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Libro VI: _vendunt nobis hostes lucis usuram, tota admodum salus nostra

commercium est. O infelicitates nostrae, ad quid devenimus! — quid potest esse nobis vel abjectius, vel miserius!_

[211] Il SIGONIO, _De occid. Imperio_, XV, dice di Odoacre senza alcun fondamento: _Romani Senatus auctoritas, et consulum dignitas ad feroces contundendos spiritus dempta_. Il VENDETTINI (_Del Senato Rom._, Roma, 1782, p. 10) accoglie senza lume di critica quest’opinione, ma la combatte l’OLIVIERI nel suo libro: _Il Senato Romano nelle sette epoche di svariato governo_ ec., Roma, 1840, p. 9.

[212] Il BUNSEN (III, 1, pag. 496), afferma che l’edificio sia stato eretto nei tempi cristiani. Gli Archeologi italiani tengono l’opinione opposta, e questa è anche sostenuta dall’AGINCOURT (_Storia dell’arte ital._, Traduz. del TICOZZI, Vol. II, p. 120). Dopo il pontificato di Gregorio XIII, le pareti di questa Rotonda furono bruttate da affreschi del Tempesta e del Pomerancio, i quali rappresentano storie di Martiri, e nei quali la musa della pittura non apparisce nella gentilezza della vedova di Raffaello, ma piuttosto sotto laida figura di beccajo.

[213] Si veda la spiegazione dell’_Ursus Pileatus_, data dal NIEBUHR nella _Descrizione della Città_, nel PLATNER e nel BUNSEN, III, 2 Parte, p. 332. DONATUS, _De urbe Roma_, III, p. 210. Ed intorno all’ignoto palazzo si consulti il NARDINI, II, 23.

[214] SIGONIUS, _De occid. Imp._, al punto relativo.

[215] ANON. VALESII, 53: _Fausto et Longino Coss._, cioè nell’anno 490.

[216] ANON. VALESII, 64: _Facta pace cum Anastasio imperatore per Festum de praesumptione regni, et omnia ornamenta palatii, quae Odoacher Constantinopolim transmiserat, remittit_.

[217] _Quid Tuscia, quid Aemilia, caeteraeque provinciae, in quibus hominum prope nullus existit._ Così, quantunque non devasi accogliere litteralmente, si esprime PAPA GELASIO nella sua _Apologia adversus Andromach._, nel BARONIO, _Annal._, ad ann. 496.

[218] Questa sentenza dava ANDREA FULVIO, _Antiq. Rom._, II, c. 51. Al tempo suo, in sull’incominciamento del sec. XVI, quel gruppo ergevasi innanzi al palazzo dei Conservatori, dov’era stato trasportato, tolto al Laterano.

[219] SALVIAN., _De vero judicio_, VI, 49, p. 62: _Quid enim? numquid, non consulibus, et pulli adhuc gentilium sacrilegiorum more pascuntur, et volantis pennae auguria quaeruntur, ac paene omnia fiunt, quae etiam quondam pagani veteres, frivola atque irridenda duxerunt?_

[220] GELASIUS PAPA, _Adv. Andromachum Senatorem, ceterosque Romanos, qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituebant, apologeticus Liber_, nel BARON., _Ann._, ad ann. 996. Questo scritto degno di nota appartiene alla serie delle opere apologetiche di Agostino, di Orosio, di Salviano, ed in qualche parte continua a svolgere le idee di quegli autori: _Numquid Lupercalia deerant, cum urbem Alaricus evertit? Et nuper, cum Anthemii et Ricimeris civili furore subversa est, ubi sunt Lupercalia, cur istis non profuerunt. — Postremo, quod ad me pertinet, nullus baptizatus, nullus Christianus hoc celebret, sed soli Pagani, quorum ritus est, exequantur. Me pronunciare convenit, Christianis ista perniciosa et funesta indubitanter existere_. E intorno alla causa della caduta dell’Impero, egli dice: _Ideo haec ipsa Imperia defecerunt: ideo etiam nomen Romanum, non remotis etiam Lupercalibus, usque ad extrema quaeque pervenit._ — Dei Lupercali di Roma fa cenno una volta Prudenzio nel suo inno a san Romano.

[221] MARANGONI, _Cose gent._, c. 26, p. 99 e seg. Intorno alla trasformazione di alcune feste pagane in festività cristiane si veda il c. 23 e seg., e il BARONIO, _Annal._, ad ann. 44: _Gentilicii ritus in ecclesiam aliquando translati_.

[222] _Synodus Romanus I_, ann. 499, _de tollendo ambitu in comitiis pontificiis_, nel Tom. V, _Concil._ del LABBÉ, secondo la correzione del BALUZIO, p. 446. Le sottoscrizioni dei Prevosti sono date anche dal PANVINIUS, _Epitome Pontif. Rom._, p. 19, _sq._, e nel MABILLON, _Mus. It._, T. II, nel Comment. all’_Ordo. Roman._, p. XIII, _sq._, sennonchè havvi errore nel numero dei Titoli dei quali si numerano trenta in vece di ventotto.

[223] S. HIERON., _Ep. 66, ad Pammachium_.

[224]

_Culmen Apostolicum cum Coelestinus haberet,_ _Primus et in toto fulgeret episcopus orbe,_ _Haec quae miraris fundavit Presbyter urbis_ _Illyrica de gente Petrus, vir nomine tanto_ _Dignus, ab exortu Christi nutritus in aula,_ _Pauperibus locuples, sibi pauper, qui bona vitae_ _Praesentis fugiens meruit sperare futuram._

Sarebbe bellissimo argomento di studio l’indagine se sia da accogliere l’opinione degli Archeologi che questa bella chiesa si edificasse là dove anticamente s’ergeva il tempio di Diana, in cui entrò Cajo Gracco a cercar qualche riposo mentre fuggiva.

[225] Si consulti il _Ristretto di tutto quello che appartiene all’antichità e venerazione delle chiese dei santi Silvestro e Martino_ (Roma, 1639), ed il POUGARD, _Monumenti esistenti in san Martino_ (Roma, 1806).

[226] Secondo il NIEBUHR (_Descriz. della Città_ del PLATNER e del BUNSEN, III, 2.ª parte, p. 304), l’antica chiesa parrocchiale di san Matteo in Merulana sarebbe stata edificata intorno all’anno 600. Tuttavolta il _Liber Pontif._, alla vita di Gregorio I, ne tace.

[227] SEVERANUS, _Memorie sacre delle sette chiese di Roma_, p. 473. L’UGONIO, cart. 167, dà a questa chiesa il nome di san Sisto in Piscina. Egli si sforza di dimostrare che quivi sorgesse il tempio di Marte.

[228] ANAST. BIBL., _In Anast.: Hic fecit basilicam, quae dicitur Crescentiana in regione II via Mamertina_.

[229] San Nicomede fu prete romano. Dopo di essere stato ucciso a colpi di mazza, il corpo di lui fu dall’alto del _Pons Sublicius_ gettato nel fiume. Ved. _Emerologio sacro di Roma cristiana_ del PIAZZA, II, p. 161, ai 15 di Settembre.

[230] Al tempo di SIDONIO erano adoperate ad uso publico non soltanto queste terme, ma anche quelle di Nerone e di Alessandro:

_Hinc ad balnea non Neroniana,_ _Nec quae Agrippe dedit, vel ille cujus_ _Bustum Dalmaticae vident Salonae:_ _Ad thermas tamen ire sed libebat_ _Privato bene praebitas pudori_ (_Carmen 23, ad Consentium_, scritto nell’anno 466).

Si consulti il FEA, p. 271.

[231] UGONIO, cart. 197, _sq._ Il NARDINI (_R. A._, II, p. 91), afferma di aver veduto i ruderi della chiesa di san Ciriaco, della casa del Santo e del battistero, che esistevano nella vigna del convento dei Certosini, in prossimità del granaio di Urbano VIII. Lo stesso dice degli avanzi della chiesa il MARTINELLI ec., p. 354. Io mi restringo all’osservazione che Ciriaco, diacono della Chiesa romana, era stato condannato a lavorare nella costruzione delle terme di Diocleziano. La curiosa leggenda sta registrata nei Bollandisti al giorno 8 di Agosto.

[232] UGONIO, cart. 190, _sq._ Il PIAZZA (_La gerarchia cardinalizia. — Titoli distrutti ovvero soppressi_), crede che i due Titoli sieno stati disgiunti dopo di papa Gelasio I. Ma tutte le opinioni intorno a questo argomento sono le più incerte, ed il PANVINIO, a cui tutti gli scrittori ecclesiastici del secolo XVIII s’inchinano reverenti, non ha pregio di opinioni sicure e fondate.

[233] MARTINELLI, p. 387. Il PIAZZA passa in silenzio su questo Titolo.

[234] Il SEVERANO, p. 443, riporta un’iscrizione esistente nella chiesa di san Sebastiano, la quale dice: _Temporibus Innocentii Episcopi, Proclinus et Ursus Presbyt. Tituli Byzantis s. Martyri ex voto fecerunt_. Il PANVINIO accoglie opinione che questo Titolo appartenesse alla chiesa di santa Sabina. Il BOSIO (_Roma subt._, III, c. 12) lo attribuisce a quella di santa Susanna.

[235] Intorno alla storia di questa chiesa scrissero il CRESCIMBENI, _Historia della Basil. di s. Anastasia_ (Roma, 1722) e FILIPPO CAPPELLO, _Brevi notizie dell’antico e moderno stato della chiesa Collegiata di santa Anastasia_ (1722).

[236] MARTINELLI, p. 65.

[237] Il SEVERANO (p. 470), riporta la leggenda triviale della fasciola ossia della benda che Pietro aveva tenuto intorno ad una gamba ferita. Allorchè l’Apostolo uscito di carcere s’apprestava a fuggire di Roma, depose la benda sopra una siepe degli orti della via Appia. La leggenda narra che si ergesse una chiesa a ricordanza dell’avvenimento. Affè di Dio ne sarebbe stato ben degno! — Fasciola sarà piuttosto il nome di una qualche dama romana: ed è forse il corrompimento del nome di Fabiola ch’era amica di Gerolamo.

[238] Il nome _Palisperna_ o _Panisperna_ dev’essere derivato o da quello del prefetto PERPERNA QUADRATUS, oppure dalle due voci _pane_ e _perna_, pane e prosciutto. Ella è cosa curiosa prestare attenzione alla fantasia degli Archeologi romani, i quali affermano che nelle festività di Giove Fagutale, che celebravansi sul monte Viminale, si sacrificassero alcuni majali, dei quali distribuivansi i prosciutti a eccitare la baldoria della plebaglia, come oggidì si suol fare nella festa della Grotta Ferrata sul monte Latino. Io però rinvenni nel giardino della chiesa, che è tutto coperto di ruderi di marmi, una iscrizione sulla quale leggesi distintamente il nome PERPERNA.

[239] Il PANVINIO nella sua opera: _Le sette chiese di Roma_. Il MABILLON cita trenta Titoli con erronea enumerazione.

[240] Io trovo che di questa chiesa si fa menzione quale Titolo per la prima volta nella biografia di papa Leone III (795-816) del _Liber Pontif._ Nè havvi argomento che sussidii l’opinione di alcuni scrittori ecclesiastici che Leone I la elevasse a Titolo.

[241] LABBÉ, _Concil._, Tom. VI, p. 917. Tra le _Epistole_ di GREGORIO (IX., 22) leggesi un documento, a cui è apposta la sottoscrizione dei Parrochi di nove delle chiese su nominate.

[242] Opina il PANVINIO ch’esse sieno perite oppure che sieno state soppresse: egli erra però allorchè asserisce che ai tempi di Gregorio non esistesse più la _basilica Aemiliana_, se di questo Titolo faccia ancor cenno ANASTAS. (_Vita Leonis III_, n. 403), il quale anzi ci fa conoscere che quella chiesa si elevava tra s. Balbina e s. Ciriaco. Anche il PIAZZA (_La gerarchia card._, p. 531) mancò di fare attenzione a quel passo.

[243] Il PANVINIO afferma che Gregorio I istituisse in luogo degli estinti questi cinque Titoli novelli: _S. Balbina, ss. Marcellinus et Petrus, s. Crux in Hierusalem, s. Stephanus sul monte Celio_ e _ss. Quatuor Coronatorum_. Non mi fu dato di trovare nè tra gli Atti dei Sinodi, nè in Anastasio alcuna notizia intorno all’erezione a Titoli del s. Stefano e della santa Croce. È argomento pieno d’incertezze e di difficoltà.

[244] ANAST., _in Vita Marcelli: et XXV Titulos in urbe Romana constituit, quasi Dioeceses, propter baptismum et poenitentiam multorum, qui convertebantur ex paganis, et propter sepulturas martyrum_.

