Chapter 1 of 3 · 39595 words · ~198 min read

libro di interessi italiani è ingrato a fare, difficile a pubblicare,

impossibile a diffondersi, ondechè non può avere se non effetto minimo sull’opere nazionali. Ma i libri, inutili sempre a chi non li legge, poco utili talora a chi li legge, hanno almeno questo di buono per chi li fa: che non si posson fare se non più moderati di gran lunga che non i semplici detti, e talor che le azioni; hanno questo vantaggio, di non potersi scrivere da niun uomo sincero senza moderar le proprie opinioni. Ei fu già osservato e detto da gran tempo: che la pratica degli affari pubblici suol moderar gli uomini più estremi; che le opposizioni venute al governo si moderano naturalmente. Ma la pratica dello scrivere modera e deve moderare anche più: chi scrive non ha nè verso altrui, nè verso la propria coscienza la scusa qual che ella sia delle passioni momentanee[2]. — E fu pur detto che la carta tollera tutto; ed è vero; ma quella che tollera troppo, riesce poi intollerabile, e non è a lungo tollerata.

Ma andiamo più oltre, ed aggiungiamo arditamente che fra speranze destre, sinistre e moderate, queste hanno pure più probabilità di adempimento, non solo ne’ paesi dove sono costituite e patenti le parti, ma in quegli stessi dove elle sono latenti. In politica come in meccanica due forze perfettamente eguali ed opposte producono immobilità senza dubbio; ma per poco che sieno disuguali, l’una avanza moderata dall’altra, e per poco che sieno non opposte del tutto, ne risulta in mezzo una forza diagonale. Non chiamerò a testimonianza tutte le età, per non rifare di que’ sommari storici, in che (cedendo forse troppo agli abiti dell’arte mia) io abbondai. Bastino pochi esempi contemporanei, più alla mano per gli uomini di pratica, e più convincenti per tutti. — Cinquanta ed alcuni anni fa incominciarono in Francia le due parti estreme che volean tutto mutare e tutto conservare, e quella di mezzo che mutar solamente il necessario. E vinse prima quella del tutto mutare: e si mutò tutto, repubblicanamente prima, imperialmente poi; essendo fatale che chi muta tutto sia tutto mutato, facilmente e sovente. Poscia vinse la parte del tutto o almen troppo conservare. Ma si tornò in ultimo al mutare ciò all’incirca che avevan desiderato i moderati primitivi del 1789. — In Inghilterra, già costituite e patenti e combattenti da cento anni alla medesima epoca le parti mutatrice e conservatrice, erano molto meno estreme tutte e due; e tuttavia anche fra queste sorse una parte di mezzo moderatrice. E chi vinse anche là? Anche questa indubitabilmente. E quanto alle mutazioni che pur vi si desiderano di qua, e si respingon di là, ogni probabilità è, che elle si faranno di nuovo moderatamente. — In Ispagna, all’incontro, dove non era stato mutato nulla da secoli, sorsero intorno al 1809 molto estreme le due parti mutatrice e conservatrice; tanto che non sorse o si ridusse a pochissimi scelti (quasi a due, un Jovellanos ed un Saavedra) la parte moderatrice. E quindi molte vittorie di esagerati si contano, o sono innumerevoli ne’ trentacinque anni corsi d’allora in poi; tantochè quella si potrebbe dire a’ nostri dì la terra classica delle esagerazioni e di lor conseguenze, le rivoluzioni, le purificazioni, le persecuzioni. E tuttavia (contro all’affettata commiserazione d’alcuni) in quel tempo comparativamente breve de’ trentacinque anni, quella nobile e troppo disprezzata nazione sembra giunta alla vittoria de’ moderati. Che anzi un grande insegnamento esce da queste vicende spagnuole. Questo periodo de’ trentacinque anni è la media contata da tutti per la mutazione d’una generazione in un’altra; e questo è forse appunto il normale, a compiere colla moderazione una rivoluzione incominciata dalle parti estreme, perchè è il periodo necessario a mutar le vite, a mutar gli esagerati primitivi in moderati nuovi, una nazione vecchia in una giovane: chi nasce in una nazione invecchiata, è sopra ogni cosa ferito dai vizi vecchi, e per rinnovarla vi fa rivoluzioni; ma chi nasce in mezzo a queste, è ferito dai vizi nuovi, e le fa cessare. Noi avemmo nomi ed imposture di giovani Francie, giovani Germanie, giovani Italie esagerate; ma tutte queste giovani sono ora vecchie; e il progresso naturale della nostra età fece nascere una giovine Spagna moderata.

Ma un altro esempio mi si affaccia qui così bello, che, quantunque antichissimo, non so trattenermi dal ricordarlo per dimostrare: antico essere questo costume della Provvidenza di mutar le generazioni per adempiere i suoi disegni. Quando il popolo di Dio giunse la prima volta all’orlo della terra a lui promessa, molti furono che vollero contro ai divini cenni immediatamente progredire, e molti che, spaventati dagli stranieri occupatori di quella terra, vollero all’incontro indietreggiare. E i primi, acceleratori de’disegni di Dio, furono puniti da Lui colla sconfitta; Dio parve unirsi ai propri nemici. Ma contro ai dubitatori di sua onnipotenza e provvidenza, Dio si rivolse in modo speciale, e, se sia lecito esprimerci così; inventò allora questo modo, consueto poi, di rinnovar le generazioni. «Vivo Io», diceva divinamente eloquente il Signore: «vivo Io, e della gloria Mia si empirà tutta la terra. Ma tutti costoro che videro la Mia Maestà e i segni ch’Io diedi in Egitto e nella solitudine, e tentarono Me già dieci volte, e non obbedirono alla voce Mia, non vedranno la terra per cui giurai a’padri loro, nè la vedrà nessuno di coloro che da Me detrasse.... In questa solitudine giaceranno i cadaveri vostri; di tutti voi quanti siete, di venti anni e sopra, e mormoraste contra Me.... I vostri pargoli, di cui diceste che sarebbon preda de’nemici, questi introdurrò Io, affinchè veggano la terra che a voi dispiacque. I cadaveri vostri giaceranno nella solitudine[3]». — Che più? Mosè, il duce del popolo, Aronne, il gran sacerdote, che s’eran tenuti fermi contro a quelle prime dubitazioni, dubitarono una volta della provvidenza divina; ne dubitarono un sol momento, e così tacitamente, che non è nemmeno chiaramente espressa nella storia! E duce e gran sacerdote trassero pure contro a sè la medesima riprovazione: «Perchè non fidaste tanto a Me da santificarmi dinanzi ai figli d’Israello, non introdurrete voi questi popoli nella terra ch’Io darò loro[4]». — L’esempio mi sarà scusato naturalmente non solo da voi, sacerdote, a cui mi rivolgo; ma da tutti que’leggitori i quali pur credono duri quella medesima Provvidenza; e quanto agli altri è inutile ch’io mi scusi; siamo troppo discosti per intenderci mai.

E ritorno ai nostri tempi, alla patria. Cinquanta e più anni fa si progrediva, si mutava troppo lentamente (a parer mio), ma in somma moderatamente in Italia. E fatto a cui mi son riferito parecchie volte, e che è ad ogni modo incontrastabile a chiunque abbia qualche memoria o lettura del secolo scorso. Di fuori ci vennero le due parti estreme, del tutto mutare, e del tutto conservare; nativa italiana è la sola parte moderata; e ciò è naturale, perchè l’Italia è antica, è la primogenita tra le nazioni moderne in quella civiltà, che è sopra ogni cosa moderatrice. Ma mosse di fuori, soverchiarono le due parti estreme a vicenda per molti anni; sieno trenta o quaranta, che non mi fermerò a disputare; ma in somma da dieci o quindici o più, è innegabile la ripresa delle mutazioni lente (troppo lente e troppo poche pure, a parer mio), ma ad ogni modo reali e moderate; ed è innegabile l’accrescimento che si fa della parte moderata a spesa e diminuzione delle due estreme. — Lasciamo dire, lasciamo tentar di fare. Anche qui, anche nella misera e dipendente Italia vien meno la generazione degli esagerati, sorge dopo una giovine Italia esagerata, una più giovane moderata.

E quindi anche qui, a malgrado gli svantaggi e gli accoramenti presenti, può, deve sorgere a’moderati una speranza di giustizia ultima, più o men lontana. Saranno essi ascoltati? riusciranno a distorre la patria da quelle due male vie che conducono del paro a rivoluzioni, e quindi inevitabilmente a delitti, vergogne e danni? Allora que’ moderatori che abbiano dinanzi a sè una vita sufficientemente lunga, vedranno forse sè stessi giustificati come accennatori della buona via da’contemporanei riconoscenti; ed essi e i troppo vecchi morranno almeno colla certezza d’essere così giustificati da’posteri. — Non saranno eglino all’incontro ascoltati, seguiti? Le esagerazioni originariamente straniere riprenderanno elle forze da noi? Allora, oh allora sì, più certamente che mai, i loro nomi saranno giustificati pur troppo da’rincrescimenti, da’ patimenti di coloro che patiranno or nell’una, or nell’altra delle due male vie. — Quale delle due giustificazioni è più probabile? Se guardiamo al passato, certo l’ultima ed infelice; se al progresso presente, universale ed italiano, forse la prima e felice. Ma pronta o tarda, felice od infelice, la giustificazione de’moderati è immanchevole anche in Italia.

Cioè a coloro che si sieno assicurati l’attenzione dei posteri. Perciocchè, guai ai poco attesi; meglio era per loro essere dimenticati. Chi non fa nulla ed è dimenticato, non ha almeno bisogno di giustificazione; ma chi fa poco, ed oscuramente, sia scrittore, uomo di stato o principe, egli avrebbe bisogno di giustificazioni sovente, e negletto, non le suole ottenere. Una grande azione o almeno un grande scritto si vuole aver fatto, o almeno una grande ingiustizia sofferta, per isperare attenzioni e giustificazioni da’posteri. E voi, Signore ed Amico, vi siete già assicurata tale attenzione co’vostri lavori filosofici e co’politici, e principalmente (se mi concediate scegliere tra’vostri scritti) con quella _Teorica del Soprannaturale_, di che avete dimostrata la necessità nella filosofia, e con quel libro su’destini di Italia, che aprì una carriera nuova di moderazione politica agli scrittori italiani. E voi siete de’maggiori e più generosi di quella letteratura italiana esterna, che mi pare una delle più vicine e più feconde speranze italiane; ondechè siete voi stesso una di queste nostre speranze. E voi, giovane e forte ancora, avete, così Dio voglia, lunghi anni da emulare e superare voi stesso; e così (se di nuovo mi facciate lecito esprimervi un voto di molti amici vostri), così lasciando i vostri avversari, voi vogliate rivolger tutta a nostro pro quella vostra forza e potenza. E ad ogni modo, e per quel che farete, e per quello che avete fatto, non può mancare a voi morto la gloria, a’voi morente la coscienza d’aver bene e grandemente operato per la patria. — Vecchio combattitore di parte moderata, e per ciò appunto cacciato già dalla vita attiva, ed entrato tardi in quella di scrittore, io non lascerò nome che giunga al tempo della tarda giustizia. Ma che importa, se avrò anch’io, a difetto del talento, moltiplicato l’obolo commessomi? se avrò recato, secondo mie forze, un sasso all’edifizio, un rivo al fiume, un seme al campo? se avrò la coscienza che quel sasso è «tetragono», quell’acqua è limpida, quel seme non è di danni, infamie o delitti alla patria nostra?

Del resto, ho parlato qui di quelli fra gli avversari vostri e miei, che sono avversari della moderazione politica in generale; perchè mi parve degno assunto da trattare in capo a un libro fatto appunto per istudiare in che stia ora da noi questa moderazione. Ma di rivolgermi poi agli avversari particolari del libro mio, alle critiche più o men generose mossemi, io non mi sento nè voglio farlo; salvi pochi luoghi ove il pensier mio mi pare gravemente alterato, e dover restituirlo. E queste stesse risposte ho fatte in note a’lor luoghi, affinchè sien men noiose a chi voglia pur leggerle; ovvero, anche meglio, sien facilmente tralasciate. — Andiamo avanti, anzichè tornar su’nostri passi; non rimaneggiam le idee già espresse, cerchiamone piuttosto delle ulteriori; ed anzichè disputare, correggiamo ed accresciamo. Ciò ho tentato fare nella presente edizione. Così possa ella aggiugnere a quel poco di bene che voi ed alcuni altri buoni speraste dalla prima. — Uno di questi ne giudicava già colle poche parole: _Gutta cavat lapidem_. Io accetto il giudicio e l’augurio; e continuo.

5 luglio 1844.

OCCASIONE DI QUESTO SCRITTO

§ 1.º Come il sanno oramai tutti i colti italiani e non pochi stranieri, il Gioberti è uno de’ filosofi principali della Cristianità. Fattosi conoscere ed ammirare a un tratto colla _Teorica del soprannaturale_, egli pubblicò successivamente parecchie altre opere, con quella fecondità che è prima virtù e primo segno di grandezza. E, filosofo cattolico, egli è uno de’ maestri senza dubbio (giudichi altri de’gradi) in quella scuola italiana che si distingue dalle simili per una cattolicità, una teologia più esatta o sola esatta. — Ma l’assunto mio non è filosofico. Il Gioberti, abitatore di paesi stranieri, aveva da questa sua situazione una libertà di scrivere che non è nella penisola italiana. Ed il Gioberti non era uomo da non valersene. Italiano sviscerato, e, se fosse lecito dire, esagerato, frammischiò in tutte le sue speculazioni di filosofia non poche considerazioni di storia, ed anche di pratica italiana; e, lasciando ora, non il genio, ma la forma filosofica, facendo di ciò che era accessorio nell’altre, assunto principale di una nuova opera sua, ei ci ha dati testè due importantissimi volumi _Del Primato morale e civile dell’Italia_.

§ 2.º Questo titolo è molto indeterminato. Di qual primato vuol parlare l’autore? Di quei due che furono tenuti già dall’Italia romana e dall’Italia del medio evo tra il secolo XI e il XVI? Ma questi sono noti e conceduti da tutti gli uomini di qualche coltura; nè, spogliati di narrazione e ridotti a discorso, sarebbero stati degno assunto del potentissimo scrittore. — Ovvero, il primato rivendicato sarebb’egli uno presente? Ma questa sarebbe illusione così contraria pur troppo ad ogni fatto, che niuno amor patrio, per quanto accecato egli sia, non se la può fare; ondechè nemmen questo non sarebbe stato assunto concordante coll’incontrastabile sincerità dell’autore. — Quindi fin dal titolo, il leggitore entra naturalmente in pensiero, che il primato così asserito da tale scrittore sia piuttosto un primato futuro, in potenza, in isperanza, e da procacciarsi per opera di coloro che tengono in mano i patrii destini. E tale mi pare in fatto il primato di che si discorre nella parte incomparabilmente maggiore dell’opera[5].

§ 3.º E quest’è che distingue l’autore da quel volgo o gregge di scrittori i quali assonnan l’Italia, rimescolandole passato, presente e futuro. Del passato, dei due primati veri e certi di lei, costoro le parlano a quella guisa che i servi adulatori a’nobili e degeneri padroni; vantando le glorie antiche quasi presenti, le azioni degli avi quasi dispensa d’azione ai nepoti, la nobiltà quasi non memoria, ma eredità dì virtù. Non contenti delle glorie vere, costoro ne inventano delle false; perchè, a modo d’ogni avvilito piaggiatore, o non capiscono le prime, o sanno di farsi più merito colle seconde. Così è, che all’Italia, dominatrice già di tutto il mondo occidentale, riunitrice di tutte le maggiori civiltà antiche, serbatrice poi delle reliquie di esse, centro predestinato della religione cristiana, ordinatrice prima e rinnovatrice poi della disciplina ecclesiastica, rinnovatrice ed accrescitrice dei Comuni, rinnovatrice della civiltà e di tutte le colture, all’Italia, scopritrice dell’Asia Orientale e dell’America, all’Italia, madre, oltre ai Latini, di Gregorio VII, di Marco Polo, di Dante, di Raffaello, di Michelangelo, di Colombo, di Galileo e di Volta, costoro vanno dissotterrando tuttodì non so quali glorie ignote, non so quanti grandi uomini oscuri, non so quali disputabili princìpi di qualsivoglia scoperta straniera. — Peggio assai quando costoro toccano al presente. Qui è il campo degli adulatori; qui versano consolazioni, incoraggiamenti agli ozi, ai vizi, al beato far nulla, al far male. Non siamo noi felici, operosi, gloriosi quanto ogni altro? Quai campi più colti, quali città più crescenti, quali popoli più sapienti o più virtuosi, quali aure (perciocchè del clima stesso fan meriti), qual clima, qual cielo, qual paradiso? Quante opere soprattutto e quanti uomini utili, grandi, immortali? I quali si ringrazino dunque e si benedicano essi prima a essersi fatti immortali: ma se ne ringrazino poi anche il principe, i mecenati, il buon popolo, il paese, tutti quanti. Chiaro è: non è nulla da fare, nulla da rifare o mutare; nulla se non vivere gaudenti. — E chiaro è massimamente poi: non è da far nulla per il futuro. Anzi, di questo, meglio è non parlare, non fiatare, non nominarlo. Chi ne parla, chi vi fruga, chi ne spera o teme o s’inquieta, è uomo inquieto, pericoloso, perseguitabile, sotto i nomi nefandi di progressista, liberale, rivoluzionario e repubblicano.

§ 4.º A chiunque abbia per poco conosciuto o letto il Gioberti, non è mestieri dire che egli è scrittore opposto a costoro. Non entro a cercare s’ei distingua sempre con sufficiente precisione il passato, il presente e il futuro italiano; se nel suo labile argomento egli eviti sempre la esagerazione delle lodi; se le témperi colla virile comparazione dei biasimi; se, virile uomo quanti altri mai, ei sia sempre virilmente severo, come quei Dante ed Alfieri, da lui meritamente lodati. Quando il Gioberti fosse caduto in questi ed altri difetti, essi sarebbero un nulla rispetto ai meriti. E non dico de’letterarii, non della lingua facile e pura di tutte le pedanterie, non della ammirabile eloquenza, nè della sapienza; il merito sommo di lui è l’aver parlato di quel futuro della patria, di che tanto si parla in altre patrie, di che tanto si tace nella nostra; d’averne parlato, egli apertamente, egli più grandemente e più moderatamente che nessuno de’predecessori; ondechè, contro all’aspettazione forse di alcuni derisori, ne parlò egli filosofo, in modo molto più pratico, che non fecero que’ pochi storici od uomini pratici, i quali toccarono timidamente il pericoloso assunto. Questo fa del libro di lui più che un libro, un’azione; ed un’azione che non può se non giovare alla patria. Il tema è oramai riaperto. Seguiranno altri, criticando, correggendo; scemando, ampliando. Il tema sarà sempre stato riaperto da lui; le discussioni non faranno se non aggiungere al merito ed all’utile di colui che lo trattò in modo da metterlo in mente e in cuor di tutti.

§ 5.º Io non sono se non uno di questi che verranno, così voglia Iddio, numerosi sulle pedate del Gioberti. Se così fo, egli è perchè, consentendo in grandissima parte co’ pensieri di lui, pur mi scosto o mi pare scostarmi da parecchi, che sono o mi paiono importanti alla nostra patria comune. Se la gravità dell’argomento potesse lasciar luogo qui alle vanità letterarie, io non vorrei correre nè il pericolo di essere confrontato, nè quello d’essere contraddetto da uno scrittore così potente. Ma da ogni confronto spero mi salvino la forma e la mole stessa del mio scritto; e quanto alla contraddizione, ella mi si rivolgerebbe in onore scendendo da uno scrittore maggiore. — Del resto, attendendo io a discutere le opinioni pubbliche diffuse nella patria nostra, anzichè non quelle personali del Gioberti o di nessun altro, se nominerò lui più che altri, egli è perch’ei mi pare scrittore più importante; ma nol nominerò nè dappertutto dove abbiamo pensieri comuni, nè dappertutto dove diversi; ondechè io prego i leggitori di non applicare a lui niuna critica dov’io nol nomini, siccome quella la quale o non volli applicare a lui, ovvero applicherei con riserve e spiegazioni, nelle quali non posso entrare in così breve scritto.

§ 6.º Niuna patria è più amata che la nostra da’ figliuoli. Ma, colpa delle rare e difficili discussioni degli interessi di lei, colpa del non poterci intendere, niuna è forse più diversamente amata; ed è grande sventura. Non perdiamo il tempo almeno in discussioni, nomi ed interessi personali. E del resto, qualunque protesta mia d’avere scritto con animo libero, ma moderato, d’aver cercato il ben della patria, ma non il mal di nessuno, nemmeno degli avversari di lei, sarebbe inutile qui a chi non abbia letto; e non sono senza speranza che abbia ad esser anche più inutile poi, a chi avrà letto con pari intenzioni.

DELLE

SPERANZE D’ITALIA

CAPO PRIMO.

L’ORDINAMENTO POLITICO PRESENTE DELL’ITALIA NON È BUONO

1. Io parto dal fatto che l’Italia non è politicamente ben ordinata, posciachè ella non gode tutt’intiera di quello che è primo ed essenziale fra gli ordini politici, quello che anche solo procaccia tutti gli altri buoni necessarii, quello senza cui tutti gli altri buoni son nulli o si perdono, la indipendenza nazionale. Se tal fosse fra’ miei leggitori, a cui l’arguzia dell’ingegno, l’abito soverchio del distinguere, o qualunque altro più o men sincero motivo persuadesse che l’Italia ha quest’indipendenza politica; ovvero che senz’averla ella possa essere e dirsi ben ordinata, tant’è ch’ei non continui. Questo scritto si appoggia tutto sulla incontrastabilità e sulla importanza di quel fatto; non si rivolge se non a coloro che prendendo la parola d’indipendenza nel senso comune, accettato dentro e fuori, credono che una gran parte d’Italia non l’ha; e che una nazione di cui gran parte non l’ha, non è nè può dirsi politicamente ben ordinata.

2. E continuando dunque con questi, osserverò soprabbondantemente: che la dipendenza di una provincia nostra dallo straniero, non solamente distrugge ogni bontà, ogni dignità dell’ordinamento in quella provincia; ma guasta, fa men degni gli ordini dell’altre provincie; non lascia compiutamente indipendenti nemmeno i veri stati, i principati italiani. Gli esempi di ciò sarebbero facili a darsi, e moltiplici; ma forse noiosi ed odiosi. Ed io me ne rimetto a tutti gli Italiani, e più ai più informati, a quelli che son più su ne’ segreti e nelle pratiche de’ nostri governi. Niuno di essi negherà che nei disegni, nei fatti, sovente nelle massime, talor nelle minime azioni governative, si senta, sia grave, sia più grave che qualunque altra potenza straniera, quella che signoreggia una provincia italiana. Non parlo di forme, e nemmeno di trattati; i quali so che riconoscono le nostre indipendenze come assolute. Ma non son eglino altri trattati che le infermino? E dove non sien questi, non è egli il fatto, l’abito, la prepotenza inevitabile nelle discussioni tra più e men forti? Ma, non che contraddirmi, io credo che questi uomini di governo sorrideranno, e fors’anco si sdegneranno che facciasi questione di ciò che è difficoltà: scusa loro quotidiana e grande; che non si tenga conto di lor condizione, la quale implica scusa di ciò che non fanno, lode di ciò che riescono a fare, ingiustizia in chiunque li giudica senza tenere tal conto. In tutti i paesi, in tutte le età del mondo, noi governati parlammo, giudicammo de’ governanti; or tanto più che se ne parla e giudica pubblicamente in molti paesi; e molto più male ne’ paesi dove non se ne parla così. Se fosse una pubblica tribuna in Italia, il primo che vi salisse, vi salirebbe probabilmente ad accusare i nostri governi; ma il secondo a scusarli colla dipendenza, in mezzo a cui essi vivono. Ed ho fede nel senno italiano, che, ammessa in generale tale scusa, non si disputerebbe d’altro se non del sapere se sia sufficiente in ogni caso particolare. Finchè non è discussione pubblica, è naturale che si passi da molti il segno della critica; è naturale, dico, nel volgo; ma non ne’ mediocremente informati e che vogliano esser retti. Questi non hanno scusa mai, di non ammettere, di non cercare essi stessi le scuse altrui.

3. Nè voglio entrare nell’altra trista e lunga enumerazione di quegli impedimenti a’ nostri commercii, alle nostre industrie, alle nostre arti, alle nostre lettere, a tutte le operosità anche private, che vengono dalla dipendenza diretta di una gran provincia, dalla indiretta de’ principati d’Italia. Non è peggior impegno che volere spiegare a chi non vuole intendere, o a chi intende e non conviene; e chi intende ed è sincero sa molto bene che nelle nazioni come negli uomini non suole esser compiuta operosità, senza compiuta indipendenza. — Non darò dei danni della dipendenza se non un esempio. Il papa è papa, e sarà papa non solamente durante la preponderanza austriaca presente, ma quand’anche questa s’accrescesse e diventasse usurpazione universale, come furono quelle di Napoleone e di alcuni imperadori del medio evo. Ma finchè dura quella preponderanza, finchè il papa principe italiano è sotto la dipendenza dell’Austria più che di Francia, Spagna, Portogallo o Baviera, grandi potenze cattoliche, e più che d’Inghilterra, di Prussia o d’altre potenze non cattoliche, non è dubbio che il papa non può fare il papa così bene, come farebbe se avesse nome ed effettività di principe del tutto indipendente; non è dubbio che non può fare il capo spirituale effettivo della Cattolicità, il capo in isperanza dell’intiera Cristianità, così felicemente, come farebbe se ogni governo, cattolico o non cattolico, fosse persuaso della compiuta indipendenza, della probabile imparzialità di tal capo. Certo in ogni caso, quali che sieno i decreti della Provvidenza, ogni buon cattolico tiene il papa per papa; non può essere quistione di ciò. Ma può essere: quanti buoni cattolici saranno in tale o tal caso? E posta la questione, se sian probabili più numerosi cattolici nel caso del papa tenuto per indipendente, o del papa tenuto per dipendente, non parmi che lo scioglimento sia dubbio; ognuno risponderà: certo più nel caso che il papa sia indipendente.

4. Ma io mi vergogno di trattenermi in siffatte generalità; d’aver fatto un capitolo quantunque breve sur una proposizione così ovvia e in che convengono tutti. Ed io dico che in essa convengono non solamente i governati che criticano bene o male, e i governanti ingiustamente o giustamente criticati dei principati italiani, e tanto più i sudditi degli stranieri; ma dico che vi convengono pure gli stessi stranieri signoreggianti, quanti sono fra essi di qualche buona fede, di qualche buon giudizio; e più i più alti, anche qui. Questi stranieri di alto affare, questi uomini di stato dell’impero austriaco sono nella medesima condizione che quegli uomini di stato francesi ed inglesi i quali continuamente e dalle loro pubbliche tribune professano di attendere agli interessi loro nazionali sopra tutti gli altri, ma che pur mostrano d’intendere molto bene anche quelli dell’altre nazioni, e scusano od anzi approvano ciascuna di promuovere i proprii. Gli uomini di stato austriaci professano il medesimo, benchè non da una pubblica tribuna, che non hanno; il professano come possono privatamente; veggono quant’ogni altro, più forse che ogni altro, il non buono ordinamento della penisola italiana; ma, ministri dello stato austriaco, tengono primi i loro doveri austriaci, e provvedono al mantenimento della grandezza della potenza austriaca. E, siamo giusti se vogliamo essere utili: essi hanno ragione; può esser questione del modo di adempiere tal dovere, non, che sia dover loro. Ma insomma anch’essi, a modo loro, convengono nella proposizione troppo ribattuta oramai: che l’ordinamento politico dell’Italia non è buono per l’Italia.

CAPO SECONDO.

DI QUATTRO ORDINAMENTI SPERATI — E PRIMA DEL REGNO D’ITALIA

1. E quindi ei parrebbe a cercare prima, come rimuovere il vizio manifesto dell’ordinamento presente. Ma, questo sarebbe procedere a modo de’ sovvertitori di tutti i tempi; i quali di qualunque cattivo ordinamento s’adirino, non pensano se non a sovvertirlo, senza aver pensato prima all’ordine nuovo che avranno a porre in vece. La massima contadinesca di non mettere il carro innanzi a’ buoi, è buona a seguirsi, principalmente in politica: ei si vuol pensare a’ conducenti prima che al carro condotto; e quindi all’ordine nuovo da stabilirsi, prima che al vecchio da abbandonare, allo scopo cui arrivare, prima che alla via da scegliere.

2. Ma lasciamo le idee, i disegni, le speranze troppo antiche: il principe di Machiavello, il papa de’ Guelfi, l’imperator de’ Ghibellini, e la monarchia di Dante. Tutti questi furono poco più che sogni a’ loro tempi, ed or sono sogni antiquati. Volendo fermarci a sogni, parliamo di quelli dei nostri dì. Non risaliamo oltre al 1814; ci basterà e soverchierà, anche ridotto così l’argomento. — Io crederei che il primo e più frequente sogno fatto intorno a quell’epoca sia stato quello d’una monarchia comprendente tutta la penisola, d’un _Regno d’Italia_. Nome e idea erano conseguenti a tutto ciò in mezzo a cui eravamo stati allevati. Il più potente uomo di nostra età (e di molte altre) aveva anch’egli fatto un gran sogno della monarchia universale, un sogno minore del regno d’Italia. Chè anzi questo esisteva già di nome, in cominciamento: eravi un regno d’Italia, corrente dall’Alpi agli Abbruzzi, e comprendente così quasi tutta la penisola orientale. — A che tal forma, informe, longitudinale, lunga e stretta? Io non credo che il possa dire nessuno, nemmeno dopo aver letto ciò che ne dice Napoleone ne’ suoi dettati di Sant-Elena. Tutto ciò è una solenne impostura. Che l’Italia s’avesse a tagliare in lungo e non in largo, e dividerla per educarla ad unità od a non so che, sono sofismi tali, che non potevano venire in capo se non a chi, avvezzo a tiranneggiare coll’opera, sperava tiranneggiare collo scritto; non pensando che, se là giova la forza, qua non serve se non la ragione. Io crederei che se Napoleone sognava una riunione d’Italia, ei sognasse quella all’imperio francese; che il suo regno d’Italia fosse destinato a sorte pari a quella del suo regno d’Olanda, e Napoli a quella d’Amburgo; che quell’ordinamento napoleonico d’Italia non fosse in somma se non ciò che chiamavasi nella lingua franca allor corrente, _una organizzazione interinale o provvisoria_. — Ma ad ogni modo n’eran rimasti il bel nome, la bella idea di un regno d’Italia. Il napoleonico era stato parziale, e manco male, il nuovo sognossi intiero; il napoleonico era stato dipendente, e manco male, il nuovo sognossi indipendente; il napoleonico era stato sotto un principe straniero, e il nuovo sognossi sotto uno nazionale, o che diventasse nazionale, qualunque fosse, o, per servirci della frase allor volgare, «fosse il diavolo» purchè fosse re d’Italia. E fu sognato di siffatto regno da non pochi. Prima da Gioachino Murat e suoi partigiani nel 1814 e 1815; e quasi nel medesimo tempo da’ Milanesi sollevati il dì della morte di Prina, e dai deputati che furono mandati a Parigi; poi, da altri congiurati del 1815; poi, da tutti quelli del 1820 e 1821. E ne fu sognato allora e poi, non solo da congiurati e società segrete, ma da uomini di governo e di stato; e non solamente da quelli che ebber nome di amici, ma da quelli che l’ebbero di nemici a siffatte novità. Nè di tuttociò mancheranno agli storici futuri citazioni e documenti. Ma io scrivo a’ contemporanei; i quali sanno quanto o meglio di me, che il sogno del regno d’Italia fu se non universale, molto frequente a quell’epoca.

