parte di quella in Portogiunco presso a Navarino, e il resto sotto la
fortezza di Modone; ma tutta stremata di vettovaglie, oppressa dalla infermità, e piena di terrore.[421] Però crebbe a dismisura l’ardire delle nostre genti; e tanto maggiore allegrezza si faceva, quanto che la cosa tornava quasi fuor d’aspettazione: giudicando ciascuno che i Turchi, avuto avviso della congiunzione dell’armata cristiana, senza dubbio si dovessero esser fuggiti a Costantinopoli, paghi di aver ricuperato molta riputazione coll’essersi mostrati presti alla battaglia. Saputo però che Luccialì era venuto così vicino, quasi a cercar le busse, non altro desideravano che dar dentro, e rivedere un’altra giornata a Navarino, come quella dell’anno avanti a Lepanto. Ma ora la contrarietà dei tempi, ora quella degli uomini, fece ritardo: perchè la sera del dodici pel vento contrario bisognò ritornarsene a Paxò; la mattina del tredici dar fondo alli Guardiani fuor del porto di Argostoli, il quattordici passarlo a far acqua e legna, e il quindici a veder l’armata in battaglia; rodendosene i Veneziani, che per violenza trovavansi stretti a patire quel perdimento di tempo. Il qual cruccio tanto più cresceva quanto che, messosi alla sera il ponente freschissimo, si sarebbe potuto giungere improvvisamente sopra Portogiunco, ed avere certissima vittoria. Don Giovanni però contro il parere del generale di Roma e di Venezia (che nel corso della notte tre volte, e sempre con maggior premura il sollecitarono) non volle scorrere avanti: anzi, avendo divietato ogni mossa di remo ed ogni scossa di vela, per consiglio di don Giovanni di Cardona e de’ suoi marinari, navigò tutta la notte a secco. Avrebbe potuto essere all’alba sopra Navarino, e pur non giunse che ben tardi alle Strofadi, oggidì chiamate Stanfane, isole picciolette e deserte in mezzo al mare, quasi egualmente dal Zante che da Navarino lontane.[422]
Qui già trapela l’accordo secreto tra i consiglieri e i marinari per arreticare i movimenti dell’armata. Si naviga a secco, cioè senza vela, si arriva a mezza strada, si dà fondo, e si chiamano i capitani a consiglio. Però il Foscarino, afflitto nell’animo, e condotto dall’istessa freddezza del temperamento suo a mostrare una volta che poteva risentirsi di così lunga sofferenza, liberamente rivoltosi a don Giovanni ed ai suoi, prese a dire:[423] Che fa per noi, signori, metterci ogni giorno in consiglio per vedere il modo di combattere e di navigare, se navigare e combattere non vogliamo? A che tante parole? Questa notte si poteva filar dodici nodi all’ora, col vento fresco di ponente, e non si è fatto vela: ecco, quest’oggi si poteva dar la battaglia, e ci troviam qui fermi a perder tempo in consigli perpetui. Non basta? Vogliam noi che il nemico si prepari meglio a resistere? Vogliamo che si riduca in parte più sicura? Che sappia l’arrivo nostro in quest’isola? Stiamci due giorni; ed egli il saprà. Ma che dico due giorni? E non basta forse a quest’ora per averci discoperti il gran fuoco che si è da certuni acceso alla spiaggia? Son questi i nostri consigli? Queste le glorie della Cristianità? Questa la liberazione della Grecia? E già era in procinto di non attendere risposta, ma da sè stesso e di buon peso far ragione alle domande sue; allorquando Marcantonio, colto forse il momento d’un suo sospiro, interrompevalo dicendo: Esser quello il tempo da concludere con poche parole la grande impresa; si spegnessero i fuochi, si calmassero gli animi, l’armata si apprestasse a combattere: la notte si leverebbero copertamente di là per esser prima dell’altro giorno sopra l’isola della Sapienza, innanzi alla fortezza di Modone: da quell’isola potrebbero a oltranza assalire l’armata nemica, tutta o parte, che fosse in Navarino, e troncarle la strada perchè mai più non potesse fuggire. Escluso Luccialì da Modone, avrebbero gli alleati a loro posta l’armata sua.[424] Il qual partito sebbene fosse in consiglio da tutti abbracciato e fermo, come tale che poteva dare gloriosa vittoria, ciò non pertanto tornò vano. Sulle rive di quell’isola, ove i poeti avevano posto il seggio dell’Arpie, non doveva essere che il marzial congresso, a che i prodi si convitavano, non fosse da sconce mani e guasto e corrotto.
[17 settembre 1572.]
XV. — Imperciocchè venuta la sera assai quieta e serena, senza niun vento, l’armata cristiana levossi; e celatamente prese a navigare secondo il convenuto. Ma nel silenzio della notte, quando i soldati e i capitani immersi nel sonno riposavano le stanche membra a invigorirle pel combattimento imminente, allora fu sconvolto onninamente l’ordine del navigare, e tolta non solo una gran vittoria alla Cristianità, ma per altri tre secoli aggravato il servaggio dei Greci, e mantenuti i barbari a flagellar l’Europa. Di che, mentre io scrivo, la penna in mano mi trema pel fremito che sento nel ripensare come la frode a pubblico danno e perpetuo delle genti usa vestire il manto dell’innocenza, e la menzogna sfacciatamente mostrarsi sotto l’aspetto della verità. Il Caracciolo, il Sereno, il Graziani e l’Adriani,[425] che ho sempre innanzi, autori di somma fede, concordi fra loro, e con quanto v’ha di recondito negli archivj; tutti contemporanei, i due primi capitani assennati e presenti all’armata, gli altri due uomini di stato e di quell’ingegno che tutti sanno, temono dir troppo, e si tengono tra l’errore di qualche piloto, e il maltalento di alcun comandante, lasciando alla posterità scevra di paure e di speranze il risolvere. Ed io senza passione, che nulla temo e nulla spero, stretto solo dall’evidenza dei fatti, mi fo coscienza a gettar via quel tormento dei dubbi, ed a parlare la sincera verità, perchè la storia sia qual esser deve maestra della vita, ritratto fedele della virtù, e flagello del vizio.
Tuttavia prima di mettere in chiaro l’arcano di quella notte, mi fa bisogno descrivere in brevi tratti i contorni delle costiere ove il fatto avvenne. Un vago disegno, dipinto a colori per mano del tanto celebre capitan Francesco de Marchi, svolge il prospetto della costa occidentale di Morea, le isole del Prodano e della Sapienza, il porto di Navarino, la rada di Modone, e le posizioni delle due armate di Cristiani e di Turchi, come furono in questo giorno diciassette settembre 1572. È alla Magliabecchiana tra le tavole e piante di fortezze disegnate dal De Marchi, il quale fu presente a questi fatti, come si rileva dalla scrittura posta al margine del disegno.[426] Da quella e da altre carte marine si rileva che la spiaggia di Morèa rimpetto alle Stanfane, donde si è mossa l’armata cristiana, scorre tra la foce del fiume Achelòo e la punta di capo Gallo, quasi per diritta linea da settentrione a mezzogiorno; ed offre ai navigatori nel picciol tratto di quindici miglia due porti capacissimi di qualunque armata: su verso tramontana è Navarino, la cui fama risuona nel mondo per moderni e per antichi avvenimenti, di che avrò più volte a parlare; ed all’ingiù, verso ostro, è Modone, fortezza, città e porto principalissimo della Grecia. Presso a ciascuno di questi luoghi è un’isoletta: la prima, sei miglia al di sopra di Navarino, è chiamata il Prodàno, o isola di Proteo; e l’altra, per tre miglia sotto Modone, è detta oggidì la Sapienza, e presso gli antichi Enusa: quella scopre Navarino da lungi, e non lo domina, per la troppa lontananza; questa però tanto sovrasta sull’angusto canale di Modone, che gli è tutt’uno il mettersi alla Sapienza ed il bloccare questa città, senza che niuno possa più uscirne od entrarvi. E siccome nel fatto presente l’armata nemica stava divisa tra i due porti or ora nominati, così la venuta improvvisa degli alleati sopra la Sapienza doveva disunirla per sempre, tenerne deboli e soggette le divisioni, e quasi senza alcun risico aprir la strada a disfarle ambedue.
