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parte i popoli schivi di servaggio tanto li contrastano che o rottili

tra le balze, o sommersili nell’acque, li riducono contro lor voglia a declinare. L’impero ottomano, fondato e mantenuto da’ conquistatori, condotto nel secolo decimoquinto all’altezza di Costantinopoli, non era nel decimosesto nè decrepito nè corrotto; ma in quella vece florido di giovanil vigoria, per terra e per mare potentissimo, e geloso mantenitore degli ordini civili e religiosi onde era salito a tanta potenza. Ciò non pertanto in quel torno medesimo di tempo e quando vagheggiava maggiori conquiste, cominciò ad abbassarsi: donde è forza concludere che nell’ultimo modo, e per violenza di esterna percossa fosse da altri condotto a rovinare.

Nel vero, dopo avere allargalo il suo dominio in tanta parte dell’Asia, sottomesso l’Egitto, resa l’Africa tributaria, divorate molte provincie di Europa, e postosi rimpetto a noi sulle marine della Grecia, oppresso i popoli vicini, e sempre minacciato i lontani in quel modo che negli altri miei libri ho raccontato, finalmente venne a provarsi in guerra contro l’Italia sul confine dei mari Jonio, Adriatico, e Tirreno ove è Malta. Nell’assedio della quale gli invasori intendevano a procedere e i difensori a respingere: gli uni e gli altri commossi alla estrema prova della difesa e dell’offesa. E quivi medesimo sul mare aveva a decidersi la grande tenzone; e mettersi, o levarsi il limite delle invasioni; siccome non guari dopo successe a Lepanto, ove il dito di san Pio e il braccio degli Italiani segnarono da lungi il nostro trionfo ed il loro confine. E quantunque la memorabile giornata, in quel luogo combattuta e vinta, non producesse la caduta repentina dell’imperio ottomano sotto la violenta percossa, tuttavia ferillo di piaga insanabile, e lo ridusse per lenta consumazione alla moderna impotenza. Perchè, toltogli quivi il dominio del mare ed ogni possibilità in questa parte di venire avanti, nè potendo per le condizioni delle umane cose fermarsi, fu da quel colpo medesimo ridotto a declinare. Perciò la battaglia di Lepanto, verso la quale mi affretto, se non fu allora quanto avrebbe dovuto e potuto essere feconda di grandi successi, neanche fu sterile nel procedimento del tempo: perchè al postutto là si decisero le sorti dell’impero ottomano, dell’Italia, e di tutta l’Europa. La storia di questo grande successo io prendo a svolgere in tre libri: nel primo dei quali metterò il principio della lega, e la guerra di Cipro; nel secondo la sanzione dell’alleanza, e la grande battaglia di Lepanto; nel terzo le conseguenze della medesima, e lo scioglimento della lega. Il mio dire è tutto sopra i preziosi manoscritti privati e pubblici di Roma, massime sopra i codici dell’Archivio Colonnese e Vaticano: nell’uno e nell’altro dei quali Marcantonio ha lasciato arcane e importantissime memorie di questi fatti. Ed io tanto più volontieri ne seguo le traccie, in quanto che mi è avviso che, dopo quello che è stato già scritto dai Veneziani e dagli Spagnuoli, dopo le accuse e ricriminazioni loro, potrà la storia decidere in favor dei primi; e avvantaggiarsi di ciò che risulta dai documenti romani, sin ora sconosciuti.

[1570.]

Quando i generosi della cristianità fremevano ripensando all’assedio di Malta ed ai pericoli corsi poc’anzi dall’Italia, allora per opera di san Carlo Borromeo veniva dagli elettori messo sulla cattedra del Vaticano quel Pio V che, insieme ad una vita di santi ed immaculati costumi, portava in cima de’ suoi pensieri il gran disegno di francare una volta l’Italia e la Cristianità dagl’insulti dei barbari, e coll’armi riunite dei principi cristiani conquiderli per sempre. E l’occasione che egli cercava gli venne appunto dalla perfidia loro: perchè Selim, novello imperadore dei Turchi, assunto all’imperio l’anno 1567, dopo aver confermata con solenne giuramento la pace che Soliman suo padre e tutta casa sua da più tempo avevano con la repubblica di Venezia, cominciò a macchinare di torle ad ogni modo il regno di Cipro: come luogo opportuno a mantenergli il dominio sui paesi usurpati dai suoi maggiori, ed a fargli strada per novelle conquiste. E celando il mal talento sotto simulate dimostrazioni di amicizia, tanto si contenne, sinchè levatisi in arme i Mori di Granata, impigliato il re Cattolico con quella ed altre guerre, e bruciato gran’parte d’arsenale in Venezia, gli parve tempo di spiegare il suo disegno. Chiamato per tanto Marcantonio Barbaro ambasciadore dei Veneziani, fece con lui gran richiamo delle scorrerie dei Cavalieri di Malta contro ai sudditi ottomani, e del ricetto e della protezione che i Maltesi trovavano nell’Isola di Cipro: e il richiese che per sicurezza sua gli si dovesse cedere quel regno; altrimenti lo torrebbe per forza.

E di ciò parendogli essersi anche troppo scoperto, e che non dovesse indugiare più oltre a spingere innanzi con tutto il calore la sua pretensione, fece ai tredici di gennaio del mille cinquecento settanta sequestrare le navi dei Veneziani che alla fede dei trattati nel suo imperio trafficavano, chiudere i passi ai mercadanti, sostenere l’ambasciadore, e sciogliere il freno ai confinanti di Dalmazia perchè molestassero in terra, ed ai corsari levantini perchè in mare travagliassero le cose della Repubblica. La quale a un tempo e per tanti modi offesa grandemente si commosse: e senza piegare l’animo invitto nè alle lusinghe fraudolenti nè alle minaccie terribili di così grande imperadore, anzichè cedere in balía di Turchi un regno cristiano, risposero: Esser turpissima cosa per Selim, senza alcuna nuova cagione nè vera nè verisimile, rompere quella pace che essi per tanti anni avevano gelosamente custodita, ed egli medesimo poc’anzi con giuramento confermata; possedere la Repubblica per giusto titolo il regno di Cipro; averla Selim e gli altri imperadori sempre riconosciuta padrona di quello: lo difenderebbe come cosa propria da chiunque fosse ardito assalirlo: e Iddio, giustissimo giudice dimostrerebbe cogli effetti a favor loro quanto gli ardimenti dei rapaci e degli spergiuri siangli malgraditi. Così, rotte le pratiche, con grand’animo presero i Veneziani a far le provvisioni della guerra, talchè di presente la città fu piena di armi e in gran movimento al porto e all’arsenale, scrivere fanti e cavalli, trovar denaro e provvigioni, varar navi e galere, armarle, fornirle, spingerle a Cipro, rimontar l’artiglierie, munir le fortezze, dare a Girolamo Zane il comando dell’armata, a Sforza Pallavicino dell’esercito, chieder soccorso ai principi, e prima d’ogni altro al Papa, furono opere di tanta prestezza che quasi a un tempo il Turco assaltava Cipro e il Leone di San Marco spiegava l’artiglio per difenderlo: e col ruggito di giusta indignazione chiamava all’armi la Cristianità.

II. — Quando il Papa ebbe inteso dall’ambasciadore di Venezia quel che i Turchi ardivano, e quel che il Senato da lui richiedeva, si dolse prima grandemente del travaglio che pativano i diletti suoi figli, e poi levando al cielo le mani, si rallegrò che gli avesse Iddio ottimo massimo messo innanzi l’occasione tanto da lui desiderata di stringere per così giusta causa ed urgente necessità i principi cristiani ad una lega vigorosa, che sola poteva salvare l’Italia e l’Europa dalla crudeltà e insaziabile cupidigia dei Turchi, e ricuperare le altre provincie ove tante migliaja di fedeli, sotto il giogo di spietata tirannide, servile e misera vita menavano: affinchè gli uni e gli altri liberati dalle mani dei nemici potessero senza timore servire a Lui.[1] E quantunque si trovasse egli allora smunto di danaro, pure volendo prima d’ogni altro dare l’esempio, come colui che per vera virtù e per santo zelo di religione procedeva, applicò l’animo non solo a trovar grosse somme, e spedir nunzi e brevi pressantissimi alla corte di Spagna e agli altri principi, ma anche a soccorre i Veneziani con un’armata navale: affinchè la lega avesse principio, questi si confortassero, quelli si commovessero, e tutti il seguissero. E perchè la cosa riuscisse a buon termine prese semplice e sicuro partito; avere un uomo capace, dargli ogni potere, e lasciarlo fare.

[11 giugno 1570.]

E senza riguardare alle passate condizioni politiche della guerra di Campagna, nè alle ostilità di Marcantonio Colonna in tempo di Paolo IV, tanta fiducia pose nell’altissimo valore e nella virtù di quel campione incomparabile del sangue romano, già lungamente provato nelle guerre di terra e di mare, che avutolo seco a stretto e segreto colloquio non dubitò, sebbene molti principi d’Italia e qualche grande di Spagna ambissero quell’onore, di prescegliere lui medesimo per suo capitan generale, e fornirlo di tutti i poteri con piena balía di governar quella impresa, siccome si fa manifesto per la lettera in forma di breve a lui diritta in questa sentenza.[2]

«Al diletto figliuolo, nobil uomo, Marcantonio Colonna, barone romano, prefetto e capitan generale dell’armata nostra e della Sede apostolica contro Turchi. Pio Papa V. Diletto figliuolo, nobil uomo, salute ed apostolica benedizione. — Dovendosi in questi difficili e pericolosi tempi trascegliere un prefetto all’armata nostra di mare, per opporla ai Turchi, i quali apertamente combattono dura ed aspra guerra contro i Veneziani, e contro tutto il Cristianesimo, affinchè congiunte tutte le forze nostre, più facilmente si possa respingere l’impeto del furente nemico, gli occhi dell’anima nostra, figlio carissimo, alla nobiltà tua tra tutti gli altri tuoi pari si sono rivolti; perchè fermamente speriamo nel nome della nobilissima tua casata e nella tua virtù, prudenza, fede e nella lunga pratica delle cose militari poterci al tutto sicuri riposare. Per tanto nel nome di Dio onnipotente, a difesa della santa Chiesa ed a tutela della Cristiana repubblica, noi per autorità apostolica e tenore delle presenti, sempre che durerà il beneplacito nostro e della predetta Sede, ti eleggiamo, creiamo, costituiamo, e deputiamo capitan generale e prefetto di tutta la navale armata nostra e della stessa Sede contro i Turchi, con tutte e singole facoltà, giurisdizioni, preminenze, prerogative, onori, e pesi soliti e consueti; similmente con lo stipendio mensile per te di scudi seicento di giulj dieci, e con la provvisione ordinaria di dodici eletti militi, chiamati volgarmente lancespezzate, e di più venticinque alabardieri per la guardia del tuo corpo. Al tempo stesso comandiamo a qualunque capitano, padrone, ufficiale, soldato e persone delle nostre galere e navi, sotto le pene da infliggersi ad arbitrio nostro, e puranco tuo, che con il debito onore ed ossequio ricevendoti tengan con te, i tuoi comandamenti senza alcun indugio od eccezione eseguiscano, ed ogni tuo volere in tal guisa facciano come se noi medesimi avessimo comandato. Tu dunque, figliuolo, così ti diporterai, e l’ufficio volenterosamente da noi conferito eseguirai, che l’opere tue pienamente rispondano a quanto noi e tutti pubblicamente da te ci aspettiamo. Nel che tu farai cosa grata primamente a Dio, la cui causa ora si tratta; e poi al nostro desiderio sommamente soddisfarai: donde te ne verrà dall’istesso Iddio il premio di felice e perenne vita e da noi senza alcun dubbio la lode e la giusta commendazione delle egregie opere da te fatte. Dato a Roma, presso San Pietro sotto l’anello piscatorio, a dì 11 giugno 1570, del nostro pontificato anno quinto.»

Marcantonio Colonna, duca di Paliano, scritto alla nobiltà di Venezia, feudatario del re di Spagna, e gran contestabile della corona di Napoli, era nei trentacinque anni,[3] quando per questo breve gli fu conferito il generalato del mare. Egli alto e svelto della persona, calvo in sin da giovanetto, gran fronte, viso lungo, occhi grandi, aspetto serio, tinte calde, lunghi mustacchi, portamento nobilissimo; grande intelligenza, raro valore, e cuor magnanimo: provveduto in ogni sua cosa, efficace nel discorso, e insieme di maniere tanto affabili e dignitose quanto non si disconverrebbero ad un sovrano. Sin dalla prima gioventù aveva seguita, al paro de’ suoi maggiori, la via delle armi; e si era mostrato non solo prode condottiero di fanti e cavalli, come tutti sanno, ma anche valente capitano di mare. Aveva tenuto tre galere sue proprie, la Capitana, la Colonna e la Fenice, navigato con quelle in Spagna e in Africa, fatta la impresa del Pegnone, ed altre onorate navigazioni che pur gli storici ricordano, e i documenti della sua casa ampiamente descrivono.[4] Fatto capitan generale dell’armata romana, e posto in mezzo tra gli Spagnuoli e i Veneziani, ebbe sempre l’animo non ai propri interessi, ma al pubblico bene di tutti: ed al particolare eziandio di ciascuna delle potenze confederate. Dai contemporanei toccò quella mercede che sempre è riserbata a chi ha a fare tra le discordie di più padroni, e la invidia di molti servi. Il giorno stesso undici di giugno, vestito di tutt’arme e accompagnato da una splendida cavalcata di grandi ufficiali e baroni romani, andò nella cappella papale, ove cantata la messa dello Spirito Santo, e dato il giuramento, ricevette dalle mani stesse di san Pio le insegne del comando e lo stendardo della lega, che aveva sul fondo di damasco rosso l’imagine di nostro Signore Crocifisso, quelle dei santi apostoli Pietro e Paolo, e in alto a grandi caratteri scritto il motto celebre per le memorie del passato e per il presagio dell’avvenire: Tu vincerai con questo segno.[5] Dopo di che, ricondotto dagli amici assembrati sotto il fatal gonfalone al suo palagio, e ricevute quivi le congratulazioni della corte e le pubbliche feste che per la città di Roma con molti fuochi e spari e suoni in simili circostanze solevano farsi, rivolse tutti i suoi pensieri a ben condurre l’impresa.

III. — Non avendo Marcantonio nè tempo nè modo da costruire, come avrebbe desiderato, il suo naviglio, posto nella urgente necessità della guerra imminente, pensò cavare dodici corpi ignudi di galere da Venezia,[6] e quelli rivestire, ed armare di tutto punto in Ancona. Prima però di andar colà, si ordinò in Roma di tutto che facesse a proposito dell’armamento: e secondo il mandato del Pontefice e l’uso di quel tempo, spedì le patenti ai capitani che dovevano comandare sopra l’armata, cominciando da Fabio Santacroce, al quale scrisse in questi termini:[7] «Marcantonio Colonna duca di Paliano, e capitan generale di sua Santità. Avendosi a provvedere dei capitani delle galere di sua Beatitudine al nostro general governo commesse nella istante impresa contro infedeli, et conoscendo il valore et meriti del molto honorato signore Fabio Santa Croce, nobile romano, gli diamo il carico per la presente di una di dette galere, deputandolo capitano di quella: con autorità, e facoltà di armarla, comandarla, e provvederla come conviene alla qualità sua, et confidiamo che esso signore farà per servitio di sua Santità. Comandiamo però che per tale sia riconosciuto favorito, et obbedito da chi appartiene, non si facendo il contrario per quanto si ha cara la gratia di Sua Santità et nostra. Dato a Roma il dì 11 giugno 1570.»

Prima però che fosse spedita questa patente, già Fabio viaggiava in diligenza verso Venezia per aver dal Senato quei corpi di galere e condurli in Ancona, portando seco calde raccomandazioni ai Governatori della Marca e della Romagna che il favorissero nell’assoldare i marinari; ed ordine ai tesorieri acciò lo provvedessero del danaro.[8] Fabio nel suo rapido passaggio, lasciando ovunque istruzioni ed uomini da ciò, faceva scrivere i comiti o capi delle ciurme, gli scrivani, i piloti, le maestranze, i bombardieri, e i marinari.[9] Al tempo stesso le comunità vuotavano le carceri di tutti i condannati e scrivevano volontarj per metterli al remo, ove erano poscia dagli stessi comuni senza aggravio dello Stato come prima mantenuti.

[15 giugno 1570.]

Appresso a Fabio ordinò Marcantonio gli altri capitani a comandar le galere, e le patenti di ciascuno pose ne’ suoi registri: donde mi piace cavarne quella che ebbe Domenico de’ Massimi, del quale dovrò più volte ragionare.[10] «Marcantonio Colonna ec.

»Essendo piaciuto a sua Beatitudine servirsi di noi in quest’impresa contro infedeli con darci il carico delle galere et fanterie che sopra quelle hanno da militare, et convenendo al servitio di sua Santità et alla fede che di noi ha mostrato in questa importante occasione come al debito et riputatione nostra, haver persone di sapere et di valore, havemo pregato l’illustrissimo signor Domenico de Massimi, conte di Cicigliano, che volesse accettare l’infrascritto carico che per sua comodità et per potersi nell’occasione mostrare gli avemo dato: et trovato in detto signore corrispondente desiderio verso il servitio di sua Santità et amor nostro, li concedemo in vigore della facoltà nostra il governo di una di dette galere che appresso per nostro ordine gli sarà consegnata, et una di dette compagnie da poter nominare il capitano di essa et ispedirgliene patente con tutte le provvisioni, paghe, stipendi, gaggi et emolumenti che si sogliono pagar dai ministri di sua Santità e da quelli che a ciò saranno deputati. Dunque potrà il detto signore quanto prima fare allestire detta compagnia per eseguire l’ordine nostro; volendo, e comandando che nella sua galera sia da ognuno come la persona nostra obedito, et da ciascuno conforme al suo merito honorato per quanto si ha caro la gratia di sua Santità et nostra. In Roma a dì 12 di giugno 1570.» Al modo stesso Marcantonio chiamò seco il fior dei prodi tra la romana nobiltà a comandar le sue galere; e questi furono Orazio Orsini, Pompeo Colonna, Prospero Colonna, Muzio Frangipani, il cavalier Malaguzzi, Domenico de’ Massimi, Manlio Baglioni, Alessandro Ferretti, Gianluigi Giorgi, il cavalier Gaspare Bruni e Cencio Capizucchi. E perchè tra quei signori non avesse a nascere controversia fece imborsare i nomi loro da una parte, e quelli delle galere dall’altra, e cavarli per dare a ciascuno la sua secondo che gliene venisse la sorte, salvo quello della capitana, che dovendo essere di speciale fiducia, e vivere sempre vicino al generale, non per fortuna ma di sua elezione vi condusse Cencio Capizucchi.[11] Per la levata delle fanterie destinò in varie parti i quartieri ove dovessero raccogliersi: e spedì le patenti a dodici capitani, già provati in molte guerre. Per ordine suo il capitan Dario Nelli assembrò la compagnia a Castelfidardo, Gianvincenzo Valignani a Santelpidio, Filippangelo Boccaurati a suo piacimento, Flaminio Zambeccari a Montemilone, Cornelio Buongiovanni a Montolmo, Sante Ranucci al Sirolo, Francesco Lodi a Macerata, Guido Tromba a Fano, Camillo Perinelli a Jesi, Alessandro Ferretti a Recanati, Cencio Capizucchi a Filottrano, Prospero Colonna a Cingoli: essendosi questi ultimi tre per la loro grande riputazione messi non solo a reggere le galere, ma anche a levar le fanterie.

Finalmente chiamato per uditor generale nelle questioni di diritto l’eccellentissimo dottor Fabrizio Villani, per commissario generale della Camera apostolica sulle spese monsignor Paolo Francesco Baglioni, per segretario privato il Gallo di Osimo, e capo di tutti i bombardieri, il celebre architetto Iacopo Fontana d’Ancona,[12] scrisse il ruolo dei gentiluomini e venturieri di sua compagnia in una nota ove fan di sè bella mostra i nomi più chiari che per nobiltà di sangue e militar virtù allora onorassero le nostre contrade. La qual nota per giusta retribuzione di lode ai nominali e di onore alle famiglie e città loro io stimo doversi pubblicare.[13] Ecco a verbo a verbo il catalogo dei gentiluomini venturieri che si raccolsero intorno alla persona di Marcantonio Colonna. «Il signor Biagio Capozzuccha alfiere, Giovanni Orsello da Tolentino sergente, Cesare da Bologna tamburo, il signor Francesco Orsini de la Scarpa, il cavalier Navarino, signor Girolamo Mariotti da Fano, signor Alberico Alberici, signor Fabio Piccolomini, signor Ferrante Davila, signor Annibale degli Oddi, signor Iacopo Frangipane, il marchese Malaspina, signor Pirro Passerini, signor Pier Giovanni Spinelli, signor Giulio Gabrielli romano, signor Camillo Accoramboni, signor Francesco Nari, signor Alfonso Cambi, signor Camillo Fracastoro, signor Cesare Pagani, signor Lucio Colonna, signor Giulio Timotelli, Orazio Corona romano, Hieronimo Signorini da Viterbo, Vetresco Vetreschi da Viterbo, Agnolo Fiamma, Giovanni Martino portoghese, Pasino Carniglia, Landuga spagnuolo, il capitan Lucio Cales napolitano, Nicolò Bocchieri del Bosco, Ottavio Caro, Alessandro Doria, il capitan Gianbattista Alciati, Giovanni Domenico, Pietrantonio De Giorgi da Magliano, Annibale Bagarotto, Fabrizio Magnenti di Marino, Matteo di Tommaso da Scanzano, Curzio Caracciolo, Gianantonio di Maglieri, fra Settimio cavalier di Malta, Belisario d’Orlando di Genazzano, signor Mutio Vitozzi romano, Francesco Grignetta napolitano, Camillo Socchini da Modigliano, Michele Corrotto, signor Pietro de Fabbi, il capitan Lionbruno da Recanati, Pietrozzo da Recanati, Priamo da Recanati, il capitan Liutrecche da Sassoferrato, il capitan Pier Mario da Terani,[14] il cavaliere Enèa da Sassoferrato, Gianfelice da Terni, Teseo de Lanzi da Terni, Menico di ser Basilio da Terni, Silvestro de Santi da Terni, Marzio da Terni, Ricciotto da Terni, Niccola Orselli da Tolentino, Agnolo de Zoccoli romano, Agnolo Leonini romano, Giovanni da Palestrina, Mancino da Fabriano, Giovanni Battista del Bufalo romano, Giovanni Romolo da Fiorenza, Valentino da Sassoferrato, Vincenzo da Sassoferrato, Eraclio Ridolfini da Narni, Cristoforo de Concha spagnuolo, Gasparre spagnuolo, Lazzaro da Fabriano, Brandimarte della Ripatransona, Lorenzo di Castel delle Pieve, Tiburzio da Narni, Ottaviano Particappa.» Con questi andarono molti capitani e gentiluomi perugini: tra i quali si ricordano negli annali del Crispotti il capitan Simone da Papiano, Traiano Vermiglioli, Nicolò Graziani, Michelangelo Benincasa, Luca Signorelli, Rugero degli Oddi, il cavalier Ranieri, Camillo Pennelli, Livio Parisani.[15] Nè posso tacere quel che tutti gli scrittori raccontano, che il famoso poeta Michele Cervantes, paggio allora nella corte del cardinale Acquaviva in Roma, si arrolò tra le milizie di Marcantonio per la guerra d’Oriente.

Marcantonio dette le seguenti istruzioni ai capitani:[16] «Vostra signoria ha da fare dugento soldati, cioè centonovanta archibugeri, e dieci corsaletti con alabarde; e che non manchi uno del numero. Et se ne menasse quattro o sei di più, se li faranno buoni.

»Li detti archibugeri hanno da avere tutti li morioni alla moderna: perchè colui che non n’havesse, non sarà passato alla banca; ancorchè venisse provvisto di tutto il resto.

»Che abbiano ancora li fiaschi di velluto grandi et belli quanto sia possibile, et che tutti li archibugi siano a miccio, et di buona munitione; come volgarmente si dice, alla spagnola.

»Che li dieci corsaletti siano buoni et aggarbati, alla moderna. Et le alabarde tutte di velluto in hasta et chiodate.

»Procurerà ancora che li soldati abbiano calzoni di velluto per quanto sia possibile, o di panno. Et li borrichi o pezzi alli lati di panno alla francese. Et con giubboni che siano buoni. Et con un poco di bombace. Perchè, ancorchè sia di estate, in galera fa freddo.

»Userà diligenza d’haver soldati prattici et buoni. Et perchè non si potranno haver tutti prattici, procurerà di farli esercitare, giacchè per una patente a parte si dà loro autorità di poterlo fare.

»Sopra ogni galera s’imbarchi un frate scappucino per cura di essa; e si mettano due casse di spezieria con li dui medici.» M. A. C.

[16 giugno 1570.]

IV. — Ciò preparato e disposto con molta sollecitudine, Marcantonio andò a congedarsi dal Papa, e il sedici del mese dopo vespro partì da Roma conducendo seco per luogotenente generale Pompeo Colonna, al quale aveva poc’anzi procurato dal medesimo Papa il titolo di duca di Zagarolo. La sera giunse a Castelnuovo di Porto, il dì seguente che fu sabato a Terni, la domenica a Serravalle, lunedì a Macerata, martedì nella mattina sentì la messa e si comunicò a Loreto, e la sera entrò in Ancona, ove già era Fabio Santacroce con otto galere che aveva cavate da Venezia per armarle in quel porto. Difficilmente potrebbe esprimersi la efficacia delle parole, e la prontezza delle opere del generale e dei suoi, e quanto volentieri la gioventù concorreva a scriversi nei ruoli della milizia e della marineria.

[20 giugno 1570.]

I fatti, per così dire, ne parlano; e Marcantonio Colonna la stessa sera scrivendo da Ancona al cardinale Alessandrino, gli diceva[17] avere ritrovate ovunque le fanterie già pronte, e in tanto numero, e gente così buona da farne restar maravigliato chiunque, e di più trovarsi già all’ordine trecento nobili venturieri per militar sull’armata a proprie spese.

[Luglio 1570]

Mancavano però l’altre quattro galere: e quelle otto trovate in Ancona erano prive di molte cose necessarie. Ondechè avendo ordine di sua Santità di passare a Venezia più tosto per complire con quei Signori e farsi loro amorevole, che per alcun bisogno di armar galere, essendosi giudicato che non vi sarebbe stata necessità di andar per questo; pure vedendo le cose a tal termine, fece risoluzione di passar subito a Venezia con alquante galere della Signoria che si trovavano in Ancona sotto il governo di Marin Dandolo. Se non che, veduto il tempo contrario al navigare, prese le poste con cinquanta cavalli; e il primo giorno (dopo essersi trattenuto alquanto col duca d’Urbino in un luogo fuori di Pesaro, detto l’Imperiale) fu al Cesenatico; l’altro alle Fornaci, e il terzo giorno a Chiozza, presso il podestà Lorenzo Emo; donde sulla sera con buone barche si inviò a Venezia con tanta celerità che la Signoria non ebbe tempo di mandarlo ad incontrare. Pur nondimeno subitamente riconosciuto alle sue divise nel passar dal Canale grande, lo fecero smontare a palazzo Pisani, ove i savi di terraferma Antonio Tiepolo e il cavalier Soriano vennero a visitarlo e pregarlo che per quel giorno quivi si riposasse.

Ma il dì seguente con quattro barche della Signoria, in mezzo a cinquanta senatori vestiti di cremisino, andò in collegio, presente il principe che gli venne incontro tutti i gradini della sua sedia, mentre egli graziosamente salutando ad alta voce e rivolto a tutti diceva che dovessero star di buon animo perchè da sua Santità sarebbero sempre aiutati con tutte le forze sue ed anche coll’autorità presso gli altri principi, e che per questo animosamente attendessero alle provvisioni di sì onorata impresa contro gente rapace e senza fede. Poi sedutosi allato al Doge e stando sempre con la capitolazione in mano, siccome era stata conclusa a Roma tra i ministri del Papa e della Repubblica, si restrinse intorno alle cose principali della sua commissione, insistendo per essere spedito, specialmente rispetto alle grandi difficoltà che ogni poco nascevano nell’armare: perchè le dodici galere non erano pronte secondo il patto, ed a compirne il numero si offerivano quattro fusti vecchi e mal atti, lasciati indietro e per rifiuto nell’arsenale; con una capitana che era galera restia di quarant’anni. Tuttavia Marcantonio tolse le difficoltà, accettando pure di far certe spese non pattuite: ed i Veneziani per amor di lui fecero molte cose supplire d’armi e di vettovaglie e di altro a che non sarebbero stati tenuti. E così destramente negoziando, concluse in un mese quel che altri non avrebbe pensato in un anno. La sua mente era a tutto e tutto moveva, in Ancona e in Venezia: là armava le otto galere,[18] qua le quattro: e, sempre pronto nei ripieghi, marinari, remigi, soldati, armi, vettovaglie, munizioni, metteva e governava con tanta cura e così grande prestezza, che ai ventidue di luglio acconciata ogni cosa, e preso commiato in collegio, partivasi da Venezia conducendo seco le quattro galere in Ancona, dove all’entrar d’agosto ebbe tutta la squadra pronta alla vela.[19]

[Agosto 1570.]

Intanto l’armata veneziana numerosa di cento e trentasette galere sotto il governo di Girolamo Zane suo capitan generale, di Sforza Pallavicino generale delle fanterie, e dei provveditori Giacomo Celsi e Antonio da Canale, dopo avere su e giù volteggiato nel golfo per assicurare i possedimenti di Dalmazia e le Isole del Jonio, finalmente erasi accostata a Candia: laddove sapendo che in Ponente si era dato principio a trattar della lega, e aspettando i rinforzi del Papa e dei principi cristiani, nè potendo nel mezzo tempo far nulla contro l’armata assai più numerosa del turco, cadde in tanto languore di ozio e di abbattimento, che, unito alla rea qualità dei cibi ed alla corruzione dell’aria, si condusse a consumarsi di febbri acute e di contagio pestilenziale, tanto che in breve perdette di marinari, di soldati e di ciurme quasi tremila persone. Tuttavia attendevano i Veneziani a rifar gente in Candia, e confidavano negli aiuti che a richiesta del Papa mandar doveva secondo certi riscontri il re cattolico. Monsignor Ludovico de Torres, nuncio straordinario per questa bisogna della lega, faceva allora allora gran pressa a Madrid. E sebbene il re Filippo II, con mostra di gran pietà riguardando agl’interessi della sua corona, avesse risposto al nuncio che i Veneziani fossero indegni di essere nei loro bisogni aiutati, e che quanto alla lega voleva pensarci essendo negozio di tanta importanza, ciò non pertanto dopo infinite difficoltà era venuto ad impegnar la sua parola che manderebbe Giannandrea Doria con quarantanove galere a unirsi con le pontificie e le veneziane nell’armata.[20] Onde che avendo Marcantonio dato fondo il sei d’agosto in Otranto, e trovate quivi molte lettere di Madrid e di Venezia che l’avvisavano dovere in quel luogo e prestamente capitare Giannandrea Doria con le predette quarantanove galere del re per congiungersi sotto il suo stendardo ed obbedienza, pensò che, tenendo certa aspettativa di così grande rinforzo, non fosse bene l’andata sua con sole dodici galere in Candia, e che gli convenisse meglio aspettar quivi Giannandrea e sollecitarlo tanto più da presso quanto che in questa bisogna lo vedeva procedere lentamente.[21] Tra le lettere che trovò Marcantonio in Otranto ve n’ebbe una di Filippo II re di Spagna scritta nel suo volgare, che per esser di somma importanza, come appresso si dirà, io qui rivolgo a verbo a verbo nel nostro così:[22] «Illustre cugino Marcantonio Colonna. — Ho ricevuto la vostra lettera del 9 di giugno con che mi date contezza come sua Santità vi aveva nominato per capitano generale delle sue galere, ed io mi sono rallegrato molto di questo, per la particolar benevolenza che vi porto e fiducia che metto nella vostra persona: persuaso che voi avrete tanto pensiero della mia armata e del mio servigio quanto sempre ne avete avuto nel resto delle cose che vi sono state imposte. Io scrivo a don Giovanni di Zuñiga, mio ambasciatore in Roma, che vi partecipi la risoluzione che ho preso perchè Giannandrea, con quelle galere che già prima gli si era ordinato di tener insieme nel nostro regno di Sicilia, vada ad unirsi con le galere di sua Santità e con quelle della illustrissima repubblica di Venezia, e vi obbedisca e segua lo stendardo di sua Santità. Io vi incarico e prego molto che nella battaglia vi valghiate in tutto del parere di Giannandrea, che mi si dice vi gioverà assai la sua assistenza, affinchè abbia felice successo, per la pratica ed esperienza ch’egli ha delle cose di mare: e che abbiate pensiero di avvisarci di tutto quello che occorrerà; e similmente che siate avvertito che se l’armata del Turco pigliasse determinazione diversa da quella che sin ora si è detta e venisse a danno de’ nostri stati, voi accorriate con tutte le galere al bisogno come è ragionevole, ed io di voi confido. — Dall’Escuriale ai 15 di luglio 1570. Io il re — Antonio Perez.»

La risoluzione presa dal Re che l’armata sua si congiungesse con quella pontificia e veneziana sotto l’ubbidienza e lo stendardo del generale del Papa, giunse in Roma col corriero di Spagna il ventisette di luglio, e subitamente l’ambasciatore fecela pubblicare in corte e per la città,[23] menandone ognuno grandissima festa, perchè tutti pensavano che il Re fosse risoluto daddovero di metterci le mani, e che quelle solenni parole di dover l’armata di Spagna seguire lo stendardo di sua Santità, ed ubbidire al general pontificio, come nel linguaggio militare significavano e tuttavia significano assoluta sommissione, così fossero un sicuro pegno di veder le cose pubbliche all’ombra del papale stendardo ben dirette da quell’uomo nel quale tutti riponevano la loro fiducia. Quando questa istessa notizia per lettere di Madrid e di Roma si riseppe a Venezia crebbero due doppi tanto le speranze della repubblica. E il doge persuaso che fosse onore e utilità grande dello stato suo il ricevere gli ajuti di Spagna sotto la bandiera della Chiesa, e sotto l’obbedienza di Marcantonio, (già per pubblico decreto chiamato gentiluomo di quella patria e ammesso a tutti i gradi e dignità della repubblica) quantunque pochi giorni prima avesse tanto lungamente esso doge ragionato con lui delle cose di guerra, e trovatolo in tutto seco pienamente concorde; volle nondimeno mandargliene in Otranto lettere di congratulazione, e mostrargli fiducia sempre maggiore con una lettera scritta in questa sentenza:[24] «Aluise Mocenigo per la grazia di Dio doge di Venezia, eccetera: All’illustrissimo signore Marcantonio Colonna capitano generale della navale armata pontificia, figliuolo nostro carissimo salute ed affetto di sincera dilezione. — Con grandissima soddisfazione dell’animo nostro abbiamo inteso per lettere dei 17 del mese passato dell’ambasciator nostro presso al serenissimo Re cattolico, che la maestà sua aveva spedito ordine al signor Giovannandrea Doria che con ogni diligenza s’abbia da congiungere all’armata nostra con le galere che ha seco, sotto lo stendardo ed ubbidienza dell’Eccellenza vostra, sì per averci con così buona risoluzione confermato dell’ottima volontà della Maestà sua cattolica verso di noi, quanto per vedere queste forze all’obbedienza di lei tanto amata e stimata dalla signoria nostra, e tanto nostra confidente: onde se ne rallegramo con l’Eccellenza vostra per ogni rispetto con quel maggiore e più caldo affetto che potemo: et perchè abbiamo data commissione ultimamente al capitan nostro generale di mare che si debba spingere innanzi con l’armata et andare in Candia perchè di là rinforzate le galere di genti così da combattere come da remo, et intendendo con più fondamento lo stato delle cose turchesche per la vicinità dei luoghi, possa fare quelli progressi che nostro signore Iddio li potesse mettere innanzi, così principalmente per la difesa del regno nostro di Cipro come per offesa delle forze e cose turchesche prefate, giudicamo grandemente a proposito che quanto prima si divenga all’unione dell’armata cristiana a fine che tanto più si venga a facilitare quello che si avesse a fare: però volemo per queste nostre pregare l’Eccellenza vostra, sì come facemo con ogni affetto, di accelerare con ogni diligenza la sua andata in Levante per ritrovare et unirsi con la detta armata nostra, et accettare quelle occasioni con le quali la si possa dimostrare di quella virtù e valore che ella è in effetto, siccome da ognuno è grandemente aspettato: questo siccome a noi sarà sommamente grato così volemo esser certi che sarà posto in effetto dalla Eccellenza vostra con ogni prestezza, sì per il desiderio che conoscemo che ella tiene del comodo e beneficio della cristianità et nostro in particolare, come perchè con questa unione ella può molto ben conoscere che darà compita consolazione alla Santità sua desiderosa oltremodo del bene et della reputazione della repubblica cristiana, et del comodo nostro, possendosi per ciò operare alcuna cosa innanti che passi la stagione di quell’utile et honorato servigio suo et beneficio particolare dello stato nostro che l’Eccellenza vostra per sua prudenza ben conosce. Dato dal nostro ducal palagio, a dì 5 agosto indizione decimaterza, 1570.»