3. E che fosse sogno basterebbe forse a dimostrarlo, il fatto che non s’effettuò. Accenniamone tuttavia le ragioni, chiare ora. Principi, uomini di governo, popolani, congiurati, e sudditi varii, volevano il regno, ognuno a modo suo: i congiurati, i popolani non tanto il regno, quanto gli ordini sognati liberi nel regno sognato, un sogno allora aggiunto all’altro, la libertà all’indipendenza. I principi avrebbon voluto indipendenza, ma non guari libertà. I grandi, nobili, ricchi, notabili d’ogni maniera volevano aristocrazie; i non distinti per nulla, democrazie, secondo il solito. E secondo il solito Napoli s’avventava; e contro al solito Milano aspettava, Torino si muoveva; con una differenza, un disaccordo di mosse, da far presagire un disaccordo anche maggiore di scopo, quando fosse venuto a palesarlo ciascuno. Ed Austria era lì a valersi del disaccordo; Francia non v’era ad opporsi; Inghilterra ed altri non se ne curavano. Gli assennati l’avevan preveduto; alcuni generosi si eran sacrificati; molti ambiziosi s’eran perduti. E n’erano usciti grandi insegnamenti, non nuovi per vero dire, ma sempre utili a ritrovare: che non si debbono frammischiar le imprese di libertà e d’indipendenza; che questa deve passare prima di quella, e sopra tutto che il regno di Italia è cosa impossibile in tanta varietà di opinioni, di disegni, di provincie.

4. Del resto, fatti antichi e ragioni perpetue concordano a ciò provare. Niuna nazione fu riunita in un corpo men sovente che l’italiana. L’Italia anteriore a’ Romani fu divisa tra Tirreni, Liguri, Ombroni, Fenici, Pelasgi, Greci, Galli e forse altre genti, concorse nella nostra penisola, occidentale rispetto al mondo d’allora, a quel modo che si concorse poi nell’America moderna, o si concorre ora nell’Oceania. — I Romani riunirono sì la penisola a poco a poco, ma posero a ciò non meno tempo che a conquistare l’intiero mondo lor noto; la conquista de’ Salassi fu l’ultima fatta da Augusto prima dì chiudere il tempio di Giano, prima di fermare i limiti, e lasciar come _arcano d’imperio_ il non oltrepassarli. Ei non fu dunque, se non insieme con tutto un mondo, che l’Italia rimase riunita sotto l’Imperio. E così poi di nuovo, insieme con molte altre provincie, sotto Teodorico, per una trentina di anni. E quindi, se si voglia parlare d’un regno d’Italia propriamente detto, dell’Italia riunita in sè senz’altre appendici, non se ne troverà in tutta la storia se non un esempio, intermediario tra la distruzione dell’imperio e Teodorico, un periodo di tredici o quattordici anni sotto Odoacre. Dopo Teodorico l’Italia si ridivise tra Goti e Greci: i Greci la riunirono per altri dieci anni; ma come provincia di lor imperio lontano. Poi fu divisa tra Greci e Longobardi; poi tra Longobardi Beneventani, Franchi e Greci; poi tra Beneventani, Imperatori Franchi, Borgognoni, Tedeschi o Italiani, Saracini e papi; poi tra Sassoni, Beneventani, Saracini e papi; poi variamente ad ogni anno, ad ogni mese, tra imperatori, papi; comuni guelfi, comuni ghibellini, Normanni, Angioini, Aragonesi; poi tra Francia ed Austria e stati come poterono indipendenti; poi Spagna e stati; poi Francia, Austria e stati; poi Francia sola, e residui di stati; ed ora Austria e stati. Io non so per vero dire qual possa dirsi sogno politico, se non dicasi questo: d’un ordinamento, che non ha nella storia patria se non un esempio di quattordici anni, e che non sarebbe se non restaurazione di un regno barbaro di millequattrocento anni fa.

5. Ma si potrebbe fare ciò che non si fece mai, diranno gl’immaginosi. — E risponderanno coloro che per parlar di cose future vogliono partire almeno da fatti presenti: Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Parma e Modena sono sette città capitali al dì d’oggi (senza contar Lucca, destinata a riunirsi con Toscana); in sei di quelle regnano sei principi; ed uomini, città o stato non diminuiscono di condizione mai se non per forza, non mai per accordo, di buon volere, nè per uno scopo eventuale. Sogno è sperar da una sola città capitale, che voglia ridursi a provinciale; maggior sogno che sei si riducano sott’una; sogno massimo che s’accordin le sei a scegliere quell’una. — E tanto più che ciò non è desiderabile, nè per le sei sceglienti, nè per l’una prescelta, nè per la nazione intiera. Si grida in tutt’Europa (bene o male, non importa), si grida ora quasi unanimemente dappertutto contro alle grandi capitali, contro a ciò che si chiama centralizzazione de’ governi, degli interessi, delle ricchezze, contro alla spogliazione delle provincie. E chi ha sette capitali si ridurrebbe a spogliarne sei a vantaggio d’una? Lo sperarlo sarebbe non più sogno, ma pazzia; sarebbe un voler fare all’opinione ciò che è più contrario all’opinione presente; ciò è impossibile quanto evitabile, evitabile quant’è impossibile; è, diciam la parola vera, puerilità, sogno tutt’al più da scolaruzzi di retorica, da poeti dozzinali, da politici di bottega.

6. E poi, quando non fosse sogno per tutte queste ragioni, tal rimarrebbe per quest’una. Che diventerebbe il papa in un regno d’Italia? Re esso? Ma ciò non è possibile, non si sogna da nessuno. Suddito? Ma allora sì, che ei sarebbe dipendente; e non solo come al peggior tempo del medio evo, suddito dubbioso del monarca universale, ma suddito certo d’un re particolare. Ciò non sarebbe tollerato dalle altre nazioni cattoliche; non sarebbe dalle stesse acattoliche; ciò anderebbe contro a tutti gl’interessi, tutti i destini della Cristianità, ciò non sarebbe tollerato da una parte della nazione stessa italiana, che nol tollerò nel medio evo. E v’ha chi dice che ciò fu male, e chi che ciò fu bene. Io dico che ad ogni modo ciò fu, ciò sarebbe in simili occasioni; ondechè il tentarlo o solamente proporlo sarebbe dividere e non riunire la nazione nostra, sarebbe quindi non migliorare, ma peggiorare le nostre condizioni. — Ed io mi vergogno d’aver fatto un altro capitolo inutile.

CAPO TERZO.

DI UN REGNO D’ITALIA AUSTRIACO

1. Ed io sono per farne uno, che spero sia il più inutile di tutti. Ma volendo noverar tutti i sogni moderni fatti sull’Italia, accennerò anche questo; il quale del rimanente non è se non una modificazione di quello testè detto. — Alcuni sono così innamorati del regno d’Italia, che vorrebbero vedere tutta la penisola soggiogata agli stranieri i quali ne tengono una parte; colla speranza, che così riunita, ella fosse per liberarsi poi tutta da sè, ovvero (non avendo io verificato qual dei due si speri più) che ella sia liberata spontaneamente dagli stessi stranieri.

2. Questo è sogno rinnovato dall’antico ghibellino. E quindi io chiamerei neo-ghibellini siffatti sognatori; se non che nè essi, nè i Neo-Guelfi, nè in generale le parti e le condizioni politiche da gran tempo cadute e mal cadute, non si restaurano. Il sogno ghibellino non s’effettuò, nemmen quando l’Italia era abbandonata a Germania da tutte le altre potenze cristiane; quando Germania era tenuta per posseditrice legittima d’Italia, e Italia scotente il giogo, per provincia sollevata: quando non uno o due scrittori, non alcuni congiurati, non alcuni impazienti, ma quasi tutti i principi, e la buona metà dei popoli nostri eran ghibellini; quando rimaneva talor sola a propugnar l’indipendenza or Milano, or Alessandria, or Ancona, più sovente Firenze o Roma; ondechè non è probabile nè possibile che riesca il sogno neo-ghibellino, ora che ha ed avrà contra sè tutti i principi italiani, tutti i popoli loro, e della provincia straniera, e poi Francia, Spagna, e Germania stessa, ed intiera la Cristianità. Il neo-ghibellinismo è una illusione o delusione simile a quella di tutti i sovvertitori, quando vogliono sacrificare il presente al futuro. Il Gioberti è ammirabile in questo particolare, e sarebbe tutto danno mio il voler insistere su ciò che è così ben provato da lui: che le rivoluzioni imaginate da’ pochi non si fanno da’ molti; i quali non ne fanno mai se non per oltraggi presenti e gravissimi. Ma fra le rivoluzioni non fattibili, la men fattibile fu sempre quella che sacrifichi l’indipendenza presente per una eventuale. Lo sanno adulti e bambini, che ciò che si prende non si rende, se non per forza; ondechè la proposizione del lasciar prendere sulla speranza che sarà reso, è, a malgrado di qualunque gran nome bene o male invocato di Napoleone, Machiavello o Dante, proposizione da uomini rimbambiti oltre il bamboleggiare dei bimbi. — Ma aggiugniamo per amor di giustizia verso l’età nostra progredita, che tal sogno non è fatto oramai se non da pochissimi Italiani, e non è nemmen sogno de’ nostri signori stranieri. Il neo-ghibellinismo non è, che io sappia, nè proposto, nè promosso, nè accettato, nè sofferto nemmeno da niuno di essi; se non sia stato forse da qualche capitano di bersaglieri di presidio in qualche terricciuola di Romagna, e divisante col capo-popolo di colà sulle sorti italiane future.

3. Non credendo io nè buona nè possibile nella storia l’imparzialità tra coloro che fecero meglio o peggio in ogni età, se io scrivessi storie italiane del medio evo, io starei molto più sovente per li Guelfi, che mi paiono (a malgrado i loro numerosissimi errori) la parte senza paragone migliore, più assennata, più politica, più virtuosa, più italiana. Se fosse possibile che si restaurassero mai parti simili in Italia, che i nomi di neo-guelfi e neo-ghibellini si avessero ad applicar non ad alcuni sognatori solamente, ma a due parti combattenti in Italia; io vorrei, secondo il precetto antico, combattere per la men cattiva, e combatterei per la neo-guelfa. Ma prego Dio che ci salvi da queste stoltezze di più; ed ho fermissima fiducia che ce ne salverà; non veggo possibilità nè all’adempimento di tali sogni, nè alla formazione di tali parti; non veggo di qua come di là, se non rari ed impotenti sognatori. Guardiamoli e passiamo[6].

CAPO QUARTO.

DELLE REPUBBLICHETTE

1. Temo sia molto più diffuso quest’altro sogno tutt’opposto: lasciarsi dividere la penisola in una moltitudine di tanti stati popolari, quanti ne risultassero di mezzo ad una sollevazione d’Italia. Fu sogno di coloro che il buono e sincero sognatore Carlo Botta[7] chiama gli _utopisti_ del nostro secolo incipiente; fu, od apparve, sogno de’ sollevati romagnoli del 1830, dei congiurati con essi, e di quelli che chiamaronsi Giovine Italia.

2. Sogno di stolte restaurazioni anche questo! sogno partorito dalla monomania greco-romana che corse tra gli anni 1790 e 1800; sogno fomentato dalla monomania del medio evo, che corse tra gli anni 1814 e 1830; monomanie, fissazioni, mode, serbate, come avviene troppo sovente, in Italia, quand’erano già vilipese e derise altrove. Le repubblichette italiche e greche dell’antichità, le repubblichette italiane del medio evo furono l’une e l’altre molto belle e buone a’ lor tempi; furono l’une e l’altre princìpi di due magnifiche civiltà. Ma progredite queste, le repubblichette greche soggiacquero lene lene al regno semibarbaro macedonico, poi sotto l’ombra di questo a’ Romani; le repubblichette italiche, pur ai Romani, e le repubblichette italiane del medio evo, agli Angioini, a’ re francesi, agli imperadori tedeschi, a casa d’Austria, a Napoleone, senza tener conto che anche prima di morire elle stettero il più del tempo di lor breve vita sotto ai tiranni. E quindi ei mi pare che, quando anche fosse buono in sè, non varrebbe la pena di stabilire un tale ordinamento, il quale da ogni esempio antico o nuovo è mostrato così poco durevole, così incompatibile colle civiltà progredite.

3. Ma, quando anche potesse durare, non sarebbe buono nè desiderabile. Come? si scioglierebbero gli Stati che han costato l’opera di tante generazioni? si ridividerebbe ciò che s’è unito? si distruggerebbero questi, che sono pure edifizii della presente civiltà? si farebbe campo nudo di tutto ciò per riedificarvi le macerie del medio evo, o le pelasgiche o ciclopee? E questo si chiamerebbe liberalità, e progresso? Ma il progresso e la liberalità vanno innanzi e non indietro, edificano e non distruggono, si giovano di ciò che è, per aggiungervi ciò che manca; capiscono ogni bellezza, riconoscono ogni bontà, e fan virtù del conservarle ed accrescerle. Pogniamo che si sciolgano gli Stati italiani presenti, per esempio Toscana nelle repubblichette antiche di Firenze, Siena, Pisa, Pistoia, e nella nuova di Livorno, che ben vi potrebbe pretendere. Non sarebbe egli gran peccato veder disfatto quel bello e lieto stato di Toscana? e morte le speranze delle vie moltiplicate, del commercio accresciuto, dell’arti, delle lettere riunite in grandi studi, speranze che non possono effettuarsi oramai se non per le forze congiunte di tutte quelle città? Non parlo dell’agguerrito Piemonte, e di Napoli che s’agguerrisce. S’intende che si scioglierebbono quegli eserciti italiani ed or esistenti, che non si accrescerebbero quell’armate navali or nascenti, che si tornerebbe alle milizie ed alle navi municipali del medio evo. Se non che, ai nostri dì nè milizie nè navi non si hanno se non dagli Stati ricchi, e non sono più ricchi se non i grandi; ondechè le restaurazioni delle milizie o delle navi comunali sarebbero il più ineffettuabile fra’ sogni fatti per restituir potenza all’Italia. Quanto agli stati del papa, io non ho accertato se le repubblichette da restaurarsi sarebbono quelle di Veio, Tarquinio od Alba-Lunga? ovvero, quelle di Tivoli, Spoleto e Perugia coll’accompagnamento de’ Crescenzi, de’ Frangipani, degli Orsini e Colonna, e sotto a un Arnaldo, o ad un Cola? ovvero la repubblica romana e suoi consoli dell’anno 1799? Ed io so bene che ad alcuni tutto ciò parrebbe pur meglio che i frati, i preti, i cardinali ed il papa. Ma io non temo per costoro; non vi è pericolo; ei sono molto bene difesi dal nostro Gioberti, e si difenderanno del resto da sè[8].

4. Ma poniamo che le repubblichette paressero autorizzate dalla storia, e desiderabili; elle sarebbero pure l’ordinamento più impossibile ad effettuarsi. Pensare che col discredito, col ribrezzo, colla paura, esagerata o no, che s’ha in tutta Europa delle repubbliche, si tollerassero in Italia dalle potenze straniere, le quali hanno quelle paure; pensare che i principi italiani, che i lor aderenti soffrissero la propria distruzione, non provvedessero a quella conservazione di sè, che è primo istinto, prima forza, primo diritto e dovere d’ogni persona individuale o complessa; pensare che la pluralità della nazione italiana si lasciasse far legge da pochi i quali, sani od insani, spensierati o provvidi, si farebbero ad ogni modo sovvertitori di tutti gl’interessi, di tutti i diritti, di tutti i doveri presenti: sarebbe pensare che noi non siamo nel secolo XIX, in un secolo di civiltà progredita, cioè appunto di quegli interessi, que’ diritti e que’ doveri meglio sentiti, e più rivendicati da ciascuno; sarebbe pensare che si possa tornare ai tempi barbarici; sarebbe anzi inventare una barbarie non mai veduta, posciachè nemmeno ai tempi barbarici non si fece mai tale astrazione da ogni fatto e diritto attuale, tal campo raso. — E il vero è che tutti quanti questi sogni, se non fossero più sogni, se potessero passare ad esecuzione, sarebbero scelleratezze, _delitti di lesa civiltà_.

CAPO QUINTO.

DELLA CONFEDERAZIONE DEGLI STATI PRESENTI

1. Ma il fatto sta che tutti questi o rimasero puri sogni ineseguiti, o passarono tutt’al più ai primi e vani atti d’esecuzione; che la loro stessa moltiplicità e la loro non riuscita provano il piccol numero di chi s’abbandonò a ciascuno, o forse a tutti insieme; che la grandissima pluralità degl’Italiani, tutti quelli di qualche pratica o di qualche senno, non tennero nè tengono per possibile nè desiderabile nè niuno sminuzzamento nè niuna riunione universale degli Stati esistenti; e che non desiderano, non sono pronti a promuovere di lor concordia, se non quel progredir dalle cose presenti alle future, il quale fu sempre il solo giusto, e il più util modo di mutazione, ed è desiderio, vanto, carattere, virtù speciale dell’età nostra.

2. Ora, quando un’opinione si vien facendo universale, ella non tarda a trovare un interprete. E questa dell’ordinare sul presente il futuro della nostra Italia, ne ha trovato uno eloquentissimo, il Gioberti. Noi riconoscemmo già in lui il merito d’aver parlato il primo opportunamente delle cose future italiane. Riconosciamogliene ora un altro; d’averne parlato secondo giustizia, fondando le speranze future su’ diritti e doveri presenti, proponendo una confederazione degli Stati ora esistenti.

3. Le confederazioni sono l’ordinamento più conforme alla natura ed alla storia d’Italia. L’Italia, come avverte molto bene il Gioberti, raccoglie da settentrione a mezzodì provincie e popoli quasi così diversi tra sè, come sono i popoli più settentrionali e più meridionali d’Europa; ondechè fu e sarà sempre necessario un governo distinto per ciascuna di tutte o quasi tutte queste provincie. E come in Europa rimasero, salvo le brevi eccezioni, quasi sempre distinte quelle sue divisioni di Britannia, Gallia, Spagna, Germania, Italia e Grecia; così nell’interno della penisola nostra rimasero quasi sempre distinte; la punta meridionale, la valle Tiberina co’suoi monti e sue maremme, il bel seno dell’Arno, e l’Italia settentrionale divisa o non divisa in occidentale ed orientale; la Magna-Grecia o Regno di Napoli, il Lazio o Roma, l’Etruria o Toscana, la Liguria o Piemonte, la Insubria o Lombardia, con nomi e suddivisioni varie, ma tornanti alle primarie. Ma ei vi sono pure somiglianze in queste varietà; unità in queste divisioni; comunanze di schiatte, di lingua, di costumi, di fortune, di storie, d’interessi e di nome tra queste provincie italiane; è una antica ed incontrastabile Italia. E quanto men sovente queste comunanze si manifestarono in produrre uno stato universale italiano, tanto più sovente elle produssero confederazioni or provinciali or nazionali. — Nella storia primitiva è sola illustre la confederazione delle città etrusche; ma quanto più si va studiando, tanto più si trova il medesimo ordinamento comune tutto all’intorno. Non sono dubbie oramai una confederazione latina, una sannite, una gallocisalpina; e sono poco men che certe una sabina, una umbra, una ligure, una veneta e forse altre. Delle quali non so veramente se gli storici antiquari troveranno monumenti sufficienti a dimostrarle; ma so bene che, senza supporle, gli storici filosofi o spiegatori non ispiegheranno mai nulla dell’Italia anteriore ai Romani, e poco forse della romana. — Ad ogni modo, riunite e poi sciolte dall’Imperio, le città italiane non tardarono a rifar confederazioni. L’indipendenza serbata da Roma, da Venezia, dalle città dell’Esarcato e da parecchie meridionali per due secoli contro a’ Longobardi così forti e così vicini, non si spiega con gli aiuti dei Greci deboli e lontani; non si può spiegare se non colla esistenza di confederazioni, quali che fossero, simili a quella accennata indubitabilmente dal nome della _Pentapoli_. E se così fu, si potrebbe forse far risalire a Gregorio Magno la rinnovazione delle confederazioni italiane. Ma io crederei che debbasi tal somma gloria a quel Gregorio II, il quale sin dal principio del secolo VIII riunì, sotto la presidenza sua, una confederazione di città poco diversamente indipendenti quinci e quindi da’ Longobardi e da’ Greci; quel Gregorio II, che aspetta solamente uno storico o biografo o monografo, per esser posto pari a qualunque de’ maggiori papi politici. I successori del quale poi, lasciate improvvidamente le confederazioni, chiamati i Franchi ed avutane signoria su Roma ed altre città, serbarono queste più o meno indipendenti parecchi secoli, non con altro modo se non tornando alle confederazioni. E Gregorio VII, in mezzo a tutte le sue grandezze, fu grandissimo confederatore di città; intorno a Roma, in Toscana, in Puglia, intorno a Milano. Ma il confederatore massimo fu Alessandro III, la confederazione grandissima fu la lega di Lombardia; quella che essa pure (vergogna nostra) aspetta uno storico. Dall’elezione di Gregorio VII alla pace di Costanza, dal 1073 al 1183 corre un lungo secolo, solo o sommo della virtù politica italiana, il secolo ove nacquero que’ comuni, quella indipendenza, quel primato di civiltà e coltura, onde poi la civiltà e la coltura di tutta la Cristianità. Che se non furono ben ordinati que’ comuni, non compiuta quella indipendenza, non durevole quel primato nostro, colpa fu, colpa sola, ma incommensurabile, di non avere allora fatta continua ed universale in Italia quella confederazione temporaria di Lombardia. Ma che? non eran maturi i tempi; era appena nascente la civiltà; non si sapeva quel sommo dogma politico che la indipendenza si vuol compiere prima di tutto; non s’immaginava nemmeno una indipendenza compiuta dall’imperatore romano. Sciolsesi la lega in parte fin dalla tregua di Venezia, sciolsesi del tutto nella pace di Costanza; pattuironsi, ottenersi i troppo esclusivamente desiderati diritti regali dai comuni; ma ottenendoli ad uno ad uno, si sciolse la lega, si perdette il più bel frutto della vittoria. E corsi dieci altri anni, i grandi propugnatori della indipendenza, il gran comune centrale, il capo già della lega, Milano, troppo stolta, festeggiava con applausi e solennità di che restano deplorabili descrizioni, quel matrimonio di Arrigo VI di Svevia con la erede di Puglia e Sicilia; che fece impossibile per gran tempo il compimento d’indipendenza, irremediabilmente perduta per molti secoli l’occasione. — E sorsero poi una seconda lega lombarda, una toscana e forse altre; ma tutte minori, anche meno pretendenti, anche meno fruttifere, e talor dannose; leghe di parti, più che nazionali, fin verso il fine del secolo XV. — Quando, Lorenzo dei Medici (quel Lorenzo che alcuni osano mettere in fascio e vituperare insieme co’ Medici del degenere _Seicento_), il magnifico Lorenzo imaginò, trattò e adempì la più ampia confederazione che sia stata mai di Stati italiani. E non durò il grande esempio, pur troppo: un decennio all’incirca. Ma questo non è distante da noi, se non di tre secoli e mezzo, non è di età e d’uomo barbaro; è dell’età e dell’uomo più civile e più colto che sia stato mai in Italia e forse altrove. — Morto lui, e surto Ludovico Sforza il gran traditore, disceso Carlo VIII, e seguendo i secoli delle preponderanze straniere, si spense ogni uso di confederazioni, non fecersi quasi nemmeno alleanze italiane. Anteponevansi da ciascuno le straniere, o come più forti, o come meno invidiose.

4. E quindi non parrà strano ormai, ciò che ridico: che la proposizione d’una nuova e continua confederazione italiana, la proposizione di fare compiutamente e durevolmente colla civiltà adulta ciò che la fanciulla non seppe se non incompiutamente e temporariamente, è più che un evento letterario, è un fatto nazionale. Non importa che altri possa pretendere d’aver avuta od anche espressa la medesima idea. Delle idee come dell’invenzioni ha men merito chi le concepisce o le accenna adombrate, che chi le svolge in modo da divulgarsi ad utile comune. Nè importerà che l’idea proposta sia criticata, migliorata o guastata da altri poi; egli è appunto da tali incontri che può venir la luce, da tali discussioni l’opinione, dall’opinione universale la possibilità dell’esecuzione. Ed aggiugnerei, che non è se non dal passar così ne’ tre gradi di discussione, opinione ed esecuzione, che può venire il sommo grado di gloria al proponitore; se non che, volendo disporre un Gioberti a tollerare contraddizione, mi paiono più a proposito argomenti di patria utilità che non di propria gloria. Egli non ha voluto senza dubbio dare un’idea morta, ma una viva; non una immobile, ma una capace di progredire; non un’utopia da rimaner proprietà dell’autore, ma un gran pensiero da diventar nazionale, e sopratutto efficace.

5. Epperciò noterò arditamente una che mi pare esuberanza, ed una che mi pare deficienza nella proposizione di lui. — Quando d’un ordinamento proposto sono incerti il tempo, l’occasione in che si eseguirà, e chi, quali e quanti la eseguiranno, quali interessi lo moveranno e vorranno essere rispettati, quale opinione pubblica regnerà allora, l’aggiugnere particolari parmi esuberanza, difficoltà aggiunta alle difficoltà naturali. Non che questo preveder lungo sia (come dicono alcuni) quasi usurpazione d’uffizio contro alla Provvidenza. Lunganime è la Provvidenza, nè si offende di chi con animo sincero e rispettoso tenta indovinarle gli arcani; il nostro Dio è Dio geloso contro a chi il tradisce, non contro a chi si addentra in lui con amore e fiducia. Ma più gelosi sono gli uomini, e fra tutti, gli uomini di stato; e lasciano bene, talora, che noi uomini di penna spaziamo sulle generalità; ma se scendiamo ai particolari, di che pretendono essi la privativa, allora ei sono pronti a farci mal viso, a rimandarci al nostro mestiero, ad annientare di un tratto l’idea proposta, sotto i nomi d’idea da scrittore, da filosofo, da sognatore. È noto il detto usuale di Napoleone, che qualunque idea non gli andasse a grado, o s’opponesse alla pratica sua, la tacciava d’_Idealismo_. E molti uomini di pratica, senza esser Napoleoni, hanno preso il modo di lui; e perchè non quadra alla pratica un particolare aggiunto all’idea della confederazione italiana, diranno o dicono: filosofia! e passan oltre. A me par più giusto dire: è idea senza paragone più vicina a pratica che niuna delle proposte finora, salvo forse un solo particolare, che convien dunque esaminare.

6. L’idea di dar fin d’ora al papa la presidenza della confederazione futura, è senza dubbio una magnifica idea; fu idea, fu fatto incontrastabile del medio evo. E questo fatto, oggetto già di scorno in bocca a storici e filosofi volontariamente od involontariamente ignoranti, è col progresso della scienza diventato oggetto dell’ammirazione e della gratitudine di molti scrittori più sinceri o meglio informati. Ma potrà egli mai restaurarsi tal fatto? E quello del terzo gran primato d’Italia, sperato insieme come conseguenza? Io dirò schietto e con molti: crediam difficili e l’una e l’altra restaurazione. Difficili sono per sè le restaurazioni tutte. Di cento ideate s’arriva appena a tentarne dieci; di dieci tentate se ne compie una; e quest’una compiuta non suol durare senza modificazioni, rimane men restaurazione, che mutazione nuova ella stessa. La confederazione sarebbe pur essa restaurazione; già difficile dunque per sè, in generale; non v’aggiungiamo la difficoltà maggiore dell’imitazione più particolare. Quando quei Gregori I, II e VII, ed Alessandro III, ed Innocenzo III restaurarono le confederazioni italiane, essi non imitarono già così particolarmente i modi delle antiche, nè Lorenzo imitò i modi di quelle non antiche ma già antiquate; tutti questi ne inventarono delle nuove, secondo i tempi. Imitiamo anche noi, o i nostri nepoti, non i particolari, ma gli autori delle opere grandi; quella è, in ogni cosa, imitazione sempre servile, questa sola talora grande. — Del resto noi crediamo, che nè il sommo pontefice il quale regna ora con quel nome ben augurato de’ Gregori, nè i successori di lui, nè i buoni e sodi servitori di essi, non desiderano nè desidereranno mai più siffatte presidenze; come i sodi Italiani non desiderano all’Italia quel gran primato, che pur fu, ma non può esser più nemmen esso, in niun futuro prevedibile. Non sono più i tempi delle dispute di _Egemonia_ fra quelle repubblichette greche in cui era raccolto tutto il fior d’una nuova e stretta civiltà; non più i tempi delle dispute d’imperio tra Roma e Cartagine, che si dividevano quella civiltà cresciuta e pur limitata ancora; non più i tempi delle contese tra la monarchia universale affettata dagli imperatori germanici, e la monarchia ecclesiastica tenuta dai papi; non più i tempi che una sola nazione cristiana raccoglieva in sè quasi tutta la cristiana civiltà, e ne teneva quindi incontrastabilmente il primato; non più tempo nemmeno delle guerre che si chiamavan d’equilibrio e furono di preponderanza europea tra Francia e Spagna, Francia ed Austria, Francia ed Inghilterra. Ora son tempi felicemente diversi; ora è forse men sogno sperare una indipendenza universale, una guarentigia reciproca di tutti gli stati cristiani, che non nè una monarchia universale, nè una preponderanza, nè un primato durevole, nè uno stesso equilibrio; men sogno l’indipendenza reciproca delle due potenze temporali e spirituali, che non una temporal presidenza della spirituale. — Accettiamo dunque il gran pensiero del Gioberti; trattiamo della confederazione italiana in generale, senza scendere a’ particolari nè della presidenza, nè delle leggi e dei patti di essa, nè del numero e qualità dei confederati eventuali. Anche ridotta alle generalità, la questione è ispida di difficoltà, per la lontananza e le incertezze d’esecuzione. Non accresciamo quelle difficoltà collo scendere ai particolari incertissimi d’un ordinamento già incerto. Lasciamo ai posteri qualche cosa da fare; ai contemporanei dell’evento qualche libertà d’esecuzione. — Se Dio voglia, se mai venga il gran dì della confederazione, i confederati pongano essi patti, limiti e presidente.

7. Ed all’incontro parmi sia da scendere ai particolari del primo eseguimento; sia da trattare almeno della prima e più ovvia difficoltà. Non facciam dire ai soliti derisori: «Tutto ciò è bello e buono. Tutto ciò starebbe bene. Ma a tutto ciò è un ostacolo grave, attuale, irremovibile; il sappiam noi che non iscriviamo, ma operiamo, noi che siamo all’opera, alla guerra effettiva, alla breccia. Sogno, sogno anche questo; scrittura, filosofia, idealismo». — Ma anche qui parrebbemi più giusto dire: l’ostacolo vi è, l’ostacolo non fu considerato sufficientemente, consideriamolo; vi fu deficenza nella proposizione, facciamo un supplemento o complemento. Il rimanente della breve opera mia non sarà altro oramai.

CAPO SESTO.