Con questa deliberazione l’armata nostra sciolse dalle Stanfane, con questa navigò a remo tacitamente nella oscurità della notte, con questa in dodici ore avrebbe potuto filare le quaranta miglia, con questa all’alba presero l’armi capitani e soldati.[427] Ma, tra le maraviglie che ne fece ciascuno ignaro del secreto, invece di trovarsi la mattina alla Sapienza, quinci distante quarantun miglio nel rombo di scirocco per due gradi a mezzogiorno, l’armata della lega (condotta secondo la tattica dal Piloto della real galera di don Giovanni), fatte non più che ventisei miglia, e nel rombo di scirocco per quindici gradi a levante, trovossi fuor di strada! Non alla fronte ma alla coda dei nemici, non alla Sapienza ma al Prodàno! Non a vittoria segnalata, ma a perdere la riputazione e il frutto di tante fatiche![428]
Io non coprirò questa enormità con magre scuse. Non dirò che fu errore involontario del piloto di sua Altezza.[429] Perchè questo non potrebbe supporsi senza ingiustizia o follia: ingiusto io dico dar taccia di così grande reità ad un piloto reale, senza alcuna prova; anzi quando si sa che non fu nè punito nè rampognato, nè dal suo generale nè dal suo sovrano: follia sarebbe supporre nell’arte di navigare, in una notte tranquillissima di mare e di vento, per un tragitto così breve e tanto conosciuto, tal fatta errori che in un negozio di tanto rilievo menassero alla differenza di diciassette gradi per rombo e di quindici miglia per distanza; quandochè (volendo pur concedere qualche errore al piloto) doveva essere tutto nell’allargarsi a mare e nel tirar oltre a gradi ed a miglia, anzi che nel troppo stringersi a terra e nel trattenersi tutta la notte per via: e ciò perchè di suprema importanza era sorprendere il nemico, comparirgli di fronte ancorchè tardi, tagliargli la strada, invece di lasciarsi vedere prima del tempo, e alla coda. Nè pure dirò che i ministri spagnuoli per loro private passioni si opponessero in ogni incontro alla buona volontà del re Filippo;[430] perchè tanta contumacia e perpetua di tre anni non era possibile contro un sovrano di quella tempra, che aveva poc’anzi per disubbidiente fatto morire il figlio nella prigione. E nè anche mi sento di seguire il terribile salto di certuni che, sfiduciati di trovare altra scusa qui in terra, sono andati a cercarla nei cieli:[431] perchè troppo enorme bestemmia mi parrebbe attribuire all’altissima Maestà di Dio i peccati degli uomini i quali gli si opponevano, allora appunto che tanta bella occasione di vittoria metteva loro innanzi. Dirò dunque che questo fu tiro maestro di quelli stessi personaggi che alla Prevesa, a Cipro, a Lepanto, a Navarino non volevan battaglie; di quelli che a Roma intrigavano i capitoli, a Messina mettevano sospetti, a Corfù richiami, per tutto mala frode e false scuse.
Chi ne dubitasse, senta gli effetti, e legga il resto. Appena i Turchi che erano in Navarino ebbero scoperta a levata di sole tutta l’armata cristiana venirne da tergo verso il Prodàno, conosciuto il precipizio sull’orlo del quale s’erano quella notte trovati, con la fretta maggior che potevano o salparono i ferri, o troncarono a furia le gomene, per ridursi in salvo a Modone, prima che i nostri giungessero a chiudere il passo. Ma dovendo ad una ad una quelle galere mettersi in mare, tra la confusione che in ogni repentino caso suole incontrarsi, non poterono tanto presto smucciare, che gli alleati non le avessero già quasi raggiunte.[432] Don Giovanni però non dava loro che poca caccia, quasi per mandarle più presto a ricoverarsi in Modone, anzichè per assalirle nella fuga. Marcantonio tutt’armato com’era, fattosi tragittare di presente dal suo palischermo alla galera di don Giovanni, con franchezza e libertà pari al bisogno, dicevagli: Che, se pure si era navigato a rovescio, contro la risoluzione fatta, e già il nemico se ne fuggiva, ordinasse almeno venti galere delle migliori, perchè l’inseguissero alla coda, tanto per provocarlo a battaglia, quanto per ghermirgli qualche galera grave e tarda che dietro all’altre, come sempre succede, si rimanesse. Ed avendolo l’Altezza Sua con molto sussiego interrogato, se egli stesso che proponeva il partito l’avrebbe voluto eseguire; Marcantonio sull’atto fece scorrere il suo palischermo a cavar fuori le venti galere che, dopo la sua capitana, stimava più leggiere e ben armate: ed era già sul muovere, quando don Giovanni facevagli dire che si rimanesse nell’ordinanza con tutti gli altri, perchè l’armata nemica non fuggiva altrimenti, ma se ne veniva in tre squadre a presentar la battaglia. Allora Marcantonio, cui non poteva parer vero tal mutamento, a voga arrancata passò col battello sotto la poppa della sua Capitana, e domandò più volte alla guardia del calcese: qual vista facesse l’armata nemica; e quegli sempre a rispondere: Di fuggire.
Il perchè tornò alla reale ripetendo come per certo il nemico fuggiva, e don Giovanni fermo a negare. Finalmente per levarsi dinanzi il testimonio importuno della verità, ed il tacito riprenditore della maligna e codarda politica, gli comandava che andasse con sola la sua capitana dietro ai nemici per vederli da vicino: e se venivano a combattere, ne desse segno con un tiro; altrimenti con due, se fuggivano.
