X.
Erano scorsi otto giorni.
Ferdinando IV non aveva mai preso tanto a cuore gli affari del suo regno quanto le nozze di Alma con Riccardo che il giorno appresso all’accaduto di quella sera in cui la figliuola del duca di Fagnano innanzi a tutta la Corte aveva confessato i suoi rapporti col cugino, era stato nominato conte di Rovito.
Il Re però aveva fatto venire innanzi a lui il vecchio duca, il quale dopo un colloquio con la figliuola si era mostrato propenso a riconoscere il nipote ed aveva assentito alle nozze che il Re voleva si celebrassero al più presto.
Grande era stato lo stupore in tutti per la cedevolezza del duca, di cui si sapevano le ambizioni e gli occulti maneggi per tenersi in grazia degl’Inglesi, e si sapeva anche come ei vagheggiasse di dar la figliuola in moglie ad un parente di lord Bentinck. Riconoscere così di un tratto per suo nipote un avventuriere in base a un documento che se anche autentico ben poteva essere attaccato di falso, pareva strano assai a quella gente, la quale non aveva tanta stima di lui da credere che ubbidisse alla voce del cuore e del rimorso.
Quale era stato dunque il movente, se bisognava escludere quello dell’onestà, che aveva indotto il padre di Alma ad accettare per genero un giovane che finallora aveva qualificato come un intrigante e se mai, come un bastardo di suo fratello?
Nessuno però sapeva quel che da poco aveva saputo il vecchio furbo: che il riconoscimento di Riccardo come figlio legittimo del vero duca di Fagnano era avvenuto in presenza di tutti gli ufficiali francesi del battaglione che aveva messo stanza nel castello; quindi la loro testimonianza avrebbe conferito maggior valore all’atto matrimoniale ed alla fede di battesimo da Alma consegnati al conte di Ferrantino, notaio della Corona; inoltre, ciò che ancora era da tutti ignorato, pochi giorni innanzi il Re Murat aveva promulgato un decreto d’amnistia per tutti gli emigrati napolitani, anche se avessero combattuto contro i Francesi, anche se avessero fatto parte delle bande brigantesche; e dava facoltà ad essi di tornare in patria ove avrebbero riavuti i beni confiscati appena dimostrati i loro diritti e a patto che facessero adesione al nuovo governo.
Ora il vecchio furbo che aveva visto venir meno tutti i suoi disegni e deluse tutte le sue ambizioni; che vedeva in pericolo l’ufficio affidatogli e le magre risorse che gliene venivano; il vecchio furbo che pensava con una stretta al cuore al suo castello divenuto una caserma, ai suoi boschi, alle sue terre, a tutte quelle sterminate ricchezze che facevano dei duchi di Fagnano i più cospicui signori del Regno, sentiva prepotente la nostalgia dei luoghi in cui era nato, in cui era vissuto nei piaceri.
Il matrimonio di sua figlia con suo nipote appianava tutti gli ostacoli, evitava una lite che avrebbe di certo perduto, gli ridava per dir così la legittimità del possesso; ed ecco che quel fortunato incidente si risolveva a suo vantaggio pur salvando la Regina da uno scandalo.
Nè l’eroica abnegazione della figlia nel dirsi rea di un fallo che macchiava indelebilmente l’onore del nome l’aveva punto turbato. Essa aveva salvato l’apparenza, ma non la sostanza; aveva impedito che il perfido tranello teso alla Regina avesse i rovinosi effetti che se ne ripromettevano i nemici di lei, ma nessuno, proprio nessuno aveva creduto alla nobile e generosa menzogna della fanciulla, sicchè non solo l’onore era salvo, ma l’eroismo della figliuola tornava a lode, ad alta lode del suo nome!
D’altra parte lord Bentinck, deluso e scornato, aveva smesso il proposito di perseguitar Riccardo. Tornava alla politica inglese il non metter troppo in mostra le sue violenze. Se il tranello fosse riuscito e Riccardo fosse stato riconosciuto per un volgare avventuriero di quelli che la Regina aveva assoldato, l’arrestarlo e quindi il condannarlo non avrebbe sorpreso; ma si era rivelato per uno dei primi signori del Regno, ma il Re lo aveva nominato conte di Rovito, ma le sue nozze avrebbero dovuto riparare all’onore di una delle più cospicue fanciulle: bene odioso dunque sarebbe riuscito l’intentargli un processo pel quale mancavano anche i testimoni d’accusa, chè a ver dire nessuno avrebbe potuto giurare che il calabrese uccisore in rissa, di due soldati inglesi, che colui il quale era accorso in difesa dei suoi compaesani rifugiatisi nel bosco di S. Andrea fosse proprio lui, Riccardo.
Del resto, l’odio di lord Bentinck per la Regina era in parte soddisfatto: quantunque il tranello fosse stato sventato la Regina non aveva perduto l’amante? Non era questo il dolore di lei, che era stato di conforto al ministro inglese? Non l’aveva vista smarrita, anelante, quasi furente per la generosa menzogna della figlia del duca di Fagnano? Inoltre, l’intento che si proponeva era raggiunto. Il giorno appresso era corsa una voce che le spie al servizio del ministro inglese avevano confermato: tra pochi giorni la Regina sarebbe partita per Vienna!
Verso il pomeriggio del giorno indetto per le nozze che il Re aveva voluto si celebrassero nella villa reale, in un appartamentino a pianterreno Riccardo e il vecchio duca di Fagnano discorrevano da buoni amici. Era stato il duca che il giorno appresso al riconoscimento aveva voluto che il giovane lo seguisse a Palermo, donde eran tornati insieme quella mattina.
— Dunque, siamo d’accordo — diceva il vecchio. — Non si parli più del passato; tuo padre, requie all’anima sua, ebbe i suoi torti io ebbi i miei. Certo se avessi saputo che mio nipote, il figlio di mio fratello languiva nella miseria...
— Non si parli del passato! — interruppe Riccardo con un malinconico sorriso.
— È vero, è vero. Del resto, tutto per il meglio, caro conte. Intanto sai la nuova? La Regina partirà domani per Vienna. Sarebbe partita prima, ma vuole assistere alle nozze. Quella lì è furba, quella lì! Non vuol far credere che le riescano dolorose.
E rise nel dir ciò guardando maliziosamente il giovane che rimase impassibile.
— Questa partenza viene a proposito, altrimenti Alma non avrebbe potuto lasciare il servizio senza esser detta ingrata... Ma tu sei triste, tu sei preoccupato!... Capisco, capisco... Non si sta tanti anni a Corte senza divenire esperto del cuore umano. Pure se vuoi confidarmi le tue pene, troverai in me un buon consigliere.
— Non ho nulla da confidarvi — rispose il giovane con un sospiro. — Comprenderete però quanto sia incerto l’animo mio...
— Comprendo, comprendo! Il colpo di testa di Alma... perchè fu un vero colpo di testa... dovette sbalordirti come sbalordì me, come sbalordì tutti, quantunque nessuno ci abbia creduto; nessuno, neanche il Re che ha commissionato l’abito, il velo nuziale, con la più candida corona che mai abbia cinto fronte di fanciulla. E lo so io perchè è lieto il Re, perchè ostenta tanta premura! Povero vecchio, non gli parve vero, anzi non gli par vero, tanto più che è giunto anche a liberarsi dalla moglie che partirà dimani, di esserne uscito senza molti fastidi, e che sia finito come finiscono tutte le commedie: con un matrimonio, ciò che pareva dovesse finire come una tragedia!
Il giovane taceva pensoso scrollando il capo talvolta, per rispondere al certo ad un suo pensiero non lieto!
Invero, delle tante avventure della sua vita, quella che verosimilmente sarebbe stata l’ultima, era la più grave, la più triste, pur avendo per una strana e perfida ironia del destino l’apparenza di un fausto evento.
Il Re non solo aveva riconosciuto i suoi diritti come duca di Fagnano, ma gli aveva conferito un altro titolo per toglierlo di imbarazzo innanzi a suo zio; non solo egli non aveva nulla da temere dagl’Inglesi che a lui e alla Regina avevan teso un tranello rovinoso, ma con la sua menzogna Alma aveva reso inevitabile un matrimonio che fino a pochi giorni innanzi pareva financo assurdo il sognarlo.
Da quella sera fatale suo zio l’aveva voluto con sè a Palermo ove lo avea presentato alla più alta nobiltà di Napoli e di Sicilia. In quelli otto giorni che aveva vissuto come in un vaneggiamento, avrebbe giurato che lui fosse un altro uomo; così diverso era il mondo nel quale viveva, così strani eran per lui quelli avvenimenti; e vedendosi in abito signorile che, costretto da suo zio, aveva vestito, in mezzo a gente nuova che lo trattava da pari a pari, sentendosi dare un titolo al quale non era usato, era tale la stupefazione che doveva guardarsi nello specchio per chiedere se fosse lui, proprio lui, il conte di Rovito, il fidanzato di Alma, e se fosse vero, se fosse vero che fra otto giorni, nella villa reale, innanzi al Re, innanzi alla Corte, al piè di un altare Alma gli avrebbe dato la mano di sposa!
Sposo di Alma, lui! E la Regina, la Regina della quale rivedeva l’immagina sconvolta dal dolore, dallo strazio, e di cui gli pareva d’udire i sordi gemiti; la Regina, vinta, umiliata, delusa anche in quell’ultimo affetto del suo cuore di donna; la Regina, mal sopportata dal marito, in odio ai figli, maledetta dalle tante vittime, e cui solo per atroce ironia restava un titolo regale, una parvenza di sovranità, la Regina si sarebbe rassegnata a vedersi anche da lui abbandonata, si sarebbe rassegnata a vederlo e a saperlo felice nella gioia di un amore che era stato l’unico e vero amore della sua vita?
E Alma, Alma, quantunque l’amasse, avrebbe, lei così fiera, lei così leale, accettato con tutte le conseguenze quelle nozze a cui era costretta dalla sua generosa menzogna? Avrebbe aperto le braccia all’amante della Regina, la quale in quella menzogna avrebbe visto non un’eroica abnegazione, ma un calcolo perfidamente ipocrita?
Eran questi i pensieri che volgeva nell’anima e che si confondevano in un torbido vaneggiamento, nel quale egli, per dir così, non sentiva più se stesso. Uomo di azione, solo in presenza del nemico, nell’imminenza del pericolo ritrovava la sua energia, ridiveniva l’audace capobanda; ma in tali contrasti d’affetti e di sentimenti, si smarriva, sentendosi come in un ginepraio dal quale non sapeva come liberarsi.
E perciò mentre il duca, sicuro di essere ascoltato, discorreva lasciandosi trasportare dal suo lieto umore, lieto perchè già vagheggiava un disegno che gli avrebbe ridato definitivamente la pace e il benessere, il giovane si teneva silenzioso, tutto immerso nel tristi pensieri che gli riddavano pel capo.
— Io sono stanco — continuava a dire il duca che gli era seduto vicino — stanco di questa vita così incerta, così faticosa, ed anche così poco onorevole. I veri padroni qui son gl’Inglesi. Ora stranieri per stranieri, padroni per padroni, valgono un pò più i Francesi. Non dico bene? E perciò ho pensato di avvalermi dell’amnistia e di ritrarmi con voialtri in Calabria.
Il giovane fece un gesto che parer poteva di consenso.
— Non per me oramai che son vecchio, nè per te che devi esser anche disilluso della vita vissuta finora, ma... ma per coloro che verranno bisogna riordinare un pò l’azienda di casa nostra. Chi sa che rovina, chi sa che disastro in quelle nostre terre, in quei nostri boschi, in quel nostro povero castello! Ma in breve, vedrai, riparerò a tutto, farò tornare tutto in ordine... Bisogna dire che i Francesi sono onesti, che re Gioacchino è un gran Sovrano! Ah, se si tornasse a nascere!
— È certo dunque che la Regina va via? — chiese Riccardo come ridestato di un tratto.
— E che farebbe più qui? — rispose il duca con una scrollata di spalle. — Va via, sicuro. Se la povera Sicilia come la Calabria non fu tutta in fiamme, non fu certo per merito suo. Gli è che qui non poteva riuscire il piano infernale perchè noi abbiamo fatto senno dopo tanti e tanti disinganni, e tante sventure. La sai la canzone? _Carulì, è fernuto quell’anno — Ch’era ognuno gabbato da te — Mo se sape, sì piena d’inganni_...
— Povera donna! — mormorò il giovane.
— Sì, povera donna! — bofonchiò il duca. — Ma sai tu quel che ha tentato di fare, lo sai? Suo figlio, il Vicario generale, l’ha scampata per puro miracolo e i medici furono tutti di accordo nel ritenerlo avvelenato. Da chi? Dalla madre, comprendi? dalla madre! Sai tu che lord Bentinck ha le prove che ella era affiliata a quell’Arciconfraternita di San Paolo che mandava i suoi adepti da un capo all’altro della Sicilia con l’ordine di uccidere di incendiare, e sai tu chi designava le vittime al coltello degli assassini, lo sai tu? La Regina!
— Povera donna! — ripetè Riccardo che pareva non avesse inteso le parole del duca.
— Ah! — fece il duca offeso — se continui a compassionarla così, mi costringi ad esclamare: Povera figlia mia!
Tali parole fecero sussultare Riccardo; furono il vento che fuga la nebbia, il grido della scolta che sveglia il soldato. Si drizzò in tutta la bella e maschia persona.
— Alma — gridò — Alma! Ma un Dio ebbe mai adoratore più fervido, un cuore più devoto, un’anima più disposta a morire per ottenerne un sorriso? Voi dunque non sapete, non sapete che dal fango in cui vissi finchè la Provvidenza non mi trasse in su, io, come il navigante perduto nell’Oceano si affissa nella luce di una stella, mi affissai in lei che avrebbe sdegnato financo di calcarmi col suo piede? Ella lo sa, lo sa che di lei ho vissuto anche mentre travolto da una fatalità legai il mio destino a quello di una misera figlia di monarchi, sovrana anche lei, le cui sventure, le cui angosce han cancellato le colpe, han purificato l’anima, l’han fatta degna di pietà e di rispetto!
Il duca non sapeva qual contegno tenere. Nelle violente parole del giovane intravedeva un fiero biasimo per sè e per tutti coloro che non avendo più nulla a temere dalla Regina, la vilipendevano. Pure non seppe trattenersi dal dire:
— Nei tuoi panni io... non mostrerei tanto interesse. Si sa, si sa che... Si sa tutto, insomma. Ammirerei la tua costanza se non fossi il padre di colei che fra poche ore sarà tua moglie!
— Io non l’abbandonerò — rispose lui con risoluto accento — io che forse se l’avessi vista sul trono innanzi a voi tutti in ginocchio mi sarei tenuto in disparte. Non l’abbandonerò finchè ella stessa non mi manderà via. Vostra figlia è troppo una nobile ed eletta creatura per non comprendere che il dovere, intendete? il solo dovere mi impone di non imitare i suoi cortigiani di un tempo. Come ella ha sacrificato il suo onore di fanciulla, come ella per stornare poi il pericolo che sovrastava alla Sovrana osò con una eroica menzogna rendere necessario un matrimonio al quale il mio e il suo cuore anelavano, ma che la fatalità aveva reso impossibile, così io debbo fare al dovere olocausto del mio cuore. Io non varcherò la soglia della camera nuziale: farei oltraggio a me stesso...
