parte di Giannandrea: il quale comandò a tutta la sua squadra verde di
girare il bordo al largo. Laonde si vide a un tratto l’ala diritta, da lui condotta, rompere l’ordinanza, distaccarsi dall’altre due squadre; e senza rispetto alle leggi, tanto studiosamente composte in Messina, andarsene lungi per mezzo il mare. E sebbene pochi in quel momento potessero giudicare dove e a che intendimento si rivolgesse, ciò non pertanto sin dal principio il fatto suo parve a tutti i Cristiani segno di poca volontà di combattere; e parve fuga manifesta ai Turchi.[196] Tanto che Alì pascià, comandante supremo dell’armata nemica, per ritenerlo che non si fuggisse, gli scaricò dietro un gran tiro; come disfida a lui, ed a tutta la lega. Alla quale chiamata, non essendosi in modo alcuno rivolto Giannandrea, rispose don Giovanni col cannone di corsia, significando l’accettazione della battaglia.
Allora tutte le galere della squadra azzurra e della gialla abbatterono dall’albero le bandiere dei loro principi, e la sola reale di don Giovanni spiegò il grande stendardo della Lega, benedetto dal santo Pontefice, e a lui mandato affinchè lo inalberasse nel giorno della battaglia. Era un ricco drappo di seta cremisina, coll’immagine del Redentore in croce: alla vista del quale avendo tutti, dal primo capitano all’ultimo soldato, scoperto il capo e posto a terra il ginocchio, con segni di molta compunzione, fecero la confession generale in compendio per quella necessità; e ne riportarono dai sacerdoti in ciascuna galera, a nome del Pontefice, l’assoluzione sacramentale e la plenaria indulgenza di colpa, e di pena.[197] Rilevatisi poi con maggior fiducia; sciolti dalle catene i forzati, come caparra della libertà che loro si riprometteva nella vittoria; e distribuite buone vivande e vini generosi a tutte le genti di guerra, di capo, e di remo, perchè potessero sostenere il peso del vicino conflitto; scesero, da una parte don Giovanni, e dall’altra Marcantonio, sopra due fregatine spalverate a percorrere la linea della battaglia.[198] Salutavano a nome i capitani, animavano i soldati, prescrivevano quel che facesse mestieri. Ecco, dicevano, ecco il giorno segnato da Dio per abbattere l’orgoglio degl’infedeli, e per dissipare le forze dei barbari, che senza legge e senza fede insultano e minacciano esterminio e catene. Ricordassero il proprio valore, le ingiurie ricevute, i tradimenti patiti, e il sangue innocente del Bragadino e del Baglioni, che aspettavano giusta vendetta per le loro mani: l’avrebbero. Ai forti gloria e vantaggio in vita, ed anche nella morte la suprema felicità che Dio riserba a chi dà il sangue per la fede e per la patria. Stringevano la destra degli amici, salutavano le schiere, e con la serenità del volto raggiante di gioia pronosticavano il vicino trionfo. Si legge che don Giovanni, tornato nella sua galera dopo quella rassegna, non solo facesse un’altra volta avvisati i suoi tutori a cessar di molestarlo per codardi consigli,[199] ma che tutto ebbro di letizia e tratto da giovanil ferocità nell’ardente desio di appiccar la zuffa, facesse dar nelle trombe; e sopra la piazza d’arme della sua galera, con due cavalieri, ballasse a vista di tutta l’armata una concitatissima danza, chiamata dagli Spagnuoli la gagliarda.[200]
Marcantonio, tornato a bordo, si vestì di tutt’arme, fece spuntar lo sperone delle galere per incontrarsi più da vicino coi nemici, spianò i banchi della capitana per averne più larga la piazza sul ponte; assegnò il governo e la difesa della mezzania a Pirro Malvezzi e al conte Berardi, il quartier di prua a Virginio Orsini da Vicovaro ed a Pompeo Colonna; mise alle rambate Lelio de’ Massimi, Biagio Capizucchi, Giulio Gabrielli e Francesco Nari; al focone Iacopo Frangipani, allo schifo Orazio Orsini da Bomarzo, alla poppa Francesco Graziani, Michele Bonelli, Annibale degl’Oddi, Orazio Corona, Ridolfini, Brandimarte, ed i gentiluomini della sua casa.
Intanto i Turchi sebben fossero, per la mutazion del vento, costretti ad ammainare i trinchetti, e con loro discapito mettersi a remo; pur avvisatisi che l’armata nostra sull’esempio del Doria dovesse volgere alla fuga, presero maggiore ardimento. Tanto che sprezzando ogni pericolo, a voga arrancata, mossero per investirla tutta d’un colpo, in ogni parte: parendo loro doversene alla prima far padroni. Ma essendosi già le galeazze avanzate un buon miglio, e stando quelle enormi e poderose macchine là in mezzo al mare, piene di grosse artiglierie, come primo intoppo alla loro foga, dovette il Bassà per quel rispetto mutare l’ordine della sua battaglia. Perchè, persuaso che ad espugnar ciascuna di quelle galeazze gli anderebbe molto tempo e perdita di molte galere, prese il partito di lasciarle da banda: pensando, quando avrebbe vinto l’armata cristiana, impadronirsene senza combatterle. Perciò fece ai suoi ufficiali in gran fretta comandare, che in più squadre uguali e ben distanti si dividessero; e, senza trattenersi colle galeazze, anzi vogando arrancati, passassero oltre, sino ad investire nella linea dell’armata cristiana.
Ma quanto più divisi essi arrancavano, tanto più per diversi accidenti tra loro si confondevano; e tanto meglio si accostavano alle terribili galeazze. Il capitan delle quali, come ebbe veduto quegli stormi passargli sotto a tiro, cominciò sì fieramente a percuoterli, chè avendo col primo colpo levato il fanale alla galera di Aly, e con molte altre cannonate ad un tempo rotto le spalle a certe galere, e cert’altre direnatele, uccisi molti nemici, e gittata tra loro la confusione, fu causa di aprire e mantenere la vittoria ai nostri, sino a compiuta. I capitani d’Aly, al primo fuoco delle galeazze, come se avessero urtato nel muro, chi a orza chi a poggia, per diverse parti rimbalzati piegarono. Ed egli tra quelle angustie (assai più che stimato non aveva dannosissime) battuto, risospinto, e disordinato, arse di rabbia: ma pur trapassando con quanta celerità poteva, s’argomentò rannodare al di qua le sue galere. E avendo allora anche i capitani della Lega fatto forza coi remi, in brevissimo tempo le due armate intieramente, con le prue l’una sull’altra, investirono.
Il quale terribile e pauroso scontro non si potendo con le parole descrivere tutto a un tratto, mi bisogna a parte a parte narrarlo.
La capitana d’Aly, quasi di mezzo corpo precedendo le conserve, correva difilata a cercare la capitana del Papa: della qual cosa avvedutosi don Giovanni, ordinò al suo timoniero che dovesse incontrarla, dirizzandosi a lei: cotalchè le due Reali urtaronsi prora contro prora. Ma la galera del Turco, come più alta di bordo, caricò sopra quella di Spagna; dando e ricevendo nell’atto dell’investire la scarica di tutte l’artiglierie grosse e minute, che furono di qua e di là nell’istesso tempo messe a fuoco. La capitana del Papa, per sostenere la reale di Spagna, mosse a voga arrancata su quella del Turco; e fieramente il percosse al terzo banco. Pertaù, in aiuto d’Aly, cozzò sulla pontificia alla mezzania.[201] E appresso molte altre galere di turchi e di cristiani, confusamente concorrendo, s’investirono, s’intrecciarono, si strinsero in micidiale, ma gloriosa zuffa. Là i primi capitani, là il centro della battaglia, le prove del valore, e la decisione della vittoria. Laonde come si furono quelle galere anche meglio con ramponi e catene di ferro le une coll’altre strette e assicurate, tornò la cosa quasi più a guerra terrestre che navale; e i combattenti non solo con gli archibusi e con le spade, ma coi pugnali e co’ denti, vennero alla vita gli uni sugli altri.
I giannizzari d’Aly, quattrocento giovani di scelta milizia, fatto un terribile sforzo, tentarono innanzi a tutti saltar dentro nella reale di Spagna: e gli archibugeri del terzo di Sardegna, con molta nobiltà venturiera, non solo si opposero al loro impeto, ma per tre volte con fierezza terribile li ricacciarono indietro; e mescolatamente con loro entrarono nella Reale turchesca, sino al trinchetto: senza mai poter fare maggior progresso, a cagione dei continui rinforzi che a’ nemici venivano per poppa. La corsia dell’emule galere era in tre luoghi abbarrata; al trinchetto, alla mezzania, alla spalliera. Gli uni dietro ai ripari si difendevano, gli altri assalivano. Il ponte unto di sevo, perchè i vegnenti stramazzassero; su per gli alberi arcieri e moschettieri a percuotere i sottostanti: e le artiglierie a cartoccio (quando si poteva caricarle) a spazzare di diritta e di sinistra le file nemiche.
Similmente dalle altre parti disperatamente e con molto sangue venuti alle mani, già alcune galere di qua e di là bruciavano, altre si sommergevano, queste si aprivano, quelle sottentravano: e le genti a fremere, a percuotere, a rovesciarsi insieme nel mare. Là fuochi artificiati, là colpi di metraglia, e punte, e fendenti, e ferite di mille guise. Spettacolo orribile! Vedere continuo ogni maniera di morte crudelissima, e quello strazio che fa delle membra umane ora il ferro ora il fuoco, scorgendosi al tempo istesso quello arso, questo sbranato, l’uno sommerso, l’altro trafitto, o messo a pezzi dalle artiglierie. E poi le navi tranghiottite dal pelago, non potute dagli amici aiutare; ed i compagni semivivi andare al fondo: e il mare mutar colore, divenir vermiglio di sangue; coprirsi d’armi, di spoglie, e di rottami; e per la moltitudine dei tiri e delle grida, fatto come un baratro pieno di fuoco, di morte, di caligine, e di urla tremende. I prodi non invilirono per ciò. E intrepidi nella durissima prova, tennero il proposito: o vincere, o morire.
A tale erano dopo un’ora di combattimento le due armate: e si stava da una parte e dall’altra in gran dubbiezza, quando il Veniero non ancora assalito da niuno, per agevolare la vittoria a don Giovanni, pensò attaccarsi alla poppa della Reale nemica. Ma quantunque l’ardito vecchio, a capo scoperto e con una zagalia in mano, valorosamente combattendo si studiasse di ciò fare; tuttavia alcuni capitani nemici ad impedirlo si mossero: e l’istesso Pertaù, disferratosi da Marcantonio, giunse in tempo a tagliargli la strada. Ondechè il capitano di Venezia sopraffatto dal numero, morti ed uccisi quasi tutti i difensori, e ferito esso stesso di freccia in un piede, sarebbe certamente caduto in potere dei Turchi, se non accorrevano prontamente con due galere Giovanni Loredano e Caterin Malipiero, arditissimi giovani. I quali entrati nel maggior pericolo, non solo col proprio sangue assicurarono la vita del loro Generale e la difesa della sua capitana, ma avanti di cadere esanimi tanta strage menarono nella galera di Pertaù (già stremata dai Romani) che fuggitosi colui quasi solo sopra un palischermo, restò la galera abbandonata a Paolo Giordano Orsini.[202]
Marcantonio però, con quella scelta mano di prodi che ho già nel capo sesto noverati, non volle mai per cosa alcuna muoversi dal fianco di don Giovanni: guardando sempre a sostenere l’onore della Reale, e il centro della battaglia. Laddove al tempo stesso combatteva di fronte contro Aly, e di fianco contro chiunque il volesse trastornare. Tanto che, avendo ributtato Pertaù, e mal conce tre altre galere (senza mai lasciare don Giovanni) ebbe a far prova con quella di Maometto, re di Negroponte, ed ajo de’ due figli di Alì. Questi giovanetti avevano la mattina giurato al padre di portargli prigioniera la capitana di Marcantonio: e venivano risoluti a mantenere il giuramento. Ma trovato alla giovanile baldanza virile riscontro, dovettero pensare piuttosto a scioglier sè stessi, che a legare altrui. Gran mercè se poterono al primo saggio battere la ritirata. Ma quantunque Marcantonio, fermo alla istessa posta, non curasse inseguirli, pure ambedue caddero poco lungi di là in potere del commendator di Castiglia, che poi li rese a Marcantonio, dal quale furono menati prigionieri a Roma. Poco dopo a rinfrescar la battaglia contro la nostra capitana, sottentrava un’altra galea; alla quale non valse nè scampo di fuga, nè stanchezza delle nostre genti; perchè di primo impeto vi montarono sopra, e se ne impadronirono.[203]
Dopo di che Marcantonio, libero ormai da ogni altra molestia di nemici, quantunque avesse già perduti più che settanta soldati, raccolse tutte le forze sue e delle conserve per dare ad Aly l’ultima stretta. Fattosi arditamente alla prora (come il dipinse Gerardi nelle vôlte della galleria colonnese, e il Vasari nella sala regia del Vaticano) e menata gran strage nel mezzo del ponte, colse il momento, segnò la strada, e suonando concitate le trombe, spinse una mano de’ suoi sul fianco della reale d’Aly. E già era egli stesso in punto per saltarvi, quando al marchese di Santacroce parve tempo di movere le riserve, e portarle sul centro, per inchinare coll’ultimo colpo a favor dei nostri le ancor dubbiose sorti della battaglia. Nel qual tempo, restando tutti da una parte e dall’altra per poco sospesi, entrarono a rinforzo dugento fanti spagnuoli sulla galera di don Giovanni, ed altrettanti soldati italiani su quella di Marcantonio. Allora rifulse in tutto il suo splendore la gloria della Spagna. Il braccio dei valorosi campioni cancellò la viltà degli infinti consiglieri. I soldati vendicarono l’onore della patria oltraggiato dai ministri: essi fecero testimonianza alla storia; essi comprovarono coll’opera quella virtù che io ho riconosciuta sin dal principio con le parole:[204] essi posero in chiaro quanto e come differissero tra loro la nazione e la corte; quantunque l’uso comune di quei tempi portasse di ristrignere il grande e generoso nome di Spagna nella misera e tenebrosa cerchia dell’Escuriale. Allora i soldati freschi spagnuoli ed italiani al cenno di don Giovanni e di Marcantonio, rinforzando i prodi che da più ore combattevano, fatta gagliarda irresistibile impressione, i primi per prua, gli altri per fianco, penetrarono in tutta la galea del Turco.[205] In un istante Aly fu morto, i suoi giannizzeri sterminati, la galera almirante sottomessa. Scendeva giù per le sàgole lo stendardo della luna, e saliva in alto quello della croce: gridando i soldati da ogni parte: Vittoria! vittoria! E ben a ragione i valorosi mandavano dai robusti petti queste voci, quando tutte le galere del centro, aiutate dalle riserve, a un tratto finivano di ghermire e sottomettere le loro contrarie: quando in questa parte non era più a vedere naviglio alcuno di Turchi, che non fosse stato o prima o dopo sommerso o preso.
Pari contrasto e fortuna aveva incontrato alla sinistra la squadra gialla. Là s’era combattuto, non solo di forza, ma anche di astuzia, tra Agostino Barbarigo provveditor di Venezia, e pascià Scirocco governator d’Alessandria. Costui vedutosi di rincontro un numero di navi assai minor delle sue; e pensando che tra la spiaggia dell’Epiro, e la punta dell’ala sinistra, avrebbe modo a trapassare, tenne quella maniera di guerra che, ripetuta poi nella battaglia di Abukir, dette tanta fama a Nelson. Perciò ad un suo cenno quindici galere sottili, e buona mano di legni minori, si volsero verso la spiaggia per isguizzare sui bassi fondi, e riuscire alle spalle del Barbarigo. Se non che Agostino, antiveduto il disegno dell’avversario, spediva subitamente una partita di galere a tagliargli la strada. Se avesse imitato Giannandrea, e per non lasciarsi circuire si fosse tirato indietro, la battaglia quantunque già ben avviata nel centro, era perduta in ogni altra parte. Ma esso in quella vece, senza allontanarsi dal posto, anzi accorrendo più da vicino con la persona sua ove era maggiore il pericolo, tanto bene giugneva a chiudere il varco, che il nemico non potendo per questo andare innanzi, appena girata la prua verso il lido, si trovò ai fianchi le galere veneziane che con tiri giustissimi e con mirabil maestria lo percuotevano. Il perchè fallito a quello stuolo il disegno, stretto già troppo alla riva, disordinato, e battuto, dovette (come è solito in questi casi) investire in terra. I Turchi fuggendo alla spiaggia salvarono le persone: ma le galere e le fuste, caddero tutte in poter del vincitore.
Restavano però in punto di combattere le altre galere di Scirocco, presso a quaranta, che non essendo entrate in quella stretta s’aspettavano miglior sorte. Ma coloro, veduta prima la rotta dei compagni e poi toccando il fuoco delle galere veneziane, che di fronte e di fianco si voltavano a stringerli, non più aggiratori ma aggirati in quella rete che a loro danno tesa avevano, si trovarono chiusi da ogni parte. Onde non avendo più scampo in terra, vôlta la sofferenza in furore, deliberarono morir combattendo; come è forza a chi vien meno ogni altra speranza di salute. Anche i Veneziani, che più di tutti per le antiche e per le recenti ingiurie odiavano i Turchi, maggiormente adirati dell’audacia loro e delle dure percosse che ne ricevevano, corsero perdutamente ad assalirli. La zuffa della sinistra divenne orribilissima.
Nel che Agostino Barbarigo, mentre con pari senno e valore dirigeva i movimenti de’ suoi, chiamò sopra di sè l’attenzione dei nemici; i quali contra a lui di presente con fierezza terribile si rivolsero per disbramar nel suo sangue la vendetta. Là si vide cosa fossero sul mare i Veneziani, le loro galere, i loro remieri, i loro soldati; e quanto poco abbisognassero degli altrui soccorsi.[206] Due volte i Turchi entrarono nella galera del Barbarigo, due volte ne furono ributtati. Ma ripetuto con tremendo sforzo il terzo assalto, difendendosi egli valorosamente, e temendo non forse la sua voce non fosse udita dai soldati, secondo gli ordini che di volta in volta intimava, si tolse la rotella dalla faccia, proprio in quella che i nemici più fieramente saettavano. Avvisava, come disse di poi, per minor male essere trafitto dai nemici, che non sentito dalla sua gente. In quell’atto e’ fu percosso mortalmente da una freccia nell’occhio diritto, e cadde sul ponte. Di che presero i soldati tanto terrore, che quasi attoniti cedendo, non senza pericolo di perdersi tutti, sino all’albero lasciarono entrare il nemico. Se non che correndo opportunamente a rinfrescar la battaglia il conte di Porcia con la sua galera, e appresso il Nani, il Quirini, e il Canaletto, con quella prontezza che dal loro conosciuto valore aspettar si doveva, non solo ributtarono i Turchi con molta strage; ma penetrati nella capitana di Scirocco con maggior furia, la sottomisero. Gli stessi galeotti, lasciato il remo, e prese quelle armi che il furore metteva loro nelle mani, con ira ferocissima terminavano d’opprimere qualunque dei Turchi facesse ancor vista di combattere.
Agostino Barbarigo, l’Epaminonda dei moderni tempi, pregato a ritirarsi e a medicar la ferita, non volle mai consentire. Ma rilevatosi, e sempre saldo in corsìa, sostenne sino all’ultimo le parti di prode ed invitto capitano: sinchè non vide sottomessa tutta l’ala cui aveva combattuta. Poi sceso da basso nella camera, trasse di sua mano il ferro dalla fronte; e sopravvissuto fino a saper le notizie certe della vittoria, levate le braccia al cielo, tra i conforti della religione, ne rese a Dio le dovute grazie, e spirò. Fu il Barbarigo bello e singolar esempio di prudenza e di valore, amicissimo a Marcantonio, sempre con lui nel mantenere il filo della concordia tra gli alleati, e nel rincalzare il partito del combattere contro i nemici: ebbe animo grande, vita pura, aspetto nobile, e memoria onorata da tutta la posterità. Valga l’elogio che di lui fece l’istesso Marcantonio, scrivendo al Buonvicino: ed i lettori non disgradino sentire gli uomini grandi parlare da sè le cose loro.[207]
«Molto Magnifico Signore.
»Nostro Signore Iddio dà le gratie quando la sapienza umana resta da banda. Come hora, che per il tempo et altri impedimenti non si sperava tanto bene, si è chiarito che i Venetiani sono quelli d’altro tempo, e che i Turchi sono homini come l’altri: per non dir più, per nostro honore. E che io l’anno passato e questo ero ben ispirato, e non era illusione diabolica nè temerità la mia. Mi rallegro di questo fatto con Vostra Signoria come cristiano che siete zelante della vostra patria et mio caro amico: del resto non dirò altro. Basta che il combattere mi è parso riposo all’altri intrighi che il demonio, quasi presago di questo fatto, haveva messo davanti. Dolgomi bene, al paro del contento, della perdita fatta dalla Christianità tutta della gloriosa et honoratissima memoria del Barbarigo: homo singulare di ogni cosa, et che in un giorno valeva già quanto ogni altro soldato. Et certo la nostra repubblica di Venezia ha perso il braccio diritto; et io tanto, che non voglio qui dichiararlo. Felice lui, che così felicemente è uscito dalle miserie di questo mondo. Mai si vide homo a mio giudicio che valesse più di lui. Oh! gran perdita si è fatta. Et è tale che mi fa temere che il Signore non voglia che sia cavato tanto frutto da questa vittoria, come si poteva sperare hora et sempre; levandoci tanto bene et tanto homo: che io per me quando stavo con lui havevo tanto contento che ogni travaglio mi si appartava davanti. Et quel che peggio mi sa, è che non li ho potuto dare un abbraccio dopo la battaglia per mia estrema consolattione. Et per non esservi molesto finirò.
»Di Petalà, li 9 di ottobre 1571.
»M. A. COLONNA.»
Per contrario mi è forza ora favellare di Giannandrea Doria; perchè non devo e neanche posso lasciar di descrivere questa battaglia in ogni sua parte.
Giannandrea, messo dal consiglio di don Giovanni a governar l’ala diritta con cinquantatrè galere, si trovò rimpetto l’ala sinistra del nemico, numerosa di sessantacinque, guidate da Luccialì re d’Algeri, rinegato calabrese, per soprannome il Tignoso. Stavano l’uno rimpetto all’altro due uomini del paro deformi all’aspetto, del paro eccellenti nel mestiero del mare: ambedue prodi, ambedue scaltriti, vissuti sempre tra i remi e le vele, sempre sulle galere proprie al soldo di maggiori principi: ambedue giudicavano che non fosse da far giornata, nè da mettere a pericolo le cose loro. Il parere di Luccialì era giustificato da molte ragioni: l’armata turca era unanime, padrona del mare, stimata invincibile, e gloriosa per l’acquisto di Cipro, per le prede menate da Candia, dal Cerigo, dal Zante e dalla Cefalonia; e per l’espugnazione di Dulcigno, Soppotò, Antivari, Budua, e di tanti altri castelli nel golfo stesso di Venezia: non era stretta da niuna necessità a combattere, nè a mettere in dubbio quel che già possedeva: anzi temporeggiando guadagnava più che non combattendo; perchè se quella stagione, già vicina al suo termine, passata fosse senza alcun benefizio per la lega, non poteva andare molto che dall’istesso suo stento non tornasse a sciogliersi. Nondimeno, preferita dal consiglio dei bascià l’opinione contraria, Luccialì rispettò l’ordine del suo Generale, stette fermo al posto, non violò la disciplina militare, e raccolse il frutto de’ suoi scaltrimenti: oppresse una parte dell’armata nostra, e salvò le reliquie della sua. Ma Giannandrea che per vieppiù forti ragioni avrebbe dovuto consentire alla generosa deliberazione dei collegati, e alla necessità del combattere, che allora o non mai più doveva stringerlo, rifiutò la pugna, spregiò le leggi della milizia, abbandonò il suo posto, e fu causa che molte galere nostre rimanessero sterminate, e che quaranta delle nemiche scampassero. Imperciocchè essendosi, come ho detto, al primo segno di battaglia tirato fuori, quasi fuggendo, tanto se ne andò per mezzo il mare, che invece di lasciare tra l’ultima galera della squadra azzurra e la prima della verde lo spazio di quaranta braccia, fecevi squarcio di quattro miglia: e tenendosi sempre lontano, quanto durò il combattimento, stette poltro a riguardare. Anzi, per non esser dai nemici riconosciuto, levò via dalla poppa il notissimo suo fanale: che era un mappamondo di cristallo, co’ coluri e lo zodiaco dorato. Pensava a Filippo.[208]
Nel qual tempo alcune delle galere romane, maltesi e veneziane, che si trovavano per grande sventura con lui all’estrema sinistra della squadra verde, e fuori dell’ordinanza, sospettando per tanti segni che colui non intendesse a combattere ma a fuggire, lo abbandonarono, per tornarsene laddove si combatteva:[209] e parecchie altre all’estrema diritta della squadra azzurra si distesero da quel lato, per dar loro la mano e coprire insieme quanto si poteva lo squarcio predetto. Furono nel numero di queste galere la Fiorenza e il san Giovanni del Papa, la capitana di Malta, undici di Venezia, una di Savoia, e due di Sicilia.
Rimpetto alle quali, senza fare niun movimento, nè di assaltare nè di circuire, si tenne Luccialì risguardando, tanto che vide tutto l’andamento della battaglia.[210] Ma quando fu certo della totale disfatta de’ suoi sul centro e sulla diritta, come colui che stava in ponte, e senza oppositori per gettarsi da quella parte che meglio gli tornerebbe, pensò non esser da più indugiare in quel luogo. Il perchè avendo già fatto sue ragioni che il centro dei nostri e l’ala sinistra fossero bastantemente ancora travagliati a finire il combattimento, le riserve già incorporate nella battaglia, e il corno diritto con Giannandrea troppo lontano per tenergli il passo; e pensando che sulla strada gli verrebbe fatto pigliarsi a man salva quelle galere che il Doria aveva là in mezzo abbandonate, fece udire l’acuto sibilo del suo fischietto alle ciurme, e sull’atto dare dei remi in acqua, e arrancare dirittamente nel mezzo allo squarcio.[211] Nondimeno quelle poche galere che lo guardavano non si fuggirono; anzi gli si opposero animosamente: in guisa che il combattimento, allora allora in ogni altra parte terminato, quivi si ripigliò. La capitana di Malta contro tre galere nemiche già quasi vinte combatteva, quando Luccialì, ferocissimo nemico di quel nome, con altre tre giunse a sottometterla: prese lo stendardo, e sgozzò sul ponte trentasei cavalieri e tutte le genti di capo.[212] La san Giovanni del Papa, governata dal cavalier Angelo Biffoli, e dal capitan Tullio da Velletri, sostenne il combattimento con molte galere nemiche, senza arrendersi mai: vi morì Tullio, e quasi tutti gli altri restarono morti o feriti; tra i quali Angelo con due archibugiate nella gola, di che finchè visse per molti anni portò come onorato segno le cicatrici.[213] La Fiorenza, egualmente del Papa, ove erano i due capitani Tommaso de’ Medici e Giammaria Puccini, aveva già nell’estrema diritta dell’ordinanza combattuto felicemente: ma poi investita a un tempo per ogni parte da quattro galere e tre galeotte, massacrate le sue genti, salvo il capitano e quattordici uomini, fu presa: e tanto malmenata che bisognò bruciarla.[214] Insomma aveva Luccialì oppresse dodici galere, morti più che mille cristiani, e avrebbe continuata la carnificina, se don Giovanni, Marcantonio, il Caetano, il Quirino, il Canale, e tutti i più generosi, lasciato il bottino delle galere già prima vinte, non si fossero mossi da lungi a quella parte per la riscossa. Allora il Tignoso fischiò un’altra volta più forte il segno della ritirata: e non mirando più ad altro che a scampare, abbandonò le dodici galere poc’anzi predate, meno quella di Pietro Bua corfiotto; lasciò pur quivi delle sue venticinque galere e molte galeotte, che nello scontro erano state dai nostri, quantunque inferiori di numero, orrendamente guaste; e prese la fuga. Così Luccialì, menando per via la rovina al Cardona e a quanti cristiani si ardirono venirgli avanti, se ne andò con quaranta legni verso Costantinopoli. E così Giannandrea, traendo cannonate da lontano, comparve finalmente sul campo della battaglia, quando era finito il combattimento. Giunse però in tempo a ghermire dalle mani dei vincitori la sua parte del bottino.[215]
Io non mi fermerò troppo ai fianchi di Giannandrea; non a paragonare le parole e le opere sue dell’anno passato, con quelle del presente; e nè pure ad aggravarne i disordini. Lo lascio a suo talento rompere l’ordinanza, abbandonare gli amici alla strage, e favorire la fuga dei nemici. Solo dico a chi ben discerne, che affissi nella maniera di lui il carattere occulto della lega: e, squarciando il velo della marinaresca bravura, in che si studiarono ricoprirlo i cortigiani di Filippo e i parziali suoi, faccia giudizio guardandolo a nudo, secondo l’evidenza dei fatti. Dappoi scorra a Madrid, e lo troverà cresciuto in assai più grazia della corte;[216] passi a Genova, e sentirà le sue scuse:[217] entri in senato a Venezia, e leggerà i processi:[218] giri il mondo, e non avrà chi lo lodi:[219] venga a Roma, e sentirà che i movimenti di quel suo corno diritto fecero a qualcuno saltar le corna in testa:[220] si accosti finalmente al Vaticano, e avrà dalla bocca istessa di san Pio, in dolce e pietoso tenore, quella aperta condanna de’ fatti suoi, che a me piace coll’istesse parole ripetere: «Iddio gliela perdoni al Doria.»[221]
Ciò non pertanto il re Filippo e i suoi cortigiani, sapendo cui Giannandrea serviva, e quanto lor bisognava coprir lui per non discoprire sè stessi, procacciarono con grande arte discolparlo. Dissero che quelle giravolte da lontano erano state marinaresche bravure delle più rare e squisite da trasecolarne; imposero silenzio ai contrarî, usarono minacce: e, come erano potenti e temuti, costrinsero le genti a far vista di contentarsene. Solo a san Pio non poterono mai darla ad intendere, nè egli volle mai tranghiottirsela: e vi fu chi, sentendosi turbata la coscienza, ne prese paura. Tanto che un di coloro, commendator maggiore di Castiglia, luogotenente generale di don Giovanni, commissario del re Filippo a Roma, e per lui governator di Milano, scrivendo all’istesso don Giovanni d’Austria alli quindici dicembre di quell’anno medesimo, ebbe a dire:[222] «Io ho procurato qui in Roma di difendere Giannandrea, per quanto è stato possibile: e finalmente sono arrivato al punto che niuno oramai più si ardisce venirmi a parlare di ciò che tocca la persona di lui. _Se ne sono dette qui a suo carico delle grosse:_ e il Papa non c’è rimedio che voglia quietarsene. E siccome Sua Santità alcune volte procede con molta franchezza; così Giannandrea ha preso il partito di non venire per queste parti.» Io penso che la generosa nazione Spagnuola, onorata di tante glorie, conosciuti tali disordini di Giannandrea e questi tranelli de’ cortigiani, non vorrà farsene mallevadrice, nè chiamarsene partecipe, nè giurar sulle parole dei bugiardi per dare una mentita a san Pio.[223]
XVI. — Dopo ciò resta chiarito, così per le generali, l’andamento delle squadre cristiane nella gran giornata di Lepanto: quando gli alleati, contro il voler dei regî consiglieri, costretti dalla necessità perchè assaliti dai Turchi, dopo cinque ore di combattimento dalla sesta a vespro, favoriti dal vento, dalle galeazze, dalle artiglierie e dalle riserve (che furono le quattro cagioni principali della vittoria) prostrarono per sempre la potenza navale degli Ottomani. Imperciocchè di tutto quel numeroso naviglio, che aveva corso in più partite tutte le marine del Mediterraneo, dall’Egitto alla Spagna, non tornò indietro a Costantinopoli altro più che venticinque galere e venti galeotte di Luccialì. Il resto rimase alle Curzolari: di legni grossi e piccoli centosette arsi o sommersi, centotrenta presi, quarantamila tra soldati e marinari uccisi, ottomila prigionieri, morti quasi tutti i capitani di conto, e liberati dalle catene diecimila cristiani. Al qual glorioso fine tutti, come ho detto, si adoperarono tanto animosamente e con dimostrazione di così gran valore, che non si finirebbe mai se si volessero ricordare ad una ad una tutte le prove ammirabili che ogni nazione, ogni squadra, e quasi ogni soldato in quel benedetto giorno dètte della sua virtù. Ciò non pertanto se a me non si conviene più stendermi, nè ripetere ciò che i Veneziani e gli Spagnuoli da lontano tempo hanno detto delle cose loro, verrebbemi certo apposto a gran difetto se mi rimanessi dal contare in questo luogo, delle nostre almeno, i fatti più belli e gloriosi, di che mai prima non si è fatto quel conto che se ne doveva.