E quantunque ciascuno vedesse in ciò l’oltraggio manifesto alla capitana, allo stendardo, ed al generale del Papa nel mandarlo a mo’ di stracorridore, e senza dignità di accompagnamento, a spiare i nemici; pure Marcantonio di presente acconsentì, e spiccò senz’altro la sua capitana. Alla cui vista molte galere mossero dalla posta per seguirlo, specialmente la padrona e le sensili del Papa, parendo a tutti che non si dovesse patire di lasciarlo andar solo.[433] Ma per ordine di don Giovanni furono tutte, loro malgrado, ritenute; salvo che la galera del Quirino, il quale, giudicando che il suo Generale veneziano per la ragione di più alta giustizia e di comune utilità gliel consentisse, volle contro il divieto di don Giovanni andare appresso a Marcantonio.[434]
Così il generale romano, e luogotenente della lega passò avanti di tutti gli altri tre miglia; laddove vedendo con gli occhi suoi manifestamente che il nemico fuggiva, sparò li due tiri: e non per questo don Giovanni si mosse. Voltarongli però la faccia nove galere turchesche, sdegnose di vederselo appresso così solo in mezzo al mare a sparare cannonate: e sarebbesi quivi fatto disperato combattimento, perchè Marcantonio intrepido aspettavale, se il Quirino, rimandato indietro da lui, non avesse ottenuto da don Giovanni che si avanzassero seco due galere di Malta e cinque del Re, alla vista delle quali le turchesche ripigliarono la fuga, inseguite sempre e cannoneggiate da Marcantonio sin sotto la fortezza di Modone.
Io lascio a voi il ripensare da questi fatti quale esser dovesse l’animo di sua Altezza e dei suoi consiglieri contro i Turchi in quel giorno e nella notte precedente: e, toccando di volo i minori incontri per non tenervi a tedio, ometto le prove di egregio valore che Marcantonio dette nell’affrontarsi là sotto Modone con alcune galere nemiche, e nel farle investire in terra, ed anche nel tentare di pigliarsene due incagliate sotto la stessa fortezza, donde i Turchi sfolgoravano di tutte le loro artiglierie contro lui solo. Concludo però che la giornata del diciassette settembre tale doveva essere per la lega quale era stata quella del sette d’ottobre.[435] Ma arcani ordinamenti, traendo l’armata di don Giovanni nella notte fuori di via, e nel giorno fuori di senno, permisero al nemico d’andarsene, di ricongiungersi e di mettersi in salvo. Or prenda cui tocca a suo carico il lento movere, il simulato navigare, il falso vedere, e il non inseguire; che quanto a Marcantonio bisogna concedere che mostrò come sempre, così quel giorno, esser schifo di simulazione e di vigliaccheria.
XVI. — Ritirate che furono le galere dei nemici a Modone, sopravvenne lenta lenta presso al medesimo porto tutta l’armata con don Giovanni, che in quel giorno, come ne dicono il Caracciolo ed il Sereno, aveva fatto sempre vogare a quartieri.[436] La qual parola quartieri non è stata quivi messa a caso dagli esperti capitani, ma pensatamente: perchè fosse intesa da chi si conviene. Laonde ben fecero gli editori di Montecassino a fiutare che quivi il loro Sereno abbisognava di chiosa, ma andarono fuori del seminato nel volergliela fare mal a proposito.[437] Perchè il vogare del testo non tocca nè al fil del timone, nè al vento tra la perpendicolare o il traverso, come essi dicono, fermandosi alle prime parole del dizionario. Vogare è dar dei remi in acqua, non di vele al vento, nè di filo al timone. Perciò con buona loro licenza mi bisogna ricordare che quartiero significa propriamente la quarta parte, e spesso per analogia la terza o la quinta di ogni cosa: quindi i tre scompartimenti d’una galera, presa per lo lungo da ruota a ruota, chiamavansi quartieri di prua, di poppa, e di mezzanía. Onde, vogare a quartieri significava remigare con sola una parte del palamento; ora con quello di prua, ora coll’altro di poppa, ora col terzo di mezzana;[438] tanto che riposandosi gli uni di qua, travagliavano gli altri di là; a vicenda toglievano e lasciavano il remo, ed a vicenda aveano riposo e fatica. Insomma era un vogar lentamente con pochi remi. Ed usavasi tanto per dar fiato alle ciurme a fin di mantenersele vigorose in procinto di battaglia, quanto per non essere troppo presto in alcuna parte ove non mettesse conto. Dunque dicendo quei maestri che don Giovanni il diciassette settembre aveva fatto vogar a quartieri, vogliono farci intendere che veniva senza fretta, e che copriva la lentezza sotto colore di riposar le ciurme pel caso della battaglia. Spiegano eziandio (tanto è feconda la verità) le opere dei navigatori coll’arte del navigare; e viceversa l’arte coll’opere. Anzi mi si permetta che dal detto innanzi ne deduca per conseguenza necessaria che quella notte e quel giorno fu bonaccia, o poco vento: perchè altrimenti nè la notte sarebbero andati a remo, nè il giorno a quartieri, nè il piloto a trattenersi per via, nè Marcantonio a raggiugnere tanto da vicino i nemici, nè questi a voltarglisi contro, nè il Quirino avanti e indietro, nè i Turchi fuggirsene lasciando altri a dubitare se si movessero in su o in giù: segno certo che niuno alzava la vela, e notizie bellissime che al bisogno si possono cavare da quei diligenti scrittori, perchè viemeglio si confermi l’impossibilità dell’errore, e la certezza che si adoperava a malizia.
Giunti a Modone, indarno Marcantonio rappresentò che, senza dar tempo ai nemici, si dovesse di presente a viva forza entrar nel porto, e tra quelle angustie opprimerli siffattamente che non ne scampasse pur uno. Indarno si offrì d’esser il primo alla prova, e indarno promise certissimo effetto. Coloro che sempre erano a schifare i cimenti, veduto quel luogo, cominciarono a chiamarlo invincibile: a diritta la rocca sopra una rupe circondata dal mare, a sinistra le batterie sur una collina, e in mezzo galere, soldati e cannoni a guardarne la bocca. Altro non vollero per dire che pareva cosa piena di pericolo e quasi impossibile entrare là dentro. E facendo conto don Giovanni, per esser vari i pareri e l’ora già tarda, che non si potrebbe in quel giorno pigliare alcun partito, ordinò che l’armata si ritraesse, e ne andasse a dar fondo alla Sapienza: e che Marcantonio, pigliate otto galere di vanguardia, codiasse il nemico, e si mettesse a suo piacimento sulle vedette tra quell’isola e la Capraia. Nel qual tempo, disfatta l’ordinanza e navigando ogni altro a suo talento, egli col predetto antiguardo volle accostarsi a Modone per viemeglio riconoscere il porto, la piazza e l’armata nemica. Se non che scontratosi là presso con quattordici galere turchesche, prese a inseguirle: e con tutto che quelle disperatamente fuggissero, era per raggiungerne qualcuna, e già cominciava a bersagliarle col cannone, quando Luccialì, che stava in punto per uscire, si mostrò con ottanta galere, non tanto a ricoverare le sue quattordici, quanto a dar vista di coraggio, e a confondere vieppiù i Cristiani che senza aver fatto nulla procedevano chi qua chi là disordinati.
Ondechè don Giovanni fu costretto a voltar la faccia, ma il fece con tanta confusione che Luccialì l’avrebbe rotto se fosse stato pronto ad assalirlo.[439] Avendo però costui tardato, per la paura che soppanno agghiadavalo, sapendo che la ruina sua sarebbe certa se i Cristiani pigliassero ardire, contento di averli con siffatto badalucco sgomentati, prese a ritirarsi in quella che i nostri si rimettevano: e non lasciando mai di trar cannonate, rientrò nel porto che erano due ore di notte.
[18 settembre 1572.]
