, se tarda, niuno mi potrà trattenere di sciogliere la questione colla sciabola alla mano.»
Di fronte a queste dichiarazioni dell’eroe la risoluzione del conte di Cavour diventava legittima e quasi necessaria. E però la spedizione delle Marche e dell’Umbria può dirsi, dopo la guerra di Crimea, la più ispirata e fatidica azione del grand’uomo di Stato. Con quel passo egli salvò al tempo stesso la Monarchia e l’Italia; frenò il corso precipitoso della rivoluzione, per riaddurla poscia più sicuramente alla mèta.[116] Se un giorno, esaurito ogni altro mezzo, fosse per divenire necessario di recidere colla sciabola il nodo di Roma, nessuno poteva, nel 1860, nè affermare, nè negare: certo in quell’istante pareva, anche ai più impazienti, intempestivo; e il Mazzini stesso nel suo proclama di risposta alla circolare di Pier Luigi Farini, non si peritava a confessare che «la questione di Roma sarà sciolta, spero provarlo, pacificamente più tardi.[117]»
Ma se l’andare incontro a Garibaldi per prevenirlo e compiere più ordinatamente l’impresa ch’egli aveva rivoluzionariamente iniziata, era concetto ardito e saggio al tempo stesso; il vessare di sospetti, di pressure, di spinte l’uomo che aveva liberato mezza Italia, perchè s’affrettasse a deporre un potere ch’egli non aveva alcuna intenzione di ritenere, era affatto inopportuno ed improvvido, e poteva, a lungo andare, riuscire funesto. Certo Garibaldi, a Napoli, non aveva più le ragioni che in Sicilia per differire l’annessione, e s’intende che i patriotti napoletani intorno ad una questione di sì capitale importanza dovessero esporgli sin da principio i loro voti colla più aperta franchezza. Quello tuttavia che non s’intende è che vi fossero annessionisti così impazienti da pretendere che il Dittatore scrivesse il decreto dell’annessione appena messo il piede in Napoli, incerte tuttora le sorti della guerra, non chiari per anco gli effetti dell’impresa negli Stati pontificii, non esaurita ancora, nè di qua nè di là dallo Stretto, la fase della rivoluzione. L’annessione era ormai nella forza delle cose, e come Garibaldi non avrebbe potuto, anco volendolo, impedirla, così non s’addiceva a coloro, che insomma dovevano a lui la libertà di discuterla, l’imporgliela ad ora fissa, lo strappargliela quasi a forza di mano. Nessun diritto aveva egli dato fino allora agli annessionisti di dubitare delle sue intenzioni; molti argomenti invece per rassicurarli. A Napoli si annuncia, proclamando Vittorio Emanuele: _Vero Padre della Patria_.[118] Giunto, consegna la flotta borbonica all’ammiraglio Persano; il giorno stesso nomina Ministri i capi più eletti della parte moderata e cavouriana; poco dopo prega il Persano a volergli mandare in città i Bersaglieri per custodire gli arsenali ed i porti; infine al settimo giorno promulga lo Statuto del Regno sardo come legge fondamentale di tutto il novello Stato. Come insospettire dunque e diffidare di lui? Certo gli stavano al fianco altri consiglieri dell’annessione non zelanti, e della politica del Cavour tutt’altro che amici; ma fino a qual punto li ascoltava egli? Lo spettro pauroso degli annessionisti era il Bertani, segretario generale della Dittatura, dell’impresa di Roma fautore aperto, in fama di mazziniano, anima rivoluzionaria al certo ed in ogni suo proposito audace e tenacissima. Ma senza dire che il Bertani non era veramente avverso all’annessione, ma soltanto la voleva differita e condizionata, i suoi avversari non dovevano ignorare che il suo ascendente sul Dittatore era assai debole; che anzi di tutti gli uomini che attorniavano Garibaldi, quello che più gli era in sospetto e quasi in uggia era appunto il celebre medico; vuoi per i suoi rapporti occulti col Mazzini, vuoi per i contrasti avuti, e non per anco interamente quetati, per la spedizione di Terranova; vuoi per la disformità dei temperamenti e dei caratteri: l’uno rigido, loico, tenace, e sopra ogni cosa partigiano; l’altro mobile, subitaneo, intollerante delle opposizioni metodiche e ombroso dei consigli dottrinari; facile alle simpatie ed alle antipatie; accessibile da cento parti, ma sopra alcuni punti, formanti il suo _credo_, incrollabile e quasi inabbordabile.
Tutto ciò per altro non fu nemmanco sospettato dai partigiani a oltranza dell’annessione immediata; e così a Napoli come in Sicilia cominciarono tosto ad assediare il Dittatore di indirizzi e di deputazioni, di cicalate di gabinetto e di manifestazioni di piazza, che in sulle prime ottenevano da lui l’effetto precisamente contrario.
Però se a Napoli la sola sua presenza bastava a moderare le impazienze ed a tenere in rispetto le opposizioni; in Sicilia, lui assente, presente invece il suo Prodittatore, dell’annessione segreto istigatore dapprima, poscia pubblico favoreggiatore, le voglie annessioniste erano divenute smaniose, e fino a un certo punto anco pericolose. Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola.
«La scena (scrive il Bertani)[119] accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garibaldi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: — Basso, scrivete: _Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete_; — allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: — Generale, voi abdicate; — e capacitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): — Avete ragione, — rispose, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: — Basso, stracciate la lettera. —
»E poi con calma riprese a dettare: _Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti, e cominciate dai due C....._[120]
»E la scena finì;»..... ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana. Gli annessionisti, capitanati principalmente dal Cordova, e spalleggiati dal Depretis, non volevano desistere dal loro proposito; anzi in un Consiglio di Ministri ventilarono persino se non si dovesse bandire il plebiscito anche malgrado la lettera di Garibaldi. Il Crispi invece colla parte più rivoluzionaria e garibaldina insisteva perchè la volontà del Dittatore fosse rispettata; onde tumulti in piazza e conflitti in Palazzo, che mantenevano Palermo in uno stato d’agitazione assai presso all’anarchia e scrollavano sempre più la poca autorità al Prodittatore. Quando però corse la nuova che Garibaldi era entrato in Napoli, tanto il Crispi, quanto il Depretis, decisero, l’uno dietro l’altro, di partire pel Continente, onde rendere giudice un’altra volta il Dittatore della perpetua controversia. E il Dittatore fu ancora del parere di Fortino; sicchè il Crispi continuò a stargli al fianco Ministro degli affari esteri, ed al Depretis, fallitogli ormai il principale scopo della sua missione, non restò che rassegnare l’ufficio. La rinuncia del Depretis però lasciava la Sicilia senza Prodittatore e senza governo, e all’urgente bisogno Garibaldi pensò di provvedere egli stesso in persona. La sera del 16 settembre, infatti, s’imbarca quasi di nascosto; approda l’indomani a Palermo; radunati tostamente i Ministri e trovatili fermi nella loro idea, con parole fin troppo dittatorie li congeda; elegge a Prodittatore Antonio Mordini, allora Auditore generale dell’esercito garibaldino, e lo fiancheggia di Ministri a lui graditi; fattosi al balcone del Palazzo arringa il popolo impaziente di acclamarlo dopo i recenti trionfi, lo ringrazia d’aver avuto fede in lui e di aver respinto un’annessione ch’egli credeva intempestiva, l’incuora a persistere finchè vi siano fratelli da liberare;[121] e dopo aver protestato nuovamente della sua amicizia per Vittorio Emanuele, «l’unico rappresentante della causa italiana,» si accommiata colla lusinga di aver per alquanto tempo restaurata la pace e l’autorità in Sicilia, e ritorna a Napoli, dove le faccende della guerra s’erano già troppo risentite della sua mancanza.
IX.
Appena potè aver sottomano un nucleo di forze, Garibaldi aveva spedito in tutta fretta il generale Türr ad Ariano per soffocarvi una sommossa borbonica suscitata dal Vescovo di colà, e spalleggiata dal generale Bonanno che presidiava con una brigata l’Abruzzo Ulteriore. E il valoroso Ungherese se n’era sbrigato presto e bene; costretti i reazionari a piegar la testa, il Bonanno a render l’armi con tutta la sua brigata, il Vescovo, divenuto da quel giorno fervente patriotta, a ringraziarlo della sua umanità e cortesia. Questo felice successo però nè cansava nè ritardava per nulla l’estrema prova, a cui la rivoluzione, non ostante la sua corsa vittoriosa, era chiamata. L’esercito, ritiratosi dietro il Volturno, contava ancora tra Capua e Gaeta circa cinquantamila[122] uomini, era provveduto d’un ricco materiale, protetto da un fiume di cui signoreggiava le due sponde, appoggiato infine, senza dir dell’estremo propugnacolo di Gaeta, da una fortezza di prim’ordine, quale Capua; e se, come certi indizi facevan credere, l’appello di Francesco II, il quale da Gaeta invitava i suoi fedeli alla riscossa, era ascoltato, la partita giuocata allora con tanta fortuna poteva ridiventare molto combattuta ed incerta.
Garibaldi però ne era impensierito più di quello che volesse confessare; ma obbligato ad attendere che le sue truppe, disseminate dal Golfo di Policastro a quelle di Salerno, si rannodassero, molestato ai fianchi dall’insorgere della reazione e costretto egli stesso dalla controversia annessionista ad allontanarsi da Napoli ed a partire per Sicilia, non potè nei primi giorni consacrarsi alle cose della guerra con l’intera energia del suo spirito, o se anche tutto lo spirito, non avrebbe potuto consacrarvi soldati. Però soltanto tra il 12 e il 13 di settembre aveva potuto mandare la divisione Türr, forte non più di quattromila uomini, ad appostarsi tra Caserta e Santa Maria; raccomandando però così al suo Comandante, come al generale Sirtori, capo di Stato Maggiore, di tenersi in sulla difesa, spiccando tutt’al più delle bande volanti sui fianchi ed alle spalle del nemico, onde tentare di sollevargli dattorno le popolazioni e turbarne le mosse.
Ma bastò ch’egli fosse lontano, perchè la fortuna, schiava fin allora del maliardo eroe, scuotesse la chioma e tentasse fuggire dalle sue insegne.