Similmente il grammaestro di Malta insieme col suo consiglio nello spacciare le istruzioni al cavalier Pietro Giustiniani allora dichiarato generale delle galere in luogo di Francesco di Saint Clement (che per essersi lasciato sorprendere dal corsaro Luccialì ed aver perdute la capitana e due sensili era stato strangolato in carcere e gettato in canale) prescriveva.[25] «Che dovesse navigare alla volta di Cipro, e quando trovato avrebbe le galere del Papa con esse congiungere si dovesse riverentemente salutandole con abbassare et alzare tre volte lo stendardo, e poi tornandolo ad alborare nel suo luogo. Che presentare si dovesse d’innanzi a Marcantonio Colonna generale di sua Santità, e che presentandogli le lettere del gran maestro, s’offerisse di seguirlo con le galere della religione dovunque andar voluto havesse: dimostrandogli che il principal desiderio di questa religione era di volere ubbidir sempre ad ogni cenno di sua Beatitudine: esponendo quanto tiene per difesa della santa fede e per servigio della santa Sede apostolica. Che far dovesse la scusa se prima non v’era andato, raccontandogli la disgratia e la perdita delle galere prese da Luccialì, che di quella tardanza era stata cagione, significandogli lo sforzo grande e la diligenza che usato havevano acciò, non ostante la detta disgrazia, lo stendardo della Religione comparisse in ogni modo ancor quest’anno nell’armata: e che volendo Marcantonio Colonna che le galere svernassero in Levante, insieme con quelle di sua Santità, ubbidire il dovesse.»

V. — Non era dunque temerario Marcantonio Colonna duca di Paliano, cavaliero del tosone, gran contestabile del regno, e capitan generale del Papa se per tutte quelle ed altre molte lettere, diplomi e ragioni giudicava di avere qualche autorità sopra le galere ausiliarie, che dai loro sovrani eran mandate sotto lo stendardo ed obbedienza sua. E quantunque egli non ad arroganza ma a pubblico servigio intendesse tener temperantemente in serbo l’autorità pel caso dell’estremo bisogno, pur qualcuno v’era già fermo a non volerla proprio allora riconoscere quando più ne facesse mestieri. Costui pensava che lo stendardo di sua Santità o non mai, o tanto tardi sarebbesi mosso da doversi scusare in pubblico di non poterlo seguire: e, dato pur che si movesse, sapeva di potergli contrapporre in privato alcune secrete cifre di Madrid che dal seguirlo ed obbedirlo il francavano.

Non devo io schivare di scendere ai minuti particolari, nè di salire alle generali considerazioni quando il richiede l’argomento mio. In principio la prestezza e la qualità degli armamenti di Marcantonio voleansi chiarire; però con lui sono sceso a noverare i giorni, le persone, le armi, le salmerie, gli stipendî. Poscia bisognava dimostrarne l’autorità; e l’ho fatto, scuotendo dalla polvere degli archivi le lettere spedite e ricevute a confermarla. Ora mi si presentano le discordie delle corti, e devo salire a ricercarne le cause. Il farò, senza voli di fantasia, e senza artificio di parole. L’artificio e la fantasia hanno da tre secoli travisato nell’opinione degli uomini il concetto dell’alleanza, e della vittoria di Lepanto. Io intendo rimetterlo nei giusti termini; e dimostrare chi n’ebbe dispetto, ne prese diletto, chi ne tolse i frutti. Non ch’io voglia chiamare al sindacato i secoli passati e giudicarli a mio talento: non ho siffatta temerità. Sento però dovermi mettere in mezzo a loro, raccoglierne le parole, udirne le querele, e leggere le arcane cifre che pur si scrivevano quando più che la paura poteva il dolore. Metterò tutto innanzi ai lettori: essi saranno giudici. Ed io intento al valore dei documenti ed alla certezza dei fatti condurrò il mio racconto al segno prefisso piuttosto per fil di critica che per copia di sentenze e per forbitezza di stile. Vengo ora ad esporre le ragioni di stato onde le corti di Roma, di Venezia e di Spagna sin dal principio della Lega si governavano.

Della interezza di Pio V non v’ha che dubitare. L’animo di lui, come altresì le parole e le opere, erano per ogni riguardo generose e leali. I fatti e il procedimento della lega, gli scrittori d’ogni nazione, infino i protestanti, ne hanno data e ne danno piena testimonianza. Spagnoli e Veneziani vennero in Roma a trattar con lui della lega, il tennero mediatore ed arbitro di loro differenze: ed il mondo tanta fede pose nella sincerità di Pio che la lega e la vittoria intitolò al suo nome.[26] Ma quanto al doge ed al re, v’hanno molte cose a ripensare: senza di che la storia anderebbe ancor cieca tra le tenebre onde sono stati coperti gli intricati successi della lega. Non si potrebbe nè salvare la legge della morale, nè applicare a ciascuno la lode o il biasimo secondo il merito; ma in quella vece sbalestrare giudizî senza cognizione di causa, negare i principî per salvar le persone, o tuttalpiù mettere in un fascio (come i tristi per iscolpar sè stessi vorrebbono) tutti insieme gli innocenti co’ rei, gli oppressi e gli oppressori; e chiamar tutti, senza alcuna distinzione, in colpa dei gravissimi disordini che vi furono commessi. Protesto però una volta per sempre che parlando della generosa nazione spagnola e della sapiente signoria veneziana io non intendo derogare in niuna cosa ai loro meriti; ma, seguendo l’esempio degli stessi storici spagnoli[27] e veneziani,[28] voglio che il biasimo sempre s’intenda essere di quelli o pochi o molti che peccarono; e che per male arti di governo non solo alla causa pubblica della cristianità, ma anche ai loro concittadini e patria fecero oltraggio. Che se per avventura dovrò nominar tra costoro il re Filippo di Spagna, io prego chi legge a non precipitar nei giudizî: ma rispetto a questo argomento della lega col Papa e co’ Veneziani, e della guerra contro Turchi, seguire il filo del racconto: e ponderare le ragioni, i fatti e i documenti che nello scrivere mi sono venuti tra le mani.

Allora la corte di Spagna ambiva grandezza di dominio, e imperio assoluto in tutta l’Italia.[29] Qua possedeva tre reami, Napoli, Sicilia, e Sardegna, ridotti a province; e il ducato di Milano a governo dispotico: qua aveva ridotto il Piemonte, dopo la battaglia di Sanquintino, a vassallaggio: Genova, per la protezione del re, e per la condotta di quasi tutti i suoi maggiori uomini nell’armata regia, a suggezione: la Toscana, in premio della guerra di Siena, a feudo: Roma (che pur s’era levata più volte a contrastarle) pel sacco della città, per la guerra di Campagna, e per la tragedia dei Caraffi, ridotta a sbigottimento: qua non restava più che Venezia libera e minacciosa, da potere al presente vietarle l’assoluta padronanza, e contrastargliela nell’avvenire. Quindi gli Spagnuoli, e tutti i loro aderenti scrivevano e sparlavano sempre contro Venezia: e tanto se le mostravano avversi quanto poscia si parve e nella rottura con Paolo V, e nella famosa congiura del duca d’Ossuna. E quantunque le due corti in palese facessero mostra d’amicizia, in segreto astiavansi tra loro di odio acerbissimo[30], secondo passione con che gli uni e gli altri riguardavano la servitù o l’indipendenza d’Italia. Il principal carattere, che distingue gli storici parziali di Spagna, (siano di qualunque nazione) è dir sempre male di Venezia: e sovente dei papi che, come Paolo IV, Sisto V, ed altri, procacciarono frenare le esorbitanze della corte di Madrid. Oltracciò speciali contrarietà ciascun di loro covava rispetto alle cose di Lombardia: la qual provincia era allora divisa in due parti: l’una con Milano, Como, Lodi, e Pavia a suggezion di Spagna; l’altra con Bergamo, Brescia, Vicenza, e Verona a signoria de’ Veneziani, talchè l’Adda li partiva. E siccome suole esser sempre questione tra vicini di costumi diversi e di interessi contrarî, così essi pure dalle due ripe del fiume contendevano: non solo per le gabelle, pei banditi, e per molte altre ragioni di giure internazionale, ma anche per il diritto del dominio che la corte di Spagna pretendeva sopra alcun territorio dei Veneziani.[31] Laonde costoro a cessar soperchierie non amavano che il re crescesse di potenza: e questi per non perder Milano, anzi per fa valere quando che fosse i diritti suoi al di là dell’Adda, e tenersi alto in Italia, studiavasi mettere a basso i Veneziani quanto più copertamente poteva, senza suo carico.[32]

Il perchè gli uni e gli altri già da molto tempo si guardavano dal mettersi insieme nè a favore nè contro chicchefosse, compreso il Turco: sapendo i Veneziani non doversi ripromettere gran fatta soccorsi dagli Spagnuoli; e questi non volendo dar loro troppa mano a crescere. Onde il senato, costretto dalla necessità, per non perdere il suo dominio oltremarino sopra tanti paesi cristiani da Cipro sin quasi a Venezia tutti esposti all’infinita potenza del Turco, per trafficare liberamente in Levante, e per massima di stato osservava la pace (non l’alleanza come i Francesi) alla casa Ottomana: e se alcuno chiedevalo di unirsi seco contro a quella casa, se ne scusava allegando l’incorrotta fede della Repubblica nel mantenere i trattati anche a suo discapito cogli stessi infedeli.[33] All’incontro il re nudriva nimicizia perpetua col Turco, non avendo mai la corona di Spagna voluto riconoscere nè trattare alla pari con quel governo barbaro e usurpatore. Dal che gliene veniva molta lode di costanza e di giustizia, e insieme qualche utilità: perchè lo spavento dei Turchi, sempre in guerra o in procinto di guerra contro Cristiani, era un gran freno a mantenergli soggette le Sicilie, ed imbrigliati i Veneziani. Ma se questi alcuna volta da quel nemico offesi chiedevano aiuto al re potevano far conto innanzi tutto di sentirsi rispondere che nè egli nè il suo consiglio giudicavano che fossero meritevoli di essere aiutati nei loro bisogni, perchè nel tempo dei travagli altrui eran soliti di starsi a vedere.[34]

Ciò non pertanto alcune volte Spagnuoli e Veneziani stretti ambedue dall’istessa necessità di difendersi, provocati dalle atroci ingiurie dei Turchi, e condotti del Papa, avevan potuto collegarsi insieme. Ma la loro alleanza era riuscita sempre piena di scaltrimento e di frode, non essendo per ciascun di loro eguali le partite del vincere e del perdere. Nell’avversa fortuna dovevano perdere i Veneziani tutti i loro possedimenti oltremarini per opera dei Turchi, e tutta la terraferma per opera degli Spagnuoli: senza che questi arrischiassero nulla, potendosi le Sicilie difendere da sè, come facevano. Nella prospera, niuno impediva che il dominio veneto si allargasse (come già altre volte) sino a Costantinopoli; e che quel di Spagna (come troppo lontano da siffatte conquiste) si restasse a veder crescere la potenza degli emoli, ed il pericolo di Milano. Il senato metteva sul tavoliere tutto l’aver suo, a rischio di perdere ogni cosa, o di raddoppiar la posta: il re una piccola parte in ogni evento, a rischio di poca perdita e con speranza di minor guadagno. Quindi ne veniva un’altra differenza notabilissima tra loro: erano i Veneziani in tanto bella condizione che la causa privata della Repubblica s’accordava onninamente con la pubblica dell’Italia e del Cristianesimo: cosicchè ogni vantaggio o perdita dell’Italia e della Cristianità era pur perdita o vantaggio dei Veneziani. Essi avevano in un sol punto l’utile e l’onesto. Non così per li Spagnuoli, cui veniva egualmente bello, ma non utile del paro, il vincere. E perciò combattuti da contrarie passioni angustiavano sè stessi ed i compagni, stentamente misurando che il troppo bello non addivenisse per loro troppo nocivo.

Valga l’esempio di quel che successe al tempo di Solimano. La Repubblica era in pace col Turco, quando Carlo V gli faceva la guerra. Questi chiese aiuti, quella allegò la pace, ambedue se ne offesero. Ma avendo poco dopo lo stesso Solimano assaliti i Veneziani al paro degli Spagnuoli, allora stretti gli uni e gli altri dal medesimo bisogno, per intramessa di Paolo III, si collegarono. Batterono il Turco, lo scacciarono dalla Puglia, andarono concordi sin che l’utilità degli uni parve utilità anche agli altri. Venuto però il destro di dare al nemico una gran battaglia, e una gran vittoria ai Veneziani, allora il vecchio Doria diventato spagnuolo, voltò le spalle. Espugnato Castelnuovo, ricusò secondo i patti consegnarlo ai Veneziani. La lega si sciolse e gli alleati si rimisero al solito, chi in pace, chi in guerra col Turco; e tra loro in più nemicizia di prima.

Ora nel 1570 quantunque si mantenessero gli Spagnuoli nemici del Turco ed i Veneziani in pace con lui, ciò non pertanto avendo Selim assalito Cipro e messo mano a toglier quel regno alla Cristianità, la Repubblica deliberò la guerra; elesse doge di bellicosi spiriti Luigi Mocenigo, mise in piè sì grande armata che nè prima nè poi n’ebbe mai la simigliante, i nobili e i cittadini con volontaria offerta di denaro concorsero a sostener la patria: ed il Papa per la salute d’Italia, e per opporsi all’usurpazione dei barbari non ebbe mestieri di mandar nunzî a Venezia, perchè in quella vece gli ambasciatori della Repubblica vennero a Roma profferendo tutte le cose loro per la guerra, nella quale avrebbero durato senza mai cedere a meno che non si vedessero abbandonati.[35]

All’incontro Filippo II stette sempre saldo ad aspettare le suppliche de’ Veneziani e del Papa; e le pratiche non solo degli ambasciadori ordinari e straordinari di Venezia, ma quelle pure del nunzio Giambattista Castagna arcivescovo di Rossano residente alla sua corte, e di Ludovico de Torres chierico di camera, e del cardinal Alessandrino nipote del Papa, mandati a lui l’un dopo l’altro «per farlo risolvere a prestar questo servigio alla causa comune del Cristianesimo, di entrar nella lega contro il Turco; e che gli dovesse parere questa impresa giusta, onorevole, ed utile: e che S. M. pel zelo che aveva sempre mostrato verso la conservazione dei Cristiani (quandanche non ci vedesse il proprio interesse) dovesse congiungersi co’ Veneziani e non temer di loro, ma nel comun pericolo averli per amici massime insieme col Papa.»[36] Alle quali cose tanto giuste e richieste istantemente e con questi istessi precisi termini dal Pontefice, non potendo Filippo ricusarsi per esser tenuto pio, cominciò a querelarsi dei Veneziani come indegni di essere aiutati,[37] e a chieder tempo per decidere con maturità sopra la Lega proposta, come affare di così gran rilievo. Dopo di che ponderando gli interessi della sua corona, e posposti gli scrupoli della coscienza, deliberò lasciar che i Veneziani s’immergessero nella guerra, dando loro parole di speranza e mostra d’aiuto.[38] E così per caparra della lega futura (mentre tenuti da lui non si movevano a soccorrere i Veneziani nè il granduca Cosimo colle sue galere, nè il senato genovese, nè il duca di Savoia) egli promise che avrebbe mandato in Levante Giannandrea Doria con quarantanove galere sotto lo stendardo ed ubbidienza del general pontificio.

Per ciò quando si riseppe a Venezia che il soccorso del re andrebbe a congiungersi coll’armata loro sotto il governo di Marcantonio Colonna, se ne rallegrarono fuor misura, come quelli che in tal modo pensavano esser daddovero aiutati. E alla corte di Madrid piacque aver fatto un bel tiro agli emoli laddove pensavano star più sicuri. Perciocchè sotto quelle tanto belle viste dello stendardo e dell’obbedienza misleali intendimenti ricoprivansi: ed affinchè Giannandrea nè di suo moto, nè a talento di Marcantonio, non corresse a favorir troppo efficacemente le imprese dei Veneziani, già prima di muovere da Messina teneva secrete istruzioni scritte di mano del re[39] per le quali tanto doveva stare coll’obbedienza e allo stendardo, quanto gli pareva[40] e portar così grande aiuto ai Veneziani in Cipro quanto n’aveva portato suo zio alla Prevesa,[41] e con questo meritarsi dal re Filippo sempre più grandezze e favori. Dalle opere si conoscono gli uomini.

Ma lasciate pur da parte le secrete istruzioni della corte, e presa in mano la lettera patente di Filippo a Marcantonio, che avanti ho pubblicata, a chi ben la considera e quanto ai concetti e per conto degli effetti che se ne vedranno si mostra chiaro il disegno di deludere i Veneziani, dando loro come certo un incerto soccorso: e di mettere eziandio il General pontificio nella contradizione di dover comandare ed ubbidire al regio. La patente strigne il secondo sotto l’ubbidienza del primo, e insieme il primo sotto il parere del secondo. All’uno il presiedere, all’altro il definire, a tutti due il dovere e il diritto di sottomettersi e rilevarsi, ed a ciascuno il decidere quando era da star sui pareri e quando sui comandi. I Veneziani pasciuti di vento avessero speranze senza costrutto; il Papa onori senza autorità, e il Re sicurezza di stato, lode di pietà, e tutto quel che meglio gli venisse.

Così dunque Giannandrea Doria che per migliori interpetri doveva aver colto l’alto senso delle arcane ordinanze del suo sovrano, stavasene a Messina facendo le grandi viste di voler ubbidire, e non mai venendo ai fatti. Esso era allora nell’anno trigesimo primo dell’età sua, lungo, magro, negro, deforme, cui la testa aguzza, la corta e crespa capigliatura, il naso camuso, l’occhio incavato, ed un gran labbro gonfio spenzolato all’ingiù davano l’aria piuttosto di corsaro africano che di gentiluomo genovese.[42] Ma sotto a quelle deformezze chiudevasi animo grande, intelligente, valoroso, gran pratica del mare, conoscenza degli uomini, simulazione profonda, ed arte sottile per menar la sua barca secondo il meridiano di Madrid. Teneva egli a Messina trentasette galere tra spagnole, napoletane e siciliane; e dodici sue proprie al soldo del re per diecimila scudi all’anno e a galera: e quivi stavasene senza darsi gran fatto pensiero di muovere. Giudicava che Marcantonio non potesse mai per quell’anno esser pronto da condurselo appresso allo stendardo. Quando fuor d’ogni sua opinione, sentì ai primi d’agosto che quegli in soli cinquantadue giorni aveva pure armato di tutto punto le dodici galere, e già era in Otranto aspettandolo, fece vela. Ma con tanta lentezza, che partitosi da Messina alli dodici, e sempre col buon tempo, non giunse in Otranto fino alli venti del mese.[43] Marcantonio attendevalo da quattordici giorni. Venuto colà a due ore di notte, diè fondo fuor del porto: nè si mosse dalla sua capitana, nè mandò altrimenti a visitare il generale del Papa, nè a mettersi all’obbedienza sua, come avrebbe dovuto. Ma avendogli Marcantonio inviato Pompeo Colonna da sua parte a visitarlo, egli rese il complimento per mezzo di Marcello Doria. La mattina poi, senza altra cortesia entratosene in porto, sarebbe restato quivi chi sa come e quanto se l’istesso Marcantonio, per attendere più alle cose di momento che alle frivole, dissimulando lo spregio, non fosse andato a ritrovarlo. E usò secolui tutti i cortesi modi, e largheggiò di titoli sino a dargli dell’eccellenza, quantunque allora non fosse nè generale nè luogotenente di generale (il primo di questi carichi aveva in Spagna don Giovanni d’Austria e il secondo don Luigi de Requesens commendatore maggiore di Castiglia) sperando così più facilmente piegarlo a trattar da senno i comuni interessi.[44]

[21 agosto 1570.]

Tale fu il primo incontro di questi due grandi sopra ai quali si riposavano allora le sorti della Cristianità. Ambedue italiani di patria, ambedue spagnoli di clientela: ma l’uno più volto a quella che a questa, e l’altro più a questa che a quella. Da ciò la differenza del loro procedere. Il genovese, dopo essersi seduto dappresso al romano, disse in verità tenere ordine dal re di ubbidirgli e di seguirlo. Ma ben maravigliarsi della temerità dei Veneziani nel volersi mettere insieme con loro allo sbaraglio dei Turchi tanto insuperabili sul mare: altro aspettar non potersene se non vedere le armate del Papa e del Re cacciate in fuga, e quella della signoria al tutto disfatta dai nemici, come era a metà già ruinata dalla morìa; e resa inetta non che al combattere, al fuggire. Dato però che coloro nella disperazione volessero farne la prova, e condurvi pure le squadre degli ausiliari, avrebbero almen dovuto per riverenza e per gratitudine venir quivi in Otranto a trovarli e a congiungersi insieme. Allora sarebbesi egli provato a persuaderli che per esser la stagione troppo innanzi, le forze troppo fiacche, il nemico troppo invincibile, non fosse tempo d’andar verso Cipro ad offesa altrui, ma soltanto da starsene sulle volte nell’Adriatico a difesa propria. Poscia rivoltosi a Marcantonio il richiese di dare la mostra delle galere, di venire nel suo parere di non andare avanti, e in ogni caso di risovvenirsi che secondo gli ordini del re doveva conservargli l’armata.

L’altro allora con molta grazia e maggior destrezza, ripigliando per filo tutto il discorso, rispondeva: avere sua Santità e il Re cattolico comandato chiaramente che quanto prima dovessero le squadre ausiliarie unirsi all’armata veneziana: quindi non esservi questione nè dubbio di non doverlo eseguire. Delle sue genti e galere darebbe conto a chiunque in Candia, ove si sarebbero vedute le squadre di tutti, senza alcuna eccezione. I Veneziani essere stati aspettando riverenti e grati anche troppo, dal maggio all’agosto; e non doversi dar carico ai medesimi perchè allora non avessero abbandonato i Cristiani di Cipro e di Candia allo strazio dei nemici per venire in Otranto a complir cogli amici. Lodar egli molto che l’armata cattolica si guardasse dai pericoli, navigando sempre in buona regola e governo, non già fuggendo ogni cimento: non potendo esser volontà del Re che l’armata sua si conservasse senza riputazione. Quanto al modo di combattere i Turchi e di stimare le forze dei Veneziani doversene ciascun riportare a ciò che se ne consiglierebbe in Candia: dopo fatta l’unione di tutte le forze cristiane si prenderebbero più certe e fresche contezze degli amici e dei nemici. In fine pregavalo che considerata la stagione così bella del mese di agosto non la facesse inutilmente trascorrere, ma usasse somma diligenza per mettersi subito alla vela.[45] Il qual ragionamento tanto assennato quanto ciascun comprende, ridusse Giannandrea a consentire. Ciò non pertanto bisognò prima dargli tutte le soddisfazioni che seppe domandare: levargli la paura di essere per via assalito dai Turchi: ed aspettarlo là dove, non avendo cosa a fare di due ore, si trattenne due giorni. In capo ai quali finalmente le squadre ausiliarie fecero vela in alto mare verso Candia.[46]

VI. — Intanto le cose di Cipro volgevano manifestamente a mal termine: e l’isola per tutti i tempi celebrata come luogo del piacere, delle grazie e dell’amore era tutta in fiamme, in sangue, e in lagrime in che gemevano grami e desolati i superstiti alla strage ottomana.[47] Mustafà general capitano di Selim all’entrante di giugno aveva sbarcato colà un formidabile esercito: quattro mila cavalli, sei mila giannizzeri, e novanta mila fanti. E volendo espugnar le sole due piazze d’armi che quivi erano, Famagosta e Nicosia, disertate le campagne intorno alla prima, si rivolse a questa seconda per essere città capitale del regno, debolmente fortificata, e meno opportuna a ricevere i soccorsi, perchè trenta miglia lungi dal mare. Governavano per i Veneziani Nicolò Dandolo luogotenente del regno, Astorre Baglioni perugino governator generale dell’armi, il conte di Roccas barone principe dell’Isola, e il colonnello Palazzo da Fano con duemila e cinquecento fanti italiani,[48] cinquecento cavalli dei gentiluomini feudatari, cinquecento stradiotti, e qualche numero di gente delle battaglie cittadine, con molti gentiluomini e soldati venturieri e molti anche dell’Isola. Avevano i Veneziani fatto diverse provvisioni per fornir meglio quel regno: ma la fortuna era stata loro in tutti i principî contraria. Imperciocchè essendo il conte Girolamo Martinengo con grosso presidio mandato per governatore a Famagosta, poco dipoi la sua partenza morissi; e tutte le genti che seco conduceva di contagiosa infermità similmente perirono: di modo che Astorre Baglioni, alla cui cura Nicosia principalmente era commessa, acciocchè la fortezza di Famagosta molto più rilevante e sul mare non si trovasse sprovvista di governatore, fu costretto nel maggior bisogno lasciar Nicosia in mano del Dandolo, uomo inetto, e mettersi in Famagosta, senza che più il ritorno conceduto non gli fosse nè a Nicosia nè a Perugia: perchè quivi poco dopo assalito e fatta la nobile difesa che nell’altro libro dirò, per gloriosa morte lasciò la vita. Similmente Pallavicino Rangone, in luogo del Martinengo, con tremila fanti mandato insieme a Sebastiano Veniero provveditor generale del regno, per varii casi l’uno e l’altro distratti tanto in Candia furono trattenuti che esso Rangone di sua infermità vi morì, ed il Veniero non potè mai arrivare a Cipro. Dalle quali cose seguì che quando Nicosia fu assediata si ritrovò senza governatore e col debolissimo presidio di soli mille cinquecento fanti, al tutto sproporzionati per difendere grossa città, vasto perimetro, opere esteriori e undici baluardi. Pur nondimeno quelli che si trovarono nella piazza, e principalmente il colonnello Palazzo da Fano che, posta l’imbecillità del luogotenente Dandolo[49] e la disubbidienza del collaterale Roccas,[50] fu il miglior uomo del presidio; e con lui i capitani Cecco da Perugia, Giannandrea da Spello, Niccolò Paleotti da Bologna, Camillo de Gaddi da Forlì, Carlo Malatesta da Rimini e il capitan Fabrizio da Imola[51] si accinsero alla difesa. Nonostante la disparità delle forze avrebbero potuto sin dal primo giorno, siccome tutti dissero, riuscire al glorioso segno di solenne vittoria, se il Dandolo e il Roccas avessero voluto seguire il prudente e salutifero consiglio del colonnello Palazzo.[52] Ma per l’imperizia loro e codardia, lasciata ai nemici (quantunque stracchi, disordinati e senza artiglieria) libera la strada sin sotto alle mura, bisognò chiuder le porte, ed aspettare che il dì seguente venissero sbarcati e condotti là sopra i cannoni d’assedio per riceverne riposatamente la batteria. Al furor della quale riscossi in fine i rettori, permisero le sortite: che sebbene facessero buoni effetti, ne avrebbero prodotti migliori se fossero state da essi più presto e più ben dirette.

Il nemico aprì il fuoco della prima paralella alla distanza di dugensettanta passi dal fosso: il secondo a passi ottanta. Ma vedendo che il primo, dal rovinare in fuori alcune case eminenti, poco effetto faceva; e che nel secondo per il franco rispondere della città aveva i pezzi continuamente scavalcati; e molto più considerando Mustafà che i suoi tiri ficcandosi nel terrapieno morivano senza far rovina, rivolse il pensiero ai guastadori: facendo grande assegnamento nell’opere possenti della zappa e della pala, le quali dovunque adoperar si possono non ingannano mai le speranze della vittoria. Cominciò dunque a cavare il terreno, mettersi al coperto, e alzar trincere, e andare avanti a spinapesce, sempre difeso: e lavorando continuamente, sboccò dalla controscarpa nel fosso. Quivi trovando tutta quella terra che dai precedenti cavamenti vi aveva a disegno buttata, e cavando inoltre più larga e spaziosa trincera (sempre in mezzo al fuoco vivo perchè gli assediati non isturbassero i cavatori) con le fascine che la cavalleria da lungi traeva, fece così forti e gagliardi traverse che levò affatto le difese dei fianchi, nei quali è posta la sicurezza delle fortezze: senz’essi nè le cortine nè le faccie dei baluardi possono lungamente durare. Per tal modo a sicurtà, non potendo essere nè offeso nè impedito, cominciò a smantellare la fronte delle fortificazioni sopra quattro lati del poligono, e le punte di altrettanti baluardi.

Di che cominciando que’ rettori di dentro con molta ragione a temere, stretti dalla necessità che molte volte suol partorire effetti stupendi, oltre al continuo controbattere, tentarono una sortita gagliarda di fanti e cavalli. Il dì venticinque agosto improvvisamente uscendo sull’ora del mezzodì, quando i Turchi per l’eccessivo calore stavano disarmati e stracchi, ruppero il campo, occuparono due principalissimi ridotti, e percossero i fuggitivi nella campagna di tanto terrore che se allora la cavalleria, secondo l’intesa, sboccava fuori dalla piazza, facilmente quel giorno con la liberazione di Nicosia una felice vittoria si sarebbe conseguita. Ma il Dandolo per star sui puntigli non volle che la cavalleria nobile del regno uscisse, e neanche il permise agli stradiotti che richiedevanlo frementi al portello. E così quei fanti che già alla vittoria avevano aperto la strada, essendo poi dalla cavalleria nemica assaltati e vedutisi abbandonati dalla loro, furono in necessità di lasciare la ben cominciata impresa e ritirarsi nella piazza con perdita di due capitani e quasi cento soldati tra morti e prigionieri. Dal qual fatto i Turchi per conoscere l’imbecillità di chi governava la piazza imbaldanzirono: e tanto rifidati di sè, quanto in minor stima avevano i nostri, vennero agli assalti ora ad un baluardo, ora a due, e finalmente a tutti quattro: con tanta furia e pertinacia, che in pochi giorni dettero sino a quindici assalti, nei quali essendosi da ambedue le parti fatto ogni possibile sforzo con ogni sorta d’armi e di istrumenti soliti adoperarsi in simili combattimenti, vi morirono Turchi infiniti, ma dei nostri ancor tanti che la città restò quasi vuota di difensori. Laonde ridotte le cose a quel termine, non rimaneva altra speranza che nel sostenere più che si poteva con le ritirate dietro le breccie, con le chiuse alle gole de’ quattro bastioni: non lasciando piazza al nemico d’alloggiarvisi sinchè il soccorso giungesse, se pur poteva, in tempo. Scrissero per tanto i rettori di Nicosia lettere pressantissime in più parti dell’Isola perchè a Girolamo Zane, capitan generale dell’armata in Candia, si facesse sapere in chiari termini che non era più possibile sostenere la piazza se non veniva di presente soccorsa.

[31 agosto 1570.]

VII. — Stava il capitan generale Girolamo Zane coll’armata veneziana nel porto, o meglio direbbesi nel golfo, della Suda in Candia l’ultimo giorno d’agosto, molto perplesso con quelle lettere di Cipro in mano, quando le due squadre del Papa e del re, dopo aver navigato nove giorni con diversa fortuna, gli comparivano da lungi alla vista per ravvivare le sue speranze, e per mettere maravigliosa allegrezza nei suoi capitani che tutti ardentemente desideravano di rivolgersi al soccorso di quegl’infelici tanto orribilmente dagl’infedeli straziati in Cipro. Aveva il general veneziano ordine dal senato di usare ogni sorta d’onore e di rispetto a Marcantonio Colonna ed a Giannandrea Doria, e di ceder loro il primo luogo per la grandezza dei principi che rappresentavano. Perciò, prima che quelli approdassero, cavò tutta l’armata sua dal porto della Suda, a fin di incontrarli con ogni maggior dimostrazione d’onore. Mise avanti per tale effetto il capitan del golfo con una squadretta, e appresso tutte le altre galere di qua e di là divise in due stuoli, quasi due braccia aperte a ricevere in mezzo gli amici. Ed essendosi questa manovra perfettamente eseguita, si trovò il Colonna con lo stendardo del Papa e la sua capitana nel centro: a diritta la capitana di Spagna, ed a sinistra quelle di Venezia. Tra le quali scambiati i saluti, come si costuma in mare, con molte salve di moschetti e di cannoni, ristretti insieme entrarono nel porto.

Quivi Giannandrea chiese subito la comodità per ispalmare le sue galere. E mentre egli se la passava tra il sevo e la brusca, Girolamo Zane e Marcantonio Colonna che avevano mantenute in punto e spalmate di fresco le loro galere, trattavano insieme nella camera di poppa della capitana pontificia, quel che si avesse a fare in così grande distretta. Zane mise fuori le lettere più recenti di Nicosia e di Famagosta: e poi ne cavò una avuta ultimamente da Venezia, per la quale gli comandavano che (appena unite fossero con lui le galere del Papa e del re) dovesse andare a Cipro, combattere l’armata nemica, e liberare il regno. Sopra le quali cose ragionando, diceva: Non potere il Turco occupare e neanche mantenere il regno di Cipro se non per mezzo dell’armata navale; perchè, essendo isola, soltanto dal mare poteva ricevere eserciti e munizioni: dunque distrutta l’armata nemica, cadeva di necessità l’impresa sua e si aveva vinta la guerra. La speranza poi del vincere l’armata turca, essere ragionevolmente fondata non solo sopra il maggior valore dei Cristiani, avendo quivi raccolto il fiore dei cavalieri di tutta la Cristianità, ma anche sul maggior numero delle galere, non oltrepassando cencinquanta quelle del nemico; e quelle degli alleati dugento, oltre alle dodici galeazze ed al miglior armamento di artiglierie e di rambate e di ripari, che i Turchi non avevano. Quanto alla battaglia, essere allora non solo utile ma necessaria per levare i Turchi da Cipro, qualunque fosse lo stato di Nicosia. Imperciocchè o la piazza reggeva ancora, e molto più reggerebbe col soccorso vicino: e quandanche per disavventura fosse perduta, restava non solo la fortezza di Famagosta intatta, e tanti altri luoghi forti dell’Isola; ma anche la sicurezza di ricuperarla: perchè non potendo essersi perduta se non da due o tre giorni, e stando essa dentro terra trenta miglia, senza dubbio i Turchi non sarebbero tornati sì presto dal sacco di quella città tanto ricca, che non si fosse potuto prima sorprendere alla spiaggia l’armata loro senza difensori, e sottometterla. Con questo sol tiro di riscossa muterebbero le sorti, diverrebbero vinti gli stessi vincitori, e libera la soggiogata città.

[3 settembre 1570.]