Don Giovanni allora si allargò sino a venti miglia da Modone, e aspettò in giolito il nuovo giorno. Venuto il quale, si rifece innanzi al porto, provocò in più modi il nemico alla battaglia; non ebbe risposta.
Chiaro era che Luccialì, secondo si legge di Fabio Massimo, intendeva a temporeggiare, a confondere gli alleati, e far le viste non le prove della guerra, insomma a vincere senza combattere. Ciò non per tanto sua Altezza e i suoi si lasciarono prendere a quelle arti: e quando avrebbero dovuto tirarlo per forza alla giornata, in quella vece se ne andarono a rinfrescar l’acquata.
Una delle grandi necessità che spesso stringeva le galere, era la provvisione dell’acqua: imperciocchè questa specie di navigilio non potendo imbarcar vasi di gran capacità, doveva usare i barili. Che sebbene industriosamente ripartiti, senza ingombrare nè il ponte di sopra nè le camere di sotto, ma in quella vece allogati a tre a tre sotto ai banchi dei remieri, giungessero al numero di quasi dugento barili in ciascuna galea; tuttavia per la gran moltitudine delle genti, e l’arsura che provavano nella fatica, non fornivano bevanda più che per dieci o quindici giorni: dopo i quali, fosse pure in paese nemico, bisognava accostarsi a terra, e da qualche ruscello o fontana attigner acqua: e sovente battersi ancora con quelli che venivano ad opporsi. Perciò si sbarcavano primamente drappelli di archibugieri più o meno numerosi, secondo il bisogno; e quando di qua e di là della sorgente, spiegatisi alla campagna avevano abbracciato le alture circostanti, allora scendevano le ciurme per acqua.
Così il diciotto settembre l’armata della lega mosse verso la fortezza di Corone, salutolla di buon mattino con alcune volate d’artiglieria, e, scorsa dieci miglia più oltre ad un fiumicello, sbarcò quasi tre mila fanti spagnuoli sotto il conte di Landriano, e cominciò l’acquata. Ma avendo il conte svolte le maniche degli archibugieri sul piano, attorno alle siepi e alle macerie di certi giardini, e non avvertito di guadagnare una villa che da presso gli sovrastava, ecco venirvi speditamente per la via di terra con tre mila giannizzeri e cento cavalli l’istesso Luccialì, diligentissimo a cogliere l’occasione che gli si offriva. Dì là caricò più volte sui nostri, e sempre mantenne viva la scaramuccia, che per essere il luogo pieno d’alberi durò sei ore. In capo alle quali, avvisato don Giovanni che gli Spagnuoli cominciavano a cedere, vi mandò Paolo Sforza con una mano d’Italiani a sostenerli sino a notte, che si terminò il travaglio degli acquatori.[440] Morirono in questa fazione da una parte e dall’altra molti soldati e capitani, tra i quali Alessandro Strozzi e il cavalier di Bazan; avendo pur corso pericolo Alessandro Farnese, che con molti cavalieri del suo seguito vi fece prove di gran valore.
[19 settembre 1572.]
Rimbarcate le genti nella notte, rimenò don Giovanni l’armata a Modone; donde le galere nemiche non s’erano punto mosse. Rivide alla prima luce del giorno la gran selva d’alberi e d’antenne che là sorgevano, e il prese vaghezza di accostarvisi e considerarne da presso la postura. E perchè la capitana di Marcantonio s’era mostrata in tanti riscontri agile, sicura e forte più ch’ogni altra dell’armata, volle sua Altezza montare in quella, col general veneziano e cogli altri del consiglio, e senza galere d’accompagno scorrere sin quasi alla bocca grande del Porto, tra l’isola della fortezza e la spiaggia.[441] Colà stette alquanto a riguardare le dugento galere ottomane ormeggiate in tre file, colle poppe a terra, la tenda fatta, e la fronte difesa dalle stesse loro artiglierie; egualmente che i fianchi dalla fortezza sulle rupe di ponente, e dai ridotti sulla collina di levante. Sua Altezza e i consiglieri sclamavano, che l’armata nemica era bene alla posta.
Stando adunque in queste ed altre molte considerazioni, ecco uscir dalla punta del molo quindici galere, che guizzando fuor fuori venivano per metterlo in mezzo e tagliargli la ritirata: ondechè sua Altezza diè volta indietro, dicendo che prima di mettersi al pericolo di assaltar là dentro un nemico così bene afforzato si doveva deliberare l’impresa co’ voti di tutti. Così fece chiamare a consiglio nella sala dell’istessa capitana[442] oltre i generali di Venezia e del Papa, i consiglieri privati, i provveditori, i condottieri, e insieme, il principe di Parma e il duca di Bracciano: e dette principio al parlamento con quella diversità di pareri stata sin allora consueta.
Gli Spagnuoli tenevano per impossibile assaltare l’armata ottomana nel porto di Modone: e in quella vece proponevano di tornare al Zante, ripigliar le navi, rinfrescar le vettovaglie, e governarsi poscia secondo che metterebbe conto.[443]
I Veneziani chiamavano codardia la ritirata al Zante, non acconcia se non a crescer baldanza ai nemici e a dar pretesti a chi cercava di non far altri conti. Niuna battaglia navate, dicevano, potersi combattere ove non era l’armata nemica; nè alcuna impresa di terra tentare ove quella poteva da un momento all’altro sopraggiugnere. Come difenderebbero l’armata senza soldati? e come piglierebbero le fortezze senza sbarcarli? Venissero adunque le navi dal Zante a Modone; troverebbero la via sicura ed aperta. Basterebbe un messaggero ed una lettera, senza che capitani, generali, soldati, e tutta la lega andassero a chiamarle. E dappoichè il nemico era stretto e bloccato in Modone, si deliberasse non il modo di abbandonarlo, ma di offenderlo.
Marcantonio risolutamente affermava che le batterie e le difese di Modone in altri tempi e con altra gente potevano forse credersi difficili a superare; non allora con quei Turchi che dentro vi stavano fuggitivi, pieni di paura, invalidi, e trepidanti alla fresca memoria di tante sconfitte; non allora che all’incontro stavano uomini prodi, esperti di guerra, usi a vittorie, e pieni di grandi speranze. Mostrassero gli alleati coi fatti più che colle parole il poco conto in che si doveva tenere quella gente raunaticcia ed inesperta, che non mai ardiva venire a battaglia. Si provassero ad assalirla nel porto: e vedrebbero che coloro, non avendo nè animo di combattere, nè modo di resistere, ma solamente comodità di fuggire in terra, al primo abbordo lascerebbero in abbandono i loro vascelli, e metterebbero la piazza in tal disordine, che i vincitori, come già a Tunisi, piglierebbero a un tratto l’armata e le fortezze.[444]
E tale senza fallo sarebbe stato l’effetto del suo consiglio quale egli prediceva: perchè gli esploratori e i rinegati sin d’allora rapportavano quel che dappoi meglio si venne a risapere, che Luccialì disperava di salvar l’armata sua, essendo di soldati e di remigi mal provvista, piena di avvilimento, e oppressa dalla fame: e che quantunque richiamato dal Sultano, non ardiva partirsi, temendo non forse gli alleati il raggiungessero per via. E più volte pensato aveva o di abbandonar secretamente l’armata e con pochi ripararsi in Algeri, o di fuggire in terra con tutti i suoi e lasciare i vascelli in poter dei Cristiani, cui pensava vedere più anche in quell’anno che nel precedente vittoriosi.[445] E mentre egli seco stesso tenzonando in grande amarezza deplorava la sua trista sorte e l’imminente pericolo che gli sovrastava o dai nemici o dal padrone,[446] allora la stoltezza o malizia dei consiglieri venne in suo soccorso e il rese fuor d’ogni sua opinione vincitore.