E innanzi tratto risguardando alla nostra Capitana ed a quella eletta schiera di prodi che vi erano di presidio o v’entrarono per soccorso, siccome Pompeo Colonna, il cavalier Romegasso, Orazio Orsini da Bomarzo, e Virginio Orsini da Vicovaro, Pirro Malvezzi, il conte Berardi, Michele Bonelli, Flaminio Zambeccari, Cesare Cavaniglia, Lelio dei Massimi, Gabrielli, Naro, Fabi, Frangipani, Accoramboni, Ridolfini, e tanti altri cavalieri di sangue e di valore provatissimi, io non so come degnamente lodare le tante e sì chiare prove di virtù militare, per le quali si resero degni di stare al paragone di qualsivoglia degli antichi trionfatori che nella loro patria salissero al Campidoglio. Temerei anzi di scemar la grandezza loro, se nessuna ricordanza ne lasciassi agli avvenire: e meritarmi biasimo di temerità se pensassi colle mie parole agguagliarne i meriti. La qual difficoltà molto più mi sgomenta quando ripenso a Marcantonio Colonna, il più grand’uomo del suo tempo, colonna saldissima del Cristianesimo, dell’Italia, e di Roma: dal cui senno e valore deve la posterità riconoscere la grande vittoria. Egli a stringer la lega, egli a conservarla, egli a trovare il danaro, egli a quietare le risse dei soldati, egli prima di ogni altro al convegno di Messina, egli ad assicurare la congiunzione dell’armata, egli a ritenere in fede i Veneziani, egli a vincere il partito della battaglia, egli a prevedere in chiari termini la vittoria, egli a mettere la ragione in capo agli Spagnoli, egli ad impedire la guerra intestina, egli a condurre i discordi sul campo della battaglia, egli a sostenerli nella mischia: sempre esposto ai maggiori pericoli, non solo nel comandare e provvedere ai bisogni della sua galera, ma a quelli di don Giovanni e di tutta l’armata.[224] Il perchè non volle mai discostarsi dal fianco di Sua Altezza, nè per inseguir galere già vinte, nè per iscuotersi di dosso galere moleste, che lo stringevano per fianco e per poppa: ma sempre fermo alla sua posta ebbe animo di ributtare la galera di Pertaù, di opprimere quella dei figli d’Aly, di sottometterne un’altra, e finalmente insieme con la reale di Spagna di conquistare la nave almirante dei Turchi. Nella quale, a grande stento, morti già settanta de’ suoi, quasi tutti uomini di conto, oltre ai molti feriti; e fra essi Orazio e Virginio Orsini che poco di poi si morirono, e Fabio Graziani che gli cadde trafitto al fianco, e poco lungi di là il conte Berardi parimente morto, e Troilo Savelli, e il cavalier Sangiorgio, e Michele Bonelli feriti, egli entrò al tempo stesso dalla mezzanía quando don Giovanni v’entrava per prua.
Nel qual lungo e sanguinoso conflitto, quantunque del continuo in mezzo a infiniti tiri di frecce, d’archibugi e di cannoni, come è da credere, più volte preso di mira, nondimeno intatto e senza una minima offesa, nella persona e nello stendardo, restò da Dio preservato; perchè la Cristianità avesse con tanta vittoria la compiuta allegrezza della conservazione del suo più forte ed onorato campione.[226] Di che fan fede non solo le testimonianze qui prodotte per mantenerlo in possesso di quella gloria che alcuni vorrebbero in parte almeno togliere a lui, e farla propria ad altri; ma anche la parola che egli, come onorato cavaliere, ne mandò modestamente al cardinal di Sermoneta; e che ancora si conserva di suo pugno scritta in questo tenore:[227] «Posso con ragione arrogarmi, non solo per la fattura della lega, ma anche per la conservazione di essa, e per la opinione ferma di doversi combattere l’armata nemica, d’avere io superato infinite difficoltà ed esser venuto a questo memorabile effetto.... Dalla mia Capitana si è fatto quanto più non si poteva: poichè oltre all’aver sostenuto il maggior impeto dell’armata nemica che seguiva la loro generalizia (combattuta da don Giovanni e da me, e giuntamente conquistata) venne ad investirmi un’altra buona galea di fanale, con una galeotta di fianco, ed una galea da poppa, che mi ammazzò alcuni appresso, senza esser tocco nè io nè lo stendardo di Sua Santità. Cosa invero miracolosa.»
La Padrona comandata dal signore Alfonso d’Appiano, sulla quale era Gianpaolo Berardetti di Spoleto, capitano di chiara fama ai suoi tempi,[228] quantunque non gl’incontrasse combattere nella prima fila, pure tanto opportunatamente si mosse con le riserve, e venne in mezzo alla battaglia, che riparando ai danni ed alla stanchezza di chi aveva sino allora combattuto, riscotendo dai nemici la persona e la galera d’Ascanio della Corgnia, e fulminando la capitana del Turco, si meritò nella pubblica opinione lode grandissima per la parte che ebbe all’esito felice della pugna.[229]
La Soprana e la Serena, che avevano per capitani Antonio d’Ascoli ed Ettore Caraffa, e per duci delle fanterie Ippolito Tebaldini e Pirro Malvezzi, entrarono anch’esse con la squadra del soccorso nel combattimento; e poi si volsero insieme ad afferrar galere di Turchi che nel trambusto cercavano la fuga.[230]
Il cavaliere Olgiati e il capitano Zambeccari, come stettero sempre con la Reina appresso alla Capitana, così parteciparono di tutte le fatiche e onori di quella. Fabio Gallerati, e Giannantonio Gigli, nell’ala sinistra coll’Elbigina, dopo molte prove di squisito valore, si affrontarono con la capitana di Rodi, galea di fanale, e la sottomisero: facendovi ricco guadagno, per esser quivi gran parte del danaro dell’armata nemica.[231]
Diè saggio di sè al paro d’ogni altro la Grifona del Papa, ove erano Onorato Caetani generale delle fanterie, Alessandro Negroni, e il cavalier Sereno; ai quali toccò in sorte punire Caracossa, ed Aly, principi di corsari, e crudelissimi nemici del nome cristiano. Costoro avevano già nella mischia battuta la galea del capitan Benedetti di Corfù, e ributtata quella del capitan Buzzaccarino di Padova; quando a un tempo investivano la Grifona, l’uno per prua, e l’altro per fianco. Onorato sostenne con parte de’ suoi l’assalto del primo sulle rambate, sino a che non sottomise all’abbordo la galeotta d’Aly. Ma quando, morto il corsaro, quella fu doma; allora con maggior impeto sdrucì nell’altra. E senza che mai turco alcuno non potesse metter piè nella Grifona, tanto quivi combattè, che ucciso Caracossa da una archibugiata di Giambatista Cortesi, e caduti tutti gli altri, da sei in fuori, la galera fu presa. Non ignoro che il Dionigi vorrebbe togliere questa gloria alla Grifona del Papa, e darla ai Padovani; producendo a favor loro il giuramento d’un tale Olzignano che, ferito in faccia di freccia e rotta la coscia di mitraglia, poteva ben in quel giorno giurare de’ suoi dolori e sfinimenti, non già delle conquiste e dei fatti altrui. Non dissimulo come il Doglioni vorrebbe che il Benedetti, ucciso in singolar certame e uccisor di Caracossa, facilitasse almeno al Caetano la vittoria.[232] Anzi ne deduco quanto ciascuno si studiasse per onore suo di esser tenuto il vincitore di codesto pirata, e come ambedue gli autori citati confermino almeno in parte quel che ne dicono del tutto in favor della Grifona le molte testimonianze che qui produco.[233]
Il Caetano ebbe due colpi di fuoco e tre saette, senza alcuna ferita, per essere ricoperto da capo a piè di maglia e di piastra a botta di archibugio: altri nondimeno vi lasciarono la vita, e molti toccarono onorate ferite, come il predetto Cortesi, Adriano de Virgili e Paolo Durante, tutti gentiluomini romani. La Grifona menava seco rimburchiate a rovescio le due prede, quando all’improvviso si udirono sulla diritta le artiglierie di Luccialì, che malmenava le poche galere abbandonate da quella parte. Allora Onorato, tronchi con la scure i rimburchi, e lasciata ogni cosa in preda a certe galere che venivano appresso,[234] volse di tutta lena a soccorrerle. Ed essendo stato dei primi a far impeto sopra il Tignoso, ricuperò prima la Fiorenza e poi la Piemontesa; che passate a fil di spada, mostravano il ponte pieno di soldati cristiani condotti a morire sotto al ferro ottomano dalla marinaresca bravura di Giannandrea.[235] Onorato restituì l’una al conte di Leiny, generale del duca di Savoia, che indarno ivi ricercò il prode capitano Ottaviano, indarno il signor Chiaberto di Scalenghe dei signori di Piossasco, e Cesare Provana dei signori di Leiny, e il cavaliere di Sanvitale, e tutti gli altri ufficiali di quella: trovò soltanto vivo don Francesco di Savoia; ma così concio in sul capo, che da lì a poco morissi. L’altra poi, che era tutta ancora macchiata del sangue dei nostri, se la menò sempre seco fino a Santamaura: ove, vedutala non più alta a navigare, per ordine di Marcantonio bruciolla. Il fuoco la purgò dalla macchia di contaminazione ricevuta nel contatto dei nemici. Le due galere di Caracossa e d’Aly, saccheggiate dai Napoletani e più altri, per sentenza di don Giovanni, furono restituite alla Grifona; che non ne cavò utile alcuno, eccetto la fatica di rimburchiarsele in trionfo sino a Messina.[236]
Le altre galere della squadra papale vinsero ciascuna la sua nemica: e tra le conquiste degne di memoria devo specialmente ricordare quella che fece Ruggero degli Oddi da Perugia. Il quale, dopo aver combattuta e presa una grossa galera, riconobbe agli stemmi, alle pitture, e a molti segni essere quella stessa capitana del Papa che dodici anni prima avevano i Turchi presa nella sanguinosa giornata delle Gerbe. Ancora poderosa e forte, come tutte le romane costruzioni, serviva di capitana ai nemici. Il sangue dell’Orsino fu dal valore del Colonnese e de’ suoi in quell’istesso giorno vendicato.[237] Ecco la prova di questi fatti nella lettera originale di Marcantonio al Papa, scritta l’istesso giorno della battaglia.[238]
«S[=m]o e B[=m]o Padre.
»È piacciuto alla bontà e gran misericordia di Dio esaudire le calde et sante orationi della Santità Vostra, perchè hoggi 7 de ottobre, festa del Signore, Sua Divina Maestà ne ha voluto dare vittoria nell’essaltazione della sua vera Fede.
»Il Serenissimo signor don Giovanni, così figlio del suo cristiano e valoroso padre, è stato sempre fermo in questo santo proposito: et così essendo certi che l’inimico era in Lepanto ci incamminammo a quella volta, et all’uscir del sole si scoperse l’armata turca che vistasi forte et fortunata se ne veniva ad incontrarci. La nostra armata col gran valore et somma prudenza del signor don Giovanni si mise all’ordine, mettendo avanti le sei galeazze, et così ne riscontrammo verso le ore 18: e per cinque hore continue se combattè: al fin si ottenne la desiderata vittoria. Et alcuni vasselli inimici et per Levante et per Ponente si misero in fuga; che credo che di 220 che erano non se ne sien salvati 40. I quali meglio credo che fuggiranno la faccia del suo Padrone, più che non hanno fatto la nostra. Pensano seguitar la vittoria tanto quanto la stagione et la commodità che si havrà lo comporti.
»Tutte le galere della Santità Vostra hanno fatto il debito: il signor Honorato nella sua, il signor Alfonso luogotenente di Sua Altezza, et così quella dove era monsignor Commissario. Quanto alla Capitana il signor Michele, il duca di Mondragone, il signor Pompeo Colonna, signor Romegasso, et tutti; talmente chè non si potria dir meglio, et si farà la lista delli feriti et morti, et così della battaglia più distintamente.
»Il cavalier Sangiorgio è stato ferito, et così il signor Horatio Orsino et il fratello di monsignor Camaiano, il signor Pirro Malvezzi, il marchese Malaspina et tutti in somma, chè io non vorrei far torto a nullo. Io et lo stendardo di Vostra Santità stemmo in tal modo illesi, che parse cosa di miracolo. Il signor Michele fu un poco ferito, ma certo lo ha fatto tanto bene che più non si potria desiderare. Mando il signor Romegasso membro principale di questa vittoria, a darne conto alla Santità Vostra più particolare; et lascerò di fare altro ragguaglio, come havevo detto di sopra. Al signor Pompeo, che verrà a congratularsene, spinto dal desiderio di baciar li piedi alla Santità Vostra e dall’amore che a me porta Vostra Santità, non li creda altro se non quello che io le dirò: che io mi sono soddisfatto in tutto di quanto devo all’obbligo che ho e che devo alla salda confidenza che la Santità Vostra ha tenuto di me. E così prego Iddio che mi abbia da trovare a molte vittorie cristiane della Santità Vostra, alla quale bacio li suoi pii piedi, pregandole lunga vita.
»Da Petalà, li 7 ottobre 1571.
»M. A. COLONNA.»
«Li padri Cappuccini si sono portati mirabilmente. Il cardinal Rusticucci dirà a Vostra Santità una gratia che io desidero per il signor Romegasso: la supplico a non mancarmi, per quanto ha cara la mia servitù. Le dodici galere di Vostra Santità hanno pigliato dieci galere turche, et la sua Capitana, oltre una che ne prese, fu unita all’acquisto della generale inimica. Si è ricuperata la capitana del Papa persa alle Gerbe.»
In tutte le quali fazioni i soldati romani tal opera vi fecero che ben si parve il carattere antico impresso sul corpo di questa milizia: cioè di combattere per onore non per mestiero, per debito non per guadagno. Imperciocchè tra tanta ricchezza di arredi, di vestimenta, e di danari, quanta n’era sull’armata nemica, non si udì tra loro nè richiamo nè ruberia. Tornarono alle loro case più poveri che non ne fossero partiti, e lasciarono a chi ne volle gli utili; mirando soltanto a vincere i nemici, ed a soccorrere gli oppressi.
Altri soldati e marinari fecero bottino così grande d’ogni cosa ed ebbero alle mani tant’oro, che sdegnavano di più toccar l’argento, e di ricevere il resto nello spendere.[239] Al contrario Marcantonio, per onore di don Giovanni e per quiete degli altri, vietò ai Papalini il sacco della reale del Turco; e tutti gli schiavi rassegnò, come se non fossero suoi. Il Caetano, per riscuotere dalle mani di Luccialì la Fiorenza e la Piemontesa, abbandonò il ricco bottino di Caracossa e d’Aly. E la nobiltà di questi ed altri esempi era talmente dai capitani trasfusa negli animi dei più minuti soldati e famigli, che essi pure in fatto di guadagneria tanto si mostravano di parole e di tratto delicati, quanto si potrebbe aspettare da’ cavalieri. Ecco come scriveva, in rozze frasi e nobil sentenza, allo zio del suo padrone un servitore di Onorato Gaetani, imbarcato sulla Grifona:[240]
»All’illustrissimo e reverendissimo padrone mio osservandissimo il cardinale di Sermoneta. — Hora con l’ajuto de Dio semo arivati a questa santa giornata, e a gastigar questi cani: che n’avemo fatto un fragello tale, che non averanno mai più animo nè così granne ardire, come avevano. E avemo havuto tre galere addosso alla nostra galera, e semo stati li primi a investire. E havemo avuto Caracozza che dicono che è principale corsaro: e con l’ajuto de Dio, il Signore (Onorato) s’è portato valorosissimamente, e non ha havuto mal nessuno. Sta benissimo con tutti quanti noi altri. Il capitan Tullio è morto. Si sono fatti grannissimi buttini: ma noi, che havemo atteso a commattere, non havemo buscato nulla: ma havemo assai aver la sanità. Ora che havemo cominciato a incarnarci, faremo qualche altra cosa bona. Non le dirò altro, se non che stamo benissimo tutti, e allegramente: in questo le bacio la mano. Dal Porto di Santa Maura adì 8 di ottobre, di Vostra Signoria illustrissima humilissimo Servitore, Vitale Casolo.»
Ora la qualità del mio argomento stringemi a toccare alcune cose dei prelati e dei cappellani, che Marcantonio condusse all’armata. Dirò per ordine: e prima di monsignor Paolo Odescalchi, uditore della Camera, visitator generale dello Stato, nunzio già alla corte di Spagna sotto Pio IV, eletto da Pio V per vescovo di Penne, e nuncio apostolico sull’armata della lega: quivi egli si mostrò destro e zelante, sostenne il partito del combattere, non solo nel consiglio di guerra e nei discorsi privati, ma anche dal pergamo della chiesa cattedrale di Messina, alla presenza di quasi tutti i soldati e marinari, che lo udirono.[241] Monsignor Domenico Grimaldi, commissario della squadra papale, dopo aver soddisfatto all’ufficio suo con molta lode, volle nella grande giornata farsi conoscere dai soldati non meno nell’economia esperto che nell’armi. Sovrapposta alla toga la corazza, con un grande spadone si cacciò nella mischia, e menò le mani fino a che non fu dichiarata la vittoria. Dopo la quale veduti nella sua galera due soldati a contendersi l’onore d’aver fatto un prigioniero, egli con tanta prestezza entrò di mezzo a dividergli, che avendo appena preso quel turco, là presso alla scaletta di poppa, e fatto prova di levarnelo, sfuggirongli i piedi; e cadde in un tratto giù nel profondo del mare. Senza alcun dubbio si sarebbe affogato coll’elmo e corsaletto che aveva in dosso, se per sua fortuna cadendo non avesse tirato seco quel turco. Il quale stretto da lui sott’acqua, per non morire insieme, dovette dar mano a salvarlo: esperto nuotatore si acconciò sotto al ventre del Prelato, e tanto sbracciò di nuoto sostenendolo e traendolo fuori, che i marinari della galera poterono ricoverarli a bordo ambedue.[242]
Anche i cappuccini, che il Papa aveva messi nelle sue galere, perchè i soldati e i marinari n’avessero esempio di pietà e soccorso di religione, non solo ministrarono i sacramenti e fecero cuore ai guerrieri; ma nel fervor della mischia, esposti a ogni pericolo, stettero intrepidi all’assistenza dei feriti, al conforto dei morienti, ed alla prova di quella sublime carità che le storie, le leggende, e per fino i racconti dei romanzieri tanto hanno nell’ordine loro commendata.[243] Un frate Marco di Viterbo, colpito da più moschettate che gli trapassarono la tonaca, restò illeso:[244] un altro ferito di freccia nella gamba, dopo alquanto tempo morissi:[245] qualcuno sin dal principio della battaglia salì al calcese in cima all’albero, e quivi stette, affinchè i soldati meglio ne udissero l’esortazioni: qualch’altro di qua teneva mente all’ufficio suo, e di là guatava attorno se pur venisse il caso della necessità, che gli facesse lecito di pigliar l’armi, e satisfare al pizzicore di dare, come gli altri davano, addosso ai Turchi. Il qual caso come parve al padre Anselmo da Pietramelara che fosse venuto, perchè dopo molta uccisione di Cristiani la galera sua era piena di nemici, così afferrò con ambe le mani un roncone: e invece d’elmo crinito e di corazza lucente, camuffato di aguzzo cappuccio e di bigio saione, non altro mostrando che il ferro acuto e l’ispida barba, con sì fiero piglio e di tanto furore avventossi contro i nemici, e così grande spavento mise nelle anime loro al solo mostrarsi, che dopo aver co’ suoi manrovesci straziato sette turchi, cacciò tutti gli altri in fuga, o spinseli a gettarsi nel mare; senza che nessuno s’ardisse affrontarsi con lui. L’annalista Boverio ne fa sapere che frate Anselmo raccontando il suo fatto in Roma al Papa, il fece sorridere.
Nel tempo però che queste cose succedevano, il santo Pontefice con molte orazioni chiamava l’assistenza di Dio sopra ai suoi figli, e le celesti benedizioni sopra l’armi cristiane. A tutte le pie persone, e più agli ecclesiastici, faceva dire che orassero cori fiducia, e ne vedrebbero gli effetti. L’Altissimo il volle non solo esaudito, ma lieto con la notizia anticipata della vittoria. Imperciocchè stando quel giorno sette di ottobre nelle ore pomeridiane con monsignor Bartolommeo Bussotto tesoriero, col cardinal Cesis, e più altri famigliari, improvvisamente appartatosi da loro cogli occhi levati al cielo, pieno di giubilo, e mostrando sui tratti dello scarno sembiante l’impressione del superno lume, rivolto al Tesoriero, gli disse: Andate, monsignore, non è tempo di altri affari: ringraziatene Iddio che l’armata nostra, affrontatasi con la nemica, ha guadagnato la vittoria.[246]
XVII. — In quella i nostri generali, da vincitori spaziavano sul mare, ovunque s’era combattuto. Dopo avere rimessa ogni cosa in punto, e dato ordine che niente restasse di che il nemico si potesse giovare, conducevano le dugento galere cristiane, e le turchesche pressochè di egual numero conquistate, al porto o meglio direi alla sicura baja di Platèa, che oggi dicono Petalà, in terraferma dell’Epiro, presso la foce del fiume Achelòo, sei miglia dal luogo della battaglia. Colà prima di tutto pubblicamente furono rese le dovute grazie a Dio per il gran beneficio che in quel memorabil giorno si era ricevuto: e poi non altro si fece, per tutta quasi la notte, che visite e congratulazioni; concorrendo tutti, generali, colonnelli, capitani e venturieri sulla galera di don Giovanni. Il quale con affetto di cuore incomparabile li abbracciava, e pur li ringraziava delle valorose prove onde l’avevano sostenuto. Quando venne a rallegrarsi insieme con gli altri il vecchio Sebastiano, generale di Venezia, prima che Marcantonio potesse profferir parola per indurre don Giovanni a condonargli in quel giorno ogni passato disgusto, già il regio giovane correndo con allegrissimo viso avevaselo stretto tra le braccia. Nel quale amplesso, invitato anche Marcantonio a fraternamente rallegrarsi con loro, tutti tre insieme i tre generali della lega, alla presenza dell’armata, si baciarono in fronte. Il viril romano, il giovanetto spagnuolo, e il vecchio veneziano espressero con quel bacio la letizia di tutte l’età.
Il vento, che nel giorno due volte era saltato da levante a ponente, si girò per maestro: e coll’avanzar della notte tanto crebbe, e portò sì gran pioggia, in mezzo a tuoni e lampi e gonfiezza di mare, che se avvenuti non si fossero in quel porto così vicino e capace per tante navi quant’erano le vinte e le vincitrici, sarebbero andate tutte perdute.
[8 ottobre 1571.]
La mattina seguente però, riandando l’accaduto, stava ogni uomo attonito e stupefatto, come se avesse sognato. Imperciocchè richiamando da una parte alla mente le difficoltà della lega, la tarda unione, lo stento della partenza, il successo delle Gomenizze, la contrarietà dei consiglieri, la ritirala di Giannandrea, e la inestimabile opinione che si era fatta prevalere della potenza del Turco; e dall’altra riguardando tante navi cattivate, tanti schiavi alla catena, tante armi, tanti arredi, tante ricchezze; non pareva possibile che alle loro mani così d’un tratto fossero tutte venute.
Ma più d’ogni altra cosa li riempiva di maraviglia il gran numero di cadaveri che il mare, sazio della ingorda sua preda, aveva gonfiati, e messo al sommo; e il vento talmente spinti ed ammassati alla spiaggia, che quanto giungesse la vista non altro scoprir si poteva che ignude teste di turchi. Là erano gli sforzati e i marinari, e continuamente pescando cavavano danari, vestimenta, arredi e molte altre cose che a galla ad ogni muover di onde apparivano, tra mezzo alla densa caterva dei morti. Nel qual tempo volle don Giovanni tornare con Marcantonio, e Giannandrea, e poche altre galere a rivedere il campo; che ben si poteva discernere al fosco colore che l’acqua ancor manteneva nel luogo del tremendo conflitto. Non altro ritrovarono che rottami e cadaveri trabalzati sull’onde; e due galere turche abbandonate, l’una già quasi tutta consunta dal fuoco; e l’altra talmente nelle secche incagliata che Marcantonio, quantunque con la sua galera gli desse tre strappate, non potè cavarnela. Laonde, tolta l’artiglieria, e lasciatala saccheggiare alle ciurme, fece tutto il resto bruciare. Tornati poi al porto, diè don Giovanni il segno della partenza a tutta l’armata; e con quella si ridusse l’istesso giorno a Santamaura, ove radunato il consiglio prese a ragionare di quel che dovesse farsi. E quantunque alcuni con alla testa Marcantonio,[247] richiedessero istantemente di seguir la vittoria, di scorrere sino a Costantinopoli, o almeno riscuotere dai Turchi la Grecia; tuttavia tante difficoltà si opposero al generoso divisamento, che non restò altro partito se non di tornare addietro. Imperciocchè da una parte non si poteva negare che l’armata non fosse piena di ferite e di squassi:[248] scarsa di vettovaglie e di munizioni, dopo quel che se n’era fatto: e dall’altra i consiglieri regî pensavano che i disegni della loro corte dovrebbero certamente variare dopo la gran vittoria. Rinascevano le gelosie, e le doppiezze; le trenta navi cariche di vittovaglia sotto gli ordini di don Carlo Davalos non erano più state vedute; don Giovanni chiaramente protestava aver ordine espresso dal Re di svernare in Sicilia;[249] e Giannandrea, invece di vergogna e di biasimo, toccava più che mai onori e riverenze dagli Spagnuoli. L’istesso don Giovanni gli era sempre intorno; e sulla galera di lui banchettava gli amici, esclusi i Veneziani.[250] Qual maraviglia che fosse allora deliberato il ritorno; e che, chiamandosi contenti di quello che si era fatto, rimettessero il resto all’anno futuro?
Prima però di separarsi vollero in quel luogo rassegnare tutto ciò che si era guadagnato nella battaglia; e dividere la preda, secondo i capitoli e le consuetudini della milizia. Alla qual rassegna e partizione don Giovanni diputò Marcantonio, insieme con monsignor Grimaldi commissario del Papa, don Francesco d’Ivarra commissario del Re, ed il riveditore veneziano; affinchè di comune consenso facessero buona giustizia a ciascuno.[251]
Messe adunque da parte le galere e le galeotte fracassate e inutili per bruciarle, si trovò esservi di legni venuti in mano degli alleati, galere centodiciassette e galeotte tredici; in tutto centotrenta bastimenti buoni a navigare: cannoni grossi centosedici, petrieri diciotto, cannoni piccoli o sagri da sei libbre e più di palla dugencinquantadue: turchi prigionieri, più volte rassegnati di mano in mano che dai commissari venivano scoperti, ancorchè nascosti da molti per fin di guadagno o di pompa, settemila duecento e venti: e si diceva che ne fossero occultati altrettanti.[252] Intorno alle quali cifre, dato pur che in diverse scritture si trovino notevoli differenze, tuttavia si può ben discernere la verità da chi voglia, come ho fatt’io, raccoglierle diligentemente, e confrontarle: partendo da principii certi, cioè dal primitivo numero dell’armata nemica; e poi scevrando i legni grossi dai piccoli; ed i presi dagli sfuggiti e dagli arsi. Le quali cose alcuni confondono tutte insieme, e quindi trapassano co’ numeri; altri le escludono, e per questo non giungono al giusto novero. Finalmente sommando le parti, che per certe testimonianze si sa esserne a ciascuno venute, si può ritornare al totale; ed aggiungere alle ragioni la prova.[253]
Fatto il novero si venne al partire: prima la Cristianità n’ebbe di sua parte diecimila uomini, quasi tutti italiani, in quel giorno francati dalla schiavitù dei Turchi: poi, secondo il capitolo vigesimoprimo della lega, ciascuno tolse le sue seste parti, proporzionate alle spese; e finalmente don Giovanni, siccome capitan generale, toccò la decima dei sei sesti: ma essendo nate alcune difficoltà sul conto delle artiglierie, si aspettò per questo la decisione del Pontefice.
A Marcantonio furono immediatamente dati diciannove cannoni grossi, tre petrieri, quarantadue sagri, mille duecento prigionieri, e galere tra grandi e piccole ventuna: delle quali, avendone il Papa donate otto al granduca di Toscana, ne restarono tredici. Al modo stesso tanto don Giovanni quanto i Veneziani ne donarono sopra le loro porzioni ai cavalieri di Malta, a quelli di Savoia, ai principi di Urbino e di Parma, ed agli altri principali venturieri, secondo il merito di ciascuno; affinchè ragguagliatamente all’opera posta ne avessero il premio.
