parte di tutti gli altri. Non ci è pericolo; non resta piccola per
questa medesima ragione, che le azioni de’ principi, appena passano dal disegno al fatto, diventano azioni della nazione; che se i popoli non possono nulla senza i principi, i principi non posson nulla senza i popoli, non sono principi se non perchè fanno operar popoli; che è una corrispondenza, una vicenda, un circolo or vizioso, or virtuoso, ma continuo di opinioni, di azioni dagli uni agli altri, il quale non si può interrompere per niun disprezzo, niun pregiudizio di qua, niuno di là. In qualunque stato, ogni uomo ha pure in fatto e in diritto una qualunque operosità. La quale se si volga a buon fine, ma oltre ai propri diritti, oltre alla propria natura, guasta il fine, fa più mal che bene, produce contrasti e disunioni. Se poi si volga da ciascuno, secondo buon diritto, a buon fine, diventa operosità buona di tutti, diventa operosità, moto, forza nazionale irresistibile. L’Italia ha per le mani un’impresa indubitabilmente giusta nel fine; aggiungiamovi una indubitabil giustizia di mezzi, e non dubitiamo allora della buona riuscita. Le due giustizie unite sogliono ottener questa dalla Providenza più sovente che non si crede anche negli affari privati, ma più sovente, ed io crederei sempre, nelle imprese di molti, nelle imprese nazionali.
2. La operosità, la vita d’ogni uomo sarà considerata da noi o come pubblica, o come sacerdotale, o come letteraria, o come privata.
3. La vita pubblica italiana si riduce a quella de’ ministri o consiglieri maggiori o minori dei principi. Da noi il principe essendo lo stato, non vi possono essere servitori dell’uno e servitori dell’altro. È bene o male? Così è; e chi vuol far la distinzione, fa sogni e non realtà, e guasta tutto. Ei sono alcuni che, prendendo nelle gazzette di fuori quelle gelosie, que’ disprezzi che i consiglieri della nazione (cioè gli oratori dei parlamenti) muovono contro ai consiglieri della corona, le applicano poi a’ consiglieri che qui sono necessariamente della corona e dello stato e della nazione tutt’insieme. E quindi viene una affettazione d’indipendenza personale, una condanna dell’ambizione governativa, che può stare in que’ paesi dove si può servire politicamente la nazione senza il principe; ma che è molto risibile e dannosa dove, non potendosi far tal distinzione in realtà, tutto quello che è di buono e di bello nel desiderio di servir lo stato può essere nel desiderio di servire il principe. Quella sì, che è idea straniera da non prendersi, nel caso nostro. Hai tu, credi tu avere indipendente, generoso, forte animo in te? Servi il principe, o lo stato, o la nazione, come vorrai dire, che è tutt’uno. Non s’adonta altrove nessuno di servire la nazione. Non è ragione di adontarsene qui. Non è onta, fuorchè nel modo, qui come là; e qui come là vi può essere, vi è indipendenza. Qui come là questa vuole essere duplice: indipendenza dagli errori del popolo e da quelli del principe; e la sola differenza è che là è forse più difficile l’una, qui l’altra. Ma ad un animo veramente indipendente, importan poco le varietà di difficoltà; ei sa vincere l’una e l’altra o le due insieme del paro. — Niun principe, per assoluto che egli sia, non può saper nè fare tutto da sè; e quindi niuno nega aver consiglieri e ministri. La differenza tra il principe assoluto e il principe in governo consultativo, e il principe in governo deliberativo, è che il primo prende consigli senza niuna regola da chi gli capita in mente ogni volta, il secondo da consiglieri ordinati ed eletti da sè, il terzo da questi consiglieri propri, e da altri ordinati ed eletti dal popolo. E la differenza è grande senza dubbio, perchè i consigli dati dagli eletti dal popolo diventano poco men che obblighi al principe ed a’ consiglieri di lui. Ma in somma quanto più un principe è assoluto, tanti più uffici sono raccolti nei consiglieri di lui; e così tanti più doveri. Essi da una parte soli esecutori, soli interpreti, sola coscienza delle volontà del principe, che rappresenta qui la volontà nazionale; e dall’altra, essi soli interpreti de’ bisogni, de’ desiderii della nazione appresso alla volontà del principe. Essi, se non sola, certo la più breve via della pubblica opinione; essi, soli oratori nazionali. Essi, solo anello di quell’unione tra principi e popolo, la quale, utile e desiderabile dappertutto, è indispensabile ad una nazione che stia in presenza d’uno straniero, e più ad una che intenda liberarsene. — Del resto, detto così della importanza e dignità de’ servitori de’ nostri principi, contro all’opinione di coloro che non si contentano di giudicarne le azioni, ma ne dispregiano stoltissimamente l’ufficio, perchè non risplende come in altri paesi pubblicamente (mancanza di incoraggiamenti, che accresce anzi il merito di coloro che sappiano esser buoni così); io non mi fermerò a ciò che possano eglino fare in particolare, per la indipendenza. Prima, perchè naturalmente essi possono, ciascuno nel proprio ufficio, tutto ciò che dicemmo potersi dai principi, ch’essi servono ed informano in tutto. Poi quanto ai particolari ulteriori, perchè, oltre all’essere questi infiniti e fuor di luogo qui, essi non sarebbero probabilmente attesi da coloro a cui si rivolgessero. I ministri, talora i maggiori, ma più i minori ed i minimi soglion esser gelosi di tali particolari, che sono opera loro, molto più che non sogliano i principi delle opere loro più grandi. I principi, avvezzi a farsi dar cooperazioni e consigli da alcuni, non si offendono che sien lor dati da altri; come se n’offendon coloro che, quanto più scendono, tanto più sono avvezzi a far tutto l’ufficio proprio da sè. E i principi hanno più pratica, più amore a quei grandi interessi di che parliamo; i quali all’incontro sono talor disprezzati da coloro che sogliono versar tutta la vita tra le minuzie, e le chiamano soli affari del mondo. E i principi, posti sopra a tutte le condizioni de’ loro sudditi, non hanno interesse poi a mantenere viva quella distinzione, che è gloria, diletto e talor sicurezza di alcuni uomini di piccoli affari, la distinzione tra la pratica e la teorica, tra la potenza e la scienza, tra la capacità di operare e quella di pensare. — Nè saremo noi così illiberali. Noi ammettiamo con piacere che parecchi Italiani sanno innalzarsi dal merito di semplici amministratori a quello di veri uomini di stato, dalla pratica vagante degli affari pubblici ad ogni buono ed alto scopo di essi, dalle preoccupazioni quotidiane a quelle cure del futuro, che sono comuni oramai a principi, uomini di stato ed anche scrittori di qualche polso, o piuttosto a tutte le persone educate e generose. Ed a questi veri uomini di stato italiani si rivolgono, dopo i principi, le nostre maggiori speranze; a questi i nostri detti, i nostri desiderii di saperli persuadere.
4. Ma passiamo da coloro che servono i principi nazionali, a quelli che sono così infelici da servire lo straniero. De’ maggiori fra’ quali già dicemmo non esser possibile nè che il principe abbia fede in essi, nè che essi la serbino insieme al principe e alla patria. Qui è tutto a rovescio che negli stati italiani, dove i doveri non fanno se non uno, e chi serve bene al principe serve bene allo stato, all’Italia intiera. Qui son due doveri diversi, opposti, inconciliabili. Chi si voglia mettere a tal conciliazione vi perderà o la pace o la integrità di sua coscienza; vivrà combattendola, finchè non l’abbia fatta tacere; miserando dapprima, più miserando in appresso. — Ma io crederei che sia molto diverso il caso de’ ministri minori, di tutti quelli a cui il piccolo impiego è professione importante ad essi, ma non alla patria. Questi non fan guari nè bene nè male, seguendo una professione che non ha potenza sui destini della patria, ma tutt’al più su una provincia; la quale è poi interesse della patria sia bene amministrata, si serbi quanto più prospera per il dì che diventerà provincia italiana. — Nè tal distinzione è nuova o mia. Quando l’immortal Pio VII, il più forte Italiano de’ tempi suoi, fu indegnamente spogliato de’ suoi stati, uno dei ministri dello spogliatore pregava uno dei ministri dello spogliato di voler continuar nel suo ufficio importantissimo nello stato. E tacerò il nome del primo, ma dirò del secondo, che fu monsignor Lante, allora tesoriere. Il quale, rigettando quella brutta continuazione nell’ufficio: «E che», diceva l’altro, «che sono queste rinunzie, queste congiure, questi ordini del papa di lasciar gli uffici? Certo ei provvede male al popolo suo. Oggi voi, monsignor tesoriere, a rinunziare; saran domani i vostri primi capi d’ufficio; doman l’altro i secondi; e via via, così sarà abbandonato il tesoro, saranno mal governate le pubbliche entrate da noi mal pratici, non apparecchiati a supplirvi». E monsignor Lante: «Il santo padre non ha dati siffatti ordini; non a me, che non ne ho mestieri per sapere che non posso nè debbo servir voi, non agli impiegati minori, dei quali l’impiego è professione e vitto, e che continueranno». Ed insistendo l’altro tra minaccia e celia a dire: «Ma voi vogliamo, voi sopra tutti, monsignore; e chi non ubbidisce a noi... voi sapete...» (E voleva accennar Fenestrelle o l’altre fortezze di Francia, ove si conducevano i resistenti). — «Io», riprendeva il Lante sorridendo, «son pronto. Partendomi di casa per venir da voi, feci ogni mio apparecchio. Ho giù il legno». E così lasciò il celiatore celiato, e non ne fu fatto altro. — Ancora e tanto più, è a fare la medesima riflessione pei militari italiani serventi lo straniero: gli uni levati a forza, che sono moltissimi, gli altri volontari, che son pochi. Ma de’ primi il voler dire che non dovrebbero servire, tanto sarebbe come dire che dovrebbero resistere alla levata, come dire che facessero uno di quei sollevamenti che dicemmo quasi sempre illeciti e dannosi, ed ora certamente inopportuni. Oltrechè sarebbe pur gran danno che un terzo delle popolazioni italiane, che una delle più belligere si disavvezzasse di nuovo dall’armi, e non si trovasse apparecchiata il dì quando potrà diventar debito ed opportuno che tutta Italia in sull’armi dica allo straniero: o con voi o contra voi, secondo che volete diventar amici o rimaner avversari della patria nostra. E quindi mi paiono da lodar gli stessi volontari; e da desiderare che fossero più numerosi, massimamente in quelle classi di persone che quando non militano sogliono poltrire. Noi dicemmo già con piena sincerità, e così ridiciamo qui, che in ogni altra cosa che l’Italia, sono identici gl’interessi italiani ed austriaci, che fuor d’Italia sono alleati naturali Austria ed Italia. Tutte le guerre che avrà a fare Austria a settentrione ed oriente saranno guerre italiane. Il maggior servigio che si possa fare all’Italia, è di far vittoriosa, conquistatrice l’Austria in quelle parti. Salvo l’arciduca Carlo vivente, quasi tutti i grandi capitani di casa d’Austria furono italiani; Alessandro Farnese, Spinola, Piccolomini, Montecuccoli, e sopra tutti il principe Eugenio di Savoia. Così ne nascesse uno tale a far trionfare Austria sul Baltico e sul mar Nero! Così tutta la gioventù italiana aiutasse Austria a tali conquiste; chè avrebbe avanzata di tanto quella dell’indipendenza nostra, e col mostrarsene ella degna, e coll’averne preparato il prezzo. Nè vorrebbesi tale intenzione tenere vilmente segreta; ma professarsi pubblicamente, onoratamente, militarmente. Verrebb’egli poscia il gran dì? o quello che ne sarebbe vigilia, d’una guerra contro a un principe italiano? Non sarebbe nemmen mestieri di seguir l’esempio (pur lodato) d’Austria e Baviera e Sassonia quando si rivolsero dall’uno all’altro campo, sul campo stesso di guerra o di battaglia. Basterebbe quella resistenza passiva, più conveniente all’onor militare: il posare l’armi senza rivolgerle, le demissioni, se si concedessero; ovvero il rimaner prigioni, che non è se non disgrazia volgare in qualunque guerra. Ma lo straniero non verrebbe a ciò probabilmente. Il grande impaccio di esso quando s’appressino i tempi, sarà il corpo d’esercito italiano, tanto più grande quello, quanto più grande esercitato questo.
5. È vera fortuna mia che il libro del Gioberti mi dispensi dal parlar compiutamente dell’operosità sacerdotale. I sacerdoti sono anche più gelosi delle cose proprie, che non i principi e i ministri de’ principi. Ed a ragione. La vita, i pensieri, le leggi del sacerdozio sono un mondo da sè, tutto diverso dal secolare; quasi un mondo intermediario tra terra e cielo. Chi non ha vivuto e non vive in quello ne discorre male; ondechè i sacerdoti non han fiducia se non ne’ sacerdoti. Ad essi è utile specialmente il libro del Gioberti. E così tutti gli altri di lui, e così quelli pure dell’avversario di lui, il Rosmini. Tutti e due hanno ridesta nel sacerdozio italiano quell’operosità del pensiero, che è forse più necessaria in quella altissima, che non in niun’altra delle condizioni umane; tutti e due hanno sentita e fatta sentire quella necessità, che il sacerdozio cattolico accresca la propria coltura quanto più ad esso ritorna l’opinione universale; tutti e due hanno collocato il sacerdozio italiano, forse al primo, certo ad uno de’ primi posti, in questa buona e gran via. Io non so s’io mi inganni; ma io non vedo guari che due Inglesi, il Wiseman e il Lingard, che possano in promovimento di coltura star a petto dei due Italiani. E quindi io non so trattenermi dal ripetere, ancor che fosse a rischio di dispiacere e al Gioberti e al Rosmini: quando vedremo darsi la mano da due tali cristiani, due cattolici, due sacerdoti, due Italiani? Certo le divisioni sono utili talora, come uno dei mezzi usati dalla Provvidenza a far risorgere ogni buona operosità. Ma non son elle tutte le divisioni e massime le ecclesiastiche, quelle di che pur è detto, guai a chi le desti? Nè cercherò io profano, chi abbia destata od a chi tocchi finir questa, nè se si possa. Ma ei mi par di poter dire, che sarebbe bello a qualunque dei due; e, riducendomi al mio assunto italiano, che sarebbe bello e buono specialmente per l’Italia, a cui tutte le divisioni nuove son dannose, tutte le buone riunioni necessarie. — Ad ogni modo tutti e due ci dimostrano che sarebbe gran danno, se si escludessero gli ecclesiastici dalla discussione delle cose temporali, e si riducessero alle spirituali, come vorrebbero alcuni. Nè ciò è possibile. Dov’è il limite tra l’une e l’altre? Chi lo porrebbe? Chi n’ha autorità sulla terra? Il capo degli ecclesiastici e della Chiesa può bene dir di questo o quello che ha passato i limiti dell’ufficio, della dignità sua, in ogni caso particolare. Ma è impossibile determinare que’ limiti esattamente, per tutti i casi. Il medio evo ne disputò e combattè secoli intieri; la civiltà progredita lascia più latitudine in questa come in altre cose, e non s’oppone se non all’usurpazioni evidenti. E le ecclesiastiche poi sono a temer ora men che mai. Il chiasso che si fa di qualunque menoma sorga qua o là, basterebbe a provare la impossibilità che se ne faccian delle grandi; ondechè il temerne gravemente oramai, non è da conoscitori della presente civiltà, ma da rimasti addietro in tal cognizione, ed in emulazioni, odii e paure. E così pure il desiderarne. Alcuni sono, dentro e fuori d’Italia, che chiamano sulla cattedra di Gregorio XVI un Gregorio VII. Ma ei non vedranno mai più, nè uno tale, nè un Alessandro III, nè gl’Innocenzi, nè un Giulio II. La differenza de’ tempi è troppa, anche contando da quest’ultimo. Dal quale in poi, oltre le nuove eresie, sorsero tutte le civiltà oltramontane ed oltramarine europee e non europee. Finito è il tempo della tutela temporale della Cristianità; ella è uscita de’ minori, ella governa i suoi affari temporali da sè; e se ne farà forse tanto più docile alla tutela spirituale. A’ nostri stessi dì è avvenuto un fatto importante e non avvertito abbastanza. Pio VII sarà grande nella storia dei papi non solamente per il fatto immortale della sua resistenza, ma per la causa ultima di essa: il rifiuto da lui fatto a Napoleone di entrare nella lega contro Inghilterra. Con tal rifiuto e coi patimenti sofferti per esso, Pio VII abdicò in gran parte quell’ingerenza negli affari politici della Cristianità, in che risplendettero pur tanti de’ suoi predecessori. Non rinnegolli, ma fece diverso, secondo i tempi; diè un esempio, incominciò una età novella per il papato; non rese impossibili, ma difficili, ma rare quell’ingerenze; e rese impossibile sopratutto, se già non era, il farsi essi papi, capi d’imprese politiche, temporali, ed in particolare di quell’impresa d’indipendenza in che fallirono quantunque grandi i papi stessi del medio evo. — Nè è a lamentare o a tentare vanamente di mutare quel fatto oramai adempiuto. Lasciamo e il papa e il sacerdozio tutt’intiero a quegli alti e numerosi uffici più o meno spirituali, che chiamano la loro opera a’ nostri dì. Essi hanno a compiere la sconfitta (incominciata da altri) d’ogni anticristiana filosofia, hanno a vincere i vincitori del secolo XVIII; hanno a rivolgersi, non più inutilmente contro a’ materialisti o sensisti di quel secolo, nè forse contro agli incerti e vergognantisi panteisti del nostro, ma contro a quei razionalisti che sono il vero pericolo, il pericolo preveduto già ed or ultimo. Ed hanno così quella magnifica opera della riunione de’ dissidenti al cattolicismo, la quale sembra apparecchiarsi in tanti modi diversi secondo i luoghi; là cogli studi teologici e il ritorno all’autorità, là con gli studi storici e il ritorno all’unità, là con la povertà, e là con le persecuzioni ben sofferte; dappertutto con le controversie, con le predicazioni opportune. Ed in ciò abbiamo un bell’esempio italiano, se sia vera la notizia di numerose conversioni fatte dai sacerdoti rosminiani in Inghilterra; tanto più bello che là sono le più prossime speranze, le maggiori importanze delle conversioni. Perciocchè hanno i sacerdoti cattolici dinanzi a sè quell’altra anche più ampia opera della conversione degl’infedeli; quell’opera in che da secoli pareva non rimaner a’ missionari altro profitto a trarre se non quello del proprio martirio, e di poche conversioni individuali; ma a che la civiltà cristiana ha aperte tante vie nuove, agevolate tante antiche, e in che il massimo di tutti i passi sarebbe fatto quando con vantaggio reciproco si riunissero o almeno s’aiutassero l’Inghilterra e il Cattolicismo. — Ma tutte queste sono opere, occupazioni che gli ecclesiastici nostri hanno in comune cogli stranieri. Opera poi particolarmente italiana, e ben che indirettamente, pur molto utile alla impresa d’indipendenza, sarebbe ed anzi è quella di tutti i nostri ecclesiastici, i quali o coll’esempio o colle parole accrescano l’esercizio di qualunque virtù della nostra nazione. Io sono per dire frappoco della importanza delle virtù private, e per porle sopra qualunque degli stromenti d’indipendenza. So anch’io che le predicazioni degli ecclesiastici debbono avere scopo più alto che non questa stessa, più alto che non tutta la vita terrena degli uomini o delle nazioni; ma le virtù conducenti ai due scopi sono le medesime, e chi le promuove serve insieme all’uno ed all’altro. Il maggior ausiliare del liberatore irlandese, è il padre Matthews, predicatore, non di politica, non di libertà nè d’indipendenza, ma di privata _temperanza_, di astinenza da’ liquori inebbrianti. Colà que’ meditatori ed operatori veramente grandi della grande impresa nazionale intesero bene la gran forza motrice essere la virtù, la gran debolezza essere il vizio; e attaccarono il vizio nazionale. Da noi non è quello; ma ne son altri e non pochi. Gli ecclesiastici sono meglio che niun altro in situazione di saper quali sieno, di studiarli, di perseguirli, di correggerli; gli ecclesiastici sono i più efficaci maestri di morale; sono maestri della morale più perfetta che sia stata o possa esser mai. Lasciamoli, preghiamoli di far ciò, liberamente, largamente, con reciproca fiducia, senza paure, senza troppe distrazioni; essi avran fatto più per la indipendenza, avran fatta opera più nazionale e più ecclesiastica, che non se avessero combattuto come i frati spagnuoli, o negoziato e governato come gli Alberoni, i Fleury, i Mazarini o i Richelieu de’ secoli scorsi, o cercato dominar tutto come i grandi papi del medio evo. Ogni età ha i modi suoi; la nostra ha quello che noi lodammo già, di far ognuno l’officio suo, di operar ciascuno nel cerchio della propria operosità. — Del resto, s’io avessi a dire qual condizione d’uomini in Italia paiami adempier meglio gli uffici, la operosità sua speciale e presente, quale esser più apparecchiata per l’occasioni, io non dubiterei di rispondere, gli ecclesiastici; e rammenterei la fortezza mostrata da essi dal 1808 al 1814. Certo niuna provincia, niun ceto d’uomini italiani, non furono allora così forti come questi preti, non tenuti da tanto. Ed io so di taluno a cui, giovanissimo allora, tale spettacolo, tal sorpresa, tal paragone, tali ammirazioni e vergogne furon semi di quelle opinioni papaline o guelfe o come che si voglian dire, onde egli fu poi accusato da molti, ma in che ei si confermò sempre, quanto più venne studiando e ripensando.
6. Ed ora, venendo a noi altri letterati, ei mi pare sopratutto necessario guardarci da quella esagerazione della propria importanza, nella quale cadono sovente non solo gli uomini di piccola pratica, ma quelli pure di piccola teorica. L’innamorarsi esclusivamente del proprio mestiere, è vizio di tutti gli uomini di mente miope, i quali non veggono se non ciò che hanno molto vicino. Si dice che le lettere son creatrici delle idee, le quali creano i fatti; maestre degli uomini, duci dell’opinione, onnipotenti nelle società. Ma io non so se elle abbiano avute mai tutte queste potenze; se non sieno stati per lo più all’incontro i fatti, quelli che fecer sorgere le idee; la società, le opinioni, quelle che guidarono le lettere; gli uomini operanti, veri maestri o almeno signori degli scriventi; e la verità è che s’avvicendarono continuamente le potenze degli uni e degli altri. — E si suol dir poi, che la potenza delle lettere s’è accresciuta nella nostra età, per la moltiplicazione degli scrittori e degli scritti. Ma gli scritti sono come tutte l’altre merci, che moltiplicandosi s’inviliscono. La facilità di scrivere, di stampare senza spesa o con profitto, ha fatti diventare scrittori molti, che avean poca o niuna facoltà naturale di scrivere, molti che non l’hanno accresciuta cogli studi, molti che non elaborando lor produzioni, non usano tutta quella che hanno, o non meditandole, l’usan male; e quindi la merce, già invilita per troppa quantità, s’invilì di nuovo per mala qualità. Il vero è, che si fanno ogni dì più rari, quinci quegli ampii e studiati lavori letterari che furono frequenti nei due o tre secoli scorsi; e quindi più ancora quella universale attenzione che si soleva concedere loro. Sminuzzati si sono a’ nostri dì i grossi libri, i lunghi studi, le grandi riputazioni. Nè tuttavia vorrei troppo lamentarmene, come fanno alcuni; o compatir la intiera società di questo accrescersi il numero, e diminuirsi il credito degli scrittori. Io crederei che la società vi abbia forse guadagnate più numerose verità; che queste, più discusse, si sien fatte più chiare; che la coltura latamente sparsa sia da preferire alla coltura più altamente insegnata; che sia la più assurda e la più tirannica a voler restaurare, l’aristocrazia delle lettere; e che insomma sia accresciuta la potenza della coltura in generale, e sopratutto della buona coltura. Ad ogni modo, non è dubbio, resta scemata la potenza di ciascuno scrittore, di ciascun scritto in particolare; a guisa appunto che in un esercito tutto vittorioso, non conta guari niun guerriero privato, quantunque prode, il quale avrebbe contato molto in uno nuovo o sconfitto. — Ma questa potenza degli scrittori è scemata poi, e va scemando, più che altrove, in Italia; e scemerà ogni dì più, finchè dureranno le condizioni presenti. Gli scrittori italiani non hanno solamente a vincere gli emuli, diventati più numerosi; hanno a vincer emuli posti in condizione più vantaggiosa. Chi scrive colla paura delle censure, chi è sforzato a calcolare, a misurare, a lisciar ogni frase o parola per farla, come si dice, _passare_, chi ammorbidisce le proprie idee, non potrà mai emular felicemente gli scrittori che scrivono schietto senza tanti riguardi. Non serve dire agli Italiani: leggete italiano, leggeteci noi, non ricorrete agli stranieri; gli Italiani ricorreranno sempre agli stranieri; più chiari, più facili, più piacevoli, più utili a leggersi, finchè più liberi. Noi ammettemmo già, parlando dei principi nostri, che una censura preventiva è forse necessità politica dei loro governi. Ma è ad ogni modo infelicità, impotenza letteraria, la quale è giusto notare dove si parla di ciò che possano o non possano gli scrittori italiani. Veggiamo il fatto com’è, una volta. Studio precipuo degli stranieri è porger chiaro, limpido il loro pensiero. Studio precipuo degl’Italiani scriventi in Italia è velarlo più o meno. Ne’ primi anni del secolo, restaurate le censure sotto Napoleone e i successori (e restaurate con severità tanto maggiore, che i tempi parevan più pericolosi), coloro che avrebbon voluto scrivere, sdegnarono adattarsi, e non iscrissero o scrisser pochissimo. Poi verso il quarto del secolo, si girò, come succede, intorno all’ostacolo che non si potea vincere; ognuno cercò adattarsi, si usò l’artifizio contro alla forza. Gli scriventi s’accorsero che ci era modo di dir molto, anche colla censura. Le pieghevolezze della parola sono infinite. A un nome particolare rigettato si sostituì uno generale, un sinonimo accettato; a una idea compiuta, una in germe; ad una precisa, una involta; ad una chiara, una annuvolata. Si fece conto sulla intelligenza del discreto leggitore, si sperò che questi intenderebbe. E così avvenne per lo più; l’acutezza italiana, l’identità degli interessi, la universalità di molte opinioni fecero nascere uno stile adattato, convenzionale, quasi un gergo, tra scrittori e leggitori. Artifizio illecito senza dubbio se ad esprimere cose illecite, e lecito pure se a lecite. Ma l’artifizio anche lecito è sempre infelicità. Non è bella se non la parola compiuta e limpida. Talora, ingannando il censore, s’inganna il leggitore; talora vien meno tra l’uno e l’altro la consueta intelligenza del gergo; e da tutto questo adattarsi, nasce una letteratura adattata, oscura, men bella, men utile, e talora nociva; si trattano più i generi nei quali si può parlare apparentemente d’una cosa, e realmente d’un’altra, i generi oscuri; la confusione de’ pensieri, la insincerità di espressioni diventano vizi della parola, e minaccian diventare delle azioni nazionali. Gl’Italiani che scrivono e stampano fuori sono i soli che possano uscir di tali difficoltà, correggerci di tali vizi, rivendicarci da tali pericoli, da tali vergogne, fondare una letteratura italiana esterna e non adattata, all’incontro dell’adattata; far per la patria nostra altrettanto o forse più che non gli stranieri per le loro. Così sappiano valersi di tal potenza e valersene con quella moderazione ch’è dovere tanto più stretto ai più liberi; così lavorare essi almeno con quell’alacrità che non s’ha se non isfogando tutte le proprie facoltà; così non dimenticar la patria antica per le nazioni che sono nobili e generose ospiti a tanti di essi[37]. — Ma Dio mi liberi dallo scoraggiar nemmeno coloro che scrivono e stampano in patria. Non volli se non toglier di mezzo qui come altrove, quelle false speranze, le quali non adempiute lasciano poi, alla prova, il male incoraggiato più scoraggiato che mai. Io temo sia avvenuto a parecchi de’ nostri scrittori anche dei primi, anche di quelli le opere di cui ebbero maggior potenza in Italia, che comparato tal effetto colle fatiche fatte, colle difficoltà sofferte, quest’effetto parve loro poco al paragone e si lasciaron quindi cader di mano la penna, la quale avrebbe pur potuto esser utilissima ancora alla patria. Nè sarebbe forse avvenuto tal danno, se fin dal principiare avessero ben preveduta la pochezza di questo effetto. I nostri più alti ingegni scriventi tra lo svantaggio delle condizioni d’Italia, si trovan nel caso degli scrittori stranieri di secondo o terz’ordine; i quali sanno bene di non potere acquistarsi gloria, nè produrre effetti pari a quelli d’un Byron, d’un Walter-Scott, d’un Goëthe, d’un Alfieri o d’un Chateaubriand, ma che perseverano ciò non di meno; o perchè par loro pregiabile anche una buona riputazione in mancanza di una gran gloria, o meglio perchè par loro dovere adoperare ognuno a pro della patria le facoltà quali che sieno, ricevute dalla Provvidenza. E così i nostri. Non possono eglino scrivere chiaramente, limpidamente, con parole proprie? scrivano oscuro. Non possono scrivere liberi? scrivano impacciati. Non possono scriver tutto? scrivano la metà, il quarto, ciò che lor si conceda. Dei tre precetti di scrivere la verità, nulla se non la verità, tutta la verità, i due primi si posson seguir sempre, anche da noi; e seguiamo il terzo quanto possiamo. Il pietoso Iddio in cielo, e i nostri compatriotti in terra ci terran conto un dì di questa vita così angustiata, così tormentata, così ricca d’interni strazii, così povera di esterni compensi com’è la vita dello scrittore italiano. Tolti uno o due fra noi scriventi al presente in Italia, noi tutti gli altri avremo probabilmente presso i posteri, come abbiamo presso gli stranieri, poco merito di lettere; ma forse ci si concederà tanto più merito di virtù. E poi, non importa ciò che ci si conceda, purchè adempiamo anche noi il nostro ufficio verso la patria.
7. Di gran lunga più felice vita vivon da noi gli scienziati, gli artisti, tutti coloro che adoprano lor facoltà in materie lontane dalla politica, dalla storia e dalla filosofia. Questi si trovano più o meno nelle medesime condizioni addentro come fuori d’Italia; e se essi pure hanno a patire della moltiplicità degli emuli, non patiscono almeno di niuna condizione particolarmente italiana. E tutti questi possono giovare alla patria, forse più che non credono. Prima colla loro gloria personale, la quale sempre ritorna alla patria, e di che le sarà tenuto conto al gran dì, quando i destini di lei dipenderanno da tutto insieme il rispetto ch’ella avrà saputo acquistarsi. Noi vedemmo Grecia aver dovuta la indipendenza sua, in gran parte, alla propria gloria antica, alla gratitudine delle nazioni che riconoscono da lei una civiltà, una coltura, quantunque lontane di tanti secoli, quantunque spente. È forse vergogna per la nostra età, che siasi tenuto conto di quella gloria antica, più che non della qualità di cristiani ai Greci presenti. Ma ad ogni modo le medesime nazioni europee avrebbero pure un altro simile e più vicino debito a pagare all’Italia; il debito della civiltà e della coltura moderne e cristiane. Nè il negano, che che si dica da molti di noi. Negano le esagerazioni che ne facciamo; negano i falsi e piccoli primati che pretendiamo sovente oltre al vero e grande che avemmo; negano sopratutto la continuazione presente o probabile futura. Noi siamo verso di esse come i benefattori ricordanti ed esageranti i propri benefizi, o come i nobili ricordanti ed esageranti la propria nobiltà, che ne fan venir noia a ciascuno. Non predichiamo i benefizi e la nobiltà nostra, e questa e quelli ci saran più facilmente riconosciuti; non vituperiamo nelle nazioni sorelle le educate da’ nostri maggiori; non ci mostriam sopra tutto troppo degeneri da questi, e verrà dì che raccoglieremo anche noi i frutti della gloria italiana e della gratitudine straniera. — Del resto, anche direttamente, tutte l’arti, tutte le scienze possono giovare alla patria, avanzarla verso i destini futuri. Perciocchè tutte possono servire a quelle virtù, che serviranno a que’ destini. Io non so se non volendo estendermi, saprò far capire il mio pensiero. Ma ei mi pare che sia pure una musica virtuosa ed una no, e così una pittura, una scoltura, e direi per fino una architettura. Della musica non può esser dubbio. Esprimendo essa gli affetti, i sentimenti dell’animo, ella può esprimere i virtuosi e i viziosi; ed è quindi virtuosa se fa piacere i primi, dispiacere i secondi, viziosa se alletta tutto all’incontro; nè più nè meno che la poesia, o le lettere. E così pure la pittura e la scoltura. Da alcuni anni in qua si sono venuti scegliendo soggetti patrii più vicini a noi che non gli antichi greci e romani. Ma sarebbe da fare anche più sovente che non si fa e da’ committenti e dagli artisti. E sarebbe poi da progredire nella scelta di tali soggetti. Non basta venirci ritraendo qualche fatto del medio evo, insigne per le vesti, i rasi, i velluti o l’armi che vi si introducano. Dovrebbonsi scegliere fatti insigni per virtù, insigni per quelle principalmente dell’unione e dell’indipendenza, insigni non solamente per la provincia, ma per tutta la patria, tutta la nazione. Certo si troverebbero in que’ XIII secoli che durò finora la impresa, in quello principalmente da Gregorio VII alla pace di Costanza, che dicemmo il più bello della storia italiana. Lettere, scienze, arti, tutte le colture dovrebbero cercare quanto possa ricordare, lodare, far risorgere e progredire, esaltare e scoppiare le due virtù, dell’unione e dell’indipendenza; dovrebbero farle entrare per tutti i sensi negli animi italiani, per tutti i sensi importunarne gli stranieri.
8. Ma ei v’è più. Ciò sta in mano non solamente di tutti coloro che hanno una operosità, una vita eccezionale, principi, uomini di stato, sacerdoti, scrittori, scienziati od artisti, ma di ciascuno anche privato italiano. Qui è dove desidererei ingegno ed autorità da persuadere, non più alcuni, ma tutti i compatrioti miei. Qui li conforterei a contarsi, qui a conchiudere che una nazione di venti e più milioni d’uomini è invincibile, se unanime e virtuosa. Unanimità e virtù sono i due desiderati dell’indipendenza. Virtù senza unanimità; unanimità senza virtù non servirebbono. — E l’unanimità è più avanzata che non si crede. Noi disdegnammo i varii sogni italiani, perchè son da disdegnare finchè ne resterà un’ombra; ma li dicemmo, secondo credemmo e crediamo, sogni di pochi, sogni vicini a svanire, anche senz’opera nostra o di altri scrittori, anche lasciando fare il semplice senso comune italiano ridesto dagli ultimi sperimenti. E svaniti i sogni resterà necessariamente la verità nuda ed una, l’unanimità. La quale non è impedita nemmeno dalla divisione territoriale d’Italia. Due terzi di questa sono indipendenti abbastanza perchè vi sien nati e cresciuti l’idea, l’amore, il desiderio, la volontà dell’indipendenza compiuta; perchè si persuada ogni suddito di principe italiano che non sarà compiuta per essi e lor principi se non quando sarà comune a tutti i sudditi dello straniero; perchè ognuno vi professi apertamente, altamente tale opinione; perchè propagandola, tramandandola intorno e dopo sè, ella penetri ne’ consigli dei principi e ne’ principi; se già non l’abbian questi dalla propria natura generosa. — E quanto alle province straniere, lodiamo pure i fratelli nostri. Uomini e donne, vecchi e giovani, colti o solamente educati vi sono anche più unanimi che non i sudditi de’ principi italiani. È naturale; provan da vicino ed addosso, non alcune, ma tutte quelle spine della dipendenza che son martirii a qualunque animo colto ed educato, e che passano da questi poi a farsi sentire agli incolti ed ineducati. Segno, fatto, protesta di quell’unanimità è colà il tenersi discosti quasi tutti dal governo, dalla corte straniera, da quella famiglia imperiale, quantunque stimata come sovrana a casa sua, quantunque ammirata come famiglia privata dappertutto; discosti tutti e ciascuno da tutti e ciascuno di quegli stranieri, quantunque pregevoli personalmente. Segni, fatti e proteste sono, le antipatie a quella nazione germanica, che per la sua natural bontà, per la sua pacatezza, per il suo intelligente amore dell’arti sarebbe la più simpatica, sarebbe sorella dell’italiana: e segni, fatti, proteste sono tutte quelle rinunzie ad ogni operosità pubblica e militare, che dolgon certo a que’ nostri compatrioti, naturalmente operosi, e che, se sono, com’io le credo, esagerate, provano tanto più l’abborrimento della dipendenza. Tuttociò in Lombardia. Ma dicono, non sia altrettanto nella vicina Venezia. Sarebbe egli vero che un popolo, indipendente già per mill’anni, abbia in meno di cinquanta imparata la dipendenza? Se è, sarebbe gran prova della corruzione di quell’antico governo che avrebbe infracidito a tal segno que’ popoli; sarebbe gran ragione di non lamentarne la caduta; di volgersi dal passato ad un migliore e tutto diverso avvenire. Ma noi non crediamo a tale avvilimento di niun popolo italiano; non crediamo in ogni caso che possa durare così, in mezzo all’unanimità italiana, vicino alla stupenda protesta lombarda. — E queste proteste poi, questa unanimità hanno in sè ben altra efficacia che non le società segrete, le congiure, o i sollevamenti. Le società segrete si vincono colle pulizie, le congiure co’ supplizi, i sollevamenti colla forza; ma qual forza, quali supplizi, quali pulizie bastano a vincere una resistenza passiva, unanime, quotidiana, in tutti i luoghi pubblici o privati, di ogni nazionale che dica ad ogni straniero: «Voi siete persone di conto, stimate, amate, felici nelle vostre case, nel vostro paese; voi siete qui e sarete in perpetuo rigettati dalla società, lasciati soli tra voi, mostrati a dito, disprezzati più che esecrati; come ciechi e servili esecutori d’una flagrante ingiustizia, di una che è stoltezza nell’interesse stesso del vostro padrone?» Nè io son solo ad ammirare siffatte proteste. Le ammirano Italia, Europa tutta. Le ammirano, e stupiscono forse che non abbiano prodotto ancora maggior effetto.
9. E perchè nol producono? perchè si tiene così poco conto di questa unanimità? Perchè appunto ella non basta senza la virtù. Le nazioni sono tra sè come gli uomini, i quali non tengon conto delle proteste nè delle minacce se non dei forti, degli operosi, de’ virtuosi. Non è verace quella distinzione di Montesquieu, che la virtù sia necessità, principio delle repubbliche sole; se così fosse, questa sarebbe la sola forma buona e possibile in ultimo di governare. Ma il vero è, che tutte le nazioni, sotto qualunque forma governate, han bisogno di virtù; che la virtù è principio di ogni buon governo alle nazioni indipendenti, principio d’indipendenza alle dipendenti; ondechè ella è necessaria a queste sopra tutte. E non è vero poi, come dicono Montesquieu e tanti altri, che sien due virtù, la pubblica e la privata; sono due forme, o meglio due applicazioni della medesima virtù. La virtù pubblica non si può esercitare se non da pochi in qual siasi nazione, da pochissimi nelle non libere, da più pochi ancora nelle dipendenti; e non si suole esercitar poi quasi da nessuno nelle sue parti difficili, quando sono facili i tempi. Ma la virtù privata è accessibile a tutti, sotto tutti i governi, in tutti i tempi, e più ne’ facili e tranquilli. La virtù nazionale si compone delle due sorta di virtù, pubbliche e private; ondechè può essere una nazione che non possa avere quasi nessuna virtù pubblica, ma che avendone molte private abbia una somma di virtù nazionali maggiore che non altre dove sieno più delle prime; e la somma, comechè fatta, delle virtù nazionali, è quella all’ultimo che impone altrui ammirazione o paura, secondo le occorrenze. In Italia, a’ tempi nostri, le virtù pubbliche non possono se non esser rare; quindi tanta più necessità di accrescere, di moltiplicare le private, se vogliamo una somma vantaggiosa, un totale che imponga. E quindi debb’essere l’oggetto più importante, non dirò di questi nostri pensieri, poveri, pochi, ed approssimantisi a lor fine, ma di tutti quelli di qualunque buon Italiano: cercare se sieno o no queste virtù private in Italia; e se non sieno, come si possono procacciar da ciascuno co’ propri mezzi; colle leggi, se è principe od uomo di stato; colle predicazioni, se sacerdote; colle produzioni dell’ingegno, se è uomo di coltura; ma sopra ogni cosa coll’esempio, che è il mezzo più efficace, e che sta in mano di qualunque privato. Ma qui è, che s’io dirò intiero il pensier mio, sarò chiamato moralizzante, austero, pedante, uom di mal umore, bacchettone, o (col modo di dire di Botta) cappuccino, o che so io? E peggio che tutto ciò, sarò detto forse non amator della patria, se veggo e confesso i vizi di lei. So anch’io che il chiuder gli occhi ai vizi, il non veder se non le virtù e le bellezze è il più facil modo di farsi amare. Ma da chi? Da quella qualità di persone a cui Dante coll’autorità propria e la rozzezza de’ tempi osava paragonare pur troppo l’Italia; ma a cui non crederei giusto oramai il paragonarla, ondechè spero ella non brami essere amata così. E poi, se questo è il più facile modo di farsi amare, non è il buono d’amare, non è amar l’amata più che sè, amar sè in lei e per lei; non è amor vero e virile di niuna maniera. Nè così amarono Dante o gli altri due, Alfieri e Parini; ed io, incapace d’imitarli nell’ingegno, vorrei imitarli almeno nell’amore. — E dico dunque, che non è oramai la unanimità, non sono le opinioni, non quanto dipenda dall’ingegno, non i consigli, non forse i duci all’opera quelli che manchino all’Italia; manca, se non assolutamente, certo comparativamente, la virtù severa, forte e sufficiente. Io dico che ella ci manca in paragone di altre nazioni cristiane contemporanee nostre; forse d’Inghilterra quantunque non cattolica, forse di Francia quantunque uscente di rivoluzione, forse di Germania stessa signora nostra, che è il gran danno. Io non mi porrò a ragguagliare e discuter fatti, che sarebbe da non finire. Ma non mi si venga a dire con finto scandalo e pervertitrice compunzione che non possono essere più virtuose di noi, nè virtuose di niuna maniera quelle nazioni eretiche o quella rivoluzionaria. Le nazioni eretiche sono eretiche ne’ dogmi o in qualche punto di morale, ma hanno in somma quasi tutto quel tesoro di moralità cristiana che è principio di ogni virtù, di ogni civiltà, d’ogni coltura e d’ogni progresso. E quanto alle rivoluzioni, io dico che sono immorali le nazioni che v’entrano, o che dan retta a chi ve le vuol fare entrare, non quelle che ne sanno uscire. Ed io n’appello poi a tutti quegli Italiani che conoscono quelle tre nazioni straniere, non per avervi viaggiato correndo, ma per avervi esulato o vivuto di qualunque maniera lungamente, posatamente, nelle capitali, nelle provincie e tra le famiglie. I quali, mal grado il desiderio della patria lor negata, ci narrarono e narrano con santa invidia la moralità, la unione di quelle famiglie, la severità, la operosità, la fortezza di quei costumi. E n’appello poi per il confronto coll’Italia, a quegli stranieri che scrivono di noi; e non già a quelli che ci scrivon contro, anzi a quanti son più per noi, e si mostrano più innamorati di noi; un Goëthe, una Staël, un Byron, un Lamartine ed altri tali. I quali, come ne sono eglino innamorati di questa che chiaman terra _degli ulivi e degli aranci_? di questo bel cielo, delle belle donne, delle molli aure d’Italia? Ne sono innamorati, la lodano appunto, vergogna! quasi regione apparecchiata a’ loro riposi quando sono stanchi de’ loro gravi pensieri settentrionali; quasi luogo da piaceri e sollazzi, quasi giardino, passeggio, o che so io, pubblico a chicchessia. E talora ei ci lodan pure per vero dire del nostro ingegno facile, vario, mutabile, rivestente nuove forme; ed han ragione. Ma delle virtù nostre, chi ne parla? chi non ne tace? anche fra questi nostri innamorati? E il tacer della virtù esaltando l’ingegno, che altro è se non o la più perfida delle calunnie, o la più mordente dell’accuse? Ma è accusa pur troppo verosimile, quando si fa da chi gode le bellezze e le piacevolezze della mal lodata, quando questa accetta vergognosamente tali lodi, quando se ne compiace, sfuggendo ella stessa l’ingrato assunto della virtù. Nè ciò fa, tutta la patria nostra, per vero dire. Ma il fanno per lei i piaggiatori di lei, che, allargandosi su tutti gli altri pregi nostri, non trovano talor a fare un periodo di lor panegirici sulle nostre forti e virili virtù. Che più, che più? La stessa lingua nostra se n’è guastata! e virtuoso fu chiamato da’ nostri classici Cesare Borgia; virtuoso, l’Aretino; e virtuose chiamiamo anche oggi, non più le madri di famiglia o le vergini italiane, ma quelle che servono sulle scene a’ diletti nostri e d’Europa. — Ma lasciamo i paragoni. Purchè abbiamo una virtù sufficiente! diranno parecchi, e direi pur io. Ma sufficiente a che? A vivere di giorno in giorno per le bisogne nostre presenti, in pace e tranquillità, senza curarci dell’avvenire? Certo abbiamo virtù sufficiente a ciò. Ma se tal sia de’ miei leggitori che consenta meco nella probabilità o solamente nella possibilità di un progresso qualunque della patria, e sopratutto del progresso d’indipendenza, a questo io domanderò: abbiamo noi virtù sufficienti all’occasione, quandochesia che ella venga? Le avremmo noi se venisse domani? Saremmo noi apparecchiati dalla severità di nostra vita privata, alla severità di quella vita pubblica che allora incomincierebbe? Alla continua, alla faticosa, alla dura operosità? ai sagrifici delle superflue, delle necessarie sostanze? a quello della persona? Ed a que’ sacrifici morali, tanto più ardui che non tutti questi? Di nuovo n’appello a’ sinceri e buoni. Non dunque a quelli che scusano le mollezze col clima, i turpi amori coll’ozio, l’ozio colla servitù, la servitù colla forza ch’ei chiamano maggiore; non a quelli che piangono i carnovali, le maschere, i casini di Venezia o d’altre città, quasi istituzioni nazionali perdute, i piaceri, le spensieratezze del secolo scorso, e i cavalier serventi, quai esempi de’ maggiori. Con tutti questi non ci cale d’intenderci mai. Ma rivolgendoci per parlar di virtù a coloro che abbiano almeno, come noi, desiderio di virtù, questi conforteremo a quella verità che è primo principio di virtù; a volere quindi guardare e vedere quali virtù ci manchino, in quali noi siamo superati dagli stranieri, quali ci abbisognino a diventare nazione stimata, rispettata, ed all’occasione temuta. Se dopo tali riscontri sinceramente fatti, si trovi che noi siamo, come io temo veramente, superati, non ci diam pace, emuliamoli, travagliamo noi stessi, finchè siamo almeno lor pari in virtù, chè senza tal parità, non avremo mai parità d’indipendenza. E se, come desiderio, io m’ingannassi, se non avessimo bisogno d’emulare gli stranieri, tanto meglio! emuliamo, superiamo allora noi stessi. — Accresciamo ad ogni modo le nostre virtù. Elle non saranno mai troppe per l’impresa che abbiamo alle mani, non massimamente per il gran dì del compierla.
10. Ma sia pur vero, dicono alcuni, che la virtù produrrebbe indipendenza; intanto la dipendenza produce vizio, il quale mantiene dipendenza. — Costoro hanno ragione; questo è il circolo vizioso ond’è difficile uscire. Negli stessi stati italiani l’operosità nazionale è compressa dalla dipendenza indiretta; ma è incomparabilmente più dalla diretta nelle provincie straniere. Là sono da compatire senza dubbio que’ giovani a cui non è possibile nè bella niuna operosità pubblica, a cui è così ingrata qualunque militare, così impedita qualunque letteraria. Ma ei sono da compatire, non da scusare nemmen là, se si abbandonano. Qualche operosità rimane ad essi pure; una principalmente, quella a cui sono chiamati tutti, che non si può togliere a nessuno, l’operosità della vita privata, della famiglia. Qui sta il punto, qui il rimedio. La famiglia a chi la accetta come fonte di operosità, è fonte quasi inesauribile. Al giovane la cura, l’aiuto, l’osservanza verso i parenti, allo sposo il primo amor della donna, i primi passi dei figliuoli; all’adulto l’educazione, le speranze, i timori e il retaggio di essi; all’invecchiante tutte queste cure moltiplicate e complicate; al vecchio il tesoro delle memorie; ed ecco occupazioni più che bastanti non solamente a fuggir ozi e vizi, ma ad esercitare virtù; quelle virtù, dico, le quali chi l’abbia serbate entro le mura domestiche può esser chiamato un dì ad esercitarle anche moribondo a pro della patria, o che tramanderà almeno incolumi ai nepoti. Quasi tutti possono aver tal campo di operosità, se spoglino vanità, pregiudizio, pretensioni. Nè ai pochi cui manchi o non basti, mancherebbe quella che è supplemento e rimedio a tutto nella civiltà cristiana, l’operosità della carità. — In somma, il gran circolo vizioso si vuol rompere in qualche maniera da tutti se vogliamo servire alle speranze nazionali. E non ci sono se non due modi di romperlo; od acquistando prima l’indipendenza per venire da essa poi alla virtù, od acquistando prima questa per venir a quella. Ma il primo modo non istà in noi, il secondo sì. Afforziamoci a questo virilmente, resistiamo a quell’arti corruttrici ch’io non credo scientemente usate se non forse da alcuni vili subalterni, ma che s’usano senza rendersene conto anche da’ maggiori e migliori stranieri; resistiamo a quell’arti con cui ci si profonde l’ozio, la spensieratezza, la facile, l’inutil vita, la nullità. Qui sia guerra aperta tra gli stranieri e noi; gli stranieri corrompano, noi resistiamo. Non è grado di corruzione onde non si possa guarire. Diciamo una ultima volta col nostro gran compatriota: LE NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE, NON MORIRE. — Uno straniero, non de’ nostri molli innamorati, ma de’ nostri amici severi, un’illustre Tedesco settentrionale, trovandosi una sera fra parecchi non del tutto indegni Italiani, e conversando con amore delle condizioni, della virtù e delle speranze d’Italia, mordeva pure amaramente i men buoni costumi d’una delle province soggette allo straniero. Sorgevano gl’Italiani a compatire, a scusar i fratelli, ad accusarne i corruttori. «Avete ragione» rispondeva quegli con sua freddezza e sua pronuncia tedesca; «avete ragione; ma una nazione che non vuol lasciarsi corrompere, non si lascia corrompere». — Ed insistendo noi, e citando fatti e nomi, e gli esuli là ripatriati, a cui fu raccomandato _divertirsi_; e i giovani che presentandosi con un manoscritto alla censura ricevetter risposta, esser peccato che uomini di famiglia e di speranze si perdessero in letteratura; ed altri non dissimili fatti: «Avete ragione», riprendeva il duro Tedesco: «ma una nazione che non vuol lasciarsi corrompere, non si lascia corrompere». — Ed infiammandosi la disputa e venendosi alle grida e al domandare: «Come si fa? chi ci può? che ne sarà?» — «Avete ragione, avete ragione», ripigliava colui, e nol potemmo trar mai di sua costanza tedesca, «avete ragione, ma UNA NAZIONE CHE NON VUOL LASCIARSI CORROMPERE, NON SI LASCIA CORROMPERE». — Così è. Ed una nazione che non si lasci corrompere, fa tal atto che è già virtù, che è già apparecchio all’indipendenza.