— Come? — gridò sbalordito il duca. — Ho compreso bene quel che hai detto?
— Sì: la vostra meraviglia, il vostro sdegno attestano che l’avete ben compreso, quantunque vi sembri strano e forsanco... forsanco...
— Cose da pazzi, cose da pazzi! — proruppe il duca — Mia figlia dunque non avrebbe voluto tali nozze che la sua menzogna ha reso necessarie? Ma che pasticcio è questo? Moglie senza marito, marito senza moglie, nozze senza... E tutto ciò per quella donna che ha portato il lutto, il disordine ovunque ha esercitato la sua infausta influenza!... E mia figlia, mia figlia...
— Vostra figlia è un angelo, vostra figlia è la più nobile e più eletta creatura... Voi, duca, non potete intenderne tutta l’angelica e insieme fiera natura. Io andrò ramingo, io dovrò forse a lungo lottare col mio destino, io forse morrò, ma l’ultimo mio sospiro sarà per quella santa creatura, al cui nome adorato raccomanderò l’anima mia.
— Io non ci capisco nulla, non ci capisco nulla! — borbottò il vecchio.
— Voi tornerete in Calabria — continuò il giovane. — I Francesi saranno ben lieti di accogliervi; il Re Gioacchino ama di rinconciliarsi con l’antica nobiltà napolitana. Io, anche se il dovere non mel vietasse, non verrei. Troppo il mio nome di guerra echeggiò per quei boschi, troppi Francesi caddero per mia mano: solo il tempo potrà attenuare la memoria delle mie imprese. Voi sarete umano con la povera gente che ha tanto sofferto, e che delle nostre passioni, delle nostre ambizioni ha sopportato tutte le orribili conseguenze. Un’altra cosa voglio da voi: che sulla tomba di famiglia ove fu seppellito il povero padre mio facciate elevare un ricordo marmoreo, in vostro nome, zio, in vostro nome!
Il duca apparve visibilmente turbato; il giovane non mostrò accorgersene e proseguì:
— Vi è un vecchio laggiù, spero non sia morto, Carmine, un brav’uomo che mi raccolse, che divise con me il suo scarso pane e che... è legato a me da tanti vincoli. Egli conobbe la madre mia e ne raccolse l’estremo sospiro; egli confortò l’agonia di mio padre. Se lo troverete ancor vivo, gli darete alloggio nel castello, non già come servo, no, come amico, intendete? come amico.
Quantunque dolce e quasi dimesso fosse l’accento del giovane, pure non pareva che volgesse una preghiera, ma che desse degli ordini. Era una dolcezza autorevole e recisa la sua, tanto che il vecchio ne subiva l’influenza.
— Sta bene — rispose — farò quel che vuoi.
— Non quel che voglio, quel che dobbiamo. Inoltre, vi ricordate, è vero? di una certa Geltrude, una vecchia mugnaia? Anche lei fu buona e pietosa con me. Lasciatele finchè campa il godimento del molino. È il meno che si possa fare per lei.
Il vecchio non pareva punto soddisfatto, ma non osava protestare. Capiva che il nepote gl’imponeva quella espiazione alle sue colpe: nobile espiazione che lo costringeva a soccorrere coloro che aveva perseguitato. Ciò riusciva ostico assai alla sua altezzosità, ma si ricordò in buon punto che non aveva il diritto di ribellarsi più, onde piegò il capo assentendo.
— E poi ci è un altro, un altro, che al certo vorrà godere dell’amnistia.
— Un altro?
— Sì, che mi salvò la vita più volte, che più volte rischiò la sua per me; un vecchio, che conservò per trent’anni l’atto matrimoniale che fa fede essere io nato da legittime nozze; un vecchio che mi amò più che figlio, al quale unicamente debbo oltre la vita, il mio stato attuale... Pietro il Toro.
— Quel brigante? — esclamò il duca che si conteneva a stenti.
— Sì — rispose il giovane il cui sguardo fiammeggiò di sdegno, pur continuando con accento dolce e tranquillo — sì, quel brigante, più leale più onesto, più fedele del più cospicuo signore di Napoli e di Palermo; un galantuomo a petto del quale molti duchi, conti, marchesi, son dei farabutti. Se egli dunque tornerà nel nostro paesello, voglio, intendete? voglio che lo si metta a capo dei nostri guardiani, che si alloggi nel castello, lo si provveda di cibo, di vesti, di fuoco, lo si tenga in conto di un amico, non di un servo. Mi avete ben compreso, mio caro zio?
— Sì, sì, ho compreso — rispose il duca stizzito.
Gli è che tentava ma invano di ribellarsi contro il fascino che esercitava su lui il nipote. Capiva che quel giovane aveva qualcosa in sè di autorevole, d’imperioso, da soggiogare la volontà di lui come già l’aveva soggiogata. E cosa strana, in quella natura egoistica, quasi cinica, sentiva di volergli bene, come non ne aveva mai voluto a nessuno, fuor che alla figliuola: era la così detta voce del sangue, quella, o era il rimorso che si manifestava in tenerezza per la vittima della sua ambizione?
Ma Riccardo si era di nuovo immerso nei suoi pensieri.
Intanto si avanzava la notte, e già per la villa si notava un insolito movimento. Delle carrozze erano giunte da Palermo e gli appartamenti eran pieni di signori e di dame attratti dal caso strano. La maggiore curiosità era destata dallo sposo, intorno al quale correva una leggenda che lo rendeva interessantissimo. Il Re aveva ordinato che nulla si risparmiasse perchè le nozze riuscissero sontuose. Un ricco corredo messo insieme in fretta e in furia era venuto da Palermo: una vecchia dama di palazzo, la marchesa di Gioncada, era stata pregata dal Re di far da madrina alla sposa per la quale aveva fatto addobbare un appartamento in un angolo finallora disabitato dell’ampia villa.
O volesse divertire la sua solitudine e rompere la monotonia della sua vita quotidiana, o volesse far prendere sul serio la confessione della giovanetta, o volesse incrudelire con la moglie, ben comprendendo quanto dolorose dovessero riuscirle quelle nozze che legavano indissolubilmente a un’altra donna il di lei amante, l’interessamento del Re era davvero insolito. Però la vera ragione non era sfuggita alla duchessa di Floridia che aveva ottenuto un invito per le nozze, e che verso l’imbrunire per una porticina segreta era penetrata nell’appartamento del Re.
— È stata un’imprudenza, cara duchessa — le disse il Re seccato, temendo che la presenza dell’amante potesse suscitare qualche spiacevole incidente. — In verità, speravo che non avreste tenuto conto alcuno dell’invito...
— Un invito di Vostra Maestà è un ordine per me — rispose lei con aria sorniona.
— Capisco, ma avrei preferito che disubbidiste questa volta, e ve ne sarei stato gratissimo, credetelo.
— Ma allora... perchè mi avete fatto comprendere nella lista degl’invitati?
— Dio mio... perchè avendo invitato tutta lo nobiltà palermitana, non volevo eccettuar voi... Vi conosco assai bene: non me l’avreste perdonato... ma mi lusingavo che...
— Che io fossi stata così debole, così vile da non osar affrontare la presenza di vostra moglie?
— No, ma così generosa, così curante di me, così preveggente da evitarmi un impiccio, una preoccupazione. Infine quella lì fra due o tre giorni andrà via...
— In un modo o in un altro abbiamo raggiunto il nostro intento. Solo di quella povera ragazza mi dispiace... Legarsi per tutta la vita ad un uomo che non si sottrarrà mai, mai, agli artigli di...
— Io voglio, duchessa, voglio che non parliate così! Non posso permettere nessuna oltraggiosa allusione a chi Dio fece salire sul trono dei miei padri!
In ciò dire il Re aveva un aspetto severo che impose alla duchessa, la quale chinò il capo tra stizzita e confusa.
Ma erano rapidi in Ferdinando IV i risvegli alla dignità regale e presto dileguavano. Temendo il corruccio della duchessa, la prese pel mento e l’obbligò a sollevare la bella testa.
Gli occhi di lei erano bagnati di lagrime, vere o false.
— Ma insomma, è destino, è destino che ovunque mi volgo debbo vedere delle facce tristi? Andiamo, via! Del resto non è poi tanto da compiangere quella povera ragazza che riceveva l’amante fin negli appartamenti regali...
— Voi non lo credete, voi non lo credete punto. Quella poveretta si è sacrificata — gridò la duchessa che, sicura del suo ascendente sull’animo del Re, voleva punirlo del severo rimprovero che le aveva mosso.
— Piccina mia — disse il Re impazientito — va, va nella sala con gli altri invitati. E mi raccomando, anche se devi sopportare qualche... qualche sgarberia. Pensa che fra due o tre giorni tu sarai l’assoluta signora e padrona di qui. Hai capito?
Ella, tutt’ora in collera, si era alzata.
— Poichè Vostra Maestà mi manda via... — disse con voce di bimba piagnucolosa.
— No, no, ma no, non ti mando via; ma io ora debbo attendere alla mia toeletta... ho già fatto avvisare il cameriere.
— Vostra Maestà mi manda via ed io vado via!
Ed uscì, lasciando il Re stizzito, afflitto, ed un tantino anche seccato.
— Si equivalgono, si equivalgono; non pensano che a se stesse e sono ben liete di tormentarci! È una perfidia congenita la loro, anche nelle più buone!
Questo mormorava il vecchio Re mentre si affidava al cameriere che doveva curarne la toletta.
Alma da quella sera fatale aveva vissuto come incosciente di ciò che accadeva d’intorno a lei: affissata in se stessa del tutto estranea alle disposizioni che il Re aveva dato per affrettare il matrimonio, le avevano assegnato un appartamentino in fondo alla villa, lontano e separato da quello che abitava la Regina. La vecchia marchesa di Gioncada, pregata dal Re aveva assentito non solo a far da madrina alla sposa, ma anche a restar con lei finchè non si fosse celebrato il matrimonio.
Alma si chiedeva talvolta se quello fosse un sogno. Nel generoso impulso non aveva riflettuto alle conseguenze del suo sacrificio, onde era rimasta presa nell’ingranaggio. Comprendeva confusamente che coloro i quali avevano teso il tranello sventato da lei, si vendicavano del suo intervento facendogliene subire gli effetti, e forse avevano influito sull’animo del Re che dalla sua consueta apatia era uscito per occuparsi di quelle nozze come se fossero un affare di grande importanza.
Ella dunque sarebbe stata fra poco la sposa di Riccardo! Nella camera attigua a quella da lei abitata, la mattina del giorno destinato alle nozze aveva visto un affaccendarsi di camerieri e di valletti che agli ordini della marchesa di Gioncada disponevano arazzi e mobili e tappezzerie. Sarebbe stata quella la camera nuziale, chè il Re voleva esser l’ospite della giovane coppia. Ella nel suo intontimento intese come un brivido nel vedere in fondo, fra le tende di seta azzurra, elevarsi il talamo sormontato da un ricco baldacchino. Non le pareva vero, non le pareva vero! Pure non protestava, chè non sapeva come sottrarsi alla fatalità incombente. Aveva visto deporre nella sua stanza le vesti nuziali, col velo e la corona, ma era giunta quasi a credere che fossero per un’altra, tanto le pareva impossibile che proprio lei, fosse la sposa!
E pure talvolta era tutta una esultanza la sua, e le si dispiegava dinnanzi agli occhi un miraggio soffuso di una luce soavissima. Non amava ella quel giovane? Non aveva inteso per lui qualcosa d’ineffabile che non osava credere amore quando egli non era che un povero avventuriero venuto su pel suo coraggio dagli strati più umili della vita sociale? Non si era intesa punta da un sentimento che ben riconosceva adesso per gelosia, allorchè comprese quali fossero i rapporti fra quel giovane e la Regina?
Ella dunque l’amava, da gran tempo l’aveva amato, ed ora che lo sapeva suo cugino e per di più vittima delle male arti del padre, quanto più degno dell’amore suo non era quel giovane?
Le loro nozze avrebbero riparato a tutte le conseguenze dannose di quel riconoscimento. Sarebbero tornati insieme in quel vecchio castello, nei boschi secolari, tra la buona gente del paesello e avrebbero a poco a poco scordati i dolori e le traversie. I loro sogni s’erano incontrati ed erano divenuti una realtà: che importava se il caso aveva presieduto alle loro nozze, se la fatalità facendo macchinare l’indegno tranello ai nemici della Regina, aveva fatto sì che ella con una subita risoluzione salvasse l’onore della Sovrana e rendesse indispensabili quelle nozze? Di quel mezzo la Provvidenza si era servita per il suo altissimo fine, per congiungere i loro cuori, per riconciliare zio e nipote, per far risorgere una famiglia tra le più cospicue! Ella dunque poteva abbandonarsi all’esultanza ed affissar tranquilla e fidente la nuova vita che le si dispiegava dinanzi come un bel sogno d’oro e d’azzurro!
Ma il miraggio dileguava repente e ad esso subentrava una ben terribile visione: lui fra le braccia di un’altra donna, lui stretto da vincoli che nè la pietà, nè il dovere, nè la dignità di uomo gli avrebbero permesso d’infrangere, ad una donna da tutti abbandonata, in odio a tutti, che da una eccelsa altezza era precipitata nell’abisso di ogni miseria!
Alma sentiva che il suo orgoglio di donna si ribellava: lui non le aveva voluto quelle nozze: lui le subiva perchè salvavano la sua amante: lui quella sera non aveva osato smentirla perchè avrebbe dovuto confessare i suoi rapporti con la Regina!
Nel varcar la soglia della camera nuziale l’anima di lui non si sarebbe volta all’amante che sotto l’istesso tetto, sola, gemente, rosa dalla gelosia, straziata dal dolore, avrebbe maledetto l’istante in cui, dimentica della regale dignità, gli aveva aperto le braccia?
. . . . . . .
I convitati si tenevano in piedi presso alla sedia che era loro assegnata, volgendo gli occhi impazienti alla gran porta del salone donde venir doveva il corteo degli sposi. La presenza della coppia regale teneva in rispettoso silenzio la folla, solo lord Bentinck che avrebbe dovuto sedere alla destra del Re, dopo aver profondamente inchinato la Regina gli si rivolse per dirgli:
— La Maestà Vostra sa del decreto di amnistia, promulgato dal Murat?
— Sì — rispose il Re — e ne son lieto, milord. Anzi credo sia buona politica incoraggiare molti dei signori che mi han seguito in Sicilia e che... son costretti per vivere ad attingere a piene mani nella mia cassetta privata, a tornarsene nei loro feudi, ove forse potrebbero rendermi più utili servigi.
— Ma debbono riconoscere il nuovo governo e giurare di osservarne le leggi.