[245] Intorno all’origine del Titolo cardinalizio si veda il PANVINIO, _l. c._, c. 2. — _De presbyt. Cardinal. orig. et 28 ipsor. Titulis et 21 novis._ — Secondo l’opinione di lui, il Titolo di Cardinale compare già prima del tempo di Silvestro. Il MACER nel _Hierolexicon_ afferma, che esso compaia per la prima volta ai tempi di Stefano I (257). Il nome _Cardinalis_ deriva da _incardinare_, che significa _addicere alicui Ecclesiae_. Io rimetto il leggitore ai Lessici del DUCANGE e del MACER, al PIAZZA (_La Gerarchia cardinal._, p. 351, _sq._), al CARDELLA (_Delle memorie stor. dei Cardinali_, Roma, 1793, nell’Introd.), ed alla Dissertaz. 61 del MURATORI. — In tempi posteriori ebbero titolo di Cardinale anche i sette Vescovi del Laterano, i quattordici Diaconi delle Regioni ecclesiastiche, i quattro Diaconi Palatini, e gli Abati di san Paolo e di san Lorenzo. Sisto V pel primo fissò a 70 il numero dei Cardinali, (_Const._ 50, _Bullar._ 2). Di questi sono 51 Cardinali preti, imperocchè oltre ai 28 Titoli antichi egli ne confermasse 13 di novelli e 10 ne creasse. Egli determinò a 14 il numero dei Diaconi, e confermò i Cardinali vescovi lateranensi che di sette erano stati ridotti a sei. Benchè tutti questi Cardinali sommino a 71, il numero complessivo è pur di 70, perchè il Titolo _in Damaso_ fu sempre congiunto alla dignità di Cardinale Vice-cancelliere. Oggidì sono 48 Titoli di Cardinali preti, 15 di Cardinali diaconi; ad essi si aggiunge la Commenda di san Lorenzo in Damaso, ed i 6 Vescovati. Così è formato il numero di 70 Cardinali componenti il _Sacrum Collegium_.

[246] In JOH. DIACON., _De eccl. Later._ (MABILLON, _Mus. Ital._, II, 560, _sq._), che viveva alla metà del secolo XIII, sta scritto: _Septem episcopis cum XXVIII Cardinal. totidem in ecclesiis infra muros urb. Romae praesidentibus_ (p. 567).

[247] Intorno a questi sette antichi Titoli cardinalizî si veda l’UGHELLI, _Italia Sacra_, T. I. Intorno l’anno 1150, Ostia congiungevasi a Velletri, e, intorno al 1120, Porto univasi a Silva Candida, ossia a s. Rufina. La diocesi di Porto è resa infelice dalla mal’aria: _Pecudibus potius quam hominibus pascendi apta_. Silva Candida era un Vescovato antico: era altra volta appellata ad _Silvam Nigram_, ed era situata sulla via Aurelia a dieci miglia di distanza da Roma. Due sorelle, Rufina e Seconda morirono colà, verso l’anno 260, della morte dei Martiri e per questo fatto vi fu eretto un Vescovato. Un casale che ivi esiste oggidì ancora ha nome di santa Rufina. I Saraceni nelle loro invasioni distrussero ogni traccia di quei monumenti della Chiesa.

[248] MABILLON, _Mus. Ital._, II, p. XVI.

[249] Si vedano gli scritti del PANVINIO e del SEVERANO, che ne trattano diffusamente.

[250] Si legga il primo Rescritto indiritto al Senato di Roma, in cui annuncia la elezione di Cassiodoro a patricio: _Var._ lib. I, ep. 4, ed ep. 13: _quicquid enim humani generis floris est, habere curiam decet; et sicut arx decus est urbium, ita illa ornamentum est ordinum caeterorum_, e lib. III, ep. 6. Nel panegirico di ENNODIO è detto: _Coronam curiae innumero flore velasti_, p. 28, in CASSIODORO, _Op._, Paris, 1759. La maggior parte delle diciassette lettere sono a raccomandazione di candidati.

[251] ANONIM. VALESII: _Venit ad Senatum et ad Palmam populo alloquutus_. Fulgenzio o meglio il suo Biografo (_Vita B. Fulgentii_, c. 13, T. IX, della _Max. Bibl. Veter. Patr._, Lugduni, 1677) dice: _In loco, qui Palma aurea dicitur, memorato Theodorico rege concionem faciente_. Il MURATORI avrebbe dovuto perciò persuadersi che il luogo ricordato non fosse già una sala del _Palatium_, ma piuttosto dovesse essere uno spazio aperto, dove ascoltassero, insieme uniti, Senato e popolo. E CASSIODORO (_Var_., IV, _ep_. 30), dice espressamente: _Curiae porticus, quae juxta domum Palmatam posita_. — Deve però distinguersi dalla _porticus palmaria_ nel s. Pietro. ANASTAS., _Vita Honorii: in Portica b. Petri Apos., quae adpellatur Palmata (al. Palmaria)_. Nella biografia di Sisto III invece sta scritto: _Domum Palmati intra urbem_. Il PRELLER, (_l. c._, p. 143, nella nota) riporta un passo tolto dagli _Acta ss. Mai._, T. VII, p. 12, che dice: _Juxta arcum triumphi ad Palmam_. L’_arcus triumphi_ non può essere se non se l’arco di Trajano.

[252] _Vita B. Fulgentii, l. c._, e nel BARONIO, _Annal._, VI, p. 538, ad ann. 500: _quam speciosa potest esse Hierusalem coelestis, si sic fulget Roma terrestris_.

[253] L’appellazione di «Barbaro» era usata in quel tempo senza malo intendimento. Leggonsi alcuni Rescritti di Teodorico indiritti ai Romani ed ai Barbari, ossia a coloro che non erano d’origine romana. Quel nome ci si presenta spesse fiate nei documenti del secolo VI; e spesso dopo la caduta dei Goti, con ingenua dizione, si dà alla guerra nome di _barbaricum tempus_ che si contrappone a pace (_pax_). Vedasi il MARINI, _Papiri Diplom._, Annot. 7, p. 285, ed il _Glossario_ del DUCANGE. Così nel linguaggio del diritto civile sotto nome di _Sors barbarica_ s’intende la terza parte del territorio conceduta in proprietà ai Goti. Nel secolo VIII troviamo ancora usata l’espressione _campus barbaricus_.

[254] CASSIOD., _Var._, Lib. VIII, 13: _nam quidam populus copiosissimus statuarum, greges etiam abundantissimi equorum, tali sunt cautela servandi_.

[255] _Var_., Lib. VII, 15.

[256] _Var_., Lib. VII, 15: _quas amplexa posteritas pene parem populum urbi dedit quam natura procreavit_.

[257] _Var_., Lib. VII, 13: _statuae nec in toto mutae sunt: quando a furibus percussae custodes videntur tinnitibus admonere_. Di qui mi è dato di trarre l’origine di una leggenda meravigliosa, registrata nei _Mirabilia_ di Roma, la quale narra che le statue che rappresentavano le province e che s’ergevano in Campidoglio, mettessero un suono quale di campana, tostochè scoppiava un rivolgimento in taluna di esse. Il _Comes romanus_ ai tempi degl’Imperatori era appellato _Curator statuarum_. Vedasi il PANCIROLI, _Notitia_ etc., c. 16, p. 122.

[258] _Var_., Lib. II, 35, 36.

[259] _Variar_., Lib. VI, 6.

[260] _Universa Roma — miraculum. Var_., lib. VII, 15.

[261] _Var._, Lib. VII, 15. Al tempo degl’Imperatori questo offiziale aveva nome di _Curator operum publicorum_. Vedi il PANCIROLI, _Notit_., c. 14, 15, p. 122. Ai tempi imperiali eravi anche un _Tribunus rerum nitentium_, che attendeva alla mondezza publica: di un offiziale simile avrebbe somma necessità anche Roma odierna.

[262] _Ut ornent aliquid saxa jacentia post ruinas. Var._, Lib. II, 7. Si riferiscono alla costruzione delle mura di Roma i passi seguenti: I, 21, 25; II, 3, 4; VII, 17. CASSIOD., _Chron_., ANON. VAL., 67. In quell’oscuro e barbarico Panegirico, che ENNODIO volgeva a Teodorico, è detto delle opere di lui volte alla restaurazione dei monumenti: _date veniam Lupercalis genii sacra rudimenta: plus est occasum repellere, quam dedisse principia_. — Il MARANGONI (_Delle Memorie sacre e profane dell’Anfiteatro romano_, p. 44) appunta FIORAV. MARTINELLI e FL. BLONDO (_Roma instaur._ I, c. 3) di grave errore, allorquando, citando un Editto di Teodorico, affermano che egli pel primo abbia usato delle pietre del Colosseo per i lavori delle mura. Il Colosseo in quel tempo era ancora illeso da ogni danneggiamento.

[263] _Variar_., Lib. III, 30: _Videas structis navibus per aquas rapidas non minima sollecitudine navigari, ne praecipitato torrenti marina possint naufragia sustinere._ L’esagerazione è spinta troppo oltre.

[264] _Var._, Lib. VII, 6.

[265] Intorno al _Comes Formarum_, si veda la _Notitia_, c. 7, p. 121.

[266] _Var._, Lib. IV, 51: _quid non solvas, o senectus, quae tam robusta quassasti?_

[267] _Marmora quae de domo Pinciniana constat esse deposita. Var._, Lib. III, 10.

[268] _Trajani Forum vel sub assiduitate videre miraculum est. Capitolia celsa conscendere, hoc est humana ingenia superata vidisse. Var._ VII, 6.

[269] Ciò si pare dalle _Var._, III, 51.

[270] SALVIAN., _De vero jud._, VI, p. 62. Egli dice a somiglianza di un teologo ginevrino: _Spectacula et pompae — opera diaboli_. Ciò che sulle scene del secolo VI si osasse di rappresentare, narra PROCOPIO (_Anecdot._, c. 9), allorchè descrive in qual maniera Teodora, futura imperatrice, apparisse per la prima volta sul palco teatrale dinanzi al popolo di Bisanzio. Il GIBBON non ardì di volgarizzare il testo greco di quel passo. SALVIANO enumera le specie degli spettacoli abbominevoli in tale maniera: _Est nunc dicere de omnibus, amphitheatris scilicet, odeis, lusoriis, pompis, athletis, petaminariis, pantomimis etc. — Petaminarii_ da πετάμενοι, _qui more avium sese ejaculantur in duras_, uomini volanti. Vedi il _Glossarium_ del DUCANGE.

[271] _Var., Lib._ III, sulla fine: _ut aetas subsequens miscens lubrica, priscorum inventa traxit ad vitia: et quod honestae causa delectationis repertum est, ad voluptationes corporeas praecipitatis mentibus impulerunt_.

[272] _Var._, Lib. VII, 10: _Teneat scenicos si non verus, vel umbratilis ordo judicii. Temperentur et haec legum qualitate negocia, quasi honestas imperet inhonestis_. Trovo un’iscrizione di un _Tribunus Voluptatum_, dell’anno 523:

_FL. Maximo VC_ _Concessum locum Petro_ _Rome ex Trib. Volupt_ _Et conjugi ejus Johan_ _Papa Hormisda et Tra(nsmundo)_ _Praepst Basc. Beati Petr._

(Nelle cripte del Vaticano, nel DIONYSIUS, t. XXV).

[273] _Variar._, V. 42. Rescritto dato ad una supplica di un cacciatore. I modi di questi combattimenti di animali erano sì varî che Cassiodoro diceva, il loro numero essere tanto grande quanto quello dei tormenti che Virgilio descrive nel suo inferno.

[274] Dopochè Europa si coperse dell’onta dell’ultima guerra di Crimea, gli statisti ebbero agio di formare un computo, secondo il quale, la moneta che ivi fu spesa a distruggere con ordine di scienza uomini e città, sarebbe stata sufficiente a sanare la piaga del pauperismo in Inghilterra ed in Francia: _Heu mundi error dolendus! si esset ullus aequitatis intuitus, tantae divitiae pro vita mortalium deberent dari, quantae in mortes hominum videntur effundi_.

[275] _Var._, Lib. III, 51.

[276] TURCIUS RUFIUS ASPRONIAN. ASTERIUS, console nell’anno 444, scrisse nel suo celebre codice dei poemi di Virgilio (che si conserva nella Laurenziana di Firenze) un epigramma che parla dei giuochi dati sotto il suo reggimento, e che leggesi nel TIRABOSCHI, _Storia_ etc.. III, 1, c. 2, e nel MABILLON, _De Re Dipl._, p. 354, ed è il seguente:

_Tempore, quo penaces Circo subjunximus, atque_ _Scenam Euripo extulimus subitam,_ _Ut ludos currusque simul, variarumque ferarum_ _Certamina junctim Roma teneret ovans._

Da questi versi si pare che nel Circo nel tempo stesso si dessero corse, danze pirriche, balli pantomimi e cacce di fiere.

[277] _Variar._, Lib. III, 51: _nostri sedes fovere delegit imperii_. E _fovere_ è qui posto nel senso quasi di «rendere onore».

[278] _Var._, Lib. I, 27, 30, 31, 32, 33.

[279] È il celebre motto: _Ad Circum nesciunt convenire Catones. — Var._, Lib. I, 27. Nel Circo godevasi di una libertà quasi carnascialesca: _Locus est, qui defendit excessum_.

[280] _Expedit interdum desipere, ut populi possimus desiderata gaudia continere. Var._, Lib. III, 51.

[281] ANON. VAL., 67. Il GIBBON a questo proposito con suo computo riduce le 120000 moggia a 4000 staia, e ne tragge a conseguenza che la popolazione fosse diminuita.