Il generale Türr (se d’accordo col Sirtori o di suo capo, è controverso; ma certo frantendendo od oltrepassando gli ordini precisi del suo Generale) s’era proposto di tentare una grande operazione strategica; nientemeno che di impadronirsi delle due sponde del Volturno, e di occuparvi sulla destra il forte luogo di Caiazzo che domina uno dei suoi passi. Infatti il 19 mattina mentre la brigata Rustow fingeva un attacco contro la fronte di Capua, spinto poi troppo a fondo o dall’imprudenza dei capi o dalla foga dei combattenti; il battaglione Cattabeni marciava per il passo di Limatola sopra Caiazzo e con poco sforzo se ne impossessava. All’apparenza il colpo pareva riuscito; molto sangue di prodi era stato versato, ma insomma i Garibaldini potevan credersi padroni delle due rive del Volturno e felicemente piantati come una punta aguzza sulla costa sinistra del nemico. Illusione d’inesperti coraggiosi che sole ventiquattro ore basteranno a dileguare!
Già reduce da Sicilia e precisamente nella sera del 19 al campo di Caiazzo, Garibaldi aveva tosto compreso il grosso fallo del generale Türr, e se n’era accorato; ma o perchè gli repugnasse abbandonare nel pericolo il battaglione del Cattabeni, uno dei suoi vecchi soldati, o perchè temesse il triste effetto che sulla accendibile fantasia dei Napoletani poteva produrre una ritirata; per ragioni insomma di umanità o di politica, quelle ragioni che furono sempre le peggiori nemiche dei migliori concetti di guerra, comandò che il Cattabeni, minacciato d’imminente attacco, fosse soccorso prima con una brigata del Medici; poi, la brigata non essendo pronta, con un reggimento, quello che comandava il colonnello Vacchieri. E il preveduto accadde. Il Cattabeni e il Vacchieri, assaliti il 21 mattina da forze quattro volte superiori, furono, malgrado la prodezza dei capi e dei soldati, interamente sbaragliati; ferito e prigioniero col grosso del suo battaglione lo stesso Cattabeni; salvatosi a stento coll’avanzo dei suoi il Vacchieri; molti che, cercando scampo nel fiume, tentarono guadi mal noti, miseramente affogati.
Era il primo errore commesso durante quella campagna; era il primo e l’unico rovescio. Però se gli ordini lasciati da Garibaldi ai suoi fossero stati osservati, e l’errore ed il rovescio sarebbero stati evitati.
Garibaldi aveva certamente ordinato al Türr di lanciar scorribande al di là del Volturno; ma non gli aveva dato facoltà di prendere posizioni fisse, molto meno poi di dare battaglia per prenderle. Non si tengono con iscarse forze le due rive di un fiume privo di ponti, dominato da una fortezza; e il nostro Capitano l’aveva tosto compreso. Il difficile non stava tanto nel prendere Caiazzo, quanto nel conservarlo; e poichè a conservarlo occorrevano una e forse più teste di ponte sul Volturno e forze pari ai borbonici, così la rotta del 21 settembre era prevedibile ed inevitabile[123]
X.
Persuaso anche prima del 21 settembre dell’impossibilità di conservare una posizione offensiva-difensiva sulle due sponde del Volturno, deliberò di tenersi nella più stretta difensiva sulla sinistra del fiume stesso. Disgraziatamente anco la difesa, per la esiguità delle forze e l’estensione del terreno, rendevasi molto problematica e difficile. Perocchè non bastava difendersi dalle sortite di una piazza forte come Capua, ridotta un campo trincerato di circa quarantamila uomini, ma conveniva guardare, per il corso di sedici miglia, i passi di un fiume tortuosissimo, come il Volturno, e che forma una delle linee più bizzarre e insidiose che la topografia strategica conosca. I meandri e gli avvolgimenti di questo fiume son tanti, che un esercito costretto a campeggiare sulla sinistra del suo tronco inferiore, se lo trova, comunque si giri, di fronte, ai fianchi e alle spalle nel tempo medesimo. Non ha, è vero, che un sol ponte stabile, quello di Capua; ma in iscambio, una serie di ponti volanti a barche, detti, nel vernacolo del paese, _scafe_, che danno il mezzo a chiunque ne sia padrone, e i Borbonici lo erano, di tragittarsi da una sponda all’altra con una facilità di poco minore a quella che offrirebbe un sistema di ponti fissi.
E non basta. Posto che l’obbiettivo dei Regi fosse Napoli, essi potevano marciarvi per sette grandi vie collegate tra di loro da un dedalo di strade minori, che di tanto agevolavano ad essi le offese, di quanto accrescevano le difficoltà della difesa. Da Capua infatti essi potevano arrivare alla capitale, così per la doppia via Santa Maria-Caserta, o Sant’Angelo-Caserta, come per la strada più lunga, ma non meno insidiosa, San Tammaro-Aversa. Dal Volturno poi gli sbocchi erano tanti quante le _scafe_. Dalle _scafe_ di Formicola e di Caiazzo si spiccavano due vie, che congiungendosi al bivio del Gradillo venivano a cader traverso la colonia di San Leucio, sul gran parco di Caserta; dalla _scafa_ di Limatola un’altra via, passando rasente Castel Morone, riusciva più a oriente alla medesima mèta; infine da tutti i passi del Volturno superiore si poteva sboccare sulla strada di Piedimonte-Dugenta, che piombava diritta sui Ponti della Valle e Maddaloni, a nove miglia da Napoli.
Ora il difensore, forzato a manovrare su questo scacchiere, non aveva libertà di scelta: o guardarne tutti i passi del pari, o, concentrandosi in pochi punti, correr rischio di vedersi aggirato e tagliato fuori della sua base d’operazione. Il suolo gli offriva qua e là qualche buon punto d’appoggio; come la catena del Tifata alle spalle di Sant’Angelo, i poggi di Briano ed i boschi di San Leucio innanzi al bivio di Formicola e di Caiazzo; la vetta di Castel Morone di contro alla _scafa_ di Limatola: le alture di Monte Caro, di Villa Gualtieri e del Longano a guardia di Maddaloni; ma tutti questi baluardi essendo interrotti e separati da grandi intervalli scoperti, non bastavano a bilanciare la lunghezza della linea e la sottigliezza del numero, col quale l’esercito garibaldino era costretto a difenderla.
Ora nessuno vorrà credere che il difetto d’una siffatta linea sia sfuggito al nostro Capitano: molti anni dopo, in un suo libro lo denunziava egli stesso;[124] ma da vero uomo di guerra, anzichè perdersi in vani conati per cambiare ciò che la natura aveva creato, e la forza delle cose gl’imponeva, prese il suo partito di far fronte al nemico su tutti i punti, salvo a distribuire le forze a seconda delle naturali difese del suolo, ed a tenersi sotto mano una forte riserva per accorrere sul punto più minacciato.
Ciò deliberato, stende fra Santa Maria e San Tammaro la divisione Cosenz,[125] comandata dal Milbitz (quattromila uomini e quattro pezzi), e vi stabilisce la sua sinistra; colloca a Sant’Angelo, in comunicazione colla prima, la diciassettesima divisione Medici (quattromila uomini e quattro pezzi), e ne fa il suo centro; apposta a San Leucio la brigata Sacchi (duemila uomini), ed a Castel Morone il battaglione Bronzetti (dugentosettanta uomini); affida alla divisione Bixio, la più forte di tutte (cinquemilaseicento uomini e otto pezzi), la difesa dei Ponti della Valle e Maddaloni, e vi assicura la sua destra; mette a guardia della strada d’Aversa la nascente brigata Corte; accampa a Caserta, sotto il comando del Türr, la sua riserva (quattromilasettecento uomini e tredici pezzi) e insedia, nella celebre Villa del Vanvitelli, prediletto svago dei Borboni, il suo Quartier generale.
Ventunmila uomini, la più parte de’ quali male armati e peggio istruiti, seminati sopra un terreno di oltre venti chilometri, dovevano contrastare il passo a quarantamila vecchi soldati, il fiore dei fedeli del Borbone, protetti da una fortezza di primo ordine, armata di sessanta bocche da fuoco, fiancheggiati da un fiume tutto in mano loro, ai quali la vicinanza, e tra poco la presenza, del Re loro trasfonderà uno spirito novello, e che tenendosi incolpevoli delle vergogne di Palermo, di Reggio e di Soveria parevano tanto più deliberati a vendicarle.
XI.
Una battaglia era imminente; molti indizi l’annunciavano, Garibaldi la presentiva. «Tornato da Palermo (scrive egli stesso) presi stanza a Caserta, e visitando ogni giorno Monte Sant’Angelo, da dove scorgeva bene il campo dei nemici, a levante della città di Capua e nei dintorni, dai loro movimenti sulla sponda destra del Volturno, che non potevano sfuggire al mio osservatorio del Monte suddetto, e dalle loro disposizioni, io congetturava essere i Borbonici in preparativi d’una battaglia aggressiva.» E non s’ingannava. Fin dal 26 settembre il generale Ritucci, nuovo comandante supremo dell’esercito regio, aveva già fermato il suo disegno, modello di primitiva semplicità: attaccare la linea garibaldina su tutti i punti, con maggior sforzo alle due ali di Santa Maria e di Maddaloni, e, sfondatala, marciare su Napoli. E da ciò questa distribuzione di parti: il generale Tabacchi colla divisione della guardia, settemila uomini, doveva assalire Santa Maria, fiancheggiato alla sua destra dalla brigata Sergardi, tremila uomini, che spuntando l’estrema sinistra garibaldina a San Tammaro aveva per iscopo di minacciare la strada d’Aversa. Al centro, invece, dando la destra al Tabacchi e sostenuto a manca dal generale Colonna, cui era commesso di passare con cinquemila uomini la Scafa di Triflisco, doveva marciare su Sant’Angelo con diecimila uomini, maggior nerbo degli assalitori, il generale Afan de Rivera: ad oriente il colonnello Perrone, con milledugento combattenti spalleggiati però da una riserva di altri tremila rimasti a Caiazzo, doveva sboccare da Limatola, e per la strada di Castel Morone mirare diritto a Caserta: all’ultima destra, infine, il Von Mechel con una divisione di ottomila uomini, la più gran parte Tedeschi, doveva, per la strada di Ducenta, avventarsi sul Bixio ai Ponti della Valle, e di là, dando la mano al Perrone, come questi doveva darla al Colonna, al Rivera, al Tabacchi, a tutti quanti marciare a bandiere spiegate su Napoli. Il gran colpo era stato deciso per il 1º ottobre, onomastico di Francesco II; il Re stesso, coi fratelli, doveva seguire, a convenevole distanza, le sue legioni, e coll’augusta presenza incoraggiarle, da lontano, alla sacra riscossa.
Fino dalla vigilia Garibaldi aveva notato sotto le mura di Capua un grande tramenío, sicchè, come uomo che ha letto fino al fondo il pensiero del suo avversario, diceva o mandava a dire a’ suoi Luogotenenti: «Fate buona guardia, domani saremo attaccati.»