Perocchè quasi tutti, per sino i Veneziani, impensieriti al pericolo, e trepidanti per l’autorità e pel numero degli oppositori, esclusero il partito di Marcantonio.[447] Grande sventura! Non era pari alla potenza degli Spagnuoli la sincerità; nè pari alla prudenza dei Veneziani l’ardire. Per manco di sincerità e d’ardimento, non vi ebbe chi sostenesse il partito salutifero del romano campione. Nè questi sel recò ad offesa: anzi sommesso alle leggi dell’alleanza, ed ai voti degli altri due generali, smise il primo disegno; e, riguardando alla pianta della città, del porto e dei rivaggi di Modone, un altro ne svolse da produrre ugualmente buon effetto. Far campo attorno alla terra; ed espugnata la piazza, impadronirsi dell’armata. Per la qual fazione bisognandogli avere un giusto esercito alla campagna, e l’armata in punto sul mare, fece seco le ragioni del condurre l’una e l’altra bisogna; così che sbarcando dodici mila uomini ne avrebbe assai per l’assedio, e gliene resterebbero ventimila sull’armata (cento per galera) bastevoli a sostenerla. Che se si volesse condurre l’armata medesima quivi presso nel porto di Navarino, chiusa la bocca colle galeazze e colle navi, starebbe sicura da qualunque insulto di nemici e da ogni fortuna di mare; e darebbe eziandio calore all’assedio. I dodici mila, traendo seco vittovaglie e artiglierie, andrebbero a porsi sul colle di Santaveneranda, vicino o per dir meglio a cavaliero sulla fortezza e sul porto; donde già prima combattendo avevano i Turchi tolta la terra ai Veneziani, e donde (come altrove si dirà) Romani e Veneziani la ritolsero ai Turchi. Quivi avrebbero acqua in gran copia, che da inesauste sorgenti vi rampolla, vittovaglie abbondanti dall’armata, e più anche dai Greci del contado; con che risparmierebbero le proprie e torrebbero quel sostentamento ai nemici. E venendo al modo di eseguire il suo disegno, prese a considerare che, sbarcando i dodici mila nel porto di Navarino, resterebbe sicura l’armata; ma l’esercito avrebbe a camminar quindici miglia di strada difficile all’artiglieria, e sovente aperta agli assalti dei cavalli nemici: e in quella vece, sbarcandoli alla spiaggia sotto il colle di Santaveneranda, l’esercito andrebbe sicurissimo a campo; ma le galere correrebbero pericolo di essere in mal punto assalite da Luccialì. Perciò schivando l’uno e l’altro inconveniente si dovrebbe pigliare una via di mezzo: metter prima l’armata a Navarino; e all’improvviso venire con cinquanta galere delle migliori e con tutti i palischermi e fregatine a sbarcare il detto numero di soldati a due miglia da Modone, in una valletta chiamata Mauria: ma di notte, in silenzio e con prestezza tale, che fatto lo sbarco in un ora, quando pur Luccialì se ne addasse, non potesse aver tempo nè d’impedire che l’esercito non salisse a Santaveneranda, nè che le cinquanta galere non ritornassero sicure a Navarino.[448]
Mirabile fecondità di mente! A lui tanto era facile trovar sempre nuovi ed ingegnosi partiti, quanto ad altri l’udirli raccontare. Egli in un giorno, e son già tre secoli, spiegò a Modone quella tattica sublime onde crebbe la rinomanza di Bonaparte a Tolone, di Nelson ad Abukir, e dei tre grandi ammiragli quivi stesso a Navarino. Ma non per questo se ne contentavano i prudentissimi consiglieri privati: anzi, dopo aver impedito l’assalto del porto, non potendo opporsi all’assedio della piazza, prendevano a ridir sul modo proposto da Marcantonio, e gli si contrapponevano col voto del marchese di Santostefano. Questi divisava che di pieno giorno tutta l’armata si dovesse mettere tra l’isola della Sapienza e della Capraia; di là muovere e sbarcare i dodici mila, non sulla diritta di Modone per a Santaveneranda, ma sulla sinistra al piè della Collina fortificata; e quivi presso rimanere schierata in battaglia: le fanterie dalla spiaggia dovessero assalire la Collina; e, potendola pigliare, fortificarsi in quella: quindi scorrere sul Monte appresso; e di là, scoprendo a giusto tiro l’armata nemica nel porto, prendere a offenderla. Che se altrimenti non riusciva lo sbarco, nè l’assalto della Collina e del Monte, allora si richiamerebbero a bordo le fanterie, e si darebbe volta per l’Italia.[449]
Se non che il General veneziano, non tanto commosso dal finale proposito di ritirarsi in Italia, quanto dalla vanità del progetto del Marchese, prese a parlare, dicendo: Che ben si poteva salvar l’armata a Navarino, sbarcar di notte i dodici mila, ricoverar le cinquanta galere, mettersi a Santaveneranda, e di là pigliar Modone, secondo l’avviso del signor Marcantonio; ma che non sarebbe mai possibile di pieno giorno, sopra spiaggia aperta, in faccia al nemico, sbarcare senza ostacoli dodicimila uomini, e il parco dell’artiglieria; e quandochè riuscisse, per fortuna dei Cristiani o per negligenza di Turchi, restavano troppe Colline e Monti a superare, troppe fortificazioni a vincere, e troppa sete a patire in quella parte priva d’acqua, e solo guarnita di bocche a fuoco: e che nè anche l’armata cristiana potrebbe a piacer del Marchese fermarsi in battaglia a rimpetto di Modone, perchè discacciata di là al primo scirocco dovrebbe andarsene, lasciando l’esercito disperato di ritirata e di soccorso.[450] Tra questi e molti altri ragionamenti, dibattendosi lunga pezza i capitani, n’andò la giornata, e si sciolse il consiglio, senza aver ferma alcuna deliberazione. Don Giovanni o non seppe o non volle concludere, nè troncare il filo alla diversità delle sentenze.