E certamente le cose quasi con lume di sovrumana visione trattate da Girolamo, per volontà sua e pieno consentimento di Marcantonio sarebbero successe in quel modo che detto aveva, se Giannandrea chiamato a dire il suo parere non si fosse risolutamente opposto al partito: e ciò con tanto magre e timide ragioni che, riscaldandosi gli animi, si portava pericolo di grave dissidio. Il perchè Marcantonio, volendo dolcemente tirarlo a miglior divisamento, pregato il generale veneziano a ritirarsi, raccolse nella sua capitana il consiglio privato dei soli ausiliarî: al quale intervennero Giannandrea, Pompeo Colonna, il marchese di Santacroce generale delle galere di Sicilia, don Giovanni di Cardona generale di quella di Napoli, Gianfrancesco di Sangro marchese di Torremaggiore, don Cesare Davalos, e con altri ufficiali superiori Sforza Pallavicino generale di terra, uomo assai da tutti stimato. Quivi avendo Marcantonio dato libertà a quei signori che ciascuno aprisse l’animo suo intorno alla domanda dei Veneziani di andare avanti e di presentar la battaglia al nemico, prima d’ogni altro rispose Giannandrea negativamente, dicendo: Esser la stagione già inoltrata ed i luoghi al di là di Candia senza porto per l’armata cristiana; quindi non doversi consentire l’andata. Le galere veneziane quasi vuote di gente per la grande mortalità, le galere Turche al contrario piene di buoni soldati: il numero dei legni dall’una e dall’altra parte eguale: dunque non potersi presentar la battaglia. Dal procedere o dal combattere non altro effetto poterne venire se non il disfacimento della unica armata che allora aveva la Cristianità, o la salvezza sua per una fuga vergognosa. Ma temperando l’opposizione col mostrarsi nelle parole pronto a combattere se l’armata veneta fosse in ordine, non tirava niuna conclusione positiva del suo discorso, nè proponeva impresa alcuna, ma soltanto provocava i Veneziani a risolversi presto, volendo alla fine del mese, tornarsene in Sicilia.[53]

Appresso parlava don Giovanni di Cardona tanto da dire che egli intendeva rimettersi in tutto e per tutto al parere di Giannandrea. Ma il prode marchese di Santacroce, generale delle galere di Sicilia, il cui nome sarà più volte onorato in questa storia, francamente impugnando l’opinione dei due prenominati, e quasi tacciandola di viltà, da buon soldato in poche ma solenni parole, diceva: Che delle due cose richieste dai signori Veneziani non si poteva per debito e per onore fare a meno di eseguir l’una, e prepararsi all’altra: cioè andare avanti subito, e dare a tempo la battaglia.[54] La qual sentenza sostenuta da Pompeo Colonna sarebbe forse prevalsa, se Sforza Pallavicino credendo comporre le opinioni diverse non avesse messo il partito di operare per diversione: volgersi ai Dardanelli e minacciando il centro dell’imperio ottomano in parte così vitale e sprovveduta, strappar via da Cipro l’armata nemica e salvare quel regno: nel viaggio avrebbero facilmente potuto occupar Negroponte, e con quello in mano ricuperare in ogni caso per via di trattati quanto avessero perduto per forza d’armi.[55]

Per la qual cosa essendosi gli altri signori del consiglio accostati chi al parere di Giannandrea, chi all’altro del marchese, chi al terzo del Pallavicino, parve a Marcantonio che fosse tempo di dire il suo. E quantunque forte si dolesse in suo cuore di tanto poca concordia, e amaramente sentisse opporre gli ostacoli della stagione da quelli istessi che avevanla lasciata passare; pure temperando l’indignazione con misurate ed efficaci parole, senza offendere gli altri, nè fallire al proprio dovere, fatto un po’ di silenzio parlò presso a poco così:[56] Mentre noi a tutto agio, o signori, in questo sicuro e comodo porto con dugento galere intorno consultiamo di quel che s’abbia a fare, già gl’infedeli che hanno mosso la guerra nel Regno di Cipro sono sotto a quelle fortezze in battaglia; già la capitale ha sostenuto quindici assalti, il generale veneziano per andarla a soccorrere non ha aspettato altro che il nostro arrivo. Noi siamo venuti, ed egli oggi ci richiede di esser seco, di andar verso Cipro, e di dar la battaglia agli inimici. E quantunque l’urgenza grande del bisogno loro e nostro richieda piuttosto fatti che parole, nondimeno attesa la diversità dei pareri, dovendo anch’io dir quel che penso, francamente v’aprirò l’animo mio con quella brevità che l’argomento consente e il tempo richiede. Noi non siamo venuti sin qua per assistere da vicino al trionfo dei nemici nostri, per sentirne gli insulti, per vedere scorrere impunemente il sangue dei cristiani; non per deludere l’unica speranza degli amici sotto l’ombra d’un vano soccorso, nè per tornarcene pieni di vergogna donde siamo partiti pieni di onore. Meglio sarebbe stato non essere venuti: chè non avremmo oggi nè l’obbligo di metterci alla battaglia nè la taccia di fuggirla. Ma dappoichè pur ci siamo per nostra volontà e per comandamento dei nostri principi coll’armi in soccorso dei Veneziani, noi non possiamo senza vergogna nostra, senza aggravio degli amici, e senza derisione de’ nemici tirarci indietro. Anzi come cavalieri e come cristiani siamo stretti a metterci risolutamente ad ogni prova per dare soccorso a coloro cui abbiamo promesso soccorso. Altrimenti daremmo ragione di dire, cosa deforme e quasi inaudita! che due principi tanto grandi quanto il Papa di Roma e il re di Spagna abbiano mandato aiuto ad un principe minore per non doverlo aiutare: molto più stando essi a manco rischio di fortuna, quando il terzo espone tutto sè stesso al pericolo, ed i primi soltanto una piccola parte delle loro forze. E per questa istessa ragione che i Signori Veneziani mettono nella guerra tutta l’armata loro di cento quaranta vele, ed espongono il loro stato a pericolo più grande, ed hanno in casa propria il nemico, è giusto che noi ausiliari li soccorriamo dove essi sono, e come essi richiedono: non dove e come a noi piace. Quindi quantunque a me privatamente parrebbe bella ed utile impresa conquistar Negroponte e portar lo sgomento sino a Costantinopoli con tutti quegli effetti che si possono immaginare qui dal signor Sforza; tuttavia, trovandomi unito ai Signori Veneziani per soccorrerli, quando essi mi richiedono che in vece del mio metodo di operar per diversione io li segua nel metodo loro più semplice e naturale d’andare colà ove è il teatro della guerra in Cipro, secondo che essi sono costretti a fare per molte ragioni, e per obbedire agli ordini del loro Senato, e mi dicono che ad essi non piace perdere il proprio per acquistar l’altrui; allora non mi sembra dover mancare alla domanda loro. Affinchè giammai per il tempo avvenire abbiano a far lamento d’esser stati abbandonati anche dal generale del Papa, e che per sua colpa sia perduto il regno di Cipro. E tanto più son fermo in questa determinazione ed a voi pure, signori, la propongo, quanto che ho ragionevole speranza della vittoria. Imperciocchè quantunque la stagione sia avanti, nondimeno essa non è nè più nè meno inoltrata di quel che sia oggi il tre di settembre: il qual termine ci dà tempo sufficiente per andare a Cipro, e far la giornata, e ritornarcene in quindici giorni, cioè molto prima della fin del mese, sino a che l’eccellenza del signor Giannandrea dice di potersi trattenere. Ed ancorchè si avesse a tardar di più, siccome il caso presente non è di elezione ma di necessità, bisognerebbe acconciarvisi senza timore, sapendosi che le galere tengono il mare non solo di settembre e di ottobre ma anche di novembre, e per necessità in ogni tempo. Quanto ai porti abbiamo nell’isola il meglio: perchè il golfo di Famagosta protetto dalle fortezze è in mano dei nostri, aperto per noi: e le baie di Limissò e di Pafo, e la cala di Larnaca, e la rada di Cerine e di Lesca sono a riceverci. E come quivi sulla spiaggia aperta dell’isola, senza tante comodità quante possiamo aver noi, già da gran tempo dimora e non teme dimorare l’armata nemica, al modo stesso e meglio potrà starci la nostra. Quantunque poi sia verissimo che l’armata veneziana abbia patito gran mortalità, nondimeno la si è rifornita di gente qui in Candia; ed ora le sue galere sono armate a sufficienza: avendo ciascuna per lo meno ottanta uomini da combattere. Inoltre ha marinari e remigi tutti cristiani, che all’occasione lasciato il remo piglieranno l’armi, e saranno più che bastanti a far dichiarar la vittoria dalla parte nostra. Finalmente il numero delle nostre navi, come avrete già veduto e potete anche di qui ad una ad una riconoscerle, sono galere di Nostro Signore dodici, di sua Maestà quarantanove, della Signoria cento e ventisei, un galeone, undici galeazze e sei navi: in tutto dugento e cinque legni di fila.[57] Quelli del nemico, per aver più volte il general di Venezia mandato a riconoscerli come anche noi appena arrivati abbiamo fatto, tenendoci sempre avvisati dei movimenti loro e d’ogni altra occorrenza, non sono più che cento e cinquanta galere disordinate alla spiaggia. Quindi noi non corriamo alcun pericolo nel seguire i Veneziani in quel luogo. Nè dobbiamo avvilirci a dubitar della vittoria. Con questo, cadremmo nel peggior di tutti i danni: perchè noi con tutta l’armata nostra renderemmo contennendo il nome cristiano agli amici ed ai nemici di tutta la terra, anche nel tempo a venire, se trovandoci così vicini, superiori di forze, e provocati dalle ingiurie, lasciassimo strapparci un regno di mano e rifiutassimo la battaglia per la sola paura di esser vinti. Dunque tutte le ragioni di guerra e di onore, i nostri alleati e i nostri principi, ci inducono a procedere avanti, e a cercar la battaglia in Cipro. Colà si aspettano di vederci (e ne temono) anche i nemici; colà gl’invitti difensori e fratelli dell’istessa fede, le matrone, le vergini, i fanciulli che per le chiese pregano sia pronto il nostro soccorso. Famagosta si difende, ed ha buon presidio. Molti cristiani stanno in arme sulle montagne. Gli infedeli soldati e marinari o all’assedio, o al sacco di Nicosia. L’armata loro alla spiaggia quasi abbandonata. Noi possiamo con un colpo risoluto e franco distruggerla. E con l’aiuto di Dio, andandosi in giusta guerra contro un cane mancatore di fede, io son certo conseguir quella stessa vittoria che già noi tutti rallegrò cinque anni addietro nella liberazione di Malta. Dunque, o signori, imitiamo i Veneziani, e andiam con loro al soccorso e alla battaglia.»

Aveva appena Marcantonio finito di parlare, e già, come suole accadere, alcuni facean plauso, ed altri non avendo che opporre tacevano, quando ecco venire il general veneziano col voto dei suoi a richiedere pubblicamente in consiglio che piacesse agli ausiliari di venir a Cipro, secondo l’ordine che esso aveva da Venezia: unico rimedio alle afflitte cose di quel regno. Della qual sua requisizione consegnò in mano a Marcantonio Colonna una scrittura in questi termini.[58] «Eccellentissimo signore. Havendo io tanto con questi signori del consiglio, come li miei signori in Venetia, giudicato che nullo altro rimedio habbi il regno nostro in Cipro et così l’ovviar alla ruina che appresso potrebbe causarsi a questi nostri paesi, frontiera del Turco, se non di andar a trovar la sua armata, ho voluto pregar et essortar come fo caldamente V. E. come general di S. Santità et che ha tanta autorità in quella di S. M. Cattolica che non voglia in questo abbandonarci ma esser con noi: con speranza che il Signore Dio aiuterà la sua causa. Et che considerato il numero de nemici et la nostra armata non solo potemo et dovemo andar a combatterla, ma con certa speranza della vittoria; et quando lo nemico non ci aspettasse resteremo a S. Santità, et Maestà tanto obligati come la ragione ci obliga, et non periremo indifesi. Pregando V. S., il signor Gio. Andrea, et quelli signori che havendo vista la nostra armata lassino navi galere et insomma faccino tutto quel che a lor pare, che tutto son pronto di fare, sperando che non ci habbino a mancar in questa urgente occasione, lasciandoci in preda di un nemico comune come questo, et a V. E. bacio le mani. Di galera. — Girolamo Zane, Cap. Generale.»

Laonde aggiunto al voto di lui quello del general pontificio, che era già la maggioranza dei tre principali, e sostenendoli Pompeo Colonna, il marchese di Santacroce e quanti ivi aveva prodi uomini, finalmente anche Giannandrea consentì di andare. Ma le sue peritanze, i suoi sembianti, e le parole con che in pubblico e in privato, prima e dopo discorreva, avevano già impresso così altamente nell’animo dei Veneziani l’opinione che egli non aveva volontà di far nulla in questa guerra, che per non mostrare sospetti sulla lealtà del Re, amarono meglio di credere che Giannandrea non volesse pericolarvi le dodici galere di sua proprietà. Talchè il generale della Repubblica venne a termini di pregar Marcantonio a procacciare che Giannandrea accettasse un deposito di duecentomila zecchini di Venezia per sicurezza della sua persona e delle sue dodici galere,[59] e per riparare ai danni che dalla battaglia potessero provenirgli. E quantunque Marcantonio per non fare così grande onta a Giannandrea lo impedisse, pure i Veneziani sempre si mostrarono pronti di andargli ai versi per veder se lo potevano condurre volentieri alla battaglia. Quindi avendo egli richiesto molte cose avanti di partirsi dalla Suda, fu di tutte soddisfatto. Perchè primamente volle che se gli desse biscotto in tutta la navigazione; e il veneziano concesselo anticipandone benanche una grossa partita:[60] poi domandò che non mai dovesse navigare di retroguardia per non aiutar le galere restie; e quantunque quel travaglio fosse obbligo di tutti per turno, secondo le leggi di quel tempo, pure se ne fece eccezione per lui: appresso non consentì a intrecciar le sue galere con le altre dell’armata, ma volle tenersele tutte spartite con seco dalla banda del largo; e quivi pure lo lasciarono fare a suo talento, a patto però che in cambio di navigare sull’ala diritta verso il largo del mare, si mettesse alla stanca verso terra: e finalmente, ripetendo sempre che doveva tornarsene a casa alla fine del mese, volle che si facesse all’estrema punta dell’Isola di Candia, nelle acque di Settia, la mostra generale di tutta l’armata, per accertarsi che le galere veneziane si fossero con gli uomini levati dall’isola rifornite a dovere.

[11 settembre 1570.]

VIII. — Così sciolsero i canapi dalla Suda: e quando sarebbe stato da navigar speditamente al soccorso, bisognò dar fondo e perder tempo nel passar la mostra e nel far contento Giannandrea. Quindi la mattina delli undici settembre, messa tutta l’armata a ordine di battaglia, e le galere sopra un’ancora al vento, discoste tanto tra loro quanto bastava a impedire il passaggio delle genti dall’una all’allra, tirati dentro li schifi, e fatte in più luoghi le guardie, andarono i generali tutti in un tempo a rassegnarla.

Alla squadra del Papa, Marcantonio, Giannandrea, Sforza Pallavicino, e Giacomo Celsi; questi istessi all’armata di Spagna; ed a quella di Venezia da una parte Giannandrea e Sforza, dall’altra Marcantonio, Zane, Santacroce e Francesco Duodo capitano delle galeazze: rividero queste ultime il Cardona, Marcello Doria, Pallavicino e don Alvaro di Bazan. Si trovò che le galere del Papa erano ben fornite, massime di fanteria più d’ogni altra: quelle di Spagna con cento uomini da combattere per ciascuna; e quelle di Venezia con ottanta: undici galeazze, un galeone e sette navi, cioè dugento e due legni di linea, con mille e trecento cannoni, sedicimila soldati, e più del doppio remigi e marinari.[61]

[16 settembre 1570.]

Tuttavia la mostra non piacque a chi era interesse che non piacesse: e dopo le ragioni, restarono le partite più incerte che prima. Giannandrea diceva non sentirsi sicuro; aver potuto i Veneziani dall’una all’altra galera più volte nel tempo della mostra far passare le soldatesche, per ingannare sul numero: diceva non essere sufficiente l’armamento di ottanta soldati per galera. E ripetendo i suoi parziali or una ora un’altra difficoltà, e negando oggi quel che ieri concedevano, bisognò che Marcantonio pregasse Giannandrea a mettere in scritto le sue osservazioni. Egli lo fece con quel manifesto che porta la data del sedici settembre in Sittia, e che essendo stato più volte pubblicato non fa bisogno ripetere, tanto più che dalle risposte di Marcantonio si può ben ricavarne il sentimento.[62] Non propone che difficoltà, biasima la mostra, dice che le galeazze erano nel porto con le poppe in terra e li soldati a mare, e che potendosi non solo da terra, ma pure da una galera all’altra, tramutar la gente e farne vedere assai più che non fosse, neanche restava chiarito bene delle forze: e in ogni modo essendo le galere veneziane scarse di ciurme, e non avendo più che ottanta soldati per ciascuna, non credeva veder ragione per avventurarsi alla battaglia. Due soli effetti buoni al suo giudizio si potevano sperare dall’andata in Cipro; ma tutti due senza fondamento: o che il nemico vedendo l’armata nostra risoluta a combattere la stimasse più del dovere, e se ne fuggisse: ovvero che volendosi ritirare, e andando esso al suo cammino, e gli alleati al loro, venissero ad incontrarsi insieme per azzardo, senza che i Turchi fossero nè preparati nè rinforzati. Ma non essendo credibile nè l’una, nè l’altra di queste due cose, anzi dovendosi supporre che i Turchi facessero buona guardia e stessero pronti, non poteva suggerire altro se non che i Veneziani trovassero subito tremila soldati, e nelle loro centocinquanta galere ne mettessero, oltre gli ottanta altri venti, così che fossero cento buoni soldati in ciascuna: che però facessero presto in due settimane, altrimenti alla fine dei mese sarebbe partito: e del non essersi fatta cosa alcuna essi sarebbero in colpa. Se questo non è sarcasmo non saprei qual sia. A Lepanto si vedrà quali fossero i Veneziani con ottanta uomini, e qual Giannandrea con cento.

Letta e considerata siffatta scrittura, stimò Marcantonio doverglisi dare risposta: e, come era suo stile parcamente di sè stesso parlando in persona terza, definir la questione, rispondere alle difficoltà, ribattere le accuse, e dimostrare quale dovesse essere la condotta dei generali ausiliari in quella circostanza. Scrisse il suo manifesto sotto il dì sedici settembre in questa sentenza.[63]

«Marcantonio Colonna è fatto generale delle galere del Papa alli undici di giugno del mille cinquecento settanta, in aiuto dei signori Venetiani. E quando detti Signori avevano da armare cento quaranta galere; esso n’ebbe ad armare dodici. Il che fece contra l’opinione d’ognuno in pochi dì, bisognandoli ancora per detto negozio levare in Venetia molte difficoltà occorse nell’armare, per non s’esser mandate le galere dai Signori veneziani conforme all’appuntamento pigliato da Sua Beatitudine in scritto: anzi la maggior parte delle galere che ebbe, erano vecchie e mal atte, lasciate nell’arsenale per le peggiori, e la sua capitana propria era di quarant’anni. Li marinari mal pratichi lasciati ancor loro per non essere a proposito. E così si condusse alli sei di agosto in Otranto, dove ebbe lettere da Sua Maestà Cattolica che, a requisitione di Nostro Signore, mandava in aiuto pur dei signori Venetiani le quarantanove galere che aveva in Italia, con commissione che Giovannandrea Doria che n’era capo obbedisse il detto signor Marcantonio, e questo perchè confidava in lui ch’averia il pensiero della sua armata e del suo servizio che aveva avuto nel resto delle cose che se gli erano imposte. Per il che Marcantonio si fermò in Otranto, stando di partenza per Candia, ed ivi aspettò Giovannandrea quindici giorni: e con esso partendo da Otranto alli ventidue di agosto giunse a Suda porto di Candia all’ultimo, dove s’unì con l’armata venetiana. E subito fu richiesto da quel Generale che si dovesse andare in Cipri ad incontrare l’armata nemica: e che la Signoria ce lo comandava espressamente, et così ancora che l’onorasse et obbedisse, sperando che da lui se daría ogni aiuto possibile. Ecco dunque (senza essere in lega formata) in che modo venne Marco Antonio ad essere generale di questa armata, messo da Sua Santità con ordine di aiutare li signori Venetiani in ogni cosa possibile, da Sua Maestà per confidare a lui li suoi servitii, e dalli signori Venetiani per essere aiutati. Ecco la precedenza che a Marco Antonio toccava, rispetto alla dignità del Papa. Che se Marcantonio fosse stato generale di questi tre principi assolutamente per fare quella giornata e quelli effetti che a lui fossero paruti, prenderia quel conto dell’esito di questo negotio, che da tal sorta di gente si richiede. Ma quando esso averà aiutato li signori Venetiani in quanto da loro è stato richiesto, averà complito con loro e con l’ordine di Sua Santità che era di fare tutto il possibile in servitio loro; e quando haverà tenuto conto del servitio di Sua Maestà, avrà corrisposto alla confidenza che di lui si è tenuta.

»Hor veggasi se questo si è fatto. Quanto a Sua Beatitudine et alli signori Venetiani si crede che abbino da essere soddisfatti nella diligenza di armare le galere, et con esse haver quindici giorni aspettato in Otranto l’armata di Sua Maestà Cattolica, et in Candia quindici li signori Venetiani ad intrecciare l’armata, et remediarla: nè mai lasciatili, seguendoli, et aiutandoli a quanto si sia potuto. E richiesto da loro del combattere, continuamente esservi concorso. Quanto a Sua Maestà (non ostante che Giovannandrea non fosse di parere d’andare ad incontrare l’armata nemica) Marco Antonio volse che si andasse sempre, mentre di ciò era richiesto dal general venetiano. Nel che si persuade haver fatto a Sua Maestà singolarissimo servitio: prima perchè in questo modo si è conservata all’armata di Sua Maestà, la reputatione senza la quale nè armata di terra nè di mare non possono fare cosa buona; e questa era persa, quando si havesse detto che per la prefata armata fosse restato il combattere. Poi perchè non si conviene alla prudenza di un tanto Principe che mandasse un aiuto per non volere arrischiarlo, quando quello che l’haveva da ricevere si metteva a rischio molto maggiore: come era questo che Sua Maestà perdesse quarantanove galere, e la Signoria centoventi galere, sei navi e dodici galeazze e quattordici schirazzi,[64] appresso a questo le loro isole e riviere marittime; oltre che tutto il danno, che da questo negotio fosse potuto accadere per non combattere, tanto di perdita di paese e città, quanto di perdere le occasioni che erano in piè d’una lega tanto utile alla Cristianità, tutto si fosse mai potuto dire che per questo rispetto di non volere concorrere l’armata di Sua Maestà al combattere fosse accaduto. Nè vale a dire che l’andare a combattere fosse a certa perdita: perchè chiaro era che l’armata nemica non era unita con Luccialì e con gli altri corsari ponentini; nè mai passò il numero di centosessantacinque galere, e la nostra era di centottanta e dodici galere grosse che valevano per molto più, nè manco essi potevano haver sei navi così buone come le nostre.

»Et ancorchè la nostra armata non avesse tutta quella gente da combattere che saria stata necessaria, non era però che quella di Sua Maestà non l’havesse; e così quella del Papa, massime di soldati; e che quella della Signoria non havesse al meno ottanta uomini da combattere, e molte galere più, oltre a tante galere particolari che erano in questa armata, con tanta nobiltà, come erano li capitani di Sua Beatitudine, di Sua Maestà, Generale venetiano, Sforza Pallavicino, il generale di Napoli e sua padrona, generale di Sicilia, et altri capitani particolari, li due provveditori veneziani, il governatore degli sforzati, e il capitano del golfo, molto più artiglieria, e più gente armata che non usano li Turchi, gran quantità di fuochi artificiati, e tutte le ciurme di Sua Santità e della Signoria armate a combattere: sì che con l’aiuto di Dio, andandosi contro un cane mancator di fede, non si dovesse al certo sperare di conseguir vittoria. In modo che si è fatto il servitio di Sua Maestà: e si è detto, non senza tanto poca cautela, che non si risparmiasse in simile negotio un’armata ausiliatrice come la sua. E seguitò ancora Marcantonio li signori Venetiani, con offerirsi a quanto fosse possibile conforme all’ordine di Sua Beatitudine nel condiscendere a quello che dalli signori Venetiani fosse richiesto.

»Sicchè Marcantonio crede che stante la qualità del suo generalato, habbia fatto et complito al debito dell’honor suo tanto con Sua Santità e Sua Maestà, quanto con la signoria di Venetia. Nè del modo della navigazione deve egli render conto: poichè non essendo marinaro, se bene nella sua galera si facevano li segni di partenza e di ogni altra azione, era per risolutione fatta da altri che in apparenza facevano lui guida, ma era sempre guidato.[65]

[17 settembre 1570.]

Il qual manifesto come fu distribuito agli ufficiali dell’armata si ebbe l’effetto che Marcantonio aspettato n’aveva. L’istessa sera nel consiglio generale, ribattute le difficoltà, e rinnovata la domanda di andare avanti, Giannandrea non potè ricusare. Poco dopo, che erano cinque ore di notte, tutta l’armata salpava da Sittia per andare a Cipro. Già verso quell’isola navigava Luigi Bembo, ed altri tre capitani con quattro galere spalverate, perchè quanto prima riportasse di là nuove certe. L’armata per l’istesso rombo seguiva in questa ordinanza: all’antiguardo il provveditor Querini con dodici galere, al centro Marcantonio con le dodici del Papa, Giannandrea con le quarantanove del Re, Girolamo con trenta di Venezia, Pallavicino con venticinque, Celsi con venti, e Canale con venti, le quali si ripartivano anche nei corni della battaglia; al retroguardo Sante Trono governator dei condannati con sedici galere, Francesco Duodo con dodici galeazze compreso il galeone, e Pietro Trono con quattordici navi:[66] tutte insieme dugento e dieci legni di fila, sufficientemente armati, e ben disposti per navigare e per combattere. Marcantonio aveva il primo luogo, non il supremo comando: i Veneziani gli si erano volontariamente sottomessi per la riverenza allo stendardo suo; ma Giannandrea, che avrebbe dovuto più d’ogni altro osservarlo, manifestamente contendevagli la dignità, e faceva le viste di volersegli eguagliare. Imperciocchè, secondo la disciplina militare di quel tempo, dovendosi nella notte solamente dalla galera del supremo comandante accendere il fanale di poppa per segno a tutti di seguirne la navigazione ed i comandi, Giannandrea volle esso pure mettere il lume, a grandissimo oltraggio di Marcantonio e dei Veneziani: e questi con insigne longanimità mostravano di non farne conto per il pubblico bene.[67] Andando adunque l’armata con vento favorevole, sebbene per tenersi unita facesse vela co’ soli trinchetti, si trovò dopo tre giorni aver filate trecento miglia, ed esser presso a un isoletta chiamata Castelrosso nella Caramania,[68] non più che cencinquanta miglia da Cipro. Colà nella notte del ventuno di settembre, levatasi gran fortuna di mare e vento freschissimo di scirocco, dettero fondo i capitani di Venezia e del Papa; alcuni ormeggiati nella rada del Cáccamo, altri a ridosso delle isole Celidonie: solo Giannandrea si tenne sui bordi al largo; non piacendogli mettersi quivi entro di notte e con tanta gente, come egli disse; o aspettando, come dissero gli altri, che lo scirocco rinforzato il dovesse portar via verso ponente, tanto che paresse costretto ad abbandonare i compagni.[69]

[9 settembre 1570.]

IX. — Intanto però i Turchi che abbiamo lasciato all’assedio di Nicosia, dopo i quindici assalti del mese d’agosto, non stettero indarno nè a dar le mostre, nè a scrivere i manifesti; ma sempre strignendo l’oppugnazione: e spianata la strada per montar sui baluardi, cominciarono a salire. Prima provandosi se loro riusciva di piantarvi alcuna banderuola, e poi tra cinque o sei giorni mettendosi agli assalti di forza, che furono molti ed ostinati. Dopo la scarica delle artiglierie e moschetterie, venivano coloro sulle piazze dei bastioni sin presso le semigole, e quivi in molti azzuffamenti a corpo a corpo combattevano, usando ogni arte ed ogni strumento di guerra: tra l’altre cose mi sia permesso ricordare l’uso continuo dei fuochi artificiati, e specialmente di certi sacchetti di polvere che i Turchi gettavano in mezzo ai drappelli dei difensori, senza che questi potessero per qualche tempo nè scuoterseli nè spegnerli; e guai a chi ne sentiva la vampa: ma poi infilzati con le picche e rovesciati destramente tra le file degli aggressori, divenivano armi eccellenti contro a loro. Per i quali combattimenti, mantenuti da mattina a sera sopra le piazze dei baluardi, come sul campo d’alcun torneo, chiaro si vedeva che i Turchi intendevano a consumare a poco a poco i difensori secondo il modo dall’istesso Mustafà tenuto a Malta; ed i Cristiani a menare in lungo quanto potessero: quelli ritenuti dal valore degli assediati e dal timor delle mine; questi dalle promesse degli amici e dalla speranza del soccorso. Ma quando non restavano in piedi più che quattrocento soldati nella piazza, e l’armata cristiana non moveva ancora da Candia, Mustafà persuaso di potere finalmente compire senza pericolo il suo disegno, cavò fuori dall’armata sua ventimila uomini (lasciando le galere sue sguarnite e in preda ai nostri, se avessero saputo coglierle improvvisamente alla spiaggia delle Saline come ne aveva detto Marcantonio)[70] e feceli venire trenta miglia lontani dal mare a Nicosia per dare con tutte le forze l’ultima stretta all’assediata città.

Era la mattina delli nove di settembre, e i difensori ridotti a così picciol numero stavano risoluti a combattere, senza affatto pensare alla resa: ma quasi presaghi di non doversi mai più rivedere affettuosamente salutandosi e raccomandandosi a Dio, si mettevano ciascuno per ordine alla sua posta, massime alle traverse dei quattro baluardi sbrecciati, che da altrettante nobili famiglie dell’isola si nomavano il Davila, il Costanzo, il Tripoli e il Podocattaro. Poco di poi Mustafà moveva all’assalto generale con tant’impeto e tanta fierezza quanta se ne poteva da barbare genti in così grande giornata aspettare. I difensori dei tre primi baluardi, ributtato con infinita uccisione il nemico, confidavano potersi almen per quel giorno sostenere: se non che allora i presidiarî del Podocattaro, essendo molto pochi rimasti, erano costretti a dare indietro e lasciare ai Turchi la piazza e la ritirata del baluardo medesimo.

Non già che i soldati Italiani ed i nobili cipriotti di combattere valorosamente cessassero mai; ma abbandonati dalle reclute del contado, che impaurite si posero a fuggire, e rincalzati dai nemici, che in quella parte venian crescendo sempre di numero e di ardire, si trovarono finalmente tolti via dalle poste. Entraronvi allora le schiere assalitrici, e al primo loro ingresso levossi incredibile rumore, insieme a fuoco, fumo, polvere e orrende voci di minaccie e di percosse. Il conte di Rocca co’ suoi fratelli, ed i principali baroni dell’Isola co’ loro famigliari corsero al Podocattaro per ovviare alla perdita della piazza: e sebben quivi combattendo con quel valore che a nobili cavalieri nell’estremo pericolo della patria si conveniva, facessero prove di gran prodezza, non pertanto avviluppati dalla moltitudine dei Turchi l’un sull’altro massacrati caddero. Indarno i vecchi, le donne e i fanciulli dalle fenestre, disperatamente difendendo il passaggio delle strade, lanciavano sassi, tegole, arnesi; indarno Greci e Latini mischiaronsi alla riscossa: perchè quei prodi, i quali negli altri baluardi con virtù memoranda ancora combattevano, furono presi alle spalle, e tutti sul campo oppressi. Allora carneficina e violenza per la città: quaranta mila persone messe al filo della spada, quindici mila alla catena; sei vescovi, tutto quasi il clero greco e latino, il luogotenente del regno scannati; spogliate le chiese, aperte le tombe, oltraggiati i fanciulli e le donne: e per tre giorni saccheggiata la città, si arricchirono i barbari di tante spoglie, che dalla presa di Costantinopoli sino a quel giorno giammai esercito ottomano non aveva tra sacre e profane rapitene maggiori. Tra i nostri statisti morirono onoratamente combattendo il colonnello Palazzo di Fano, Niccolò Paleotti bolognese, Camillo de Gaddi da Forlì, Battista da Fano, Carlo Malatesta da Rimini, Giannandrea da Spello, Fabrizio da Imola tutti capitani di provata virtù, e seco loro quasi un migliaio di soldati marchiani e romagnoli che sotto le bandiere di San Marco alla difesa di quei lontani baluardi avevanli seguiti.[71] E qui, per dare un saggio delle cose successe in Cipro e mostrare con qual animo stessero quegli infelici in aspettazione del soccorso, io non posso per grandissima compassione tacere il caso che gli scrittori contemporanei concordemente raccontano.[72] Volendo Mustafà mandare al suo signore in Costantinopoli le primizie delle più ricche e care cose che nella presa città trovate si erano, fece caricare sopra tre bastimenti molte gioie, e ricchi ornamenti, e gran quantità di oro e di argento, e insieme uno scelto drappello di fanciulli avvenenti, e di giovani donne bellissime d’aspetto e di nobiltà principali, affinchè il Sultano d’ogni cosa avesse la miglior parte. Salpata l’àncora, quando i tre legni cominciarono a pigliare il vento, una di quelle infelici donne, scolpitasi nella fantasia la miseria che da così dura e perpetua servitù se le apparecchiava, e conoscendo che nessuno schermo avrebbe potuto opporre alla sfrenata libidine di qualsivoglia nelle cui mani fosse capitata, in cotale estremo e doloroso termine avvisando che le fosse lecito ogni rimedio, si deliberò di francar per sempre sè e le compagne da vergogna e dolore. Ondechè con sottile artificio, senza che mai alcuno abbia potuto saperne il modo, entrò col fuoco nelle munizioni della polvere, e in men che si pensa mandò a pezzi sè stessa, la nave, gli amici e i nemici. Mustafà ed i suoi, quando da alcuni pochi che nuotando si salvarono, riseppero il caso, ne sentirono pietà. E Giannandrea allora imperturbabile a Candia scriveva i manifesti contro il soccorso, e chiedeva la mostra dell’armata per non procedere.[73]

[22 settembre 1570.]

X. — Stava pertanto l’armata cristiana, come è detto, nelle acque della Caramania al ridosso degli scirocchi, la notte del ventuno settembre, quando Luigi Bembo, per quelli stessi venti prestamente rivenuto dalla sua scoperta di Cipro, scendeva a gran passi nel govone del General veneziano, e a lui partecipava la perdita di Nicosia, ed i particolari che si sono avanti raccontati. Alle quali notizie Girolamo Zane turbatosi tutto (e chi non si sarebbe turbato tra quei successi, e con da presso Giannandrea?), invece di tenersele, come facilmente poteva, celate; invece di spingere al più presto l’armata cristiana secondo la già presa deliberazione a Cipro contro l’armata nemica, che esser doveva allora più ingombra e meno apparecchiata; invece di cogliere quelle occasioni favorevoli che certamente potevano venirgli innanzi, pubblicò le notizie: e volle che un’altra volta si mettesse in consiglio (che era quanto dire in discordia) il partito da prendere. Ondechè la mattina seguente, raccoltisi insieme i capitani di fanale nella generalizia del Papa, parlò Girolamo Zane, che stante la perdita di Nicosia non gli pareva più tempo d’andare a Cipro, essendo finito il bisogno di soccorrerla, nè avendo forza a ricuperarla: che rispetto a Famagosta non gli mancava modo di provvedere, restandogli la fortezza intatta, e il mare aperto: soltanto richiedeva gli ausiliarî di mettersi con lui ad alcuna impresa di terra, per togliere al Turco qualche fortezza, e compensare col guadagno da una parte quel che dall’altra già s’era perduto. E dibattendosi là tra i generali se fosse meglio assaltar Negroponte, o la Morèa, o altri luoghi dell’Arcipelago, Giannandrea mostrò la qualità della stagione, la vicinanza della Vallona e di Durazzo all’Italia, e la difficoltà che il Turco avrebbe di soccorrere queste due piazze così lontane da Cipro e da Costantinopoli, cioè dall’armata e dalla capitale sua; e si offerì alla espugnazione delle medesime: dicendo che quivi avrebbe potuto più lungamente trattenersi. Nel qual parere essendo tutti gli altri di buona fede convenuti, e rimettendosi Marcantonio in questa come in ogni altra cosa alle richieste del General veneziano, restò fermo il partito del ritorno.[74]

[25 settembre 1570.]

Così la stessa sera del ventidue di settembre, nell’ordine che erano venuti, virarono di bordo dalle isole Celidonie a Rodi, e il dì seguente a Scarpanto, che è isola grossa tra Rodi e Candia, donde ha nome il mar Carpazio: ma in quei rivaggi avendo trovato burrasche da varie parti, e rifoli di vento, e grosso mare, dovette ripararsi ciascuno come meglio gli venne. Giannandrea diè fondo a Tristamo, che è il miglior porto dell’Isola; Marcantonio e Girolamo a Portograto; le navi, le galeazze ed una grossa partita di galere veneziane si tennero volteggiando a mare due giorni, prima di potersi ricongiungere alle conserve: e una galea di San Marco apertasi in mezzo, andò perduta con tutta la gente. Il giorno venticinque, parendo a Giannandrea che il tempo volesse rabbonarsi, e che l’armata dei Veneziani e del Papa dovesse essere già scorsa avanti insino a Candia, si levò da Tristamo per seguirla: se non che trovato fuori il vento e il mare contrario al suo viaggio si rivolse indietro all’istesso porto, allora appunto che Marcantonio e Girolamo, ricercando pur di lui, gli venivano incontro. L’avversa fortuna traevali tra quelle tempeste, ed in quel porto di tristo nome a rompere l’ultimo filo della concordia. Imperciocchè allora Giannandrea, uscitagli di mente la promessa della Vallona e di Durazzo, e stringendo i capi del discorso intorno alla perdita di Nicosia, alla stagione autunnale, alla prevalenza dei Turchi, alla debolezza dei Veneziani, ai venti, ai pericoli, ed agli ordini segreti di Madrid, stimò aver ragioni più che sufficienti per andarsene a suo talento. Il perchè, fatta una consulta privata co’ suoi capitani, mandò Marcello Doria alla generalizia pontificia, pregando Marcantonio che si facesse mediatore tra lui e i Veneziani, e gli ottenesse buona licenza di ritirarsi. Come restassero a tal domanda in siffatto luogo e tempo pieni di stupore i Papalini e i Veneziani, lo pensi chiunque ha fatto assegnamento sulle promesse di Giannandrea. Ciò non pertanto frenando la indignazione, rimandarono Marcello a fargli sapere quanto tutti desideravano averlo seco loro in compagnia nelle imprese da farsi, o almeno sino al Zante; ove, se non avesse voluto più oltre continuare, lo avrebbero liberato dall’impegno.

[26 settembre 1570.]