— Giurare, giurare! — borbottò il Re. — Il giuramento prestato ai felloni, agli usurpatori, non ha valore alcuno!
Intanto lord Bentinck guardava la Regina per scrutarne l’espressione del viso. Profondo osservatore, non gli era sfuggito nulla di ciò che ella aveva in cuore. Il tranello non era riuscito, ma gli effetti erano stati disastrosi per la sua nemica, che era costretta ad andar via. Una battaglia perduta aveva fruttato ben più d’una battaglia vinta. La Regina, però era giunta ad imporsi un contegno calmo e fiero insieme, e all’inchino dell’Inglese aveva risposto con un sorriso.
— Ho pestato io il suo cuore in un mortaio! — mormorò l’Inglese che si teneva impassibile al suo posto.
— Eccoli, eccoli! — si susurrò dalla folla che aveva visto farsi innanzi il corteo nuziale.
Alma si appoggiava al braccio del padre. Al vederla un mormorio di ammirazione corse per gli astanti. La soave leggiadria della giovinetta era di quelle che accarezzano lo sguardo come un blando raggio di stella. Non aveva punto l’incedere timido e incerto delle giovani spose, quasi convinta che a tutti fosse noto che quelle nozze fossero la continuazione della sua generosa menzogna. Pure, allorchè vide l’altare sfavillante di lumi con monsignor Caccano, cappellano di Corte, in abiti vescovili, che doveva benedire gli sposi, impallidì, e il padre intese che il braccio tremava sul suo, mentre la giovinetta si arrestava quasi sgomenta.
Dietro a lei veniva Riccardo, che aveva vestito la divisa di colonnello degli usseri, cui gli dava diritto il brevetto firmato dal Re e che gli era stato dato dal duca nel giorno precedente alla difesa del castello di Fagnano. Era stato lo zio a volere che indossasse quell’uniforme: aveva voluto fargli una tale sorpresa facendo cucire a Palermo l’uniforme, e l’obbligò a vestirla proprio pochi istanti prima che scoccasse l’ora delle nozze.
— È il tuo diritto — gli aveva detto. — Con quali abiti vorresti comparire a Corte? Eppoi è un grado che hai ben guadagnato! Ne vedrai tanti in divisa di generali che han visto solo il fuoco del caminetto!
Egli si persuase. Perchè nascondersi? Non aveva il corpo crivellato di ferite? Non aveva esposto la sua vita quasi ogni giorno e per lunghi anni nelle zuffe sanguinose contro i Francesi e in difesa di quel Re e di quella Regina innanzi ai quali sarebbe comparso?
— Bellissimo, bellissimo! — si mormorava vedendolo passare dando il braccio alla vecchia marchesa di Gioncada. — Ma chi gli ha conferito il grado di colonnello?
— Questo sì che è un soldato! Che aria fiera e risoluta!
— È tutto un romanzo la sua vita!
— Un romanzo di armi e di amori!
Le signore guardavano ammirate. La giovinezza, la beltà, il nome, le avventure che si narravano confusamente, con quanto vi aggiungeva la fantasia; la passione della Regina per lui, quel che si susurrava dell’amore di Alma, che con un’ardita menzogna era giunta a sottrarlo alla rivale, conferivano maggior fascino alla sua bellezza maschia e fiera.
La Regina lo fissava, forzandosi di dissimulare l’emozione, superba di lui che vedeva ammirato, ma insieme col cuore stretto da una ineffabile trepidanza.
Il contegno del giovane non era nè spavaldo nè dimesso: solo quando giunse innanzi a lord Bentinck che aveva sul labbro un sorriso sarcastico, lo fissò; ma l’Inglese sì mantenne impassibile.
— Colonnello, colonnello degli usseri! — mormorò sorpreso Ferdinando IV.
Il vecchio duca di Fagnano che l’udì, s’inchinò al Re e rispose:
— Sì, Sire, nominato da Vostra Maestà con uno dei brevetti firmati in bianco che mi diede per premiare i più meritevoli. Allora non sapevo che uno dei più, se non il più meritevole, fosse mio nipote, al cui valore dobbiamo se i sacri giorni di Sua Maestà la Regina e la sua libertà furono salvi.
— Ah, ora intendo, ora intendo! — fece il Re — scrollando il capo.
Intanto Riccardo si era avvicinato all’altare. Alma nel vederlo trasalì lievemente: i loro sguardi s’incontrarono; essi intesero tutto il dolore delle loro anime, tutto il terribile contrasto dei loro cuori. Quelle nozze che avrebbero compendiato la felicità della loro vita, quelle nozze alle quali le loro anime anelavano; che erano per lui l’inaudita, l’immensa fortuna, la quale prima di quel giorno sarebbe parsa un sogno nel sogno; che erano per lui un cielo poc’anzi nero di nubi e che di un tratto aveva visto scintillante di stelle; quelle nozze, per un’ironia atroce del destino, erano per entrambi un abisso profondo!
La cerimonia incominciò nel silenzio solenne degli astanti.
— Sì! — rispose lui alla domanda del sacerdote.
— Sì! — rispose lei.
Gli anelli furono scambiati. Il sacerdote mormorò alcune parole e poi li benedisse.
Gli sposi si alzarono.
— Figli, figli miei! — disse il vecchio duca stringendo in un amplesso la figlia e il nipote.
Ella era livida: pur sorrideva, ma era una piega di dolore quella delle sue labbra. Lo sguardo immoto, senza luce, era di chi abbia l’anima altrove.
Lui si teneva immobile, scuro in viso, come perduto in un sogno. Nel darsi la mano, secondo il rituale, egli aveva inteso gelida la mano di lei nella sua pur anco gelida.
La Regina guardava con la torbida anima negli occhi: nulla le era sfuggito del cuore di entrambi. Quando ne udì il «sì» che assentiva alle nozze, un’ondata di sangue le annebbiò il cervello. Ma era giunta a dominarsi, era giunta a tenersi calma ed in vista sorridente.
Anch’ella si sentiva scrutata dallo sguardo sarcastico e trionfante di lord Bentinck, che assaporava la sua vendetta.
Il Re si fece innanzi agli sposi che s’inchinarono profondamente.
— Voi avete ben servito me e Sua Maestà la Regina: noi non scorderemo mai i vostri servigi. Questo gioiello vi ricordi, contessa, che la nostra benevolenza non vi verrà mai meno.
Ciò dicendo porse una busta alla giovinetta volgendole uno sguardo che ne sottolineava le parole.
Alma prese la busta e non rispose.
Il Re si fece da parte: Carolina d’Austria si avanzò e con voce ferma, quantunque le labbra le tremassero per la commozione:
— Porterò meco scolpito nel mio cuore quel che vi debbo — disse, evitando di guardare Riccardo, il quale era così chiuso nei suoi pensieri che parve non si fosse accorto che anche a lui la Regina aveva rivolto la parola.
Alcune dame si erano fatte intorno alla sposa per complimentarla; il Re discorreva con lord Bentinck; la Regina con una rapida occhiata volta in giro vide la gente distratta da lei, onde con atto furtivo si accostò a Riccardo e gli disse rapidamente a mezza voce:
— Stanotte ti aspetto...
Egli trasalì. Poi si rivolse e quasi bruscamente come se non alla Regina, ma rispondesse a un suo pensiero:
— Non dubitate — disse — Verrò!
— A cena, signori — fece il Re volgendosi agli astanti, e in ciò dire offerse il braccio ad Alma.
Era un grande onore che il Re concedeva alla sposa, la quale non parve punto imbarazzata. Riccardo avrebbe dovuto offrire il suo alla Regina, ma egli se ne stava immobile, come del tutto estraneo a quel che avveniva. Il vecchio duca di Fagnano gli passò vicino e senza aver l’aria di parlargli mormorò:
— Su, presto, offri il braccio alla Regina, che diavolo!
E passò oltre. Il giovane a queste parole tornò in sè, si avanzò verso la Sovrana e offrendole il braccio le disse con un amaro sorriso:
— Perdono, Maestà: gli è che son del tutto nuovo a certi usi...
Dietro al Re e alla Regina venivano a coppie le signore e i signori invitati, che potevano finalmente sciogliere la lingua ai commenti:
— Un matrimonio assai strano! — diceva la giovane e bella baronessa di Feroleto al suo cavaliere. — Lei aveva una cert’aria indefinibile... Mi è parso di assistere ad una monacazione più che ad uno sponsale!
— Lui pare smemorato! Certo un gran mistero vi è sotto!...
Mancava un’ora alla mezzanotte e la cena era in sul finire. Durante quel tempo Riccardo aveva scambiato poche parole con coloro a cui era stato presentato. Aveva evitato che i suoi sguardi s’incontrassero in quelli di Alma e in quelli della Regina. Il suo pensiero era andato lontano lontano, ai primi anni della giovinezza, agli strani casi della sua vita di avventuriere, ben comprendendo che da quella sera un’altra ne incominciava per lui, forse più triste, più dolorosa della prima.
Eppure sentiva che la felicità era a pochi passi da lui, ne vedeva l’immagine luminosa, ne vedeva il miraggio fascinatore, ma per una atroce ironia del destino egli doveva volgere per un’altra via che gli additava il dovere: egli doveva distaccarsi da quella giovinetta che era stata la religione di tutta la sua vita.
Se ne doveva distaccare, doveva fuggirla ora che era sua, ora che Dio gliel’aveva data! Quell’ora suprema in cui due cuori, dopo avere a lungo sofferto si fondono nel bacio che incatena per l’eternità due esistenze, esser doveva per lui l’ora della separazione angosciosa! Non solo la fierezza di lei lo respingeva, ma anche la sua dignità di uomo si opponeva che egli usasse dei suoi diritti.
Quelle nozze erano una violenza, erano una menzogna, come la menzogna che le aveva rese necessarie. Se per tutti egli era lo sposo, per la sua coscienza era l’usurpatore, quasi un intruso, e ciò bastava forse a spegnere nell’anima di lui ogni sentimento di amore.
Pure egli sentiva che non si apparteneva più, e nonpertanto sentiva altresì che d’ora innanzi sarebbe stato solo al mondo. Se il suo dovere, il suo giuramento, la lealtà gl’imponevano di non abbandonare la regal donna che era da tutti abbandonata, la fede che aveva giurato ad Alma gli faceva un obbligo di rompere ogni altro rapporto con la Regina.
Per quelle nozze avrebbe dato la vita allorchè era un misero avventuriere, avrebbe dato la salvezza dell’anima sua, avrebbe dato tutto l’universo se fosse stato in suo potere; ora che quelle nozze erano compiute egli si sentiva più misero, più solo, vieppiù sprofondato nell’abisso del tempo in cui era un misero trovatello.
Non apparteneva a se stesso perchè legato dal dovere e dal giuramento alla Regina; non apparteneva a nessuna di quelle due donne, perchè l’una l’avrebbe respinto all’altra. Era questa la catastrofe, la terribile catastrofe della sua vita.
Il Re intanto si era alzato, sicchè come prescriveva il cerimoniale, tutti furono in piedi.
— Io bevo — disse il Re tenendo alto il bicchiere — alla felicità della giovane coppia, e che i figli abbiano del padre il valore e la lealtà, della madre le virtù del cuore.
Tutti bevvero in onore degli sposi, i quali rimasero muti, come affatto estranei a quel che accadeva.
La Regina si era alzata anch’essa e cercava con lo sguardo lo sguardo del giovane. Una fiera battaglia si combatteva in cuor suo, roso da una invincibile e atroce gelosia.
Quantunque egli le avesse risposto recisamente che in quella notte stessa sarebbe andato nella camera di lei, pure nel momento di lasciarlo, ben sapendo che, dopo, gli sposi, accompagnati dagl’invitati fin sull’uscio dell’appartamento che il Re aveva fatto addobbare per essi, sarebbero rimasti soli, un dubbio atroce le attenagliava il cuore.
Essi si amavano. Poteva mai la voce della lealtà, del dovere, dell’orgoglio esser più forte della voce dell’amore? Quale notte di spasimi sarebbe stata la sua se invano lo avesse atteso, quale tragica notte di angoscia, di avvilimento!
Il Re mosse per andar via; la Regina che discorreva con alcune dame pur cercando ma invano con lo sguardo quello di Riccardo, comprese che non conveniva indugiare più oltre. Confusa, incerta, si mosse verso i valletti che sostenevano i grandi candelabri d’argento e che aspettavano per accompagnarla, ma nel rispondere con un cenno della testa al profondo inchino degli astanti si vide fissata con un perfido sorriso sardonico da lord Bentinck che si era inchinato non meno profondamente degli altri.
Le occorse uno sforzo sovrumano per non slanciarsi sul suo nemico. La tigre che era in lei s’accovacciò fremente d’ira sanguigna.
— Via, su — disse il vecchio duca di Fagnano volgendosi a Riccardo — dà il braccio a tua moglie: è tempo ormai di pensare a voi. Io sono stanco ed ho bisogno di riposo.
Il giovane, che se ne stava come trasognato, si scosse, si avanzò verso Alma che dritta in piedi aspettava. Egli le offrì il braccio.
Quando ella gli posò la mano sul braccio, Riccardo intese come un brivido per la persona. Il duca faceva da cavaliere alla marchesa di Gioncada, le altre coppie seguivano secondo il grado di ciascuno.
Giunto il corteo dinanzi all’appartamento destinato agli sposi, si arrestò.
Il duca di Fagnano era veramente commosso. Si avvicinò alla figlia e senza poter proferir parola se la strinse al petto e la baciò in fronte.
Ella rimase fredda, altera, impassibile.
— È questo il mio solo amore — disse poi il duca volgendosi a Riccardo pur non lasciando di tenere stretta a sè la figliuola. — Se ebbi dei torti con tuo padre, io sono sicuro che egli da questo istante benedice mia figlia, benedice la Provvidenza che ha affidato a quest’angelo tanta missione conciliatrice.
E baciò il giovane stringendo entrambi gli sposi al suo petto.
Alma varcò per la prima la soglia della camera: Riccardo la seguì e chiuse dietro a sè la porta.
Rimasero entrambi muti, immobili, mentre giungevano ad essi le voci dei convitati, ognuno dei quali si dirigeva verso il suo alloggio. Poi fu fatto silenzio.
La camera era blandamente illuminata da una lampada in un globo di alabastro che scendeva dal mezzo del soffitto; in fondo biancheggiava il talamo nuziale sormontato da un serico baldacchino.
— Ed ora, addio disse lei con voce soffocata ma ferma, additando al giovane l’uscio che aveva chiuso dietro a sè.
Egli impallidì a quel commiato. Mosse per uscire, poi, ubbidendo ad un impulso imperioso:
— No — disse — non così deve uscire l’uomo a cui testè avete giurato la fede di sposa.
— La Regina vi aspetta! — rispose lei con un amaro sorriso — Ho sentito tutto. Il vostro dovere v’impone di non farla attendere. Andate.