LA CONFEDERAZIONE È IMPOSSIBILE FINCHÈ UNA GRAN PARTE D’ITALIA È PROVINCIA STRANIERA

1. L’ostacolo, unico, ma gravissimo a qualunque confederazione italiana, è quella signoria straniera che penetra nel fianco della penisola, che soverchia in potenza e popolazione italiana, quattro de’ sei principati italiani; e che li soverchia tutti insieme poi come parte d’un imperio più grande che non la penisola intiera[9]. Finchè dura tal condizione, non è possibile niuna confederazione, niun ordinamento, niun equilibrio italiano, non è possibile se non una preponderanza di quell’imperio sugli stati italiani. Quando Napoleone, ordinata Francia sotto il suo consolato, volle ordinare Italia, ognun sa ch’ei chiamò a sè molti notabili italiani in quell’adunanza, a cui rimase il nome di _Consulta di Lione_. Fra i primi o primo era Melzi. Il quale entrato in discorso, e buono Italiano ed alto uomo di stato com’era, proponendo che l’Italia settentrionale fosse riunita sotto una sola dizione, ed assentendo fin lì pur Napoleone, proseguì il Melzi a cercare qual casa di principi si potesse chiamare a sì bello stato, e nominò Casa Savoia. Sorrise allora malcontento Napoleone. Ed insistendo Melzi a mostrare come ciò converrebbe insieme all’equilibrio d’Italia e a quel d’Europa: — «Ma chi vi parla d’equilibrio?» riprese vivamente Napoleone. — E Melzi, stato alquanto sopra sè: «Or intendo. M’ingannai. Io doveva parlare di preponderanza». — «Così è, or vi apponete», riprese Napoleone; e di preponderanza o prepotenza od onnipotenza fu l’ordinamento effettuato. — E finchè sotto diversissima signoria dura pur un simile ordinamento, ei si può ben soffrire e rassegnarsi o gridare; ma niun equilibrio, niun ordine vero sarà mai in Italia, od anzi niuna vera Italia nell’equilibrio d’Europa.

2. E niuna confederazione buona in Italia. Io credo che ciò sia chiaro a chiunque abbia ombra di senno. Ma discorriamone; posciachè siamo a discorrere. — Io dico che la confederazione italiana non è desiderabile nè possibile, se v’entra la potenza straniera; e che sarebbe desiderabile forse, ma così difficile, che monta ad impossibile, senza la potenza straniera.

3. Presieduta dal papa o da qualunque altro, ed ordinata in qualsiasi modo che lasci entrare la potenza straniera, la confederazione non può più essere desiderabile a nessun Italiano. Quando si pattuisse e giurasse che il papa sarebbe presidente, il papa nol sarebbe; anzi sarebbe meno indipendente, meno principe, in men buona situazione di papa che non è ora. E così di ogni altro principe che fosse bonario tanto da accettare un nome, un’impostura di presidenza. Ma il fatto sta che nemmeno il nome non sarebbe conceduto dalla potenza straniera a nessun altro se non a sè; ch’ella s’arrogherebbe titolo, grado ed effettività di presidente; che n’avrebbe buon pretesto dalla superiorità di sua potenza; e che quando mancassero ragioni, pretesti o patti, verrebbe la forza a decidere o la questione in generale o le questioni eventuali quotidiane; che in somma d’un modo o d’un altro ella la potenza straniera sarebbe prima, sarebbe prepotente, sarebbe tutto. E così pure senza gran diversità se s’imaginasse di non avere presidente, se si pattuisse una diplomatica eguaglianza o reciprocità; questa diventerebbe in breve ciò che sogliono le eguaglianze pattuite, ma non reali, le perfette reciprocità in diplomazia; parole, finzioni legali, cerimonie, e non più. — E quindi, se non si volesse supporre che si perdesse il senno dai principi italiani, e da tutti i lor ministri e consiglieri, non è possibile ch’essi si riducan mai a tal errore, a tal viltà, di farsi volontariamente così, più dipendenti, più servi che non sono.

4. Forse è più difficile a dimostrare la seconda asserzione che non sia possibile la confederazione senza lo straniero. E per vero dire, se i sei o sette principi italiani, convenendo un bel dì insieme tra sè o per ambasciatori, pattuissero, firmassero e ratificassero un trattato di confederazione, io non so chi potrebbe, chi ardirebbe opporsi a tal trattato; legittimo senza dubbio, poichè in legge essi sono principi indipendenti e compiuti, e che una inalienabil prerogativa di tal principato è quella di poter fare trattati d’alleanza, secondo l’utile o piacer proprio. Se la potenza straniera vi si opponesse, il torto di lei sarebbe così chiaro, che probabilmente la confederazione italiana sarebbe aiutata da altre potenze straniere secondo l’occorrenza; nè in tal caso io sarei di quelli che con soverchio orgoglio nazionale consigliassero di rigettar tali aiuti. Ed anche senza aiuti (perchè, uniti che fossero i principi, s’unirebbero con essi e tra sè molto volentieri i popoli a tale scopo), io confiderei che resisterebbero facilissimamente alla potenza straniera, anche aiutata da una o due altre, ma impacciata più che mai da’ suoi sudditi italiani. — Ma il difficile è appunto quell’accordo dei principi. Siamo compiutamente sinceri; veggiamo ciò che è; non ciò che dovrebb’essere, o potrebb’essere se fosse come non è; parliamo dei principi, degli uomini come sono, di quelli che sono ora, o son probabili per l’avvenire, ne’ secoli come corrono, nell’Italia com’è ridotta. E poniamone uno od anche due uomini grandi, arditi e quasi avventati, come avrebbero ad essere per proporre e firmar quel trattato, tali non sarebbero gli altri cinque, o almeno quattro o tre o due od uno; non essendo probabile nè possibile che tra sei o sette uomini quali ch’ei sieno, principi o no, si incontrin mai sei o sette uomini grandi, arditi e generosi; e bastando uno o due che mancassero, a fare quasi nullo l’effetto dell’ideata confederazione. — Due sorta di possibilità sono negli affari umani: la condizionale e la assoluta. Ma finchè rimane impossibile la condizione della prima, questa rimane impossibilità pari alla seconda; e non val la pena di fermarci a considerare l’una più che l’altra. Io vorrei averne smentita dal fatto: io auguro alla patria mia sei o sette principi capaci d’ideare, trattare, firmare e mantenere tal atto, come sarebbe una confederazione italiana senza stranieri.

5. All’incontro, facciam l’ipotesi che non fosse più la provincia straniera. In qualunque maniera ne rimanesse divisa l’Italia, quanti e quali che fossero i principati risultanti, la confederazione sarebbe fattibile, facile a farsi, tutta fatta. La differenza stessa delle situazioni e delle potenze vi aiuterebbe. La comunanza degli interessi vi moverebbe. Il fatto della confederazione precederebbe i patti. — Il solo ostacolo è la potenza straniera. Ciò è chiaro, patente, saputo da tutti, è una di quelle verità volgarissime e di senso comune, delle quali avendo io già dette ed essendo per dire parecchie, mi vergognerei di farne un libro; se non che, elle sono quelle appunto le quali, meno splendide, si sogliono scriver meno, e le quali tuttavia gioverebbe più spandere e far penetrare nella politica di qualsivoglia nazione, in quella sopratutto della più immaginosa fra le nazioni.

CAPO SETTIMO.

BREVE STORIA DELL’IMPRESA D’INDIPENDENZA PROSEGUITA SEMPRE, NON COMPIUTA MAI PER XIII SECOLI

1. Così noi siamo ritornati ora a ciò che dicevamo in sul principio del Capo II, all’ostacolo straniero. Ma ei ci corre questa differenza, che noi abbiamo ora accettata da un nobilissimo scrittore l’idea di ciò che sarebbe a fare quando fosse rimosso l’ostacolo. Or dunque è tempo di rivolgerci a questo; e volgendovici, di guardarlo in faccia, qual è, in tutta l’estensione e la potenza che ha.

2. L’ostacolo è antico ed antico il tentativo di rimuoverlo; antica la grande impresa dell’indipendenza italiana. Quando fosse compiuta tale impresa, quando si potesse fare una storia revoluta, del principio, delle vicende e del termine di lei, certo è che riuscirebbe la più bella che possa essere al mondo; una storia di costanza italiana, da disgradarne la famosa di Spagna nella cacciata de’ Mori. — Potrebbero allora introdurre a tale storia forse un’antichissima impresa dei Tirreni contro all’altre genti primitive; e certamente poi quella impresa di Roma contro ai Galli, che incominciò di mezzo alla città stessa già perduta tutta, salvo il Campidoglio; quando un fuoruscito, il più grande de’ fuorusciti, il grandissimo Camillo, tornò nella patria occupata, e liberolla; e respinti quinci gli stranieri, continuò a respingerli più e più su, ed ordinò Roma, e fecela capo a ciò di quella penisola inferiore, dove era nato il santo nome d’Italia. E fu perdurando poi quattro secoli in quell’impresa, che Roma si fece capo a poco a poco di tutta la penisola, e riunilla, e comunicolle quel nome; il quale ricorda dunque l’origine, l’impresa e la propagazione dell’antica nostra indipendenza.

3. Ma lasciamo l’Italia antichissima, e la romana repubblicana e l’imperiale, e veniamo a quella che, soggiaciuta ai Barbari insieme con ogni altra nazione europea, tentò sola liberarsene; un vanto che non fu forse avvertito abbastanza, nemmeno dai nostri adulatori. Ad ogni modo incomincia l’impresa d’indipendenza se non già fin dalla venuta di Teodorico, chiamato o mandato in nome dell’Imperio, certo almeno fin dagli ultimi anni di lui, e così fin dalla prima metà del VI secolo, XIII secoli dunque prima di noi. Incontrastabile documento ne è allora quella accusa (di che dubita la storia, ma non importa qui se fosse giusta od ingiusta) che fu data a Boezio ed altri Italiani di _macchinar la restaurazione dell’Imperio romano_. E ne sono documenti ulteriori e fatti incontrastabili, le crudeltà che ne seguirono e in mezzo a cui finì quel barbaro, ma grande e un dì mitissimo Teodorico; e le raccomandazioni di concordia troppo tardi fatte da lui morente a’ nobili goti e italiani; e le favole popolari con che fu perseguitata la memoria di lui; e poi le discussioni surte in breve tra Goti ed Italiani per l’educazione del successore, le vicende d’Amalasunta e di Teodato; che chiamarono finalmente i Greci, restauratori pretesi dell’Imperio. Ma, tristo risultato di quelle chiamate, i Greci non restaurarono l’imperio italiano, estesero solamente il greco; ed Italia, già capo, diventò provincia. — Ond’esce un grande, quantunque notissimo, insegnamento: che le restaurazioni d’indipendenza non si vogliono domandare a stranieri; e quest’altro poi, ch’elle non si vogliono complicare di altre restaurazioni.

4. L’imperio greco durò un venti anni a ristabilirsi sull’intiera provincia italiana, un dieci altri a stentarvi e cader poi sotto a’ Longobardi. Allora la penisola fu divisa per non riunirsi forse mai più, tenendo i Greci tutta la parte orientale con Roma, i Longobardi quasi tutta la occidentale. Ma gl’Italo-Greci, o Imperiali, o come si dicevano Romani, furono senza paragone più indipendenti che non gl’Italo-Longobardi. Avevano esarchi, duchi, governatori greci, stranieri, cattivi; ma obbedivano loro poco e di rado, obbedivano piuttosto a’ papi, a’ loro vescovi, a’ loro magistrati cittadini; erano già veri comuni, a modo de’ lombardi e toscani di cinque secoli appresso; non tenevano conto dell’imperadore greco lontano, se non come questi poi degli imperadori tedeschi vicini od anche meno; e come questi, così quelli fecero le leghe e confederazioni già da noi accennate. E questa è la vera e bellissima origine della potenza temporale dei papi; origine pari in antichità, superiore in vera legittimità a quella di qualunque regno europeo; scusa od anzi merito e virtù del loro costante resistere ai Longobardi; gloria di Gregorio Magno, che prese primo la difesa di quel che restava d’indipendenza; gloria maggiore di Gregorio II, che la difese contro i Longobardi e l’accrebbe contro ai Greci con una bella confederazione nazionale, e senza aiuti stranieri; scusa dei papi successori di lui, che, pressati da’ nemici vicini, abbandonati da’ signori lontani, ricorsero men vilmente che imprudentemente ed infelicemente all’aiuto dei Franchi, stranieri novelli. — E il risultato e l’insegnamento furono i medesimi che due secoli prima. Rimasero signori i nuovi chiamati.

5. Nè questo fu tutto; in breve rifecesi l’altro e forse maggiore errore di restaurare un nuovo preteso imperio romano. E siccome il primo restaurato era stato non italiano, ma greco, così questo fu franco. Errore, preoccupazione, cecità, smania, stoltezza, impostura quasi inconcepibile a noi, questa di restaurare l’Imperio! Nè par vero che sia durata tanti secoli, mille e più anni, dall’800 al 1805. Tanto può una memoria, una parola! Ma, non ci si venga a dire a noi Italiani, che quest’imperio romano fu una grande idea di Carlo Magno, una gran bellezza del medio evo, una gran fortuna della Cristianità, a cui furono dati così un gran centro temporale, e un gran centro spirituale, due grandi capi, l’imperatore e il papa. Io non so se tutto ciò, quantunque cantato da un vero poeta, sia poesia; ma non è storia di niuna maniera. Grande sì fu l’ambizione, ma non l’idea di Carlo Magno; non dovendosi dir grande niuna idea che tanto scemi passando a realità. Certo, l’imperio ideato da Carlo Magno, cioè la supremazia d’uno dei re sugli altri, non durò incontrastato se non 14 anni, quanto il fondatore; nè tra molti e gravi contrasti, se non 88, assai meno che non la schiatta carolingia, di cui fu rovina; ondechè si vede essere stata piccola e cattiva idea. E quanto a quella bellezza dell’edifizio della Cristianità posta in bilico su due centri, io non so guari veder nulla di tutto ciò; posciachè in somma il centro imperiale non durò se non quegli 88 od anzi quei 14 anni, dopo i quali ogni re fece il re da sè, senza curarsi dell’imperatore più che di qualunque altro re. I due centri o perni esistettero sì veramente, ma per l’Italia sola; dove l’imperiale fu non fortuna ma sventura grandissima e moltiforme. Perciocchè prima, fu causa che dovendo l’imperatore esser re d’Italia, tutti i re carolingi vollero quel regno e così sel disputarono e l’invasero. Poi fu causa che i pochi principi italiani, due Berengarii, un Guido, e un Arduino riusciti a farsi re d’Italia, non poterono rimaner tali come altri principi rimasero re di Francia, di Spagna e di Germania; il che, sia o non sia da lamentare per li tempi seguenti, certo fu gran danno per quelli, nei quali l’Italia ne riuscì più invasa, più avvilita, più corrotta che non sia stata mai ella o niuna nazione cristiana. Perciocchè certo furono molto avviliti quei re che sottoposero la corona italiana alla tedesca; avviliti tutti quegli altri principi italiani che non traevan potenza se non dalle intervenzioni straniere; avvilite quelle principesse meretrici che la traevan dalle libidini nazionali e straniere; avviliti gli ecclesiastici ravvolti in tutto ciò, compratori e venditori delle sedie vescovili e della stessa romana; avvilita la nazione intiera la quale chiamò più stranieri in quel secolo e mezzo che non facesse mai, e la quale alla morte di Arrigo Sassone giunse al segno di accattare padroni in tutta Europa, Francia, Germania e Castiglia, e di far rifiutar sua servitù da tutti, salvo che dai Tedeschi, che non la rifiutarono mai. E so che que’ nostri inalterabili piaggiatori i quali quando non ci possono lodare ci scusano, e quando non ci possono scusare ci consolano col paragone de’ vizi altrui, diranno qui che quel secolo d’intorno al 1000 fu secolo di avvilimento a tutta la cristianità, ai signori nostri come a noi servi, ai compratori come ai venditori della nostra indipendenza. Ma io dico che in tali contratti, i venditori son sempre di molto più avviliti che non i compratori; chi si fa servo, che non chi si fa padrone. E confermo e conchiudo: che la nazione italiana cadde allora più basso che non fosse mai ella o niuna cristiana; e che fu effetto di quel mal sogno del Primato italo-imperiale. — Onde mi sembrano uscir poi due insegnamenti: che prima di mirare a primati si vuol arrivare a parità, e che la prima delle parità colle nazioni indipendenti, è l’indipendenza.

6. MA LE NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE, NON MORIRE, dice ammirabilmente il nostro Gioberti[10]. E la storia del secolo XI non solo prova la verità, ma dà le ragioni di tal fatto, accenna i modi del risanamento delle nazioni cristiane. Il rimedio che queste hanno e le antiche non avevano, è la Chiesa cristiana; la quale, incorruttibile essa, basta a preservarle da mortal corruzione, basta a preservare la virtù, la operosità cristiana risanatrice. Pareva allora corrotta la stessa Chiesa, ma non era. Incorrotti molti membri di essa, si ritrassero dal mondo, ne’ monasteri. Fondaronsi quelli di Cluni, di Cisterzio, della Certosa, di Camaldoli, di Vallombrosa e molti altri; il cui merito massimo non fu, come si suol dire troppo umilmente, l’aver serbati i manoscritti o le lettere o l’agricoltura, ma la virtù; dico la severa e cristiana virtù. La storia di quei chiostri d’intorno al 1000 è una meraviglia, un miracolo continuo. Un uomo, un santo sdegnavasi contro al secolo (quel secolo da fulminare allora veramente), contro ai costumi secolari, ecclesiastici, monacali. Quindi facea disegno di fondar un monastero nuovo, di restituire in esso la disciplina; fondavalo con due o tre compagni; l’estendeva a qualche centinaio di monaci; fondavane altri all’intorno, e tutto insieme chiamavasi una _riforma_. Talora, morto appena il riformatore, talora anche prima, la riforma cadeva nella corruzione universale; tal forza era in questa! Ma allora risorgeva un altro riformatore, un altro monastero, un’altra riforma; e ricorrotta questa, un’altra ed un’altra, finchè durò la corruzione universale, ed anche oltre. Intanto, or nell’uno or nell’altro chiostro, la virtù s’era serbata; e n’uscì intorno alla metà del secolo uno stuolo, una schiera di uomini, che io non so come io chiami: grandi santi, grandi filosofi, grandi riformatori ecclesiastici, o grandi politici, perciocchè furono tutto ciò; Pier Lombardo, Lanfranco, sant’Anselmo da Aosta, uno o due altri Anselmi, san Pier Damiano, Annone di Colonia, e finalmente Ildebrando, cioè san Gregorio VII. Il quale fu il più grande, ma non il solo grande, fu il principe di quello stuolo già formato, fu il raccoglitore e propagatore delle frutte seminate da altri; grande ingegno senza dubbio, ma più gran coscienza, gran politico, ma pontefice anche più grande. Ed egli e tutti gli altri insieme furono i risanatori della corrotta Cristianità in generale, ma della corrottissima Italia in particolare; non solamente perchè dall’Italia nacquero i più di essi (come è facile vedere dai nomi citati), ma sopratutto perchè a risanar Roma, a restituir ivi primamente la disciplina e l’indipendenza ecclesiastica attesero unanimi; e perchè da queste appena incominciate a restituirsi, seguì, quasi conseguenza naturale, l’indipendenza italiana. Invano si disputa di questa o quella minuzia di libertà da attribuirsi o no ai vescovi ed agli ecclesiastici nella fondazione dei comuni; invano si allega che i comuni sorsero talora non a favore nè con aiuto, ma contra i vescovi. La virtù fece i comuni italiani; e la virtù di quel secolo fu incontrastabilmente d’origine ecclesiastica; anche quella che in parecchi luoghi si risolve contro ai corrotti ecclesiastici. — E quindi esce l’insegnamento, che la virtù fa l’indipendenza; e quest’altro, che niuno forse può tanto sulle virtù nazionali quanto gli ecclesiastici.

7. E quindi dal pontificato di Gregorio VII (an. 1073) incomincia quel lungo secolo che dicemmo il più bello della storia d’Italia; non per altro se non perchè fu il solo bello nella storia dell’indipendenza, il secolo della conquista fattane da’ comuni. Ed incomincia insieme e s’accompagna il secolo de’ maggiori papi politici che sieno stati. E primo dunque Gregorio VII, di cui non è facilmente finito di dire, che fu pure inventor delle crociate, difensor di popoli e principi oppressi, stabilitor del solo vero centro politico che sia stato nel medio evo; esagerator forse di questa centralità; usurpator forse di alcuni diritti temporali, e di ciò vituperato già, lodato ora sovente, mentre si dovrebbe forse solamente scusare; Gregorio VII, combattitor lunganime per tutte queste imprese, e che morì fra esse, esule, martire, vantandosene e tramandandole ai successori. I quali furono tra gli altri un Urbano II, adempitor del pensiero delle crociate, Calisto II, adempitor della indipendenza ecclesiastica, Alessandro III, il gran confederato dei comuni italiani. Del resto tutti questi papi non furono già essenzialmente capi di una parte italiana contro all’altra; e nemmeno capi della nazione contro agli stranieri. Tali furono sì occasionalmente, temporariamente; ma in essenza, in continuazione ed in somma, furono ciò che dovevano, capi della Cristianità, non meno e non più. E se attendendo a tutti gl’interessi cristiani, promovendoli tutti, que’ d’Italia si trovarono più promossi, ei non fu se non perchè questi erano allora de’ maggiori. La grandezza temporale dei papi e l’indipendenza d’Italia crebbero insieme e s’aiutarono senza dubbio a vicenda. Ma inducono in grave errore coloro che non sanno narrare se non l’una o l’altra impresa, e fanno così que’ papi più italiani o quegli italiani più papalini, che non furono. Ei non fu se non Alessandro III che s’unisse veramente all’impresa d’indipendenza; e non vi si unì forse intieramente se non quando Federigo Barbarossa ebbegli contrapposto un antipapa, e così più per gl’interessi del papato che non dell’indipendenza. Nè egli o i predecessori sono a biasimare, o tener in minor conto perciò. Chi oserebbe biasimare, ed anzi non lodare coloro che fecero il proprio ufficio prima che quel degli altri, il loro ufficio maggiore prima che il minore; e che avendo in mano gl’interessi dell’intiera Cristianità e quelli d’un principato od anche di una parte italiana (chè di tutte non l’ebber mai), attesero a quelli sopra questi? In somma, questa fu appunto una delle cause che quella magnifica guerra d’indipendenza, quella guerra così giustamente incominciata, così costantemente sostenuta, così mirabilmente condotta alla confederazione, così felicemente vinta a Legnano, si terminasse colle paci inadeguate di Venezia e Costanza. Anche Alessandro III, il massimo fra’ papi aiutatori d’indipendenza, riconosciuto che fu papa, lasciò l’impresa, abbandonò i comuni vincitori; ed io non so chi oserebbe dire che facesse male, o che egli avrebbe dovuto rigettare dalla comunione della Chiesa l’imperatore e mezza cristianità per gl’interessi d’Italia. E se si dicesse ch’egli avrebbe dovuto far cessar lo scisma come papa, e continuar la guerra come principe, si farebbe una distinzione impossibile forse a mantenersi in qualsiasi tempo, ma certamente in quello. Non era nemmeno proprio di quel tempo, già il dicemmo, che si cercasse l’indipendenza compiuta dall’imperatore; ed ottenutone quel tanto per cui s’era combattuto, si sciolse la lega. — E da tutti questi fatti uscirebbono poi numerosissimi insegnamenti; ma due sopra tutti: che le confederazioni sono senza dubbio il miglior mezzo di conquistare l’indipendenza; ma che senza indipendenza compiuta non si sogliono nè si possono conservare confederazioni; e che i papi, grandi aiutatori, non possono essere buoni capi a tali imprese.

8. Dalla pace di Costanza (anno 1183) alla venuta di Carlo VIII (anno 1494) corrono poi quei tre secoli della gioventù, dello splendore e dell’incontrastabil primato d’Italia, da cui sorgono sperimenti e insegnamenti innumerevoli oramai; secoli di minor virtù che non il precedente, colsero i frutti seminati da’ padri, tranne uno che non seppero maturare. Non seppero compiere la indipendenza; allettati che furono dall’altra opera più immediatamente piacevole, di compiere ed esagerare la libertà interna. Dimenticarono l’imperatore per volgersi contro a questo o quel tirannuccio vicino, contro ai nobili grandi o minori, contro agli stessi popolani maggiori o grassi, o viceversa; con perpetue vicende, con ispensieratezza che anch’essa pare inconcepibile a nostra età, con un eccesso di licenza che servì poi d’argomento agli avversari non solo de’governi popolareschi, ma d’ogni libertà. Ma ciò non ostante il vero è che in que’ tempi del sistema feudale, cioè dell’aristocrazia più ristretta e più oppressiva, dell’ordinamento più mal ordinato che sia stato mai, il disordine, la licenza stessa, ogni eccesso popolaresco erano ancora un vantaggio, facevan della nostra nazione mal libera e male indipendente, una nazione meglio condizionata di gran lunga che non le feudali. Questo fu il vantaggio d’Italia, questa la causa del primato di lei lungo i tre secoli; vantaggio e primato che cessarono poi naturalmente da sè, quando, scemato lo svantaggio degli ordini feudali nell’altre nazioni, l’Italia non si trovò più al paragone se non collo svantaggio proprio e massimo della indipendenza incompiuta. — Intanto fin dal primo de’ tre secoli, tra que’ governi popolari nuovi, i dialetti diventaron lingua; lingua poetica, politica, nazionale, servente a tutte le colture. E sorsero o s’accrebbero le industrie, le navigazioni, i commerci, le ricchezze, tutte l’arti; in cima a cui, come sogliono, quelle che si chiamano arti belle, e potrebbon chiamarsi arti somme. Quindi quel primato di coltura, che riman più incontrastabile che non quello di civiltà, potendo rimaner dubbio di questa in coloro che tengono per sommo pregio di essa la indipendenza. — Ad ogni modo corre su questi tre secoli una grande illusione. Que’ comuni popolarmente retti chiamaron sovente sè stessi repubbliche; e repubbliche furon chiamati poi da parecchi scrittori, e ultimamente dal Sismondi in quella storia intitolata appunto _Delle Repubbliche italiane_, che è uno dei più leggibili e più letti, e letterariamente uno de’ più bei libri di nostra storia. Ma se si conservi a quel nome di repubblica il senso etimologico ed universalmente accettato, di cosa pubblica, cioè tutto lo stato, cioè lo stato indipendente pubblicamente amministrato; ei si vedrà che di tutte le così dette repubbliche italiane del medio evo, una sola fu repubblica vera, quella di Venezia; e nemmen questa dal tempo di sua nascita o di sua gioventù favolosa, ma solamente da quando essendosi disputato de’ limiti tra l’imperio carolingio e il greco, ella era rimasta in mezzo, indipendente. Tutte l’altre città nostre rimaser comuni e non più; comuni dipendenti, in diritto sempre; in fatto, tutte le volte che un imperatore potè far valere il diritto. E questo fu il grave vizio, che viziò le variatissime costituzioni, i fatti, la vita, la intiera civiltà di quei comuni. E quindi tutti i vizi minori, tutte le sventure, tutte le incapacità, e la mala riuscita ultima di que’ tre secoli. — E prima le due parti guelfa e ghibellina, le quali (tanto era il vizio di mirare nelle cose italiane non all’Italia ma fuori, ma all’imperio, il vizio imperiale) prendendo nome da due famiglie che si disputarono l’Imperio poco dopo la pace di Costanza, rimasero in breve, la ghibellina parte imperiale, la guelfa parte papalina e dei comuni; parte, così, incomparabilmente più nazionale. Strano, assurdo a vedersi ora, dopo l’evento! che fosse tale una parte, non la nazione intiera; che una parte sola sapesse e volesse seguire quell’andamento così naturale in tutte le imprese di indipendenza, di compierla dopo una prima vittoria; che un’altra parte fosse a voler fermare od anche far indietreggiare l’impresa. Ma tant’è; in tutt’i tempi, fra tutte le imprese, sono di questi fermatori ed indietreggiatori; buoni senza dubbio se l’impresa è cattiva, ma pur senza dubbio cattivi se l’impresa è buona, come era certamente questa dell’indipendenza. Quindi per un secolo all’incirca, tra le contese d’imperio che seguirono la morte d’Arrigo VI di Svevia, e la lunga minorità di Federigo II, e le vicende di questo forse più immaginoso che grande imperatore, e le nuove dispute d’imperio alla morte di lui, e sotto la condotta di nuovi grandi papi politici, inferiori solamente ai grandissimi del secolo precedente, la parte guelfa crebbe, potè molto più che non la ghibellina. E sotto la sana ombra di lei nacquero, crebbero i padri di tutte le grandezze italiane: san Francesco, la gran carità, san Bonaventura e san Tommaso, la gran filosofia teologica italiana; il Compagni, i Villani, che si dicon grandi cronichisti, ma che in virtù sono forse i più grandi storici italiani; Dante, Petrarca e Boccaccio, la gran poesia italiana non arrivata, non arrivabil forse mai più; i Pisani, Cimabue, Giotto, frate Angelico, Arnolfo di Lapo, i padri dell’arte italiana. E andiam pure più oltre: guelfe furono la maggior parte delle grandezze italiane anche posteriori al secolo guelfo: guelfe in corpo tutte le grandezze papali; guelfe tutte le ecclesiastiche; guelfe tutte quelle di Venezia, che senza il nome ebbe più che nessuna l’essenza guelfa, ebbe e serbò ciò che i Guelfi desideravano, la compiuta indipendenza; guelfe in corpo tutte le grandezze di quella Firenze, la quale non per altro fu la prima, la più gentile, la più civile, se non perchè fu la più costantemente guelfa tra le città italiane; la quale fu l’Atene d’Italia, perchè, come la greca, fu la innamorata dell’indipendenza.

9. Ma pur troppo, verso il fine del secolo XIII, i Guelfi (come succede fra’ trionfi a tutte le parti) caddero in gravissimi errori. E prima in quello già accennato di esagerare, purificare le democrazie. Meno male! quando la democrazia ha spenta un’aristocrazia, ella se ne fa una nuova, inevitabilmente; la quale può ben essere meno splendida, non ricordar co’ nomi i fatti antichi, destar minori ammirazioni ed invidie; ma che in somma, nata che è, rifà l’ufficio essenziale d’ogni aristocrazia, l’ufficio di adoperare nel governo della patria chiunque non ha necessità d’adoperarsi per le proprie sostanze. Ma l’irremediabil errore guelfo fu quello fatto per un’ira di parte, anzi per una di quelle prolungazioni d’ira, che son fatali dopo cessati i motivi e i pericoli antichi, perchè distraggono da’ pericoli presenti; per una di quelle intolleranze che sviano dallo scopo. I Guelfi del mezzodì non vollero tollerare l’ultimo resto dell’odiata schiatta sveva, Manfredi re di Puglia e Sicilia; il quale, non imperatore, non pretendente all’Imperio come i maggiori, era il solo Svevo da tollerarsi, e sarebbe diventato poi egli o i figli re indipendente ed italiano. Per ciò i Guelfi rinnovaron l’errore antico di chiamare i Francesi; e con tanto minore scusa allora, che avevano cinque secoli di ulteriore sperienza, e di cresciuta civiltà. E l’errore produsse il danno solito. Carlo d’Angiò, e gli Angioini suoi discendenti, e i Francesi suoi parenti diventarono essi signori di parte guelfa, ne tolsero il capitanato ai papi, trassero ed esiliarono questi ad Avignone, e ponendo sè stessi, sè stranieri in lor luogo, snaturaron la parte, la fecero scender da parte sola nazionale, a non altro che parte degli uni stranieri contra gli altri. — Allora salì d’altrettanto la parte ghibellina; d’allora in poi diventarono grandi alcuni Ghibellini; e allora Dante, il grandissimo guelfo, diventò il gran ghibellino. Dico che questo spiega, non iscusa, e tanto meno non fa bello, non imitabile il mutar parte di Dante. Io credo amar Dante quanto l’ami qualunque Italiano. Ma più che lui quell’Italia, che egli amò pur errando; ed ammaestrato co’ miei contemporanei da cinque nuovi secoli succeduti, amo sopra ogni uomo o cosa italiana l’indipendenza d’Italia. E dico che il mutar parte è sempre grande infelicità a chicchessia; che tuttavia non è colpa, anzi è virtù mutar da una più cattiva ad una più buona, o men cattiva, ma che è infelicità e colpa il mutar alla più cattiva, quand’anche l’altra abbia fatto errori, sciocchezze o delitti; bastando allora separarsi in ciò, od in tutto da essa, senza unirsi alla peggiore. E Dante si vantò di tal moderazione, si vantò d’aver «fatto parte da sè stesso»; ma nol fece, ma cadde in quella parte peggiore. Pur troppo è dimostrato irreparabilmente, a chiunque non abbia il vizio di non veder vizi negli oggetti del proprio amore, da quell’incredibil libro _Della Monarchia_, che è più colpevole, più fuorviato, più mediocre che non le stesse mediocrità e sciocchezze guelfe, perseguite con tanti disprezzi da Dante. E molti pur troppo fecero come lui; molti si ritrassero dalla parte guelfa diventata non meno straniera che la ghibellina, si ritrasser da’ papi diventati stranieri. Vedesi nell’opere degli altri due padri di nostra lingua, Petrarca e Boccaccio; e vedesi nel fatto de’ Vespri Siciliani, e in quel di Cola di Rienzi, e in tutti quelli italiani fino al ritorno dei papi. La parte guelfa aveva perduta la sua virtù primitiva. Ma la ghibellina non ne aveva guari acquistata, perchè non n’era in sua natura; perchè non ne può essere in niuna parte contraria all’indipendenza nazionale.