[282] PROCOP., _Hist. Arcana_, 26: τοῖς τε προσαιτηταῖς οἳ παρὰ τὸν Πέτρου τοῦ ἀποστόλου νεὼν διαιτὶαν εἶχον.

[283] La formula dell’investitura del prefetto dell’annona trovasi nei _Var._, Lib. VI, 18. Il passo citato leggesi in BOETHIUS, _De Consolat._, III, prosa 4.

[284] ANON. VALESII. — Il _solidus_ corrispondeva ad 1/72 di una libbra d’oro. — Il _Liber Junioris Philos._, edito da ANGELO MAI, T. III, _Class. Auctor. e Vatican. Cod._, n. 30, scrittura del secolo IV, celebra i vini degli Abbruzzi, del Piceno, del Sabino, di Tivoli, del paese tusco, che ancora sono tenuti in alto pregio, e loda i prosciutti e le grasce di Lucania: _Lucania regio optima, et omnibus bonis habundans, lardum multum aliis provinciis mittit; quoniam montes escis et variis habundant animalibus et pluribus pascuis_.

[285] Cassiodoro descrive con colori poetici le bellezze di alcuni paesi della sua patria, il mercato di Leucotea in Lucania (_Var._, VIII, 33), Baja (IX, 6), il _Mons Lactarius_ (XI, 10), e Squillace (XII, 15). Genti di Lucania, delle Puglie, degli Abbruzzi, delle Calabrie, traevano alla fonte di Leucotea a udirvi la messa, come oggi accorrono a Nola: e in Cassiodoro si legge che i preti di quel tempo vi chiamavano il popolo spargendo fama di portenti compiuti dall’acqua miracolosa. Il sangue di santo Gennaro non era stato ancora trovato.

[286] _Felix Roma: Var._, Lib. VI, 18. FABRETTI, _Iscriz._, c. VII, p. 521: _Regn. D. N. Theodorico Felix Roma_. Il signor Dott. HENZEN dai materiali da lui raccolti per un novello _Corpus Inscr._, mi ha favorito di copie delle iscrizioni appartenenti ai tempi di Teodorico. Fra tutte sono dodici, delle quali sei portano il motto _Roma Felix_, e cinque recano a motto: BONO ROMAE (n. 149-160, della sua raccolta). Di Atalarico sono due sole iscrizioni, sulla prima delle quali (n. 161) sta scritto: ROMA FIDA.

[287] Il fac-simile della iscrizione trovasi nel BONANNI, _Templi Vatic. Hist._, p. 54. Di tali pietre si trovarono nel tempio di Faustina, nella Via Labicana, sul tetto del san Pietro, sul tetto della chiesa di santo Stefano degli Ungari, tra i ruderi del _Secretarium_ del Senato, nella chiesa di san Gregorio, in un acquedotto antico situato presso il Collegio germanico, in san Giovanni e Paolo, sui tetti delle chiese di san Paolo, di santa Costanza, di santa Martina, di san Giorgio in Velabro, sul tetto della cappella di Giovanni VII in chiesa di s. Pietro.

[288] Agli Israeliti di Genova scriveva: _Religionem imperare non possumus, quia nemo cogitur, ut credat invitus. Var._, Lib. II, 27. — _Var._, V, 97: _concedimus — sed quid Judaee supplicans temporalem quietem quaeris, si aeternam requiem invenire non possis?_

[289] Probabilmente questo strale satirico è lanciato anche contro i Cristiani, che avevano posta dimora permanente in Faleria:

_Namque loci quaerulus curam Judaeus agebat._ _Humanis animal dissociale cibis — —_ _Quae genitale caput propudiosa metit — —_ _Atque utinam numquam Judaea subacta fuisset_ _Pompeii bellis, imperioque Titi._ _Latius excisae pestis contagia serpunt,_ _Victoresque suos natio victa premit._ (_Itiner._, v. 383, _sq._)

Il BASNAGE (_Histoire des Juifs_, la Haye, 1716) si occupa, nel capit. 8 del Lib. VII, della storia del popolo israelita in Roma dai tempi di Pompeo a quelli di Nerone; però è indotto spesse fiate in gravi errori. Con maggiore ampiezza discorre intorno a questo argomento bellissimo la _Roma subterranea_ del BOSIO e dell’ARINGHI. Tom. I, lib. II, c. 22 (23).

[290] Io non convengo nell’opinione del BASNAGE, che il quartiere dove gli Ebrei avevano stanza si stendesse fino al ponte di Adriano. Egli reputa erroneamente che avessero dimora anche nell’isola del Tevere, poichè non pone mente alla situazione del Ghetto dei tempi posteriori. Sappiamo che ai tempi di Domiziano gli Ebrei avevano elevate loro case nella valle d’Egeria, ed a quel tempo rimonta la costruzione del loro mirabile cimitero, il quale fu scoperto, or fanno alcuni anni, presso la Via Appia. Gli Autori della _Roma subterranea_ hanno fatto conoscere inoltre il cimitero antico degli Ebrei posto fuori di porta Portuense. Seguendo la costumanza della loro età, gl’Israeliti ponevano iscrizioni in lingua greca sulle tombe dei loro defunti.

[291] _Var._, Lib. IV, 43. Dall’espressione: _Ad eversiones pervenerint fabricarum, ubi totum pulchre volumus esse compositum_, credo di poter trarre a conseguenza che quell’edificio non fosse privo di bellezza artistica. Intorno alle condizioni degl’israeliti di Roma in quel tempo il BASNAGE (VIII, c. 7) non dà che notizie meschine.

[292] Il PAGI afferma che il secondo scisma scoppiasse nell’anno 503; il BARONIO invece lo riferisce all’anno 502. Il _Synodus Palmaris_, che fu il quarto dei Concilii tenuti da Simmaco, pare similmente che avvenisse nell’anno 503. Il MURATORI è incerto fra queste notizie cronologiche. Nulla di certo ricavasi dal _Liber Pontificalis_.

[293] FRANCESCO PAGI, _Breviar._, p. 131, X. — _Acta Syn. III Symmachi_ nel LABBÉ.

[294] Che Teodorico stesso, colla approvazione del Pontefice, convocasse il Concilio, dimostra FRANCESCO PAGI (p. 131, XIII) con notizie ricavate dagli Atti del Sinodo.

[295] ANASTAS., _Vita s. Symmachi_. — THEOD. LECTOR, _Hist. Eccles._, II, c. 17. _Hist. Misc._, XV, ed il prezioso frammento della _Vita Symmachi_ che leggesi nel MURATORI, _Script._, III, p. 2, in cui si narra che Roma fosse funestata da terribili tumulti per lo spazio di quattro anni. — THEOPH., _Chronogr._, p. 123: ἔνθεν λοιπὸν ἀταξίαι πολλαὶ καὶ φόνοι καὶ ἁρπαγαὶ γεγόνασιν ἐπὶ τρία ἔτη. Egli è probabile che questi torbidi sieno avvenuti nel secondo scisma piuttosto che nel terzo.

[296] Il BUNSEN II, 1, p. 25, 65, afferma con certezza questo fatto. Il passo che si legge in Anastasio: _Ut cum gloria apud beat. Petrum sederet praesul_, sembrommi da principio che valesse a sostenere quell’argomento, ma come v’ebbi per poco meditato, fui costretto a rigettarlo. — PETRUS MALLIUS, c. 7, n. 127, narra la favola che Simmaco ornasse il pozzo di quella palla di bronzo _quae fuit coopertorium cum sinino aeneo et deaurato super statuam Cybelis matris deor. in foramine Pantheon_ (!).

[297] Una descrizione completa di questa cappella è data dal CANCELLIERI, _De secretariis novae Basil. Vatican._, Roma, 1786, Cap. II, p. 1153, _sq_.

[298] MURATORI, _Annal_., ad ann. 524.

[299] _Item ut nullus Romanus arma usque ad cultellum uteretur vetuit_. ANON. VALES., 83. Proibizione che nei tempi posteriori la tirannia degli stranieri impose alla sventurata Lombardia.

[300] GIANNONE, _Storia Civile del Regno di Napoli_, Vol. I, III, § 6.

[301] _Qui accepta chorda in fronte diutissime tortus, ita ut oculi ejus creparent, sic ut tormenta ad ultimum cum fuste occiditur._ ANON. VALES. I soli filosofi dell’Antichità finirono con bella morte: Giordano Bruno, seguace del platonismo come Boezio, morì della morte della fenice, la quale ad un filosofo è sempre più accettabile di quella che gli è data dalla scure del carnefice.

[302] L’abbigliamento di lei, dice il povero Platonico, era alquanto dimesso ed era un po’ bruno per vecchiezza: _caligo quaedam neglectae vetustatis obduxerat. De cons. phil._ Prosa I. L’allegoria intera è toccante nella sua semplicità puerile.

[303] _De consolat. philos._, II, prosa 3.

[304] _De consolat._ I, prosa 4.

[305] _Quibus libertatem arguor sperasse Romanam. De consol._, I, prosa 4. E pure si svela l’animo ardente di libertà del Romano allorquando esclama: _nam quae sperari reliqua libertas potest? atque utinam posset ulla!_ — Il Gibbon gli pone in bocca le parole di Canio: _Si ego scissem, tu nescisses_, ma è errore; imperocchè Boezio dica ciò solo che avrebbe risposto come Giulio Canio, se egli avesse accolta una qualche speranza.

[306] Le due testimonianze più valide sono date dall’ANON. VAL., p. 87: _inaudito Boethio, protulit in eum sententiam_ e da PROCOP., _De bello Goth._, I, 1, sulla fine: ἀδίκημα — ὅτι δὴ οὔ διερευνησάμενος, ὥσπερ εἰώθει, τὴν περὶ τοῖν ἀνδροῖν γνῶσιν ἤνεγκε.

[307] ANAST., _Vita Johann._ I; ANON. VALES., _Histor. Misc._

[308] Il Rescritto di Atalarico al Senato (_Var._, lib. VIII, 15) dice: _oportebat enim arbitrio boni principis obediri, qui quamvis in aliena religione, talem visus est pontificem delegisse_. Anche il Muratori, il quale timidamente condanna l’usurpazione di Teodorico, a quell’elezione del Pontefice dà nome di _comandamento_. Più tardi, i Pontefici, come i Vescovi tutti, dovevano pagare una certa somma per ottenere la conferma della loro dignità: così si pare dai casi di elezioni controverse in cui la causa era decisa dal Principe. Il Papa pagava 3000 solidi, altri Patriarchi 2000, i Vescovi delle città minori 500 solidi. _Var._ lib. IX, 15.

[309] ANON. VALES., verso la fine.

[310] PROCOP., _De bello Goth._, I, 1.

[311] JORNAND., _De reb. Get._, verso la fine.

[312] S. GREGOR., _Dial._, IV, c. 30.

[313] Il patrizio Decio ai tempi di Teodorico, diè opera all’asciugamento delle paludi Decemnoviche. Si vedano in tale proposito i Rescritti, _Var._, lib. II, 32, 33. Ma i meriti di Teodorico furono superati da Pio VI colla costruzione della _Linea Pia_. Le iscrizioni furono rinvenute in due esemplari, nell’anno 1743, presso a Terracina lungo la Via Appia. Leggonsi nel GRUTER a pag. 152. Le estensioni sono indicate colle parole: _Decemnovii Viae Appiae id est a trib (sc. tribus tabernis) usq. Terracinam_, etc., per la qual cosa ascendevano, secondo il computo del CLUVER, a trenta miglia circa. Si consulti il BERGIER, _Histoire des grands chemins_ etc., L. II, c. 26, p. 214. Il CONTATORE (_de Histor. Terracinensi_, Roma, 1706), fa a pag. 11 un cenno storico degli asciugamenti di quelle paludi Pontine.

[314] Il GIANNONE, nella sua _Storia di Napoli_, gli tributò lode più alta che non abbiano fatto il Vescovo di Pavia e Cassiodoro. È degno di nota ciò ch’egli dice al Lib. III, § 3: «Ai Goti e non già ai Romani noi andiamo debitori della costituzione di alcune magistrature che esistono ancora nel nostro reame, come della costumanza di spedire in ogni città governatori e giudici». — Anche il BARONIO tributa lodi al Re goto, dandogli nome di: _Saevus barbarus, dirus tyrannus, et impius Arianus_. Per quello che si riferisce all’amore di Teodorico per le arti, leggesi una dissertazione erudita nell’AGINCOURT, l. c., I, c. 8.

[315] PROCOP., _De bello Goth._, I, 2; CASSIOD., _Var._, XI, 1: _Jungitur his rebus, quasi diadema eximium, impretiabilis notitia litterarum_.

[316] _Gothorum laus est civilitas custodita. Var._, lib. IX, 14.

[317] _Var._, lib. IX, 21.

[318] _Var._, lib. X, 7.

[319] Teodorico diceva: _Romanus miser imitatur Gothum: et utilis Gothus imitatur Romanum_, ANON. VAL., 61. L’illustre CESARE BALBO, mosso da carità di patria, altera il senso chiarissimo di questo passo traducendolo di questa guisa: _un Romano povero s’assomiglia ad un Goto, ed un Goto ricco a un Romano. Storia d’Italia_, I, c. 11, p. 89.