In sull’alba del 1º ottobre, infatti, un crescente colpeggiare di moschetteria, echeggiante da Sant’Angelo a Santa Maria, annunziava che la zuffa era cominciata. Poco dopo il Milbitz era già alle prese col Tabacchi, e il Medici con Afan de Rivera; laonde Garibaldi, accorso al fragore de’ primi colpi a Santa Maria, aveva subito indovinato che la giornata sarebbe stata, come suol dirsi, assai calda, e che conveniva rinforzare senza indugio Santa Maria, che era, tra i punti principali della sua linea, il più debole e per postura e per numero di difensori. Mandò quindi a chiedere a Caserta la brigata Assanti della riserva, e confidatosi interamente al Milbitz, uno de’ suoi vecchi commilitoni di Roma, partì in carrozza per Sant’Angelo, altro dei punti che più gli stavano a cuore.
Potevano essere le sei del mattino. Circa all’ora medesima gli avamposti del Bixio si scontravano con l’avanguardia di Von Mechel, e il Perrone passava il Volturno a Limatola. Se non che, giunta verso la metà della strada che da Santa Maria mena a Sant’Angelo, la carrozza di Garibaldi è all’improvviso tempestata da una grandine di fucilate, e al tempo stesso involta in un nugolo di nemici sbucati da certe fosse asciutte che tenevan luogo di vere strade coperte. E già quella prima scarica aveva morti il cocchiere ed un cavallo della carrozza; talchè Garibaldi stesso, in presentissimo pericolo, fu costretto a balzare a terra ed a mettersi co’ suoi aiutanti in sulla difesa. «Ma (narra egli medesimo) mi trovavo in mezzo ai Genovesi di Mosto ed ai Lombardi di Simonetta. — Non fu quindi necessario di difenderci noi stessi; quei prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i Borbonici con tanto impeto, che li respinsero un buon pezzo distanti e ci facilitarono la via verso Sant’Angelo.[126]»
Pure anco l’arrivo a Sant’Angelo non fu senza pericolo. Intanto che la prima catena del Rivera per quelle fosse o strade coperte, che dicemmo, s’insinuava non vista dentro il fianco sinistro del Medici e stava per tagliargli ogni comunicazione col Milbitz, dal lato opposto le avanguardie del Colonna, tragittata nella notte la Scafa di Triflisco, aggiravano favorite dalle tenebre la destra di Sant’Angelo, e per sentieri ascosi di monti arrivavano in sul fare dell’alba sui poggi di San Vito, uno dei contrafforti del Tifata. Poco mancò pertanto che Garibaldi, il quale appunto verso quella medesima ora arrivava su quell’altura, cascasse in mezzo a quella nuova imboscata di nemici; e sarebbe certamente accaduto se appena scortili non li avesse arrestati, cacciando loro incontro il drappello della sua scorta, facendoli al tempo stesso pigliar di costa da una compagnia del Sacchi che chiamò in tutta fretta da San Leucio.
Liberato, con tanta fortuna sua e della giornata che stava combattendo, da quel nuovo pericolo, Garibaldi potè abbracciare dal suo osservatorio di Sant’Angelo tutto il quadro della battaglia. E gli apparve formidabile. Il Milbitz e il Medici resistevano prodemente, ora contrastando, ora riacquistando con infaticabili contrassalti i punti capitali delle loro posizioni; ma il nemico, forte delle sue grosse riserve, rinnovava di continuo con truppe fresche gli assalti, mentre i Garibaldini, diradati dalla strage e dalla stanchezza, erano all’estremo della loro possa. Si combatteva da una parte e dall’altra da oltre sei ore; ma verso il tocco pomeridiano un nuovo e generale assalto del Tabacchi contro il Milbitz, e di Afan de Rivera contro il Medici, addossa i difensori agli ultimi ripari delle loro linee. Il Milbitz a Santa Maria è ridotto alla difesa di Porta Capuana; il Medici a Sant’Angelo è forzato a disputare con un pugno di gente il crocivio Capua-Sant’Angelo, Santa Maria-Sant’Angelo, centro delle sue, e chiave di tutte le posizioni a occidente di Caserta. Ancora un passo de’ Borbonici e la giornata è perduta. Garibaldi lo vede, ed afferrando a volo l’istante, scende a galoppo dal Tifata, rincora, rampogna, raduna, risospinge al combattimento quanti fuggiaschi o sbandati incontra per via: raccomanda al Medici, cui ogni raccomandazione era superflua, di tenersi a Sant’Angelo fino all’ultimo fiato; spicca ordine al Sirtori di mandare incontanente a Santa Maria tutte le riserve, e pei sentieri bistorti e ruinosi della montagna, poichè la strada diritta era in potere del nemico, corre egli stesso a Santa Maria per attendervi le riserve e ristorare la pugna.
Le riserve infatti, verso le due pomeridiane, parte per la consolare, parte per la ferrovia, arrivarono. Non v’era più un solo istante da perdere; ogni altro capitano le avrebbe cacciate, senza dar loro un secondo di riposo, nella mischia: Garibaldi no. Composto il viso all’abituale placidezza, non tradendo alcun segno d’interna trepidazione, rassicura col solo aspetto le truppe sopravvenienti, comanda agli ufficiali che siano lasciate riposare, dice ad alta voce al generale Türr, in guisa che tutti possano sentirlo: «La vittoria è certa, manca solo il colpo decisivo;[127]» poi, senza fretta, senza trambusto, con ordine e calma mirabili, piglia egli stesso la brigata Milano e parte della Eber e la caccia sulla strada di Santa Maria a Sant’Angelo; intanto che il Türr col rimanente della Eber e gli avanzi della Milbitz va a rinforzare la difesa di Porta Capuana e a fronteggiare il nemico su tutta la sinistra. Nel suo concetto le riserve mandate alla riscossa sulla destra dovevano attaccare il nemico in due colonne e con due obbiettivi affini, ma diversi: l’uno, cioè, urtare diagonalmente la destra del Tabacchi in modo da spuntarlo e separarlo da Afan de Rivera; l’altro marciar perpendicolarmente sul fianco sinistro di questi, in guisa da minacciarne la ritirata e da liberar a Sant’Angelo il Medici che eroicamente agonizzava. E tutto riuscì a seconda. Pochi colpi, alcune cariche a fondo brillanti, soprattutto quelle della Legione ungherese e del battaglione Milano, e i Generali borbonici, sconfidati da tanta resistenza, se non stremati di forze, fatta coprire la loro fronte, spezzata da un’ultima carica di cavalleria, male guidata e presto risospinta, suonarono a ritirata. Alle 5 della sera tutte le posizioni garibaldine erano riconquistate. Il Medici tornava signore indisputato del suo quadrivio. Il Türr e il Rustow (il Milbiltz era rimasto ferito) inseguivano le schiere disordinate del Tabacchi e del Rivera, fin sotto le mura di Capua. Alla stessa ora il Bixio, dopo avere per tutta la giornata ributtati gli assalti di Von Mechel, lo ricacciava colle baionette alle reni di là dai Ponti della Valle fin presso a Ducenta; al Perrone infine, trattenuto sei ore sotto Castel Morone dall’eroico petto di Pilade Bronzetti e de’ suoi trecento, sacratisi a certa morte per la salvezza comune, era tolto di tentare per quel giorno il divisato colpo su Caserta; sicchè in quell’ora stessa, 5 pomeridiane, Garibaldi poteva telegrafare a Napoli: «Vittoria su tutta la linea.[128]»
[Illustrazione: PIANO DELLA GIORNATA DEL VOLTURNO]
XII.
E vittoria era, piena, compiuta, gloriosa e, checchè altri abbia novellato, tutta dell’armi volontarie, tutta garibaldina. All’indomani, come suol spesso accadere dopo i grandi fatti d’arme, la battaglia ebbe uno strascico che poteva arricchire e quasi allietare la vittoria, ma non avrebbe mai potuto, non che metterla in forse, turbarla un istante. Dicemmo che Pilade Bronzetti, anzichè cedere il passo di Castel Morone, a lui affidato, aveva tolto di morire col fiore più eletto de’ suoi. Da ciò era conseguíto che il Perrone, perduto intorno a quella vetta il suo tempo migliore, e ritardato novamente da un contrassalto ardito di alcune compagnie della brigata Sacchi, era stato sopraggiunto dalla sera e non aveva più potuto proseguire per Caserta, come era suo disegno. Tuttavia, o perchè ignorasse (strana cosa invero) la ritirata dell’esercito suo, o perchè fosse d’animo temerario e sconsiderato, non volle rinunziarvi per l’indomani, e all’alba del giorno mosse per la via di Caserta Vecchia alla sua mèta. Il generale Sirtori, che tutta la giornata del primo aveva vegliato con grande alacrità all’invio dei rinforzi e delle munizioni, e insieme alla sicurezza del Quartier generale, fu il primo ad avvertir l’avanzarsi del corpo del Perrone e nella notte stessa n’aveva mandato l’annunzio a Garibaldi, che spossato dalla grande fatica della vigilia era rimasto a prendere un po’ di riposo a Sant’Angelo. Egli però fu più noiato del sonno interrotto, che conturbato dalla gravità del messaggio. Anche senza vederlo aveva, per istinto, compreso che si trattava d’un corpo isolato, rimasto spensieratamente di qua dal Volturno e che non poteva in alcuna guisa rimettere in dubbio la vittoria della vigilia. Montato tuttavia a cavallo, corre nella notte stessa a Caserta, dove concorda col Sirtori le disposizioni necessarie, non tanto per combattere, quanto per irretire e prendere il nemico. Il Sirtori con una frazione della brigata Assanti levata da Santa Maria, e un battaglione di Bersaglieri dell’esercito settentrionale chiamato il dì innanzi da Napoli, quando più ondeggiava la fortuna, doveva stare alla difesa di Caserta, quindi del centro; il Bixio ebbe ordine di attorniare il nemico dal lato di Monte Viro e Caserta Vecchia, cioè dalla sua sinistra; mentre Garibaldi in persona con un manipolo di Carabinieri genovesi, alcuni frammenti della brigata Spangaro razzolati a Sant’Angelo, un battaglione regolare della brigata Re e l’intera brigata Sacchi, si era assunto di accerchiarlo dalla destra, togliendogli così ogni scampo.