— Ascoltatemi, Alma — fece il giovane, nel cui viso si leggeva lo strazio dell’anima — ascoltatemi. Lo so che debbo andar via, lo so che questa atroce commedia che abbiamo recitato doveva aver per fine la muta, a tutti ignota tragica catastrofe dell’anima mia; lo so che mai non fummo così divisi, neanche allorchè noi due rappresentavamo gli estremi della vita sociale: voi tanto in alto, io tanto in basso che nemmeno con lo sguardo giunger potevo a voi; mai non fummo così divisi come siamo ora che innanzi a Dio e alla legge voi siete mia. Pure voi mi amate, lo so; io... non ho avuto dacchè il cuore ebbe palpiti, l’anima ebbe sospiri, la fantasia ebbe immagini, la mente ebbe idee, altro amore che per voi: nacque con me, crebbe con me, fu la mia religione, fu il mio sogno, fu il nutrimento continuo, perenne dell’anima mia. Lo portai meco nei boschi in cui, povero fanciullo, vagavo solitario e pensoso; lo portai meco nelle mischie, nelle fughe, negli agguati: mi sorrideva nei riposi inquieti, nelle notti vegliate col fucile in pugno e lo spettro della morte innanzi agli occhi: lo invocai quando, ferito, giacevo sotto un faggio, sicuro di non giungere al dimani; lo invocai chiedendo a Dio solo una grazia: che mi facesse morire, se dovevo morire, contemplando la vostra immagine. Quel po’ di bene che ho fatto mi era premiato dalla visione vostra radiosa e sorridente: il male che ho dovuto commettere era punito dalla visione vostra che si velava. E ciò senza alcuna speranza, e ciò come l’adorazione di una divinità alla quale si sa di non poter giungere, si sa che non potrà mai incontrarsi, da cui neanche lassù forse ci è dato di ottenere un sorriso od una parola. Voi passavate bella, felice, superba, come passa un raggio di sole che illumina tanto il rosaio quanto il roveto e che trae scintille tanto dal mare quanto dal putrido padule!
Ella, seduta su una poltrona su cui si era lasciata cadere, ascoltava immobile, con gli occhi fissi a sè dinanzi, rigido il corpo come l’anima straziata dalle parole del giovane, ma inflessibile.
— Voi — continuò Riccardo — non eravate una realtà, eravate più che un sogno, una idea. Le contingenze della vita, anche cattive, non offuscano il culto che l’anima professa. Quando, dopo una bizzarra avventura, la mia giovinezza non seppe resistere alle lusinghe di una realtà che sopravanzava ogni ambizione, non fu infedele l’animo mio a quel culto che continuò in me come continua l’adorazione per la Madre di Dio nell’uomo che pur vive o ha vissuto nel delitto. Accettai quella realtà continuai a vivere in quella illusione. Ora...
Ella disse, calma e fredda:
— Ora anche io sono una realtà. Voi siete troppo leale e io sono troppo superba perchè nulla di comune vi sia tra di noi. Siamo entrambi due vittime del destino.
— Ma voi mi amate non è vero? Voi mi amate! — gridò lui — Quale dunque sarà la nostra vita?
— Voi mi avete parlato del vostro amore io non voglio parlarvi del mio. Se a voi mi fossi concessa nel segreto di un’alcova sarebbe stata meno solenne, meno inconfutabile la prova dell’amor mio di quella che vi ho dato proclamandovi in faccia a tutti il mio amante. Una donna nel delirio dà i suoi baci, dà le sue carezze all’uomo che ama: io ho gettato ai vostri piedi il mio pudore di fanciulla alla presenza di tutta una Corte. Chi ama così muore del suo amore come io ne morrò!
— Alma! — gridò lui che tremava di passione.
Aveva preso le mani della giovinetta che lo respinse dolcemente.
— Continua ad amarmi quale una illusione come per tanti anni mi amasti! — rispose lei che mal dissimulava lo strazio del cuore. — Che io sia per te quel che fui finora, quel che per me tu sarai sempre. Le nostre anime si cercheranno per lo spazio immenso... Colà vivremo del nostro amore, fuori della vita, fuori della realtà, poichè la realtà ci impone dei doveri, e noi siamo troppo leali e troppo superbi per trasgredirli...
— Hai ragione! — rispose lui alzandosi.
Era livido, ma s’impose di non venir meno innanzi all’ineluttabile. Or che quella giovinetta era sua, per una ironia della fatalità doveva fuggirla, anche se la Regina lo sciogliesse dal suo giuramento. Aveva giurato di non appartenersi, aveva abdicato alla sua volontà, era venuto in Sicilia affrontando rischi e pericoli mortali, per la promessa che aveva giurato. Ben vile sarebbe stato se si fosse avvalso dell’accaduto per tradire una donna precipitata nell’abisso. Comprendeva altresì che tanto più Alma lo avrebbe amato quanto più per lei fosse stato un fantasma.
Si diresse verso la porta che aprì. Ella lo aveva seguito e si teneva muta, immobile sulla soglia. I loro sguardi s’incontrarono. Vi son degli istanti in cui si decide dell’avvenire di un uomo. Era quello istante supremo della loro vita, del loro amore. In quello sguardo entrambi lessero la loro angoscia, la passione che li spingeva l’uno nelle braccia dell’altra. Egli comprese che era per soccombere, ella comprese che era per venir meno.
Il giovane fece uno sforzo disperato, varcò l’uscio, trasse la porta a sè e si trovò nelle tenebre dell’anticamera.
Intese che due braccia, due morbide braccia di donna lo prendevano alla vita, un cuore che batteva sul suo, un respiro affannoso che gli bruciava il volto ed una voce anelante che gli diceva sommesso.
— Siete entrambi due nobili creature. Vieni, vieni, vedrai che saprò esser degna dell’immane sacrificio!
Era la Regina che lo costringeva a seguirla attraverso le buie sale. Egli si lasciava condurre, risoluto a dichiarare tutta l’anima sua. Già aveva segnato la via da percorrere ineluttabilmente, e l’occasione gli si offriva per dare il primo passo.
La Regina aprì la porta della sua camera.
— Vieni — gli disse con voce esultante — vieni!
Egli esitò per un istante, poi seguì la Regina che sedette su un divano.
— Nobile cuore! — mormorò, guardando il giovane che si teneva dritto, immobile a lei dinanzi.
— Vedi — disse dopo un istante di silenzio Carolina d’Austria — vedi fino a qual punto mi sono umiliata io, io che ho sangue di venti imperatori nelle vene. Ebbene che importa, che importa la mia rovina se in fondo all’abisso in cui son caduta ho trovato due cuori come i vostri? Che importa? Ho assaporato anch’io, finalmente, la gioia, la pura gioia che dà il bene, che dà la fede, che dan le virtù, io, io, che non ho mai creduto al bene, che non ho mai creduto alla virtù, che non ho mai avuto fede, neanche in me stessa!
— Io avevo giurato! — rispose lui grave e solenne.
— Ed io ti sciolgo dal tuo giuramento. Va, se l’amore per colei che ormai porta il tuo nome, che è tua innanzi a Dio e agli uomini ti gonfia il cuore e ti fa maledire la fede che devi a me come donna e come Regina.
Egli sorrise amaramente.
— Che io vegga Vostra Maestà felice, che io la vegga nel fulgore del trono, formidabile di potenza su quel trono che Dio le ha dato, allora soltanto m’intenderò sciolto dal giuramento prestato. So bene che molta parte di me non mi appartiene; che la mia lealtà come m’impone di dar la vita pel servizio della Maestà Vostra, m’impone di serbar la mia fede di sposo alla giovinetta che si è data a me sol per confondere ed abbattere i nemici di Vostra Maestà. So che voi partite, o Regina, sola, voi la Sovrana di tutto un popolo. Ordinate a che ora bisogna che mi tenga pronto, perchè io vi seguirò.
— Mi seguirai? — disse lei che aveva ascoltato ora sfavillante di gioia, ora abbuiandosi in viso.
— Sì, sì, questo è il mio dovere.
— Quale sarebbe dunque il mio? — mormorò la Regina che contemplava pensosa il giovane fiero e bello, il quale era pur sempre il servo devoto ma che, ben lo comprendeva, non era più l’amante. Qual dunque sarebbe il mio dovere? Morire!
EPILOGO.
Erano trascorsi due anni dagli avvenimenti che abbiamo narrato.
Il castello di Fagnano era silenzioso e triste. Chiuse le finestre, chiusa la gran porta; solo la postierla socchiusa era indizio che qualcuno lo abitava. Le circostanti campagne erano anch’esse silenziose in quel bellissimo giorno di maggio. Chi le avesse viste al tempo del brigantaggio contro i Francesi non le avrebbe riconosciute. I contadini eran tornati tranquilli ai loro lavori, e il paesello in fondo, pressochè deserto durante il giorno, spirava un’aria di pace profonda e di raccoglimento.
Il molino della vecchia Geltrude faceva sentire il suo tic-tac tra il ronzìo dei mosconi, lo zirlar dei grilli, il grido delle rondini che volitavano intorno al tetto. La vecchia filava sull’uscio, spiando di tanto in tanto per vedere se scendesse qualcuno dal sentieruolo che metteva capo al suo molino, struggendosi dalla voglia di far quattro chiacchiere.
Era sempre la vecchietta arzilla, dagli occhietti irrequieti, dalla parlantina perenne che aspettava al varco i mulattieri e i contadini per chieder loro notizie del paesello e per tagliare i panni addosso alla gente.
La vecchietta canticchiava con aria contenta, interrompendosi talvolta per umettare con le labbra il filo troppo arido.
— Toh, toh, chi si vede! — fece di un tratto, e gettando lungi dà sè fuso e conocchia si alzò e corse fuori, facendo di gran gesti ad un vecchietto che scendeva a cavallo giù pel sentiero. — Non ti lascerò andare innanzi, no, no: son due mesi ornai! Ci ho una bottiglia di vinetto bianco che è una delizia, con certi biscotti che ho fatto io e che a te un tempo piacevano tanto! Berremo la bottiglia, mangeremo i biscotti, faremo quattro chiacchiere e poi, poi ti lascerò partire.
— Posso dire di no, posso dire di no ad una vecchia amica come te? — rispose Carmine che lentamente si era lasciato sdrucciolare dalla cavalcatura — Ma non più di un’ora, hai capito? non più di un’ora, che il duca aspetta impaziente i giornali.
— Solo i giornali aspetta? E la duchessa?
— La contessa, vuoi dire.
— Già, la contessa; poichè non vuole che le si dia altro titolo, chiamiamola pure così... La contessa, dunque, povera creatura... una santa, una vera santa pel cuore e per la bellezza... com’è afflitta!... Sfido io, ne ha ben ragione!... E dimmi: Pietro il Toro sta bene? Non è più quello, non è più quello... Lo vidi un mese fa; sembra più vecchio di venti anni... E il duca? Quello lì pare contento... Già, bisogna essere egoisti per vivere felici. Ma insomma, parla, contami tutto.
— Me se non me ne dai il tempo! — rispose Carmine.
— Hai ragione, si, hai ragione! Ma gli è come quando sturo al mattino il condotto del molino e l’acqua raccoltasi per tutta una notte prorompe impetuosa. Me ne sto sola qui per giorni interi, sola, senza poter dire una parola altro che al gatto al quale racconto tutti i miei guai.
Intanto si erano incamminati verso il molino. Carmine mise il muletto sotto la tettoia e poi entrò nella stanzuccia.
— I tuoi guai! — disse tra severo e scherzoso — E che ti manca? Non hai avuti condonati tutti i debitucci dall’amministrazione del duca e non sei stata affrancata dal censo?
— Dico guai così per dire...
— So, so quel che ti manca... Un marito, vecchia strega...
— E credi tu che se lo volessi... Sarebbe più facile a me di trovare un marito che a te una moglie, a te che non puoi reggere neanche i calzoni...
— Andiamo, via, porta codesta bottiglia di vino. E bada veh, che se vorrai parlar sempre tu, io tacerò lasciandoti struggere dalla curiosità.
— Ci sono dunque delle notizie? — gridò la vecchia sollevando il capo con gli occhi balenanti per la gioia.
— Si e no. Ma porta il vino, porta i biscotti. Io andavo in pace per la mia strada: fosti tu ad invitarmi...
— O che forse in altri tempi non eri tu a venirmi attorno, non eri tu?
I due vecchietti si scambiarono un’occhiata maliziosa e insieme un melanconico sorriso.
— Siedi, via — disse Carmine che togliendo la bottiglia dalle mani di Geltrude aveva riempito i bicchieri — siedi e bevi.
— Alla tua salute, Carmine.
— Alla tua Geltrude.
Bevettero entrambi guardandosi negli occhi.
Tutta la storia triste e fortunata di quel popolo che sol da poco era tornato nella pace, si riassumeva in quei due vecchi che attraverso tante tragiche vicende per l’ambizione di pochi che aveva fatto scorrere fiumi di sangue, erano rimasti semplici e buoni.
— Dunque — disse Geltrude posando il bicchiere e forbendosi le labbra col grembiule — conta, ora. Nessuna nuova di lui?
— Nessuna! — rispose Carmine con un sospiro.
— E quella povera creatura?
— Un angelo, mia cara, un angelo. Sai l’ultima sua opera? In una stanza a pianterreno del castello ha fatto mettere delle seggiole, dei banchi con tavolinetti, e ogni giorno le povere mamme che debbono andare in campagna lasciano colà i loro figliuoli che finora erano costrette ad abbandonare per le vie; e quei marmocchi sono vigilati da una maestra che la contessa ha fatto venire da un paese molto lontano, ed hanno la merenda e il desinare.
— Toh, che cosa bella! — esclamò Geltrude che aveva sgranato gli occhi dalla meraviglia — Scommetto che nè a te nè a me sarebbe venuta una tale idea. E il duca, che fa il duca?
— Molto mutato da quello che era un tempo. Ora è tutto inteso al monumento che deve sorgere sulla tomba del fratello.
— Molto mutato, è vero: l’ho sentito dire anch’io. E poi, basterebbe quel che ha fatto per me col condonarmi i miei debiti e con affrancarmi dal censo...
— Nessuno mi caccia dalla testa — fece Carmine — che tu non al duca devi essere riconoscente, ma a lui, a lui!...
— Ma se fu il duca...
— Che ne sapeva il duca che il molino era gravato da un censo? O che un gran signore come lui sa queste cose? Pure, appena tornò qui ti fece chiamare... Quando mai ti aveva conosciuto? A meno che quaranta o cinquant’anni fa non ti avesse gironzato attorno.
— Cinquant’anni fa non ero ancor nata! — rispose la vecchia con un certo sussiego.
— Già: forse... forse non era neanche nata tua madre! Insomma, lui non ti conosceva. E poi un tempo era tanto superbo, tanto severo con la povera gente! Fu lui dunque che gli parlò di te.
— Hai ragione, hai ragione, fu lui! — esclamò la vecchia giungendo le mani. — Caro, caro e bravo signore, ricordarsi di me, di me, mentre chi sà da quali dolori aveva stretto il cuore!
— E non fu lui a ricordarsi di me, non fu lui?
— Conta, conta... Come dunque il duca ti volle al suo servizio il duca che sapeva che tu sapevi?... Ma intanto bevi! Bada veh, che fintanto la bottiglia non sarà vuotata tu non andrai via...