Quietò Giannandrea per quel giorno: ma la mattina seguente, sapendo essersi già ben avanzato per l’ambasceria di Marcello, fu in persona a trovare Marcantonio, con animo di persuaderlo delle sue ragioni. Or questi vedendo da una parte il campione di Spagna risoluto a fare il piacer suo, e dall’altra il general veneziano risolutissimo a non volersene contentare, pensò non si poter disciogliere siffatto nodo se non da quelli che ne tenevano i capi. E ben era dura cosa l’aver aspettato tanto un soccorso così inutile; e il vedersi poscia abbandonati nell’avversa fortuna, in onta a tutte le promesse. Perciò inchinossi a pregar Giannandrea di venir seco a bordo del General veneziano, e di intendersi con lui. Laddove entrati ambedue con buon numero di cavalieri, e tra essi don Carlo Davalos, cugino di Marcantonio e condottiero di fanterie nell’armata di Spagna, non fu mai possibile mettere d’accordo Girolamo e Giannandrea: dicendo il secondo volersi partire col beneplacito del primo, e il primo volersi ritener l’altro al modo istesso. Sicchè dopo avere que’ due a grand’infingimento gareggiato tra loro di cortesie, ciascun di essi si rivolse al mediatore perchè venisse in favor suo. Quindi Marcantonio stretto dalla pressa che ambedue gli facevano; e vedendo più giustizia e maggior beneficio pubblico a contentare i Veneziani, affinchè quel principio di Lega non si rompesse; memore eziandio dell’autorità che a lui concedevano le lettere del Re, e giudicando che quello non fosse caso nè di navale battaglia nè di pratica marineria da stare al parere di Giannandrea, cortesemente per finir la disputa con queste istesse parole, prese a dirgli:[75] — Se io vi comanderò che restiate, il farete voi? — Al che l’altro fattosi sopra sè, e a grado a grado crescendo di tuono nella risposta, diceva: — Se questa dilazione non portasse infinito danno all’armata ed ai regni di Sua Maestà, se io avessi ordine libero di poter senza occasione di combattere o di altra fazione che lo meriti lasciar di provvedere alla conservazione dell’armata, se non fosse questa domanda di così poco rilievo com’è d’accompagnare chi può andar da sè; anche, Signore, se voi aveste l’autorità di don Giovanni d’Austria da potermelo comandare: allora ubbidirei. — Che anzi, ripigliava il primo, misurando i termini per rispetto all’Altezza di don Giovanni, Che anzi, questo è il caso in che io mi trovo qui avere tanta autorità quanta n’aveva sull’armata don Garzia di Toledo; e quanta n’avrebbe sua Altezza, come successor di don Garzia, se qui fosse presente. Però voi, Signore, ora avete ordine d’ubbidirmi, e di seguire il mio stendardo. — Ma Giannandrea che posto di fronte all’autorità non si sentiva bastante nè a riconoscerla nè a rifiutarla, volse agli assurdi, e soggiunse: — Se questo fosse, potrebbe vostra Eccellenza far giustizia sull’armata di Sua Maestà, come ho fatt’io sin ora; senza mescolarsene di niente l’Eccellenza vostra. — Sì bene, replicò Marcantonio, avrei potuto, e potrei ancora far giustizia di pena e di premio sull’armata di Sua Maestà che è posta all’ubbidienza mia: ed è per buona grazia che ho lasciato e lascio farlo all’Eccellenza vostra. — E quegli di tratto: — Perdoni, Vostra Eccellenza, che è in errore; perchè le lettere del Re non le conferiscono tanto libera autorità. — E qui, fatte venire e leggere le lettere del Re,[76] Marcantonio rivolgevasi a Giannandrea, dicendo: — Io ho mostrato le lettere mie: vostra Eccellenza ha udito l’ordine del Re perchè ubbidisca al generale del Papa e ne segua lo stendardo. Se Ella per avventura ha ordini in contrario, li mostri. E prima sappia che, qualora sua Maestà comandi a me di ubbidire a lei, il farò ben volentieri e sempre che mi si mostri l’ordine. — Giannandrea però che non avea carte da mettere in pubblico, sì bene da tenersi gelosamente nascoste, replicava con più parole che ragioni, come sempre avviene a chi sia colto in fallo; e finalmente conchiudeva: — Gli ordini di sua Maestà li conosco ben io, io solo ho il comando dell’armata, io farò quel che meglio mi parrà: e chiamando i miei capi di squadre, il marchese di Santacroce e don Giovanni di Cardona, si potrà sentir da loro, cui abbiano ordine di obbedire. — L’altro tuttavia soggiungeva: — Per quel che riguarda le galere del Re, a me basta comandare a vostra Eccellenza, e per suo mezzo agli altri: ma se pur vogliamo sentir qualcuno, venga il marchese di Torremaggiore, ed egli ne ripeta gli ordini avuti dal Vicerè di Napoli. — Giunti a questo segno don Carlo Davalos essendo stato lungamente in silenzio a udire, e non avendo per bene che si chiamasse il marchese assente, quando egli era quivi presente, entrò per terzo nel discorso, e disse: — Io altresì tengo carico di fanterie sulle galere del Re, come il marchese; e non ho ordine d’ubbidire ad altri che al signor Giannandrea. — Alterossi a siffatta scappata Marcantonio, per vedersi contraddetto da un giovane ufficiale, suo parente, e non richiesto in materia così grave: sicchè vedendosi ormai solo contra due, quanto più gli apparve misleale il rincalzo, tanto meno da passarsene: e per un istante guardato in faccia don Carlo, sdegnosamente gli disse: — Molto poco mi cale, Signore, di comandare a voi. — Ed egli di rimando: — E a me, molto meno di ubbidire vostra Eccellenza. — Don Carlo! esclamò allora Marcantonio, mi hanno ubbidito uomini maggiori di voi! — E già don Carlo levatosi in piè ferocemente cominciava: — Questo no!... — Quando Giannandrea venuto in mezzo, non volendo che colui passasse più avanti, coprì la di lui voce e persona con la voce e persona sua, gridando anch’esso: — Don Carlo! io dico, don Carlo! Mostrate coi fatti che voi mi ubbidite: tacete e levatevi subito di qua! — Questi inchinatosi con grande osservanza a Giannandrea, prese congedo tacendo; intanto che Marcantonio raddolcito dicevagli nel vederlo partire: — Così dunque, signor don Carlo, non avete avuto vergogna di parlare ad un vostro fratello maggiore con tanto poco rispetto! — Ma al tempo stesso colui era già fuori di camera, e Giannandrea d’impaccio. Imperciocchè, giunti a quei termini, indarno il Doria si fece a ripigliare la pratica per condurla a suo talento; che era al postutto di voler che gli altri si chiamassero contenti a loro dispetto. Marcantonio sentendosi in obbligo di non offendere i Veneziani, ed impotente a condurre gli Spagnoli, dichiarò sull’atto a tutti quei signori in pubblico che egli intendeva finire di intromettersi più in niuna cosa che riguardasse l’armata del Re.[77] E fatto segno al general veneziano che egli non l’avrebbe giammai abbandonato, uscì dai bandini e tornossene alla sua capitana, fermo di mantenere il proposito, e di lasciare la dimane quell’infausto porto.[78]

Prima però di sciogliere le vele, ripensando alla disciplina militare che a lui sembrava violata dalla oltracotanza di don Carlo, con parole misurate e calzanti, senza mettere in mezzo nè il nome nè l’autorità del Pontefice, scrisse a Giannandrea questo biglietto.[79]

«Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore.

»Havendo considerato quel che oggi il signor don Carlo Davalos ha detto in presenza mia, di Vostra Eccellenza, del general di Venezia, et di quelli altri Signori, mi è parso convenire al servitio di Sua Maestà ed alla dignità che io tengo di dire a Vostra Eccellenza che faccia ritenere la persona di esso signor don Carlo, fintanto che Sua Maestà, inteso quel che oggi è passato, commandi quel che le farà servitio; perchè fatto questo io non vi ho altro che fare. Pertanto la prego che per servitio di Sua Maestà e per rispetto della mia dignità lo voglia così eseguire: che così farei io stesso in servitio suo, quando ne fossi da lei richiesto, stando Vostra Eccellenza nel luogo mio. Et le bacio le mani. Dalla mia galera capitana nel porto di Tristamo a dì 26 di settembre 1570. Servo di Vostra Eccellenza

»MARCANTONIO COLONNA.»

[27 settembre 1570.]

XI. — Così l’armata di Spagna restò il medesimo giorno divisa dalla pontificia e dalla veneziana nel porto di Tristamo, per aver voluto Giannandrea fare il piacer suo, secondo gli ordini secreti del Re. Il quale dappoi non ne fece alcun risentimento, anzi ebbelo sempre più caro: a tale che non guari dopo lo nominò generale con preminenza sopra gli altri generali delle galere di Napoli, di Sicilia e di Spagna; e di più non dubitò proporlo l’anno seguente nella terna del generalato supremo di tutta la lega:[80] e quantunque escluso, rimandollo alla armata insieme con don Carlo Davalos, procurando ad ambedue l’onore del comando: all’uno l’ala diritta dell’ordinanza, e all’altro il governo delle navi: donde gli effetti funesti che appresso si leggeranno.

Intanto però Giannandrea congedatosi dal Generale di Venezia con molte cirimonie, e inchinatolo a ogni passo dallo scannetto di poppa, chiamato pizzuolo dai Veneziani, sino alla scaletta di fuoribanda, si ridusse a bordo della sua galera: ove sommamente lieto di aver concluso il negozio a modo suo, fermo alla spalliera, fè palese agli amici la vittoria riportata e l’abbassamento del Generale romano; uscendo ancora a motteggiarlo con questo frizzo:[81] — Pensava Marcantonio farsi onore a Cipro con la roba mia. — E quantunque Giannandrea si lasciasse andare a siffatto discorso sul ponte della sua galera, senza che vi fosse persona di fuori, tuttavia ciascun deve intendere l’enormità di rattizzare le passioni de’ suoi con le proprie, a pubblico danno, e con sì gran travisamento di giudizio. Imperciocchè al postutto non intendeva là Marcantonio a farsi onore con la roba altrui: ma sì bene a liberare i Cristiani dal coltello dei Turchi con le forze comuni messe all’ubbidienza sua; che sarebbe stato onore e debito di ciascun cristiano il farlo, come fu colpa e vergogna il rifiutarlo. Tanto più per parte di Giannandrea, le cui galere condotte a prezzo dal Re, promesse ai Veneziani per soccorso, e poste sotto lo stendardo papale per combattere, non potevano più dirsi, come egli diceva, roba sua: ma di tutti coloro ai quali erano obbligate per quegli effetti che egli fare non voleva. Ma in quella vece pensava conservarsele a fin di caricare in Candia moscadelli e malvasia in buon dato, e di scorrere dappoi nell’Arcipelago: non già per rifocillar di generosa bevanda quei Greci tapini che erano pur cristiani al par di lui, ma per farvi presa di genti, e rifornir di ciurme le sue galere.[82]

Certo è che non ostante la gran premura di voler presto essere in Sicilia, indugiossi in Candia cinque giorni a caricar quei vini: ma non trovo che egli eseguisse il divisamento delle rappresaglie nell’Arcipelago. Forse le tempeste che gli fecero sferrare molte galere,[83] forse l’orrore di tanto eccesso, il ritennero. Ma in argomento così grave sopra gli usi e gli abusi della marineria di quel secolo, non posso io restarmi dal chiarire che fossero le così dette rappresaglie: ed il farò con le parole gravissime di san Pio, donde tutta si dimostra la qualità del male e del rimedio. Ecco il documento in volgar nostro rivolto.[84]

Precetto di Pio Papa quinto.

«Quantunque ciascuno sappia che questa guerra or ora incominciata contro l’empio tiranno dei Turchi non solo si faccia per trastornar dal nostro capo il pericolo imminente delle sue continue invasioni, ma anche per rimettere in libertà, e al quieto esercizio della fede, ed alla professione franca del nome di Gesù tante migliaia di cristiani che sotto la feral tirannide dei Turchi servile e misera vita conducono, tuttavia non sono mancati taluni tanto immemori della cristiana fratellanza che assaltando le terre dei Turchi nostri nemici hanno fatti schiavi pur i cristiani di quelle parti, e spogliatili dei loro beni e sostanze li hanno incatenati nelle galere, messi al remo, ed anche imposto il taglione per il loro riscatto. Donde ne è seguito che i fedeli redenti col sangue di Gesù Cristo, i quali avevano con le loro orazioni e voti affrettata la venuta e la vittoria dei Cristiani, tali cose abbiano avuto a patire dai Cristiani istessi loro fratelli e vincitori, quali appena dai Turchi aspettar si potevano. Laonde noi, che quantunque immeritevoli, teniamo in terra il luogo di Lui che venne dal cielo a sciogliere le nostre catene, affinchè liberati dalle mani dei nostri nemici quinci innanzi senza timore serviamo a lui, temendo giustamente non forse poco curando la carità e la dilezione impostaci da Lui verso i nostri figli, provochiamo l’ira sua contro di noi e contro la navale Armata nostra, dovendo provvedere a siffatto disordine, per tenore delle presenti deliberatamente commandiamo che niuno quinci innanzi, o militante nella sacra alleanza, o chiunque si voglia, ardisca pigliare a forza i cristiani, nè costringerli contro lor voglia a remigare quando ben li pagasse, nè imporre il taglione, nè spogliarli dell’avere: ma in quella vece fraternamente ed amichevolmente come conviensi alla pietà cristiana, li tratti, e gli uomini coi figli e con le spose di ciascuno lascino andare a lor talento. Però dichiariamo che tutti e singoli coloro i quali ardiranno violare questa nostra costituzione debbano sul fatto essere incorsi nella pena della scomunica, sentenza già data, dalla quale, men che nell’articolo della morte, non possono esser prosciolti altrimenti che da Noi o dai nostri Successori: vogliamo inoltre che essi stessi i delinquenti siano puniti dai superiori loro di pena severa e grave, avuto rispetto alla qualità del mancamento. Comandiamo ancora a tutti e singoli i superiori tanto della predetta Armata quanto dei luoghi indicati, ai quali spetta o per il tempo futuro spetterà, che per quanto hanno caro meritar la grazia di Dio e la nostra benevolenza, questo Nostro, o per dir meglio Divin comandamento e precetto, nei luoghi della loro giurisdizione; o vero dovunque approderanno i comandanti dell’Armata, o delle squadre dei principi alleati lo faccino pubblicare, affiggere, tradurre nelle lingue che si parlano nei detti luoghi, e dalle dette persone, bandire per tutta l’Armata e da tutti inviolabilmente osservare, sotto le pene che a loro sembreranno convenienti, affinchè possano sperare da Dio ottimo massimo i premi eterni, e da noi giusta lode per l’adempimento fedele di questo dovere. Vogliamo di più che nel presente Motuproprio basti solo la nostra segnatura; e questa dovunque faccia fede nel giudizio, e fuori, non ostante qualunque regola e costituzione apostolica in contrario: e che se ne tirino molti esemplari a stampa e quelli sottoscritti da alcun Notaro pubblico ed insieme muniti del sigillo di qualunque Curia ecclesiastica o di qualche Prelato, tanta fede facciano in ogni luogo quanta ne farebbe il presente original Motuproprio se fosse prodotto e mostrato. Nonostante checchessia in contrario. Piace per Motoproprio.»

Ecco dipinta al vivo per la mano maestra di un Santo la pietà fallace di alcuni malvagi militanti nella sacra alleanza, che sotto specie di far la guerra ai Turchi spogliavano e manomettevano i Cristiani, con tanta sfrontatezza, che a frenarli fu bisogno di un decreto papale in tutte le forme e in tutte le lingue, come quello recitato. Da ciò giudichi chi intende il principio dell’alleanza in compagnia di cotali.

Ma per ritornare a Giannandrea, la sua condotta nella guerra di Cipro spiacque a ciascuno in ogni parte men che nella corte di Madrid.[85] Il cardinal Morone, di quella esperienza e virtù che tutti sanno, quantunque nato suddito di Spagna, se ne dolse pubblicamente.[86] Il cardinal Pacecco, principalissimo ministro del Re in Roma, ripetè più volte che egli non sarebbe mai ben servito finchè l’armata sua fosse in mano di chi ha galere proprie; perchè questi per loro interesse schivano quanto possono di metterle a pericolo, nè vogliono distruggere l’armata del Turco; perchè il nutrimento loro è l’armata di lui.[87] E san Pio tanto disgusto ne prese che per più lettere se ne richiamò al re di Spagna;[88] e di ciò non contento, spedì a Madrid Pompeo Colonna perchè a voce dicesse quel più che non voleva scriverne:[89] ed avendo Giannandrea per discolparsi mandato a Roma Marcello Doria, questo non fu mai voluto ricever dal Papa.[90] L’unica sua difesa furono e sempre saranno gli ordini secreti del Re: ma quanto possa valere in materia così grave ed evidente, con tanta ruina del cristianesimo in Levante, tanto danno dei Veneziani a Cipro, e tanto pericolo di tutta l’Italia; massime con quel modo perfido di mostrarsi sempre pronto in parole, esser sempre restio nei fatti, e rimandarne sempre agli altri la colpa; il dica chi ha senno, o chi si sente d’imitarlo. I suoi parziali, e alcuni scrittori, smagati al miraglio della corte spagnuola, non potendo dare ragione a lui, si contentano levarla agli altri. Dicono che i generali vennero a rottura, che le loro istruzioni portavano difficoltà, che le corti non erano d’accordo. Ma i generali di Venezia, le istruzioni e gli ordini del loro governo dicevano chiaro una cosa sola: ite a Cipro, e combattete l’armata nemica. Quelli di Roma ancor più chiaro dicevano; ite, soccorrete i Veneziani dove e come essi richiedono. Il disaccordo, la rottura, le istruzioni equivoche restano in mano d’un solo: di colui che ha le cifre segrete, di colui che deve combattere e non combattere, esporre l’armata e non esporla, obbedire e non obbedire. A lui, ed alla corte da lui rappresentata, tutto il torto; anche per implicita confessione di quelli che nel difenderlo si contentano di dargliene la metà. Ciò non pertanto io non sarei nullamente maravigliato di veder comparire alcun campione alla sua difesa: perchè ancor dura il vezzo di riguardar l’opere sue sotto il manto della real grazia che le coprì, come se non avesse mai potuto dare in fallo. Si provino costoro, producano paurosi documenti, citino qualche storico che non potè nè vedere nè alzare il misterioso velo; mettano innanzi qualche avviluppatore che, non volendo accusare uno, calunniò tutti; e se fa bisogno, rinneghino gli archivi di Roma, di Venezia, di Firenze, di Montecassino, non meno che quelli di Spagna: farà sempre contro a loro l’isola di Cipro che per non esser soccorsa cadde abbandonata nelle mani dei barbari, i quali ancora dopo tre secoli la possiedono; sarà mai sempre vero che Giannandrea inteso a magnificare la potenza del nemico, e a vilipendere la nostra, sconfortò l’animo delle genti e ne guastò il valore, o come oggi dicono, demoralizzò l’armata;[91] si avrà per sua confessione medesima che egli fu l’ultimo ad arrivare, quando ogni menomo indugio era fatale: che giunto sul campo, si oppose al procedere; chiamato a battaglia, non volle combattere; richiesto di soccorso, prese congedo; pregato, si scusò; comandato, disubbidì. E se questo non basta, seguanlo da presso, riguardino ai favori del re Filippo che già lo destina primo tra i generali di Spagna, e successore in luogo di Don Giovanni d’Austria; s’affissino al resto dell’opere sue, sino alla famosa giornata del sette ottobre a Lepanto. Là tra tanta gente di tante nazioni tutte ricoperte di verace e cristiana gloria una sola vergogna dovette rattristare il cristianesimo, e fu la sua.

[2 ottobre 1570.]

XII. — Marcantonio al contrario rappresentando non già le gelosie, nè le ragioni di stato di cupa e interessata corte, ma in vece la sincera fede e l’imparzial devozione del Pontefice romano al pubblico bene della cristianità, ripresa l’abituale sua prudenza e moderazione (da che per comune testimonianza soltanto il repentino caso del ventisei avevalo alquanto potuto smovere) si accostò sempre più amorevolmente ai Veneziani, lor mostrando l’animo suo tutto conforme nelle parole e nei fatti alle istruzioni di Roma di non doverli giammai abbandonare. Ecco come i due capitani secondo gli ordinamenti diversi delle due corti si comportavano. E i Veneziani posero amore grande a Marcantonio e tanta fiducia in lui, che non pareva loro poter giammai in alcun tempo trovare amico più fedele e più pronto ad ogni loro piacimento.[92] Laonde insieme con lui il giorno ventisette salparono da Tristamo, insieme il dì seguente presero terra a Sittia, insieme schivarono d’incontrarsi più con Giannandrea, oltrepassarono il porto di Candia, e alli due di ottobre si ormeggiarono alla Canèa. Infausto ritorno! scherniti da’ nemici, pressochè traditi dagli amici, perseguitati dall’avversità della fortuna, dalle tempeste del mare, e dalla rabbia dei venti. A Giannandrea nel tragitto sferrarono quattro galere, tre di Napoli e una dei Negroni:[93] due galere di Marcantonio naufragarono, tredici dei Veneziani si persero, ed altre più andarono traviate sino a capo Dionda nella costa meridionale dell’isola. E sebbene non vi fosse stata gran mortalità di gente, pur restarono tutti così perduti di animo e di forza, che non era più a riconoscersi quella robusta marineria, e quella fanteria intrepida che poc’anzi aveva chiesto ad ogni risico la battaglia. Niuna cosa più contrista gli uomini nella sventura, che l’essere abbandonati da chi s’aspettavano aiuto.

Ciò non pertanto il general veneziano prese a rimettere l’armata, a sbarcar le milizie, e ad ordinare i soccorsi e le provvigioni per Famagosta, per Candia, e per le altre isole del dominio. E Marcantonio a riparar le sue galere, e a scrivere gli strani ed infelici successi di quella campagna a Roma, a Venezia e a Madrid. Si conservano ancora nell’Archivio di sua casa lettere, giornali, documenti, relazioni, cifre, e scritture d’ogni maniera mandate o ricevute dal Papa, dal Doge, dal Re, dall’ambasciatore di Spagna, dal Granduca di Fiorenza, dal Cardinal segretario di Stato, e da altri personaggi principalissimi, nella secreta confidenza dei quali tutta traspira la candidezza e la fede dell’uomo eccellente. Là è gran mèsse a raccogliere per la storia di questi tempi: e di là ricavo che niuna cosa tanto ribadisce nelle sue lettere, anche al re Filippo, quanto la doppiezza e gli ordini segreti di Giannandrea. E quantunque nelle lettere al Re destramente faccia le viste di credere che questo sconcio non fosse venuto per sua volontà, pure avvisa che il solo sospetto produceva tristi effetti, diffidenza tra i Veneziani e discredito all’armata reale. E ciò ben chiaro si mostra da un brano di lettera al Re con la seguente conclusione:[94] «In fine per tutto il tempo di questa campagna Marcantonio non ha avuto che dire con Giannandrea perchè gli fosse dato nulla, ma solo per queste due ragioni: la prima è che non avessero giammai a sapere i principi del mondo che Vostra Maestà avesse dato ordini contradittorî per la stessa impresa, come non li ha dati; e l’altra che tenendo Marcantonio la medesima volontà e desiderio di Giannandrea per la conservazione dell’armata di Vostra Maestà, si doveva fare in modo da conservarle pur la riputazione, e che giammai pel tempo a venire non si potesse dar taccia ai ministri di Vostra Maestà di aver lasciato di aiutare e di favorire una causa tanto cristiana come è questa. Tale è in breve la sostanza di quel che è occorso; e quantunque ognun sappia che siffatte pratiche possono esser dipinte e raffazzonate con molto artificio e molti colori, tuttavia è parso a Marcantonio parlare col suo Re e signore senza mistero la pura e schietta verità, con poche e veritiere parole.»

[Ottobre — Dicembre.]

XIII. — Intanto il General veneziano aveva fermo levarsi da Candia per isgravar l’isola dall’incomodo che le apportava il dover nudrir tanta gente; ed anche per indurre coll’esempio l’armata nemica a ritirarsi, perchè quei luoghi potessero quietare. Ondechè, lasciato quivi il Quirini con le galere consuete della guardia, egli col resto dell’armata se ne venne a Corfù in compagnia di Marcantonio. Il quale vedendo che i Veneziani disarmavano, fece lo stesso; riserbandosi soltanto quattro galere rinforzate: e congedatosi da loro, che a gara non rifinivano di onorarlo e ringraziarlo, sciolse le vele per ritornarsene a Roma.[95]

Se non che nel breve tragitto da Corfù ad Ancona ebbe così avversa la fortuna, e tante maniere di travagli e di presentissimi pericoli quanti nelle lunghe navigazioni di molti anni incontrar si potrebbero: calamità, tempeste, venti, folgori, peste, fuoco e nemici, posero a durissime prove la sua costanza.[96] Entrata nelle galere da lui condotte la infermità che era nelle veneziane, patì acerbissime pene, e vide gran numero dei suoi tocchi di peste e morti. Partitosi da Corfù ai ventotto di ottobre, fu da terribile tempesta gittato a Casopo: e non mai racconciandosi il tempo, quivi ritenuto un mese a consumarsi di fame e di stenti. Sciolte le vele alla prima aura favorevole, ecco scatenarglisi contro la rabbia di un libeccio burrascoso, e gittarlo a naufragare in Schiavonia: altri de’ suoi morirgli attorno di febbri acute e di lunghi patimenti, altri tornarsene a Corfù, altri ad ogni rischio sopra piccole barche farsi tragittare nella Puglia per potersi in qualche modo curare. Tra questi fu Domenico de’ Massimi, nobile romano e capitan di galera, che dopo il naufragio con alquanti suoi famigliari scampato a Lecce, quivi rifinito da tanti disastri, alli quattro di decembre morissi. Ho alle mani il codicillo della sua ultima volontà, donde ora traggo alcune notizie che fanno al mio proposito.[97] Domenico prima di tutto lascia scudi venti per dare suffragio alle anime di tutti quei remiganti che, di buona voglia presi a Roma, erano morti nel naufragio della sua galera: lascia scudi trenta al padre Cappellano dell’abito di sant’Agostino; altrettanti alla Camera Apostolica per le spese della guerra contro Turchi: scudi cento al capitan Paolo Martelli di sua provvisione, del tempo che prese a servire sino a tanto che la galera dètte in terra: ordina che qualora la sua fregata fosse mai caduta in poter degl’infedeli, siano riscattati a sue spese i marinari, e pagato il prezzo della medesima al padron Girolamo Laudati.[98] Così il capitan de’ Massimi[99] e tanti altri suoi pari romani e veneziani terminarono il corso della infelice spedizione a Cipro. Oltracciò si legge che essendosi la squadra pontificia per tanto tempo trovata nel paese dei nemici; o dalle loro terre, o dai loro bastimenti in alcun parziale riscontro, aveva preso prigionieri. Domenico nel predetto codicillo ne lascia diciassette, tutti turchi: quattro siano liberi, cioè Annibale, Adir, Orlandecco, e Marzio: una bambina turca di Scarpanto sia messa alle orfanelle di Roma: siano consegnati ai ministri del Papa l’albanese e il greco, ambedue rinnegati; e il turco naturale chiamato Curdo: un puttin negro, per nome Salem, al signor Piero de’ Massimi suo nepote: Cadir africano a suo fratello Orazio: uno schiavo ed una schiava grandi di Barno al signor Paolo Orsini: ed alla signora Vittoria Naro sua moglie quattro schiave bianche ed una negra, questa chiamata Barlecca, e quelle Fatima, Miriam, Zenà e Zoaba, insieme con una donzelletta e un fanciullino figliuoli dell’ultima; pregando la detta signora contessa a far quanto si conveniva perchè tutti si battezzassero, e le donne si maritassero ne’ suoi feudi: che se per avventura coloro la ponessero in fastidio e non volessero battezzarsi, pensasse a venderli.

Tratterò a miglior tempo questa materia degli schiavi turchi e del loro trattamento nello Stato papale.

Ora torno a Marcantonio che, ricoveratosi a Cattaro, neanche quivi entro al porto può trovar riparo alla contrarietà degli elementi onde è perseguitato. Stando surto presso alle mura della città, durante un grosso temporale, tra la pioggia diluviosa e lo spesso guizzar dei lampi e l’eco lungamente fragoroso dei tuoni, la saetta folgore diè a gran furia nella sua capitana, e misela a fuoco. Il legno vecchio di quarant’anni, arido e impegolato prestamente fu tutto in fiamme; terribile spettacolo, e rare volte veduto. Guizzava il fuoco su per le sartie sino al calcese, bruciavan vele e manovre, le antenne ardenti cadevano sul ponte; e come arrivava il fuoco alle poste degli archibugi e delle artiglierie, sparavano da sè in mezzo all’incendio ove per caso erano volte. Là in mezzo scorrea Marcantonio a sferrar le ciurme e a far disbarcare le genti: e vedendo che il fuoco s’accostava alla Santabarbara, preso in braccio lo stendardo usciva ultimo dalla galera. Indi a poco, accesa la munizione della polvere, con orrendo strepito tutta disfatta in minutissimi pezzi disperdevasi nei gorghi del mare. Questa fine ebbe la famosa galea quadrireme del Fausto.[100] Ciò non pertanto fu così destro Marcantonio che, aiutato dal cavalier Gaspare Bruni, potè salvar tutte le genti di capo e di remo, e portar seco lo stendardo e le scritture a terra, e dopo ricuperare l’artiglieria. E quantunque avesse in quel disastro perduto ogni privato arredo, per fino l’argenteria della sua camera, e non avesse altri panni che in dosso, pure imperterrito nei pericoli, e nullamente sgomentato nè delle tempeste del mare, nè degli ardori del fuoco, riprese il mare con una galera veneziana di Francesco Trono, menando seco le genti che gli restavano.[101] Da Cattaro passò a Gianizza perseguitato sempre dalla fortuna, e sempre superiore alla medesima: in quel passaggio tanto gli crebbe il vento contrario, che i piloti giudicarono non potersi salvare se non pigliando terra a Ragusavecchia, ove dettero fondo a due ancore, e si rafforzarono con un capo in terra. Ma provando in quel luogo una rivolta gagliarda di scirocco, col quale aveano navigato il giorno, deliberarono scorrere avanti e dar fondo al ridosso del capo Molino, tre miglia lungi da Ragusa. Colà tuttavia la galera travagliava assai, ed era bisogno alla ciurma star sempre col remo ad aiutar l’àncora che non arasse sul fondo: sebbene con poco effetto, perchè il freddo della notte, e l’acqua che minuta pioveva, e gli stenti continui prostrate avevano le forze di quelle misere genti. Ma pur la galera ad ogni modo si manteneva.

Parendo nondimeno al sotto-comito che, per la grande tiragna[102] che essa galera pativa, sarebbe stata maggior sicurtà legare a piè dell’albero un provese che slava al netto di prua, tostochè ebbe allentato quell’aiuto da una parte, e prima che potesse raccomandarlo all’altra, la galera impetuosamente dètte in terra: prendendo così lungo tratto, che ciascuno potè sbarcare in secco, senza danno delle persone, ma con la perdita del naviglio e grandissimo pericolo di ciascuno, per esser quivi presso al confine molte masnade di Turchi in arme. Quindi Marcantonio condusse nel silenzio della notte i compagni del naufragio alla piccola casa del molino: e spartite che ebbe le guardie alla porta, alle scale e all’entrar delle stanze, aspettò il giorno. All’apparir del quale, posto il fuoco alla galera, e squadronate le genti, marciò ordinatamente verso Ragusa: ove poi seppe che un migliaio di Turchi non tardarono due ore ad essere in quel molino ove aveva passata la notte, ed ove ardevano ancora di giorno l’ultime tavole del suo bastimento.[103]

I Ragusei raccolsero a grande onore il general pontificio e tutta la sua brigata; e li fornirono di cavalli, e di ogni altra comodità, finchè a loro piacque dimorare in quella terra: dopo di che, essendosi Marcantonio licenziato, passò in Ancona, e sul principio del seguente anno giunse a Roma. Il Pontefice lo rivide con piacere più che dir si possa grandissimo, e gli parlò parole di gratitudine e di amorevolezza, dichiarandosi di lui pienamente soddisfatto: sì perchè aveva patito tanti disastri per obbedirlo, come per le buone relazioni che gliene avevano date i Veneziani, il Doge, e gli ambasciatori. E vie meglio sopra di lui fondava le sue speranze di quella lega, che tanto ardentemente desiderava: e che la provvidenza disponeva doversi non da altri condurre a compimento se non dal più generoso e leal capitano, come nell’altro libro sarà narrato.

LIBRO SECONDO.

CONCLUSIONE DELLA LEGA E BATTAGLIA DI LEPANTO.

SOMMARIO DE’ CAPITOLI.

I. — Ministri della Repubblica del Re e del Papa a trattare i capitoli della alleanza. — Prima sessione. (1º luglio 1570.) — Domande e risposte. — Offensiva e difensiva. — Le censure. — Altre difficoltà. — Condizioni di Venezia al principio del 1571.

II. — Il generale della lega in mare e in terra, e il suo luogotenente. — Don Giovanni d’Austria e Marcantonio Colonna. — Ristretto della capitolazione. (Febbraio 1571.)

III. — Congresso solenne del 7 marzo alla Minerva. — Articolo addizionale improvvisato dal Granuela. — Nuove discordie. — Fermezza dei Veneziani. — Il Papa torna senza conclusione a Palazzo (7 marzo.)

IV. — Scioglimento dei trattati. — Marcantonio spedito a Venezia. — Opinione dei Veneziani. — Destrezza e ragionamenti di Marcantonio. — Sua orazione in senato per la lega. (Aprile 1571.)

V. — Istanze di Marcantonio. — Suo ripiego per togliere la difficoltà del danaro. — Conduce il senato alla lega. — Sottoscrizione de’ capitoli a Roma. (25 maggio 1571.) — Medaglia.

VI. — Armamenti. — Pompeo Colonna luogotenente generale. — Onorato Gaetani generale delle fanterie. — Cencio Capizucchi maestro di campo; sua patente. — Capitani delle compagnie. — Nobili venturieri. — Tutti i Papi del cinquecento tennero galere proprie. — Perchè non n’ebbe Pio V. — Difficoltà per condurre galere da Venezia. — Capitoli per le dodici galere dell’ordine di santo Stefano. (Maggio 1571.)

VII. — Venuta delle galere a Civitavecchia. — Loro nomi e capitani. — Ordini di san Pio. — Marcantonio a Civitavecchia. — Mostra delle galere, e delle fanterie. — Partenza. — Arrivo a Napoli. — Rissa sanguinosa in quella città tra papalini e spagnoli. — La squadra pontificia prima d’ogni altra a Messina. (20 luglio.)

VIII. — Movimenti dell’armata turca e della veneziana. — Sebastian Veniero. — Pericoli di lui. — Rimedî suggeriti da Marcantonio. — Sebastiano in gran travaglio si rivolge a Messina. — Incontro dell’armata veneziana e pontificia. — Feste a Messina. — Amorevolezze dei Veneziani verso i Papalini. — Maltalento degli Spagnoli. — Veniero vorrebbe partirsi. — Marcantonio lo ritiene. — Soperchieria degli Spagnoli contro i Papalini. — Tumulto militare. — Giustizia sopra gli Spagnoli. (7 agosto.)

IX. — Arrivo di don Giovanni a Napoli. — Sue qualità. — Riceve lo stendardo della Lega. — Lettera del Granuela. (13 agosto.) — Pio V lo sospinge a Messina. — Vi arriva alli 23 di agosto. — Consiglio di guerra sulla reale alli 24. — Nomi dei principali capitani, e loro propositi. — Deliberazione del consiglio. — Ardore dei Veneziani. — Freddezze degli Spagnoli. — Lettera in cifra di Marcantonio. — Sua difficile posizione. — Due lettere, a san Pio e a san Francesco Borgia.

X. — Altre sessanta galere veneziane a Messina. — Altre questioni. — Rimedi di Marcantonio. (2 settembre.) — La mostra. — L’armata veneziana difetta di fanterie. — Don Giovanni vuole fornirla con soldati del Re. — Rifiuto di Sebastiano. — Mediazione di Marcantonio. — Consenso dei Veneziani. (8 settembre.)

XI. — Altro consiglio di guerra. — Doppiezza dei consiglieri spagnoli. — Voto favorevole di Sebastiano e di Marcantonio per far giornata. — Sentenza di don Giovanni. (10 settembre.)

XII. — La partenza da Messina. (16 settembre.) — Religione all’armata. — Ordine del navigare. — Passaggio a capo Colonna. (21 settembre.) — Segni nel cielo. — Navigazione a Corfù. (26 settembre.) — Aggiramenti degli Spagnoli. — Arrivo alle Gomenizze. — La prima scaramuccia dei Romani contro i Turchi. (2 ottobre.) — La perdita di Famagosta conosciuta all’armata.

XIII. — Tumulto dei soldati del Re sulle galere veneziane. — Il Veniero impicca un capitano e tre soldati del Re. — Turbamento di don Giovanni e del suo consiglio. — Decisione contro il Generale veneziano. — Tumulto in tutta l’armata. — Marcantonio chiamato al consiglio. — Suo parere e ragioni prudentissime. — Trova il modo di comporre le differenze. — Partenza per la Cefalonia. (3 ottobre.)