11. Ma non sarebbe compiuto nè verace il nostro discorrere della virtù privata italiana, se dopo aver detto che ella è impari pur troppo a parecchie straniere, ed alle speranze nazionali, noi non dicessimo, che ella è pure notevolmente progredita dai secoli ultimi al presente. — Noi osservammo altrove, che dal principio del secolo scorso è chiaro un progresso di tutte le condizioni d’Italia, il quale continuò poi e continua indubitabilmente a’ nostri dì. Ma fra tutte l’altre, la condizione morale è certamente la più progredita. E ciò parmi da osservare non solamente a vana lode, ma a conforto della nazione in generale, ed a quello in particolare de’ nostri governanti. Perciocchè, capacitandosi essi d’aver intorno e dietro sè una nazione progredita e progrediente in virtù, essi ne potranno andar tanto più arditi ad adoprar tal nazione, a cimentar tal virtù. Ei vi ha un libro, non buono, non forte, non puro in virtù, per vero dire, ma pur consolante in sommo grado a qualunque italiano. Son due volumi d’appunti fatti dal Baretti (Italiano come ognun sa, dimorante in Londra nella seconda metà del secolo scorso) contra un viaggiatore e scrittore inglese, molto severo o forse impertinente verso l’Italia. Ed è a vedere nel Baretti quel generoso, ma smoderato impegno di difendere le cose nostre, che è diventato così volgare a’ nostri dì. Il Baretti mordentissimo in patria, come ognun pur sa, si faceva, se non adulatore, avvocato generale d’Italia fuori patria. E tuttavia pur difendendoci così, pur volendo far le scuse nostre in ogni cosa, egli si lascia sfuggire o piuttosto profonde le confessioni de’ nostri ozi e vizi in tal modo, da vergognarcene per quell’età così vicina, ma da consolarcene per la nostra, che si vede tutta mutata. Bisogna vedere, ora scusate ora no, ma in somma confessate, le impertinenze signorili, le tolleranze popolari di que’ tempi: le corruzioni non solamente delle classi infime, locandieri, doganieri, gondolieri e via via, ma delle medie, dell’alte e delle sante stesse; e la vita scioperata di tutti quanti, principalmente in Venezia; e la mollezza dei costumi e delle vesti, e i travestimenti, e quel bamboleggiar di ninfe e pastori che era, per vero dire, universale allora anche fuori d’Italia, ma che in Italia erasi costituito nell’Accademia dell’Arcadia, e nelle numerose _colonie_ di lei. Ed è a vedere il Baretti, l’autor già della _Frusta letteraria_, scusare e lodar tutto ciò, e fare quelle lunghe liste di pretesi illustri Italiani, che non servono nè a mettere quei nomi nella memoria degli stranieri, nè a serbarli in quella de’ posteri, ma talor solamente a farne ridere i concittadini. Ancora, potrebbero esser prova della leggerezza insieme dell’età e dell’autore, quelle lodi dell’ingegno italiano che egli trae dall’abilità del giocar a carte ed a tarocchi; e quelle poi della sapienza politica dei Romani contemporanei suoi, ch’egli pone sopra qualunque altra; e quelle del commercio italiano comparato in isperanze al francese ed inglese; e quelle delle razze de’ nostri buoi, nostri cavalli, e nostri asini, e via via; ridicolezze, puerilità, illusioni, inganni, pazzie, ora a noi evidenti. Ma la più curiosa difesa e la più vergognosa confessione è quella de’ cicisbei e delle cicisbee, i quali, se i miei giovani leggitori nol sapessero, furon coloro che si chiamarono poi _il cavalier servente e la dama_, poi abbreviatamente il cavaliere o il servente e la donna, poi l’amico e l’amica; cioè per parlar chiaro l’adulterio sfacciato, pubblico, regolarizzato dall’usanza. Qui s’allarga, qui si compiace lo scusatore; dà l’etimologia della bella parola; vanta l’origine antica dalla cavalleria e dalla filosofia, spiega, ingentilisce, innalza l’usanza ad amor platonico, immateriale, o che so io. Ed era pur surto già, ed aveva scritto il Parini; ed egli il Baretti cita lui e la immortal satira di lui! Tanto, per dar lodi immeritate, si sogliono trascurar le meritate! Tanto questa buona intenzione dello scusare acceca su’ progressi già incominciati; fa rimaner indietro de’ propri tempi anche coloro che sono per natura e furono altrove scrittori progredenti, virili e severi! — Ad ogni modo tutti questi usi, ozi e vizi di settanta anni fa (il libro è del 1769), sono pur così diversi da’ nostri, che paiono discosti di secoli e secoli, e che non possono nemmeno più esser soggetti di sdegni, ma di risa. Notevole sopra tutto è la differenza dei costumi delle famiglie, delle donne italiane. Certo sono anche ora, e saran sempre donne e famiglie scostumate, in Italia e dappertutto. Ma n’è scemato il numero, scemata la sfacciataggine; che sono due miglioramenti, grandi ciascuno per sè, e prove l’un dell’altro. L’usanza, la moda era allora l’adulterio, il vero o almeno il finto; il vizio o l’affettazione del vizio; l’ozio, la mollezza, ad ogni modo; ed eccezione era la costumatezza, eccezione rarissima la costumatezza professata. Or tutto all’incontro; la virtù e il vizio han ripreso ciascuno loro luogo naturale; regola e moda è la virtù, eccezione il vizio; si professa quella, si cela questo. È vero che da alcuni ostinati ammiratori del buon tempo antico, tutto ciò si chiama peggioramento ed ipocrisia. E tra l’ipocrisia della virtù e l’ipocrisia del vizio io non saprei, per vero dire, qual sia peggiore o minore per l’ipocrita; ma per la società, ma come segno di pubblica moralità, certo è migliore l’ipocrisia della virtù; la quale mostra almeno che la virtù è più pregiata, più in autorità, più vantaggiosa ad affettarsi che non il vizio. Io non cercherò qual parte abbiano avuta gli stranieri in questo sommo progresso italiano; se le invettive di Napoleone non v’abbiano forse operato più che non quelle dello stesso Parini; se forse non v’abbiano potuto anche più il ridicolo, e più i disturbi recati in questi quasi matrimoni dagli stessi scostumati stranieri; e se pur vi potessero le lettere, gli stessi romanzi stranieri, non nemici certamente di ogni mal costume, ma nemici incompatibili di questo; ovvero se più la civiltà, le leggi mutate, la distruzione delle primogeniture, il numero scemato de’ celibi e cadetti, e le operosità cresciute, principalmente ne’ principati italiani. Forse tutte queste cause insieme hanno cooperato alla mutazione; ma la mutazione, il progresso è certo, evidente a tutti. Le donne italiane amano od affettano amare i mariti; amano od affettano amare i figliuoli; attendono all’educazione di questi, al governo della famiglia, a’ lavori femminili, alla casa, quel santuario di lor virtù. E perchè come vizio fa vizio, così virtù fa virtù, l’educazione delle fanciulle, che non si soleva nè si poteva fare in case disoneste, or si può e si suol fare in casa dalle madri; e se per isventura non si può, si fa pur meglio ne’ conservatorii e ne’ monasteri, di gran lunga migliorati; e dove che facciasi, si rivolge allo scopo di allevar donne di famiglia, anzichè di mondo, o, come si diceva, di _talento_ od _eleganti_. In tutto, le donne italiane sembrano esser progredite più che non gli uomini, tantochè se continuano, sarà di esse il vanto di aver risollevati questi a lor dignità ed operosità. Certo, odo dire di una e parecchie città italiane dove molti giovani son ridotti a lasciar le case, le conversazioni di lor donne, troppo superiori ad essi per esser loro piacevoli; a cercarsi donne più pari ad essi. E di ciò pure piangono i piagnoni, ed alcuni altri a cui par minore il vizio se sia ingentilito, o come dicono in buona società. Ma a me pare che non sia mai a dir buona società quella in cui si professin vizi; che essendo condizione umana che sempre sorgano virtù e vizi, sia molto bene che si separino i due campi, che faccian vita diversa, che sia esiliato questo da quello. E se continuino così, non dubitino le donne italiane di riavere in breve reduci e degni di esse quegli uomini stessi a cui non manca forse per esser lor pari se non d’aver trovata pari operosità. — Perciocchè, siamo giusti; questo è più difficile agli uomini, che non alle donne. Basta ad esse la operosità della famiglia; non sempre agli uomini; anzi tanto meno quanto più ne lasciano alle donne. Ma queste gioveranno forse a quelli con gli esempi e i conforti e la stessa moda. E il vero è, che colla moda femminile del governo della famiglia, incomincia per gli uomini quella del governo delle sostanze private. Lo sciuparle, il non attendervi, il rimettersene a segretari è passato di moda; non par più vezzo nè obbligo signorile. Ora si curano le campagne, s’abbelliscono le ville, si accumulano nelle case que’ comodi, quelle pulitezze, quelle eleganze che chiamansi con voce straniera, ma bellissima ed anche italiana, di _conforti_. La quale è eleganza non che sana, ma quasi virtuosa, è minimo grado di operosità, ma pure operosità; tanto migliore, che di natura sua vuol essere continua. E vi s’aggiungono quell’altre mode ed eleganze degli esercizi della persona, e sopratutto del cavalcare, dell’allevar cavalli e delle corse; a cui i nostri puristi di nazionalità fanno il mal viso, perchè le dicono eleganze straniere, ma che sono italiane antichissime, passate fuori già come tante altre ed ivi progredite, ed indi tornate, e che non è vergogna riprendere o prendere, come che sia. La vergogna sarebbe di non prenderle intiere, in quanto hanno di migliore; il guidar per esempio i tiri a quattro o a sei comodamente, invece del cavalcare; il cavalcar tranquillo, a diporto, in vece del virile e difficile, invece del domar cavalli, o montarli alle caccie, alle _corse al campanile_, e via via. Il Baretti vanta le caccie alle reti, ai _roccoli_; io vanterei anzi tutte, quelle che si fan coll’armi e sui cavalli; le quali se per la diversa natura de’ paesi non son possibili tutte le medesime che altrove, come quelle della volpe e del cervo o del capriolo, ne son altre proprie all’Italia e che sarebbe bello mettere alla moda, come quelle dei cignali nelle nostre macchie, e de’ camosci e degli stambecchi e degli orsi stessi nelle nostre Alpi. Le quali poi furono troppo cantate forse come difesa, ma certo son bellezza peculiare di nostra Italia, e potrebbero essere palestra di variissime operosità alla gioventù italiana. Certo è vergogna che, così vicine a noi, così nostre, elle sieno tentate, superate, corse, studiate, descritte d’ogni maniera da tutti, salvo che da noi. Non è forse un Italiano che abbia vanto d’una di quelle prime ascensioni sulle somme Alpi, che si notano quasi a modo delle scoperte transatlantiche o polari. In quelle stesse liste annue dell’ascensioni al Monbianco che si van facendo così numerose, raro è che tra gli Inglesi, Russi o Svedesi si trovi (come pur trovossi in quest’anno) un nome italiano. Questi son viaggi in che all’allettamento, all’esercizio della operosità, s’aggiungono l’allettamento e l’esercizio del pericolo; e che brevi e facili del resto ai giovani ed arditi, non possono essere impediti loro nè dalle loro occupazioni abituali, nè da scarsezza di fortuna, nè da gelosia de’ governi. — Ma è egli poi vero che sieno loro impediti i viaggi più lontani? Che duri nelle province straniere quella proibizione di uscir dall’imperio, che sarebbe per questo una così candida confessione di non voler esser paragonato con altri paesi più inciviliti? una confessione da doversi lasciare ai barbari? Ad ogni modo, non è fatta niuna tal proibizione da principi italiani; ed i sudditi loro hanno ed esercitano l’operosità del viaggiare, non solamente in Europa, ma in tutto il globo. E se ai vecchi il viaggiare è sovente ozio o inganno d’ozio, ai giovani e ardenti ad imparare è operosità e nuova educazione. Alcuni ne sono, per vero dire, che tornan da’ paesi più colti e più operosi del mondo, dicendoci che vi si sono noiati. Lo credo anch’io; non ci è maggior noia che parer noioso, che l’essere sfaccendato tra gente affaccendatissima. Ma vi tornino buoni, se non altro, a desiderare operosità, e ne saran contentati da quelle medesime genti che trovan tempo a tutto, fuorchè alla noia. Io mi meraviglio di nuovo, che non facciasi una qualità di viaggi che pur avrebbero il doppio allettamento dell’operosità e de’ pericoli; dico il viaggiare o piuttosto il guerreggiar volontario ne’ paesi dove sono le belle guerre di conquiste cristiane. Questo sì che sarebbe un diretto apparecchiarsi a quell’altre guerre, onde sorgeranno le migliori speranze nostre. Noi abbiamo una di tali guerre tutt’all’incontro d’Italia; ed è colà men bello che altrove, che si veggano volontari di tutti i paesi cristiani e lontani, e non del nostro, così vicino. — Ma io non finirei, se volessi dire di tutte le operosità che in questa operosissima età si parano innanzi a qualunque privato anche italiano; e che abbracciate già da parecchi (lodevolissimi in tal precedenza), si può sperare sieno a poco a poco abbracciate da molti, e secondo le condizioni di ciascuno, finalmente da tutti. Hannosi tutte quelle società ed imprese pubbliche, le quali, se non accrescono sempre la fortuna de’ socii, accrescono almeno il capitale, il progresso della patria, ondechè dovrebbero essere speculazioni de’ ricchi principalmente. Io non parlo dei commerci propriamente detti, perchè questi, come le arti e gli studi liberali, sono operosità speciali, più che non comuni a tutte le persone private, di che parliamo qui. — Ma mi rivolgo a lodare e benedire ultimamente quella che noi chiamammo già operosità supplementare di tutte l’altre, e che chiameremo qui operosità antica e nazionale italiana, l’operosità della carità. Io crederei che non sia modo o forma di essa, fiorente a’ nostri dì, della quale non si trovino principii in qualche istituzione italiana antichissima. Ondechè io mi meraviglio che i reclamatori perpetui delle priorità italiane, non si sien data ancora la pena di cercare quei principii nelle memorie di nostra patria. Ed io, che tengo poco conto de’ principii non progrediti, il terrei pure di questi; perchè appunto non furono semplici nè improduttivi principii, ma progrediron molto nel medio evo, e lasciarono esempi e modelli poco superati. Ma quello di che è da rallegrarci più è il veder continuati e moltiplicati ora siffatti progressi dall’un capo all’altro d’Italia. Questa è operosità buona a tutto ed a tutti; buona come operosità cristiana, il che è saputo da chicchessia, ma buona pure come operosità pubblica, e buona come privata. Come operosità pubblica, la carità è scioglimento ultimo forse di quei grandi problemi economici, del massimo accomunamento delle sostanze, del massimo ravvicinamento delle condizioni estreme, di una quasi legge agraria del mondo cristiano. Ed in Italia particolarmente, oltre al vanto del continuar l’opera de’ maggiori, la carità ha il gran merito di essere la virtù più riunitrice di natura sua, vincolo di tutte le qualità di persone, di tutte le opinioni. Principi, grandi e popolo, ricchi, mediocri e poveri, uomini, donne, vecchi, fanciulli, sani, infermi, sacerdoti e secolari, tutto si riunisce nell’esercizio della carità, e talora in una sola casa di carità. Là si apparecchia quanto è sano ed utile alla patria; popolazione salvata, educazione allargata, generazioni apparecchiate, moralità serbata o corretta, ordine, obbedienza, regolarità, amore. Nulla di cattivo, nulla almeno di peggiorato non ne suole uscire. E come operosità privata poi, la carità è il modo più certo e più in mano a ciascun privato di far bene alla patria ed a sè, tutto insieme; è il modo di tener vive in sè più virtù, più virili virtù; è operosità del corpo, dell’ingegno e di tutto l’animo; è fatica, pericolo, sacrificio. Hai tu un’altra operosità speciale, obbligatoria dalla tua condizione? Sei tu principe, uomo di stato, sacerdote, professore, artista, artefice, commerciante, padre, madre o figliuol di famiglia, occupato ne’ tuoi doveri dati da Dio? Segui quelli prima; prima i doveri imposti dalla Provvidenza, poi gli scelti da te. Se no, saresti appunto come coloro che fan mendica la famiglia per arricchire un ospedale. E tanto più che, anche nell’esercizio de’ tuoi doveri, puoi, anzi devi esercitare la medesima carità. Ma non hai tu operosità pubblica, nè speciale, nè privata? Ovvero non ne hai tu una bastante a riempiere la vita tua, a farti fuggir gli ozi? E vuoi tu salvar te e i tuoi, e quanti più puoi, l’intiera patria dalla corruzione? e così giovarle quant’è in te in un modo sicuro? Fa allora ciò che fecero tanti nostri maggiori, ciò che fanno tanti nostri contemporanei; datti alla carità, e lascia dire; tu ti sarai dato alla patria. E lascia che altri si scusi degli ozi, accusando la patria, i principi, i tempi, gli stranieri. Niuno di questi, nemmeno gli ultimi, non ti posson rapire il gran supplemento a tutte le operosità; non ti posson rapire questo esercizio delle due virtù, di che più abbisogna ed abbisognerà ogni patria, ma più la nostra sempre e più finchè si apparecchia all’impresa, e più che mai quando venga l’occasione: le due virtù, dell’operosità e de’ sacrifici.
12. Ma stando già in sul finire, io temo mi si domandi forse chi son io che tanto predico virtù? qual diritto, qual missione ho a ciò? e se ho io tal virtù? Ed io risponderò prima, che poco importa chi io mi sia; che la mia missione, io la tengo dal mio amore alla patria, il quale inspira a me a dir ciò che sarà da altri chiamato austerità, come ispira altrui a dir ciò che chiamo io adulazione; e poi che se queste mie si chiaman prediche, io reclamo il diritto e dovere di dire con ogni predicatore: guardate a quel che dico, e non a quel che fo, io vi parlai di virtù, non di mie virtù, e quelle studio e desidero in generale, appunto perchè sento il bisogno di farle mie. — E se mi si dicesse poi ch’io ho percorsa e fatto percorrer gran via, per riuscir a cose, non che private, volgari, alla virtù dei padri e delle madri di famiglia, de’ _fratelli ignorantelli_ o delle _suore di carità_, io risponderei che noi abbiam percorsa gran via per riuscire a ciò: che ogni virtù pubblica e privata è indispensabil mezzo a raggiungere lo scopo altissimo dell’indipendenza, a rivolgere i sogni in isperanze, e le speranze in realità. — E se mi si dicesse finalmente, che la somma di quanto io seppi proporre non è altro che rassegnazione, virtù dei miseri e deboli, io risponderei che la somma di quanto propongo è appunto la rassegnazione, virtù degli infelici, ma forti; quella rassegnazione che non è rinuncia, ma nuova direzione d’operosità, quella che è volontaria accettazione di quanto non si può virtuosamente mutare, per progredir tanto più alacri a tutto ciò che si può e si deve virtuosamente mutare[38]. — Di che poi, e di tutto lo scritto fin qui, fo il sunto in due parole: un solo scopo, L’INDIPENDENZA; un solo mezzo, LA VIRTÙ.
CAPO DUODECIMO.
BREVE STORIA DEL PROGRESSO ITALIANO
L’azione incivilitrice dell’Evangelio è tuttavia ne’ suoi principii.
(GIOBERTI, _Del Buono_, Avvert., XX).
1. Ora è finito il mio libro, quale mi proposi di scriverlo, rispettando, quanto più potessi, senza tradire i miei pensieri, quella esagerata opinione di nazionalità che parmi molto sparsa nella patria nostra. Ogni opinione patria mi sembra rispettabile fino a questo segno, che chi crede doverla combattere, il faccia, come figliuolo, colla speranza d’ingannarsi sugli errori de’ genitori; col desiderio almeno di trovarne le scuse. Ma in una nazione che non ha nazionalità compiuta, è poi particolarmente scusabile qualunque esagerazione del sentimento di nazionalità. Quindi, volendo dire delle speranze d’Italia, io m’attenni a quelle speciali di lei; e se talvolta per necessità io toccai pure alle straniere, io m’affrettai di rivarcar l’Alpi, e porle quasi fra noi e l’universo mondo; e se talvolta non potei evitare la parola e l’idea di progresso cristiano universale, io mi affrettai, mio malgrado, a lasciarla. — Ma il mio libro è finito; e non so trattenermi dal pensare che sien pur molti Italiani d’animo più largo e veramente liberale; i quali, anche tra le condizioni men liete della patria, sappiano vedere e fruire le condizioni lietissime della Cristianità, e trar da esse volontieri nuove e maggiori speranze. Questa virtù del sapere nella minor ventura, od anche tra le sventure proprie, rallegrarsi allo spettacolo delle fortune altrui, è una delle più necessarie virtù private senza dubbio; è quella che dà forza a qualunque sventurato di adempiere i doveri e gli affetti a lui restanti. E così è delle nazioni. Ad esse come agli uomini l’invidia è colpa; l’invidia è pervertimento del dolore, destinato a migliorare, non a guastare; l’invidia è ultimo grado della miseria. Ed alle nazioni più che non agli uomini il saper partecipare alle letizie altrui è talor fonte di letizie novelle; perchè non si rinnovella la vita negli uomini, ma sì nelle nazioni. — A coloro adunque fra’ miei compatrioti che sien capaci di questa virtù io rivolgo il presente supplemento o complemento del mio libro; rivolgo quest’altre poche pagine per chiarir quell’idea del progresso universale, la quale è oramai inevitabile a chiunque attenda ad una delle tre scienze che trattano dei destini umani, la storia, la politica e la filosofia. Giusta o fallace, buona o cattiva, utile od inutile, quest’idea preoccupa gran parte della nostra generazione. Non sarà quindi tempo perduto quello adoprato in chiarircene ciascuno. — E non sarà perduto particolarmente per niun Italiano. Siamo sinceri. Molte, forse tutte le speranze speciali fin qui proposte a’ nostri compatrioti, scendono da quella somma, che progredisca la Cristianità in mezzo al genere umano, l’Italia in mezzo alla Cristianità. Se fosse fallace la speranza somma, sarebbe fallace la nostra speciale. Se è verace quella all’incontro, non importerebbe ch’io mi fossi ingannato sulle minori od eventuali; invece d’una occasione venuta meno, ne sorgerebbero parecchie altre. Il progresso cristiano è il fonte di tutte. E val dunque la pena di risalire ad esso. — Ma, naturalmente, non può essere se non brevissimo questo supplemento a breve libro; e non può pretendere quindi nè a persuadere gli invecchiati in opinioni contrarie, nè ad insegnar le nostre a coloro che vi sien nuovi del tutto. Ei non può essere se non reminiscenza, o, tutt’al più, ordinamento d’idee già concepite; discorso tra consenzienti o poco dissenzienti.
2. L’idea del progresso del genere umano non è nuova. Io crederei che sia surta in mente a molti, ogni volta che surse una gran nazione, un grande imperio, un gran conquistatore; a cui gli adulatori dissero probabilmente, incominciar quindi una nuova era di riunione e di felicità universale. Così, senza cercarne altri esempi, avvenne a’ tempi di Augusto; la famosa egloga di Virgilio ed altre simili adulazioni ne sono chiari documenti. — E tutte queste si trovarono, per vero dire, fallaci profezie. Ma altre se ne fecero già tutto diverse; e non a niun conquistatore, a niun imperio, a niuna nazione da poeti o panegiristi, ma alla Cristianità primitiva da’ santi Padri, dagli apologisti, dagli apostoli e da san Paolo principalmente, anzi dal divino autore del Cristianesimo; e risalendo più su da’ profeti, dai salmisti e dagli scrittori sacri fino alla Genesi, i quali congiunsero colla promessa del Redentore, la promessa d’una nuova luce, d’una nuova via, d’una nuova verità, d’una nuova unione di tutto il genere umano. Confusa in coloro che non avevano se non i lumi della ragione o delle tradizioni mal serbate, più chiara in coloro che erano rischiarati dalla rivelazione, l’idea d’un progresso universale futuro è ad ogni modo antica quanto il mondo; l’idea precisa d’un progresso già incominciato e futuro è antica quanto la Cristianità.
3. I filosofi del secolo scorso, a cui ella si suole attribuire, non fecero se non nominarla e determinarla. Bene o male? Qui è grave questione. — Vedendo il progresso vero e grande che facevasi a lor tempo in tutte le scienze materiali, sperarono e promisero farne fare essi uno simile nelle spirituali, annunciarono un progresso universale presente e futuro; e quindi a poco a poco innamorandosi, come succede, della propria idea, e retrocedendo al passato, protestarono che tal progresso era già antico, antichissimo, coevo col mondo, perpetuo, connaturale al genere umano. L’uomo fu definito animal progressivo; progressiva la ragione, la natura umana per sè; quanto fu, quant’è o sarà buono nel genere umano, effetto di tal virtù progreditrice; quanto è cattivo, eccezione. — Una difficoltà rimaneva: gli storici avean notato sempre, gli uomini pratici e politici osservavano ogni dì nazioni salenti, nazioni scendenti in fortuna e virtù; e gli storici universali e i filosofi avevano anzi osservati periodi di tempi in che parve retrocedere non solamente una o più nazioni, ma il genere umano tutt’intiero; e ciò avrebbe distrutta fin dalle fondamenta la nuova e lieta idea del progresso perpetuo. Ma non si arrestarono perciò i filosofanti; non potendo co’ fatti nè quindi co’ ragionamenti, ei si salvarono con un paragone; paragonarono il progresso umano a quello d’una spirale che ad ogni giro sembra retrocedere e pure avanza; e con questo, senza chiarire se i regressi umani sieno stati apparenti o no, e quanti e quali, tennero satisfatti sè stessi e distrutta la difficoltà. — Un’altra, per vero dire, ne sorse. In quell’idea del progresso perpetuo fin dal principio, era implicata l’idea che il Cristianesimo, quell’innegabilmente sommo de’ progressi umani, non fosse se non un progresso umano, naturale; che quindi fosse possibile, probabile, certo, imminente un altro progresso simile e per conseguenza maggiore il quale poi fosse la filosofia. E questa era, per vero dire, gran difficoltà per li sinceri cristiani, i quali non ammettono nè che il Cristianesimo sia un progresso naturale, nè che ne possa succedere uno superiore. Ma nè perciò si arrestarono que’ filosofi. Posta evidente la caduta del Cristianesimo, e disprezzando poi e commiserando tutti coloro che non la vedevano, non tennero di questi, cioè di tutti i cristiani, niun conto; separarono in questa come in altre questioni i due campi della religione e della filosofia; dismessero le discussioni sul passato, sull’intiera storia del genere umano; la dichiararono inesplicabile, la lasciarono inesplicata; e rifuggirono al futuro, facile sempre a spiegare, malleabile a conformare per tutti coloro che non si prendon cura di farlo concordar col passato.
4. Ma a costoro, il tempo suol dar pronte e solenni smentite; e diedene una tale a’ nostri dì. Quel futuro così mal preveduto da’ filosofi delle ultime generazioni è diventato presente nostro; e noi veggiamo il Cristianesimo più fiorente che mai. E quindi men che mai, noi cristiani studiosi di filosofia, di storia o di politica, non accettiam nessuno di siffatti compatimenti, non abbiam bisogno nè di separare i campi della filosofia e della religione, della ragione e della rivelazione, nè di rimettercene al futuro incerto; bastaci il passato e il presente, la storia, qual l’abbiamo, compiuta dal principio del mondo fino a noi. — Per noi questa si divide in due sole parti principali, due serie d’eventi spartite da uno massimo, la venuta del Redentore. Per noi la serie antica è regrediente; la cristiana è progrediente. Per noi il progresso presente del genere umano è evidente e certo; ma non incomincia dal principio del mondo, non dal primo uomo, non naturalmente; incomincia soltanto col Cristianesimo, dalla venuta del Redentore, dalla ultima gran rivelazione, e così soprannaturalmente. E per noi in somma il Cristianesimo, fu, è, non solamente progresso massimo, ma causa del progresso; e non progredì egli stesso in sua intima virtù, la quale dovette essere e fu perfetta fin da principio, poichè divina; ma progredì negli effetti di quella virtù, in tutti gli effetti umani suoi, fece progredire tutti gli uomini in che si diffuse, la società cristiana, la Cristianità. Tutto ciò fino a noi, certamente; tutto ciò molto probabilmente in tutto il futuro a noi prevedibile; rinunciando noi per il futuro lontano a sapere quanto non ce n’è rivelato; e così a quasi tutto, salvo che la chiesa cristiana durerà in qualunque condizione, quanto il genere umano. — E veggiam ora le prove sommarie di tutto ciò.
5. Le prove del regresso del genere umano fino al mezzo de’ tempi sono a noi evidenti da tutti insieme i libri sacri e profani. I primi (che sono solo chiaro, solo tollerabile documento per li tre o quattro primi millennii fino a Ciro), ci ritraggono il genere umano due volte surto da una famiglia, due volte incipiente dall’adorazione del Dio vero ed unico e dalla vita semplice patriarcale, e due volte scostatosi dalla verità e dalla virtù, due volte caduto in que’ politeismi e in quell’idolatrie moltiplici e corruttrici, che si son fatte quasi inconcepibili a noi oramai. — Nè contraddicono le stesse storie profane; se non sieno interpretate, come pur troppo si fa talora, con quella pedanteria, con quella scienza affettata ed ignoranza effettiva, che non lascia libera la mente a niun concepimento di realtà. Fuori d’una cronaca cinese, il _Shu-King_, ed una di Cashmir, io non conosco libro profano anteriore ad Erodoto, che meriti nome di storico, che non sia assurdamente mitico e poetico. E questi due libri, non discordi in nulla dalla narrazione biblica, ma poveri poi nell’altre notizie, non sono noti se non, il primo da men d’un secolo, il secondo da una decina d’anni. Tutti gli altri storici, compreso Erodoto, che han nome d’antichi, non ci ritraggono se non gli ultimi sei secoli, fra i quaranta o cinquanta della storia antica; e questi sei sono quelli di quell’arti e quelle lettere greco-romane, le quali furono apice delle antiche. Quindi l’illusione. Dico, l’illusione di coloro che attendendo a quell’arti e quelle lettere, e non sapendo vedere più in là nè più su, quando veggono un progresso di coltura, lo dicon progresso di civiltà, e dimenticando poi i due maggiori bisogni, i due più essenziali progressi umani, quelli della verità e della virtù, danno ai due altri minori il nome di progresso universale del genere umano, o con parola propria loro _umanitario_. Se questa non è pedanteria, cioè preoccupazione, anzi restrizione e studio incompiutissimo della propria scienza, io non so che cosa sia. Non s’avrebbe se non a studiar meglio tutti quegli storici antichi, così facili del resto e piacevoli per l’arte ammirabile colla quale scrissero, e congiungere lo studio de’ poeti e de’ filosofi e di tutti gli altri scrittori non meno ammirabili di quell’età, per vedere: 1.º Che tutti quanti, ma più i più alti d’antichità e d’ingegno, Erodoto e Platone sopra tutti, e poi Senofonte, Livio, Cicerone, Tacito, e poi tutti in corpo i poeti della età colta antica, ricordarono continuamente non una sola, ma parecchie età anteriori e migliori, e in capo a tutte una età dell’oro, cioè un’età di pensieri e costumi semplici, di vita patriarcale, e d’adorazione unica. 2.º Che tutti, ma principalmente i filosofi, e sopratutti Platone, non fecero già quella distinzione dei due campi della filosofia e della religione, che è novissima de’ nostri dì; ma cercarono anzi come potevano co’ lumi uniti della loro ragione potentissima ed avanzatissima, e delle loro tradizioni all’incontro perdutissime, le reliquie di quelle credenze e que’ costumi primitivi che volevano restituire. 3.º E che in somma, non pedanti, non preoccupati essi dallo splendore della loro coltura ed anche meno della loro civiltà, confessarono, professarono, proclamarono vivere in una età corrotta e retrograda, ed aspirarono (quantunque invano, come si vide in breve) a quello che sarebbe stato progresso primo incipiente da essi. Non è colpa loro se i moderni, non credendo alle loro stesse parole, lodandoli di ciò di che non lodavano sè stessi, e commentatori simili a tanti altri, aggiungendo ciò che non era nei testi, fecero una storia antica in veste moderna, ad uso delle moderne opinioni, e contraddicente a tutte l’antiche; nè se poi alcuni scrittori di storie moderne, aggiungendo alla stretta scienza la stretta imitazione, ingioiellarono le narrazioni dei tempi nostri con que’ piangistei sulla decadenza del genere umano, i quali erano gravi di spontanea verità negli storici antichi, ma sono in essi risibile e bugiarda copiatura.
6. Ma lasciamo la storia antica; e della moderna stessa non prendiamo se non ciò che sia necessario al nostro assunto. — La storia della Cristianità è per noi nè più nè meno, che storia del progresso; lo comprende tutto, vi è compresa tutta; le due sono contemporanee, parallele, identiche. Pare a molti impossibile a provarsi, lo so; pare che in parecchi secoli, in quelli specialmente detti della barbarie, sia impossibile a scorgersi un progresso qualunque. Ma se qui pure noi lascerem da banda, noi scrittori o leggitori, ogni preoccupazione del nostro mestiero di letteratura, se ci sapremo innalzare a considerare come prime necessità, prime condizioni, primi scopi della vita in ogni uomo e nel genere umano la verità e la virtù, non ci sarà difficile scorgere il progresso del genere umano nel progresso della Cristianità, e questo poi lungo tutti i secoli cristiani, anche in quelli detti oscuri o barbari. — Considerata la questione nella sua generalità, nel suo complesso, dal suo principio a noi, nel suo risultato presente, ella non può essere, io non credo che sia, dubbiosa a nessuno. Non dubita nessuno che sia ora progredita la Cristianità, non dubita nessuno che la Cristianità sia sola delle grandi società umane, progrediente oggidì; non dubita nessuno che sieno o stazionarie od anzi in regresso le società maomettane, le bramaniche, le buddiste, la cinese, e i resti delle altre idolatre. Gran prova sommaria per vero dire, e che basterebbe a dimostrare la virtù progressiva insita esclusivamente nella Cristianità; gran presunzione che questa abbia dovuto progredir continuamente. Ma lascisi pure, come troppo breve, tal prova; noi non fuggiam l’esame consecutivo de’ varii secoli, e non abbiamo altro rincrescimento se non di non potere scender qui ai più minuti particolari, i quali dimostrerebbero sempre più la nostra proposizione.
7. Le divisioni sono nella storia, come nell’altre scienze, molto importanti, dipendono dal concepimento giusto e complessivo nell’autore, e il producono nel leggitore. Ma, perchè parecchi concepimenti giusti di qualunque scienza possono essere nella mente umana, che non arriva al concepimento infinito, perciò parecchie divisioni possono esser buone, perciò qualunque divisione è sempre più o meno arbitraria. Dopo tal protesta su tutte le divisioni, pongo qui questa della storia del Progresso Cristiano. — Età I.ª dalla nascita del Redentore alla distruzione dell’Imperio romano (anni 1-476); età della coltura e civiltà antica cadente, e delle cristiane sorgenti; età intermediaria tra il mondo antico e il rinnovato. — Età II.ª dalla distruzione dell’Imperio romano fino a Gregorio VII (anni 476-1073); età che si potrebbe forse dividere in due, prima e dopo Carlomagno; ma che noi comprendiamo in una sola, per chiamarla Età del Primato Germanico. — Età III.ª da Gregorio VII al gran rimescolamento degli stranieri in Italia (anni 1073-1494); età incontrastabile di Primato Italiano. — Età IV.ª da quel rimescolamento della Cristianità fino a noi; la quale, per non suddividere troppo secondo i primati più brevi che succedettero, noi chiameremo Età de’ varii Primati Cristiani. — Come si vede, noi accettiamo dal Gioberti il nome e l’idea d’un Primato tenuto finora da una nazione cristiana sull’altre; ma scostandocene in ciò che crediamo non sia stato tenuto da una sola sempre, ma sia passato dall’una all’altra parecchie volte. Delle idee dei grandi pensatori, sempre si serba molto da coloro che vi contraddicono non per ismania di novità, ma per istudio di verità.
8. Nella I.ª età (dall’anno 1 al 476) non ha guari bisogno di dimostrazione il progresso cristiano in mezzo alla decadenza greco-romana. Qui si trovarono in presenza i due mondi, l’antico e il nuovo; qui furono contemporanee, qui spiccarono al paragone le due serie d’eventi, regredienti gli uni, progredienti gli altri; qui precipitarono del paro i due moti contrari. — All’anno 1.º la coltura antica era al suo apice; l’antica civiltà ci si credeva; e la religione, non quella del volgo per vero dire, ma quella de’ filosofi e di tutti i colti, si sforzava di risalire alla semplicità ed unità abbandonata da molti secoli. All’anno 476 poi la coltura aulica erasi spenta già tutta da sè, a poco a poco, per vizio, per impotenza propria; la civiltà, qualunque fosse stata, era passata per tutti gli eccessi della tirannia imperiale, ed era giunta al disordine più compiuto che sia stato mai; e quella religione filosofica, la quale si era potuta credere tanto più vicina al trionfo, che era sulla via della verità in mezzo agli errori universali, la religione filosofica non era tuttavia progredita per quella via; non era stata capace di farvi entrare nè l’Imperio, nè una provincia, nè una città, nè una condizione, nè una società d’uomini qualunque; non era stata capace di formare società di quei pochi filosofi; non nemmeno di riconoscere la religione, la società veramente filosofica, veramente risalente ad unità, che le sorgeva daccanto. — E la società cristiana all’incontro, incominciata da pochi uomini del più disprezzato volgo nella più disprezzata fra le provincie romane; dimorata pochi anni in quella e nelle provincie greche circondanti; portata in breve a Roma ed ivi subito propagatasi a segno da trar l’attenzione e le persecuzioni imperiali; e propagatasi quindi tutto all’intorno, a malgrado di quelle persecuzioni, a malgrado della guerra mossale da tutta la filosofia, da tutta la cultura, a malgrado della guerra ch’ella moveva a tutti i costumi del tempo, e, non come tutti gli altri progressi secondando l’opinione e secondatane, ma a malgrado di essa; tanto crebbe, tanto potè in tre secoli, da salir sul trono imperiale e diventare religione dello Stato, da creare un gran principio di coltura propria, di propria civiltà, da porsi in somma essa sola in luogo di tutta la società greco-romana. — E questa era stata, per vero dire, la più splendida, la più progredita fra le antiche; ma ne rimanevan pur altre, fra cui due grandi, l’indiana e la cinese. E tutte due, chiamisi caso o disposizione della Provvidenza, tutte due trovaronsi appunto intorno al medesimo anno 1.º al loro sommo, tutte due quasi nel medesimo fiore che la società occidentale greco-romana; anzi in quella medesima condizione di filosofie ricercanti la religione primitiva. E tutte e due dimostrarono a lor modo la medesima impotenza; e la dimostrarono tanto più, quanto più diversamente. Non decaddero, o decadder poco; rimasero stazionarie; stazionarie allora; stazionarie poi fra molte vicende, lungo molti secoli, fin presso a noi che le veggiamo cadere. E stazionarie rimasero allor pure le reliquie della società e della religione antichissima de’ Persiani o de’ Magi; stazionarie le società e le religioni varie e moltiplici di barbari settentrionali e meridionali, Germani, Scandinavi, Finni, Sciti, Tartari, Arabi, Affricani; e stazionarie come si trovarono poi le società e religioni americane. Certo non sarebbe mestieri venir più giù nella storia della Cristianità; basterebbe fermarci a questa prima età di lei per dimostrare 1.º che è in lei infusa una virtù del progresso; 2.º che non è infusa in nessun’altra società umana; 3.º che è dunque infusa in lei, non per natura umana, ma da fuori, soprannaturale. — E l’accenno a scanso di ogni scandalo; certo di tal soprannaturalità sono altre prove che la filosofia della storia; ma la filosofia della storia, come tutte l’altre filosofie, ha e dà la prova sua, e deve darla; la grande idea del progresso cristiano non sarebbe compiuta senza quella dell’origine soprannaturale di esso.
9. Ma lasciata l’età della chiesa primitiva, or perseguitata, or trionfante, l’età degli apostoli, dei primi apologisti e de’ santi Padri, della quale non può essere nè è contrastato il progresso; entriamo in quella seconda, della barbarie, che è il campo eletto da’ negatori di esso. — Dal 476 al 1073 sono sei secoli, ne’ quali tu non trovi un grande scrittore, non un grande artista, non una scienza, non una coltura fiorente. Nè io disputerò facendo liste di grandi uomini ignoti; non solamente ammetto, ma propugno io stesso quella oscurità; quella barbarie di coltura. E ammetto e propugno la contemporanea barbarie di civiltà. — Ma che perciò? Ritorniamo a ciò un altra volta: viviamo noi quaggiù per iscrivere o dipingere, od anche governare ed essere governati? Ovvero, non si scrive egli e dipinge, e promuove le colture, tutte, e non si governa egli e non si è governati, per viver buoni, per la virtù? Qual è la somma (io do il problema ai filosofi non teologi o puri, non meno che a’ nostri), qual è la somma, la risultante delle vite di qualunque generazione, quando lascia luogo alla successiva? La somma de’ libri e de’ quadri e delle leggi, ovvero quella delle virtù? E se, come io credo, non solamente tutti i filosofi, ma tutti gli uomini di senso comune convengano in ciò, che la somma, lo scopo delle vite umane sia la virtù; certo, una età che sia progredita in virtù si dovrà dire progredita in generale, quand’anche non sien progrediti tutti quegli accessorii od amminicoli di virtù. Ora, così appunto avvenne, che questa età, caduta di coltura e civiltà, progredì in virtù; che al difetto di que’ soliti e minori amminicoli supplì e soverchiò quello maggiore del Cristianesimo; che continuando a decadere o rimanendo stazionarie la coltura e la civiltà, continuò a progredire in somma totale la Cristianità. — L’Imperio romano diventando cristiano era senza dubbio progredito in virtù o piuttosto aveva corretto molti vizi suoi. Ma questi erano stati così estremi, che anche scemati rimanevano grandissimi, così grandi che abbondano le testimonianze dei sudditi imperiali desideranti passare sotto i barbari invasori. I quali poi erano poveri di virtù, ricchi di vizi pur essi; di che pure abbondano le testimonianze. E il fatto sta che, viziosissime le due società civili le quali si rimescolarono a quel tempo, non era virtù se non nella società religiosa, nella Cristianità; e che il solo che potesse essere progresso di virtù, era dunque il progresso di essa. Il quale poi è innegabile. Progredì la Cristianità in diffusione, dall’interno dell’Imperio, dov’era stata rinchiusa (salve poche eccezioni), tutt’allo intorno, ma principalmente nelle schiatte germaniche, invaditrici od invase. Come? non sarebbe stato progresso questo accedere d’una grande e numerosissima nazione da’ culti di Odino, di Teuth e di Erta e da’ sacrifici umani, al culto del Dio Uno, al sacrificio di Gesù Cristo? Ma, ei si conta pur per progresso l’antico accedere de’ Romani alle arti ed alle lettere greche! I due casi sono simili: i vincitori romani preser dai vinti le colture greche, i vincitori germanici preser la religione cristiana. Chi prese più? Di nuovo, io do la questione a’ filosofi purissimi. Nè credo che osi uno negare che presero più gli ultimi; che fu maggiore, e, per dire a modo di quelli, più _umanitario_ progresso, il germanico. E se uno l’osasse, io l’inviterei a guardare ai due risultati, la corruzione romana dall’arti greche, l’incivilimento germanico dal Cristianesimo. Quest’età fu destinata all’incristianirsi, all’incivilirsi, al progredire delle genti germaniche; il progresso germanico fu il grande ufficio di quest’età; e quest’età tutt’insieme fu quindi età di Primato Germanico, prima e dopo Carlomagno, da Odoacre a Gregorio VII. — Uno de’ più illustri e degli ultimi filosofi della scuola pura, Hegel, nella sua filosofia storica dataci postuma, chiama Età Germanica, Mondo Germanico tutte quante le età della storia cristiana. Esagerazione anche questa! ma in cui pure è un nocciolo di verità. Non fu mai mondo germanico, nè come li chiama il medesimo Hegel, Mondo Orientale, Mondo Greco, Mondo Romano. Ma primeggiarono fra le antiche già, e fra le cristiane poi alcune nazioni indubitabilmente; con questa essenzial differenza, che i primati antichi riuscirono tutti a cadute, i primati cristiani a progressi e della nazione primeggiante e delle primeggiate. Questa parmi la realtà della storia contro alle due esagerazioni simili, del primato germanico e dell’italiano. Nè l’un nè l’altro non durarono lungo tutte le età cristiane; nè l’un nè l’altro nè nessuno non fu nè potè essere destinato a durar sempre, in una società destinata ad essere universale, cattolica, cristiana. — Ma il primato germanico ne’ sei secoli di che parliamo è incontrastabile. Primeggiarono i Germani coll’armi, primeggiarono stanziando ne’ governi, nelle case, nei campi de’ vinti, propagandosi nelle schiatte, nelle generazioni; e primeggiarono forse nella coltura (così povera del resto a quell’età, che quasi non conta) e certo nella operosità universale, che era grande dappertutto, e in che furono essi grandissimi. Ed il primato germanico fu il primo in tempo fra’ primati cristiani; e fu il più lungo, durò dai primi stanziamenti di quelle genti in mezzo alla Cristianità d’intorno alla metà del secolo V, fino alla cessazione della tirannia degli imperadori germanici sulla Chiesa romana, e per essa su tutta la Chiesa, cioè fino a Gregorio VII, dopo la metà del secolo XI, sei secoli in tutto. Il tentativo, l’imperio di Carlomagno non fu, se si consideri bene, se non un evento di quel primato, il più grande per vero dire; quello per cui ei si volle, ma non si potè fare perpetuo; quello per cui si divide la barbarie, in barbarie propriamente detta, e barbarie feudale; barbarie germaniche tutte e due ad ogni modo.
10. Nè il progresso di diffusione fu il solo fatto dalla Cristianità in quell’età; un altro non meno importante e non abbastanza avvertito fu pur fatto da lei contemporaneamente: un progresso di riunione. La Cristianità dell’Imperio romano, sia la primitiva e soffrente, sia più quella poi trionfante, era stata divisa da innumerevoli eresie. Quella moltiplicazione di errori che, annunciata così arditamente da Bossuet due secoli fa, noi osserviamo così indubitabilmente effettuata a’ nostri dì, fu già pari e quasi identica al secolo V; tanto che non è forse un’eresia presente che non potesse, volendo, prendere il nome d’una di quelle antiche. E (magnifico augurio per vero dire!) tutte queste cessarono, si spensero da sè, nel corso del secolo VI; ricominciò in questo l’unione di tutta la cristianità, che durò poi senza grandi eccezioni non solamente lungo tutta l’età barbara, ma lungo tutta la seguente. Sarebb’egli a farne onore alla semplicità, al buon senso della schiatta germanica primeggiante? Io crederei che sì; e che questo sia poi buon augurio a quella stessa schiatta, sviata sì più che l’altre da tre secoli in qua, ma che dagli intensi e sinceri suoi studi storici sembra essere ricondotta all’imitazione de’ suoi maggiori. — Ad ogni modo, è indubitabile questo progresso di riunione nella Cristianità dell’età barbara o germanica.