10. Dal ritorno de’ papi fino alla morte di Lorenzo il Magnifico, è la decadenza dei comuni italiani, è quel secolo XV, tanto inferiore in virtù politiche al XII e al XIII, in lettere al XIV e XVI; quel _Quattrocento_, che, salve l’erudizioni e l’arti, si potrebbe ricordare all’ingrosso col nome di secolo di mediocrità. I papi reduci di quel soggiorno di Avignone che fu chiamato cattività di Babilonia, non ritrovarono nè il capitanato di parte guelfa nè quasi parte guelfa. Le parti, snaturate, cadono da sè. E tra la guelfa non più buona, e la ghibellina non istata buona mai, non rimase più parte nazionale nessuna. Vera e compiuta nazionalità italiana non era stata mai; ma in mancanza di quella aveva giovato la parte nazionale. Or, mancando questa, mancò tutto; la virtù, l’ambizione stessa, l’ispirazione nazionale. E questa è la causa dell’essersi fermato il progresso delle lettere, e dell’armi nel _Quattrocento_. Nate le lettere, sempre continuano ad essere letterati; nate le milizie, condottieri, uffiziali. Ma quando manca l’ispirazione i letterati non si fanno autori, i condottieri non capitani. Che se poi nel _Cinquecento_ si rividero autori ma non capitani italiani, egli è che a rifar quelli bastano talora le speranze, ma a questi è necessaria la realità della nazionalità e dell’indipendenza; e che a questa riacquistare la misera Italia mancò intanto una delle più belle occasioni che le sieno mai state apparecchiate dalla benigna Provvidenza. — Era il tempo che cresceva con ammirabile intelligenza degli interessi proprii e di tutti i germanici la casa d’Absburgo, la gran casa d’Austria. Fin dal nascere, fin dal suo grandissimo fondatore Rodolfo, ella s’era scostata dalle vane ambizioni italiche degli antichi imperadori sassoni, franconi e svevi; aveva inventata, proseguita, ampliata, satisfatta una nuova ambizione nazionale germanica. E quindi, se ci si conceda una volta dir grandi i principi, non in ragione di ciò che ambirono, ma di ciò che fondarono, grandi noi diremo questi, che posero le fondamenta della grandezza austriaca lungo le falde settentrionali dell’Alpi, su quel Danubio dove sono oggi ancora la sedia e i destini di lei. Quinci era bella all’Italia l’occasione di conquistar quel poco che le mancava d’indipendenza; di far passare in diritto ciò che ella aveva quasi intiero in fatto. Ma ella si contentò di godere ciò che n’aveva senza cercare il rimanente. Nè i papi talor grandi, nè Cosimo e Lorenzo de’ Medici, i più grandi uomini di stato di quel secolo, non pensarono guari all’avvenire della patria. Lorenzo stesso, l’autore della confederazione da noi lodata, non pensò a compiere nulla, ma solamente a conservare; e non pensò che non si conserva mai nulla bene, che non sia perfetto. L’Italia dopo due secoli di coltura, dopo quattro d’indipendenza quasi compiuta, non s’era maturata a compierla, a carpirne l’occasione. E l’indipendenza incompiuta, lasciò l’Italia aperta a qualunque nuova, ed anche menoma intrusione straniera.

1. La venuta di Carlo VIII sovvertì l’Italia al momento in che, sgombra di stranieri e confederata, ella potea parer più vicina a condizione di vera e grande nazione. E quindi sono giuste, naturali, e volgari le invettive contro a quel re di mente ed ambizioni leggiere, contro a’ Francesi che leggiermente il seguirono, contro agli Italiani che lo chiamarono scelleratamente. Ma si vorrebbon pure rivolger l’ire contro a tutta quella generazione d’Italiani più colti e più eleganti che non forti, più corrotti che inciviliti, i quali soffrirono così facilmente quella conquista così leggera. Del resto questa passò in poco più di un anno; e passarono poi parecchie altre francesi, spagnuole e tedesche, con vergogne e danni nostri crescenti senza dubbio. Ma il danno maggiore e durevole ci venne da questi ultimi e soliti stranieri. L’Imperio, il funesto imperio romano-tedesco fu quello che ci perdette questa volta come l’altre; le ragioni dell’Imperio furon quelle che fecero dar prima al Moro traditore, poi rivendicare all’Imperio, e serbarsi finalmente da casa d’Austria quella Lombardia che è di lei ancora; l’Imperio che spalancò tutte le porte d’Italia a Carlo V; l’Imperio che, già infermo di tutti que’ mali fra cui prolungò poi sua decrepitudine, sostituì a sè, nel possesso della misera Italia, le due case austriache, spagnuola e tedesca. L’Imperio e l’elegante corruzione furon quelli che in poco più di sessant’anni fecer passare l’Italia dalla più lieta alla più trista, dalla più libera alla più servil condizione in che sia stata mai. — Ma ammiriamo anche di mezzo ai nostri dolori le vie della Provvidenza. Tutti quegli stranieri accorsi a straziarci, Spagnuoli, Francesi e Tedeschi, riportarono a casa alcune parti della nostra già vecchia coltura; e così questo secolo, già terzo della nostra, fu tenuto primo di tutte l’altre, e v’ha nome di _secolo di risorgimento_. E diciam pure, che noi soffrimmo dunque per tutti. Ma sappiam confessare che non soffrimmo senza colpa; sappiam vedere che tutto quel nostro primato di coltura od anche di civiltà, non ci servì nulla, nè a compiere nè a serbar nemmeno ciò che avevamo d’indipendenza, nulla a salvarci nè da lunghi strazi nè dall’ultima abiezione. — La quale fu confermata poi nel 1559 per quella pace di Cateau-Cambresis, che lasciò Sicilia, Napoli, Sardegna e Milano in mano a casa d’Austria spagnuola, e l’Italia imbrancata così da due estremi. Quando sarà che si osi fare una storia di questi sessanta sei anni, così splendidi e così tristi, da Carlo VIII a Filippo II, da Machiavello al Tasso, da Raffaello ai Caracci, da Lorenzo Magnifico a Cosimo granduca? e che si faccia non coll’animo elegantemente indifferente di Machiavello o Guicciardini, ma con uno artisticamente sensitivo ed insieme virilmente giudice delle rade virtù, degli innumerevoli vizi, delle varie ma vane meraviglie di quella generazione italiana? A scrivere e far leggere in patria una tale storia, la minor difficoltà verrebbe forse dalle censure: sarebbe cibo da forti palati, da generazioni avvezze o almeno adulte all’indipendenza.

12. Da quella nuova e pessima condizione fatta all’Italia, incomincia quel periodo troppo più lungo che un secolo, il quale è svergognato in tutte le memorie italiane sotto il nome di Seicento; periodo della dipendenza diretta più estesa, dell’indiretta più grave, della nazionalità più ridotta che sieno state mai; periodo che rimane quindi per natural conseguenza povero d’ogni operosità e virtù ispiratrice, ricco d’ozi, di vizi e di corruzioni, nelle lettere, nelle arti, negli ordini civili e nell’armi. Questa opinione del nostro _Seicento_ fu già universale, ed era non meno sana che giusta. Giusto era e sano, che un periodo di dipendenza si tenesse per periodo d’abiezione, e l’abiezione per corruzione; giusto e sano, che posto questo nostro secolo XVII col X, si vedesse che da qualunque grado di coltura e civiltà, una nazione può precipitare in dissimili ma pari abiezioni e corruzioni. Ma ora, corre un modo pessimo di storie; una ricerca di erudizioni recondite, di filosofie storiche rovesciate; una smania di negare tuttociò che il senso comune delle generazioni aveva fatto passare in certezze universali; una pretensione di trovare ed insegnare ciò che non fu mai nè insegnato nè saputo. È semplice ambizione di novità? ovvero forse applicazione lata di quel metodo storico, che incominciò colla negazione delle verità, delle tradizioni più universali e più importanti? Io non entro in intenzioni, e lascio ciascuno decidere inappellabilmente delle proprie. Ma discuto i fatti e lor importanze; ed importantissimo affermo, che si serbi la salutare infamia del _Seicento_. Invano ci si cita per redimerlo la grandezza di Galileo. Galileo fu primo, buono, grande e pratico avviatore delle scienze materiali tutte quante, in quel metodo dello sperimento, che Bacone non fece se non raccomandare quand’era già incominciato a praticarsi. E quindi è buona la rivendicazione di questa vera e grande gloria italiana; buono l’osservare la inesauribile fecondità dell’ingegno italiano, il quale, troncategli tutte l’altre vie, seppe pur trovarne a sè ed altrui una nuova e magnifica. Ma le scienze materiali hanno questa, che non so s’io chiami virtù o vizio: che elle non sono quanto l’altre, dipendenti dalle virtù, dalle condizioni nazionali; che elle possono allignare e fiorire anche in nazioni servili e corrotte; benchè poi non vi fruttifichino a lungo nemmen esse. E il vero è che la vita di Galileo è prova ella stessa della dappocaggine de’suoi contemporanei. Non è il papa, non la curia romana, contro cui si voglian rivolgere l’ire principali per le persecuzioni fatte a Galileo. La curia romana non fece forse, ella, di quella questione di scienza, una questione di teologia. Galileo, egli il primo la fece tale, con imprudenza e zelo senza dubbio molto perdonabile; ma perdonabile è pure l’imprudenza e lo zelo contrario della curia romana. Ondechè il più imperdonabile in tutto ciò fu la dappocaggine del gran duca, e degli altri protettori, e di molti amici, cioè in somma de’ contemporanei di Galileo. Ma peggio assai è quando, a redimere il _Seicento_, ci citano un Masaniello, un Bruno, un Campanella; un pescator capopopolo impazzito tra gli otto dì d’una sollevazione vilissimamente poi terminata; e due frati, nelle opere di cui si ritrovano non so quali semi di alcune idee filosofiche, che si trovano (siccome insiste nella natura umana) quasi dovunque si frughi; ma le cui opere e la cui vita furon certamente men di buoni filosofi, che di cattivi teologi, e talora di sciocchissimi astrologi. Meglio citato è Vico, filosofo nuovo e grande senza dubbio, il quale scrisse tra il finir del _Seicento_ e il principio del _Settecento_; ma l’assoluta trascuranza in che fu tenuto da’ contemporanei, prova la nullità ed abiezione prolungata fino a questi. Nè servirebbe citare un Alessandro Farnese, un Piccolomini, due Villa, Montecuccoli o il principe Eugenio; tutti insigni ed alcuni grandi guerrieri, ma guerrieri di ventura fuor di patria. Le grandezze fuor di patria dimostrano sì, che, secondo la frase d’Alfieri, la pianta uomo nasce vigorosa in Italia; ma dimostrano insieme che l’aria vi è sovente cattiva; che per allevarsi grande, la buona pianta ha talor bisogno d’essere trapiantata; e che l’arie straniere le sono talora pur troppo più amiche. Tutti questi guerrieri senza possibilità di guerreggiare per l’Italia e guerreggianti fuori, mostrano quanto fossero mutate le condizioni nostre da que’ tempi, in che almeno assoldavamo noi gli stranieri, non mandavamo a soldo altrui i nostri capitani di ventura. — Se si voglia riposar l’occhio su qualche vero resto di virtù italiana esercitata in Italia, forza è rivolgersi a quelle province che, dipendenti dalla preponderanza, erano almeno indipendenti dalla diretta signoria straniera, Roma, Venezia, il Piemonte. Ma quali indipendenze, quali virtù anche queste, se vogliamo una volta guardare e vedere? Di Roma e de’ papi dell’ultima metà del _Cinquecento_ e di tutto il _Seicento_, abbiamo da un Tedesco ed acattolico una recentissima storia, la quale descrive la magnifica resistenza fatta da que’ papi coll’aiuto di parecchi nuovi e giovani ordini religiosi, contro all’eresie giovani e forti ancor esse. E v’abbiamo pur degnamente lodati alcuni fatti civili di alcuni di que’ papi, sopra tutti di Sisto V. Ma questi furono pure i tempi di quei nipotismo menomato e più vile, che non potendo più dar province e città, dava poderi e danari; e non aveva quindi nemmen la scusa di accrescere la potenza, diminuiva solamente la ricchezza della Santa Sede[11]. E questi sono i tempi che Francia, esclusa dalla penisola, non aveva nemmen bisogno di scendere per tiranneggiare Roma, e farsi fare scusa d’aver resistito alle proprie insolenze; i tempi in cui bastava un confessor di Ludovico XIV a turbar la quiete della curia romana. — E Venezia poi era indipendente; ma come usava l’indipendenza? Contro ai Turchi. Ed era bene senza dubbio, e le imprese di Candia e di Morea possono servire di consolazione a coloro che ne voglion trovare ad ogni modo. Ma queste imprese tanto vantate furono, o di conquiste mal assicurate e in breve lasciate, o di difese lunghe, ma finite coll’abbandono; ondechè in somma elle dimostrano non altro che impotenza. La quale poi è confermata dalla sofferenza della repubblica in quella congiura, che più si spiega, più è brutta per Venezia; come la crescente e già incancherita corruzione di lei è confermata poi da tutti i particolari di quelle guerre, di quella congiura, e di tutta la storia di que’ tempi. Ora è un’altra moda, di esaltar Venezia, e dir immeritate le miserie di lei, e chiamar insulto il palesarne le cause. Ma a me pare che il peggior insulto che si possa fare ad una generazione presente, sia il crederla incapace di sentir le colpe e le corruzioni degli avi. Venezia del _Seicento_ fu corrotta un po’ più, un po’ meno, come l’altre proviuce italiane. Tanto facilmente, io stava per dire tanto giustamente, s’attacca la corruzione dalle dipendenti alle indipendenti che soffrono tal vicina. — Non è dubbio: la men corrotta come la men dipendente fra le province italiane incominciò allora ad essere il Piemonte; grazie ai principi antichi e all’armi proprie che serbò. Io non temetti poc’anzi di sfogliare una corona, la quale si suole por fra l’altre sul capo de’ reali di Savoia; non fuggii dal dir principio o conferma della servitù italiana quel trattato di Cateau-Cambresis, che fu principio o conferma della potenza di quella casa. I fatti parlano, e la verità è sola utile, e sola rispettosa; ed a quali si vorrebbe servir più, a tali si debbe, non potendo altro, far omaggio al meno di essa qual si vede da ciascuno. Emmanuele Filiberto, spoglio del suo stato da Francia, è, per il primo e sommo diritto di propria conservazione, scusabile di aver offerto, nobile e gran guerriero, i suoi servigi a Spagna; d’aver combattuta e vinta la giornata di S. Quintino, imposto il trattato di Cateau-Cambresis. Ma Emmanuel Filiberto è senza riserva ammirabile poi fin dal domani del trattato. Appoggiandosi da quel dì a Francia contro a Spagna, non puerilmente o poeticamente nemico, ma politicamente e secondo utilità or avversario or alleato d’ogni straniero, subito intese la nuova situazione di sua casa; subito ne fondò la politica; la naturale, la inevitabile, la giustissima politica di giovarsi, tra due vicini soventi prepotenti, di quello che fa meno prepotenze in ciascuna occasione; e per ciò, per poter offerire quinci un alleato, quinci un avversario valutabile, tener sull’armi unito, tranquillo e quanto può felice, il popol suo. Del resto, il maggior esempio che lasciasse Emmanuel Filiberto a’ successori fu quello di far italiana la sua potenza. Fino a lui quei principi s’eran tenuti come a cavallo dell’Alpi; egli posesi di qua, dimorò nella italianissima Torino, stanziovvi la corte e il governo, fortificolla e incamminolla a gran città, gran capitale; intendendo subito e molto bene (all’incontro di alcuni moderni) che negli stati italiani più che negli altri, la capitale è quasi tutto. Così pure chiamò letterati e incamminò lettere italiane in quella terra sua, che fu creduta gran tempo Beozia, ed era piuttosto Macedonia nostra. Nel che e nel resto fu imitato poi da ciascuno de’ successori più o men bene, secondo le capacità. Ma non è vero che questi tenessero fin d’allora, come si suol dire, le chiavi d’Italia. Le quali se avesser eglino tenute, le avrebber tenute molto male, aprendo ad ogni vegnente; e il vero è che senza Saluzzo e Monferrato essi non avevan forze da ciò, ed atteser anzi a rafforzarsi con queste nuove province in Italia, a lasciar per esse parte delle francesi, a chiuder a poco a poco quelle porte. E così in somma, continuando l’opera di Emmanuel Filiberto, e quasi soli fra gl’Italiani, guerreggiando, e soli serbando le conquiste, soli si posson dire aver serbate armi e virtù italiane, mentre gli altri pultrivano; soli essere progrediti, mentre tutti gli altri retrocedevano. E così arrivarono essi soli degnamente alle nuove occasioni. — Ed anche del _Seicento_ sarebbe utile una storia, severa. Se non che, quale storia farebbe dimenticare quella, difettosa sì ma inarrivabilmente splendida del Botta? quale poi principalmente arriverebbe alla piacevole ma terribile, immaginosa ma veritiera descrizione che ce n’ha data il Manzoni?

13. Ma diciamo una seconda volta qui al secolo XVIII, come il dicemmo all’XI: LE NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE MA NON MORIRE; e non possono dunque, quando sono inferme se non guarire. E così, dopo aver notata nel _Seicento_ una gran dipendenza e corruzione italiana, noi abbiamo a notar nel secolo seguente un secondo risorgimento d’indipendenza e di virtù. Il risorgimento è indubitabile; e, noto già a’ più veggenti, fu fatto chiaro e volgare dai due nostri grandi storici moderni, Botta e Colletta. Ai quali rimandando per li fatti, basterà a noi fermarci alle cause principali. — E la prima fu la medesima che quella di sette secoli addietro: la incorruttibilità cristiana. Ma questa operando sempre, opera con mirabile ed inesauribile varietà, secondo i tempi. Nel secolo XI, corrotta la intiera cristianità, non poteva essere se non la chiesa stessa, il fonte dell’incorruttibilità che risanasse il resto; ed ella risanò prima la nazione circondante il centro suo, la italiana. Ma progrediti i tempi, le corruzioni generali diventarono e rimangono impossibili quanto le barbarie; e ad ogni modo fino ad ora non se ne rividero più. Quando l’Italia, che aveva tenuto il lungo primato, ma che non l’aveva stabilito sulla compiuta indipendenza, lo perdette poi colla corruzione, il primato passò di mano in mano all’altre nazioni cristiane. Ebbelo prima, dopo l’Italia, la penisola iberica, operosa e virtuosa in navigazioni, conquiste, missioni, diffusioni, arti e lettere lungo tutto il secolo XVI e parte del XVII. E vuolsi egli vedere come fa a passare il primato? Italiano era stato Marco Polo scopritore e descrittore dell’ultimo oriente; italiano tutto quello studio di questo, italiano quel disegno di giungervi da occidente, che furono così bene illustrati dall’Humboldt; italiano Colombo, che adempiè il disegno; italiano Amerigo, che gli diè nome. Ma memorie, studii ed uomini proprii furon negletti dall’Italia non più operosa; e così tutto il frutto ne passò a Spagna operosa, e questo frutto trasse seco il primato. E corrottasi Spagna rapidamente fra i rapidi trionfi, il primato passò poi a Francia. Se non che questo passare i primati dall’una all’altra nazione cristiana, ci pare fatto così importante a ciascuna (ed alla nostra principalmente, dopo quello che chiameremmo il magnifico error del Gioberti) che trattandone espressamente altrove, noi il lasciamo qui non più che accennato. — Ad ogni modo, al finir del _Seicento_, al principio del secolo XVIII l’Italia giaceva in condizioni inferiori a quelle di una o due, o quasi tutte le nazioni cristiane. Un caso, una fortuna (uno di que’ fatti che più indipendenti dalle cause umane, sono, anche dagli uomini men credenti, attribuiti alle superiori, e detti così provvidenziali) il finir della schiatta austriaca spagnuola, rimescolò le nazioni cristiane, e le ricondusse, siami lecito dire felicemente per questa volta, in Italia. Una sola provincia, un solo principe si trovò pronto alla occasione; e tanto bastò a determinare un risorgimento d’indipendenza, e quindi di operosità, di civiltà, di colture, di virtù italiane. Aprissi nel 1700 la successione di Spagna; un buon terzo d’Italia trovavasi, quasi podere, compreso in essa; gli abitatori del podere non si mossero, non s’aiutarono; fu naturale, eran sudditi stranieri da cencinquant’anni. Ma un principe italiano, Vittorio Amadeo II di Savoia, pretendeva parte pur egli a quel retaggio; e se la fece dare, tra per l’operosità e virtù propria, e quella del parente, il principe Eugenio, e quella serbata da’ suoi maggiori a’ suoi popoli (tanto quest’arte di serbar l’operosità de’ popoli è arte utile ai principi); e così n’uscì col titolo e la realità di re, e con Sicilia aggiunta al suo stato più che mai italiano; e così rimase scemata di tanto la parte straniera. — Ciò fin dalla pace di Utrecht nel 1714. E rimanevano province tedesche il resto del Regno e Milano, e spagnuola Sardegna. Ma in breve, surte due altre occasioni simili, le due successioni di Polonia e della casa d’Austria tedesca, e rimescolatasi similmente due volte la Cristianità primachè il secolo fosse a mezzo, si concentrò e s’accrebbe di nuovo lo stato Italiano di Piemonte lasciando Sicilia per Sardegna, ed acquistando a brano a brano buona parte di Lombardia; e il regno di Napoli e Sicilia finalmente restaurato passò a un ramo di casa di Francia, che diventò prontamente italiano; e passò Parma a un altro simile; e Toscana a un ramo della nuova casa austriaca, che pur diventò italianissimo. E così accresciuti, rinnovati quasi tutti i principati italiani, non rimase straniera se non Milano con una striscia di Lombardia. E allora di nuovo si toccò in altro modo all’indipendenza compiuta; la seconda metà del secolo XVIII somigliò alla seconda metà del XV; con questo vantaggio di più, che nel primo l’Italia era sul retrocedere, in questo era tutta sul progredire. — Nè furon soli a venirci così di fuori i risorgimenti civili. Io scongiuro gli scandali; e noto subito che questo era in quasi tutta Europa il tempo di una perdutissima filosofia; ma era pur il tempo di progressi incontrastabili in molte arti, ne’ commerci, in tutte le scienze materiali, in molte civili. E l’Italia ebbe allora il gran senno di prendere molto di questi, e poco di quella; prese il buono e lasciò il cattivo degli stranieri; seguì quell’esempio de’ propri maggiori, i Romani, che è più di niun altro degno di tramandarsi a’ nepoti. Ed io pur m’affretto a spiegare, per coloro che contro ai fatti generali più chiari hanno il vizio d’addurre le eccezioni particolari, non mai mancanti, che qualche male fu preso, qualche bene lasciato senza dubbio. Ma in somma, questi furono i tempi in Napoli di Carlo Borbone, in Firenze di Leopoldo, in Milano del conte di Firmian, ed in Piemonte di Vittorio Amedeo II e Carlo Emmanuele III; i tempi che il Piemonte fatto entrare da Emmanuel Filiberto nella politica, entrò finalmente pure nella coltura d’Italia, e v’entrò coi due gran nomi di Lagrangia e d’Alfieri. I miei leggitori hanno già potuto vedere che io non do importanza ai fatti letterarii sopra quelli di civiltà o di virtù nazionale; ma questo dell’essere entrata una gran parte d’Italia nella comunanza de’ pensieri italiani mi sembra fatto più che letterario, e che fu e può essere fecondo di civiltà e virtù. Quelle rinnovazioni che accennammo venir naturalmente dall’una all’altra nazione cristiana, sono forse anche più facili e più felici dall’una all’altra provincia d’una medesima nazione. E così (aggiugnendosi al Parini, il grande derisore dell’effeminatezze ereditate dal _Seicento_) il piemontese Alfieri fu il gran rinnovatore di virilità nelle lettere, e per le lettere nell’opinioni italiane. E così gli ozi e vizi scemati, le operosità e virtù cresciute corrispondevano alla cresciuta, alla quasi compiuta indipendenza.

14. Ma qui si vede più che mai, che non è fatto nulla finchè questa non è compiuta. Fu veduta da’ nostri padri, e udita da noi tutti in quegli anni di puerizia o gioventù le cui impressioni non si cancellano per prolungar di vita ne’ superstiti, e fu tramandata ai posteri dal Botta e dal Colletta, la trista ma utile storia degli errori, delle impotenze italiane in quella ultima e grande occasione. — Francia anch’essa aveva avuta dopo il suo primato la sua corruzione, il suo _Seicento_; dopo il secolo XVII e Ludovico XIV, il secolo XVIII e Ludovico XV. La corruzione francese fu diversa dalla nostra, secondo la diversità dei tempi e delle nazioni; fu minore nelle condizioni politiche e civili, uguale forse nei vizi, molto minore in lettere, molto maggiore in teorie e filosofie; ma in somma fu pur grande corruzione. E scoppiata in sovvertimento della intiera nazione, minacciò sovvertire l’altre cristiane. Sollevaronsi quasi tutte queste contra Francia, Francia contra esse; e ne seguirono invasioni di qua, invasioni di là, tentativi di repubbliche, tentativi di monarchia universale; ma all’ultimo (tal è la virtù intima, la vitalità della Cristianità) ne risultarono il fine di quell’impostura, durata 1005 anni, dell’Imperio romano, Francia tornata ne’suoi limiti e riordinata sotto alla sua schiatta regia, Germania meglio ordinata, Spagna diminuita, ma ridestata, le colonie spagnuole salite a indipendenza; salita Inghilterra a quella grandezza che veggiamo; la Cristianità, a malgrado i difetti di quell’ordinamento, più che mai costituita addentro, più che mai trionfante fuori a tutti i limiti suoi. — Ma l’Italia? Non facciamo su di essa ipotesi retrospettive, non perdiamoci in rincrescimenti troppo discosti dal fatto; non cerchiamo qual parte avrebbe potuta prendere alle pugne od ai profitti, se ella si fosse trovata indipendente e confederata. Ma abbandoniamoci pure al rincrescimento, che potrebbe esser utile un dì: ch’ella non siasi trovata pronta alla grande e nuova occasione di compiere quel poco che le mancava d’indipendenza; che quel risorgimento durato già da quasi un secolo non fosse giunto a tanto da riunir tutte le opinioni, tutti gli animi in questo solo pensiero. Pur troppo quel risorgimento d’origine straniera aveva coi beni incontrastabili portati seco alcuni mali che divisero la nazione. E poi tutte quelle case di principi straniere, già allora italiane nuove, non erano ancora tanto progredite in nazionalità da sentire od ispirar fiducia, non erano italianizzate abbastanza. Ma soprattutto ed al solito, il gran danno fu lo straniero, dico lo straniero piccolo allora dentro Italia, ma sproporzionatamente grande fuori; e che entrato quindi con tal superiorità a trattare e difendere gli interessi italiani, li fece diventar in breve tutto suoi. Così avvenne che quella pugna durata 25 anni in Italia non fu un momento mai pugna italiana, ma solamente tra lo straniero stanziato e l’invasore, tra Austria e Francia. Noi ricordiamo ancora quegli anni in che non era nulla così odiato da Austriaci o Francesi e talora (vergogna!) da Italiani, nulla così sospetto, o perseguitato, o proibito, come l’interesse, come il nome stesso d’Italia. Non poteva venir bene ad una nazione così mal progredita per anco, così male apparecchiata. — E di fatti Piemonte, assalito primo, gridò, chiamò confederazione, ma invano. Napoli mandò due reggimenti di cavalli, e credette aver mandato degno aiuto. Austria sì mandò; ma altro che aiuto! un esercito d’occupazione. E tra l’armi proprie e il mal aiuto, Piemonte si difese pur bene tre anni; ma poi tra l’uno e l’altro passò Bonaparte battendo di qua, battendo di là, che non avrebbe battuto forse (come disse pochi anni dopo un suo intrinseco a un ambasciadore piemontese a Parigi) se avesse avuto dinanzi solamente o gli uni o gli altri; o piuttosto, direi io, se avesse avuti solamente Italiani, soli interessati vivamente a non lasciar passare. Ma aperta allora la penisola, fu corsa poi a vicenda da Francesi, Austriaci, Tedeschi di ogni sorta, Ungheri, Slavi, Inglesi e fin Turchi per 18 anni; provate repubbliche, provato un regno d’Italia, provate divisioni nuove in lungo ed in largo, sollevate parti nuove, parte francese, parte austriaca, parte regia, parte popolare, parte di chiesa, parte filosofica, tutte le parti, salvo parte italiana; un _Cinquecento_ novello, meno l’eleganza, le lettere e le arti. E i risultati ultimi e sommari furono: cessato il grande incomodo dell’Impero romano, grandissima fortuna! cessate le decrepite aristocrazie di Genova e Venezia, pochissimo danno! Genova riunita a Piemonte in uno stato irrevocabilmente italiano, gran fortuna anche questa, che sarà ogni dì più sentita! Lucca ed altri territori minori riuniti ai principati maggiori, fortune simili. Ma Venezia riunita a Lombardia in provincia straniera, più ampia, più compatta, più fortemente tenuta; innegabile ed incompensato peggioramento delle condizioni italiane.