[10 ottobre 1571]
Intanto che alla rada di Santamaura queste cose si facevano, aveva don Giovanni mandato a riconoscere la fortezza dell’isola. Le galere di Giannandrea menarono Ascanio della Corgnia, Grabrio Serbelloni. Prospero Colonna, Lelio de’ Massimi, ed alcuni altri sperti cavalieri: i quali dopo essersi aggirati in più parti, tornarono dicendo, che la impresa vorrebbe riuscire troppo difficile; massime bisognandovi l’artiglieria grossa, e di molte fascinate attraverso alle paludi; e che il presidio, essendosi già quivi ingrossato e messo in punto alla difesa, la sarebbe opera non meno di quindici giorni.[254] 148 Però don Giovanni pose da parte anche questo pensiero: e intanto, con molto pressanti inviti a quei signori di tornar per tempo nella prossima primavera, rivolse l’animo e la prora verso l’Italia. A ciascuno altresì diè licenza, come meglio gli mettesse, di partirsi.
[23 ottobre 1571.]
Sciolsero i canapi alli ventitrè di ottobre; e chi prima chi dopo, senza timore di nemici, presero terra a Corfù. Colà in capo a un mese fu riveduto il Davalos,[255] che a malgrado dei Veneziani, posto per generale delle trenta navi, aveva con quelle talmente navigato da non incontrarsi mai più nell’armata se non al ritorno.[256] In quel porto si fermò Sebastiano, rivolgendo nella mente diverse fazioni che imprese poi a suo conto nell’inverno. E don Giovanni con Marcantonio licenziatisi da lui, che fu visto in quel punto piangere di tenerezza, tra le acclamazioni e gli onori dei Corfiotti, ripresero il mare verso Messina. Nel quale viaggio, essendo i tempi già rotti a pioggia e a fortunali, dovettero beccheggiare coi soli trinchetti: e spesso anche investire nei rimburchi; che, per la loro leggerezza trabalzati dalle onde, davano fieramente di sperone nelle poppe delle galere che li traevano.
[1 novembre 1571.]
Tuttavia presso a Messina, come se il cielo coi vincitori e coi Siciliani rallegrar si volesse, dissipate le nubi dal soffio del vento maestro, e fattasi l’aria tutta serena, entrarono a gran festa nel porto. Sulla riva del quale l’arcivescovo col suo clero e tutti i Messinesi, non statovi alcuno nè uomo nè donna nè fanciullo che il solenne e glorioso ingresso vedere ed esaltar non volesse, cantando salmodie e agitando ramoscelli di ulivo, incontrarono don Giovanni, Marcantonio e gli altri campioni dal cui senno e valore si stimavano per sempre dalla invasione e dalle perpetue molestie del Turco liberati.
[13 novembre 1571.]
XVIII. — Io non dirò gli onori che ebbe Marcantonio da don Giovanni e da tutti gli ordini della città di Messina, nè le accoglienze anche maggiori del popolo napoletano, quando alli tredici di novembre giunse nel porto di quella capitale con la sua squadra vittoriosa; perchè n’avrò molto a poter descrivere l’ingresso trionfale in Roma. Già quivi erano Pompeo Colonna, Pirro Malvezzi, e il tanto celebre cavalier Romegasso, messaggeri al Pontefice per contargli il successo della vittoria, da parte di Marcantonio.[257]
Ma parendo a lui di dover molte cose aggiungere a voce, e trovandosi in Napoli così vicino, prese le poste e sollecitamente si mosse verso Roma. Nel qual tempo rallegrandosi fuormisura la città e la corte, con tante feste nelle chiese, luminarie nelle piazze, limosine ai poverelli, doti alle fanciulle, liberazione di carcerati, suffragi ai defunti, suoni, spari, e gazzarre, quante niuno prima per qualunque novella di maggior contento non aveva vedute; venne a tutti in mente che a render compiuta la dimostrazione della pubblica esultanza si convenisse ricevere Marcantonio, come principale cagione di tanto bene, trionfalmente nella sua patria. Di che mandarono ambasciadori ad incontrarlo e ritenerlo nella sua terra di Marino, dieci miglia da Roma, tanto che egli quivi si riposasse in mezzo alla sua famiglia, e il popolo romano si apparecchiasse al suo trionfo.
[18 novembre 1571.]
Uscito però il prudentissimo uomo di Napoli, e rimasta la squadra in balía di altri ufficiali, subitamente nacquero tali disordini che condussero all’estrema miseria le vittoriose fanterie pontificie. Io non scrivo elogi, ma storia: quindi non posso, nè devo tacere i rei fatti di niuno, ancorchè nostrano e potente, a pubblico danno. Anzi per guidare chi legge consideratamente dagli esempii del tempo passato al buon governo del futuro, dopo aver mostrato la premura grandissima del Pontefice verso quel suo armamento, bisogna pur che ricordi l’oltraggio fattogli: così che ciascun comprenda come i ministri talora vadano contro i buoni intendimenti anche dei principi più virtuosi; ed in qual modo il zelo disordinato di certi officiali e la trista speculazione di alcuni taccagni sovrastanti alla pecunia pubblica procaccino non già l’economia ma la rovina dell’erario, la vergogna dello stato, il biasimo degli estranei, l’ingiuria dei sudditi, e l’ingratitudine verso i benemeriti. Era costume generalmente osservato in Europa per quei tempi far la levata così dei soldati come dei marinari e dei remieri, quando se ne aveva bisogno, per qualunque fazione; e quella finita, licenziarli. Nè praticandosi allora coscrivere la gioventù alla sorte dei numeri, secondo l’uso moderno, nè ingaggiarla con premii per certo tempo, restava a libito dei sudditi il militare, e dei principi il togliersi quando che fosse il peso di tenerli. Quindi sciolto l’assembramento delle armi alleate a Messina, e venuta la tregua consueta del verno, potevano bene i ministri del Papa congedare quanti remieri, marinari e soldati avessero voluto: ma entrarono in questo negozio con tanta precipitazione, e in così piccolo conto tennero gli altrui meriti a volersi troppo valere del proprio diritto, che toccarono il segno dell’ingiuria, e produssero tutte quelle infelici conseguenze che io non credo potersi altrimenti descrivere se non ripetendo le stesse parole di Bartolomeo Sereno, cavaliere romano, ufficiale delle fanterie papali a Lepanto, e gravissimo istorico di quell’età, il quale ne parlò in questa sentenza:[258] «Non mancò in Messina chi proponesse, per alleggerire al Papa la spesa, che ai soldati delle sue galere si saldassero i conti; e si sbandassero. Ma per non v’essere il Commissario, a cui toccava la cura (il quale avendo inteso la morte di Giorgio Grimaldi suo fratello a Genova per provvedere alle cose sue era andato) ebbero pure i soldati quel poco di comodo d’esser fino a Napoli ricondotti. Dove, ritornato che fu il detto Commissario, tanto minutamente fu fatto loro il conto, che, come se mai fazione alcuna avessero fatto, non procurando per loro chi ne doveva aver cura, fu lor fatto pagare sino alle proprie munizioni, che col sangue loro dai nemici combattendo s’avevano guadagnate. Di modo che non essendo lor donata la paga (che col nome di donativo molto debitamente dopo le generali fazioni si deve) e ritrovandosi la maggior parte di essi senza danari, licenziati che furono, non bastò loro vender le armi per vivere, ma nel ritornare alle case loro scalzi e spogliati d’andar miseramente mendicando furono costretti. Aggiungendosi alla loro miseria ancora, che essendo in Napoli e in Roma prima di essi comparsi quelli che più avevano procacciato il guadagno che combattuto, ed avendo di molto oro fatto mostra pomposa, furon cagione che quando essi meschini, che da buoni soldati onoratamente avevan fatto il debito loro, così maltrattati vi giunsero, credendosi ognuno che solo i vigliacchi e da poco guadagnar non avesser saputo, non solo non trovarono chi li aiutasse, ma furono il più comunemente scherniti. Questi furono i primi trofei che in Roma si videro della ricca vittoria! questo fu il guiderdone di chi col sangue e col valore l’avevano partorita!»
Io qui lascio Bartolomeo a proseguir la lunga intemerata e le molte rampogne contro i colpevoli, che più d’uno e grandi esser dovevano; quantunque egli non nomini alcuno. Consento però pienamente con lui, che le nostre milizie avevano fatto onoratamente il debito loro mirando più all’onore che all’interesse; perchè ciò torna sempre non solo dai fatti di questa battaglia, ma da tanti altri fatti precedenti e seguenti che connaturati perpetuamente alla romana milizia ed alle sue tradizioni ne rappresentano, per così dire, a primo aspetto le veraci fattezze del suo volto. E perchè appunto bene e onoratamente servirono, ebbero a sostener la soprassoma della miseria e degli scherni, di che alcuni beffardi avrebber voluto anche in altri tempi rimeritarle. Siffatti disordini non si vogliono tacere, e nè meno scusare; affinchè non si riproducano a discapito non solo della milizia, ma anche di ogni altra maniera d’uomini per qualsivoglia ragione benemeriti.
[25 novembre 1571.]
Alleggerita pertanto dalle fanterie, venne la squadra nel porto di Civitavecchia a sbarcare quelle genti che ancor le rimanevano: e poco dopo furono pur nella darsena condotte alcune delle galere prese a Lepanto, e le artiglierie conquistate, ed i mille dugento prigionieri. Sopra di che i Caetani, gli Orsini e più altri s’adoperavano per averne parte. Ogn’uomo, che aveva nella gran battaglia con qualche carico combattuto, contendeva di ottenere in premio schiavi, cannoni e galere; e di armarle a spese sue, e di entrar poscia venturiero con la propria squadretta nell’armata.[259] Io non saprei dire ciò che essi ne conseguissero: ma ho argomento certo a provare che il Papa istesso del suo ne armò tre per Michele Bonelli, il quale in tenera età aveva di sè molto fatti contenti il Papa, e don Giovanni, e Marcantonio.[260] Il perchè soprattenne un mese in Civitavecchia monsignor Grimaldi ed il cavalier Romegasso a dirigere il racconcio di quelle, e a mettere le opere nuove, la piattaforma per cinque pezzi in vece di tre, le pavesate attorno ai filaretti ed alle battagliole, e le rambate sulla batteria, di che andavano sfornite le galere dei Turchi.[261] Così il santo Pontefice dava mano a rilevare la nostra marineria, che disfatta già dagli Ottomani nell’infelice giornata delle Gerbe, ora coll’istesso naviglio, cannoni e ciurme di turchi si rifaceva dopo la vittoria di Lepanto; e non guari dopo giungeva a compimento per opera del suo amico e successore Sisto V: di che a suo tempo sarà detto. Anzi volendo, per quanto egli poteva, impedire che i nemici non ripigliassero mai più la padronanza del mare, dappoichè nella battaglia avevano perduti quasi tutti i capitani, piloti e marinari, vietò ai Cristiani che durante la guerra non dovessero nè vendere nè liberare i prigionieri; ma ritenerli sotto custodia: perchè al nemico, per manco di uomini esperti del mare, si accrescesse la difficoltà di risorgere.[262] Quindi la turba dei prigioni venutagli in parte mise al remo nelle sue galere; e gli uomini di maggior conto, siccome Maometto re di Negroponte, Mamet bey figlio del capitan bassà, Ammet governator di Bisa, e molti altri capitani, sino a quaranta, li tenne in Roma molto umanamente, ma sotto buona guardia, nel palazzo dell’Aquila in Borgo.[263]
[4 dicembre 1571.]
XIX. — Ma gli è da ritornare a Marcantonio che se ne stava a Marino ricevendo visite, lettere e infinite congratulazioni da ogni parte. Stimo utile darne qualche saggio; e preferisco la breve lettera d’un santo e grande amico dei Colonnese: dalla quale pur si raccolgono importanti notizie intorno alla speranza di cavare gran frutto dalla vittoria, e di mettere altri principi nella lega, e di finirla per sempre co’ Turchi. Sospiro di santi, di papi, di popoli: non di Filippo. Il padre Francesco Borgia in quei giorni scriveva così:[264] — «Jh[=u]s. — Ill[=m]o et Ecc[=m]o Signore. — Di quello che passai con Sua Maestà sopra la persona di V. Eccellenza, ho scritto di Madrid. Questa è solamente per rallegrarmi et render gratie a Iddio nostro Signore insieme con V. Eccza di questa vittoria data da Dio nostro Signore alla Xpianità, come cosa da sua mano. Li ngeli lo benedicano et tutti li santi suoi; et vorrei che li fedeli che stamo quaggiù in terra non fossimo ingrati in riconoscere tanto beneficio, nè in supplicare ala divina Maestà lo faccia perfeto con li buoni incessi in questi anni che seguitano della Liga. Molto particolarmente ci siamo consolati de che V. Eccza se sia ritrovata in questa santa impresa, et che li tocchi tanta buona parte della fatica et merito et gloria di quella; et per l’avvenire in tutto spero sarà in augmento. Siamo quasi spediti di questa Corte di Portogallo molto bene, Dio laudato: et quanto ala Liga che questo Principe ci entra molto voluntieri, et non solamente per il mar Rosso et Persico, et per l’Etiopia vuole far la guerra al Turco, ma anche per questa parte vol dare aiuto alla Armata Xpiana. Già V. Eccza saprà come Nostro Signore vole si vada ancora in Franza: io mi preparo per accompagnar il Illmo Legato, benchè non mi serve troppo la sanità. Dio la conservi a V. Eccza, et prosperi sua Illma et Eccma persona et Casa, con augmento continuo dei suoi doni per grande aiuto del bene universale. De Lisbona 10 diziembre 1571. Servo in Jesùs.»
»FRANCº.»
Allora in Roma altro quasi più non si udiva ripetere che il nome di Marcantonio; nè commendare altro maggiormente che il senno ed il valore onde egli aveva difeso il cristianesimo dal suo più crudele e pertinace nemico, e levata in quei giorni la gloria della sua patria a tanta altezza quanta mai se ne potesse negli antichi tempi ricordare. Per ciò chierici e laici, senato e popolo a gara concorrevano per onorarlo quanto più potessero nel suo ritorno: ed apparecchiavano archi, trofei, iscrizioni, ed ogni altra dimostrazione di festosa accoglienza sulle porte, per le vie, nel Campidoglio, al Vaticano.
Era il dì quattro del mese di decembre, e l’ampia vallèa che intorno a Roma dai colli albani sino al mare si stende non compariva già, come nella stagione invernale, umida di piogge dirotte, o coperta di nubi procellose; ma invece, maravigliandone ciascuno, si vedevano, come a primavera, le campagne tiepide e fiorite, con tale serenità di cielo, e splendor di giorno lucidissimo da non potersene volere il più bello per festeggiare il gentil cavaliero che cavalcando sulla via Appia s’appressava alle porte della città, presso la basilica di san Sebastiano.[265] Stavano colà schierate alle due bande della via le milizie di Roma, e nel mezzo il senatore, i conservatori, i caporioni, e gli altri ufficiali del popolo romano, riccamente in loro costume vestiti; e tanta gente, anche dalle vicine terre concorsa, quanta ve ne capiva. Tutti chiedevano della venuta dell’aspettatissimo campione: e tutti riguardavano i novelli ornamenti della porta; gli stemmi del Papa, del Senato, e dei Colonnesi; i fiori, le ghirlande, le bandiere, i trofei militari, i rostri delle galere, la luna ottomana riversata, i prigionieri tra le catene, messi qua e là a colori, a rilievo, a stucco e a dorature bellissime. Alcuni cogli occhi alla grande iscrizione sull’arco della porta Capena voltavano in volgar nostro la leggenda che poneva:[266] — Il Senato e il popolo romano a Marcantonio Colonna, capitan generale della marineria pontificia, della Apostolica Sede, della salvezza dei confederati, e della dignità del popolo romano sommamente benemerito. — Quando ecco da ogni parte risuonare il suo nome, ecco rivolgersi tutti alla strada; e un batter di mani, e un accalcarsi di popolo, e un gridar di viva: e dar nelle trombe, e salutare da presso e da lunge, coi cenni e con la voce, con le berrette e con le bandiere: ecco i fanciulli, le donne, i baroni, e la plebe esprimere la pubblica gratitudine al valoroso.
Veniva egli, per certe ragioni che appresso toccherò, disarmato; modestamente per lo suo grado vestito, senza carro trionfale, e senza corona d’alloro: ma sopra un cavallo ambiante di bianco mantello, donatogli poc’anzi da san Pio. Avea sella ricoperta di tocca d’oro, gualdrappa di seta porporina, trapunta di passamani e frangette ad oro; il pettorale, il morso, le briglie ricoperte e sfioccate a porpora e ad oro. Aveva in piè stivaletti bianchi, incerati a lustro; calze cangianti di rosso e di giallo, brache rigonfie alla spagnuola a molti listoni di teletta d’argento e di seta morella, giubba di tocca d’oro, cappa di seta nera trinata ad oro e soppannata di pelli zibelline, cappello di velluto nero, e la piuma bianca affibbiata a un gran bottone di perle ricchissimo.[267] Giunto in quel luogo faceva cordialissime proteste di gratitudine e d’osservanza al Senatore ed agli altri ufficiali di Roma, e sempre col cappello in mano riguardando qua e là gli astanti, e mostrando grata riconoscenza, secondo il merito di ciascuno cordialmente inchinavalo.
In quella moveva dalla porta il corteggio trionfale: dietro ad una prima squadretta di trombe a cavallo passavano numerose brigate di uomini scelti tra gli artieri di Roma; fabbri, magnani, legnaiuoli, armaiuoli, pellicciai, ed altrettali sino a ventisette maestranze, tutte spartitamente raccolte sotto alle loro capitudini e gonfaloni, tutti vestiti di novello, lucenti e lisci che menavano per via gioia e festa. Passavano dappoi Domenico Jacovacci e Cencio della Tolfa gentiluomini romani, armati di corsaletti, impugnando il baston del comando, come coloro che erano sergenti maggiori, o vero capi dei battaglioni nelle milizie della città; alla testa delle quali, con loro trombe e tamburi, cavalcavano. Il primo corpo d’armati era uno squadrone di milletrecensessanta archibugeri, messi dieci per dieci, in centotrentasei file: il secondo, comandato dal sargente maggiore Francesco Spannocchi, di millecinquecento picchieri, in cencinquanta file: e il terzo, sotto Gianpietro Muti, di mille cento e trenta moschettieri, in centotredici file. Tutti pomposamente vestiti di velluto e di seta a vaghi colori, sotto bellissime insegne, con morioni lucenti d’acciaio, e pennoncelli azzurrini sul capo, o vero berrette di velluto con piume, o anche cappelli rivolti all’ungarese; e i picchieri armati di corsaletti bruniti, che rendevano bella e nobil vista. E a cessare agli spettatori quel sentimento di sazietà solito nascere dalla continuata medesimezza delle stesse comparse, avevano provvedutamente tra l’uno e l’altro squadrone, ed anche tra le istesse compagnie, tramezzato molti manipoli di alabardieri, e alcuni drappelli di spadoni a due mani, e divise di paggi bellamente scompartiti, in assetto di ricche livree, che portavano pendoni, celate, scudi, ed armi attorno ai capitani.
Lo sguardo però degli spettatori e il cicaleccio dei curiosi rincalzava sul passaggio dei prigionieri che, appresso alla bandiera ottomana rovesciata allo ingiù, seguivano in due turme; tutti legati con le mani dietro alle spalle, e tutti avvinghiati da due catene di ferro, che dai polsi dell’uno entrando tra i polsi dell’altro scorrevano a far di loro due grosse brancate di quasi cento turchi per ciascuna. Erano costoro vestiti tutti al paro d’una tonachetta di panno giallo e rosso insino al ginocchio, calzati di cordovano giallo, e coperti di una berretta marinaresca della stessa divisa, in mezzo a due file di alabardieri che li guardavano.[268] Passati i quali, come per isgombrare quell’aria di tristezza, e i chiusi petti a nuovi e più lieti sensi allargare, scorrevano a cavallo trombando in alto i famigli del Senato a pomposa foggia, e schiudevano la cavalcata di quasi cento gentiluomini romani, che in diversi costumi, sotto le proprie divise, erano quivi insieme assembrati per onorare la virtù dell’invitto guerriero che tanta luce diffondeva sulla già chiara nobiltà del patriziato romano.
Da meglio che un’ora difilava la pompa, nè si pareva ancor segno di stanchezza in alcuno colà, dove non solo la dolcezza della stagione e la giustizia di così nobile trionfo, ma altresì la varietà di tanto belle comparse teneva occupati gli animi d’intenta curiosità e mirabil diletto. Quando però furono trascorse innanzi le schiere degli artigiani, dei soldati, dei prigioni, e dei nobili cavalieri romani, sopravvenne maggior solletico e maggiore gradimento: perchè ad ogni istante proseguivano sopra cavalli di maneggio bellissimi, con isquisita eleganza e senza profusion di lusso, nuove assise, maggiori dignità, e personaggi di più rispetto. Di che desta vieppiù la curiosità delle persone, v’avean di quelli che sperti negli usi della corte romana, qua e là tra la folla, divisavano i nomi e le cose, così per punto come venivano a passare, facendo conto ai vicini ciò che al loro sguardo si presentava. Ecco, dicevano, passa il signor Camillo de’ Crescenzi e il signor Angelo Flad maestri di strada; in roba lunga, col berretto alla ducale, e attorno i loro staffieri: passano a coppia li due sindaci di Roma, in velluto lionato, e negre gualdrappe, tra i loro famigli: passa lo Scriba del Senato e il suo collega, in costume di dottori: i quattro appresso, con le piume cangianti di quattro colori, sono i secretari, tra la turba dei donzelli: passano i marescialli del popolo romano, in casacca azzurrina e calze incarnate, ciascun dei quattro con due staffieri. Vedi, vedi, a due a due i paggi del comune, vestiti a verde e violetto, con in mano ciascuno la grande insegna del suo rione. I begli stendardi della città damascati a onda e a spina, e l’aste tutte coperte di velluto cremisino, con frange di seta e d’oro: ecco il capo del leone in campo rosso, e la ruota in campo vermiglio; emblemi di Trastevere e di Ripa. Vedi l’angelo in campo rosso, e la testa di drago in campo d’argento; sono Santangelo e Campitelli: poi la pigna, e la testa di cervo sul rosso, del rione Pigna e Santeustachio: il fusone in campo d’azzurro, e il grifo in campo d’argento, per la Regola e Parione: fiume e ponte in campo rosso, e la luna in campo d’azzurro, segnano Ponte e Campomarzo: le tre spade in campo di rosso, e i tre monti in campo d’azzurro, sono di Trevi e Monti: ecco in ultimo la colonna del rione omonimo: e appresso i Signori dodici della città, Velli, Boncori, Massimi, dello Schiavo, Caffarelli, Cenci, Falconieri, Galgano, della Riccia, Coccio, Calvi, Maccarani; e il loro priore Stefano de’ Crescenzi. Passano venti staffieri ai colori della casa Cesarina, e il signor Giangiorgio gonfaloniero nostro perpetuo con lo stendardo del popolo romano. E poi le trombe d’argento con le nappe rosse, e il commendator Romegasso con la bandiera papale, e il capitan della sua guardia. Vedi, nobile quadriglia a cavallo, Pompeo Colonna, e Onorato Caetani, con in mezzo i due Bonelli Michele e Girolamo nipoti del Papa. Ed ecco tutti ammutolire in grandissima aspettazione, eccoli farsi in punta di piè, levare il capo, guardare intesamente a colui di chi la festa era. Allora un sol grido scoppiare di vivissima gioia, e ripetersi: Viva, viva il signor Marcantonio, e la casa Colonna. Ed egli in tanta gloria i baldi e guerreschi spiriti di tanta popolar commozione per lui, non che della ingenita sua gentilezza temprando, discoprirsi il capo, volgere a tutti piacevole lo sguardo, tutti riconoscere e salutare. Non così i boriosi antichi trionfatori! Erangli ai lati dodici staffieri nelle assise della sua casa: lo seguivano il Senator di Roma, i conservatori, gli amici e consorti suoi, i paggi, ed un drappello di cavalleggeri. Dopo i quali ad ogni passo crescevagli appresso la calca del popolo.
E dovendo il glorioso campione in tal modo procedere, dalla porta Capena alla via trionfale ed al foro romano, per salire sul Campidoglio e passarsene al Vaticano; facendo cammino per questi luoghi di eterna rinomanza, ove stanno ancora dopo tanti secoli le maravigliose moli poste a segno della romana grandezza, rivedeva non solo lo splendore delle arti antiche, e le memorie dei prischi eroi; ma novelle leggiadrie d’ornamenti, e più liete leggende intitolate al suo nome. Là, sull’arco di Druso leggeva:[269] — Roma esultante nel Signore Iddio stende le braccia al vincitore, e stringe al seno il più chiaro dei suoi cittadini. —
Qua, da quello di Costantino gli scendeva all’anima il motto:[270] — Ripensa che a te si schiude la via per andar nel nome di Dio a riscuotere quella città che Costantino ebbe fondata. —
Quinci sulla diritta rileggeva che:[271] — Costantino tra i Romani Imperadori fu il primo a combattere felicemente sotto lo stendardo della Croce, contro ai crudelissimi nemici del nome cristiano. —
E quindi sulla sinistra gloriava[272] — Pio Quinto che tra i romani pontefici fu il primo, per la lega col re cattolico e con la repubblica veneziana, e per l’aiuto dello stesso segno di salute, ad aver vittoria giocondissima sopra la maggiore armata dei Turchi. —
Dall’arco di Tito ritraeva della guerra giudaica, e del passaggio delle crociate; in proposito delle quali si diceva:[273] — Rallegrati Gerusalemme: che, se Tito Vespasiano già ti trasse cattiva. Pio Quinto intende a liberarti. —
Più sotto all’ultimo lembo del foro avvenivasi nell’arco di Settimio Severo, vincitore dei Parti: ivi in tre scompartimenti leggeva tre diverse iscrizioni. Nel mezzo così:[274] — Sta ancor qui l’antico monumento al senato ed al popolo romano della partica vittoria per ricevere coll’aiuto d’Iddio i nuovi trionfi contro i Parti. —
A diritta poi:[275] — Quei prischi capitani fortemente combattendo ritornarono alla sua pristina dignità l’imperio romano guasto dall’armi dei Parti. —
A sinistra finalmente:[276] — I nostri prodi, dopo l’insigne e incomparabile naval combattimento, vittoriosi dal furor dei Turchi liberarono le cervici del popolo cristiano. —
Di là, salita l’erta del colle, l’eroe si trovava sulla vetta del Campidoglio: attorno al quale i balconi dei tre splendidi palagi levati su da Michelangelo, ornati di tappezzerie, gremiti di dame e di cavalieri, abbelliti dalle bandiere tolte al nemico, facevano di sè lietissima mostra. Scorreva coll’occhio in ogni parte, e quivi pur leggeva in rapidi sensi scritto:[277] — Fiorisce ancor virtù, ardono i petti, sovreggia pietà, non son già spenti i romani affetti, spicca il romano valore. — In quella, ecco, a un cenno del Senatore, scoppiare lietissimi plausi e festosi saluti di tutto il popolo; ecco una bella musica di scelti strumenti agitare una marcia guerriera; ed al rintocco delle campane del Campidoglio rispondere in trionfo lo sparo degli archibugi, e l’incocciamento delle spade e degli scudi dei picchieri. Nel qual festoso armeggiare dopo essersi alcun poco dilettato, proseguiva il cammino per la piazza degli Altieri, la via de’ Cesarini e de’ Banchi, a Montegiordano ed a Ponte: sul cui passaggio il castello Santangelo di prospetto, spiegati i vessilli, sbombardò da ogni parte tutte l’artiglierie grosse e minute, con tant’ordine, e strepitoso echeggiamento sulle ripe del Tevere, che non si potrebbe facilmente raccontare.
Finalmente passando di Borgo, entrò nel palazzo del Vaticano per la porta maggiore, e scavalcato nel cortile, venne nella Basilica di San Pietro onorevolmente ricevuto dai canonici e da monsignor Patriarca di Gerusalemme loro vicario, che pontificalmente vestito il condusse seco innanzi all’altare. Colà esso e tutti gli altri del seguito, cantando devotamente a Dio lodiamo, resero alla divina maestà le grazie maggiori che potevano dei beneficî ricevuti.
Ma nell’uscir di chiesa eran là due camerieri del Papa presti a torselo in mezzo, e a condurlo su nel pubblico concistoro dei cardinali, alla presenza del Pontefice. Laddove essendo egli stato da tutti piacevolmente riveduto, ebbe poi dal Papa maravigliose dimostrazioni di stima e di gratitudine, con parole di così grande benevolenza e tanto calde di affetto, che i risguardanti ne stupivano. In fine congedato ogni uomo e rimasti soli Marcantonio e san Pio per lungo tratto a ragionare sopra i grandi successi di quel tempo, non potrebbe nè altri nè io ripetere il discorso onde le due grandi anime rivelaronsi scambievolmente i propri concetti. Vorrei che alcun mi dipingesse Marcantonio e san Pio nell’arcano colloquio: da un verone in lontananza il prospetto del mare; di qua, il ducal palagio di Venezia; di là, la reggia di Spagna: e qui presso alla grande basilica di Roma, un guerriero romano e un romano Pontefice che sorreggono il destino d’Italia, e difendono la fede e la civiltà dell’Europa.
Tornossene sull’imbrunir della sera in cocchio e privatamente Marcantonio alle sue case: ma come dopo così lieta e luminosa giornata non potevano aver luogo le tenebre; così fu tutta la città da un capo all’altro illuminata, con tante fiaccole, tanti fanali, e tanto fuoco sulle vie, nei balconi, e in mezzo alle piazze, che quasi al paro del giorno lucente e lieta invitava ogni uomo generoso a ricercar di fronte alla piazza degli Apostoli la casa dell’ammiratissimo Signore, e a ripetergli attorno le festose dimostrazioni di che pareva non potessero saziarsi. Nel vero il magistrato romano quell’istessa sera deliberava che la domane, ripetendo la medesima pompa, si dovesse accompagnare il vincitor di Lepanto a render le dovute grazie alla Madre di Dio nella chiesa senatoria dell’Araceli; e, a nuova mostra della tragrande allegrezza, dargli a spese pubbliche nella maggior sala del Campidoglio un lauto banchetto. Se non che, venuto il Senatore ad invitarlo, Marcantonio dissegli che siccome la spesa del convito non era ad altro che per onorarlo da vantaggio, ed egli già di troppo onorato teneasi, gli piacesse dispensare in pietose opere e in dote alle povere fanciulle della città quel danaro che da metter fosse nel convito. Ed essendo ogni sua volontà come legge dal Senatore ricevuta, insieme si consigliarono del modo ed ordine che si avesse a tenere nella esecuzione.
[13 dicembre 1571.]