11. Ma un altro grand’evento successe intanto sui limiti della Cristianità (non succedendo niun altro tale più in là, durando colà più o meno stazionarie le religioni, le civiltà, le colture indiane e cinesi, e l’altre minori); sorse il Maomettismo. — Fu progresso o regresso questo? Certo fece perdere alla Cristianità non poche provincie, alcune asiatiche, tutte l’affricane, e quasi tutte le iberiche; e quindi nuovo argomento a coloro che vogliono vedere regressi in questa età. Ma prima, questa diminuzione di sudditi meridionali fu più che compensata alla Cristianità dall’accrescimento che dicemmo nelle schiatte settentrionali. E poi questo stesso Maomettismo, il quale si può considerare e si considera da parecchi quasi non più che una setta, un’eresia semirazionalista cristiana; questo Maomettismo non fu forse gran regresso dalle incerte e miste religioni arabiche, e fu poi certamente un progresso vero dovunque sottentrò alle idolatrie moltiplici e vagabonde, cioè nei tre quarti dell’immenso territorio su cui s’estese. Se per esempio si consideri il Teismo maomettano nelle sue conquiste indiane, nella sua guerra contro quell’idolatrie che si potrebbero dire le più perfette perchè appunto le più inoltrate nel proprio principio della moltiplicità; certo egli è a considerare come un ravvicinamento alla verità, come un miglioramento. E così dove ei distrusse od asservì il Magismo persiano, e i Feticismi delle genti vaganti asiatiche od affricane. — Noi non possiamo sapere ancora, quali saranno le vie della Provvidenza nelle future ampliazioni della Cristianità e del Cristianesimo che sembrano annunziarsi da tutte le parti; nè se si convertiranno, ovvero si perderanno, come in America, le schiatte non cristiane in mezzo alle cristiane; nè se, succedendo larghe e nazionali conversioni, elle succederanno dalla religione maomettana più che dall’altre. Ma considerando questa in sè e ne’ suoi primi secoli non è negabile, non è negato, ed è anzi esagerato da parecchi il fatto che ella fu e produsse progresso. — La storia dell’Islamismo è un magnifico assunto, il quale non è maturo per quella sorte di storici che pretendono narrare tutto, ambiscono erudizioni recondite, veggono tutta l’importanza nei documenti inediti, e che direbbono quindi impossibile una storia maomettana senza compulsar di nuovo gli archivi di Simanca, ed aver aperti quelli di Costantinopoli, e ritrovar quelli di Bagdad, di Brussa, di Ghiznè, di Bokara o di Samarcanda. Ma a coloro che, senza disprezzare i fatti e le rettificazioni minute, non danno grande importanza se non a’ grandi fatti, e credono che la storia sia oramai più saputa che intesa e volgarizzata, e attendono perciò a spiegarla e diffonderla; a costoro basterebbon certo i fatti maomettani noti, per comporne una storia e direi quasi un poema vario, piacevole, utile, ed oramai compiuto. Incominciando da Maometto e l’egira, intorno al seicento, e venendo fino a noi, sono dodici secoli in tutto; quattro di gioventù e d’ingrandimento, quattro di stazione o compensi tra il perduto e il nuovo conquistato, e quattro oramai di decadenza; tre età meravigliosamente corrispondenti alle tre cristiane da noi poste, quantunque diversissime ne’ due andamenti. Ma basti a noi l’osservar qui, che la prima di quelle età maomettane, l’età della gioventù, delle conquiste dilatate di qua fino ed oltre i Pirenei, di là fino ed oltre all’Indo, l’età d’un incivilimento poco minor del cristiano contemporaneo, d’una coltura forse superiore, fu dunque un’età di progresso incontrastabile per tutte quelle immense regioni; e che quindi questo progresso maomettano, si consideri o no come conseguenza del cristiano, entra ad ogni modo nel conto del progresso universale di questa età. In tutto, gli storici che vogliono abbassar il Cristianesimo, che vogliono dare la virtù progreditrice alla natura, alla ragione umana, alla filosofia, al Maomettismo, a checchessia, purchè non al Cristianesimo, non sapendo dei XIX secoli nostri trovarne altri in cui il progresso cristiano sia stato così piccolo come in questi sei, s’impuntano, si compiacciono in questi, per dimostrarvi la quasi nullità della coltura e della civiltà cristiana, e la superiorità della maomettana. Noi all’incontro veggiamo nella Cristianità di questi sei secoli, prima due chiari, due grandi progressi, uno di diffusione nelle schiatte germaniche, ed uno di riunione nella chiesa cattolica. Poi, potendo forse reclamare tutto il progresso maomettano, come fatto che non sarebbe succeduto senza il Cristianesimo, e perciò come conseguenza di esso, noi non insistiamo tuttavia in tal pretensione; e scegliamo anzi di considerar il maomettano come ultimo progresso tentato fuori della Cristianità, come uno simile agli antichi, ed a guisa di quelli incapace di durare o progredire ulteriormente, destinato a mostrare la incapacità di tutti fuori della Cristianità. Ma, dei due modi di vedere, noi lasciamo volontieri la scelta a ciascuno: tutti due risultano a gloria esclusiva del progresso cristiano.
12. E passando quindi alla III.ª delle età che ponemmo da Gregorio VII (1072) alla fine del secolo XV, e che chiamammo età del Primato Italiano, noi saremo più brevi, e perchè già abbiam toccato di tale età scorrendo le vicende della nostra indipendenza, e perchè poi sono notissimi e conceduti da tutti e il gran progresso di questa età, e il primato tenutovi dall’Italia. Perciocchè io credo che in questo convengano non solamente i miei compatrioti, ma anche gli stranieri; men gelosi, men bugiardi e meno ignoranti che non si dicono da alcuni di noi. Gli stranieri non ci negano se non le esagerazioni, il prolungamento, la perennità del nostro primato; ma il primato vero de’ quattro secoli e più, io non saprei straniero colto che ce lo neghi; e parecchi di essi resergli anzi l’ossequio più reale che sia, e che pur troppo non sapemmo o potemmo rendergli noi, quello di studiare e descrivere quei tempi, quelle cose, quegli uomini nostri. Chi ci diede la storia delle repubbliche italiane? chi le vite distese di Silvestro II, di Gregorio VII, di Innocenzo III, di Cola di Rienzi, del Poggio, di Lorenzo de’ Medici, di Colombo, di Leon X e di Raffaello? Le quali se non ci contentano del tutto, sono pure ciascuna o la migliore, o la sola opera che abbiamo su ciascuno di questi assunti; e provano ad ogni modo il rispetto, la riconoscenza di quegli stranieri per quell’età nostra, che studiarono tanto. Quella stessa impresa della lega di Lombardia la quale è vanto e dovrebb’essere studio precipuo nostro, chi la studiò più? Noi vincitori od anzi i Tedeschi vinti nostri quella volta? Certo le opere del Raumer, del Voigt, del Kortüm e del Leo non hanno satisfatto al grande e nazionale assunto; ma certo pure non ne fu fatto nè tentato altretanto, non ne fu tentato nulla in Italia. Un Francese dedicò già gravissimi studi al Petrarca; ed un Francese, parecchi Tedeschi ed un Americano vivente ne dedicano de’ più gravi a Dante. Certo tutti questi non sono disprezzi di stranieri contra noi. Nè furonvi, alla grande età nostra, disprezzi d’Italiani contra stranieri. Que’ nostri maggiori, che eran duci della civiltà pubblica universale, e che fecero già una parola sola di essa e della civiltà privata o personale (notevole e bella povertà della lingua nostra!), non che predicare invidiuzze od isolamenti, predicavano e praticavano unione, larghezza, liberalità universale. Pier Lombardo, Lanfranco, sant’Anselmo, Ildebrando, Alessandro III, san Tommaso, Dante, Petrarca e Boccaccio, i più grandi della nostra grande età, tutti impararono, o insegnarono, o rifuggirono presso a quegli stranieri. Cinquecento anni fa e più oltre, gl’Italiani riconoscevano una sola ed universal civiltà cristiana; ed era ciò naturale; la conducevan essi. Or la riconoscono gli altri, fattisi nuovi duci; e riconoscono insieme il ducato o primato nostro antico. Noi soli, negando i progressi e i primati succeduti, neghiamo parte di nostre glorie, neghiam le conseguenze dell’opera de’ nostri maggiori. — Io non saprei guari niun contradittore del nostro primato del medio evo, se non gli esageratori del primato maomettano. Nacque questa esagerazione nel secolo scorso da coloro che dicemmo aver voluto torre ogni gloria, ma sopra tutte quella del progresso, alla Cristianità. Dissero e dicono che la resurrezione della coltura cristiana nel secolo XI, l’architettura così detta gotica, la poesia provenzale, e le scienze matematiche sopra tutto, furon dovute alla coltura maomettana. Ma della architettura, ei bisogna non aver veduto nè i monumenti nè i disegni, per poter confondere o creder venuti l’un dall’altro i due stili gotico e moresco; e tutti gli studi moderni concorrono poi a dimostrare normanna o sassone o longobarda e ad ogni modo germanica l’origine di quell’architettura gotica, od anche meglio la lenta trasformazione dell’architettura ultima romana. Quanto alla poesia provenzale, noi concederemo che, derivando dalle due spagnuole, catalana e castigliana, ella derivasse dalla moresca indirettamente. E così concederemo la terza e più certa derivazione delle scienze matematiche; cioè (esclusa forse l’astronomia poca, o guasta dall’astrologia maomettana e cristiana di quel tempo) la numerazione decimale e i segni algebraici. Ma fatte tali concessioni, è a dire di queste due colture straniere nella Cristianità ciò che delle tre grandi invenzioni pure straniere, pur importate durante questa età; la bussola, la polvere da guerra, e la stampa. Tutte e tre furono probabilmente importazioni fatte a poco a poco dalla Cina nell’Oriente indiano, nel Levante maomettano, nella Cristianità; o, se mai furono invenzioni nostre, furono invenzioni che erano state fatte fuori molto prima. Ma che? Qui risplende la capacità progreditrice della Cristianità, la incapacità di tutte l’altre civiltà o colture non cristiane. Tutte queste invenzioni, e così la poesia, così le scienze matematiche, erano antiche di secoli e secoli in quelle colture non cristiane, eran passate dall’una all’altra; e tuttavia nè nelle loro culle, nè nel corso delle loro migrazioni non avean trovato campo buono a crescervi, fiorirvi e fruttificarvi, finchè non giunsero sul campo cristiano! Che vuol dir ciò, in nome della verità? Che? Se non ch’erano inopportuni, naturalmente infecondi, mal apparecchiati tutti que’ campi? solo fecondo, ed apparecchiato il cristiano? dove e le tre invenzioni e la poesia crebbero rapidissimamente appena nate durante il primato italiano; e le scienze matematiche più lentamente sì, ma pur in pochi secoli, rispetto a quelli che eran durate stazionarie altrove. Noi lasciamo a’ filosofi la questione del come o perchè, la questione della connessione che è tra la verità universale o religiosa, e le verità o le scoperte particolari e materiali che ne paiono indipendenti. Ma sfidiamo storici e filosofi a negare il fatto e la importanza del fatto: che queste tre invenzioni massime e con esse poi parecchie altre (come le chimiche) di poco minori, possedute prima, possedute secoli e millennii[39] dall’altre colture, non fruttificarono se non quando per importazione o reinvenzione diventarono cristiane. E ciò posto, lasciam pure attribuire a Maomettani, Indiani o Cinesi quanto si voglia. Quanto più se ne dia loro, tanto più sarà vergogna della loro incapacità, vanto della nostra capacità di progresso. La quale si dimostrò, si svolse in tanti modi, sotto tante forme poi, libertà civile, arti governative, carità, eloquenza, poesia, storia, musica, pittura, scoltura, architettura, teologia, economia pubblica, arte militare, commerci, navigazioni, scoperte terrestri e marittime, durante tutta quest’età del primato italiano; che il volerne dar le prove sarebbe inutile opera da retore, e il volerne dar la descrizione, assunto di una lunga storia tutt’intiera. Ci sarà ella data anche questa da qualche straniero?
13. Ora, venendo all’età che dicemmo IV.ª, dal principio del secolo XVI in poi, un grande evento, una gran questione ci si affaccia: qual parte abbia avuta nel progresso cristiano, quella separazione che fu chiamata Riforma della Chiesa. Ei ci pare che una parte molto troppo larga le sia stata fatta dagli amici, e quasi conceduta da molti nemici di lei. Errore, per vero dire, non insueto e ne’ politici contemporanei e negli storici speciali di ogni grande evento; i quali, preoccupandosene unicamente, ne esagerano l’importanza, e lo dicono non mai veduto, non da vedersi più, principio di nuova età, causa universale di quanto avviene, di quanto avverrà; ond’è poi principale ufficio della storia universale, restituir l’importanze giuste ad ogni evento, comparandolo con quelli dell’altre età, e richiamando ad esame gli effetti esagerati dalle speranze e dalle paure contemporanee. Della riforma, noi accennammo già, che ella fu poco più che rinnovazione di tutte le eresie primitive della Chiesa, alle quali ella non aggiunse nulla guari se non l’inimicizia al papa, e gli argomenti tratti dalle condizioni mutate della coltura. Ma lasciando tal comparazione, che sarebbe lunga a proseguire, ed a cui saremmo insufficienti noi, ci contenteremo di osservare le esagerazioni degli effetti della riforma. Gli amici la dissero termine del medio evo, emancipazione della ragione umana, madre d’ogni libertà di coscienza, da cui disser figliata la libertà civile, da cui ogni civiltà, ogni coltura, ogni progresso presente. E i nemici, non so s’io dica troppo incauti o troppo impauriti, od anzi, come succede, incauti e impauriti insieme, i nemici della riforma, le concedettero troppo sovente tutte queste importanze, tutte queste figliazioni; si contentarono di mutar loro i nomi da buoni a cattivi, e di porre invece di emancipazione e libertà, ribellione e licenza. Ma il vero è che non sono storiche tutte queste figliazioni nè sotto l’un nome nè sotto l’altro. La ragione non aveva bisogno nè d’essere emancipata nè di ribellarsi al secolo XVI, dopo i quattro della coltura italiana, dopo un san Tommaso, un Dante e un Machiavello, per non dir di tanti altri. Nè la libertà o la licenza civile avevan bisogno di essere figliate dalla libertà o dalla licenza di coscienza, non avevano a nascere nè l’una nè l’altra, eran vecchie già tutte e due di quei quattro secoli medesimi nei comuni, nelle repubbliche italiane. La riforma fu senza dubbio ribellione e licenza religiosa, ribellione dall’originaria autorità stabilita nella Chiesa, licenza della ragione umana; ma fu non più che una delle tante ribellioni e licenze che avvennero ed avverran forse; non principio di nuova età, non fine di medio evo, nè di oscurità nè di barbarie, le quali eran finite a poco a poco sin dal secolo XI, se non altrove, certo in Italia. Io non so che cosa s’abbiano in mente tutti questi discorritori di storia, i quali dimenticano così tanti fatti, tanti effetti di quattro tali secoli. Non così alcuni eletti contemporanei, Erasmo e Tommaso Moro[40] principalmente; i quali giudicarono fin d’allora la riforma per quello che fu veramente, per quello ch’è ora più chiaro e sarà senza dubbio ogni dì più; non ispinta e aiuto, e tanto meno causa o madre di niun gran progresso; ma distrazione, impiccio, fermata, ritardamento di esso in tutte le nazioni dove allignò e potè. — La Germania, dove la riforma potè più, non entrò allora, nè per due altri secoli, nel progresso universale; non fiorì in niuna di quelle colture ch’ella, una delle due vicine e l’antica signora d’Italia, n’avrebbe potuto riportare più facilmente che niun’altra nazione. In lettere parve fuori d’Europa, fuori della coltura universale. In arti ricadde dallo splendore che parevale promesso allora da Alberto Durero ed Holbein, in una nuova oscurità. In quelle sole scienze le quali son sempre le più indipendenti dalle condizioni nazionali, nelle sole scienze matematiche sorsero due Tedeschi, Keplero e Leibnizio, ad emulare il grande Italiano e il grande Inglese. Ma la vera e gran coltura germanica non sorse se non quando, corso un lungo secolo di divisioni e guerre religiose, ed un altro di riposi e nullità, furono cessati quello zelo e quella grettezza di spiriti, quella inimicizia a tutti gli antecedenti cristiani, quell’avversione quasi iconoclasta all’arti, tutti quegli odii, e, per chiamarle col loro nome, tutte quelle illiberalità che la riforma suscitò e nodrì, rinfacciandole alla cattolicità. E forse a chi ben consideri e compari, nemmeno il sommo fiore presente delle colture germaniche non sembrerà pari a quelli che furon sommi in ciascuna dell’altre nazioni cristiane; e questa inferiorità sembrerà da attribuirsi alla inferiorità religiosa di lei, e non rimediabile se non quando sarà rimediata la causa. — E così della nazione britannica, che fu seconda nel calor della riforma. Certo a chi ben consideri la storia di lei, parrà chiaro che dovette esservi ritardato ogni progresso e dalle tirannie neroniane di Arrigo VIII, e dalle tiberiane d’Elisabetta, e dalle vanità teologiche di Giacomo I, e da tutte insieme quelle guerre civili fino al 1688 che vennero dalla riforma. Nè osteranno gli stessi grandissimi nomi di Shakespear, di Milton, di Newton, o le forme così avanzate ora di quella civiltà. Perciocchè di que’ tre grandi, due furono negletti e poco meno che sconosciuti in patria per gran tempo, e il terzo, quantunque lodatissimo, non vi ebbe grande schiera di emuli o seguaci contemporanei; ondechè essi, se niuno mai, si hanno a dire ingegni solitari ed eccezionali; e il fatto sta che il gran fiore, l’apice, l’universalità, il primato della coltura britannica non avvenne se non più tardi, a’ nostri dì, quando furono cessati pur là lo zelo, l’ispirazione, la illiberalità della riforma. E quanto alla civiltà, ella pure non incominciò a fiorir là se non dal 1688; e se ella vi crebbe d’allora in poi a quella potenza che ognuno le riconosce al presente, non è dubbio pure che i vizi rimanenti in lei, e massime i tre principali (la carità pubblica mal costituita, la proprietà territoriale tiranneggiante, e le ingiustizie accumulate sull’Irlanda), sono funeste reliquie della riforma: ma: ondechè anche là ei si dee credere che quella nazione sia stata ritardata già nel suo fiore, e non sia per risplendere in tutto quello a lei possibile se non quando abbia sgombrate quelle reliquie, abbia ricalcati tutti i passi mal fatti sotto la mala guida. — Finalmente, Francia, che fu terza in calor di riforma, fu pur terza in disturbi di coltura e civiltà. Al secolo XVI ella era una delle nazioni più frammiste all’italiana, era di quelle che ne riportarono più spoglie di coltura e civiltà; aveva uno de’ principi più amici di queste, più progressisti che non sieno stati mai, Francesco I; e questi, e i suoi successori, e Caterina de’ Medici, nuora di lui, trassero in Francia più artisti e letterati italiani che non ne andassero in tutto il rimanente della Cristianità. E tuttavia lo splendore della coltura e della civiltà non incominciarono in Francia se non sotto Ludovico XVI; impedite che furono anche là un secolo e più dalle preoccupazioni e dalle guerre della riforma. — Io non so, nè mi curo verificare, se io dica qui cose nuove, ovvero già avvertite da altri e solamente poco note; ma verrà tempo che il progresso degli studi storici le farà volgari. Non è possibile che resti sempre inavvertito questo gran fatto: che dal principio del secolo XVI fino a noi, le tre nazioni che progredirono più, ed ottennero i tre primati del progresso cristiano, gli ottennero appunto nell’ordine inverso a quello che ebbero nella riforma, e così prima Spagna, pura di essa, poi Francia, poi Inghilterra. Incontrastabil prova, che ella non fu aiuto a progresso; prova, parmi, che fu impedimento.
14. Ad ogni modo, l’ordine de’ primati tenuti dalle nazioni cristiane in questi tre secoli fino a noi, fu quello. — Il primato iberico è incontrastabile dalla metà del secolo XVI alla metà del XVII. Spagna e Portogallo furono le prime a prenderci i primati delle lettere e dell’arti. Ma elle preserci ben altro; preserci tutt’intiero il commercio orientale, quel commercio che è sempre il massimo dell’orbe; e preserci quello spirito che non so com’io chiami di venture o di scoperte o meglio di propagazioni cristiane, in che noi pure eravamo stati primi tre secoli addietro, e saremmo rimasti allora, se non avessimo disprezzato il maggior uomo di quel progresso, il nostro Colombo. Ma eran passati per l’Italia i tempi di tener conto degli uomini grandi suoi, passato il tempo di adoprar la propria virtù. Ed era passata questa all’Iberia, esercitatavi e cresciutavi negli otto secoli della sua impresa d’indipendenza. Il fatto ci è, non solamente dimostrato, ma particolarmente narrato, e quasi messo in iscena dalla storia, più epica e più drammatica qui che non possa essere niun dramma o poema. Perciocchè ei fu all’assedio di Granata e dinanzi a Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, all’ultimo atto, e dinanzi ai due protagonisti del dramma precedente d’indipendenza e riunione iberica, che si presentò Colombo, il grande Italiano disprezzato in patria, a propor loro l’America, il gran campo della futura operosità, del futuro primato. E l’accettarono Ferdinando ed Isabella, da Colombo. E tutti e tre lo tramandarono poi quasi compito a Carlo V, Tedesco d’origine e d’educazione, ma Spagnuolo poi d’operosità e d’abiti e di cooperatori lungo tutta sua vita. Chè Spagnuoli furono i suoi guerrieri e ministri principali (salvo uno o due italiani), que’ suoi Palatini quasi simili e forse più reali che non quelli di Carlomagno. E Spagnuolo si professò egli; e vide in Ispagna, che lasciò al figliuolo, egli Augusto al suo Tiberio, l’importanza della sua successione. Ed a Filippo II, senza dubbio (perchè la natura del principe è quasi tutto in un regno assoluto, e più in uno grande) si deve attribuire la prima decadenza del primato iberico, la perdita delle Fiandre, il dismetter le imprese contro a’ Maomettani, Turchi e Barberi, quantunque vinti, il non chiamare a niuna operosità, il fare o lasciar poltrire e infracidire le province italiane, la grettezza, i sospetti, le precauzioni, le spie, i supplizi posti in vece della larga ed operosa tirannia del padre. Ma molto pure di quella decadenza deve attribuirsi alla natura stessa di quel primato iberico, il quale era fondato e mantenuto principalmente dalle conquiste, dalle colonie transatlantiche. Le colonie, quando sono grandi, hanno questo inconveniente, di esaurire l’operosità della madre patria, chiamando a sè quanti uomini sono naturalmente arditi e venturieri. Peggio poi, quando, come in Ispagna, queste colonie arricchiscono facilmente e in pochi anni i venturieri; perciocchè allora esse esauriscono l’operosità di questi stessi, rimandando in patria oziosi e viziosi quelli che ne erano usciti tutto diversi. E peggio ancora quando alle colonie lontane s’aggiungono paesi di conquista vicini; come furono a Spagna quelli di Napoli e Milano; i quali corrompono anche più facilmente più numerosi ministri, grandi e piccoli, tutta quella caterva d’impiegati stranieri che vengono a ingrassare, viziare e viziarsi. E insomma tra il tiranneggiare e il poltrire dei tristi successori di Carlo V, e la corruzione delle colonie americane e de’ governi italiani, il primato spagnuolo, che aveva raccolto in sè tutto l’iberico, precipitò il termine suo, e durò appena 100 anni.
15. Sottentrò Francia non immeritamente, non senza causa nemmen essa. Perciocchè essa pure s’era apparecchiata al primato, come già Italia e Spagna, con una lunga e felice guerra d’indipendenza. Vinta la quale sotto Carlo VII, e riunitasi sotto Ludovico XI, ella trovossi sotto Carlo VIII, Ludovico XII e Francesco I molto bene apparecchiata ad accedere ad ogni progresso trovato in Italia; e v’accesse subito e lo svolse poi, quando, come accennammo, furono cessati in lei gl’impedimenti delle divisioni religiose e della grettezza riformatrice. Fatti cessare questi da Arrigo IV, sgombratane ogni reliquia da Ludovico XIII e Richelieu, Ludovico XIV colse finalmente i frutti di tutte le unioni nazionali. E allora incominciò quel primato francese, che vorrebbesi invano negare o menomare. Coloro che ciò tentano, sogliono disputare della grandezza personale di quel principe; e giudicandolo poi, or secondo la inalterabile severità cristiana, or secondo la progredita severità della pubblica opinione, hanno facil trionfo per vero dire. Ma prima per giudicare della grandezza d’un principe, ei si vorrebbe comparare sempre ai principi dell’età sua; ed io crederei che così facendo, Ludovico XIV se n’accrescerebbe più che mai. E poi, nemmen Leon X, nè Lorenzo de’ Medici, nè Augusto, nè Pericle non furono uomini incolpevoli; nè produssero essi le grandezze de’ secoli a cui pur diedero il nome; e tutti, come Ludovico XIV in Francia, così quelli in Firenze e Roma e Grecia, nascendo a’ tempi di raccoglier le frutte, seppero coglierle e non mancare a’ loro tempi, che è pur virtù non volgare. Ma lasciando la persona di Ludovico XIV, e venendo al primato francese incominciato sotto lui e durato fino a’ nostri dì, io crederei che il negarlo taluni sia meno effetto d’ignoranza che non di quella sorta di vendetta, o, come si suol dire, reazione, solita farsi contro a tutte le dominazioni ne’ primi tempi dopo ch’elle son finite, e da coloro che ne sono usciti. Ma, corso qualc’altro tempo e surte nuove generazioni, suol ritornare poi quella moderazione di giudizio che non è nè servilità nè reazione. Tornata quella, giudicherà probabilmente ognuno, il primato francese essere consistito molto meno in grandi diffusioni, simili alle ultime spagnuole, che non in un progresso di tutte le scienze di guerra e di pace, un progresso somigliante al penultimo italiano. Nell’arte del governo incominciò o crebbe almeno sotto Ludovico XIV quell’ordine centrale e quella divisione di ministeri non secondo le provincie, ma secondo le materie governative, che si sparsero poi e sono universali ora in Europa; e che criticate più o men giustamente ne’ loro eccessi, sono pure per ogni dove un certissimo progresso. Nell’arti belliche Condè, Turenna, Lucemburgo e Vauban, per lasciar gli altri, inventarono e praticarono quella tattica e quella strategica le quali, superate o no da’ loro emuli Eugenio e Malborough, durarono fino a Federico e Napoleone. Nelle sole scienze naturali e matematiche, Francia, a malgrado del suo Descartes e del suo Fermat, rimase inferiore, non produsse per allora progressi da compararsi a quelli fatti in Italia, Germania ed Inghilterra, da Galileo, Keplero, Leibnizio e Newton. Ma questo non fu se non un indugio; e quell’inferiorità fu compensata poi da que’ Lavoisier, Laplace, Cuvier e tanti altri che risplendettero nell’ultima generazione del primato francese. Quanto alla letteratura francese, chiamisi primato o dominazione o tirannia quello che si sopportò già con tanta servilità da tutta Europa per 150 anni, egli è confermato dalle grida stesse che si muovono contro, da quelle tardive proteste, da quelle oramai inutili esortazioni che si fanno a liberarcene. S’accusa ora quella letteratura d’essere stata ella stessa servile imitazione dagli antichi; e s’accusa insieme d’aver ritratto troppo i tempi, la nazione, la corte, i principi suoi. Ma l’una accusa distrugge l’altra; e fa vedere che l’imitazione classica francese (dico quella fatta da’ buoni al tempo di Ludovico XIV principalmente) non fu servile, fu ciò che l’imitazione romana antica, e l’italiana del buon tempo, ciò che dovrebbe essere sempre ogni imitazione classica o non classica, imitazione adattata a’ propri tempi, alla propria lingua, alla propria patria. E quanto alla filosofia poi, se, rimosso ogni zelo di nazione o di scuola, si consideri che i filosofi antichi non furono forse grandissimi, se non perchè meditarono e scrissero al lume naturale di lor ragione in tempi e luoghi dove quello soprannaturale della tradizione e della rivelazione era inferiore ed oscuratissimo; e che all’incontro ai filosofi moderni, meditanti, e scriventi in mezzo alla luce della tradizione restituita e della rivelazione accresciuta, non fu, non è, nè sarà conceduto mai più uno splendore uguale (perchè qual più vuole innalzarsi in filosofia, o incontra il campo della teologia, ed ha nome poi di teologo più che di filosofo, ovvero, per tenersene fuori, si svia irremediabilmente); se, dico, si consideri questa menomata condizione della filosofia in mezzo alla Cristianità, forse che quel gran filosofo storico di Bossuet, e quegli altri metafisici Descartes e Malebranche, sembreranno nella loro semplicità e ritenutezza più vicini a verità, che non molti lor successori francesi scozzesi e tedeschi. E quindi forse, diciamolo passando, questo sarà il merito della scuola italiana presente, ricondurre la filosofia a quella modestia che sola le si addice in seno al Cristianesimo; così sappiano i maestri non distrarsi da quell’alto ufficio loro, non perdersi in analisi non necessarie oramai, e produr quelle sintesi potenti, di che si mostraron essi capaci più volte, e che sole asseriscono la capacità ultima di qualunque scuola. — Ad ogni modo, questo fu il grande inciampo del primato francese: che i successori di que’ primi filosofi ritenuti, facendosi via via più arditi, infelicemente logizzando a modo de’ più infelici dialettici del medio evo, arrivarono a poco a poco dall’analisi del pensiero ad una stolta analisi dello spirito umano; ed inevitabilmente poi, ovvero alla circoscrizione e materializzazione di esso, al materialismo; ovvero all’infinito estendimento di esso, al farlo onnipotente e quasi Iddio, al razionismo o razionalismo. E quindi, effetto o causa non so, od anzi effetto e causa a vicenda, l’altro pervertimento dei costumi; quella corruzione mal elegante nella corte di Ludovico XIV, dissoluta in quelle del Reggente e di Ludovico XV, e che passò quindi alla città, alle provincie, a tutti i ceti della nazione. Allora, spoglia di verità e virtù, fu perduta Francia e cadde in quegli eccessi che ognun sa, in quella perdizione di civiltà e coltura che certo fu delle massime in che sia caduta mai niuna nazione cristiana. — Ma questo è quasi privilegio di Francia, dovuto alla prontezza degli ingegni suoi, o piuttosto a quella virtù dell’operosità ch’ella non perdette mai fra tante perdizioni: che gli errori, prontissimi a spargervisi, son prontissimi a correggervisi. E così dopo un dieci anni o poco più, la civiltà e la religione vi furono ravviate da Napoleone, le lettere cristiane da Chateaubriand, le cristiane scienze da Cuvier; un triumvirato per vero dire, che, a malgrado gli errori di quei grandi, rimarrà immortale nelle storie, non solamente nel progresso francese, ma dell’universale cristiano. E così ravviato, il primato francese risplendette di un nuovo ed ultimo lampo. Dopo aver primeggiato colla coltura, primeggiò Francia coll’armi. Ma durata poco in tal fortuna, ritornò ella poi ed ora sta negli antichi limiti; forte della memoria dell’antiche e nuove glorie; guarita di molti errori, ed accresciuta in civiltà, restituentesi in coltura, in filosofia, in religione; non più prima per vero dire, a malgrado del vanto che le ne danno taluni per abito, ma non seconda se non ad una sola altra nazione, tutt’al più. Così si salvi essa pure da tali pretensioni retrospettive a quel primato, a cui non è probabile risalga ella, più che niuna nazione che l’ha perduto! Così sottentri in lei la pretensione a quella parità che è destino probabile delle maggiori e più virtuose nazioni cristiane! E così voglia Iddio, pietoso per essa e per noi! Perciocchè, posta come ella è, in mezzo a Spagna, Inghilterra, Germania e Italia, le altre quattro grandi nazioni della Cristianità, non è nazione le cui sorti buone o cattive si facciano sentir più a tutti, sia ch’ella primeggi, sia che soggiaccia o pareggi.
16. Ed ora, giunti ai tempi che viviamo, noi faremo per la storia generale del progresso cristiano una questione simile a quella che facemmo per la storia particolare italiana: quali sono, come s’hanno a nominare questi tempi? semplice continuazione dell’età precedente? età di progresso simile, o poco diverso? ovvero età diversa, novella, età di _transizione, Era umanitaria_ come la chiamano alcuni, or vantandola, or esecrandola? — Ma confesserollo: io non ho capite mai queste due denominazioni, le quali mi paiono dettate dalla solita preoccupazione magnificatrice delle cose presenti, dimenticatrice delle passate. Qui è dove ci potrà forse giovare l’aver raccolte in poco spazio e quasi comprese in una idea, le vicende di molte età; la sola salvaguardia dall’esagerazioni è la comparazione. Della quale chi si giovi vedrà facilmente: che tutte le età di che abbiano discorso sono state età intermediarie tra una di minore ed una di maggior progresso, età dunque di transizioni nè più nè meno che la presente; ondechè tal nome non può distinguere nessuna età, od anzi non significa nulla, essendo inevitabilmente ogni età, età di transizione tra una che precedette, ed una che seguirà. E quanto all’altro nome d’Era umanitaria, se si voglia dire che questa nostra è età in che diventano più universali gli interessi di ogni nazione e si confondono in quello del genere umano, ciò è vero, ciò è certo, ciò non sarà negato da noi. Ma se si voglia dire che questo sia fatto, o principio di fatto nuovo, progresso in senso diverso da’ precedenti, altro in somma che continuazione del progresso cristiano di XVIII secoli; noi negheremmo, per vero dire, tal novità; noi sapremmo immaginare quale possa essere, come venire questo progresso diverso, non sapremmo indovinare niuna significazione a quel nome di progresso umanitario diverso dal passato e cristiano. E vi ha più. Noi, tanto credenti e speranti nel progresso presente, non sappiam tuttavia vederlo maggiore che i passati, se non come è sempre naturalmente maggiore degli anteriori ogni progresso ulteriore; non veggiamo che i passi facentisi ora, sieno più grandi che quelli fatti parecchie altre volte. Certo è grande il progresso di propagazione che si fa ora in Asia e s’incomincia in Affrica dalla Cristianità; ma sarebbe lungo a disputare e difficile a determinare, se più grande che il progresso simile fatto sotto il primato iberico e in quella medesima Asia, e di più nelle due Americhe. Certo sarebbe gran rivoluzione, gran progresso quello che sembra apparecchiarsi al commercio, nel mutargli le vie dai due gran capi d’Affrica e America ai passaggi di Suez e di Panama; ma è difficile a determinare se sarebbe mutazione e progresso maggiore che quello il quale si fece tutt’all’incontro, dal Mediterraneo a quelle due grandi circumnavigazioni. Certo è grande il progresso delle scienze, delle lettere e della pubblicità ai nostri dì; ma resta molto disputabile se non più grande quello che si fece nel mezzo secolo della invenzione e propagazione della stampa. E certo poi è grande il progresso della età presente in tornare dalle false filosofie, e sarà più grande se le distrugga, e più grande se distrugga le eresie, e grandissimo se distrugga l’erede di tutte le filosofie false e dell’eresie, il razionalismo; ma quando ciò facesse, non perciò l’età nostra o niuna futura sarebbe a comparare mai a quell’età, mezzo dei tempi, nella quale furono fatte cadere d’un colpo non alcune, ma tutte le false e tutte le insufficienti filosofie dell’antichità; d’un colpo non alcune eresie, ma tutte le false religioni. — Sappiam comparare se vogliam giudicare; se vogliamo non esser noi giudicati fanciulli da coloro che, quanto più noi progrediamo, tanto più saran essi progrediti.
17. E così dunque comparando e giudicando, ei ci parrà che l’età comprendente il tempo presente e il futuro vicino è prevedibile, sia per essere nè meno nè più che un’età di continuato progresso cristiano, età o porzione d’età simile a quella che dicemmo del primato iberico e del francese, età o porzione d’età che si potrà chiamare molto probabilmente del primato britannico. — Perciocchè dolga ad alcuni Francesi, dolga a Spagnuoli od Italiani o Tedeschi, detronati dai primati, dolga ai pretendenti nuovi o a chicchessia, sono fatti chiari a qualunque sincero e mediocremente informato: 1.º Che ora, al finir dell’anno 1843, la nazione che comprende Inghilterra, Scozia ed Irlanda e noi chiamiamo non propriamente, ma abbreviatamente britannica, è prima delle nazioni cristiane nell’opera delle conquiste della Cristianità, bella e grande essendo senza dubbio, ma non comparabile fin ora, la parte che vi prende Francia nell’Affrica; e non bella nè grande la parte che vi prende Russia, sviata dall’Asia. 2.º Che la nazione britannica è prima delle presenti, in quella propagazione della propria schiatta, e così di una di quelle schiatte cristiane, le quali (giudicando da tutti gli esempi anteriori, e da quello massimamente dell’America) sembrano destinate a succedere a tutte l’altre, a popolar tutto l’orbe, ad essere il terribil mezzo della Provvidenza alla propagazione del Cristianesimo. 3.º Che la nazione britannica è ora prima in quella propagazione di commerci, la quale è mezzo a quell’altre due più importanti. 4.º Che ella è prima in tutte quelle operosità industriali, in tutte quelle applicazioni scientifiche, in tutti insomma que’ progressi materiali che sono mezzi al mezzo commerciale, e per esso alle due grandi propagazioni; e che perciò, a malgrado di tanti stolti disprezzi, sono e saranno l’occupazione, l’oggetto di operosità, la via di molti nobili intelletti presenti e futuri. — Se tutto ciò non si voglia chiamar primato, io non so quale possa o potrà esser chiamato mai. Non quello germanico, che non fu guari se non propagazione e prepotenza della propria schiatta fra le cristiane; non l’italiano, che fu pari o più grande del britannico presente in colture, in industrie, in commerci, ma molto minore e quasi nullo in conquiste per la Cristianità, ed in propagazione di schiatte cristiane; non l’iberico, che fu grande in queste propagazioni, ma non in tutte le colture; non il francese, che fu all’incontro e di nuovo, come l’italiano, grande nelle colture, ma poco potente nelle propagazioni. — È buono o cattivo, giusto od ingiusto, utile o dannoso il primato britannico? Sono questioni diverse dalla questione del fatto, e poco meno che vane. Nè le facemmo per gli altri primati; o piuttosto noi ne prendemmo gli scioglimenti dalla Provvidenza e dagli effetti adempiuti, ed in ciascuno di questi riconoscemmo le vie di Lei. Confidiamo pure in Lei per gli effetti del primato britannico presente; e lasciamo ai nepoti la descrizione che ne potran fare essi soli. — E così lasciam loro le due altre quistioni se questo primato sarà durevole, e se sarà ultimo. Della durata, noi non possiamo guari scorgere se non che ella dipenderà probabilmente dal saper la nazione britannica vincere non tanto le difficoltà esterne, come le interne, quelle tre grandi piaghe del pauperismo, della prepotenza aristocratica, e della prepotenza inglese in Irlanda; che il gran rimedio alle tre, ed a quest’ultima principalmente, sarebbe senza dubbio il ritorno alla cattolicità, a cui sembra tendere la nazione tutt’intiera; e che quando fosse compiuta od avanzata tale opera, quando alle missioni infruttuose degli acattolici succedessero le fruttuose cattoliche, allora solamente si potrebbe sperare quell’incristianirsi dell’Asia, il quale solo sarebbe avanzamento definitivo colà della civiltà cristiana, conferma e guarentigia forse dell’imperio britannico in quelle regioni. Del resto, nulla d’umano dura perpetuo quaggiù; e gl’inglesi più colti, più dotti in istorie ed in pratica che nessun altro, sanno molto bene che il loro imperio asiatico, da cui dipende il loro primato, non durerà sempre; e tal professione si trova, se non nei documenti governativi, certo in molti degli innumerevoli libri di storie e di descrizioni indiane, che dimostrano la pubblica opinione. La quale professa sì volere e dover tener quell’imperio e quel primato quanto più si possa, e trarne intanto il maggior profitto in tributi e commerci; ma tende a far più legittimi, men gravosi ai popoli questi profitti; e prevede un tempo in che rimarrà forse profitto solo la propagazione delle schiatte e del nome e della civiltà britannica, e tien conto di tal profitto come grande anche ai nepoti, a quel modo che tien gloria ed utilità britannica presente l’imperio-anglo-americano, quantunque diviso. E questo è senza dubbio, alto e veramente liberale e cristiano modo di considerare il presente e il futuro, l’operosità, la virtù, i doveri e il destino delle nazioni cristiane. Una nazione in cui tale opinione è, se non universale, certo pubblica e frequente, non ha forse bisogno di altro per asserire il proprio primato; e può ben lasciare a’ nepoti le questioni della durata di esso; ferma essa nella coscienza o almeno nel desiderio di ben usarlo finchè durerà[41]. — E noi ci metteremo anche meno poi in quell’altre questioni di più lontano scioglimento, se qualche altra nazione succederà alla britannica nel primato cristiano, se il riacquisterà alcuna delle nazioni che già l’ebbero, o s’ei passerà ad alcun’altra dell’antico o del nuovo continente, ovvero se dal vedersi men chiari, meno assoluti, men durevoli quanto più si succedono i primati, si possa argomentare, che essi vengono cessando e cesseranno quasi assolutamente per l’avvenire, e che così sorgerà più o meno tardi una età novella in che le nazioni cristiane non proseguano più se non quella parità, che si può fin d’ora giudicare la più utile a tutti, la più utile forse a ciascuna, la sola giusta, la sola legittima, la sola compiutamente cristiana. — Certo, a chi ha fede nel progresso, a chi partendo dal presente, ne scorge immanchevole uno ulteriore nel corso de’ secoli, niuna speranza può parer troppa. Ma noi lasciamo queste e l’altre simili, le quali appartengono a quel futuro lontano che continuiamo a chiamare imprevedibile; e ci contenteremo di dar un ultimo sguardo a quel progresso presente, che congiunge le men discoste speranze dell’universa cristianità con quelle particolari della patria nostra.
CAPO DECIMOTERZO.
IL PROGRESSO CRISTIANO PRESENTE ED ACCRESCIMENTO CHE NE VIENE A TUTTE LE SPERANZE ITALIANE
_Lo que ha de ser, no puede faltar_. — C’est là un fatalisme particulier à l’Espagne, un fatalisme religieux qui repugne aux lâchetés Épicuriennes, comme aux stériles vertus du Stoïcisme.
DURIEU, _Revue des deux Mondes_, 15 _juin_ 1844, _p_. 972.
1. Noi nol celammo già, ma gli opponenti cel fan ripetere deliberatamente qui: Se le Speranze che noi venimmo esponendo della patria nostra fossero isolate, se noi sperassimo un progresso di virtù e d’opinione nel popolo nostro, un progresso d’unione tra popolo e principi, un progresso di territorio ad uno o parecchi principati, un progresso d’indipendenza a tutta l’Italia, senza sperarne altri simili o maggiori dell’universa cristianità; tutte quelle Speranze nostre ci parrebbero mal sode a noi stessi; noi ci sottoporremmo satisfatti al giudicio di coloro che le dissero più virtuose forse, ma non meno vane che le rigettate da noi, sogni nuovi posti invece di sogni vecchi. Ma qui sta, diciamo noi, la differenza; qui, se si voglia, la sola, ma qui, il pretendiamo, la total differenza; che le speranze da noi rigettate sono appunto contrarie, che le presentate da noi sono concordi, col progresso universale della Cristianità. — E quindi è che, svolta oramai la serie di questo per li XIX secoli suoi, noi ci fermiamo a cercare posatamente, partitamente, qual sia esso a’ nostri dì; e quali poi le prove, gli accrescimenti che ne vengono alle Speranze italiane. Se oltrepassando qui il nostro primo disegno, noi cadrem forse in alcune ripetizioni, noi ne rigettiam la colpa sui disperanti. — I quali, non abbiam fiducia per vero dire di persuader tutti; non quelli certamente che invecchiati in lor disperanze ed adattatavi da gran tempo lor vita, non vorranno disturbarne i resti per le nostre o per niune ragioni. Ma molti sono pure che non hanno ancora adattata lor vita; molti giovani che cercano adattarla alle speranze della patria, che cercano quindi candidamente, spregiudicatamente quali sieno più probabili, cercan vivere, cercan morire per l’adempimento, od anche per l’avanzamento di queste. Ed a tali giovani, alla vera e sincera giovane Italia de’ nostri dì, noi rivolgiamo, non senza fiducia, il nostro discorso. — Ad ogni modo, noi prendiamo a dimostrare qui 1.º che la Cristianità presente è in progresso di dilatazione, 2.º che è in progresso di unione, 3.º in progresso di civiltà, 4.º in progresso di coltura, 5.º in progresso di virtù; e che ciascuno di questi progressi accresce le speranze italiane, ne fa, non che probabili, ma in un modo o in un altro, una volta o l’altra, e per quanto possa qualunque cosa umana, certi gli adempimenti.
2. Io dico che la Cristianità presente è ora evidentemente in PROGRESSO DI DILATAZIONE. — Tutta l’Europa senza eccezioni, tutta l’America con così poche che già non contano e finiscono, sono cristiane; ed in esse, e qua e là nel resto dell’orbe, cristiani sono da dugento milioni d’uomini, tra il quarto e il quinto del genere umano. Ed ora (ei fu già osservato da altri) non istà all’incontro niun’altra società religiosa comprendente un numero così grande d’uomini; non la Bramanica, che comprende solamente una parte degli Indiani; non la Buddica, che comprende l’altra parte degli Indiani, ed una di Cinesi; non l’antico Teismo, che dura nell’altra parte di questi. Ma noi aggiugniamo poi, che, fatta in tal modo la comparazione delle forze cristiane colle non cristiane, ella è molto incerta e poco significante. Ogni calcolo di forze umane non può esser giusto, se vi si tenga conto solamente del numero delle anime, se non si tenga pure dell’impulso che le muove; le forze umane, come le materiali, constano di due elementi, la massa e la velocità. Ed introdotto quest’elemento della velocità, dell’impulso, la comparazione delle forze cristiane con ciascuna delle acristiane non rimarrebbe dubbio per vero dire. Ma noi andiamo più in là; noi accettiamo e provochiamo una comparazione più svantaggiosa: la comparazione delle Cristianità con tutto il resto del mondo; la comparazione delle forze dei 200 milioni di cristiani, con quelle degli 800 che concederemo de’ non cristiani. Quest’è la divisione del genere umano che incominciò al dì che incominciò la Cristianità; al dì che erano contro l’universo mondo 70 cristiani o poco più. — E così instituito il paragone, diciamo che que’ 70 essendo diventati 200 milioni in XVIII secoli, è molto probabile che questi diventin mille milioni in pochi secoli; diciamo che la massa de’ 200 milioni moltiplicata per l’impulso presente cristiano è una forza che ci par molto grande, ma che noi lascerem supporre mediocre, o piccola, o piccolissima; perciocchè ad ogni modo ella sarà sempre maggiore che non la forza la quale, constando della massa degli 800 milioni acristiani, moltiplicata per la velocità zero dell’impulso loro presente, risulta quindi zero ad ogni modo. — E che poi sieno zero al dì d’oggi tutti gl’impulsi religiosi non cristiani, io non credo che ne possa dubitare nessuno, il quale v’attenda pur un momento. Lasciamo le religioni anticamente cadute, guardiamo sole le superstiti. Io crederei che il Teismo Cinese sia antico quanto il mondo postdiluviano; che fosse simile, fosse parte del teismo primitivo, prima buono, in breve sviato; e si propagasse quindi colle genti primitive, e durasse presso le cinesi forse meno sviato, forse quasi solo, lunghi secoli certamente, intorno a 2,500 anni. Ma ad ogni modo il suo trionfo, il suo imperio esclusivo cessava già intorno al secolo VI prima di nostra era; e d’allora in poi fu combattuto, fu ristretto, fu alterato dal Tao-teismo, dal Buddismo antico, dal Shamanismo successivo; ondechè è ridotto oramai a non molti in quell’imperio, e quell’imperio è il più misto di religioni, od anzi, al dir di tutti, il più privo di religione che sia al mondo; ondechè in somma l’impulso, la forza di quel teismo si vede cessata da ventiquattro secoli oramai. — Ed io crederei che il Bramanismo primitivo sia parimente antico, parimente originario dal Teismo; ma sviatosene più prontamente, ei si costituì ad ogni modo qual è nei Vedi duemila anni incirca prima di G. C. E fiorì, ebbe un primo periodo di propagazione, un primo impulso fino intorno al medesimo secolo VI avanti G. C. Ma allora ebbe ad emulo il Buddismo, e ne fu vinto in parte fino ai primi secoli dopo G. C.; e il rivinse poi, ed ebbe così un secondo periodo di vittoria, un secondo impulso indubitabilmente. Ma questo durò molto meno che il primo; e intorno all’anno 1000 il Bramanismo fu assalito e vinto dal Maomettismo, e durò schiavo di esso dapprima, schiavo poscia ed ora della Cristianità; ondechè in somma sono otto secoli ch’egli è schiavo, otto secoli che è cessato ogni impulso suo. — Ed io crederei che anche il buddismo primitivo fosse quasi contemporaneo alle prime genti postdiluviane. Ma checchesia di tal opinione, certo è che il buddismo, vincitor del Bramanismo, non risale nemmen esso oltre al secolo VI avanti G. C.; che il Buddismo Lamaico è posteriore di parecchi secoli a questa nostra era; che l’impulso e la propagazione di lui cessarono all’incirca alla medesima epoca ed allo stesso modo che l’impulso bramanico, per le vittorie orientali del Maomettismo; cioè da’ medesimi otto secoli. — E l’impulso, la propagazione di questo poi, durò (non disputiamo nè distinguiamo qui, e concediamo quanto si possa pretendere) durò presso a mille anni, dall’Egira fino all’assedio di Vienna. Ma da due secoli in qua, non solamente ogni impulso suo è cessato, non solamente è chiara a tutti la sua decadenza, ma la sua caduta a precipizio; perdè la signoria dell’Indie, perdè molte provincie asiatiche ed europee conquistategli dalla Russia, fu cacciato intieramente di Valachia, Moldavia e Servia, perdè Grecia ed Algeri; ondechè la cessazione del suo impulso, quantunque molto meno antica, è più evidente a ciascuno, che non quelle stesse del Teismo Cinese, o del Bramanismo e del Buddismo. — Ed ora supponiamo (ciò che tuttavia è assurdo) che si congiungessero tutti questi acristiani e di più tutti gli altri del mondo contra i cristiani, gli 800 milioni d’uomini senza impulso contra i 200 milioni più o meno impulsi, la vittoria, il risultato ultimo non resterebbe dubbio; non è possibile che questi non finiscano per vincere, conquistare ed asservire o spegner quelli, in un modo o in un altro, quandochesia. — Ma questo impulso cristiano poi non è vero che sia piccolo; è grandissimo, è patente da tutte le parti, su tutti i limiti della Cristianità. Tre secoli fa ella incominciò a spandersi in Occidente; ed ora è finito quell’impulso per una buona ragione, perchè è finito il terreno da conquistare, sono conquistate o spente tutte quelle schiatte d’uomini. Ora è la vicenda dell’Oriente e del Mezzodì; e ad Oriente è conquistato da un secolo un imperio intiero, il vero imperio di mezzo dell’Asia, tutte le Indie: ed indi raggiando, la Cristianità, condotta dall’Inghilterra, domina più o meno già su tutta l’Asia meridionale; mentre Russia regna su tutta la settentrionale; e s’incontrano le due preponderanze nell’Asia centrale, ondechè non è libera della preponderanza cristiana niuna terra asiatica, se non la Cina e il Giappone, o forse già questo solo. E l’Affrica è da gran tempo cinta da una corona d’isole e di porti continentali cristiani, ed è ora intaccata gravemente nell’Algeria, ed è ultimamente assalita a Marocco; e la lontana Oceania è invasa nelle sue isole maggiori e minori tutta quanta oramai. È egli probabile, non dico che dia indietro, ma che si fermi tal impulso, tal progresso di dilatazione, il quale dura vittorioso così da tre secoli, crebbe e cresce fino a ieri ed oggi? O non anzi, che cresciuto si acceleri; e che fra altrettanti o meno secoli diventin cristiani o almen soggetti a’ cristiani quei rimasugli di terre e di schiatte non cristiane? No, no; non è profetare, non è se non umano od anzi volgarissimo prevedere questo, che fra pochi secoli non rimarranno sul globo se non iscemate e sparse, e suddite nostre, e nascondentisi ne’ deserti le genti acristiane; a quel modo che poco dopo i tre primi secoli rimanevano sparsi e nascosti ne’ _pagi_ più oscuri que’ pochi idolatri dell’Imperio romano, che ne preser nome di pagani. — Al secolo scorso, nel calor della smania anticristiana si accusava il Cristianesimo di essere propagandista; ed alcuni cristiani erano così semplici da volerlo scusare di tale imputazione. Ma questa era pur giusta; e fu sempre ed è ora più che mai provata dal fatto. Propagandista si mostra il Cristianesimo da tutte parti; propagandista fu lungo tutti i secoli suoi; propagandista fin dal nascere suo, per istituzione, per la natura sua soprannaturale. Il Cristianesimo non è altro che propagazione; è verità, epperciò si propaga. E se noi scrivessimo qui di teologia o filosofia, noi invertiremmo l’argomento, e diremmo: si propaga solo e dappertutto, ei debbe essere dunque verità. Ma noi scriviamo di storia e politica; e notiamo solamente il fatto: si propaga in tutto l’orbe.