[25 settembre 1572 ]
XVII. — Quando ecco, per dar tregua alle altrui ed alle nostre melanconie, un cotal architetto di oscura fama, per nome Giuseppe Buono, messo all’armata dal duca Cosimo (gran partigiano della corte di Spagna)[451] offerirsi di costruire alcune batterie galleggianti con che facilmente piglierebbe Modone. Approvò don Giovanni che si fabbricassero le macchine, e dette il carico di sopravvederle a Marcantonio, come a colui che pel desiderio di buoni effetti si metteva volentieri ad ogni travaglio. Primamente il Buono richiese sei galere per farne tre batterie, e Marcantonio propose che si piglierebbe secondo la rata di ciascuno nella lega: tre di Spagna, due di Venezia, ed una del Papa. Ma i grandi personaggi che per parte del Re stavano con don Giovanni, dopo aver consentito al disegno delle macchine, cominciarono a farne poco conto; ed a volere che prima se ne tentasse la prova con due sole galere dei Veneziani.[452] Contentandosene il Foscarino, le due galere vennero in mano al Buono: disarmate, disalberate, rase di tutta l’opera morta, strettamente incatenate l’una coll’altra; sopra la coperta da poppa a prua gran piazza di tavole massicce; attorno il parapetto di gabbioni e fascinotti terrapienato per di dentro, dodici palmi alto, quattordici profondo; la piattaforma, e sopra quella otto cannoni in batteria, sei di fronte e due per fianco. Ed affinchè la macchina al gran peso non profondasse, il Buono vi metteva sotto e di costa due file di botti vuote; e similmente dentro nella stiva da poppa a prua altre botti quante più ve ne capissero: talchè se mai l’artiglieria nemica rompesse in qualche parte la macchina, non per questo affondasse.
Con tuttociò pesava tanto, che appena reggevasi a galla: e quando ne sparavano i pezzi immergeva il rostro nel mare. Laonde quel gran successo che si sperava, e che erasi pur veduto venti anni prima nella espugnazione d’Afrodisio,[453] non era a vedersi in quel di Modone. E ritirandosene ciascuno, come per vergogna, restava là soltanto Marcantonio a sorvegliare il lavoro, secondo l’ordine di sua Altezza; ed a beccarsi la taccia di intendere alle vanità, e di mettere a pericolo la gente del Re: quando dall’altra parte i Veneziani in peggior condizione si dolevano di aver perduto due galere, e patito altri danni, e vista l’opera abbandonata alla metà da chi non voleva metterci nè tavole, nè corde, nè portar la terra, nè dar mano a compirla o a ripararla.[454]
[27 settembre 1572.]
Passati col pretesto di siffatto lavoreccio nove giorni, arrivarono dal Zante le ventotto navi che don Giovanni aveva mandato a richiamare. Crebbe con esse la forza dell’armata, ma non il sostentamento della guerra. I marinari si aspettavano guazzare nell’abbondanza della Sicilia, unico granaio donde si potessero trarre i viveri dell’armata; i capitani per le promesse del provveditore di Spagna don Giorgio Manriquez si aspettavano sette mila soldati, e vittovaglia per due mesi: ma non erano più che due mila fanti, parte del Re, parte della Signoria, e tanto poca e così cattiva panatica quanto malamente poteva bastare cinque giorni: tutta roba di mazzamurro.[455] Sicchè alla diversità dei pareri, al non potersi far macchine, e a tante altre difficoltà, aggiungendosi a grado a grado la penuria del vivere, e la stagione facendosi di giorno in giorno più trista, tutti colà fluttuavano. Più d’ogni altro don Giovanni: che smarritosi nelle contraddizioni, nè sapendo più tra que’ suoi consiglieri cui credere, dubbioso tra lo stare e l’andare, tra il desio d’aver Modone e la vergogna di non prenderlo, qua mormorazioni delle genti, là querele dei Veneziani, non trovava loco a risquitto. Gran testa quel re Filippo, che sapeva confonderli tutti; da vicino e da lontano, in vita e dopo morto.
[30 settembre 1572.]
Finalmente parendo a don Giovanni ed al General veneziano che per allora non si poteva far altro a Modone, essendosi troppo nei pubblici e privati discorsi inaspriti gli animi, e non avendo ardimento nè di seguire Marcantonio nè di opporsi al gran consiglio, pensarono operare per diversione, e mettersi all’assedio di un castello che i Turchi avevano al lato destro del gran porto di Navarino, di che portava il nome.[456] Era Navarino in quel tempo una piccola terra, malamente fortificata, senza fossi e senza baluardi, con solo un muro attorno, e qualche torre e qualche fianco all’antica; non aveva altro vantaggio che di sorgere sopra una rupe a guardia della bocca minore del porto, senza poter impedire il passo a chi vi entrava per la maggiore. Tale era questo luogo, prima che Luccialì lo fortificasse alla moderna, e in onta a don Giovanni vi costruisse quella nuova fortezza di che avrò con miglior successo altra volta a trattare. Ora dico che, alla prima parola di Navarino, tutto il Consiglio fece plauso. Non v’ebbero più nè Colline, nè Venerande, nè scirocchi, nè altra difficoltà: si fece pressa a partire. Alli trenta di settembre don Giovanni sbarcò quattro mila Spagnuoli del Padiglia e del Moncada, cinquecento Papalini del Bonelli, cinquecento Veneziani di Paolo Orsini, quasi mille nobili avventurieri sotto Girolamo Acquaviva duca d’Atri; e postili tutti al comando di Alessandro Farnese (che tanto poi rese chiaro il romano suo nome nelle campagne di Fiandra e nell’assedio di Parigi), mandolli con diciannove cannoni a pigliar Navarino. Il Padiglia, ordinato a guidar l’antiguardo e ad investir la piazza, se le accostò nella notte: con poca fatica occupò una tra le due strade: ma non avendo atteso all’altra, e ciò contro al parere del conte di Sarno, fu cagione che il giorno seguente per quella via entrasse nella fortezza l’istesso Luccialì. Il quale, cavatine i vecchi, le donne, i fanciulli, empito tutto di vittovaglie, e postivi dentro sceltissimi soldati, sventò a un tratto il disegno della lega.[457] Indarno si dette mano agli approcci, indarno a far salir l’artiglierie, indarno ad aprire il fuoco delle trincere: i difensori con arditissime sortite e col trar continuo li rimboccavano. Alle quali cose aggiungendosi tristi tempi, e dirottissime piogge, e per tutto il campo una voce, che si dovesse levare l’assedio, altrimenti sarebbe succeduto qualche gran sinistro, tanto più che i Turchi si facevano vedere alla campagna con grande assembramento di fanti e cavalli, don Giovanni deliberava di abbandonare l’impresa, quantunque vi fosse impegnata la riputazione sua, e l’onore delle armi cristiane. Sempre le discordie dei capitani confondono, e i timidi consigli conturbano la mente dei soldati.
[5 ottobre 1572.]
La notte dopo il quattro di ottobre si cominciò a ritirar l’artiglieria, appresso il bagaglio, l’esercito, i capitani. E parendo bene a don Giovanni che quei signori fossero aiutati a scendere, fece venir in terra Marcantonio a dar loro la mano. Egli che per natura odiava le fazioni non compite, ed allora sentiva vivissimo il dispiacere di trovarsi testimonio di tanta vergogna, dovendosi così grande armata ritirare da sotto una roccaccia, pur si mise alla coda delle colonne nella loro contrammarcia; sempre difendendole e sempre combattendo contro la cavalleria nemica che lo accompagnò sino alla spiaggia, sino ai palischermi, sin quasi sotto al tiro delle galere.[458]
[7 ottobre 1572.]