Se non che, intanto che le truppe destinate all’azione si ordinavano e mettevano in marcia, l’avanguardia del Perrone, che già nel mattino era stata scoperta dalle guide del Missori a Caserta Vecchia, si avanzava alla sprovveduta sino alle prime case di Caserta,[129] talchè il Sirtori, costretto ad accorrere alla difesa con quanta gente si trovava fra mano, diè modo a quei bravi Bersaglieri dell’esercito settentrionale, chiamati la vigilia, di barattare coi Borboni alcuni felici colpi di carabina, e di suggellare anche sui campi del Mezzogiorno la fratellanza non mai smentita tra i soldati di Vittorio Emanuele e le camicie rosse della rivoluzione.[130] Intanto però che il Sirtori respingeva l’attacco di fronte, le truppe destinate all’aggiramento giungevano a’ loro posti, sicchè non restò più che a dar sul nemico l’ultimo colpo. Infatti verso le tre pomeridiane, attaccata dai Calabresi dello Stocco, e dal battaglione della brigata Re, lanciati alle spalle ed ai fianchi di Caserta da Garibaldi stesso, attorniata e serrata da due brigate del Bixio, perseguitata dal battaglione Isnardi della brigata Sacchi, opportunamente accorsa a chiudere il passo ai respinti da Caserta, tutta la colonna del Perrone o restò prigioniera, o andò dispersa di là dal Volturno, assicurando con nuovi trofei la vittoria della giornata precedente.
La battaglia del Volturno, e per l’estensione del campo e pel numero de’ combattenti e per la durata della pugna e per la grandezza dei risultati, fu una delle più grosse che l’armi italiane abbiano combattuto. Ventimila giovani volontari, disseminati sopra un terreno tortuoso e capricciosissimo di circa venti chilometri, resistettero ad un esercito di quarantamila vecchi soldati agguerriti, ed alla fine lo sbaragliarono. Le perdite dei Garibaldini sommarono all’incirca a cinquecento morti, a milletrecento feriti e milletrecento sbandati o prigionieri; fuori del conto i codardi che passeggiavano le vie, biscazzavano nei caffè, o sbevazzavano nelle taverne di Napoli, intanto che i loro camerati combattevano e morivano. Dei morti e feriti borbonici invece incerto il numero, quantunque sia probabile che per la imperfezione delle armi garibaldine non abbia uguagliato quello dei vincitori; certissimo però quello dei prigionieri e delle prede: tremila e più tra soldati ed ufficiali e sette bocche da campagna di grosso calibro. Come in tutte le grandi fazioni campali, così in questa i fattori della vittoria furono tre: il genio del Capitano supremo, la prodezza de’ suoi Luogotenenti e soldati, gli errori del nemico. «Il generale Garibaldi (dice un ufficiale tedesco storico e testimone) fu inarrivabile prima, nel corso e dopo la battaglia.[131]» Preparato da molti giorni ad un assalto generale, prese in tempo le opportune misure per respingerlo, raddoppiò colla sua la vigilanza dei suoi Luogotenenti e si premunì da ogni sorpresa. Non appena accesa la pugna, ne estimò l’importanza, ne fermò il disegno, ne divinò l’obiettivo. Salito fin dal mattino al suo prediletto osservatorio del Tifata, vi potè abbracciare d’uno sguardo l’intero campo di battaglia e seguirne davvicino tutte le principali vicende. Veduto il balenare delle sue linee e il soverchiare del nemico, non dubitò un istante della vittoria. Apparso il momento del colpo decisivo, l’afferrò al volo; chiamò in tempo le riserve e le capitanò egli stesso; egli stesso le diresse contro il punto più offensibile del fianco nemico e decise della giornata. Nella prima fase dell’azione fu l’occhio, nella seconda la mente e l’anima dell’esercito suo. Comandò e combattè insieme; osservò con acutezza, ragionò con logica, agì con rapidità e precisione; dovunque apparve serenò, col solo aspetto, i combattenti, fugò la paura e sovraneggiò la fortuna.
Il dubbio, tenace tuttora nella mente di molti, che Garibaldi non sia mai stato che un abile partigiano, inetto al comando di numerosi eserciti ed alle fazioni della grossa guerra, non merita più, dopo il 1º ottobre, di essere seriamente discusso. Nella battaglia del Volturno erano impegnate tante forze quante a Rivoli, sopra un terreno non meno esteso di quello di Marengo, e se il vincere una siffatta battaglia non conferisce al vincitore il titolo di Capitano, Bonaparte fino alle Piramidi non avrebbe potuto dirsi che un guerrigliero.[132] Certo anche Garibaldi non avrebbe potuto vincere senza Generali e soldati; ma avrebbe forse Napoleone trionfato in tante battaglie senza i Massena, i Soult, i Ney, i Lannes, i Marmont, i Davoust? E invero la condotta dei divisionari di Garibaldi al 1º ottobre è degna d’esser citata ad esempio. Posti a difendere con forze inadeguate posizioni tutt’altro che gagliarde, e il cui primo difetto era di essere tutte ugualmente importanti, adempirono l’arduo assunto con grande abilità e valore; disputarono palmo a palmo il terreno, tenendosi concentrati nei punti decisivi e soprattutto usando a tempo e con energia dei contrassalti offensivi, che sono la salvezza di tutte le difese. È vero che furono a lor volta mirabilmente secondati. Il Bixio disse: «Quando dei corpi saranno comandati da ufficiali come Dezza, Piva, Taddei, Spinazzi, ed avranno a capo di Stato Maggiore un ufficiale come Ghersi, se la vittoria non coronerà sempre i loro sforzi, certo sapranno incontrare ai loro posti una morte gloriosa.[133]»
Ora lo stesso avrebbe potuto dirsi a Santa Maria, di Faldella, di Malenchini, di Eber, di De Giorgis, di Assanti, e a Sant’Angelo di Simonetta, di Ferrari, di Guastalla, di Cadolini, di Spangaro, e a Caserta di Bonnet, di Bruzzesi, di Majocchi; e serbata la debita misura di tutti i gregari. Le azioni di valore in quella giornata furono innumerevoli; ma a tutte sovrasta, come una gloria, quella del Bronzetti a Castel Morone, il cui generoso sacrificio salvò, ben può dirsi, l’esercito garibaldino dal più terribile colpo che il nemico gli serbasse, poichè a nessuno è dato affermare quel che sarebbe avvenuto, se il 1º ottobre un corpo, anche relativamente piccolo, fosse piombato su Caserta, nell’ora decisiva, costringendo Garibaldi ad usar contro di esso quelle riserve che gli erano necessarie a ristorare la battaglia sugli altri punti più minacciati.
Ma, siccome dicemmo, una parte non ultima della vittoria va dovuta agli errori de’ nemici. «Per fortuna nostra (scrive Garibaldi stesso), fu pur difettoso il piano di battaglia dei Generali borbonici. Essi ci attaccarono con forze considerevoli su tutta la linea, in sei punti diversi, a Maddaloni, a Castel Morone, a Sant’Angelo, a Santa Maria, a San Tammaro, ed in un punto intermediario di cui non ricordo il nome, ove comandava il general Sacchi.
»Diedero così una battaglia parallela, cozzando col grosso del loro esercito contro il grosso del nostro, ed assalendo posizioni da noi studiate e preparate.
»Se avessero invece preferito una battaglia obliqua, cioè minacciato cinque dei punti summentovati, con avvisaglie di notte, e nella stessa notte portare quarantamila uomini sulla nostra sinistra a San Tammaro, o sulla nostra destra a Maddaloni, io non dubito essi potean giungere a Napoli con poche perdite.
»Non sarebbe stato perciò perduto l’esercito meridionale, ma un grande scompiglio ce lo avrebbero cagionato. Con un’ala rotta, ed il nemico padrone di Napoli e delle nostre risorse, diventava l’affare un poco serio.[134]»
E di più non ci occorre aggiungere. Garibaldi con questo giudizio, tanto modesto quanto esatto, ha dimostrato una volta di più che nessuno degli elementi del cimentoso problema incontrato il 1º ottobre nella pianura capuana gli era rimasto ignoto; ch’egli agì con piena coscienza della situazione sua e degli avversari; che la vittoria non premiò in lui soltanto il valore, e non servì soltanto la fortuna; ma ubbidì alla sagacia, all’arte, alla prodezza, a tutte le doti che formano il buon Capitano, e lo rendono degno delle marziali corone.[135]
XIII.
Le due giornate del Volturno avevano tolto ai Borbonici ogni probabilità di prossima rivincita, ma non ogni possibilità di lunga resistenza. Francesco II, non ostante le perdite, poteva ancora allineare circa a quarantamila combattenti; le principali fortezze del Regno, Capua e Gaeta, erano sempre in suo potere; tutto il territorio dal Volturno al Tronto era signoreggiato dal suo esercito; gran parte della popolazione rurale degli Abruzzi gli rimaneva fedele e in taluni distretti, come in quello d’Isernia, i contadini respingevano apertamente la rivoluzione e pigliavan le armi in sua difesa; talchè egli poteva protrarre per lungo tempo la lotta e se non voltare la fortuna, differire ancora la finale caduta.
Pel contrario l’esercito garibaldino cominciava ad assottigliarsi e svigorirsi. I rinforzi non bilanciavano più da parecchio tempo le perdite: le grandi spedizioni del Continente erano arenate: la Sicilia, dati al passaggio dello Stretto dai quattro ai cinquemila Picciotti, pareva come esaurita; e peggio devesi dire delle Calabrie, delle Puglie, di tutte le provincie del Regno. Indarno Garibaldi ripeteva i suoi belligeri appelli in nome di Roma e Venezia; da qualche avventuriero in fuori nessuno rispondeva più alla chiamata. Dei ventunmila uomini del 1º ottobre non ne restavano oramai che diciottomila; e quando si eccettui una legione inglese, masnada di beoni e di saccomanni,[136] non una insegna di soccorso spuntava sull’orizzonte.
E come andava scemando la quantità, così peggiorava la qualità. I bei giorni di Calatafimi e di Milazzo erano passati. Nelle schiere cominciavano a serpeggiare quei primi sintomi di stanchezza, che sono quasi sempre i precursori della dissoluzione. Una parte reggeva ancora al dovere; ma la molla dell’entusiasmo, che aveva fino allora rese dolci le privazioni e belli i pericoli, era fiaccata. La vanità dei brevetti e dei gradi, i mercenari calcoli della carriera, già subentravano, nel cuore di molti, ai puri stimoli dell’amore della patria e della gloria. Gli ufficiali esuberavano in misura insolita[137] anco fra gli eserciti rivoluzionari, ed acceleravano essi pei primi, coll’ingombro degl’inetti e lo scandalo degli oziosi, la corruzione dell’intero esercito.