Laonde provvedutamente rimisero la solennità dell’Araceli alli tredici dell’istesso mese. E venuto il dì posto di santa Lucia, il Senato e tutti gli ordini della città in lunga cavalcata andarono al palazzo di Marcantonio; e, presolo in mezzo, alla chiesa predetta del Campidoglio lo accompagnarono. Tra molte iscrizioni, ornamenti, e drapperie che dentro e fuori decoravano il tempio, si lodò molto la leggenda composta così dal Mureto:[278] — Quelle grazie che gl’imperadori pagani per la felice riuscita delle loro imprese rendevano vanamente agl’idoli sul Campidoglio, ora il vincitor cristiano salendo qua ov’è l’ara del cielo, al vero Iddio Cristo Redentore ed alla gloriosissima sua Madre per la gloriosa vittoria, religioso e pio le rende e protesta. — Col qual sentimento di vera fede tutti quei signori entrarono devotamente nella chiesa per assistere ai divini misteri, celebrati da un vescovo dell’abito di san Francesco, in mezzo ai ministri ed ai cantori della cappella papale. Ma come si fu letto il vangelo, ecco da ogni parte farsi silenzio, e riguardare tutti al pergamo, donde monsignor Marcantonio Mureto, facondissimo oratore di quell’età, per commissione del Senato, recitava una elegante e grave orazione latina pel ritorno di Marcantonio a Roma, dopo la vittoria riportata in naval combattimento contro i Turchi a Lepanto.[279] Il quale avendo con acconce parole dimostrato la grandezza dell’istessa vittoria sopra quei nemici che gonfi di tanta fortuna pensavano quasi sol con un soffio disperdere l’armata cristiana, ed occupare i porti, le isole, e tutta la riviera del mediterraneo, rammentava a ciascuno quanto poco alcuni mesi indietro sperato avrebbe di conseguirla. Talchè se pur i nemici se ne fossero andati a loro piacimento in Costantinopoli, se avessero sgombrato l’Adriatico e il Jonio, se lasciato togliersi qualche prigioniero o qualche galera, ognuno avrebbe dovuto, secondo la poca aspettazione, anche di quel poco chiamarsi contento. Ma che la potentissima armata si distruggesse, che dugento quasi galere si pigliassero; quarantamila turchi si uccidessero, e tanti prigioni, tante armi, tante bandiere venissero in poter degli alleati, niuno pensato avrebbe conseguire, e neanche desiderare.
Ora poi, diceva, tutto questo esser già fatto per la virtù sovrumana di tanti capitani valorosi, e di tanti prodi soldati, quanti colà combattendo avevano onoratamente vinto o erano gloriosamente caduti. A tutti doversi lode ed onore; ma a Marcantonio capitan generale della marineria romana, e general luogotenente della lega, doversene ancor più che non ne pensassero quelli stessi che più l’onoravano. Lui aver messi i fondamenti della lega, lui compiutala, lui prima d’ogni altro in Sicilia a sostenerne il peso, lui a parlar sempre nei consigli la miglior sentenza, lui a quietare le discordie sempre nascenti, lui a ricomporre in pace gli alleati, lui ad infiammare i soldati alla battaglia, e combattere nel maggior pericolo, e vincere con tanto maggior bravura quanto con minore ostentazione. A lui l’istesso don Giovanni, più che a ogni altro, aver dato pubblica testimonianza di gratitudine, chiamandolo consigliero, sostenitore e campione principalissimo della vittoria. Laonde, appellando dal pergamo Marcantonio medesimo, e sopra di lui chiamando gli sguardi di tutti, esortavalo a ripigliar le armi vincitrici, seguire il felice presagio del suo nome, e riscuotere la Grecia e la Palestina, Costantinopoli e Gerusalemme: confidando che come già il popolo eletto da lunga e faticosa schiavitù, sotto la scorta di lucente colonna, potè essere a dispetto dei suoi nemici liberato; così in quel tempo le nazioni cristiane d’occidente e d’oriente francate venissero dal giogo ottomano per la virtù di quella sublime colonna su che poggiava la difesa del Cristianesimo: affinchè a Roma, sede dell’imperio e centro della fede, nel pontificato del medesimo Pio, e per l’opera d’un romano campione, un altra volta toccasse la prima parte di così nobil trionfo.
In questa sentenza perorava il Mureto, e quantunque egli dovesse, a cessar gelosie come ciascun da se comprende, studiarsi di velare il suo pensiero rispetto al primato del Colonna; e tanto largheggiare in lode verso don Giovanni, da chiamarlo divin giovanetto; tuttavia non potè fare che non manifestasse chiaramente l’animo suo e la pubblica opinione di quel tempo, che appunto a Marcantonio dava il principal merito della vittoria. Perchè egli, degno rappresentante del romano Pontefice, pel senno, pel valore, per la fede e per l’età, posto in mezzo agli altri due e fatto arbitro, potè condurre l’uno e sostenere l’altro sino al termine glorioso: ove ancor più facilmente sarebbe arrivato, se fosse stata sua la prima autorità, e avesse potuto seguire il generoso volo senza ch’altri di qua e di là gli gravassero le penne. Iddio il volle premiato: niuno da lui in fuora ebbe il trionfo. Ed egli sempre prudentissimo, fattosi al gradino dell’altare, e quivi genuflesso, protestava doversi la vittoria riconoscere dalla mano di Dio. In segno di che offeriva di oro purissimo una imaginetta di Gesù risorto con la croce tra le braccia (simile a quella che Michelangelo aveva scolpito alla Minerva), posta in cima ad una colonna d’argento coronata ad oro, secondo che si vede negli stemmi della sua casa: e attorno al fusto i rostri delle galere in argento dorato, avendoci già scritto nella base:[280] — Al Cristo vincitore, Marcantonio figlio d’Ascanio, capitan generale dell’armata pontificia, dopo la insigne vittoria riportata sopra i Turchi, a memoria del beneficio. — Volle poi il Senato che a ricordare il gran fatto una simile colonna rostrata di marmo si ponesse nel palazzo dei conservatori al piano del cortile. Questa tuttavia rimane ove fu posta: l’altra andò al crogiuolo pel trattato di Tolentino.
Dopo di che, terminati gli uffici divini, si fecero venire in chiesa a processione sessantatrè donzellette, con la bella veste di panno rosso e il borsellin della dote. Sulla porta i fedeli del Campidoglio regalavano di tre giulî ciascun poverello che quivi era venuto per mercè. E Marcantonio lietissimo d’avere in ogni parte soddisfatto al debito suo, tornavasene alle sue case.
[31 dicembre 1571.]
XX. — A imitazione di Roma furono ripetute diverse feste in tutta l’Italia, e nelle Spagne eziandio. E mentre le arti belle, le dotte accademie, ed una turba di più che cento poeti, l’uno a gara dell’altro, tramandavano alla posterità la gloriosa e per tutti i secoli memorabil vittoria;[281] san Pio ordinava che nell’orbe cattolico dovesse essere festivamente ogni anno ricordata in quell’istesso giorno che da Dio Ottimo Massimo, per la intercessione della Vergine ausiliatrice dei cristiani era stata concessa; e la memoria tuttavia ne rimane nei fasti annuali della Chiesa, ove il successor di lui fecela scrivere per la domenica prima d’ottobre, sotto il titolo del Rosario, con che a solennità di culto e di processioni, per tutto il mondo ancor si celebra.[282] Volle pur san Pio che il glorioso successo di quella battaglia, secondo l’esempio dei predecessori, fosse scolpito sulle medaglie monumentali del suo pontificato. Di che per avventura molto avrei a dire, se non temessi increscere ai miei lettori. Niuno tuttavia vorrà darmi biasimo se con una di quelle per poco mi trattengo, a fine di ribadire i fatti, dichiarare le altre, ed esporre in tutte l’intendimento di quel grande che le volle conformi al suo pensiero condotte.[283] Questa medaglia da una parte semplicemente mostra l’immagine sua, a capo scoperto, e il solo nome — Pio V, Pontefice Massimo: — dall’altra dispiega tanta varietà e tanto movimento, che l’occhio a grande compiacenza vi si posa per discernere in essa tutta, quasi direi, la storia della grande giornata.[284] Il campo della medaglia è sul mare: alla sinistra le isole Curzolari, che per la loro lontananza non compariscono; di fronte, la vista di Lepanto, il golfo quivi aperto, i due castelli che ne difendono l’ingresso, e lo svolgimento delle due riviere, quinci l’Epiro, quindi la Morèa. L’ora si manifesta a chi nol sappia essere quella di sesta, cioè poco prima che si venisse alle mani; perchè non apparisce ancor segno di combattimento, Giannandrea non si è separato, le riserve stanno ancora addietro, nè sono arrivate le due galeazze a coprir la fronte della squadra gialla, ove come ho detto, non poterono essere se non a mala pena condotte nel momento della battaglia. L’ordinanza dell’armata cristiana è secondo narrano le storie, in cinque membri: avanti le galeazze; sulla linea le tre squadre del centro, della diritta, e della sinistra; appresso la squadra del soccorso: e tutte distribuite in bella mostra come esser dovevano poco prima di azzuffarsi co’ nemici. Ciò non pertanto la fantasia dell’artista, trapassando rapidamente dalle cause agli effetti, giugne di volo all’armata nemica che doveva esser vinta poco dopo dalla nostra; e ti mette sott’occhio la distruzione dei Turchi in tutta la squadra loro diritta, e in tutto il loro centro: ove più non si vede che il mare coperto di rottami. Non resta di loro altro che la squadra sinistra, e la capitana di Luccialì presta a fuggirsi per quel varco che gli schiuderebbe Giannandrea. Costui impari di qua come egli avrebbe dovuto tener sua posta; stia saldo sul bronzo laddove non volle stare sul mare: e sempre cogli occhi suoi veggasi avanti Luccialì in atto di prender gabbo dell’arti sue marinaresche, e di opprimere i Cristiani in quella parte abbandonati. L’anima nobile del Barbarigo, là sulla punta dell’ala da lui valorosamente comandata, si consoli: perchè al suo cospetto vanno dispersi i nemici. Don Giovanni non presuma: perchè nè il suo nome nè la sua persona vi è posta: e nè anche pigli gelosia, che niuno quivi gli è stato preferito. Marcantonio finalmente e tutti i prodi con lui riconoscono da Dio il beneficio: perchè attorno all’Angelo che scende dai cieli, con la spada ignuda a loro soccorso, sta scritto: — La destra del Signore ha fatto la prodezza. — Le altre medaglie in quel torno di tempo per questa istessa vittoria coniate, tutte sul campo medesimo, rimpetto a Lepanto, mostrano diversi abbattimenti di galere: ai quali sempre sovrasta la virtù, l’assistenza, e il soccorso di Dio; ed il motto pietoso: — La tua destra, o Signore, ha percosso il nemico. — Ciò è stato fatto dal Signore. — [285]
Ma all’ombra dei gloriosi allori invece di cader appassita, crebbe più che mai rigogliosa la trista semenza della gelosia con che si era dato principio all’alleanza. I Turchi, ha notato il Baronio, potevano esser vinti; ma non gli alleati aver concordia.[286] Alla corte di Spagna suonarono ingrate l’esultanze di Venezia e di Roma: la gran vittoria fece paura, come quella che cresceva troppo riputazione e forza all’emula repubblica: don Giovanni, quantunque vincitore e fratello del Re, fu colà biasimato e fatto segno a severe riprensioni per il gran rischio in che aveva posto la corona;[287] Giannandrea, per essersi due anni dimenato nell’armata ad impedir le battaglie, divenne sempre più caro: il general Sebastiano, per quel fatto delle Gomenizze, bisognò che cedesse all’implacabile livore di Filippo; e se ne tornasse degradato a Venezia:[288] e la virtù di Marcantonio, che era stata sin là riverita da tutti, e pur dai regî cortigiani commendata, quand’ebbe conseguita la vittoria a Lepanto e il trionfo a Roma, increbbe alla burbanza di costoro. Tant’onore a chi aveva sempre richiesto il combattere, e voluta una lega efficace, dolse a quelli ch’erano stati là per dar la mostra e pigliar la gloria. E sebbene san Pio avesse per giustizia consentito al senato e popolo romano di onorare il vincitore di quelli onori trionfali che addietro ho descritti; e per prudenza temperatane la pompa; talchè senza carro trionfale e senza corona d’alloro non mandasse nè ombra nè strepito alla corte di Spagna; ciò non pertanto alcuni di questa nazione, tanto più offesi quanto più loro se ne richiamava la propria coscienza, asprissimamente ne mormorarono, dicendo: che al solo serenissimo don Giovanni, perchè generalissimo della lega, si addiceva il trionfare.[289] Come se in Roma non si potesse onorare un Romano; o vero si dovessero i trionfi ai nomi superlativi e non alle sublimi virtù. E tant’oltre costoro spinsero la malignità da tentar col santo Pontefice che dinegasse al senato romano il trionfo di Marcantonio. Al che quantunque san Pio, indignato che gli si volesse imporre in casa sua, di niente mostrasse di voler loro consentire; non è però che essi non facessero legge perchè niuno Spagnuolo o seguace di Spagna non si facesse incontro alla venuta di Marcantonio, nè fosse spettatore delle feste volute fargli.[290] Questo sia detto perchè ciascuno intenda chiaramente gli umori della lega: e trovi eziandio non solo la verità sempre costante dal principio alla fine di questo libro; ma anche possa antivedere quel che narrare dovrò nel libro terzo, rispetto ai frutti che si raccolsero dalla grande battaglia.
LIBRO TERZO.
LA GUERRA DI GRECIA, E LO SCIOGLIMENTO DELLA LEGA.
SOMMARIO DE’ CAPITOLI.
I. — Speranze dei Cristiani, e avvilimento dei Turchi. — Gelosia tra gli alleati. — Conferenze degli Ambasciatori a Roma. — Contesa sugl’interessi. — Vorrebbero gli Spagnuoli fuorviare la guerra in Africa. (Gennaio 1572.)
II. — Pio V vince le difficoltà. — Si delibera la guerra di Grecia. — Provvisioni di Marcantonio. — Levata delle fanterie. — Torquato Conti ad Otranto. — Michele Bonelli, Cencio Capizucchi. — Lettera circolare. — Gli altri capitani sull’armata del Papa. — I Romani su quella di Venezia. — Le galere di Civitavecchia e di Livorno. — Infermità e morte del Pontefice. (1º maggio.)
III. — Lutto della Cristianità. — Turbamento della Lega. — Il Granduca ritiene le galere. — Lettera dei Cardinali a Cosimo. — Armamento nello Stato. — Lettere al castellano di Civitavecchia per mettere in punto tre galere. — Conclave ed elezione di Gregorio XIII. (13 maggio.)
IV. — Marcantonio richiamato a Roma. — S’imbarca coi suoi, a Gaeta. — Naviga a Messina. — Don Giovanni e i Veneziani. — Iacopo Foscarini generale al luogo del Veniero. — Doppiezza.
V. — Don Giovanni si rifiuta a partire. — Scuse de’ suoi. — Indignazione pubblica. — Giudizio d’ogni maniera di persone. — Condotta ed opinione di Marcantonio. — Contraddizioni degli Spagnuoli. — Concedono ventidue galere ai Veneziani. (1º luglio.)
VI. — Marcantonio favorisce questa risoluzione. — Ordini di don Giovanni. — Scrittura di S. A. perchè si combatta. — Partenza di Marcantonio da Messina. (7 luglio.) — Giunge a Corfù. (13 luglio.) — Querele dei Veneziani. — Prudenza di Marcantonio. — Avvisi dell’armata nemica. — Luccialì capitan generale, sue forze e suoi disegni. — Consiglio dei nostri. — I Veneziani richiedono la partenza verso la Grecia. — Marcantonio conduce l’armata alle Gomenizze. — Rassegna. (22 luglio.)
VII. — Artifizio spagnuolo. — Impedimento al procedere di Marcantonio. — Don Giovanni riceve l’ordine di muovere per la Grecia. — Sua lettera a Marcantonio. — Si fermi, e vada avanti. — Contraddizioni di S. A. — Ragionamento dei Veneziani. — Modestia di Marcantonio. — Continua il viaggio. — Lettere di Marcantonio a don Giovanni. — Sdegno degli Spagnuoli. — Minacce di don Giovanni. (30 luglio.)
VIII. — Turbamento degli altri generali. — Marcantonio scioglie dalle Gomenizze. — Arriva alla Cefalonia, al Zante, al Cerigo. (1º agosto.) — Posizione dell’armata nostra. — Notizie dell’armata nemica. — Nota delle galere dei Turchi. — Falso allarme. — Marcantonio in battaglia a capo Maléo. — Postura alle Dragoniere. (3 agosto.) — Avvisaglie del quattro agosto a capo Maléo.
IX. — Luccialì spunta da capo Maléo. — Si accosta all’isola dei Cervi. — Rivolge la faccia a Marcantonio. — Aspetta il ponente per venir sopravento ad investirlo. — Marcantonio muta l’ordinanza. — Mette le navi sulla sinistra per riceverlo tra due fuochi. — Falla il ponente. — Marcantonio profitta dello scirocco per andarlo a trovare. — Ordinanza da tenere insieme le navi e le galere. — Luccialì dà in dietro. — Cessa il vento. — Marcantonio animoso e prudente. — Ordina i rimburchi. — Va con le navi e con le galere. — Principia il combattimento. — Fuga vergognosa di Luccialì. — Marcantonio padrone del campo. (7 agosto.)
X. — La notte. — Ordine dell’armata cristiana appresso a Luccialì. — Dispacci di Marcantonio a don Giovanni. — Ritorno al Cerigo. — Alcuni capitani violatori della disciplina. — Falso allarme. — Disordine di alcune galere. — Provvedimento di Marcantonio. — Dissimula per non punire gli Spagnuoli. — Luccialì comparisce verso capo Matapan. (8 agosto.) — Marcantonio accorre per cuoprire don Giovanni. (9 agosto.) — Navigazione notturna. — Dispute per andare a sua Altezza. — Proposta di Marcantonio. — Replica dei Veneziani. — Ragioni segrete. (9 agosto.)
XI. — Partenza nella notte con tutta l’armata. — Scontro coi Turchi. — Una nave Veneziana s’accosta per errore ai nemici. — Contrasto attorno a quella. — Luccialì l’abbandona e Marcantonio la libera. — Sfida il nemico a battaglia. — Luccialì accetta. — Giornata del 10 agosto a capo Matapan. — Cannoneggiamento tra le due armate. — I nostri mettono in fondo cinque galere turche, e sette fuori di combattimento. — Confusione dei nemici. — Il Soranzo e Marcantonio, lasciate le navi, si avanzano per investire. — Non sono seguiti dagli altri. — Pertinacia del Canaletto. — Il nemico si rifà, e i nostri si confondono. — Pericolo dell’armata cristiana. — Risoluzione di Marcantonio. — Rimette l’ordinanza. — Torna alla carica. — Artificî di Luccialì per tirarsi indietro. — Incalzato, fugge vilmente. — Marcantonio lo perseguita. — Mutato il vento, torna al Cerigo. — Doglianze di Marcantonio, e sue parole ai mancatori. — Considerazioni sulle navi. (10 agosto.) — Consiglio per congiungersi con don Giovanni. (14 agosto.) — Partenza. — Arrivo al Zante. (16 agosto.) — Avvisi di don Giovanni che quivi l’aspettassero. — Epilogo dei fatti di Marcantonio, durante il suo comando.
XII. — Disordini degli Spagnuoli. — Consiglio privato di don Giovanni. — False relazioni di Pietro Pardo. — Veraci ragguagli di don Alonso. — Marcantonio al Zante, e don Giovanni a Corfù. — Il primo s’affatica condurre i Veneziani incontro al secondo, sino alla Cefalonia. — Questi comanda che si riducano a Corfù. — Lettera di don Giovanni a Marcantonio. — Indignazione de’ Veneziani, risentimento di Marcantonio. — Obbedienza. (16 al 31 agosto.)
XIII. — Arrivo di Marcantonio a Corfù. — Mal animo di don Giovanni. — Magnanimità del Colonna. — Brano di lettera al Secretario di stato in Roma. — Lettere al Re, ed al Papa. — Considerazioni. — Sentenza. — Consigli. — Ragionamenti di Marcantonio contro i timidi disegni. — Rincalzo sul condurre all’impresa le navi e le galere. — Deliberazione. (6 settembre.)
XIV. — Partenza. — Rifiuto dei Veneziani di ricevere a bordo soldati spagnuoli. — Insistenza di don Giovanni. — Ragioni delle due parti. — Ripiego di Marcantonio. — Le fanterie del Papa sulle galere veneziane. (7 settembre.) — Rassegna dell’armata. (11 settembre.) Navigazione da Corfù alla Cefalonia. — Notizie dei nemici. — Ardore dei nostri. — Lentezza degli Spagnuoli. — L’armata dà fondo alle Stanfani. (16 settembre.) — Parole libere del Foscarino. — Parere di Marcantonio. — Deliberazione del consiglio, per essere la dimane all’isola della Sapienza. (16 settembre.)
XV. — Navigazione della notte. — Gravità del successo. — Dubitazione degli scrittori. — La costa di Morèa, Navarino, Modone, il Prodàno e la Sapienza. — L’armata Turca divisa in due parti. — L’armata cristiana invece di essere la mattina alla Sapienza è condotta al Prodàno. — Giudizio imparziale di questo fatto. — Gli alleati perdono la più bella occasione. — I Turchi di Navarrino fuggono verso Modone. — Poca caccia di don Giovanni. — Marcantonio lo stimola. — Sceglie venti galere per inseguire il nemico. — Impedito da don Giovanni. — Va solo. — Oltraggiato. — Riconosce la fuga del nemico. — Lo raggiugne. — Nove galere contro lui solo. — Soccorso. — Prodezze di Marcantonio sotto Modone. — Lentezza di don Giovanni. — Il nemico opera la sua congiunzione. (17 settembre.)
XVI. — Don Giovanni arriva vogando a’ quartieri. — Cosa fosse. — Difficoltà d’assaltare Modone. — L’armata si sbanda. — Marcantonio torna a riconoscere la piazza. — Perseguita quattordici galere. — Esce fuori Luccialì. — Pericolo dei nostri. — Avvisaglia lontana. — Giolito. (17 settembre.) — La disfida del dì seguente. — L’acquata. (18 settembre.) — Ritorno a Modone. — Tutto il consiglio sulla Capitana del Papa a riconoscere la Piazza. — Parere degli Spagnuoli per tornare al Zante. — Risposta dei Veneziani. — Marcantonio propone entrare a viva forza nel porto, e distruggere l’armata nemica. — Sue ragioni. — Stato di Luccialì. — Difficoltà dei collegati. — Altro ripiego di Marcantonio. — Sua fecondità di partiti. — Opinione del marchese di Trevico. — Risposte dei Veneziani. (19 settembre.)
XVII. — L’architetto del duca Cosimo, e la sua macchina. (25 settembre.) — L’arrivo delle navi, e la mancanza della panatica. (27 detto.) — Impresa di Navarrino. (30 detto.) Assedio. — Disordine e ritirata. — Marcantonio sbarca per difendere le spalle di quei signori. (5 ottobre.)
XVIII. — L’esercito rimbarcato. — Anniversario della gran giornata. (7 ottobre.) — Avvisaglie intorno ad una nave Veneziana. — Presa una galera di Turchi. — Notizie dei nemici. — Mancanza di viveri tra i nostri. — Deliberazione pel ritorno. — Lettera di Marcantonio. — Considerazioni. — Naufragio di una galera del Papa. — Arrivo alle Gomenizze. — Navi, soldati e vittovaglie quando non era più tempo. — Il duca di Sessa e Giannandrea sollecitano don Giovanni a ridursi in Sicilia. — Ciascuno ai suoi porti.
XIX. — Don Giovanni a Napoli. — Marcantonio in Spagna. — Il Re Filippo motteggia. — Indignazione dei Veneziani. — Pratiche per la pace col Turco. — Intanto apparecchi di guerra a Venezia ed a Roma.
XX. — I deputati al congresso. — Artifizj degli Spagnuoli. (1573.) — Costanza dei Cardinali. — Domanda dei Veneziani. — Deliberazioni del congresso. — Freno a don Giovanni, accrescimento dell’armata, e principio della campagna pel fine di marzo. — Al primo di aprile niuna esecuzione. — Capitoli di pace col Turco. — Fermati a Venezia il tre di aprile. — Ragionamento del Doge col nunzio del Papa. — Parole quiete del re Filippo. — Conseguenze. — Disarmo. — Marcantonio ottiene licenza. — Suoi meriti riconosciuti da popoli e da principi. — Non dagl’invidiosi. — Sua lettera al Re. — Suoi persecutori. — Muore avvelenato in Spagna. — Fine.
LIBRO TERZO
LA GUERRA DI GRECIA, E LO SCIOGLIMENTO DELLA LEGA. [1572-1573.]
[Gennaio 1572 ]
I. — Pensava il mondo che la vittoria di Lepanto tanto maggior frutto portar dovesse ai vincitori, quanto incomparabilmente più d’ogni altra che per i tempi passati ricordar si potesse, era stata gloriosa, decisiva, e compiuta.[291] I Greci erano in punto di levarsi per tutto l’Oriente, i Turchi sbigottiti stavano aspettandosi la caduta dell’imperio, il Sultano confuso tornava precipitosamente dalle provincie a guardar la capitale, e la plebe musulmana a quei Franchi, che aveva sino allora disprezzati, s’inchinava pubblicamente; e loro confidava le più preziose sostanze, per salvarle dal sacco, che temevano da un giorno all’altro imminente.[292] Gli Occidentali dall’altra parte niuna cosa più rivolgevano per la mente che battaglie e conquiste: cacciare i Turchi dall’Europa, svellere dalle radici la pirateria africana, rimettere in piedi l’imperio di Grecia, riscuotere la Palestina, liberare Gerusalemme, impedire la temuta rovina dell’Ungheria e della Polonia, ed ogni altra impresa, quantunque ardua, stimavano che dovesse, dopo così felice cominciamento, riuscire. Ciò non pertanto dalla grande vittoria nostra (che pur fu principio del dichinamento in che è venuto l’imperio turchesco) non si cavò allora niun frutto: perchè ad onta dell’opinione pubblicamente tenuta dagli amici e dai nemici, contro il corso ordinario degli eventi, ed oppositamente agli interessi comuni del Cristianesimo e dell’Italia, vi fu chi si adoperò a contrariarlo. Questa sola ragione, già nota ai miei lettori, quantunque studiosamente ricoperta dietro le cortine dei gabinetti, e poco eziandio potuta o voluta vedere dagli storici timidi o parziali, pur rilevasi da tutta l’orditura dei fatti precedenti e seguenti, e dalle carte secrete degli archivî. Questa sola ragione, dico e ripeto, può chiarire gl’intricati successi con che si passarono gli altri anni dell’alleanza.
A vedere insieme Spagnuoli e Veneziani pareva che dovessero essere in grande amicizia tra loro; ma nel secreto nudrivano gli uni contro gli altri odio più acerbo che non contro i Turchi.[293] Ed il fuoco occulto delle passioni, rattizzato dalle continue querele, e più che mai scosso dal soffio della recente vittoria, divampava qua e là in fiamme di sdegnose parole. Imperciocchè gli Spagnuoli, generazione d’uomini gonfia e burbanzosa, dispettando la semplicità e sottigliezza dei Veneziani, ne spregiavano il costume, la milizia e l’armata; altamente sentivano e parlavano di sè; tutto il vanto della giornata davano ai capitani, ai soldati e galere loro. Ed i Veneziani non sapendosi passare di tanta arroganza, e forse anche travalicando i limiti della giusta indignazione, riforbivano le lingue a narrare i loro meriti, e le altrui magagne. Contrapponevano alla tardanza di don Giovanni la prontezza del Veniero; alla fuga o al tradimento di Giannandrea, le prodezze e la gloriosa morte del Barbarigo; alla infingardaggine del Davalos, capitan delle navi spagnuole, la bravura di Francesco Duodo, duce delle galeazze veneziane; ai timidi consigli dei tutori di sua Altezza, il deliberato parere dei provveditori di san Marco: e dimostravano che la battaglia e la vittoria erano state, non a diletto ma a dispetto degli Spagnuoli: essendo che per quant’era da loro non avrebbero voluto combattere per non vincere. Il governo di Venezia oltracciò mirava apertamente non solo a ricuperare Cipro e Negroponte, ma ben anche a mettere altri ordini di dominio nell’Epiro e nella Grecia: e la corte di Madrid, che non poteva nè per i capitoli della lega, nè per la distanza delle regioni, aver parte a siffatti guadagni, pativa troppo a dar mano perchè l’abborrita rivale se ne facesse padrona. Bisognavale piuttosto averla avvilita e fiacca, che gagliarda e vittoriosa.[294] Così gli alleati di gloria, d’imperio e di virtù, nella marineria, nella milizia e nei gabinetti contendevano.