3. Ed ora scendiamo da queste evidenti certezze generali alle speranze italiane. — Noi dimorammo già non poco tratto a dimostrare la probabilità che cada l’Imperio ottomano, sedia principale del Maomettismo, e che, cadendo, lasci luogo alle nazioni cristiane. Ma ora, considerata nel suo impulso presente, in quello dei tre ultimi o, per dir meglio, dei XVIII secoli suoi la cristianità; la questione turca s’impicciolisce a tal segno da non parer più degna forse nemmeno dello studio che vi ponemmo; da parere non più che parte della certezza della propagazione universale cristiana. Quell’Imperio è ad uno dei limiti dell’Europa, della madre patria della Cristianità, della sedia ov’ella è compressa, ristretta, confinata contro tutti i bisogni presenti suoi, contro a tutti i suoi destini futuri; è al limite orientale, verso a dove si volge l’impulso presente di lei; è sulla via, primo sulla via ond’ella ha a passare; ed è non solamente imperio stazionario, ma cadente, ma già scemato, ma già incominciato a spartirsi tra la Cristianità. Se dunque non mutino tutte le proprietà, tutti gli andamenti di lei, se non cessi a un tratto tutto l’impulso cristiano, contro tutti i fatti precedenti, senza ragione presente, senza annunzi, senza cenni, senza probabilità nè possibilità avvenire, se non si volgano a rovescio i secoli e il genere umano, quell’imperio è destinato a finir di cadere, a lasciarci luogo, a darci spazio. — Se fosse possibile che la Cristianità non passasse per quella via, ella passerebbe per qualunque altra; e la propagazione sarebbe la medesima; e medesimi sarebbero all’incirca i risultati per la Cristianità in generale, per l’Italia in particolare. Supponiamo che la Cristianità non passi per la sua via naturale, da Occidente ad Oriente, che incominci dal Mezzodì, dall’Oriente, dal Settentrione; supponiamo (improbabilissimo) che l’Imperio turco duri come già l’Imperio greco a Costantinopoli, intanto che Inghilterra e Russia lo spoglierebbero delle sue provincie asiatiche. Ma un dì o l’altro ei sarebbe spogliato pure delle sue provincie europee, pur di Costantinopoli. E allora, risorgerebbero le medesime eventualità, le medesime occasioni, i medesimi tre casi di spartimento che ponemmo. Ridico che non è possibile che avvenga tal ritardo; ma poniamolo, non è che ritardo; e sempre si verrebbe a’ tre casi già considerati. Di qua non s’esce; qualche nazione cristiana passerà o sorgerà, un dì o l’altro, nelle provincie europee dell’Imperio turco; ed, o vi passerà l’Austria, o vi passerà la Russia, che sono le due sole potenze limitrofe; o sorgeranno stati nuovi delle popolazioni cristiane che vi si trovano or rare e serve. Ma nel 1.º caso (il più conveniente, dicemmo e confermiamo, a tutta la Cristianità) l’Austria s’accrescerà a segno da non poter nè essa conservare, nè esser sofferta di conservare le sue provincie occidentali straniere; e queste non possono se non ridiventar italiane, compiere finalmente la nostra indipendenza, in qualunque modo. Nel 2.º caso, se la Russia fosse quella che sottentrasse all’Imperio turco, ciò sarebbe segno, sarebbe effetto d’una decadenza, d’un ozio, d’un avvilimento, d’una nullità dell’Austria molto peggiori che non le presenti stesse; e ciò sarebbe occasione, ciò speranza, grandissima oltre ogni altra, all’Italia. Quella viltà, quella nullità esterne sarebbero pur interne; sarebbero scioglimento di quell’imperio; sarebbero sorgimento d’indipendenza nuova e compiuta agli Ungaresi, ai Boemi, a tutti gli Slavi. E non sarebbero all’Italia? Non è probabile. L’indipendenza è desiderata dalle popolazioni austro-lombarde, più che non dall’austro-ungaresi, od austro-slave; e queste non hanno principi connazionali vicini, da aiutar quell’indipendenza, da approfittarne. Certo sì: lo scioglimento dell’Imperio austriaco sarebbe l’occasione la più propizia per l’Italia; e se i nostri desiderii fossero italiani gretti, non italo-europei od anzi italo-cristiani, noi non desidereremmo mai altra occasione. E finalmente il 3.º caso, che sorgessero stati cristiani dalle provincie turche, non può succedere forse, se non col medesimo od un poco minore avvilimento dell’Austria, e di più, con uno simile della Russia; e ad ogni modo dall’instabilità, dalla debolezza, dalle dispute interne ed esterne di questi stati nuovi sorgerebbero tali e tanti turbamenti in tutta la Cristianità, che sarebbero non più un’occasione, ma una lunga serie di occasioni favorevoli alla indipendenza d’Italia. — Ma si vuol egli fare un 4.º caso? uno composto de’ tre primi? il caso che qualche cosa sia presa dall’Austria, qualche cosa da Russia, qualche cosa da stati nuovi indipendenti? Sia pure: in tal caso le nostre occasioni sarebbero pur composte delle tre occasioni, le nostre speranze delle tre speranze particolari; noi avremmo occasioni e speranze dall’inorientarsi d’Austria, e dall’avvilimento di essa, e da’ turbamenti che nascerebbero. — Ovvero ancora, vuol egli farsi un 5.º caso? che tutto ciò avvenga a poco a poco, pacificamente, diplomaticamente? Sia pure anche ciò; ma sorgerebbero almeno occasioni diplomatiche, speranze quindi da’ nostri principi che possono e debbono entrare in tali diplomazie, speranze dai nostri popoli che vi possono incorare, spingere i nostri principi. Perciocchè, già s’intende, che tutto ciò non succederebbe se mancassimo noi stessi a noi, all’Europa, alla Cristianità. Già s’intende, che non è speranza a chi non prenda le occasioni, a chi non s’aiuti quando Dio l’aiuta. Non è che un caso contro a noi: il caso che poi rimaniamo oziosi nell’occasione. Ma questo stesso, grazie a Dio, non è probabile. Noi non siamo in un seicento. Noi valiamo più che al principio del secolo XVIII. E allora bastò l’occasione della successione di Spagna per rialzar l’Italia. Ben altra successione ci si apparecchia; e noi siamo di gran lunga meglio apparecchiati a valercene. No, non è sogno questo; sogno è quello de’ disperanti; ed alla moltiplicazione di essi si riduce il solo caso che abbiamo contra noi. Deh non date lor retta, o miei compatrioti.
4. Ma andiamo innanzi; passiamo ad altri progressi della cristianità, ad altri accrescimenti di speranze nostre. — La Cristianità è in PROGRESSO D’UNIONE. Comparisi quella che è ora, con quella che era, o tre secoli fa, al principio della riforma, ovvero due, al costituirsi di essa, ovvero uno, al suo lasciar luogo alla filosofia del secolo XVIII, ovvero al principio del secolo presente, ovvero dieci anni fa, come si voglia, come paia più svantaggioso al tempo presente. Non importa; riman favorevole qualunque di questi paragoni. — E non è bisogno di spiegare che quand’uno, quantunque piccolo, di noi cattolici parla di riunione, ei non intende altro se non il riaccostamento degli altri a noi; noi non ammettiamo se non una verità in teoria, una chiesa in istoria ed in pratica. Ma questa chiesa nostra è quella appunto che veggiamo, ora più che mai, in progresso di dilatazione, a detrimento continuo di tutte l’altre parti della Cristianità. Facciamo anche qui arditamente la divisione de’ due campi; mettiamoci anche qui, noi da una parte, e tutti gli altri dall’altra. Sarà paragone pieno di letizia e speranza, qui più che mai; qui abbiam per noi i due coefficienti della forza, la massa e l’impulso. De’ duecento milioni di Cristiani, cento all’incirca son cattolici; tutti gli altri, divisi in parti innumerevoli, arrivano appena insieme all’altra metà; ogni parte è una frazione piccola; è peggio, è una quantità indeterminata, variabile di dì in dì. — Ma prendiamoli pur tutt’insieme; tutta intiera la riforma, come se facesse corpo; ella non ha più impulso, noi l’abbiam conservato e rinnovato. Da trecent’anni e più ch’ella sorse, ella progredì poco più di cinquanta[42], ma poniamo cento; e rimase stazionaria, pogniam cento altri; certo poi da cento in qua, quel suo dividersi, ridividersi, disordinarsi, discostituirsi, sminuzzarsi, prova che non ha più impulso, che non è più essa, non è più riforma; nè quasi eresia, nè quasi Cristianesimo; che ella è regredita a quel dubbio del Cristianesimo, a quel razionalismo, il quale sotto varie forme e varii nomi, ma sotto quello sopratutti di Arianismo fu antichissimo sì, ma quasi spento per un intervallo di mille anni. Giunta a tal condizione la riforma, è egli sperabile per lei, temibile per noi, ch’ella ricalchi le vie sue, che si riordini e ricostituisca per progredire di nuovo? Che faccia ciò che non ha fatto essa mai, ciò che non fecero le eresie primitive? O non anzi, che succeda a lei ciò che a quelle? che si spenga, si perda a poco a poco, insensibilmente, da sè? E tanto più, che ella non pretende più a propagarsi nella Cristianità; che ella ci ha lasciato il vizio stesso, o virtù del propagandismo, che ella si vanta di non averlo, che ella l’ha cancellato da’ suoi dogmi. — E noi, all’incontro, l’abbiam serbato; e siam tornati a più arditezza nel professarlo. Non parlo dell’uno e dell’altro caso speciale; non entro in dispute nè particolari di teologia. Ma sono campo della storia oramai quella liberazione dall’antica servitù religiosa di sette milioni d’irlandesi ed uno d’Inglesi, che vedemmo inaugurarsi or son poc’anni, e vedremo compiersi probabilmente fra pochi altri; e il riaccostarsi della scuola teologica _puseista_ e di altre inglesi e germaniche; e il progresso di quegli studi storici germanici e francesi, che non possono non ricondurre alla sola chiesa che sia storica, alla sola che non presenti l’intervallo dei mill’anni. La storia universale bene studiata non può non fare ciascuno cristiano; bastando il paragone di tutte l’altre religioni antiche o nuove a dare un infinito vantaggio al Cristianesimo. Ma la storia moderna non può non fare ciascuno cattolico; dando un vantaggio simile alla chiesa cattolica su tutte le altre[43]. E sono campo della storia, sono progressi cattolici tutti que’ progressi della filosofia che la conducono a riconoscere la propria insufficienza nel capire, e più nel diffondere e più nel ridurre in pratica universale le grandi verità che ella contempla; ed a riconoscere quindi la necessità, e quindi la realità della rivelazione, e quindi della conservazione e continuazione di essa in una chiesa, la cattolicità, il cattolicismo. Qui pure, le generalità della filosofia conducono al Cristianesimo, le particolarità al cattolicismo. — Certo rimase e forse rimarrà il gran residuo della riforma, anzi di tutte le eresie, il gran residuo della filosofia del secolo XVIII, anzi di tutte le grette e incompiute filosofie antiche o moderne, la filosofia escludente la contemplazione del soprannaturale, la filosofia razionalista; certo questa è e forse sarà gran tempo e forse sempre l’avversaria vera del cattolicismo; certo ella è da combattersi molto più che non quel materialismo e quel panteismo duranti in pochi, rinnegati da questi stessi. Ma il razionalismo stesso può combattersi oramai da’ nostri, come da vittoriosi, con alacrità, senza timore; il razionalismo non è per natura sua se non filosofia, non fu nè può essere religione mai, non credenza popolare nè molto sparsa, non culto, non fede, non amore, non fiducia compiuta nel Creatore, che sono pure qualità intime della natura umana; non è nemmeno satisfazione compiuta alla ragione: non può essere opinione nè dei pochi sommi, nè dei molti piccoli; non è nè sarà mai se non errore di pochissimi intermedii. Ne’ quali duri più o meno tempo, egli è ad ogni modo ultimo stadio di tutto ciò che si scosta dalla cattolicità; comprenderà in breve quanto non è cattolico nella cristianità; ondechè, riducendosi a questi necessariamente pochi il campo opposto, si accrescerà il nostro di altrettanto. — Del resto, io non profeto, non parlo di una riunione pronunciata, d’un ritorno dichiarato de’ dissidenti, lascio nelle incertezze del futuro imprevedibile la forma, la quantità, la compiutezza delle conversioni. Ma questo veggo ed affermo con tutti (con gli stessi dissidenti sinceri e colti), che la dissidenza o riforma è in disordine e in regresso; che è in regresso ogni filosofia acristiana, in progresso ogni cristiana; che la cattolicità è in progresso; ch’è quindi in progresso d’unione la Cristianità tutt’intiera. Un fatto solo è all’incontro; una disunione sola è crescente; quella della Russia, o per dir meglio del governo, o forse solamente dell’autocrata russo. Ponga, chi vuole, tal regresso al paragone di tutti i progressi. Io non so se non compiangerlo, ma contarlo per piccolo, e probabilmente di poca durata.
5. Ed anche qui da questo progresso d’unione cristiana sorgono begli accrescimenti di speranze italiane. Unendosi la Cristianità nella cattolicità, ella non può unirsi se non intorno al centro di questa; ed essendo tal centro, d’instituzione sua, italiano, non può se non accrescerne l’interesse universale per quell’indipendenza d’Italia che è così necessaria all’indipendenza del centro, del capo della Cattolicità; e tale interesse universale accresciuto non può se non accrescere gli amici, far più sinceri, più efficaci gli aiuti, scemare, scoraggiare gli avversari e le resistenze a quella indipendenza. — E vegniam pure ai particolari. Tre grandi potenze sono nella cattolicità, Francia, Spagna, Austria. Francia è la massima; Francia fu la istitutrice del dominio temporale dei papi sotto i Carolingi; Francia fu più o meno il sostegno loro contro agli imperatori germanici fino a Filippo il Bello; e Francia fu poi lor rivale per vero dire, od anzi lor tiranna per un secolo e più, grazie alle emulazioni per il dominio d’Italia; ma Francia fu di nuovo lor protettrice più o men buona, ma sola contro alla preponderanza di Carlo V e delle due case d’Austria spagnuola e tedesca lungo il seicento; Francia la distruggitrice di tal prepotenza, e così la restauratrice d’indipendenza della Santa Sede nel secolo XVIII; e Francia fu poscia e colle sue opinioni e coll’armi la principal nemica di quella Sedia per vero dire; ma quell’opinione e quell’armi le son tutt’altro che nemiche oramai; e senza voler nè lodar nè scusare l’ultima mossa di quell’armi in Italia, di che tanto si scandalezzano alcuni, elle paiono a me, e credo pur ad altri devoti della Santa Sede, essere state molto meno antipapali che antiaustriache, e men dannose al papa che a tutti i nemici di lui. Ad ogni modo Francia, non più ostile al papa, è ridiventata di natura sua la potenza maggiore, epperciò, politicamente, la potenza duce della Cattolicità; serba in questa il primato suo. Del quale poi, lungi dal far disprezzo o scherno come al secolo scorso, ella si rifà gloria e potenza; e l’esercita molto volontieri e apertamente, dentro e fuori d’Europa; e l’esercita ogni dì più, quanto più ella s’assoda; tantochè un suo ministro protestante, perchè è uom sodo e progressivo, è quello fra tutti il quale lo esercita più apertamente. — E Francia sarà in ciò aiutata ogni dì più da Spagna, pur riassodata, pur riaccostata alla Santa Sedia. Bisogna conoscere quella nazione così intimamente cattolica, per capire come le alleanze inglesi, che vi dovrebbero essere favorite da tante gratitudini e da tanti interessi, vi sieno pur sempre brevi e mal ferme, per la sola dissidenza od anzi avversione religiosa; e come, all’incontro, vi si torni sempre all’alleanza francese, che ha pur contro a sè tanti interessi e tante memorie, per ciò solo che non ha quel vizio intrinseco, e che è rifugio dall’antipatica alleanza inglese. E ad ogni modo ogni progresso spagnuolo è progresso cattolico, progresso papalino, progresso da diventar utile un dì o l’altro all’Italia[44]. — Ma Austria fu ed è buona cattolica, eppur non fu guari papalina mai, e men che mai da Giuseppe II in qua. Molti lo dicono; e parecchi ne la lodano, e si trovò un Italiano il quale ci confortò ad imitare l’Austria in ciò, anzi ad accostarci all’Austria per ciò; il quale ci volle far credere che l’essere essa antipapalina riscatta tutti gl’inconvenienti, tutti i difettucci che potrebbe aver per noi la dominazione di essa. Ma chi gli diè retta? Lasciamo in pace i morti dimenticati; e tanto più uno che errò senza malizia. E passiamo ad osservare che l’antipapalismo austriaco va cessando come tutti gli altri; che il progresso dell’opinione cattolica riconduce anche l’Austria a maggior rispetto, a maggior interesse verso la Santa Sede; che se fosser possibili a lei quegli antichi disegni di dominazione universale della penisola, ella non li adempirebbe forse per quel rispetto; che ella rigetterà certo tutte le stoltezze, non sue, dei neo-ghibellini; e che in tutte le eventualità future, ella s’accosterà probabilmente a qualunque disegno si faccia dall’altre potenze cattoliche ad onore e pro della Santa Sedia. E non mi si faccia dir poi che Austria ci darà l’indipendenza, si ritrarrà d’Italia per amore alla Santa Sedia; chè io non dico questo, anzi dico che l’Austria non si ritrarrà mai per amor di nessuno se non di sè stessa, e farà in ciò come fan tutti. Ma dico che se l’Austria vedrà l’interesse suo vero, che è di portar altrove la sua potenza, ella lo farà in modo che non ne scapiti la potenza, la dignità del papa; e che intanto nè Austria, nè Francia, nè Spagna, nè l’altre potenze che sono e saran cattoliche non aderiranno a niun altro detrimento di esso; e dico che tal fatto, e la persuasione di tal fatto, debb’essere ed è una causa d’unione, epperciò una nuova fortuna una nuova speranza all’Italia. — E dico poi che questa, anche da sè, anche indipendentemente d’ogni paura od influenza straniera, anche per interno effetto del progresso cattolico, anderà smettendo nell’avvenire tutte quelle opinioni, e quei tentativi antipapalini che guastarono da secoli e secoli, fino a ieri od oggi la nostra impresa d’indipendenza. — Pochi mesi sono, io m’interrompeva in quest’ultime pagine per deplorare uno di tali tentativi; ma corso quel poco tempo, il tentativo è già finito. E deh nota ciò, ti piaccia o dispiaccia, o leggitore italiano. Un venti e più anni fa una sollevazione di quelle medesime provincie fu impedita da una grande invasione austriaca; rimedio all’antica. Un dieci anni fa un’altra sollevazione vi fu in parte repressa da una invasione austriaca minore, in parte impedita da una contro-invasione francese; rimedio già nuovo e che si potrebbe dir di transizione. L’anno scorso una terza sollevazione succede; e non fa più bisogno nè di grande nè di piccola invasione austriaca, nè di contro-invasione francese; l’opinione nazionale assodata la riduce a nulla da sè, fa che bastano poche armi, le armi del papa, a spegnerla del tutto; rimedio novissimo, e almeno nazionale. E quindi, io vo incontro a tutto ciò che mi si apporrà qui; vo incontro alle risposte che mi si faranno a ciò che dico e non dico; e chiamo progresso e grandissimo progresso siffatto assodamento dell’opinione italiana. — E spero che si accrescerà ancora. Io dissi già, doversi lasciare ai principi italiani la decisione delle mutazioni da farsi ne’ loro governi; e quindi al papa, che è uno di questi principi. Ma aggiungo qui, che il governo di lui è il più difficile a mutare, è quello ove le mutazioni fatte per forza trarrebbero intervenzioni o forse invasioni dell’universa cattolicità; e che è quindi gran fortuna, non si facciano così, e ne cessino i tentativi; e che cessando, elle si faranno più facilmente, da chi solo le può fare utilmente, che sarà nuova fortuna. E mi si rimproveri pure di non entrare in particolari; io non entrerovvi qui più che altrove; e v’entrerei anche meno. Chè le costituzioni mi paion già puerili a far così, _a priori_, da lungi, sulla carta e non sul terreno, anche per li principati secolari e volgari; ma per quel principato eccezionale, unico in sua specie, e duplice in sua natura come è il papato, io riderei di me stesso se mi vi arrischiassi. Del resto, la unione crescente della cristianità, raccogliendo nel centro più opinioni, più aiuti, più consigli di tutti i cattolici, non può se non servire al progresso del governo temporale del papa; non può se non accrescere anche questa grande speranza italiana.
6. E quindi siam condotti molto naturalmente a considerare il terzo progresso della Cristianità, il PROGRESSO DI CIVILTÀ. I passi fatti in essa sono quelli che si sogliono riconoscere con minore unanimità da’ contemporanei, perchè non si posson fare senza distruggere privilegi ed ingiustizie; senza far passare dall’une alle altre mani, o almeno senza allargar parecchi diritti civili; senza che rimangano malcontenti molti di coloro che furono spogliati, molti a cui pare spogliazione l’allargamento de’ loro diritti, e molti a cui non paiono acquisto i diritti che hanno in comune cogli antichi possessori; la numerosa caterva degli illiberali. La ricognizione de’ progressi civili non si suol fare se non quando, cessata la generazione degli spogliati e degli spogliatori, e sentito poi universalmente il beneficio della più larga ripartizione; e questa ricognizione è allora suggello dei progressi avvenuti, gran progresso ella stessa. — Ora, io crederei che non siamo discosti da questo; che sia incominciato il giudizio de’ posteri sulle mutazioni fatte nella civiltà cristiana dal principio nel nostro secolo; che già non si neghi loro il nome di progressi, se non forse da coloro a cui ripugna, in odio degli autori, men l’idea, che non la parola. Ed alcuni di questi sogliono torle quella macchia o correggerla, chiamando _ben intesi_ i progressi riconosciuti da loro. A me parve migliore e più determinata correzione, chiamar _cristiani_ tali progressi che veggiamo estendersi più o meno su tutta la Cristianità, e non estendersi se non sulla Cristianità; ma se più piaccia dirli ben intesi od anche più timidamente, miglioramenti, ordinamenti o che si voglia, sia pure; purchè si riconoscano come beneficii della Provvidenza alla Cristianità de’ nostri tempi, come arra di continuazione probabile ai tempi prossimi venturi. — Ma poveri uomini di stato, poveri uomini di studio, poveri cristiani vogliono essere coloro che non professino tal gratitudine per lo sgombramento fattosi quasi dappertutto degli ultimi resti di quella feudalità che fu resto ella stessa degli antichi e gentili diritti di conquista, che non fu mai sistema od ordine, ma mancanza d’ogni ordine, che fu la più mal costituita fra le aristocrazie; aristocrazia nemica al principe ed al popolo, stato nello stato, felicità ed operosità di pochi a spese di molti, eccezione anticivile ed anticristiana, e non più. E poveri uomini di stato o di studio, poveri cristiani vogliono essere coloro che non professino gratitudine per l’allargamento e l’agguagliamento de’ diritti civili a tutte le condizioni dei cittadini; per la semplificazione e l’ordinamento in codici delle leggi di quasi tutti gli stati; per quell’abolizione della schiavitù la quale fu proseguita dalla Cristianità fin dalla prima età sua, ma non fu avanzata mai come alla nostra; per l’abolizione di tutti quegli usi che nelle successioni, nelle fortune di mare, nella punizione dei delitti, separavano l’una dall’altra le nazioni cristiane; e per la diminuzione di quelle gelosie commerciali che le separavano anche più, ed erano quasi guerre continuate in tempi di pace; e così poi per tutti que’ commerci allargati e tutte quelle comunicazioni materiali ed intellettuali agevolate, che fanno più che mai quasi una repubblica, uno stato degli stati, una società non solamente religiosa, ma civile dell’intiera Cristianità. E poveri uomini di stato e di studio voglion esser coloro i quali non riconoscano un immenso progresso civile, in quel progresso della carità, che è universale ne’ paesi cristiani, ma sopratutti ne’ cattolici presenti; e che dicemmo già, e (con gran rincrescimento di non poterci estendere in prove) confermiamo, esser massimo possibile scioglimento delle ultime, delle vere e sublimi questioni della pubblica economia. E finalmente, poveri uomini di stato e di studio e poveri cristiani voglion esser coloro i quali non riconoscano il beneficio di quel riaccostamento delle parti, che noi, nati nel secolo scorso, abbiam veduto avvenire durante il corso di nostra vita. Erano nell’ultimo decennio di quel secolo divise le nazioni tutte della Cristianità in due parti, non che diverse, assolutamente avverse, in due campi, non che ostili, mortalmente nemici; repubblicani gli uni, regii o realisti gli altri, quelli chiamavan questi tiranni e vili servi, e come tali li trattavano; e questi chiamavano e trattavano quelli come scellerati, ribelli e ladroni. Ora all’incontro pochi, sparsi, non influenti, non istimati e cessanti, sono coloro che usino tuttavia que’ nomi, che serbino in cuore quegli odii invecchiati. Pochi sono, che che si dica, gli assoluti repubblicani, pochi gli assoluti realisti, nel cuor d’Europa e della civiltà cristiana. Le differenze tra le parti son diventate piccole al paragone; son mezze tinte rispetto ai colori urtanti di cinquanta anni fa. In Inghilterra, Francia e Spagna e parte di Germania dove son governi deliberativi, già non si parteggia se non tra il più o meno conservare o progredire nella libertà ivi definita; e nel resto d’Europa non si parteggia se non tra chi vuol governi più o men consultativi, e chi deliberativi; ondechè in somma sono dappertutto e indubitabilmente riaccostate le parti. E se questo non si dica progresso o miglioramento di civiltà, io non so più veramente che sia civiltà o miglioramento.
7. E da tal progresso universale, è venuto, viene e verrà immanchevolmente un progresso importante italiano. Ei s’ha un bel dire da’ parteggianti estremi di qua e di là, e talor pure da alcuni intermedii, che non bisogna prender nulla dagli stranieri, nulla dall’opinione fuor di patria, nulla da oltremonti ed oltremare. Le parti, le opinioni patrie lascian dire, e continuano a prendere, e prender molto. Nè questa è novità; ei fu così dal principio del mondo; ed io conforterei questi gravi politici e scrittori a studiar su ciò un po’ più di storia; a studiarla non ne’ compendiuzzi, ma ne’ monumenti originali e contemporanei ad ogni età antica ed antichissima. E vedrebbono che, a malgrado delle comunicazioni poco frequenti, od anzi perchè queste comunicazioni furono fin d’allora molto più frequenti che non si dice, le forme de’ governi, le civiltà furono pur molto più simili, e furon dunque molto più prese che non si crede, da un paese all’altro; che all’origine fu universale un cotal governo misto naturalmente di regno, aristocrazia e democrazia, il quale durò poi nelle genti germaniche fino a Cesare e Tacito, che lo descrissero; che dopo questo fu sparso in tutta l’Asia quel governo che si suol chiamare de’ grandi despoti orientali, e fu più propriamente di re grandi imperianti sui piccoli, il governo dei Re de’ Re, dei Melek-malachim, dei Shahin-sha, dei Kakan, dei Maharadja; che fu al medesimo tempo o poco dopo universale nell’Europa meridionale Grecia, Italia, e forse Iberia e Gallia, il governo delle repubblichette federative; che furono soggette poi Asia ed Europa insieme sotto un solo imperio; e che, caduto questo, fu universale il governo dei regni barbarici, alla tedesca, di nuovo misto dei tre elementi primitivi; ed universale poi la feudalità od usurpazione aristocratica; universale poi (salva l’Italia) la riunione de’ re e de’ popoli contro a quell’aristocrazia; universali quindi i regni consultativi, cadenti in assoluti; ed universale ai nostri dì il sollevamento estremo contro a questi, e finalmente il ritorno moderato a’ regni consultativi e deliberativi. — E si crederebbe tener l’Italia isolata da queste universalità? Ai nostri dì? Ma non è possibile quando fosse bene; non sarebbe bene quando fosse possibile. L’Italia non è isolata nè isolabile; non è per la natura sua, colle sue frontiere, che non la dividono da due grandi nazioni progredienti, colle sue marine, che la riaccostano a tutte l’altre; e tal sarà men che mai, ora che l’universa Cristianità si porta nel Mediterraneo. È bene o male? Così è. Ma non è poi male certamente, posciachè le opinioni europee si son moderate, non è male che noi siam ridotti a prendere tal moderazione. Io credo che l’Italia sia ancora il paese dove rimangono più repubblicani; è bene grande che noi prendiamo dal resto della Cristianità europea le opinioni antirepubblicane. L’Italia è, tranne Russia, il paese dove sono meno ordinati i governi a consultativi o deliberativi; è bene che si prenda l’uno o l’altro ordinamento. L’Italia è il paese dove le due parti sono per anco più discoste; è bene grande che prendiam di fuori il riaccostamento. Quando i repubblicani nostri sieno diventati non più che partigiani dei governi deliberativi, e gli assolutisti non più che partigiani del governo consultativo, le dissensioni saranno diventate molto meno acerbe, la divisione meno larga; le parti meno ostili; e le unioni tra principi o popoli, tra governanti e governati, tra nobili e plebei, tra stato e stato molto più avanzate. Prendiam pure di fuori gli esempi d’unioni; non possiam prender nulla di migliore in generale, nulla di più necessario in particolare all’Italia. E confortiamoci pur del pensiero che non è possibile che noi prendiamo. L’utopia, il sogno non è, nemmen qui, la partecipazione nostra futura a’ progressi della civiltà cristiana; è che noi possiam tenercene isolati; o che il possa chicchessia.
8. Ancora, la Cristianità è in PROGRESSO DI COLTURA. — E ciò pure è negato da parecchi. Innocentissimi alcuni, per vero dire; i quali in qualche angolo della Cristianità, da quello del loro studio o del loro giornale, a cui non penetrano i frutti della coltura universale, giudicano di questa da ciò che li circonda e che solo veggono; ondechè, anche giudicandone sinceramente, ne giudicano per ignoranza insufficientemente. Lasciamo costoro nella loro innocua impotenza; i loro piagnistei non possono guari far danno, se non appunto intorno a quegli angoli, dove non abbiam agio ad andarli cercare. — Ma altri sono, i quali pur vedendo ed ammirando i progressi della coltura cristiana, si meravigliano e si dolgono che non sorga di mezzo ad essa niuno di que’ grandi ingegni i quali risplendettero già nelle passate età; che la coltura più sparsa, sia quasi meno alta; ondechè dubitano se abbiano o no a dirla progredita. Questo è dubbio molto più grave, e che può sorgere non solo negli ingegni ben informati, ma forse tanto più ne’ più alti, portati dalla loro altezza a non tener conto se non dei loro pari. Ma a questi pure ci sembra aver già risposto in parte, dove dicemmo: che la diffusione stessa della coltura, la moltiplicazione degli scrittori, degli artisti e degli scienziati, e l’agevolamento delle pubblicazioni, sieno quelli che lasciano men comparire ciascun autore, ciascuna opera. E noi anderemo più oltre qui: confesseremo che i progressi precedenti di tutte le colture sono quelli che impediscono i presenti. Nè le lettere, nè le arti, nè le scienze umane non hanno campi infiniti; molto limitati sono tutti all’incontro; e quanto più è stato coltivato ciascuno, tanto meno ne resta a coltivare. Nelle lettere, quando una lingua ha avuti da due o tre grandi epici, due o tre grandi tragici o lirici, od oratori, egli è molto difficile che sorgano altri eguali. Se imitano que’ primi, è lor difficile non cader nelle stentatezze dell’imitazione; se cercano scostarsene, nelle affettazioni della novità. E quindi si cerca quel rimedio di imitare gli stranieri; che sembra salvare, ma non salva sempre dalle due difficoltà, e v’aggiugne quella di adattare alla patria pensieri ed imagini che non sono intesi da lei. E così nell’arti. Ei fu molto più facile esser buon pittore o buono scultore, ma forse molto più difficile esser grande dopo Raffaello o Michel Angelo. E quindi è, che anche i più ardenti nelle speranze del progresso universale, ne sogliono escludere le lettere e le arti; riconoscendo che giunte a una cotal altezza, elle non possono innalzarsi più, elle ricadono necessariamente per risalire poi. Ma io crederei che siasi per arrivare alla medesima conchiusione, anche rispetto a quelle scienze materiali e spirituali che furono dette campo di progresso indefinito. Certo nelle materiali, dopo i grandi inventori vengono gli applicatori delle invenzioni; i quali appunto stanno ai primi, come gli imitatori in letteratura ai grandi ed originali scrittori. E quindi dopo due secoli d’un progresso scientifico che non fu veduto mai l’uguale, dopo que’ sommi inventori, Galileo, Newton, Leibnizio, Herschel, Lavoisier, Volta, e Cuvier, venne l’età degli applicatori; grandi e poco minori che gli inventori, i primi; ma via via minori quelli che seguono in questo campo, esso pure non infinito, esso pure preoccupato. Quanto poi a quelle scienze che hanno per oggetto o l’uomo materia e spirito, ovvero lo spirito solo, politica, economia, storia e filosofia; elle sono, in che i progressi anteriori impediscono forse più gli ulteriori. Tutte queste scienze più o meno spirituali partecipano a un tempo alla incapacità delle scienze materiali, ed a quella delle lettere; perchè procedendo talora per invenzione, è inevitabile che dopo gl’inventori vengano gli applicatori; e procedendo pure per esposizione letteraria, è inevitabile che dopo i grandi ed originali scrittori vengano gli imitatori. Ondechè in somma, nelle lettere, e nelle arti, e nelle scienze materiali, e nelle miste, e nelle spirituali, noi sembriamo giunti a quella età degli imitatori ed applicatori, che non può se non parere inferiore a quella degli scrittori spontanei e degli inventori. — Ma conceduto od anzi professato tutto ciò, ei non parmi che sia per ciò a dir men progrediente la nostra età o quella che prevediamo vicina. Due sono i progressi della coltura; è progresso in lei l’innalzarsi, ma è pur progresso il dilatarsi. Non istanchiamoci di tornare a ciò: che le lettere non sono fatte per i letterati, nè le arti per gli artisti, nè le scienze per gli scienziati; ma quelli e questi per il pubblico, per l’universale, per il genere umano. E il genere umano approfitta forse più dell’estesa che dell’alta coltura; o piuttosto, approfitta di tutte e due a vicenda; ha bisogno che s’innalzino, ma pur che s’estendano le idee; e il più grand’uomo del mondo, venuto all’età dell’estensione non farà se non estenderle, perchè i grandi sono appunto quelli che fanno ciò che è fattibile, ciò che giova più alla loro età. Il voler restringere la grandezza agli inventori, il voler far privilegio od aristocrazia della coltura fu ed è pretensione di alcuni; ma è la più stolta delle pretensioni, è quella molto ben derisa col nome di pedanteria. I veri dotti non hanno scopo nè piacere di lor dottrina se non l’utile universale. Certo è un piacer solitario nell’imparare, nello scoprire, nello scrivere stesso; ma non dura tal piacere, se non colla speranza di comunicarlo altrui e di farlo diventar utilità; ed io non so se si direbbe più pazzo o più cattivo colui che chiudesse in sè il frutto dei propri studi. L’incertezza di quest’utilità è quella che più tormenta qualunque buono e sincero studioso; è quella che gli pone in mano la penna, e glie la fa cadere a vicenda; come la certezza o la speranza d’aver diffusa qualche verità, è la sola degna ricompensa di lui. Non abbassiamo noi stessi il mestiero; non ne facciamo una speculazione di gloria o vanità, poco migliore che quella de’ danari; e, non solamente consoliamoci, ma rallegriamoci che i nostri nomi sieno oscurati fra molti pari o maggiori. Spogliamoci d’ogni invidia, e confesseremo facilmente i progressi altrui, e quindi il progresso universale. — E quindi confesseremo novelle universali speranze. Come dopo l’età di spontaneità e d’invenzione è venuta quella di imitazione e d’applicazioni, così dopo questa tornerà una di quelle probabilmente. Ei si sono già avuti parecchi esempi parziali di siffatti ritorni. Due ne furono dati dall’Italia; quando dopo l’imitatore quattrocento, sorse il cinquecento, di nuovo inventore; e quando dopo il seicento sorse il settecento, dico il settecento perdentesi nell’ottocento, l’età di Parini, Alfieri, Lagrangia, Volta, Canova e Manzoni. Ed Inghilterra pure, dopo l’età degli imitatori francesi, ebbe l’età di Byron e Scott. Nè è improbabile, quandochesia, un simile rinnovamento delle lettere cristiane tutte intiere. È appena incominciata la liberazione di esse dalla vana imitazione antica; e se, come quasi ogni liberazione al suo principio, questa fu licenza, già si ritorna dall’esagerazioni, e se rimarranno opportunamente cristiane le lettere della Cristianità. Ancora, la comunicazione reciproca delle varie letterature nazionali, e lo spandersi di tutte in nuove regioni, e l’arricchirsi esse quindi di nuove immagini e nuovi fatti, sembrano dover produrre un accomunamento e una moltiplicazione d’idee, che sarà ricchezza e novità delle lettere e dell’arti future. Ancora, benchè sia più difficile a prevedere il futuro delle scienze materiali, non è improbabile nemmeno in esse, che, esauste le applicazioni, moltiplicati i fatti e gli sperimenti, sorga qualche nuovo ingegno, ricco di quella facoltà sintetica che è somma delle scientifiche, a raccorre insieme i fatti ed a creare alcuna di quelle teorie le quali sogliono disprezzarsi dagli ingegni minori, ma essere scopo de’ maggiori. Qui come altrove non è se non il volgo che dica non rimaner nulla o poco a fare; non è se non il volgo a cui la difficoltà di capire tutto ciò che è fatto tolga la facoltà e il desiderio di far più. Qui come altrove i grandi ingegni si fanno scala dal fatto al fattibile; ed io odo alcuni di essi aspirare a quella teoria della materia imponderabile, la quale se sarà data al genere umano, incomincierà una nuova Età scientifica pari a qualunque delle maggiori. Ad ogni modo già certo e incominciato è il progresso di tutte quelle scienze che noi chiamammo spirituali miste, e spirituali pure. In tutte queste il più grande de’ progressi è la moderazione, è il vedere i propri limiti, il restringersi in essi; è il non tentar l’inarrivabile, l’infinito, l’assoluto. E questo progresso si va facendo incontrastabilmente. Non ha guari si cercava l’ottimo de’ governi, la forma unica di libertà; or si viene da tutti i pratici e sapienti a riconoscere una varietà troppo grande nelle condizioni nazionali, perchè non sia utile pure una varietà nelle forme de’ governi; ed è messo in cima del grande e cristiano governare piuttosto l’estendere la libertà, che non il tendere ad una quantità o qualità determinata di essa; piuttosto il conservare e progredir bene insieme, che il progredir sempre, o solo, o netto. Pocanzi gli economisti davan le ricchezze come scopo di loro scienza; e chi le vedeva nella terra sola, chi nel solo commercio, chi nell’industria, chi meglio nel lavoro. Ma or meglio ancora, si viene a prendere per iscopo delle ricchezze e di ogni operosità, il buon costume, la virtù. E gli storici (non dico i parolai, che proseguon l’arte, non la scienza) pretendevano a una quasi indipendenza della scienza loro da tutte l’altre, pretendevano a trovar nelle azioni umane le cause e il fine di esse, isolavano il genere umano dal mondo superiore, il riponevano (quasi rinnegando Copernico e Galileo) al centro dell’universo, od anzi (rinnegando Cristo e la Provvidenza) facevano dell’uomo un essere indipendente, una non-creatura, quasi un Dio; e chi ne faceva poi un Dio stolto, andante a caso, senza ragione, e chi peggio, un Dio sempre ragionante nelle azioni sue. Ora poi, già si ritorna a riammettere una Provvidenza, una Cristianità, una direzione superiore alla terrena; or la storia si va rifacendo sorella dell’altre scienze spirituali, della filosofia cristiana. E questa finalmente, è risorta a quella sua moderazione nativa che sta appunto nel riconoscere nel mondo un ordine di fatti soprannaturali, nello spirito un ordine d’idee inarrivabili alla ragione pura, arrivabili alla ragione illuminata dalle comunicazioni con Dio, dalla rivelazione. Questo progresso sommo della filosofia è tutto contrario a quello annunciato da lei pocanzi, a quel progresso che doveva consistere nel por sè in luogo della rivelazione, nell’eliminar i fatti, le idee soprannaturali. E il fallimento di queste speranze è quello appunto che conduce, e, come par che Dio voglia, condurrà ogni dì più alla restaurazione della vera filosofia. Già una volta, all’ultima delle età antiche, la filosofia pura d’ogni soprannaturalità dimostrò la propria insufficienza; in Grecia e Roma, nell’India, nella Cina; e la dimostrò tanto più, che erano pur grandi i filosofi greco-romani, indiani o cinesi. Ora un’altra volta, quella medesima pura e razional filosofia prova e dimostra la propria insufficienza; e la dimostra tanto più, che grandi pure furono gli ultimi filosofi francesi, inglesi e tedeschi. Dopo due tali prove (perciocchè anche l’ultima par finita, e confessata oramai col silenzio di molti filosofi puri, e col ritorno di altri alla filosofia soprannaturale), dopo due tali prove sembra impossibile che il ritorno principiato alla vera filosofia non prosegua ed acceleri il corso suo. I nostri due gran filosofi, Rosmini e Gioberti, non hanno solamente, come credono alcuni, mantenuta sana la filosofia nazionale; hanno innalzata la filosofia universale a ciò che è oramai il sommo ufficio di lei, a ritrovare i nessi tra la ragione pura e la rivelazione. Schelling, il gran filosofo tedesco, si rivolse a ritrovar più o men bene altri di questi nessi, che sono infiniti. E Cousin, il gran ravviatore della filosofia in Francia, accennò già quello che è il più chiaro, il più stretto, il più fermo de’ nessi, il nesso storico; e compierà egli forse un dì la magnifica opera sua a pro della filosofia universale, o se non la compierà, ella non può tardare ad essere compiuta da alcuno de’ suoi scolari o seguaci o successori. — Ad ogni modo e di nuovo, se questo, qual è già, non si vuol dire progresso e cristianissimo progresso, ei bisogna inventar parole nuove e rinnegar le antiche più unanimemente intese in lingua italiana e in qualunque altra.
9. Ed a questi progressi universali della coltura partecipa e parteciperà certamente l’Italia. La partecipazione reciproca, l’accomunamento delle colture, è fatto anch’esso più antico che non si crede. Ma, ei raddoppiò di forza poi, al dì che fu inventata la stampa; niuno è che il debba saper meglio che gl’Italiani, i quali ebbero fino a quel dì e perdettero d’allora in poi quel primato che era quasi monopolio di tutte le colture. Da quattro secoli le colture s’accomunarono così, che or corre in esse molto minor differenza tra l’una e l’altra nazione cristiana europea od anche americana, che non corresse tra l’una e l’altra provincia, o talor tra l’una e l’altra città italiana del medio evo; corre meno differenza tra la coltura presente di Parigi e New-York, che non corresse tra Milano e Torino. Eppure io crederei che quest’effetto della stampa, venutosi accrescendo per i quattro secoli passati, s’accrescerà ancora negli avvenire. Non fu fatta ai nostri dì, per vero dire, niuna invenzione ulteriore che possa parere così grande o aver tanto nome come quella della stampa; ma ne furono fatte parecchie piccole, che tutte insieme valgono una grande. Il torchio a macchina e che stampa doppio, la stereotipia, la politipia, la fabbricazione agevolata della carta, oltre poi alle leggi ed ai trattati della proprietà letteraria, oltre a’ trasporti accelerati ed agevolati, fanno e faranno i libri molto più volgari che non fosse fatto quattro secoli fa dalla grande invenzione. — E, a malgrado di ciò, vorrebbesi da alcuni mantenere isolate le colture nazionali! E si ha fiducia nelle linee doganali e nelle critiche per escludere le colture straniere! Ma questi sì che son sogni in qualunque paese d’Europa si facciano, e, più che altrove, nell’Italia, così aperta a tante introduzioni. Noi il dicemmo, l’industria letteraria è soggetta alle medesime leggi che ogni altra; e quanto più si scema la qualità e la quantità di questa produzione nazionale, tanto più si moltiplicano le domande di produzioni straniere; e moltiplicate che sono tali domande, ei si ha un bel chiuder le vie, e raddoppiar i posti o le linee doganali, le produzioni molto domandate trovan sempre aditi tra posto e posto, ed attraverso a quante linee si voglian porre. Peggio poi avviene a que’ censori dilettanti che vorrebbono escludere le imitazioni straniere col logoro strumento di lor critica letteraria. Questi, non avendo a lor servigio impedimenti materiali, non fanno assolutamente nulla colle loro esortazioni contrarie all’andamento universale; fanno così nulla, che t’accade di veder continuamente, non dico il compagno o l’amico di uno di tali censori, ma esso stesso il censor dilettante, colui che grida come critico, come giornalista contro all’introduzioni, essere poi grande introduttore di modi e idee straniere nelle sue prose o poesie; e, che più è, far prose e poesie lodate; e, che è più, a ragione lodate, appunto per ciò. Deh che non si mettono in pace costoro? Perchè non s’adattano a ciò che, sia fortuna o sventura, è invincibile? A ciò che ha vinti essi stessi? Perchè non volgono l’ingegno dalle inutilissime generalità, a quelle che sarebbero utili distinzioni? Dal vituperare in corpo le cose straniere al distinguere ciò che vi sia da imitare, ciò che da fuggire? Perciocchè le lettere straniere sono come le nazionali nostre, le moderne come l’antiche, le romantiche come le classiche; vi è da imitare e da fuggire in tutte; e i buoni ed utili critici son quelli che prendon la fatica di tutto ciò distinguere, non quelli che facilmente e pigramente gridano in corpo contro questo o quel genere o quel paese, o quell’età. — Del resto questa grettezza è particolare di noi letterati. Gli scienziati non l’hanno; danno e prendon fuori, senza conto reciproco. E gli artisti stessi, quegli artisti italiani che avrebbon forse tanta più ragione di non prender nulla di fuori, gli artisti nostri essi pure danno e prendono senza conto. Sarebb’egli che gli scienziati e gli artisti nostri si sentano meno inferiori? Certo, chi tanto fugge i paragoni mostra temerli. E ben so che mi si dirà qui, dovere le lettere di natura loro rimaner più nazionali che non le scienze e l’arti. Ed io aderirò fino a un certo punto a tal sentenza. Assomigliando alle scienze, tutte quelle parti delle lettere che s’aggirano su qualche parte di scienza, la storia, la filosofia, la politica, l’economia pubblica, le quali debbon dare e prendere esse pure non meno fuori, che in patria; concederò che quelle le quali si soglion chiamar propriamente belle lettere, le poesie, i romanzi e le orazioni, debbano serbar più nazionalità, più specialità, più di quello che con parola nuova si suol chiamar color locale. È naturale: lo stile e la lingua fanno il merito principale di queste composizioni; e le lingue debbono tenersi pure, rimaner differenti l’una dall’altra anche in mezzo all’accomunamento delle colture. Ma primamente, ridotta a ciò, ridotta alla lingua, alle parole, l’esclusione delle cose straniere, ella rimarrebbe men difficile e men dannosa senza dubbio. Ma poi, è egli ben certo che anche nella lingua non sia niun progresso, niun esempio buono a prender di fuori? Che, per esempio, quel modo così semplice di costruir la frase naturalmente, senza inversioni, senza periodoni, il quale è seguito oramai universalmente in tre lingue, l’inglese, la francese e la spagnuola, e che incomincia ad accettarsi anche nella tedesca, non possa, non debba forse accettarsi da tutte, e principalmente dalla nostra? Ma io mi fermo; chè non ho luogo di entrare in particolari; di spiegare come quella costruzione, sola naturale, non sia contro al detto da molti, noiosa mai; come essendo sola logica, ella sia destinata a passare in tutte le letterature dove si voglia pur logizzare; come, essendo sola chiara, ella sia destinata a passare dovunque si possa e voglia parlar chiaro; come il Botta, che tanto loda le inversioni e i periodoni, ne faccia pochissimi, e come pochi ne facessero i nostri trecentisti. E ben so di scandalezzare i nostri puristi di lingua e nazionalità, con tali proposizioni non ispiegate; ma io scandalizzerei forse più se le spiegassi. E ad ogni modo il mio intento qui non fu se non d’accennare che nella lingua stessa e nelle opere di bella letteratura, e più nelle lettere più scientifiche, e più nelle scienze propriamente dette, e nell’arti, e in tutte insomma le colture, ei si darà e prenderà ogni dì più dagli uni agli altri; e così si riunirà, si rinforzerà e si dilaterà quella che è già detta da gran tempo repubblica letteraria della universa Cristianità, nella quale entrerà pur ella la patria nostra. — Nè (siamo sinceri od anzi umili noi altri letterati), nè questo è il progresso di lei sul quale si fondino le maggiori nostre speranze. Ma anche questo vi può conferire. L’entrar meglio nella repubblica delle lettere, può aiutarci a tener meglio il nostro luogo nella repubblica delle nazioni cristiane.