[320] _Convenit gentem Romuleam Martios viros habere collegas. Var._, VIII, 10.

[321] Ciò si pare manifestamente dalla lettera di Atalarico a Giustino, in cui annuncia il suo avvenimento al trono (_Var._, lib. VIII, 1), e lo confermano le monete di quell’epoca, avvegnachè quelle coniate sotto di Atalarico, di Teodato, di Vitige e di Totila portino da un lato la imagine di Giustiniano e dall’altro la sola scritta D. N. ATHALARICUS REX, D. N. THEODATUS REX, ec. Si consulti il MURATORI, _Dissertaz._ 27.

[322] _Var._, VIII, 24. Il MURATORI pone questa legge all’anno 528. Il SAINT MARC (_Abregé chronologique de l’histoire d’Italie_, p. 62) dice a tale proposito: _c’est sur cette condescendance des grinces pour un État infiniment respectable en lui même, que dans la suite les Ecclésiastiques ont prétendu qu’ils étaient de Droit divin exemts de la jurisdiction séculaire_.

[323] ANAST., _Vita s. Felicis IV: hic fecit basilicam SS. Cosmae et Damiani martyrum in urbe Roma, in loco qui appellatur Via Sacra juxta templum urbis Romae_ (e la lezione di un Codice aggiunge _vel Romuli_).

[324] PRUDENT., _In Symm._, I, 219. La storia di questa illustre chiesa fu scritta da BERNARDINO MEZZARDI monaco francescano: _Disquisitio historica de s. martyr. Cosma et Damian._ etc., Roma, 1747. Merita di essere letta quantunque sprovveduta di lume di critica. L’autore accoglie opinione che fosse tempio di Romolo e di Remo. Nei _Mirabilia_ è detto: _s. Cosmatis ecclesia, quae fuit templum Asyli_.

[325] Nel catalogo delle chiese di Roma che furono di templi pagani volte a culto cristiano, dato dal MARANGONI (_Cose gentil._ ec., c. 52), la chiesa dei santi Cosma e Damiano è la seconda, laddove il primo posto sia attribuito a quella di santo Stefano. La chiesa è contigua alle ruine di un antico edificio, e posteriormente all’oratorio _della Via Crucis_ trovasi una bellissima muraglia di marmo peperino. Ora apparteneva questo muro ad un qualche tempio? oppure si stendeva intorno al foro di Cesare? Sarebbe utile cosa che qui si facessero degli escavi. Giova far cenno che nell’antico tempio rotondo una parete era rivestita di un basso rilievo in marmo che rappresentava la pianta antica della Città: oggidì quello è infitto nella parete della scala del Museo capitolino.

[326] Dei Seniori non si vedono oggidì che due sole figure in parte cancellate all’estremità dell’arco, e degli Evangelisti mancano le due figure estreme. Se ne vede la copia nel CIAMPINI, _Vet. Mon._, II, 7.

[327] La mano che tiene la corona d’alloro oggidì è scomparsa.

[328] La figura di Felice IV appartiene ai tempi di Alessandro VII che operò dei restauri in quei musaici: è probabile che si compiesse dietro una copia della figura originale. All’antico disegno, cancellatosi ai tempi di Gregorio XIII, erasi sostituita la imagine di Gregorio Magno, finchè finalmente il cardinale Francesco Barberini ripose al suo posto quella di Felice IV. Si consulti l’UGONIO, p. 178, e la _Descriz. della Città_ del BUNSEN e del PLATNER, III, 1, p. 366.

[329] L’erudito GIOVANNI MARANGONI (canonico di Anagni, che viveva verso la metà del secolo XVIII, e che insieme al BOLDETTI ha merito di diligente illustratore delle catacombe di Roma) nella sua opera: _Delle cose gentilesche_ etc., parla in un bel capitolo (nel XXXV) dell’aureola dei Santi. Egli ci fa conoscere che quell’emblema di gloria ch’era attribuito ad Apollo ed agli Imperatori deificati, era dato nelle catacombe ai Martiri già prima dei tempi di Costantino.

[330] Nelle monete di Faustina _senior_ e di Faustina _junior_, è rappresentata una figura di donna che nella destra tiene un globo su cui posa la fenice coronata di una stella (VAILLANT, _Numismata_, II, 175 e III, 132). In una bella moneta, coniata sotto di Costantino, mirasi Crispo, figlio di lui, che sta innanzi al padre seduto, e che gli porge il globo colla fenice. Una moneta di Costantino il giovane rappresenta l’Imperatore che tiene il globo colla fenice nella destra mano, e il labaro col monogramma di Cristo nella sinistra (VAILLANT, III, 247).

[331] La iscrizione suona così:

_Aula Dei claris radiat speciosa metalli_ _In qua plus fidei lux pretiosa micat._ _Martyribus medicis populo spes certa salutis_ _Venit, et ex sacro crevit honore locus._ _Obtulit hoc donum Felix antistite dignum_ _Munus ut aetherea sumat in arce poli._

[332] _Var._, Lib. IX, 16. Epistola di Atalarico a papa Giovanni, IX, 5.

[333] _Var._, Lib. IX, 17.

[334] Lettere di Amalasunta e di Teodato, che annunciano l’avvenimento al trono: _Var._, Lib. X, 1, 2.

[335] PROCOPIO narra di tutti questi avvenimenti nell’incominciamento della sua _Storia della guerra gotica_.

[336] MURATORI, _Annal._, ad ann. 534, 541, 566. — BARONIO e PAGI, ad ann. 541. — PAGI, _Dissertatio Hypatica_, Lugdun., 1682, p. 301. — PROCOP., _Hist. Arcan._, c. 26. — ONUPH. PANVINII, _Commentar. in_ lib. III _fastor._, p. 310. — Dal 541 al 566, quei venticinque anni furono designati dal loro numero _post consul. Basilii_.

[337] PROCOP., _De bello Goth._, I, 6: ἔν Ἀλβανοῖς. Siccome qui non può essere altro che Albano, si pare che Teodato fosse allora in Roma, nè già, come afferma il Muratori, in Ravenna: imperocchè la via che di qui conduce a Bisanzio non passi per Albano. Anche il Gibbon cadde nello stesso errore. — Dell’antica Alba Longa rimanevano ai tempi di Plinio alcuni ruderi. In qual tempo Albano (che sorge là dov’era la villa di Pompeo) fosse edificata, non sappiamo. Ebbe origine da una stazione militare. I suoi Vescovi cardinali rimontano ad epoca remota. Vedi l’UGHELLI, _Italia Sacra_, I, p. 248, _sq._

[338] La narrazione che dà Procopio di quella conferenza è così ingenua che reca in sè l’impronta della verità.

[339] _Var._, Lib. XI, 13.

[340] _Habui multos Reges sed neminem hujusmodi litteratum._ Lode ben meravigliosa, se si pensi che Roma la indirizza ad un barbaro!

[341] LIBERATO, diacono di Cartagine, nel _Breviar._, c. 21.

[342] Ciò desumo dalle _Var._, lib. X, 13: _quod praesentiam vestram expetivimus, non vexationis injuriam.... tractavimus. Certe munus est, videre principem_, etc.

[343] Così traduco, perocchè sieno da intendersi i Goti sotto nome di _gentis_. — _Numquid vos nova gentis facies ulla deterruit? Cur expavistis, quos parentes hactenus nominastis? Var._, lib. X, 14.

[344] _Var._, lib. X, 13. _Sed ne ipsa remedia in aliqua parte viderentur austera, cum res poposcerit aliquos ad nos praecipimus evocari: ut nec Roma suis civibus enudetur, et nostra concilia viris prudentibus adjuventur._

[345] È il seguente passo importante che leggesi nelle _Var._, lib. X, 18: _quos tamen locis aptis praecipimus immorari: ut foris sit armata defensio, intus vobis tranquilla civilitas_; e più in là: _defensio vos obsidet, ne manus inimica circumdet_.

[346] ANAST., _Vita s. Agapeti_: e di questa ambasceria si trae notizia anche dalle _Var._, lib. XII, 20. Gravi difficoltà si sollevano soltanto intorno alla cronologia.

[347] _Var._, lib. XII, 20. Cassiodoro ordinava agli _arcarii_, Tommaso e Pietro, di restituire al tesoro del san Pietro gli arredi avuti in pegno, e ne dava lode alla liberalità del Re. Il Principe ariano non reputava che fosse necessario di dare al Pontefice suo legato la moneta necessaria alle spese di viaggio. — È prezzo dell’opera che si leggano le lettere di pace che Teodato e Gudelinda, moglie di lui, indirizzavano a Giustiniano ed a Teodora: la loro viltà muove schifo oggidì ancora nell’animo del leggitore.

[348] PROCOPIO riporta le lettere di Teodato e di Giustiniano, le quali sono ambidue degne di nota.

[349] πόλιν τὲ μικρὰν οἰκοῦμεν, diceva il napoletano Stefano a Belisario. Procopio dà una bella descrizione del saccheggio e della presa di Napoli, ma egli mitiga il racconto delle stragi avvenute dopo la sua caduta.

[350] Γότθοις δὲ ὅσοις ἀμφί τὲ Ῥώμη καὶ τὰ ἐκείνη χωρία. PROCOP., _De bello Goth._, I, 11.

[351]

_qua limite noto_ _Appia longarum teritur regina viarum._ STATIUS, _Silv._, II, 2, v. 11.

[352] _De bello Goth._, I, 44.

[353] Procopio dice chiaramente che la Via Appia si stendeva fino a Capua; eppure quella strada continuava fino a Brindisi. Si consulti la profonda dissertazione del NIBBY (_Delle vie degli antichi_) che forma la maggior parte del volume IV dell’opera del NARDINI.

[354] L’_Itinerarium Antonini_ fa menzione delle seguenti Stazioni della Via Appia: _Ariciam M. P. XVI. — Tres Tabernas M. P. XVII. — Appi Forum M. P. XVIII. — Terracinam M. P. XVIII. — Fundos M. P. XVI. — Formiam M. P. XIII. — Minturnas M. P. IX. — Capuam M. P. XXVI_. — Ai tempi di Teodorico esistevano sulle strade principali le poste già istituite dagli Imperatori, come si pare dalle _Var._, lib. I, 29; V, 5. Ed erano emanate leggi a vietare il malo trattamento ai cavalli, che è pure onta degl’Italiani d’oggidì.

[355] Intorno a Regeta ed al canale, si consulti il Capo XII della _Descrizione della Campagna romana_ del WESTPHAL, tedesco dei nostri tempi erudito negli studî topografici, il quale, simile ad un guerriero d’animo fervente nella sua missione, moriva sopra una strada di Sicilia. — Procopio, parlando di Terracina fa menzione del capo di Circe e della sua figura onde appare simile ad isola: io penso con dolcissima ricordanza al momento in cui da Astura godei della vista di quel promontorio.

[356] ἔς ἔδαφος τὲ ὕπτιον ἀνακλίνας ὥσπερ ἱερειόν τὶ ἔθυσεν. PROCOP., I, 11.

[357] _Universis Gothis Vitiges Rex. Var._, lib. X, 31.

[358] _Var._, lib. X, 32, 33, 34.

[359] La Via Latina, a cagione della contrada ch’essa percorreva tra i monti Volsci e gli Abruzzesi, era la più bella strada della Campania. Innanzi a porta Capena essa si staccava dalla Via Appia, e passando da porta Latina, si stendeva al di sotto di Anagni, di Ferentino, di Frosino, e, traghettato il Liri, giungeva a Capua dopo di avere riunite a sè la Via Labicana e la Via Prenestina. Per uno spazio di nove miglia dalla porta è oggidì affatto distrutta: più in là se ne scoprono alcuni avanzi.

[360] Vedonsi oggidì ancora i begli avanzi della porta Asinaria, presso porta san Giovanni. Una via laterale che si volgeva a diritta conduceva dalla porta alla grande Via Latina.

[361] MARCELL. COMES dice che la Città fu presa dai Barbari sotto il consolato di Basilisco e di Armato (anno 476): essa fu ripresa nell’anno 536: se si creda ad EVAGRIO, addì 9 di Dicembre (Vedi Cardin. NORIS, _Dissertatio Histor. de Synodo quinta_, p. 54. Patavii 1673).

[362] Il GIBBON fu indotto in errore da Procopio allorchè dice, che i Goti passassero da ponte Milvio. Il Greco non iscambia in questo passo soltanto (I, c. 17) il Tevere per l’Anio. Ma siccome Vitige, lasciato Narni da un lato, passava da Sabina, egli si pare ch’egli movesse sulla sponda sinistra del Tevere e lo traghettasse da ponte Salaro.

[363] PROCOP., _De bello Goth._, 18. I Greci, dic’egli, chiamavano il cavallo Phalion, i Goti Balan.

[364] Così spiego la frase: ἔς τίνα γεώλυφον. È il territorio montuoso su cui s’alzano oggi la Villa Borghese e la Villa Poniatowsky, e che si stende fino all’_Aqua Acetosa_.

[365] Βανδαλάριος: ancora nel medio evo i Romani usavano del nome di _Banderario_.