Ma in Roma sotto la fede di Pio V si facean pratiche per coprire gli oltraggi, quietare gli sdegni, e promovere la concordia: a pur ottener che tutti insieme si volgessero al pubblico beneficio. Da questo centro, ove era più pura l’intenzione e più sincera la pietà, partivano consigli generosi ed efficaci rimedj per condurre sulla diritta via a termine salutare la scontorta machina della lega. Perciò, volendo a un tempo crescerle forza e ripararne i difetti, pensò il Papa rinfiancarla coll’imperadore de’ Romani, e col re di Francia, e di Portogallo; invitandoli a mettersi di accordo per così giusta ed util guerra. Ma quantunque si brigassero a Vienna e a Parigi i due cardinali Commendone e Bonelli, a questo intendimento mandativi dal Pontefice, non si potè conseguir nulla di rilevante.[295] Massimiliano, dopo la gran battaglia navale, non avendo più paura del Turco, schermivasi dai colpi maestrevoli del Commendone: e Carlo, dicendo che sarebbe venuto nella Lega quando ci fosse entrato Cesare, si scusava: prometteva però con molta solennità di parole e magnificenze di regî segni al Bonelli, che, sebbene dovesse far risentimento di certi oltraggi ricevuti dal re di Spagna; pure vivendo il Pontefice, non avrebbe mai mosso l’armi contro di lui, nè in alcun modo disturbata la lega. Di Portogallo si ebbero molte promesse, e nulla più.[296]
Così al principio del settantadue non furono in Roma a trattar le sorti della futura campagna altri ambasciadori se non quelli stessi del re Filippo e dei Veneziani: i quali sembrava pur che non avessero modo ad accordarsi insieme altrimenti che nel trovare ogni dì nuovi capi di questioni senza fine, se l’autorità del Pontefice mediatore, appo gli uni e gli altri sommamente valevole, non le avesse terminate.[297]
Per dirne quel tanto che basta, comincerò dai Veneziani: i quali primamente proponevano che si vedessero i registri delle spese, e per giustizia si restituisse alla repubblica il denaro cavato al di là del debito suo. Laddove gli Spagnuoli scaltritamente entrando con loro nell’irto spineto del lungo e minuto bilancio, tanto li ravvolgevano in cento digressioni sulla passata economia da mandar quasi in oblio i provvedimenti della guerra da farsi. Il Pontefice però che intentamente vegliava sopra i negoziatori, e più d’ogni altro sentiva l’importanza del trattato, e però il danno che dalle altrui passioni gli veniva, per ovviarvi, proibì a quei signori di fermarsi punto sulle cose passate senza aver prima concordato delle future. Ma qui pure si fece campo a discordie e a strani infingimenti. Qui si erano a grand’arte provvisti e trincerati gli Spagnuoli. Avevano tra loro deliberato, e con molte maniere di ragionamenti persuaso a sè stessi, e non dubitavano di poterlo persuadere anche agli altri, di smettere la guerra di Grecia, e di rivoltarla in Africa. E ciò ostinatamente richiedevano per comprimere la oltracotanza dei pirati, e per rilevare la Spagna dalle loro molestie. Trovato bellissimo a mantener la guerra, a perdere i frutti della vittoria, ed a consumare i Veneziani. Questi però si opponevano a siffatto tranello, richiamandosi al capitolo quarto della Lega, e all’obbligo di esser tutti colà ove Turchi e barbareschi, molestavano insieme, non con parziali ladronecci, ma con guerra guerreggiata i possedimenti di una tra le potenze alleate. Richiedevano la difesa di Candia, la riscossa di Cipro, l’impresa già bene incominciata di cacciar fuori il Turco dall’Europa, e francare per sempre l’Italia e la Cristianità dal timore dei barbari. Schiacciato il capo dei nemici a Costantinopoli, dicevano, cadrebbero da sè le membra troppo slogate del mostruoso imperio nella Libia: al contrario i pirati, quantunque percossi, rileverebbersi più che mai formidabili se al loro capo si lasciasse il vigore di ravvivarli. Allora gli Spagnuoli, ribattuti sino alle trincee, voltavano la faccia, e si rifacevano all’assalto da un altro lato: dicevano che non si poteva andare tanto innanzi nella Grecia senza l’aiuto dell’imperadore dei Romani, il quale non si sapeva ancora se volesse o no entrare nella lega. E i Veneziani, che non cedevano in destrezza e avvantaggiavano nella giustezza dei tiri, rispondevano che Cesare più facilmente si metterebbe con loro se li vedesse venire avanti verso di lui, che non se li sentisse andare in dietro verso l’Africa. Quindi i primi abbassavano l’armi; e come se volessero capitolare, proponevano con molta dolcezza, che, stando Cesare irresoluto, si potrebbe almeno lasciare in arbitrio dei tre generali il decidere quando e come meglio metterebbe il voltarsi a Levante, o a Ponente: facevano secretamente ragione di poter tirare ogni cosa a quest’ultima parte coll’autorità di don Giovanni e con lo stringervi Marcantonio. Ma gli altri, fiutata la malizia, rilevavano in alto le armi della capitolazione, dicendo doversi osservare quelle leggi che si erano con solennità di sacramento stabilite; nè concedere a niuno, fossero pure i tre generali, la facoltà di violarle.[298] I primi allora querelavansi che la Repubblica volesse dominare a suo talento, e togliere per sè ogni vantaggio: i secondi che si tentasse ingannarli, e toglier loro il frutto della vittoria. E gli uni e gli altri da questo a quel ragionamento trapassando, senza fermarsi mai, dopo il giro di due mesi si restavano nell’incertezza del primo giorno: nè si vedeva alcun segno di conclusione.
[Marzo-Aprile 1572.]
II. — Allora san Pio, contrappesate le opposte sentenze, e veduto che da una parte era doppiezza e pubblico danno, e dall’altra lealtà e comun beneficio (sebbene accidentalmente congiunto con la privata utilità di chi lo sosteneva) pronunciò l’arbitramento, conforme al vigesimoterzo capitolo dell’alleanza, che fu da tutti di buona o mala voglia ricevuto.[299] Con questo restarono decisi i quattro punti di maggior controversia: primo, all’entrante di aprile l’armata tutta si troverebbe a Corfù; secondo, la guerra si farebbe nella Grecia; terzo, là e non altrove si governerebbero le imprese col voto dei tre generali; finalmente ciascuno accrescerebbe a poter suo il numero delle galere, e tutti insieme per la rata parte condurrebbero sull’armata trentaduemila fanti, cinquecento cavalli, trenta cannoni da batteria, munizioni all’avvenante; e terrebbero un campo di dodici mila fanti ad Otranto, sia per rinforzar l’armata, sia per traghettarli quando che fosse in Grecia. Ciò fermato, e tronche per la diligenza ed autorità sua infinite altre questioni, si venne a sottoscrivere i detti ordini per la campagna dell’anno mille cinquecensettantadue. I Veneziani palesemente gioivano sperando gran fatti: e gli Spagnuoli in segreto sogghignavano, sapendo di aver loro dato parole di soddisfazione in carta, purchè continuassero a consumarsi nella guerra.[300]
Marcantonio ebbe ordine di allestirsi alla partenza. Sapeva bene quanta invidia fosse cresciuta dalla plebe dei cortigiani sino al trono di Filippo contro di sè.[301] Sapeva le querele tra Spagnuoli e Veneziani, e pensava come, dovendo star tra loro nel mezzo, sarebbe stato afflitto o dalle esorbitanze degli uni, o dalle esigenze degli altri. Ciò non pertanto, ripigliato animosamente il governo della spedizione, e pronto a soffrire tutto anzichè fallire alla fiducia del Papa, si dette a provvedere quello che bisognava per la campagna. Prima deputò ad Otranto Torquato Conti e Gentile Sassatelli, nobilissimi romani e prodi condottieri, con duemila fanti che esser dovevano la parte del Pontefice in quel campo.[302] E trovandosi poco soddisfatto di Onorato Gaetani per la provvisione dei soldati, quantunque marito dell’Agnesina Colonna sua sorella, gli tolse il generalato delle fanterie,[303] e in suo luogo pose Michele Bonelli; che, avendo molto valorosamente combattuto a Lepanto, per la sua virtù e per l’autorità che gli dava la parentela e benevolenza del Papa, stimava molto a proposito per quel carico. Aveva altresì destinati i nuovi capitani a far levata di fanterie sotto la direzione di Cencio Capizucchi mastro di campo generale, cui spacciò con amplissima autorità nelle provincie, datagli tra l’altre una lettera di bando a tutti i governatori e magistrati secondo suo usato in questi brevi concetti:[304] «Molto magnifici Signori. Roma, 15 gennaro 1572. Il signor Cencio Capizucchi viene per servigio di Nostro Signore e per ordine mio a fare scelta delle fanterie che sono necessarie in questa nuova spedizione per l’armata di Sua Santità, come vedranno le Signorie vostre per la sua patente. Et perchè appresso li ragionerà di alcune cose toccanti all’honore et riputazione di codesta Comunità et beneficio e comodo delli soldati, li prego a credergli come farebbero a me medesimo, et favorirlo in tutto quello che da lui saranno richiesti per questa causa: et alle signorie vostre mi raccomando et offero: «Marcantonio Colonna.»
Quindi spedì la patente al capitan Girolamo Mariotti di Fano, perchè mettesse la sua compagnia nella Marca d’Ancona: alli venti diè la condotta a tre altri capitani; Filippo Contucci da Matelica, Concetto Matteucci da Fermo, e Giulio Sanfrèo da Urbino: alli nove febbrajo diputò ajutante del Capizucchi il capitano Aurelio Alavolino di Macerata, e non guari dopo scrisse nel ruolo dei suoi capitani Andrea Càrdoli da Narni, Vincenzo Olivieri di Pesaro, Orsino Ferrari e Rutilio Conti di Roma, Marcello da Bologna, Filippo da Civitavecchia, Flaminio Brandolini da Forlì, Pierjacopo da Nocera, don Cesare Caraffa napoletano pronipote di papa Paolo, Vincenzo Galeotti di Roma, Francesco Marcia Signorelli di Perugia, Bastiano Bandini, e Pellegrino Sinibaldi di Osimo.[305]
La gioventù animosa intanto, ed i soldati che avevano già prima militato, senza ripensare altrimenti alle durezze della passata milizia, così prontamente concorsero a scriversi nelle nuove compagnie, che in pochi giorni ebbero pieni i ruoli: non solo dell’armamento papale, che era di duemila fanti e trecento nobili venturieri; ma anche dei battaglioni che i Veneziani, come sempre, così allora traevano dallo Stato.
A me piace ricordare che nel presente anno quasi dieci mila statisti militavano all’armata sotto la bandiera di san Marco, guidati da quattro colonnelli o mastri di campo, che erano Paolo Orsini di Roma, Prospero Colonna di Roma, Claudio della Penna di Perugia, e Fabio Pepoli di Bologna: oltre ai quali erano quivi pure i capitani Carlo da Perugia, Gasparo d’Ascoli, Lorenzo Narducci di Macerata, Pier Filippo da Scapezzaro, Signorello da Perugia, Nardo da Bevagna, Ferro Romano, Costantino da Viterbo, Bartolommeo da Montesanto, Giovanni Brancadoro da Fermo, Ruggero della Fara, Orazio Bordandini da Faenza, Francesco Coppoli da Perugia, Baldassar d’Assisi, Angelo Romano, Giulio da Spoleto, e Luigi Pepoli da Bologna.[306] Similmente il Contarini, e in più luoghi anche il Sereno, ricordano i seguenti capitani da unirsi a quelli che ho nominati avanti. Pasotto e Camillo Fantuzzi da Pesaro, Cesare Crotti e Giammaria Riminaldi da Ferrara; il conte Cesare Bentivoglio, conte Bonifacio Bevilacqua, Antonio Ercolani, Alessandro e Paolo Zambeccari da Bologna; Ottaviano, Bonifacio e Annibale Adami da Fermo, Alfonso Vitelli da Castello, Ortensio Palazzi da Fano, Roberto Malatesta da Rimini, Soldatelli da Gubbio, Ascanio da Civitavecchia, conte Jacopo da Corbara di Orvieto; Pietropaolo Mignanelli, e Ludovico Santacroce di Roma.[307]
[1 maggio 1572]
Al tempo stesso si trovavano già pronte al navigare in Civitavecchia le tre galere quivi armate dai ministri del Papa, e se ne aspettavano altre undici da Livorno. Le fanterie marciavano dai loro quartieri verso la marina, e Marcantonio era sul punto di uscir di Roma, quando Pio Quinto rifinito dalle lunghe molestie ed affannose cure del pontificato, nè potendo oltre reggere il peso delle abituali sue infermità, oppresso più dalle fatiche che dagli anni, dopo alquanti giorni di acerbissimi dolori pazientemente tollerati, tra i conforti della religione raccomandando agli astanti cardinali le cose della Chiesa e della lega, santamente il dì primo di Maggio addormentossi nel Signore. Uomo per innocenza di costumi, grandezza di animo, e studio di pietà degno di esser a quei sommi Pontefici dei primi tempi comparato, cui la riverente posterità per le virtù e santa vita tenne e terrà sempre in venerazione.[308]
III. — Restò tutta la Cristianità e più d’ogni altro il popolo romano compreso da tanto dolore quanto mai per molti anni innanzi non se ne era sentito per morte di pontefice, o per qualunque altra pubblica calamità. Così grande era la estimazione e l’amore in che tutti l’avevano; e così pure cruccioso il perturbamento imminente agl’interessi della lega. Cadevano le speranze, esultavano i nemici, crescevano le gelosie, e don Giovanni, consapevole del fatto, che solo per l’autorità di Pio stava in piedi l’alleanza, s’udiva esclamare: Or ch’è morto mio padre (così per affetto pietoso chiamarlo soleva) non ho speranza di far mai più nulla di bene.[309] Nel vero il grave corpo della lega perduto avendo il suo capo, e quasi direi l’anima sua, stava prosteso senza moto, senza disegni, e da ogni parte oppresso da nuove difficoltà. Tuttavia i cardinali, fermi nel proponimento di non mancare al debito loro nel favorire e mantenere la guerra, giovandosi di quel denaro, che contro l’opinione di ciascuno aveva Pio lasciato in Castello per la continuazione della medesima, ottocento mila ducati di moneta coniata e il compimento di un milione e mezzo in assegnamenti sicuri,[310] coll’autorità del loro collegio in Sede vacante, confermarono Marcantonio nel generalato: e prima che nel conclave si chiudessero, gli ordinarono di mettere in assetto le galere di Civitavecchia, affrettare la venuta delle fiorentine, imbarcar le fanterie, e partir per l’armata. Ma si aveva a trattar col Granduca: il quale, sebbene avesse capitolato per la condotta delle galere con papa Pio,[311] pure in Sede vacante stava dubbioso, e andavasi scusando di non averle in ordine. Temeva la lunghezza del conclave, le qualità di qualcuno dei papabili, segretamente se la intendeva con gli Spagnuoli, e poco amava i Veneziani.[312] Di che i cardinali comandarono a Marcantonio che scorresse di presente a Firenze per levare le difficoltà: e scrissero a Cosimo eziandio più lettere per aver le galere, confermandogli quanto da Pio gli era stato promesso; con amplissima dichiarazione e firma di tutti loro, che chiunque fosse per riuscir Papa sarebbe per fare il medesimo. Una di queste lettere, che meglio d’ogni altro discorso mostra lo stato di questa bisogna, stimo pregio dell’opera il produrre qui volgarizzata in questa forma.[313]
[6 maggio 1572.]
«Al Granduca di Toscana. — Noi per divina misericordia Vescovi, Preti, e Diaconi cardinali eccetera: Dilettissimo ecc. Abbiamo jer l’altro spedite in diligenza per un corriere espresso le nostre lettere alla Vostra Nobiltà, con molte ragioni e maggior premura pregandola a mandar quanto prima in Civitavecchia quelle galere che può, e quante più ne può; affinchè a noi sia dato il modo di imbarcar le fanterie della sede Apostolica chè stanno già pronte, e nulla più aspettano che l’imbarco. Poi per le lettere scritte dalla istessa Vostra Nobiltà al cardinale Alessandrino collega e fratello nostro abbiamo apertamente veduta la vostra buona volontà verso la felice memoria di Pio Quinto Pontefice Massimo, e non dubitiamo che quella sia per durare al modo stesso verso di noi e verso questa Apostolica Sede per tutto ciò che risguarda la conservazione della sua dignità, massime negli affari di questa santa spedizione contro gl’Infedeli. Noi certamente ci siamo ripromessi da Voi gran cose ancor prima che le lettere di costì ci manifestassero la cura e la diligenza che Voi mettete grandissima nell’aver tutto in pronto. Nondimeno il pensiero di questo sommo e gravissimo negozio, dal quale principalmente dipende la salute di tutta la cristiana repubblica, tanto ci commove e sollecita che non possiamo quietarci con le sole parole, ma ci bisogna vedere i fatti e le galere; se non tutte almeno parte: e questo per molte e gravi ragioni che alla Vostra Nobiltà per la sua singolar prudenza possiamo confidare. Primo, perchè qui si tratta della dignità della Sede Apostolica, convenendosi che, come fu la prima a guidar gli altri nel patto della sacra alleanza, così ancor lo sia nell’eseguirlo. Di più il nostro dilettissimo nel Signore Giovanni d’Austria, avendo già l’armata sua in ordine, scrive lettere pressanti per avere senza indugio queste milizie e queste galere. Similmente i Signori Veneziani non ristanno dall’adempiere tutti gli obblighi loro, e già cominciano a chiamarsi gravati perchè tante forze e così gran mole di guerra debba rimaner sospesa ad aspettare le poche galere che mancano. S’arroge il sospetto che gli stessi Veneziani pigliano di questo ritardo, come se non fosse a cuore della Santa Sede il perseverare nella sacra alleanza; la qual cosa a noi che vedemmo già l’ardore della felice memoria di Pio Quinto, e l’ardor nostro sentiamo, riesce più che dir si possa molestissima: e ci duole all’anima, che essi, o altri, ancorchè nel loro secreto e per solo sospetto, pensino tale indegnità di noi. D’altronde però non ci sembra aver modo a poterci scusare, essendo già passato il tempo prescritto: e quando avrebbe l’armamento nostro dovuto esser fornito nel mese di aprile, ci troviamo già valichi alcuni giorni di maggio senza alcuna conclusione; e quel che è peggio menati a più lunghi indugi. E neanche sminuisce il nostro cordoglio, nè resta salva la nostra dignità, per quel che forse potrebbe dirsi degli altri principi confederati; come se non fossero in punto, nè avessero adempiuto agli obblighi loro: perchè, dato pur che ciò sia vero, ne avremmo gravezza e molestia per cagione del pubblico danno: ma infinitamente più molesto e più grave ci sarebbe se avessimo col nostro esempio a dare agli altri un buon pretesto a cavarne le mani. Deve anche attendersi provvedutamente a questo, che se le galere della Vostra Nobiltà tardassero non diciamo pochi giorni, ma poche ore, eccoci sopra un grave ed imminente pericolo che le armate degli altri collegati senza aspettar la nostra si sciolgano, e se ne vadano ciascuna a suo talento ad imprese di poco conto, e preparino quelle perniciose conseguenze che alla vostra prudenza lasciamo considerare.[314] E nè anche si deve preterire come tra pochi giorni ci avremo a chiudere nell’apostolico conclave per la elezione del nuovo Pontefice; laddove impediti da più alto affare non ci verrà concesso l’attendere a questo. Finalmente l’istessa stagione ci fa sentire il tempo opportuno alle imprese, nè ci permette di lasciarlo trascorrere a vantaggio dei nostri nemici e a nostra ruina. Questa fatta incomodi e danni non possono ripararsi che col rimedio della prestezza. Laonde noi non contenti delle lettere già scritte alla Nobiltà Vostra (dappoichè la gravità ed importanza del subbietto non ci consente di poterci chiamare abbastanza diligenti) nuovamente con tutta quella maggiore efficacia di che siamo capaci, richiediamo da Voi che senza aspettare le due vostre galere mandate in Spagna, e ne anche le galeazze, se non sono in punto, onninamente ne mandiate alcune galere per poche che siano, ma specialmente la Capitana, affinchè quivi inalberar si possa decentemente lo stendardo della Sede Apostolica, senza di che il felice proseguimento della sacra allenza non avrebbe buono avviamento. Le altre galere, secondo verranno, potrete comodamente mandarle appresso alle prime. Questo favore in tal modo dalla Vostra Nobiltà chiediamo, e così quella ne preghiamo che con più premura o maggior insistenza non ci è dato nè chiedere nè pregare. Ancor questo desideriamo, che per lo stesso corriero nostro voglia rispondere alla presente lettera; e significarci espressamente il tempo quando le galere che manderà scioglieranno le vele: imperciocchè tale notizia ci è necessaria avanti, per bene ordinare i mezzi al fine. Dato a Roma a dì 6 maggio 1572 — Giovanni cardinale Morone, Girolamo cardinal Simoncelli, Silvio.»
Questa lettera dei cardinali da una parte dimostra la premura loro grandissima e l’importanza che mettevano nell’armamento delle galere; mostra gli umori dei collegati, i loro sospetti, il pericolo di separarsi e di mettersi a imprese di poco momento; e come don Giovanni faceva le viste di chiamarsi malcontento del ritardo altrui. Dall’altra parte fa toccar con mano il danno già patito alle Gerbe, quando fu distrutta la marineria nostra; donde il bisogno di ricorrere a principe tanto minore per aver il naviglio, che il sacro collegio avrebbe altrimenti a suo talento potuto spedire. Quindi io penso che le lettere di Cosimo passate attorno per le mani dei cardinali fino a quelle del Perretti, che fu poi papa Sisto, facessero in lui nascere il disegno di rifornir, quando che fosse, lo Stato d’una marineria sua propria, talchè Roma in simili casi tornasse in grado di dare non di chiedere soccorso altrui, secondo la qualità di sua grandezza.
E gli stessi cardinali prima di entrare in conclave, stretti dalla forza di cotal ragionamento, non lasciarono di fare quel che allora potevano intorno alle tre galere che Papa Pio aveva fatto armare in Civitavecchia: per le quali mandarono monsignor Grimaldi, il commissario della marina; e gli imposero di fornirle co’ migliori cannoni, e con tutti gli schiavi che erano nella fortezza.
[9 maggio.]
Ecco due lettere sopra questo subbietto.[315] «Al Castellano di Civitavecchia. Noi per misericordia divina Vescovi, Preti, e Diaconi cardinali, eccetera. Ti raccomandiamo che tu debba trarre da codesta fortezza e consegnare nelle mani del reverendo Domenico Grimaldi protonotario e dell’armata apostolica commissario generale, o vero nelle mani di chiunque egli ordinerà, quattro cannoni: cioè due di quella specie che chiamano mojane e due mojanette, secondo la scelta che ne farà esso Commissario o altri da lui deputato, per uso e servigio della marittima spedizione dell’anno presente nella sacra alleanza: la qual consegna sarà da noi approvata, come di presente l’approviamo. Dato a Roma eccetera a dì nove maggio 1572. G. cardinal Morone. — G. cardinal Simoncello, Silvio.»
[10 maggio.]
Similmente all’istesso castellano il dì seguente con la medesima solennità di firme e di favella latina scrivevano:[316]
«Nostro diletto nel Signore salute.
»Ti comandiamo di dare e consegnare al reverendo signor Domenico protonotario Grimaldi, commissario generale dell’armata apostolica, o vero a chiunque egli stesso deputerà, i Turchi prigionieri della Sede apostolica quanti mai ne siano costà sotto la tua custodia: affinchè egli l’adoperi in servizio della santa spedizione dell’anno presente: e questo sarà approvato, come ora l’approviamo. Dato a Roma a dì dieci maggio 1572.»
[13 maggio]
Nè di ciò contenti replicarono con più lettere gli stimoli alla corte di Toscana per mezzo del nunzio Brisegno, e del general Sassatelli.[317] E perocchè da ogni parte richiedevasi che Marcantonio fosse quanto prima spedito all’armata,[318] ordinarono che le fanterie staccassero la marcia per terra verso Gaeta, da essere imbarcate o sulle galere pattuite da Cosimo o sopra quelle dei confederati;[319] e Marcantonio prima che si chiudesse il conclave uscisse da Roma, e andasse in Firenze a pressare il Granduca. Laonde la sera del tredici maggio l’istesso Marcantonio, dopo aver con poche e gravi parole mostrato al sacro collegio la prontezza sua in tutto ciò che risguardar potesse la sacra alleanza, raccomandando loro la famiglia e gli stati suoi, partissi,[320] e i cardinali la stessa sera a tre ore di notte chiusero il conclave. E sebbene gli Spagnoli avessero da ogni parte trombato che i comizj volevano durare lungo tempo; e non senza ragione si temesse che il cardinale Alessandro Farnese, sostenuto da molta ricchezza e clientela, volesse ambiziosamente intorbidarli;[321] ciò non pertanto a insinuazione del cardinal Bonelli, e per opera dell’Altemps, la mattina seguente fu con prestissima elezione fatto papa il cardinale Ugone Boncompagno, chiamato Gregorio XIII.[322]
[15 maggio]
IV. — Di presente il nuovo Pontefice rivolse i suoi pensieri al grande affare della lega; e mandò a richiamar Marcantonio, che partitosi il dì innanzi non era molto lungi da Roma.[323] Allora il prudentissimo uomo venuto alla presenza del Pontefice novello, genuflesso ai suoi piedi depose il comando e le insegne del generalato, perchè Sua Santità liberamente le conferisse a chi più stimava degno della sua fiducia.[324] Seco stesso fin d’allora avvisava che niuno potrebbe mai più essere tale per lui, quale era stato Papa Pio. Nondimeno Gregorio rispose che non pur nel grado e nel luogo in che il predecessor suo e gli altri collegati posto l’avevano il confermava, ma che avrebbe voluto potergli tanto ampliare l’autorità e gli onori, quanto stimava il suo merito e i suoi servigi. Intanto il Granduca, intesa la creazione di Gregorio, aveva subitamente troncato le precedenti difficoltà e fatto passare le sue galere a Gaeta: colà erano le tre di Civitavecchia, e le fanterie pontificie;[325] colà Marcantonio, Pompeo, Bonelli, Capizucchi e gli altri capitani con due mila fanti e trecento venturieri tosto furono ad imbarcarsi per essere quanto prima in Messina.[326]
[2 giugno ]
Erasi don Giovanni tenuto alle stanze in Sicilia: e, passata in feste e balli l’avversa stagione, ripreso pure con la primavera l’armamento, apparecchiava nei porti di Palermo e di Trapani quel che bisognar potesse per voltar la guerra in Affrica; avendogli fatto assapere i ministri del fratello che ciò sarebbe stato risoluto ed approvato nel congresso di Roma. Ma quando san Pio (secondo che avanti si è scritto) ebbe tolto di mezzo questa e le altre scappatoie; e fatto vincere il partito di continuare la guerra nella Grecia, allora don Giovanni da Palermo era passato a Messina: e quivi a poco a poco riduceva l’armata sua, intanto che alla corte di Madrid si annaspavano altre filamenta.[327] I Veneziani dal canto loro, quasi mai non posando, avevano nel cuor del verno coll’armi di Prospero Colonna e di Paolo Orsini, guerreggiato in Albania, preso la fortezza di Margaritino,[328] tentata Santamaura, e scosso Castelnuovo: ed avvicinandosi la buona stagione con molto ardore si adoperavano a rifornire le provvigioni, crescere il numero delle galere, e rinforzare di genti l’armata; per le grandi imprese che meditavano.[329] Alle quali non volendo che portasse impedimento benchè minimo la presenza di Sebastiano Veniero, vittorioso e odiato dagli Spagnoli, per compiacere alle molte istanze del re,[330] e di don Giovanni, volere o non volere, deliberarono privarlo del generalato, sotto specie di fargli godere riposatamente nella patria i meritati onori. In suo luogo posero Iacopo Foscarini, provveditor generale in Dalmazia. Costui pochi anni prima era passato con maravigliosa felicità dalle cose private al governo delle pubbliche; ma per età e per temperamento frigido, e nullamente rinfocolato nè dalla sorte dei suoi predecessori, nè dal favore della Spagna, languidamente tenne il generalato. Stava col nervo dell’armata in Corfù aspettando don Giovanni da Messina; e aveagli mandato incontro con venticinque galere Iacopo Soranzo, nuovo provveditore dell’armata succeduto al Barbarigo, perchè sotto colore di onorare il serenissimo capitan generale, il dovesse invitare e stringere alla partenza.[331] Luccialì già conciava col ferro e col fuoco i rivaggi dei cristiani.
Allora Marcantonio era in Napoli alle prese col cardinal Granuela. Questi istantemente il richiedeva di sostare, e di menar seco le galere del regno; perchè avendo sin allora pubblicato che stessero ad aspettarlo, non aveva caro che dai fatti comparisse il contrario; cioè di non averle ancora allestite. Ma quegli vedendo che i Napoletani dovevano non poco tardare, e che la presenza sua sarebbe necessaria a Messina, prese congedo e partissi. Poco onorato dagli Spagnoli, e poco corrisposto dai castellani di Napoli; segni piccoli ma certi di maltalento.[332] Giunto a Messina alli due di giugno, dava la destra ai Veneziani, e trovavali come sempre suoi confidenti ed amorevoli. Non così don Giovanni: anzi torbido e pensoso, tanto che pur dal sembiante mostrava l’interno cruccio, ond’era afflitto. Freddo con lui per le diffamazioni degli invidi,[333] riserbato co’ Veneziani per gli ordini della sua corte,[334] ossequente ai consiglieri per paura del fratello,[335] chiudeva in core un secreto, cui nè tacere nè palesar poteva senza rossore. Restavagli il nome di generale, non più l’autorità: soltanto doveva coprire coll’autorità e col nome le altrui magagne.[336] Prima sdegnoso che i Romani e i Veneziani tardassero a venire in Messina, dipoi inquieto che la venuta loro stringesselo alla partenza, ora tutto ardore di guerre e di speranze, ora tutto gelo di dubitazioni e d’indugi; e avendo più volte fermata e disdetta la partenza, finalmente dopo diciotto giorni d’incertezza, chiese in grazia al Soranzo ed al Colonna che per altri sei giorni non gli dessero molestia, nè gli parlassero del partire. Le parole e i fatti di don Giovanni sono di gran lume alla storia: quelle mostrano la ragione e la sua buona indole; questi i falli a che lo conduceva la politica di Filippo.[337]
Giunto a tale, lettor generoso, fa mestieri portar lo sguardo sino al fondo di questi maneggi, è accinger l’animo a sofferenza. Imperciocchè se tu detesti, come io penso, la frode dei tristi; e più se coperta a studio col manto della pietà, grave ti parrà affrontare il corso di tanti inganni, e giugnere sino alle arcane sorgenti.[338] Non potrai quest’anno neanche per azzardo, come a Lepanto, vedere alcun felice successo; nè ti rimarrà conforto di speranza, nè discolpa ai traditori, nè sollievo ai derelitti: ma in ogni parte sconci, frode e ruina. La storia che è ritratto fedele degli uomini deve mostrarteli quali essi furono: e tu per le opere loro, non per le mie parole, ne farai ragione.[339]
[26 giugno 1572.]