XVIII. — Fatta l’acquata a Portogiunco, che è l’uno dei sorgitori dentro il golfo Navarino, e terminato l’imbarco con quell’avvilimento che a siffatti disastri va sempre congiunto, si trovarono per soprassello quasi affamati. Tanto di vittovaglia per le piogge, pel trasporto, e per lo sciupío s’era consumato in sei giorni al campo, quanto sarebbe bastato per venti giorni in mare. Di che sgomentandosi ciascuno, massime gli Spagnuoli, cominciavano a parlare del ritorno: e don Giovanni stava già per mettere il segno di far vela con tutta l’armata verso l’Italia, quando gli rammentarono la mattina del sette ottobre, che quello era il primo anniversario della gran vittoria: e che si doveva con qualche prova di valore celebrare. Il perchè deliberò rivolgersi un’altra volta a Luccialì, appunto allora che costui, reso ardito dalle nostre miserie, e dal niun frutto della lega in quella campagna, era uscito di Modone, e se ne veniva codiando alla larga l’armata cristiana. Nel qual tempo essendo comparsa in alto mare una nave veneziana che, partita dal Zante col pieno carico di vittovaglie, era stata prima spinta dal vento al Cerigo, e di là se ne veniva a Navarino, entrò Luccialì nella speranza di poterla predare, avanti che don Giovanni avesse tempo a difenderla. Per ciò spinse a quella vôlta venticinque delle sue migliori galere, ed egli stesso con tutta l’armata si mise in punto per sostenerle. La qual cosa divulgatasi a Portogiunco, e riferita a don Giovanni, fece nascere un subito e pronto movimento delle galere cristiane, che alla sfilata, come meglio si trovavano, uscivano fuori, e arrancavano verso terra per cacciare al largo le venticinque galere nemiche. Marcantonio divisava affrontarle, e tanto trattenerle che il marchese di Santacroce potesse tagliarle fuori dell’armata loro. E don Giovanni si ordinava appresso per essere pronto alla giornata, qualora Luccialì si fosse avanzato a proteggere i suoi. Ma il corsaro che non voleva perdere con una battaglia ciò che aveva fin allora guadagnato senza far nulla, richiamò di presente le venticinque galere; e si rivolse a fuggire verso Modone.
In quello scompiglio dei nemici le migliori nostre galere, la capitana di Marcantonio, del Cardona, del Caneletto, del Santacroce, e di Malta si misero in caccia, gareggiando tra loro per ghermirne qualcuno: ma tanto erano lontani e così prestamente smucciavano e tanto da presso avevano il porto, che sarebbero i nostri tornati addietro senza alcuna presa, se in una di quelle galere, capitanata da Mahamud nipote di Barbarossa, gli schiavi cristiani in numero di duecento, rivoltandosi contro di lui non avessero gettato i remi e fermato il naviglio, perchè il marchese di Santacroce, che davagli la caccia, se lo pigliasse. Mahamud resistette combattendo sino alla morte, alcuni degli schiavi cristiani restarono massacrati al primo rumore, gli altri ricuperarono la libertà, ed il Marchese ritornando con quella preda fu ricevuto a sommo onore da don Giovanni e con infiniti applausi dai cortigiani.[459] Gran miseria sfamarsi di briciole.
Allora dalla concorde testimonianza di dugento persone si venne meglio a confermare come Luccialì era pien di spavento, e non fidava rimenare l’armata a Costantinopoli, per quanto il Sultano lo richiamasse, temendo esser nel viaggio sopraggiunto dai Cristiani. Di più che se i nostri lo avessero assaltato la sera del diciassette settembre, certamente pigliato avrebbero l’armata sua; perchè egli, pensando non poter resistere, aveva fermo di salvarsi a terra, e fuggire. La stessa deliberazione dicevano aver fatta il giorno diciannove, quando gli si presentò la battaglia nel canale della Sapienza. Riferivano inoltre che durante l’assedio di Navarino egli ogni dì entrava nella fortezza e ne dirigeva le difese. E che sebbene gli fosse arrivato alcun rinforzo di gente e rinfreschi di provvigioni, non per questo si trovava fornito a dovere; ma anzi in molta penuria, e più pieno di timore che di speranza. E per tutte queste ragioni essi, sebben schiavi alla catena, avevano preso animo a rivoltarsi. Donde era a concludere che con alquanto più d’ardire, secondo il parere di Marcantonio, si sarebbe potuto già molto prima per terra e per mare aver finita la guerra. Tuttavia, tanto erano gli animi oppressi dal letargo e dal privato consiglio, che senza cavar profitto da tutto ciò, non altro ardimento prese don Giovanni se non di condurre l’armata davanti a Modone, e di farla quivi vedere terribilmente al nemico. Là stette con gran valore fermo alla mostra per tutta la giornata; finalmente stanco di tanta bravura, per non aver più che mangiare, propose di tornarsene in Italia. Marcantonio eziandio persuaso che a quel modo non si poteva far nulla di bene, ma soltanto accelerare lo scioglimento della lega, consentì alla domanda:[460] e il Generale veneziano, lieto altresì di potersi ritirare senza aver colpa nella deliberazione, chinò la fronte e si mise cogli altri; dicendo che il voto dei due era legge per tutti. Di che l’Europa restò maravigliata, il Papa offeso, la Repubblica oppressa, e l’armata piena di confusione. Grande il trionfo di Luccialì. Intorno a costui furono in festa tutti i mussulmani, con quella schiuma di malvagi cristiani, specialmente di Dalmatini e di Spagnuoli che gli si presentavano ogni giorno per farsi, se forse già prima non erano, turchi.[461]
Or non sarà che io lasci di trascrivere qui, almeno in parte, il dispaccio di Marcantonio al cardinal di Como nel quale si contiene il suo giudizio sopra questi successi, in questa forma:[462] «Per una mia lettera delli due diedi conto a Vostra Signoria Illustrissima come si era concluso di pigliar questo luogo di Navarino, et come se n’era data la cura al signor principe di Parma. Vi è stato tanto poc’ordine nel piantar dell’artiglieria, e nel munire il campo, et in ogni altra cosa necessaria, et quel che più importa si è lasciato il transito libero all’inimico di potere a sua posta di giorno e di notte rinforzare il presidio, che stante il suddetto, et il mancamento delle vittovaglie, si fece jer sera deliberazione di ritirare l’artiglieria et l’esercito, con grandissimo dispiacere di tutti.... Parse anche conveniente che il signor Principe fosse ajutato a ritirar l’artiglieria, et così vi andai io; dove sono stato la notte passata et questa mattina.... Non si tenterà altro per quanto vedo in queste parti.... Ed ancorchè si aspettino alcune navi di vittovaglie non può essere bastante; dovendo esser molta quella che abbia da rimediare un’armata come questa, quando viene a restarne del tutto sprovveduta, come questa ora si trova.... Dio perdoni a chi da principio non ha voluto che fosse possibile di offendere il nemico, e sono andati dando tempo al tempo, con far macchine e aspettar navi, acciò il mancamento del pane ci abbia poi escluso il tutto. La volontà di sua Altezza non può migliorarsi.» _Cifra_. «Siamo stati sempre uniformi li tre voti, ed in questa ritirata avendo parlato il signor don Giovanni ed io che per la necessità del vivere il partito era forzato, il generale veneziano disse: la risoluzione è fatta perchè li due voti bastano. Io replicai che se le altre deliberazioni si erano prese sempre di comune accordo, questa doveva essere più di tutte, perchè era forzata dalla necessità; e che avendo io ordine da sua Beatitudine non solo di tardare ma anche di procurare che sua Altezza sverni in Levante, dicevo che mi pareva che stessimo: e che se loro avevano vittovaglie ce ne dessero, che io per il mio voto dicevo che si stesse fermi. Rispose che egli non replicava, nè contraddiceva. Io soggiunsi che giacchè non poteva contraddire, doveva consentire: et non volere buttare in faccia ad altri il carico del bisogno che era comune a tutti: perchè li soldati di Nostro Signore che io avevo nelle sue galere si morivano dalla fame. Et così afflosciò. Et oggi è stato da me a scusarsi mostrandomi la terribilità della sua Republica; et dicendomi, che se io non venivo a Corfù con quelle galere di Sua Santità, et del Re cattolico, lui aveva ordine di andare a combattere l’armata del Turco, et che si sarebbe perso in un tratto. Mi è parso che Sua Santità sappia la verità di questo fatto.[463]
»Quello di che li signori Veneziani si possono dolere (levato il passato)[464] è, che sua Altezza ne fece tornare a Corfù; che si venne pigramente a trovar quest’armata, et che risolvendosi di dare all’alba sopra l’isola della Sapienza (quando l’armata turchesca era in questo Porto) dessimo in quella del Prodano. — Da Porto-Giunco la sera del 7 ottobre 1572.»