[366] Nessuna dubbiezza s’eleva sulle prime tre porte: la Nomentana fu fatta abbattere da Pio IV che vi eresse invece la porta Pia. È controverso se le porte Tiburtina e Prenestina, corrispondano alle odierne porte di san Lorenzo e Maggiore: i Topografi hanno avviluppata questa ricerca in un labirinto di ipotesi.

[367] PROCOP., _De bello Goth._, I, c. 19, dice: τήν τε Αὐρηλίαν (ἤ νῦν Πέτρου ecc.) καὶ τὴν ὑπὲρ τὸν ποταμὸν Τίβεριν, donde si pare manifestamente che porta Aurelia era al di qua del ponte. A c. 18, egli aveva già fatta menzione della porta Transteverina: ἤ ὑπὲρ ποταμὸν Τίβεριν Παγκρατίου ἀνδρὸς ἁγίου ἐπώνυμος οὖσα. Già prima del tempo di Procopio la costumanza cristiana del popolo aveva private dell’antico nome le porte di Roma, appellandole da quello delle basiliche erette in vicinanza. Me ne persuade la _Cosmographia_ del così detto AETHICUS (ed. GRONOV., _Lugdun._, 1696), che appartiene agli ultimi tempi dello Impero. Egli chiama già: _divi Apostoli Petri portam_, e dice: _intra Ostiensem portam quae est divi Pauli Apostoli_ (p. 40, 41).

[368] τραγῳδοὺς καὶ μίμους καὶ ναύτας λωποδύτας: bel rimprovero in bocca d’un rozzo duce goto di nome Vacis. Leggesi in PROCOP., I, c. 18.

[369] Io numerava jeri cinque molini natanti sul Tevere tra ponte Sisto e il ponte dell’isola Cestia. Il FABRETTI (_de aquis et aquaed._, diss. III, p. 170) mosse un’acuta critica a Belisario ed a questi molini, dimostrando le ragioni del danno che recano. Io posso narrare che nella primavera dell’anno 1856, in una piena impetuosa del fiume, un molino era trascinato contro il ponte Cestio e ne recava grave danneggiamento al parapetto.

[370] Il NARDINI (II, p. 17) afferma che il luogo ove fu dato l’assalto e dove era il Vivario fosse in vicinanza all’Anfiteatro castrense, accosto a porta Maggiore. Il NIEBUHR invece (in BUNSEN, I, 658) difende l’opinione del PIALE contro il NIBBY, sostenendo cioè che all’antica porta Prenestina corrisponda oggidì porta san Lorenzo. Egli ne trae argomento dal fatto, che FLAMINIO VACCA dà nome di Prenestina ad una via che parte di porta san Lorenzo. Ed io trovo che FLAMINIO determini porta san Lorenzo per l’antica Prenestina, avvegnachè egli narri (n. 15 delle _Memorie_), che presso a porta san Lorenzo furono rinvenute parecchie urne sepolcrali gotiche, e dica di aver letto che in quel luogo i Goti avevano tocca una grave sconfitta. Le notizie date dai Romani di quei tempi che s’appoggiavano alla tradizione, mi sembrano meritevoli di fede. Primo di tutti l’Anonimo di Einsiedeln determinò che porta Maggiore fosse l’antica Prenestina.

[371] PROCOP., I, 23. A cagione di questa credenza, egli aggiunge, quel muro è lasciato anche oggidì nella sua condizione antica senza restauro. — Non v’ha dubbio che il Muro Torto corrisponda all’antico _Murus ruptus:_ il Padre ESCHINARDI (_Dell’agro Romano_, p. 286) accoglie la giusta opinione che fosse così malconcio per opera di un terremoto. Pio IX fè restaurare bellamente le mura che s’alzano sotto monte Pincio, ma il Muro Torto non fu tocco.

[372] La porta Janiculense è già da Procopio appellata Pancraziana, ma nel secolo IX l’Anonimo di Einsiedeln la chiamava Aurelia dal nome dell’antica via. Egli dice: _a Porta Aurelia usque Tiberim_, etc.

[373] Il BUNSEN dice che il diametro della torre fosse di 329 palmi, e la periferia di 1033 palmi: la base deve essere stata alta 15. Dopo la descrizione di Procopio è importante quella che ne dà, quantunque si abbandoni a fantasticherie, il canonico PIETRO MALLIO nella sua _Hist. Bas. s. Petri_, c. 7, n. 131, che trovasi nei Bollandisti, _Acta ss. Junii_, T. VII, p. 50. — Il LABACCO, il PIRANESI, l’HIRT, il CANINA, nelle loro investigazioni danno soltanto delle belle dipinture. La storia del Castello fu scritta dal FEA, _Sulle rovine di Roma_; dal DONATO, _Roma vetus ac recens_, IV, c. 7, e dal VISCONTI, _Città e famiglie antiche_, Sec. II, p. 220, _sq._ — Quest’ultimo avrebbe dovuto giustificare la sua asserzione priva di fondamento che Alarico saccheggiasse il mausoleo e distruggesse l’urna sepolcrale di Adriano. Avrò spesse volte occasione di tornare a discorrere di questo sepolcro, della memoria di Adriano nel medio evo: e mi converrà annodare la narrazione delle sorti di quell’edificio ai tempi che è mio cómpito di descrivere.

[374] Ecco nell’originale questo passo importante di PROCOPIO, I, 22: τοῦτον δὴ τὸν τάφον οἴ παλαιοὶ ἄνθρωποι (ἐδόκει γὰρ τῇ πόλει ἐπιτείχισμα εἶναι), τειχίσμασι δύο ἔς αὐτὸν ὑπὸ τοῦ περιβόλου διήκουσι μέρος εἶναι τοῦ τείχους πεποίηνται.

[375] Il FEA (p. 385) accoglie senza fondamento opinione che Teodorico comprendesse il sepolcro di Adriano entro le fortificazioni. TEODORICO DI NIEM (_De Schism. Papistico_, lib. III, c. 10, p. 63) dice che a’ tempi di Ottone il grande, il Castello _carcer Theodorici vocabatur_. — Esso è chiamato: _Domus Theodorici_ dall’Annalista SAXO, ad ann. 998.

[376] Il PANVINIO (_Resp. Rom._, C., p. 113, _sq._) afferma erroneamente che s’alzassero mura nel Borgo, alle quali si unissero le due muraglie di congiunzione. Anche l’ALVERI (_Roma in ogni stato_, II, p. 114) pone la porta Aurelia presso il portico del san Pietro. Il NARDINI, I, p. 90, ammette che esistesse la congiunzione delle mura col sepolcro. Ma tutte queste cose sono involte in tanta oscurità nel racconto di Procopio, che mettono a disperazione gli Archeologi. Cfr. BECKER, I, p. 196, e NIBBY, _Mura di Roma_, c. VII.

[377] L’Anonimo di Einsiedeln appella tutt’insieme questa porta, la mole di Adriano e la sua fortezza col nome di _porta sancti Petri in Hadrianeo_, e ne enumera 6 torri, 164 _propugnacula_ ossia parapetti, 14 grandi feritoie e 19 feritoie minori. Procopio non fa cenno di questa porta; ma egli s’è dimenticato di parlare del ponte, ed appena è che si ricordi del fiume. Egli non parla neppure del ponte trionfale, perchè esso era già distrutto.

[378] PROCOP., I, 22. Dovremo farne ancora menzione parlando di Adriano I. Nel medio evo tutto il borgo aveva nome di _Porticus_ o _Portica s. Petri_.

[379] Allorquando, a’ tempi di Alessandro VI e di Urbano VIII, si tramutò interamente il mausoleo in castello, negli escavi delle fosse si rinvenne il celebre Fauno dormente guasto da parecchie mutilazioni, ed il busto colossale di Adriano. — Narra Tacito che Sabino, fratello di Vespasiano, difese sè stesso sul Clivo Capitolino dai Vitelliani, dietro un paratio formato di statue: _Sabinus — revulsas undique statuas, decora Majorum, in ipso aditu vice muri objecisset_ (_Hist._, III, 71). È questo il primo esempio di vandalismo di simil genere, e lo compierono Romani antichi.

[380] Le canzoni che i Goti cantavano innanzi a Roma, morirono sventuratamente col loro popolo. Una sola di quelle avrebbe ai dì nostri inestimabile pregio.

[381] PROCOPIO (I, 24) esprime quella profezia colle parole: ἦν τὲ υἴοιμεν ζὲ καὶ ιβένυω, καὶ κατένησι γῤ σοενιπιήυ ἔτι σὸ πιαπίετα. Egli opina però che gli oracoli sibillini trovassero conferma e spiegazione soltanto dall’esito degli avvenimenti. Non mi fu dato di ricavare notizie dai frammenti degli oracoli sibillini dell’OPSOPEO, che a pag. 483 riporta il passo antedetto.

[382] PROCOP., I, 25: ἔχει δὲ τὸν τεὼν ἐν τῇ ἀγορᾷ πρὸ τοῦ βουλευτηρίου ὀλίγον ὑπερβάντι τὰ τρία φᾶτα. οὖτω γὰρ Ῥωμαῖοι τὰς μοίρας νενομίκασι καλεῖν.

[383] Tale spiegazione è data dietro un passo di Plinio (34, 5) da CARLO SACHSE: _Gesch. und Beschr. der alten Stadt Rom._, Hann., 1824, I, p. 700, n. 775. — Lo segue il BUNSEN, III, 2, p. 120. — Il NIBBY (nelle sue annotazioni al NARDINI, II, p. 216, il quale ne dà una spiegazione poco soddisfacente) determina giustamente che il tempio di Giano fosse collocato presso il _Secretarium_ del Senato. Il Giano Gemino era in origine la porta Januale che aprivasi nelle mura antiche della Città. Se ne vede la figura sopra una moneta coniata ai tempi di Nerone coll’iscrizione: _S. C. Pace Pr. Terra Mariq. Parta. Janum. Clausit_. L’antica costumanza romana si svela sotto altra forma in Roma cristiana, nell’usanza di aprire e di chiudere le porte sacre di alcune basiliche in occasione del Giubileo.

[384] Ne trovo conferma in un antico litografo romano del secolo V (Tom. III, _Classicor. Auctor. e Vat. Cod._, editi dal cardinal MAI, _Mythographus_, I, p. 40). Dopo di aver dato spiegazione «_de tribus furiis vel Eumenidibus_» prosegue:

110. _de tribus fatis_.

_Tria fata etiam Plutoni destinant. Haec quoque destinant. Haec quoque Parcae dictae fer antiphrasin, quod nulli parcant. Clotho colum bajulat, Lachesis trahit, Atropos occat. Clotho graece, latine dicitur evocatio; Lachesis, sors; Atropos, sine ordine._

[385] I due inni furono letti dal NIEBUHR in un manoscritto della biblioteca Vaticana, e furono da lui publicati nel _Rhein_. _Mus._, III, p. 7, 8. Egli ne riferisce l’origine agli ultimi tempi dello Impero. La glossa _de tribus fatis_ riportata di sopra si accorda mirabilmente col primo inno. Essa contiene l’istessa frase: _Clotho colum bajulat_, ed io credo che, se non ne sia autore lo stesso Mitografo, sieno almeno ambedue scritture dello stesso tempo, del secolo V. — L’inno mondano sembra che fosse indiritto ad una statua di Venere: nel verso «_Furis ingenio non sentias dolum_» credo di vedere espresso il timore di predoni di statue, ed imagino che fosse un inno di duolo che un Romano volgesse ad un simulacro suo diletto. Assai oscura è l’ultima strofa. Del resto eranvi Pagani ai tempi ancora di Teodorico (_Edictum Theodorici Regis_ CVIII, nelle _Op_. CASSIODORI). Nè havvi dubbio che fossero alcuni Pagani anche in Roma, quando pure il tentativo di aprire le porte del tempio di Giano possa essere stata opera di alcuni giovani, la cui fantasia fosse accesa di rimembranze dalla pugna combattuta.

[386] στρατιώτας τε καὶ ἰδιώτας ξυνέμιξε. Egli è questo il titolo onorevole accordato ai Romani. PROCOP., I, 24.

[387] Sonavansi alcuni organi sulle mura. Doveva essere uno spettacolo meraviglioso. Nè saranno mancati inni con rimembranze antiche cantati dalle genti di guardia. — Nell’anno 924 quando il popolo di Modena vegliava in armi contro gli Ungheri assalitori, i cittadini cantavano un loro bell’inno in buon latino:

_O tu, qui servas armis ista moenia_ _Noli dormire, moneo, sed vigila._ _Dum Hector vigil extitit in Troja_ _Non eam cepit fraudulenta Graecia_ ec.

MURATORI, _Dissert._ 40, e OZANAM, _Docum. inédits_ etc., p. 68, 69. La purezza della lingua induce a credere che quell’inno sia assai antico, e nel ritmo e nel suono è simile ai due canti del NIEBUHR.

[388] Il testo di ANASTAS., _Vita s. Silverii_ narra con ingenuo discorso: _Et ingresso Silverio cum Vigilio solo in Manseolum, ubi Antonina patricia jacebat in lecto, et Belisarius patricius sedebat ad pedes ejus_ etc.