Anche i migliori principiavano ad essere disamorati d’una guerra che dopo l’annunciato sopraggiungere dell’esercito sardo perdeva la sua ragione principale, e null’altro prometteva che un’incresciosa vigilanza attorno ad una uggiosa fortezza in una più uggiosa pianura. Che se a tutto ciò s’aggiunga l’intristire della stagione, le lunghe e piovose notti del morente autunno, il difetto di riparo e di vesti, il crescere conseguente delle sofferenze e delle malattie, si intenderà di leggieri come l’esercito garibaldino potesse tener ancora la difensiva sulla linea occupata, ma non mai pensare ad alcuna decisiva operazione offensiva, molto meno poi all’impresa di Roma. E Garibaldi lo sentiva, e talvolta nei confidenti abbandoni dell’amicizia gliene fuggiva di bocca l’amara confessione. «Leggete questa lettera di Mazzini (diceva ad Alberto Mario, qualche giorno dopo la vittoria del Volturno); egli mi sprona alla spedizione di Roma. Sapete se io non ci abbia di lunga mano pensato. Il 1º ottobre abbiamo sconfitto il nemico a tal punto, che non sarà più in grado d’affrontarci; ma non potrò mai andare a Roma, lasciandomi addietro sessantamila uomini trincerati fra due fortezze, i quali intanto si ripiglierebbero Napoli.[138]» E se quei sessantamila uomini erano un’amplificazione, tutto il resto era pura verità. Dopo il 2 ottobre l’esercito garibaldino bastava appena a salvar Napoli da un colpo di mano, se pure bastava.
Ma a distoglierlo dalla temeraria impresa, più ancora della ragione militare poteva la politica.
Disfatto a Castelfidardo il Lamoricière, espugnata Ancona, riuscita oltre la speranza l’impresa delle Marche e dell’Umbria, il conte di Cavour deliberò di farsi perdonare l’audacia coll’audacia e di spingere l’esercito, già sulla via, all’invasione del Regno. Così con un colpo solo lo strappava a Garibaldi ed al Borbone insieme; rompeva gli ultimi indugi all’annessione, rivendicando alla spada del suo Re l’onore di compiere e assodare l’opera dalla rivoluzione iniziata.
Sfidata ancora la collera delle Potenze d’Europa, di cui presentiva le strida, ma insieme presagiva l’inerzia;[139] annunziata con brutale laconismo al Ministro napoletano presso la Corte di Torino la sua risoluzione; chiesta dal Parlamento subalpino,[140] non ancora italiano, l’approvazione della sua politica e la balía di annettere tutte le provincie italiane, che liberamente dichiarassero di voler far parte integrante della Monarchia; spinge il Re stesso a mettersi a capo dell’esercito vincitore ed a passare il Tronto. E Vittorio Emanuele, cui nulla era più gradito della parte di re guerriero, e che degli ardimenti del suo Ministro era piuttosto l’istigatore che il moderatore, lasciata la reggenza al Principe di Carignano raggiunge il 3 ottobre l’esercito ad Ancona; d’onde bandito ai Napoletani, in un Manifesto, a dir vero, nè sobrio nè modesto,[141] ch’egli stava per arrivare, invitato, tra loro, a «chiudere l’èra delle rivoluzioni,» s’incamminò a grandi giornate verso i confini del Regno.
Ciò stante a Garibaldi non faceva mestieri di grande acume politico per comprendere che egli non poteva più oramai muovere le insegne contro Roma senza urtare o prima o poi nelle schiere di Vittorio Emanuele, e peggio ancora nella volontà di quel Parlamento che era a quei giorni il supremo rappresentante morale, se non per anco legale, della nazione intera; senza incorrere perciò nella terribile responsabilità d’una guerra civile. E poichè nulla era più profondo nel cuore del patriottico eroe che l’orrore della discordia fraterna, così molto prima d’accorgersi che gliene mancava la forza e molto prima che Vittorio Emanuele venisse a capitanare l’esercito d’Ancona, egli aveva deliberato in cuor suo, mormorando, imprecando, fors’anco, a chi ve lo sforzava, ma pure senza restrizioni nè riserve, di rinunciare, pel momento almeno, ad ogni tentativo su Roma.
E di questo fanno fede due documenti noti, ma per avventura non abbastanza notati, nè dirittamente finora interpretati. Il primo è l’_Ordine del giorno_ del 28 settembre, nel quale, bandita con esultanti parole ai Volontari la disfatta del Lamoricière, precorreva colla speranza gli eventi, compiacevasi della resa d’Ancona e della passata dell’esercito del Settentrione nel Regno anche prima che ciò avvenisse, e conchiudeva giubilando: «Fra poco avremo la fortuna di stringere quelle destre vittoriose.[142]» L’altro ancora più espressivo è la lettera ch’egli stesso dirigeva a re Vittorio Emanuele in data del 4 ottobre, e che preferiamo riprodurre testualmente:
«Caserta, 4 ottobre 1860.
»Sire,
»Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici lor conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturno ed un combattimento alle due Caserte pongono i soldati di Francesco II nell’impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il Volturno domani. Non sarebbe male che la Maestà Vostra ordinasse a parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese, di passare quella frontiera e far abbassare le armi a certi gendarmi che parteggiano ancora per il Borbone.
»So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore, e merito un poco d’esser creduto. È molto meglio accogliere tutti gli Italiani onesti, a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il passato, anzichè inasprire fazioni che potrebbero essere pericolose nell’avvenire.
»Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi congiungerei la mia destra, e mi recherei in persona a presentarle i miei omaggi, e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.
»La V. M. promulghi un decreto che riconosca i gradi de’ miei ufficiali. Io mi adopererò ad eliminare coloro che debbono essere eliminati.»
Chi consideri pertanto di questa lettera, il tempo, il contenuto, la forma, ne vedrà risplendere vieppiù il significato. Essa fu scritta il 4 ottobre, prima dunque che Garibaldi potesse conoscere il bando di Vittorio Emanuele ai Napoletani, prima che l’esercito sardo si fosse levato d’Ancona, prima assai che il Parlamento avesse votato l’annessione dell’Italia meridionale, e sanzionato con siffatto voto la politica del conte di Cavour.
Checchè dunque scriva a lode o vitupero lo spirito di parte, questo rimane incontrastato, che Cavour e Garibaldi, lo statista e l’eroe, quasi nel tempo stesso, ad insaputa l’uno dell’altro, s’accordavano a dare al Re quel medesimo consiglio, intorno al quale pareva dovessero restar divisi implacabilmente! _Ecco il giudicio uman come spesso erra_. I monarchici superlativi credevano d’essere costretti, o prima o poi, a dar battaglia «alla rivoluzione personificata in Garibaldi,[143]» e Garibaldi apriva loro le porte di quello che ancora era suo Stato, di null’altro ansioso che di incontrarli e schierarsi sotto le loro insegne.
Nè si dica che la sua lettera parla di «una passeggiata;» è questa un’attenuazione metaforica per scemare l’importanza del fatto e farne parere più facile l’esecuzione; ma s’intende da sè che «la passeggiata» d’una divisione, capitanata da un Re, fiancheggiata da un’altra divisione, entro i confini d’uno Stato forestiero, è invasione bella e buona, è guerra in tutte le forme. E con quali intendimenti egli affretti la venuta di Vittorio Emanuele, è palese: vuol essere il primo a rendergli omaggio, desidera «ricevere i suoi ordini per le ulteriori operazioni,» ambisce, in una parola, di combattere al suo fianco, come suo luogotenente, contro il comune nemico.
Il linguaggio della lettera è semplice e schietto, ma reverente e affettuoso insieme; in essa il soldato dà consigli al Re; ma consigli saggi, di moderazione e di temperanza, che re Vittorio, il quale chiamerà un giorno l’antico mazziniano Medici a suo primo aiutante di campo, e il vecchio repubblicano Crispi a suo primo Ministro, non si pentirà d’aver ascoltati. Tutto persuade, adunque, che allorquando più si strillava a Torino perchè Garibaldi si ostinasse nell’avventura di Roma, egli n’aveva già deposto, almeno per quell’anno, il proposito, e che ad altro non pensava se non a finir gloriosamente, in compagnia dei suoi fratelli dell’esercito sardo, sotto gli ordini del suo Re, la guerra contro il Borbone.
Ma perchè indugiava dunque ancora l’annessione, quell’annessione voluta ormai dalla quasi totalità del paese, decretata dal Parlamento, da Garibaldi stesso, indirettamente offerta a Vittorio Emanuele, e contro la quale, colla rinunzia alla marcia su Roma, cessava ogni ragione ed ogni pretesto? In verità, giunti a questo punto, il concetto del nostro eroe ci sfugge. Abbiamo compresa e difesa la sua resistenza all’annessione sino al giorno del suo ingresso in Napoli; l’abbiamo scusato d’averla differita anche dopo l’entrata dell’esercito sardo sul territorio ecclesiastico; ma ora, appressandosi quell’esercito, vietata dall’espressa volontà del Governo e del Parlamento la via di Roma, certo l’incontro ed il conflitto, nè l’intendiamo, nè sappiamo difenderla più. E fortuna volle che non la sapesse intendere a lungo nemmeno Garibaldi, siccome il seguito di questo racconto sta per dimostrare.
XIV.