10. Ma di ben altra importanza è l’ultimo dei progressi della Cristianità che noi abbiam presi ad esaminare; IL PROGRESSO DI VIRTÙ. — E questo è, per vero dire, il più negato fra tutti, dai disperanti e piagnoni del secolo nostro. Concedono essi sovente i progressi materiali, e concedono talor tutti quelli della coltura od anche della civiltà, e dell’unione o della dilatazione della Cristianità; ma si tengon fermi a negare che ella sia progredita in virtù; asseriscono che questa è uguale in tutti i secoli[45], od anche peggio, che è cadente, caduta nel secolo nostro, destinata a cadere ulteriormente ne’ secoli futuri. Che anzi; alcuni sono, che di tal questione, tutta storica o politica, pretendono fare una questione religiosa; e, mal imitando l’eloquenza dei pulpiti e delle cattedre cristiane, affettano di piangere o tuonare essi pure contro al secolo ed al mondo, e si profferiscon così, non chiamati, ad aiutare i predicatori veri della nostra chiesa. Ma questa è una grande illusione, od una grande arroganza e un grande abuso; corre tra i predicatori ecclesiastici, e questi secolari dilettanti, una grandissima, una radical differenza. I predicatori veri, i chiamati e mandati, hanno dinanzi a sè continuamente un’idea, anzi un modello reale e divino di virtù; al quale essi han missione di far riaccostar gli uomini perpetuamente, al quale gli uomini non arriveranno mai, al quale dunque essi hanno ed avranno perpetuamente ragione, diritto e dovere di sgridar gli uomini di non accostarsi più e più; ragione, diritto e dovere di riprendere il secolo qualunque sia, e il mondo perpetuamente. Ma il caso è tutto diverso per que’ moralisti o filosofi o storici o politici od oratori o discorritori profani, i quali, instituendo il paragone degli uomini presenti, non col modello divino inarrivabile, ma solamente con gli uomini di altri secoli, non han ragione nè diritto di dirli peggiori o migliori se non confrontando conscienziosamente e scientemente (perciocchè la scienza diventa dovere nelle discussioni scientifiche), confrontando dico, i fatti umani de’ diversi secoli, tra sè. Benchè, anche prima d’istituir qualsivoglia confronto, questi e qualsiasi cristiano han ragione di credere ed asserire che il Cristianesimo, instituito per ben degli uomini, deve pure, non può non aver prodotto, sopra ogni altro, il progresso di virtù. Tutti gli altri progressi, di coltura, di civiltà, di unione, di dilatazione del Cristianesimo, sono un nulla, non avrebbono servito a nulla senza questo; non possono avere avuto nella mente divina altro scopo che questo, del progresso di virtù. Sappiamo innalzarci una volta, e non lasciamo che l’eccesso del rispetto ci impedisca di guardare alle verità conceduteci, ci impedisca di sentire tutta la gratitudine che dobbiamo al divin fondatore del Cristianesimo; interniamoci anche noi uomini di quaggiù in quell’idea divina che è forse chiara agli spiriti superiori, ma che è anche a noi conceduta. A che avrebbon servito dagli apostoli fino ai presenti i predicatori veri, sacri, e mandati, se non avessero prodotto d’allora in poi il solo frutto degno di lor missione, il frutto di virtù? Il frutto stesso di verità sarebbe stato inutile senza il frutto di virtù; nè col lume naturale della nostra ragione, nè molto meno con quello soprannaturale della rivelazione, noi non possiamo concepire un Dio che si fosse contentato di spandere tra gli uomini una verità sterile, improduttiva di virtù. Lascino dunque costoro la questione religiosa, la quale troppo facilmente si scioglie contra essi; e riducendola poi a storica, prendansi la poca fatica di aprir qualche storia, qualche raccolta di fatti. — E quindi, io li conforterei prima ad aprire alcune di quelle descrizioni che sono numerose a’ nostri dì, delle nazioni acristiane, e non dico delle più barbare o selvagge, ma delle asiatiche più incivilite, Turchia, Persia, India o Cina. Ivi, oltre alle innegabili decadenze, alle imminenti cadute di quegli imperi, di quelle civiltà e di quelle religioni, essi vedranno tali particolari di costumi e vizi d’ogni sorta da farli a un tratto rivolgersi, se pur sien cristiani, a benedir la Provvidenza di essere nati cristiani; da farli prostrare, se sien umili cristiani, a benedirla di non trovarsi in mezzo a tali pericoli; da persuaderli una volta dell’immensa differenza che è tra la virtù cristiana e non cristiana, e quindi dell’innegabil progresso fatto fare agli uomini da questa. Ma non basta loro e vogliono essi particolari? Aprano qualunque libro un po’ particolarizzato di storie o memorie di qualunque nazione cristiana, nell’età barbare, o in quella della feudalità, o in quella di Carlo V o di Ludovico XIV, o di Ludovico XV, di Federigo e Catterina; e paragonino di nuovo que’ costumi, que’ vizi, quegli scandali coll’età presente; e ne risulterà di nuovo in ogni sincero la medesima persuasione. E finalmente, se sono della generazione de’ vecchi, si ricordino, e se son giovani, credano a noi od alle numerose memorie de’ nostri coetanei; e vedranno quali innegabili progressi di virtù siensi fatti, all’età nostra stessa: in Francia dai costumi pubblici e privati del Direttorio o dell’Imperio a quelli della Restaurazione e della Rivoluzione del 1830; in Inghilterra dal principe e la principessa di Galles a Vittoria Regina; in Ispagna da Carolina e il Principe della Pace a quanti vi si vide anche in mezzo agli ultimi pervertitori turbamenti; e così poi in Portogallo, in Italia, in Prussia, in Austria, in tutta Germania, e fino in Russia. Tutti questi son fatti chiari, a cui sopravviviamo noi testimoni a migliaia; son fatti che fanno evidente la menzogna, l’error colpevole per volontà o per ignoranza di coloro che vituperano i costumi, la virtù del secolo nostro in paragone degli altri. — Certo questa non è perfetta; nè tal sarà quella di niun secolo mai, certo sono e saran passioni sempre, e colpe e delitti; certo i governi n’avranno a punir sempre; e certo i veri predicatori avranno a predicar sempre contro essi, ma mente contro alle nostre rimembranze, mente alla storia di tutti i secoli, mente al paragone della virtù cristiana con tutte l’altre, ed oserei dire che mente all’istituzione stessa del Cristianesimo, chi nega al Cristianesimo l’efficacia della virtù, alla Cristianità il progresso di virtù. — Ed anche qui vorrei avere spazio da estendermi; vorrei poter comparare le esagerate virtù antiche colle presenti; vorrei rispondere a coloro che si scandalezzano del lusso presente, quasi avesse a far nulla con quello degli antichi; a coloro che non capiscono quale immensa differenza sia surta tra i due dall’abolizione della schiavitù e dalla introduzione della carità. Vorrei premunire i leggitori contro a quella esagerazione, men cattolica che protestante, la quale per ricondurci agli usi, alle discipline della chiesa primitiva, deprime troppo gli usi, le discipline, i costumi della chiesa e di tutto il secolo presente. Vorrei premunire contra altri simili confronti che si fanno col secolo XIII, o coll’XI, o con non so quali altri del medio evo, i quali, dicesi, ebber più santi; quasi le virtù eroiche di que’ santi non provassero appunto che era necessario l’eroismo per mantenersi allora nelle virtù, fatte tanto più facili ai dì nostri. Ma parecchi di questi assunti toccano appunto a quelle scienze ecclesiastiche di che io mi tengo lontano, per non cader ne’ vizi e negli errori di que’ predicatori dilettanti i quali presero o si fecero dare il nome assurdo di neocattolici. E del resto, tutto ciò sarebbe di tale importanza da sforzarci non che ad uno, ma a parecchi trattati speciali. Ondechè, contentandoci della proposizione generale, che crediamo non sia dubbia a niuno assennato e sincero cristiano, aver il Cristianesimo fatto progredire ed essere per far progredire la Cristianità in virtù, noi passiamo a considerare l’accrescimento ultimo e massimo che ne viene a tutte le speranze italiane.
11. E portiamoci, a un tratto, in mezzo al punto essenziale della questione. Il vizio essenziale della patria nostra è l’ozio; l’ozio, a cui siamo invitati dal dolce clima, dal bel paese nostro; a cui fummo avvezzi più o meno da tre secoli; in cui siamo mantenuti dalla natura de’ nostri governi, che non chiamano il comune degli uomini a niuna deliberazione; a cui siamo sforzati dall’oppressione straniera, che c’impedisce tante operosità incompatibili colla dipendenza. L’ozio, il beato far niente, od anzi (come udii riprendere sè stesso un uom di stato italiano) il _beatissimo far niente_; la massima (che fu d’un altro, il quale sarebbe stato grande fuor d’Italia), la massima che _il mondo va da sè_, sono il gran vizio italiano. Popolani piccoli, popolani _grassi_, commercianti, nobili o grandi, uomini di stato e di chiesa, e principi, quasi tutti cadono più o meno in questo vizio. Non è vizio nativo, naturale, posciachè noi fummo la nazione più operosa del mondo; ma è oramai vizio vecchio, nazionale. Non è ozio del seicento, perciocchè già da un secolo e mezzo ne andiamo uscendo un poco; ma è grande ozio tuttavia, al paragone della operosità contemporanea del resto della Cristianità. Non è ozio all’Orientale, ma è ozio ancora anticristiano. — Ma la grande operosità altrui è quella appunto che ci debbe dare speranze. Qui men che altrove non servono isolamenti e dogane; l’operosità cristiana c’invaderà (s’intende se l’aiutiamo) sempre più. Gli stranieri ci venner già oppressori o corruttori, o l’uno e l’altro insieme. E di tali ci restano in seno molti pur troppo; e di tali ce ne arrivan talora. Ma sappiam distinguer da questi, tutti coloro che ci recano, il rimedio a tutte le corruzioni, le loro operosità; scienziati, artisti, commercianti, uomini di mare e militari, tutti quelli specialmente che ci dan l’esempio e la spinta in mezzo al nostro Mediterraneo, e verso quell’Oriente, onde ci ha a ritornare riaccresciuta la nostra operosità. Apriam pure le porte a siffatti stranieri; concediam loro quell’ospitalità italiana, già troppo facilmente conceduta agli oziosi e corruttori, già troppo male lodata da costoro. Facciamo a casa nostra ciò che fanno essi alle loro; non accettiam guari altre lettere di raccomandazione o d’introduzione se non il merito di ciascuno, il capitale d’opere o almen d’idee ch’ei viene aggiugnere alle nostre. — E non contentiamoci poi di accogliere e lodar tali ospiti. Aiutiamoli ed imitiamoli. — Epperciò non solamente accresciamo l’operosità nostra, ma volgiamola nella sola direzione che sia buona oramai; in quella del progresso cristiano. Questo aiutiamo; di questo aiutiamoci; epperciò sappiam vederlo, confessarlo, professarlo ed anche nominarlo. I nomi, le parole anche esse sono doni di Dio; e il rinnegare quelle che sono universalmente accettate in ogni secolo è, se non colpa, gran pericolo; è quasi rinnovamento della confusione babelica, è diminuzione delle idee acquistate dalla propria generazione. E quindi parvemi accettare quella di progresso; senza badare agli abusi fatti di essa, come di tante altre scientifiche, politiche ed anche religiose, le quali non si rigettarono perciò. Ma m’inganno io forse? E la parola progresso è ella più abusata che ben usata, più da rigettarsi che da accettarsi, non corretta, non determinata abbastanza dicendo cristiano quel progresso? Trovisi qualunque altra da uno di que’ tanti che son vaghi di novelle nomenclature, e le prendono o danno per invenzioni; trovisi qualunque altra per esprimere la serie di memorie, di fatti presenti e di speranze che noi abbiam comprese sotto il nome di progresso cristiano. Ma questa serie è importante il nominarla, e più il confessarla e professarla colle opere, coll’intiera vita. È importante a’ principi, uomini di stato, scrittori, scienziati, artisti ed anche privati di qualsiasi nazione; perchè quanto operano ed opereranno in tal senso dell’operosità universale rimarrà, aiutato da questa, a gloria loro, e, che è più, ad utile del genere umano; quanto operano ed opereranno in senso contrario sparirà, sarà nullo, o non rimarrà se non più o men compatito, come sprecamento di opere fuor delle vie della Provvidenza. — Ma più che ad ogni uomo è importante ad ogni nazione; perchè ogni uomo può sì esser virtuoso, seguendo quei semplici precetti che son compresi in qualunque dottrina cristiana, senza rendersi conto della alta mira, anche terrena, di essi; ma a congiungere le operosità, le virtù personali in nazionali, sono necessari uno scopo materialmente visibile, una via largamente aperta; il quale e la quale poi non possono essere oramai se non lo scopo e la via della cristiana operosità. Questa fu sempre la principale, ma ora è la sola sull’orbe, non lascia luogo a nessun’altra; fuor di questa non è salvezza, nemmen terrena; qualunque nazione non entri in questa, non vi prenda l’ufficio suo, non ne troverà altro; cadrà in inoperosità, in vizi, sventure e vergogne. E badivisi bene poi; ogni nazione ha dalla natura, dalla situazione sua, di necessità, l’ufficio suo nella Cristianità. Son passate o presso a passare le età de’ primati comprendenti quasi tutte le operosità, de’ primati onnipotenti ed onnioperanti. Incomincia o sta per incominciare l’età, che ogni nazione cristiana potrà e varrà secondo il proprio ufficio, non primeggerà se non nel cerchio di esso, lasciando primeggiare ogni altra nel suo; e l’ufficio, il primato parziale di ciascuna si fa più chiaro, ogni dì. La nazione britannica può più ch’ogni altra, e primeggia su quasi tutti i limiti della Cristianità, in diffusione di territori, di schiatte, di commerci, di civiltà cristiane. La nazione francese può e primeggia in diffusione religiosa e civile al limite affricano, e in diffusione di colture nell’interno della Cristianità. La nazione germanica può e primeggia nell’ufficio di distruggere tutte le reliquie de’ primati universali, s’accosta in industrie alla britannica, in civiltà alla britannica e francese, le supera in liberalità di commerci, le agguaglia o supera in intensità di studi; ha forse ufficio di ricondurre essa a quell’unione religiosa da lei distrutta or son tre secoli; e non può se non essa aver l’ufficio d’inorientare il territorio europeo della Cristianità. La russa non può se non essa aver l’ufficio d’inorientarla ulteriormente; avrebbe quello di ripopolar di cristiani tante regioni già fiorenti, or deserte in temperatissimi climi, e quello di popolare le settentrionali estreme. Ed a Polonia, a Grecia, a Spagna pure, si faranno chiari i propri uffici, quando escano, la prima da quella dipendenza assoluta che non ne lascia adempier nessuno, e la seconda e la terza da que’ noviziati d’indipendenza e libertà, che li lasciano adempiere male. E così tutti gli stati americani, pur novizi; e così quanti altri cristiani sorgessero. A tutti, o quando entrano nella gran società, o quando rientrano nella grande operosità, è forse inevitabile un tempo di noviziato; ondechè la grand’arte agli entranti o rientranti è abbreviare il noviziato, entrare o rientrar pronti ed alacri nell’operosità, nell’ufficio. — E così sia a noi, o miei compatrioti principalmente; sia arte e virtù nostra, il rientrar pronti ed alacri nell’operosità, nel progresso universale; epperciò vedere, riconoscere, accettare ed adempiere i nostri uffici in essa; tutti gli uffici nostri, non meno e non più. I quali, mutate le età, non sono nè possono esser più nè di riunire il mondo occidentale, riunito da XIX secoli, nè di far sorgere la civiltà e la coltura cristiana, surte da IX; non sono nè posson essere di restaurar il primo nè il secondo primato nostro, nè d’instaurarne niuno simile, assoluto, universale. Ma sono pur belli e grandi, e da contentare qualunque ambizione nazionale gli uffici a che possiamo e dobbiam pretendere tuttavia. Noi possiamo primeggiare in quell’arti liberali che sono uno dei più bei fiori della civiltà e della coltura, e nelle quali non sorse mai nazione, non la greca stessa, pari a noi, e in alcune delle quali noi serbiamo oggi ancora, perduti gli altri, il primato. Noi possiamo forse primeggiare di nuovo, ma possiam certo pareggiar chicchessia in quelle lettere a cui strumento abbiamo una delle più belle lingue che sieno state mai. E noi possiamo primeggiare o pareggiare in quelle scienze in cui primeggiò primo fra’ moderni Galileo, ed in cui Lagrangia e Volta pareggiarono testè i più grandi. E noi potremmo e dovremmo non rimaner secondi a nessuno in quelle industrie, in quei commerci in che primeggiammo già finchè lor vie furono per il nostro Mediterraneo, in che scademmo per non aver seguite le vie mutate, ma in che dobbiamo poter di nuovo, or che si riconducono quelle tutto intorno alle nostre costiere, tutt’attraverso alle nostre acque. E possiamo e dobbiamo poi primeggiare in quell’ufficio massimo di circondar noi immediati la sede centrale della Cristianità, di difenderla, di tenerla e farla compiutamente indipendente. Quest’è il principale ufficio nostro (svelato, dichiarato, fatto incontrastabile in tutte l’opere del Gioberti); quest’è l’ufficio il quale, piaccia o dispiaccia, paia piccolo o grande, accettisi ringraziando o rassegnandosi, è incontrastabile, è naturale, è costituzionale a noi, dura e durerà quanto la Cristianità; l’ufficio per cui adempiere i migliori dei nostri padri spesero il sangue di generazioni e generazioni; per cui non dovremmo negar noi il nostro, se non che noi avremo a spendervi probabilmente meno sangue che virtù. — Ma sangue o virtù, noi dobbiamo spendere quanto è nostro nell’adempimento di questi uffici nostri, epperciò di quell’indipendenza che n’è indispensabil mezzo. In età barbare od uscenti di barbarie, poteva bastare l’indipendenza incompiuta, col desiderio di compierla. Ma in età progredite, non serve se non la compiutissima; perchè l’altre nazioni che l’han compiuta ci soverchiano con ciò in modo da umiliarci, se non opprimerci, e che agli umiliati non meno che agli oppressi non può restar capacità di adempiere bene niun ufficio. Le arti non possono sollevarsi, le lettere non possono esistere, le scienze stesse patiscono; i commerci non si svolgono per gli umiliati dalla dipendenza, in mezzo alla quale è poi del tutto impossibile adempier l’ufficio di ben circondare la sede centrale della Cristianità. L’indipendenza è un dovere a tutte le nazioni senza dubbio; ma all’altre è uno di quei doveri verso sè stesse, nel cui adempimento non ha ad entrar altri a giudicare e meno ad operare. Ma a noi è dovere non solo verso noi, ma verso l’universa Cristianità, cioè, ormai verso l’intiero genere umano; od anzi dover più che umano, verso il divin fondatore e mantenitore della Cristianità. Stima degli uomini, aiuti di Dio, non si ottengono, se non adempiendo ciascuno, uomo o nazione, il proprio dovere. Fu così sempre; ma or tanto più quanto più progredisce il genere umano; perchè quanto più progredisce in esso ciascuno, tanto più ha bisogno per adempiere il dover proprio, che ciascun altro adempia il suo. Non adempiremo noi il nostro o per ignoranza o per negligenza, per non sapere o per non voler riconoscere le condizioni universali della Cristianità? Allora (io lo protestai già, e non vi fu atteso dai disperanti, a cui giovava affiggermi il ridicolo predicato di speranzoso), allora, io lo protestai e lo riprotesto, tutte le speranze che io sono venuto moderatamente svolgendo, e tanto più quelle più magnifiche presentate da altri, e quante altre sieno state o possano esserci presentate mai, saranno vane. Sprecando in operosità dipendenti o troncate, od in vane, od in ree, i doni fatti da Dio larghissimamente all’Italia, continuando sogni, _mutando lato_ nel letto d’infermità, nel gran circolo vizioso in che giacciamo da secoli, farem non più che mutar dipendenze e sventure e vergogne; e dipendenze, sventure e vergogne ci terranno afferrati nell’ozio, l’ozio ne’ vizi, ed ozi e vizi ci apparecchieranno nuovi ferri. Adempiremo noi, o almeno proseguiremo noi, o solamente incomincieremo noi a proseguire i nostri doveri nella Cristianità? Allora, mentre cadranno da sè tutte le vane, tutte le ree speranze, cresceranno d’altrettanto tutte le buone. Tutte le occasioni perdute da’ maggiori non ci sgomenteranno più, quando ci paia naturale che si perdessero nella barbarie o nella mezza civiltà o nella corruzione, ma naturale che non si perdano più in mezzo alla civiltà presente. La grande occasione della caduta e della divisione dell’imperio ottomano, che ci parve probabile e buona studiandola in sè, ci parrà tanto più probabile e più buona considerandola come uno degli eventi necessari all’avanzamento della Cristianità. Se mancasse quell’occasione, noi vedremo immanchevole qualche altra simile ed equivalente. Se si facesse aspettare oltre ogni giusta previsione, non perciò dimenticheremo o guasteremo l’impresa nostra precipitandola. Gli aiuti esterni, già a ragione temuti, si temeranno meno venendo dalla Cristianità progredita, a noi progrediti. Le unioni interne tra principi e principi, principe e popolo, grandi e piccoli, tutte le unioni italiane, già così rare e corte, si faranno più frequenti e più durevoli in mezzo alla progredita Italia. E la virtù, quel sommo o solo mezzo che dicemmo all’indipendenza, la virtù nostra ci sarà agevolata dagli esempi e conforti altrui, quando li sappiamo accettare; in vece di cercar esempi e consolazioni ai vizi dal paragone dei vizi. — Noi compendiamo già il discorso nostro sulle speranze speciali della patria, proferendo un solo scopo, l’indipendenza; un solo mezzo la virtù. Ma ampliate ora le osservazioni nostre all’intiera Cristianità, ed accresciuteci le speranze dalle crescenti condizioni di lei, aggiugniam pure arditi: che l’indipendenza arrivata ci si farà mezzo a virtù ulteriori. Siffatto circolo virtuoso è immanchevole, non meno che il vizioso opposto. Così voglia il pietoso Iddio dar forza all’Italia d’uscir da questo, per rientrare in quello finalmente; forza di cercar virtù come mezzo necessario d’indipendenza, indipendenza come mezzo necessario di virtù.
CONCHIUSIONE
Io ho posta e cercata sciogliere nel presente libro la sola questione: QUALI ABBIANO AD ESSERE LE SPERANZE D’ITALIA. Ora un’altra, il riconosco, una forse di più concitante interesse, sarebbe a porre e sciorre; QUANTO GRANDI POSSANO ESSERE QUESTE SPERANZE. Ma tale scioglimento sarebbe, a parer mio, molto più difficile e molto meno importante. — Sarebbe più difficile, perchè a determinare la quantità delle speranze, ci si vorrebbe prima poter determinare la quantità delle virtù nazionali, proporzionali essendo sempre le due. Chi dice speranze, dice probabilità, non certezze; dice fatti eventuali, non adempiuti; dice potere, non volere; dice cause, e non effetti; vuol ispirare il sentimento delle cause presenti, affinchè producano effetti avvenire. E quindi s’intende da sè (tranne da coloro che, per non intendere, mutan senso alle parole d’uno scrittore, o peggio, mutano, combattendolo, le idee di lui), s’intende da sè che il passaggio d’una causa presente ad effetto avvenire, dipende poi da ciò che i filosofi direbbero attuazione o virtù efficace, e noi dicemmo più semplicemente virtù. E s’intende da sè che questa, or progrediente, può continuare ad accrescersi, può fermarsi e può retrocedere, e s’intende da sè che ciò dipende poi principalmente da que’ pochi uomini i quali si trovan ora duci della nazione, duci de’ fatti nostri, duci delle nostre speranze; que’ pochissimi il cui sommo privilegio è che le loro virtù personali valgano per migliaia e centinaia di migliaia, nella somma totale delle virtù nazionali. E queste virtù personali sono, non che difficili, impossibili a conoscersi, a valutarsi da niun uomo al mondo; sono anch’esse uno de’ segreti della Provvidenza. Tal uomo che pareva aver in serbo grandi virtù non ne produce poi una mai, tal altro non pareva averne nemmeno il germe, e dà frutti inaspettati all’occasione, e tal fa nascere egli stesso le occasioni, spinto com’è da quella virtù ch’era in lui, nascosta a tutti, salvo a Dio ed a lui, o nascosta talora ad esso stesso. Ma, grazie a Dio, tutto questo calcolo della quantità delle speranze, della quantità delle virtù nazionali e personali, non è poi importante, non è almeno se non a’ timidi ed oziosi. Questi soli han bisogno per entrare in una buona impresa, di sapere quanta sia la probabilità della riuscita, quanto lunga la via; i codardi chiedono al mattino della battaglia il calcolo delle probabilità della vittoria. I forti e costanti non soglion chiedere quanto fortemente nè quanto a lungo, ma come e dove abbiano a combattere, non han bisogno se non di sapere in qual posto, per qual via, a quale scopo; e sperano poi, ed operano, e combattono, e soffrono ivi fino al fine della giornata, lasciando a Dio gli adempimenti. — Facciam ciascuno l’ufficio nostro, a nostro posto, fino all’ultimo di nostra potenza; lasciamo alla Provvidenza l’ufficio suo. Anche in condizioni peggiori, con probabilità, con isperanze minori che non le nostre, un caso, un uomo, risollevarono sovente le nazioni cadute, ma avviate a virtù. — Od anzi, un caso, un uomo non mancarono loro mai. — Od anzi, non vi sono casi al mondo; una Provvidenza regna, e regnò quaggiù in tutti i secoli della lunga vita del genere umano, e quella Provvidenza non ha, non può avere altro scopo quaggiù se non la virtù; non mancò mai ad aiutarvi chi vi s’aiuti, promise anche un angelo a salvar un giusto, e non negherà un uomo, un’occasione a salvar una nazione virtuosa; non negherà il grande strumento d’operosità e virtù, ad una nazione che voglia veramente entrare a far l’ufficio, tutto l’ufficio suo nella Cristianità.
APPENDICE.
SE E COME SIA SPERABILE UNA LEGA DOGANALE IN ITALIA
1. L’idea d’una lega doganale italiana si è certo presentata molte volte alla mente non solo degli uomini di stato, ma di quanti commercianti e viaggiatori italiani o stranieri sentono ogni dì i danni materiali del nostro sminuzzamento. E probabilmente molti di questi ultimi accusano i primi di negligenza o d’incapacità, perchè non fanno ciò che si vede così felicemente fatto altrove. Ma il vero è, che se è talor questione difficile a sciogliere, quella dell’accessione di un semplice stato germanico alla lega già esistente colà e fiorente; molto più difficile è quella della costituzione di qualunque nuova lega, e difficilissima poi per le sue complicazioni quella d’una lega italiana. Ne fu trattato da non pochi scrittori[46]. Ma perchè gli stranieri non possono preveder tutte quelle complicazioni, e i nazionali non ne possono discorrere, ei non fu forse distinto finora sufficientemente tra le varie leghe immaginabili, quali sieno possibili, quali desiderabili, nè come desiderabili. Per intendersi bisogna distinguere. Ciò tento fare, brevemente, secondo le convenienze di questo libro, epperciò supponendo nei miei leggitori, non solamente la cognizione delle scienze economiche in generale, ma quella in particolare del fatto e de’ risultati della lega doganale germanica. Lasciamo i grossi libri a coloro che voglion rimuovere il secolo dalle sue vie; chi accetta queste, può esser breve, riducendosi a cercare come entrarvi, come seguirle più opportunamente in ciascuna opportunità.
2. Due casi s’affacciano nel primo mirare alla questione. La lega italiana potrebbe esser fatta, o tra i principati italiani soli, o comprendendovi l’Austria. Ma questa può comprendervisi per le provincie italiane sole, ovvero per tutto l’Imperio. E, considerato poi che in quest’Imperio austriaco è surta la questione dell’entrar esso nella lega doganale germanica, sorge il nuovo caso che l’Imperio austriaco acceda con tutta questa alla italiana. Ondechè sono in tutto quattro casi, quattro modi immaginabili; cioè, procedendo dal più lato a’ più stretti:
I.º Una lega germanico-italica;
II.º Una lega austro-italica;
III.º Una lega compiutamente italica;
IV.º Una lega de’ soli principati italiani.
3. La I.ª, la lega germanico-italica sarebbe, per vero dire, magnifica idea, magnifica combinazione. Tutta la media Europa collegata insieme. Un moderatore tra l’Occidente e l’Oriente contrappesanti. Inghilterra, Francia e Spagna tendono ad unirsi con o senza una gran lega occidentale; non prossima per certo, ma non impossibile forse un dì o l’altro. Ma anche senza tener conto di siffatta eventualità, anche senza uscir del presente, non è dubbio che i grandi e veri interessi commerciali dell’Europa media, dal Baltico al Mediterraneo, sono molto simili; e che sarebbero quindi ben promossi da quest’unione economica di tutte le popolazioni comprese tra i due mari. Queste unioni economiche son talora più profittevoli che le stesse comunicazioni materiali; le producono, o vi suppliscono. A coloro poi che sieno entrati nell’idee del nostro libro, questa riunione di tutta Italia con tutta Germania parrà anche più importante; la questione, od anzi tutte le questioni orientali si scioglierebbero molto più facilmente, se queste due nazioni si potessero intendere come due uomini. Ei s’è usato ed abusato di quell’espressione, del _sollevarsi le nazioni come un uomo_. Non si potrebb’ella mettere in uso pur quest’altra, _d’intendersi come due uomini?_ In ciò non sarebbe da temere, non possibile niun abuso. E quanto all’Italia in particolare, non è mestieri dire che la lega germanico-italica sarebbe desiderabile. La preponderanza austriaca vi sarebbe compensata dalla prussiana; l’interesse italiano dell’inorientar Austria, sarebbe rinforzato dall’interesse germanico dell’inorientar Austria e Prussia; la spinta italiana dalla spinta germanica; la molle operosità nostra da quella fortissima; le lontane speranze italiane da tutte le più prossime germaniche. — Tutto ciò è vero e certo. Ma pur ciò all’incontro: che per ora e gran tempo le nazioni in generale non s’intendono come due uomini; che qui in particolare bisognerebbe supporre di animo larghissimo e previdentissimo, supporre spregiudicati sugli interessucci passeggeri, ma presenti, tutti i principi, tutti gli uomini di stato tedeschi e italiani, cioè una trentina di principi, alcune centinaia di ministri, e consiglieri o deputati a’ parlamenti. Non dico nel futuro imprevedibile, ma non volendo parlar mai se non del prevedibile, tale accordo si può arditamente pronunciare impossibile. Oltrechè, ei sarebbe forse a dubitare che Prussia promuova mai sinceramente niuna accessione alla lega germanica cui presiede ella, d’un’altra grande potenza, la quale le torrebbe quella presidenza. Non ci inganniamo diplomaticamente, noi non diplomatici. La presidenza o precedenza o preponderanza doganale è a Prussia potente strumento di preponderanza politica; ed ella rinuncierà a questa difficilmente. Tuttavia, quella potenza è così sinceramente progressiva, così intelligente de’ suoi veri interessi presenti, e così previdente de’ futuri universali, che non è impossibile ch’ella rinunciasse alla propria situazione vantaggiosa particolarmente in Germania, per prenderne una forse più vantaggiosa generalmente in Europa. Ma tal non è l’Austria; la quale rinuncierebbe certo difficilmente alla sua preponderanza politica in Italia, ammettendo il contrappeso della Prussia. Ciò che giova ed è desiderabile a noi, sarebbe, a parer mio, desiderabile pur all’Austria, se intendesse bene, compiutamente, grandemente gl’interessi suoi; ma ella non li intende così: è fatto attuale e probabile per gran tempo. Ondechè in somma a questa lega doganale germanico-italica sono tali difficoltà che parrà chiara a ciascuno la conchiusione: essere essa molto desiderabile sì, ma molto improbabile.
4. Caso II.º; la lega austro-italica ossia dei principati italiani e di tutto l’imperio austriaco. Se noi attendiamo a ciò, che fra le pubblicazioni citate in capo a quest’appendice, tutte quelle fatte in paesi e da persone più o meno dipendenti dall’Austria, promuovono questa lega di tutta Italia con tutto l’Imperio austriaco, ei parrà confermato a ciascuno il fatto, per sè stesso altronde probabile, che tal lega sarebbe desiderata dall’Austria. E noi non siamo di quelli che vogliam conchiudere a un tratto: se è desiderata dall’Austria, non è desiderabile da noi. Noi torniamo sempre a ciò, che i veri interessi futuri dell’Austria e dell’Italia sono identici. Ma di nuovo e sempre; il male è, che per ora, e probabilmente per a lungo, l’Austria non li intende così. Ella è, più che noi, che li separa, che li contrappone; ma in somma, finchè è così, noi non possiamo promuovere gl’interessi di lei, intesi tutt’all’incontro de’ nostri. — Pogniamo fatta la lega austro-italica, che ne avverrebbe ora, economicamente, politicamente? Economicamente, noi ci uniremmo al sistema austriaco vecchio, proibitivo, protettorale; noi ci separeremmo dal sistema più largo, men protettorale, più liberale, che viene e verrà promosso dalla lega germanica principalmente, dall’Inghilterra a poco a poco, e dalla Francia probabilmente. Se Austria volesse entrare in questo, ella entrerebbe nella lega germanica, ella promoverebbe la lega germanico-italica, e non la austro-italica; ondechè, finch’ella promuove questa sola, è probabile ch’ella non vuol entrare nel sistema largo, solo conveniente all’Italia. Noi torneremo frappoco alla necessità di questa larghezza. Ma è facile ad intendersi fin di qua sommariamente: che l’Italia entra ora in una nuova età commerciale; che, ricondotto il commercio orientale nel Mediterraneo, ella può e deve riprendere gran parte a quel commercio, se non vi ponga ostacoli ella stessa; che non ha nemmeno bisogno qui, nè di grand’arte, nè di grande operosità; che per lei più che per nessuno l’economia politica si ridurrà al lasciar fare e lasciar passare; ma che se ella s’aggiungesse a un sistema economico proibitivo, o solamente protettivo, o di preferenze, contra Francia ed Inghilterra, le due nazioni più passanti e ripassanti per le sue acque, l’Italia troncherebbe da sè tutte le sue migliori speranze commerciali; cadrebbe non solamente nel fallo di trascurare le occasioni, ma in quello di opporsi ad esse; non sarebbe solamente neghittosa, ma avversaria de’ propri interessi, a pro de’ propri avversari. Napoli e tutta la parte meridionale della penisola, e le due isole Sardegna e Sicilia, vi perderebbero evidentemente; siccome quelle che per la loro situazione sono prime e principalmente destinate a’ profitti di quel nuovo passaggio del commercio orientale. Ma la parte settentrionale della penisola, o almeno la parte nord-ouest, il Piemonte vi perderebbe per altre ragioni forse più. Finora il Piemonte fu disgiunto da Francia, da un muro commerciale, per così dire, ferreo; era pregiudizio politico ed economico insieme. Ma, non è forse paese al mondo in che i pregiudizi cadendo lentamente, cadano all’ultimo più certamente; e v’è incominciato a cadere questo del muro commerciale. Un primo trattato è stato fatto testè tra Piemonte e Francia, ed alcuni cenni fanno da credere che si potrà estendere quandochesia; e senza entrare qui nel merito, nè de’ trattati di commercio in generale, nè di questo in particolare, questo è senza dubbio principio ed arra di più larghe comunicazioni, cioè, a parer di tutti oramai i migliori economisti, di miglioramenti commerciali. A’ quali tutti dovrebbe dunque rinunciar l’Italia occidentale, rientrando nel sistema vecchio, facendosi economicamente austriaca. Nè le stesse provincie orientali o lombardo-venete ne vantaggerebbero. Noi ci riferiamo pur qui a ciò che crediamo aver dimostrato altrove; tutti i veri e buoni interessi futuri austriaci sono sul Danubio e non sul Po; ondechè quanto più s’intenderanno in Austria gl’interessi austriaci, quanto più progrediranno quell’imperio, que’ popoli, quegli uomini di stato, quella corte e cancelleria, tanto più sempre sarà sagrificato il Po al Danubio. Qui il fallo fatto una volta non avrebbe nemmeno il rimedio che è a tutti gli altri; non che scemare, accrescerebbesi il danno in ragione del progresso avvenire. — E politicamente poi? I leggitori informati delle cause, delle vicende e degli effetti di quella lega doganale germanica, che è finor solo esempio di tali istituzioni, sanno il grande accrescimento di preponderanza politica venutone a Prussia, che si trova potenza principale in quella lega. Vorremmo noi procacciar simile situazione, simile preponderanza all’Austria? Io credo che niun principe, niun uomo di stato, niun uomo pensante e senziente in Italia abbia tal desiderio; e che se qualche Italiano pur si trovò a promuover la lega austro-italica ei fu per un’illusione fattasi troppo semplicemente, per vero dire, a sè stesso: che non fosse per succedere in Italia ciò che successe così evidentemente altrove. Ma speriamo che i molti, i più, o tutti si atterranno a quel modo più naturale di ragionare, il quale argomenta da simili cause a simili effetti, dal passato all’avvenire, dai fatti alle probabilità; e che quando fra cento di queste, ne fosse una sola di accrescere la dipendenza degli stati italiani, quand’anche invece di vantaggi commerciali probabili dalla lega austro-italica, basterebbe quell’uno pericolo a farla rigettare. Gli stati, le persone morali non hanno doveri dissimili dalle individuali; e se ad ogni uomo è dovere (ed all’ultimo utile) il rigettar qualunque vantaggio di fortuna acquistato con una viltà, tal è pure agli stati, alle nazioni[47]. — E conchiudiamo, sperando assenso unanime italiano, la lega austro-italica sarebbe, quanto a difficoltà esterna, fattibilissima; ma ella non è desiderabile, è assolutamente rigettabile da tutti i princi italiani.
5. Caso III.º: lega italica compiuta, ossia de’ principati italiani e delle provincie austro-italiche. — Questa può essere desiderabile o no per noi, secondo che ne’ particolari ella si scosterebbe o s’accosterebbe alla precedente. Chiaro è: se l’unione delle provincie austro-italiche co’ principati italiani fosse solamente un nome, una finzione; e se la separazione tra quelle provincie e le germanico-austriache fosse un’altra finzione o si riducesse ad una linea doganale di più tra l’une e l’altre; e se quell’unione implicasse come nel caso precedente, accettazione per noi del sistema economico austriaco, antiquato e stretto, tal unione non sarebbe desiderabile da noi nè economicamente nè politicamente. Non economicamente, traendoci a’ medesimi falli, alle medesime rinuncie di speranze che denunciammo testè; non politicamente, perchè questi falli ci trarrebbono a separazione anche politica dalle altre nazioni europee, ed a maggior unione (che sarebbe maggior dipendenza) colla potenza già troppo signora nostra. — Se all’incontro i negoziati che s’intavolassero per la lega italica, e il trattato che ne risultasse fossero tali di far entrar le provincie austro-italiche in quella larga economia politica italiana da cui dipendono tutte le nostre speranze commerciali; se così le provincie austro-italiche si educassero ad una futura unione anche politica con gli stati italiani, non è dubbio che tal lega sarebbe non solamente molto, ma la più desiderabile di tutte per l’intiera Italia; sarebbe arra dataci dall’Austria, del suo rivolgersi dalla mala politica sua occidentale a quella nuova e buona orientale, la quale ci farebbe a un tratto da avversari amici ed alleati naturali. — Ma non c’inganniamo; niun fatto, niun principio di fatto, niun cenno è di tal rivolgimento; e quanto più la lega esclusivamente italica s’accosterebbe a buona per noi, tanto più è improbabile ch’ella fosse accettata dall’Austria presente; quanto più qualunque lega italica sarebbe proposta od accettata dall’Austria, tanto più probabilmente ella sarebbe dannosa all’Italia. — E quindi di questa lega comprendente i principati italiani e le provincie austro-italiche, ei ci pare, senza fermarvici altrimenti, poter conchiudere: che ben fatta, ella sarebbe senza dubbio la più desiderabile, ma è la più improbabile; e che mal fatta, non sarebbe desiderabile; ovvero più brevemente, che la probabilità vi sta in ragione inversa della bontà.
6. E veniam dunque alla IV.ª ed ultima delle leghe accennate, a quella de’ principati italiani soli fra sè. — E di essa diciam subito, che difficilissima in apparenza, ella non è tale in realtà; se non si tenga forse per irrealtà, impossibilità, supposizione assurda, quella che i principi italiani abbiano il volgar coraggio di non veder pericolo dove non è. Io direi anzi che sarebbe ingiustizia non isperar tal coraggio da due o tre di questi principi; i quali unendosi potrebbon fare il nocciolo, a cui si unirebbon gli altri, come avvenne in Germania. Qui è luogo da ridere: che in tempo e per le opere di pace i principi piccoli son potenti (grazie alle condizioni della presente civiltà cristiana) quanto i più grandi. Siami lecito recar un esempio che mi par quadrare al caso. In quegli anni che seguirono la restaurazione di Ferdinando VII di Spagna, e che la nazione spagnuola, insuperbita della recente difesa, e credendo aver essa liberata l’Europa, anzichè essere stata liberata da nessuno, trattava verso l’altre nazioni grandi o piccole con una superbia che è rimasta famosa nella diplomazia, trovossi un giovane diplomatico incaricato colà degli affari di una potenza italiana. Ed avvenendogli d’incontrare difficoltà, e non potersi far render giustizia negli affari commerciali che sorgevano ogni dì, zelante siccome novizio ch’egli era, ei se ne veniva rammaricando con un altro diplomatico sperimentatissimo in quella corte, e che degnamente rappresentava colà una delle principali potenze europee. Ma questi «Che volete? fate come fo io. Prendete pazienza». — «E che?» ripigliava il novizio. «Vi avverrebbono essi anche a voi di questi incontri?» — E l’altro «Certo sì; ogni dì; a me, ed a tutti, quanto a voi». — «Ma come lo soffrite voi, rappresentanti di grandi potenze, che potreste d’un cenno annientar questa superbia spagnuola?» — «Noi?» ripigliava l’assennato e sperimentato. «Nol possiam noi più che voi. Noi abbiamo più navi, più armi, più eserciti, e forse più coraggio che non costoro, è vero; ma finchè non si viene all’usar tutto ciò, finchè non ci è guerra, e in tutti gli affari di che non si vuole nè può fare un caso di guerra, una potenza piccola vale una grande, Spagna, qual è ridotta quanto noi fiorentissimi, e voi quanto noi verso essa. Questi Spagnuoli non sono stolti, sanno ciò, sanno di poter quanto noi in tutto ciò che non è caso di guerra, ed usano ed abusano di questa situazione di pace, sempre favorevole ai piccoli». — E il diplomatico novizio se ne capacitò tanto più, ch’era massima buona a riportar a casa; e ne conchiuse fin d’allora: che i principi piccoli italiani possono molto più che non si suol credere, in tempo di pace; e tanto più poi, che non solamente per le cose dappoco, ma nemmeno per le dappiù, non torna conto all’Austria il romper guerra. — E difatti, facciamo il caso (minore, ma simile ad un altro posto già nel testo del libro) che due o tre principi italiani consentissero un bel dì nella opportunità d’una lega doganale, e che tenendo giusto conto degli immensi interessi meridionali, e dei minori, ma pur grandi settentrionali, facessero cedere questi a quelli (all’incontro di ciò che vedemmo doversi fare nell’impresa eventuale dell’indipendenza), e che convenissero i due o tre nelle condizioni principali, e che accedendovi gli altri più o meno, una lega doganale qualunque si conchiudesse e firmasse; io lo chiedo a’ più prudenti od anche timidi, che ne avverrebbe o duranti le trattative o conchiuso il trattato? Molto probabilmente, il confesso, che Austria s’opporrebbe. Ma di nuovo, che vorrebbe dire, che sarebbe questa opposizione di lei? Che darebbe note, od anche farebbe proteste, od anche (benchè non è probabile) che interromperebbe le relazioni diplomatiche, e più probabilmente che chiuderebbe più che mai suoi limiti, aggraverebbe suoi dazi, separerebbe dalla restante Italia le sue provincie italiane. Ma tutto ciò, nemmen questa separazione, non sarebbe gran danno economico nè politico; e quando fosse, sarebbe largamente compensato dai vantaggi economici e politici della lega. E quanto a guerra, le sarebbe impossibile; o, se mai, le sarebbe immanchevolmente funesto. Se i principi italiani proseguissero tranquillamente il fatto loro, nè Austria, nè nessuno non potrebbe nè impedir loro d’adempiere l’ideato, nè far loro disfare il già fatto. E non vi si vorrebbe nemmen segreto; alla faccia di tutta Europa si vorrebbe provare una volta se sieno o no indipendenti secondo i trattati questi principi italiani: alla faccia d’Europa tutta, e coll’aiuto di mezza, si vorrebbe rivendicare ciò che ce ne fosse imprudentemente negato. Le seccature, i disturbi, le cattive ragioni, le minacce, non son pericoli; son parole, e nulla più. E se n’avrebbono in abbondanza senza dubbio, ma non altro; ondechè, in somma, a far la lega che diciamo, ci si vorrebbe men coraggio, che operosità, meno uscir di timori, che di pigrizia. — E ne varrebbe la fatica per li grandi vantaggi che ne risulterebbono. Politicamente, una lega doganale non val per certo una politica, e tanto meno una confederazione stabile. Ma ella varrebbe molto più che non tutti insieme quei mezzi vantati di unire e nazionalizzare nostra nazione; più che non i trattati tipografici, e i congressi scientifici, e i comizi agricoli e via via; che son pur unioni buone, ma minori. Lo sperimento di Germania è evidente; e quest’evidenza è quella appunto che farebbe quindi l’opposizione dell’Austria, e quinci il merito de’ principi italiani di non lasciarsene spaventare. E il medesimo sperimento fa evidente l’utilità economica. L’Italia si trova in condizioni simili alla Germania; sminuzzata anch’essa in parecchi Stati, intermediaria tra l’Oriente e l’Occidente, con interessi provinciali non tanto simili da nuocersi colla concorrenza, non tanto diversi da non potersi accordare; ondechè non è dubbio che una lega simile fatta con principii similmente larghi, produrrebbe senza dubbio simili effetti, simili vantaggi. Se non che anzi la situazione dell’Italia in mezzo al Mediterraneo, cioè alla via probabile di tutto il gran commercio avvenire, è molto più felice che non quella della Germania; ondechè si potrebbono prevedere risultati anche maggiori. E conchiudiam pure: che, dato solamente nei principi il coraggio bastante a non veder pericolo dove non è, la lega de’ principati italiani sarebbe possibile e vantaggiosa tutt’insieme.
7. Ricapitoliamo dunque il paragone delle quattro leghe:
La germanico-italica sarebbe forse la più desiderabile, ma è la più difficile di tutte ad effettuarsi;
La austro-italica sarebbe la più facile, ma non è desiderabile, non è accettabile assolutamente da niuno stato italiano;
La italica compiuta, non sarebbe facile se desiderabile, non desiderabile se facile; ondechè insomma, nelle condizioni presenti, non è desiderabile nè facile;
La sola lega de’ soli stati italiani (impossibile in apparenza a’ paurosi od inoperosi) è di fatto possibile e desiderabile.
E lascio trar la conchiusione a ciascuno; che la trarrà buona, in ragione inversa della propria paura e pigrizia.
8. Eppure qualche cosa è da fare. Lasciando la questione politica e riducendoci all’economia, apparirà evidente a ciascuno la necessità d’una lega doganale italiana, e d’una fatta su larghi principii commerciali, e d’una fatta prontamente. — E prima, è principio, dogma economico universalmente accettato, che quando molte nazioni vicine entrano in un gran progresso commerciale, quella che rimane stazionaria cade nel danno di retrocedere, non solo comparativamente, ma positivamente. Se questo principio avesse bisogno di dimostrazione, la storia nostra ce la darebbe. Al sorgere del secolo XVI il commercio italiano era ancora il principale di tutti; ma Portogallo e Spagna, poi Inghilterra, Olanda e Francia essendosi aperte nuove vie e nuovi mercati, l’Italia, che non seppe prendervi parte, non solamente decadde dalla sua condizione relativa, ma dalla sua positiva, da quasi tutta la sua navigazione, da quasi tutte le sue industrie, e, se non decadde, rimase stazionaria nella sua agricoltura. — Ora, a’ nostri dì, non solamente molte nazioni europee hanno un’operosità commerciale superiore all’italiana, ma hanno ogni probabilità di accrescerla tuttavia; Inghilterra con essersi procacciati nuovi mercati alla Cina e nell’Oceania, e con essersi aperta la nuova via del Mediterraneo e dell’Egitto a tutti gli immensi mercati suoi orientali nuovi o vecchi; Francia col suo muoversi alacramente a que’ mercati ed a questa via; Olanda per il progresso continuante nelle sue colonie cinesi, e perchè pur si approfitterà della Cina e del Mediterraneo; Germania colla sua lega e con sua liberalità commerciale; e forse in breve Spagna, se, uscendo da sua mala operosità politica, entrerà (come succede) con pari ardore in una nuova operosità commerciale, valendosi della medesima nuova via del Mediterraneo. È evidente: tutti han progredito o minacciano progredire. Se non progrediamo noi pure, ci avverrà una seconda volta di peggiorare nelle nostre condizioni relative; e quindi secondo ogni probabilità anche nelle positive; qual che sia la nostra operosità presente noi perderemo anche questa, tutta o in gran parte. — E come poi possiam noi progredire? Certo, non conquistando anche noi grandi colonie, chè non n’abbiam forza; non aprendoci nuovi mercati orientali, dove saranno non solo ultimi, ma sconosciutissimi; non isperando competere co’ nostri prodotti industriali, troppo rimasti indietro, nè co’ nostri agricoli, troppo scarsi e cari al paragone. Noi non abbiamo speranza buona di progressi commerciali, se non dalla nostra mirabile situazione in mezzo a quel Mediterraneo, attraverso a cui s’è ricondotta, senza fatica nè merito nostro, la via del commercio universale. Per noi han lavorato, e lavorano tutti questi che riconducono il commercio europeo-asiatico (il massimo de’ commerci del mondo), nel nostro mare. Chi va e chi viene ci passa in vista, solca nostre acque, tocca o vede i nostri porti. — Ma non c’inganniamo; veggiamo i vantaggi di questa nostra situazione quali sono, nè più nè meno. Essi non ci possono venire se non dalla vicinanza, che può fare i nostri prodotti più facili a spacciare in Oriente, i prodotti orientali più facili a spacciar da noi, e i porti nostri, scali o depositi a chi va e viene; vantaggi dunque di esportazioni, di importazioni, di scali. Ma fra questi tre, il vantaggio solo dell’esportazioni si potrebbe forse serbare da’ paesi piccoli e disgiunti della nostra Italia; i due altri dell’importazioni e degli scali non si possono nè serbare nè accrescere se non invitando co’ mercati grossi e con gli approdi facili; i quali poi nè gli uni nè gli altri non possono essere se non in paesi grandi, ovvero in piccoli congiunti da una lega. Agli stranieri niun porto nostro non è mercato nè scalo necessario, non è se non facoltativo, e non sarà adoprato se non sarà mercato grosso e approdo facile; ed ai nazionali stessi, cui i porti nostri son mercati e approdi necessari, essi non saran buoni se non colle medesime condizioni. Finchè Otranto o Napoli non saranno se non mercati del Regno, finchè Ancona o Civitavecchia non saranno se non degli stati del papa, Livorno di Toscana, Genova del Piemonte, niuna spedizione grossa si farà mai da o per Otranto, Napoli, Ancona, Civitavecchia, Livorno o Genova. Ma se ognuna di queste potesse essere mercato, deposito, transito di tutta o molta Italia, certo vi moltiplicherebbe l’invito, l’approdo e per le navi straniere e per le nazionali; e moltiplicherebbero quindi, non solo le industrie, i commerci propri de’ luoghi di scalo o di transito, ma per effetto immanchevole, tutte le produzioni dell’industria e dell’agricoltura nazionale. Il fermarsi nelle prove di ciò sarebbe non altro che pedanteria, sarebbe ripetizione inutile di ciò che è saputo da qualunque mediocremente informato delle scienze e de’ fatti della pubblica economia[48].