15. E quindi, che fu d’allora in poi? Che è per noi quest’età allora incominciata? Qual nome avrà in Italia questo secolo XIX in che inoltriamo? Forse nuovo e peggior _Seicento_? Secolo indietreggiato a quella o peggior dipendenza, a quella o peggior corruzione? Ovvero all’incontro continuazione del risorgimento del secolo precedente? — Certo, se s’attenda a quella parte tanto cresciuta dello straniero, si può temere d’esser tornati ad una dipendenza poco minore di quella del _Seicento_, si posson temere simili conseguenze, di impedimenti, d’inoperosità, di ozi e vizi servili. Nè mancherebbon pur troppo indizi di tali danni. — Ma forse, a chi attenda meglio, a chi si volga alla parte italiana d’Italia, i timori si volgeranno in isperanze. Quell’essere finalmente liberati i principati italiani dallo spauracchio del falso Imperio romano, è pure un gran chè, un gran progresso. I principati italiani, non sono abbastanza, non intieramente indipendenti in fatto; ma egli è pure un gran chè l’essere diventati tali in diritto incontrastato. Il diritto può ricondurre al fatto; e tanto più nelle presenti condizioni di civiltà, di Cristianità. Non solamente non sarebbero più tollerate le usurpazioni materiali della potenza straniera sulle italiane; ma nemmeno le prepotenze morali, le intrusioni gravi, scandalose, patenti. Non solamente sono guarentite dall’intiera Cristianità e fanno parte del diritto pubblico europeo le indipendenze de’ principati italiani; ma sono desiderate da quasi tutti, sono riconosciute di diritto quasi naturale le indipendenze d’ogni grande ed antica nazione cristiana. Si tende a fare entrar tutte queste nella gran repubblica, nel grande stato degli stati; s’intende ciò essere interesse, ciò forza, ciò felicità universale. — Ed aiutati o spinti così, dall’universale opinione, i principi italiani han pure ricominciato a progredire da sè. Qual più, qual meno, ma quasi tutti. Hanno ordinati eserciti quali non furon mai in Italia. Han rinnovate leggi accostandole ai tempi e le hanno ordinate in codici, progresso immenso per sè. E se s’accingono lenti a secondar i progressi della marineria, delle comunicazioni, de’ commerci, ed in generale di tutti quegli interessi materiali che disprezzan forse troppo, ei vi si sono pur accinti, e qui forse più che in niuna cosa il principio importa seguito. Se non han data nè lasciata alle colture quella spinta, quella ispirazione nazionale, che sola fa di esse un fatto importante; essi non le hanno poi nemmeno fatte nè lasciate cadere in corruzione e viltà; vi hanno promossa quella sodezza che è vicina a virilità; e noi siam lungi dalle effeminatezze e dalle puerilità del _Seicento_, e da alcune stesse del _Settecento_[12]. E si aiutano pur da sè i popoli italiani; non solamente secondando e chiamando tutti que’ progressi di lor governi, ma entrando spontanei in quelli che non posson venire se non dall’opinione, dalle virtù di ciascuno. Noi siamo lungi dal _Seicento_, e forse dal _Settecento_, ne’ costumi anche più che non nelle colture. E noi ritorneremo pur su questa, che è una delle migliori Speranze italiane. Qui ci basta l’osservare che, incontrastabilmente, noi non siamo ricaduti per ora, in una terza corruzione italiana; che siamo nella continuazione dell’opera del secolo scorso, in quel risorgimento che parve, ma non fu arrestato, dall’invasione straniera; che noi uscimmo di questa con vantaggi i quali supereranno, se Dio voglia, i danni; con innegabili progressi nell’operosità, nella virtù, nel sentimento di nazionalità, nel desiderio d’indipendenza. — La storia dell’impresa incompiuta in XIII secoli, è, intanto che diventi gloriosa, lunga e trista pur troppo; trista sopratutto per tante occasioni perdute. Ma la nazione italiana sembra educarsi a non perderle più. Ed è quindi tempo molto opportuno di cercare quali sieno probabili, come possiamo giovarcene. Dal passato brevemente percorso, facciam dunque ritorno al futuro, oggetto solo ed importante del nostro studio.

CAPO OTTAVO.

EVENTUALITÀ FUTURE DELL’IMPRESA

1. Siami lecito domandare qui a’ miei leggitori un raddoppiamento di tolleranza. Io sono per dir verità o che almeno mi paiono tali, più ingrate forse che non le dette; per eliminare speranze più care forse che non le eliminate finora. Ma le verità ingrate sogliono essere le meno dette, epperciò le più utili a dire: e non è se non colla eliminazione delle speranze false, che si può giungere al risultato delle vere. Conscio io di dispiacere a molti, forse ai più (terribil pensiero) de’ miei compatriotti, non ne avrei probabilmente il coraggio, se credessi di poter mai giovar loro coll’opere, se temessi troncarmivi la via colle parole. Ma non potendo far loro tributo se non di queste, tant’è ch’io il faccia tutt’intiero.

2. Quando si parla di futuro, ei ne sono a distinguer due. Uno lontano, separato dal presente per una serie indeterminata di tempi e di fatti, e che si può quindi chiamare futuro imprevedibile. E questo è quello di che abusano i sognatori, tutti coloro che immaginano cose nuove impossibili ad effettuarsi, o cose antiche impossibili a restaurarsi. Non serve dimostrare a costoro le improbabilità. Con ostinatezza che scambiano per costanza ei ti rispondono sempre i medesimi «Chi sa? Verrà un giorno. Non bisogna disperare». Non è da discorrer con costoro, nè con nessuno del futuro imprevedibile. Nè è per tal futuro o per le poche speranze implicate in esso che si vuole adempiere niun dovere; ma per il dovere nudo, avvengane che può. Quando la impresa d’indipendenza, durata XIII secoli, avesse a durarne altri XIII, o XXVI, o infiniti, senza compiersi, ella dovrebbe pur proseguirsi senza speranza; perch’è dovere d’ogni nazione; perchè val più una nazione che prosegua quell’impresa tra una servitù interminabile, che non una che alla servitù si adatti, che se ne consoli. E detto ciò a tal nazione sarebbe detto tutto.

3. Ma ei vi ha, grazie al Cielo, un altro futuro, un futuro prevedibile per l’Italia. Il quale è per vero dire incerto anch’esso, come è ad ogni uomo ogni ora, ogni momento, oltre il presente, ma a cui più o meno vicino arrivano pure le conseguenze dei fatti presenti, arrivano le deduzioni che se ne posson trarre, arriva la previdenza umana. E di questo non è vero, come dicono alcuni storici impuntati sul passato od alcuni pratici impuntati sul presente, che non si possa parlare. Si può, si deve, e si fa continuamente da tutti gli uomini di pratica che sanno governar gli affari umani e non lasciarsene governare; si fa da molti grandi ed anche piccoli scrittori; si fa quotidianamente da numerosissimi scrittori quotidiani; e quando si fa colla pretensione non di pronunciar profezie, ma di discutere probabilità, si fa bene o male, ma legittimamente da ciascuno. Dicemmo gloria del Gioberti l’aver primo forse discorso in tal modo di questo nostro futuro prevedibile. E di questo solo e in tal modo intendiamo discorrere anche noi; restringendoci anzi a ciò che tocca all’indipendenza, alle eventualità della antica impresa italiana.

4. Incominceremo colle solite e pompose frasi. Sappiamo anche noi che una nazione di 23 milioni d’uomini che voglia liberarsi, si libererebbe quando avesse contra sè l’universo mondo. Sappiamo che una tal nazione può mettere in campo uno, due, tre milioni di combattenti, e che il mondo moderno non può nè vuole metterne contra essa la metà altrettanti. E sappiamo che quando fosse all’opposto, quando stessero mezzo milione od anche meno di combattenti per l’indipendenza, due o tre milioni di combattenti all’incontro, la vittoria non sarebbe dubbia; perchè la virtù d’una causa contò sempre molto, ed ora conta forse tutto; e se non su un campo di battaglia, certo su un campo di guerra, fa all’ultimo valer per dieci ogni difensor della causa virtuosa, riduce a un decimo del valor suo naturale ogni difensor della cattiva. — Ma qui sta il punto, qui la difficoltà: unire in campo quelle poche centinaia di migliaia di combattenti, unire all’impresa la nazione intiera. La difficoltà mi par grave; e valer la pena d’esser esaminata adagio, e facendo tutti i casi.

5. L’unione all’impresa d’indipendenza, ci pare non poter venire se non 1.º o spontaneamente da principi italiani, 2.º o spontaneamente da una sollevazione nazionale, 3.º o per mezzo di una chiamata di nuovi stranieri, 4.º ovvero finalmente per qualche occasione che si afferrasse meglio che non fu fatto finora. Sono quattro speranze, o disegni. Esaminiamole ad una ad una.

6. SPERANZA 1.ª — DAI PRINCIPI. Questi non si possono unire se non o per mezzo di una confederazione che avessero già stretta, in che continuassero, e che volgessero allo scopo speciale dell’indipendenza; ovvero per una che facessero apposta. — Ma la prima, già difficile per sè, come dicemmo, sarebbe impossibile poi a rivolgere allo scopo d’indipendenza. Quand’anche i principi italiani fossero stati da tanto, di far la confederazione continua senza lo straniero (come vorrebb’essere naturalmente per poterla rivolger contra lui), e questo fosse stato così dappoco da lasciarla fare, egli è poi più che mai improbabile che fossero quelli tanto dappiù, e questo tanto dammeno che si potesse fare quel rivolgimento. Il timor del quale è quello appunto che non lascerà far mai la confederazione continua, quantunque innocua in apparenza. — E quanto poi a far d’un colpo, partendo dal nulla, una lega di indipendenza, ella può ben succeder nel futuro imprevedibile, ma non in niuno di che io sappia prevedere o discorrere. In fondo ad ogni pensiero di confederazione per l’indipendenza, è sempre un circolo vizioso; la confederazione per l’indipendenza non si può fare, o almeno non si può sperare che si faccia, se non coll’indipendenza. Questa speranza mi sembra poco da valutare per sè stessa indipendentemente dall’altre. Dato che i sei o sette principi italiani facciano mai una lega per l’indipendenza, ei non la faranno se non aiutati da’ popoli o dagli stranieri o da una occasione, o da tutto insieme. Ondechè all’ultimo le speranze da considerare sono le tre rimanenti.

7. Vengo dunque alla SPERANZA II.ª — DA UNA SOLLEVAZIONE NAZIONALE. Ma io penso che nessuno mi vorrà udir discorrere d’una sollevazione che si facesse per un moto spontaneo e concorde da Susa a Reggio. L’accordo dei 23 milioni di uomini sarebbe più impossibile che non quello de’ sei principi. Questi moti spontanei non si sono veduti guari in niuna gran nazione, ma solamente in qualche gran città, o tutt’al più in conseguenza di qualche atto immane di tirannia che unisse tutti gli animi in uno sdegno[13]; due casi diversi dai nostri prevedibili. Nè potrebb’essere il caso di quel modo di sollevazione recentemente inventato o perfezionato in Irlanda, e chiamato _per agitazione_. Qual che abbia ad essere il frutto di questo modo, ei non può usarsi se non in paesi già molto liberi, e in che si voglia più libertà o indipendenza; ma in quelli così tenuti che v’è difficile ogni menomo movimento, è impossibile il movimento massimo dell’agitazione. — Quanto alle sollevazioni non universali, ma parziali, non della nazione, ma d’una città od anche di uno intiero degli stati italiani, ho io bisogno di ridire che elle sono un nulla, o peggio che nulla allo scopo unico, alla indipendenza nazionale? di rammentare gli sperimenti fattine? o fermarmi a dimostrare che il frutto delle imitazioni sarebbe simile a quello degli esempi? Che sarebbe frutto di dipendenze vecchie accresciute, e di nuove aggiunte? Ma io farei ingiuria ad ogni lettore assennato con fermarmi a tutto ciò. — Io scrittore, avendo nel 1814 avuto l’onore d’essere presentato ad uno de’ maggiori uomini di stato dell’Imperio austriaco, al dì che giunse in Parigi la nuova della sollevazione de’ Milanesi (la qual fu pure diretta allo scopo unico dell’indipendenza, più che niuna delle fatte poi); e scandalezzandosi chi mi presentava ed era gran conservatore, all’udir quella sollevazione, quel tumulto popolare: «Oh! ma!» riprese l’Austriaco, «è sollevazione tutta a favore di casa d’Austria». E il detto mi s’infisse per non uscirne più mai, nella mente giovanile; fu uno di quelli che la conformarono fin d’allora a queste opinioni, che vengo or vecchio promovendo. — Quanto poi a quella osservazione volgare, che anche questi moti parziali, ed anche falliti, giovano a tener vivo il fuoco sacro della libertà, risponderò brevemente (e credo basti ai sinceri) che giovano anzi a tener vivo il fuoco empio delle divisioni e delle vendette. E finisco con dire ai governanti: »Deh non date occasioni»; ed ai governati: »Deh non prendetele quand’anche vi son date, a queste sollevazioni parziali. Dove che sia la prima, dove che resti la colpa ultima, è men colpa degli uni verso gli altri, che non verso la patria comune e straziata». — Ma se la sollevazione universale contro agli stranieri è poco men che impossibile, ed una parziale è nociva, ei ci resta ad esaminare se non sarebbe il caso poi di una sollevazione generale, che si preparasse e facesse con quelle congiure o società segrete, che son tutt’uno comunque si chiamino, e qual che sia vessillo esse innalzino. E di queste poi non mi fermerò a dire tutte le bruttezze; non prenderò a mostrare che l’essenza loro, il segreto accettato prima di conoscerlo, l’obbedienza a un capo ignoto, la tendenza a un ignoto scopo, sono servitù moralmente peggiori di gran lunga che non qualunque servitù anche allo straniero; che a tenere e promuovere tali secreti, la dissimulazione si volge necessariamente in simulazioni, inganni e tradimenti; che non solo la bontà dello scopo non iscusa la malvagità de’ mezzi, ma questa deturpa e perde quella, dichiarandone l’impostura, e che quindi quanto è più legittimo e santo uno scopo, tanto più son condannabili ed empi i cattivi mezzi; tutto ciò è chiaro a chi esamini la quistione di moralità. — Ma perchè sono e saran sempre molti che non esaminano se non la quistione di utilità, a questa dunque ci fermeremo. E diciamo risolutamente, che le congiure sono il mezzo meno utile, di non probabile riuscita in qualunque impresa di una grande nazione. Le congiure non riuscirono guari mai; se non di pochi e contro a pochi. Se son di molti suol mancare in alcuni o la segretezza o la temerità parimente necessarie. Se sono contro a molti suol rimanere ad alcuni la potenza d’impedire la riuscita. E quindi le congiure riuscirono ne’ serragli dei despoti asiatici, ne’ palazzi degli imperatori romani, degli autocrati russi, e dei tiranni del medio evo, dove tolto di mezzo uno o due uomini, era mutato tutto. E riuscirono per la medesima ragione talora nelle repubblichette antiche o del medio evo, che erano in mano a pochi cittadini. Ma negli stati grandi e civili, sieno più o men liberi, più o men pure monarchie, le congiure poterono riuscir sì ad una scelleratezza od a un ammazzamento, ma non allo scopo di mutare lo stato; perchè l’ordine dello stato non vi dipende in realtà da un sol uomo, ma da molti, dall’abito, dall’opinione universale. Noi dicemmo le sollevazioni difficili; ma le congiure son molto più; e molte che han nome di congiure non furono se non sollevazioni. È naturale i perdenti non confessino queste, perchè il confessarle implicherebbe confessione d’essere stati o tanto scellerati da darne causa, o tanto sciocchi da non vederne i segni che sogliono esser pubblici; mentre il dirle congiure li scusa da tirannia e da sciocchezza tutto insieme. E così è che quanto più si studia storie, tanto meno congiure si trovano; e le trovate, si trovano essere state poco men che inutili al fatto già compiuto dalle sollevazioni. A ciò son ridotte quelle due famose del Rutli e di Giovanni da Procida[14]. Del resto, quando si volesse vedere nelle storie più congiure riuscite che non ne so vedere io, tale riuscita si è fatta e si fa più difficile ogni dì nella crescente civiltà. È parte importante e bellissima del progresso presente, che l’arte della difesa dello stato sia progredita più che non quella dell’offesa. E il vero è, che fra tante congiure minacciate, temute, apparecchiate, rotte, scoperte, svelate od anche momentaneamente riuscite ai nostri dì, due sole si possono dire essere state vere congiure, ed essere riuscite a vero e durevole effetto; quella di Germania contro a Napoleone, e quella dell’esercito spagnuolo contro a Ferdinando VII. Ma lasciando questa, perchè fu congiura d’esercito più che di nazione, ed a scopo di libertà, non d’indipendenza, fermiamoci all’altra che è più citata e più somigliante a quella di che parliamo.

8. Ma, salva la somiglianza dello scopo, io non saprei scorgere se non differenze. 1.º Fosse virtù propria o di quegli anni, i Tedeschi non impacciarono lo scopo; non incominciarono dalla libertà interna quando mancava loro la esterna. All’incontro, è vizio antico italiano l’abbandonare questa per quella. Soli non vi caddero i collegati di Lombardia, che presero consoli, podestà, qual che lor s’offrisse governo interno, e seppero giovarsene contro allo straniero; e perciò riescirono. Ma pochi anni appresso vedemmo già così distrarsi miseramente tutta Italia, i Guelfi stessi. E così fino al fine delle repubbliche, così ne’ 25 anni francesi moderni, così ne’ sollevamenti parziali d’intorno al 1820 ed al 1830. Molti di questi furono vere comedie politiche; da passare, se fosse stato possibile nelle condizioni nostre, sulle scene; ma che, innalzate all’incontro dalla persecuzione a dignità tragica, rimangon pur troppo tanto più profferite alle future imitazioni. E questo che è gran pericolo d’ogni impresa d’indipendenza, sarebbe grandissimo poi di qualunque si facesse per congiure e società segrete; le quali per lor natura e lor forme si fanno quasi scuole, o prime prove non solamente di libertà, ma di licenza. E deh fosse vivo uno, di che mi vanto essere stato non meno amico privato che avversario politico! Il quale, duce sincero ed ardito di siffatti convegni, io invocherei volentieri a riattestare «la compagnia empia e malvagia» ch’io gli udii già lamentare. — 2.º La nazione tedesca è per tutte le sue qualità e per tutti i suoi difetti, la più propria che sia a far congiure. È grave, soda, pensierosa, d’ingegno più profondo che vario, più tenace che pronto, più ragionatore che imaginoso; è operosa, ma lentissimamente, segreta, confidente, semplice di costumi. All’incontro, che che si dica da molti stranieri a vituperio o da alcuni nostri a vanto, la nazione italiana è la nazione del mondo men capace di congiure; è quella che le fece sempre men bene. Gl’ingegni vi son pronti e mutabili, forse oltre ad ogni prontezza greca o francese, sono varii, distraentisi ad arti, lettere, scienze materiali o spirituali o miste, tutto a vicenda e talor tutto insieme. E tuttavia l’ingegno v’è men pronto che la fantasia, e la fantasia men che le passioni. Molto si parlò di ciò che possono e fanno gli odii e le vendette, ma non forse abbastanza di ciò che può e fa o non lascia fare l’amore in Italia. In fatto di costanza poi, noi ammirammo quella della nostra impresa d’indipendenza; ma è lamentabile l’incostanza de’ mezzi tentati. Il segreto ci è antipatico; la confidenza nostra suol essere abbandono; e i tradimenti ci vengono a ciascuno, più sovente da sè stesso, che non da altri. Tutte queste non sono qualità da congiuratori, certamente. E s’io non temessi di stancare colle rassegne della storia d’Italia, io ne farei una delle _Congiure italiane_; e mostrerei che in proporzione al gran numero degli stati nostri noi ne facemmo meno, e peggio, che niuna altra nazione, men che Francia ed Inghilterra in particolare, i cui scrittori ce le rimproverano. — 3.º Finalmente poi e principalmente, riuscì a bene la congiura d’indipendenza tedesca per questa ragione: che lo straniero v’era non solo grave, ma opprimente, non solo incomodo, ma disperante, non solo usurpator di provincie, ma delle sostanze e delle persone, turbator delle famiglie, delle vite, tiranno vero. Ora, ei si sa (e fu molto bene e facondamente detto dal Gioberti) che a far buone rivoluzioni ei ci vuol buona tirannia; ma a far congiure ei ci vuol tirannia buonissima. Questa era in Germania; epperciò la congiura riuscì e diventò rivoluzione. Ma in Italia è tutt’all’opposto. Ei può rincrescere, ma così è: la tirannia non v’è. Sugli stati italiani non è se non preponderanza, grado infimo di oppressione; la quale si fa sentir più a’ governanti che a’ governati; più nell’impedire il bene che in procacciar mali. Il popolo, la plebe dei principati italiani, che come ogni plebe ha a pensare alla vita quotidiana, non pensa al popolo delle provincie straniere; e gli uomini colti e pensanti pensano a non perdere l’indipendenza qual ch’ella sia che pur hanno essi, prima che a darla ai fratelli; pensano, e non si può dir che facciano male, ai doveri presenti verso il principe, verso lo stato proprio, primachè ai doveri eventuali verso i sudditi altrui. E tanto più che nemmen questi non vi pensan tutti. Io credo bene che colà gli uomini di coltura e pensiero pensino la vergogna della soggezione, la miseria dell’inoperosità, il danno de’ vizi fomentati dallo straniero; ma nemmen là tutto ciò non si fa sentire al popolo intiero, al volgo basso od alto, a cui non sono impediti nè i bisogni nè i piaceri quotidiani. Virtù e vizi di quel governo concorrono là alla quietudine. Giustizia civile e criminale, amministrazione, strade, imprese pubbliche, stabilimenti di beneficenza, interessi privati, studi elementari, tutto il sufficiente, è protetto, è promosso là, sufficientemente. Si traggon ricchezze; ma ne restano. V’è poca coltura alta; ma v’è la bassa. Non si provvede all’operosità, si promuove l’ozio, forse il vizio; ma l’ozio ed anche il vizio sono piacevoli ai più, e chi pur cadendovi se ne sdegna, n’è tuttavia fatto incapace di sdegnarsene efficacemente. Pochi sono, dappertutto, gli uomini che si serbin vergini dagli effetti di qualunque servitù; ma più pochi, di una mitissima. «Tant’è l’un basto quanto l’altro», dicono con parole degne del senso. E così in somma nè negli stati italiani nè nelle province straniere, non è materia da congiura che possa diventar rivoluzione d’indipendenza; non è probabilità che tal sia data dai tempi i quali diventano via via più miti, più civili; non è a far tal congiura una nazione naturalmente capace di congiurare; se si facesse, sarebbe guasta probabilmente dall’antica preoccupazione di libertà cresciuta a’ dì nostri; sarebbero difficili, impossibili ad unire in essa principi e popoli, grandi e piccoli, provincie e provincie. Deh non si faccia! deh tolga la Provvidenza il funesto pensiero dalle menti, dalle fantasie italiane!

9. SPERANZA III.ª — DA UNA CHIAMATA DI STRANIERI. Ma ciò che non è possibile per ispontanee confederazioni di principi o congiure di popoli italiani, non sarebb’egli forse chiamando stranieri, i quali procurerebbero l’unione impossibile tra noi soli? Posto fuori un centro qualunque, un punto di convegno, non vi si riannoderebbe egli ciascuno? S’io credessi buono tal convegno, sarei il primo a confortarvi i miei compatriotti; per l’impresa d’indipendenza non è a fuggir niuna speranza che non sia colpevole. Ma non è speranza buona nemmen questa. Qui si versa più piena la facondia del Gioberti. E noi stessi ricordammo testè i danni di tutte quelle chiamate, di Greci contra Goti, Longobardi contra Greci, Franchi contra Longobardi, Tedeschi contra Franchi; un re francese ed uno spagnuolo invano chiamati, i Tedeschi chiamati, e venuti; e fra questi una casa opposta all’altra, parenti a parenti, talora figli a padri; ed Angioini contra Svevi, Aragonesi contra Angioini, Francesi contra Aragonesi, Austriaci contra Francesi, Francesi contra Austriaci ripetutamente, senz’altro frutto che di servitù mutate, pessime delle servitù. — Ma, io intendo venire, deh si tolleri, a recente e maggior vergogna. In tutta quella lunga serie di chiamate antiche non è se non una rimasta inesaudita; salvo quella, i chiamati venner sempre. All’incontro, negli ultimi anni, dal 1815 in poi, già sono parecchie chiamate italiane, a cui non fu dato retta. Ondechè, se elle si dovean già fuggire per le due buone ragioni, che elle furon sempre inutili e sovente nocive, or s’è aggiunta una terza e più vergognosa, che elle si sono fatte molto più difficili ad essere esaudite. E così sarà, secondo ogni probabilità, anche per l’avvenire. Parliamo chiaro, e dando ad ognuno il nome suo. Quando si tratta di chiamare contro a Germania, s’intende che si tratta di Francia. Francia fu sempre chiamata contro Germania, come Germania contra Francia; e l’una val l’altra quanto al pericolo di mettercele sul collo, a vicenda; benchè la vicenda di Germania sia durata sempre più a lungo che non quella di Francia. Ma insomma Francia è quella ch’or ci toccherebbe chiamare; e chiamata ultimamente, non venne; e se si chiamasse di nuovo, verrebbe anche meno. Tutto è mutato rispetto a noi, dalle condizioni civili mutate in Francia. I re francesi già assoluti, e principi belligeri d’una belligera nazione, avean bel gioco in ispingerla fuor di casa ad imprese di lor ambizioni od interessi personali o famigliari. Poteva sì venir in mente a qualche consigliero o cortigiano di rara rettitudine, il porre innanzi l’interesse di Francia non concordante con gli interessi del Valois o dei Borboni, ma quelli non erano uditi; e i più degli affollati attorno al trono non tenean conto se non degli interessi di chi vi si sedeva. Il medesimo e peggio fu sotto a Napoleone. E peggio sotto alla repubblica democratica, intermediaria: le democrazie sono anche più facili ad adulare, più interessate e più ambiziose che non niuna famiglia di principi. Ma dove prendon parte alle deliberazioni pubbliche più o meno tutte le classi educate o colte d’una nazione, queste non si lasciano facilmente trarre all’imprese indifferenti ad esse; nè per far un nome al principe, nè per dar un trono ad un cadetto i cui figliuoli dimenticherebbono l’origine e le gratitudini; nè per congiungere al territorio una provincia, se non sia veramente preziosa od alla difesa, od alla ricchezza nazionale. E so bene che mi si opporrà l’esempio d’Inghilterra; la quale con tal governo ha pure fatte e fa latissime conquiste. Ma queste non che infermare, confermano anzi la proposizione mia. Le conquiste inglesi si fanno tutte per l’interesse del commercio nazionale, computato, spiluccato a lire, soldi e danari; e qual non presenta vantaggio, o non si fa, ovvero è riprovata, od anche, come vedemmo ultimamente, abbandonata. Di che sarebbe ad aggiunger molto ed inutilmente per coloro i quali non abbiano contezza della storia inglese da un secolo in qua; ma basta e soverchia quel che n’è detto a coloro che l’abbiano[15]. E dico poi che le conquiste in Italia non sono di quelle che presentino a Francia utilità nazionali. Gl’interessi, le ambizioni stesse francesi non han che fare in Italia; arrivano all’Alpi, e non più. Di qua ritroverebbero più tombe che trofei; quante venute, tante cacciate, e non è più il tempo che una nazione si consoli per un bel detto del suo re: «tutto è perduto fuor che l’onore». Ora, conquistando, non si vuol perdere nè onor nè roba, nè quasi vite; e perchè le conquiste metton sempre tutto ciò a gran rischio, perciò si fanno e faran più rare ogni dì. Niuna provincia italiana di qua dall’Alpi non è a Francia continuazione di territorio per arrivare a un limite che sia o si pretenda naturale, non a sponde, non a foci di fiumi francesi; non è scalo a niuna colonia francese presente nè prevedibile; e se tal è quel Levante che Francia pretese testè, è scalo così vicino alla partenza, che non ha pregio di vero scalo; oltrechè quella pretensione già abbandonata ora, sarà abbandonata più che mai, quanto più s’assoderà, per opera di sua costituzione, la ambizione di Francia. E quindi ei si può prevedere per l’avvenire ciò che vedemmo negli ultimi anni: che alcuni politici avventati di Francia, alcuni di quelli che per aver meditato troppo sugli eventi della repubblica o dell’imperio non sanno vedere la gran differenza che corre ora, alcuni di quella parte che si spaccia per progressiva, ed è retrograda o almeno tardigrada, alcuni di tutti questi Francesi sogneranno conquiste e propagazioni di lor pazzie in Italia; e che alcuni Italiani lor simili daran retta forse a quei sogni, credendoli sogni di tutta Francia, poi l’incolperanno di non averli effettuati. Ma quella nazione, quel governo, or assodati, lasceranno sognare i sognatori francesi ed italiani; e si contenteranno di far ciò che han fatto, d’impedire che l’Austria non s’accresca in Italia; e ciò stesso faranno con rispetti infiniti all’Austria, già emula e nemica, or l’alleata più naturale che si abbian essi sul continente. Del che io sono per dire più largamente fra poco. — Del resto tolta di mezzo così la chiamata di Francia, non dimorerò a far il medesimo su quelle che s’imaginassero di Spagna od Inghilterra, o d’altre potenze più lontane. Le medesime condizioni politiche farebbono su quelle due il medesimo effetto di non lasciarvi ascoltare le nostre chiamate; e quanto alle più lontane e di condizioni opposte, io credo bene che nessuno vi pensi. — Ma io protesto che di tutte queste e di Francia non volli escludere se non le chiamate propriamente dette, e le venute simili alle antiche; dico le chiamate fatte da una parte italiana, e le venute intraprese o con animo di aiutare quella parte, o peggio a fine di conquiste. Chè quanto allo escluder le alleanze che si facessero da’ nostri principi con qualunque di quelle potenze straniere o per iscemar preponderanza della potenza straniero-italica, od anche meglio per aiutarci in qualunque occasione d’indipendenza; siffatta esclusione sarebbe tale stoltezza, tale esagerazione di principii, tal esaltazione puerile di vanità nazionali, da non supporsi in niun adulto leggitore. Del resto siffatte alleanze non si sogliono fare, se non in e per occasioni determinate. Ondechè questa Speranza si implica nella seguente.

10. SPERANZA IV.ª — DALLE OCCASIONI. Una delle maggiori vanità in che sogliamo cadere noi scrittori, è quella di attribuire ai disegni degli uomini più potenza, alle occasioni men potenza che non avviene in realtà. I poeti tragici sono i divulgatori di quest’errore perchè han bisogno di magnificar gli uomini, e di rappresentare in essi tutta una età. Gli altri poeti e i novellanti traggon lor dietro per una quasi ugual necessità. Seguono molti filosofi per una simile; e seguono molti biografi, ed anche storici che si dilettano in ritratti ed orazioni da porre in bocca a lor personaggi. Chi non ha letto i disegni di conquistare il mondo attribuiti a que’ Romani primitivi, i quali stentarono pure 400 anni entro al cerchio di 10 miglia intorno alla città? E quell’altro di estendere la potenza temporale sull’universo mondo, attribuito a que’ papi che stentavano contro a Tivoli, o a’ Crescenzi, o agli Arnaldi, od ai Colonna, od agli Orsini? O quelli quasi creati di un colpo e proseguiti con regolarità, che s’attribuiscono ad ogni conquistatore quantunque surto da infimi principii? Gli uomini pratici non cadono almeno in tale errore. Ei sanno molto bene che i disegni ideati troppo lunghi, riescono corti all’eseguimento; epperciò cadono talora nel vizio contrario d’idearli troppo corti. La buona pratica sta in mezzo; prende scopi lontani anzichè disegni lunghi; e il tempo e l’attenzione che soglion perdersi dai più a fantasticare su questi disegni, ella li adopra a discernere ed accertar le occasioni. Quindi noi avremmo forse potuto ridurre a queste le ricerche nostre. Riduciamovici ora ad ogni modo.

11. Noi non sapremmo vedere se non tre occasioni che possono giovare all’impresa di nostra indipendenza. 1.º Qualche conflagrazione democratica. 2.º Qualche tentativo di monarchia universale. 3.º Qualche partizione di stati, più o meno simile a quelle che diedero le occasioni del secolo scorso. Ma anche queste tre occasioni, non ci paiono probabili tutte; ondechè sovr’esse pure noi continuiamo la nostra opera d’eliminazione.