E la vecchia riempì i due bicchieri e ne porse uno a Carmine.
— Al ritorno di lui, Geltrude! — disse Carmine nel portare alle labbra il bicchiere.
— Ed alla pace ed alla salute di lei! — fece la vecchia bevendo.
— Come entrai al servizio del duca? Lui, sempre lui, mia cara. È vero che quella buon’anima del padre del nostro povero Riccardo... dico povero perchè chi sa che ne è di lui, chi sa che gli sia capitato in questi due anni, chi sa che ha sofferto!... Basta... penso che ci è la madre lassù che prega per lui, la madre...
— Ogni sera anch’io dopo aver detto il rosario lo raccomando alle anime del Purgatorio... Glielo debbo un tal segno di gratitudine! Essersi ricordato di me mentre aveva da pensare a ben altro!...
— Dunque — continuò Carmine — il duca, il vero duca mi aveva morendo raccomandato ai Francesi. In sulle prime tutto andò bene, quantunque ci soffrissi a trattar con quella gente: poi mi mandarono via con la scusa che ero troppo vecchio, e me ne tornai nella mia casetta confuso e scornato...
— Più povero di prima.
— Assai più povero! Ma una speranza mi sorreggeva, perchè io ho sempre avuto fede nella Provvidenza, la speranza che lui tornasse. Però passavano i mesi e senza il soccorso degli amici, e specialmente di una certa Geltrude...
— Che, che! Un po’ di farina, un po’ di formaggio, ecco quel che poteva offrire quella certa Geltrude. Ah, se non fosse stato per le male lingue, ti avrei voluto con me qui!
— Le male lingue? Come ci entrano le male lingue?
— Fai lo gnorri tu, fai lo gnorri! Che avrebbero detto le male lingue se ti avessi accolto in casa mia anche per dormirci? Sai quante se ne son dette sul conto nostro!...
— Ah, diavolo, ah, diavolo! — esclamò Carmine scoppiando a ridere. — Per questo tu mi tenevi un certo linguaggio misterioso che io non intendevo punto?
— Che ci è da ridere? Le male lingue avrebbero detto che tu eri il mio ganzo... Si è tanto facile qui a sparlare della gente!
— Come vuoi tu, come vuoi tu! Ma le male lingue mi avrebbero troppo lusingato! Basta, non m’interrompere. Dunque vivacchiavo alla meglio e avevo tutto venduto. Quasi tutto il villaggio aveva dei diritti sul mio campicello, e questo sì che mi era di una pena, di una pena che mi faceva bagnar la notte di lagrime il guanciale!
— E non me ne dicesti mai nulla, scioccone! Perchè io ti sapevo in bisogno, ma fino a questo punto poi! Se l’avessi saputo, me ne sarei infischiato delle male lingue...
— Un giorno — continuò Carmine senza badarle — il paesello fu messo a rumore da una notizia strabiliante: il duca aveva fatto adesione al governo dei Francesi e sarebbe tornato al suo castello con la figlia maritata a Riccardo, riconosciuto per erede legittimo del padre suo, del padre suo che era morto fra le mie braccia. La notizia era contenuta in una lettera che io sentii leggere da Pasquale, sai bene, il segretario del Decurionato. Era così strano, così inverosimile, che in verità me ne tornai nel mio tugurio scuotendo le spalle, e non ci pensai più come non si pensa ad una fiaba di quelle che si narrano ai fanciulli.
— Anch’io nei tuoi panni non ci avrei creduto.
— Potevo io crederci se sapevo... quel che sapevo? La Regina avrebbe permesso che Riccardo sposasse la figlia del duca di Fagnano?
— La Regina?... E che ci entra mo’ la Regina?
— Come, non sai che!...
— Che cosa, che cosa? — gridò la vecchia con gli occhi accesi dalla curiosità.
— La Regina — disse Carmine con voce sommessa, quasi temesse di essere udito — era innamorata di Riccardo.
— O che mi dici? Anch’esse dunque, le regine, fanno di queste cose? Anche i re possono avere un’altra corona, non di oro, ma di?... Del resto, la Regina era ancor giovane: ho sentito dire che aveva quasi la mia età...
Carmine la guardò un istante ed era lì lì per prorompere, ma si contenne e proseguì:
— Non ci pensai più dunque; pure mi struggevo dal desiderio di sapere che fosse avvenuto di quel giovane che io avevo amato come un mio figliuolo. Ah, se avessi saputo leggere al certo mi avrebbe scritto, perchè non era capace di scordarsi di me, quantunque fosse divenuto un duca. Era stata sempre un’anima grande la sua, anche quando non era che un misero trovatello.
— Bello poi come un principe.
— Beh, dunque una mattina io ero seduto sulla soglia della mia casetta quando vidi venire alla mia volta un gruppo di persone che parlavano ad alta voce: intesi fare il nome del duca di Fagnano, di Riccardo, della contessa, onde io mi accostai e così seppi che la sera istessa sarebbe giunto il duca con la figliuola, avendo ottenuto la restituzione dei beni. La cosa era certa, perchè erano già giunti nel castello alcuni servi che avevano aperto le porte e le finestre per dare aria alle stanze da gran tempo chiuse. Per assicurarmene corsi al castello, e il cuore mi si allargò quando vidi coi miei propri occhi che quei tali avevano detto il vero.
— Ricordo che quando questa strabiliante notizia giunse alle mie orecchie io non dormii per tutta la notte.
— Insomma, a farla corta, dopo due giorni il duca tornò con la figliuola che i servi chiamavano contessa...
— O perchè mo’? Questo non ho potuto capire.
— Perchè il Re per far conservare al duca il suo titolo che sarebbe spettato a Riccardo, ha nominato questi conte di Rovito. Hai compreso ora? E la contessa non ha voluto rinunciare al nuovo titolo col quale oramai suo marito è conosciuto.
— Suo marito! Che la lascia sola, una stella di bellezza come quella creatura! Ci dev’essere una causa!
— Son cose che noi non possiamo intendere. Chi sa quale mistero in questa che pare a noi una cosa inesplicabile! La vita dei signori non scorre semplice come la nostra... Pochi giorni dopo il loro ritorno, io ricordo proprio come se fosse ora, me ne stavo accanto al fuoco a veder bollire la pentola con un po’ di minestra, quando venne un servo con la livrea del duca e mi disse che il suo padrone mi voleva al castello. Ah, dissi, ci siamo; ha saputo che fui io a raccogliere il figlio di suo fratello e chi sa, chi sa cosa vorrà da me! Andai però con l’animo tranquillo, perchè son finiti i tempi in cui ai signori era tutto permesso. Ora i Francesi han fatto la rivoluzione e siamo tutti uguali, tutti fratelli; è vero però che chi ha, mangia, e chi non ha muore di fame, e che chi è nato sparviero vola e chi è nato verme striscia! Ma infine si sta meglio adesso.
— Sicuro — esclamò Geltrude — specialmente dacchè non pago più il censo.
— Chi può dire quel che intesi — continuò Carmine — allorchè fui innanzi a quell’uomo di cui sapevo tutte le colpe, tutti i vizî, e che aveva fatto morire di dolore un angiolo di Dio e costretto il fratello a fuggire in Francia? Appena mi vide impallidì, come sopraffatto dai ricordi e dai rimorsi; ma dovette fare uno sforzo perchè mi disse con troppo ostentata bonomia perchè fosse sincera: So che avete reso di gran servigi a mio nipote che è ora anche mio genero, il conte di Rovito, il quale è adesso all’estero per una missione diplomatica; e perchè ho bisogno di gente onesta e fidata, così per ricompensarvi di ciò che faceste per lui vi prendo al mio servizio come fattore. Avrete il vitto, l’alloggio e dieci ducati al mese.
— Dieci ducati al mese? — gridò Geltrude. — Capperi, ma dunque devi aver da parte molti bei denari!
— Nulla, Geltrude mia, nulla: ho riscattato dai debiti il campicello questo sì... Ed ecco come entrai al servizio del duca; e, bisogna dire la verità, mi si tratta proprio come uno di famiglia.
— E la povera contessa?
— Non me ne parlare di quella santa e buona creatura che vive Dio sa in quale strazio senza che mai si lagni, mai!
— Ma come si spiega che Riccardo... lo chiamo così perchè, sai bene, l’abitudine... che Riccardo non le scrive neanche?
— Io non me lo spiego, ma la contessa, ma il duca debbono ben saperne il motivo. Io non me lo spiego, perchè tu pure sai con quale passione ha amato e son sicuro ama colei che ora gli è moglie. In quei tempi, quando non aveva nè nome, nè pane, nè vesti, non era soltanto una follìa, era quasi un delitto, un sacrilegio per lui, un oltraggio per lei l’osare di guardarla; pure il destino sapeva bene quel che faceva con ispirargli quell’amore! Poteva mai lui sognare soltanto che un giorno sarebbe divenuto lo sposo di quell’astro? Sarebbe lo stesso che io sognassi di divenir papa! Ebbene, l’inverosimile, l’impossibile è ora un fatto, una realtà. Che avrebbe dovuto far lui? Non dipartirsi un solo istante, un solo da quella divina creatura... Invece, invece se ne sta lontano, chissà in quali parti estere, e non si dà la cura neanche di scrivere una lettera! Che razza di mistero sia questo io non so!
— Neanche una lettera, mai?
— Mai, Geltrude mia. Io due volte la settimana vo’, come andrò fra poco, all’ufficio postale per prendere le lettere e i giornali del duca. Quasi sempre al mio ritorno trovo la contessa nello studio del padre, ed ora incomincio a sospettare che aspetti me, proprio me. E sai che fa appena mi vede? Figge gli occhi sulle lettere per leggerne l’indirizzo, le prende, essa per la prima, e la mano le trema e gli occhi le si inumidiscono. Poi dà le lettere e i giornali al padre e se ne va lentamente come un’afflitta, come una delusa, nelle sue stanze!
— Ma, dico — osservò Geltrude che era divenuta pensosa — non ci fosse sotto qualche... tanto, siamo a quattr’occhi, mi spingo a dirlo... qualche torto di lei, del quale egli si sia accorto?
Carmine non la lasciò proseguire: diede un pugno sul tavolo che fece cadere la bottiglia, sì che il vino si versò pel pavimento.
— Ah lingua maledica — gridò — lingua infernale, se osi aggiungere un’altra parola ti caccerò con un pugno i due o tre denti che ti son rimasti.
— Ma che ho detto, infine? Si vede che la vecchiaia ti ha rimbambito. Ci sono torti e torti, e io non intendevo parlare di quello a cui l’anima tua, che pensa sempre al male, forse allude. Del resto, hai fatto spargere tutto il vino, e questo è sì buon: augurio, perchè quando si sparge del vino mentre si parla di una persona...
— Basta, basta... Ma ho fatto tardi e debbo andar via...
— No, no, non andrai via se non mi dici qualcosa di Pietro il Toro. Povero vecchio, così allegro un tempo, così disposto a tutto, a chiacchierare come a menar le mani...
— Pietro il Toro è il protetto della duchessa, la quale s’intrattiene spesso con lui, anzi più con lui che con me: però non ne sono punto geloso. Si vede che la contessa l’ha conosciuto in Sicilia. Non ti ho detto che lui custodiva l’atto matrimoniale del duca defunto, che lo custodì per trent’anni dopo averlo strappato al parroco? Ma di quel che accadde in Sicilia non dice mai nulla e invano ho cercato di fargli vuotare il sacco. Se avessi visto in che stato era ridotto quando giunse qui! Aveva attraversato lo stretto di Messina in una barca di pescatori, poi, povero vecchio, era venuto qui a piedi. Io lo incontrai e appena appena lo riconobbi; era lacero nelle vesti, disfatto, e non aveva mangiato da più giorni. Volli che mi seguisse al castello e fu a caso che ne parlai al duca, mentre la contessa era presente. Si suol dire che il silenzio è d’oro, ma in certi casi la parola, la parola è assai più dell’oro. Appena la contessa sentì fare il nome di Pietro il Toro, essa che quasi sempre è assorta nei suoi pensieri ed indifferente a tutto, si alzò accesa in volto, come se quel nome le avesse fatto sussultare il cuore, e mi disse poi: fa che venga qui, presto, presto, buon Carmine. Anche il duca pareva che conoscesse Pietro il Toro, ma non era così esultante come la contessa; pure non mostrava punto dispiacere. Ci volle del bello e del buono per indurre Pietro a salire le scale del castello; ma quando fu alla presenza della contessa, questa gli corse incontro e gli stese le mani, che Pietro, il quale è stato pur sempre rozzo e del tutto ignaro di certe convenienze baciò più volte commosso come non l’aveva visto mai. E quale non fu la sorpresa mia quando proprio il duca, lui, il quale al certo doveva sapere che era stato Pietro il Toro ad estorcere al parroco l’atto matrimoniale onde Riccardo ha potuto provare la sua legittimità, gli disse: Ti abbiamo fatto cercare per mare e per terra inutilmente; però ho sempre sperato che tornassi, perciò ti ho serbato il posto in casa mia: tu sarai il capo dei guardiani: farò le pratiche col governo e tu godrai dell’amnistia concessa a tutti. Non ti pare, cara Geltrude, che il duca avesse ricevuto l’imbeccata da qualcuno? E da chi, se non da Riccardo? Altrimenti come così di botto metteva Pietro il Toro a capo dei guardiani?
— Pare anche a me! — rispose Geltrude con una certa aria di sufficienza. — E che rispose Pietro, che rispose?
— Che rispose? Pareva più di quel mondo che di questo, tanto era confuso.
— Ma non è più quel di prima!
— Eh, credo che anche lui abbia un qualche dolore nel cuore, del quale ho creduto d’intravedere qualche cosa. Ricordi tu quella giovane donna che venne qui con Riccardo travestita da frate questuante? Devi sapere che quella era famosa, si chiamava Vittoria e uccideva un uomo come io bevo un bicchiere di vino. Ora io un giorno domandai a Pietro il Toro che ne fosse avvenuto di Vittoria e sai che mi rispose? Quella poveretta è volata al cielo! Ed aveva le lagrime agli occhi nel dir ciò. Ma non disse nulla di più, e poichè mi accorsi che alle mie domande si faceva sempre più scuro in viso, non volli dispiacergli più oltre.
Carmine si era alzato per andar via, ma Geltrude sperando di riuscire a trattenerlo ancora un pezzo, rimase seduta.
— Insomma, scusa il paragone, tu al castello ti trovi come l’asino in mezzo ai suoni! A me basterebbe poche ore per dipanar coteste matasse. Tu non sei stato mai troppo furbo; un buon uomo, questo sì, ma nulla più. E siedi ancora un poco...
— Ma che, ma che! Mi hai fatto chiacchierare per più di un’ora e non ti basta? Un’altra volta mi fermerò per un pezzo. Debbo andare e tornare coi giornali che il duca aspetta con grande ansia perchè pare si maturino di grandi cose a danno dei Francesi e tutti i re sono congiurati contro l’Imperatore.