XIV. — Pareri dei Cristiani e dei Turchi intorno alla battaglia. — Esploratori da una parte e dall’altra. — Ambedue le armate decidono di combattere. — I Cristiani la sera del 6 ottobre spuntano la Cefalonia, e passano la notte nel canale. — Si appressano alle Curzolari. — Descrizione di questo luogo. — Ordinanza dell’armata. — Le galeazze alla fronte. — Rassegna dell’armata cristiana e della turchesca, galere, galeazze, navi, cannoni, soldati, marinari e remieri. — Mossa dell’armata nemica. — Muta il vento. (7 ottobre.)

XV. — Il primo movimento di Giannandrea. — Rompe l’ordinanza. — Il Turco sfida i Cristiani con un tiro. — Risposta di don Giovanni. — Lo stendardo di battaglia. — Assoluzione delle colpe. — I generali. — Il ballo. — Ferocia dei Turchi all’assalto. — Le galeazze. — Scontro delle armate. — Le due reali investite tra loro per prua. — Marcantonio al terzo banco. — Pertaù al focone. — La capitana di Venezia in pericolo. — La pontificia ributta Pertaù. — Concia altre galere. — Opprime i figli di Aly. — Conquista una galera. — Assalta il bassà per fianco. — Piglia insieme con don Giovanni la reale nemica. — Prosegue la battaglia sull’ala sinistra. — Astuzia di bassà Scirocco. — Prudenza del Barbarigo. — Una squadra dei Turchi è vinta alla spiaggia. — L’altra è circondata. — Orribile azzuffamento. — Vittoria dell’ala sinistra. — Morte del Barbarigo, e suo elogio in una lettera di M. A. — L’ala diritta. — Giannandrea e Luccialì. — Il primo s’allontana: il secondo fugge, opprimendo nel suo passaggio diciassette galere cristiane. — Sentenza di san Pio sui fatti di Giannandrea.

XVI. — Cause della vittoria ed effetti generali. — Notizie speciali delle galere di Marcantonio. — La capitana ributta Pertaù, opprime il re di Negroponte, vince un’altra galera. Conquista l’almirante del Turco insieme con don Giovanni. — Lettere di Marcantonio a diversi, e ai cardinali Gaetani e Spinosa. — La Padrona e suo soccorso alla battaglia. Salva Ascanio della Corgnia. — La Soprana e la Serena pigliano e inseguono galere nemiche. — La Reina sostiene la sua generalizia. — L’Elbigina conquista la Capitana di Rodi. — La Grifona vince i famosi corsari Caracossa ed Aly, ricupera la Fiorenza e la Piemontesa. — Vittorie dell’altre galere. — Ruggiero Oddi ripiglia la Capitana papale perduta alla Gerbe. — Lettera di M. A. a san Pio. — Condotta nobile dei soldati romani rispetto all’interesse. — Esempj del Caetano. — Lettera di un soldato. — I monsignori Odescalchi e Grimaldi. — I cappuccini. — Visione di san Pio. (7 ottobre.)

XVII. — Rivista dei generali sul campo. — L’armata nel porto di Platèa. — Abbracciamento dei tre generali. — Tempesta nella notte. — Gran mortalità di nemici. — Don Giovanni e Marcantonio un altra volta sul campo. — Consiglio e ritirata. — Novero delle prede. — Partizione. (8 ottobre.)

XVIII. — Marcantonio a Messina. (1 novembre.) — Entra nel porto di Napoli con la sua squadra e le vinte galere. (13 novembre.) — Verso Roma per le poste a fin di trattar col Papa. — Notizie e feste di Roma. — Apparecchio di trionfo. — Maltrattamento delle fanterie per alcuni ufficiali. (18 novembre.) — Le galere, i cannoni, e i prigionieri a Civitavecchia. — Il Papa a sue spese arma alcune galere in quel porto.

XIX. — Apparato di Roma per il ritorno di Marcantonio. — Lettera di san Francesco Borgia. — Arrivo di M. A. in Roma, suoi modi e costumi. — Gli artieri, le milizie, i prigionieri, i patrizi, i dignitari, gli stendardi di Roma. — Il passaggio di Marcantonio. — Le iscrizioni. — Il Campidoglio. — Castel Santangelo. — Il Vaticano. — Marcantonio e san Pio. — Luminarie (4 dicembre.) — Feste all’Aracœli. — Orazione del Mureto. — La colonna rostrata. (13 dicembre.)

XX. — Feste della Chiesa cattolica. — Medaglie di san Pio con sopravi l’ordinanza navale. — Considerazioni. — Gelosie degli Spagnoli per i trionfi di Venezia e di Roma. — Fanno deporre il Veniero. — Mettono in mala vista Marcantonio. — Conseguenze funeste. (31 dicembre 1571.)

LIBRO SECONDO.

CONCLUSIONE DELLA LEGA E BATTAGLIA DI LEPANTO [1571.]

[1571.]

I. — Si saranno taluni per avventura maravigliati che le nostre armate sul principio della Lega dopo vinte tante difficoltà per unirle a Candia, e sì duri travagli superati a voler che approdassero in Cipro, siansi finalmente ritirate dalla guerra senza battaglie e dal soccorso senza profitto: derise dai nemici, di danni afflitte, dalle discordie lacerate, e percosse dalle tempeste. Io qui non ripeterò la dimostrazione delle cause che gittaronle a rompere in siffatti frangenti, perchè già ne ho detto avanti. Ciò non pertanto bisognandomi ancora per molto tempo fra le angustie dei medesimi scogli navigare, devo sin dal principio far cauti i lettori a lasciar da parte ogni maraviglia se pure in questo libro (in fronte al quale sta scritto il gran nome di Lepanto) vedranno le cose dell’armata cristiana procedere al modo stesso con che furono principiate. Agúzzino essi l’ingegno per discernere il vero, sebbene occulto, carattere di queste alleanze: donde altrettanto grande comparisce la paura che avevano i Cristiani dei Turchi, quanto la rivalità che nutrivano tra loro: più nocevole, perchè più celata. Nel vero, concorrenti a Cipro, giammai non combatterono col Turco; ma vicendevolmente sempre contesero: ed alleati a Lepanto, tanto si osteggiarono tra loro per un anno che furono al punto d’azzuffarsi insieme; ed un giorno solo di battaglia ebbero col nemico. Pur sarebbe bastato quel dì a mutar la faccia semibarbarica dell’Europa, se avessero almen dopo il trionfo potuto quietare. Ma non ostante la comune necessità, e l’universal desiderio, la lega giurata e la mediazione di un santo, non arrivarono mai ad esser concordi. Anzi ingelosirono più nella vittoria: e finirono a quella dissoluzione che, copertamente causata dagli uni, e non potuta a niun patto cessare dagli altri, fece perder tutto il frutto che poteva sperarsi allora allora dalla grande giornata. Indi pure si può comprendere quanto tra loro si nimicavano. Ma di mezzo a siffatto contrasto più bella e più gloriosa rilevasi l’intramessa del Pontefice e de’ suoi capitani, ai quali la posterità farà ragione dei beneficî ricevuti: e gli storici romani levandosi all’altezza di così degno argomento, troppo travisato dalle altrui passioni, potranno una volta con la penna rimetterlo in chiaro, come i loro maggiori lo posero con la virtù.

Aveva il santo Padre, sin da quando il Turco assaltò primamente Cipro, deliberato di condurre i principi maggiori della Cristianità ad una lega per la difesa comune del Cristianesimo, alla quale esso stesso si offrì avanti a tutti per zelo di religione, subito i Veneziani se gli accostarono per bisogno di aiuti, appresso il re di Spagna si lasciò trarre per contentarnelo,[104] e finalmente gli altri principi lo udirono per iscusarsene. Ma tra gli Spagnuoli e i Veneziani, sebbene dovesse riuscire difficilissimo il concludere e il mantenere la lega, non fu gran fatto malagevole, sotto la mediazione del Papa, cominciarne le pratiche: talchè invitati ad aprire in Roma le conferenze, vennero le commissioni di pieno potere da Venezia all’ambasciadore ordinario Michele Soriano, cui poscia fu aggiunto Giovanni Soranzo; e da Madrid egualmente all’ambasciadore don Giovanni di Zuñiga, e ai due cardinali spagnoli Antonio Perrenotto di Granuela, e Francesco Pacheco: con i quali il Papa deputò da sua parte sette cardinali, che furono Giovanni Morone, Michele Bonelli, Giovanni Aldobrandini, Carlo Grassi, Pierdonato Cesi, Girolamo Rusticucci e Prospero Santacroce, oltre al cardinal Giampaolo Chiesa surrogato alla morte del Grassi; uomini tutti di valore e di giudizio eccellenti per negozio così grande.

Il Pontefice riconosciutili tutti, gli ebbe a sè il primo di luglio del mille cinquecensettanta: e con parole gravi e piene di saviezza parlò loro delle cose occorrenti, ed esortolli a concludere prestamente quell’alleanza dalla quale ciascuno doveva ripromettersi la difesa e della Cristianità e degli Stati loro contro la potenza del Turco, che minacciava a parte a parte opprimerli tutti.[105] E avendo i deputati risposto con parole onoratissime, mostrando pronta volontà ad ogni suo consiglio e piacimento, si ristrinsero insieme a negoziare presso il cardinal Bonelli. Gli arcani colloqui degli ambasciatori sono in gran parte pubblicati per le stampe,[106] nè io intendo fermarmici troppo: ma solo darne un cenno per tenermi alle ragioni dell’argomento mio; e farmi strada a metter fuori per la prima volta alcune notizie che molta luce spargono e più particolari aggiungono in questa negoziazione, per ciò che v’ebbe a fare Marcantonio Colonna.

Sin dal primo giorno i ministri spagnuoli con gran sicumèra e con sospettosa alterigia presero a mandar le cose per le lunghe, ed a trattar co’ Veneziani piuttosto da superiori che da compagni. Venisse l’ambasciator Soriano in mezzo a far le petizioni; e lasciasse loro il carico di rispondere, e di mandare i partiti a Madrid per ricavarne dal Re risposte e ordini più precisi secondo le speciali risoluzioni che si avessero a prendere.[107] Michele però cui pareva indegna quella parte obbligata di domande e risposte, come tra maestri e discepoli si costuma nelle scuole, soggiugneva: non aver egli altra cosa a chiedere che non avessela già prima di lui domandata il Papa. E rivolto ai sette cardinali dal medesimo Papa deputati, pregavali che, secondo la mente di Sua Santità, ripigliati i capitoli dell’altra lega tra Paolo III, Carlo V e la Signoria nel millecinquecento trentasette, quelli medesimi proponessero nel settanta: e coll’istessa prestezza, fin dalla prima congregazione, li pubblicassero come lega conclusa; affinchè il mondo si quietasse nella pronta risoluzione, e gli alleati si ordinassero ad eseguirla. Allora il cardinal Granuela, prese a dimostrare che i capitoli del trentasette si dovevano correggere: e che tanti anni fa si era potuto in un giorno concludere, ma non si potrebbe ora, per non essere i deputati delle due parti egualmente convenuti nei punti principali. Poscia passò a considerare quanto tempo avrebbero per discutere riposatamente i nuovi capitoli: stantechè per quell’anno le forze della Repubblica, del Re e del Papa unite a Candia già bastavano alla difensiva; e che prima di mettersi alla offensiva nell’anno seguente, si poteva con ogni comodità trattarne il modo, e convenire insieme nelle debite forme. Al qual discorso il Soriano, che vedeva quanto pericolo da quelle comodità del Granuela venisse a Venezia di consumarsi nel mezzo tempo coi Turchi e con gli Spagnuoli, replicava: non essere nè giusto nè utile aspettar gli anni e struggersi intanto nella guerra senza alcun beneficio; che il nemico non aspettava di assaltar Cipro l’anno venturo, ma già aveva invaso l’isola, e in quei giorni combattevane la capitale: doversi pigliar subitamente l’offensiva ora e sempre; perchè il miglior modo di difendersi è quello di offendere l’inimico, e di farlo impotente a nuocere; e di togliergli quanto più si può delle cose da lui usurpate, donde è sua forza: dovere i Cristiani con gli acquisti presenti a danno del Turco compensarsi delle perdite passate. Scendendo poscia ai particolari; dimostrava non esservi forse mai stata occasione tanto bella di offenderlo come allora, quando l’armata sua trovavasi in fondo al mare di Cipro, e restavano tutte le isole e città marittime dell’imperio ottomano sguarnite, e senza speranza di soccorso: preda certa a chi di presente volesse assaltarle.

Le risposte del Soriano riferite al Papa tanto gli piacquero che da quelle prese occasione di rinnovare ai signori ambasciadori più caldi ufficî, perchè sollecitassero la conclusione dell’alleanza: e mandò loro il dì seguente, che erano li tre di luglio, una bozza di capitoli, secondo che a lui coll’intervento di uomini periti era parso conveniente di fare.[108] Sopra il quale fondamento si sarebbe in poco tempo potuto costruire un edificio di buona lega, e togliere le difficoltà del domandare e del rispondere, dell’offensiva e della difensiva, ed ogni altra maniera ostacoli, se non ci fosse entrato il disegno che gli Spagnuoli avevano di pigliar tempo, contro il volere del Papa e de’ Veneziani. E dall’insieme apparisce che non era a pena risoluto un dubbio se non quando ne nascevano due: talchè per molti mesi bisognò che i deputati di buona o mala voglia si acconciassero a disputar sottilmente se la lega esser dovesse a perpetuità o a tempo, e se in questo caso bastasse il termine di dieci o dodici anni; se dichiararsi sol contro il gran Turco o contro tutti gl’infedeli, o almeno pur contro i Barbareschi; se imporre la pena delle censure ecclesiastiche contro a chi la romperebbe; se chiamare alla lega i Persiani, quantunque seguaci di Maometto; se concludere senza l’imperador dei Romani, e senza gli altri principi cristiani ad uno ad uno nominati; se togliere o mantenere la neutralità dei Ragusei: quante le forze comuni dei collegati, che per ciascuno, come ripartir le spese, quando concedere le tratte, a chi le conquiste, qual porzione delle prede, cui dare il generalato di mare, e quello di terra, e la successione ad ambedue in loro difetto: cose tutte che insieme a molte altre furono con grande arte diplomatica tramestate e ribattute per ogni verso. Ma principalmente i due punti dell’offensiva e delle censure; sui quali soprammodo insistevano gli Spagnuoli. Volevano costoro che la lega si dichiarasse soltanto difensiva dal sultano di Costantinopoli, offensiva contro i Barbareschi: e che fosse scomunicato dalla Chiesa chi rompendola si pacificasse con loro. Ma i Veneziani, sostenuti dal Papa, vinsero il partito che l’alleanza mirasse sin dal principio a guerra offensiva contro il gran Turco e suoi dipendenti: e quanto al secondo, contentandosene il Papa, non vollero mai sentire parola di censure. E quantunque dicessero che la fosse indegnità e capitolo inutile e non mai praticato tra i principi, i quali non si legano nè si guardano da fallire come i privati per paura delle pene, ma per amore della virtù; ciò non pertanto vedevano e dissimulavano che si potrebbe con siffatto capitolo di scomunica straccarli tanto (come poi successe) da farveli cadere: e allora, tra lo sbigottimento pubblico e lo scroscio del fulmine, tirare a Madrid tutto il loro dominio di Terraferma. Queste pratiche pertanto durarono sei mesi dell’anno settanta, e i due primi mesi del settantuno; con tal contenzione che più volte i Veneziani furono al punto di rompere ogni pratica, e più volte gli Spagnoli dissero conclusa ogni cosa, sebbene non ne fosse deliberatamente fermata alcuna.[109] Senza conclusione e senza rottura si andava per le lunghe: e quantunque i ministri del Re avessero messe in ogni cosa tante difficoltà, e negoziato con tanta insolenza che più non si poteva,[110] nondimeno il Papa e i Veneziani tolleravano. Grande è la pazienza degl’infelici e dei santi.

A queste difficoltà si aggiungeva la mala condotta di Giannandrea nella guerra di Cipro. Avevano i Veneziani concepito grande speranza di far buona guerra; e coll’aiuto del Papa e del Re, e coll’armata loro quant’altra mai bellissima, piena di valorosi soldati e di eccellenti capitani, si erano persuasi di poter non solo francamente difendere lo stato oltremarino, ma anche conquistare buona parte dell’imperio turchesco, rifarsi con molto vantaggio dei danni patiti nelle guerre passate, e finalmente con infinita e giusta gloria abbassare l’orgoglio ottomano. Quando poi in fine della prima campagna si trovarono aver perduto il tempo nell’aspettare da Giannandrea un soccorso tanto inutile, il regno di Cipro abbandonato, la capitale perduta, e l’armata loro ruinata, non dall’armi nemiche, ma dall’ozio, dalle infermità, e dai lunghi inganni degli amici, e finalmente ebbero un successo alle prime speranze tutto contrario; mesti, confusi e sbigottiti, come negl’imprevisti e acerbi accidenti suole avvenire, gemevano.[111] Le case piene di lutto, la città di vesti lugubri: chi la morte dei parenti, chi la perdita delle sostanze, chi il pericolo della patria amaramente piangeva. La plebe per la sospensione dei traffichi ridotta in miseria, la piazza piena di fallimenti, ed il senato pel gravissimo pericolo della publica salute in travaglio. E quantunque non ristassero di fare que’ maggiori provvedimenti che potevano per sostener la guerra, pure poco o nulla più fidavano nell’aiuto lontano, tardo e ritroso degli Spagnuoli. Di che allora andò proverbio, ripetuto poi le tante volte a Venezia, che la Republica nella guerra del Turco avesse ad esser sempre presta e sempre sola.

II. — Nondimeno risoluti a continuare la guerra, e volendo pur contentare il Papa, nel quale grandemente confidavano, perchè era uomo di petto, franco nel dire ciò che pensava, e fermo nel mantenere le sue parole, non avevano mai rotte le pratiche della lega: ed erano giunti fino al febbraio del settantuno, quando (dopo aver in qualche maniera composte le altre difficoltà) restava a decidersi del generalato: cioè di chi dovrebbe con suprema autorità governare le forze di tutti i confederati. Punto essenzialissimo, intorno al quale rigiravasi tutta la ragione di stato dei negoziatori, e tutte le speranze della lega: perchè in potestà di quell’uomo sarebbe stato il favorire o ruinare ogni impresa. I Veneziani che si erano onninamente contentati della capitolazione fatta con Carlo V e Paolo III nell’anno 1537, e che erano disposti a ricevere ogni altro capitolo, solo nel punto del generalato chiedevano istantemente nuova forma. Ripensavano che, per essere allora stato fatto così assolutamente Andrea Doria, nè coi nemici si era combattuto alla Prevesa, nè cogli amici osservata la capitolazione a Castelnuovo: quindi proponevano al presente che, dovendo ognun de’ tre principi collegati avere il suo generale, essi tre risolvessero il tutto; siffattamente che la volontà dei due generali fosse legge al terzo, e la deliberazione dei due s’intendesse deliberazione di tutti: dandosi però il titolo di generale supremo, e la facoltà di eseguire i partiti deliberati a uno di loro che potesse nell’autorità e nel nome soprastare agli altri, talchè niuno patisse ad ubbidirlo con quella prontezza e fede che è necessaria nelle cose di guerra. La scelta però di comune soddisfazione riusciva difficilissima. Imperciocchè da una parte al piacer dei Veneziani nominandosi per tale ufficio tutti i principi maggiori d’Italia dal duca di Savoja in giù, e dall’altra volendo il Re per suoi fini che si dovesse scegliere don Giovanni suo fratello naturale, si era quinci e quindi in sospeso: finchè i Veneziani, come sempre succedeva, piegaronsi ad accettarlo: rimettendone l’elezione al Papa e chiamandosi contenti di chiunque piacesse eleggere a sua Santità. Allora il Pontefice scrisse al Re che esso e i Veneziani seco si contentavano che secondo la sua proposta don Giovanni aver dovesse il generalato dell’armata, e pregavalo che proponesse altre persone di sua fiducia tra le quali si potesse scegliere il generale dall’esercito per le imprese di terra, ed i successori dell’uno e dell’altro qualora alcuno dei due si trovasse assente o impedito. Queste lettere partivano nel tempo che i deputati spagnoli a Roma erano a pretendere in punto che, mancando don Giovanni, dovesse farne le veci l’ordinario luogotenente di sua Altezza: cosa che non piaceva ad alcun altro, e nè pure il Papa poteva soffrirla.[112] Perchè ricordando tutti la mala condotta di Giannandrea nella campagna precedente, temevano vederlo luogotenente di don Giovanni nella campagna seguente: e neanche potevano restar capaci, che fosse giusto di vedere in tal modo un luogotenente (per accidentale combinazione) montare improvvisamente a tanta altezza da essere superiore ai Capitani Generali del Papa e dei Veneziani presenti all’armata. Molto più che a libito di don Giovanni sarebbe dichiararsi impedito, e a libito del Re metter in sua vece chi non godeva fiducia. Perciò il Papa e i Veneziani fermamente mantennero che in difetto di don Giovanni, Generale spagnuolo, dovesse succedere Marcantonio, Generale pontificio: ed in questo condiscese il Re (che in suo segreto si riserbava alcune parti graziose) tanto per soddisfare al Pontefice, quanto perchè stimava la persona di Marcantonio. Ma tra simili difficoltà la lega invece di concludersi speditamente, se ne passava in negoziati quasi un anno, e intanto niuna delle parti faceva le provvisioni con quella fiducia e calore che sarebbe stato necessario.

[Febbraio 1571.]

Tuttavia venuta la risposta di Filippo, che fu all’uscita di febbraio, i Veneziani non vollero mancare di concludere quello di che si erano per rispetto del Pontefice contentati; nè lasciare di sciogliere quell’ultimo nodo del generalato di terra e di mare e dei loro successori. Portavano le lettere che nel comando dell’armata, non vi essendo presente don Giovanni, dovesse succedere l’uno dei tre: o don Luigi di Requesens commendator maggiore di Castiglia, o Marcantonio Colonna, o Giannandrea Doria: nel comando poi dell’esercito, il principe di Parma, quello di Urbino, Marcantonio Colonna, e Vespasiano Gonzaga. Tra le terne e le quaterne niun veneziano, sì bene il Doria. Lasciava poi ai deputati del congresso in Roma che si accordassero a scegliere per il mare uno delli tre, e per la terra uno delli quattro: se pure non amavano meglio che don Giovanni riunisse nella sua persona il generalato di terra e di mare per maggior beneficio dell’impresa.

Il tenore di queste lettere condusse i deputati a risolvere la difficoltà: imperciocchè avendo il Re posto Marcantonio nella terna e nella quaterna, tanto di mare che di terra; e trovando i Veneti eccezione in qualcuno dei capitani del mare, come il Pontefice in uno di quelli di terra, si venne nel parere di sua Maestà, e tutti nel fatto concordi stabilirono dare a don Giovanni l’uno e l’altro generalato, e a Marcantonio egualmente il succedere nell’uno e nell’altro carico quando fosse assente o impedito don Giovanni.[113] Così restò stabilito il capitolo dei Generali e insieme fermati gli altri della lega, che dal latino al volgar nostro ridotti sommariamente dicevano in questo modo.[114]

I. Tra il Pontefice, il Re, e la Repubblica nell’anno mille cinquecento e settantuno sia lega perpetua, offensiva e difensiva, contro il Turco e suoi dipendenti.

II. Le forze della lega siano dugento galere, cento navi, cinquanta mila fanti, e nove mila cavalli.

III. Gli apprestamenti di guerra si facciano ogni anno nel mese di marzo: al fine del quale tutta l’armata debba trovarsi pronta in quel porto che verrà stabilito.

IV. Dato che il Turco assalti alcuna piazza dei confederati, quella debba esser soccorsa da tutta l’armata o da una parte di essa, secondo il bisogno.

V. Gli ambasciadori dei confederati ogni anno tratteranno in Roma, durante la stagione autunnale, ciò che debba imprendersi alla primavera dell’anno seguente.

VI. Il Pontefice armi dodici galere, tremila fanti, e ducensessanta cavalli.

VII. Le spese si dividano in sei parti: così che il Re ne paghi tre, la Repubblica due, e il Papa una.

VIII. Il Re e la Repubblica diano ciò che possa mancare al Papa: in ragione di tre quinti per il primo, e due quinti per la seconda.

IX. I Veneziani imprestino al Papa dodici galere ben munite d’artiglieria, e il Papa le armi di sue genti ed a sue spese.

X. Colui dei confederati che supera gli altri nelle spese abbia il diritto ad esser dai medesimi rimborsato.

XI. Sia libera la tratta dei grani e delle vittovaglie per l’armata, secondo certe speciali convenzioni sulla quantità e sul prezzo.

XII. Niuno imponga nuove gabelle sopra i generi necessarî al sostentamento dell’armata.

XIII. Se i Barbareschi assalteranno la Spagna, si debba soccorrerla con tutta o con parte dell’armata, secondo il bisogno.

XIV. Il simile per la spiaggia romana.

XV. E lo stesso in ogni parte del dominio veneto.

XVI. Nei consigli interverranno i tre generali dei confederati: e quello che sarà parere di due s’intenda essere deliberazione di tutti.

XVII. Don Giovanni D’Austria, per eseguire le deliberazioni comuni, sia capitan generale della Lega in mare e in terra; e nel caso di impedimento o di assenza ne faccia le veci Marcantonio Colonna.

XVIII. L’armata quando sia unita inalberi lo stendardo della lega.

XIX. Si riserbi un luogo conveniente all’imperadore dei Romani, ed ai re di Francia e di Portogallo.

XX. S’invitino pure gli altri principi cristiani.

XXI. Le prede si dividano in tanti sesti, quanti ciascuno ne spende: e le conquiste tornino ai primi possessori, come nel trattato del 1537; eccettuato Tunisi, Tripoli, e Algeri che debbano rimettersi al re di Spagna.

XXII. Si riconosca la neutralità dei Ragusei.

XXIII. Le difficoltà che possono insorgere si rimettano all’arbitramento del Pontefice.

XXIV. Niuno faccia nè pace, nè tregua col nemico, senza il consentimento degli altri.

[7 marzo 1571.]

III. — Essendosi adunque dopo tanto tempo e travaglio accordati gli ambasciatori nei predetti capitoli, parve al Papa che fosse tempo di sottoscriverli e di bandirli solennemente. Al quale fine, dopo avere ottenuto il consenso di tutti, fissò il giorno sette di marzo nel quale si celebrava con molta pompa da’ suoi domenicani di santa Maria sopra Minerva la festa dell’angelico dottore san Tommaso d’Aquino: acciocchè nel giorno istesso e nella medesima chiesa si dovesse pubblicare la tanto sospirata alleanza, e renderne le dovute grazie a Dio. Venuto il qual giorno, e ridottosi quivi il collegio dei cardinali, gli ambasciatori dei principi, e la frequenza della nobiltà e del popolo romano, dopo la Messa, si restrinsero fra di loro i deputati in una sala del convento alla presenza del Papa per far lettura dell’istromento e firmarlo.[115] Recitato però il proemio, e parte del primo capitolo, là dove diceva che la lega s’intendesse stabilita nell’anno mille cinquecento e settantuno, levossi in piedi il cardinale Granuela, primo negoziatore di Spagna, e senza alcun rispetto alla solenne adunanza, alla pubblica espettazione, ed alla maestà del romano Pontefice; anzi traendo partito da tutte queste cose per sorprendere i Veneziani e per legarli a suo talento, interruppe repentinamente il lettore dicendo: Questo è impossibile nell’anno presente; perchè il tempo è troppo avanti. Siamo alli sette di marzo, e non possiamo per la fine del mese, secondo il capitolo terzo, aver pronta tutta l’armata a Messina: non si può eseguire quest’anno tutto ciò che si contiene nella capitolazione. Dunque o bisogna acconciare, e mettere il settantadue laddove dice settantuno; o introdurre nel trattato un articolo di più, che ne determini le applicazioni pratiche per l’anno presente. E dopo alquante repliche di varie persone con diversi propositi, richiesto a manifestare qual dovesse essere il tenore dell’articolo nuovo, egli lesse da una sua carta la seguente sentenza:[116] «Perchè quest’anno non si possono mettere insieme quelle forze che sono contenute nel capitolo terzo, e pur bisogna contro il Turco comune nemico fare quest’anno tutto che si può, li deputati del serenissimo Re cattolico offeriscono che avrà in ordine quanto più presto, ed al più tardi per tutto maggio, almeno da settanta in ottanta galere ben in ordine ed armate; desiderando si menino insieme di quelle dei confederati tutti in quel maggior numero che si potrà fino al numero di duecencinquanta: et che li signori Venetiani in questo di armar galere faccino ogni sforzo, perchè hanno comodità di più legni. Con questo però che quello che contribuiranno in questo più della loro rata, il più dal serenissimo Re loro sarà compensato in denaro, o in altro; siccome in gente, vettovaglie, remi, munizioni et altre cose: sì come darà loro comodità di cercar remigi, ed armar galere quanto si potrà nelli suoi regni, con che si provvedano ancora le galere di sua Maestà di quello avranno bisogno.»

Letto questo capitolo, il Granuela si tacque, pago di aver con sì bel tratto mostrato palesemente al mondo qual fosse la tempra del suo negoziare; ed essersi reso degno di quei premî che poco dopo gli vennero da Madrid col governo vicereale di Napoli, e con la presidenza del supremo consiglio sopra gli affari d’Italia. San Pio, già ristucco delle arti usate da quell’insidiatore del pubblico bene, ruminava le severe parole con che poscia rampognandolo il discacciò da se:[117] e gli astanti che avevano sentite tante novità, ed erano improvvisamente caduti in così gran confusione, guardandosi l’un l’altro tacevano. Gli ambasciadori veneziani però consideratamente s’applicarono a contrappesare la giunta e la derrata; deducendone che al postutto si voleva stringerli in quell’anno a non far nulla, come nell’anno passato; e sol contentarli con le speranze del tempo futuro: e intanto obbligarli ad armare oltre il debito loro, e a riceverne il pagamento ancora nel tempo a venire, o in denaro, o in altro. Nondimeno anzichè rompere, pregarono che si lasciassero i capitoli così come erano già prima convenuti: promettendo che essi non mancherebbero ai patti, nè allora nè mai; come stimavano che per le maggiori sue forze potrebbe anche meglio di loro in quell’anno e sempre venir fatto dal Re. Protestavano gli Spagnuoli che il loro governo non potrebbe essere in ordine nel settantuno: e che non si dovrebbe intanto pensare ad alcuna impresa, nè a ricuperare Cipro, nè ad altra conquista; ma soltanto a star sulle difese. I Veneziani insistevano che l’offensiva era già risoluta, e che il peggiore di tutti i danni sarebbe il perder tempo. Finalmente dopo molte dispute, appartandosi or gli uni or gli altri a trattar in diverse camere, e poi riunendosi insieme senza accordarsi mai, i Veneziani risolutamente troncarono la questione, dicendo: Essere venuti là per sottoscrivere ciò che dopo otto mesi di pratiche si era stabilito; e non per avere ad abbracciare nuove condizioni: mantenessero i regî quanto avevano promesso, ed essi pure il manterrebbero: alle altre novità non estendersi il loro mandato, scriverebbero a Venezia. Ma i regî importunavano: in quel modo e in quel giorno le firme volevano; rinfacciavano ai Veneziani il rifiuto, chiamavanli irreverenti al Pontefice, ingrati al Re: speravano vincolarli col giuramento dei capitoli e delle giunte; ed essi liberamente entrare in possesso delle grazie di Roma e delle decime del clero, sulle quali non potevano gettarsi se non a lega bandita. Gli ambasciatori Veneziani però in cosa di tanto momento, e così diversa da quel che si era sino allora stabilito, giudicarono convenirsi al debito loro aspettar nuovi ordini dal Senato. Stettero fermi: e l’assemblea fu sciolta.

Così il giorno dell’alleanza solenne si finì con amara dissensione: e il Papa dolente di veder tante sue fatiche rese vane, non senza grave cordoglio, piangendo alla vista del popolo romano stupefatto, se ne tornò a palazzo.[118] Avvenimento rimarchevole che onora la sua virtù; quantunque per rispetto di Spagna taciuto dagli scrittori della sua vita.

[Aprile 1571.]

IV. — Come poi arrivarono le notizie di questi successi a Venezia crebbe fuormisura la pubblica indignazione. E molti principali senatori che conoscevano le ordinarie condizioni delle leghe, e penetravano eziandio profondamente nei segreti della corte di Spagna, furono tutti in por mente al capitolo di Granuela, congetturandone simili e peggiori cavillazioni perpetue nel tempo futuro. Gli Spagnoli dall’altra parte sapendo come alla Repubblica non restava altro partito che, o gettarsi ai loro piedi, o pacificarsi col Turco; quando schifava il primo partito, davano voce che pensasse al secondo; con questo giustificavano i sospetti, e chiamavanla traditrice. E quanto più gli uni e gli altri replicavano con le scritture e co’ corrieri, tanto più la piaga inciprigniva, e la lega si andava da un capo all’altro disciogliendo; tanto che già se n’era perduta ogni speranza. Se non che il Pontefice per farvi sopra dal suo canto tutto quello che poteva, pensò mandare a Venezia, non già vescovi prelati o cardinali, quantunque ve ne fossero in Roma eccellentissimi; ma l’istesso capitano generale della sua marineria. Marcantonio Colonna: affinchè egli procurasse con la destrezza e co’ graziosi suoi modi di levar le difficoltà e rinverdir la fiducia già quasi spenta, e ridurre per pubblico beneficio l’animo dei Veneziani a quella condiscendenza che non si poteva conseguire dagli altri.

Quei che avevano allora in mano il governo di Venezia erano risoluti alla guerra contro il Turco, risoluti alla lega con gli Spagnoli: ma ogni giorno meno speravano nella lega e nella guerra. La pochezza del soccorso ricevuto l’anno avanti da Giannandrea, gli ostacoli continui nel negoziare, gli articoli improvvisi del Granuela, la cupezza del Re tenevali impensieriti nel tempo presente, e toglieva loro la speranza di effetti migliori nel tempo a venire. Vedevano la loro armata percossa di grande mortalità e di maggiore avvilimento, vedeano già quasi certa la perdita del regno di Cipro, e tutto il resto del dominio loro in Levante presso che vicino a perdersi: vedevano non poter soli resistere contro la sterminata potenza del Turco, l’imperatore di Germania non volersi rompere con lui, e il re di Francia più che mai osservarlo. La lega poi pareva a molti segni che dovesse riuscire piuttosto difensiva che offensiva, cioè al rovescio del loro proprio e del comune interesse: avendo essi e tutto il Cristianesimo bisogno di assalire per ricuperare Cipro, Negroponte, ed altri paesi perduti, per allontanare il Turco dall’Italia, e per goder poi lungamente il frutto di tanti travagli. Cose che non potevano tutte egualmente piacere alli Spagnuoli. Anche l’immensa voragine delle spese li spaventava, temendo da un giorno all’altro dover loro venir manco onde pagar le milizie; e consumato senza profitto lo stato di Lombardia, farsi quei popoli nemici. La pubblica miseria, la perdita del traffico, i continui fallimenti, il lutto di tante vedove, e di tanti orfani opprimevali. Confrontando poi le spese ed i pericoli loro con quelli degli altri, si trovavano per ogni capo in peggior condizione: perchè nè il Papa nè gli Spagnoli potevano nella guerra perder nulla; ed essi avevano già perduto un regno, e stavano al punto di perderne altri, specialmente Candia sulle fauci dell’arcipelago, e più di Cipro vicina a Costantinopoli. Quanto all’armata, vedevano il Papa metterci solamente dodici galere e minima spesa, il Re poi di spese e galere quasi nulla: perchè le stesse squadre della guardia ordinaria di Napoli, Sicilia, Sardegna e presidî dell’Africa bastavano a fornire il contingente della lega; e, quando anche avesse in qualche parte ecceduto, poteva largamente compensarsi sopra le ricche decime del clero di Spagna, per la concessione che glie ne farebbe il Pontefice. Ed essi, senza tante rendite, costretti a mantenere fuor del costume cencinquanta legni in mare, cinquanta mila uomini in terra, l’assedio tremendo di Famagosta nell’isola, le difese di Dalmazia, di Candia, di Corfù, e di tante altre piazze poste in pericolo; i presidî, le munizioni, le vettovaglie; e con questo carico addosso sentire gli Spagnuoli nelle sedute riposatamente discorrere di aspettare un altr’anno, non potevan quasi più contenersi. E sebbene per la grande prudenza tacessero in pubblico, nondimeno si lasciavano intendere in Senato, che vedendosi abbandonati da tutti i principi e delusi dagli Spagnuoli, altro lor non restava se non venire col Turco a qualche accordo, purchè fosse onesto.[119] Dicevano che dovendo pur finalmente venire a questo termine, meglio sarebbe farlo subito per aver da lui megliori condizioni, che non dopo conchiusa la lega; a rischio di peggior sorte per lo sdegno del Turco, del Re, e del Papa. Ad ogni modo poi, essendo già presso il mese di aprile senza alcuna conclusione, e stando le forze del re divise in più parti e lontane, nè potendo nel corso dell’anno far cosa di momento, concludevano non doversi la Repubblica obbligare a niun patto, per non pigliarsi addosso così grave peso, senza alcun vantaggio. A tale si era ridotta la pratica della lega dopo il capitolo del Granuela.