Fino dall’11 settembre il Dittatore chiamava presso di sè Giorgio Pallavicino coll’intenzione di offrirgli la Proditattura delle provincie napoletane. E l’onorando patriotta accorreva all’invito; se non che, giunto a Napoli, non assunse subito l’ufficio; ne ripartiva, invece, immediatamente per adempiere un altro confidenziale mandato commessogli dal Dittatore e del quale ecco la ragione. La ruggine frappostasi tra il conte di Cavour e il generale Garibaldi fin dalla cessione di Nizza, s’era, per gli attriti del Mezzogiorno, dilatata e approfondita al segno da degenerare in aperta e implacabile inimicizia. Insusurrato da incauti o maligni consiglieri, il Generale aveva finito coll’accogliere il sospetto, che colui il quale era stato capace di mercanteggiare una volta una terra italiana, lo sarebbe stato la seconda. Ignaro o dimentico di quanto il conte di Cavour aveva operato per soccorrere l’impresa di Marsala, non ricordava, del rivale, che gli intoppi, le insidie, le trafitture; finchè venne il giorno, in cui, in buona fede, credendo che quegli solo, il Ministro, fosse d’inciampo al compimento della sua missione nazionale, ebbe l’infelicissima ispirazione di chiederne al Re il congedo, insieme al Farini ed al Fanti, che giudicava, ed erano, suoi complici.[144]
Nè Vittorio Emanuele era re da piegare a siffatta intimazione, nè il conte di Cavour ministro da consigliarlo. E ciò tanto più che la lettera del Dittatore, arte o imprudenza che fosse, era stata divulgata su pei giornali, e la dignità del Governo, non che quella della Corona, pubblicamente ferita. Su questo proposito il conte di Cavour fece in Parlamento alcune dichiarazioni, che non vanno dimenticate. «Fin dall’agosto, diss’egli, quando il dissenso del generale Garibaldi era probabile, ma non ancora conosciuto, io non aveva esitato, per olocausto alla concordia, di offrire al Re la mia rinuncia e dell’intero Gabinetto; ma dal momento, egli aggiungeva, che quella lettera era stata propalata, che quel dissenso era divenuto pubblico, non era più lecito a noi l’offerta delle nostre dimissioni, giacchè, o Signori, io lo ripeto, se la Corona sulla richiesta di un cittadino, per quanto illustre egli sia e benemerito della patria, avesse mutati i suoi consiglieri, essa avrebbe recato al sistema costituzionale una grave e, dirò anzi, una mortale ferita.[145]»
E, per fermo, così la condotta sua, come quella del Re, non poteva essere nè più decorosa, nè più corretta. Chi sgarrava in tutto ciò era Garibaldi; ma poichè anche al conte di Cavour non pareva vero d’aver un’arma in mano per iscreditare e indebolire l’avversario fortunato, i mutui rancori, caritatevolmente soffiando gli zelanti d’ambo le parti, eran venuti di giorno in giorno siffattamente inturgidendo da minacciare non lontano qualche scoppio violento.
Ma appunto in que’ giorni giungeva in Napoli il Pallavicino, il quale, appena seppe il segno pericoloso a cui era giunto il dissidio, si offerse di comporlo, facendosi mediatore a Torino di proposte, com’egli le reputava, conciliatrici. E poichè Garibaldi consentì tosto, munito d’una seconda sua lettera pel Re il Marchese si rimise in viaggio. Se non che le condizioni, ond’egli era apportatore, non erano quelle per l’appunto che meglio potessero condurre ad un accordo. Garibaldi insisteva ancora nel pretendere il congedo del Cavour; in compenso prometteva l’annessione immediata. La risposta fu quindi quale era da attendersi: una disputa di più tra il Conte ed il Marchese, e una nuova e più ricisa ripulsa. Al Prodittatore perciò non restò che il ritorno a Napoli; ma dicasi a lode del suo animo patriottico, lasciando per via ogni risentimento della fallita missione e non d’altro preoccupato che d’affrettare, come cittadino e come governante, quel patto d’unione, che era anco a’ suoi occhi la pietra angolare della finale unità d’Italia.
XV.
Nel frattempo però la questione dell’annessione erasi pericolosamente inasprita e complicata. E per ben intendere quanto fossero diverse le favelle che garrivano in quel piato, è mestieri rammentarsi chi e quanti erano coloro che, più o men dappresso, attorniavano Garibaldi. V’era anzitutto il Ministero, presieduto dal Conforti, cui eran colleghi il Pisanelli, il D’Afflitto, lo Scialoja, il Ciccone, il Crispi, tutti, meno quest’ultimo, Cavourriani infocati e dell’annessione zelatori impazienti ed intolleranti. V’era di contro a quello, rivale nata, antagonista necessaria, la Segreteria della Dittatura, gabinetto aulico del Bertani, grande macchina celerifera di leggi e decreti, fucina di tutte le discordie e di tutti i guai del Governo dittatoriale, la quale nella questione del plebiscito, dopo essersi sforzata d’indugiarlo fino all’estremo, ora professava apertamente di volerlo circuito di tutte le condizioni e garanzie di un vero contratto. Infine v’era quella che potrebbe dirsi la Sezione politica del Quartier generale, rappresentata principalmente da Alberto Mario, del prolungamento della Dittatura e del plebiscito condizionale partigiano ardentissimo, e per la prodezza dell’animo, la illibatezza del carattere, la gentilezza della parola e dell’aspetto, caro al Generale e da tutti rispettato. All’infuori poi del contorno abituale e del consorzio ufficiale del Dittatore, ma più vicini a lui di quanto non paresse, v’erano Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo; l’Apostolo degli Unitari, e il Filosofo dei Federalisti: il primo, venuto a Napoli di volontà sua nella fiducia di giovare, nella lusinga di potere, il quale, sebbene non avesse veduto che una sol volta e clandestinamente il Dittatore, non tralasciava di insufflargli di continuo, mediante quegl’innumerevoli biglietti ond’era prodigiosamente fecondo, il suo antico verbo del _se no, no_, cioè a dire di non cedere alla Monarchia di Savoia un solo palmo delle provincie liberate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar subito l’Italia una dal Campidoglio; l’altro, venuto per espresso invito del Generale, il quale molinava di farne ora un ambasciatore a Londra, ora un suo prodittatore, e che pur con diverso intento arrivava alle stesse conclusioni del Mazzini, volendo che le condizioni del plebiscito fossero prima discusse e sancite da un’Assemblea, specie di Costituente, per impedire, diceva, che la Monarchia violasse la integrità dell’Italia, e mercanteggiasse le nuove provincie annesse, come aveva già mercanteggiato Nizza e Savoia.
Ora, quando si aggiunga a tutto ciò il quotidiano supplizio degl’indirizzi e delle orazioni, il vociar della stampa, il tumultuar della piazza, si vedrà fra quante correnti diverse fosse abballottata la mente del Dittatore, e come, non avendo l’animo temprato a siffatte bufere, rischiasse più d’una volta d’andarne travolto. E di questo ondeggiare faticoso della sua volontà si risentono dal mezzo settembre in poi tutti i suoi atti. Il 25 settembre accetta la rinuncia de’ suoi Ministri, querelantisi per l’annessione; ma tre giorni dopo incarica di nuovo il Conforti della composizione d’un altro Gabinetto, che riesce poco dissimile al primo. Al fin di settembre, noiato dalle perpetue querele della Segreteria, congeda in cortese forma il Bertani, ma gli sostituisce pochi giorni dopo il Crispi, non meno inviso di lui. Lascia che Pallavicino, suo prodittatore preconizzato, scriva al Mazzini, «con buono intendimento e povero consiglio,[146]» una lettera in cui, fattogli intendere che la sua persona creava inciampi al Governo e pericoli alla nazione, sì che _anche non volendolo divideva_, lo invitava a bandirsi da quelle provincie, quanto dire d’Italia;[147] e si tiene accanto Carlo Cattaneo, repubblicano e federalista insieme, che frugandogli continuo nella ferita di Nizza, empiendogli l’animo di sospetti contro il Piemonte, il suo Re e il suo Ministro, _divideva davvero volendolo_, ed era il più pericoloso di quanti Consiglieri l’attorniavano allora.
Il 5 ottobre, infine, insedia nella Prodittatura il Pallavicino stesso, dell’annessione schietta ed immediata fautore aperto e deliberato, e permette che, a Palermo, l’altro suo prodittatore Mordini, bandisca nel giorno stesso i Comizi per l’elezione dell’Assemblea siciliana, che dovrà stabilire il tempo e le condizioni del plebiscito.[148]
Non fu quello il miglior periodo del governo di Garibaldi, nè manco il più lieto della sua vita. Egli non anelava che al bene della patria sua; ma l’occhio debole ed inesperto non ne travedeva che un barlume nel cielo procelloso di quei giorni, e spesso scambiava il fosco balenar delle nubi per la luce da lui desiderata. Una così fatta condizione di cose non poteva, senza manifesto pericolo della patria, più a lungo durare, e il Pallavicino tolse su di sè la responsabilità e l’onore di farla cessare. L’8 ottobre, posto in mora per l’ultima volta Garibaldi a decretare il plebiscito, e udito, o creduto di udire da lui una risposta favorevole,[149] propone e fa approvare al Consiglio de’ Ministri il decreto che convoca pel 22 il popolo delle provincie meridionali ad accettare o respingere il seguente plebiscito: «Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti,» e si prepara a promulgarlo.
Grande, naturalmente, la meraviglia in Garibaldi, che non aveva mai creduto di autorizzare siffatto decreto; grandissimo lo sdegno in tutti gli antiannessionisti, i quali, stimandosi giuocati dal novello Prodittatore, si prepararono a prendere la rivincita. Indotto il Dittatore a convocare presso di sè, a Caserta, per l’11 ottobre i principali d’ambe le parti, e intervenuti per l’una col Pallavicino il Caranti suo segretario ed il ministro Conforti, per l’altra col Cattaneo il Crispi, il Mario, il Parisi, ministro dell’interno per la Sicilia, la discussione si fece tosto ardente e pugnace. «Garibaldi (scrive lo stesso signor Caranti[150]), Crispi, Cattaneo, il Ministro dell’interno della Sicilia, e, se non erro, Mario e qualche altro peroravano per l’assemblea, Pallavicino solo la combatteva. L’ora erasi fatta tarda assai; Pallavicino, convulso dallo sdegno e dal dolore, dichiarò che egli non voleva avere alcuna partecipazione a questo tradimento dell’unità nazionale, che era ben dolente di dover vedere che colui che con una mano aveva tanto operato in suo pro, coll’altra la atterrasse, che egli all’istante rassegnava i suoi poteri, e che il domani avrebbe abbandonato Napoli.»
Ma non appena le notizie della deplorevole scena corsero per la Capitale, ecco la città intera commoversi: le vie, quantunque alta la notte, affollarsi come per incanto d’un popolo imperioso; i pubblici ritrovi risuonar di dispute infiammate; un analizzare, un chiosare, un giudicare in varie guise le novelle del Consiglio di Caserta; ma altresì un concordare di tutti, della grandissima maggioranza almeno, in questa unica sentenza: la nuova risoluzione del Dittatore poter esprimere forse la volontà d’un partito, non certamente quella del popolo napoletano; questi invocar sempre l’annessione pronta e incondizionata; importare quindi alla dignità del popolo stesso, alla salute d’Italia intera che questo voto fosse al più presto, ma in modo perentorio e solenne manifestato.
«Infatti (aggiunge il citato scrittore[151]) il domani mattina pareva che per un incanto in Napoli fossevi stata una grande nevicata di Sì. Essi stavano affissi su tutte le porte, le finestre, le mura delle case, sulle vetture, sui cappelli degli uomini, sui loro abiti, sui vestiti delle donne, nelle vetrine dei negozi, nei poetici tempietti degli acquaiuoli. Ovunque vi foste rivolto, dappertutto avreste trovato un Sì, con cui quella nobile popolazione sanzionava il dogma dell’unità nazionale.»