[389] LIBERATUS DIAC., nel _Breviar._, c. 22, narra distesamente la storia di Silverio. Egli racconta che la morte di lui avvenisse in Palmarola (secondo altri in Ponza) e che ne fosse reo Vigilio. Intorno alla Cronologia si consulti il JAFFÉ, _Regesta Pontif. Rom._, p. 75, 76.

[390] Il NIBBY (_della Via Portuense e dell’antica città di Porto_, Roma, 1827) ha sul porto dei Romani un erudito lavoro che io ho seguito. Si consulti anche il suo _Viaggio di Ostia_, e le ricerche del FEA e del RASI, intorno al porto di Ostia e di Fiumicino.

[391] Così ne scrive l’appellato AETHICUS (ed. Gronov., p. 41): _Insula vero, quae facit intra urbis portum et Ostiam civitatem, tantae viriditatis amoenitatisque est, ut neque aestivis mensibus neque hyemalibus pasturae admirabiles herbas dehabeat. Ita autem vernali tempore rosa, vel caeteris floribus adimpletur, ut prae nimietate sui odoris et floris insula ipsa Libanus almae Veneris nuncupetur_.

[392] Quest’importante descrizione di Ostia e di Porto è data da PROCOPIO, I, c. 26. Giova consultare CASSIODORO, _Var._, lib. VII, 9. _La Tor’ Bovaccina_, che è una torre del medio evo la quale s’alza sulla sponda del fiume, determina oggidì l’estremo confine dell’antica Ostia. Tutto il territorio è una regione selvaggia e deserta, di stile grandioso, che inondata dalle acque induce tristezza nell’animo. — Si veda anche CLUVER, _Ital. Antiqua_, III, p. 870, _sq._

[393] Procopio narra che durante l’assedio si dessero sessantanove combattimenti.

[394] I nomi di quegli acquedotti non ci furono conservati da Procopio. Dalle carte del FABRETTI, _De Aquis et Aquaed._, Tav. I, si pare che ivi potessero incontrarsi l’acquedotto Claudio ed il Marcio.

[395] Il san Paolo non era allora peranco difeso dalla fortezza che vi fu eretta soltanto nel secolo IX. PROCOP., II, 4: ἐνταῦθα ὀχύρωμα μὲν οὐδαμῆ ἔστι, στοά δέ τὶς ἄχρι ἔς τὸν νεὼν διήκουσα ἔκ τῆς πόλεως, ὄλλαι τὲ πολλαὶ οἰκοδομίαι ἁπ’ αὐτῶν οὗσαι οὔκ ἒυφοδον ποιοῦσι τὸν χῶρον.

[396] Esiste un Editto di Teodorico in 154 articoli, che è un cattivo riassunto degli ordinamenti legislativi romani, come narra il SAVIGNY.

[397] La Cronologia di Procopio è inesatta nella parte che riguarda il secondo ed il terzo anno della guerra. Laddove secondo il suo computo dovrebbe accogliersi il dato della primavera ossia dell’Aprile dell’anno 535, è manifesto che Vitige partisse nella primavera del 538, ossia dopo la fine del terzo anno della guerra. Il cardinal NORIS (_Dissert. hist. de Syn._ V, p. 54) rimprovera a Procopio di aver confuso insieme il secondo col terzo anno di guerra: io trovo però che dopo il terzo anno egli si restituisce nell’esattezza coi suoi computi.

[398] Il MURATORI sostiene con sana opinione contro il PAGI che questo avvenimento succedesse verso la fine dell’anno 539. _Annal._, ad ann. 340. — _Dissert._ 32.

[399] ANASTAS., _Vita Vigilii_. — Il MABILLON (_Iter. Ital._, III, p. 77) vide nel Museo Landi in Roma, nell’anno 1685, uno scudo votivo in bronzo di Belisario, _Vitigem regem supplicem exhibens_.

[400] Il cognome di Totila era Baduela, come si pare anche dalle monete coll’iscrizione: D. N. BADUILA REX, e come lo chiamano anche la _Histor. Misc._ e Giornande. — Anastasio scrive Badua o Badiulla.

[401] _Multa mala facis, multa fecisti, jam ab iniquitate compescere. Equidem mare transiturus es, Romam ingressurus, novem annis regnabis, decimo morieris. Hist. Misc._, XVI, p. 458, e _Annal. Benedict._, nel MABILLON, ad ann. 541, T. I, p. 97.

[402] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 26.

[403] Gravi difficoltà s’incontrano nella cronologia, poichè il continuatore della Cronica di MARCELL. COM., sembra accogliere l’anno 544 per la caduta di Napoli. Ma il MURATORI sostiene invece che avvenisse nel 543, e anche il PAGI afferma che Totila in quest’anno movesse contro Roma.

[404] PROCOP., III, 9.

[405] PROCOP., III, 10.

[406] Nella cronologia io seguo il MURATORI, il PAGI e PROCOPIO, nè mi vi sconforta il cardinal NORIS (_Dissert. Hist. de Syn._ V, p. 54). PROCOPIO narra che Roma fosse cinta d’assedio nell’undecimo anno della guerra (quindi 545-546). Il GIBBON pone il Maggio dell’anno 546, ma non riesce a dimostrare che avvenisse in quel mese. Il BARONIO, sulla fede del continuatore di Marcellino, di Mario Aventic. e di Teofanio, accoglie l’anno 547, ma il MURATORI ne combatte l’opinione.

[407] Ricavo questa notizia dal _Dial._ III, c. 5, di S. GREGORIO dove dice di Totila: _Ad locum, qui ab octavo hujus urbis milliario Merulis dicitur, ubi tunc ipse cum exercitu sedebat_. Oggidì ancora quel luogo ha nome di _Campo di Merlo_. Narra Gregorio che Totila vi avesse fatto venire Cerbonio vescovo di _Populonium_, il quale aveva celati alcuni soldati greci, e che poi in uno spettacolo (probabilmente dopo la presa di Roma) lo avesse dato in balia di un orso, il quale vi passò innanzi sprezzandolo.

[408] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 1, e LIBERAT. DIACON., _Breviar._, c. 22.

[409] Dovevano essere condannati Teodoro di Mopsuestia, i libri di Teodoreto di Ciro contro i XII Capitoli di san Cirillo, e una lettera di Iba di Edessa.

[410] ANASTAS., _Vita Vigilii_.

[411] ANASTAS., _in Vigilio: videntes Romani, quod movisset navis, in qua sedebat Vigilius, tunc populus coepit post eum jactare lapides, fustes et cacabos, et dicere: fames tua tecum, mortalitas tua tecum: male fecisti cum Romanis, male invenias ubicumque vadis_. Avvenimento straordinario, a cui fu somigliante come copia a originale l’altro succeduto ai tempi di Eugenio IV, novecento anni più tardi. Ne dubitano il BARONIO, il PAGI, il MURATORI, non già il PLATINA. È impossibile al Cronista di trovare notizie delle circostanze particolari del fatto. Si paragoni anche la _Vita Vigilii ex_ AMALRICO AUGERIO (MURATORI, _Script._, III, 2, p. 51).

[412] _Continuat. Marcell. Com._, ad ann. 547: _Totila dolo Isaurorum ingreditur Romam die XVI Kal. Januarii_. — ANAST., _in Vigilio_, afferma che i Goti penetrassero per porta san Paolo (tuttavia Procopio è testimonio che merita fede maggiore): _Die autem tertiadecima introivi in civitatem Romanam indict. 14 per portam s. Pauli_; e questo deesi riferire alla seconda presa di Roma al tempo di Totila. — Gli argomenti pei quali il cardinal NORIS, p. 54, afferma che Roma cadesse nell’anno 547, sono a ragione rifiutati dal MURATORI e dal PAGI. Le narrazioni dei Cronisti sono di molto discordi: così, secondo i _Fragm._ CUSPINIANI, Totila avrebbe distrutte le mura di Roma soltanto nell’anno 548.

[413] Questo tratto di umanità è narrato da ANAST., _in Vigilio: tota enim nocte fecit buccina clangi, usque dum cunctus populus fugeret, aut per ecclesias se celaret, ne gladio Romani vitam finirent._

[414] Anastasio ricorda i nomi di tre patrizi, Cetego, Albino e Basilio, che altra fiata avevano tenuto il consolato. Flavio Basilio juniore era stato l’ultimo console nell’anno 541. Gli anni seguenti furono segnati dal loro numero _post consulatum Basilii_.

[415] PROCOP., III, 20.

[416] _Ingressus autem Rex habitavit cum Romanis quasi pater cum filiis._ ANASTAS., _in Vigilio_. — E Procopio ne lo loda, III, 20, verso la fine: μέγα τὲ κλέος ἐπὶ σωφροσύνῃ ἔκ τούτου τοῦ ἔργου Τωτίλας ἔσχε.

[417] ὑπὲρ ἀνδρῶν ἐπταικότων τὲ καὶ δεδυστυχηκότων παραιτούμενος. PROCOP., III, 21.

[418] PROCOP., III, 22. — Non può mettersi in dubbio che la parte delle mura, che si stende fra porta Prenestina e porta Pinciana, non sia stata allora demolita. In quel tratto le mura sono oggidì le più deboli, e vi si vedono restaurazioni operate nell’età di mezzo.

[419] Il savio MURATORI, _Annal._, ad ann. 546, dice: _laonde gli passò così barbara voglia, se pure mai l’ebbe_.

[420] PROCOP., III, 22.

[421] Il Continuatore di MARC. COM., ad ann. 547, dice: _ac evertit muros, domus aliquantas igni comburens, ac omnes Romanorum res in praedam accepit_. — PROCOP., IV, 22: ἐπεὶ ἐμπρήσας αὐτῆς πολλὰ ἔτυχεν, ἄλλως τε καὶ ὑπὲρ Τίβεριν ποταμόν. — IV, 33: ἐτύγχανε δὲ Τωτίλας πολλὰς μὲν ἐμπρησάμενος τῆς πόλεως οἰκοδομίας.

[422] LEONARDO ARETINO (morto nell’anno 1444) scrisse bellamente una storia della guerra gotica sulle orme di Procopio, intitolata: _De bello Italico adv. Gothos_, lib. IV, che trovasi in appendice al Zosimo dell’edizione di Basilea. Quel passo degno di nota leggesi verso la fine del libro III, p. 333. — Le favole intorno alla rovina di Roma, e particolarmente sulla distruzione degli obelischi operata da Totila, sono narrate da due scrittori che trattarono degli obelischi della Città, dal MERCATI (_Degli obelischi di Roma_, 1589) e dal BANDINI (_De Obelisco Caes. Aug._, 1750) che giura sulla fede del primo. Ecco un esempio del loro senno critico: GIORNANDE (_De regni success._, MURAT., _Script._, I, p. 242) dice: _omniumque urbium munimenta_ (baluardi) _destruens_, ed il MERCATI legge _monumenta_ (monumenti!). Tuttavia ancor più degno di biasimo è il BANDINI, il quale scriveva nel tempo in cui un discendente dei Goti, il WINCKELMANN, dava ai Romani insegnamenti sull’arte dell’antichità, ed illustrava la storia dei loro monumenti.

[423] S. GREGOR., _Dialog._ II, c. 15: _Roma a gentibus non exterminabitur, sed tempestatibus, coruscis, turbinibus ac terrae motu fatigata, marcescet in semetipsa_. Questa profezia, dice il Pontefice, si compiè alla lettera; e questo detto mentre da un lato discolpa i Barbari dall’accusa, è prova del decadimento di Roma nel quale noi la vedremo più tardi precipitare ogni dì più.

[424] Vuolsi che Algido fosse situato ov’è oggidì il castello dell’Aglio, le cui rovine coronano la sommità di un monte in vicinanza di Rocca Priora. Ma l’Algido di Procopio doveva essere posto altrove, imperocchè come mai i Goti accampati sopra un monte della terra d’Albano avrebbero potuto operare contro Porto? Il Nibby propone che sia da leggere _Alsium_ ch’è l’odierno Palo. Vedasi la sua _Analisi della Carta_ ec., I, p. 129.

[425] JORNAND. (_De regni success._, MURAT., _Script._, I, p. 242) dice energicamente: _Cunctos Senatores nudatos, demolita Roma(!), Campaniae terra transmutat_.

[426] Il Continuatore di MARCELL. COM., dice: _Post quam devastationem XL aut amplius dies Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi hominum, nisi bestiae morarentur_. — PROCOP., III, 22: ἔν Ῥώμῃ ἅνθρωπον οὐδένα ἐάσας, ἀλλ’ ἔρημον ἀυτὴν τὸ παράπαν ἀπολιπών.

[427] Per desiderio ardente di tornarsene alla città nativa, τῆς τὲ ὲν Ῥώμῃ οἰκήσεως ἐπιθυμίᾳ dice PROCOPIO, III, 24: ed è passione, anzi malattia antica degli uomini.

[428] A queste macchine dette τρίβολοι il GIBBON dà a torto descrizione di trabocchetti: meglio il MURATORI le spiega per cavalli di Frisia. Il DUCANGE nel suo _Glossar._, reputa che _tribulus_ sia lo stesso che _trabuchetum_, macchina che scaglia sassi, locchè qui non può accogliersi. Egli non cita il passo che si riferisce al punto di storia di cui trattiamo, ma egli conosce la macchina da una descrizione di VEGETIUS, 3, c. 24.