E così Marcantonio, quando con prestissimo viaggio giunse a Venezia, trovò le cose. Il Doge coi principali senatori amorevolmente ricevendolo non dissimularono dolersi di lui per compassione che fosse venuto a negozio non solo difficile, ma disperato: intorno al quale nondimeno, desiderando dargli ogni soddisfazione possibile, lo avrebbero udito. Laonde egli, come di animo grande, levandosi al di sopra della difficoltà si accinse all’impresa, altrettanto ardua per lui che utile per tutti, di condurre a lieto fine la sua missione. E alcune volte in Collegio, spesso in privato, nel continuo ritrovo che in casa sua si faceva dei senatori principali che al di là d’ogni credenza lo visitavano e frequentavano, prese a ragionare sopra questa materia, procurando togliere le diffidenze che erano nate, scusando gli Spagnuoli, e le opere loro rivolgendo (per quanto era possibile) dal lato più favorevole, e conchiudendo che dalla lega se ne potrebbe in fine qualche cosa di bene ottenere. Dimostrava a quei signori che non dovessero creder mai di poter vivere in pace col Turco, il quale si era sempre mostrato traditore e senza fede: che li avrebbe un’altra volta all’ombra di novella pace tanto meglio disarmati e ripercossi, quanto maggior profitto gli lascerebbero cavare dai precedenti tradimenti, e dai trattati successivi. Non così con la persona santissima del Pontefice tutta volta ai vantaggi della Cristianità, specialmente della loro Repubblica, e tutta nell’osservanza delle promesse. E che l’animo pur di sua Maestà si dovesse credere buono, nonostante la difficoltà dei ministri, s’ingegnava dimostrare per molti indizî, e per l’articolo addizionale medesimo; potendosi indi dedurre che sua Maestà intendeva determinare chiaramente quel che poteva fare per volerlo mantenere: altrimenti se l’animo suo fosse a violare le promesse, non farebbe tanta difficoltà nell’obbligare la parola. Poi richiamavali al punto della loro riputazione, e diceva aver caro che non iscapitassero nel mostrarsi tanto nemici dell’armi e della guerra da meritarsi la taccia di gente morbida e neghittosa, cui nè le parole, nè i fatti, nè le ingiurie, nè la perdita dei regni potessero scuotere dal letargo: così che ognuno in seguito pigliasse ardire ad offenderli senza rispetto. Veniva appresso stringendoli a confessare che essi da sè non potevano sostener la guerra, ancorchè difensiva, contro la grande potenza del Turco, cresciuto troppo più di forze in terra e in mare, che negli altri tempi, quando essi soli vittoriosamente aveano guerreggiato con lui. E scendendo ai particolari faceva loro toccar con mano non aver essi luogo alcuno sicuro ed a proposito per conservar l’armata unita, in guisa che potesse far fronte al nemico e difendere lo Stato: imperciocchè mandatala nel capacissimo porto della Suda in Candia, potrebbero bene tenerla unita, ma non guardare il golfo nè assicurar Venezia, per la grande distanza: avrebbero da Corfù potuto fronteggiare il nemico e coprire il golfo, ma non unirvi l’armata; essendo poco capace quel porto, e neanche sicuro, perchè dominato da certe alture, donde il nemico potrebbe distruggere le navi sulla testa dell’ancora. Nella Dalmazia non esservi porto ove l’inimico non avesse facoltà di piantargli sopra alcuna batteria dal lato di terra, e cacciare in fondo l’armata: così che del naviglio loro poco o niente si sarebbero potuti servire. Per la qual cosa non dovendo essi confidare nella fede del Turco, nè potendo guerreggiar da sè soli, nè sull’offensiva nè sulla difensiva, bisognava che consentissero nella lega con gli altri; ed accettassero gli aiuti del Papa e del Re per una guerra tanto onesta, profittevole, ordinata non solo a difendere l’Italia e la Cristianità, ma anche ad offendere il nemico ed a ritogliere dalle rapaci sue mani quanto si potesse dei paesi già prima da lui usurpati. Che se rifiutassero così grandi soccorsi, non solo resterebbero da tutti abbandonati e vilipesi per aver impedito il pubblico bene, ma altri potrebbe attribuire a loro ogni danno che fosse per venire al Cristianesimo. E perderebbero inoltre que’ vantaggi che con ogni buona ragione erano da aspettare dalla lega: tra’ quali il principale di distruggere con una navale battaglia la potenza del Turco sul mare anche nell’anno medesimo: non essendo poi la stagione tanto innanzi che non si potesse in cinque mesi almeno un giorno incontrarsi col nemico, combattere e trionfare, con immensa gloria e perpetuo beneficio degli stessi Veneziani.

Con questi ed altri simili ragionamenti Marcantonio, che dalle cause naturali argomentava i successi che di fatto poi si ottennero, avendo già molto acquistato nell’animo dei senatori, cui il solo pensiero di naval battaglia e vittoria faceva lietissimi, domandò essere ricevuto un giorno in Collegio: e quivi alli dodici di aprile, presenti il Doge e i senatori, declamò la seguente orazione:[120]

[12 aprile 1571.]

«Serenissimo Principe.

»Avendo la Santità di Nostro Signore per gloria de Dio e servitio della Cristianità procurato la lega contro il Turco comune nemico, e vedendo l’utile che da questa unione si può sperare, et il danno che apporta mandare in lungo la risolutione per essere il tempo avanti, acciocchè le forze de’ confederati siano unite a tempo, per poter pigliare di quelle occasioni che il Signore Iddio ne potesse mettere innanzi, m’ha commesso che io faccia istanza con la Serenità Vostra per la ispeditione di questo negotio, il quale da lei è stato sempre tanto bene abbracciato e venutoci così alla libera.

»Nè sa vedere Sua Santità perchè s’habbia d’haver per novità quella che dai ministri di Sua Maestà Cattolica si è ricordata per il capitolo aggiunto, che possa alterare la conclusione di negotio tanto importante: anzi si deve tenere per segno certo dell’animo buono che Sua Maestà tiene nell’osservanza di quanto promette: perchè dovendosi di necessità pigliare dopo la conclusione della lega (la risolutione della quale è stata così tardi) questo o altro simile provvedimento, e intanto ritrarne da Nostro Signore le gratie che a Sua Maestà importano tanto, ha voluto anteporre ad ogni interesse la realità dell’animo suo. E con tuttociò Sua Santità stabilì con i ministri regî che le galere fussino almeno al numero di ottanta alla fine di maggio, unite e bene armate, e quelle di Sua Santità e della religione di Malta ancor prima. Anzi con l’occasione dell’andata a Napoli del cardinal Granuela, Sua Santità l’ha stretto in tal modo, che, se bene Sua Maestà pensa per l’anno a venire havere tutto il numero della sua rata di galere sforzate (con far che altri armino, e pigliandoli al suo soldo come è solito di fare) non di meno procurerà di armare venti galere per complimento delle cento, usandovi tutta la diligenza possibile. Le altre si havrebbero a mandare da Vostra Serenità a Brindisi quanto prima. E la Santità Sua con molta ragione crede che se il tempo lo comportasse operaria che Sua Maestà levasse via questa difficoltà, come ha fatto dell’altre: ma non si potendo, Sua Santità giudica che con queste forze si deve sperare di haver armata da fare tale effetto che forse meglio non si potrebbe desiderare: in modo che con complire al resto delle spese, con assiguramento di vettovaglie e denari, pareria haver assettato questo negotio: quando non si volesse spedire per migliorare le conditioni della pace, come i maligni hanno voluto dire e dicono per nocere: e il dilatare ancora con questo le provvisioni necessarie perla guerra.

»Questa lega, Serenissimo Principe, è già stata giudicata fruttuosa e necessaria: il medesimo si deve sperare hora più che mai. Perchè ogni parte della Christianità che patisse, bisognerebbe che ruinasse il resto: e però la salute deve esser comune, et unita dunque deve esser la forza. Poi per lo danno che apporterebbe per sempre il perdersi la speranza di detta salutifera unione, non havendo questo negotio havuto mai altra difficoltà che la confidenza; e però non sarà mai per venire tempo più atto ad esserci questa. E resterà affatto bandita l’inconfidenza, essendo la Serenità Vostra tanto infedelmente stata trattata dal Turco, Sua Santità volta solo al servitio di Dio e della Fede cattolica, Sua Maestà aliena d’occupar quello d’altri e amatrice di conservare ad ognuno il suo, come si vidde nella pace fatta con la felice memoria del re Henrico. Anzi, che dico io della confidenza certa che apporterebbe la lega, se l’anno scorso quando appena vi si era pensato, Sua Maestà (quantunque havesse i Mori in casa) mandò subito soccorso alle Serenità Vostra con le galere sue. E Sua Santità armò galere de’ suoi sudditi propri. E certo non so veder io qual vittoria habbia havuto mai il Turco contra la Christianità tale, quanta sarebbe la dissolutione di questo negotio: poichè restarebbe sicuro di non esser offeso; e certo di poter fare, senza altro incontro, ciò che la sua rabbia e insatiabile ingordigia gli dettasse. Quanto poi al fatto che di questa lega si potrebbe sperare, prima nelle cose di mare, le quali sono d’infinita importanza, sarebbe grandissimo. Perchè chiaramente si è visto che non habbiamo lasciato mai di non haver vittoria per mancamento di forze, ma solo per mal governo. Hora che Sua Santità ha il voto in questo negotio, e così la Serenità Vostra, e che quello di Sua Maestà sarà in potere di suo fratello con esser generale di mare e di terra, che si haverà da sperar altro che col combatter gloriosi successi e fuori di ogni interesse privato? Nè sono tanto cresciute le forze del Turco in mare, che le nostre non habbino fatto ancora il medesimo, e forse a proporzione maggiore, aumento. Quanto alle cose di terra che dubbio è che dove sarà Sua Santità e Sua Maestà cattolica vi sarà ancora l’Imperatore, il re di Polonia, e altri principi? I quali con le forze loro, e con quelle della lega già formata (potendosi dargliene ventimila fanti, e quattro mila cavalli) faranno effetti notabili. Oltrecchè solo il batter l’armata del Turco, basterebbe a far la Christianità gloriosa. Anzi tali forze di lega non so veder io come possano esser altrimenti che offensive. Nè accade per congetture pensare e credere altrimenti: perchè essendo stata l’opinione del mondo sempre questa, e così ricercandolo il bisogno presente, gran stoltitia sarebbe dei Christiani confidare sì poco nella bontà di Dio (essendo questa sua causa) che non credessero mai di poter fare nè progressi nè conquiste, e che perciò lasciassero essa lega. Se però con gli effetti dopo fatta si vedesse col tempo altrimente, all’hora ad ogni modo si haveria da attribuire più presto questa disavventura alli peccati nostri, che a difetto di questa unione; nè che dalla Serenità Vostra e da gli altri principi si havesse havuto confidenza temeraria in Dio in quello che spetta alla gloria e esaltatione della sua santa Fede: e che il mondo potesse restare con opinione, che la Christianità havesse per sempre persa la speranza del suo rimedio, e che tutte le ruine che per l’avvenire venissero si potessero attribuire alla esclusione di questa santa opera. Il perchè non è da credere che il Turco tardasse molto a valersi di questa occasione, acciò in tanto non si perdesse la memoria di questo danno: poichè si restarebbe con maggior disunione, che mai: e tutti con opinione di poca forza e potenza. Pertanto nostro Signore spera che la Serenità Vostra quanto prima darà perfetione a questo negotio, il quale scorrendo così, nè sì facendo le provisioni con quel calore che si deve, al tempo poi del bisogno il tutto si trovarebbe in confusione. Veda quanti giorni sono passati dopo che Sua Santità mandò l’avviso delle ottanta galere per lo tempo detto. E Sua Santità non mancherà alla Serenità Vostra giammai di soccorso di galere e di genti, fatta la lega. Nè si ha da maravigliare Vostra Serenità se Sua Beatitudine non l’ha fatto prima: che il medesimo ha usato col Re cattolico, al quale non ha voluto far le gratie se prima non habbia veduto la lega conclusa, con tutto che quella Maestà havesse la guerra co’ Mori in Spagna e con gli heretici in Fiandra, oltra quelle che continuamente ha con il Turco. Ponderate queste ragioni, la Serenità Vostra conforme all’istanza di Sua Beatitudine deliberi, e accetti la lega.»

[Maggio 1571]

V. — Questa ed altre cose dette con efficacia e spirito militare da tale personaggio, che sempre si era con le parole e coi fatti mostrato prode e leale, commossero i Veneziani, cupidi soprammodo di potere almeno in quell’anno battere l’armata del Turco: talchè da una parte restando perplessi i più avversi alla lega, e dall’altra crescendo di ardire e di numero i favorevoli, si vedeva già chiaro che l’opinione fosse rivolta verso la lega medesima, senza però che si venisse ad alcuna risoluzione. Laonde Marcantonio dopo alquanti giorni, non volendo che gli animi freddassero, si rifece a stringere il Senato con molte preghiere ed anche con dolce risentimento, perchè risolvessero: dicendo, parere a lui che la troppo lunga perplessità fosse un rifiuto con poca sua riputazione e con danno ancora del Papa e del Re, i quali se ne restavano incerti delle cose loro; e con pregiudizio del Senato eziandio che dava ai maligni l’occasione di calunniarlo, come se tirasse in lungo il negozio della lega tra i Cristiani per avvantaggiar quello della pace coi Turchi.

E perchè parlando un giorno in Collegio potè rilevare delle parole del Doge che a lui faceva difficoltà, sol questo, di dover anticipatamente spendere la parte sua e quella del Re per riscuotere in tempo futuro, e che in tutto il resto facilmente si comporrebbe; giudicò poter per sua destrezza trovar partiti a togliere di mezzo siffatto ostacolo. Era occorso di fresco che per necessità di frumenti i Veneziani avean preso in alto mare (come allora si costumava) un convoglio di navi che trasportavano i grani della Puglia a Napoli: di che eran venute in Venezia le persone che v’aveano loro interesse, a domandarne il prezzo; e di più i ministri dell’erario regio a ripetere la valuta delle tratte, per le quali domandavano gran somma. E stando Marcantonio coll’animo vôlto appunto alla difficoltà del danaro, trovò a caso chi l’informò pienamente di siffatto successo. Indi pensò cavare partito per la sua causa.

Scrisse al cardinal Morone in Roma che dovesse trattare coi ministri del Re cattolico di lasciare ai Veneziani il prezzo dei frumenti e delle tratte, per quattro mesi, durante la campagna: dopo la quale, fatti i conti e detratte le spese, si pagherebbe la differenza cui toccasse. Con siffatto ripiego ai Veneziani si toglieva il timore di poter riscuoter denari da un principe più potente in tempo futuro; lasciando la grossa somma depositata nelle loro proprie mani: nè pareva farsi ingiuria al Re se, per così grande e pubblico beneficio, e per soli quattro mesi, rimettesse il pagamento che a lui medesimo ed ai sudditi suoi più doviziosi era dovuto. Laonde proposto che fu segretamente questo partito dai ministri del Papa a quelli del Re, tutti d’un animo l’accettarono. Ed il Morone immantinenti ne dette conto a Marcantonio: il quale aspettando questa risposta andava tuttavia più oltre ne’ suoi trattati, e nella certezza che la maggior parte del Senato fosse per lui rivolta in favor della lega: altra difficoltà non restando se non quella del danaro.

Avute pertanto le risposte in debita forma, tornò in Collegio, e propose come suo pensato questo modo di acconciare gli interessi: dicendo che, quando alla Signoria fosse piaciuto, se ne potrebbe trattare. E quantunque alcuni, come suole avvenire nei congressi di molte persone, mettessero fuori diverse difficoltà, pure considerata bene la ragione da ogni parte, il consiglio dei Pregadi a grande maggiorità abbracciò la proposta. Ma quando poi quei signori chiamarono Marcantonio per comporre con lui il tenor delle lettere da scriversi a Roma a fin di condurre i ministri del Papa e del Re a prestarvi il consentimento, allora Marcantonio sorridendo, e tra le maraviglie degli astanti mostrando le carte, diede loro il negozio per concluso.[121] E al tempo stesso gli strinse a decidere, perchè gli altri aspettavano ed il nemico insolentiva. Onde il giorno appresso con quella maggior solennità a che la Repubblica veneta usata era, messo il partito della lega, dappoichè la difficoltà del danaro erasi tolta, fu quello abbracciato con tale concorso che tra dugento senatori non restarono più che dieci contrarî, e tutti gli altri cento e novanta favorevoli. In mezzo ai quali entrato per poco tempo Marcantonio, prese la risoluzione: e speditamente partitosi portolla a Roma tra il plauso infinito dei popoli ovunque passò, maravigliandosi ciascuno che egli fosse riuscito in un negozio tanto difficile, quanto che tutti avevano fino a quel giorno tenuta per vana la sua gita a Venezia.[122]

[25 maggio 1571.]

Così dunque, restando fermi i capitoli già concertati, e ricevuto eziandio dai Veneziani l’articolo aggiunto con la predetta malleveria, fu sottoscritto in Roma alla presenza del Papa l’istrumento della Lega alli venticinque di maggio. Letti ad alta voce i capitoli in pieno concistoro, il sommo Pontefice pose la destra sul suo petto, e gli ambasciadori di Spagna e di Venezia sopra i santi Evangeli: tutti insieme ne giurarono l’osservanza. I banditori la pubblicavano nella chiesa di san Pietro.[123] E mentre da più parti intorno si facevano feste e si apparecchiavano l’armi, il Pontefice per tramandare alla posterità la memoria di questo glorioso avvenimento del suo tempo faceva coniare una medaglia;[124] sopra la quale era scritto in bronzo: — Sanzione della lega contro i Turchi. —

Nel mezzo volle effigiati i contraenti per tre simboliche figure: cosicchè alla diritta l’una di fiero e marziale aspetto armata di elmo, corsaletto e soprasberga, con a piedi l’aquila imperiale, simboleggiasse il re Filippo di Spagna: l’altra sulla sinistra in grave movenza di donna forte, sparte le chiome, e cinta di ducal corona, con sotto l’alato lion di san Marco, figurasse la Repubblica di Venezia: e mentre il Re porge la destra alla Repubblica, la Chiesa Romana nel mezzo come nobil vergine in abito sacerdotale, col papal triregno sulla fronte e l’agnello di Dio a’ piedi, abbracciando e quasi stringendo ambedue, conferma il patto dell’alleanza. Dall’altro lato poi lasciò agli artisti che ritraessero la sua fisonomia di profilo, a capo nudo, e con le mani giunte sul petto, scrivendogli attorno: — Pio quinto Pontefice Massimo l’anno della salute mille cinquecento settantuno. —

[Giugno 1571.]

VI. — Conclusa pertanto l’alleanza con infinita consolazione del Papa, si rivolse Marcantonio a preparare l’armamento. E innanzi a tutto deputò Innocenzo volgarmente detto Cencio Capizucchi, patrizio romano, a far la levata delle fanterie, con grado di maestro di campo generale, e patente che sebbene porti la data dell’anno successivo, tuttavia parla ancora del presente in questa sentenza.[125] «Havendo il signor Cencio Capizucco mastro di campo generale delle battaglie di Roma e dello Stato Ecclesiastico, come apparisce per motoproprio e breve della felice memoria di Pio IV concessoli, sempre esercitato detto uffitio con molta prudenza, fede e valore, e massime l’anno 1571 nella speditione della lega contro Turchi: per ciò stante detti motoproprio e breve e saggio che diede di sè nella sopradetta impresa et in ogni altro tempo, e desiderandoli noi per tutti li sopradetti rispetti questo et ogni altro honore e riputatione, n’è parso conveniente dichiarare, come con la presente dichiariamo, che il presente anno e nella presente speditione della detta Lega habbia da esercitare e continuare il detto suo uffitio di mastro di campo con tutti i suoi carichi et privilegi et emolumenti, secondo più largamente si contiene ne i detti motuproprio e breve, et altri soliti concedersi in tale offitio: ordinando a qualsivoglia et colonnelli, capitani, luogotenenti, alfieri, sergenti, et altri uffitiali e soldati nostri che, riconoscendolo per mastro di campo come sopra, l’obbedischino et assistino nel detto suo offitio, come la persona nostra propria, per quanto stimano la gratia et il servitio di nostro Signore. Dato in Roma li 27 d’aprile 1572. Marco Antonio Colonna duca di Paliano.»

Similmente confermò Pompeo Colonna nel grado di suo luogotenente, pose generale delle fanterie Onorato Gaetani signore di Sermoneta, colonnello delle medesime Pirro Malvezzi gentiluomo bolognese, e capitani delle otto compagnie, ciascuna di ducento fanti, Flaminio Zambeccari di Bologna, Ruggero Oddi di Perugia, Angelo Mezzatosti di Roma, Giammaria Puccini di Roma, Giannantonio Gigli di Fuligno, Gianpaolo Berardelli da Spoleto, Livio Parisani da Perugia, e Ippolito Tebaldini da Osimo:[126] ai quali si unirono molti prodi e veterani soldati e cavalieri statisti, come Michele Bonelli, Orazio Orsini di Bomarzo, Lelio de’ Massimi, il conte Francescantonio Berardi, Tullio da Velletri, Fabio e Niccolò Graziani, Girolamo Mariotti da Fano, il cavalier Tommasi d’Ancona, il capitan Camillo Bartoli da Perugia, il marchese Malaspina, il signor Fabrizio Ruspoli di Roma, Ottavio Speranza da Fano, Muzio Colonna, Carlo del Monte, il Baglione, Ottavio Corona e Orazio Campana romani, Francesco Zucconi da Tivoli, Marcello Regio d’Ancona, Maurizio Calmanti da Camerino, Giulio Angelici da Macerata, Matteo Pierbenedetti da Camerino, Pasquale Micara da Sanseverino, Gaudenzio Contucci da Matelica, Marzio Spuntoni e Felice Rossolini da Viterbo, e tra i molti altri valorosi che ho nominato l’anno addietro[127] il capitan Bartolommeo Sereno: che indi a quattro anni, posata la spada di cavaliere romano e preso il sajo di monaco cassinese, scrisse i commentarj di questa guerra che furono non ha guari per le stampe pubblicati.[128] Or costoro tanto bene si governarono, ciascuno secondo il suo carico, per le città più popolate e guerriere dello Stato, che sebbene paresse impossibile di trovare soldati a quei tempi per esser tutti sbigottiti non solo dalla mortalità e dagli stenti patiti l’anno addietro sull’armata, ma anche dalle discordie degli alleati; nondimeno con meraviglia di ogni uomo innanzi ai quindici di giugno ebbero tutte le compagnie compite, rassegnate e pagate; e di gente così prestante e valorosa, che tutti ne facevano le meraviglie, e se ne promettevano quei felici successi che poi si videro.

Intanto si trattava in Roma del modo di avere le galere. Secondo il capitolo nono della Lega, avrebber dovuto i Veneziani dare dodici galere sfornite, ed il Papa armarle di sue genti ed a sue spese. Tuttavia nell’anno presente i Veneziani non le dettero; ed il Papa presele dal granduca Cosimo di Firenze. Qui fa mestieri notare come, tra tutti i Papi del cinquecento, solamente Pio quinto si trovò non avere galere sue proprie. Gli ordini diversi osservati dai suoi predecessori nel costruirle, armarle o condurle per i tempi di mezzo, sino a tutto il secolo decimoquinto, e le imprese da essi fatte sono state da me descritte e pubblicate in quattro libri.[129] Ne ho in punto altri dieci per la storia del tempo successivo; condotti al modo stesso, e sopra quella maniera di documenti che ho in uso studiare. Si vedrà come nel cinquecento non v’ebbe fazione alcuna di momento nei nostri mari, ove non fossero le galere proprie dei Papi. E ciò tanto nelle guerre d’Italia al tempo di Alessandro VI, di Giulio II, di Leon X, e di Clemente VII; quanto nelle guerre dei pirati e dei Turchi. Il marchese Cintio Benincasa, il conte Gabriele Bonarelli, Giovanni del Biassa, Paolo Vettori, Bernardo Salviati, il conte dell’Anguillara, Carlo Sforza, Flaminio Orsini, il conte Marcantonio Zane,[130] il commendatore Emilio Pucci, il cavalier Cesare Magalotti, ed altri multi prodi capitani, o nativi dello Stato o congiunti ai Papi per vincoli di sangue o di clientela, guidarono le galere romane nel secolo decimosesto a Rodi, a Santamaura, a Corone, alla Goletta, a Tunisi, alla Prevesa, a Castelnovo, ad Algeri, ad Afrodisio, a Tripoli, alle Gerbe. Tutti sanno l’infelice successo dell’armata cristiana sotto il duca di Medinaceli all’isola delle Gerbe, che ivi fu compiutamente disfatto dai Turchi. Tra gli altri capitani di squadre, si trovò a quella giornata con le galere romane il cavalier Flaminio Orsini: uno dei pochi che seppe prevedere il disastro, e suggerirne il rimedio; unico che tenne il fermo nel combattere e nel morire. Col sangue suggellò la prudenza dei consigli, e dette la vita per cuoprire la fuga dei compagni. Caduto l’Orsino, i Turchi ebbero le galere del Papa; e tutta la nostra gente di capo e di remo passarono a fil di spada, o condussero in schiavitù. Il resto dell’armata, quasi cento legni d’ogni grandezza e d’ogni parte d’Italia e di Spagna, andò perduto: i pochi che si salvarono colla fuga, dovettero saperne grazia all’Orsino. Questo avvenne nel 1560, al tempo di Pio IV. Il quale, spaventato di tanta rovina, smise il pensiero delle galere, e rivolse più tosto l’animo a fortificare la spiaggia romana per difendersi ne’ suoi domini. Riprese i lavori attorno alla città Leonina,[131] munì le fortezze di Civitavecchia e di Ancona, e cominciò a mettere in piè quel sistema di torri che si distende sulla riva del mare dal monte Circèo all’Argentario. Io ho voluto seguirlo in siffatto lavoro di fortificazioni; e rifacendomi ai principî sopra i disegni originali e con nuovi argomenti penso averne dato saggio non ispregevole per alcune scritture intorno ai bastioni di Civitavecchia,[132] ed alla rocca d’Ostia.[133] Or Pio quinto, venuto al pontificato sei anni dopo, continuava l’opera del predecessore,[134] quando fu colto all’improvviso dalla guerra dei Turchi in Cipro: indi si trovò, come ho detto, senza naviglio, e fu costretto chiederne ai Veneziani.[135] Nondimeno alla fine dell’anno armò in Civitavecchia tre galere sue proprie:[136] altre ne aggiunse Gregorio XIII, e non guari dopo Sisto V ebbe il vanto di richiamare a nuova vita la marineria romana.

Ma nel trattar la Lega del mille cinquecento settantuno, ricordava Marcantonio di quanto poca soddisfazione riuscite fossero le galere prese l’anno innanzi a Venezia, e che non convenisse allora nè privare la Repubblica del suo meglio, e nè anche accettare i suoi rifiuti: ricordava altresì la troppa lontananza di là a Roma, che doveva essere il centro del movimento delle milizie, come lo era di tutti gli affari dei confederati: e suggeriva che alle spese della Camera apostolica, e senza ingiuria di alcuno, si potrebbero assoldare le dodici galere che teneva a Livorno il granduca Cosimo di Fiorenza grammaestro dell’ordine militare di santo Stefano. Io non mi fermerò alle origini di tale ordine cavalleresco che nel primo secolo di sua vita ebbe grande celebrità di belle e gloriose imprese che risuonano ancora e risuoneranno nel tempo a venire; ma stretto ai termini dell’argomento mio mi starò contento a riprodurre i capitoli stipulati tra la Camera apostolica e il serenissimo granduca per la condotta delle predette galere.[137]

«Capitulazione tra nostro Signore Papa Pio V et il serenissimo gran Duca di Toscana per l’assento delle dodici galere di Sua Altezza per l’effetto della Lega.

»Avendo Sua Beatitudine, nel tempo che durerà la Lega tra sua Santità, la maestà del Re cattolico, et li signori Venetiani, a tener armate per servitio di essa certo numero di galere, per minore spesa della Sede Apostolica, disegnando accostarsi a qualche Principe che commodamente possa sostener questo peso, ha giudicato che il serenissimo gran Duca di Toscana non meno ossequente et amorevole verso di Sua Santità che fautore del servizio di Dio, et amatore del benefitio pubblico di Christianità, sia per pigliar volentieri questa cura. Ha però Sua Santità convenuto con sua Altezza in questo modo, cioè:

»In prima che sua Altezza sia obbligata havere in Civitavecchia, almeno per tutto il mese d’aprile prossimo 1571, dodici galere buone di fusti ed atte a navigare, con i suoi remieri, armamenti, monitioni, fuochi, arme, artiglierie, vele, sarte, et ogni altra cosa necessaria per il detto effetto nel modo a punto che si tenevan già a soldo dalla Maestà Cattolica.

»Che la Capitana habbi cinque huomini di remo per banco da poppa all’arbore, et quattro dall’arbore alla prua, con tutti quelli huomini et offitiali di più che a una Capitana si ricercano et son soliti ritenersi dall’altre.

»Che la Capitana habbi fanale, concerto di trombetti, et ogni altra cosa solita portarsi da altre galere capitane, talchè il Generale di Sua Santità non habbi a provvederla d’altro che di bandiere, tendali di seta, et altri ornamenti soliti portarsi da li generali.

»Che il capitano della galera capitana, et così il pilotto d’essa habbino a esser eletti et deputati dal Generale di Sua Santità, et similmente il capitano d’una altra galera, accetto che della Padrona, a spese però di Sua Altezza, con il medesimo stipendio et pagamento che ella è solita pagare questi simili per il passato.

»Che il Generale di Sua Beatitudine habbi a provedere il vitto suo della tavola di poppa, et de’ suoi servitori.

»Che il Generale di Sua Santità habbi a essere obbedito dal Generale, luogotenente, capitani, offiziali, et ministri di dette galere, et gli sia lecito castigar chi commettesse alcun delitto su dette galere; con darne conto però a Sua Altezza.

»Che il Generale di Sua Santità non possa in modo alcuno dar libertà alli forzati o schiavi di dette galere, senza partecipazione di Sua Altezza.

»Che il Generale di Sua Santità, o la R. Camera, et suoi ministri possino sempre che gli pare pigliar la mostra di dette galere, acciò possino vedere che stieno ben proviste et con gli huomini che sono obbligate tenere.

»Che il Generale di Sua Altezza, o suo luogotenente, possa navigar sempre con dette galere et su quella che più gli piacerà: lasciando però la capitana al Generale di Sua Beatitudine, quando vi sarà presente.

»Che le altre undici galere siano almeno di ventiquattro banchi a tre huomini per banco, o quel più che paressi a Sua Altezza.

»Che Sua Altezza sia obbligata tenere su dette dodici galere sessanta uomini tra marinari et offitiali in tutto per ciascuna galera.

»Che Sua Altezza debba metter li capitani et marinari a modo suo in tutte le altre galere, eccetto li due offiziali della Capitana et il capitano dell’altra, come di sopra.

»Che Sua Altezza habbi a tenere una fregata armata di padrone et huomini, almeno di sette banchi, per il tempo che le galere navigheranno. Che le dette dodici galere sieno tenute sei a sei servire quando si sarà in attual guerra, et sei altre ne sieno armate continuamente, dandoli però di suo verno mesi cinque all’anno.

»Che quando Sua Santità voglia porre nelle dette galere fanteria, debba essere a tutte spese di Sua Santità, conforme a quello che si costuma et fa con quelle che stanno al soldo della Maestà Cattolica.

»Che Sua Santità sia obbligata pagare il soldo di sei galere solamente, il quale s’intenda di scudi cinquecento d’oro in oro il mese per ciascuna galera, conforme a come li paga Sua Maestà cattolica.

»Che la galera capitana debba essere pagata a ragione d’una galera et mezza.

»Che Sua Santità sia obligata dare la tratta dei grani per servitio di dette galere che costuma di dare la Maestà Cattolica alle sue.

»Che li scudi d’oro il mese, che importa la spesa di sei galere si debbino pagare in tre paghe, ogni quattro mesi la rata: et che per detti pagamenti sia obbligata Sua Beatitudine consegnare a Sua Altezza l’assignamento nella sua generale tesaureria o qualche altro modo da potersene valere a detti tempi.

»Che Sua Altezza habbi a tenere le sopra dette dodici galere in essere per tutto il tempo che durerà la lega tra Sua Santità, la Maestà Cattolica, et la Signoria di Venetia: non intendendo in parte alcuna alterata per questo, anzi salva sempre la capitolazione che Sua Altezza tiene con la maestà del Re cattolico; col consenso del quale, dato per sue lettere de’ 18 ottobre prossimo passato, queste dodici galere servono per l’effetto della lega di Sua Beatitudine.»

VII. — All’entrare di giugno furono nel porto di Civitavecchia le galere assoldate dal Papa a Firenze: e quantunque di gran lunga migliori delle altre prese l’anno precedente a Venezia, pur esse mancavano di remigi, di munizioni e di molte cose; di che per la diligenza grande di Marcantonio sollecitamente si fornirono in quel porto.[138] Di là al tempo stesso movevano marinari e capitani, non solo per militare nell’armata pontificia,[139] ma anche nella veneziana.[140] Ecco i nomi delle galere, e dei dodici cavalieri che la guidavano.[141] La Capitana destinata secondo i capitoli a Pompeo Colonna, la Padrona condotta da Alfonso d’Appiano, la Reina dal cavaliere Olgiati, la Grifona da Alessandro Negroni, la Soprana da Antonio d’Ascoli, la Toscana da Metello Caracciolo, la Vittoria da Baccio di Pisa, la Pace da Jacopo Perpignano, la Pisana da Ercole Lotta, la Fiorenza da Tommaso de’ Medici, la Santa Maria da Pandolfo Strozzi, il San Giovanni da Angelo Biffoli, l’Elbicina da Fulvio Galerati, la Serena da Ettore Caraffa duca di Mondragone, nominato da Marcantonio; e di più sei fregate. Venute le quali a Civitavecchia, e raccoltesi quivi pur da Corneto le fanterie, parve al Colonna che fosse tempo di imbarcarsi. Prima però volle andare con gli ufficiali del suo seguito a pigliar congedo dal Papa; il quale, dopo averlo con tutta l’effusione dell’anima benedetto, gli diè tre ricordi:[142] invigilasse sulla pietà delle genti, e non patisse giammai che alcuno fosse tanto ardito da bestemmiare il nome di Dio; secondo, licenziasse gli scostumati e non tenesse a bordo giovanetti imberbi; terzo che non togliesse i soldati dalle battaglie di Maremma. Per quest’ultimo provvedeva al di dentro la difesa dello Stato, quando spediva al di fuori la guerra; pel secondo, assicurava la morale in un punto tanto dilicato quanto per le sue costituzioni si fa manifesto; e pel primo manteneva incorrotte le pratiche della religione ed il timor di Dio.