Nè a questo si fermavano le dimostrazioni. La Guardia Nazionale, rimasta in quei frangenti l’unica tutrice dell’ordine, si accordava nello scrivere un indirizzo al Dittatore, in cui con figliale, ma schietta parola lo supplicava a non cimentare la sua gloria, disdicendo quel plebiscito che già era dal suo Prodittatore bandito: consimile indirizzo andava correndo fra i varii ordini de’ cittadini e coprendosi di migliaia di firme; turbe di popolo infine percorrevano la città, accampavano sulle piazze, assediavano il palazzo del Governo, alternando agli evviva per Vittorio Emanuele, Garibaldi e Pallavicino, grida di morte al Mazzini, al Cattaneo, a tutti gli antiannessionisti; profondamente turbando la pubblica quiete, minacciando gli eccessi a cui le folle scatenate sogliono giungere.
Nè possiamo in tutto aderire a quanto scrittori di parte antiannessionista vanno tuttora asserendo, che quelle manifestazioni non altro siano state che spettacoli allestiti dai loro medesimi avversari. Vi avranno, forse, messa una mano; ma non si suscita una città di mezzo milione per solo artificio di sètte o di cricche. Era quella palesemente la volontà di Napoli e del Reame intero, volontà determinata, nol negheremo, da molti e opposti motivi, ispirata così dell’amor puro d’Italia e dal desiderio onesto d’uscir dal provvisorio, come dall’impazienza servile di adorare il novello astro; così dallo schietto affetto alla Casa di Savoia, come dall’interessata speranza di una più lauta mèsse di stipendi e d’impieghi; ma volontà pur sempre chiara, ferma ed universale.
XVI.
E però la situazione era gravissima. Garibaldi, chiamato in tutta fretta dal Türr, di recente eletto Comandante della provincia e città di Napoli, accorse alla Capitale e potè da sè medesimo accertarsene. Infatti, accompagnato egli pure da grande moltitudine, che applaudiva a lui ed al Pallavicino, ma gli intronava le orecchie degli _abbasso_ e dei _morte_ ai fautori dell’Assemblea, ed empiva a lui stesso la carrozza di _Sì_, fu costretto a farsi al balcone della Foresteria ad arringare il popolo tumultuante,[152] il quale però abbonacciato ben presto dal caro aspetto, dall’affascinante parola, e più forse dall’annunzio del non lontano arrivo del Re, non tardò a quietarsi e disperdersi.
Ma l’impressione prodotta in Garibaldi da quella solenne manifestazione fu profonda. Decise perciò di riconvocare pel giorno medesimo (13 ottobre) i suoi Ministri e Consiglieri, e si recò egli stesso alla Foresteria per invitare il Pallavicino ad esser parte dell’adunanza. Questa doveva aver luogo al Palazzo d’Angri, dove il Dittatore soleva prendere stanza. Erano presenti, oltre a lui, il Prodittatore, i ministri Conforti e Crispi, Aurelio Saliceti, Carlo Cattaneo, Francesco De Luca. Il Generale cominciò, chiedendo che tra i due opposti partiti dell’Assemblea e del Plebiscito si cercasse un mezzo di conciliazione. Il Pallavicino e il Conforti risposero che non sapevano vederne alcuno, e propugnavano novamente con caldo accento la necessità del plebiscito schietto ed immediato. Il Cattaneo, a sua volta, ribattè combattendo per la sua teoria dell’assemblea. Il Conforti replicò di nuovo; il Saliceti introdusse una sua proposta, per la quale Garibaldi doveva proclamare per decreto la sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, salvo a farla sancire da un plebiscito e regolare da un Parlamento: altri diceva altre cose; talchè la discussione facendosi sempre più aspra e confusa, il Pallavicino stanco di quel lungo ed affannoso dibattere erasi già alzato dicendo: «Vedo che io sono inutile qui, permettetemi che io mi ritiri,» quando il generale Türr, che era stato incaricato di presentare al Dittatore i voti della Guardia Nazionale e della cittadinanza, testè citati, e che era giunto poco dianzi alla riunione, si rivolse al Dittatore e gli disse: «Prima che prendiate una decisione, dalla quale può dipendere la sorte d’Italia, vi prego di esaminare il desiderio della popolazione di Napoli;» e gli sciorinò sotto gli occhi gli indirizzi che aveva portati seco.
Il Dittatore li lesse, vide le numerosissime firme onde erano segnati, stette un istante profondamente concentrato, poi, ripresa quella serenità che gli era consueta nei momenti delle solenni risoluzioni: «Non voglio assemblea, esclamò, si faccia l’Italia.... E voi, caro Giorgio (riprese, volgendosi al Pallavicino), voi non siete inutile qui; e vi prego di rimanere al vostro posto e cercate di meritarvi anche d’ora innanzi la stima della popolazione di Napoli.[153]»
L’annessione era deliberata. Non diremo col signor Caranti «che il Leone avesse trionfato delle Volpi,» poichè a nessuno di quanti in que’ giorni lo consigliavano s’addice la volgare similitudine; ma il Leone aveva trionfato certamente di sè stesso, de’ suoi ricordi di Nizza, de’ suoi rancori contro il Cavour, delle sfide del Farini, delle impertinenze del Fanti, della sua medesima ignoranza, illuminando colla fiamma del cuore le tenebre involontarie della mente, e dal solo amore alla patria traendo le ispirazioni al più sapiente atto politico della sua vita.
E, cosa singolare in quest’uomo singolarissimo, nel giorno stesso[154] ch’egli deponeva la Dittatura d’un regno, e i Napoletani tentavano una grossa sortita da Capua che poteva mettere un’altra volta in serio cimento le sue linee, e s’impegnava sotto i suoi occhi una battaglia, egli, il Capitano di ventura, il filibustiere, l’uomo del sangue, dalle alture di Sant’Angelo, al rombo del cannone, al fragore della mischia, dettava un Manifesto, o _Memorandum_ che vogliasi dire, in cui predicava, colla fede d’un Apostolo e l’accento d’un Vate, la Confederazione europea, la fratellanza dei popoli, la fine della guerra, il disarmo universale delle nazioni, conchiudendo con queste parole degne dello spirito di Gentile e dell’eloquenza di Canning:
«_Memorandum alle Potenze d’Europa._
»È alla portata di tutte le intelligenze, che l’Europa è ben lungi di trovarsi in uno stato normale e convenevole alle sue popolazioni.
»La Francia, che occupa senza contrasto il primo posto fra le Potenze europee, mantiene sotto le armi seicentomila soldati, una delle prime flotte del mondo, ed una quantità immensa d’impiegati per la sua sicurezza interna.
»L’Inghilterra non ha il medesimo numero di soldati; ma una flotta superiore e forse un numero maggiore d’impiegati per la sicurezza de’ suoi possedimenti lontani.
»La Russia e la Prussia, per mantenersi in equilibrio, hanno bisogno pure di assoldare eserciti immensi.
»Gli Stati secondari, non foss’altro che per ispirito di imitazione, e per far atto di presenza, sono obbligati di tenersi proporzionalmente sullo stesso piede.
»Non parlerò dell’Austria e dell’Impero ottomano, dannati per il bene degli sventurati popoli che opprimono a crollare.
»Uno può alfine chiedersi: perchè questo stato agitato e dell’Europa? Tutti parlano di civiltà e di progresso?... a me sembra invece che, eccettuandone il lusso, non differiam molto dai tempi primitivi, quando gli uomini si sbranavano fra loro per strapparsi una preda. Noi passiamo la nostra vita a minacciarci continuamente e reciprocamente, mentre che in Europa la grande maggioranza non solo dell’intelligenza, ma degli uomini di buon senso, comprende perfettamente che potremmo pur passare la povera nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità degli uni contro gli altri, e senza questa necessità che sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto ed invisibile dell’umanità, di ucciderci con tanta scienza e raffinatezza.
»Per esempio, supponiamo una cosa:
»Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato.
»Chi mai penserebbe a disturbarla in casa sua, chi mal si avviserebbe, io ve lo domando, turbare il riposo di questa sovrana del mondo?
»Ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gl’immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni ed alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizio di sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici, e nell’erezione delle scuole che tornerebbero alla miseria ed alla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate dall’egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti all’abbrutimento, alla prostituzione dell’anima o della materia.
»Ebbene! l’attuazione delle riforme sociali che accenno, appena dipende soltanto da una potente e generosa iniziativa. Quando mai presentò l’Europa più grandi probabilità di riuscita per questi benefizi umanitari?
»Esaminiamo la situazione: Alessandro II in Russia proclama l’emancipazione dei servi;
»Vittorio Emanuele in Italia getta il suo scettro sul campo di battaglia, ed espone la sua persona per la rigenerazione di una nobile razza e di una grande nazione;
»In Inghilterra una Regina virtuosa ed una nazione generosa e savia che si associa con entusiasmo alla causa delle nazionalità oppresse;
»La Francia finalmente, per la massa della sua popolazione concentrata, per il valore dei suoi soldati e per il prestigio recente del più brillante periodo della sua storia militare, chiamato ad arbitra dell’Europa.
»A chi l’iniziativa di questa grand’opera?
»Al paese che marcia in avanguardia della rivoluzione! L’idea di una Confederazione europea che fosse posta innanzi dal capo dell’Impero francese, e che spargerebbe la sicurezza e la felicità del mondo, non vale essa meglio di tutte le combinazioni politiche che rendono febbrile e tormentano ogni giorno questo povero popolo?
»Al pensiero dell’atroce distruzione che un solo combattimento, tra le grandi flotte delle Potenze occidentali, porterebbe seco, colui che si avvisasse di darne l’ordine dorrebbe rabbrividire di terrore, e probabilmente non vi sarà mai un uomo così vilmente ardito per assumere la spaventevole responsabilità.
»La rivalità che ha sussistito tra la Francia e l’Inghilterra dal XIV secolo fino ai nostri dì esiste ancora; ma oggi, noi lo contrastiamo a gloria del progresso umano, essa è infinitamente meno intensa, di modo che una transazione tra le due più grandi nazioni dell’Europa, transazione che avrebbe per iscopo il bene dell’umanità, non può più essere posta tra i sogni e le utopíe degli uomini di cuore.
»Dunque la base di una Confederazione europea è naturalmente tracciata dalla Francia e dall’Inghilterra. Che la Francia e l’Inghilterra si stendano francamente, lealmente la mano, e l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, il Belgio, la Svizzera, la Grecia, la Romelia verranno esse pure, e per così dire, istintivamente, ad aggrupparsi intorno a loro.
»Insomma tutte le nazionalità divise ed oppresse, le razze slave, celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restar fuori di questa rigenerazione politica, alla quale le chiama il genio dei secolo.