— Va, va; verrò a farti io una visita al castello. Giusto domani è domenica, chiuderò il molino e... vorrò vedere. Mi basterà un’occhiata per capire tutto. Non ti nascondo che son capace di non dormire stanotte. Perchè ci è un mistero, un mistero ci è...
Carmine alzò le spalle ed uscì accompagnato da Geltrude.
Aveva inforcato la cavalcatura e si era già allontanato allorchè la vecchia gli gridò:
— Aspettami, sai, domani!
Egli si rivolse e le fece un segnò di assentimento.
Quando Carmine tornò al castello con le lettere e i giornali pel duca, trovò nella stanza da studio, come di consueto, colei che oramai da tutti era chiamata la contessa. Un velo di malinconia era diffuso pel volto delicato della giovinetta e ne rendeva più vaga la leggiadria. I grandi occhi pensosi raggiavano di una luce più blanda e la piega di dolore delle labbra era indizio dei segreti affanni di quel giovane cuore.
Gli occhi le si accesero allorchè vide entrar Carmine e fissarono il mucchio delle lettere e dei giornali che egli le porse come faceva sempre, quantunque il duca fosse seduto lì innanzi allo scrittoio. Ella ne lesse gl’indirizzi, e infine con un sospiro invano, trattenuto, diede al padre lettere e giornali.
— Povera figliuola! — mormorò il duca restando per un pezzo a fissarla.
Ella muoveva per andar via, visibilmente delusa, come ogni volta, nella sua vaga speranza. La posta non giungeva che soli due giorni la settimana, il mercoledì e il sabato, ed erano i giorni in cui ella or per una scusa or per un’altra si faceva trovare da Carmine nello studio di suo padre.
Fin dalla mattina ella appariva irrequieta, stizzosa, svogliata. Le due cameriere siciliane che l’avevano seguita oramai sapevano che la loro padrona in quei giorni mutava di umore per poi tornare come al consueto buona, indulgente e come affatto estranea a tutto.
Le due cameriere ne avevano ben compreso la causa e la commiseravano nei loro discorsi; ma usate al riserbo e alla discretezza non lasciavamo intravedere nulla a lei che appena tornato Carmine rientrava nelle sue stanze, ove per ore ed ore se ne stava assorta in pensieri assai tristi, a giudicar dallo aspetto di lei, e talvolta anche era stata sorpresa con gli occhi gonfi di lagrime.
Il duca aveva tentato di trarla da quello stato di angoscia muta e raccolta, ed era giunto financo a proporle di fare un viaggio per l’Italia; ma lei, senza rispondere, gli aveva rivolto uno sguardo così sdegnoso che il vecchio, timido e dimesso innanzi a sua figlia, non aveva osato d’insistere.
— Povera figliuola! — aveva detto mentre ella usciva dalla stanza.
Era tornata nella sua cameretta, l’istessa in cui aveva trascorso tanti anni della prima giovinezza, e si era lasciata cadere sul lettuccio. La mano le corse ad una collana d’oro e di gemme che in quei due anni aveva portata sempre al collo, la staccò e si diede a baciarla mentre calde lagrime le scorrevano giù per le gote.
Era la collana d’oro che quando ancora era una fanciulletta aveva perduto e le era stata restituita da un misero contadinello.
Quel misero contadinello era suo cugino; quel misero contadinello divenir doveva lo sposo dell’anima sua!
Tristi, tristi nozze erano state quelle! Che cosa non avrebbe dato lei, che cosa non avrebbe dato lui perchè il loro amore fosse santificato da Dio, fosse legittimato dagli uomini? E ciò il destino aveva loro concesso facendo del loro connubio un’opera di salvezza; l’aveva concesso per dividerli, li aveva uniti onde una morisse per l’altro, inesorabilmente.
Erano due anni, due lunghi anni che nessuna nuova di Riccardo era giunta a lei. Pure essa sentiva che Riccardo viveva, sentiva che egli era col pensiero a lei, come lei era col pensiero a lui. Sentiva che sarebbe tornato, ma intanto scorrevano i giorni, scorrevano le torride ed insonni notti, ed invano, invano ella vagava col pensiero in cerca di lui. Dove, dove fissarsi con l’anima anelante? In quale plaga, sotto qual cielo, e donde, donde veniva l’anima di lui che ella sentiva perenne intorno a sè?
Talvolta era turbata da un’idea; non era stata troppo severa lei nel volere la separazione dopo le nozze? Non era stata troppo severa nel fargli una colpa dei rapporti con la Regina contratti in tempi in cui se ella era amata, non aveva di un solo sorriso incoraggiato Riccardo in quell’amore? Col sacrificare il suo pudore di donna alla salvezza della Sovrana, non aveva lei rotto quei rapporti, divenuti incresciosi a colui che era adesso suo marito? Perchè aveva voluto spingere l’eroismo a tal segno, deludendo forse la volontà del destino?
In quei due anni aveva acquistato maggior coscienza della vita e aveva compreso che la sua severità non era in fondo che gelosia, gelosia della quale aveva incominciato a sentire confusamente un tal quale rimorso.
Gl’impeti del sangue giovanile nulla toglievano all’amore che come una religione Riccardo custodiva per lei. Varcando la soglia della camera nuziale, se sgombra di ogni altro sentimento egli avesse avuto l’anima amante, se integra fosse stata la dedizione a lei, il suo bacio di vergine gli avrebbe ridato una verginità. Rotto ogni rapporto, con la Regina, nessuna traccia ne sarebbe rimasta in lui e la felicità sarebbe stata profonda e sconfinata come il loro amore.
Ma un tal pensiero era combattuto da un sentimento che non riesciva a dominare, da una visione che la faceva rabbrividire: lui fra le braccia di quella donna!
Meglio, meglio quel dolore sordo, continuo, che una felicità interrotta da tale orrida visione! Poteva così amarlo, poteva così abbandonarsi all’immagine sua con la sola dedizione dell’anima; potevano i loro spiriti congiungersi per lo spazio immenso, puri da ogni terrena passione!
Così ondeggiava, così aveva per due anni ondeggiato in tali pensieri pur sempre dolorosi! La sua vita era scorsa solitaria, chè ogni svago, ogni distrazione si rifiutava: solo la lettura le era alquanto di sollievo e le opere pietose a cui attendeva. Non usciva dal castello che per andare a messa la domenica nella chiesetta del villaggio, e di tanto in tanto alla benedizione della sera per pregare sulla tomba in cui dormivano il sonno eterno il padre e la madre di Riccardo.
E proprio la sera di quel giorno aveva inteso un gran bisogno di pregare. Nell’Avemaria di ciascun sabato convenivano nella chiesetta a dire il rosario tutte le contadine, ed ella amava d’inginocchiarsi fra quelle poverette e sposare le sue preghiere alle preghiere di coloro che forse ne invidiavano le ricchezze e che di gran lunga erano al certo meno miseri di lei!
Avrebbe preferito di andar sola, ma il duca non aveva voluto non solo perchè sarebbe stato disdicevole per una dama in quei tempi non farsi accompagnare dai guardiani, ma anche pericoloso. Benchè il brigantaggio fosse del tutto spento, pure ci era sempre da temere in un risveglio; onde Pietro il Toro era stato incaricato di disporre, ogni qual volta la contessa gli faceva dire che sarebbe andata in chiesa, che alcuni dei guardiani le fossero di scorta.
Il vecchio scorridore non cedeva a nessuno un tale onore. Fra lui ed Alma ci erano dei rapporti ben più affettuosi di quelli che intercedano fra padroni e servi. Pietro però non ne abusava. Nessuno più di lui poteva intendere il dolore della giovinetta, nessuno più di lui poteva più sinceramente compiangerla, ma si limitava a scrollar la testa allorchè la vedeva così afflitta; e se per caso i loro occhi s’incontravano, Pietro per non acuire i dolori di lei cercava di darsi un contegno tranquillo ed indifferente.
Ma anche lui, il vecchio scorridore, aveva una spina nel cuore. Talvolta lo sentivano borbottare in disparte, ma lo si sapeva di modi troppo spicci e maneschi perchè si osasse di chiedergli che cosa sovente gli facesse scrollare il capo, mentre un sospiro di dolore gli usciva dal petto.
Pure una volta fu udito che diceva:
— Quando tornerà lui, perchè tornerà, lo sento, bisogna che quella poveretta sia seppellita in terra di cristiani, che cristianamente morì quella poveretta!
E se ne facevano molti commenti senza che s’indovinasse il significato di quelle misteriose parole.
La sera dunque di quel sabato Pietro fu avvisato da una delle cameriere che la signora contessa sarebbe andata alla benedizione nella chiesetta del villaggio.
Quando la contessa verso l’imbrunire uscì dal castello trovò presso la postierla il vecchio Pietro armato, a capo di quattro guardiani armati anche essi, che da un pezzo aspettavano tenendosi dritti e immobili alla militare.
Ella sorrise a Pietro, rispose con un cenno della testa al saluto dei guardiani e si diresse verso la chiesetta. Vestita di nero, con un nero velo sulla gran massa aurata dei capelli: il sole del tramonto l’avvolgeva come in un nimbo di rosa, ed ella passava raccolta in sè, con l’incedere stanco di chi vive nella tristezza.
I guardiani la seguivano con l’aria severa di chi sente in sè riflesso il prestigio della casa a cui appartiene. I contadini che tornavano dal lavoro dei campi si fermavano per togliersi il cappello e per seguire con gli occhi la giovinetta, le cui opere pietose avevano conferito come un’aureola alla sua delicata e soave leggiadria.
In quel punto dal campanile della chiesetta squillarono i rintocchi che chiamavano i poveri villici alla preghiera della sera. Uscivano dai tuguri le contadine che avevano deposte le ceste, le fascine portate dalla campagna. Il giorno appresso era festa, quindi potevano indugiare quella sera ad andare a letto, potevano raccogliersi in comune nella preghiera.
Esse erano ben liete e quasi orgogliose di avere a compagna la figlia del loro signore che era stata l’amica della Regina. Era un conforto per esse, povere creature che non avevano mai conosciuto la felicità, il vedere, il sentire che quella giovane donna, che portava un gran nome, che possedeva una grande ricchezza, che era bella come un angelo del buon Dio, pregava come un’afflitta a piè dell’altare la Madre degli afflitti. Ci erano dunque dei dolori profondi oltre a quelli che esse soffrivano per la loro miseria?
Ed erano indotte da quella comunione di tristezza alla rassegnazione. Tutti dunque soffrono quaggiù, anche coloro cui la fortuna fu prodiga di ogni suo dono? In ginocchio, col capo sul petto, nella penombra di quella povera chiesa con un semplice e disadorno altare in fondo, con un crocifisso in alto, sopra una immagine della Madonna, innanzi alla quale ardevano due candele, esse dimenticavano la distanza del grado e della nascita, e si sentivano accomunate con quella figlia di uno dei più cospicui signori del Regno nella muta preghiera che si elevava a Dio dalle loro anime addolorate.
La chiesetta era già affollata quando Alma entrò. Tutti si fecero da parte per darle il passo. Attraversando la navata, andò ad inginocchiarsi innanzi alla lapide che chiudeva la tomba dei duchi di Fagnano, ove avevano sepolto anche la madre sua, e si diede a pregare fervidamente, mentre si elevavano tristi e solenni le voci dei fedeli che cantavano le litanie.
I guardiani si erano arrestati nel fondo. Solo Pietro aveva seguito la giovinetta ed appoggiato a uno dei pilastri si teneva immobile. Portava, è vero, sul petto l’immagine della Madonna del Carmine, ma reputava bastevole il baciarla devotamente allorchè la sera metteva il capo sul guanciale. Tutte le altre pratiche convenivano bensì alle donne ma non agli uomini; perciò se ne stava pressochè indifferente, non perdendo di vista, come un buon cane di guardia, la sua padrona.
Veramente, come tutte le anime rozze ed incolte sentiva profondamente la fede in un essere superiore che considerava come il padrone di tutti, anche dei suoi padroni. Ma la lunga vita passata nei boschi l’avevano disavvezzo dalle pratiche religiose che non avevano molta importanza per lui.
Certo non si divertiva, anzi era così seccato talvolta della monotona cantilena delle contadine che volontieri le avrebbe spazzate via. Ma era troppo compreso del suo dovere per osar di mostrare la noia che gli faceva metter sovente la mano alla bocca per nascondere gli sbadigli.
Fu appunto in uno di questi momenti che volgendo in giro gli occhi vide l’ombra di un uomo al par di lui appoggiato ad un pilastro e che al par di lui si teneva immobile. Per quel che poteva intravedere confusamente, non era punto un contadino. Chi era dunque? Lui conosceva tutti del paesello e non aveva bisogno di vederli in viso. Il viso di quell’ombra gli era nascosto, ma a giudicare dall’atteggiamento pareva che tenesse gli occhi addosso ad Alma da cui era discosto solo di pochi passi.
— Chi diavolo può essere? — borbottò Pietro che da antica abitudine era indotto a diffidare di ciò che non appariva chiaro al suo grosso cervello.
Lo sconosciuto si era posto, quasi temesse quel po’ di luce che irradiava dall’altare, nel buio dietro il pilastro e volgeva le spalle a Pietro.
— Bisogna che sappia chi è. È vero che adesso i tempi son mutati, non so se in peggio o in meglio, ma si suol dire che il diavolo non ha pecore eppure vende lana!
Diceva ciò sforzandosi di vedere in viso lo sconosciuto che continuava a tenersi immobile.
Intanto la funzione era finita; le contadine si alzarono per andar via. Si alzò anche Alma e mosse per uscire.
Pietro il Toro stette un momento incerto, ma la curiosità fu più forte del dovere; lasciò passare la contessa, poi rapidamente si accostò allo sconosciuto.
Nello scalpitio della folla che usciva dalla chiesa echeggiò un grido.
Alma aveva trovato i guardiani innanzi lo spiazzo della chiesa; ma dov’era Pietro il Toro che la seguiva sempre come la sua ombra?
Si guardò intorno e poi si rivolse ai guardiani:
— Pietro — disse — non è uscito con voi?
— No, Eccellenza — le rispose uno di essi — È ancora in chiesa.
Si mise in via senza chiedere più oltre. Era forse una delle solite bizzarrie di quel vecchio a cui ella oramai era usata.
Avevano fatto pochi passi quando uno dei guardiani disse:
— Eccolo che esce. Ma che ha Pietro il Toro? Non mi pare che abbia l’aspetto ordinario.
Ella si fermò a tali parole, ma già Pietro il Toro le era dinnanzi.
Anch’ella rimase sorpresa quasi spaventata. Pietro il Toro aveva una strana fisionomia, un viso quasi sconvolto come chi abbia il cuore gonfio e a stenti trattenga le parole. Quando fu vicino alla sua padrona mosse le labbra per parlare ma ne uscì un mugolio come se la voce lì lì per prorompere gorgogliasse nella gola.
— Che avete, Pietro? — gli chiese Alma che incominciava a sbigottirsi.