Le quali cose avendo Marcantonio promesso osservare, si partì da Roma alli tredici di giugno: e passata la notte a Cerveteri, entrò il dì seguente in Civitavecchia. Colà onoratamente ricevuto si trattenne fino al ventuno:[143] rivide le galere, rassegnò le genti di capo e di remo, e fece di tutti i soldati sulla piazza d’arme una mostra assai bella per ogni rispetto, massime pel numeroso concorso di gentili cavalieri e di nobili dame venute da Roma a salutare gli amici e a dar animo ai guerrieri. Onorato Gaetani, vestito di tutt’arme e sopravveste di raso bianco,[144] conduceva ad una ad una le compagnie d’innanzi al Generale. Più d’ogni altro fu commendato il capitan Mazzatosti di Roma, onesto e prode condottiero, alla testa di uomini valenti e di bello e grande aspetto; appresso il capitan degli Oddi che mostrava la sua compagnia assai ben armata di corsaletti e di morioni; e il capitan Livio Parisani da Perugia, che l’avea fiorita di molta nobiltà: ma per esservene di troppo giovani, ne furono cassi parecchi, secondo l’ordine del Papa. Impietosirono gli astanti nel vedere que’ bei giovanetti uscir dalla compagnia, piangendo il rifiuto.[145] Questi tornarono alle case loro, e gli altri presero il complemento a Napoli con una mano di militi romani che avevano campeggiato nel regno.[146]

Alli ventuno di giugno, imbarcatosi Marcantonio con Michele Bonelli, Gabrio Serbelloni, Pompeo Colonna, e il celebre cavalier Romegasso sulla Capitana; Onorato Gaetani sulla Grifona, monsignor Paolo Odescalchi nunzio del Papa sulla Vittoria; e distribuiti quegli altri signori e capitani con le loro fanterie, ciascuno sopra la galea assegnatagli, sciolsero le vele da Civitavecchia con vento freschissimo di tramontana: e dato fondo il dì seguente nel porto di Gaeta, entrarono il ventiquattro sull’ora di vespero in quel di Napoli.[147] Quivi alla riva erano il Cardinal vicerè ed i ministri regî a riceverli con tante dimostrazioni di onore quante mai se ne potessero. Santelmo, Castelnuovo, e castel dell’Uovo davano fuoco alle più grosse artiglierie, e il popolo napoletano serrato a calca sul molo acclamava strepitosamente alla venuta dei Romani. Felice presagio di lieto avvenire. Ma in mezzo alla comune letizia che tutta una città dimostrava per la venuta della squadra papale, i soldati spagnoli dal presidio, o punti di gelosia, o mossi dalla rivalità nazionale, insultando villanamente alle milizie nostre quiete e pacifiche per la città, provocarono tumulto di molta importanza. Imperciocchè essendovi al primo affronto morti alcuni di loro e feriti quattro papalini, già dall’una parte e dall’altra si chiamavano i compagni, e si correva all’armi, con pericolo di maggior sconcio, se dalla prudenza di Marcantonio non vi si fosse opportunamente ovviato. E seppe egli tanto destramente fare col Cardinal vicerè, che sebbene offeso dall’essere i papalini entrati sin dentro al suo palazzo a far vendetta, tuttavia con pace d’ognuno fu in un subito ogni cosa acquietata e sopita.[148]

E quantunque egli desiderato avesse fermarsi in Napoli sino all’arrivo di don Giovanni, per esser dei primi ad inchinarsegli ed a trattar insieme della guerra; ciò non per tanto essendogli venuto da Roma l’ordine di partir subito per Messina, affinchè quanto più egli s’inoltrasse verso levante tanto più don Giovanni s’affrettasse a raggiugnerlo, e tanto meglio i Veneziani si mantenessero in fede; prese commiato dal Vicerè, ed ai venti di luglio fu a Messina, festeggiato altresì da quei popoli, che vedevano nel porto e alla raunanza dei confederati comparire prima d’ogni altro lo stendardo di Roma.[149]

[20 luglio 1571.]

VIII. — Intanto che gli alleati perdevano il tempo nelle lunghe difficoltà dei trattati e nei tardi apprestamenti della guerra, già il sultano di Costantinopoli, cavata dai Dardanelli l’armata sua, di quasi trecento vele, da una parte aveva stretto l’assedio di Famagosta; dall’altra assaltava le Isole dei Veneziani; e riempiva di arsioni e di rapine Candia, il Cerigo, il Zante, e la Cefalonia. Erano i Turchi sul muovere a irreparabil danno sopra Corfù, quando Marcantonio si volse a provvedere eziandio da quella parte alla salute degli amici.[150]

Aveva il Senato fin dal verno precedente tolto il comando a Girolamo Zane, perchè non aveva combattuto a Cipro, e posto in suo luogo Sebastiano Veniero; uomo, secondo l’usanza dei Veneziani, di nobil sangue, dotto di leggi, acuto di mente, di grande eloquenza e di maggiore ardire, famoso per molte avventure e per non poche ferite fatte e toccate in quelle risse ove esso avidamente correva a mescolare le mani.[151] Sebastiano al primo rumore di guerra, quantunque vecchio di settant’anni, era andato ad offerire il suo braccio ancora robusto in servizio della patria: egli avea tolto a sè i carichi più rischiosi e difficili, quando altri ricusavansi; e sempre tenendo per la guerra, avea pur con poca gente poc’anzi espugnata la fortezza di Soppotò nell’Albania. Venuta la buona stagione, Sebastiano era in punto con tutta l’armata di più che cento galere: ma avendo tanto paese a difendere, e non essendo in alcun luogo porto capace e sicuro da contenerla, aveva dovuto smembrarla in due divisioni: delle quali l’una stanziava a Candia, con i provveditori Canale e Quirino; e l’altra seco a Corfù con il luogotenente Barbarigo. Giunte queste notizie a Marcantonio quando passava da Napoli, e discorrendone insieme con Ascanio della Corgnia, e col Buonvicino secretario dei Veneziani, mostrò ad ambedue come dall’essersi tutta l’armata del Turco arditamente cacciata in mezzo tra le due divisioni del Veniero e dei provveditori, facilmente potrebbe interporsi un grave ostacolo al congiungimento di tutte le forze della lega: per a cui ovviare, era da scrivere immantinente al Veniero in Corfù, acciò prima d’esser chiuso in quel luogo dovesse prendere senza più il cammino diritto per la via di Otranto a Messina; ed il simile dovessero fare a golfo lanciato da Gandia le altre galere dei provveditori Canale e Quirino: passando al tempo stesso questi sulla sinistra e quegli sulla diritta dell’armata nemica, per unirsi all’istesso punto in Sicilia.

[21 luglio 1571.]

Siffatti avvisi furono giudicati importanti dal Buonvicino, e che in diligenza spedì un corriero a Brindisi, e fece saperli al Generale veneziano: il quale, vedendo approssimarsi l’armata nemica, antivedeva egli stesso il sinistro; così del pericolo suo, standosene fermo in quel luogo; come della impossibilità d’unirsi agli altri, entrando in golfo. Nella quale perplessità, non avendo tempo da consultare il Senato, risolvette di seguire il parere di Marcantonio: e il fece col voto de’ suoi capitani, specialmente di Agostino Barbarigo, uomo per singolar prudenza e valore da tutti commendato. Ondechè Sebastiano spedì ordine in Candia, che le sessanta galere di quell’Isola venissero difilate a Messina: ed egli stesso, quasi alla vista dell’armata nemica che nel canal di Corfù compariva, partissi. Ma la sua levata, come fu repentina e contr’animo, così gli apportò infinito travaglio per molti rispetti: massime perchè vedeva l’inimico vigoroso venirgli sopra, e la lega novella non essergli a beneficio; anzi cagione ch’egli, mentre il Turco entrava in golfo e poteva accostarsi a Venezia, dovesse abbandonare la patria, lo stato e la capitale, andandosene improvviso e quasi fuggiasco nei regni altrui.

Voglionsi avvertire e considerare questi fatti per giudicar delle persone e delle cose: e non saltare a un tratto alla grande giornata, senza mettere innanzi quei particolari che la prepararono; d’onde è il merito di chi vinse.

[23 luglio 1571.]

Quando l’armata del Veniero si appressava a Messina, uscì dal porto la nostra squadra: e per tre miglia incontro agli amici sopravvegnenti andò con quella pompa che allora si costumava. Marcantonio fece abbatter le tende, pavesar le galere, issare i più ricchi stendardi da poppa e da prua, spignere fino alla penna le fiamme di dommasco, porre i pennoncelli variopinti al calcese, i gagliardetti all’osta, e su per le sartie di maestro e di trinchetto quattro sàgole con assai banderuole d’ogni taglio e colore: i soldati alle balestriere, i bombardieri sul castello di prua, i marinari alla freccia dello sprone, le genti di capo sulle rambade, gli ufficiali e i gentiluomini alla spalliera, ciascuno alla sua posta, come se fosse il momento del combattere. E mentre le milizie brandivano le armi, e le ciurme palpavano il remo, la nostra capitana appuntato il cannone di corsia, con quattro tiri salutava lo stendardo di san Marco: quindi tutte le altre galere nostre prima da diritta e poi da sinistra, una dopo l’altra, ripetevano con due tiri. I Veneziani di fronte altresì pavesati a festa risalutavano con innumerabili spari da ogni parte; e gli uni e gli altri a intervalli facevano risuonare le melodie della musica marziale. Allora tutte le nostre galere, ripresa la voga, passarono per mezzo alle veneziane; ciascuna delle nostre tra due delle loro; ed avendo nel passaggio acconigliati i remi, e poscia virato di bordo sulla contrammarcia, si accompagnarono insieme per ritornare a Messina. Nella qual manovra la capitana nostra prolungandosi a lato di quella di Venezia, tanto che l’una coll’altra si incontrassero alle scalette di poppa; Marcantonio Colonna, Michele Bonelli, Onorato Caetani, e monsignor Odescalco prevennero il general Veniero, e tutti quattro a un tratto saliti sulla galera gli furono intorno, festeggiandolo con quelle liete accoglienze che usano i marini, e che allora per tanti rispetti più si convenivano. Nè per questo cessarono le salve dei Veneziani, come le nostre: che anzi essi non fecero altro in quel tragitto se non sparar cannonate sin quasi dentro il porto; dove, secondo che entravano, ripetevano il fuoco per salutare la piazza e le fortezze con tanto rimbombo d’artiglierie che non si sarebbero udite scoppiar le folgori. La città all’incontro non mancò al debito suo di corrispondere; imperciocchè da quattro parti ordinatamente salutava senza riposo, finchè non furono tutte le galere arrivate, e ferme agli ormeggi. Dopo un’ora sopravvennero le famose galeazze, cui tanta parte della vittoria a Lepanto è dovuta; e quantunque rimburchiata ciascuna da quattro galere, pure lentamente entrarono. Ma allorchè furono dentro, daddovero che si fecero sentire: e tal fu il fragoroso scoppio delle grosse artiglierie che prognosticarono, al dir di taluni, la grande ruina degli Ottomani.[152] Il dì seguente Marcantonio convitò al suo bordo il Generale veneziano, e tutti gli ufficiali superiori delle due bandiere; e il veneto appresso rese la pariglia a Marcantonio ed ai maggiori dell’armata romana:[153] con tanta, non dirò già pace ed osservanza, ma amore ed amicizia dei capitani, dei marinari, e dei soldati tra loro, che tutti ed essi medesimi sommamente lieti ne pigliavano maraviglioso diletto. Nè bisognava meno per ritenere in Messina i Veneziani trenta giorni, in quella stagione, senza far altro che domandare quando giugnerebbe don Giovanni: e sentire dall’altra parte continuamente gl’infiniti danni che i Turchi facevano nelle Isole, in Dalmazia, e in ogni luogo dei loro possedimenti. Imperciocchè l’armata nemica per continue crudeltà, col ferro e col fuoco, per terra e per mare, da Candia sin quasi a Venezia guastando ogni luogo scorreva, e non soltanto nei casali e nelle spiagge aperte, ma nelle terre murate e nelle stesse fortezze combattendo entrava; talchè avendo espugnato Dulcigno e Antivari, ripreso Soppotò, ed assalito Cattaro, non altro restava se non che da sera a mattina comparisse davanti a Venezia. Giungendo pertanto con grande rapidità l’una dopo l’altra queste notizie a Messina, più volte il Veniero (che anche non poco dubitava dell’animo del re di Spagna)[154] piuttosto che consumare così inutilmente quel tempo, si mostrò risoluto d’andarsene e far da sè qualche impresa: e più volte il Colonna coll’autorità e prudenza sua lo ritenne, dimostrandogli che per il merito della costanza nel mantenere la lega, presto maggior ricompensa e maggior trionfo n’avrebbe.[155] E sebbene afflittissimo anch’esso del pubblico danno, e di quello suo privato per la morte di donna Giovanna sua figliuola, duchessa di Mandragone, per la quale non pur la sua famiglia e guardia ma le galere ancora messe a lutto e coperte di gramaglia davano a tutti cagione di cordoglio; non per questo smetteva punto dell’usata diligenza, nè lasciava oziose le galere in Messina: ma unite alle veneziane ora le spediva a Milazzo per levar vittovaglie,[156] ora all’Eolie per inseguir pirati, ora a Palermo per condurne milizie all’armata. Nelle quali spedizioni si adoprarono con molta utilità pubblica e senza danni; quantunque rompessero più volte terribili burrasche. I Veneziani poco pratici di quelle riviere, andati a Reggio per vino, perdettero sette galere nel mare.[157]

[7 agosto 1571.]

Vero è che la molta lealtà e i grandi servigi, che avevano rese le genti romane carissime ai Veneziani e ai Messinesi, non valsero a dimesticare l’altiera natura dei soldati spagnuoli, per la cui malvagità si riprodussero in Sicilia quegli stessi scandali, già da loro in Napoli provocati. Tanto è difficile la pace co’ superbi. Il qual fatto, quantunque coperto dagli altri storici cui tornava a vergogna, si trova dai nostri con tutte le sue particolarità descritto; e dal Sereno tanto bene e saviamente narrato, che io crederei mancare al debito mio se, in materia sì grave, aggiungessi o togliessi solo una parola a quelle di lui contemporaneo e testimonio di veduta, che dice così:[158] «Or mentre quivi (in Messina) si stava aspettando che gli altri ministri dei collegati con gli altri vascelli si riducessero, gli Spagnuoli soldati che al presidio di quella città si trovavano, forse perchè avevano udito che la questione seguita in Napoli tra quelli della loro nazione e i soldati italiani del Papa fosse con disvantaggio dei loro terminata, e per ciò sperando vendicarsene volessero farne risentimento; o per qualsivoglia altra cagione lo facessero, assaltarono una notte con abbominevol soverchieria alquanti dei soldati di quelle galere, i quali senza sospetto, il fresco della terra sicuri godendosi, chi qua, chi là d’intorno al porto per tutto sparsi dormivano. E avendone alcuni così all’improvviso feriti, con disonesta vigliaccheria molte spade e cappe di essi rubarono. Il che non parendo agl’Italiani che fosse da comportarsi, quantunque di lor mano la mattina seguente ne gastigassero alcuni, avevano nondimeno risoluto di far loro un tal giuoco che con molta uccisione terminandosi, avria senza dubbio gli animi di quelle due nazioni si gravemente concitati, che facilmente grave disturbo alle cose dell’armata recare avrebbe potuto. Ma fu da Marcantonio con tanta prestezza rimediato, che avendo fatta pigliare alcuni di quelli Spagnuoli che il delitto avevano commesso e condannare alla catena in galera, e alcuni altri impiccare, s’acquetò di tal sorta il tumulto, che non fu dipoi alcuno dell’una parte o dell’altra, che di tal fatto osasse più di parlare.» Mal si comportarono i Papalini con la vendetta di arbitrio privato; peggio gli Spagnuoli con le ruberie, gl’insulti, e le provocazioni; e giustamente Marcantonio con la prudenza sua, usando a tempo il credito, l’imparzialità, e il grado di luogotenente generale e supremo duce, nell’assenza di don Giovanni, oppresse il disordine nella sua origine, e assicurò l’armata da ogni turbamento futuro anche per questo capo.

[9 agosto 1571.]

IX. — Intanto la Cristianità, senza ristare ai successi di Messina, affissava da lungi il guardo sulla persona di don Giovanni; e co’ voti giorno e notte affrettavane la venuta.[159] Egli uscito di Barcellona dopo molti stenti a mezzo luglio, giungeva il ventidue a Genova con quarantaquattro galere: e dopo esser passato di lungo avanti a Livorno, ed aver fatto una breve posata a Civitavecchia, liberando da molti sospetti la Liguria e la Toscana,[160] entrava finalmente alli nove d’agosto nel porto di Napoli. Era don Giovanni d’età giovanetto, di aspetto bellissimo, di maniere gentili, e di grandi speranze; figlio naturale di quel Carlo, cui tuttavia chiamavano invitto imperadore. Indole egregia, amor di gloria, sincerità d’animo, e desiderio del pubblico bene si accordavano mirabilmente in lui, e dalla franca espressione di sua fisonomia venivano a chiunque il riguardasse dimostrati. Nondimeno per queste istesse ragioni facilmente si levava all’arroganza sopra i colleghi, e cadeva nella debolezza sotto agli adulatori invidiosi. Sin dai primi giorni per le sue lentezze aveva fatto palese al mondo quanto egli fosse stretto a seguir la politica del Re[161] suo fratello: il quale, sotto specie di aiutare la sua poca età, ma in fondo per viemeglio dominarlo, avevagli dato a governo un consiglio privato d’uomini suoi devotissimi, don Luigi de Requesens commendator maggiore di Castiglia, il conte di Pliego, Stefano Mutino dell’abito di Santiago, Giovanni Soto, Pierfrancesco Doria, ed il Marchese di Pescara; il quale, essendo in quei giorni morto in Sicilia, non ebbe allora successore:[162] ma nell’anno seguente gliene furono dati una ventina, che tarparono le ali di quel giovanetto, e finalmente lo ridussero a mutar costume. Soperchieria di Filippo; più a danno pubblico, e de’ Veneziani, e del Papa, che del fratello.

[13 agosto 1571]

Sostenne don Giovanni dieci giorni in Napoli per ricevere quivi gli onori, che da quella città regalmente se gli facevano; e per torre a gran pompa dalle mani del cardinal Granuela il bastone del comando e lo stendardo della lega, che il sommo Pontefice gli aveva mandato. Questa cirimonia con molta solennità e numeroso concorso di cavalieri, di dame e di tutto il popolo napolitano fu compiuta nella chiesa di santa Chiara, alli tredici di agosto: di che il cardinale scrisse a Pio quinto con molte e belle parole la lettera seguente.[163]

«Padre Beatissimo.

»Dopo i baci umilissimi de’ santissimi piedi: Avendo ricevuto le lettere dalla Santità Vostra per mezzo del conte Sassatelli che rimenerà a Roma la mia risposta, io ho consegnato oggi stesso, secondo il rito e nelle forme che mi si erano ordinate, lo stendardo benedetto ed il bastone insegna del capitanato generale di tutte le milizie della lega cristiana al Serenissimo don Giovanni d’Austria, due giorni dopo il suo arrivo: la qual cosa sarà di salute alla repubblica cristiana ed ai nemici di terrore e di ruina, come sommamente desidero e con preghiere continue d’innanzi al Signore Iddio imploro: tuttociò che dalla Santità Vostra mi verrà comandato, son pronto ad osservare e subitamente obbedire. Oggi doveva partirsi l’istesso don Giovanni d’Austria, ma per cagioni necessarie ha differito a domani: egli certamente si affretta, ed io ancora con molti argomenti lo sospingo e non manco per quanto posso coll’aiuto, fatica, studio ed opera a sollecitare questa stessa prontezza. Ne conceda il Signore prosperi eventi, e la Santità Vostra alla sua Chiesa lungamente conservi sano. Della Santità Vostra umilissimo servitore obbedientissimo, Antonio cardinale Granuela.»

[23 agosto 1571.]

Quindi don Giovanni tolte le divise del suo generalato, e punto da più maniere di stimoli che il Pontefice da ogni parte gli metteva addosso, uscì dal porto di Napoli, ed alli ventitrè giunse finalmente a Messina. Venne così tardo, e insieme tanto improvviso, che appena furono in tempo le armate pontificia e veneziana ad uscire per incontrarlo. Pur nondimeno con somma allegrezza e festa incredibile ricevuto dai collegati, allo sparo di una salva reale di tutte l’artiglierie; e dalla città di Messina sopra un ricchissimo palco messo a mare, ricoperto di sontuose drapperie, di vaghe pitture e di ingegnose iscrizioni, entrò nella terra alla testa di una splendida cavalcata di gentiluomini e capitani, fino al palagio reale. Laddove, licenziatosi da ogni altro, si restrinse per due ore a trattar con Marcantonio: facendosi intendere, che quanto alle deliberazioni e governo dell’armata non avrebbe mai cosa alcuna risoluto se non quanto da lui fosse stato approvato e dal generale dei Veneziani, secondo i capitoli della lega.[164]

[24 agosto 1571.]

Dopo le quali cose volendo anche contentare quegli altri signori e venturieri che quivi erano, li ebbe tutti il dì seguente sulla sua capitana; ove stando esso nel mezzo e Marcantonio alla diritta, sedettero nel salone di poppa l’un dopo l’altro, nelle loro assise e costumi, Sebastiano Veniero generale dei Veneziani, che bollente di giovanile ardore in età decrepita non sofferiva che di altro si trattasse che di partenza e di battaglia; il commendator di Castiglia don Luigi de Requesens, uomo di molta esperienza nelle cose del mondo; Pompeo Colonna luogotenente sull’armata del Papa, Onorato Gaetani generale delle nostre fanterie, Michele Bonelli nipote giovanetto di sua Santità, Francesco Maria della Rovere figliuolo del duca d’Urbino, Alderano Cibo marchese di Carrara, Alessandro Farnese figliuolo di Ottavio duca di Parma, Stefano Mottino maestro di don Giovanni, Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, Ascanio della Corgnia maestro di campo generale delle fanterie della lega, monsignor Paolo Odescalchi nuncio del Papa, Gabrio Serbelloni milanese generale delle artiglierie, don Bernardino de Cardines, don Carlo Davalos, Ottavio e Sigismondo Gonzaga, don Pietro di Padiglia, don Lopez di Figueroa, Vincenzo Caraffa, il conte di Lodrone, don Pompeo della Noia, Giovan Ferrante Bisballo, Girolamo Morgat, il conte di Santafiora e Paolo Sforza suo fratello, Ettore Spinola generale delle tre galere di Genova, Antonio Provana conte di Leiny generale delle galere di Savoia, Giovanni Vasquez di Coronado capitano della reale, don Luigi d’Acosta capitan della padrona reale, Gil d’Andrada, Pirro Malvezzi, Ambrogio Negroni, Giorgio Grimaldi, Stefano de Mari, Nicolò Doria, David Imperiali, Giovanni di Cordona, Ferrante Caracciolo conte di Bìccari scrittore dei commentarj di questa guerra, e molti altri, che furono più di sessanta persone. Quivi prima d’ogni altro si fece a parlare don Giovanni, mostrando le relazioni che si avevano dell’armata nemica, e le qualità della cristiana: poi svolse così per le generali il suo intendimento con animo bello e generoso, senza venire a niuna risoluzione; e pregò tutti que’ signori che se avessero a dire, sì il facessero liberamente; o se alcuno amava meglio dare il suo parere in iscritto, egli in buon grado l’avrebbe.

E quantunque non pochi di essi, specialmente spagnuoli e loro aderenti, pensassero che non si dovesse a niun patto mai arrischiare la battaglia; ma soltanto difendere gli stati della Cristianità, o al più assaltare qualche fortezza lontana dall’armata nemica, per non esporre a pericolo la propria; tanto più che i Turchi, a parer loro, dovevano stimarsi invincibili in mare;[165] ciò non pertanto, ritenuti dalla vergogna di aversi in così picciol conto e di tanto poco stimare il fiore dei cavalieri cristiani, quivi venuti non già a dichiararsi impotenti, sì bene a combattere, si tacquero. Parlarono però Marcantonio e il Sebastiano, affermando che l’armata cristiana era più che bastevole a vincere in ogni riscontro la nemica: e che qualunque altra impresa di terra, o espugnazione di fortezze o d’isole, vorrebbe riuscire o vana, o di poco momento, se prima l’orgoglio dell’armata nemica non si fosse abbassato: perchè ove niuno ardisse frenarla, l’altrui sgomento le darebbe animo a sempre mantenere la padronanza di tutto il mare. Alle quali proposte non solo a cenni fece plauso continuamente monsignor Odescalchi, nuncio del Papa, ma appena potè parlare, a nome di sua Santità, disse: non bramare altro se non che si ponesse questo pensiero ad effetto, e che si accelerasse la partenza e la battaglia, che per buone ragioni prevedeva doversi terminare con una splendida vittoria. Laonde ripetendosi queste parole, di battaglia e di vittoria, da molti capitani e da tutti i venturieri giovani, che veramente o non dovevano dir nulla o questo, fu sciolto il consiglio. Causa di maggior discordia nell’armata. I Veneziani gli si attaccarono forte, e vi si tennero sempre saldi; perchè fatto a parer loro con ogni solennità di pieno consenso e deliberazione di tutti; da non doversi mai più rivocare dubbio: dicendo che chiunque non aveva in quel giorno fatto parola in contrario, era convenuto con la parte maggiore, nel punto di cercar l’inimico e di combatterlo. Ma non pensavano così i parziali di Spagna: ai quali pareva che il consiglio fosse stato tenuto da don Giovanni per cirimonia, e per dimostrazione di gentilezza: e che si dovesse ancora pigliar tempo, ed esaminare meglio le imprese di sicura riuscita. Non già per fuggir la battaglia, no: ma per andar cauti in ogni cosa; per cavare certe utilità ora da Brindisi, ora da Otranto, poi rinforzi di fanteria, e appresso provvigioni, e l’un giorno assalir Negroponte, l’altro espugnar Castelnuovo. Tutti andirivieni conosciuti: voltarsi di fianco quando non si vuole andare di fronte; e dar tempo al tempo perchè da cosa nasca cosa.

[1 settembre 1571.]

E questo si faceva non solo in parole ma anche in scritture, con gran disturbo dell’impresa e avvilimento di tutti. Ascanio della Corgnia pubblicava un manifesto alli venticinque d’agosto in Messina, il giorno dopo al consiglio: nel quale parlando a don Giovanni tra l’altre cose diceva:[166] «Vostra Altezza non ha forza bastante per andare a trovare l’armata nemica, nè per tentare impresa alcuna a diversione, o ad altro effetto, senza porsi a manifesto pericolo di perdersi malamente.» Ascanio dopo la grande giornata venuto a Roma non essendo ricevuto dal Papa nè con accoglienze nè con parole, come egli pretendeva di meritare, cadde ammalato; e diede ragione universalmente di credere che da quel dispiacere gli fosse venuta la morte, che in assai breve spazio gli succedette. Non pochi tra i maggiori condottieri parlavano e scrivevano simili indegnità: tanto che Marcantonio ristucco della soperchieria ed autorità dei contradittori, mandava allora a Roma una lettera arcana, che diciferata diceva così:[167] «Il signor Ascanio della Corgnia ed il conte di Santa Fiora, con altri tenuti d’autorità, si fanno intendere pubblicamente in parole e in iscritture che non sia bastante l’armata nostra a combattere la nemica, e in tal modo fanno raffreddare l’animo buono del signor don Giovanni: ed io, che tanto ho faticato a ridurre le cose a sì buon termine d’unione, non posso comportare che dopo tante fatiche e spese si perda una occasione tale, donde può risultare tanta inconvenienza e pubblico danno.... Io di tutto sento gran disturbo, nè posso quietarmi come il signor Ascanio e Santafiora, che sono pur vassalli di Sua Santità, vadano tanto contro la buona mente sua e contro il comun servigio, facendo tanto conto dell’armata nemica per il numero delle vele, che sono di gran parte fuste e vascelli piccoli; et fare sì poco conto dell’armata nostra, che sono duecento e dieci galere, sei galeazze, e trenta navi: che non so quando mai se ne unirà un’altra tale. Io potrei quietarmi e lasciar fare a chi tocca; ma non devo.... et il mio voto sarà sempre che si combatta.» Per questo egli era perseguitato: e i suoi nemici sottili arti adoperavano a metterlo in diffidenza de’ confederati. Tra i Veneziani spargevano che se la intendesse secretamente cogli Spagnuoli; e tra gli Spagnuoli che egli seguitasse la parte dei Veneziani: don Giovanni liberamente dicevagli che contro di lui gli si erano fatti pessimi uffici, e il re Filippo (che non ardiva per rispetto di san Pio spiegare con lui l’animo suo) scrivevagli lettere misteriose, rammentandogli sempre gli obblighi suoi, come se diffidassene, o volesse condurlo all’adempimento di alcun secreto e poco onesto disegno.[168] Onde Marcantonio per più lettere e più persone fece sapergli che il togliesse da quella incertezza; e se era malcontento, gli desse licenza di potersi ritirare: altrimenti parlasse chiaro quel che da lui desiderava. Ecco al proposito due lettere importanti: ecco come un uomo grande, ma suddito e feudatario del cinquecento, scriveva del re Filippo e degli affari correnti a san Pio, e a san Francesco Borgia:

«Reverendissimo Padre.

»La Paternità vostra si è incaricata per sua bontà di supplicare la Maestà Sua che mi desse licenza di lasciare questo generalato, dappoichè dicono che io l’ho preso con altro fine che non è di servir Sua Maestà; o vero, se così gli fosse piaciuto meglio, mi comandasse ciò che avrei a fare. Ora torno di nuovo a supplicare la Paternità Vostra per la cosa medesima, purchè non si opponga il signor Ruy Gomez, nel quale ho fondata speranza. Mi sono giunte diverse lettere di Sua Maestà mettendomi sempre avanti le mie obbligazioni che tengo per servizio suo. Di modo che la mia volontà, che a questo mira più che a quante ricchezze e onori sono nel mondo, si tiene per nulla. Peggio è che sento dire essersi proposto a Sua Maestà di scrivermi cose anche più strane. Che se a tal mi vedessi, io gli lascerei tutto, e me ne verrei costà, e sarebbe un bene all’anima mia. Ecco che quando pensavo che i miei servigi sarebbero graditi, non essendomi trovato in Roma, nè avendo trattato cosa che potesse dar disgusto a Sua Maestà, avendogli l’anno passato messo in salvo l’onore dell’armata sua, e in questo conclusagli la lega, mi trovo al punto di dover scrivere la mia giustificazione. In che modo servo al Signor don Giovanni egli lo vede, e lo vedrà: però quando penso che alcuno abbia a dire che me lo fanno fare per forza, resto tanto afflitto, come se questo fosse cosa nuova per gli altri di casa mia e per me stesso. Sia lodato Iddio, che ci fa conoscere quanto poco vale questo mondo. E sappia vostra paternità reverendissima che tanto pubblicamente correva voce che il signor don Giovanni veniva coll’ordine di mettermi in paura e soggezione, che il Papa mandò qui monsignor Odescalchi principalmente a raccommandar me a questo Signore, e a trattar con lui, pensando che a me non mi ascolterebbero. Lodato Dio, che siamo qui tutti: e si vedrà quel che vale ciascuno. A vostra paternità bacio le mani, pregandola a perdonar la molestia: chè certamente questo negozio mi ha dato tanta afflizione, che mi ha fatto dimenticar quella della galera in Messina li quattro di settembre 1571.»

A san Pio, senza toccare i particolari, sapendo ambedue le istruzioni di monsignor Odescalco, e ciò che direbbe tornandosene allora a Roma, scriveva brevemente così.

«Santissimo et beatissimo Padre.

»Da monsignor Odescalco Vostra Santità sarà informata di ogni particolare di quest’armata. A lui mi rimetto: certificando la Santità Vostra che il detto monsignore con giuditio et diligenza ha eseguito l’ordine suo. — Raccomando alla S. V. le cose mie. — Et bacio li suoi santissimi piedi. Di Messina li 15 settembre 1571.»

[2 settembre 1571.]

X. — Ma quando a’ due di settembre furono riunite nel porto di Messina le altre sessanta galere dei Veneziani, venute da Candia a golfo lanciato, senza aver toccato terra, per una delle maggiori navigazioni che simili bastimenti avessero da gran tempo fatta; e quando nella stessa giornata altre undici galere del Re, agiatamente condotte da Giannandrea Doria, vi ebbero dato fondo;[169] crebbero le dissensioni. I Veneziani non potevano più patire di esser tenuti a bada colà, nè gli Spagnuoli risolversi a partirsene. Questi sempre in parole di nuove consultazioni per veder ciò che s’avesse a fare; quelli all’opposto sempre fermi nel partito già preso di cercar l’inimico e di dargli la battaglia. La qual differenza tanto più dispiaceva ai Veneziani, quanto che vedevano i regi ad ogni altra cosa, men che alla battaglia, prontissimi. A Giannandrea, l’istesso giorno dell’arrivo e senza loro consentimento, era dato da don Giovanni il comando di tutta l’ala diritta nell’ordinanza della lega; a don Carlo Davalos similmente il governo di tutte le navi, ad Ascanio della Cornia di tutte le fanterie. Ascanio, che a loro dispetto parlava e scriveva in Messina contro la battaglia; Carlo, che a loro danno era stato nella guerra di Cipro; e Giannandrea, che dovunque e sempre attraversavali.[170] A costoro il comandare, ai Veneziani l’ubbidire. Le leggi, uscite di penna a don Giovanni, senza participazione di alcun di loro, tosto si pubblicavano: e più volte s’era veduto, in barca e bandiera spagnuola, il banditore venirsene sotto la Capitana veneziana intimando a suon di tromba l’osservanza di certi editti, e le minacce di certe pene, di che il general Sebastiano era costretto a dire non sapersi cosa gli si comandava.

Marcantonio là in mezzo difficil carico sosteneva, la lega per lui durava: tutto amorevolezza verso i Veneziani, procacciava quietarli; e tutto osservanza verso don Giovanni, dirgli liberamente il suo parere: quelli per lui tolleravano lo strazio; e questi per lui rimediava ai disordini. Non era sempr’esso la causa; ma altri poco officiosi e meno benigni. Pur la macchina andava, e le opposte pretensioni restavano dentro certi limiti: oltre ai quali più di una volta sarebbero infallantemente trascorse se Marcantonio, mirando al pubblico bene, non le avesse con somma prudenza contenute.[171]

[8 settembre 1571.]

Tra questi travagli si venne agli otto di settembre a dar la mostra generale di tutta l’armata. Le dodici galere pontificie e le sei fregate furono stimate ottime per la qualità ed armamento loro, e più pel numero e bellezza delle fanterie; al paro di chi che fosse all’armata;[172] le galere del Re eziandio ben fornite d’armi e di genti; quelle dei Veneziani, pregevoli per ogni altro capo, e mal fornite di fanterie; non avendo più che ottanta soldati per galera. E quantunque il loro Generale con buon fondamento dicesse che i remigi dell’armata sua, perchè tutti cristiani e volontari, non turchi o sforzati, in caso di battaglia, lasciato il remo piglierebbero l’armi, ed egli ne avrebbe più combattenti d’ogni altro; ciò non pertanto i consiglieri di don Giovanni deliberarono che in ciascuna galea di san Marco dovessero mettersi venticinque soldati del Re. Gli Spagnuoli volevano comparire in ogni parte, assicurarsi dei Veneziani, e aggravarne i difetti: pognamo pur che fossero, come questo era, segno di loro bravura. Di che si alterarono grandemente, parendo loro indegnità d’essere voluti aiutare nel combattimento da chi mostrava tanta poca voglia di combattere; e di ricevere in casa, anzi dentro le viscere delle loro migliori fortezze (chè tali erano le galere pei Veneziani) gente straniera, sospetta, e coll’armi in dosso. Sebastiano s’opponeva, don Giovanni protestava; e Marcantonio tenuto dal primo in altissimo concetto e dagli altri in più fede che tutta la lega,[173] temperando quello e persuadendo questi, riusciva a mettere sulle galere veneziane quattro mila soldati tra Spagnuoli ed Italiani che erano in Messina ai soldi del Re. Io stimo, e ogni altro meco vorrà convenire, che la mediazione di lui era primo sostentamento della Lega, e la sommissione dei Veneziani segno il più certo della loro buona volontà.

I loro nemici non poterono negarlo: e gli storici meno parziali condotti dall’evidenza dei fatti riconoscono in quella ed in altre occasioni la fiducia, e la sincerità con che procedevano i Veneziani.[174]

[10 settembre 1571]

XI. — Ciò non pertanto gli alleati non movevano da Messina: e molti ricantando la potenza, la bravura, il numero, e ogni altro vantaggio vero o supposto dei Turchi, dissuadevano la partenza. Per ciò don Giovanni divisò raunare un’altra volta il maggior consiglio, e mandar di nuovo a partito la già presa deliberazione. Tutti quei signori, che erano stati chiamali il ventiquattro di agosto, tornarono sulla reale ai dieci di settembre; più il marchese di Santacroce, Prospero Colonna, il Quirini, il Canale, Giannandrea Doria, e alcuni altri arrivati di fresco, quasi settanta persone, a rimestar l’argomento del cercare o del fuggire la battaglia.

I tutori di don Giovanni che pensavano aver già fatto gran cosa ad aiutar i Veneziani sino a Messina, e non volevano altri viaggi nè battaglie, per fuggir la taccia di codardia, affettavano prudenza:[175] non si arrischiasse tutta la naval forza della Cristianità ad una battaglia di esito incerto; si attendesse alla stagione troppo inoltrata per navigare, al difetto di viveri, di milizie, e di molte cose: meglio rivolgersi a Tunisi, ove sarebbero guadagni certi; doversi procedere con grandissima cautela, e guardarsi bene dagli scontri repentini: affinchè l’armata nemica, già tanto vittoriosa, che aveva la gran provincia di Dalmazia e il ricco regno di Cipro all’impero Ottomano soggettato, potesse facilmente andarsene a Costantinopoli.

Ma dall’altra parte Marcantonio, Sebastiano, il marchese di Santacroce, tutti i Romani e tutti i Veneziani, dicendo che erano venuti per combattere non per tremare di paura, per mettersi alla prova non per fuggirla, e che alla Cristianità recava pericolo ogni altra cosa fuorchè la battaglia, persistevano in richiederla. Quando fosse vinta, secondo che doveva con ogni ragione sperarsi, l’avrebbe per sempre liberata: e quand’anche perduta si fosse, non potrebbe però il nemico, senza grandissima sua strage e ruina di molte sue navi, della vittoria godere; per l’ardire e la bravura di tanti valorosi guerrieri, quanti nell’armata cristiana se ne vedevano. In tal caso nè la cristianità nè i regni d’Italia, ben guardati e muniti, avrebbero nulla a temere dagli inimici tanto debilitati, dai quali quantunque potenti s’erano sempre difesi. L’armata cristiana non già la turca correrebbe pericolo di esser disfatta dal tempo; dipendendo la prima da più principi le cui volontà potevano mutarsi, e la seconda dalla volontà di un solo che non mutava mai. E ripetendo che il turco non fosse già mica l’invincibile, nè che avesse tanta superiorità di forze, nè per il numero dei vascelli, nè per la loro qualità, che non si potesse con molto vantaggio delle pavesate, rambate, artiglierie e galeazze nostre superare, conchiudevano che per necessità di non romper la lega, e per la molta speranza della vittoria, e con poco pericolo in caso di rovescio, si dovesse onninamente andare a combatterlo.