V. — Stavano in grande aspettazione Romani e Veneziani e insieme tutto il Cristianesimo di quando agli Spagnuoli piacerebbe muovere da Messina: mossa in ogni parte ardentemente desiderata, e colà istantemente richiesta dal general Colonna, dal provveditor Soranzo, dal Nunzio Odescalchi, e da molti altri con loro. Se non che il serenissimo don Giovanni, passati venticinque giorni, col pretesto di spalmar galere, di armarne delle nuove, di mettere in punto un’altra Capitana, tra le visite, le mostre, i conviti, le processioni, e il giubileo, promettendo sempre di partire, non era mai sull’eseguirlo.[340] Alcuni ne facevano grandi meraviglie, altri pubbliche mormorazioni, e tutti sottili ricerche per saper che fosse siffatta novità. Novità già da tanto tempo preparata che sin dai primi di giugno n’era arrivato l’avviso secreto a Costantinopoli.[341] Finalmente in capo ad altri sei giorni, quasi per forza, venne don Giovanni a palesare l’ordine del Re che gli proibiva di cavare l’armata regia dalla Sicilia. Egli se ne mostrava e n’era dolentissimo a tale che il dolore consumavalo: nè per questo ardiva scolparsi, nè dar ragioni, nè mostrar le lettere di Sua Maestà. Marcantonio, insistendo sull’osservanza dei capitoli, indarno implorava di vedere almeno la qualità e i termini delle medesime, se pur dessero luogo a interpretazione, o temperamento.[342] Tacendo però don Giovanni, parlavano i parziali suoi; e con tanto apparato di scuse quanto bastava ad imporre altrui, a perturbare il giudizio dei meno veggenti, ed a ridurre in disperazione i Veneziani. Dicevano sospettare Filippo, che la Francia volesse movergli guerra; quindi trovarsi stretto a tenere l’armata vicina, ed a smettere il pensiero di lontane fazioni. Siffatto trovato uscì fuori di Madrid, e fu a un tempo ripetuto dagli ambasciatori e amici loro in Roma, e in tutte le corti di Europa. Di presente rispose un fremito generale d’indignazione contro a Filippo di Spagna.[343] Il Papa, chiamandosi oltraggiato, acerbamente querelavasi che nel principio del suo pontificato si rompessero per iniquo inganno i patti dell’alleanza: e subitamente spediva un Nunzio a richiamarsene col Re.[344] I Veneziani dolentissimi sclamavano, sempre a un modo venir di Spagna parole buone e cattivi fatti:[345] falsa esser la minaccia di Francia, falsi i sospetti di Spagna, falsa la pietà di Filippo; vero soltanto che egli voleva abbandonare in man dei Turchi la sorte del Cristianesimo, perchè i Veneziani non cavassero frutto dalla vittoria.[346] I Francesi liberamente rispondevano, essere gli Spagnuoli artefici eccellenti e maestri di menzogne: calunniare alla buona mente del loro sovrano che aveva promesso, e manterrebbe la tregua: ingiustamente adesso rivoltarsi contro ai Francesi l’accusa di quella frode, che eglino stessi usavano sempre contro i Veneziani.[347] I pubblicisti dimostravano che, data per vera la levata dei Francesi, non cadevano per questo le obbligazioni degli Spagnuoli; massimamente che le spese lor forniva la crociata e i beni del clero: anzi troverebbero nella stessa lega la più sicura guarentigia per non essere impunemente da chi che fosse molestati.[348] I Cortigiani ghignando dicevano secretamente l’uno all’altro, che la fosse solenne astuzia per tarpar le ali al pericoloso e troppo alto volo di don Giovanni, la cui grandezza non poteva troppo piacere al fratello.[349] I curiali di Roma, sottilmente considerando il caso, secondo la ragione dei tempi e l’umore delle persone, pensavano che il Re volesse in tal modo tentare la pazienza del nuovo Papa, per vedere come si passerebbe di questa ingiuria, e quanto ardimento potrebbe con lui pigliarsi nel tempo a venire.[350] Marcantonio, senza dissimulare sin da principio a don Giovanni in presenza dei Veneziani la sua riprovazione, nè fare cosa indegna di ministro di sua Santità,[351] vedeva nel fondo di questo negozio, che i rumori di Francia non avevano fondamento, e gli altri pretesti erano baje. E quantunque da buon feudatario nudrisse e mostrasse gran riverenza al suo Re, pure non lasciava di scrivere in cifra al Cardinale segretario di Stato in Roma «Che non si poteva difendere il re di Spagna senza offenderlo; e che i Veneziani di niuna cosa potrebbero mai più dolersi tanto che di essere stati allora abbandonati.[352]» Mentre il popolo cristiano a gran dolore tutte queste cose insieme ripetendo da ogni parte rammaricavasi, i ministri del re, come se già fosse rotta la guerra coi Francesi, mostravansi a un tratto spaventati: e ciascuno di loro, vicerè o governatore, da Napoli, da Milano, da Genova, dalla Sardegna negavasi di mandar più quel denaro, quelle munizioni, e quei soldati che avrebbe dovuto dar per la lega.[353] Con questi disegni in capo ardiva Filippo di Spagna dire al cardinal Bonelli, legato straordinario di san Pio, che i Veneziani erano indegni di essere soccorsi; e che per colpa loro la lega non sarebbe lungamente durata![354] Sapeva egli bene come far le mostre di fedeltà, mancar di fede, e costringere altrui a romperla.
[27 giugno 1572.]
Restavano pertanto i collegati in Messina pieni di confusione, e Marcantonio in gran travaglio: faceva di confortare i Veneziani, che non potevano darsene pace; e di rimediare con don Giovanni che, quantunque afflitto, rispondeva non potersi muovere dal suo pensiero, nè servire alla santa lega, e neanche entrare in discorsi e repliche con Sua Maestà, per gli ordini precisi che n’aveva. Quando ecco il dì seguente a questa solenne dichiarazione correre quivi appunto in Messina pubblica voce, da tutti e Spagnuoli e Italiani ripetuta, che Sua Altezza tra pochi giorni partirebbe per l’impresa di Tunisi.[355] Ecco raunarsi il suo consiglio privato a trattare di questa partenza: ed ecco escludersi, non già per il bisogno che avesse il Re di tener vicina l’armata sua (perchè se questo fosse stato, non si sarebbe fatta correr la voce nè raunare il consiglio) ma, come mostrò il marchese di Santostefano, per non dare a vedere ai collegati ed a tutta la Cristianità che i sospetti di Francia fossero ombre e colori da nascondere l’abbandono dei Veneziani, e il mal talento di rivolgersi a dispetto loro verso quelle parti che nell’inverno passato s’erano escluse col parere comune dei collegati nel congresso di Roma.[356]
[1º luglio 1572 ]
Fallito quel disegno, presero i consiglieri spagnoli a spiegarne un altro, che tenevano in serbo. Tiro solenne a scusare il passato, a blandire il presente, e a togliere ogni speranza nell’avvenire. Don Giovanni, consigliato dal cardinal di Granuela e dall’ambasciador di Zuñiga, chiamava a sè Marcantonio e Soranzo; e mostrando avere a cuore la conservazione e riputazione della lega, offriva ventidue galere del Re, e lor dava licenza di andarsene con esse in Levante. Soccorso però, come ognun vede, tanto fuor di tempo e così misero, che da una parte rivelava la falsità dei sospetti, e dall’altra l’astuzia dell’adescamento. Si voleva che gli altri continuassero a consumarsi nella guerra, e non potessero mai più godere i frutti della vittoria.[357] I Veneziani dal canto loro, stanchi di tante ripulse e sfiduciati di maggior sussidio, anzichè perdere il miglior tempo inutilmente a piangere, fecero vista di contentarsene. Indi a poco sfilarono da Messina per Corfù le ventiquattro galere della Repubblica, che erano quivi sotto la condotta di Iacopo Soranzo; le ventidue del re a carico del commendator Gil d’Andrada, cui fu dato il voto deliberativo nei consigli; e le tredici galere del Papa, sotto Marcantonio. Questi con lo stendardo della lega e con suprema autorità, nell’assenza di don Giovanni, doveva a tutta l’armata comandare.
[7 luglio 1572.]
VI. — Il periodo di tempo, che dal sette di luglio arriva sino all’ultimo di agosto, entra a gran rilievo nella storia mia; perchè allora Marcantonio Colonna tenne il primo luogo di autorità e di onore sopra l’armata dei principi alleati in guerra viva contro l’imperador dei Turchi. E quantunque quel bimestre mi si presenti intricatissimo d’infinite difficoltà, pieno di contraddizioni, senza alcun successo decisivo, e poco tocco dagli storici; nondimeno perchè sfolgori tutta la luce della verità sull’argomento che tratto, e meglio si comprenda l’arte della politica e della guerra nel cinquecento, io intendo fermarmici alquanto, rincalzare il racconto co’ documenti, rilevare i fatti, e mettervi il più che posso di chiarezza e d’ordine. Insomma qui s’ha a vedere dopo la battaglia di Lepanto chi tra gli alleati intendeva vederla feconda, e chi invece vederla sterile; e come alcuni si adoperavano a mantenere la lega, altri a romperla.
Marcantonio in Messina avea posto mente a don Giovanni, che dopo l’ultime lettere del Re s’era turbato con tutti; e più con lui dopo il trionfo di Roma: aveva a chiari segni osservato il gran dispiacere che egli mostrava nel mandare armata in Levante, senza andarvi esso stesso, geloso di accrescere altrui la gloria:[358] prudentemente il colonnese volle pigliare da lui medesimo in scritto gli ordini di quel che avesse a fare; affinchè nè esso nè altri potessero di poi chiamarlo mancatore.[359] E per maggior sicurezza ne mandò una copia al Papa, e la pose eziandio ne’ suoi registri: talchè per quanto si adoperasse poscia don Giovanni a sopprimerne la memoria, non potè fare che non ci restasse quella scrittura che per la gravissima importanza sua oggi qui produco.[360] «Messina, 7 luglio 1572. — Parere del serenissimo signor don Giovanni d’Austria. — Quel che pare al serenissimo signor don Giovanni d’Austria che potrebbe fare l’armata della lega che va in Levante quest’anno condotta dal signor Marcantonio Colonna, è come appresso. Quantunque sia sommamente difficile e pericoloso il dar pareri intorno alle cose future, massimamente considerando che quelle della guerra da un’ora all’altra si mutano per diversi accidenti, tuttavia si toccheranno qui alcuni punti di ciò che Sua Altezza pensa che debba esser fatto dall’armata della Lega, posta all’obbedienza del signor don Marcantonio Colonna. È parere di Sua Altezza che il detto signor Marcantonio si affretti quanto più sarà possibile di andarsene con la detta armata a Corfù, e di unirsi con quella dei Veneziani che sta quivi. Ma tal sollecitudine non deve impedire che prima vada al capo Santamaria, e di là levi tutti i soldati di Sua Maestà che potrà condurre seco nelle galere, perchè si è veduto coll’esperienza che la moltitudine dei soldati è quella che combatte, e sopra di loro si deve fare il maggiore assegnamento per vincere. E a questo proposito si dice che niuna galera debba avere meno di cencinquanta soldati a bordo, oltre la gente di capo e di remo del suo ordinario armamento.
»Sin da Corfù devesi pigliare la risoluzione del viaggio di detta armata, secondo gli avvisi che si avranno dell’armata nemica: perchè le cose da farsi devono dedursi dagli avvisi medesimi.
»Si fa conto che il predetto signor Marcantonio potrà unire insieme almeno centottanta navigli grossi di guerra, in questo modo: sei galeazze dei signori Veneziani, centoventi galere dei medesimi, ventidue galere e due galeotte di Sua Maestà, tredici di Sua Santità, diciotto o diciannove navi che si sa per lettere esser pronte in Corfù a conto dei signori Veneziani: in tutto centottantadue.
»Laonde quest’armata è tale per numero e per qualità di vascelli che non solo si eguaglierà a quella del nemico, ma ne sarà superiore; e così Sua Altezza è di parere che con essa si vada a scorrere presso le riviere dei Turchi, bruciando e distruggendo la roba loro; e ciò con doppio intendimento. L’uno per vendetta dei danni che essi hanno fatto nella presente stagione, e l’altro per provocarli a battaglia, che è il fine principale a che si deve intendere. Nella quale se essi vorranno affrontarsi, non può mancare che coll’aiuto di Dio non restino vinti, per le molte ragioni che se ne potrebbero dire.
»Due cose voglionsi eziandio diligentemente osservare: l’una di non mettersi all’assedio di alcuna piazza; perchè il nemico stando vicino con tutta l’armata sua, e potendo caricare per terra con gran levata di soldati, riuscirebbe facilmente a danneggiare l’armata nostra: e l’altra di non cacciarsi troppo dentro nelle marine del nemico, senza una buona provvisione di vettovaglia. E così non essendo conveniente che l’armata della lega imprenda assedj, come si è detto addietro, il principal suo fine deva essere combattere coll’armata del nemico, sempre che si sappia che quella non sia troppo superiore alla nostra.
»Se però si vedesse che Luccialì, saputa la divisione dell’armata della Lega, volesse venire a cercare la parte più debole, sembra che convenga molto il tenergli dietro, dovunque egli si rivolti. Ondechè niuna cosa tanto bisogna, quanto condurre uomini diligenti e pratici con alcune galeotte o navigli leggeri; affinchè da un’ora all’altra possano avvisare i progressi del nemico, secondo i quali dovranno pigliarsi le risoluzioni.
»Messina, 7 luglio 1572.» «DON GIOVANNI D’AUSTRIA.»
In questi termini l’istesso don Giovanni dava le sue istruzioni allo spagnuolo Gil d’Andrada, che doveva condurre le ventidue galere del Re, sotto l’ubbidienza di Marcantonio: e in quel medesimo giorno, che non era tempo sospetto, nè prevedeva le susseguenti sue contraddizioni, scriveva al Papa di suo pugno dicendo:[361] «Ho ordinato che insieme col predetto Marcantonio Colonna vadano in levante ventidue galere e due galeotte, sotto il comando del commendatore Egidio d’Andrada; con le quali, e con l’altra gente che anderà sull’armata (ma sopra tutto con le sante orazioni di Vostra Beatitudine) spero in Dio signor nostro che s’abbiano a fare nell’anno presente non meno buoni effetti di quelli che si fecero l’anno passato.» Dunque non v’ha luogo a dubitare che Marcantonio poteva e doveva condurre l’armata a far buoni effetti, a soccorrere i Veneziani, e reprimere le correrie dei Turchi; e principalmente a combattere coll’armata nemica, al paro e più che nell’anno passato.
Fermo il qual disegno, e stando monsignor Odescalco sopra una fregata alla bocca del porto in atto di benedire la partenza, Marcantonio cavò fuori ad una ad una le cinquanta galere che dovevano seguirlo: e sciolte le vele al vento, dette principio alla navigazione, usando sempre il suo grado di supremo generale con amore, con valore e con prudenza, da far concepire grandi speranze, se non lo avessero attraversato.[362] Quando egli fu sopra capo dell’Arme, punto estremo al mezzogiorno d’Italia, arborò sulla sua Capitana lo stendardo della lega, come doveva farsi per vigore della capitolazione e dei ricordi dati in voce da Sua Altezza; e poi rigirandosi da capo Spartivento a quel di Stilo, e da Cotrone a capo Santamaria, trovò quivi alli dieci del mese don Alvaro di Bazan, prese da lui le quattro galere che mancavano al compimento delle ventidue, imbarcò qualche migliaio di soldati italiani, spedì a Corfù ventidue navi armate in guerra che si trovavano pur cariche di munizioni per la lega, e lasciati gli ordini opportuni al general Sassatelli per le fanterie pontificie che esser dovevano al campo d’Otranto, senza frapporre dilazioni e con intendimento di conservare i Veneziani nella Lega e di dar loro per questo ogni possibile soddisfazione, in due giorni per mezzo il mare travalicò a Corfù, incontrato e ricevuto con ogni dimostrazione d’onore da Iacopo Foscarini generale della Repubblica. Le galere, e i cavalieri di Malta, subbillati dai ministri Spagnuoli, invece di seguire lo stendardo della lega restaronsi oziosi a Messina: di che quasi tutti si scandalizzarono, e ne fece poscia Gregorio XIII grandi risentimenti.[363]
[13 luglio 1572.]
Prima cura di Marcantonio in Corfù era il moderare la collera dei Veneziani: avendoli trovati sopramodo sdegnosi, perchè impediti di fare ciò a cui potere sentiansi prodi e valenti. Dopo tre anni di speranze, e dopo la gloria della gran battaglia, si vedevano ogni giorno condotti a peggior partito. E allora, messe in punto centoventi galere, scritti ventimila soldati, spesi milioni di zecchini, pronti sin dal primo d’aprile, si stavano ancora a mezzo luglio aspettando l’altrui venuta. Nel qual nulla fare consumavansi, non solo di spese, ma anche di dolore e letargo; di che l’armata loro s’era un’altra volta corrotta. Il nemico rifattosi, impunemente li danneggiava: e il regno di Candia era in pericolo di cadere da un giorno all’altro nelle rapaci sue mani; non potendo più quei popoli abbandonati da tutti campar la vita, se non gettandosi alla disperata dalla parte del Turco. Pur la sola vista dell’armata cristiana sarebbe stata più che sufficiente a tenérli in fede, e a liberarli dal continuo strazio.
Dopo la battaglia di Lepanto tra i pochi capitani di conto che tornar poterono a Costantinopoli fu Luccialì re d’Algeri.[364] Costui al primo giugnere rinfrancò gli animi abbattuti della plebe musulmana; e a poco a poco rimise alquanto di fiducia nel Sultano, che principiò a vedere in lui l’uomo da rialzare la prostrata potenza della sua casa. I suoi consigli furono lodati a cielo; il non aver combattuto, scritto a merito; la fuga, a bravura; ed il ritorno a salute. Insomma commendandolo ciascuno, e da ogni parte raccogliendosi intorno a lui le genti scampate dalla sconfitta, si trovò presto condotto alla vacante dignità di capitan generale dell’armata ottomana.[365] Di che a tutta diligenza adoperandosi, e non lasciando parte alcuna che all’ufficio suo in quella necessità si convenisse, tanto seppe fare nella invernata, che di qua rassettando le galere seco lui scampate, di là richiamando le quaranta lasciate alla guardia di Cipro, di su dal mar nero conducendone molte dei Tartari, di giù dall’Africa molte più dei pirati, e da tutti i porti ed arsenali dell’imperio cavandone quante mai ve ne avesse, sebben vecchie e logore; e con operosità maravigliosa costruendone di legno ancor verde gran numero di nuove, ebbe alla primavera allestite duecentoventi galere; cioè molto maggior numero che non credeva don Giovanni.[366] Con queste, quantunque male armate di gente raunaticcia, di marinari presi a forza, e di soldati inesperti del mare, pure uscito dai Dardanelli si dette a scorrere in ogni parte la Grecia, e le isole dei Veneziani. Non già ch’egli avesse animo di guerreggiare coll’armata cristiana, perchè dopo la prova dell’anno avanti non poteva presumerne buon effetto; e nè anche il confortava la qualità del suo mal armato naviglio: ma bensì intendeva a rintuzzar le speranze dei Cristiani, a consumar le isole, a tenere in soggezione la Grecia, e sempre schivando la battaglia cogliere quelle occasioni che l’altrui negligenza, o la sua fortuna e scaltrimento potessero mettergli avanti. Era allora in suo potere, senza che alcuno osasse contrastargli, condurre a compimento il disegno che da un anno prima che si combattesse a Lepanto, aveva formato; di tirare in lungo, straccare i Cristiani, consumarli nelle spese, dar campo alle loro gelosie, talchè senza pericolo restassero i Turchi alla fine superiori.[367] Dovea sapere di Fabio.
[23 luglio 1572.]
Le forze però e i disegni del nemico non erano così ben conosciuti a Corfù, come si richiedeva; nè gli avvisi del Foscarino si accordavano insieme con quelli che da più parti giungevano a Marcantonio. Di qua gli esploratori dicevano che Luccialì non aveva più di cencinquanta galere; e queste mal conce e peggio armate: di là il bailo veneziano in Costantinopoli (che, quantunque sin dal principio della guerra fosse stato ritenuto prigione, pure aveva sempre per sue molte aderenze e sottile ingegno secretamente mandato notizie ed avvisi) scriveva che l’armata turca sarebbe di dugento e venti galere, sufficientemente provviste, e di cinque maone da paragonarsi in grandezza ed armamento alle galeazze cristiane. Delle quali notizie i generali della lega, che avevano veduta la distruzione dell’anno avanti a Lepanto, non potevano persuadersi; e le tenevano l’una più che l’altra esagerate. Ciò non pertanto sapendosi di certo che Luccialì aveva in più parti disertato il Cerigo, e minacciata Candia; e bisognando all’armata veneziana aria e moto per rimetterla con quel beneficio in salute, e rinvigorirne le genti infralite dal languore di così lunga oziosità, Jacopo richiese Marcantonio di mettersi in mare; e di farsi vedere dai Greci già mossi, specialmente nel braccio di Maina, a loro favore; e di là scorrere a Candia per difenderla dagl’insulti ottomani: dappoichè la comune disgrazia aveva portato che si dovesse allora provvedere a non perdere i propri paesi, in cambio di andare a cogliere negli altrui il gran frutto che si sperava della passata vittoria.[368]
Alla qual domanda, così ragionevole e tanto pur conforme al parere di don Giovanni, avendo Marcantonio ed Egidio volentieri consentito, l’armata della lega, lasciato addietro il funesto soggiorno di Corfù, andò a sorgere presso l’Epiro, alle Gomenizze; che già ho detto essere porto nel paese dei nemici, al paro di molti altri in quel tratto di mare, aperto a tutti e disabitato. Di là Marcantonio con alcune spalverate galere mandò spiare l’andamento di Luccialì: e intanto forniva le provvisioni d’acqua e di legna, richiamava dal golfo alquante galere restate addietro, faceva venire il compimento dei fanti d’Otranto, e rassegnava l’armata che era quasi di centottanta vele; cioè tredici galere, e due navi di sua Santità; ventidue galere, tre navi, e due galeotte del Re; cento galere, sedici navi, e diciotto tra fuste e galeotte dei Veneziani; con venticinque mila buoni soldati da combattere.[369] Tutti confidavano che, qualunque fosse stata la forza e il numero dell’armata nemica, avrebbero potuto, almeno congiunti con le navi, combatterla.
[29 luglio 1572.]
VII. — Alli ventotto di luglio Marcantonio uscì dalle Gomenizze: e sarebbe stato uomo da conquidere Luccialì, e da render lieta la Cristianità di vittorie più anche gloriose della precedente, sol che gli Spagnuoli l’avessero lasciato andare. Ma quando in mezzo ai lieti marinari era in punto di navigare con tutta l’armata verso la Cefalonia, comparivagli innanzi una fregata con certi repentini avvisi del Ragazzoni, ambasciator dei Veneziani presso don Giovanni; e poi una galeotta con alcuni messaggeri di Sua Altezza. Costoro venuti a gran pompa e spavalderia sul bordo della capitana pontificia, in presenza di Marcantonio e degli altri generali, si fecero a dire: essere all’improvviso caduti giù tutti i sospetti di Francia, e il Re per sua bontà avere ordinato a don Giovanni che con tutta l’armata movesse da Palermo per Levante. Però Sua Altezza quanto prima raggiugnerebbeli: e sebbene contro sua voglia alcun tempo tardar dovesse, a fin di spedire il bisognevole di così subita partita, tuttavia gli alleati si rallegrassero, la buona novella ricevessero, la prossima venuta di lui bandissero; e nel mezzo tempo si guardassero da niuna cosa imprendere: ma anzi tornassero indietro, o almeno aspettassero quivi l’Altezza Sua, per onorarlo e congiungersi seco.[370] Finissima malizia!
Poi trassero fuori una lettera assai rispettosamente; e consegnatala a Marcantonio, lo invitarono a leggere in presenza degl’altri ciò che quivi si conteneva in questa forma:[371]
«Illustrissimo Signore.
»Ricuperata nel Belgio Valenziana, e cacciati di là i ribelli, sebbene costoro siansi ristretti ai monti d’Haynau e molto ancora resti a fare in quelle parti, nondimeno il Re mio Signore geloso di mostrare al mondo di non aver giammai mancato ai capitoli della lega e che sempre tiene in maggior conto il pubblico servigio della Cristianità che non le private sue cose, per mezzo della galera che io spacciai da Messina nei giorni passati ed oggi è ritornata, mi ha fatto scrivere essere di suo servigio che io, lasciato ogni altro pensiero, me ne venga con tutta l’armata in Levante; e porti la guerra al comune inimico. Quindi io penserei partirmi da questa città per Corfù nel termine di tre giorni, al più tardi: e nella mia grande allegrezza che V. S. può bene intendere per infiniti rispetti ho subitamente scritto il presente dispaccio che mando con una fregata in diligenza, affinchè V. S. udita questa nuova che è stata per me di tanta consolazione e piacere possa comunicarla a codesti signori; ed affinchè conforme a questa procedano a pigliar quel partito che loro convenga, che io non perderò un momento di tempo nel mio viaggio. Intanto mi piace che si divulghi tra i Greci la mia venuta per tenerli in fede, tanto che arrivo; e che non si dia principio ad alcuna impresa che possa aver pericolo, per conservare la riputazione: ma solo s’intenda a preparare le cose necessarie, e si provveda che il nemico non dipopoli le isole dei Veneziani. Imperciocchè piacendo a Dio e congiunta tutta l’armata, spero in lui che si abbiano a fare quest’anno effetti conformi al suo servigio.
»Scrivo con questa medesima fregata al marchese di Santacroce che, ricevute le mie lettere in qualunque parte egli si trovi, passi subito con tutte le galere e navi che ha seco a Corfù: e ciò per guadagnar tempo, e togliere ogni ostacolo che possa ritardare la mia venuta. Procuri V. S. con gran vigilanza di mantenere i soldati in disciplina, ed impedire ogni questione tra gli Spagnuoli e gl’Italiani: perchè mi dispiacerebbe di cominciar la guerra con la discordia di queste due nazioni.
»Nostro Signore Iddio ammonisca la persona Illustrissima di Vostra Signoria.
»Da Palermo alli 16 di luglio 1572.
»_P. S._ La Signoria Vostra partecipi da mia parte ai signori Generale e provveditori la risoluzione che mi ha fatto prendere Sua Maestà, la quale (credami Vostra Signoria) pospone gl’interessi suoi al pubblico bene. E quantunque ho detto che partirò di qua per Corfù, dovrò nondimeno trattenermi a Messina per condurre tutta unita quest’armata: ma resterovvi il meno possibile. Io non scrivo a codesti signori per non ritardare lo spaccio. Questo potrà servire eziandio per loro.
»Servo di V. S. DON GIOVANNI.»
Ma il generale veneziano, indispettito che per sì belle mostre di zelo e disinteresse, e servigio di Dio, si volesse mandare alla peggio la causa della Cristianità; e con fondamento temendo che la venuta di don Giovanni non sarebbe stata nè certa nè pronta, perchè i sospetti ad un sol cenno potevano rinascere, e le galere di S. A. chi sa di quanto fornimento e di quanto tempo aver bisogno per essere da Palermo a Messina, e indi a Corfù; dopo aver aspettato inutilmente quattro mesi, quando i Turchi a man salva davano il guasto ai possedimenti della sua patria, udita la lettera e i messaggeri che lor suggerivano di starsi a bada un altro mese, non poteva credere a tanto ardire. Ma per sua buona fortuna in quelle stesse lettere che gli davano travaglio era pur notato il rimedio, nè fu tardo Iacopo a coglierlo. Imperciocchè la verità ha tanta forza che per quanto uno s’ingegni non può mai vincerla tutta, onde avviene che chiunque le dà contro in una parte, resti preso dall’altra, e cada nella contraddizione, che è suggello a sgannare ogni uomo dalla frode. Tenevano allora gli Spagnuoli quel sospetto di Francia a mo’ di spauracchio in mezzo al giuoco della lega: ora tiravanlo su lungo e allampanato, affinchè rimettessero i Veneziani la troppa baldanza; ora calavanlo alquanto, perchè andassero pure a consumarsi nella guerra, senza speranza nè di pace nè di vittoria; ora colcavanlo in terra, per richiamarli addietro. E con siffatta fantasima potevano lungamente ripetere l’incanto ed uccellare gli alleati, senza che lor non mancasse mai il modo di scolparsene; nè di metterci per giunta certe altre lungàgnole, di che parlerò più avanti. Non dico io già che don Giovanni guidasse cotal maneggio; chè la sua natura non era da ciò: ma, stretto a servire il fratello e la corte, doveva sostenere la sua parte.[372] Quindi da un lato, per ubbidire a chi poteva comandargli, scriveva che gli alleati non dessero principio a cosa alcuna: e dall’altro per sua natural rettitudine, conoscendo la grande vergogna e il gran danno del tirare indietro tutta l’armata dei Veneziani e del Papa che già fronteggiavano il nemico, e dell’abbandonare nelle mani dei Turchi le terre dei Cristiani e la causa dei Greci che avevano prese l’armi per lui, voleva che Marcantonio li difendesse.[373] E tra le due, dello stare o dell’andare, lasciava a lui di prender sopra sè il carico della scelta, al punto di incontrare lo sdegno o dei Veneziani, o degli Spagnuoli. Stando però gli ordini suoi nella predetta contraddizione, come a dire: Eccomi, vengo io, non date principio a cosa alcuna; e insieme, fate che il nemico non molesti nè Greci nè isole; ragionevolmente Iacopo si attenne al secondo, dicendo: che per salvar Candia dal saccheggio, e i Greci dall’oppressione, bisognava, secondo il parere di Sua Altezza, andare avanti, cacciare da quei mari il nemico, e se non sgomberava combatterlo, continuando nel già preso divisamento. E quantunque Marcantonio in consiglio col Giacopo di Venezia e coll’Egidio di Spagna proponesse di aspettare in quel luogo la venuta di don Giovanni, e per sua parte ne facesse istanza, a fin di mostrare coi fatti la modestia nel comando e la riverenza al supremo duce; ciò non pertanto ambedue gli si opposero, ed esso dovette consentire con loro. Que’ signori discorrevano sul proposito: che l’aspettare non veniva comandato, e neanche ricordato da Sua Altezza; che anzi implicitamente faceva loro intendere di andare avanti, non si potendo dar animo ai Greci e molto meno salvare lo stato della Signoria restando fermi in Corfù, perchè il bisogno di questi particolari stava cinquecento miglia più oltre.
E mostrando da una parte la vergogna di starsene neghittosi quando il nemico insultava, dall’altra le infermità delle genti illanguidite dall’ozio, e poi la stagione tant’oltre, e don Giovanni così lontano, e la sua venuta tanto incerta, e le sue galere così disperse tra Palermo e Messina, e tanto poco preparate a spedirsi; perchè l’anno non passasse senza frutto nell’aspettarsi gli uni cogli altri a fin di congiungersi poi quando non fosse più tempo, deliberarono i tre generali con voto uniforme (al quale don Giovanni ancorchè fosse stato presente avrebbe dovuto per le leggi della lega sottomettersi) deliberarono, dico, di continuare il già preso cammino e scriverne le ragioni a don Giovanni.[374] Questo fu il maggior beneficio che ebbe in quest’anno la lega. Ecco la lettera e i ragionamenti di Marcantonio, dall’originale spagnuolo in volgar nostro volti, così:[375] — «Al Serenissimo signor don Giovanni d’Austria. Serenissimo signore: dalle Gomenizze 29 luglio 1572. — Questa notte passata ventinove del presente arrivò qui una fregatina del Ragazzoni, portando la nuova che Vostra Altezza per ordine di Sua Maestà verrebbe in Levante. Ne abbiamo fatto tanto grande allegrezza come non se ne sarebbe fatta più per la presa di Costantinopoli e per la caduta dell’impero ottomano. Lodato sia Dio che il buon animo di Sua Maestà ed il valore di Vostra Altezza non sono stati impediti da gente malvagia.