9. Ne è dubbio a questi informati: che la legge dovrebbe esser fatta su principii commerciali larghissimi. — Ognun sa che i vantaggi della lega doganale germanica furono effetto, meno forse del fatto stesso della lega, che non della larghezza de’ principii su cui ella sorse e crebbe. Non solamente in Germania, ma in Inghilterra, in Francia, in Italia, e dappertutto, la scienza è unanime nel tener come dogma quella larghezza o liberalità. I pratici soli se ne scostano; e non già, negando que’ principii, ma solamente la possibilità di questa o quella applicazione; non combattendo i dogmi, ma introducendo eccezioni. Nè sarebbe forse difficile mostrare la vanità di quasi tutte queste eccezioni in tutti i paesi dove si van facendo. Ma riduciamoci all’Italia e veggiamo se l’apertura de’ nostri porti, l’abolizione de’ dazi protettori, le larghezze commerciali nocerebbero o gioverebbero alle nostre navigazioni, alle nostre industrie, alle nostre agricolture.
I.º Contro alla libera navigazione, ei si suol citar quell’atto di navigazione inglese che, escludendo o svantaggiando le straniere, dicesi aver promosso la nazionale. Ma in questa citazione ei mi par che sia un cumulo d’errori gli uni sugli altri. Perciocchè non è provato che quell’atto restrittivo sia stato quello che fece crescere la navigazione nazionale; questa crebbe per la situazione dell’Inghilterra, intermedia a molte nuove vie, a molti nuovi mercati aperti nel 1500; come è intermedia ora la situazione dell’Italia alle vie riaperte ora. Poi, la nostra navigazione non è in su suoi principii com’era allora l’inglese; è anzi decadente o almeno stazionaria; non si tratta di insegnarci a costrur navi o a condurle, ma a costrurle e condurle al par degli emuli, a che anzi ci può giovar l’emulazione, ci debbono nuocere i privilegi. E finalmente e principalmente, Inghilterra ha ora abbandonate queste strettezze; e ci insegna così, non a prenderle, ma appunto ad abbandonarle; Inghilterra conosce l’età nostra commerciale; noi dobbiam seguire non gli usi che lascia, ma quelli che prende. Quando finirem noi di prendere gli abiti fuor d’uso agli altri? — Ma lasciando gli esempi bene o mal citati, ci si permetta porre a dirittura una alternativa conchiudente. Ovvero le nuove facilità accresceranno effettivamente il numero delle navi straniere sulle marine italiane; ovvero no. Se no, le condizioni delle navi italiane rimarran le stesse che sono ora, quanto a concorrenza; ed elle si miglioreranno inoltre di tutte le facilità di che non si saran voluti valere quegli stranieri. Se all’incontro se ne varranno gli stranieri ed accresceranno la navigazione sulle nostre marine; così pure ce ne potremo valer noi, ma con tutto il vantaggio (immenso, come sa chiunque abbia per poco atteso a questi studi) che ha sempre la navigazione piccola ma vicina, breve, ripetuta, e moltiplice, il cabotaggio e il quasi cabotaggio, sulla navigazione grande, ma lunga e rara. Apransi i porti italiani; chi se n’approfitterà più? Certo non le navi in corso lontano, e massime non quelle che abbiano approdi propri; certo le navi italiane che han tempo a far tre viaggi, mentre l’altre uno, ed a cui gli approdi nostri sono gli unici e naturali. — Ora, mentre scriviamo, non è forse gran porto italiano dove non sia qualche navigazione straniera più privilegiata in qualche rispetto, che non qualche altra navigazione italiana. È vergogna, è danno grave. Ma, vergogna e danno maggiore, il governo di Roma propose già di equiparare alla propria le navigazioni di tutti quegli altri stati italiani che volessero corrispondere con simile liberalità; ed a tal liberal proposizione non corrispose finora niuno stato italiano!
II.º Quanto alle industrie, quali sono, in nome della verità, quelle che si vogliono proteggere colle chiusure o colle strette aperture? Le industrie del cotone, o de’ ferri, o delle canape, o dei lini, o delle sete, o di che? Non n’è una ora (anno 1843) che superi le straniere, che abbia primato su’ mercati europei od ultra-europei. Le stesse seterie di Genova, di Firenze e di Torino, già famose, sono un nulla ora su que’ mercati; e quanto all’altre, ei si può dire, relativamente parlando, che non esistono. Non servono esposizioni pubbliche, non medaglie d’incoraggiamento, non statistiche comparative degli accrescimenti annui. Fate statistiche comparative con le produzioni inglesi, germaniche ed anche francesi, e tirate le conseguenze vere, sinceramente, senza voler trovare ciò che non è, per adulare principi di qua, o popoli di là; e vedrete che bello avvenire industriale s’apparecchi all’Italia? Tanto brutto, tanto nullo, che basterebbe tal nullità a conchiudere: facciamo tutto a rovescio di quel che facemmo finora; noi non potremmo fare se non meglio; poichè le chiusure ci portarono qui, apriamo per Dio una volta per provare; peggio di ciò che è, o ci si apparecchia, non potrà esser mai. — Benchè anzi molto miglioramento si potrebbe sperare quando i principi italiani, colti come sono i più (che non parrà adulazione), applicassero francamente, tutti o quasi tutti d’accordo, quel gran principio del lasciar fare e lasciar passare, a cui niuna nazione si trova forse apparecchiata quanto l’Italia. La pochezza delle industrie esistenti scemerebbe il danno inevitabile della concorrenza ammessa. E poi, noi abbiamo avuta più volte l’occasione di osservarlo: l’ingegno italiano è sopratutti meraviglioso in varietà, in adattamenti. Varierà, s’adatterà anche in ciò. Cadranno le industrie men potenti, men naturali; ma sorgeranno le naturalmente più potenti. Se gli uomini di stato che si occuperanno in ciò, pretenderanno a un calcolo minuto di tutte le importazioni od esportazioni, utili a concedersi per le industrie italiane ad una ad una, ei vi perderanno probabilmente l’ingegno e la fatica, come avvenne a tanti altri; ma se se ne rimetteranno all’ingegno vecchio ed all’operosità nuovamente eccitata degli Italiani, ei ci è novanta per cento di probabilità, che questa, compressa com’è in tante altre parti, si precipiterà tutta nel nuovo sbocco, e vi farà miracoli. Possibile che noi, produttori di tante sete, non arriviamo ad operarle quanto i Francesi e i Tedeschi? Possibile che nell’operare i cotoni egiziani così vicini non abbiam parità con coloro che li tessono in mezzo al continente europeo? Perciocchè mal si dice che la natura ci ha negate tali competenze, negandoci il carbon fossile, epperciò le macchine a vapore. Sono elle messe in opera tutte l’acque italiane? Non confondiamo; l’acque non valgono il vapore per le strade a vapore; ma per le industrie non locomotrici, le acque che, fatte cadere una volta opportunamente, cadon sempre, valgon più che non il vapore; e finchè rimane in Italia un fiume o un rivo non usato nella sua caduta, non abbiam occasione di accusar la Provvidenza, nè di affettare una rassegnazione, la quale non è in somma se non pigrizia. Non è il carbone che ci manchi, ma l’operosità; e all’operosità non manca se non la competenza; la competenza dico, che farà danno ai pigri senza dubbio, ma profitterà agli operosi, che sono quelli soli onde si può approfittar la nazione. Se ne capacitino gl’Italiani tutti, ma sopratutti i principi: i nemici della loro gloria, del loro pro, della loro potenza, sono i pigri, i gaudenti, tutta quella genia degli ostinati nel far nulla, degli invidiatori ed impeditori di chiunque fa. Quando alcuni o molti di costoro scapitassero all’operosità altrui, poco male; il mal de’ tristi risulta sempre dal ben de’ buoni, e non si vuol fermar questo per quello.
III.º Del resto dicono alcuni che le industrie italiane sono e saran per l’avvenire sempre un nulla rimpetto all’agricoltura. Io nol crederei; ma pogniamo che così sia, che le speranze materiali italiane debbano venir unicamente dalla agricoltura. Ad ogni modo queste speranze si accrescerebbono incalcolabilmente per una lega doganale che si facesse su principii larghi. Grani, risi, canapi, lini, olii, vini, pascoli e sete sono i principali prodotti agricoli nostri. Ma questi tutti (salvo i pascoli) sono prodotti pure di tutti i paesi circondanti il Mediterraneo; e prodotti che si può preveder forse si moltiplicheranno, quali in un paese, quali in altro, a segno da diventar là più a vil prezzo che in Italia. Niun metodo nuovo, niune società agricole, niuni incoraggiamenti governativi, non possono impedir tal danno. Tutti questi sono rimedi piccoli microscopici. Niun rimedio grande può essere, se non, o la chiusura assoluta, che lasci i mercati nostri esclusivamente a’ nostri prodotti, o l’assoluta apertura, che li equilibri agli stranieri, che, facendo abbandonare le produzioni svantaggiose, promova d’altrettanto le vantaggiose. Ma il primo di questi due rimedi grandi è difficile, forse impossibile ad applicarsi, ognuno il sa, in un paese così vario, così sulla via universale, così facile al commercio illegale com’è l’Italia; e poi non servirebbe se non a dar vantaggio su’ mercati nazionali, e crescerebbe lo svantaggio sugli stranieri. Ondechè il secondo rimedio, l’apertura, che equilibra tutte le produzioni, ed accresce le più naturali, è solo proficuo e possibile all’ultimo; epperciò tant’è volgervisi quanto prima. Non sono i metodi di colture quelli che si debban mutare, ma le colture stesse; i metodi nostri son buoni da secoli e secoli, e poco o quasi nulla v’è d’aggiungere; ma le colture si debbono mutar di secolo in secolo secondo le condizioni nuove, e quest’è che non abbiam fatto, e dobbiam fare. Noi eccettuammo testè i pascoli da quelle colture italiane che hanno a temer competenze. E difatti, se si giri tutt’intorno al Mediterraneo, ei non si troverà forse regione che sia comparabile per essi a tutta l’Italia settentrionale e a molte parti della meridionale. E quindi ei si può prevedere: che quelle regioni non arriveranno forse mai, e certo non per grandissimo tempo a competer con noi per li pascoli, e perciò per li bestiami e i latticinii: che quindi, quanto più la competenza scemerà la produzione de’ grani, tanto compenso e forse vantaggio noi potrem trovare nella produzione de’ pascoli, de’ bestiami, de’ latticini: che accrescendosi la abitazione, e quindi il lusso dell’altre coste del Mediterraneo, s’accrescerà la richiesta di questi nostri prodotti; e tanto più che son prodotti di natura loro cercati sempre ne’ luoghi più vicini; e quindi in ultimo, che l’Italia è destinata ad accrescere molto, immensamente, questa produzione sua, a rivolgere in pascoli tutte le terre sue che ne sien capaci, a valersi per ciò di tutti i suoi corsi d’acqua e di tutti i lavori accumulativi da parecchie generazioni, e ad accrescerli di gran lunga, che è in somma un avvenire speciale suo e fecondissimo di operosità e ricchezze d’ogni sorta. — Questa è la nostra speranza agricola principale senza dubbio. Ma non è la sola. I nostri risi pure sono fin ora senza competenza nelle ragioni circum-mediterranee, i nostri oli han sostenuto fin qui, o poco meno, tutte le competenze; e se i nostri vini non lo sostengono, la potrebbero sostenere quando s’introducessero perfezionamenti ed incoraggiamenti in questa industria, che n’è forse sola capace fra le nostre. Anche questi prodotti si accresceranno probabilmente, per la vicinanza nostra a tutte quelle immense regioni che sono in progresso probabile. Qui più che altrove i progressi altrui aiutano e quasi sforzano i nostri. La nostra pigrizia sola li potrebbe impedire. Non sarebbe se non nel caso che non volessimo produr noi quanto ci domanderà ogni dì più tutt’all’intorno, che le domande si rivolgerebbero altrove, e forse per sempre. Se noi ci ostiniamo a voler produr grani come nel mezzodì della Russia, od in Barberia, o in Egitto, a confondere (come fanno troppi agricoltori, amministratori ed economisti) l’agricoltura in generale con la coltura de’ grani; se in un’età di comunicazioni infinite ci ostiniamo a voler produr tutto, o a tener più necessaria la produzione de’ grani; se sagrifichiamo a questa le produzioni che ci daran ricchezze da comprarne, armi e navi da procacciarcene sempre, allora questa vecchia preferenza ci farà mancar l’occasione, e l’Italia non solo scaderà una seconda volta dai suoi commerci, ma scaderà dalla sua agricoltura, che sarà ultimo danno materiale. — E il danno materiale porterà seco quelli morali anche maggiori, della inoperosità e de’ vizi che l’accompagnan sempre. Ne’ secoli scorsi l’operosità non cessò quasi, se non nelle così dette classi alte, o tutt’al più nell’industriali; l’agricoltura, progredita lungo i grandi secoli italiani e serbatasi lungo i piccoli, salvò l’operosità in una gran parte della nazione. Ma guai se, cessando anche in questa parte, tutta la nazione nostra cadesse mai in inoperosità, a’ tempi appunto che i popoli circondanti, od anzi tutti i cristiani, accrescono la loro operosità. Allora sarebbe colma la misura de’ nostri danni; allora non servirebbero se non quegli estremi rimedii, che la Provvidenza permette bensì, ma che debb’essere studio d’ogni buon evitar sempre, quanto più sia possibile, in ogni cosa.
10. Epperciò qualunque cosa si voglia e possa fare, facciasi quanto prima. Qui non è solamente necessità; è urgenza. In questi anni dintorno alla metà del secolo XIX, forse in questi pochi che restano del quinto decennio di esso, si deciderà il nostro avvenire commerciale industriale ed agricola, per secoli e secoli. Questi sono gli anni climaterici dell’economia pubblica di tutte le nazioni europee, ma più dell’Italiana. Li trascureremo noi? Il commercio universale prenderà altre abitudini; ed ognun sa, quanto le abitudini commerciali sieno poi difficili a mutarsi. Ci varremo noi all’incontro di questa nuova e grande e forse ultima occasione dataci dalla Provvidenza? Di questa nostra magnifica situazione in mezzo al Mediterraneo? Di questo nostro trovarci prima nazione europea sulla via riaperta all’Oriente? E, parliam chiaro, ce ne varrem noi più largamente, più arditamente che non le altre nazioni circum-mediterranee? Faremo noi i nostri sbocchi, i nostri approdi, più facili che gli altri? Allora le nazioni più lontane che non hanno scali nel Mediterraneo, Olanda, Germania, Svezia, America, se ne varranno molto; e se ne varranno talor anche quelle stesse che v’hanno scali o coste, Inghilterra, Francia e Spagna, se sappiam precederle in quelle liberalità. E prese allora quelle abitudini, elle continueranno poi anche quando Inghilterra e Francia e Spagna entrassero in quella via dove noi le avremmo precedute. Ma capacitiamocene bene; qui si tratta di una corsa; qui d’arrivar primi; qui di prendere il solo vantaggio che ci rimanga a prendere. Altre nazioni hanno altri vantaggi, altre precedenze, più navi, più industrie, più mercati; noi non li possiam tôrre ad esse; non possiam prendere se non ciò che non han saputo esse finora: le liberalità de’ commerci. — Io fo tutt’uno in somma, fo una sola ipotesi della lega doganale italiana, e della liberalità e della prontezza di essa. La liberalità senza lega, o la lega senza liberalità, o la lega e la liberalità senza prontezza, non gioverebbero. Pogniamo che Napoli (la meglio situata) entrasse sola nella liberalità; questa non darebbe mercato grosso senza la lega, la nave straniera o nazionale approdata ne’ porti napoletani dovrebbe spacciar tutto il suo carico nel Regno, o portarlo via in altri porti italiani, dove nuovi dazi, nuove leggi l’aspetterebbero. Ingannata, non tornerebbe quella, nè altra; non s’avrebbero grandi approdi, nè gran commercio di niuna maniera. Ed all’incontro poniamo fatta la lega, ma non liberalmente, non servirebbe a nulla; le abitudini straniere ed anche nazionali continuerebbero a pro de’ più liberali. E pogniamo in ultimo fatta la lega, e fatta liberalmente, ma quando (fra pochi anni probabilmente) saran venute le altre nazioni circum-mediterranee a quella liberalità; allora di nuovo non servirà a nulla. Preceduti, non arriveremo mai più. — Il so anch’io, che è dogma di buona economia politica, far a poco a poco le novità. Ma è pur dogma di buona economia politica, che vi sono eccezioni a tutti i dogmi. E qui è il caso d’eccezione al dogma dell’_a poco a poco_. Il nuovo commercio ultra-orientale, e il cinese sono in sui lor principii; ma fra dieci anni al più essi avran prese probabilmente tutte le loro abitudini. La via d’Egitto è in sui suoi principii; ma fra dieci anni ella avrà prese forse tutte le sue agevolezze. Questi pochi anni in che si stanzieranno quelle abitudini e quelle agevolezze, sono gli irremediabili. Passati questi, non ci sarà nulla a fare, nulla a sperare più, per l’accrescimento de’ nostri commerci, nostre industrie e nostre agricolture; cioè per le nostre grandi operosità nazionali. Altro che primati, o nemmen parità! Se non vi provvediamo a tempo, noi siamo forse per cadere in una inferiorità non mai veduta; inferiorità a tutti gli altri, che son sulle mosse d’una non mai veduta operosità; inferiorità a noi stessi, che non avemmo mai una occasione così bella a prendere, così brutta a perdere. Ma Dio ci salvi da ogni infausta previsione! Dio spiri forza ne’ petti in cui sta salvar la generazione presente italiana dai disprezzi, dall’esecrazione de’ nipoti. A che servirebbe che adulassimo o tacessimo noi? Costoro sogliono essere inesorabili poi; e tanto più nel giudicar di ciò che fu alterato o taciuto da’ contemporanei.
NUOVA APPENDICE.
A MOLTE CRITICHE UNA RISPOSTA: FATTI NUOVI.
1. Il volgo e i naturalisti antichi credevano a certe serpi, che col guardo affascinate tirasser giù tra’ raggiri di loro annella e a poco a poco in lor bocca, gli uccelli che le guardavano imprudenti e reluttanti dal nido. Questa favola è rigettata dalla scienza moderna, ma può servire a un paragone. Non dissimili mi paiono la polemica personale e gli scrittori, i quali, quantunque avversi, si lasciano trarre al fascino di essa. E poco mancò che mi vi lasciassi trarre io pure, quantunque avversissimo.
2. Il presente libro, primo da parecchi o molti anni che sia surto d’Italia a discorrere apertamente di politica italiana, primo che l’abbia rivolta tutta intiera allo scopo dell’indipendenza, doveva suscitare e suscitò fin dall’apparire non poche critiche. Ma io dissi già brevemente di quelle che precedettero la seconda edizione; qui dirò più brevemente di quelle che seguirono da dieci mesi in qua. Continuarono a venirmene da destra e da sinistra. Ma le prime a voce, in opera, senza pubblicazioni, nè pubblicità. I destri (dico d’Italia) sdegnano l’opinione, e ciò che la fa; sdegnano gli scritti altrui e lo scrivere essi; son conseguenti. E conseguenti sono i sinistri, quando scrivono il più che possono. — Ma in Italia, proibito più o meno severamente ed efficacemente il libruccio dappertutto, ei non potè, naturalmente, esser criticato, nè menzionato, nè annunciato da niun giornale. Due soli scrittori, ch’io sappia, ne fecero cenno pubblico in Toscana, citandone onorevolmente alcuni squarci a proposito di strade ferrate; e due altri poi fecero altrove il medesimo al medesimo proposito in lor relazioni d’ufficio, non pubbliche. Nè io saprei dire quale dei due mi sia più incoraggiante pensiero; d’aver potuto servire così o all’opinione pubblica, o ai governi della patria nostra; motrice quella o aiutatrice massima, effettuatori questi necessari, di qualunque buona impresa italiana. — In Germania, parecchi giornali, mi fu detto, raccomandarono il mio scritto a quella grande e lenta, ma sempre progrediente ed a noi preziosa opinione pubblica. Ma io ne vidi uno solo; e perchè egli mi propose molto cortesemente due questioni supplementari, cercai scioglierle in due lettere pubblicate sotto il titolo _Della fusione delle schiatte in Italia_. Ed un illustre scrittor di colà diede poi un sunto onorevole ed amichevole del libro mio, nel suo libro sulle condizioni presenti d’Italia. — Dall’Inghilterra non ho notizia, che d’un articolo della rivista più antica e più grave fra le _Tories_, la quale mi assalì con pensieri e frasi che mi paiono, per vero dire, molto diverse da quella opinione, e ad ogni modo coll’allegazione d’un fatto inesatto; ed io le risposi per rettificare una volta di più quel fatto a me importante[49]. — E finalmente, poche lodi pubbliche, e parecchi attacchi mi venner di Francia; alcuni da Francesi propriamente detti, i più da nostri compatrioti. Nè celerò che in tali attacchi mi fu amara, oltre a ciò che mi ero aspettato o preparato, una cosa: che si continuasse talora a travisare le opinioni mie. Già s’era fatto, ma s’insistè; e ciò mi dolse tanto più, che più mi duole essere travisato presso a quegli stranieri, i quali non prenderan probabilmente la fatica di confrontare le opinioni allegate con quelle che io scrissi; e tanto più che quel paese è pur quello la cui opinione, la cui politica mi parve più importante a noi fra tutte le straniere; e quello poi, a cui dopo la patria io sono personalmente più stretto, quello che fu a me pure largo di ospitalità da 47 anni oramai, quello che fu a me pur rifugio nell’esiglio, quello della mia più dolce e più sacra memoria, quello di molti preziosi affetti privati che mi vi rimangono. E quindi parevami l’occasione da dover rispondere, protestare; e più volte presi la penna a ciò; ma ne fui ad ogni volta trattenuto dagli amici di qua o di colà in varii modi. Ho io fatto bene o male di arrendermivi, di non insistere? Certo mi pena ancora, per me, di lasciarmi giudicare colà su quei rendiconti; per la patria, di lasciar cadere colà la discussione sulle cose italiane. Io aveva sperato che questa discussione politica incominciata da un Italiano di fuori, proseguita da un Italiano d’addentro, con serietà, con sincerità, con moderazione (o almen lo spero), fosse continuata di nuovo da fuori al medesimo modo, e continuata colà con più vantaggio; e che continuandosi così, potesse uscire o dalle speranze massime del Gioberti, o dalle già minori mie, o se mai da altre minori ancora, una politica nazionale italiana; una di quelle politiche che non è dato a nessuno, e a me certo men che a niun altro, di fondar solo; ma una di quelle politiche che, fondate dalla discussione sull’opinione dei più di una nazione, e non discordantemente dall’opinione della civiltà universale cristiana, non possono a meno di non condurre una nazione qualunque; a tutti i suoi qualunque sieno, più o men buoni destini. Disgraziatamente, non fu così; e dopo pochissime discussioni d’opinioni (di che ringrazio sinceramente), la polemica si ridusse ad appormi opinioni non mie, e sarebbesi così ridotta per me a protestare: io non ho detto questo o quest’altro. E questa non sarebbe più stata polemica utile, buona a nulla; e fatta tra Italiani, dinanzi a stranieri, e «In Francia, dove in pregio è cortesia,» sarebbe probabilmente stata nociva[50]. E quindi in tutto non so se io abbia fatto bene a farne il sacrificio, o se io n’abbia fatto uno utile alla patria; ma mi perdoni ella d’aggiugnere che credo averne fatto uno non lieve.
3. Ad ogni modo, tra tutti questi attacchi prodigiati di fuori al presente libro, e la pubblicazione impeditane addentro a tal segno da non potersi più quasi dir pubblicazione[51], 3000 esemplari o poco meno ne corsero di mano in mano e in un anno sul suolo italiano; qui dov’è in somma il corpo, la gran pluralità di miei compatriotti, la vera, la grande opinione italiana. Quindi (per non parlare di alcune simpatie a me preziose, ma che espressemi in modo privato o meno esplicito, io non debbo, miseria patria palesare ulteriormente) quindi quel poco incoraggiamento che può venire in Italia ad uno scrittore sincero; e quindi poi l’occasione della presente edizione terza. Ma quindi pure un nuovo dubbio in me: se avessi in questa ad aggiugnere nuove note, come feci nella seconda, ai due intenti 1.º di rispondere alle nuove critiche; 2.º di accennare i nuovi fatti surti a conferma delle speranze accennate. Ma quanto alle risposte, non so se io mi sia lasciato persuadere di nuovo dalla mia pigrizia, ma in somma mi persuasi: che il rispondere a tutti i nuovi criticanti avrebbe fatto oramai di questo libretto un volumaccio tempestato di note, e quasi di un commento perpetuo, a modo d’un libro d’erudizione; che il rispondere ad alcuni solamente, avrebbe fatto dire che tralasciavo i più forti opponenti; che del resto, alle poche critiche vere, ai principii diversi io aveva risposto già o primitivamente nel testo, o nelle note alla seconda edizione, le quali serbo in questa, ondechè le risposte nuove sarebbero state ripetizioni; e che finalmente le proteste di non aver detto questo o quest’altro, se potevano aver qualche vantaggio dinanzi a un pubblico che non mi conosce, e non ha od ha poco il mio libro in mano, elle sarebbero inutilissime in Italia, dove il libro è volgare oramai, e massime a coloro che, tenendo appunto il libro in mano, possono vedervi da sè ciò che v’è o non v’è[52]. All’incontro, quanto alle conferme, a’ fatti nuovi avvenuti da dieci mesi in qua, essi mi parvero di tale importanza da non poterne discorrere adeguatamente in note, e da star meglio collocati qui in calce tutti insieme. E quindi in somma lasciai testo e note come nella seconda edizione, riducendomi alla sola presente aggiunta de’ fatti nuovi. — I quali, per vero dire, se io non m’inganni sovr’essi, se sieno per parer tali altrui come paiono a me, serviranno di risposta sommaria, e la migliore che possa essere alle critiche sincere. Certo, se in così poco tempo, e, pur troppo, con così poca opera nostra, le nostre speranze si sono tuttavia accresciute veramente e notevolmente; ei bisogna pur dire che sia nell’andamento universale di questa civiltà cristiana in cui viviamo, una spinta irresistibile la quale arrivi fino a noi; ei bisogna dire che le speranze tratte dalla certezza di quel gran movimento, non sieno sogni; ei bisogna dire che gl’Italiani speranti abbiano, in generale, ragione contro ai disperanti d’ogni luogo o qualità. E poco importerebbe allora a me, nulla, alla patria, che io, sperante particolare, abbia più o men bene esposte quelle speranze. Torniamo oramai, e sotto rinnovati auspici, al modo nostro; lasciamo le persone, la polemica, le cose dette; andiamo avanti, colla patria; ed anzi, se ci riesca, spingiamola avanti.
4. Del resto, è vero che il tempo, il gran giudice delle politiche proposte ed anche delle effettuate, è lento al solito a pronunciare il giudicio suo; e che quindi può parere presunzione il pretendere che l’abbia pronunciato così prontamente. Ma, altronde, il tempo nostro, non c’inganniamo, è tempo di operosità esaltata, accelerata. Perchè non vi son guerre grandi, non rivoluzioni, quasi nemmeno più parti estreme, contese aspre o pericolose; perciò pare ad alcuni disattenti che noi siamo in un tempo pigro, ozioso, quasi d’aspetto. Ma il fatto sta, che l’opera del nostro tempo è appunto tanto più pronta, più efficace, che ella è men contrastata. Di due persone che vadano, l’una correndo, ma sovente fermata e fatta dar indietro dagli opponenti sulla via, e l’altra stampando i passi giusti, contati, con pochi contrasti, e così sempre all’innanzi, la seconda fa più via, arriva più lungi, naturalmente. E il nostro secolo, nel suo primo terzo si può assomigliare a quella prima persona, d’allora in poi alla seconda. E se continua così, quali speranze, quali disperazioni non s’apparecchiano per la gran metà del secolo ancor restante? Speranze a coloro che prenderan parte al moto; disperazioni a coloro che vorranno pazzamente contrastargli, o stoltamente tenersene discosti? È detto, è fatto, più che a mezzo già nella minor metà: il secolo XIX non sarà solamente, è già secolo di progressi, grandi in sè, grandi al paragone de’ precedenti: se non sorge qualche ritorno proporzionatamente grande all’indietro, che non è probabile di niuna maniera, sarà secolo grandissimo, sarà, è già era di molti fatti nuovi a tutto il mondo futuro. Altro che secolo di transazioni, di dubitazioni, di mediocrità, come dicevano taluni! La transizione è finita, le dubitazioni si mutano in certezze, la mediocrità rimane a quegli uomini, alti o bassi, così mediocri da non prender parte alle grandezze che lor si svolgono all’intorno. Ma volete voi ridurvi a’ fatti presenti, compiuti? Sia pure. Da un dodici o quindici anni in qua, l’Europa, la cristianità camminò forse più che ne’ trenta precedenti; ogni anno vale ora secoli. E così è che, in un anno ed anche meno, poteron sorger fatti confermanti le previsioni, così poterono udirsi giudizi già pronunciati dal tempo. — Del resto, i soli operosi di fatti o almeno di pensieri, capiscono il tempo operoso, accettano i giudizi di lui; gli oziosi non li odono nemmeno, o se li odono, non li intendono, ed anche intendendoli, li ricusano come troppo incomodi; e quindi noi lascierem questi; e co’ primi soli esamineremo, trascurando parecchi eventi minori, due fatti nuovi italiani, e due o tre stranieri. E per non far un altro libro appiccicato al primo, saremo più brevi che mai. Gli operosi che ci abbian letti fin qui e si degnino continuare, ci capiranno in poche parole. Gli oziosi non ci capirebbono in molte, e non saranno arrivati fin qui. Il mio libro, il mio stile non son molli, nè forse facili, lo so. Ma chi m’insegna il modo di dir mollemente, facilmente, di tante cose, nuove ancora in nostra lingua? La novità produce moltiplicità; la moltiplicità, brevità; e la brevità inevitabilmente oscurità, o almeno difficoltà. Lo stile politico moderno, è, esso stesso, da formare in Italia. Nè ho la pretensione di formarlo io. In ciò, come nel resto, desidero essere, non che accompagnato, superato; ed è certamente molto facile. Ma finchè son lasciato solo o poco meno, io imploro questa scusa della solitudine. Chi parla solo, suol parlar tronco, ruvido od anche rozzo. Mi serva di scusa appresso ai compatrioti; i quali non vorrei prendessero per frutto d’impertinente negligenza ciò che è all’incontro di felice od infelice, ma perdurante lavoro.
5. Il I.º FATTO NUOVO italiano da notare è negativo. È, che da un anno in qua cessarono i moti, anzi le minacce di moti (diciam la parola usuale) rivoluzionari. Così continuò a decrescere la serie decrescente notata nel testo più volte.
Nel 1.º decennio del secolo: continuazione della rivoluzione massima e pessima incominciata nel secolo scorso: servitù straniera.
Nel 2.º decennio: rivoluzione minore e migliore; si passa di sotto alla servitù assoluta ad una servitù minore, a semplice preponderanza straniera.
Nel 3.º decennio (incominciando dal secondo semestre 1820): prove di rivoluzioni nazionali, poche e povere in sè, grandi al paragone delle seguenti.
Nel 4.º decennio: prove minori.
Nel 5.º, ove siamo: prove minime.
E noi possiam quindi indurre una speranza che si continui così; che l’ingegno sempre risorgente, che l’operosità indestruttibile italiana si rivolgano da queste prove (buone o cattive, non ne rifarem questione, certo infelici) alla prova nuova e migliore, delle mutazioni a poco a poco, de’ miglioramenti universali, dell’unione tra l’opinion nazionale e il poter de’ governi, della creazione d’una politica, d’una operosità universale. Se continua siffatto rivolgimento dell’operosità sprecata ad operosità efficace, è impossibile ch’ei non produca l’effetto suo. Egli invaderà le amministrazioni, i consigli, i ministeri de’ principi, anche più oziosi e lenti; e gli operosi, invece d’ostacoli ed ostilità, troveranno aiuti. E principi e popoli, divisi già in operosità contrarie, troveranno l’operosità comune, che è il più grande, anzi il solo buono fra gli stromenti di unione.
6. II.º FATTO NUOVO. L’operosità comune è incominciata. Negativamente e positivamente. Negativamente quel disegno di lega doganale dei principati italiani colla provincia straniera, che preoccupava pubblico e governi italiani un anno fa, è caduto. La lega de’ principati soli continua sì ad esser difficile, a parere impossibile. Ma il tempo giudicherà di tale impossibilità; ed è un gran passo intanto, che paia più impossibile la lega colla provincia straniera, quale è[53]. — Positivamente poi, pubblico e governi italiani si sono destati, finalmente, al desiderio, al bisogno, al fatto delle strade ferrate. Gran danno che sia un po’ tardi! maggiore, che ci sia venuto dallo straniero. Ma meglio tardi che mai, ed onde che ci venga, il bene. E questo fatto serve già di suggello a ciò che dicemmo sovente; che lo straniero stesso sarà sforzato a farci del bene, a prepararci le vie, la via sino al fine, allo scopo. E questo fatto, questo progresso è immenso. 1.º Egli torrà di mezzo, probabilissimamente (io m’avventuro forse; ma più penso, più confido) i tentativi di rivoluzioni. Quali potranno riuscire, quando potranno i principi in poche ore mandar milizie, portarsi di lor persona sul punto sollevato o minacciante? quando si potranno aiutare essi a vicenda, senza chiamata di stranieri? Od anzi qual tentativo o minaccia seria si farà, quando le popolazioni non sieno più inoperose, oziose, tormentate da quel non saper che fare del proprio ingegno ed animo, il quale nella condizione presente della società, è il gran motore delle rivoluzioni? 2.º Ed all’incontro, le strade ferrate, cioè le comunicazioni agevolate, accelerate, moltiplicate non possono non conferir molto, tutto, alla formazione della politica nazionale, dico la politica di principi e popoli, popolo grande e piccolo insieme, tutta la nazione. Relazioni frequenti, opinione universale, politica nazionale: sinonimi. Questa politica si formerà a poco a poco, allora che si provin comuni gli interessi materiali, gli intellettuali. Lo straniero porrà ostacoli? Saranno incitamenti al desiderio d’indipendenza. Continuerà a dar aiuto a queste comunicazioni di merci, di mode, di usi, di costumi, d’idee? Saranno aiuti a comunanze, e le comunanze aiuti a indipendenza. Nè mi si dica che io sono imprudente, che rivelo pericoli allo straniero. Egli li vede, ma li vede doppi, e non può uscir dall’ambage. 3.º E quindi non disputeremo qui, quali sieno utili di tali comunicazioni nuove. Tutte sono utili più o meno.
Prime forse, quelle che uniscano le capitali, le sedi de’ principati, i centri d’operosità e d’idee italiane, i centri d’idee, or più, or meno diverse, da riaccostare.
Seconde, quelle che uniscano i grandi approdi nostri coll’interno o coll’estero; e così Genova con Torino, Francia e Svizzera occidentale; Genova con Torino e Svizzera orientale; Genova con Milano e Germania; Livorno con Firenze; Adriatico con Firenze; Ancona e Civitavecchia con Roma; Napoli ed Otranto coll’interno del Regno.
Terze, tutte quante le comunicazioni terziarie tra quelle primarie e secondarie.
Ed io voleva dire più a lungo di tutte queste. Ma molti ne dicono; ed è un bene, un progresso pur questo, che i nostri governi ne lascin più o meno dire. Pochi anni fa, una cosa qualunque, anche materiale, che fosse caduta sotto l’opera o il solo pensiero de’ governi nostri, era vietata alla discussione pubblica; or questa si soffre e talor si eccita. Quindi tra le infinite cose da dire, ne scelgo una non o men detta; tra tante strade ferrate di che si parla molto e bene, parlerò io di una sola, che comprenderebbe tutte le prime e gran parte delle seconde sopra accennate, e ne accrescerebbe l’importanza di gran lunga. — Se il principe italiano dell’Italia settentrionale, e il principe italiano dell’Italia meridionale s’intendessero (e non v’è nessuno al mondo che possa impedirli d’intendersi) a fare, il primo la strada che forando l’Alpi mettesse da Torino a Francia, e il secondo la strada che varcando o forando l’ultimo Appennino mettesse da Napoli ad Otranto, queste due strade sarebbero i due sommi capi di quella che riunendo tutte le capitali italiane percorrerebbe tutta la longitudine della longitudinale penisola nostra; e tutta questa strada insieme libererebbe i principati italiani d’ogni loro dipendenza commerciale germanica, e farebbe poi dell’Italia la via più lunga in terra, più breve in tutto, tra l’Occidente d’Europa e l’Asia intiera. Molto probabilmente questa strada torrebbe di mezzo ogni altra concorrenza, rimarrebbe la migliore, la preferita per quella comunicazione, che fu, che sarà sempre la massima di tutte sul nostro pianeta. Le comunicazioni per terra, per istrade ferrate, si preferiscono già, e, perfezionandosi, si preferiranno sempre più alle comunicazioni per mare; le quali per quanto si perfezionino mai, rimarran sempre soggette ed alcune fortune di mare. Guardate la carta; la via diritta tra Londra e Suez attraversa la penisola nostra da Susa ad Otranto. Da Otranto non riman più Golfo di Lione, non Adriatico da navigare; non riman più che il Jonio, un mar solo, che è gran vantaggio a non correre due fortune, due incertezze. Questa via farebbe guadagnare su quella di Marsiglia una giornata forse, la sicurezza certo. Chi può dubitare che il commercio e i due governi di Francia e Inghilterra, i quali pagano così caro la sicurezza e il tempo, ne approfitteranno? — Ma volete voi creder pure che rimarran preferite le vie per Marsiglia o Venezia o Trieste per li loro corrieri? Ammettiamolo, benchè io nol creda. Ma rimarrà quella fila, quella folla di ufficiali pubblici francesi ed inglesi che faranno il passaggio in Levante ed Oriente, e poi quell’altra fila o folla di viaggiatori scientifici, letterari ed oziosi, che ne faranno, come si dice, il giro, e che facendo quel passaggio o quel giro preferiranno senza niun dubbio far per via il passaggio o il giro d’Italia. E questa folla, già grande oggidì, già pur importante che non si pensa, s’accrescerà così certamente, ad uno o più doppi. Io mi meraviglio (se forse non m’inganno per ignoranza) che non siasi fatto un computo, facilissimo, dell’importanza di quella folla presente, e della presumibile in avvenire. Poniamo che vengano da 40,000 stranieri all’anno in Italia[54]. Poniam che la media del soggiorno di tutti sia sei mesi, anzi solamente 180 giorni. E poniam finalmente che spendano (voglio porre sempre poco) 10 lire al giorno. Saranno 10 × 180 × 40,000 = 72,000,000. E notate ciò: questi sono settantadue milioni quasi netti portati in Italia, guadagnati dall’Italia. Siano pur servitori di piazza, facchini, postiglioni, vetturini, locandieri che ne guadagnino il più; ma tutti questi si provvedono da agricoltori, fruttaiuoli, fabbricanti e mercanti d’ogni sorta. E poi vi guadagnano direttamente tutti questi fabbricanti e mercanti, e i banchieri, e i padroni di case, e gli artisti, in somma chiunque lavora e guadagna nella penisola. E questi settantadue milioni, ripeto, sono guadagno quasi netto[55]; ed equivalgono perciò a quello che in qualunque altro commercio sarebbe solamente guadagno definitivo, risultato ultimo di esso, dopo dedotti i consumi proprii e i profitti stranieri. Ora poniamo (per por sempre tutto contro al calcolo nostro) che il guadagno netto degli altri commerci sia di dieci per cento, che un commercio sia il cento per dieci del suo guadagno netto; resta chiaro, che il guadagno datoci dagli stranieri viaggianti in Italia equivale a quello di qualunque altro commercio che fosse stimato a 720 milioni. Ei non s’è forse badato abbastanza a questo computo; il quale spiega, come siasi così poco impoverita la così oziosa, così poco produttrice Italia. Noi viviamo del benefizio del Cielo, e dell’opera de’ nostri maggiori[56]. Essi lavorarono per noi; noi raccogliamo ancor le frutte seminate da essi. I lor monumenti, le opere di lor mani e lor ingegni ci fanno vivere. Noi siamo come i nobili degeneri, che mangiano e bevono sul reddito dei capitali messi insieme da’ maggiori. Sappiamo almeno non far come quelli, che trascurano perfino di migliorare que’ redditi, secondo le opportunità dei tempi. — Poca fatica ci vuole a raddoppiarli, triplicarli, od anche più. Chi può prevedere il totale degli stranieri i quali passerebbono, girerebbero e soggiornerebbero in Italia, quando agli allettamenti del nostro cielo, di nostre campagne, di nostre città, di nostri monumenti, di nostre memorie, s’aggiugnesse quello d’essere il nostro suolo la via più breve tra tutta l’Europa Occidentale e l’Asia, tra le due nazioni più operose del pianeta, e il maggior campo di lor operosità? Io credo esagerare in meno, portando il guadagno nostro probabile in tal caso sotto al triplo del guadagno presente, a incirca 200 milioni all’anno, equivalenti al guadagno d’un commercio di due bilioni[57]. Tanto che questo solo guadagno nostro eguaglierebbe quello delle nazioni più produttrici o più commercianti! Tanto che io non m’inquieterei che d’un solo inconveniente, della facilità di tal guadagno, e così dell’allettamento all’ozio che ne verrebbe ai nipoti! Ma incominciamo con essere operosi noi, e non inquietiamoci troppo dei nipoti; li avremo incamminati pure essi. Incamminiamo l’operosità; l’operosità saprà trovare nuove vie. Elle sono infinite. — Che le comunicazioni a vapore, strade e navi combinate insieme, sieno per mutare forma al mondo incivilito, ed anche poi al non incivilito; che ne abbiano a sorgere condizioni, relazioni nuove a tutte le nazioni; è oramai un assioma non più scientifico, ma volgare in tutta la cristianità. Saremmo noi soli a non vederlo? o se il veggiamo, a non farlo entrar nella politica, nella pratica nostra? O se v’entra, a non dargli tutta quella efficacia, tutti quegli svolgimenti di che è capace, e che gli si danno altrove? Se così fosse, allora sì che sarebbe convinta d’incapacità la nazione nostra, o chi per essa; ed alla faccia di tutte l’altre nazioni incivilite, libere, men libere, od anche serve, e tra la servitù trovanti pur modo a questa almeno fra le grandi operosità. Alla fine del secolo, od anche prima, i gradi di civiltà delle nazioni diverse si segneranno probabilmente sulla scala di proporzione delle popolazioni ai miriametri di strade accelerate che esse possederanno. — Materialità, diranno alcuni! E materialità risponderemo noi! Ma materialità come quella d’un corpo sano e ben disposto, il quale serve all’animo, all’intelligenza, ed anche alla virtù.
7. III.º FATTO NUOVO. Ora usciamo d’Italia, e veggiamo se quelle speranze che notammo, or fa un anno, e furono derise, in versi e in prosa da alcuni nostri compatrioti ed anche amici (non meno rimastici amici perciò), sieno pur di quei sogni che si dileguano coll’andare del tempo e della realità. Io parlo della speranza che ci viene, come fu detto, da Turchi, o per parlar sul serio dalle inevitabili mutazioni di quell’imperio, di tutta la civiltà Maomettana. — Questa civiltà è una, è solidaria più o meno, dall’Indo all’Atlantico. Nel qual grande spazio, tre imperii maomettani sono od erano: il Persiano, il Turco e Marocco. Vero è che questo era da gran tempo più supposto, che effettivo; ma appunto in quest’anno, ne’ pochi mesi scorsi, apparve, fu dichiarata a tutti la supposizione. Io notava già timidamente: ecco Francia postasi in contatto, entrata in relazioni sforzate con Marocco. Mal detto, mal preveduto, timidità mia, esitazione ne’ miei proprii principii! Con un grado ulterior di fiducia, io avrei detto fin d’allora: Francia entra a buttar giù l’imperio di Marocco, a far comparir quel sogno, quella bugia. Ad ogni modo, così fu. Una battaglia, due bombardamenti marittimi, bastarono a dileguare lo spauracchio di que’ vincitori di D. Sebastiano, di quella gloria antica, di quel deserto, di quelle nubi di cavalieri, di quell’imperatore. Quell’imperio giace lì, preda disputabile forse tra Francia, Inghilterra, od altri; preda insomma a’ Cristiani, quando che sia che s’accordino in prenderlo; come i due altri imperii di Turchia e Persia. I tre, tutto l’islamismo, giacciono ora nella medesima condizione; sopravvivon per grazia della cristianità; grazia momentanea, fatta loro fino a che ella non abbia tempo od ozio a rivolgervisi, finchè pensa ed opera in altro, finchè non le giova ritirar la grazia, finchè a tutti o molti, od anche a due o ad uno de’ forti popoli cristiani non venga una necessità, una occasione, un piacere, un capriccio di levarsi l’incomodo. — E già è minacciata un’altra parte, già l’istmo di Suez è un incomodo. Chi può credere che rimarrà gran tempo, mal aperto com’è? Che quando sieno moltiplicate, agevolate le comunicazioni in tutta Europa e tutto il Mediterraneo di qua, nell’Indie, e tra l’India e la Cina, e tra l’India e Suez al di là, l’istmo di Suez rimanga a lungo, quasi un’interruzione, abbandonato alle comunicazioni patriarcali sui cameli? Ma, mentre io scrivo, o prima che il mio scritto diventi stampa, sarà forse incamminato il progresso primo; e i cameli saran per diventare locomitivi, e in breve le locomitive accresceranno il tragitto, e il tragitto accresciuto domanderà un canale, e il canale sforzerà a guarentigie, e le guarentigie a nuovi gradi di preponderanze, dominazioni o dominii cristiani. — Ancora, da una terza parte, Grecia s’educa ogni dì (più o men lentamente) a costituzione, a libertà, a pubblicità, ad operosità; Grecia, già quasi tutto russa, si fa or russo-inglese, or russo-francese; finirà con essere anglo-francese in diplomazia, e greca solamente, ma compiutamente in interessi, in parole, in opere. Gli _Status quo_ son buoni per alcuni anni, o lustri. Ma secoli? Chi il può pensare? Chi può credere che resti per secoli un milione di Greci liberi daccanto a quattro o cinque milioni di Greci schiavi, senza che quelli chiamino questi a libertà? Sono sogni buoni tutt’al più per qualche novizio di diplomazia, tutto ancora rispettoso ai protocolli; ma non per chi rammenti la storia de’ protocolli moderni od antichi, da quelli di Londra risalendo su fino a quelli per cui Atene e Sparta riconobbero la dipendenza sotto al gran re delle città grecopersiane; quelle medesime città, le quali elle aiutarono tuttavia in breve a liberarsi, a vendicarsi, a distruggere il gran re. Ei s’ha un bel dire; ma la storia, sovente mal intesa, serve pure talvolta; quando se ne ragioni tenendo conto della natura umana, immutabile in condizioni simili. Una nazione nuova e libera, ficcata in fianco a un imperio vecchio ed assoluto, non può non tendere a distruggerlo. Una nazione libera che ha fratelli schiavi, non può non tentar di liberarli. Sol che l’Europa lasciasse fare a Grecia, Grecia basterebbe probabilmente alla caduta dell’Imperio ottomano. E se l’Europa vi porrà le mani, la caduta sarà forse più lenta, ma tanto più certa e più a profitto di tutti, o di molti, e per nostro, se non teniam noi nostre mani alla cintola. — E tanto più, che oltre queste nuove spinte interne o vicine, una o due altre van pur incalzando da più lontano.