Le quali ragioni, sostenute dal generale veneziano con assai calore e dal romano con molta saviezza, bastando già i due voti secondo i capitoli della Lega a dar legge al terzo, ridussero don Giovanni (quantunque perplesso tra l’osservanza del fratello e gli stimoli della gloria) a inclinare il suo voto in favor della battaglia. Ondechè levatosi in piedi a un tratto, e rivolto agli astanti parlò presso a poco in questo tenore:[176] «Avendo qui adunate sotto l’imperio mio tutte le forze marittime che dai principi cristiani cavar si possono, penserei di commettere grave scelleratezza se in tanti e sì urgenti pericoli dei Veneziani gravemente afflitti, mentre sono compagni e nella lega confederati, io non li soccorressi d’ogni aiuto opportuno. Pertanto ho risoluto, insieme col Generale del Papa e di Venezia, di partirmi di qua; e di fare ogni diligenza per trovar l’armata nemica e con l’aiuto di Dio combatterla. Esorto adunque e prego ogn’uomo che l’animo e le forze generosamente disponga a secondarmi: talchè io possa risolutamente venire alla battaglia; e con tutti voi rallegrarmi poscia d’una splendida vittoria.[177]

Dopo le quali parole, udite da tutti in profondo silenzio, gli astanti senza eccezione, anche gli stessi regi curatori che tanto avevano sconsigliato il combattere (fosse vergogna, fosse adulazione) proruppero con grandi applausi, acclamando alla generosa e risoluta semenza di don Giovanni: e quasi tutti lietissimi, se ne uscirono dal consiglio. Sull’atto diffusane la notizia; fu, da chiunque non avesse sinistre intenzioni, ricevuta con un solo e solenne sentimento di gioia.

[16 settembre 1571.]

XII. — Sei giorni dopo, tutta l’armata cristiana usciva dal porto di Messina, tra le acclamazioni dei popoli, la festa dei soldati e le maraviglie dei marinari. Navigavano in bellissima ordinanza, e prima di tutto con grandissime dimostrazioni di pietà: avendone dato l’esempio i generali, i colonnelli e gli altri ufficiali; e detto ai soldati che si dovesse confidare in Dio per aver buoni effetti da così giusta e santa guerra, tolta per servigio suo, e per la difesa della fede e della patria. Però quasi tutti in Messina si erano riconciliati con Dio, ed avevano ricevuti per le chiese i sacramenti: e comunemente si giudicava che forse mai non si fosse veduta un’armata così disciplinata in fatto di religione. Nella qual cosa grandemente si adoperarono quei sacerdoti Cappuccini che il Papa aveva messo nelle pontifice galere;[178] e quei padri Gesuiti che il Re aveva mandato nelle sue; e quei tanti dell’ordine di san Domenico e di san Francesco che qua e là sulle galere di Genova, di Venezia e di Savoja esercitavano il sacerdotal ministerio. Andava di vanguardia don Giovanni di Cardona con otto galere spalverate, venti miglia a mare; con ordine che scuoprendo l’armata nemica dovesse ripiegarsi subito sulla nostra, e rimettersi al luogo assegnato, con dar conto al Generale di quanto avesse veduto. Appresso di tutte le galere dell’armata si fecero tre divisioni; cioè il corno destro, la battaglia, e il corno sinistro: mettendo le galere del Re, del Papa, e della Repubblica interzate e miste tra loro, perchè si aggiustassero le squadre ad essere egualmente gagliarde, e si togliessero i pericoli di ammutinamento e di fuga. Così pure fu riserbato un corpo di trenta galere da venire appresso un miglio per soccorso e riserva. E finalmente per turno un capo di retroguardia col carico di soccorrere se qualche galera rimanesse sbandata o zoppa; e di allumare il fanale nella notte per dimostrare quanto addietro fosse l’ultima galera; perchè le prime regolassero il cammino, e al far del giorno si trovasse tutta l’armata unita. Le quali cose, con molti altri ordini bellissimi, di che parlerò nel giorno della battaglia, furono tutte disegnate in carta e dipinte a colori, coi nomi e stendardi di ciascuna galera, e distribuitone un esemplare a tutti i capitani di esse, e a tutti coloro che nell’armata avevano governo.

[21 settembre 1571.]

Le nostre galere assai quietamente, sebbene fossero accadute alcune questioni di precedenza tra la capitana di Malta e quella di Savoja,[179] rigirarono il capo Spartivento; e costeggiata la Calabria, con diverse fortune, nella cala delle Castella dettero fondo, al ridosso di capo Colonna. Nel qual luogo, mentre erano dal gran vento impedite di procedere (pel quale sferrò con molto pericolo la capitana di Malta) la notte avanti al ventuno di settembre apparve in alto un segno, che fu dalla gente creduto prodigioso. Era il cielo tutto sereno, il vento di tramontana freschissima, le stelle chiare e scintillanti; ed ecco nel mezzo all’aria fiamma di fuoco sì lucente e sì grande in forma di colonna per lungo spazio fu da tutti con maraviglia veduta. E quantunque oggidì sia dimostrato che tra li fenomeni elettrici e pneumatici dell’atmosfera, i quali più vigorosi appariscono nel cader dell’estate, debbano annoverarsi non solo i fuochi fatui e la luce di Santelmo; ma anche i globi di fuoco e le travi ardenti, come questa; nondimeno allora gli spettatori, come da prodigiosa apparizione, ne tiravano felicissimi augurj di gran vittoria. Stimavano che la colonna di fuoco guidar dovesse l’armata cristiana sul mare, come guidò il popolo d’Israele nel deserto: o vero simboleggiasse colassù lo stemma di quel Colonna che, avendo quaggiù coll’altezza della sua prudenza congiunto la lega, con la saviezza del suo consiglio la sostentava.[180] E tanto più si addentravano nei prognostici di siffatto segno, quanto che da molti altri era stato in poco tempo preceduto: perchè la terra si era scossa a Ferrara, il fulmine aveva pur dato in Roma sul campanil di san Pietro, e in Firenze sulla cupola di santa Maria del Fiore: oltreacciò si diceva che nella parte più sublime di santa Sofia in Costantinopoli, che oggi è principal moschèa dei Turchi, fossero apparse alcune striscie di fuoco, come tre croci. Di che sparsa la fama in ogni parte rinverdivano le speranze dei popoli, come se quei segni presagissero la caduta dell’impero ottomano. Dolci fantasie di rozze genti; che in ogni modo disvelano le loro speranze, ed ovunque ne scorgono i segni. Tito Livio ed altri storici, prima di narrare grandi successi, ricordano sovente l’opinione dei popoli sui presagi.

[26 Settembre 1571.]

Ora io non istarò a noverar tutte le palate che dette, nè tutti i capi che raddoppiò, nè le cale tutte ove diè fondo l’armata nostra; col vento or favorevole or contrario, e col mare or di bonaccia or grosso: ma insiem con lei me n’entro nel porto di Corfù, alli ventisei di settembre, sull’ora di vespro, per vedere altri segni grandissimi di quelle allegrezze che erano in ogni luogo dimostre ai capitani della lega. Non rimase uomo alcuno in Corfù che non scendesse al porto, nè pezzo alcuno d’artiglieria nella fortezza che non fosse sparato: l’accoglienze e gli onori dei Veneziani a don Giovanni, a Marcantonio ed agli altri condottieri apparver grandi, e le dimostrazioni di confidenza infinite. Contuttociò, nella breve dimora che quivi fecero aspettando il ritorno di Gil d’Andrada, spedito avanti sulle tracce dell’armata nemica per cavarne notizie, non lasciarono i consiglieri di Spagna di ritentar la prova se pur venisse lor fatto di smuovere don Giovanni e di rivolgerlo altrove; cioè all’espugnazione di Santamaura, o della Prevesa o di altre fortezze più vicine. Ma ributtate siffatte proposizioni da lui, che ormai ardeva nel desiderio di trovar l’armata nemica, fu nuovamente risoluto di tirare avanti per inseguirla: e posto che non si potesse raggiungerla, si sarebbe assalito Negroponte. A quest’effetto ordinarono che Gabrio Serbelloni imbarcasse sei pezzi grossi da batteria, con ruote e carri di rispetto, seimila palle, e polvere all’avvenante.

[2 ottobre 1571.]

Dalle quali cose speditosi don Giovanni, e ricevuta poco dopo da Gil d’Andrada la notizia che l’armata turchesca era giusto allora entrata nel golfo di Lepanto, condusse la nostra alle Gomenizze: bello e capacissimo porto, messo dalla natura al di là di Corfù venti miglia, sulla costa dell’Epiro; senza alcuna fortezza che ne tenesse l’ingresso. Quivi l’armata dovette per tre giorni rimanere; essendo il mare grosso, e il vento contrario gagliardo da scirocco. Nel qual tempo i Turchi della provincia, temendo qualche sbarco, eransi raccolti da più parti in arme, e spiavano ogni occasione per danneggiare i Cristiani. Colà appunto alli due di ottobre successe la prima scaramuccia; e toccò in sorte ai soldati di Marcantonio di far sui nemici il primo fuoco. Imperciocchè, volendo una delle nostre galere mandare gente in terra per acqua, il capitan Ruggiero Oddi di Perugia sbarcò altresì venticinque soldati a spalleggiare gli acquatori. Andarono alla sorgente, e dettero nell’imboscata di cinquanta cavalli nemici. I quali a un tratto usciti fuori con grida ferocissime mossero per caricare sopra i nostri. Però fu così destro un soldato velletrano ad aggiustar la palla del suo moschetto in petto al caporal de’ Turchi, che lo rovesciò semivivo da cavallo; e tanto prestamente i compagni presero quel vantaggio, che a furia d’archibugiate cacciarono in dirotta fuga il mal arrivato drappello.[181]

[3 ottobre 1571.]

Tra le feste che a bordo si facevano per la riuscita di questo primo scontro, arrivarono quivi stesso nella notte le infauste notizie di Cipro. Era rimasta in quell’isola ai Veneziani soltanto la fortezza e città di Famagosta; che sin dall’anno precedente assediata, si era pur lungamente difesa, per opera non solo del presidio sceltissimo di gente italiana, ma anche dei nobili e terrazzani che dettero sempre ogni bell’esempio di virtù. Ma dopo infiniti travagli, cavato nuovo fosso, e rilevati altri fianchi e più traverse su tutte le opere di fortificazione; difesa a palmo a palmo la strada coperta, l’argine, il fosso, il muro, le brecce, e le ritirate; venute meno le munizioni, il vino, il pane, e ogni speranza di soccorso; piene le strade e le case di feriti, di languenti, e di cadaveri; dovettero finalmente capitolar la resa: salva la vita dei capitani e dei soldati; l’uscita libera a chiunque volesse, e ciò con armi, bagagli, cinque cannoni, e tre cavalli, uno di Astor Baglioni governator generale della piazza, uno di Marcantonio Bragadino provveditor dell’Isola, e uno del provveditor Quirini; il passaggio sulle galere per fino a Candia; e i cittadini rimanessero nelle loro case, vivendo da cristiani e godendo de’ loro beni. Ma un giorno appresso alla giurata capitolazione, resa la città, il Turco traditore fece tagliare a pezzi il prode Astorre Baglioni di Perugia, con altri cavalieri principali di sua compagnia:[182] e l’invitto Marcantonio Bragadino, mozzate le orecchie e schernito con molte bestemmie più giorni, finalmente messo nudo in sulla piazza al ferro della gogna, fece crudelmente così vivo scorticare: con tanta costanza, fede e divozione di quell’uomo nei tormenti, che non perdendo mai punto dell’animo suo generoso, rimproverando senza turbamento a Mustafà, che era presente, la fede violata, e raccomandandosi divotamente a Dio, in grazia di sua divina maestà come dobbiamo credere, santamente spirò.[183]

XIII. — Udite siffatte atrocità in onta alle leggi di natura per oltraggio della fede e del nome cristiano, l’indignazione dei soldati sull’armata proruppe con segni tanto manifesti, quanto ciascun generoso meglio può pensare che non io descrivere. Niuno però imaginar potrebbe, senza che venisse ricordato, come l’istesso giorno di così giusto dolore, quando gli alleati avrebbero dovuto viemeglio stringersi e levarsi tutti insieme contro gli spergiuri per vendicare il sangue dei traditi fratelli, allora appunto i fratelli contro i fratelli rompevano, e tutta l’armata in due parti divisa si metteva in punto di combattere con sè stessa, e mutuamente sconfiggersi ed annichilarsi. Già ho detto come stavano tra loro di mal talento gli Spagnuoli e i Veneziani; e quanto il general Sebastiano Veniero s’era opposto per non ricevere nell’armata sua le soldatesche del Re. Ma avendole, per la necessità di non rompersi apertamente con don Giovanni, ricevute, presto successe ciò che egli già pensato n’aveva. Era sopra una galera veneziana del capitan Andrea Calergi, nobile candiotto, un tal Muzio Alticozzi di Cortona, capitano al soldo del Re: uomo fazioso e caparbio, il quale per cagione di lieve momento intorno a certe balestriere si lasciò fuggir di bocca parole villane a vituperio dei Veneziani. Nacque allora una rissa tra le parti, che fu a stento compressa dal Calergi. Ma essendosene poi le genti della galera querelate col general Veneziano, questi mandò alcuni compagni di stendardo (così chiamavansi a Venezia i berrovieri del mare) e ordinò che fossero imprigionati i delinquenti. Se non che Muzio, dicendo che egli niun veneziano riconosceva per superiore, fece tal resistenza coll’armi contro quei dello stendardo, contro al Comito reale dai Veneziani chiamato l’ammiraglio, e contro all’istesso generale Veniero, venuto in fretta per frenarlo; che sotto quasi agli occhi suoi ammazzò due uomini, e sconciamente ferì di archibugiata nella spalla l’ammiraglio. Ma intanto essendo stato ferito in più parti, e preso anche Muzio, fu a un tratto, così mezzo morto, per ordine del Veniero sull’antenna di quella galera impiccato, insieme con un caporale e due soldati partecipi del disordine.[184]

Non fu accidente in tutta quell’annata che più di questo turbasse l’animo di don Giovanni; parendogli che l’autorità sua tornasse al tutto disprezzata. E si alterarono intorno a lui maggiormente quei consiglieri che non avevano voglia d’andare avanti, tanto Spagnuoli che Italiani aderenti loro. Gli uni rappresentavano il fatto come ingiustizia del Veniero, gli altri come offesa a don Giovanni, questi come oltraggio alla nazione, quelli come degradamento dei capitani, e quasi tutti come cosa da non doversi in niun modo comportare. Ondechè sua Altezza radunò il consiglio privato: nel quale la maggior parte deliberò che don Giovanni, per sua dignità e per ogni rispetto, doveva pigliar prigione il General veneziano, e fare dimostrazione notabile e rigorosa contro la persona sua. Ciò è dire, punirlo nella testa.[185]

Presa questa deliberazione, don Giovanni fece trattenere il consiglio unito, mandò per Marcantonio, e quivi in pubblico il richiese se avesse udito il gran disordine del general Sebastiano, che egli non sarebbe mai per comportare. Indi lo pregò che dicesse subito il parer suo; non come generale del Papa, ma come servitore del Re.[186] Marcantonio era rivolto coll’animo a scusare quel fatto: perchè non si poteva dubitare che il capitan Muzio ed i suoi complici non avessero meritato il gastigo; e pareva che (quantunque prestati da don Giovanni) avendo pur commesso grave delitto sopra le galere dei Veneziani, e dovendo per quel tempo essere sottoposti agli ordini e giustizia loro, potevano essere puniti dal Generale medesimo, massime in caso di urgente necessità e per sicurezza sua; non restando altro a scolpare se non l’errore, forse inavvertito, di non averne dato parte a don Giovanni prima, o almeno subito dopo, della esecuzione. Ciò non pertanto, veduta l’alterazione di sua Altezza, si contenne. Molto più che quivi erano taluni i quali per private passioni facevano cattivi ufficî; e più ancora che non miravano se non alla dignità dell’Altezza Sua, facendo poco conto di tutti gli altri; e pochi di loro sapevano qual fosse la sostanza dei capitoli: talchè avrebbero anzi acceso che spento il fuoco. Pensò dunque di pigliar tempo a rispondere; e disse: aver udito il caso del capitan Muzio; ma che, per esser quivi giunto allora allora, prima di parlare desiderava sentire il parere di quei signori che già avevano trattato l’argomento. Ondechè, tacendo Marcantonio, ripigliarono quegli altri: ma confusi e peritosi, come avviene a chi ripete pareri poco ragionevoli; specialmente innanzi a personaggio sagace, che fissamente riguardando mostri noverare gli errori di ciascuno, e biasimarne la poca prudenza. Finalmente Marcantonio col movimento della persona mostrò di aver chiaramente compreso come avessero già ferma quella deliberazione che peggiore tra tutte s’era immaginata. Allora non volendo inutilmente opporsi nè entrare in dispute contro tanti, si rivolse a don Giovanni, e rispose: che quello che gli occorreva, come capitano del Papa e insieme come servitore del Re, era il dissimulare intanto ogni ingiuria, e rimettere la dimostrazione rigorosa ad altro tempo. E ciò per molte ragioni: prima perchè la deliberazione venisse con minor calore, e quindi più prudente e più giustificata: e poi perchè la dimostrazione rigorosa in quel momento doveva farsi contro ad altri nemici, assai peggiori, coi quali prima già s’erano disfidati; e che nondimeno impuniti e sempre più da vicino insultavano e manomettevano a tradimento la vita e il sangue, non di tre malfattori, sì di molte migliaja d’innocenti: essendosi con tante fatiche e tante spese unita l’armata della lega per questo fine. E perchè era altresì cosa certa che la dimostrazione di rigore non si sarebbe potuta fare contro la persona di uno che comandava la maggior parte dell’armata, senza combattere con lui e mandare in ruina la lega e tutta la Cristianità, doveva ognuno intendere il pericolo di quel consiglio. Si guardasse, che sarebbe poi biasimato da tutti, e solamente lodato dai Turchi: i quali avrebbero cogli occhi loro così da vicino veduto il giocondo spettacolo del combattersi insieme le armate cristiane, e del caderne gli avanzi senza fatica in poter loro. Gli altri però, principi e popoli della Cristianità, che avevano concetta tanto grande speranza della virtù di don Giovanni e della potenza della lega, resterebbero non solo delusi ma esposti alle ingiurie dei barbari, per causa del disordine fatto da un privato gentiluomo veneziano; che altro non era il Veniero, tornato che fosse a Venezia. E quantunque agli offesi potesse parer dura la sofferenza, nondimeno si doveva considerare ciò che ne direbbero gli uomini presenti e gli avvenire: Ecco, direbbero, la lega è stata disciolta, il Turco è prevalso, la congiunzione di tante navi è stata vana, don Giovanni non ha fatto cosa alcuna degna del suo nome: e ciò perchè Sebastiano Veniero ha impiccati tre uomini, che alla fine lo meritavano. Quindi liberamente era di parere che, potendosi trovar alcun modo a dissimulare per allora l’ingiuria, ciò fosse da fare: e procedere innanzi. Così, domando l’ira con la clemenza e posponendo le private passioni al pubblico bene, acquisterebbe don Giovanni quella fama e quella gloria che sempre segue chi ben si governa.

Commosso don Giovanni alle ragioni ed ai consigli di lui, non solo sospese la vendetta, ma arrossì di sè stesso; pensando anche aver dato occasione a tal personaggio, di tanto senno e gravità, qual era Marcantonio, di venir seco ad umili supplicazioni. Perciocchè, dicendo l’ultime affettuose parole, per abbracciargli le ginocchia gli si era inchinato. Laonde subitamente levatolo, rispose: che a lui si rimetteva, perchè come aveva saputo ben consigliare, così saprebbe anche meglio scegliere la forma più adatta a salvare le sue ragioni, a contenere il general veneziano, e a fare insomma che tutto ben procedesse, sino a veder l’esito della battaglia. E Marcantonio salutandolo graziosamente si partiva, dicendo: che sarebbe andato di presente a trattarne con Agostino Barbarigo, nella prudenza e destrezza del quale molto si confidava.

Tornando allora col palischermo verso la sua capitana, già presso la mezzanotte, vide tutta l’armata sossopra in gran rumore, per essersi saputa la deliberazione del consiglio privato di sua Altezza, contro la persona del General veneziano. Onde questi aveva preso l’armi, accesi i fanali, chiamate intorno a sè le sue galere, e si apparecchiava a difendersi: gli Spagnuoli dall’altra parte davano mano ad allestirsi, e pieni di sospetto si tiravano da parte, e mettevano le armi in coperta: i capitani di qua e di là scorrevano incerti di quel che dovesse succedere: ed Agostino Barbarigo per quel rumore era venuto sulla capitana pontificia, e aspettava che Marcantonio ritornasse dal Consiglio. Per ciò narratisi rapidamente l’un l’altro le cose occorse sino a quel momento, presero ambedue a trattar del modo che si avesse a tenere per quietare don Giovanni. Convennero in questo, che Sebastiano non dovrebbe più intervenire nei consigli, ma starsene nella sua galera privatamente, e non farsi vedere a don Giovanni, nè anche nel navigare; e che il Barbarigo potrebbe in sua vece entrare in consiglio, posto che Marcantonio avrebbe sempre riferito prima quel che si dovesse trattare, affinchè l’altro potesse venirci indettato dal suo Generale e dagli altri provveditori. Preso questo concerto, se ne andarono al Veniero: e come dubitavano della sua terribile natura, per essere quel vecchio collerico e di subitanea impressione, fermarono insieme di usare ogni arte per condurlo a secondare il loro avviso. Ma trovarono la cosa tanto facile, che in due parole restò conclusa: perchè avendo colui saputo della dimostrazione che si voleva fargli, già era fisso che non sarebbe mai più montato sopra una galera spagnuola, quandanche tutta la sua Repubblica vi si fosse unita. Marcantonio non per questo lasciò con buone ragioni di ammonirlo, dicendogli: che mal si conveniva a lui, tanto versato nelle leggi per tutto il tempo di sua vita, dimenticarle nel maggior bisogno. Indi tornò a don Giovanni, che era quasi solo col marchese di Santacroce e don Luigi de Requesens: tacque la facilità del consentimento di Sebastiano: anzi mostrò come era gran cosa il tener colui confinato nella sua galera, escluso dai consigli, e riservati a miglior tempo quei risentimenti che fossero creduti giusti; e indusse sua Altezza a contentarsene. La mattina seguente tutta l’armata, per la prudenza del generale romano campata dal presentissimo pericolo, assai quietamente dava le vele ai venti, facendo prua verso la Cefalonia.[187]

[4 ottobre 1571.]

XIV. — In questo intervallo, sino alli sette di ottobre, che fu la grande giornata, non successe alcuna novità di momento nell’armata cristiana; e nè anche nella nemica. Ma da una parte e dall’altra due cose si facevano; disputare della battaglia, e spedire gli esploratori. I Turchi, sicuri di non poter essere offesi nel golfo di Lepanto, dibattevano tra loro se dovessero uscir fuori, o no, incontro ai cristiani; e al tempo stesso mandavano Carascosa, famoso corsaro, a raccogliere tra le nostre galere il numero, la qualità, e per fino le parole: tanto egli si pose a seguirle da presso.[188] Ma essendosi costui per diversi accidenti ingannato nel conto, fu poi principale cagione perchè i nemici deliberassero uscir dal golfo, e cercar l’armata della lega: persuasi di pigliarsela tutta a salvamano, sol che si mostrassero. I Cristiani dall’altra parte, levatisi dalle Gomenizze, s’avviarono all’Isola di Paxo; già chiamata Ericusa. Nel qual viaggio tutta l’armata per la prima volta si pose in perfetta ordinanza di battaglia: e tenendo ogni galera ed ogni squadra il suo luogo, lasciò finalmente considerare quanto tutta la fronte di essa si stendesse; quanto spazio ciascuna squadra occupasse; quanto l’ala diritta a largo mare dovesse tenersi per non stringere troppo a terra l’ala sinistra; e finalmente in che modo ciascuno il suo ufficio ordinatamente far dovrebbe, affinchè nel caso improvviso tra loro non si intricassero. Con questa ordinanza, che fu molto bella a vedere, giunsero nel canale tra Itaca e la Cefalonia. Dopo aver navigato ora a vela, ora a secco, essendo i venti a segno di ponente e maestro troppo freschi e con una sorda maretta, si fermarono alla punta settentrionale della Cefalonia, in una calanca, detta Val d’Alessandria. Colà i consiglieri privati, insieme con Giannandrea, un’altra volta rappresentarono a don Giovanni l’incertezza del vincere, la difficoltà del fuggire, e tutto ciò che poteva fare contro al disegno di combattere: ma non poterono più smuoverlo; anzi, come alli dieci di settembre, furono rimandati pieni di confusione. Dalla volontà di Marcantonio e dei Veneziani, divenuta ormai volontà ferma altresì di don Giovanni, come bisce tratte all’incanto, senza pur volerlo nè intenderlo, erano alla battaglia condotti.[189] E tanto erano pubblicamente note le difficoltà di costoro, che avendo anch’esso don Giovanni mandato tra gli altri esploratori in più luoghi, ed anche in terra d’Epiro, un pratico piloto, detto Cecco Pisano, a riconoscere l’armata nemica; questi ritornando, maravigliato del numero delle galere, delle navi e dei soldati ottomani, non volle da alcuno di loro lasciarsi intendere; per timore che ne venissero altri impedimenti alla battaglia. Ma colto il destro di esser da solo a solo con Marcantonio, dandogli secretamente certa relazione del gran numero dei vascelli da lui veduti, gli disse: «Spuntati l’unghie, signore, e combatti; che n’è bisogno.»[190]

[7 ottobre 1571.]

Pertanto fermatasi l’armata nostra il cinque di ottobre in Val d’Alessandria, si mosse il sei: e contrastando tutto il giorno col vento contrario, di levante e scirocco, per uscir dal canale della Cefalonia, appena potè la notte. Ma non volendo tra le tenebre troppo avanzare, col nemico così vicino, prima che alle isole Curzolari, dagli antichi dette Echinadi, arrivasse, per aspettare il giorno fermossi. I Turchi l’istessa notte, col vento a loro favorevole, usciti da Lepanto per trovar l’armata nostra nel canale della Cefalonia, le venivano incontro: così che ai sette di ottobre, molto per tempo, le due armate vicendevolmente si avvicinavano a quei rivaggi ove si avevano a decidere le nostre sorti.

E poichè questo luogo è venuto a tanta celebrità dopo la famosa giornata, io stimo doverlo in qualche modo descrivere; affinchè meglio possa ciascuno comprendere quel che appresso dovrà vederne.

Chiunque riguarda alla bocca del golfo di Lepanto vede di qua e di là due costiere, che si partono quasi a sesto di squadra: l’una a levante mostra le spiagge della Morea per miglia settanta, sino a capo Tornese; l’altra a settentrione segna le rive dell’Epiro per miglia più che ottanta, sino all’Isola di Santamaura. E perchè questo luogo, in siffatta maniera da due lati già chiuso, resti anche meglio da ogni altra parte rinserrato; ecco, da ponente comparir di contro per quaranta miglia la Cefalonia; e da ostro per venticinque il Zante: talchè nel giro di dugencinquanta miglia, trovandosi l’acqua tutt’intorno riparata, e vedendosi da ogni parte la terra, più quasi dà vista di lago che di mare: e come se fosse una artificiale naumachia, sembra dalla natura destinato tra l’oriente e l’occidente a teatro di naval combattimento. Là, presso al promontorio azziaco, Ottaviano contro Marcantonio mutò lo stato dell’imperio romano: là, presso a Corinto, Maometto secondo rassodò il suo seggio in Bizanzio: là, presso alla Prevesa, il vecchio Doria macchiò il suo nome, e rese formidabile la naval potenza dei Turchi: là, presso a Lepanto, gli alleati la prostrarono: là, presso a Navarrino, risorse nel nostro tempo la Grecia. Però quando due armate nemiche siano a punto nel mezzo della naumachia, niuna delle due può rifiutar la battaglia, nè fuggire lo scontro, senza intricarsi e perdersi tra gli angusti canali di quelle isole: massime che in più parti dell’istesso bacino sorgono altre isolette, importune ai naviganti; tra le quali irte e spesse compariscono dal lato settentrionale, un miglio da terra, le ignude rocce delle isole Curzolari: che, quantunque sino alla metà del secolo decimosesto neglette ed oscure, acquistarono grande rinomanza per la memorabile battaglia quivi presso combattuta.[191]

Nel sito di tal contenenza essendosi fermato tutto il naviglio della lega, come ho detto, ad aspettare il giorno, non appena comparve la prima luce dell’aurora a rischiarare la marina di levante nel sette di ottobre, levossi: e quantunque ancor fosse contrario il vento, andò dirittamente per mettersi alla bocca del golfo di Lepanto. Poco dappoi, quando fu dato veder chiaro anche da lungi, cominciò la guardia del calcese sulla Reale a dar segno, prima del vedere da levante due vele; tanto però lontane da non poter così bene discernere se le fossero navi o galere; e poscia, continuandosi nel cammino e scorgendo di mano in mano molte altre vele, diede avviso a don Giovanni di veder certamente tutta l’armata nemica. Alla qual notizia, perchè poco dopo da più parti ripetuta; e confermata eziandio dagli esploratori, che innanzi a tutti avendo battuto il mare, secondo l’ordine se ne tornavano; fece don Giovanni sparar da poppa un piccolo sagro: segno ai capitani di pigliare l’armi, e mettersi in punto; segno perchè i soldati a combattere si apparecchiassero. Allora tutte le nostre galere si restrinsero all’ordinanza, e le milizie alle poste loro delle balestriere e delle rambate; con tanta volontà, quanta per ogni più desiderata cosa ne avrebbero potuto dimostrare. Era l’armata cristiana, secondo la tattica militare, divisa in tre squadre, sotto tre diverse bandiere. Nel mezzo la squadra azzurra, coi pennoncelli dello stesso colore al calcese; a diritta la verde, coi gagliardetti alla penna; ed a sinistra la gialla, con le banderuole dorate all’osta. Per tutti un ordine solo; tener le galere di ogni squadra tanto vicine tra loro e ristrette che, dato pur lo spazio necessario al palamento, non potesse mai galera nemica cacciarsi in mezzo; e di stendere le ali a diritta e a sinistra quaranta braccia lungi dal corpo di battaglia, talchè ciascun corno avesse modo a rivolgersi ovunque occorresse senza imbarazzar nè il centro nè l’altre squadre. Le quali pareggiate alla battaglia n’andavano, non già in figura di mezzaluna o semicerchio, come alcuni dicono; ma sopra un sol filo di retta linea, tutte insieme del paro e di fronte.[192]

La squadra azzurra contava sessantuna galera: nel centro la reale di Spagna e don Giovanni, a diritta la capitana di Roma e Marcantonio; a sinistra di Venezia e Sebastiano: poi di qua la capitana di Savoja col conte di Leiny ed il principe di Urbino; di là, la capitana di Genova con Ettore Spinola e il principe di Parma; e tra le altre galere spagnuole e veneziane, erano nel corpo di battaglia la nostra Grifona ed Onorato Gaetani, la Pisana e il capitan Mazzatosti, la Fiorenza e il capitan Puccini, la Pace e il capitan Orazio Orsini, la Vittoria e il capitan Livio Parisani da Perugia, la Toscana e il capitan degl’Oddi, tutte del Papa. La squadra verde sulla diritta, sotto Giannandrea Doria, favorito della corte di Spagna, teneva insieme cinquantatrè galere: tra le quali il san Giovanni e la santa Maria del Papa, con Cencio Capizzucchi e Tullio da Velletri. La squadra gialla sul lato sinistro aveva cinquantacinque galere, al comando di Agostino Barbarigo; e insiem con lui il capitan Gigli di Fuligno nell’Elbigina. Poi da poppa alla reale, e alle altre quattro capitane del centro, si stringevano dieci galere sottili, talchè ciascuna di quelle aveva seco due di queste per assisterle nel combattimento: e là era al servigio della capitana nostra la Reina, sulla quale governava le fanterie il capitan Flaminio Zambeccari di Bologna. Finalmente un miglio appresso venivano di retroguardia, col marchese di Santacroce, trenta galere; portando l’insegna bianca in asta, quattro braccia più su del fanale: e in mezzo a loro la Padrona, la Soprana, e la Serena del Papa, coi capitani delle nostre fanterie Berardetti, Tebaldini e Bartoli. Le trenta navi a carico di don Carlo Davalos avrebbero dovuto mettersi sopravvento, secondo che spirasse; e investire per fianco nell’armata nemica a vele gonfie, o almeno molestarla alle spalle coll’artiglieria e coi moschettieri imbarcati nelle lance: ma per diverse ragioni e venti contrarii tutto quel giorno non furono nè anche vedute. Però le sei galeazze veneziane, della condotta di Francesco Duodo, tratte avanti per forza di rimburchio da don Giovanni medesimo, e dalle capitane di Marcantonio e dagli altri principali dell’armata, i quali ponevano in quelle grandissima fiducia per rompere l’ordinanza dei nemici, già erano o andavano a porsi un miglio innanzi, a due a due: perchè, quanto potessero, ciascuna coppia cuoprisse l’una delle tre squadre. E quantunque le due, che dovevano fronteggiare innanzi alla squadra gialla, più delle altre tardassero, ciò non pertanto esse ancora nel momento della battaglia furono, sebbene a grandissimo stento, menate alle loro poste. Erano dunque all’armata centocinque galere di Venezia; dodici del Papa, prese dai Fiorentini; ottantuna del re, cavate da Genova, da Napoli, da Sicilia, e da Spagna; tre di Savoja, tre di Genova, e tre di Malta: in tutto duecento sette galere, sei galeazze, e trenta navi, mille ottocento cannoni. Militavano quivi tre mila nobili venturieri, quasi tutti d’Italia; venti mila fanti italiani assoldati dalle varie potenze, ed ottomila Spagnuoli: v’erano dodici mila marinari, quarantamila remigi; e tra tutte le genti di guerra di capo e di remo nell’armata cristiana più che ottanta mila persone.[193]

I Turchi all’incontro avevano anch’essi l’armata loro in altrettante squadre ripartita: al centro Aly generale del mare; e al suo fianco le capitane di Pertaù generale delle fanterie, e di Esdey tesoriero, con novantaquattro galere della battaglia: al corno diritto, Maometto Scirocco, governator di Alessandria, con cinquantatre galere; ed al sinistro, con sessantacinque, Luccialì re di Algeri: facendosi anch’essi seguire da Amurat Dragut con dieci galere e sessanta piccoli bastimenti, vuoi fuste o brigantini, che riuscirono membra troppo fievoli a soccorrere efficacemente quando ne venne il bisogno.[194] Ma il numero grande e la qualità dei soldati, che avevano allora cavati dai presidj di Lepanto e di Patrasso, tanto rinforzavano le squadre nemiche e ne accrescevano l’orgoglio, che ripensando alla vergognosa fuga del vecchio Doria, quivi presso alla Prevesa, stimavano che i Cristiani per la sola vista e paura dell’armata loro avrebbero un’altra volta vilmente mostrato le spalle. E nel vero non pochi dei consiglieri di don Giovanni avean l’animo a secondare questa speranza dei Turchi.

In siffatto modo dugentoventi galere e sessanta fuste ottomane, navigando coi soli trinchetti e col vento fresco in poppa, venivano da Lepanto a trovare dugentosette galere, e sei galeazze cristiane, che dalle Curzolari a lenta voga andavano loro incontro, la mattina del sette ottobre mille cinquecento settantuno, sull’ora di terza: quando improvvisamente, e contro l’aspettazione d’ognuno, prima tacque ogni vento; e poi, spianatosi il mare a perfettissima calma, levossi sull’ora del mezzodì una brezza di ponente, tanto favorevole ai Cristiani, quanto ai Turchi perniciosa. Frattanto quasi tutti i generali andarono alla Reale di don Giovanni per accertare le ultime sue disposizioni: e alcuni di loro, pregiandosi del voto che avevano nei consigli privati di sua Altezza, non ebbero vergogna in quel momento di ripetergli le consuete difficoltà: stesse cauto, vedesse meglio il pericolo, sentisse il consiglio: in somma si ritirasse, e ripetesse nelle acque di Lepanto le infamie della Prevesa e delle Gerbe. Però sostenuto da Marcantonio Colonna e da Agostino Barbarigo, don Giovanni li discacciò, dicendo: «Andate, signori, che ormai non è più tempo di consiglio, ma di battaglia.»[195]

XV. — Il primo movimento che allor fece l’armata cristiana fu dalla