»Eravamo già risoluti di partire in questa notte verso il Cerigo per andar colà a pigliare le risoluzioni di quel che ci convenisse fare, secondo gli avvisi dell’armata nemica. Sapevamo che Luccialì scorreva il mare con cento quaranta galere ed altri bastimenti, sebbene le galere assai meschine e mal armate; e pensavamo col tenere unita tutta l’armata nostra andar contro lui a sicurtà di vittoria, quando a lui fosse venuto in capo di opporcisi: imperciocchè abbiamo cento ventisette galere, sei galeazze, ventiquattro navi, e venti fuste, di più tra via abbiamo a trovare altre dodici galere di Candia, e due galeotte; e quando a noi fosse parso che l’armata nemica si potesse combattere senza le nostre navi, lasciarle, e andargli sopra con le sole galere. E sappia l’Altezza Vostra che le nostre galere son ben fornite di soldati, avendone presi altri due mila cinquecento da Otranto. Pensavamo coll’andare avanti impedire il danno che l’armata nemica potesse fare in Candia e nelle altre isole dei Veneziani, lasciando che si contentasse di distruggere i paesi del suo dominio: imperciocchè hanno bruciato tutte le isole di Nixsia e di Paros, e venivano risoluti a scannare tutti li Greci insorti della Morèa, a disertare la terra, e perderne le vittovaglie. Perciò questa mattina ho richiesto Gil D’Andrada e il general veneziano del loro parere rispetto alla notizia che corre della venuta di Vostra Altezza: ed ambedue hanno detto che bisogna andare avanti, come è stato già deliberato. Imperciocchè questo non impedisce che Vostra Altezza ne venga appresso: e intanto importa molto assicurare la Grecia dai danni, e confermare quei cristiani nella buona volontà. Che se Vostra Altezza non venisse, io non so (per quanto se ne dice) sorte più miserabile di quella che toccherebbe a questa povera gente. E così potremo ancora difendere le nostre terre dagli insulti che potrebbe, come ho detto, farci il nemico. E se noi con la nostra andata riusciamo a tenerlo a bada, dandogli sospetto di sbarchi, sino alla venuta di Vostra Altezza, sarebbe ben possibile che all’armata loro noi potessimo tagliar la strada in guisa che, essendo gran parte di quelle galere fiacche, non potessero più tornarsene ai Dardanelli; e quando in faccia mia volessero farlo, avendo io qui ottanta galere sceltissime, si potrebbero conciare con un bel tiro.
»Quanto al metterci in alcuna impresa di terra, dato pur che l’armata nemica se ne fuggisse, io non sono di parere che ci convenga; sino che non arrivi Vostra Altezza: perchè noi potremmo impegnare la riputazione a cosa che l’Altezza Vostra nella sua molta prudenza non fosse per approvare. Avevo già scritto sin qui sempre aspettando che dovesse venire dopo l’avviso del Ragazzoni, alcuna fregata che ci portasse le lettere di Vostra Altezza. Ed ecco che oggi a ventitrè ore la predetta fregata è giunta. Io e Gil d’Andrada subitamente abbiamo fatto le parti di Vostra Altezza con il Generale e provveditori di Venezia, i quali se ne mostrano gli uomini più contenti di questo mondo: ed a noi è sembrato, leggendo le lettere di Vostra Altezza, che la già presa risoluzione è molto buona, e assai conforme ai suggerimenti dell’Altezza Vostra. E così di presente noi partiamo, e ce ne anderemo adagio, avendo a rimburchiare galeazze e navi.
»Bacio le mani a Vostra Altezza, desiderando presto servirla in sua presenza. Dalle Gomenizze 29 luglio 1572. M. A. Colonna.»
Come don Giovanni ebbe ricevuta questa lettera, e sentito che Marcantonio, il Foscarino e l’Andrada avevano continuato il viaggio verso Levante, senza aspettarlo, ne prese mala soddisfazione: parendo a lui che coloro gli avessero portato poco rispetto. Dissimulando però lo sdegno, ed affrettandosi esso pure di giungere in tempo ove il resto dell’armata andava con tante speranze, condusse cinquanta galere del Re sull’istesso rombo tracciato già prima da Marcantonio, ed arrivò alli dieci di agosto in Corfù. Laddove essendosi confusamente allora divulgati i successi della Grecia, e lo scontro de’ nostri co’ nemici, siccome or ora vengo a narrare, la stizza di lui e degli altri suoi non ebbe più freno. Nè altro era a udirsi da loro che diffamazioni e querele contro Marcantonio, perchè era andato avanti senza aspettare. Gli adulatori di don Giovanni incolpavano Marcantonio di emulare l’Altezza del regio principe, di sfuggirne l’imperio, di usurparne l’autorità, ed altre molte fantasie, piene di maltalento e di passione. Ondechè don Giovanni, già tocco di gelosia secreta verso di lui pel trionfo dell’anno avanti, e immerso allora nel vortice di tanta malevolenza, proruppe al paro d’ogni altro contro di lui e contro Gil d’Andrada in parole oltraggiose e minaccevoli: dicendo pubblicamente del primo, che il troverebbe una volta in parte da poterlo gastigare; e del secondo, che gli farebbe tagliar la testa.[376]
[4 agosto 1572.]
VIII. — Don Giovanni adunque aveva dato un gran colpo a coloro che movevano dalle Gomenizze. Questi non altro volgevano nell’animo che onorate imprese, ed egli con la sua lettera era venuto a turbarli, perchè o non navigassero avanti, o il facessero paventosi e sospesi. Chè sebbene don Egidio e Marcantonio non avessero udito i fieri suoi propositi, non era però che non dovessero ambedue averli pensati, e non sentirsi cruciare di vedere che senza colpa, anzi per voler fare il debito loro, si avrebbero concitato contro lo sdegno dell’Altezza Sua e della formidabile Maestà del Re. Egidio dissimulò l’interno rammarico: e Marcantonio governossi con somma prudenza per non dare nè alla Spagna ragionevol pretesto di risentimento, nè a Venezia alcuna ragione di richiamo. Fece il segno della partenza, e l’istessa sera del ventinove luglio con censettanta vele prese il vento. Fedele alle istruzioni di sua Altezza, senza tentare nel passaggio nè la fortezza di Santamaura nè i castelli di Lepanto, tanto dirittamente per mezzo il mare tenne la prua, che la sera appresso raggiunse la Cefalonia, l’altro giorno trapassò il Zante, e alli quattro d’agosto la mattina per tempo con tutta l’armata diè fondo tra l’isola del Cerigo e quella dei Cervi, rimpetto a capo Malèo, donde tutta insieme poteva fronteggiare l’armata nemica, sostener i Mainotti, coprir Candia, e assicurare quando che fosse la venuta di don Giovanni al congiungersi con lui. Di che i Greci ripresero animo; e Luccialì, che aveva già disertato il Cerigo ed era in punto di far peggio a Candia, e di tagliare a pezzi quanti Greci troverebbe coll’armi in mano nel braccio di Maina, dovette deporre i feroci disegni, e tirarsi indietro a Malvasia.[377]
Non aveva cessato Marcantonio da Corfù, e poi mano mano che andava avanti, da più parti, spedire esploratori e galere a pigliar lingua dell’armata nemica: e tanto gli uomini suoi, quanto gli schiavi che spesso fuggivansi da quell’armata, rapportavano che Luccialì con dugento e venti galere e sei maone stesse assicurato sotto la fortezza di Malvasia, quaranta miglia quindi lontana: e che stimando esser don Giovanni in rotta coi Veneziani, e conscio di aver armata più numerosa della nostra, tra poco verrebbe ad assaltarla. Laonde in consiglio i tre generali deliberarono che per l’onore della lega e per la difesa dei Cristiani non dovessero partirsi di quel luogo, nè rifiutar la battaglia, anzi ricercarla opportunamente; e che per mettere l’armata della lega a paraggio della nemica bisognasse in ogni riscontro menar seco loro le venti navi e la capitana, quantunque sapessero la gran difficoltà che incontrata avrebbero nel tenere insieme durante la navigazione navi e galere, chi a vela chi a remo. Quando ecco in quel consiglio, già valico il mezzodì, venir l’avviso dalle guardie che l’armata nemica compariva da greco; ed ecco a un cenno di Marcantonio quella della lega uscire in mezzo al canale e farsi incontro ai nemici, accostandosi quanto più poteva alle loro spiagge. Giudicavano che colà sempre più valorosamente si combatterebbe dove la salute fosse solo nel menar delle mani. Ma Luccialì contento di aver con alcune delle sue galere sparso un falso all’arme, e fatto sperienza di ciò che gli alleati ardissero, senza spuntar capo Malèo, oggi detto Santangelo, rese il bordo verso le sue fortezze; laddove non poteva essere molestato dai nostri.
[5 agosto 1572.]
Ciò non pertanto Marcantonio restò là tutto quel giorno ed il seguente in ordine di battaglia: ma non essendosi Luccialì arrischiato a ritornare, egli per vie meglio fronteggiare contro a lui, e coprir Candia, andossene a sorgere in capo alle Dragoniere, che sono due isolette disabitate, donde meglio si domina il canale tra la terraferma, il Cerigo e Candia.[378] Di là per mezzo degli esploratori che da mare e da terra faceva scorrere attorno al nemico, procacciava scoprire non solo il numero e la qualità dell’armata, ma più anche gli intimi disegni del Tignoso, a fine di contrapporglisi in ogni parte. E sempre più veniva chiarito che colui guidava tal numero di galere quale niuno per l’innanzi pensato avrebbe: e che sebbene non fossero tutte armate a dovere, pure non lascerebbe di combattere, posto che a Marcantonio non venissero altri soccorsi da don Giovanni: e che, se le galere cristiane si fossero alcun poco allontanate dalle navi, senza dubbio le assalirebbe. Quindi Marcantonio e gli altri capitani maggiormente si studiarono a tenersi quelle navi sempre vicine, ed a sollecitare la venuta di Sua Altezza. Di che più volte Marcantonio gliene scrisse, tenendolo avvisato d’ogni cosa che alla giornata passava.
[6 agosto 1572.]
Così le due armate stettero tre giorni: che nè Marcantonio poteva con tanto svantaggio assaltar Luccialì sotto le fortezze di Malvasia; nè questi voleva investir Marcantonio, tanto bene ordinato nel suo squadrone con le navi alla fronte. La mattina del sei di agosto accennando il nemico ad alcun movimento sul capo Malèo, e levatisi i nostri ad incontrarlo, girò il vento a ponente. Per la speciale giacitura della costa nè quelli poterono spuntare il capo, nè i nostri oltrepassarlo; perchè il vento che agli uni e agli altri era favorevole sino alla punta, veniva poi di prua, opposto a loro, quando avevano a dar volta. Laonde Marcantonio se ne ritornò alle Dragoniere: ma rinforzatosi il ponente, non giunse a rimetter le navi. Alcune sferratesi ed altre sulle volte andarono quel giorno, senza che il nemico osasse assalirle: la domane e bordeggiando e rimburchiate, tornarono all’ordinanza.[379]
[7 agosto 1572.]
IX. — Dopo queste prime avvisaglie le due armate tanto si accostarono tra loro nel dì sette agosto, che finalmente vennero al fatto d’arme. Ed io ripensando all’ordinanza bellissima dell’armata cristiana in quel luogo e tempo, e dibattendo eziandio la fortuna dell’imperio turchesco, quasi direi che allora per una seconda sconfitta avrebbe dovuto cadere abbasso, e i destini della Grecia e dell’Europa in tutt’altro modo allora comporsi, se proprio nel mezzo di quella giornata non fosse mancato quel soffio di vento che quasi mai nell’estate non falla. Tanto è vero che i grandi avvenimenti del mondo spesso dipendono da ben piccole e per noi fortuite ragioni.
Era la mattina del sette agosto alto già il sole, quando tutta l’armata turca, meno le maòne lasciate a Malvasia, spuntava da capo Malèo, tanto noto nell’antichità per le fortune di mare.[380] Lentamente di là vogando presso alla spiaggia, facea la prua all’isola dei Cervi, dieci miglia lontana; e poscia virava di bordo in faccia all’armata nostra. Di colà voleva attendere il fresco ponente, che nell’estiva stagione suol mettersi al mezzodì; e con quel vantaggio venire sopravvento ad investir l’armata nostra. Imperciocchè accertatosi Luccialì dell’assenza di don Giovanni, ed avendo ordine dal Sultano di combattere contro forze minori, deliberatamente divisava presentar la battaglia, e prendere tal posta che potesse dargli più sicura la vittoria.
Laonde Marcantonio che continuo teneva gli occhi sopra di lui, e ne penetrava i disegni (dopo aver mandato a don Giovanni con la galera del capitan Pietro Pardo le relazioni di quel che s’era fatto ed era per farsi in quel momento) slargatosi dall’Isola, mutò la forma dell’ordinanza. Perchè volendosi assicurare che i nemici attorniatolo nol battessero da più lati, ma anzi restassero essi stessi da ogni parte battuti, cercò miglior postura: e laddove prima aveva spartite le navi alla fronte delle galere, le fece passare tutte al di là dell’estrema sinistra, verso ponente: affinchè quando verrebbe il nemico ad investirlo, dovesse di necessità difilar per prua avanti alle navi medesime: alle quali comandato aveva che nel passaggio lo fulminassero con tutto il loro cannone; e dappoichè fosse passato, facessero vela sopra di lui, e così sopravvento assaltandolo per poppa il ponessero tra due fuochi. Mirabile ed ingegnoso partito, onde guarentì la salvezza dell’armata sua tanto inferiore di numero alla nemica. Così Luccialì per dar sopra ai cristiani col benefizio del vento, e Marcantonio per riceverlo fiancheggiato dalle navi, stettero ambedue aspettando sino al mezzodì che si levassero i ponenti. Ma per quanto ciascun di loro riguardasse alla mossa dei pennelli, questi invece si restarono fermi a un po’ di scirocco e levante. Onde il primo fu certo aver fallito il disegno; ed il secondo pensò che se ne potrebbe vantaggiare: e che valendosi dell’occasione, la quale contro il consueto gli si offriva, dove il vento non aveva permesso al nemico di venirlo a trovare, poteva egli coll’aiuto del vento andare a lui. La quale molto ben scaltrita mossa, allegramente accolta dall’armata cristiana, fu di presente seguita. A un cenno tutti insieme spiegaron le vele, e mossero contro il nemico. Sfilavano minacciose alla fronte le navi e le galeazze; seguiva lo squadrone delle galere diviso in tre corpi, alla diritta il Soranzo, alla sinistra il Canaletto, e nel centro i tre generali; appresso la squadretta della retroguardia. E governavano il cammino così che ciascuno sempre fosse all’ordine ed alla posta sua: le navi con tutto il cotone al vento, le galeazze col bastardo e alcune velacce, le galere coi soli trinchetti e qualche palata, per superare coll’arte marinaresca la grandissima difficoltà del tenere a giusto segno nel navigare le navi e le galere; e quelle innanzi a queste: punto di somma importanza, massime allora che sopra siffatta unione, e sopra cotest’ordinanza si posava tutto il fondamento di salvar l’armata propria, di offendere la nemica, e di guadagnar la vittoria.
Navigando ora Marcantonio a gran fiducia nell’ordine predetto, si turbò Luccialì, vedendosi un’altra volta superato nell’arte e nell’ardire. Onde cominciò a tirarsi indietro, senza però voltar le spalle: si lasciava andare in giù verso ponente, come l’istesso corso dell’aria e della corrente, coll’aiuto di qualche palata, leggermente il traeva. E più incalzato dai nostri era sul volgere a manifesta fuga, di che già allargandosi ed abbracciando tutto il canale con le dugento e venti galere alla vista di ciascuno dava segno, se lo scirocco che portato aveva sin là così bene l’armata nostra non fosse venuto mano mano a mancare. Per la qual cosa sulle quattro pomeridiane, cessata ogni benchè leggerissima bava di vento, Luccialì risolse di star fermo: non più essendo possibile a Marcantonio andargli contro con altro che con le sole galere, e per forza di remi; chè, quanto alle navi, sotto vela cascante e sventata, non era da temer che si movessero. E perchè egli aveva nell’armata sua settanta galere di più, faceva giudizio di dover vincere certamente combattendo con le galere senza navi; e i nostri per la stessa ragione di non poter vincere senza queste. Ondechè il primo procacciava tagliar fuori le navi, e gli altri tenersele congiunte. Armeggiando e schermendo il tempo passava.
In mezzo a siffatto adoperarsi v’ebbe chi tentò indurre Marcantonio a lasciar le navi, e ad assalir il nemico con le sole galere, dicendo: che si doveva contare più sulla virtù dei cristiani, che sulla moltitudine dei barbari.
Ma il campione magnanimo che non voleva, nè per eccesso, nè per difetto, nè per amici, nè per nemici, torcere dal cammin diritto in quella circostanza, rispose: non temere già il numero grande dell’armata nemica, ma la opinione pubblica della propria: perchè, giudicandosi universalmente da tutti che non si poteva vincere senza le navi, sarebbe stato temerità il tentarlo: dovendo un generale tener gran conto dell’opinione pubblica della sua gente.[381]
Ma se per questo non gli conveniva lasciar le navi, nè anche poteva al paro del nemico star fermo in battaglia: perchè le navi in balía della corrente e del flusso andavano in deriva, o scadevano le une sulle altre, e il mettevano in disordine. Laonde comandò che pur si andasse avanti con le navi alla fronte. E quantunque tale ordinamento portasse travaglio e pericolo, dovendosi rimburchiare ogni nave con quattro galere, cioè le venti navi con galere ottanta; talchè non sarebbe rimasta nell’armata della lega forma niuna di squadrone ordinato, e quindi avrebbe potuto perdersi senza combattere; ciò non pertanto trovò riparo all’uno e all’altro inconveniente, dando il capo del rimburchio di ciascuna nave a due sole galere, ma queste sceltissime, e per ciò tali da tirare innanzi i rimburchî, e nel bisogno tornare addietro e rimettersi presto nello squadrone dell’ordinanza. Così Marcantonio venne al segno di tener le navi sulla fronte, l’armata in ordine, e la via sicura per andar, sebben lentamente, a trovare il nemico. Ma costui che temeva della fatale ordinanza, vedendo i nostri accostarsi, e le navi alla prima fila, non ebbe cuore a sostenerle: anzi quando già venuti a tiro cominciava il cannoneggiare, egli ritraevasi. E per non mostrar con brutta fuga le poppe, secondo che i nostri avanzavano, secondo e’ stringeva la voga a rovescio; sempre in giù. Finchè venuta la notte, sparò a un tratto a sola polvere tutte le artiglierie dell’armata sua, e tra i vortici del fumo ricoprendo il rapido girar di bordo, senza accendere i fanali vergognosamente si nascose tanto che nè per la notte medesima nè pel giorno appresso non fu potuto rivedere. Marcantonio restato padrone del campo, mantenne ai Cristiani la superiorità sul mare.[382]
[8 agosto 1572.]
X. — I nostri però allumati i fanali, e avendo già preso con la bussola tra ponente e maestro la direzione dell’armata nemica, quando s’era perduta di vista, verso quella governarono. Ma sempre guardinghi, sempre ordinati, coll’armi in coperta e il buttafuoco alla mano: potendo tra le tenebre avvenire, o una sorpresa di nemici, se ne avessero fatto disegno; o di dare a caso sopra di loro, se per via si fossero restati in giòlito. Al far del giorno si trovarono pronti e all’ordine; ma per quanto riguardassero da ogni parte sul mare, non videro traccia di Turchi: tanto studiosamente s’erano nella fuga coperti. Per ciò Marcantonio, che quasi tutta la notte era stato desto a sorvegliare le guardie e a scrivere gli spacci, come ebbe la mattina seguente spedito la galera del capitan Vasquez a Corfù, per dare conto a don Giovanni di quanto passava, e ricordargli, con quella modestia che si doveva, quanto belle occasioni di vittoria avrebbe Sua Altezza, qualora venisse prestamente a unirsi seco loro, pensò ricondurre l’armata al Cerigo per le stesse ragioni di coprir Candia e gli altri possedimenti veneziani, perchè vi era la prima volta andato: bisognandogli ancora rinfrescare le provvigioni e l’acquata, di che pativa difetto. Ma nel ritornare, alcuni capitani, sia che non temessero più nè punto nè poco il nemico fuggitivo, o vero che dopo due giorni di fatiche volessero allargare il freno e sollazzarsi, sciolta l’ordinanza contro la disciplina, se ne andarono con le galere lungi dall’armata ove meglio lor piacque; non solo in diverse parti dell’isola, ma anche di terra ferma: e non obbedirono alla chiamata. La qual contumacia fu presto punita: imperciocchè stando coloro spensierati, ecco di repente giunger messaggio e correr voce che Luccialì per di dietro all’Isola del Cerigo sopravveniva con tutta l’armata, e che non era ormai di là più che otto miglia discosto. Al primo annuncio si fece tumulto tra i dispersi, poi crebbe la calca delle genti al rimbarcare, e finalmente montò tanto alto in tutti il terrore, quanto era improvviso e non aspettato il pericolo. Nondimeno Marcantonio da una parte rifacendo i segni, e dall’altra mandando uomini di autorità a raccogliere e ordinare i capitani e le galere sbandate, si mise per mezzo il mare in battaglia, con sessanta vele che in quel punto trovossi attorno, pronto a coprire e difendere le altre. E queste, secondo che giungevano disordinate e paurose, confortava e rimetteva e spediva. A certuni pertinaci che mai non seppero nè per messaggi nè per segni ridursi all’obbedienza, avrebbe certamente dato quella punizione che meritavano, se di ciò non fossero stati trovati in colpa certi Spagnuoli di grandi casate, rispetto ai quali bisognò che Marcantonio e Gil d’Andrada se ne passassero, per non irritare di più le passioni nazionali, e non avviluppare maggiormente le fila di quell’intricata matassa.[383] Ma il mancamento per detto di tutti fu grande, perchè non solo manifestò la poca disciplina degli ufficiali e fece perdere poco dopo l’occasione di una segnalata vittoria; ma avrebbe allora condotto l’armata a certa perdizione, se colà spinto si fosse Luccialì a sorprenderla.
Costui però trovavasi per avventura ben lungi: e la voce sparsa della sua venuta proveniva dall’essersi scoperte a ridosso alcune galeotte turchesche di pirati o stracorridori che stavano appostati a rapina.[384] E quando l’armata nostra rimettevasi, allora la guardia della montagna per tutt’altra parte scopriva daddovero quella di Luccialì, distante intorno a venti miglia, che essendosi nella notte allargata per ostro se ne veniva alla vela verso il capo Matapan, dagli antichi detto Tenario.
[9 agosto 1572.]
Siffatto aggiramento dei nemici mise in pensiero Marcantonio: perchè, essendosi coloro cacciati in mezzo tra lui e don Giovanni, potevano all’improvviso, quando mai Sua Altezza, secondo l’invito, si fosse deliberata di venire avanti, voltarglisi contro, opprimerlo, o impedirgli la congiunzione. Quindi rifornitosi d’acqua e panatica, e fatte quella notte riposar le stanche ciurme, la mattina del nove col vento propizio levossi dal Cerigo, e prese a navigare a quella volta per dove il giorno avanti si era visto il nemico. Ma per quanto il ricercasse tutto il giorno in ogni riposto seno del golfo di Colochina, non potè ritrovarlo, talchè dopo il tramonto navigò a secco verso il capo Matapan.
Or mentre nel quieto silenzio della serena notte e sul mar tranquillo l’armata lentamente moveva; nel salone di poppa della capitana pontificia a lume dei doppieri, il Colonna, il Foscarino, l’Andrada, il Soranzo, il Canaletto, il Bonelli, il signor Pompeo e più altri capitani in molte questioni tra loro si dibattevano di ciò che si dovesse fare. Marcantonio, spiegando sue carte, dimostrava la necessità di congiungersi con le cinquanta galere di don Giovanni, per pareggiare i nemici e combatterli con vantaggio. E da ciò, non essendovi alcuno che dissentisse, deduceva come non potendo don Giovanni con la parte minore dell’armata passare avanti al nemico per cercar la maggiore (al che niuno lo avrebbe potuto indurre, massime considerata l’importanza della sua persona) così convenisse loro andarlo a cercare. I Veneziani però nè vedevano tanto pericolo al venire di don Giovanni, nè potevano voler lasciare a discrezione di Luccialì tutte le isole loro; e di più facevano toccar con mano e il danno di perder tempo, e la difficoltà di correr tanto mare all’andata e al ritorno con quell’ingombro delle navi. Marcantonio suggeriva che le galeazze e le navi potrebbero esser messe in sicuro nel porto di Candia, e poi le galere speditamente scorrere verso sua Altezza. Ma al Foscarino non sapeva così bene di quel doppio andare dal Cerigo a Candia e da Candia al Zante, dovendosi perder il miglior tempo in cercarsi l’un l’altro: e inoltre diceva che le navi a Candia non le faceva sicure, e che avendo in quelle i viveri dell’armata, era sempre costretto portarsele seco. Altri lo sostenevano, temendo eziandio che in tanta vicinanza di così solerte nemico le galere senza le navi non dovessero riuscir buone nè a combattere, nè a fuggire; altri lo impugnavano, appellandosi alla virtù dei capitani nostri ed allo sbogottimento dei nemici: e Marcantonio dentro del cuore rodevasi che per quella difficoltà di congiunzione si desse a don Giovanni ed a’ suoi consiglieri il pretesto per impedire ogni impresa, e per mandare un altra volta deluse tutte le speranze di quella campagna.[385]
[10 agosto 1572]
XI. — Or mentre in diversi pareri i generali dubbiavano, venne opportunissimo a troncar le questioni in mezzo a loro un prosperevol vento di levante, che senza alcuna difficoltà poteva portarli tutti insieme con le galere, le navi, e le galeazze verso ponente insino al Zante, incontro a don Giovanni. E pensando tutti che in quel modo fosse bene andarsene colà a pigliar tanto rinforzo, Marcantonio fermò la deliberazione: e poco dopo, che era la seconda guardia della notte, dato il segno dalla sua capitana, tutta l’armata fece vela e si lanciò a dar volta attorno al capo Matapan. Ma come si furono avvicinati là presso all’altura di porto Quaglio, quando già tutta intorno alla luce dell’aurora imbiancavasi la marina, si vide ivi presso l’armata nemica; e Luccialì, come se fosse stato la notte in consiglio con gli alleati, e tutti i loro disegni avesse da sè stesso uditi, quivi al varco aspettavali per assaltarli se mai fossero disordinatamente o senza il presidio delle navi trapassati. Laonde a un tratto venne fuori a vele gonfie, e con tanta baldanza che sembrava muovere non già a riconoscere, ma ad investire. E Marcantonio con altrettanta prontezza gli si fece incontro, mettendo alla fronte le navi, che per fortuna aveva seco, a compensare il disvantaggio delle galere, il cui numero appena montava a due terzi delle nemiche.
Ma avvicinandosi gli uni agli altri in mezzo al mare, cresceva la fiducia in Marcantonio, e scemava in Luccialì; perchè l’ordinanza nostra con quelle poderose navi sulla testa era fortissima. E già il Tignoso rallentava a grado a grado la voga, quando un improvviso accidente lo condusse contro sua voglia al punto della battaglia. Veniva con molti danari da Venezia una nave all’armata, che incontratasi quella mattina all’altura del capo, aveva preso l’armata nemica per amica; e vedutala tranquillamente navigare in giù senza dimostrazione di ostilità, l’aveva salutata ed erale stato corrisposto. Ma quando si preparava a dare in mano a coloro il gherlino del rimburchio, accortasi dei nostri e conosciuto l’errore, si pose in difesa. Trovossi pertanto quella nave e il suo prezioso carico in mezzo alle due armate come segno di lotta, ciascuno a gara dell’altro facendo sua possa di tirarsela. Luccialì spiccava dodici galere a sottometterla, Marcantonio quattro a soccorrerla. E già stavano le due armate pronte ad entrar tutte insieme nel cimento, quando il Turco temendo svantaggio ebbe con un tiro richiamate le sue galere, e lasciata libera la nave, che poco dopo fu dai nostri menata a salvamento. Alcuni gentiluomini veneziani venuti con quella credevano sognare, ripensando all’errore ed al pericolo in che s’erano poc’anzi lasciati cadere.
Marcantonio però, come animoso capitano, cavar volle da quel successo il suo pro: e vedendo i suoi far cuore e gli inimici invilire, levò in alto lo stendardo della battaglia, e con un tiro fece segno di sfida. Alla quale avendo Luccialì risposto col contrassegno, e mostrato consentire, le due armate forzarono di vela, come per volersi investire. Giunte a tiro di cannone, manca il vento. Luccialì leva remi, per non venire troppo avanti; e Marcantonio rallenta la voga, per non oltrepassar le navi. Angoscioso momento. Ma durando nelle due armate l’abbrivo, tanto si avvicinarono, che da una parte e dall’altra presero a sbombardarsi colle più grosse artiglierie. Le colubrine nostre traevano a furia, la mischia a grado a grado stringevasi: cinque galere di Turchi erano colate a fondo, sette messe fuori di combattimento: alcune galere di Luccialì, massime nel corno sinistro, davano le spalle; altre più dalla grandine delle nostre cannonate si ritraevano; e si vedeva manifestamente il nemico su tutta la linea a balenare. Allora parve al Soranzo che guidava l’ala diritta di perseguitare i fuggiaschi, ed a Marcantonio d’avanzar tutta l’ordinanza dell’armata sottile, di caricar sopra il nemico, e di opprimerlo nel suo disordine.
Stimarono i due prodi che le sole galere in siffatta congiuntura bastar potrebbero. E fatto il segno di oltrepassar le navi, dieron la voga nelle loro capitane, e mossero arrancati per serrarsi a corpo a corpo con Luccialì. Ma come la fazione veniva senza disegno premeditato, anzi del tutto improvvisa, e contraria alle deliberazioni primamente fatte; così per la novità del caso nè le squadre loro con tutta la franchezza si mossero, nè le altre li seguirono con quella prontezza che sarebbe stata necessaria. Marcantonio ebbe seco alla pari soltanto tredici galere, con le due capitane di Venezia e di Spagna; al Soranzo non fece spalla più che il piccolo stuolo di nove galere; le altre a più riprese avanzavano o facevano sosta; e il Canaletto nel corno sinistro, sempre fermo dietro alle navi, non volle mai spiccarsi, lasciando a ridire di sè tutta l’armata. Però ad un tratto mutarono le sorti: i Turchi ebbero tempo a rimettersi, ed i Cristiani per quella opinione delle navi, tra chi non voleva lasciarle indietro, e chi già l’aveva trapassate, vennero a disordinarsi più che non fossero stati pocanzi i nemici.