— Che ho? Nulla! — rispose il vecchio dopo un pezzo — Che posso avere? Ho che se Vostra Eccellenza mi dicesse: Pietro, tu devi volare, a me pare che stasera mi siano spuntate le ali, e volerei! Ah, che brutto uccellaccio, non è vero? Ma volerei, ve lo giuro!
Ella continuò a guardarlo sorpresa, perplessa. Se non l’avesse visto nell’andare in chiesa così calmo, così severo, col viso come di consueto rabbuiato, avrebbe creduto che Pietro il Toro, pur di solito così sobrio, avesse alzato il gomito.
— Pietro ha bevuto — mormorò uno dei guardiani agli altri — Nel venire non ce ne accorgemmo; ma il vino ha lavorato alla chetichella ed ora ecco gli effetti.
— Ma perchè non andiamo al castello? — continuava a dire Pietro il Toro — Che facciamo qui fermati? Ammenochè Vostra Eccellenza non mi ordini di ballare. Un tempo ero famoso. Lo domandi al vecchio Carmine. È vero però che mi chiamavano l’orso.
Ma era ubbriaco, era ubbriaco, o incominciava a dar di volta?
Questo si chiedevano i guardiani seguendo Alma e discorrendo sottovoce perchè Pietro non sentisse. Egli intanto andava innanzi e indietro festante come un cane che abbia ritrovato il padrone. Però era troppo furbo per non accorgersi della sorpresa destata nei suoi compagni ed anche nella contessa.
— Ah, voi mi tagliate i panni addosso perchè mi vedete così allegro! E che! Non son padrone di essere allegro? Finora fui, come suol dirsi da noi, col morto davanti, e voi non eravate contenti. Pietro, che hai? Vecchio, perchè quell’aria funebre? Noi vogliamo sapere quel che ti passa pel capo. Ed ora che sono allegro, ora vi chiedete se son pazzo o se sono ubbriaco! Non sono nè l’uno nè l’altro. O meglio, sono pazzo sì, fino al punto che stasera pagherò da bere a tutti. Proprio, quando il servizio sarà finito e i padroni andranno a letto... ma qualcheduno non dormirà, ve lo assicuro io... noi faremo un pò di baldoria, e domani, domani nessuno vi troverà a ridire, anzi si troverà che non ne avremo fatta abbastanza. E inviteremo anche Carmine. Perdio, lui per il primo! Povero Carmine, se gli dicessi una parola, una sola... Ah, imbecille che sono! E che dovrei dirgli? Nulla, nulla, solo che vogliamo stare allegri perchè, via, ne era tempo ormai.
Immersa ne’ suoi pensieri, Alma non l’ascoltava punto, quantunque ben sorpresa della parlantina del vecchio, di consueto così taciturno. Ella aveva intuito il perchè della profonda tristezza del vecchio: era il ricordo della povera Vittoria, era l’assenza di lui: glielo leggeva negli occhi, nel sorriso nei momenti in cui s’incontravano nei corridoi del castello; ma nessuno di essi ne aveva parlato mai, egli per riverenza, ella per ritrosia.
Giunti alla postierla Alma si rivolse come faceva ogni volta per rispondere al saluto dei guardiani, dai quali si sentiva molto amata, e già era per salire le scale che mettevano nelle sue stanze allorchè vide il vecchio Pietro che si era tolto il cappellaccio e mostrava nel viso sorridente il desiderio di parlarle. Onde si arrestò e non potè trattenersi dal dirgli.
— Ma insomma, Pietro, che hai?
— Ho contessina, ho che... ho fatto un voto.
— Un voto tu, e a chi?
— Alla Madonna del Carmine alla quale debbo se dopo tante peripezie sono ancor vivo.
— E in che consiste un tal voto?
— Glielo dirò, Eccellenza, glielo dirò. Vede, Eccellenza, quella porticina che serba ancora le traccie del fuoco e del fumo? Fu proprio in quella che lui... il conte suo marito... capitan Riccardo che io ho amato come un figlio... cioè, bestia che sono! che amo come un figlio quantunque sia un gran signore... Io lo sapevo, ma lo tenevo celato a lui, perchè... perchè... è inutile dirlo il perchè. Fu dunque da quella porticina che lui tra il fumo, le fiamme, le schioppettate si precipitò come un leone sui Francesi. Ah, l’avesse visto! Un vero paladino di Francia... Altro che Rizzieri!... Altro che Fioravante!... E così diede il tempo a lei, alla Regina, al duca di porsi in salvo!
Ella ascoltava commossa, con la visione di lui negli occhi, di lui bello e prode, di lui così temuto e così amato. Ma perchè Pietro, che per non acuire i dolori di lei, con istintiva delicatezza non aveva mai evocato tali ricordi, perchè quella sera, tutto pervaso di una sì strana allegria, l’aveva financo trattenuta, ciò che per un altro sarebbe stato una grave mancanza di rispetto?
— In che dunque consiste un tal voto? — tornò a chiedergli.
— In una bizzarria, un capriccio da vecchio. Eccellenza, che non le sarà poi di gran fastidio, perchè lei, anche senza il mio voto, va sempre tardi a letto, e quando veggo i vetri della sua stanza illuminati dico fra me: La mia padrona piange, e avrei dato il mio sangue, i pochi anni che mi restano di vita perchè la mia padrona non piangesse più e... ridesse come io ora rido!...
— Lo so Pietro, lo so che mi vuoi bene, ed anche lui ti voleva bene.
— Ti voleva? che cos’è questo _voleva_? Mi vuole, ha capito Eccellenza? mi _vuole_ bene!...
Alma trasse un sospiro e mosse per salire la scala.
— Non le ho detto il mio voto! — s’affrettò a dir Pietro — Mi faccia la grazia di trattenersi ancora un poco... Ecco qui... lei dovrebbe star sveglia fino a mezzanotte nella sua stanza... come fa sovente del resto.
— Che sono queste pazzie, Pietro? — esclamò lei che incominciava a credere davvero il vecchio avesse dato di volta.
— Pazzie? Le chiama pazzie! Io sono dunque un pazzo? Sì, sì, me lo dirà poi, saprà poi perchè e di che son pazzo! Son pazzo perchè sono savio, e non sono mai stato tanto savio quanto stasera in cui son pazzo!
Ella, un po’ infastidita, gli disse, tanto perchè non la importunasse più oltre:
— Non vo’ mai a letto prima di mezzanotte; potevi anche risparmiarti di dirmi il tuo voto.
Pietro la seguì con lo sguardo finchè ella disparve.
— L’ho fatta andare in collera! E veramente, poichè non sa, non posso darle torto. Ah, se sapesse, sarebbe pazza più di me, lei, povera creatura! Ora bisogna che vegga Carmine. Non dirò niente neanche a lui: io ho potuto resistere perchè son pur sempre Pietro il Toro; ma lui povero diavolo non reggerebbe alla gioia. Se io, al primo istante, intesi come se il cuore mi scoppiasse! Sfido... una sorpresa simile... vedermelo dinnanzi così di botto! Ed io che lo piangevo per morto! Non ne dicevo nulla per pietà di quella povera anima di Dio che si struggeva dal dolore! Ma ora non andrà più via; ora dopo tante traversie, dopo tante sciagure, dopo tante vicende sanguinose bisogna godersela la vita in pace e in gioia. O che forse non ne abbiamo diritto?
Di un tratto il viso del vecchio si abbuiò.
— Ah, se fosse qui con noi quella poveretta che giace, laggiù sotto quattro zolle di terra! È vero che... si era posta in capo una certa idea... Povera donna! La dicevano crudele, feroce, sanguinaria, ed era in fondo una buona creatura. Ma dovrà tornare qui... Lui lo vorrà, lo vorrà, onde quella sventurata sia vicino a coloro che amò tanto e pei quali morì!
Stette un istante pensoso.
— Orsù — disse poi, ridivenendo lieto — bando per stasera alle idee tristi. Ho promesso di pagar da bere a tutti... Dimani ne sapranno il perchè... Ah, dimani questo vecchio castello che ora mi sembra una sepoltura, sarà tutto una festa e...
Un pensiero gli troncò a mezzo le parole.
— E se lei si ostinasse?
Poi scoppiò a ridere come per darsi la baia.
— Che sciocco! Ma se lei si strugge, si strugge, povera figliuola, e ne sarebbe morta se lui avesse ancora tardato! Al vecchio Carmine, adesso. Che tiro gli vorrò fare, che tiro!
E prese la via delle stanze a pianterreno ove Carmine ogni sera a quell’ora faceva i conti con i lavoratori.
— Oh Pietro — disse Carmine al vederlo, interrompendosi per poco — ho da darti una nuova che ti farà piacere.
— Una nuova a me, tu? — gridò Pietro restando a bocca aperta per lo stupore.
— Sì, sì: aspetta che abbia finito... Delle nostre antiche conoscenze che son tornate... Le ho viste oggi... Poi, poi ti dirò:
E si rimise a discorrere coi contadini.
Pietro non si era riavuto dalla sorpresa. Quale nuova Carmine doveva dare a lui che ne custodiva una veramente sbalorditiva? E lui che era venuto col proposito di prendersi giuoco del suo vecchio amico, tenendolo sospeso con mezze parole! Si sentiva bene imbrogliato perchè stentava a credere che Carmine sapesse ciò che lui sapeva. Avrebbe continuato così tranquillamente a fare i suoi conti? Non avrebbe fatto echeggiare il castello dalle sue grida di gioia, come avrebbe fatto lui se non avesse promesso di tacere?
— Sbrigati, via sbrigati — disse a Carmine, non ne potendo più.
— Ho per massima di non rimandar mai le cose dell’oggi al domani.
— Sì, ma io intanto... Mi hai messo in tale incertezza...
— Ma che? Sei divenuto una donnicciuola? Non ti sapevo così curioso!... Aspetta, aspetta, che ora sarò con te...
E senza badargli più oltre continuò a far di conti.
Pietro si grattava la testa con un gesto a lui abituale quando era imbarazzato, e si rassegnò ad aspettare, rodendosi le unghie dall’impazienza.
— Ah, finalmente! — gridò quando vide che Carmine, essendo andati via i contadini, si accostava lui — Che ci è dunque, che ci è? Chi è tornato?
E stette perplesso ad aspettare la risposta. Ah, la gioia gli sarebbe stata assai avvelenata se Carmine avesse saputo ciò che lui sapeva!
— Il Ghiro ed il Magaro... ti ricordi? furono tuoi vecchi compagni d’armi... li ho incontrati luridi, laceri, affamati da far pietà, e li ho invitati a venir qui stasera.
Pietro il Toro s’intese come corbellato. In un altro momento avrebbe accolto con piacere quella nuova, chè era stato sinceramente affezionato ai suoi vecchi camerati; ma mentre egli ne aveva una di grande importanza sbalorditiva non poteva quasi perdonare neanche al vecchio Carmine il diritto di avere anche lui delle notizie.
— Bah — disse infine — mi fa piacere, sì, mi fa piacere; ma che cos’è questo in confronto di quello che so io?
— E che sai tu, che sai? — chiese Carmine.
— Che so? Nulla... Penso che il destino talvolta è ben curioso!... Dunque il Magaro e il Ghiro son tornati? Ne ho piacere, davvero, ne ho piacere. Ci siamo tutti i vecchi amici, i compagni di un tempo!
— Tutti no — rispose Carmine con un sospiro — manca il capo, manca l’aquila: son tornati solo gli sparvieri!
— Tutti, ti dico! — gridò Pietro.
Ma rimase confuso, imbarazzato, per quelle parole che non aveva potuto frenare.
Carmine lo guardò sorpreso; poi scrollò il capo, come se non avesse ben capito.
— Manca lui, manca capitan Riccardo! — mormorò con un sospiro.
— Sai, stasera ho invitato a bere i guardiani, festeggeremo il ritorno di... del Magaro e del Ghiro. Ti vogliamo con noi, hai inteso? Un po’ di allegria è necessaria di tanto in tanto. Se la cosa fosse durata più a lungo ne sarei morto.
— Quale cosa?
— La cosa... Dico così per dire. Ma tu hai avuto sempre il brutto vezzo di far delle domande che imbarazzano. Vo’ via perchè mi faresti andare in collera. Dunque ti aspetto nella mia stanza; faremo una partita e si starà allegri, hai inteso?
Detto ciò prese la via del cortile, lasciando Carmine alquanto incerto.
— Ha sempre avuto di queste bizzarie — mormorò il vecchio — Ma chi non ha difetti? E chi ha poi il cuore di Pietro?
Alma era salita nel suo appartamento in un angolo del castello. Presso la porta della sua camera incontrò una delle cameriere che le disse:
— Il signor duca ha chiesto di lei. Vuole che lo avvisi appena tornata.
Non aveva finito di dir queste parole che il duca comparve sull’uscio. Aveva in mano un giornale che leggeva attentamente. Nell’alzar gli occhi vide la figliuola.
— Ho una triste nuova da darti... dico triste perchè anche se nol meriti ci si affeziona con chi vivemmo per tanti anni in comunanza. La regina Maria Carolina è morta.
— Morta! — esclamò lei impallidendo.
— Un mese fa: l’ho letto ora in questo giornale che mi è pervenuto con un po’ di ritardo. Povera donna, il cielo, l’abbia nella sua misericordia. Però la cosa non sembra molto chiara: il giornale, un po’ liberalesco, lascia intendere tante cose a ben leggere tra le linee! Pare che avesse infastidito un po’ i sovrani che si erano riuniti a congresso. Bisogna convenire che è morta sulla breccia!
— Padre mio, sono stanca — disse Alma che mal si reggeva in piedi.
— Vai, vai, anche io andrò a letto. Questa notizia mi ha fatto male. E... e ho pensato subito a lui: ora è sciolto da ogni impegno... Perchè neanche ora si è fatto vivo? Avrebbe potuto scrivere! Infine, volere o non volere, sei pur sempre sua moglie!
Ella era rientrata nella sua camera col cervello sconvolto, col cuore in tumulto. Non avrebbe saputo ben ridire quel che aveva inteso alla notizia che tutto ad un tratto le aveva dato suo padre. Ci era del dolore, ma ci era anche una vaga gioia, una vaga speranza; certo l’ostacolo maggiore al ritorno di lui era tolto!
Ella però aveva inteso rimorso di un tal pensiero, rimorso di aver pensato a lui prima che alla povera morta; ma indarno si rimproverava ciò che a lei pareva durezza di cuore: non sapeva far tacere l’intima voce che le parlava di sperare!
Come abbiamo detto, Alma in quei due anni aveva inteso quasi un sordo pentimento della sua severità verso l’uomo al quale il destino l’aveva unita con un nodo indissolubile. Accusava se stessa di aver sacrificato alla sua superbia la felicità sua e dell’uomo che l’amava.
A quale vita si era condannata e a quale vita aveva condannato colui al quale aveva giurato innanzi a Dio di appartenere con tutto il suo corpo e con tutta l’anima sua! Ella aveva impedito che prendesse possesso di ciò che gli spettava per legittimo diritto! Quel castello era suo, ed ella ne godeva, ella che lo aveva scacciato dalla camera nuziale! Ella continuava l’opera nefasta di suo padre a danno del figlio di colui che suo padre aveva costretto ad andar ramingo!