8. IV.º FATTO NUOVO, ma dubbio, e così posto qui solamente per memoria. Pochi mesi sono noi dicevamo impossibile che l’Europa in generale, che la nazione Germanica in particolare ed in vangardia, non s’inorientino un giorno o l’altro in qualche modo; e che l’inorientarsi di Germania non sia inorientarsi d’Austria e Prussia. Ma, un gran dubbio ci rimaneva; come faranno a inorientarsi quelle due potenze assolute, fra que’ popoli slavi che mostrano tante voglie di libertà? Delle tre potenze assolute, Russia, Prussia ed Austria, Russia è la più forte, la più operosa e la più omogenea agli Slavi orientali; ondechè, finchè le tre non adoprano se non mezzi pari, mezzi da potenze assolute, tutto il vantaggio è dell’ambizione russa. Quindi alle due altre non resta se non una speranza: adoprar mezzi diversi, mezzi di libertà; non hanno che la libertà da opporre all’omogeneità di lingua e di religione. Ma questa libertà, nè l’Austria nè Prussia non parevano, pochi mesi sono, volerla offerire, adoprare. Delle due, Austria pareva quasi la meno discosta da tal mezzo; Austria dico, che è pure Ungheria. Ma ecco che, quando meno vi ci aspettavamo (almen noi altri Italiani, mal informati sempre d’ogni cosa straniera, e massime settentrionale), ecco, dico, rumori, parole che annunciano più o meno di libertà politica in Prussia, in quella parte di Germania che è duce di Germania. Saran false, quest’altra volta, siffatte voci? Sia allora per non detto. — Ma sarebbon elle vere? Oh, allora io credo che ei si vorrà esser ciechi, e volontariamente ed assolutamente ciechi per non vedere che questa pure sarà una gran mutazione per tutti gli affari d’Europa, ma principalmente per quelli d’Oriente. Prussia assoluta, o mezzo libera solamente, non ha nulla ad offerire a quelle popolazioni slave, che sono oltre ogni cosa al mondo vaghe, o se si voglia pazze, di libertà. Prussia assoluta non ha di che trarre quelle popolazioni dalla Russia a sè. Può dir loro tutt’al più: non ho Siberia ove mandarvi. Tra Russia slava e Prussia tedesca, e ambe non libere, la scelta degli Slavi sarebbe sempre per Russia slava. All’incontro, se e quando sia libera Prussia, se e quando la scelta sia per gli Slavi, tra l’essere Slavi, servi di Slavi, ovvero Slavi liberi con Tedeschi, io non credo poter ingannarmi, benchè scrivente da lungi, benchè straniero, benchè non informato, dicendo che la scelta degli Slavi non rimarrà dubbia un momento. E so che la scelta di una nazione serva e dispersa non conta molto da principio, o in un’occasione, in un tempo determinato. Ma so pure, che alla lunga, ed a tempo determinato, la scelta di tutta una nazione pazza di libertà, non è, non può essere nulla. E massime in questo secolo; e massime quando quel voto d’una nazione, gloriosamente caduta, consuoni con quello della universa cristianità, simpatizzante; e massime quando questa troverebbe il suo utile a tal mutazione. Io non fo se non tornar al mio dir primo delle precedenti edizioni, ma vi torno con isperanze confermate: il buon ordinamento e la potenza ulteriore della Cristianità dipendono dall’ordinamento reciproco, dalla fusione progrediente delle due grandi schiatte centrali, germanica e slava. — La schiatta, o come si dice ora, il mondo slavo si divide in tre parti: Slavi germanici, Slavi russi, Slavi turchi. Questi tendono a sciogliersi della signoria turca. Rimarran essi indipendenti, o s’accosteranno ad una delle due signorie, russa o germanica? Se si attenda a’ fatti prossimi passati si crederà che diventeran Russi; se alle voci, alle tendenze presenti si crederà che diventeranno indipendenti; ma se a’ grandi insegnamenti della storia antichissima, antica, moderna ed alle grandi previsioni avvenire ed agli stessi destini asiatici, incivilitori, cristiani dell’Imperio russo, si argomenterà che è più naturale insieme e più desiderabile qualche fusione nuova delle due grandi schiatte germanica e slava[58]. — E lascio poi un altro grande effetto che verrebbe da questa mutazione prussiana; effetto sul resto di Germania; effetto forse su Austria stessa; effetto sulle relazioni del governo di lei con le provincie sue, colle stesse provincie italiane. Chi può dire ove giungerà tal effetto? O se s’avrà a dir felice od infelice? Felice per quelle provincie italo-austriache immediatamente? Infelice perchè ne sarebbero italo-austriache per sempre o almen per secoli? Per ora non v’è pericolo, è vero. Ma col tempo? chi può giurare, che come furono introdotte da quegli stranieri parecchie novità, non sarà introdotta anche questa? E allora?
9. V.º FATTO NUOVO; e questo adempiuto, indubitabile a parer mio; l’unione confermata delle due politiche francese ed inglese. Pochi mesi sono, erano flagranti una occasione grande e due minori di disunione; il Marocco, Taíti, e il diritto di visita. Ora delle tre la 1.ª e la 2.ª son composte, e la 3.ª si compone. Ma separiam primamente le due ultime, noi che non abbiamo a farne questioni di ministeri o d’opposizioni; noi osservatori stranieri e disinteressati in que’ risultati personali, benchè poi interessantissimi come tutta la cristianità progrediente, più interessati che niun altri come Italiani, all’unione dei due popoli duci di quel progresso. Agli occhi nostri, quelle due questioni minori od altre simili, non fecero, non faranno mai guari pericolare l’unione, non faranno se non tutt’al più mutar ministeri di qua e di là; ed ora nel 1845, di tutti i ministeri probabili o possibili, francesi od inglesi, non è uno che voglia veramente distruggere o menomare l’unione, non ne è uno il cui desiderio, la cui gloria non sia, o non sia per essere, di accrescerla. Uno di questi giorni, il nuovo presidente degli Stati-Uniti diceva con magnificenza; esser salito esso al maggior carico che sia sulla terra. Ma, se mi si faccia lecito dire, io crederei che le due maggiori potenze sulla terra sieno alla nostra età quelle dei due uomini i quali abbiano fra le mani la direzione dei due popoli inglese e francese. Tenendo conto del numero e dell’impulso, queste due potenze sono le maggiori del globo; ed unite, soverchiano forse tutte l’altre insieme; e non è se non divise che possono trovar contrapeso, controstacolo, tra sè. Ed ora, credete voi, o compatrioti, che gli uomini i quali si trovano in sì alta potenza, in sì gran facilità di raddoppiarla, non sentano, non capiscano tal magnifica situazione? Ma se non la sentissero, non vi sarebbero probabilmente arrivati, tra tanti concorrenti che se n’ispirano; e sentendola, non è probabile che vogliano guastarla di tanto, ridurla a metà per niuna causa men grande. Nè tal grandezza è men sentita da coloro che l’invidiano e fanno quelle opposizioni, le quali montano a dire: togliti di lì che mi vi metta io. Essi (anche quelli che son men creduti tali) vi si vorrebber mettere per fare il medesimo, od anche più, nel medesimo senso; i più prudenti per evitare meglio, a creder loro, i pericoli di disunione; i più arditi per troncarli forse d’un tratto, facendo assumere insieme alle due nazioni qualche grande scopo di comune operosità. Io udii già lamentare, compatire la situazione di que’ ministri combattenti colà per que’ sommi luoghi della potenza umana; da alcuni politici od anche letterati di altri paesi. Ma costoro misuravan coloro alla loro spanna, alle facoltà o forse solamente all’abito di lor minute ambizioni; mentre per ambizioni personali, ma ingrandite dal gran campo, od anche (perchè calunniar sempre la natura umana?), od anche per ambizioni patrie più generose, tutti quegli uomini di stato sentono e professano il piacere, la gloria di combattere per le due somme tra le potenze umane, il piacere, la gloria principalmente di tenerle unite. — Ma (insisteran forse i politici minori), ma se gli uomini di stato francesi ed inglesi son per l’unione, le due nazioni sono, od una almeno è per la disunione, per la rinnovazione delle antiche rivalità. Illusione anche questa, a parer mio! La rivalità tra quelle due nazioni non è, come ci dicevano le gazzette dell’Imperio, nè immemoriale, nè incessabile, nè naturale. Antichissimamente per li quattro o cinque mila anni primi del genere umano non esistette; anzi le due nazioni sursero delle medesime schiatte, celtiche, cimbriche, teutoniche. Non è tra Inghilterra e Francia niuna di quelle situazioni reciproche le quali fanno le inimicizie naturali, perpetue; come tra le genti dell’Asia settentrionali e la Cina, tra quelle dell’Asia centrale e l’Indie, tra qualunque signor dell’Asia occidentale e l’Egitto, e tra le nazioni germaniche e l’Italia, le quattro seconde sempre facilmente invase ed assoggettate dalle quattro prime. La più antica grande invasione, e nimicizia e rivalità che si sappia tra Inghilterra e Francia, venne da questa a quella da Normani del 1066. E, nota ciò, il peggior frutto della conquista ricadde in breve su’ conquistatori, riconquistati in gran parte. E allora sì fu bella, fu ragionevole e giusta la rivalità, magnifica la difesa di Francia, che durò tre secoli e più, e finì colla cacciata ultima dello straniero. Poscia, dalla metà del secolo XV fino alla metà del XVII succedette un secondo periodo di rivalità, è pur vero; ma rivalità non più ragionevole, non più avente niuno scopo grande e bello, prolungazione, reminiscenza della rivalità passata, rivalità di vicinato tutt’al più; prolungazioni, rivalità da medio evo, da età male uscite ancora di barbarie. E successe poscia, dalla metà del secolo XVII al principio del XIX fino al 1815, un terzo periodo di rivalità più reale, una rivalità d’interessi, ciò che gli antichi chiamavano una guerra d’imperio, ciò che or direi di primato. E il primato rimase in ultimo all’Inghilterra, e questo inasprisce Francia, per vero dire. Ma, prima, non inasprisce Inghilterra, a cui poca generosità si vuole per non serbar rancori; ed è già molto, quando tra due disputanti, uno voglia cessar di disputare. E poi, quanto a Francia stessa, chi crederà da senno, che una nazione così avanzata nella cognizione e nel proseguimento de’ propri interessi, com’è ora Francia, sia per fare quell’errore da medio evo, di continuare la rivalità, in qualunque modo terminata, ma senza scopo oramai? Perciocchè il primato inglese, qualunque egli sia altrove, non è europeo, non offende nè onore, nè interessi, nè speranze francesi sul Continente, ed anzi le può e dee promuovere; e fuor d’Europa poi, negli spazi de’ mari, il primato inglese è giunto a segno da non potersi estendere, da dover limitarsi da sè, da dover ammettere per interesse proprio altre potenze, ed ammette Francia, come l’ha dimostrato testè nell’Oceania e nella Cina. Ondechè in somma, nel nostro secolo XIX, in mezzo alla nostra civiltà, e nella situazione che vi tengono con profitto e gloria ed orgoglio reciproco Francia ed Inghilterra, non è probabile che si dividano e si guerreggin le due per niuna ragione che di grandi interessi; e niun tale interesse, niun gran _casus belli_ è al presente o si può preveder tra le due, se non fosse forse l’imperio del Mediterraneo.
10. Ma egli è appunto per questo, che fu un gran fatto, un gran progresso il trionfo su Marocco ottenuto da Francia, tollerato da Inghilterra. Quel trionfo è conferma, ultimazione della conquista dell’Algeria; e la conquista ultimata dell’Algeria è divisione irremediabile dell’imperio del Mediterraneo tra Francia ed Inghilterra; è limite posto anche qui al primato dell’ultima. Un anno fa si poteva credere che questa non tollererebbe tal limite postole dalla rivale antica, tal divisione di sì bell’imperio. Ora non è possibile dubitarne, è fatto compiuto, non è possibile credere che Inghilterra l’abbia veduto e voglia tornarne indietro, nè ora nè poi, finchè durerà quella sua mirabil saviezza di stato, che non le è negata oramai se non da’ meno informati di infimo grado. Inghilterra non è così stolta da volere oramai contrastare ad una parità da lei acconsentita, quando poteva impedirla; Francia, assodata ed assodatesi, non così stolta da non soddisfarsene. E Francia ed Inghilterra terranno insieme volentieri il primato del Mediterraneo, perchè elle non hanno solamente intenzione e poter di serbarlo, ma di svolgerlo; e che a svolgerlo, elle sentono, elle sanno di dover rimaner unite; e che in tale svolgimento elle sentono, elle sanno essere le maggiori speranze loro. Così sapessimo noi che ivi pure sono le nostre! Così si lasciassero da tutti noi tutti i pregiudizi contro quelle due nazioni d’oltremonte e d’oltremare, nella cui opera unita è il principio d’ogni nostro buon avvenire! Così i nostri uomini di stato volgessero là la nostra politica, i nostri scrittori la pubblica opinione! Oh un po’ esser giovane e forte e dedicar alla prima o almeno alla seconda di quell’opere, la vita italiana! — Un magnifico libro sarebbe da fare e intitolare IL MEDITERRANEO. Nell’antichità mitologica il Mediterraneo tirreno, fenicio, pelasgo ed ellenico; nell’antichità storica il Mediterraneo romano; nell’età de’ Barbari il Mediterraneo greco ed arabo; nel medio evo dal 1000 od anche prima fino al 1500, il Mediterraneo per la seconda o terza volta lago Italiano; dal 1500, dalla scoperta del giro d’Affrica e dell’America, il Mediterraneo scaduto, quasi insolcato, impoverito, ridotto a cabottaggi e piraterie, quasi inutile, fino al 1814 od anche al 1821; dal 1821, dal grido d’indipendenza levato in Grecia, e traente a sè l’attenzione, le simpatie, le armi, le navi, l’operosità, le nuove invenzioni, la potenza delle nazioni cristiane, il Mediterraneo risalente a sua importanza naturale, quell’importanza che non può indietreggiare, che non può non accrescersi di dì in dì e chi sa fino a qual segno? E questo segno, questo avvenire sarebbe pur bello a prevedere, e ben prevedendo, a preparare per quanto possibile. A niuno più che a un Italiano si converrebbe tale opera di scritto; niuna nazione più che l’Italia ha interesse a quell’avvenire; ha interesse che le due potenze primarie intendano i loro interessi veri, non lottanti, e li svolgano concordemente; Inghilterra nel Mediterraneo orientale principalmente, ond’è il suo passaggio al suo grand’imperio; Francia in quella metà occidentale dove ella imperia di qua e di là, oramai indistruttibilmente; e tutte due insieme, poi opponendosi all’avanzamento della sola potenza che può far pericolare tutti i destini del Mediterraneo, dirigendo e determinando tutte le mutazioni inevitabili de’ popoli ripuarii orientali, da cui que’ destini dipendono in somma. Certo, Francia ed Inghilterra non han lezioni di politica a prender da noi! Noi così piccoli oramai, noi al paragone così poveri di operosità, di potenza, di esperienza, di riputazione politica. Ma, noi siamo più che nessuni sul luogo, noi in mezzo a quel campo marittimo de’ primati altrui. E noi non siamo tuttavia senza qualche ingegno naturale che possa vedere e dire se si lascia dire; siffatto ingegno è la sola facoltà che ci resti; e forse egli acquisterebbe qualche attenzione, quando studiasse gl’interessi propri, così identici con gli altrui. Perocchè in somma, sia io pure accusato dagli uni come troppo speranzoso, dagli altri come sacrificante le speranze del primato italiano, io non mi rimarrò dal notarlo e protestarne: tutte le speranze italiane mi sembrano oramai confermarsi ed unirsi in questa unione delle due potenze più grandi, più incivilite, più progredienti, e così primeggianti nel Mediterraneo. — E v’ha più. Un’ultima speranza mi sembra compresa in quella: la speranza che una terza potenza del Mediterraneo, che l’Austria, s’aggiunga un giorno o l’altro ad Inghilterra sua vecchia alleata, a Francia, più nuova. Il dì che si segnasse la triplice alleanza noi potremmo diventar alleati commerciali od anche politici dell’Austria stessa. Ma intanto o a difetto della alleanza triplice, perchè non accostarci alla duplice? commercialmente e politicamente, per adesso subito, e massime per l’avvenire qualunque alleanza nostra con quelle due potenze ci varrebbe tanto e più che non qualunque lega doganale tra noi. Mentre approfitteremmo di quell’unione, noi la stringeremmo coll’accedervi. E notate come ciò concordi con ciò che accennammo dell’avvenir possibile delle strade ferrate. Tutto concorda in un avvenire operoso. L’essenziale è l’entrarvi; e francamente, alacremente[59].
11. Ed ora, accennati questi quattro o cinque fatti nuovi, e abbandonandone le conseguenze ulteriori a chi legga e pensi, e passando a conchiudere, mi si conceda servirmi perciò di due parole italiane d’un mio critico francese, le quali mi vengono molto in acconcio. Questo scrittore, avverso a quasi tutte le mie opinioni, ma pur cortese, e che mi fece l’onor di combattermi dopo Manzoni e Pellico, e con Rosmini, Gioberti e Troya,
«Sì ch’io fui sesto tra cotanto senno»;
questo eloquente professore riprova tutte quelle speranze italiane ch’egli chiama cancelleresche, e termina poi una concitata esortazione agli Italiani, con queste parole in lingua nostra: _ci vuole il ferro_. Ma queste parole, mi perdoni egli, son troppo indeterminate, troppo oscure, troppo abusate, o almeno troppo abusabili tra noi. Certo in bocca di lui, quel ferro non può voler dire se non un nobil ferro, la spada, od anzi le spade italiane, nazionali, levantisi, raccoglientisi un dì o l’altro, all’occasione, contro allo straniero. Ma queste spade io pur le lodai, od anzi, di esse sole lodai esplicitamente due soli de’ nostri principi; e vi confortai gli altri, e tutta la nazione, come a speranza, a ragione ultima delle nazioni; ondechè egli, mostrando opporsi a me o andar più oltre, parrebbe chiamar altri ferri, men nobili, che non fu certamente intenzione di lui. Meglio dunque disse già delle nostre speranze politiche un valoroso amico mio: che elle stanno pur bene, ma ci vorranno un dì o l’altro _grandi sciabolate_. Qui almeno, non è equivoco il ferro, qui l’objezione è più determinata, meglio formulata. Ma ad essa pure rispondo primamente: che appunto a far dar grandi ed utili e numerose e concordanti sciabolate all’occasione, tendono gli scritti, tendono le buone e sincere discussioni, tendono le politiche nazionali dove sono. — Ma poi, da un anno in qua, dopo i quattro o cinque fatti nuovi, ei parmi che un gran cambiamento sia avvenuto; che si sieno allontanate le occasioni, scemate le speranze dell’armi; che siensi accresciute all’incontro di gran lunga le speranze della politica di pace. È bene o male, guadagno o perdita per noi? Chi lo sa, chi lo può dire fuorchè la Provvidenza, la quale sola sa quel che sarebbe stato, se fosse ciò che non è? Per noi, son tempo sprecato queste supposizioni del passato. Supponiam piuttosto il futuro, i casi probabili di esso. Il futuro è un mare che ad ogni modo forza è solcare; e che giova studiare per avere i casi a seconda. — Le probabilità di guerra hanno, dal 1830 in qua, seguito il medesimo andamento che le probabilità di rivoluzioni; sono venute scemando via via: grandi ne’ primi anni, e poi sostanti; poi rinnovatesi nel 1840, ma minori; poi rinnovatesi nel 1844, ma anche minori; ed ora dopo quelle tre prove minori che mai. Sarò io accusato di predir la pace perpetua? Certo sì, posciachè ne fui accusato già, a malgrado le mie proteste raddoppiate, che è inutile quindi triplicare. Dirò dunque semplicemente, che io non credo all’abolizione della guerra; ma che credo, prima ad una minor frequenza di essa, come avvenne sempre ai tempi di gran civiltà; e poi, ad una quasi trasformazione di essa, come sempre dopo le grandi invenzioni, la polvere, la stampa, ed or il vapore. E la trasformazione farà, come le precedenti, le guerre sempre più corte e grosse (come già prevedeva Machiavelli), e perciò più terribili, epperciò di nuovo più rare. E ciò non vuol dire di non apparecchiarvici; anzi di apparecchiarvici tanto più. Ma vuol dire insieme, di non veder tutti noi leggermente, quasi giovinotti al primo dì che cingon le sciabole, speranze di guerra tutto dì; vuol dire di attendere quindi tanto più alle speranze di pace, di raccoglierci intorno a queste, queste studiare, di queste far profitto, queste svolgere agli ultimi termini loro. E questo in somma è ciò che si chiama formarsi una politica nazionale; quest’è che fecero sempre, e fanno ora le nazioni più civili; quest’è, mi scusino coloro a cui appartiene, quest’è che non fa, che non mostra voler fare, nè intendere, la nostra nazione. Noi andiamo via facendo progressi particolari, parziali, ed io li notai senza esagerazione, spero nè detrazione. Ma questi progressi sono sconnessi fin ora, non formano, non accennano una politica nazionale ferma, franca, soda, forte; e quest’è, che lamento per la patria italiana tutt’intiera, per ciascuno de’ principati di lei, popoli e principi, non disgiunti da me mai. — M’inganno io su quella probabilità di pace non perpetua ma durevole? Verrà ella pronta qualche guerra a troncare le quistioni inevitabili oramai allo svolgimento della civiltà cristiana universale? Quella guerra andrà a profitto delle nazioni che avranno apparecchiate non solamente l’armi, ma le politiche guidatrici? Ovvero quelle questioni saranno elle sciolte dalla politica? Allora tanto più ci sarà, ci è necessario averne anche noi una nazionale. E in un modo o nell’altro, in pace o in guerra, ci è necessario, pressante costituir tal politica: Questa è l’opera, questo il lavoro del dì d’oggi, ogni dì ha il suo.
12. Il volgo è il più sapiente, e il più ignorante insieme de’ politici. Ha un barlume di certe verità che potrebbe insegnare a’ maggiori uomini di stato; ma sovente, invece di svolgerle, egli le avvolge così, che ne fa errori manifesti. Il volgo antico e nuovo parlò sempre di politiche nazionali, politica romana antica, politica romana dei papi, politiche inglese, russa, austriaca, prussiana, francese de’ nostri dì. Fin lì sta bene; vi furono, vi sono politiche nazionali importantissime; il volgo l’indovina. Ma egli pensa talora, che queste sieno profondità, oscurità, arcani inventati, tramandati, serbati da pochi quasi iniziati; mentre elle sono tutt’all’opposto; sono, dove sono, prodotto, espressione dell’opinione universale, pubblica, volgare. E così il volgo calunnia sè stesso o i volghi pari suoi; non sa vedere la propria parte nelle politiche nazionali; se n’esclude mal a proposito. E volgo sono alcuni politici, che credono, o voglion far credere a questi arcani. E volgo alcuni storici, che cercano esclusivamente, chi fondasse le arcane politiche nazionali, e da chi si serbassero. La politica dell’imperio di Roma si attribuisce fino a Romolo, o Numa; la politica de’ papi a Gregorio VII, ad Innocenzo III, a Bonifazio VIII od a Giulio II; la politica francese si attribuì gran tempo a Richelieu, poi ad una infelice regina, poi a questo o quell’altro uomo della rivoluzione, e via via; la politica inglese, già a Guglielmo III, poi a Pitt; la russa a Catterina, l’austriaca a Kaunitz già, come ora al successore di lui. E tutti questi contribuirono certo a tutte queste politiche nazionali. Ma dove furono o sono politiche nazionali, elle son frutto non d’una testa, ma di molte, non di un pensiero, ma d’infiniti, non di un giorno, ma di secoli; sono nè più nè meno che L’INTELLIGENZA UNIVERSALE DEGLI _interessi universali_; la quale fu che, chiunque si trovi al regno, a’ ministeri, al governo si promuovono pur sempre i medesimi interessi. Ma questa intelligenza universale, non è poi nè facile, nè frequente. Vi sono nazioni che non l’hanno avuta per secoli e secoli; distratte le une da lor male passioni interne; altre dall’esterne, altre impedite da cattive costituzioni, altre fatte del tutto incapaci dalla servitù. La formazione d’una politica nazionale buona, è un prodotto raro di molte circostanze felici, ma principalmente della possibilità di discussione. Qualunque forma prenda questa, ella serve; più o meno, senza dubbio, secondo che è più pubblica, più libera; ma servono anche le forme meno buone a difetto delle migliori. Che cosa principalmente fece l’Inghilterra riuscire a bene, al proprio pro, al proprio accrescimento, sopra ogni nazione nemica od alleata, nella lunga guerra universale dal 1792 al 1815? l’aver avuta fin dal principio una politica nazionale, già figlia vecchia della discussione; l’averla continuata, migliorata lung’anni per mezzo della pubblica discussione. Perciocchè di questa, Inghilterra aveva allora la privativa; in Francia non n’era, se non or l’abuso, ora l’ombra; altrove, nemmen questa. Inghilterra sola discuteva, e sceglieva la sua politica; e qualunque avesse scelta, anche men buona, la proseguiva ed avanzava poi con costanza, con unanimità o poco meno, con ispirito ed operosità nazionale; questo vantaggio almeno le rimaneva. Le politiche discusse, diventate nazionali, hanno questi tre vantaggi; l’uno probabile d’esser migliori; i due altri certi, di esser più costanti e meglio propugnate. Ed in Inghilterra godete de’ tre vantaggi, se non esclusivamente, ma con pochi, di nuovo dopo il 1815, per più anni. Ora son comuni a molti, e si vanno accomunando ad altri. Dove, come in Prussia, la politica nazionale non si discute finora ne’ Parlamenti, ella si discute almeno ne’ libri, che certo è meno, ma è pure alcun che. E Prussia (dico il governo, il principato stesso di Prussia) sente il desiderio, il bisogno di afforzare questo suo strumento d’azione, questo aiuto ad una gran politica nazionale; non è altra maggior ragione alle voci presenti, a’ fatti che s’apparecchiano colà. Ma fin d’ora, dalla Vistola in qua, l’Italia è la sola nazione che non discuta la propria politica, la sola non incamminata a formarsene una nazionale. Ed ammirate di nuovo la sapienza del volgo, delle lingue, di tutti insieme. Fra mezzo a tutte quelle espressioni che sono in tutte le bocche, di politica inglese, francese, russa, prussiana, austriaca, non s’ode, non si dice, da nessuno, _Politica italiana_. Famosa (bene o male?) or son pochi secoli, essa non esiste più nemmen nelle lingue. E i principi si lagnano d’aver popoli politicamente mal educati! E i popoli d’aver principi poco politici! Lo credo anch’io. Nè principi, quando fosser Napoleoni, nè popoli, quando fossero pari al popolo romano antico ed all’inglese moderno, non possono farsi nè restar politici senza discussione. Il popolo romano nol restò, toltagli quella; Napoleone nol restò, abolitala. Se i principi voglion popoli educati, che li capiscano e li secondino quando fan bene, che sieno lor grati quando l’han fatto o incominciato, concedan loro l’educarsi, il discutere. Non credono eglino concedere la discussione più efficace, più autorevole, deliberativa? Concedan la consultativa almeno; o la letteraria almeno almeno. E voi, popoli italiani, volete voi principi che pur vi capiscano, vi guidino, operosamente, politicamente? Invece di scostarvi da essi, invece di fremere, parlate loro, a stampa, per iscritto, a voce, e con gli applausi, e i silenzi, in ogni modo, ad ogni ora. — La politica nazionale, difficile a formarsi dappertutto, più difficile dove vi è poca discussione, e difficilissima dove sia una nazione divisa. Tutte queste difficoltà non si posson vincere che a forza di perseveranza, di operosità, di amore; a forza di: I. Formarsi ciascuno la sua politica personale; sincera, spoglia di vili e di amare passioni, spoglia di amareggianti memorie, non intesa che al futuro della patria: II. Studiare questo futuro, sugli esperimenti datici dalla storia sì, ma sopratutto sulle condizioni presenti e crescenti delle nazioni circondanti, su quelle della cristianità tutt’intiera: III. Questa politica, che così concepita e studiata non può non riuscir moderata, procurar di darla ciascuno ai vicini, agli amici, ai piccoli, ma sopratutto ai potenti, più potenti e potentissimi: IV. E per ciò fare, a ciò riuscire, dismettere non che le ostilità, ma i modi ostili, i minaccevoli, i pedanti; assumer modi amorevoli, o meglio amorevolezza, amore: V. Non adular principi, ma non popoli: VI. E questa politica schietta, virtuosa, moderata, scriverla, se si ha facoltà: VII. Pubblicarla, se si ha possibilità: VIII. E dettala, o scrittala, o pubblicatala il meglio che sappia e possa ciascuno, perdonare, dimenticare non solamente i dissenzienti, che è facile, ma i malevoli, gli sprezzatori, i derisori, gli storpiatori delle nostre parole, che è più difficile, ma che è pur necessario a non prolungare o moltiplicar divisioni. — Così facendo non uno o due, ma molti, e ciascuno secondo il poter suo, faremo il più che sia fattibile, adesso, per la patria; faremo a poco a poco una politica nazionale, penetrante nell’opera di que’ governanti, che s’arruolan pure, non possono non arruolarsi ne’ governati. La politica che io sono venuto esponendo lungo tutto il libro mio, e svolgendo ulteriormente qui, non par ella buona? Se ne proponga, se ne svolga un’altra, e un’altra, sinceramente, seriamente, sufficientemente, finchè la patria n’abbia scelta una, abbia incominciato a metterla in opera. Ma una buona politica italiana, così messa in opera, ei è oramai indispensabile ad ogni caso, lieto o tristo, in cui sia avvolta la patria; indispensabile a mantenere ed accrescere la nostra prosperità materiale, le arti, gli apparecchi di pace, finchè dura la pace, i ferri, i legittimi, i pubblici ferri al dì della guerra; indispensabile, cadano i Turchi o non cadano, a qualunque occasione, qualunque vento, qualunque tempo. — Non sapremo noi all’incontro fermarci in una politica nazionale? Allora non ci serviranno memorie, vanti, nobiltà, primati antichi; non l’indestruttibile ingegno italiano; non l’arti di pace promosse, non l’armi stesse apparecchiate, non la stessa libertà quando l’avessimo. Ricordate ciò che fece Polonia d’una libertà non politicamente ordinata, d’una libertà senza politica! Senza questa, senza un’opinione pubblica formata, i principi continueranno a lagnarsi dei popoli, i popoli dei principi, i nobili dei plebei, i plebei de’ nobili, i secolari degli ecclesiastici, gli ecclesiastici de’ secolari, i Toscani, i Romani, i Napoletani, i Lombardi, i Piemontesi gli uni degli altri, gli Italiani di dentro di quei di fuori, quei di fuori di que’ d’addentro, e tutti gli Italiani degli stranieri, e gli stranieri degl’Italiani, a vicenda, alla ventura. Ed alla ventura s’anderà — come s’andò gran tempo — non a perdizione, che è impossibile oramai a niuna nazione cristiana — ma in continuazione di quella mediocrità così vecchia da noi, che sembra esserci diventata normale. — Oh Italiani noi mediocri!
15 Aprile 1845.
FINE
INDICE
Pag. 5 — DEDICA PRIMA. 7 — DEDICA SECONDA. 19 — OCCASIONE DI QUESTO SCRITTO. 1. Il Gioberti. 2. Il libro del _Primato morale e civile_ _d’Italia_. 3. Primati mal predicati dai piaggiatori. 4. Il Gioberti tutto diverso da costoro. 5. Ciò che sia il mio libro rispetto a quello. 6. Necessità d’intenderci e discutere in Italia.
27 — CAPO I. L’ordinamento politico presente dell’Italia non è buono. 1. Non può esser tale, non essendo indipendente. 2. È provato soprabbondantemente anche per li principati italiani. 3. Esempio. 4. Convengono in ciò gli stessi uomini di stato stranieri.
32 — CAPO II. Di quattro ordinamenti sperati — e prima del regno d’Italia. 1. Si sospende la discussione del come rimuovere il vizio manifesto. 2. Si procede ad esaminare i sogni fattine, e prima quello di un regno d’Italia. 3. Prove moderne, che fu sogno. 4. Prove storiche. 5. Prove dalla costituzione materiale della penisola. 6. Prova da un fatto speciale.
39 — CAPO III. Di un regno d’Italia austriaco. 1. È modificazione del sogno precedente. 2. È sogno neo-ghibellino. 3. I Neo-Guelfi migliori che i Neo-Ghibellini; ma non valgon nulla nè gli uni nè gli altri.
43 — CAPO IV. Delle repubblichette. 1. Fu sogno degli utopisti di Botta, ed altri simili. 2. È sogno di restaurazioni antistoriche. 3. E non desiderabili. 4. Ed impossibili ad effettuarsi.
48 — CAPO V. Della confederazione degli Stati presenti. 1. Sola buona mutazione è il progredir dalle cose presenti alle future; 2. proposta dal Gioberti primo. 3. La confederazione è l’ordinamento alla natura ed alla storia d’Italia. 4. E fu pur proposta dal Gioberti. 5. Ma due vizi sono nella proposizione di lui. Uno è d’esuberanza. 6. Ed è quello di propor la presidenza del papa. 7. Uno è di deficienza, e si riserba al capo seguente.
58 — CAPO VI. La confederazione è impossibile finchè una gran parte d’Italia è provincia straniera. 1. La potenza straniera ficcata in Italia rende impossibile qualunque equilibrio in essa. 2. E qualunque confederazione. 3. Sia che vi si comprenda quella potenza. 4. Sia che no. 5. All’incontro, sarebbe bell’e fatta se non avessimo più lo straniero.
64 — CAPO VII. Breve storia dell’impresa d’indipendenza, proseguita sempre, non compiuta mai per XIII secoli. 1. Or si riprende la questione del come rimuovere l’ostacolo straniero. 2. Epperciò si accenna la storia della nostra impresa d’indipendenza. 3. Nell’Italia antica, fino alla caduta dell’Imperio. 4. Fino a Carlomagno. 5. Fino al secolo XI. 6. Lungo questo secolo. 7. Nel gran secolo da Gregorio VII alla pace di Costanza. 8. Da questa a Carlo d’Angiò. 9. Da questo al ritorno de’ papi da Avignone. 10. Da questo a Carlo VIII. 11. Da questo alla pace di Cateau-Cambresis. 12. Nel lungo seicento. 13. Nel secolo XVIII. 14. Dal 1789 al 1814. 15. Condizione presente.
103 — CAPO VIII. Eventualità future dell’impresa. 1. Doppia tolleranza domandata a’ leggitori. 2. Il futuro imprevedibile. 3. Il prevedibile. 4. Frasi solite in tali materie. 5. Quattro casi o speranze. 6. Speranza I., dai principi italiani. 7. e 8. Speranza II., da una sollevazione nazionale. 9. Speranza III., da una chiamata di stranieri. 10. Speranza IV., dalle occasioni. 11. Le quali sono tre principali. 12. Di una conflagrazione democratica, che è improbabile. 13. Di un tentativo di monarchia universale, pur improbabile. 14. E di una partizione di Stati, che è probabile.
127 — CAPO IX. L’eventualità più promettitrice. 1. Eliminate le speranze che ci paion vane, noi accediamo a quelle che ci paion buone. 2. Certezza dei due fatti, della caduta dell’Imperio ottomano, e delle mutazioni che ne avverranno. 3. Veduti bene da Alessandro imperatore. 4. Obiezioni, scrupoli. 5. Incerti sono il tempo e il modo in che s’adempiranno. 6. Ma certo, non può essere interesse della Cristianità che s’adempiano sotto il protettorato russo. 7. Nè colla creazione d’un nuovo imperio cristiano. 8. È interesse che la maggior parte delle provincie turco-europee passi in qualsiasi forma ad Austria. 9. È interesse d’Austria. 10. E di Germania tutta. 11. E di Francia. 12. E di Inghilterra. 13. E di Russia stessa. 14. Ma naturalmente e sopratutto d’Italia.
182 — CAPO X. Come vi possano aiutare i principi italiani. 1. Qui incomincia la parte pratica del libro. 2. Epperciò si tace di ciò che sarebbe a fare al dì troppo lontano; si avverte solamente di non ambir acquisti fuor della penisola. 3. E di non ambirli tutti nemmen dentro. 4. E nessuno a spese del papa. 5. Apparecchi che si posson subito; e prima l’armi de’ principati italiani. 6. E lor marinerie. 7. E lor governi interni. 8. E il conservare e progredir opportuni. 9. E le colture. 10. E gli ordini consultativi. 11. e 12. Ed anche i deliberativi. 13. Ma dell’operabile da’ principi lascinsi giudici i principi.
224 — CAPO XI. Come vi possano aiutar tutti gli Italiani. 1. Cooperazione necessaria de’ principi e de’ popoli. 2. Le quattro operosità, o vite italiane, che considereremo. 3. La vita pubblica ne’ principati. 4. E nella provincia straniera. 5. La vita sacerdotale. 6. e 7. La vita letteraria. 8. e 9. La vita privata. 10. Una grave obiezione, e risposta. 11. Le virtù private crescenti in Italia. 12. Obiezioni minori; e sunto del fin qui detto.
273 — CAPO XII. Breve storia del progresso cristiano. 1. Questo studio è complemento necessario al libro. 2. Antichità dell’idea del progresso. 3. Come la svolgessero i filosofi del secolo XVIII. 4. Come la intendano i filosofi cristiani. 5. Cenno del regresso (non in coltura, ma forse in civiltà, certo in religione e in virtù) del genere umano prima di G. C. 6. Cenno e prova generale del progresso cristiano. 7. Le quattro età del progresso cristiano. 8. Età I., intermediaria tra il mondo antico e il cristiano (anni 1-476). 9. e 10. Età II., del primato germanico (anni 476-1073). 11. Progresso laterale o dipendente, dell’Islamismo. 12. Età III., o del primato italiano (anni 1073-1494) 13. Età IV., o de’ primati varianti (anni 1494-1814) Questione se la riforma abbia promosso o ritardato il progresso cristiano. 14. Primato iberico. 15. Primato francese. 16. Il tempo presente; non si debbe chiamare _Età di transizione, Era umanitaria_. 17. E porzione dell’età de’ primati varianti; è tempo del primato britannico.
319 — CAPO XIII. Il progresso cristiano presente, ed accrescimento che ne viene a tutte le speranze italiane. 1. Tutti i progressi della cristianità accrescono le speranze italiane. 2. e 3. Progresso di dilatazione. 4. e 5. Progresso di unione. 6. e 7. Progresso di civiltà. 8. e 9. Progresso di coltura. 10. e 11. Progresso di virtù. 12. CONCHIUSIONE: la qualità e la quantità delle speranze.
375 — APPENDICE. Se e come sia sperabile una lega doganale in Italia. 1. Stato presente della questione. 2. Le quattro leghe immaginabili. 3. I. Lega germanico-italica. 4. II. Lega austro-italica. 5. III. Lega italica compiuta. 6. IV. Lega dei soli principati italiani. 7. Recapitolazione. 8. Eppure, qualche cosa è da fare. 9. Ma liberalmente. 10. E prontamente.
405 — NUOVA APPENDICE. A molte critiche una risposta: fatti nuovi. 1. La polemica. 2. Quella fattami. 3. Quella che son per fare. 4. I giudizi del tempo. 5., 6., 7., 8., 9., 10. Quattro o cinque fatti nuovi. 11., 12. Conclusione: Guerra, e pace; politica nazionale.
NOTE:
[1] _M.r Guizot has, in one of his admirable pamphlets, happily and justly described M.r Lainé, as «an honest and liberal man discouraged by the revolution.» This description at the time when M.r Dumont’s Memoirs were written_ (_an_. 1799), _would have applied to almost every honest and liberal man in Europe; and would beyond all doubt have applied to M.r Dumont himself_ (Macaulay’s Essays. Paris, Baudry, 1843, p. 183).
[2] _It is a fine and true saying of Bacon: that reading makes a full man, talking a ready man, and writing an exact man_ (Macaulay’s Essays. Paris, Baudry, 1843, p. 378).
[3] Num. XIV, 21, 32.
[4] Num. XX, 12.
[5] Il fecondo Gioberti ha pocanzi pubblicato un nuovo volume _del Buono_. E in esso parlando _del Primato_, egli lo dice «un’opera indirizzata a nudar le piaghe della mia infelice patria e a proporre i rimedi». Pag. LXXXV.
[6] Alcuni moti, alcune voci sorte da pochi mesi che scrissi ciò paiono ad alcuni dar maggior importanza ai sogni neo-ghibellini. Io, deplorando tali novità, non so dare loro tale importanza; epperciò non muto nè allargo ciò che mi venne detto dapprima.
Nota della prima edizione.
A malgrado quanto precede contro alla resurrezione delle due parti neo-ghibellina e neo-guelfa, uno scrittore della _Revue des deux mondes_, 15 _mai_ 1844, pagine 678, 679, mi fa esclamare a proposito di una confederazione italiana che comprendesse il principe straniero: «_Ce serait renouveler le saint Empire en Italie; ce serait de la folie. S’il y a des neo-gibelins, je serai néo-guelfe_»; tutto ciò, _sic_, virgolato, quasi fossero parole mie riferite testualmente. Eppure, io ricercai invano nel testo mio; e concedendo che la prima frase è implicata in altre mie (principalmente CAPO VI, § 3), io nego aver detto mai, voler esser neo-guelfo in niun caso. Anzi quant’è sopra esprime disapprovazione, respinta, disprezzo delle due parti, o piuttosto dei due nomi vani di neo-ghibellini e neo-guelfi; anche di questi, per li quali dico che combatterei come meno cattivi e se facesser parte; ma i quali dunque io dichiaro cattive e non facenti parte. Quindi se quello scrittore degni attendere un po’ seriamente al libro mio, o almeno a un capitolo, o almeno alle frasi da cui egli trae la sua citazione virgolata, ei troverà naturale ch’io respinga la ridicola qualità di _le plus noble et le plus chevaleresque des Guelfes_; — come poi la supposizione ch’io abbia scritto _au point de vue_ di qualsiasi corte. Io avrei creduto che la dedica e la prefazione, nelle quali narrai l’origine del mio scritto, e parecchi, anzi molti passi di esso, e il nome mio apertamente postovi, ed anzi l’intiero libro, scritto se non altro con ispontaneità d’opinioni e di stile, farebbon chiara a chicchessia la spontaneità, anzi l’indipendenza del mio _point de vue_. Il punto di vista in che mi posi e tenni non è quello di nessuna corte, anzi nemmeno di nessun principato particolare italiano, ma di tutti; perchè lo credo il solo punto di vista italiano contro al punto di vista straniero. — Del resto continuin altri Italiani a dare agli stranieri il non bello spettacolo delle supposizioni ingenerose contro a chiunque fa o scrive qualche cosa in Italia. Io non iscenderò mai, se Dio mi sorregga, nel campo, facile, delle recriminazioni. — E nemmeno in quello del suddividere e moltiplicare le parti in Italia. Io non veggo con quello scrittore quattro parti: liberali, assolutisti, ghibellini e guelfi; nè altrettali con altri. Più guardo e studio, più veggo due sole parti essere grandi ed importanti in Italia (come sono due soli grandi punti di vista, due soli grandi interessi nella sua politica; come due sole specie di territori nella sua geografia, territori italiani e territori stranieri, principati indipendenti e provincia dipendente); dico che sono due soli grandi parti, la nazionale e la straniera; quella di coloro che disperano dell’indipendenza e s’adattano alla dipendenza; e quella di coloro che sperano e promuovono la liberazione. E chiamo poi, secondo natura ed etimologia, liberale chiunque si vuol liberare in qualunque modo; non veggo nei modi diversi, se non diversità interne della gran parte consenziente nel gran principio; e tutto il libro mio (prima e seconda edizione) non è se non discussione di famiglia tra tali consenzienti. Tutti gli altri sono per me _profanum vulgus, et arceo_.
Nota della seconda edizione.
[7] Vedi il sogno particolare di lui, un governo tribunizio, in fine della _Storia dal 1789 al 1814_. Al quale, quantunque di tanto scrittore, non volli fermarmi, siccome quello che non passò, ch’io sappia, da sogno privato a pubblico, di molti, e nemmen di parecchi.
[8] Ultimamente, mentre io scriveva così d’Arnaldo, uno dei primi ingegni d’Italia pubblicava una tragedia con documenti, nella quale ei tentava ridestar interesse per quel capo-popolo romano. Forse l’interesse sarebbe riuscito più poetico, se si fosse fatto il protagonista vittima solamente dell’accordo tra un principe italiano e lo straniero; senza rifarlo eretico nella tragedia, dopo averlo difeso dall’eresia nella vita preposta. Ma questo stesso interesse poetico sarebbe egli stato storico? Certo i documenti allegati (e notissimi) confermano che Arnaldo fu sollevator de’popolani romani contra il papa, al momento che popolo e papa avrebber dovuto riunirsi co’ Lombardi alla difesa dell’indipendenza; che Arnaldo fu causa o almen occasione (non iscusa) al papa di riunirsi all’imperatore; che fu dunque disturbator di quella difesa, e ritardatore di quanto fu fatto pochi anni appresso da’ Lombardi con un altro papa. Senza Arnaldo la immortal confederazione di Pontida sarebbesi forse fatta, la vittoria ultima di Legnano sarebbesi conseguita parecchi anni prima e meglio; la gloriosissima guerra lombarda sarebbe stata più grossa e più corta, più gloriosa, più italiana, più efficace. Non basta recar documenti, bisogna interpretarli; i documenti non sono storia per sè; la storia, come ogni scienza, è interpretazione de’ fatti. — La quale poi pur troppo si può fare, con sincerità ed eguale amor patrio, diversamente; ondechè parmi a lasciare quell’accusa di _moda straniera_, d’imitazione da’ Francesi e Tedeschi, che l’autore fa a noi, dissenzienti da lui. Noi potremmo ribatter l’accusa, e dire che, se noi seguiamo la moda straniera del secolo presente, egli segue la moda straniera ed invecchiata del secolo scorso; che un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, ed altri forse hanno fatta italiana la moda nostra da un vent’anni, cioè prima che fosse straniera; che gli scritti di tutti questi (e spero anche questo mio) palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie; e che del resto straniera più d’ogni altra, e straniera volgare, è la moda d’accusarsi di stranierume tra dissenzienti sulle cose patrie. Gli alti ingegni in tutti i tempi, di tutti i paesi, e gl’Italiani principalmente, fecero proprio sempre quanto trovaron buono fuori di patria; e gl’ingegni buoni dissenzienti van pur gridando: «pace, pace, pace». E noi teniamo fra’ più degni d’accettare e ribatter tal grido l’illustre autore dell’Arnaldo.
[9] Ho introdotta qui nel testo una giusta correzione fattami dal mio traduttore in francese (_Paris, Didot_, 1844). E da una statistica del 1839 da lui recata (_ivi_, p. 92), e da altri dati più recenti partecipatimi gentilmente da uno scrittore italiano di queste cose, traggo poi il seguente specchio approssimativo della popolazione di varii stati italiani, nel quale trascuro (come mi par si debba) le cinque ultime cifre, e così le poche migliaia d’abitanti di Monaco e San Marino; ed ometto le popolazioni italiane della Corsica, della Svizzera, del Tirolo, delle provincie Illiriche, e delle Isole Jonie.
_Principati italiani._
Regno delle Due Sicilie 8,000,000 Regno di Casa Savoia 5,000,000 Stati del papa 2,700,000 Toscana, compresa Lucca 1,700,000 Parma 500,000 Modena 400,000 —————————— Totale 18,300,000
_Provincia straniera._
Regno Lombardo Veneto 4,700,000 —————————— Totale generale 23,000,000
Nota della seconda edizione.
[10] _Del Primato_, ec., t. II, p. 337.
[11] Vedasi la storia scritta dal cardinal Pallavicini, e recentemente pubblicata, di papa Alessandro VII.
[12] Io mi sono udito e veduto criticar qui e altrove per non aver parlato degli errori particolari di questo o quello o di tutti i principi italiani. Ed io mi sono pur udito generosamente difendere coll’osservazione sommaria: che ad ogni modo da trenta o quarant’anni in qua nessuno scrisse così liberamente ed apertamente in Italia. Ed io ringrazio di vero cuore questi generosi di tale osservazione, e me ne vanto. Ma non posso in coscienza usurparla qui in iscusa; perchè in coscienza sento o almeno spero che, quand’anche avessi scritto fuori, e fuoruscito od esule o fatto straniero, io avrei scritto al medesimo modo, senza entrare più di quello che ho fatto in quegli errori o colpe: e
I. Perchè ciò non entrava nell’assunto, nel cerchio, nel titolo del libro mio, che è delle Speranze, e non dei timori o dei malanni d’Italia; che non è storia o raccolta di fatti presenti, ma congetture di fatti avvenire.
II. Perchè quanto più liberamente io scrissi, tanto meno volli cedere a quel vizio o prurito d’uscir dal proposito, e ficcar critiche fuor del proposito, che mi par solamente perdonabile ai libri scritti a dispetto delle censure.
III. Perchè questi errori o colpe, quali che sieno, possono bensì mutare l’epoca d’adempimento, ma non le conchiusioni generali dalle speranze da me presentate; non fanno per esempio che questo nostro secolo XIX somigli o tenda a un nuovo _Seicento_; non fanno che non siasi ripreso il progresso del secolo XVIII; non fanno che non bisogni dunque spignere, pressar questo, ed aiutarvi i principi nostri.
IV. Perchè, se avessi scelto fra quegli errori o colpe, e avessi rammentate quelle d’un principe tralasciando quelle d’un altro, ciò non sarebbemi paruto nè bello nè giusto.
V. Perchè, se le avessi messe tutte, ei mi si sarebbe potuto rispondere troppo facilmente coll’osservazione, che queste colpe de’ governanti procedono talora da altre de’ governati, e che questi vi ebbero sovente l’iniziativa.
VI. E perchè dunque, ed insomma, e principalmente questo modo di scrivere o dentro o fuori, o dove che sia, m’avrebbe fatto servire a quelle recriminazioni, a quell’ire reciproche, a quelle divisioni le quali fu, e sarà scopo mio tor di mezzo, o almeno scemare, a tutta possa mia, finch’io scriva o parli. — Io volli andar avanti, o almeno mutar modi; n’ebbi, n’ho la pretensione, il confesso; questi rifrugamenti di torti reciproci m’avrebbon ricacciato nel modo retrogrado, o almeno vecchio. Io non mi vi lasciai trarre; ne ringrazio Iddio. Non mi vi lascerò, ne lo prego. Ognuno a modo suo. Facciano altri ciò che non voglio far io.
Nota della seconda edizione.
[13] Tal fu il caso della sollevazione degli Spagnuoli contra Napoleone nel 1808; l’invasione perfida e nuova sollevò gli animi di tutti. Ma sarebbe stoltezza sperare che un’invasione antichissimamente adempiuta, e lungamente tollerata, producesse a un tratto il medesimo scandalo, le medesime ire, il medesimo accordo.
Nota della seconda edizione.
[14] Vedi la recente e bellissima _Storia de’ Vespri Siciliani_ dell’Amari; benchè questi abbia forse passato il segno, non in propugnare meglio che i predecessori l’importanza della sollevazione, ma in iscemare i fatti della quasi inutile sì, ma certa e grande o almen larga congiura. Ed io lo noto, perchè quanto più larga fu questa, tanto più urgente rimane l’insegnamento della inutilità di lei. — Su quella poi della Svizzera io accennerei a’ leggitori non tanto Müller, Zschokke o niun altro storico, come Schiller nell’immortale _Guglielmo Tell_. Questa sì che è poesia, storia, politica, filosofia, tutto insieme.