[429] PROCOP., III, 37.

[430] PROCOPIO (III, 24), per vero dire, parla soltanto dei ponti del Tevere, e dice, che il solo ponte Milvio non sia stato distrutto, perchè era vicino alla Città. Tuttavia possiamo persuaderci di leggieri che fossero i ponti sull’Anio quelli che Totila distrusse, poichè questo fiume interrompe la via che mena a Tivoli. Egli tagliò ponte Salaro, ponte Nomentano, ed anche ponte Mammolo, ma naturalmente non già ponte Lucano che stava al di sotto di Tivoli.

[431] ALBERTO CASSIO, il quale con somma diligenza compilò una storia degli acquedotti di Roma, accoglie questa opinione. Vedi il suo _Corso delle acque antiche_, Roma 1756, T. I, n. 28, p. 260. Infatti un’iscrizione mutilata, di cui leggesi una parte che dice: _Belisarius. Adquisivit. Anno. D_..., fu rinvenuta sopra un’arcata dell’acquedotto presso il lago Sabbatino nelle vicinanze di Vicarello. Appresso mi sarà data occasione di confortare quest’opinione colla testimonianza ricavata da un passo del _Liber Pontif., Vita Honor._, che il Cassio sembra non aver avuto sott’occhio.

[432] ANASTAS., _in Vigilio: in qua scripsit victorias suas_. E qui è da prendersi nel significato del greco γράφειν, non già in quello più comune di _scribere_. — Alcune iscrizioni sepolcrali del tempo di Belisario che trovansi in Roma, sono preziose per la Storia. Il MURATORI nel _Nov. Thes. Vet. Inscr._, p. 1852, n. 12, ne dà quella di uno _Spatharius domini Patricii Belisar._; ed io mi feci mostrare dai monaci di san Pancrazio in Via Aurelia i frammenti dell’iscrizione funeraria di un tintore che il MARINI riporta nelle annotazioni ai suoi _Pap. Dipl._, p. 251, n. 28.

[433] καὶ πανταχόθι τῆς πόλεως σῖτον ἐντὸς τοῦ περιβόλου σπείρας: passo preziosissimo che vale a dipingerci le condizioni di Roma a quel tempo. PROCOP., III, 36.

[434] La ricordanza del luogo ov’era situato questo campo deve essersi conservata a lungo. Io credo di trovarne vestigio in un registro di amministrazione ecclesiastica in cui vien fatto cenno di una _massa_ situata _juxta campum Barbaricum ex corpore patrimon. Appiae._ (_Collect._ DEUSDEDIT che trovasi nella _Breve Istor. del dom. Temp._ del BORGIA a pag. 12, nei documenti).

[435] PROCOP., IV, 21.

[436] Non v’ha alcun dubbio che il foro boario ne avesse nome; infatti OVIDIO (_Fastor._, 6, v. 478) dice: _area quae posito de bove nomen habet_. E vedansi TACIT., _Annal._, 12, c. 24; PLIN., II, 34, ai quali richiamò la mia attenzione il NARDINI, _Roma Ant._, II, p. 257. — Dagli undici epigrammi di Ausonio sulla vacca di Mirone traggo i due versi:

_Quid me, taure, paras, specie deceptus, inire?_ _Non sum ego Minoae machina Pasiphae._

L’Antologia greca contiene trentasei epigrammi. — Il WINCKELMANN (_Gesch. der Kunst des Altert._, IV, vol. 9, c. 2, nota 372) è indotto dal passo succitato di Procopio ad accogliere l’opinione che la vacca di Mirone fosse allora in Roma: il FEA, che tradusse l’opera, si associa all’opinione di lui.

[437] CASSIODORO (_Var._, lib. X, 30) ne prende argomento a parlare con loquacità infantile intorno alla natura degli elefanti.

[438] PROCOP., _Histor. Arcana_, c. 8: ἐπὶ τῆς εἶς τὸ καπετώλιον φερούσης ἀνόδου ἔν δεξιᾷ ἔκ τῆς ἀγορᾶς ἐνταῦθα ἱόντι. Dalla descrizione di Stazio (_Silv._, I, v. 66) la statua equestre si sarebbe eretta tra la basilica Giulia e la Emilia; avrebbe avuto a tergo il tempio di Vespasiano e della Concordia, e di fronte il _Lacus Curtius_. È certo dunque che si alzava nel luogo ove stava più tardi la colonna di Foca. — Il NIBBY opina che al tempo in cui fu compilata la _Notitia_, alla statua equestre di Domiziano si desse nome di _Caballus Constantini_ (Vedi _Roma Ant._, p. 138). Difficilmente essa sarebbe sfuggita allo sguardo di Procopio se avesse ancora esistito.

[439] Ho già citato il passo di Procopio, IV, 22.

[440] Νεώσοικος significa _Navale_. Io ho già dichiarato ove fossero probabilmente situati i _Navalia_, ma la espressione di Procopio ἔν μέσῃ τῇ πόλει involge in gravi difficoltà.

[441] Procopio vide nell’isola di Corcira la nave di marmo in cui Ulisse navigò ad Itaca, ma vi lesse l’iscrizione che diceva essere essa un dono votivo offerto a Giove Casio. In Eubea egli vide la nave offerta in dono votivo da Agamennone e ne reca la iscrizione mutilata (_De bello Goth._, IV, 22). In Roma stessa egli avrà veduti parecchi di quei vascelli votivi in marmo: ed oggidì uno ancora ne rimane, sul monte Celio, innanzi alla chiesa di santa Maria in Navicella. Esso è però la copia di uno antico, eseguita ai tempi di Leone X.

[442] PROCOP., IV, 33: τειχίσματι βραχεῖ ὀλίγην τινὰ τῆς πόλεως μοῖραν ἀμφὶ τὸν Ἀδριανοῦ περιβαλὼν τάφον καὶ αὐτὸ τῷ προτέρῳ τείχει ἐνάψας φρουρίου κετεστήσατο σχῆμα.

[443] πολλοὶ τῶν ἀπὸ τῆς ξυγκλήτου βουλῆς dice chiaramente Procopio (IV, 34).

[444] Procopio (ibid.) parla di trecento giovinetti delle città d’Italia: τῶν ἔκ πόλεως ἑκάστης δοκίμων Ῥωμαίων τοὺς παῖδας ἀγείρας. Questo passo venne franteso dal CURTIUS (_De Senatu Rom._, p. 142), il quale reputa che quei giovinetti condotti in ostaggio fossero figli di Senatori romani. All’istesso errore fu indotto RUGGIERO WILLIAMS, nel suo eccellente scritto intitolato: _Roma dal secolo V al secolo VIII_, edito nella _Gazzetta delle Scienze istoriche_ dello SCHMIDT, II, dispensa 2, pag. 141. Del pari egli erra allorchè narra che Totila abbia formalmente soppresso il Senato, indi l’abbia riposto in autorità: non ve n’ha il menomo cenno in Procopio. Totila condusse in cattività i Senatori, e più tardi ne richiamò alcuni nella Città.

[445] Anche nei tempi successivi avrò sempre riguardo alla storia del Senato. Dopo di aver consultati tutti gli scrittori di storia che io mi conosca, intorno a questa curiosa ricerca, trovai che quell’opinione è pienamente accolta e confermata da CARLO HEGEL nella profonda sua opera intitolata: _Storia della costituzione delle città italiane_, Vol. I, V. — E per dirla in breve, il Senato romano si estinse colla distruzione del regno dei Goti: _Deinde paullatim Romanus defecit Senatus, et post Romanorum libertas cum triumpho sublata est. A Basilii namque tempore Consulatum agentis usque ad Narsetem Patricium provinciales Romani usque ad nihilum redacti sunt_. Così AGNELLO, biografo dei Vescovi di Ravenna, T. II, _Vita s. Petri Senior._, c. 3.

[446] L’antica colonia romana di Nepi o Nepet (Νὲπα in Procopio) è un piccolo luogo posto presso a Civita Castellana. Più tardi ci avverrà di trovarla seggio di _Duces_. WILLIAM GELL (_The Topography of Rome and its Vicinity_) vuole riconoscervi alcuni avanzi di una fortezza gota; e ciò richiede un occhio acuto assai. — Pietra Pertusa è situata sulla Via Flaminia a dieci miglia di distanza da Roma. Dopochè i Longobardi l’ebbero distrutta, ne rimase il nome ad un casale. Vedi il WESTPHAL, p. 135. — Intorno ai nomi ed alle posizioni si consulti il CLUVER, _Ital. ant._, II, p. 529.

[447] Αὐτὸς δὲ Ῥώμην διακοσμῶν αὐτοῦ ἔμεινε. PROCOP., IV, 34.

[448] Qui Procopio pone fine alla sua inestimabile storia della guerra gotica, dopo di avere con pochi cenni detto che i Greci (ai quali egli dà sempre nome di Ῥωμαῖοι) s’erano impadroniti di Cuma e di tutte le altre fortezze. Aligerno con somma bravura difese per un intiero anno Cuma e la grotta della Sibilla.

[449] JORNAND., _De reb. Get._, c. 5: _Unde et pene omnibus barbaris Gothi sapientiores semper extiterunt, Graecisque pene consimiles_. È prezzo dell’opera che si legga la celebre lettera di Sisebuto re dei Visigoti ad Adelvaldo re de’ Longobardi in cui quegli celebra l’eroica indole degli uomini germanici: _Genus inclitum, inclita forma, ingenita virtus, naturalis prudentia, elegantia morum_. Trovasi nel TROYA, _Cod. Dipl. Long._, I, p. 571, tratta dal FLOREZ, _España Sagrada_, VII, 321-328.

[450] Si legga la _Historia Arcana_, c. 6 e seg., nella quale Procopio pone alla berlina Giustiniano, dipingendolo uomo malvagio, doppio, ingannatore, avaro, sanguinario, tracciandone l’imagine sul modello del ritratto di Domiziano. Procopio vi fa seguire (c. 9) la descrizione infamante di Teodora, la quale potrebbe sembrare esagerata anche al libertino più sperimentato. Si consultino le annotazioni erudite dell’ALEMANNUS a quei passi.

[451] MURATORI, _Annal. d’Italia_, ad ann. 555. Si veda anche il sano giudizio che ne reca il LA FARINA nella sua _Storia d’Italia_, I, p. 61 e seg.

[452] FLAMINIO VACCA vi narrava con fedele semplicità ciò ch’egli aveva veduto trarre dagli escavi eseguiti al tempo suo. Egli raccoglieva le sue pregevoli osservazioni intorno a parecchi monumenti antichi per incarico di Anastasio Simonetti antiquario di Perugia. Quelle memorie furono edite dal FEA nella _Miscellan._, Tom. I, e dal NIBBY in appendice alla _Roma Antica_ del NARDINI, sotto il titolo: _Memorie di varie antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma, scritte da_ FLAMINIO VACCA _nell’anno 1594_.

[453] Intorno ai forami dei monumenti di Roma scrissero parecchi Archeologi. Il SUARES, vescovo di Vaisson, nell’anno 1651, dedicava a queste ricerche un suo scritto intitolato: _Diatriba de foraminibus lapidum in priscis aedificiis_, nel quale egli pone sette ipotesi senza decidere quale meriti maggior fede. Egli propone: 1.º che i Barbari nel loro furore, non potendo demolire da capo a fondo i monumenti, vi recassero il guasto: 2.º che i monumenti ricevessero danneggiamento dalle case costruitevi sopra, oppure: 3.º dai serragli fatti nei rivolgimenti: 4.º dall’avidità di strapparne gli arpioni di metallo: 5.º dagli escavi fatti a ricercarvi tesori: 6.º dall’uso dei loro materiali adoperati alla costruzione di fortezze: 7.º dalla erezione di botteghe sovrapposte al Colosseo. — Si veda inoltre l’eccellente opera del MARANGONI, _Delle Memorie sacre e profane dell’Anfiteatro romano_, Roma 1747, p. 47 e seg. — Il FEA, _Sulle rovine di Roma antica_, p. 276, 277, parla con senno dell’impossibilità che i forami fossero tutti fatti dai Barbari. Il VACCA con ingenuità dice: _tutti bucati all’usanza de’ Goti, per rubarne le spranghe_ ecc. Io credo che forami per la maggior parte avessero origine dallo strappamento degli arpioni nei tempi di penuria di metallo.

[454] FLAMINIO VACCA, n. 17.

[455] FLAMINIO VACCA, n. 81.

[456] FLAMINIO VACCA, n. 103. Non è determinato quale fosse quest’arco: forse sarà stato quello di Settimio Severo.

[457] AGATHIAS, ch’è lo scipito e prolisso continuatore di Procopio, dà una compiuta descrizione di questa battaglia: _Historiar._, II, c. 4 e seg. (ed. Bonn.). Si legga anche PAUL. DIACON., _De gest. Longob._, II, c. 2. — Reca stupore che la Cronica di MARIO AVENTIC. disgiunga di sette anni i tempi di Bucelino da quelli di Leutari.

[458] SIGON., _De Occid. Imp._, p. 553.