Quanto più nobile, più generoso era stato lui che era andato via rinunciando a tutti i suoi diritti! E se non le aveva dato in quei due anni notizia di sè, era segno che voleva umiliarla con la sua alterezza, che sdegnava di aver rapporti anche amichevoli con la donna che lo aveva scacciato!
Si era seduta sulla _dormeuse_ a piè del suo letticciuolo e vi si era abbandonata come stanca.
— Vostra Eccellenza ha suonato? — chiese una delle cameriere entrando.
Ella, scossa da quella voce, alzò il capo.
— No — disse — anzi poichè è già tardi, potete andare a letto.
La cameriera salutò ed uscì.
Alma guardò l’orologio. Mancava mezz’ora alla mezzanotte.
Ebbe come un sussulto, una strana, stranissima idea le passò pel capo. Perchè Pietro si era fatto promettere che ella non sarebbe andata a letto prima della mezzanotte, perchè? Un voto? Ma che stupido e inconcludente voto era quello! Pietro, è vero, era di carattere e di umore bizzarri, ma non si sarebbe permesso con lei una burla così sciocca! E quella strana, prorompente allegria doveva pure avere una causa!
E rievocava i particolari di quell’ora trascorsa in chiesa. Nell’andare Pietro aveva il contegno consueto: era taciturno, pensoso, come per due anni lo aveva quasi sempre visto. Poi lei era uscita e lui era rimasto in chiesa mentre di solito la precedeva. Quella breve dimora era bastata per trasformarlo, per pervaderlo di gioia, per farlo divenir quasi folle. Che cosa era accaduto in chiesa in quei pochi istanti? Che aveva inteso? Chi aveva visto?
Chi aveva visto? Il cuore le diede un balzo per un sospetto, un sospetto così vago, così strano che era una follia. Una follia? E il duca non le aveva detto che la Regina era morta, da più di un mese? Dunque _lui_ era libero, e chissà non avesse inteso il bisogno di tornare a lei!
Ella, è vero, era stata inesorabile, gli aveva detto che sarebbe stata inesorabile: ma in quei due anni di raccoglimento in cui la vita le era apparsa nella sua realtà, in cui aveva compreso che se la donna è responsabile di tutto il suo passato per i fini supremi della natura e dell’amore; se l’integrità del cuore non può scompagnarsi dall’integrità verginale nella donna che si dona all’amore di un uomo, ben folle e bene assurda è nella amante e nella sposa la gelosia fisica del passato. Le labbra di un uomo infrangono il bicchiere nel quale bevve la voluttà voluta dal sangue e non dal cuore; ma nessuna traccia ne resta alle sue labbra: il vino che assaporò non ha nome per lui, o se mai ne ebbe, è presto cancellato; dove l’anima non lascia parte di sè, ivi non resta la stigma dell’amore; e l’uomo anche se visse una lunga vita di vizi e di dissolutezze alle quali non partecipò l’anima, può, redento da un amore, l’unico, il vero, l’assoluto dell’esistenza sua, darsi puro alla donna che infine incontrò dopo averla cercata per lunghi anni, puro come la vergine che muove all’altare.
Ma aveva compreso lui che l’inesorabilità di lei sarebbe stata vinta non solo dalla maggiore maturanza del suo intelletto e del suo cuore, ma anche dalla passione che vince talvolta anche la gelosia? Se ancora l’amava come l’aveva sempre amata, non avrebbe inteso il bisogno di tornare sia pure per andar via per sempre se ella ancora si fosse ostinata in tanto assurda e disumana ripulsa?
E che avrebbe fatto lei se quel vago sospetto, quel vaneggiamento si fosse avverato?
La risposta era nei brividi che a tal pensiero le corsero per tutta la persona, nel subito divampare del sangue, nei battiti convulsi del cuore, in tutta l’anima sua fremente di passione.
Non era più la giovinetta il cui amore era stato un fluttuare di pensieri or tristi or lieti, ma vaghi e confusi sempre: era la donna che amava, che voleva con tutta la sua compagine, come se l’anima ardente di amore si fosse sparsa per tutte le sue fibre, e tutto il corpo e tutte le visceri ne fossero pervasi.
Alzò gli occhi. L’orologio a pendolo segnava mezzanotte meno pochi minuti.
Fra pochi minuti dunque sarebbe giunta al bivio fatale della sua vita, fra pochi minuti si sarebbe compiuto il suo destino: o l’amore con tutte le gioie che in quei due anni aveva intravisto nei sogni, tormentatrici ed allettatrici insieme, o lo sconforto, la desolazione, il buio dell’anima, le torture logoranti dei desideri roventi e insoddisfatti.
Il suo sospetto era divenuto certezza. Per un misterioso fenomeno ella sentiva che Riccardo le era vicino; ella si sentiva nella visione di lui, sentiva il flusso del suo pensiero che tutta l’avvolgeva. L’indice dell’orologio lentamente si avvicinava all’ora fatale: ella aveva lo sguardo fisso sulla porta, l’orecchio teso, il cuore in tumulto.
E se s’ingannasse?
Nonpertanto aveva paura, paura di vederlo comparire là sulla soglia della porta, uscente dalle tenebre come un fantasma; paura di non vederlo pur sentendo che egli era in quelle tenebre!
Mezzanotte era per suonare!
Sussultò in tutta la persona: aveva sentito un lieve rumore nelle tenebre del corridoio.
— Dio mio — mormorò — Dio mio!
Il rumore di un lento calpestio, impercettibile per ogni altro orecchio, si faceva sempre più distinto e vicino.
Ella diede un grido, un grido che era di gioia e di spavento insieme, ma non ebbe la forza di alzarsi e si abbandonò sulla _dormeuse_ con gli occhi sbarrati e fissi alla porta.
Aveva visto un’ombra che si andava sempre delineando. Allorchè fu in piena luce ella riconobbe in quell’ombra colui che aspettava: Riccardo.
Si era fermato sulla soglia come in quella sera delle nozze. Era pallido, ma aveva negli occhi uno sguardo d’ineffabile tenerezza.
— Alma — disse Riccardo con voce dolce e triste — anche adesso non varcherò questa soglia senza il tuo invito.
L’aria ne era grave, l’aspetto severo. Nulla era più in lui dell’audace avventuriere nelle vesti signorili, nel signorile portamento.
— Dite una sola, una sola parola — continuò — ed io andrò via per immergermi di nuovo nel silenzio e nelle tenebre donde sono uscito.
Ella non aveva la forza nè di parlare nè di muoversi: tutta la sua passione come tutta l’anima sua erano nello sguardo. Infine si alzò a sedere, mandò indietro con un atto del capo la bionda capellatura che le si era disciolta, mosse le labbra per parlare; poi vinta da una profonda commozione scoppiò in un dirotto pianto.
Egli rimase lì a guardarla, con le braccia conserte, dominando l’angoscia, dominando l’impulso di tutto l’essere suo per non varcare quella soglia.
Infine anche ella si calmò e con voce rotta dai singhiozzi gli disse:
— Voi siete l’unico signore e padrone qui: voi siete l’atteso da due anni, nelle lacrime e nella solitudine!
Non aveva ancora finito di dire queste parole che già Riccardo era alle sue ginocchia, con gli occhi sfavillanti, col volto trasfigurato da una gioia sovrumana. Aveva preso tra le sue le mani di lei che baciava e ribaciava, tenendo pur sempre fissi gli occhi sulla leggiadra creatura che non si era ancora riavuta dall’orgasmo in cui l’aveva immersa quell’attesa, quella invocata apparizione.
— Ti dirò tutto — proruppe lui quando infine la parola che salendo dalle viscere moriva sulle labbra potè venir fuori — ti dirò tutto della mia vita di questi due anni.
— Tu sei qui, sei qui! — mormorò lei piegandosi su lui. — Che m’importa del resto?
— No, devi saper tutto: devi ripigliarmi come se tu meco avessi vissuto questi due anni, devi sapermi tuo, sentirmi tuo come fui sempre anche quando osavo alzar gli occhi per adorarti come il lurido bruco adora il sole che lo riscalda. Sai tu che quella povera donna che era nata come un astro si è spenta come un tizzo fra le ceneri, spenta forse dal veleno propinatole da coloro che ne temevano l’indomita energia, lo spirito impetuoso ed audace, la volontà inflessibile, spenta così di un tratto mentre i monarchi di Europa, caduto il gran soldato che li aveva divelti dai troni, discutevano del nuovo assetto da dare agli Stati ed ella difendeva il suo, tentando di rivendicare i propri diritti? Sola contro tutti fino agli ultimi istanti, sola contro tutti anche morendo, affermando anche morendo la vastità e la profondità di un genio reso infecondo dalle debolezze muliebri! In quei due anni ella fu la sovrana per me, unicamente la sovrana. Da quella notte in cui la mia vita fu legata alla tua innanzi a Dio e innanzi agli uomini, ella che non aveva potuto vincere gli altri, vinse se stessa e trovò l’oblio dei suoi disinganni di donna nella sua missione di regina e di madre che difende per sè e per i suoi figli i diritti che Dio le aveva concesso.
Alma, che a poco a poco si era ridestata alla realtà che pur le pareva un sogno, trasalì a queste parole: dal profondo del cuore le salì sulle labbra un sospiro di gioia ineffabile. Le sue mani strinsero convulsamente quelle del giovane nel mentre lo fissava con le pupille ebbre di felicità attraverso il velo delle lagrime.
No, non mentiva, ne era sicura: egli era stato suo sempre col cuore, suo sempre col pensiero fin da quando, fanciullo ancora, ella era per lui un’irraggiungibile deità, e in quei due anni era stato suo in tutto se stesso! No, non mentiva per pietà di lei, non mentiva perchè gli si abbandonasse. Sarebbe bastato un cenno della mano perchè egli andasse via per non tornare mai più!
Di quanta gioia profonda le sfolgorava il viso, di che gioia profonda le balenavano le pupille!
— Parla, parla — gli susurrò piegando il capo sull’omero di lui — parla, amor mio!
Egli diede un grido: prese fra le braccia quel corpo morbido e caldo: con un gemito di amore convulso, quasi folle, cercò con la bocca la bocca di lei.
— No — gli disse lei piano, pure abbandonandosi — parla, dimmi tutto... Già tutto mi hai detto col dirmi che fosti sempre mio. Parla: è una musica celeste la tua parola. Poi ti dirò quanto ho sofferto, come ti ho atteso, come ti ho invocato. Parla: io sento con la tua voce penetrare nella mia l’anima tua. Che dolce e buona cosa è la vita! Non è questo l’istesso mondo, non è vero? tanto triste, tanto triste in cui ho vissuto finora! È un’altra terra, un altro cielo... Come è dolce il vivere così, come è dolce!
— E dunque — rispose lui facendo uno sforzo per dominarsi, ma essendo sicuro ora, sicuro che ella era sua, che ella gli si dava, che ogni fibra di quel corpo che stringeva fra le braccia era vibrante di passione — e dunque perchè parlare più oltre di quel mondo nel quale soffrimmo, soffrimmo per meritar questa ora di cui ciascuno istante è una gioia sovrumana? Basti il dirti che io fui il messaggero della Regina, che vedevo soltanto nei giorni di udienza. Ella mi affidava i più delicati incarichi, le più arrischiate imprese. Viaggiai molto, conobbi molta gente, ma l’anima mia era qui, dove tu mi aspettavi.
— Non una parola di te, di te per due anni, non una parola, ed io morivo lentamente cercando invano l’anima tua!
— Tu mi avevi scacciato — rispose Riccardo con voce teneramente soave — ed io avevo giurato di lasciarti libera, di non tornare a te che dopo lunghi anni solo per vederti anche una volta prima che io morissi. Pure alla Regina moribonda promisi che prima di partire, come avevo risoluto, per le lontane Americhe, sarei venuto qui perchè ogni dubbio dileguasse dall’anima mia. Ella prima che la crudele agonia le togliesse la parola mi aveva detto, come se al suo spirito in quell’ora solenne fosse balenato il vero: Va, che ella ti ama; va, che ella ti aspetta; ed io son venuto, disposto a partire per sempre se tu mi avessi imposto di andar via, perchè non ti si incolpasse, perchè nessuno si arrogasse il diritto di aver pietà di me e di censurarti. Solo a Pietro mi svelai nella chiesa ove ero andato per pregare sulla tomba di mio padre e di mia madre. E ecco perchè con la cooperazione di Pietro sono io ora qui, in quest’ora della notte, come un amante o... come un malfattore. Dì ora una parola, una sola parola ed io andrò via per sprofondar lontano nelle tenebre e nel silenzio.
In ciò dire si era alzato e si teneva immobile a lei dinanzi.
Ella si alzò alla sua volta, si strinse a lui e lo trasse con dolce violenza verso l’uscio. Ivi giunta si fermò e voltasi a Riccardo che era rimasto sul limitare gli disse con voce lenta e solenne:
— Tu sei il mio signore e padrone tu sei il mio sposo, tu sei il mio amante. Questo castello è tuo, queste terre son tue, questa povera donna che ti ha atteso per due anni è tua. Sono io che t’imploro perchè non mi punisca della crudeltà mia come sarebbe tuo diritto. Scacciami come una sera io ti scacciai, ma aprimi le braccia se credi che due anni di dolori, di rimorsi, di tormenti mi abbiano punito abbastanza!
Egli che era rimasto da prima sorpreso ne capì di un tratto tutto il pensiero delicato. La prese fra le braccia, la raccolse fra le braccia per sentirla in sè fremente di passione.
Ed ella gli si diede tutta, come in un sogno!
Il castello dormiva, dormivano le campagne sotto al blando raggio lunare. Pel cielo sereno ammiccavano scintillando le stelle. Un fremito di amore, di baci e di parole mormorate nei baci saliva da quella cameretta spandendosi su su pel cielo senza nubi.
E per la serenità del firmamento ammiccavano le stelle scintillando più vive.
Era già sorto il sole quando di un tratto echeggiarono voci festose e scoppi di fucilate, come è in uso per le feste. Tutte le finestre del castello si spalancarono, tutte le porte si aprirono. Innanzi al piazzale la folla dei contadini urlava ebbra di gioia. Il Magaro, il Ghiro, Carmine, Geltrude parevano invasati: Pietro il Toro piangeva come un fanciullo pur cercando di darsi un’aria grave.
La gran veranda del castello sulla quale eran fissi tutti gli sguardi si aprì. Alma e Riccardo apparvero sorridenti, e dietro a loro il duca ancora intontito per la lieta sorpresa.
La folla emise un sol grido che si ripercosse per la vallata, un grido di delirante esultanza.
Il sole in tutta la maestà, in tutto il fulgore avvolgeva nella sua porpora i giovani sposi stretti l’uno all’altra e che avevano nel cuore un sole assai più sfolgorante: quello dell’amore!
FINE.
NOTE:
[1] Lettera questa autentica.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.