12. E per vero dire, la conflagrazione democratica, quantunque molto minacciata e molto temuta a’ nostri dì, ci par fatta improbabile dai progressi che veggiamo appunto nella presente democrazia. Noi non ci vanteremo, come fanno alcuni tuttavia, d’essere o non esser del popolo, gentiluomini o non gentiluomini. Passato ci sembra il tempo dell’uno e dell’altro vanto; non è più quello nè della superbia feudale, nè della plebea; il nome nobile o non nobile può essere illustre parimente; e il nome illustre procaccia attenzione, non rispetto a chi il porta, ondechè è vantaggio o danno secondo che è portato bene o male; e in somma non si tratta più per ciascuno di essere o no gentiluomo, ma uomo gentile, persona educata. — E questo, delle persone educate, è il ceto che s’accresce ogni dì più, di qua e di là, dalle reliquie, a detrimento dei due o tre e non so quanti ceti che erano. I quali dunque scemano tutti d’altrettanto; e fra gli altri scema la democrazia propriamente detta, distinta, odiante, usurpante, conflagrante[16]. Quegli stessi che eran di essa ieri, non ne sono più oggi; quelli che avrebbero aiutato ieri alla conflagrazione, l’impedirebbero oggi; quelli che ieri avrebbon versate fiamme, porterebbon oggi l’acqua per estinguerle. Gli studi stessi progrediti hanno scemate le distinzioni de’ ceti antichi e nuovi. Le democrazie antiche, tanto ammirate mezzo secolo fa, sono sotto la critica presente diventate quasi tutte aristocrazie; le pretese dispute tra aristocrazie e democrazie sono quasi tutte diventate contese fra le schiatte sovrapposte dalla conquista sul medesimo suolo; ondechè cade da sè ogni invito alle imitazioni presenti, impossibili in condizioni troppo diverse di società. Del resto l’antichità continua ad ammirarsi in molte parti, ma non si propone più a niuna stolta imitazione. E il medio evo, succeduto per pochi anni in quelle ammirazioni usurpate, non si vuol ammirar più, nè tanto meno imitare da nessuno nè nella feudalità nè nei comuni. Quanto alle democrazie che sopravvivono in qualche angolo di Europa, o nelle vastità americane, le loro condizioni già tanto vantate, sono ora troppo note anch’esse per invaghire gl’imitatori. In alcune la democrazia è tirannica e sconforta quindi ogni altro ceto; in alcune s’assoggetta ella stessa alla aristocrazia; nelle più scomparisce entro al gran ceto delle persone educate. — Ei me ne duole per li pochi democratici puri che rimangono; uomini stantii non meno che i più stantii aristocratici, rimasti addietro nel progresso universale, escludenti sè stessi dal ceto crescente degli uomini gentili, educati e veramente liberali, non che formare o muover masse come sperano, non che esser capaci di far conflagrazioni come temon altri, non avranno in breve o già non hanno compagni o consolatori, se non fra le rade file di que’ poveri sansimonisti, owenisti, o fourrieristi, a cui parrebbemi tempo perduto il fermare i leggitori. La conflagrazione democratica può continuare ad essere alcun tempo paura di polizie, o speranza di società segrete, ma non può entrare in conto di niun futuro prevedibile, non può essere eventualità, occasione da calcolarsi in niuna impresa importante.

13. Nè sarebbe da tener maggior conto di un tentativo di monarchia universale che si supponesse da qualche potenza europea. Questo, quantunque sia stato sogno recente, od anzi appunto perchè fu dimostrato sogno da’ fatti recenti, non è probabile che si rinnovelli. Chi oserebbe ritentar ciò, in che fallì Napoleone? Certo, Francia ne fu troppo ammonita per ritentarlo. Inghilterra non ne sognò, nè per sua situazione ne potrà sognar mai. Prussia, quantunque grande, è troppo piccola per ciò; ed Austria, non che avere spiriti a tale impresa, non ne ha nemmeno a quelle più facili che le si parano innanzi. Non sarebbe dunque a temerne o sperarne se non da Russia. Ma il vero è che nemmen questa nè gl’imperadori di lei non sono così barbari da non conoscere quella gran civiltà europea che hanno all’incontro, o da disprezzarla a modo de’ loro avi antichissimi. Ei sanno molto bene di non aver davanti a sè niun imperio romano invecchiato da conquistare facilmente; sanno d’aver anzi all’incontro quattro grandi nazioni, Germania, Francia, Inghilterra e Spagna, rinnovellate dagli sforzi fatti al principio del secolo, per asserir ciascuna la propria indipendenza; più una quinta, Italia, che desidera quest’indipendenza, tanto più quant’è più sola nella vergogna di non averla; sanno in somma che una invasione a modo dei Finni o de’ Mongolli non riuscirebbe; e non han poi nè volere nè potere di far tali invasioni. Quei loro eserciti che sono così sterminati sui prospetti, o forse anche realmente tra le loro steppe, nelle loro colonie militari, o nei campi di esercizi, li abbiam veduti noi, a che fossero ridotti quando giugnevano sul Po e su la Senna! e dicesi che fossero anche men grossi quando scesero sul Bosforo, od oltrepassarono il Caspio. Nella presente civiltà le invasioni di nuovi barbari son sogni che quando fosser fatti da’ Russi sarebbon brevi; ma i Russi non li fanno. Il sogno che fanno non è di monarchia universale, ma solamente di preponderanza europea; e questo stesso nol fanno in generale, non isperano adempierlo in tutti i casi, ma in una eventualità, in una occasione sola che prevedono molto bene e preparano. Altro che barbari! essi sono anzi di que’ buoni pratici, che dicemmo saper prefiggersi uno scopo lontano, ed aspettarne i mezzi dall’occasione. E l’occasione che prevedono è la caduta dell’Imperio ottomano; e la preponderanza che sperano è dall’occupare quelle bocche del Danubio dove metterà capo un dì o l’altro il commercio europeo, dall’occupar quel Bosforo e quell’Ellesponto onde il dominerebbono. Questa è la preponderanza che sarà sogno o realtà, secondo che saprà ordinarsi a resistenza l’Europa incivilita. E perchè appunto una resistenza qualunque si farà, qualche compenso si vorrà, qualche spoglia del medesimo imperio si pretenderà pur dall’altre potenze cristiane, un dì o l’altro del futuro prevedibile, questa sarà a noi pure occasione buona probabilmente; ma occasione che si riduce alla terza di quelle dette, all’occasione di una partizione di Stati.

14. Nè sorgerà probabilmente niun’altra simile. Niun’altra partizione, niun’altra caduta, niuna gran successione non è a prevedersi in Europa; se mai sorgesse, ella sarebbe regolata dalla presente civiltà; sarebbe ridotta a quistione diplomatica od interna, non sarebbe grande occasione per noi. E quindi senza rigettarne niun’altra se mai venisse, e tenendoci anzi apparecchiati a tutte, fermiamoci a quella che ci par la più probabile fra le favorevoli, la più favorevole fra le probabili, la più promettitrice d’ogni maniera.

CAPO NONO.

L’EVENTUALITÀ PIÙ PROMETTITRICE

Es gibt keine Propheten mehr. Die Wahrsager, welche unsere beschrænkte Zeit gebiert, müssen sich, ob Mangel an gœttlicher Inspiration, ihre Kunde aus eigener Anschauung holen; und nicht aus den Linien der Hand, nicht aus den Konjuncturen der Sterne kœnnen sie vorder das Schicksel der Menschen weissagen, sondern aus der Kenntniss seiner jetzigen Zustandes, und seiner bisherigen Geschichte.

_Oesterreich und dessen Zukunft_, s. 143.

1. Ed ora, d’eliminazione in eliminazione noi siamo giunti finalmente ad una che ci pare eventualità, speranza buona. Terminata la parte ingrata dell’assunto nostro, noi entriamo nella più lieta, ma forse più difficile. Facile è sempre il distruggere, difficile il riedificare; facile il dimostrare gli errori altrui, difficile il non cadere in nuovi, e talora peggiori; facile la parte negativa, difficile la positiva d’ogni scienza, d’ogni studio. Facile ci fu l’accennare che non sono probabili nè desiderabili nè il regno d’Italia, nazionale o straniero, nè le repubbliche, nè niuno ordinamento, in somma, che non sia progresso de’ presenti; nè probabile la confederazione stessa finch’è tra noi lo straniero. È facile il dimostrare che l’impresa di liberarcene, durata già XIII secoli, non può nel futuro prevedibile compiersi nè per unioni spontanee di principi, nè per ispontanee sollevazioni di popoli, nè per chiamate nè per alleanze di altri stranieri, senza qualche buona occasione; e che non sono tali poi niuna conflagrazione democratica, niun tentativo di monarchia universale, niuna successione o caduta di regni, se non una. — Ma ora, mutato ufficio, abbiamo a dimostrare che questa è veramente occasione e speranza buona; e qui sta la difficoltà. Abbiamo contro a noi i nostri stessi leggitori che disponemmo al dubbio fin qui; abbiamo in particolare tutti coloro di cui dicemmo sogni le speranze, e che saran disposti a dir pur sogni le nostre[17]; ed abbiamo più che mai gli uomini pratici, indisposti dalle utopie fatte e rifatte sulla divisione dell’Imperio ottomano. Nè ci varrebbero proteste. Non può valere se non la nostra attenzione a tenerci anche qui ne’ limiti del prevedibile. Se così faremo, e se, fra’ primi a trattar dall’aspetto italiano l’assunto tanto trattato altrove[18], noi riusciremo a fermarvi l’attenzione di coloro che hanno in mano i nostri destini, l’opera presente non sarà del tutto perduta. E se in così arduo argomento noi pure erreremo, essi giudichino, essi ci correggano, ma ci ascoltino; ovvero anche senza ascoltarci altrimenti, vogliano pensare essi a questa che, qualunque sia, è pur la meno improbabile e la meno sfavorevole delle occasioni; a questa che, mal apparecchiata o mal usata, non ci lascerebbe forse se non il dovere del perseverare senza sperare.

2. L’eventualità di che trattiamo consta di due fatti: la caduta dell’Imperio ottomano, e la mutazione che ne avverrà nella Cristianità. — Ma a dimostrare la probabilità del primo, non mi par necessario nè far una lunga storia della decadenza maomettana in generale o della ottomana in particolare, nè dimostrare la gran differenza che è fra tali decadenze vere e le apparenti cristiane. Le due civiltà maomettana e cristiana si trovarono l’una e l’altra in presenza, giovane la maomettana, vecchia già la cristiana, or sono più di mill’anni alla battaglia Poitiers. E vittoriosa la cristiana continuò poi a sorgere e crescere fino alla onnipotenza presente; mentre la vinta stette prima, e decadde poi fino alla presente impotenza. Era naturale: questa non ebbe nè avrà mai i rimedii della civiltà cristiana; non quello primario della incorruttibile religione, non quelli che ne vengono della virtù, della operosità rinascenti ora in tutto il corpo, ora in alcune parti della cristianità. La decadenza ottomana o turca in particolare, incominciò dalla presa stessa di Costantinopoli, dallo stanziamento della gente in quella sede costante di corruzioni; e continuò colla cacciata de’ Mori dalla Spagna, colla sconfitta di Lepanto, e a poco a poco colle respinte da tante provincie europee ed affricane; e dura così da IV secoli. S’adduce è vero l’esempio dell’Imperio greco, il quale durò cadente XII secoli nella medesima Costantinopoli, per dimostrare che l’ottomano vi può durare altrettanti. Ma l’Imperio greco non era circondato, assalito, battuto in rovina se non da genti piccole e più barbare che non esso; l’Imperio ottomano è ora battuto di fuori da nazioni più grandi e molto più incivilite che non esso; ed è travagliato addentro poi, e corroso da genti varie che tendono a libertà e civiltà maggiori. Nè del resto è mestieri di niuna di queste comparazioni, nelle quali è difficile tener conto di tutte le somiglianze e differenze, e che per ciò soglion portar più convincimento in alcune menti solitarie e meditatrici che non in quelle degli uomini pratici. Bastano a questi oramai gli eventi quotidiani per tener indubitabile la caduta, irremediabile l’infermità dell’Imperio ottomano. Molti e varii rimedii furono tentati o si tentano ogni dì; ma sempre invano. Furono eglino tentati sinceramente? Non importa. La mala riuscita dimostra o l’inefficacia de’ rimedii, o l’insincerità de’ rimedianti, o l’irremediabilità dell’infermo, o tutti insieme questi malanni, e il pronostico riman lo stesso. Non è confessato negli atti pubblici diplomatici, nè nei pubblici dibattimenti parlamentari cristiani. È naturale, e fino a un certo punto conveniente. La civiltà pubblica si è imposti all’incirca i medesimi doveri, che la privata. Le nazioni cristiane stanno al letto di morte dell’Imperio ottomano a guisa di medici, o piuttosto d’eredi, i quali non vi parlano della morte nè del retaggio. Ma ne parla il pubblico; e tanto più quanto più s’appressa il fine ed è più grande il retaggio. Fu una vera comedia udire i medici-eredi dirsi via via: proviamo questo rimedio ancora, o quest’altro; cercando ingannarsi a vicenda, per rimaner ciascuno solo o con pochi all’ultima cura, ed alle prime spoglie. Se non che, durando troppo la comedia, pare che se ne sieno stancati essi stessi; e guardatisi in viso e ridendone tacitamente, lascino ora fare il suo corso alla agonia, tenendosi convenientemente da parte, ed apparecchiati.

3. Più sincero, più ardito, più grande d’ogni maniera fu già Alessandro, imperator delle Russie; il quale professò vedere, non solamente la caduta ottomana, ma le mutazioni che ne succederebbero all’intiera Cristianità. Ne’ suoi giorni più belli, in quei giorni sereni, quando, difesa ammirabilmente l’indipendenza della patria sua, ammirabilmente rivendicata l’indipendenza d’Europa, avea riposta in pace la Cristianità, egli vide subito, e primo, che ci voleva pure una grande operosità alla Cristianità pacificata, un grande scopo a questa operosità; e vide lo scopo dover essere l’Oriente. E questo fu gran mente, senza dubbio; ma fu gran cuore, l’avere, esso autocrate delle Russie, esso nipote di Caterina e pronipote di Pietro, chiamata a parte di quel pensiero e quell’operosità russa l’intiera Cristianità. Tuttociò è evidente ad ogni spregiudicato in quel trattato supplementare, ch’egli Alessandro fece firmare e chiamare _della Santa Alleanza_; non importando che coloro che il firmarono con lui ed egli stesso poi ne mutassero le tendenze, lo scopo, l’essenza. Ma Alessandro rientrato nella sua patria tanto meno incivilita che non lui, Alessandro, o mutabile per natura o mutato dagli eventi, non fu più l’Alessandro protettore della civiltà cristiana, innalzatosi ad una intelligenza di essa cui non arrivò forse nessun principe del tempo suo. Intanto la civiltà cristiana proseguì da sè l’opera così ben preveduta. La proseguì per quell’intima ed invincibile operosità che è natura sua; la proseguì e per le spinte stesse date e non potute ritirare da Alessandro, e per le ambizioni russe un momento generose, poi di nuovo ristrette; e la proseguì come conseguenza inevitabile delle conquiste inglesi nell’Oriente ulteriore. Soggiogato questo alla Cristianità, non era già possibile che ella si fermasse per via; o piuttosto, arrivata ad una parte lontana della via, non era più possibile che ella non tentasse aprirsi il tratto intermedio. Giunta all’Oriente ulteriore, doveva aprirsi il citeriore, il Levante. Ed apertoselo in varii modi, per varii aditi, vi si precipitò, ne sboccò, ne ritornò, se li allargò; ondechè è ora una fiumana, una innondazione, che niuna potenza umana non può fermare, niuna umana cecità negare. — E lodiamone la Provvidenza, quanti siamo a non chiuder gli occhi alla oramai chiara opera di Lei: la diffusione della Cristianità, che sarà quando che sia seguita da quella del Cristianesimo. E lodino il Cielo anche coloro che vantan nome di uomini positivi. Positivamente, questa gran diffusione, questo quasi trasporto ad Oriente è quello che occupa ed occuperà per molti anni e forse secoli la pace; che sazia e sazierà l’operosità; che contenta e contenterà gl’interessi anche materiali di tutte le nazioni europee. Calunnisi il gran movimento, riducasi da opera provvidenziale a industriale; neghisi o riducasi il motore, mutisi nome a chi si muove. Il risultato riman lo stesso; e noi diciamo: _eppur si muove_.

4. Ma, i due fatti oramai certi della caduta ottomana e del movimento cristiano all’Oriente sono eglino legittimi? Lo scrupolo si propone per lo più da tali che non ne mostran guari poi in lor opere; da tali che non ne hanno nel sollevare popoli contra governi, o governi contra popoli; nel sagrificar le generazioni presenti a’ lor sogni sul futuro od ai loro sogni dal passato; da tali che accumulando tutte le legittimità, tutti i diritti in sè soli, se son popolo, mettono fuor di legge i principi e chiunque dicono non popolo, se son principi, il popolo e chiunque non è principe. Costoro compiangono, gli uni la civiltà, gli altri la legittimità turca. Ma noi non sappiamo veder colà nè buona civiltà, nè legittimità, per vero dire. Non buona civiltà, chè non ci par tale nessuna oramai se non la cristiana; non legittimità che non sappiam vedere in una dominazione rimasta straniera, anzi d’una gente soprapposta all’altre, barbara, despotica. E noi veggiamo anzi diritti molto probabili nelle popolazioni cristiane di liberarsi da quella verissima tirannia; diritti e talor doveri negli stati cristiani d’aiutarli; diritto e dovere nella civiltà e nel Cristianesimo d’estendersi. E questi diritti e doveri, noi li veggiamo riconosciuti da gran tempo dai teologi, da’ filosofi e dagli uomini di stato egualmente; da’ teologi che da Gregorio VII ed Urbano II in qua sollevarono la Cristianità non solo alle difese, ma all’offese contro a’ Maomettani; da’ filosofi che spingono innanzi la civiltà nostra e le debbon quindi concedere le conquiste sulle civiltà minori ed inconvertibili; dagli uomini di stato che veggiamo avanzarsi e fermarsi secondo le convenienze de’ propri stati, ma non finora per nessuno di questi scrupoli. — Ancora, quanto a certo altro scrupolo del _non intervenire_, parmi che dacchè fu posto ei non sia stato seguito guari, se non quando tornò a conto seguirlo. Tornò a conto negli affari interni delle nazioni cristiane: perchè fu scoperto che queste s’assestano molto più presto e meglio senza intervenzioni; e quindi non s’intervenne, e riuscì. Ma colla nazione turca non è il caso; che intervenendo o no, sempre avverrà la caduta di lei; e non intervenendo si lascerebbero cadere con essa e spegnersi le nazioni cristiane implicate in essa. Ondechè, diritto e fatto, tutto chiama le intervenzioni; le quali, se non sieno false, non traditrici, se facciansi anzi apertamente e fortemente, possono dunque in molti casi essere legittime, in molti necessarie e di stretto dovere. — Finalmente, per torci una volta tutti gli scrupoli, si allega da alcuni il tristo esempio della divisione di Polonia. Ma in nome della verità, qual somma, qual total differenza! La nazione polacca era, è nazione cristiana; è di quelle che non possono perire. E mirate il fatto; divisa, oppressa, dispersa come nessuna mai è ella perita? O non anzi forse progredita in virtù, in prudenza? E i suoi tre rottami non sono eglino piaghe in corpo alle tre potenze, che se li aggiunsero? e più a ciascuna, secondo che più vuol distruggere la indestruttibile nazionalità? Ma chi può sognare d’una nazionalità turca risorgente mai, quando fosse dispersa? O chi paragonare l’immanità di aver voluto spegnere una nazione cristiana, alla necessità di lasciare spegnersi spontaneamente una maomettana, o piuttosto al prevedere ch’ella si spegnerà, al raccorne le spoglie quando sarà spenta? — Perciocchè in somma tutti questi son discorsi inutili. Dei due fatti che noi consideriamo, il primo, la caduta, non può esser nè legittimo nè illegittimo, nè oggetto di scrupoli alla Cristianità; è fatto estrinseco ad essa, che si compie senz’essa. Non può esser questione se non dell’occupar l’una civiltà le regioni abbandonate dall’altra, del raccor l’eredità lasciata vacua. E questa stessa questione seconda è poi già decisa dal fatto. Le spoglie son già incominciate a dividersi. Russia n’ha già raccolte parecchie, incorporandosi le sponde settentrionali ed orientali del mar Nero, e prendendo i tre protettorati di Moldavia, Valachia e Servia nel cuore stesso dell’Imperio. Grecia è un’altra di tali spoglie, ed Algeri un’altra. Altro che scrupoli! noi ne siam lungi; non n’è più tempo. Smembrato, screditato, infiacchito uno stato non è più conservabile. La questione è stata decisa quando s’incominciò lo smembramento; e nuovamente ad ogni volta che si continuò. La inarrestabile civiltà cristiana la decise; o piuttosto la Provvidenza, destinando questi popoli asiatici come già gli americani a ritirarsi e forse spegnersi a poco a poco, per lasciar luogo alle generazioni cristiane. E in giustizia? Ma chi l’osa dire? Sarebbe della Provvidenza; come sarebbero state quelle adempiute altrove. Diciamo meglio: è uno di que’ misteri che son nella storia come in tutte le scienze umane. La civiltà progredita può bensì addolcire i mezzi, evitar le ingiustizie particolari, salvar qualche popolazione men restìa: ma quanto a fermare la Provvidenza o fermar sè, che è tutt’uno, la civiltà cristiana non vuole e nol può. E se taluno venisse a dirci ch’ella il vuole, il può, o il fa, noi risponderemmo di nuovo: _eppur si muove_.

5. Ma lasciamo una volta i prolegomeni, vegniamo ai due fatti non che probabili, principali: che l’Imperio ottomano cade, e che la Cristianità sottentra e sottentrerà, quandochesia, comechesia. E cerchiamo questo quando e questo come, il tempo e il modo. Ma del tempo non dimentichiamo, che è il maggiore de’ secreti riservatisi dalla Provvidenza in tutti gli eventi umani futuri. Molti sono prevedibili, anzi certi, ma di che resta incertissimo il tempo. Quando Gregorio VII ideò primo un’invasione della Cristianità sull’Islamismo, ei non la potè ideare se non prevedendole un buon fine, e previde bene. Ma s’ei previde che avverrebbe in tanti anni o secoli, ei previde male. Quando dopo sette secoli e più, Alessandro imperatore ideò nuovamente tale invasione, ei previde con molta più probabilità il fine più prossimo; ma s’ei previde un’epoca vicina, ei previde pur male; non poteva prevedere nè la propria incostanza, nè le distrazioni proprie e delle nazioni cristiane in interessi minori, nè le alleanze parziali e variabili che succederebbero a quella universale ideata da lui. La descrizione di queste alleanze sarà un dì uno dei più singolari episodii della storia diplomatica. Ora sarebbe prematura, quando n’avessimo luogo. E basterà quindi accennare l’unione che si mantenne alcuni anni, quasi reliquia della santa Alleanza tra Russia, Inghilterra e Francia; e l’indipendenza della Grecia che ne risultò, quasi arra d’acquisti futuri alla Cristianità. Poi, Russia e Francia unite innaturalmente: e frutti tuttavia della mala unione gli acquisti russi sul mar Nero, l’acquisto francese d’Algeri: nuove arre. Poi Francia ed Inghilterra unite molto più naturalmente, ma con sospetti reciproci, e maggiori, come suole, per parte della potenza che era in minor fortuna; onde il gran rifiuto di rompere i Dardanelli, che ritardò chi sa di quanto tempo lo scioglimento della questione. E quindi l’unione più innaturale, più feconda di sospetti, più infeconda di veri risultati, più breve che niun’altra, tra Russia ed Inghilterra. E finalmente, Austria entrata in mezzo a fermar tutto, a metter tutti d’accordo nel far nulla per ora. Ma siamo giusti, pro come contro ai nostri avversari. Questo ritardo operato dall’Austria fu gran beneficio alla Cristianità, al genere umano tutto intiero, all’Italia in particolare; perchè con que’ sospetti che duravano tra Francia ed Inghilterra, e le occupazioni indiane e cinesi di questa, era impossibile allora quell’unione delle due con essa Austria, quel triumvirato, onde solo può venire qualunque buono scioglimento. Ondechè se si conceda ad un osservator solitario il classificare le azioni di uno degli uomini di stato che ne adempiè più ne’ nostri tempi, io direi ch’egli non ne adempisse niuna mai, le cui conseguenze sieno per essere più durevoli o più felici, niuna quindi che meriti rimanere a lui più gloriosa, fin ora. Così, mutate ora le posizioni, gli interessi, le possibilità universali, e le proprie sue, ei ne adempisse ancor una, la quale soverchierebbe in vera e durevole utilità, e perciò in gloria, tutte le adempiute, non solamente da lui, ma da tutti gli uomini di stato dell’età sua. Ad ogni modo quanto all’Italia, qual che abbia ad esser il profitto che saprem trarre un giorno dalla grande occasione, certo è che non eravam pronti in questi anni scorsi a trarne nessuno. Ma ora, la Cristianità si trova in un intervallo di riposo tra fatti e fatti; si trova meglio che non fu da trent’anni in qua, riunita in una quasi alleanza, o men disunita. Quindi è momento favorevole ad esaminar la questione. Approfittiamone anche noi, per cercare non il tempo assoluto del termine, ma quello relativo, dico il tempo che durerà incominciata che sia la gran mutazione. I tempi di mutazioni o rivoluzioni sono sempre pericolosi e dolorosi; ed incominciati che sono, quanto più si abbreviano, tanto è meglio. Ma ei si può osservare in ogni storia e dedur da ogni ragione, che le rivoluzioni non sogliono finire, se non quando si sono satisfatti gli interessi veri di coloro che le incominciarono; tantochè si potrebbe dire che le brevità delle rivoluzioni stanno in ragione diretta di questa satisfazione. E lasciando gli esempi che s’affollerebbero qui, e venendo al fatto nostro, facile è vedere fin d’ora: che qual che sia per essere il dì della caduta ottomana, se le nazioni cristiane si moveranno secondo gl’interessi universali della Cristianità, che è quanto dire gli interessi ben intesi di ciascuna, la mutazione fatta così non avrà bisogno di rifarsi, sarà più breve, più facile, men pericolosa e men dolorosa; e che all’incontro, se ognuno tira dalla parte sua, senza rispetto degli interessi altrui, e con mancante intelligenza dei propri, la mutazione fatta non potrà non rifarsi, una, due, o molte volte, e durerà ed occuperà male per secoli e secoli l’operosità, i dolori della Cristianità. Noi siamo in una età, non ostanti le grandi differenze, simile in ciò a quella quando le genti germaniche precipitarono sull’Imperio romano. Non intesesi, non potutesi intendere (chè non era proprio di tal civiltà), strapparono ciascuna un pezzo della gran preda, e poi sel disputarono fra due, fra tre; e tutti i pezzi passarono di zanna in zanna, finchè non cessò per stanchezza lo strazio reciproco; e cessò, osservisi bene, colle divisioni naturali, inalterabili del territorio europeo. Sarà egli tal esempio di tali barbari imitato ora da una civiltà così progredita, come si vanta ed è la presente? Sembra potersi sperare l’opposto. — Del resto, io prego non mi si faccia forse più sperante, più utopista, che non sono. Certo sarebbe desiderabile un trattato di alleanza che provvedesse a tutti i casi. Ma questo nol dico probabile, nè forse possibile. I casi sono troppi; e suddividendosi ciascuno in parecchi, le combinazioni di essi diventano incalcolabili. L’accordo non può venir da un trattato universale, ma forse da uno tra due o tre o quattro delle potenze più similmente interessate; e intanto e ad ogni modo dall’opinione universale de’ principi, degli uomini di stato, degli uomini politici di tutta la Cristianità. Nè questo poi è impossibile nelle condizioni presenti di civiltà, di pubblicità. E quindi sarebbe molto desiderabile, che l’assunto si trattasse apertamente ne’ pubblici parlamenti da uno di quegli uomini che, aggiungendo all’autorità delle ragioni l’autorità del proprio nome, possono soli riunire i loro pari in una opinione universale. Ma questo è difficile per ora, come accennammo. L’argomento non può esser trattato pubblicamente e convenientemente nè in tali luoghi nè da niuno di quegli uomini di pratica ai quali noi l’abbandoneremmo volentieri. E poichè così è, e non abbiamo a chi riferirci, ei ci è forza esaurir noi da noi anche questa parte inevitabile del nostro assunto. Forse, contro al dir degli isolatori d’ogni sorta, noi troveremo che gli interessi italiani non sono altro che gl’interessi di tutti. Ma ei si può intanto asserire, ch’essi ne dipendono almeno; che lo studio delle speranze nostre, o si riduce a quello o s’implica in quello di quegli interessi universali.

6. È egli interesse della Cristianità che si compia la liberazione parziale delle province ottomane passando sotto la protezione russa? Questa è senza dubbio la prima questione da porsi; perchè s’aggira su un fatto presente e pressante. Moldavia, Valachia e Servia son già passate sotto a quel gran protettorato; Grecia sotto quello, mal equilibrato da due altri[19]; ondechè già non rimangono, se non le quattro altre provincie; Bulgaria che dicesi già apparecchiata, Bosnia che si dispone al medesimo passaggio, Albania, e finalmente Costantinopoli. Ma pogniamo che queste quattro non passate ancora, passassero, grazie agli sforzi della diplomazia, come Grecia, sotto a qualche protezione complessiva; che sarà, che diventerà questa, daccanto o frammezzo a’ protettorati puramente russi? Che, in nome del buon senso e dello sperimento, se non un nido, un vespaio di difficoltà, di contese, di guerre, d’invasioni, di miserie locali, e di miserie di tutta la Cristianità, per anni ed anni e forse secoli? Non par possibile, che una generazione civile, forte, previdente, e che dovrebb’essere provvida come la nostra, apparecchi tal destino alle generazioni venture. Così si è fatto per vero dire fino a ieri, così si fa oggi; perciocchè sono di ieri o d’oggi le ultime prepotenze russe nella Servia, la continuazione di questo modo di protettorati semplici o complessi. Ma non è poi possibile, che non venga dalla continuazione stessa qualche maggior prepotenza, qualche intollerabile usurpazione, per parte del protettore principalissimo, la quale desti finalmente l’attenzione universale. E allora qualche alleanza si farà, qualche modo si troverà senza dubbio di fermare, od anche di far indietreggiare l’invasione russa. Questa è la sola che si faccia al presente; e quindi ella pare sola probabile, sola possibile ai veggenti poco lontano. Ma ella non può essere se non un modo transitorio, non può di niuna maniera essere modo ultimo e definitivo della gran mutazione; ella lascia intiera la questione di ciò in che debba accordarsi un giorno o l’altro, a che tendere al più presto la cristianità.

7. Quest’interesse ultimo sarebb’egli che si innalzi sulle rovine dell’Imperio ottomano un Imperio qualunque cristiano? — Ma ciò sarebbe porre uno stato debole per novità in luogo d’uno debole per vecchiezza; sarebbe impacciarsi della tutela di quello stato cristiano, come s’è impacciati ora di quella del mussulmano; sarebbe un’altra mutazione transitoria. Lo sperimento dello stato greco è conchiudente. Un Imperio greco a Costantinopoli non sarebbe se non un ingrandimento del regno greco presente. Nè, per passar questo da regno a imperio, o per fondarsene uno simile avrebbonsi condizioni diverse. Le genti state lungamente serve possono bensì ricevere la indipendenza e la libertà, ma non la sapienza o la potenza di ben usarne. Il nuovo stato cristiano sarebbe, or russo, or austriaco, or francese, or inglese, come sono l’ottomano e il greco presenti; e potrebbe bene essere quindi accresciuta la dignità, ma non la tranquillità, non il buon ordine della Cristianità. Le stesse genti così raccolte a forza non ne vantaggerebbero guari. Le schiatte, le religioni diverse vi pugnerebbero tra sè; ed appoggiandosi ciascuna all’una o all’altra delle schiatte e delle religioni europee, nutrirebbero, accrescerebbero più che mai la propria e l’altrui confusione. Evidentemente dunque, un nuovo Imperio greco sarebbe contrario all’interesse universale della Cristianità. Ma non ce ne inquietiamo: più evidentemente ancora egli sarebbe contrario all’ambizione di parecchie nazioni cristiane. Ondechè in somma o per la ragione buona o per la cattiva, anche questo modo di mutazione non par destinato ad effettuarsi, ed anche meno a durare; non sarebbe in ogni caso se non un modo transitorio ancor esso. — E di nuovo rimane intiera la quistione definitiva.