[459] AGATHIAS, II, c. 13: ἔς Κάμψας τὸ φρούριον. Il MURATORI accoglie opinione che fosse il castello di Compsa, ch’è l’odierno Consa, antico borgo del territorio Arpinate di cui si può cercare notizia nel CLUVER, _Ital. ant._, IV, p. 1204. — Colla presa di Compsa, cessa Agatia di fare parola intorno ai Goti. Da parecchi scrittori si pare che Narsete non cacciasse d’Italia gli ultimi Goti, ma ch’eglino continuassero a dimorare presso le sponde del Po. Si fa ancor cenno di un goto Guidino, il quale, coll’ajuto dei Franchi, si sollevava in Verona ed in Brescia contro Narsete. Si consultino PAUL. DIAC., II, 2, THEOPHAN., _Chronogr._, p. 201, MENANDER, _Excerpta_, p. 133, (quest’ultimo parla però soltanto di Franchi). — Il MURATORI s’industria a dimostrare che questa sollevazione avvenisse nell’anno 563.

[460] SIGON., _De occid. Imp._, p. 556.

[461] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 18.

[462] _Pragmatica Sanctio Justiniani Imper._, nel _Corpus Juris civ._ di GOTOFREDO, T. II, Parigi 1628, fra le _Novellae Constit._ nell’Appendice, p. 684 e seg. La Sanzione Prammatica fu emanata nell’anno vigesimottavo di regno di Giustiniano, agli idi di Agosto, e fu indiritta ad Antioco, prefetto d’Italia.

[463] _Quae beatissimo Papae vel amplissimo senatui nostro pietas in praesenti contradidit._

[464] La _Pragm. Sanctio_ al § 12, dispone espressamente in riguardo ai giudici della provincia: _Ab episcopis et primatibus uniuscujusque regionis idoneos eligendos_. Di questi argomenti importanti tratta con somma chiarezza CARLO HEGEL, pag. 126.

[465] Il passo di _Iohann. Lydus, de Magistr._, III, c. 55, che dice: τῇ δὲ Ῥώμῃ τὰ Ῥώμης ἀπέσωσεν mi sembra un giuoco di frase.

[466] _Viros etiam gloriosissimos ac magnificos Senatores ad nostrum accedere comitatum volentes_ etc. (_Sanct. Pragm._, c. 27).

[467] _Vel foro aut portui Romano._ — Che qui per foro non si abbia a intendere che il mercato del pane e delle grasce, sembrami che si deva ricavare dalla sua connessione con _portus_.

[468] ANASTAS., _in Vigilio_, ed il continuatore di MARCELL. COM., dicono che la morte del Papa avvenisse nell’anno 554. Il PAGI a miglior ragione la pone all’anno 555.

[469] _Multitudo religiosorum et sapientium nobilium._ ANASTAS., _in Pelagio_.

[470] La lettera di Adriano si legge tra gli Atti del secondo Concilio di Nicea nel LABBÉ, Tom. VIII, p. 1591. Il Pontefice vi novera le chiese di Roma che erano principalmente adorne di musaici, e, dopo di aver tenuto discorso del san Silvestro, del san Marco, della basilica di Giulio, del san Lorenzo in Damaso, della santa Maria (Maggiore) e del san Paolo, dice della basilica dei santi Apostoli: _Mirae magnitudinis ecclesiam apostolorum a solo aedificantes historias diversam tam in musivo quam in variis coloribus cum sacris pingentes imaginibus_.

[471] Si fa seguace di questa opinione anche ANDREA FULVIO, _Ant. Rom._, V, là ove parla delle chiese cristiane. Il VOLATERRANO, protonotario e vicario della basilica dei santi Apostoli, descrisse la chiesa nell’anno 1454, ed il MARTINELLI (_Roma ex ethn. sacra_, p. 64 e seg.), ne trasse lo scritto dal _Cod. Vat._, 5560. Il VOLATERRANO vide la chiesa antica e lesse sull’abside i versi seguenti:

_Pelagius coepit, complevit Papa Ioannes_ _Unum opus amborum par micat et meritum._

[472] Il VOLATERRANO nel MARTINELLI.

[473] Il GALLETTI (_Del Primicerio_ ec., n. LXI, p. 323, nel FEA, _Sulle rovine di Roma_, p. 355, nota D) dà il documento tratto dall’Archivio di santa Maria in Via Lata dell’anno 1162. A quello io mi riporto.

[474] Trovasene la copia stampata perfettamente nel MARINI, _Papir. Diplom._, N. I. — Le appellazioni topografiche appartengono indubbiamente al tempo dei _Mirabilia_ e dell’_Ordo Romanus Benedicti_.

[475] _Pragm. Sanctio_, c. 25.

[476] _Imperante D. N. Piissimo ac Triumphali semper Justiniano P. P. Augusto Ann. XXXVIIII. Narses Vir gloriosissimus ex praepositus Sacri palatii ex cons. atque patricius post victoriam Gothicam ipsis eorum regibus celeritate mirabili conflictu publico superatis atque prostratis libertate urbis Romae ac totius Italiae restituta pontem viae Salariae usque ad aquam a nefandissimo Totila tyranno destructum purgato fluminis alveo in meliorem statum quam quondam fuerat renovavit._

[477] GRUTER, p 161. Vedi che rimanga delle opere dei mortali! Questi unici monumenti di Narsete più non sono: caddero nell’Anio quando i Napoletani, nella loro ritirata da Roma nell’anno 1798, distrussero il ponte. — Il padre ESCHINARDI (_Dell’Agro romano_, p. 324) accoglie opinione che Narsete riedificasse anche il ponte Nomentano sull’Anio. La Cronica di MARIO AVENT. narra che Narsete restaurasse _Mediolanum_, ed aggiunge _vel reliquas civitates, quas Gothi destruxerant, laudabiliter reparatas_ etc.

[478] PAUL. DIACON., III, c. 12, e la _Histor. Miscell._, XVII, p. 112, dicono che il tesoro fosse trovato a Costantinopoli. Ambedue attinsero quella leggenda da GREGORIO DI TOURS, V, 20.

[479] PAUL. DIACON., II, c. 5.

[480] La fonte donde trae il suo racconto PAOLO DIACONO è ANASTAS., _in Joh.: Tunc Romani invidia ducti suggesserunt Justino Augusto et Sophiae Augustae, dicentes: Quia expedierat Romanis, Gothis potius servire quam Graecis, ubi eunuchus nobis fortiter imperat, et servire male nos subjicit_.

[481] Ciò si pare dagli scritti di AGNELLUS, _Lib. Pontif._ (_seu vitae Pontif. ravennatium._ Ediz. di Modena, 1708), Tom. II, _Vita s. Agnelli_, p. 127: _Tertio vero anno Justini minoris Imperatoris, Narsis Patricius de Ravenna evocitatus, egressus est cum divitiis omnibus Italiae, et fuit Rector XVI annis_ etc. E MARIO AVENTICENSE denota quest’epoca: _ann. 2 cons. Justini Jun. August. Indict. I, che corrisponde all’ann. I, post Cons._

[482] Narra il SISMONDI che aranci di Salerno (_multimoda pomorum genera_) fossero mandati 500 anni più tardi dai primi avventurieri Normandi ai loro fratelli di Normandia, per far loro conoscere la beatitudine d’eliso della terra che era ferace di quelle frutta.

[483] Era una parte dei cimitero di Pretestato nella Via Appia. Vedi la _Roma sotterranea_, III, c. 17, p. 190. Nei cimiteri delle chiese di Roma, presso alle basiliche s’alzavano anche abitazioni pei cherici.

[484] ANASTAS., _in Johanne_, e PAUL. DIACON., II, c. 11.

[485] AGNELLUS, _Vita s. Petri Senioris_, II, p. 178; _Italiae in palatio quievit:_ è il palazzo dei Cesari in Roma. — HORATIUS BLANCUS nell’annotazione al lib. II, c. 11 di PAOLO DIACONO vuole che sia da leggere Costantinopoli a vece di Italia.

[486] ANASTASIO dice che Narsete morisse nell’anno in cui usciva di vita Giovanni, che, secondo i computi del PAGI e del MURATORI, sarebbe il 573. Questa notizia non si associa a quello che fu per noi fin qui detto. L’opinione del BARONIO che Narsete morisse in Costantinopoli, ha origine per ciò che egli scambiò l’Eunuco con un altro Narsete di cui cantò un cattivo Poeta CORIPPO (_De laudibus Justini_, II), come dimostra il PAGI. Anche il CEDRENO ne fu indotto a confusione. Si può consultare BENEDICT. BACCHINI, _Dissert. II, ad cap. III vitae s. Agnelli_, che trovasi nell’AGNELLUS RAVENN., II, p. 146.

[487] Gli argomenti del BARONIO sono combattuti dal PAGI e dal MURATORI. Quest’ultimo è il più assennato. Il tradimento di Narsete è affermato chiaramente dal SIGONIO, _De Regno Ital._, I, p. 6. La celebre Cronica anteriore all’Editto di re Rotari (c. 7), lo dice a chiare note (_Edicta Reg. Longobard._, ed. BAUDI A VESME, Torino, 1855), e quel fatto è narrato similmente in HERM. CONTRACT., _Chron._, ad ann. 567, in ADONIS, _Chron._, ad ann. 564. — Il SAINT MARC, I, p. 157 e seg., rifiuta quella narrazione dicendola una leggenda, e vi si associa lo ZANETTI, _Del regno dei Longobardi_, I, c. 12 e seg. Lo SCHLOSSER, _Stor. univers._, I, 81, è incerto.

[488] GIANNONE, III, c. 5.

[489] PANCIROLI, _Comm. in Notit. Imper. Occid._, p. 116. — PAOLO DIAC., II, c. 14 e seg., enumera dieciotto province e ne assegna i confini: _Venetia, Liguria_, le due Rezie, _Alpes Cottiae, Tuscia, Campania, Lucania_ o _Bruttia_. Come nona provincia descrive quella dell’Apennino che egli separa dalle Alpi Cozie. Indi novera _Aemilia, Flaminia, Picenum, Valeria_ e _Nursia, Samnium_. La decimaquinta provincia compone di _Apulia, Calabria_ e _Salentum_; decimasesta è _Sicilia_; decimasettima _Corsica_; decimottava _Sardinia_.

[490] Il SAVIGNY nella sua _Storia del diritto Romano nel medio evo_, I, c. 6, p. 339, prende argomento da questa separazione a dimostrare che «gli ordinamenti interni d’Italia continuano invariati anche al dì d’oggi».

[491] Il GIANNONE con poca profondità di giudizio segue in quest’opinione ciò che dice superficialmente il BLONDO, _Historiar. Dec. I_, c. 8, p. 102.

[492] CESARE BALBO, _Stor. d’Italia_, I, c. 3, p. 18.

[493] A dimostrarlo giova S. GREGOR., _Epist._ 27, lib. XII, Ind. 7, dove è discorso di Venanzio nipote di Opilio patrizio, il quale, non possedendo titoli, voleva comperare per trenta libbre d’oro le _chartae exconsolatus_, e instava affinchè il Pontefice lo raccomandasse alla corte di Bisanzio.

[494] MENANDER, _Excerpt._, p. 126: διὸ δὴ καὶ ἔκ τῆς συγγκλήτου βουλῆς τῆς πρεσβυτέρας Ῥώμης — πεμφθέντων τινῶν.

[495] BLOND., _Histor. ab inclinat. Rom._, Doc. I, lib. 8, p. 102: _sed a Duce Graeculo homine, quem Exarchus ex Ravenna mittebat, res Romana per multa tempora administrata est_. E si vedano le confutazioni opposte dal saggio GIOVANNI BARRETTA, _Tabula chronogr. Medii aevi: Ducatus Rom._, n. 105.

[496] _Liber Diurnus Rom. Pont._, ed. JOH. GARNER nella _Nova Collectio_ dell’HOFFMANN, T. II. — Il compilatore di quel formulario, di cui si servirono i Pontefici fino al sec. nono, è sconosciuto. Il tempo in cui fu composto cade tra l’anno 685 ed il 752. Tra i formulari delle lettere indiritte all’Imperatore, all’Imperatrice, al Patrizio, all’Esarca, al Console, al Re, ai Patriarchi, non havvene alcuno per il Duce di Roma. Ciò fu già notato da RUGGIERO WILLIAMS.

[497] Io feci studio diligente delle Biografie dei Papi di quei tempi, ed esaminando parola per parola trovai, che il primo passo in cui si parli del Duce è nella _Vita Constantini_, n. 176: _Petrus quidam pro ducato Romanae urbis_. In tutto il sec. VII è taciuto affatto del Senato e del titolo di Senatore.

[498] ANAST., _in Conone: quod et demandavit suis judicibus, quos Romae ordinavit et direxit ad disponendam civitatem_. Il WILLIAMS è biasimato da C. HEGEL (I, pag. 226), perchè non tenne conto di questo passo, onde fu indotto a dire: che l’Esarca probabilmente non avrà reputato prezzo dell’opera di mandare un officiale a Roma, città che era divenuta di tanto lieve importanza.

[499] Alcune delle correzioni qui raccolte per tutti e tre i Volumi, furono proposte dal chiarissimo Autore, che attese alla revisione di questi registri. (N. del T.)

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 553 sono state riportate nel testo.

La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da una barra.