[15] Non paia semplice vanto se noterò qua e là alcune conferme date dai fatti alle opinioni mie, ne’ pochi mesi dacchè le scrissi e le stampai. — La destituzione di lord Ellemborough pronunciata con esempio raro (od unico?) dalla _Corte dei direttori della compagnia delle Indie_, senza partecipazione dell’_ufficio di Controllo_, in seguito delle conquiste, giudicate inutili del Sind e di Gwalior, è splendido commento a quanto sopra.
Nota della seconda edizione.
[16] Il traduttor mio (Paris, Didot, 1844) mi permetta di protestar qui contro alla interpretazione data da lui alla frase qui sopra. Egli traduce _la classe démocratique, classe distincte, haineuse, usurpatrice, incendiaire_; e così aggiungendo, e massime ripetendo la parola _classe_, egli estende al tutto, ciò che io intesi dite, e mi pare aver detto evidentemente, della parte cattiva della democrazia. Chi facesse tale aggiunta in qualunque frase simile, chi per esempio traducesse _gli Angeli ribelli_, con _la classe degli Angeli, classe ribelle_ rovescierebbe, come si vede, ogni senso. — E quindi cade da sè la postilla fattami. Io ammetto come democrazie, così aristocrazie distinte, odianti, usurpanti, conflagranti. Ma io parlava qui della sola conflagrazione democratica, perchè sola temuta o sperata ai nostri dì; ed io credeva del resto essermi fatto conoscere abbastanza, anche in questo libretto, per non cader nel sospetto d’aver voluto stoltamente ingiuriare niuna classe intiera della società. — Ad ogni modo la frase non è ella abbastanza chiara? Si muti così: _quella democrazia, propriamente detta, che vuol rimaner distinta, odiante_, ec.
Nota della seconda edizione.
[17] Così mi avvenne; la mia speranza sull’_eventualità più promettitrice_ mi fu rimproverata come sogno dagli uni non senza amarezza, e li lascio; da altri non senza sale e lepidezza, e ne fo partecipi i leggitori. Anche in materia grave può aver luogo la celia. Ecco dunque un
EPIGRAMMA.
Italia mia, non è, s’io scorgo il vero, Di chi t’offende il difensor men fero, Grida il Gioberti, che tu se’ una rapa Se tutta non ti dai in braccio al papa. E il Baldo grida: dai Tedeschi lurchi Liberar non ti possono che i Turchi.
Forse il Gioberti ed io potremmo dire di non aver detto precisamente così. Ma per celia non mi par cattiva; e chi si mettesse a rispondere alle interpretazioni stirate anche sul serio, non la finirebbe mai più. Sappiam donare _hanc veniam_, senza domandarla a vicenda per noi.
Nota della seconda edizione.
[18] Vedi G. B. Marocchetti, _Indépendance de l’Italie. Paris_, 1830, — che è ristampa ed ampliazione d’un altro scritto pubblicato fin dal 1826. L’autore mi par cadere nel solito vizio de’ particolari troppo minuti: ma, tolti questi e parecchie differenze di opinioni generali, io ho la fortuna d’incontrarmi sovente con questo scritto, che non conoscevo quando scrissi io.
[19] Qui più che altrove, poche settimane corse dacchè lo scriveva, recarono mutazioni importanti. — E vorrebbesi pure supporre che non si mutasse più! — Qual è utopia? il supporre una subitanea immobilità in mezzo a un moto continuante fin ora; o il prevedere e discuter il moto probabile?
Nota della prima edizione.
E pochi altri mesi corsi recarono mutazioni anche più importanti. L’essere passata definitivamente Grecia a un governo deliberativo, nazionale e pubblico, è fatto fecondo di conseguenze; non solamente perchè ridurrà forse il protettorato da triplice a duplice, ma perchè ad ogni modo la libertà e la pubblicità son pessime vicine ad ogni dominazione straniera.
Nota della seconda edizione.
[20] Citiamo un’altra autorità, un politico meno puro, ma non meno previdente che il principe Eugenio. Quando Napoleone dopo Ulma ed Austerlitz ebbe in mano i destini dell’Austria, Talleyrand, ancora ministro degli affari esteri e consigliero principale di lui, gli consigliò di spogliarla sì delle province italiane ed anche di altre occidentali; ma «_après avoir dépouillé l’Autriche sur un point, il l’agrandissait sur un autre, et lui donnait des compensations territoriales proportionnées à ses pertes.... Où étaient placées ces compensations? Dans la valée même du Danube, qui est le grand fleuve autrichien. Elles consistaient dans la Valachie, la Moldavie, la Bessarabie, et la partie la plus septentrionale de la Bulgarie. — Par là, disait-il, les Allemands seront pour toujours exclus de l’Italie, et les guerres que leurs prétentions sur ce beau pays avaient entretenues pendant tant de siècles, se trouveraient à jamais éteintes; l’Autriche possédant tout le cours du Danube, et une partie des côtes de la mer Noire, serait voisine de la Russie et dès lors sa rivale, serait éloignée de la France et dès lors son alliée,.... les Russes, comprimés dans leurs déserts, porteraient leur inquiétude et leurs efforts vers le midi de l’Asie_». (_Notices et Mémoires historiques par M.r Mignet_. Paris, 1843, tome I, pag. 129, 130). — E l’idea di Talleyrand fu in parte l’idea di Napoleone senza dubbio: è provato dall’occupazione militare, e senza riunione a niuno Stato, delle provincie Illiriche, che egli destinava ultimamente ed evidentemente all’Austria. Quali ostacoli impedirono allora l’eseguimento? I due medesimi che l’impediscono ora, e l’impediranno forse alcun tempo, ma non sempre. Il fatto che le provincie danubiane non erano nè sono disponibili; che erano e sono in mano del Turco, e ne’ desiderii del Russo. Ma l’interesse universale della Cristianità rimuoverà il primo ostacolo per forza, e il secondo per persuasione o per forza, come che sia, quando che sia. «_Le grand mérite de M. de Talleyrand fut de prévoir un peu plutôt ce que tout le monde devait vouloir un peu plus tard_». (_Ibid._, pag. 159). — «_Il y a quelqu’un_, diceva egli, _qui a plus d’esprit que Voltaire, plus d’esprit que Bonaparte, plus d’esprit que chacun des Directeurs, que chacun des ministres passés, présents et à venir: c’est tout le monde_». (_Ibidem_, pag. 135).
Nota della seconda edizione.
[21] Mentre io scrivea così dell’Austria sono uscite alla luce due opere importanti, e che confermano in molte parti le mie opinioni; benchè nè l’una nè l’altra non entrino nella questione orientale, che è pur la più essenziale a quella potenza. — _Des finances et du crédit public de l’Autriche, de sa dette, de ses ressources financières, et de son système d’impositions avec quelques rapprochements entre ce pays, la Prusse et la France, par M. L. Tegoborski, conseiller privé au service de S. M. l’empereur de Russie, auteur de l’ouvrage sur l’instruction publique en Autriche. Paris,_ 1843, 2 _vol. in_ 8. — _Oesterreich und ihre Zukunft. Amburg_, 1843; breve libretto, già tradotto in francese, e che è importante, anche per provare la spinta che viene ad Austria da Germania.
[22] Veggansi gli altri passi dove parlo dell’Irlanda per non interpretare con taluno ch’io desideri o creda nemmen desiderata dagli Irlandesi, la separazione di lei.
Nota della seconda edizione.
[23] Io aveva incominciata qui un’appendice sul futuro della nazione slava, su quello che ne’ discorsi politici presenti si suol chiamare il mondo, il movimento slavo. Ed a quest’aggiunta fui provocato pure dal mio traduttore. Ma che? accintomi all’opera, nemmeno qui tal provocazione non mi parve opportuna. E, in chi prende a trattare un argomento, un primo pensiero, una misura, un tutto, che si suol di rado oltrepassare o rompere convenientemente. — Quando parlo di cose italiane, io ho, confesserollo, se non qualche autorità presso ai miei compatrioti, ma almen qualche fiducia in me stesso, e l’appoggio a venti anni di studi solitari e sinceri sulla storia di Italia. Studi non interrotti se non una volta per forza, e da cui sorsero, a cui si riferirono, cui confermarono quanti altri feci di altre storie. Ma nè autorità nè fiducia io mi sentirei parlando di cose altrui; parlando a, e di una nazione la quale ha scrittori come il Mickiewicz ed altri, liberi, generosi e numerosi. — Io veggo per vero dire, dall’autocrate russo fino agli aristocrati boemi ed ai democrati polacchi, tutti prevedere, annunciare, sperare o temere il movimento slavo; e credo perciò che qualche tal movimento si farà; ma credo che complicandosi con quello di tutta l’Europa occidentale e della nazione tedesca in particolare verso l’Oriente, ne sorgano per la nazione slava in generale, e per la polacca in particolare, probabilità tutte diverse dall’italiane: credo insomma che le probabilità slave sieno che s’unirà una gran parte di quella nazione colla tedesca, mentre le nostre sono che ce ne separeremo. Queste probabilità slave sono elle men belle? l’indipendenza che ne risulterebbe sarebb’ella men compiuta che l’italiana? sarebbe immeritato da quella nobile, generosa, operosa nazione. E tuttavia, se fossero veramente probabilità, sopra esse dovrebbero fondarsi le speranze slave; perciocchè chi dice speranze, dice desiderii di probabile adempimento. — Ma di nuovo come osar uno straniero discutere tali interessi, proporre tali speranze diminuite a stranieri stimatissimi? Ingrato e forse inutile ufficio, io lo provo, è scemar le speranze, anche a compatrioti, anche ad una parte de’ compatrioti; ma più ingrato e più inutile sarebbe rivolgendosi a stranieri. — Teniamci dunque stretti al nostro assunto italiano, e facciam solamente aggiunta di questa osservazione: che in qualunque modo si prosegua, si adempia e si complichi coll’inorientarsi d’Europa il movimento slavo, ei sarà all’Italia occasione nuova, od accrescerà l’occasione della caduta turca; ch’egli accresce dunque le nostre speranze.
Nota della seconda edizione.
[24] Qui il mio traduttore, postillandomi, dice: _nous ne voyons véritablement pas sur quels témoignages l’auteur pourrait appuyer l’assertion d’une si forte inimitié entre les deux pays_. — Ed io rispondo, che non ho parlato di niuna tale inimicizia tra i due paesi; che quanto a Francia io non credo che ella pur vi pensi, ond’io neppur pensai a parlarne; e quanto a Italia io parlai di pregiudizi e non di nimicizie nazionali. E non so se altrui, ma a me par grande la differenza delle due parole, non credendo che la nazione italiana sia tutta composta di uomini pregiudicati. — Che esista poi, pur troppo, tal pregiudicio antifrancese in Italia, ei mi è non solamente testimoniato, ma provato: 1. dal mio postillatore, il quale narra che un nostro grande scrittore suole esclamare in mezzo alla penisola. _La haine pour la France! pour cette France illustrée par tant de génie et par tant de vertus! d’où sont sorties tant de vérités et tant d’exemples! pour cette France que l’on ne peut voir sans éprouver cette affection qui ressemble à l’amour de la patrie, et que l’on ne peut quitter sans qu’au souvenir de l’avoir habitée il ne se mêle quelque chose de mélancolique et de profond, qui tient des impressions de l’exil!_ Certo tutto ciò prova almeno che l’illustre italiano qui citato vede, com’io, i pregiudizi di molti nostri compatrioti, e com’io pure, li combatte. 2. da non pochi squarci molto diversi, se non opposti, di un altro nostro scrittore (altronde grande anch’esso), il Gioberti. 3. e da innumerevoli squarci di molti piccoli e piccolissimi, dei quali è più bello tacere. — I pregiudizi vi sono pur troppo; e non bisogna negarli, ma combatterli: giova più agli Italiani, e ciò è l’essenziale; e credo che piaccia anche più ai Francesi, i quali han troppo ingegno per non vederli, e non prevedere che cesseranno alla prima occasione vera.
Nota della seconda edizione.
[25] Qui fu tradotto inesattamente _odiata_ con _odieuse_.
Nota della seconda edizione.
[26] Continuo a notare i fatti nuovi avvenuti in pochi mesi da che scrissi. S’è inasprita in Francia la disputa tra una parte del clero e l’università. Ma, già sono surti non pochi cenni che fanno sperare una soda soluzione di quelle gravi difficoltà. A’ paurosi un venticello par tempesta.
[27] Qui pure ho ad accennare un’opera pubblicata mentre scrivo, _La Russie en 1839, par le marquis de Custine. Paris_, 1843; quattro volumi in 8.
[28] Nuovo commento a tutto ciò: ultimamente i giornali francesi minacciano una gran confederazione russo-asiatica. E i giornali inglesi ne tacciono o sorridono. Come di cosa non vera, o non importante? — In ogni caso, Russia e Inghilterra s’accozzerebbero nel mar Nero, prima che nelle gole del Kiber o sulle sponde dell’Indo, certamente. E ne sarebbero molto appressate quelle occasioni che paiono così lontane ad alcuni Italiani.
Nota della seconda edizione.
[29] Si può vedere nel libro testè citato, quanto fattizia e probabilmente temporaria capitale sia Pietroburgo. Mosca crebbe e cresce d’importanza dal 1812 in poi. Odessa è surta in questo secolo. Ma quando Russia si rivolgesse a’ suoi destini orientali, è probabile che ella stanzierebbe il nerbo di sua potenza in quel triangolo tra Mosca, Astrakan e Asof (la Tana del medio evo), onde ella dominerebbe i veri mari, i veri fiumi, i veri commerci moscoviti.
[30] Il Gioberti ha dichiarato accostarsi all’opinione mia (ma non mi sembra intieramente) in una sua lettera alla _Revue des deux Mondes_. — _Bruxelles_, 19 _mai_ 1844.
Nota della seconda edizione.
[31] Conferma recentissima: Francia è tratta a nuova guerra, nuovi negoziati, nuove relazioni con Marocco.
Nota della seconda edizione.
[32] Questo paragrafo di non fondar niuna speranza italiana sulla diminuzione degli stati del papa, fu, s’io non m’inganno, il più criticato direttamente o indirettamente di tutto il libro mio. Ma più lo ripiglio ad esaminare, men trovo a scemarne, più ad aggiungervi. Potrei chiamar l’attenzione de’ miei leggitori su quell’opinione cristiana e cattolica che si ridesta in tutta la civiltà presente; — sulla probabilità quindi che qualunque cosa si facesse contro al capo del Cattolicismo, urterebbe, solleverebbe contro a sè quell’opinione universale della Cristianità; di che abbiam tanto bisogno in qualunque impresa d’indipendenza italiana; — sulla probabilità di urtare, di sollevar pur così contra questa, forse la massima, probabilmente almeno una gran parte, e certo poi una parte qualunque dell’opinioni, delle cooperazioni italiane; — sulla utilità, sulla necessità di non guastare un’impresa santa con nulla che sia o paia men santo, un’impresa legittima con nulla d’illegittimo, un’impresa nazionale con una provinciale; — sulla probabilità, sulla certezza che i principi e i popoli italiani, i papi e i papalini come gli altri, liberati che fossero dallo straniero, converrebbero più facilmente, più pacificamente, più opportunamente ne’ propri interessi reciproci od anzi comuni, od anzi identici; — e intanto ad ogni modo sull’opportunità, sulla necessità, sul dovere che incombe a ciascuna provincia, a ciascuna popolazione italiana di sacrificarsi, se sia il caso, se sia d’uopo al ben di tutti, al bene sommo per tutti, all’indipendenza. — E mi si conceda ripetere il grido antico italiano, con un’aggiunta: pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
[33] I derisori e disperanti non han forse badato a ciò: che questi due eserciti italiani sommano ad oltre 200,000 uomini: e che 200,000 uomini sono pure una bella somma d’esercito in tutti i paesi in tutti i tempi; e che fra essi, i 100,000 che si troverebbero naturalmente in prima linea in qualunque guerra d’indipendenza, sono appunto di quelli del cui valore non dubitò la storia mai, nè dubita l’opinione presente; che la seconda linea sarebbe di quelli dei quali (parliamo schietto) si dubitò per vero dire, ma i quali appunto perciò sono forse i più ardenti; e che dopo queste due prime linee, ne sarebber pure una terza ed una quarta de’ principati minori, e de’ provinciali dello straniero.
Nota della seconda edizione.
[34] All’autorità del vecchio ammiraglio inglese, si può aggiunger ora quella recentissima d’un giovane contrammiraglio francese, il duca di Joinville, nella memoria _Sur les forces navales de la France_.
Nota della seconda edizione.
[35] Vedi l’appendice in calce all’opera.
[36] Dell’idee di libertà qui esposte io ebbi a soffrire due critiche, secondo al solito contrarie, dalle due parti opposte. — Dall’una fui biasimato d’aver presentate tali idee, quasi elle sieno pericolose a que’ principi italiani ch’io pur desidero aiutare, quasi ridestanti que’ turbamenti ch’io pur desidero tor di mezzo, quasi almeno riscaldanti (per servirmi d’una frase udita) i giovani e gli inesperti. Ma io rispondo in poche parole, che i giovani e gl’inesperti trovano ed assorbiscono tali idee, a malgrado tutte le censure e le proibizioni, in ben altri libri che il mio; e ve le trovano ben altrimenti promosse ed esagerate; onde tanto è, od anzi è bene, che le trovino pur una volta moderate dalle due riserve da me fatte, del _sottoporre ogni speranza di libertà a quella d’indipendenza_, e perciò di _lasciar gli adempimenti di libertà a giudicio de’ principi_. — Ed appunto di queste due riserve io fui biasimato dall’altra parte. Ma quanto alla prima sarebbe vano volerla difendere ulteriormente qui: perciocchè ella è principio, corpo e fine di tutto il libro mio, e proposta fin dal titolo nell’epigrafe; e da chi non l’ammetta io m’era già separato implicitamente fin dal primo paragrafo del primo capitolo della prima edizione, e mi separai in questa poi anche più chiaramente nella nota al § 3, capo 3; e mi separo soprabbondantemente e per sempre qui. — Resta dunque ch’io difenda ulteriormente la sola riserva seconda, contro a coloro che, posponendo meco la libertà all’indipendenza, pensano pur meco che la libertà può condurre all’indipendenza; ma diversamente da me pensano, che ella dovrebbesi o potrebbesi procacciare anche a malgrado de’ principi. Ed a questi consenzienti meco nel gran principio, a questi non più divisi nello scopo, ma solamente sui mezzi delle buone speranze italiane, io mi rivolgo, non senza fiducia, per supplicarli di ben considerare: 1.º Che la libertà così acquistata servirebbe male all’impresa d’indipendenza; perchè lascerebbe semi, anzi frutti di divisione tra principi e popoli; lascerebbe quelle gravi e lunghe diffidenze reciproche, quelle contese che sono consuete in ogni libertà nuova ed acquistata per forza; lascerebbe preoccupazioni di cose presenti, immediate, appassionanti, le quali farebbero posporre o dimenticare l’impresa d’indipendenza, e ne scemerebber l’impeto e la forza, se pur si facesse; — 2.º poi e principalmente, che ora, qui, non si tratta di libertà acquistate, ma tutt’al più acquistabili; non di divisioni che rimarrebbero dopo l’acquisto fatto per forza, ma di quelle molto maggiori che sorgerebbero immanchevolmente e per natura stessa di tal acquisto per forza. Perciocchè qui sta il punto, tutto il punto di difficoltà: i cospiratori, le società segrete, considerano sempre i lor disegni come «cosa fatta che capo ha»; non considerano che prima d’esser cosa fatta e d’aver capo o realità, ei s’ha a passare per tutti i pericoli, non dico i personali, ma della patria, a cui non è forse lecito a nessuno, non è certamente a chi non vi ha ufficio, esporre la patria, quando ella ha per le mani il gran dovere a compiere dell’indipendenza. — Insomma io ridico ai principi: Deh pensate e provvedete voi a quella libertà che, data, sarebbe forse strumento massimo; io dico ai popoli: Non isprecate pensieri, e meno fatti, in quella libertà che, presa, e peggio nel prendersi da voi, sarebbe impedimento massimo all’indipendenza. Ed io rigrido pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
[37] Anche di questa _letteratura esterna_, che è specialità italiana già antica, ma più che mai splendida a’ nostri dì, io intendevo fare un’appendice. Ma è materia così ricca, che non ho tempo a colorire il mio disegno nella presente edizione. Suppliscano pochi cenni. — Più largo e magnifico assunto sarebbe una _Storia degl’Italiani fuor d’Italia_. Oltre ai crociati e ai missionari, che abbiam comuni coll’altre nazioni, niuna diede agli stranieri un così grande scopritore di terre incognite come Colombo; niuna poi tanti capitani e ministri quanti furono gl’Italiani. Ma quest’assunto così allargato servirebbe più alla gloria passata, che all’utilità presente della patria nostra. Non c’inganniamo: lo spirito di nazionalità s’è destato e ingelosito presso a tutte le nazioni, e più nelle più libere, in tal modo che sono e saranno ogni dì più rari gli esempi de’ grandi capitani o grandi uomini di stato stranieri in qualunque nazione. Io vorrei che fossero molti Italiani così giunti a potenza presso agli stranieri; perchè io non dubito che essi volgerebbero sempre quella potenza a pro della patria, e che al gran dì imiterebbero l’esempio di quel Capo-d’Istria, il quale non solamente la rivolse così, ma l’abbandonò poi per andar a combattere sulla breccia aperta nel suo paese. Ma il ripeto, i tempi son mutati e si mutano; e queste imitazioni si fanno impossibili. — E tutto all’incontro è poi delle colture. Queste tendono ad accomunarsi in tutta la cristianità; ondechè di qualunque paese sia un grande scrittore di scienze o lettere, od un grande artista, egli è facilmente adottato dovunque; ed entrando nella coltura straniera, non esce dalla nazionale sua, e potendo fuori, continua a potere in patria. Quindi (anche lasciando l’arti, e restringendo il tema alle lettere ed alle scienze, che si posson comprendere sotto il nome di Letteratura) un trattato storico e pratico della Letteratura italiana esterna sarebbe tema ricco non solamente di esempi antichi, ma di applicazioni presenti e future. — Potrebbe la parte storica incominciare fin dal primo risorger delle lettere, da Carlomagno; e con quel Paolo Diacono, Longobardo prigione in corte di lui, il quale scrisse forse colà quella storia che è unico monumento di fatti di sua nazione. E s’interrompe od oscura per vero dire la letteratura italiana esterna, come l’interna, come tutte l’altre, verso il fine del secolo IX e lungo tutto il X. Ma risorge di nuovo colla letteratura italiana interna e coll’universale verso la metà del secolo XI; e, come queste, così quella non cessa più di allora in poi. Nell’ultima metà del secolo XI e nel XII, studiarono, od insegnarono, o scrissero, o in somma fiorirono più o meno, fuor d’Italia, Gregorio VII, Lanfranco, Pier Lombardo, S. Anselmo d’Aosta. Nel secolo XIII S. Tommaso e S. Bonaventura. Nel secolo XIV Dante e Boccaccio per poco tempo, Petrarca per quasi tutta la vita sua. Nel XV Cristina del Pisano, il Poggio e parecchi minori. Nel XVI Amerigo, Davila, Alciato. Nel XVII Montecuccoli, Marino, e quelli che furono per vero dire oscuri a’ tempi loro, e si risuscitano ora a troppo onore, ma che insomma furono scrittori italiani esterni, i Socini, Diodati, Telesio, Radicati, Olimpio Morata, Celio Secondo Curione ed altri tali. Ma sorge a vero splendore la letteratura italiana esterna nel secolo XVIII, e vi si potrebbe noverare forse Alfieri, e si debbono certamente Lagrangia, Denina, Baretti, l’ab. Guasco, Algarotti, Metastasio, Galliani, Goldoni, per non iscendere a Casanova e Cagliostro. E continua poi incontrastabilmente e s’accresce quello splendore nel secolo nostro per opera di Botta, Foscolo e Pecchio, e de’ viventi Amari, Arrivabene, Berchet, Calleri, Collegno, Ferraris, Gioberti, Gorresio, Libri, Mamiani, Rossetti, Rossi, Ugoni, e d’alcuni altri, a cui si potrebbero aggiugner coloro che come Colletta, scrissero addentro, ma furono pubblicati fuori. E certo di tali scrittori e loro opere consta una letteratura _sui generis_, qual non è posseduta da niuna altra nazione antica e moderna. — E quindi, lasciando la storia e i vanti, e venendo all’utile presente e futuro, quindi sorge una speranza, e se non si guasti, io direi una delle maggiori speranze nostre. Che non potranno tutti questi Italiani scriventi di fuori, se sapientemente e virtuosamente studiando quegli esempi antichi, sappiano ben discernere quelli da imitare e quelli da fuggire; se, smentendo ciò che ne disse Machiavello, vogliano o sappiano, quantunque di fuori, conoscere lor paese qual è, qual mutossi dopo ch’essi lo lasciarono; se, ricordando gli amori, dimenticando gli odii lasciati in patria, uniti essi tra sè, uniti co’ fratelli rimasti addentro, si faccian centro d’una opinione italiana libera e moderata, forte e costante? E non pochi sono de’ nominati e non nominati che adempiono, a lor possa, siffatti uffici verso la patria. Ma non sarebber forse possibili più unioni, più aiuti, più tolleranze reciproche? E quindi più operosità comune, più efficacia? E ciò che poterono altri nobili fuorusciti, i Polacchi sopratutti, convenire in pubblicazioni periodiche, alzar cattedre di lettere e storie nazionali, non sarebbe egli possibile a quella famiglia di fuorusciti italiani la cui nobiltà supera in antichità e gloria tutte l’altre simili senza dubbio? — Ma io mi fermo per forza. E lasciando e pregando si lascin sospetti, io rivolgo verso colà pure, e per quanto io possa valere, il grido mio, il grido antico: pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
[38] Io non m’ingannai prevedendo l’accusa e rispondendovi preventivamente. In un articolo della _Revue des deux mondes_ 1.r _juillet_ 1844, _p._ 133, dopo aver lodata tutta la parte del libro mio che annulla speranze, lo scrittore prosegue: _Jusque là tout va bien, et M.r Balbo a raison; mais lorsque, après avoir fait table rase des idées des autres, il produit les siennes, le publiciste sensé cède sa place à l’utopiste. L’A. des Esp. d’It. base_ TOUS _ses plans sur_ UNE _éventualité_ (lo scrittore s’inganna qui su quanto dissi in parecchi luoghi); _il prévoit la chûte de l’empire Ottoman, il le_ DÉPÈCE _à sa guise_ (s’inganna di nuovo), _et donnant le Danube à l’Autriche, il lui enlève le Pô avec le_ CONSENTEMENT (s’inganna più che mai) _de toutes les puissances Européennes. Cela fait, M.r B. prend la Lombardie dans sa main; il l’offre à la Savoie, et voilà un royaume Lombardo-Ligurien_ (concedo, ricusando solamente il merito d’invenzione, la quale è antica). _Mais quand les Russes seront-ils à Costantinople?_ (Questa è grossa! È l’opposto di tutte le mie speranze italiane, cristiane, universali. Lo scrittore sembra non aver letto il mio libro). _C’est le secret de l’avenir. M.r B. ne le connoit pas; il conseille seulement aux Italiens de se tenir prêts à tout événement_ (e n’indico a mia possa i modi); _quoiqu’il soit possible que l’heure attendue ne sonne que pour les générations futures. Cela n’est guère encourageant_ (la realità non è tale pur troppo per noi; ma è molto meno, lodar i capitoli che tolgono speranze, e pronunciar utopia tutti quelli che ne accennano, senza accennarne niun’altra poi; onde verrebbe la conchiusione che non v’è speranza): _et en conscience, le livre da M.r B. au lieu de s’appeller Des Espérances, devrait s’appeller De la résignation de l’Italie_. — In coscienza la rassegnazion del «progredir alacri a tutto ciò che si può e si deve virtuosamente mutare», è rassegnazione che chicchessia può confessar senza vergogna, ed io la confesso.
Del resto vedi nel medesimo fascicolo ciò che è molto ben detto di quella ch’io chiamai solamente l’eventualità più promettitrice. _Si l’Espagne avait conservé quelque chose de son génie primitif, si l’anarchie qui la dévore n’avait arrêté chez elle ce mouvement d’expansion qui fit sa gloire en d’autres temps, elle aurait à remplir au Maroc une oeuvre analogue à celle que nous exécutons si laborieusement en Algérie. Dans cette dissolution universelle du monde musulman, qui frappe aujourd’hui tous les yeux, sa part et sa mission sont indiquées et la force des choses l’amenera à s’y devouer, lorsqu’elle sera rentrée au nombre des nations régulièrement constituées, et dès qu’elle aura pris possession de son avenir_ (_ibi_, p. 146). Questo è quasi _verbatim_ ciò che io dissi dell’avenir d’Italia; è la miglior risposta ch’io possa fare all’accusa di utopia. — Ma come si fa egli che quella _Revue_ così ben informata e grave sulle cose di Spagna (vedi varii articoli dei signori Lavergne e Durieu), sia poi così sovente diversa sulle cose d’Italia?
Nota della seconda edizione.
[39] Vedi per l’antichità dell’ago calamitato risalente a 2,000 anni avanti G. C., l’ultima opera dell’Humboldt sull’Asia; e per la chimica la storia di quella scienza del Dumas; e per le matematiche quella del Libri.
[40] Vedi la vita dell’ultimo nella raccolta del Lardner.
[41] Una nuova opera è uscita alla luce sulle Indie Inglesi, la quale come in lingua francese sarà probabilmente letta in Italia molto più che non le numerosissime inglesi sul medesimo assunto: _L’Inde Anglaise par le C. Edouard de Warren. Paris_, 1844, 2 vol. _in_-8. Ed a difetto di quelle, io conforterei i miei compatrioti a leggere questa; io vorrei portar in qualunque modo la loro attenzione all’Oriente. Ma mi si conceda notare: che quanto è cristiano, liberale, generoso in quest’opera francese, fu già più o men bene detto da parecchi Inglesi, principalmente dai Whigs della _Edimburg Review_; e che il progetto militare di conquista russa, il quale termina l’opera, mi pare uno de’ più strani e più incredibili frutti di quel pregiudizio anti-inglese risorto pur troppo e non cessato in Francia dal 1840 in qua. Del resto i leggitori vi troverebbono numerose conferme di fatti da me allegati: la assoluta incapacità delle missioni protestanti; la capacità piccola ora, ma che crescerebbe se non fosse compressa, delle missioni cattoliche; la diminuzione forse inevitabile delle schiatte native, etc., etc.
Nota della seconda edizione.
[42] Io trovo a questo mio calcolo storico una così notevole conferma in uno scrittore protestante, che non so trattenermi dal notarla. _In fifty years from the day in which Luther publicly renounced communion with the Church of Rome, and burned the bull of Leo before the gates of Witemberg, Protestantism attained its highest ascendancy — an ascendancy, which soon lost, and which it never regained_. — Macaulay’s Essays Paris, Baudry, 1845, p. 405. — E vedi poi, pp. 415 e 250, la conferma delle molte speranze cattoliche, delle nulle protestanti.
[43] Mi par notevole questo fatto: non vi fu forse fra’ protestanti niun grande storico zelante protestante; all’incontro, parecchi storici protestanti si fecero cattolici: W. Schlegel, Stolberg, ed ultimamente Hurter, etc.
[44] Vedasi _Situation politique et littéraire de l’Espagne_ nella _Revue des deux Mondes_, 15 _juin_ 1844; ed un articolo di poco anteriore sulla poesia spagnuola moderna.
[45] Io stesso, in non so quale degli scritti miei, caddi in questa prima proposizione; la quale, ripensando, or dichiaro erronea ed antistorica.
[46] Vedi _Letture popolari_. Torino, 12 dicembre 1840. — La Nourrais et Bères: _L’association des Douanes Allemandes, son passé, son avenir_. Paris, 1841. — Petitti: _Considerazioni sulla Lega Doganale Germanica_, nel Giornale Agrario Toscano, n.º 61, A. II.º, Unione Italiana. — Petitti: _Delle associazioni Doganali fra varii stati_; letto all’Accademia de’ Georgofili in dicembre 1841. Firenze, 1842, § II.º, Unione Italica. — _Allgemeine Zeitung_, 23 april, 2 junius 1842. — _Annali universali di statistica_; marzo e novembre 1843, articoli di L. Serristori; settembre e ottobre 1843, articoli di L. Serristori; settembre e ottobre 1843, articoli di Gaetano Recolci. — Portula, _Dizionario di diritto e di economia commerciale_.
[47] Desidero andar incontro alle false applicazioni che si facessero de’ principii, ch’io son costretto a porre troppo brevemente talora. Non vorrei, s’applicasse quant’è sopra, contro alle strade di ferro. Queste sono agevolamenti di comunicazione come le leghe doganali; ma non portan seco (quando anche si facciano tra i principati italiani e la provincia straniera) i due pericoli di quelle; non l’economico, nè il politico. — Non l’economico, perchè non ci farebbero entrare nelle strettezze del sistema austriaco; non il politico, perchè non le darebbero preponderanze, ci lascerebbero nella condizione relativa presente; o se mai, darebbero preponderanza a noi, complesso di principati, preponderanti in territorio e popolazione. Le comunicazioni agevolate che non portan seco danno speciale, anderanno sempre a pro della nazionalità italiana. — E così abbiansi i nostri voti e la nostra gratitudine quanti principi e ministri e capitalisti promovano o promoveranno queste imprese veramente nazionali. Così veggiamo la penisola solcata in lungo ed in largo da quante _linee_ sieno o si faccian possibili nello stato presente o futuro della scienza; così prima d’ogni altre noi veggiamo riunite Genova e Torino, e quella diventar porto di questa, e questa quasi avanzarsi di tanto nella penisola; e pur riunite Torino, Milano e Venezia, e Torino, Parma, Modena e la Romagna! E così Firenze e Livorno; Firenze, Roma, Napoli e al di là; e riuniti se sia possibile in uno o più luoghi i due mari italiani! Tutte e qualunque di queste riunioni materiali, aiuterebbero a quelle intellettuali e morali; le quali ne riprodurrebbero a vicenda altre nuove materiali. — Ma mi si conceda aggiugnere, non è forse paese in Europa, dove il commercio presente possa meno supplire esso solo a tali opere; dove queste abbiano più necessità dell’intervenzioni de’ principi; e dove questi poi sieno per trarne più profitto diretto ed indiretto. Negli altri paesi le strade ferrate sono strumenti necessari alle prosperità commerciali esistenti; in Italia elle sono strumenti necessari a far risorgere tal prosperità, e sarebbero di soprapiù strumenti politici a tutte le buone riunioni. Non può rimaner dubbio a chi v’attenda: parecchi principati italiani sono, a cui l’uno od anche il due o il tre per cento perduto in apparenza, sarebbero cento ed anche dugento o mille riguadagnati od in contanti, od in potenza.
Nota della seconda edizione.
[48] Io non conosco se non un’operetta stampata a Livorno su quest’assunto, pur così importante, degli interessi italiani nel commercio orientale. Tanto più ragione di lodarla; e confortare l’autore a migliorarla ed estenderla.
Nota della seconda edizione.
[49]
Torino, 19 febbraio 1845.
_Signore_,
Nella corrispondenza estera della vostra Rivista (gennaio 1845, p. 526) io trovo sul mio libro _Delle Speranze d’Italia_ le seguenti parole: «La prima circostanza da osservare rispetto alla pubblicazione del libro del signor Balbo è che _esso non è proibito nei dominii del re di Sardegna_.» — Lo scrittore fu mal informato. Il libro _Delle Speranze_ fu e rimane proibito qui fino a questo punto, che non si vende pubblicamente, non s’annunzia, non si dà se non a chi ne fa richiesta per iscritto, o come si dice qui _sotto cautela_. In una parola, il mio libro si tollera qui, come i fatti stessi recati dal vostro corrispondente provano che è o fu tollerato in Toscana; come fu ivi tollerato il libro del Niccolini. E come questi colà, così io pure son lasciato vivere tranquillo qui.
Tutti coloro che conoscono la mia posizione sociale, ed, oso dire, il mio carattere personale, sanno ch’io non son guari uomo a cui si comandi od ispiri un libro. E tuttavia se un principe italiano avesse comandato un tal libro com’è il mio, io l’avrei scritto molto volentieri; ma avrei professato di così scriverlo; e parecchi milioni d’italiani si sarebbero, credo, rallegrati che un principe italiano avesse così professato egli stesso, voler preparare il giorno dell’indipendenza, e nel modo da me accennato, camminando nelle vie del progresso universale, e camminandovi sempre all’innanzi dello straniero, e non temendo camminarvi fino alla politica libertà. Ma pur troppo non fu così; il mio libro non fu nè comandato nè ispirato, ma solamente tollerato. — Bensì, il mio è il primo libro di politica seria e presente che dal 1814 in qua siasi scritto sul suolo d’Italia, da uno scrittore continuante a vivervi. Ed io non so se ciò torni a qualche lode per lo scrittore tollerato, ma certo torna a quella del principe tolleratore.
Del resto nel mio libro io non proposi all’Italia nè quello nè nessun altro principe a «Capitano delle Speranze di Lei». Nè, io o niuno scrittore per quanto maggiore di me, avremmo tale autorità. Sola l’opinione universale potrebbe far tal proposizione o dichiarazione; e le farà, io non ne dubito, a gloria immortale di qualsivoglia de’ nostri principi s’avanzi mai primo ed arditamente sulle vie ch’io accennai, ma che tutti veggono. — Ma io anderò qui più in là che nel mio libro; io confesso desiderare, che tal sia, tal s’avanzi oltre agli altri il mio principe; e perchè egli è principe mio, e perchè egli è meglio collocato a ciò che nessun altro. Ed a compiere tal desiderio, io verserei volentieri, non che le mie povere e talor male interpretate parole, ma tutto il sangue mio, ma tutto quello de’ sei figliuoli miei.
Signore, il mio libro, di cui a mal grado le difficoltà di su e di giù, sono sparsi ormai presso a 3000 esemplari in Italia, non potè essere nè criticato nè menzionato ne’ giornali italiani. Al di fuori, parecchi miei compatrioti colà viventi mi assalirono vivamente, men per ciò che io dissi, che per ciò che io non dissi, ed anche per ciò ch’io dissi tutt’all’opposto. Io ringrazio delle prime critiche; la franca e leal discussione è utile alla patria nostra; e fu uno de’ miei scopi eccitarla. Alle altre avrei forse risposto già, per farne apparir le inesattezze, ne’ medesimi giornali; se non fosse che alcuni di questi non ne valevan la pena, ed altri hanno il mal uso di non accettar discussione sugli articoli da essi inseriti. Ma la vostra rivista è grave ed importante in tutta Europa; e gli usi e l’onor britannico mi fanno sperare che non vorrete ricusare questa mia risposta, la quale non può trovare luogo in nessuna pubblicazione della mia patria.
E con tal fiducia ho l’onore di protestarmi
Vostro obbligatissimo servitore
C.e CESARE BALBO.
La presente risposta fu inserita nel fascicolo immediato (aprile 1845) di _Quarterly Review_.
[50] Del resto: «On a beau dérober les principes que j’ai établis, en ayant l’air de les combattre: tous les faux semblants ne servent de rien; suivre des règles posées par un autre, jusqu’à les compromettre par une application outrée, ce n’est point les inventer» (Cousin, _Des Pensées de Pascal_. Paris, 1844, p. 11).
[51] S’ingannerebbe chi applicasse a’ tempi nostri il detto vecchio, che le proibizioni aiutano lo spaccio d’un libro. Anche ciò è mutato. Quando le pubblicazioni non si facevano se non ponendo in vendita un libro nella botteguccia d’un solo libraio, o talor muricciolaio, senza annunzi o con pochi, l’allettamento innegabile delle proibizioni poteva agguagliare o superar quello vegnente da tale ristretta offerta. Ma ora che s’è perfezionato di tanto l’artifizio di queste offerte, cogli annunzi ne’ giornali, ne’ cataloghi, sulle coperte de’ libri, e sui cartelli e cartelloni d’ogni sorta, gli allettamenti così procacciati superano di gran lunga quello delle proibizioni. Vedansi sull’importanza degli annunzi, le liti mosse in Francia dagli autori agli editori, per isforzarli ad usare, secondo i patti o il costume, questo gran mezzo di spaccio. E quindi io stimo (e sarà poi detta vanità mia in causa propria) che lo spaccio d’un libro proibito, ma non annunciato, possa essere così le cinque o sei volte minore di ciò che sarebbe stato se si fossero usati que’ mezzi. — Ma non si ingannino quindi troppo candidamente le censure sulla propria efficacia. Possono colle proibizioni di diminuir lo spaccio d’un dato libro; ma prima non ne diminuiscon guari la cognizione; perchè in tal caso ogni compratore impresta il suo esemplare a quattro o cinque altre persone per l’appunto. E poi le censure accrescono così e sovente esagerano l’importanza, l’autorità del libro proibito. Ed impediscono che capiti alle mani di molti buoni; i quali se il libro è buono, son pur quelli che ne approfitterebber più, perchè i troppo dissenzienti da un libro non ne approfittan mai; e se il libro è cattivo, son quelli che gli risponderebbon meglio per iscritto od a voce. E poi a voler giudicar l’effetto delle proibizioni non su un libro determinato, ma su tutti insieme, ei bisogna tener conto di quell’assioma economico, che, in fatto di merci proibite, sempre il contrabbando fa entrare le qualità più fine; perchè a far entrar queste il pericolo è uguale, mentre il profitto è molto maggiore. E in fatto di libri proibiti, ognun sa che cosa sieno le qualità più fine. — Del resto, dicesi che parecchi alti e gravi sudditi austriaci abbian fatti ricorsi al loro governo per ottener rimessioni dalla severità delle censure. Speriamo sieno ascoltati benignamente. — Ma, ho io detto, speriamo? E non debb’egli anzi dirsi timore, quello che ci venga anche questo miglioramento o addolcimento dal signore straniero? E non gli sarà tolta, chiaramente, incontrastabilmente tolta, tal precedenza almeno da alcuno de’ nostri principi?
[52] Noterò una sola di queste alterazioni delle mie parole; per l’importanza che ha forse una osservazione ivi aggiunta — Io dissi al Capo IV, § 1, «che il sogno delle repubblichette _fu od apparve_ sogno de’ sollevati Romagnoli del 1830, de’ congiurati con essi, e di quelli che chiamaronsi _Giovine Italia_». Ora uno scrittore (_Revue Indépendante_, juin, 1844, p. 567), dice: «M. Balbo _affirme_ que ce rêve fut celui des insurgés de la Romagne en 1830, et de ceux qui ont fait partie de la Jeune Italie». — Come ognun vede, l’alterazione è un po’ forte; dir _fu od apparve_ è tutt’altro che _affermare_. Ma andiamo avanti. Lo scrittore prende a dire: «Ce qu’elle (_la Giovine Italia_) voulait alors, ce qu’elle veut aujourd’hui c’est l’indépendance et l’unité italienne reposant sur la liberté et l’égalité pour tous. Son rêve, puisque M. Balbo l’appelle ainsi, serait de voir l’Italie non fédérée, mais une, n’ayant ni barrières ni _États distincts_; étant enfin ce que sont aujourd’hui la France, l’Espagne, et la Belgique». — È egli così? in tal caso non fo che rimandare questi miei infelici, e pur troppo sempre sognanti compatrioti miei dal Capo IV al Capo II, dalle osservazioni sulle repubblichette, a quelle sul regno unico; pur riconfortandoli a lasciar questi o quegli altri sogni del paro, ed a volgere essi pure la loro migliorata operosità allo scopo effettivo (arrivabile a parer mio) del progresso universale e della indipendenza d’Italia.
[53] Nell’_Appendice I.ª_, su queste leghe, io toccai a un punto d’economia ed agronomia italiana, che mi pare importante; alla opportunità di estendere la coltura de’ pascoli, anche a diminuzione di quella delle biade. Tal proposizione scandalezzò alcuni teorici ed alcuni pratici. E di essa pure è uscita o almeno annunziata una notevole conferma. Vedi ne’ rendiconti dell’Accademia delle Scienze di Parigi le ricerche storiche e pratiche del signor Dezeimeris. Sarebbe desiderabile una pronta traduzione di tale opera appena pubblicata.
[54] Dicesi che quasi altrettanti forestieri sieno talora in Roma sola per la settimana santa. È vero che gran parte di questi sono nazionali, forestieri, e non istranieri. Ma, ponendo il medesimo numero per l’Italia intiera, parmi (a difetto di più esatte notizie) vi abbia ad essere più che compenso.
[55] Il Say (_Écon. polit._, liv. I, ch. XX (4. Éd.), T. I, p. 315) sembra d’opinione contraria. Ma si legga attentamente e non servilmente, e si vedrà da quella disquisizione stessa: 1. che dal totale del capitale innegabilmente portato e speso in un paese qualunque dagli stranieri, è a dedurre solamente il consumo fatto da essi; 2. che in questo stesso consumo non è da contare il consumo del lavoro nazionale pagato da essi, il quale non si sarebbe prodotto senza essi (massime in Italia); 3. che non v’è a contare nemmeno il consumo di parecchi prodotti materiali rozzi, i quali parimenti non si sarebbero prodotti senza gli stranieri; 4. che quindi il consumo a dedursi dal capitale portato e speso, si riduce a consumo di poche e rozze tra le materie che paiono e si soglion dir consumate; 5. e che insomma è calcolarlo alto, il porlo in media a un 8 o 10 milioni in tutto. — I quali poi io non deduco dal calcolo mio totale perchè li credo più che compensati dall’altre cifre, tenute tutte basse. Ma chi li voglia dedurre, riduca i 72 milioni a 60; e rimarranno grandi tuttavia i risultati. — Del resto sarebbe un trattato intiero e speciale a far su ciò. E dal Davanzati e Botero o forse dal Pandolfini fino al recentissimo Scialoja, l’Italia fu ed è pur patria dell’Economia politica bene e liberalmente scritta. Così vogliano gli scrittori di essa prendere ad esaminare, ed applicare la questione qui accennata, importantissima certamente per la patria comune.
[56] Due capitali innegabili e pur non ammessi (almeno il primo) da parecchi economisti. Anche fuor d’Italia, a Hières, all’isola di Whigt, a quella di Madera, ec., l’aria sana e dolce trae stranieri o forestieri, che producon guadagni. L’aria buona può dunque essere, è un capitale; morto in molti luoghi sì, ma produttivo in parecchi.
[57] Che è, se non m’inganno, all’incirca il totale del Commercio estero francese, l’esportazione ed importazione insieme, nell’anno 1844.
[58] Io mi scosto così del tutto da una serie di articoli inseriti nella _Revue des deux mondes_ sul risorgimento del così detto mondo slavo. Io l’avverto per gli ammiratori di quella riputatissima raccolta; affinchè forse non mi rispondano con mandarmi ad essa. Bene o male, io rispondo qui già agli argomenti là usati.
[59] Mentre rivedevo la presente appendice, un nuovo fatto avvenne, che, quantunque letterario, non è pur senza importanza per noi; la pubblicazione della _Storia del Consolato e dell’Imperio_. La quale, per bello e gran libro che sia, non è nel resto d’Europa e in Francia stessa se non un libro di più, fra moltissimi: ma in Italia, tra la povertà di libri nostrali, e la varietà degli stranieri, da cui risulta tanto vagar delle nostre opinioni, l’apparizione d’un libro così impazientemente aspettato, così universalmente già letto, e, parlando in generale, così sodo e moderato, non può avere una vera ed utile importanza. — La storia precedente del medesimo scrittore ne ebbe già una contraria, in Italia come in Francia e dappertutto. Quella indifferenza ai grandi delitti politici, quella maniera dì presentarli come necessari, epperciò o più o meno scusabili o non delitti, spingeva a imitazioni, peggiori in Italia, che in qualunque altro luogo. Ora l’autore ha felicemente mutato modo; è tornato a quello di tutti i grandi storici antichi o nuovi, a quel modo che usa la storia non solamente _ad narrandum_, ma anche _ad probandum_, al modo di giudicare narrando. Qui l’autore giudica il suo eroe continuamente. Non sempre bene, a parer mio, ma il giudica; e il giudicio di lui esercita il giudicio politico de’ leggitori, che è un gran bene, dappertutto, ma principalmente in Italia, dove sono così poche occasioni a tal esercizio. L’autore (fin da’ tre volumi or pubblicati) giudicò bene e in parecchi luoghi l’errore di Napoleone di non aver tenuto bastante conto dell’opinione, della libertà del popolo conquistatore o francese. Ma ciò non basta; sarebbesi dovuto notare anche l’error secondo (e che diventò poi forse sommo per le conseguenze) di non aver tenuto bastante conto de’ popoli conquistati; errore incominciato a farsi verso l’Italia fino dalla Consulta di Lione, e da quelle male ripartizioni delle provincie italiane, che dividevano peggio che mai, non formavano nè educavano un popolo italiano; errore ripetuto poi ed aggravato verso Germania, e Spagna, e Polonia. E al dì delle sventure, Napoleone ebbe Spagna e Germania contro a lui, Polonia incapace di nulla per lui, Italia incapace insieme e indifferente a lui. E questa indifferenza non si suol notare tra le cause della caduta di Napoleone; non si suol notare Italia mai per nulla nelle grandi mutazioni d’Europa. Eppure, se l’opinione d’Italia fosse stata per Napoleone, nè Murat avrebbe immaginato di rivolgergliesi contro, nè Beaurharnais avrebbe fatto sì incerta quantunque sì nobil difesa; e la guerra vivamente nodrita in Italia avrebbe forse impedita o trattenuta la invasione in Francia; e ad ogni modo, uno Stato di più, un secondo regno sarebbe probabilmente rimasto a’ Napoleonidi in Italia, e due tali regni rimastivi sarebbero probabilmente stati durevoli. — Tutto ciò, veduto senza dubbio da ogni Italiano, sarà, se continua al medesimo modo, rimproverabile da essi alla _Storia del Consolato e dell’Imperio_. Ma qual libro moderno tien conto sufficiente di noi? E a chi la colpa? E ad ogni modo, lasciata la parte italiana, o forse altre straniere, resta sempre un grand’utile a trarre dagli esempi di operosità di quell’uomo e quel tempo; e dalla sodezza, dalla moderazione, dalla dottrina, dalle particolarità delle narrazioni e delle discussioni dell’autore.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.