8. Un giorno o l’altro, in un modo o nell’altro sarà forza probabilmente tornare all’idea semplice e primitiva, della partizione intiera o poco meno che intiera dell’Imperio ottomano in provincie delle nazioni presenti cristiane. E del resto pogniamo che si spartisse non in provincie, ma in protettorati cristiani; la questione riman la stessa: fra chi si spartiranno? — Ora, non sono limitrofi all’Imperio ottomano cadente, non possono prendere parte diretta alle spoglie europee, se non due potenze cristiane, Austria e Russia. E quindi quando si venga all’inevitabile divisione delle provincie o de’ protettorati, ella non potrà farsi se non tra Russia ed Austria; tutto ciò che non diventerà in qualunque modo russo, diventerà in qualunque modo austriaco, tutto ciò che non diventerà austriaco, diventerà russo. Le ambiguità dureranno anni, secoli; ma cesseranno all’ultimo, per lasciar luogo a que’ fatti semplici e naturali, che sono come le constanti della storia. E venutosi a ciò, che le spoglie ottomane europee diventino in qualunque modo accrescimento russo od austriaco, io lo domando poi a qualunque uomo italiano, francese, inglese, tedesco, spagnuolo, od anche russo spregiudicato: quale può essere l’interesse cristiano maggiore? Che s’accresca la Russia? ovvero l’Austria? Che s’accresca di tanto, e si porti a mezzodì ed occidente quell’imperio così oltrepotente già, così ambizioso, così affettante preponderanza universale, come è Russia? Ovvero che s’accresca un imperio tanto meno potente, tanto meno (salvo in Italia) prepotente, così poco ambizioso di conquiste, che indugia quelle stesse che le sono inevitabili, come Austria? — Che si lascino le bocche del Danubio a chi non ne ha nè può aver mai il corso germanico, a chi non v’ha nè può avere interesse se non di chiuderlo? che si sottomettano al capriccio russo, tutti i progressi commerciali della Germania? Ovvero che si diano quelle bocche e il corso inferiore di quella gran comunicazione germanica ed europea a chi ne ha già tutto il corso superiore, a chi ha interesse a trarne tutto il profitto possibile per sè, e per altrui? — Che si aggiungano per contrafforte alle chiuse del Danubio le chiuse del mar Nero, e si faccia di questo un lago, una darsena, un _dock_ russo, dove s’esercitino e progrediscano tranquille le armate navali di quella potenza, per iscendere in poco più d’un dì nel Mediterraneo, e cadere in tre sul gran passaggio orientale di Alessandria e di Suez, e in dodici o quindici su qualunque altra stazione navale greca, austriaca, italiana, inglese, francese o spagnuola? Ovvero che, sottoposti Bosforo e Dardanelli insieme colla costa occidentale ad Austria, non solo si confermi l’utile che verrebbe alla Cristianità dall’apertura del Danubio, ma si divida così il mar Nero tra due grandi potenze, non si lasci esser lago di nessuna esclusivamente, non occasione ed aiuto ad affettar niun imperio nel Mediterraneo? — E, che si lascino poi tutti questi accrescimenti ad una potenza, la quale non avrebbe se non un compenso occidentale da dare, ma che non vuole e dichiara non volerlo dare? Ovvero che si concedano ad una, la quale ha compensi numerosi a dare ad Ouest, a Sud-Ouest, a Nord-Ouest; e la quale per esempi antichi e moderazione presente si deve credere disposta a que’ cambiamenti di territorii a che ella s’adattò sempre? — E mi si rinfacci pure, ch’io fo gli interessi italiani, desiderando tali compensi. Certo sì, ch’io li fo. Nè scrivo di tutto ciò se non appunto, perchè tutto ciò fa gl’interessi italiani. Ma non ne scriverei se non li credessi insieme italiani ed universali; se non credessi che abbiano a parer tali a qualunque sincero leggitor mio, italiano o straniero. Certo è interesse italiano, ma è pur universale cristiano che s’accresca Austria, Austria sola od almeno principalmente, Austria direttamente facendo provincie sue, o almeno indirettamente facendo protettorati suoi delle spoglie europee ottomane; perchè non è destinazione durevole di quelle spoglie se non questa; perchè Austria, salvaguardia e palladio d’Europa per il presente, sarà tale molto più per l’avvenire; perchè tutte l’esitazioni, tutti i ritardi succeduti fin qui nello scioglimento della gran questione, non sorsero se non dallo esitare dell’Austria stessa; e perchè secondochè durerà o cesserà quest’esitazione durerà a danno o finirà a pro di tutti la gran rivoluzione orientale. Io son lontano dagl’Italiani pregiudicati, gretti, odiatori ed isolanti. Ma tant’è ch’io li abbandoni del tutto. Essi avranno da gran tempo già abbandonato me e il mio libro.

9. Ma passiamo dagli interessi generali della cristianità a quelli particolari d’ognuna delle potenze cristiane. E prima cerchiamo se tutto ciò che abbiam detto in favor d’Austria sia veramente interesse austriaco? E se, quando sia, cesseranno pure le esitazioni austriache? — Andiamo adagio. Sono due questioni differenti. Rischiariamole, se sia possibile l’una, poi l’altra. — Che sia interesse vero dell’Austria il trasportare la propria potenza principalmente sul Danubio, è riconosciuto da molti e buoni, s’io non m’inganni, di quella corte, di quella cancelleria, di quell’aristocrazia viennese, la quale non è solamente molto nobile e molto elegante, ma molto civile, ed anche colta; ed è riconosciuto principalmente dall’aristocrazia, e da tutta la nazione ungarese. E fu riconosciuto da gran tempo, fu progetto di quel principe Eugenio di Savoia, che rimane senza dubbio uno de’ maggiori uomini di stato di quella monarchia[20]. La quale ha per natura sua di potersi mutare, ha per virtù di traslocarsi secondo i tempi, senza gran difficoltà e senza pregiudizi. È la sola monarchia, che non consti essenzialmente d’una nazione; che sia durata e duri, sempre la stessa, mutando sudditi. Vi fu, vi è una monarchia austriaca, non una nazione austriaca. Quelle popolazioni che ne portan nome, non fanno una decima parte dei sudditi. Tedeschi Austriaci, Tedeschi non Austriaci, Slavi Boemi, Slavi Moravi, Slavi Polacchi, Slavi Illirici, Magiari, resti d’Unni, senza contare altri resti, formano ora quella monarchia. E furono già in essa pure Olandesi, Francesi e Belgi. E mirate com’ella se ne sia lasciata spogliare, o quasi spogliata da sè senza mutar natura, ed anzi migliorandola col concentrarsi da occidente ad oriente! Ed ora il nuovo movimento non sarebbe se non continuazione di quelli fatti già, continuazione del movimento orientale, continuazione della concentrazione di luoghi, di schiatte e d’interessi. Slave sono tutte le schiatte delle provincie turche; Moldavi, Valachi, Bulgari, Serbi, Albanesi e Bosniaci, tutti, tranne forse i Greci della Romelia e del Fanar. E gl’interessi di tutti questi si concentran tutti su quel Danubio, dove già sono gl’interessi ungaresi, viennesi, austriaci propriamente detti, austriaci tedeschi e boemi, cioè tutti quelli della monarchia austriaca presente, salve le provincie italiane e polacche. E quindi, lasciando queste fuor della monarchia come sono fuor degl’interessi, e concentrando l’una e gli altri insieme sulle provincie slave danubiane, non è dubbio che ne riuscirebbe il più bello, il più gran concentramento che siasi fatto mai nè da quella nè da niun’altra monarchia. Il movimento slavo, quel movimento che s’annunzia e minaccia o fa sperare da ogni parte, può riuscire a pro d’Austria, più facilmente forse che a pro di Russia. E lo stato che ne risulterebbe sarebbe uno de’ più omogenei, de’ più naturali, de’ più conformati a difesa, a commercii, a conservazione ed a progressi, che sieno in Europa o sulla terra; sarebbe non solo l’antemurale presente di Europa, ma, se non ingannino tutte le probabilità cristiane, sarebbe un giorno o l’altro il nodo della Cristianità europea colla asiatica. — Sogni forse, utopie, ordinamenti fatti sulle carte geografiche? Certo sì, se si fissi un’epoca; certo no, se si lasci indeterminata. L’esecuzione è difficile, io lo concedo; ma è inevitabile, io non temo affermarlo. Certo, un tal cambiamento d’una tal monarchia non è mutar casa d’un privato. Certo, il movimento orientale, il concentramento sul Danubio implicano abbandoni di provincie occidentali discoste; e tali abbandoni non si farebbono saviamente senza assicurazione di compensi. Ei bisogna tornare a ciò che dicemmo fin da principio; gli uomini di stato austriaci hanno doveri speciali austriaci, e presenti; e qualunque bene sia per avvenire alla Cristianità od alla stessa Austria futura dal movimento accennato, essi debbono attendere molto meno all’una o all’altra, che non all’Austria presente. Austria non deve nè può abbandonare nulla senza assicuranza dei compensi; nè questa le può forse venire da un trattato, da un’alleanza sola; ma sì da molte e successive; da molti e successivi fatti. Ma Austria può, deve tendere a ciò senza dubbio; perchè se ella vi tende ella seguirà sua natura, adempirà suoi destini, otterrà suoi progressi; perchè se non vi tende, ella si apparecchia una lunga, una inevitabile serie di esitazioni, di contrasti e indebolimenti; perchè ella verrà un giorno o l’altro a ciò, cui avrebbe potuto e dovuto venir fin da principio; e perchè poi finalmente, quando non vi si muova da sè, ella vi sarà spinta e sforzata dalle nazioni cristiane che le stanno a spalle, da quelle che le stanno nel corpo mal connesso, dall’intiera Cristianità, che gravita su lei, che ha bisogno, dovere, destino di compiere essa tutta il suo movimento orientale[21].

10. E la prima e principale spinta verrà probabilmente da Germania. Chiusa nel cuor d’Europa, con una sola piaggia marittima, e questa povera di grandi aditi e lontanissima da ogni comunicazione coll’Oriente, la nazione germanica non può prender parte al gran movimento, se non spingendo innanzi Austria e Prussia in quella direzione; cioè per parlar chiaro, Austria sulle provincie turche, Prussia sulle polacche. — E questo è sollevare un’altra gran questione, io lo so; e so che alcuni sorrideranno più che mai. Ma è forse il caso d’avventurare il proverbio volgare; riderà bene chi ultimo. Perciocchè di nuovo, non parlo di anni o lustri o nemmen secoli. Lascio il tempo intieramente; parlo d’un futuro indeterminato, ma pur prevedibile; e ne parlo solamente a chi non sia così _impressionabile_ al presente da non saper mirare al futuro. Io m’ero messo in animo principiando, di non complicare la questione italiana colla polacca, quantunque simile. Ma che? come bugia trae bugia, così verità verità, e sincerità sincerità; ed io m’avveggo di non poter trattare una questione compiutamente senza l’altra. Polonia e Italia sono le due nazioni oppresse, ma non perite, non periture; le quali si voglion quindi costituire, anzichè non niuno stato nuovo, niun imperio greco o slavo o che che fosse; se pur si voglia dar costituzione, ordinamento, stanziamento, pace durevole, conservazione e progresso alla Cristianità. Polonia è molto più giù che Italia: non ha principati nazionali come noi; non ha solamente un quinto di provincie straniere, le ha tutte. Ma Polonia ha una nazionalità più recentemente perduta, e, diciam tutto, molto meglio difesa. Polonia ha ammirabili memorie recenti, ha le simpatie e i voti di tutta la Cristianità. Non importa che sembri ora vicina a distruzione, più lontana che mai da ogni risurrezione. Le nazioni cristiane non possono perire; nè perì Irlanda per sette secoli d’una oppressione che potè anche essa parer distruzione. Irlanda ne va sorgendo a nostri dì, usando i mezzi lasciatile da una servitù che si può dir libertà al paragone[22]; Polonia ne sorgerà fra uno, due, sette o più secoli co’ mezzi, coll’ire di una servitù più barbara, più compiuta, che nessuna. Ma Polonia sorgerà? se ella pure prende le occasioni, se ella pure guarisce le proprie infermità, se abbandona i propri pregiudizi, se dismette gl’isolamenti, e si affratella colle nazioni cristiane, e principalmente colla sua nobil vicina Germania. Le nazioni slave invasero già barbaramente le germaniche; e si incastrarono, si frammischiarono l’une coll’altre. Difficile oramai o piuttosto impossibile sarebbe il disgregarle. Fu già un regno polacco-prussiano; forza è che sia un regno prussiano-polacco. Le congiunzioni innaturali non durano; ma le naturali si rinnovellano. E chi non volesse tollerar queste, sarebbe destinato a patir quelle perpetuamente. Polonia ebbe re tedeschi, ma disgiunti, e non fu nulla; quando abbia re tedeschi congiunti sarà tutto quel che può essere, sarà l’altro antemurale, l’altra potenza intermediaria tra l’Europa e l’Asia della futura Cristianità. Austria non può avanzarsi orientalmente senza che s’avanzi Prussia; la nazione germanica spinge a spalle l’una, a spalle l’altra. E la nazione germanica è ab antico invincibile nelle sue spinte. Barbara, invase il mezzodì. Incivilita, invaderà quell’oriente d’Europa che dal Baltico all’Adriatico scarseggia di popolazioni. Anni sono, il fatto della popolazione crescente a dismisura nell’occidente europeo fu molto ben veduto da tutti, non economisti come economisti. E sorse uno di questi, il Malthus, non solamente a dimostrare ciò che sapevan tutti, ma a proporre esso, o sua scuola, un rimedio che nessuno sognava; proposero che ciascuno non facesse se non un numero determinato di figliuoli; e la media stabilita fu 3-1/2, o 3-1/4 se ben mi sovviene. Stoltezze! La civiltà, cioè la Provvidenza, diede ella, dà il rimedio: le terre vacue, che son molte sull’orbe, le colonizzazioni, il trasporto delle popolazioni addensate tra le rare. Mezzo antichissimo per vero dire, ed a cui pure non pensò abbastanza la scuola malthusiana, cattiva in economia pubblica, peggiore in istoria. Da Dublino a Cadice, a Sardegna, a Grecia, a Slesia, a Stoccolma, le popolazioni hanno trascurato il rimedio malthusiano, hanno preso il mezzo provvidenziale. E Germania l’ha preso come può, colle trasmigrazioni marittime; ma non le bastano queste già, e le basteranno meno ogni dì. Trasporto continentale le si vuole; il solo trasporto che possa bastare oramai a’ bisogni propri e dell’Europa; un trasporto che si faccia con tutti i mezzi dell’industrie, de’ commerci, dell’armi, dell’agricolture. Finchè i parlamenti e gli uomini di stato scenderanno a discutere rimedi parziali e piccoli, saranno non più che nuovi Malthusiani; provvederanno per tre o quattro anni, per una provincia o una città; ma ricadranno poi in quelle che chiamano crisi commerciali, crisi agricole, crisi proletarie, crisi democratiche, e son crisi di addensata popolazione che non ha mezzi sufficienti di diradarsi. Aprite le valvole dell’Oriente alle popolazioni europee, questo è ufficio vostro; è ufficio d’uomini di stato che non si contentino di grandezze e glorie vitalizie; il resto lo faranno le popolazioni da sè. Basta all’acque per equilibrarsi che s’aprano loro gli sbocchi; ma se lor si tengano chiusi, esse li rompono malamente, fan danno dove avrebbero fatto servigio. Non è utopia questa, che Germania abbia a popolare l’oriente d’Europa; è utopia all’incontro il pensare che si possa popolare l’oriente d’Europa fuorchè da’ Germani vicini; utopia il credere di poter fondar stati nuovi e rari di popolazioni, là così appresso a stati che ne sovrabbondano; utopia massima il credere che basti niuna potenza umana a fermare il gran movimento orientale, e peggio che mai a farne uno di direzione opposta. Può succedere che si tenti, può succedere che s’incontrino le due onde, i due cavalloni, e sarebbe urto e tempesta grande senza dubbio, e può succedere che vinca una o più volte l’onda che viene d’Oriente. Ma quella d’Occidente, l’onda condensata di cencinquanta milioni d’uomini inciviliti che han bisogno di spandersi, non può non vincere all’ultimo l’onda rara di cinquanta milioni sparsi, che ha bisogno di condensazioni. L’utopia non è di quelli che prevedono la continuazione di un movimento già principiato e progrediente; ma di quelli che sperano poter tramutare tale e tanto movimento[23].

11. Del resto se fosse possibile che Germania non movesse Austria, Francia moverebbe Germania. — Ma avendo a parlar di Francia in Italia, e non potendo quindi schivar d’offendere alcuni che mi paiono pregiudizi, or sinceri, ora no, ma sempre molto dannosi; tanto è che mi vi opponga direttamente. Incominciarono gli odii, i rancori, i rimprocci esagerati contro a Francia, al tempo che essa ci tiranneggiava. Ed erano naturali e scusabili allora; è naturale e scusabile passar il segno della giustizia, giudicando de’ propri tiranni; e tanto più che, salve le eccezioni (notate sovente dal Botta), i Francesi non ci mandavano allora se non la feccia di Francia, come sogliono tutti i signori stranieri. Ma il pregiudizio avrebbe dovuto cessare, e, per quanto è lecito dire d’un pregiudizio, avrebbe dovuto rivolgersi altrove, quando passò altrove la signoria. Non cessò tuttavia; e le ire compresse scoppiarono anzi allora senza rischio, non senza viltà, nè senza adulazioni ai signori novelli. Povero Alfieri! gli si fece prender indegna parte a tutto ciò, pubblicando postumo, d’ogni maniera, quel _Misogallo_ ch’aveva scritto egli contra una viva tirannia. I buoni, i retti, i generosi, cioè, che che si dica, la pluralità degli Italiani, torsero il viso a tali eccessi; e il pregiudizio non passò dalle corti ai popoli. Ma in breve le dissensioni, le peritanze, le variazioni, le debolezze del nuovo governo e del nuovo parlamento di Francia screditarono la nazione intiera presso a molti non abbastanza sodi di mente o di coltura, per vedere che questi eran vizi non di quella nazione in particolare, ma d’ogni rivoluzione in generale; che eran fiotti cessanti a poco a poco dopo la tempesta. Vennero poi quelle rivoluzioni fallite in Italia, a cui speraronsi aiuti di Francia, e non si ottennero se non mali consigli ed impotenti promesse di pochi rivoluzionari francesi; e così scese il pregiudizio dalla parte cortigiana alla popolana; e l’opinione italiana, sviata di su e di giù, si riunì quasi tutta contro Francia. Allora fu uno scatenarsi, un apparente ragionare, e un effettivo ingiuriare che non è finito per anche. Alzaronsi le grida a gara da tutte bande. I letterati italiani, negletti in Francia come in Inghilterra e talora in Germania, per la buona ragione che quanto più si scrive liberamente in que’ paesi, tanto meno vi si attende a ciò che si scrive altrove non liberamente; i letterati italiani, poco informati delle altre letterature, e così dell’altre trascuranze straniere, ma offesi dì per dì delle francesi, furono de’ primi, e saran forse degli ultimi a gridare contra la ignoranza, o la leggerezza francese. I classicisti sopratutti (dico, non quelli che, studiata la maravigliosa arte antica, se ne san valere come fecero gli antichi de’ più antichi, secondo i bisogni del proprio tempo; ma coloro che non sanno uscir essi o vogliono almeno impedire altrui d’uscire dalla imitazione materiale e ristretta), i classicisti esagerati, che s’eran provati contro a un Manzoni, ed avevan sollevata l’opinione italiana non contra lui, ma contra sè, diedersi bello e facil gioco contro gli scrittori stranieri; e confondendo in questi l’uso e l’abuso della indipendenza letteraria, confondendo romantici moderati ed esagerati, tedeschi, inglesi e francesi, affettarono ed affettano un disprezzo, un’ira speciale contro agli ultimi, più noti; senza tener conto che quella letteratura è in tutto la più classica fra le moderne; che là più che altrove si grida contro a quelle novità e quelle esagerazioni; e che v’è finita o finisce quella moda contro a cui romponsi ancora inutilmente tante lance italiane. Poi s’aggiunsero i filosofi, giustamente sdegnati contro alla mala filosofia francese del secolo scorso e contro alla insufficientemente corretta del secolo presente; e s’aggiunsero i teologi, i buoni cristiani e buoni cattolici, pur giustamente rivolti contro all’empietà degli uni, e contro alla nuova e non retta cattolicità degli altri, ma senza avvertire che anche tutti questi sono errori finienti, ritorni incipienti a verità. E s’aggiunsero finalmente molti Italiani generosamente innamorati della patria, generosamente assumenti l’impegno di difenderla contro alle calunnie, e di restituirle il sentimento della propria nazionalità; ma che non tennero bastante conto nè di quanto può essere accusa vera tra le calunnie, nè di ciò che è ora la buona nazionalità; non avvertirono esser natura delle nazioni cristiane incivilite, non gli odii, ma gli amori, non le accuse reciproche, ma le scuse, non gli isolamenti, ma le congiunzioni, non quell’esaltar sè ed abbassare altrui che era proprio delle civiltà antiche, ma il pregiar ciascuna delle nazioni cristiane secondo l’operosità sua nella Cristianità, ma l’accomunar gl’interessi, i vanti, le cognizioni, l’operosità tutte in una sola[24]. E sarebbe pur tempo, sarebbe pur necessario che si distruggessero tutti questi pregiudizi. Perciocchè insomma non potendosi fare sparir dalla terra, nè allontanar da noi questa Francia così odiata[25], sarebbe pur bene giudicarne assennatamente, computare tranquillamente le probabilità di lei per vedere quale abbia ad essere buona o rea, ma inevitabile l’influenza di lei sulle probabilità italiane. Non serve dire che non si vuol tale influenza, che non si vuol far dipendere il nostro avvenire dall’avvenir di Francia; come se l’avvenire d’ogni nazione cristiana non dipendesse da quel di tutte, e più delle più vicine! come se la vicinanza di Francia fosse un fatto che si potesse tor di mezzo con gli odii o i disprezzi! Non è più Francia l’avversaria contro a cui si voglian rivolgere, non dico gli odii, che non si vogliono rivolger contro nessuno, ma gli sforzi. Francia non è nè sarà più mai signora nostra, ha interesse a scemar la signoria straniera, ad accrescere le signorie italiane in Italia, è l’alleata nostra più naturale, l’adiutrice principale all’occasione, e tal sarà quanto più s’assoderà. Anche a Francia si vorrebbe applicare il bel principio, che le nazioni cristiane non possono morire, e che debbono dunque guarire. E guardando allor bene ed amorevolmente a Francia, si vedrebbe che la guarigione è là molto più avanzata che non si dice da noi; e che tornando ella a quegli abiti di civiltà e religione in che risplendette già tanto, ella va ora prendendo quegli altri di sodezza che sono immancabili in qualunque nazione chiamata a discutere i propri interessi. Del resto, io non posso accennar qui tutte le guarigioni, tutti i passi fatti là in pochi anni, e mi restringo a quelli che vi si van facendo nella questione orientale. — Pochi anni sono, già l’accennammo, Francia fu innaturalmente alleata russa, poi sospettosamente alleata inglese; ma ella è ora tornata dall’uno e l’altro errore. Dal primo assolutamente; sia merito di lei, od anzi dei disprezzi russi. Dal secondo, non forse abbastanza, essendo Francia non già leggera, ma anzi, come Italia, ostinata nelle antipatie nazionali. Ma Francia sembra almeno aver ora abbandonato il pensiero di porsi essa, invece d’Inghilterra, in quell’Egitto il quale non può aver gran valore nè per l’una nè per l’altra parte se non come passaggio all’Oriente ulteriore; e ne ha quindi tanto più per l’Inghilterra, quanto son più le Indie inglesi che non i microscopici stabilimenti francesi di Borbone, Pondichéry, Chandernagor e Mahé. Certo Inghilterra vi sarebbe perita tutta intiera, anzichè cedere su tal questione, che è vitale per lei, e secondaria od anzi di pura vanità per la Francia; ondechè è grandissimo progresso in questa l’avere tralasciata la inutile ed impossibile competenza. Ed io crederei ch’ella venga poi abbandonando a poco a poco anche quell’altro errore dell’isolarsi, in che ella cadde testè, e di che ella diede così l’idea a’ nostri scrittori non inventori. Perciocchè questa è vana idea anche a Francia, quantunque tanto più potente, e che parrebbe potere star da sè. L’isolamento può durare o piuttosto può affettarsi un anno o due, per contentare alcuni politici popolareschi. Ma in realtà, in mezzo a questo secolo XIX un isolamento vero non può durare nemmen due anni; e i Francesi, pronti al tornar dall’errore come al corrervi, son già tornati da questo pure. E pronti come sono d’intendimento, essi intenderanno presto o già intendono, che lor vero interesse nella questione orientale non è di avanzarvisi nè isolati, nè alleati russi, nè forse inglesi, ma austriaci principalmente. Prima, perchè a Francia più che a nessuno importa che non s’accresca ad occidente Russia, sua nemica naturale ed antipatica; ondechè importa a lei aiutar Austria a prender quanto più può, affinchè Russia prenda tanto meno. Poi, perchè Russia non si potrà mai persuadere a dar compensi occidentali, se non per forza, e non si potrà per forza se non col mezzo d’Austria. Poi, perchè ne darà più facilmente Austria, che v’è avvezza da gran tempo, e n’ha parecchi a dare a parecchie potenze intermediarie le quali ne darebbero a Francia. Poi, perchè sarebbe vantaggio speciale francese, che surgesse una potenza navale austriaca nel mar Nero; la quale sarebbe seconda in quel mare e quarta nel Mediterraneo, e farebbe tanto più difficile che quello o questo diventino mai tutto d’una. E finalmente, perchè quell’interesse dell’independenza d’Italia che noi cerchiamo è pur interesse di Francia; la quale è e sarà sempre la gran potenza che raccorrà intorno a sè le minori occidentali, e che non potendole temere emule, ha interesse a farle forti alleate. Francia attende ora troppo poco a Italia, ma non può non vedere tosto o tardi il suo interesse. Neghi chi vuole a Francia ogni amor disinteressato di civiltà o di cristianesimo, ogni generosità, ogni virtù; ma non le si neghi almeno quella prontezza d’ingegno e d’operosità che basta a vedere e proseguire i propri interessi. Le passioni, miseri resti di tutte le rivoluzioni, poterono turbarle la vista sì alcuni anni, ma ella s’allontana da sue rivoluzioni, ma ella si libera da sue male passioni, ma ella s’assoda ogni dì e si rischiara sui veri interessi suoi, che sono gli europei ed italiani[26]. E Francia ha già avuta sua spoglia diretta ed oltremarina dell’imperio ottomano; le altre simili sarebbon poco men che nulla al paragone; Algeri le basta, e soverchia, le sue ambizioni ulteriori non possono se non essere continentali. E queste ambizioni, spingendo Italia ed Austria e Prussia ad Oriente, sono buone all’Europa in generale, all’Italia in particolare. Gli interessi francesi non meno che gli austriaci sono oramai gli italiani; ma con questa differenza: che i francesi sono tali fin d’ora, mentre gli austriaci non saran tali che quando ella si sarà mossa o per sè o per impulso altrui. — E Italia vedrà, seguirà pur essa i veri interessi suoi verso Francia, quando vi sia condotta o da uno di que’ grandi principi, o da uno di que’ grandi scrittori che han potenza, non solamente d’innalzarsi sopra le opinioni volgari ma di mutarle.