»Io so bene che una obbiezione si affaccia naturalmente in opposizione al progetto che precede.
»Che cosa fare di questa innumerevole massa d’uomini impiegati ora nelle armate e nella marina militare?
»La risposta è facile:
»Nel medesimo tempo che sarebbero licenziate queste masse, saremmo sbarazzati delle istituzioni gravose e nocive, e lo spirito dei sovrani non più preoccupato dall’ambizione, dalle conquiste, dalla guerra, dalla distruzione, sarebbe rivolto invece alla creazione di istituzioni utili, e discenderebbe dallo studio delle generalità a quello delle famiglie ed anche degl’individui.
»D’altronde coll’accrescimento dell’industria, con la sicurezza del commercio, la marina mercantile reclamerà dalla marina militare sul momento tutta la parte attiva di essa; e la quantità incalcolabile di lavori creati dalla pace, dall’associazione, dalla sicurezza, ingoierebbe tutta questa popolazione armata, fosse anche il doppio di quello che è oggi.
»La guerra non essendo quasi più possibile, gli eserciti diverrebbero inutili. Ma quello che non sarebbe inutile è di mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose, per mezzo di milizie nazionali, le quali sarebbero pronte a reprimere i disordini e qualunque ambizione tentasse infrangere il patto europeo.
»Desidero ardentemente che le mie parole pervengano a conoscenza di coloro, a cui Dio confidò la santa missione di fare il bene, ed essi lo faranno certamente, preferendo ad una grandezza falsa ed effimera la vera grandezza, quella che ha la sua base nell’amore e nella riconoscenza dei popoli.»
XVII.
Il 21 finalmente il plebiscito[155] era votato, così al di qua che al di là dello Stretto. La formola: «Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile sotto lo scettro di Casa Savoia,» era assai più comprensiva della semplice annessione al Piemonte, ma forse ne esagerarono la portata coloro che videro in esso il vincolo della Monarchia, la garanzia dell’Unità, il pegno di Roma. L’unità d’Italia era già nel fatto dell’unione di ventidue milioni d’italiani; il vincolo della Monarchia stava nella storia d’una Casa, che da vent’anni aveva confuse le sue sorti a quelle dell’intera nazione; il pegno stava nell’evoluzione naturale del risorgimento italiano, e il Cavour stesso, molto prima che il plebiscito fosse bandito, lo dava al Parlamento nelle solenni parole: «Noi vogliamo fare di Roma la splendida capitale del Regno d’Italia.»
Col plebiscito e l’entrata di Vittorio Emanuele nel Regno l’opera di Garibaldi e della rivoluzione nel Mezzogiorno poteva dirsi finita. Pure, nè il Dittatore nè il suo Prodittatore lo credevano: il Pallavicino s’affaticava a profittare di quegli ultimi istanti per riordinare e migliorare l’amministrazione della cosa pubblica, quasi direbbesi, per rassettare la casa che doveva consegnare a’ novelli signori; Garibaldi sentivasi obbligato a qualcosa più che montar la guardia al Volturno; egli lusingavasi davvero di poter dare una mano non invalida a quelli che, non per una blandizia rettorica, egli chiamava «i fratelli del Settentrione;» e non nascondeva ad alcuno la nobile ambizione di combattere sul medesimo campo di battaglia al loro fianco. Quando infatti per la vittoria del Cialdini al Macerone (21 ottobre),[156] Francesco II decise di abbandonare Caiazzo e la destra del Volturno, e serbando la sola Capua di ritirarsi prima verso, poi dietro il Garigliano, Garibaldi, passato il fiume a Formicola, con circa cinquemila[157] uomini, commesso alla divisione Medici di difendere da una eventuale sortita di Capua la sua marcia di fianco, s’incamminò per la strada di Venafro sulle traccie de’ Borbonici. Da Venafro, all’incontro, scendevano le avanguardie dell’esercito settentrionale, e il 26 ottobre a Caianello, poco lungi da Teano, le due schiere s’incontrarono.[158] «Erano le 6 del mattino (scrive Alberto Mario, testimonio all’episodio); Garibaldi e noi del suo seguito eravamo già discesi da cavallo. Garibaldi vestiva l’abito leggendario, e a cagione dell’umidità erasi coperto il capo e le orecchie col fazzoletto di seta annodato sotto il mento. Di lì a poco le musiche intuonando la _Marcia reale_ annunciarono il Re, il quale arrivò sopra un cavallo arabo stornello. Garibaldi andò incontro a lui, ed egli venne verso Garibaldi fra la strada e la stradella. Garibaldi, cavatosi il cappellino, gridò: _Salute al Re d’Italia_, e il Re rispose: — Grazie. — Il Re soggiunse: — Come state, caro Garibaldi? — E Garibaldi fece: — Bene, e Vostra Maestà? — E il Re: — Benone. — Indi stettero a colloquio in presenza nostra un quarto d’ora. Dopo di che si partì per Teano. Il Re a destra, a sinistra Garibaldi, e, dietro, il seguito dell’uno e dell’altro alla rinfusa.[159]»
E fu allora che Garibaldi, sentendo che una battaglia al Garigliano era imminente, chiese al Re l’onore del primo scontro. Ma il Re: «Voi vi battete da lungo tempo: tocca a me adesso; le vostre truppe sono stanche, le mie fresche; ponetevi alla riserva.»
Il bel sogno di Garibaldi di affratellare sullo stesso campo le camicie rosse e i cappotti grigi era ito in dileguo. Reduce la sera stessa da Calvi, disse mestamente alla signora White Mario: «Ci hanno messi alla coda;» e la frase scolpiva un’intera politica. Per metterlo alla coda era stata deliberata la spedizione dello Stato ecclesiastico, e per metterlo alla coda arrischiata l’entrata nel Regno; poteva forse parere crudele che subito, al primo incontro, Vittorio Emanuele glielo rammentasse; ma era logico. Garibaldi aveva vinto troppo: bisognava che la partita di quell’indiscreto donatore di regni fosse chiusa; bisognava dimostrare che si poteva vincere senza di lui, dovesse la vittoria costare a cento doppi più cara;[160] bisognava, e qui intendiamo l’altezza del concetto, che il futuro Re d’Italia potesse presentarsi a’ suoi nuovi popoli, non già nelle umili sembianze d’un sovranello protetto e patteggiato, ma di un vero Re soldato e conquistatore.
XVIII.
Garibaldi aveva finito davvero. Arrivata sul Volturno la divisione del generale Della Rocca e stabilito di serrar Capua con regolare assedio e di espugnarla con bombardamenti, Garibaldi, o perchè gli ripugnasse di cannoneggiare una città italiana, o perchè stimasse la parte sua oramai accessoria e quasi superflua, lascia il comando de’ suoi, ancora campeggianti intorno a Capua, al Generale sardo, e si ritira a Napoli. Di là il 29, quasi segno di commiato, scrive al Re un’affettuosa lettera, nella quale, dopo «rimesso in sua mano il potere sopra dieci milioni d’Italiani bisognosi d’un regime riparatore,» lo assicurava che in quelle contrade avrebbe trovato un popolo civile, amico dell’ordine, quanto desideroso della libertà, pronto ad ogni sacrificio, se richiesto nell’interesse della patria e di un governo nazionale; affermava che l’Isola di Sicilia, malgrado le difficoltà suscitatevi da gente venuta di fuori, ebbe ordini civili e politici pari a quelli dell’Italia superiore, e godeva tranquillità senza esempio. Supplicava infine «mettesse sotto la sua tutela tutti coloro che egli aveva avuti a collaboratori in quella grande opera di affrancamento dell’Italia meridionale, e accogliesse nel regio esercito i suoi commilitoni che bene avevano meritato della patria.[161]»
E così gli ultimi giorni della sua Dittatura si avvicinavano. Il 31 ottobre consegnava solennemente alla Legione ungherese una bandiera ricamata per essa dalle signore napoletane; il 2 novembre Capua segnava la resa; il 4 faceva ai _Mille_ la solenne distribuzione delle medaglie loro decretate dal Comune di Palermo; il 6 passava in rassegna sulla piazza di Caserta il suo stracciato, ma glorioso esercito, dopo aver atteso invano che il Re venisse ad onorare d’un suo sguardo i prodi che da Marsala a Sant’Angelo avevano combattuto in suo nome.[162] Al dì vegnente, 7 novembre, giorno prefisso al solenne ingresso di Vittorio Emanuele in Napoli, lo accompagnava in carrozza, seduto alla sua sinistra, nella consueta sua assisa, dirimpetto i due Prodittatori, sotto una proterva pioggia che sciupava gli archi, dilavava i parati e infracidiva i fiori, ma non poteva intiepidire l’immenso entusiasmo dei Napoletani, ebbri di quel giorno tanto aspettato. E fu l’ultima comparsa pubblica del Dittatore. Gli furono offerti il collare dell’Annunziata, il grado di Maresciallo, altri onori e stipendi: rifiutò ogni cosa. L’8 di novembre consegnò a Vittorio Emanuele, nella gran Sala del trono, il plebiscito delle Due Sicilie; poscia, diretto a’ suoi compagni d’armi un ultimo belligero addio,[163] in sull’alba del 9, tacitamente, clandestinamente, quasi un fuggitivo, seguíto dal Basso, dal Gusmaroli, dal Coltelletti, dal Nuvolari e da qualche altro famigliare, s’imbarcò sul _Washington_ alla volta della sua Caprera.
Le ultime parole da lui dette ai pochi che l’avevano scortato a bordo, furono quelle del suo addio ai Volontari: «A rivederci a Roma.» Quando tutto fu lesto alla partenza, sciolse egli stesso la fune del bastimento, quasi volesse simboleggiare che scioglieva così le ritorte del potere, nel quale era stato fino allora avvinto e ricuperava la sua libertà. L’eroe però non partiva a mani vuote: Basso, il segretario, nascondeva nelle sue valigie alcune centinaia di lire, ed egli stesso aveva fatto imbarcare sul _Washington_, spoglie opime della conquista, un sacco di legumi, un altro di sementi e un rotolo di merluzzo secco!
Il _Giornale Ufficiale di Napoli_ ostentò per tre giorni di ignorare la sua partenza; il Farini nell’annunciare la sua Luogotenenza ai Napoletani si scordò di nominarlo; altrettale cortesia fu suggerita al Re nel suo bando ai Palermitani, talchè fra il Liberatore che trionfa da Marsala al Volturno e il Dittatore che parte povero, oscuro e insalutato da Napoli, resterà dubbio nella storia quale sia il più grande.