Il qual fallo avrebbe certamente condotto a ruina l’armata cristiana, se Marcantonio non fosse stato pronto a ripararlo nel miglior modo che per lui si poteva. Là, nel mezzo ove era andato quasi solo un buon miglio innanzi alle navi, intrepidamente ristette a mantenere il campo; e senza mai retrocedere, nè esso, nè il Foscarino, nè l’Andrada, nè il Soranzo, dettero tempo che avanzassero, sebben lentamente, le galere e le navi restate addietro, sino a rimetterle in linea. Che se là si fosse pur un momento peritato, tal rotta sarebbe potuta toccare alla Cristianità quale l’anno avanti aveva data. Ma il valore dei due generali e l’intrepidezza di Marcantonio, che in quella giornata fu prodigiosa,[386] mise tanto terrore a’ nemici che mai non ardirono prevalersi di una occasione che era tutta del caso loro. Anzi avviliti a rincontro di così gran virtù, appena l’armata nostra sul mezzodì si fu rimessa in punto di ripigliare con buon successo il combattimento, cominciarono a ritirarsi. Luccialì nondimeno ostentava coraggio, e mostrava la faccia; ma fingendo che le sue ciurme vogassero avanti con qualche palata a fior d’acqua, faceva di ritorno ponzare i remi a rovescio per dare indietro; poi legava il capo del rimburchio alle galere che aveva da poppa, perchè il tirassero fuori, e finalmente spargendo fumo di cannonate a sola polvere, voltava a turpe fuga le spalle, e come disfatto cedeva un’altra volta il campo a Marcantonio.[387]
[11 agosto 1572]
In quella essendosi messi i Ponenti ordinarî, le armate dovettero sempre più separarsi. Luccialì di gran pressa co’ trinchetti e co’ bastardi riducevasi a porto Quaglio, Marcantonio pel vento contrario e per la stanchezza delle genti non potendogli tener dietro rendeva il bordo verso il Cerigo. Stette la prima notte in mare, e la mattina seguente sotto il castello, lasciando di fuori le navi alla guardia. Ben si doleva grandemente di non esser stato ubbidito e seguitato da alcuni capitani,[388] e che la loro pertinacia avessegli tolto una certa vittoria. Moderando però le sue parole con quella modesta circospezione che in mezzo al disordine di siffatta lega era necessaria, senza eccitar tumulti, nè offendere i generosi, conduceva i mancatori dolcemente a riconoscere l’errore e a farne l’ammenda. Diceva, non volersi mettere a gastigare quei capitani che avevano fallato per non imitare Luccialì, che nel sangue soleva lavare la viltà dei suoi: ma invece lasciarli in vita perchè tra poco, venendo don Giovanni, avessero agio a dar di sè miglior mostra, e con opere degne sotto gli occhi di sua Altezza lavarsi dal viso la vergogna.
[14-16 agosto 1572]
Tanto egli diceva perchè ormai tutti convenivano che senza il rinforzo di don Giovanni non potevasi durare a quel modo. Troppo piccolo era il numero delle galere: e le navi, sebbene per la fortezza loro portassero molta sicurtà, pure altrettanto grande incomodo per rimburchiarle e rimetterle; convenendosi poi dipender dalle fortune del mare, dal capriccio dei venti, e dalla volontà del nemico, e star sempre in pericolo o di abbandonarle, o di perderle, o di regolare i propri pensieri secondo il volere e la comodità degli altri. Però sapendo che don Giovanni con cinquantaquattro galere era in punto ed aspettavali, piacque a tutti andarlo a ritrovare, e tirarselo seco loro alla giornata; che per la giunta di così grande rinforzo non poteva riuscire se non felicissima. Quindi la notte del quattordici agosto con vento fresco di levante, che al parer dei marinai doveva durare, salparono dal Cerigo. Con tutte le navi e le galere fecero vela pel Zante, la mattina del sedici senz’altra novità vi dettero fondo, e trovarono avvisi di sua Altezza che giunta a Corfù il dieci era per partirne il quattordici, ed essere due giorni dopo alla Cefalonia per unirsi con loro. Laonde Marcantonio sommamente rallegrandosene con tutti, massime con don Alonso di Bazan che le buone novelle portato aveva, pensò esser venuto in buon punto per veder ristorata la fortuna dell’armi cristiane, e compiuti i suoi desiderî. Difese le isole dei Veneziani, protetti i cristiani della Grecia, riconosciute le forze del nemico, percosse le sue galere, e tutta sua armata messa in fuga due volte, era pur colà ove sua Altezza il voleva, senza che per tutti questi servigi resi alla lega non si fosse pure un’ora differita la congiunzione dell’armata.
[16 agosto 1572.]
XII. — Ma laddove sperava trovare unione e forza, quivi erano a pubblico danno infinite discordie e biechi disegni, pe’ quali doveva la congiunzione da due giorni differirsi ad un mese, poi rompersi l’alleanza, e finalmente andarne l’autore innanzi tempo alla tomba. Sapeva ben egli l’inflessibile rigore delle gelosie di stato, e non ignorava i pensieri dei suoi nemici: ma forse non credeva che giunger potessero a tanto, quanto egli ai fatti ne vide, e quanto a me per intelligenza delle cose che quinci innanzi si racconteranno fa bisogno ritoccare. Ho detto degli inganni tesi sul campo della lega per i sospetti di Francia, ora vengo al resto, dopo un breve preambolo.
Al regio consiglio di Madrid era saputo male della vittoria di don Giovanni,[389] i grandi della Spagna invidiavano alla sua gloria[390] i ministri temevano la sua potenza:[391] e il Re geloso per infrenarlo avevagli messo attorno due vecchi marchesi, due giovani cortigiani, e altri sedici consiglieri; senza dei quali non poteva far nulla. I Veneziani ed i Romani non solo dal re e da don Giovanni, ma anche dalla balìa dei venti, dipender dovevano. Oneste apparenze, e soprusi alla lega. Erano tra costoro principali don Gonsalvo Fernandez di Cordova, duca di Sessa, e gran privato del re; Giannandrea Doria, principe di Melfi, già notissimo ai miei lettori; Ferdinando Loffredo, marchese di Trevico, e Antonio Doria marchese di Santostefano, stretti ambedue da Filippo a lasciare le solite comodità dei vecchi soldati per essere intorno al fratello; e finalmente il Davalos di quella consorteria che dal porto di Tristamo non volle soccorrere Cipro, e da Corfù non comparve mai con le navi della lega a Lepanto.[392]
Essi dovevano stringere don Giovanni, e siffattamente consigliarlo che l’armata di sua Maestà fosse sempre salva, e quella de’ suoi nemici depressa. Siccome però nel numero dei nemici erano i Turchi e i Veneziani; e forse più questi che quelli;[393] così per deprimerli tutti e due e salvar sè stessi bastava solo una cosa, cioè mostrare animo alla battaglia e a ogni potere sfuggirla: perchè in tal modo l’armata del Re conservavasi alle spese del clero: e le due armate dei Turchi e dei Veneziani si consumavano.[394] Dell’armata romana, maltese, savoiarda, fiorentina, e degli altri principi d’Italia, niuna cura. Non già che avessero formato in questi precisi termini il disegno, come io risguardando alle testimonianze ed ai fatti lo svolgo, ma assai meglio e più secretamente facevano giucare secondo gli intendimenti loro la persona certa che a tempo e luogo doveva produrre effetti certi: don Giovanni era a far le mostre di guerra; i consiglieri a impedir la battaglia;[395] i Francesi a metter sospetti; il Re Filippo a levarli; i Turchi a ricevere le minaccie, i Veneziani a esser consunti, il Papa e gli altri a restar gabbati.
Perciò, vivendo ancora san Pio, i negoziatori spagnuoli in Roma tenzonavano a sviar la guerra in Africa; e don Giovanni obbligato a dar calore alla pratica, se ne andava a Palermo; e là ammassava munizioni, faceva gente, e stagiva navi; come se già fosse ferma l’impresa di Tunisi.[396] Ma fatto il decreto di guerreggiare in Grecia contro il gran Sultano e non in Africa contro i piccoli pirati, ecco don Giovanni tornarsene a Messina e quivi far le viste di molta sollecitudine, finchè fu Sede vacante. Eletto però il papa, venuto Marcantonio e il Soranzo, e richiesto di far vela, pigliava tempo, copriva il secreto, tentava Marcantonio;[397] e finalmente per liberarsi dalle molestie pubblicava i sospetti di Francia e l’ordine che aveva dal Re di non partirsi dalla Sicilia.[398] Non guari dopo consentiva a Marcantonio di portare in Levante lo stendardo della lega, ed un piccolo soccorso di galere spagnuole: se non che a talento dei suoi consiglieri tanto assegnatamente gliene dava, quanto bastar potesse ad allettare i Veneziani alla guerra, e insieme a non far possibile la vittoria.[399] Partitosene Marcantonio ai sette di luglio, credevasi da ciascuno ch’egli potrebbe liberamente condurre la guerra: ma don Giovanni il faceva raggiugnere alle Gomenizze; annunciavagli il gran zelo del Re nel posporre gli interessi suoi al pubblico bene, prometteva di portargli il soccorso di tutta l’armata, scriveva a senno dei consiglieri lettere d’ambigui concetti, e intimavagli di andare e di restare, d’opporsi al nemico e di non far nulla; affinchè da sè pigliasse quest’ultimo partito, e ne portasse il biasimo.[400] Appresso sua Altezza moveva per Corfù a mostra di gran prontezza: ma lasciavasi indietro in Messina le galere di Giannandrea, quelle del duca di Sessa, e menava le sue sprovviste di vettovaglie.[401] Finalmente sentendo che Marcantonio era scorso avanti a raggiugnere il nemico, e parendo a lui (per quanto gliene dicevano i consiglieri) di essere stato defraudato nell’onore, non sapea sì celare lo sdegno[402] che non rompesse a parole ingiuriose contro il Colonna e l’Andrada, facendoli segno a future vendette.[403] La diligenza di Marcantonio, e lo spedir frequente delle lettere e delle galere, conturbava tanto il pupillo che i tutori: e venendo dall’armata notizie o sinistre o prospere, sempre era colpa o della temerità o della imprudenza di Marcantonio. A lui tanto il perdere quanto il vincere tornava male:[404] ed ai Veneziani noceva egualmente aver sua Altezza vicino che lontano.[405]
Arrivata poi a Corfù la galera spagnuola del capitan Pedro Pardo, che Marcantonio aveva spedita per avvisare delle novità occorse sino alla mattina del sette agosto, si riempì di turbamento l’animo di sua Altezza, e dei consiglieri secreti: imperciocchè avendo Pietro dopo la sua partenza per più ore sentito da lungi il rombo delle cannonate, come ho detto addietro; e facendo giudizio che pel piccol numero delle galere cristiane, per l’ingombro delle navi, e per la poca obbedienza dei capitani, non potessero aver vinto; tanto erasi persuaso che Marcantonio fosse stato rotto e l’armata perduta, che in secreto dette l’una e l’altra cosa per certa al marchese di Santacroce, e dopo in pubblico all’istesso don Giovanni.[406] Di che tutti gli altri consiglieri, giucando di fantasia al paro del Pardo, menarono tanto scalpore contro Marcantonio, e presero così gran paura di Luccialì, che non sapendo ormai cosa più dire contro il primo, nè come salvarsi dal secondo, restarono istupiditi a Corfù. Comparve da lungi in mare una galeotta che prodeggiando se ne veniva in quel porto: era di messaggeri mandati già molto tempo da Marcantonio a tenere avvisato don Giovanni del suo viaggio. Invece la presero per antiguardo dell’armata nemica: e dettero subito all’arme. Non solo don Giovanni con tutte le galere tirossi in gran fretta sotto la fortezza; ma fece pur quivi accalcar le navi: tutti insieme palpitanti aspettavano essere in breve dai nemici assaliti. Erano in punto di bruciare le navi, e salvare le persone in terra.[407]
[18 agosto 1572.]
Così stettero per due giorni in varii e paurosi disegni. Ma non vedendosi Luccialì, nè segno alcuno di armata nemica, quando si disponevano a spedire uno stuolo di galere rinforzate per raccogliere gli avanzi della supposta sconfitta, ecco sopraggiungere don Alonso di Bozan dall’isola del Zante a dimostrare non solo la vanità di quei timori, e le fallacie del Pardo, ma anche a riferire con tutta certezza che Marcantonio, invece di esser stato disconfitto dai Turchi avevali due volte con loro danno e vergogna battuti e cacciati in fuga; e che tutta l’armata da lui condotta sorgeva vigorosa al Zante, nulla più desiderando che congiungersi prestamente coll’Altezza sua per tornare a più gloriosi cimenti.[408] Cadute le paure risursero un altra volta i rancori.
[20 agosto 1572.]
Stavano a mezzo agosto i nostri capitani così: Marcantonio, coll’armata veneziana e la sua, più le ventidue galere di Spagna e le venti navi della lega, in tutto censessanta vele, giù al Zante proprio sulla fronte del paese nemico; don Giovanni, con cinquantaquattro galere del Re e alcune navi da trasporto, dugento miglia addietro, e più vicino all’Italia, nel porto di Corfù; in mezzo a loro la Cefalonia, quasi egualmente dagli uni e dagli altri discosta. Con questo però che, volendo andare avanti, doveva don Giovanni di necessità venire oltre alla Cefalonia ed al Zante; ma non Marcantonio. Il quale, per essere già al capo opposto, non poteva tirarsi addietro a Corfù senza perder tempo in quella strada due volte, e senza lasciare sbrigliati i nemici, e smarrirne la traccia. Ciò non pertanto vedendo per sua prudenza come gli facesse mestieri dare anzi nel soverchio che nel difetto sul fatto di onorar don Giovanni, perchè la lega si mantenesse, persuase ai Veneziani che, lasciate le navi al Zante, con cento e venticinque galere se ne venissero insiem con lui ad incontrare sua Altezza sino alla Cefalonia. Nella qual cosa egli dovette travagliarsi assai, sembrando duro a quei signori sobbarcarsi a tanto peso inutilmente, e ristancar le ciurme già stanche da tante fatiche, e lasciar senza difesa le navi al Zante, e le isole loro in preda al nemico. Pure, non se ne potendo altrimenti, s’acconciarono a seguirlo: ed il venti d’agosto approdarono ad Argostoli, fortezza e sorgitore principale della Cefalonia. Di là spedirono più galere a far chiamate e contrassegni, perchè don Giovanni a sicurtà vi si conducesse.[409]
[26 agosto 1572.]
Sua Altezza intanto, dopo fatta una leggera prova di navigare verso la Cefalonia, erasene ritornato a Corfù. Fosse timore di Luccialì, o malizia dei consiglieri, o volontà di abbassare Marcantonio,[410] scrissegli tal ordine che se voleva la congiunzione venisse con tutta l’armata in quel porto, ove aspettavalo.[411]
Io lascio qui libero sfogo alla giusta indignazione dei Veneziani, che sempre delusi a un modo e abbindolati a Messina, a Corfù, al Cerigo, al Zante, alla Cefalonia, e ora da capo a Corfù in andirivieni continui perdevano il tempo e ogni altra cosa; compensati soltanto dal superbo dominio di quel garzone che a suo talento, quantunque assente, arrogavasi il comando sopra gli altri due generali della lega, i quali a lui stesso presente potevano coi loro voti dar legge.[412]
Lascio eziandio un secreto corso all’indignazione di Marcantonio che vedeva ogni giorno farsi più difficile la mediazione sua a conservare la lega per la quale aveva sostenuto tante fatiche.[413] Dirò soltanto che Romani e Veneziani, stretti a chinarsi alle voglie altrui, dovettero dalla Cefalonia tornare al Zante, levarne le navi, rivolgersi un’altra volta alla Cefalonia, e colle navi appresso tirarsi a Corfù: mentre Luccialì, libero da ogni freno disertava il Cerigo e riduceva a disperazione i cristiani di Candia e di Morea. Sultano Selim non avrebbe potuto fare risoluzione a sè stesso più utile di quella che aveva fatta don Giovanni nel richiamare i Veneziani dalla Cefalonia. L’armata ottomana ripigliava la padronanza; ed i collegati perdevano il filo dei disegni incominciati, lasciavano la traccia dei nemici, abbandonavano i cristiani d’Oriente, gittandosi tutto dietro le spalle per trecento miglia di mare.[414]
[1 settembre 1572]
XIII. — Arrivato pertanto Marcantonio a Corfù che era il primo di settembre, trovò al di fuori allegrezza grande della sua venuta, e salve d’artiglierie, e festa che i più facevano nel vedere finalmente insieme tutta l’armata già da tanto tempo divisa: ma entrato dentro nella galea di don Giovanni per dimostrare con le lettere di sua Altezza che egli aveva eseguito quanto in esse si conteneva, conforme al debito suo, don Giovanni senza alcun segno nè pur di cortesia le lettere si ritenne, e gli intimò di ritirarsi, non volendo niente udire da lui delle cose passate. Cui Marcantonio rispose che se non poteva mostrar le sue ragioni a Corfù non gli sarebbe divietato portarle a Roma e a Madrid, prima di essere prevenuto delle sinistre relazioni de’ suoi nemici: lascerebbe all’armata in luogo suo Pompeo Colonna: e poichè tornava non gradita l’opera sua, gli si desse licenza di partirsene. A questo replicò don Giovanni fargli mestieri alcun tempo a risolvere. E vedendo come il congedo di Marcantonio sarebbe suo gran biasimo, la mattina seguente gli fece dire che non poteva dargli licenza: e Marcantonio, rispondergli che non era d’animo a restare di buona voglia senza potersi discolpare.[415]
Anche Gil d’Andrada commendatore dell’abito di san Giovanni gerosolimitano, per le minacce avute nel capo, parlò di tal maniera con sua Altezza che fu riputato magnanimo: perchè coraggiosamente si offrì pronto alla pena quando si potesse trovare esserne in colpa; e francamente gli disse che, per non servire più a lui, rinuncierebbe ad ogni carico nell’armata del Re, tornandosene a servir privatamente alla sua religione in Malta. E a Marcantonio profferse una lettera, scrittagli di proprio pugno di don Giovanni negli stessi termini dell’altra che sua Altezza si era ripigliata, affinchè non restasse senza difesa; col dire che, potendo ajutare la verità in persona di tanto merito quanto quello del signor Marcantonio, non avrebbe mai nè per timore nè per qualsivoglia altro rispetto lasciato di farlo. Laonde don Giovanni si trovò stretto a rispondere che non poteva consentire ch’egli si partisse: e l’altro a soggiungere che resterebbe a servirlo quindi innanzi per timore, laddove prima avealo servito per amore.
Raccolse adunque sua Altezza da ogni lato confusione: perchè al postutto la reità di prendersi a gabbo la lega era in lui, e non in quei due degni campioni che egli avrebbe voluto punire di aver fatto quello che far dovevano non solo per debito loro, ma anche per ordine scritto di sua mano. A tale fu condotto don Giovanni dai biechi divisamenti della corte e da’ rei consigli dei tutori. Chè nell’armata cristiana, se tu ne togli i promotori di siffatti disordini, non restò alcuno il quale non ammirasse la magnanimità dell’Andrada e la virtù del Colonna: intorno a loro crebbe sempre più la venerazione e il rispetto di chiunque aveva sentimento di lealtà e di onore.[416] Marcantonio in quella così ardua prova, vincendo sè stesso e temperando lo sdegno (che tanto mai grande non si accende nei petti generosi quanto al veder vilipese le opere magnanime da chi men dovrebbe) nelle parole e nei fatti proseguì non solo coll’istessa fede e valore; ma, quel che impossibil parrebbe se non si fosse da tutti veduto, con maggiore virtù. Nè è da tacere che di questi brutti vezzi ricevuti da don Giovanni, nelle secrete corrispondenze in cifra, e nei preziosi codici Colonnesi, che io per cortesia del gentil cavaliero don Vincenzo Colonna da un capo all’altro ho diligentemente studiati, non se ne parla altrimenti, se non con eroica moderazione: segno manifesto che l’anima di quel grande, usa a infrenar le private passioni per servire agl’interessi comuni, non sentiva il basso livor della vendetta. Anzi nelle lettere al cardinal di Como, segretario di Stato, scrivendo in quello stesso giorno del primo di settembre, non fece motto di risentimento, nè si querelò dell’oltraggio fatto nella sua persona alla maestà del Pontefice; ma per non giunger esca al fuoco, in quanto a don Giovanni se ne passò, toccò a pena il fatto il Gil d’Andrada, e descrisse lo stato della lega con tanta gravità di sentenze, che io senza uscir gran fatto dai confini della presente materia mi prenderò licenza di qui recarlo colle sue stesse parole.[417]
«Io vedo quanto questo negozio della lega è a cuore di Sua Santità, e però è bene che sappia che per volerlo conservare ci bisogna diligenza, e non meno quella che qui si procura, quanto col negoziare in Spagna e in Venezia e coll’Imperadore. E che Sua Maestà Cattolica si risolva se questo negozio le sta bene, o no. Se le sta bene, lasci da parte quello che meno importa: che certo ei fia glorioso con salute certissima de’ suoi stati. Se altramente la intendono, sarebbe molto meglio levar Sua Santità da questa continua ansietà; e che ognuno faccia il fatto suo. E certo qui hanno mal consigliato Sua Altezza a farci tornare con tanto incomodo, lasciando in mano dei nemici il paese che con tanta fatica avevamo conservato, per dover forse poi fare il medesimo d’andare avanti: oltrechè noi (finchè Sua Altezza non si congiungeva) avevamo pur l’autorità delle deliberazioni: ed egli non poteva commandare con tanta autorità. Questo io non lo dico per me: chè l’ubbidir Sua Altezza mi è felicità (che sono avvezzo ad andar sotto ogni spagnoluzzo) ma per li capitoli e per li Veneziani. Ed hanno messo in disgrazia di Sua Altezza Gil d’Andrada, il quale concorse in quel che si doveva. Sicchè ci è pur troppo che fare a conservare questo negozio, ed alle volte vorrei essere non solo qui, ma in Venezia, in Spagna, e per tutto. Che è miserabil cosa veder perire una congiunzione già fatta, la quale non vi essendo, nè si dovrebbe nè si potrebbe desiderare e procurare altra, a beneficio della Cristianità. Io so ch’è superfluo entrar io in questi particolari che nostro Signore sa e vede tutto: ma l’importanza del negozio mi fà trascorrere, stando impiegato nel servizio di Sua Santità. A Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Corfù al primo di settembre 1572.»
Prudentemente in questa lettera Marcantonio toccava i punti fondamentali della maggior causa che in quei giorni si trattasse in Europa. Qui la necessità della lega per pubblico beneficio della Cristianità; qui la doppiezza della corte di Spagna, di che dopo tre anni ancor non si sapeva se la lega le piacesse, o no; qui il mal governo che facevano i consiglieri di don Giovanni; l’oltraggio ai Veneziani, le non meritate minacce a Gil d’Andrada, e qui l’animo grande di Marcantonio che tace delle sue offese, che non ricusa sottomettersi a chicchessia, sì veramente che non ne venga alcuno sconcio al bene pubblico della Cristianità. Ed è per questo che a me, come dal grave officio di storico viene imposto, conviensi tanto più rendergli ragione quanto maggiore mi si mostra la sua virtù; e senz’altro rispetto se non della pubblica moralità, biasimare apertamente i soprusi, le doppiezze, e dirò pure i tradimenti onde i cortigiani ruppero il corso alla prosperità delle armi cristiane, le frodarono del frutto della gran vittoria, e ci abbandonarono a quei lunghi disastri che avrò per molto tempo a descrivere nella storia della mia marina.
[6 settembre 1572.]
Quanto ai fatti, qui potrei finire: non avendone altro notevole. Ma perciocchè non cessarono nè i disegni delle grandi imprese nè le arti di ruinarle, ed io mi trovo avere in mano le secrete pratiche, e le fila, e le ruote di quella macchina, stimerei troppo gran difetto togliere agli studiosi tanta messe di ammaestramenti quanti se ne possono quindi cavare. Perocchè il tanto negoziare di quell’anno per la sua importanza era fondamento di salute o ruina alla Cristianità ed all’Italia; e per le tanto sottili arti adoperativi ha potuto, tra le accuse degli uni e le recriminazioni degli altri, tener sospeso il giudizio del mondo sino ai nostri giorni.
Finite le difficoltà della congiunzione, cominciavano quelle dei consigli. Chiunque aveva ad arte condotta la stagione tanto innanzi, bisognava pur che se ne prevalesse e ne cavasse costrutto. Dicevano non esser più tempo di imprese rilevanti, nè di liberare la Grecia, nè di pigliare più fortezze ai nemici, e nè anche di combattere contro Luccialì, perchè troppo più potente di quanto non si pensava; ma solo di rimandare le navi in Sicilia, e con le galere inseguire e molestare alla coda l’armata nemica; e le più grandi cose rimetterle all’anno venturo. Alle quali induzioni contrapponevasi Marcantonio, dicendo: troppo onore volergli fare il consiglio, che dopo aver lui potuto con piccol soccorso due volte superare il nemico, non consentiva che con tutto il nerbo della lega potesse farlo sua Altezza: ripensassero alla vittoria dell’anno addietro e vedrebbero che quella ne darebbe questa, se in Dio e in sè stessi quanto si doveva confidavano: risguardassero in viso la marineria cristiana, e la mettessero al paragone delle spaurite genti turchesche: noverassero gli archibugeri, e troverebbonli tali di qualità e di numero da combattere non contro dugento, ma contro trecento e più galere; attendessero finalmente alla stagione che sollecitamente pressavali non a smettere le imprese perchè erano venuti, ma a rompere gli indugi. Cacciassero una volta la paura dei Turchi.[418]
Non potendosi trovar risposte a siffatte ragioni, senza rinnegare l’evidenza e l’onore, il consiglio stava per assentire al parere del General pontificio, sostenuto dal veneziano e dal suo luogotenente: che eran quivi tutti i maggiori capitani soliti a intervenire, men che Pompeo Colonna, escluso quel giorno dal consiglio per volontà di don Giovanni, e a ingiuria di Marcantonio.[419] Se non che il marchese di Trevico, gran privato di Spagna, rifacendosi sull’argomento della speditezza, suggeriva di lasciare le navi, le grosse artiglierie, i cavalli, ed ogni altro apparato di guerra campale, e con le sole galere inseguire Luccialì: sforzandosi a dimostrare che assai ne avrebbero a poterlo combattere; e che, alla fronte di così grossa armata com’era la turchesca, non sarebbe possibile nè sbarcare in terra, nè adoperarsi ad espugnar fortezze, nè a far conquiste. Freddi consigli di vecchio cortigiano. Marcantonio però con caldi ragionamenti, e da valoroso generale, rispondevagli: non doversi pensare che il nemico faccia ogni cosa bene, perchè così non si verrebbe mai al punto d’assalirlo: ma potendosi andare a sicurtà colle navi, sarebbe da vederlo in che termini fosse: non essendo difficile incontrarlo in tanto disordine, per la sollevazione dei Greci, per la debolezza delle sue piazze, e per la perduta riputazione, da aversi a pentire di essere andati senza le navi, e senza tutti quegli aiuti di vittovaglie, di soldati, e di arredi che in esse si tenevano. Quindi richiedeva che di presente si dovesse far vela; le galere a ritrovare l’armata nemica, e le navi a seguirla: e quando non si potesse costringere il nemico alla battaglia navale, s’imprendesse almen l’espugnazione di alcuna delle sue fortezze.
[7 settembre 1572.]
XIV. — Presa la deliberazione conforme al parere di Marcantonio, le galere salparono da Corfù alli sette di settembre; e le navi sciolsero verso il Zante, ove si era ordinato che dessero fondo ed aspettassero gli ordini di Sua Altezza. Intanto don Giovanni s’era lasciato intendere dai Veneziani come egli teneva che le galere loro non fossero provviste a dovere di fanterie, e quindi dovessero rinforzarsi, con ricevere a bordo soldati di sua Maestà. I Veneziani però, offesi dall’incontrato loro per simil ragione l’anno avanti, non potevan pure sentirselo ricordare; e di più tenevano ordine espresso del Senato di non prenderne a niun patto. Quindi Iacopo Foscarino apertamente si rifiutò, dicendo che la sicurezza del suo naviglio tanto a cuore stava a lui medesimo, quanto a chiunque altro; che sentiva di non avere alcun bisogno d’aiuto: ed in prova citava i fatti recenti, l’avere in Grecia due volte combattuto e fugato il nemico; e nel ritorno eziandio preso cinquecento fanti dalla fortezza di Corfù, altrettanti dalle navi, e così provvisto anche meglio che non bisognava alle sue galere. Ma don Giovanni replicando, e quegli persistendo, giunsero a tale che niuno di loro poteva più ritirarsi dall’impegno. E chi sa come sarebbesi terminata la contesa, se non fosse quivi stato a mediatore d’ogni differenza quel sottile ingegno di Marcantonio, il quale con una delle sue destrezze tolse ambedue d’impaccio. Don Giovanni mettesse il rinforzo, ed i Veneziani non ne ricevessero da lui: cioè, invece di soldati spagnuoli, andassero mille e seicento uomini delle fanterie pontificie. Li rassegnò di presente sotto tredici capitani al commissario Contarini, e ne prese nelle sue galere altrettanti di quelli del Re.[420] L’intramessa dei Romani nell’armata della lega, massime sotto a tal capitano qual era Marcantonio, nei maggiori bisogni riusciva opportuna a riparare i disordini e a mantener la concordia. Non poteva però rimediare alla perdita del tempo: chè in queste pratiche se ne passarono cinque giorni.
[11 settembre 1572.]
Erano pertanto alle Gomenizze tredici galere, e due navi del Papa; settantasei galere, e ventiquattro navi del Re; cento cinque galere, sette navi, e sei galeazze dei Veneziani; più due galeazze del granduca di Toscana: che unite insieme facevano grossa armata di cento novantaquattro galere, trentatre navi, e otto galeazze, tutte acconce e corredate d’ogni cosa necessaria a navigare e a combattere. Allora parve a don Giovanni di metterle in ordinanza, divise in squadre, e contrassegnate da pennoncelli di diversi colori. Nella battaglia galere settanta di giallo al calcese, condotte dai tre generali della lega; nell’ala diritta quarantacinque galere, di verde alla prua, sotto il marchese di Santacroce; nella sinistra altrettante d’azzurro all’osta, sotto il Soranzo; e nel retroguardo di bianco alla poppa, con più di trenta galere, don Giovanni di Cardona: le galeazze, guidate dall’intrepido e veterano comandante Francesco Duodo, all’antiguardo; due per ciascun corno, tre sul fronte della battaglia, ed una alla coda; le navi finalmente, a carico di don Rodrigo di Mendoza e di Adriano Bragadino, alla vela tutte in un corpo sino al Zante, e là pronte ad ogni cenno di sua Altezza.
[11-16 settembre 1572.]
Con quest’ordine salparono dalle Gomenizze agli undici di settembre, la sera dettero fondo presso all’isola Ericusa, oggi detta il Paxò; e la mattina, levatisi per andare verso la Cefalonia, ebbero incontro due galere che per ordine di Marcantonio avevano spiato i movimenti dell’armata nemica, e venivano a riferire trovarsi buona