12. Ma se tutto questo è interesse di Francia e di tutti, non vi s’incontrerà ella l’opposizione d’Inghilterra? Non sorgerà ella, la tiranna dei mari, la ambiziosa, la avara, la perfida Albione, ad impedir secondo il solito il ben di tutti, per far monopolio di tutto ella stessa? Singolare pregiudizio, anche questo! il quale si congiunge in alcuni con quell’altro contra Francia, e si fa tuttavia venire di Francia od anzi da quanto vi è in Francia di men colto e men progredito. Poco si legge d’Inglese in Italia; e quel poco, per la diversità di quel governo, e la peculiarità di quella lingua o gergo parlamentare, s’intende da pochissimi. Ai quali tuttavia io me ne rimetto, non volendo fare una nuova digressione, per persuadere contra i giornali francesi, a’ miei compatrioti: che le conquiste inglesi nell’Indie, simili per l’illegittimità a tutte le conquiste, furono molto più civilmente fatte che non le portoghesi, spagnuole, francesi ed inglesi anteriori; che furono le sole fra le moderne di che i conquistatori abbiano avuto a rendere conto (più o men severo, non importa) a un pubblico tribunale; che furono costantemente vietate prima e disapprovate poi dalla compagnia mercantile dell’India, più avida di _dividendi_ che non di conquiste; ondechè elle furono fatte più per necessità od ambizioni private de’ governatori, che non della nazione intiera; che si può creder quindi, che questi governatori, tanto riaccostati alla madre patria dal passaggio per l’Egitto, non ne potranno più far così a lor talento, o le dovranno lasciare, come si è già veduto del Cabulistan; che la guerra della Cina non fu fatta per avvelenare i Cinesi coll’opio, ma all’occasione dell’opio per rompere finalmente il corso di que’ barbari usi commerciali, troppo a lungo sofferti da tutte le nazioni cristiane, o piuttosto per l’inevitabile irrompere d’una civiltà maggiore su una tanto minore; e che l’abolizione della schiavitù dei negri imposta per forza dal Wilbeforce e da altri buoni cristiani e filosofi al governo ed alla nazione inglese, e costata un bilione, non fu nè potè esser mai speculazione commerciale o politica; e via via. Più lungo e più difficile ancora sarebbe capacitare i nostri dispregiatori di tutto ciò che chiamano oltremonti ed oltremare: che questa potenza, la quale ha senza dubbio anche essa le sue piaghe, saprà guarirsene probabilmente molto prima che non ciascuna altra potenza delle proprie. Io lascio tutto ciò, e vengo al medesimo argomento finale, che feci per Francia. Credasi pure interessatissima Inghilterra; ma credasi interessata almeno secondo quella intelligenza di civiltà che non le si può negare. — E ciò posto, osserviamo prima quell’impulso britannico a tutti i venti, il quale, piangane o l’invidii chi vuole, è pur certamente spettacolo pieno di speranze a tutta la Cristianità. Ma osserviamo poi, che di tutti questi impulsi, il principale senza paragone è all’Oriente. Là sono oltre a cento milioni di sudditi inglesi, là la consumazione principale delle proprie merci, là la produzione di quelle più consumate e adoperate in Inghilterra, là gl’interessi principali del commercio, della potenza, della gloria delle schiatte britanniche. E quindi quella necessità dell’Imperio britannico d’aprirsi la via tanto più corta di Egitto, e la certezza che egli serberà a qualunque costo quella via, e la probabilità che egli se l’assicurerà ed aprirà ognor più. Questo è di gran lunga il maggior interesse britannico nella questione turca. A petto di questo, tutte le conquiste o i protettorati che ella potrebbe pretendere sono un nulla; sono di quelle cose in che un ambasciadore, un ammiraglio, od anche un console possono bene porre ambizione od impegno, ma in che non ne pongono il governo e la nazione, ondechè si sogliono poi abbandonare. L’Inghilterra ha più conquiste, che non desidera; ella incomincia a sentir il peso dell’imperio suo. Ha più regioni vacue che non ne può popolare; ha più colonie che non profitti da esse; ha forse più posti navali che non le son necessari a mantenere la sua prepotenza marittima, e se alcuno le ne manca, ella il prenderà probabilmente senza scrupolo, ma lo prenderà quanto più ristretto affinchè le costi quanto meno, come si vede aver fatto in Aden e in varii altri ultimi acquisti. E quindi può ben essere che tra le ruine turche ella si approprii qualche dì o l’Egitto o qualche stazione in esso o vicina ad esso; ma non niuna altra parte notevole dell’Imperio, non sopratutto niuna provincia europea. E questo non voler conquistar essa, fa senza dubbio dell’Inghilterra una potenza meno impellente alle conquiste altrui, una potenza conservatrice nella questione turca, e tanto più quando ella è retta dai propri _conservatori_. Ma ella suol dimenticare i riguardi, quand’è retta dalla parte opposta; e li dimentica ogni dì più, quanto più ella s’avanza sotto gli uni o gli altri in quella carriera di progressi, in che non suol nessuno fermarsi ed ella non mai. Quando la caduta e la divisione turca fosser fatti imminenti, ella non sarebbe ultima a vederli, nè ad accettarli. Tal non fu finora ad ogni stadio della questione; la quale, se Francia avesse corrisposto, sarebbe ora avanzata di molto colla rottura dei Dardanelli, proposta da Inghilterra. Quando si venga di nuovo a ciò, quando là, nel mar Nero, sia ricondotta e ridiventata importante la contesa, allora gl’interessi britannici si troveranno così evidentemente identici con quelli universali, che sarebbe stolta ipotesi quella, che ella non li saprà vedere; o vedendoli, non avanzarli; od avanzandoli, non deciderli, non tenervi il posto suo presente di duce della Cristianità. L’Inghilterra dissoda il terreno alla Cristianità in tutte le regioni; fa ad essa l’ufficio di quegli abbattitori di selve e dissodatori di terreno (_pioneers_) che sgombran la via a’ coloni americani. Ella il farà nel Levante come l’ha fatto nell’Oriente ulteriore; e il farà per l’interesse britannico come per il comune. È interesse particolare britannico come comune, che il mar Nero non sia lago russo; e quindi che Austria abbia la parte maggiore possibile di quelle marine. È interesse britannico come comune, che una sola potenza abbia le bocche e il corso del Danubio; e che le bocche del mar Nero sieno più o men direttamente di chi abbia utilmente le bocche e il corso del Danubio. È interesse britannico particolare, che Francia abbia compensi continentali, affinchè ella non ne pretenda de’ marittimi in Levante, in Siria, nell’isole imminenti all’Egitto, dove Britannia ha diritto, dovere e volere di signoreggiare. Ed è interesse britannico più che di niun’altra nazione cristiana, che l’Italia diventi quanto prima nazione indipendente e nazionalizzata; perchè Britannia, che è la nazione più progredita in industrie e commerci, è quella che trae sempre i primi vantaggi delle nazioni nuovamente progredite in indipendenza e nazionalità. Che se è interesse francese che sieno nel Mediterraneo parecchie potenze navali oltre Britannia; non è minor interesse britannico che vi sieno tali potenze oltre Francia. Gli assennati di là come di qua hanno dismessi tutti que’ sogni del Mediterraneo lago francese o lago inglese. Ei sanno che il Mediterraneo non fu lago mai di nessuno, se non d’Italia due volte; una volta nell’antichità ed una nel medio evo, quando le civiltà e le colture universali furono italiane. Ma dacchè la civiltà non può più essere dell’una o dell’altra sola fra le nazioni cristiane, quando ella non può aver nome nè realtà se non di civiltà cristiana, non è più possibile che quel Mediterraneo, su cui mettono tante di quelle nazioni, diventi mai lago esclusivo di nessuna. Fidiamocene pure a quel senno, a quella lenta, ma continua forza progrediente, a quella intelligenza quasi perfetta degl’interessi propri ed universali, che è già vecchia e pur s’accresce ogni dì nella schiatta britannica. Non è essa che abbia voluti sempre gl’indugi, che siasi impuntata nello _statu quo_ della questione turca; ella non li volle, se non quando vide probabili i profitti di Russia, sua rivale vera e perpetua. Veda probabili i profitti d’Austria, alleata sua naturale e riconoscente, e di Francia e Italia, alleate sue naturali quantunque sconoscenti: ed accertiamoci pure ch’ella non mancherà l’occasione di assicurar loro questi profitti. Se non fosse altro, per non lasciar durare il rischio che diventino profitti russi.

13. La vera opponitrice agl’interessi universali, la dividitrice della Cristianità, quella che sta sola da una parte, contra tutte le altre nazioni cristiane, è la Russia. Un atteggiamento politico, che non è senza apparenza di grandezza; e che ella quindi accetta tacitamente per lo più, altamente talora. — E tuttavia anche là, se fossero intesi bene gl’interessi particolari, ei non s’opporrebbero agli universali. I più grandi autocrati dal principio del secolo scorso furono tre: Pietro, Caterina, Alessandro. E Pietro fu veramente grande, rivolgendo la sedia, le ambizioni, la vita russa ad Occidente. Era necessario per incivilire quel popolo; senza volgersi ad Occidente, all’Europa, alla Cristianità, Russia non poteva incivilirsi, rimaneva potenza asiatica e barbara. Pietro ebbe così la sola che sia grandezza vera, quella che sorge dalle condizioni ben intese e ben avanzate del proprio tempo, quella che si potrebbe dire grandezza opportuna. Nè trascurò egli gl’interessi orientali; ma non essendo questi maturi, sacrificolli agli occidentali, più urgenti. — E maturato poi l’Oriente, precipitante già l’imperio turco, Caterina vi si rivolse, opportunamente; ma con più pompa che vera grandezza; non virilmente, come pretendeva; nè con quella intuizione semplice femminile, che sopravanza talora le previsioni nostre, ma che non è data guari se non alle donne semplici, diverse da lei; non con quella fermezza di mente che vede il vero campo di una grandezza ed abbandona gli altri; non senza distrarsi ad Occidente, non senza dividere l’impulso e sminuzzar l’ambizione russa. Il pensiero di Polonia nocque fin d’allora al pensiero di Turchia; la divisione di Polonia ritardò chi sa per quante generazioni, guastò chi sa fino a qual segno la divisione di Turchia. — Finalmente Alessandro, mente e cuor più semplice, più largo d’assai, ma educato fra’ pericoli, tra le vicende, tra gli affetti e le tradizioni occidentali, ebbe sì quel dì che dicemmo di grande intuizione, quel dì di grande intelligenza degl’interessi russi e cristiani presenti, degl’interessi orientali; ma al domani o alla sera di quel dì, si lasciò distrarre dagl’interessi occidentali, da quella stessa Polonia la quale salvò così una seconda volta Turchia. Non volle egli, non credette distrarsi; credette anzi avere stanziata Polonia in una limitatissima libertà. Come se si potesse stanziare in questa! come se una libertà limitata non fosse una incipiente, e non chiamasse il seguito! come se, dove non è indipendenza, la libertà potesse valere ad altro che ad acquistarla! Alessandro pose in terreno fecondo i semi d’un frutto amaro per lui; pose le fondamenta, e lasciò l’addentellato d’un edifizio difficile ad abbandonarsi, impossibile a compiersi da’ successori, la preponderanza occidentale di Russia. — Non vegniamo più giù; serbiamci puri d’ingiurie; e non esprimiam nemmeno una indegnazione espressa da tutti[27]. Osserviamo solamente che la distrazione, l’impedimento, la piaga occidentale s’è più che mai accresciuta ed inasprita negli ultimi anni. Ma non è del tutto utopia veder possibile anche là un progresso dell’opinione pubblica che invada un dì anche quel governo, quella corte, quella famiglia imperiale, e, perchè no? quello stesso imperadore. Sono famose là le mutazioni subitane di politica; un fatto patente, una felice ispirazione, un pensiero del principe, basta là più che altrove, senza aspettare le naturali, e sopratutto senza desiderar le scellerate mutazioni del principe, pur troppo frequenti colà. Que’ principi sogliono essere gli uomini del loro imperio più avanzati in civiltà; tantochè sono fino a persecuzione gelosi di tal primato. Ma questo può in somma trarre il principe ad uno di que’ pensieri che fanno a un tratto d’un uomo e d’una nazione sviata un uomo e una nazione grande; che farebber là un quarto grande autocrate, anzi il maggiore di tutti. Sarebbe, è vero, necessario perciò il vedere, ma pare impossibile che non si vegga anche là un dì o l’altro: che i tempi presenti ed avvenire sono differentissimi, sono contrari a quelli di Pietro; che se era grande allora il volgersi ad Occidente per chiamarne la civiltà, sarebbe più grande ora il volgersi ad Oriente per portarvela; che Inghilterra e Russia sono a’ nostri dì le due sole potenze che possono operare in grande la diffusione orientale della civiltà cristiana, ma che questo gran destino ed ufficio naturale della Russia non si può adempier da lei insieme con quello innaturale della diffusione, della preponderanza occidentale; che queste due diffusioni sono localmente impossibili a farsi insieme o a vicenda, per essere insieme l’Oriente e l’Occidente della Russia così distanti da non potervisi fare que’ trasporti di eserciti, di navi, di forze e di attenzione stessa, i quali son vantaggi della posizione centrale ne’ paesi più piccoli; che è dunque da sciegliere inevitabilmente tra la diffusione della civiltà russa all’Oriente, e quella della preponderanza russa ad Occidente; cioè tra un’impresa legittima, santa, applaudita, aiutata da tutti, ed una scellerata, empia, maledetta e contrastata da tutto il resto della Cristianità. — Sembra un gran chè per vero dire, una impossibilità, che si fermi, che retroceda in qualunque direzione un tale imperio. Ma retrocesse il romano sotto Augusto da’ disegni di Cesare, sotto Adriano da que’ di Traiano, e durò secoli per queste retrocessioni. E retrocesse, invito dapprima, adattatovisi meravigliosamente poi, l’imperio britannico in America; e cominciò da quel dì il suo secolo di vera preponderanza, d’incontrastabil primato. Polonia è piaga insanabile nel corpo russo; non sette, non tredici secoli domeranno quella, più che Irlanda o Italia. L’identità delle schiatte non è rimedio, ma esacerbazione della piaga, mantenuta dalla differenza delle religioni, ed incancherita oramai da ingiustizie, da crudeltà non dimenticabili. Russia è più inferma che nol si crede, e non ha forse rimedio se non l’amputazione del membro piagato. Russia n’è certo almeno fatta fiacca, incapace, impotente; e il provò ad Andrinopoli sul Bosforo, a Khiva e in Circassia, quantunque postasi a cimento non più che or d’un imperio cadente, or della diplomazia europea, or d’un kan, or d’una gente barbarica. I limiti fatti naturali oramai alla Russia dagli odii reciproci, i limiti che dovrebb’essere _arcanum imperii_ il porre e sancire sono: a Nord-Ouest, là dove più o meno incomincia Polonia; a Sud-Ouest, là dove incomincia Ungheria, la sorella di Polonia, là dove estendendosi Russia abbraccerebbe Ungheria ed Austria, che non possono lasciarsi così abbracciare ed irretire. Niuno, quantunque grande, non deve durare in imprese impossibili a compiersi, niuno, quantunque costante, deve tardare a lasciarle volontariamente; sotto pena di lasciarle poi per forza, con vergogna e danno. — Il dì poi che fosse, non dico fatto, ma deliberato o solamente ammesso come possibile il gran sacrificio, diventerebbero semplici e facili i destini di Russia. Fermati i limiti occidentali, rimarrebbero tanto più aperti gli orientali a duplici e triplici compensi. Perciocchè, pogniamo che sieno or russe intieramente, non solo Polonia, ma Valachia e Servia, che non sono pur tali di nome e forse meno di fatto. Sarebber tuttavia più che compensate tutte queste province europee che si lasciassero, da quelle asiatiche che si prendessero, da Sinope od anche Scutari fino ad Erivan od all’angolo occidentale od anche all’orientale del Caspio. Turche o persiane, queste provincie giacciono lì a’ piè di Russia, che ha poco più a fare che abbassarsi per raccoglierle. Gli Armeno-Turchi e gli Armeno-Persiani chiamano i Russi, soli cristiani chiamabili, soli possibili colà. Non ostano se non due imperii impotenti, sconfitti quando furon soli, e che ora sono appunto soli, e non possono avere aiuti di nessuna potenza cristiana gelosa. Inghilterra non anderà mai a ficcarsi così addentro alle terre, nè partendo dall’Indo, nè dal fondo del golfo Persico, nè dal fondo del mar Nero. Inghilterra ha sperimentato ultimamente essa stessa nel Cabul, e veduto sperimentare da Russia sulla via di Khiva que’ deserti che dividono, per secoli e secoli o forse per sempre, India da Russia. Ed Inghilterra sa che un altro tal deserto è tra India e Persia settentrionale; ondechè gli Inglesi sodi e informati non han guari più paura di niuna di quelle discese russe nell’Indie che furon tema negli anni scorsi di utopie napoleoniche e continentali. Quegli Inglesi sanno la storia dell’Indie un po’ meglio che non la sapesse probabilmente Napoleone; e che non la sappiano poi certamente que’ giornalisti i quali, avendo osservato che le invasioni all’India venner tutte dall’Indo-Kutsch, dal Nord-Ouest della penisola, ed osservando poi sulla carta che al Nord-Ouest di quel Nord-Ouest si trova Russia, ivano profetando una discesa di questa dalla Neva o dalla Moskova all’Indo e al Gange. Quegli Inglesi sanno molto bene che tutte quelle invasioni vennero sì da quel primo Nord-Ouest, ma non mai dal secondo; che vennero da genti numerose, e grandi imperii stanziati là vicino a Cabulo Ghiznè, o tutt’al più nella Transoxiana od in Persia, ma non mai da imperii più lontani; tantochè nè gli antichissimi re dei regi persiani, nè Alessandro macedone, nè Gengiskan non posero mai piè in ciò che è India, imperio britannico presente[28]. Se verrà mai a questo qualche pericolo esterno, non verrà da niun imperio lontano che abbia a passare mezzo mondo per capitare poi ad uno dei due deserti prima che all’Indo superiore; ma piuttosto da qualche imperio nuovo che sorgesse più vicino dalle rovine turche, persiane od anche russe. Ed Inghilterra provvederebbe a ciò senza dubbio, se venisse il caso; Inghilterra non lascerà mai più sorgere nè risorgere niun grande imperio asiatico; e si è veduto già che non ne vuol nemmeno niun affricano vicino all’Asia. Inghilterra ha quindi anzi interesse che le provincie turco-asiatiche sieno tolte dall’eventualità degli imperii asiatici vicini per essere aggiunte al lontanissimo russo. Ma se pur non vedesse tal interesse proprio, certo ella vedrebbe oramai con indifferenza che Russia s’estendesse fino a mezzodì del mar Nero od anche del Caspio, che sarebbe ancora un sedici gradi lontano dall’Indo, co’ deserti frammezzo. E se anche questa estensione le paresse un tal qual pericolo, certo le parrebbe pericolo minore che non l’altra estensione russa sulla sponda occidentale del mar Nero o sul Bosforo; ondechè ella darebbe le mani a quella per impedire e far indietreggiar questa. — Ed a Russia poi, qual differenza immensa, totale! Le provincie occidentali, Polonia, quando anche non fosse piaga, le provincie danubiane, quando non fossero per essere pietra di scandalo, _casus belli_ perpetuo con Austria, il Bosforo stesso, quando nol fosse coll’intiera Cristianità, non sarebbero mai stromenti di vero progresso, di vera potenza interna russa; non sarebbono mai se non istrumenti a quell’edifizio di preponderanza occidentale che non può compiersi. All’incontro, le sponde meridionali del mar Nero aggiunte alle settentrionali ed orientali, facendo della metà orientale di questo un vero lago russo possibile, chiuso da Sinope e Sebastopol, aprirebbero le bocche di tutti i fiumi russi ad un commercio orientale perpetuo, ed indipendente dal Bosforo. E il grande istmo del Caucaso, già russo di nome, ma che non sarà tale di fatto mai finchè non sien russe le sponde Sud-Est del mar Nero e Sud-Ouest del Caspio, accrescerebbe ancora questo commercio russo-asiatico. Le sponde meridionali del Caspio per sè stesse poi, aprirebbero nuova via, nuove comunicazioni alla Russia europea ed all’asiatica insieme. E questo sì che può e debbe un giorno o l’altro esser tutto intiero lago russo, senzachè nessuno lo possa impedire nè disfare mai più. Là avrebbesi un campo inesauribile di progressi. Nè dicasi utopia, perchè è campo così trascurato finora, perchè così lontano, perchè russo. Cinquant’anni fa avrebbe potuto parer maggior utopia il voler solcar coi numerosi piroscafi i laghi Ontario od Erie, il Mississipi o il Missouri, che son pur solcati; e venti anni fa quando le strade di ferro non parevano adattarsi se non all’interno di qualche _dock_ o di qualche manifattura inglese, sarebbe paruta utopia, volerne far una tra le due capitali russe, tra cui pure si fa. Certo, quando Russia s’aggregasse tutte queste provincie asiatiche-meridionali, quando s’aprissero tutte queste comunicazioni commerciali, il profitto primo ne verrebbe alla Russia europea, ma a poco a poco pure all’asiatica. Nè questa poi potrà mai progredire altrimenti. Non serve mandar guerrieri, preti, principi e principesse, polacchi e russi, insieme con ladri ed assassini a popolar Siberia; non serve attirarvi qualche sparso colono. Ma chi ardirebbe fissare limiti a quelle popolazioni e a quella civiltà, quando non più limiti, ma mezzi di esse fossero il Caspio, il Volga e l’Ural, Astrakan, Casan ed Oremburgo?[29] Anni sono, notarono alcuni viaggiatori che le condizioni de’ paesi ultimi settentrionali i quali giacciono verso le bocche dell’Obi, del Jenisei e della Lena, si muterebbero notabilmente se si corressero que’ fiumi con pochi piroscafi a portarvi più brevemente e più regolarmente le poche merci necessarie ai pochissimi abitatori. Ma senza concedere nè negare le possibilità di que’ progressi estremi, chi vorrebbe dire impossibili quelli dei paesi tanto più temperati che giacciono alle latitudini di Vienna, Parigi o Londra? Non son queste le utopie, ma quella della preponderanza russa occidentale; non il progresso dell’Asia, ma il regresso dell’Europa; ed utopia massima quella di condurre insieme le due imprese incompatibili.

14. Ma rivolgiamoci alla patria. Alla quale tornando in qualunque maniera, anche in iscritto, sembra ritrovare una cotale assicuranza che non si sentiva tra gli stranieri. Io non so come faccian altri che parlano e sparlano di questi così facilmente; ma io mi sento di mal agio in tali discorsi, non v’ho fiducia di poter essere utile lodando nè biasimando. Ed all’incontro, per quanto piccolo uno si ritrovi in casa, sembra pur ritrovarvi la signoria de’ propri pensieri, più facile, più consenziente l’udienza, più intese le spiegazioni, più diritto, più dovere di parlare, più speranze che non sien tutte parole vane quelle che si rivolgano con sincerità ed amore ai compatriotti. — E così, dopo molta via percorsa, dopo molti casi posti, riducendoci ai nostri, ci pare poterli determinare molto più precisamente, e che sieno tre soli. — 1.º O le grandi potenze cristiane, lasciando cader l’imperio turco quando che sia, ne raccoglieran le spoglie secondo gl’interessi universali; e la questione così sciolta porterà naturalmente da sè l’inorientarsi d’Austria, l’abbandonar essa l’Italia, il farci quasi dono dell’indipendenza, cioè la più bella e più facile delle occasioni per noi. — 2.º Ovvero le grandi potenze cristiane, pur lasciando cadere quell’Imperio, lo spartiranno tra sè od in frazioni e stati nuovi, con, o senza protettorati, in qualunque guisa, ma senza rispetto agl’interessi, alla spinta, alle necessità della Cristianità; ed allora sarà un lungo fare e disfare, una inevitabil serie di contese, di guerre, di mutazioni, la quale sarà pur serie di occasioni all’Italia. — 3.º Ovvero (che parrà a molti il caso più probabile, perch’è il presente) si continuerà a tener su un imperio fattizio, una rovina, raccogliendone un dì l’uno, un dì l’altro uso, ora una provincia o una colonia di uno stato europeo, ora uno stato sotto tre protettori, ora sotto due, sotto uno, in varie guise, secondo le occasioni; e la serie delle occasioni sarà quindi men buona sì, ma più lunga che mai per l’Italia. — Quale avverrà più probabilmente de’ tre casi? Nol sappiamo e non ce ne curiamo per ora. Uno de’ tre avverrà. La massima di tutte le utopie non è quella della pace perpetua, ma d’una pace perpetua, che offendesse tutti gl’interessi universali, che fermasse tutti gli andamenti della Cristianità. Una pace buona satisfarà anche a noi; una cattiva non durerà; e qualunque guerra grande darà occasioni, non importa quali, quante o quando sien per essere; l’interesse, il dovere di valercene per acquistar l’indipendenza riman lo stesso. Nel primo caso del buono ordinamento della Cristianità, non solamente sarebbe vergogna a noi l’accettare, ma è improbabile che ci si faccia il dono dell’indipendenza, intieramente gratuito ed immeritato. Nel secondo e nel terzo caso delle moltiplici occasioni, niuna di queste rimarrebbe occasione ad oziosi. Dicemmo che Austria è quella la quale può sola spingersi innanzi per posizione, quella che si vuole spingere per l’interesse universale; ma diciam ora ed è chiaro per sè, che è sopratutto interesse italiano. E dicemmo che Austria, lentissima per sè, sarà lentamente spinta da Inghilterra, e più fortemente da Germania e da Francia. Ma diciam ora che può e deve essere spinta principalmente da noi, più interessati che nessuno. A Germania e Francia l’inorientarsi di Austria darebbe accrescimenti, sfoghi commerciali o di popolazione; ma a noi darebbe il bene che li passa tutti, l’indipendenza. E noi siamo poi in tal condizione, che, quantunque minori che non Francia o Germania, noi possiam pur dare ad Austria la spinta maggiore di gran lunga. Alcuni di noi siamo la piaga maggiore che ella abbia in corpo; alcuni altri siamo i più pericolosi vicini di lei. A noi sta farle sentire l’acerbità della piaga, affinchè ella pensi a’ rimedii; farle sentire crescente il pericolo della vicinanza, affinchè ella pensi al proprio trasporto. La corona lombardo-veneta è troppo bella corona, perchè si lasci o si muti volontariamente del tutto; un po’ d’aiuto vi si vuole; un po’ di fatti i quali provino che il cambio non è lasciato a pieno arbitrio di lei; che non si tratta per lei dell’alternativa di tener Po o prender Danubio, ma di prendere o non prendere Danubio, come compenso al Po da perdersi un dì o l’altro ad ogni modo. Austria vive alla giornata, profittando delle occasioni per continuar come sta, perchè sta bene; viviamo se si voglia alla giornata anche noi, ma pur valendoci delle occasioni per mutar ciò che non istà bene per noi. Aspettiamo sì le occasioni con longanimità, ma prendiamole poi con prontezza. Troppe passarono già. Tredici secoli è già durata l’impresa. E i secoli son pur preziosi a una nazione; e se è stoltezza anticiparli, è viltà il perderli. In politica come in guerra, tutto il resto dell’arte è un nulla rimpetto al saper cogliere il tempo. Il quale incominciò dalle prime divisioni fatte, dalle prime spoglie raccolte dell’imperio destinato a riordinare cadendo la Cristianità. La Provvidenza ci fu così propizia che ritardò a nostro pro gli ultimi atti di quella mutazione, che ci concedè nuovo respiro ad apparecchiarci. Ma se continuassimo a rimaner disapparecchiati, disattenti, non curanti, oziosi, allora, vergogna, danno e colpa nostra, si deciderà di noi, senza noi, e contro a noi. I figli nostri malediranno i padri di non aver fatto nulla, non essere stati nulla a’ dì dell’occasioni, che non si ritroveranno più. — Ma speriamo, desideriamo, facciamo che non avvenga così; e veggiam quindi fin d’ora come apparecchiarci alla occasione, che non può non risorgere un dì o l’altro, e può da un giorno all’altro.

CAPO DECIMO.

COME VI POSSONO AIUTARE I PRINCIPI ITALIANI

Iis quidem qui _secundum patientiam boni operis_, gloriam et honorem et _incurruptionem_ quærunt.

(Paul. _ad Rom._, I, 47).

1. Qui incomincia adunque la parte pratica dell’assunto nostro; quella perciò in che mi duol più di non aver credito che d’oscuro scrittore su coloro che tengono in mano i nostri destini; quella in che vorrei sapere entrar meglio in lor ragioni, in lor difficoltà, le quali sono gravissime senza dubbio. Ma ei mi par pure che sia toccata loro in tutto una invidiabile opera. Certo, sono al mondo principi più potenti, uomini di stato in situazioni più clamorose, che non i nostri. Ma niuno è che abbia dinanzi a sè un’impresa così grande ed all’ultimo così gloriosa, come quella della indipendenza patria. Passano le conquiste d’una in altra parte, e lodate dagli uni, sogliono essere maledette dagli altri; e le legislazioni stesse mutano progrediendo; ondechè dubbie ed instabili sono quelle glorie de’ conquistatori e de’ legislatori che il nostro Machiavello e tanti altri pongono in cima all’umane. Ma le glorie de’ procacciatori e degli apparecchiatori d’indipendenza sono le più pure, le più sante e le più benedette finchè ella dura; e non che cessare se mai ella cessa, elle soglion ricevere nuovo splendore dai desiderii stessi che allor ritornano di lei, e dagli sforzi per ricuperarla. Ma non dimoriamo in esortazioni, le quali sogliono essere inefficaci su coloro che abbiano il cuore incallito, e inutili a coloro che l’abbiano innalzato dalla pratica de’ pubblici affari.

2. Ed inutili a tutti sarebbero i particolari di ciò che sia da fare quando venisse la grande occasione. Non sapendo nè quando nè come verrà, sarebbe tutto utopia il disegnare fin d’ora confederazioni di due o tre o tutti i principi italiani, od alleanze con gli stranieri, e peggio che mai divisioni da patteggiare prima o dopo l’evento. Io so che siffatti particolari sono i gioielli più cercati ne’ libri politici, dai politici principianti e dilettanti. Ma a costoro, io mi son già forse fermato troppo; e mi vi vorrei fermare meno che mai in questo capitolo, che di natura sua s’indirizza agli uomini di pratica. — Due sole avvertenze generali paiono poter farsi fin d’ora. La prima è di quella moderazione che deve trovar luogo dappertutto, anche in un’impresa d’indipendenza. Il grande scrittore a cui noi facciamo sempre supplemento, e talora opposizione, aspira ad una indipendenza così compiuta d’Italia, che comprenderebbe non solamente la penisola e l’isole presentemente italiane, ma anche la Corsica, che non è tale ora. E certo questa pure sarebbe desiderabile. Ma è ella sperabile? Certo, Corsica fu Italia e vi rimangono italiane la lingua e le schiatte; ed italiana la famiglia stessa di Napoleone. Ma questi appunto fece la patria sua francese irrevocabilmente. È puerilità quella questione posta in termini generali: se Napoleone fosse italiano o francese? Veniamo sempre ai fatti, al senso comune, alla voce universale. Napoleone fu Italiano di schiatta, di sangue, d’ingegno naturale; ma fu Francese di educazione, d’idee, di disegni, di interessi, di vita, di gloria; e, nè i Francesi si lasceranno spogliar mai di questa gloria, nè i Corsi separarsene. E poi, italiane sono pure le lingue e in gran parte le schiatte di Malta, di Fiume, di Spalatro, di Ragusi. E vorremmo noi per questo ambire tutto ciò? Noi miseri, che non possiamo se non da lungi ambire Venezia stessa e Milano? E non solamente ci metteremmo contro, nella grande impresa, Francia ed Inghilterra (quel poco!); ma, che è forse peggio, faremmo impossibile ogni consenso, ogni adattarsi d’Austria ai compensi? pretenderemmo a quelle coste orientali dell’Adriatico, che dan valore a quei compensi, che son quelle che le possono far desiderar le provincie danubiane? Queste sono generose ambizioni senza dubbio, e da piacere al volgo; ma da far sorridere quanti uomini di pratica restin pure da noi. Ondechè questa ci pare di quelle quistioni, che basta esporle chiaramente per torle di mezzo.

3. Ma più importante è forse quest’altra. Quella situazione e quella conformazione ammirabili che fecero l’Italia atta a tante e così varie grandezze lungo i secoli, hanno pure questo grande inconveniente: che v’è naturale e quasi irremediabile la divisione di essa in due parti distinte: l’Italia settentrionale o val di Po sino agli Appennini, e la meridionale al di là. La meridionale, fin da quando ella diede il nome a tutta la penisola, fu anticamente la parte principale, quella che diede la civiltà e la vita alla parte settentrionale, e che per essa le fece passare a tutto il mondo antico, a tutto il moderno e cristiano. Ma ciò è mutato da due o tre secoli in qua: da quando la civiltà è uguale o maggiore fuori che dentro Italia. D’allora in poi crebbe la civiltà, la importanza della parte settentrionale, e come notammo, quella del Piemonte in particolare. Io sono, come s’è veduto già, poco ambizioso di primati. Nè vorrei pretenderne nessuno definitivo per l’Italia settentrionale sulla meridionale. Ma finchè non è compiuta l’impresa d’indipendenza, due primati sono, che non si posson tôrre all’Italia settentrionale: quello dei pericoli, e quello poi degli accrescimenti. Quando e come che sieno per venire le occasioni dell’impresa, questa si farà senza dubbio dalla e nella Italia settentrionale principalmente; e il risultato necessario sarà una riunione di essa, uno inorientarsi, un accrescersi la monarchia di casa Savoia. Ella sola ha i compensi occidentali da dare; ella sola si trova vicina alle province italo-straniere; ella sola può farle diventare italiane, che è la somma dell’impresa. Tantochè è quasi dir lo stesso impresa di indipendenza italiana, o fondazione di un gran regno ligure-lombardo. Parma e Modena tutt’al più potrebbon prender parte a quegli accrescimenti; ma nulla o quasi nulla Toscana, nulla Roma, nulla Napoli. E quindi è forse il pericolo, l’ostacolo maggiore all’unione de’ principi italiani: che i più, non prevedendo aver parte agli acquisti, non prendano interesse nè parte all’impresa, e dimentichino che è impresa non d’acquisti, ma d’indipendenza. — Napoli specialmente è così lontana, che, oltre al non avere speranze di futuri accrescimenti, ella può immaginarsi di non aver nemmeno pericoli dallo straniero. Eppure vegniamo sempre ai fatti. Dal 1814 in qua, Piemonte, così vicino ad ogni straniero, non soffrì se non una occupazione, e Napoli, così lontana, ne soffrì due. E se noi risaliamo più e più su, Piemonte soffrì sì molti passaggi, ma due sole occupazioni lunghe e vere, nel cinquecento e a’ nostri dì, e non mai una mutazione di dinastia; la quale anzi uscì sempre da’ pericoli accresciuta di potenza. Napoli, all’incontro, soffrì mutazioni numerosissime e così durevoli, che diventarono mutazioni dello stato e delle dinastie; Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Francesi, Spagnuoli, Austriaci, Borboni. E quindi, se si lascino le apparenze vane de’ luoghi e si guardi alla realità della storia, se anche in politica si segua il metodo comune a tutte le scienze di giudicare dei fatti incogniti da’ cogniti, di trar le regole dagli sperimenti, noi avremo a dire che Napoli e Sicilia sieno quella parte d’Italia che ha più a temere delle invasioni straniere. Nè diremo con parecchi che sia colpa irremediabile del molle clima, delle molli schiatte. No, in nome della patria comune; noi non accettiamo nè per essa intiera nè per niuna