Or dunque, messe anche da parte le ingiurie del tempo passato in tre anni di guerra, e prese sol queste più recenti degli ultimi due mesi, avevano pur di che dolersi i Veneziani. La volontà di sua Altezza non poteva migliorarsi. Vedi destrezza nello scegliere la sua frase: non dice con questo che la volontà di lui sia cattiva, non dice che sia buona; soltanto dà per impossibile che si muti in meglio. Dunque non aveva più volontà. Soltanto doveva patire che a libito altrui andassero per sempre le cose al modo stesso; che si lasciasse la briglia sciolta al nemico, e che gli amici fossero abbindolati dal Cerigo sino a Corfù; che il tempo migliore si perdesse; che fosse offeso Marcantonio, minacciato Gil d’Andrada, dispregiato il generale di Venezia; patire che pigramente si andasse a cercar la battaglia, che invece di aver la vittoria alla Sapienza si andasse a perdere ogni cosa al Prodano; che a Navarino si accattasse vergogna; che a lui venuto per ultimo dai granai della Sicilia mancasse dopo un mese la vittovaglia, non mancata agli altri nell’anno; patire di venir tardi e mal provvisto, che i suoi commissarj entrassero col vanto dell’abbondanza e poco dopo scoprissero i cenci della miseria; che i suoi consiglieri promettessero vittorie senza battaglie, e tutti insieme mettessero difficoltà in ogni cosa, men che nel ritorno. E così lasciare abbandonati i Veneziani innanzi al nemico cresciuto di potenza e di riputazione.[465]
[18 ottobre 1572.]
Con questi patimenti dell’una e dell’altra parte in broncio navigarono di ritorno. Ed al turbamento degli animi rispondendo le tempeste del mare, tra le dirotte piogge, il fragor dei tuoni, ed il folgorar delle saette, andarono afflitti e dimessi dal Zante al Viscardo, e più oltre alle Gomenizze, ed a Corfù. Mancò la galera san Pietro del Papa: che scorrendo alla vela, menata da gagliardo scirocco, sulla prima guardia dopo la mezza notte del giorno diciotto di ottobre, investì sulla secca che è presso l’isola di Paxo.[466] Metà della galera salì di prua sul banco, metà di poppa si sommerse, e nel mezzo si sdirenò: affogarono più che cento persone. Il cavalier di Sangiorgio che n’era capitano, tutti gli ufficiali, e trecento altri si salvarono sulla prua: passando di là due galere furono tirati a salvamento. La mattina seguente Marcantonio dalle Gomenizze mandò monsignor Grimaldi commissario con tre bastimenti a ricuperar ciò che avanzava del naufragio: ma il mare grosso, lo scirocco gagliardo, e lo sfacelo della nave non permisero che si ricoverasse altro se non l’artiglieria, e qualche parte degli armeggi: il resto andò in mano ai rapaci che poco dopo quivi si gittarono per bottino.[467]
Raccoltasi finalmente l’armata nel porto delle Gomenizze, ecco sopraggiungere il Morillo, regio provveditore, con cinque navi spagnole cariche di vettovaglie, ecco nove galere di Spagna col cavalier Vasquez de Coronado, e insieme Giannandrea Doria con cinque galere sue, il duca di Mondragone, Gabrio Serbelloni, il Figueroa, tre mila soldati,[468] e sopra ogni altro il signor don Gonzalo Ferrante di Cordova duca di Sessa, venuto colà con tutta quella provvisione e compagnia non già per confortare i collegati alla guerra, nè per reprimere i nemici, nè per mettersi ad alcuna impresa, nè per unirsi, o come essi dicevano incorporarsi all’armata; ma per disciogliere l’unione, e per sollecitar don Giovanni a tornarsene presto in Sicilia.[469]
Il perchè, reclamando indarno i Veneziani, e indarno offerendosi Marcantonio a svernare in Levante se restassevi l’Altezza sua, o almeno qualche squadra di galere spagnole, perchè vi si vedesse la forma di Lega, don Giovanni con poco onore, senza salva, e senza segno di allegrezza, molto diversamente dalle altre volte, partissi da Corfù. Alli venticinque entrò in Messina. Marcantonio poco dopo ricondusse le genti del Papa a Civitavecchia.[470] I Veneziani restarono soli a fronte dei nemici. Niuno mai avrebbe nell’ottobre del settantuno pensato che tale sarebbe stato l’anno appresso il ritorno dell’armata.
[Novembre-Dicembre 1572.]
XIX. — Or io non voglio mettermi appresso a ciascun di quei capitani, nè raccontare minutamente i viaggi e le pratiche in che si occuparono. Bastimi per sommi capi raccogliere la venuta di don Giovanni a Napoli, laddove nelle delizie, da altro fuoco che non di guerra nel giovanil petto acceso, aspettava e temeva essere richiamato dal fratello.[471] Brevemente ancora raccolgo il viaggio che Marcantonio per commissione del Papa fece a Madrid, con animo non tanto di scolpare sè stesso delle accuse di che gli invidiosi caricavanlo presso il Re, quanto di convenire del modo col quale avesse l’anno venturo a trattarsi la guerra. Nel suo passaggio ricevette grandissimi onori, tutti vollero vederlo e festeggiarlo, per fino i suoi contrarj. Tanto la verità vince sopra le menzogne, e la virtù sopra le passioni. In Genova ogni ordine di cittadini, e l’istesso Giannandrea, quasi da occulta forza condotti, furono a visitarlo.[472] Dal Re poi gratissimamente ricevuto ed onorato, dopo spediti i negozii pubblici, e giustificata benissimo la sua causa, fu confortato a tornarsene in Italia, ed a procurare che l’armata per tempo potesse uscir fuori.[473] Al modo stesso il principe di Parma, Paolo Giordano Orsini, il duca di Sessa, e gli altri personaggi principali, in modo differente delle cose fatte e da farsi discorrendo, si ridussero a Madrid. E il re Filippo, sì di tutti loro che di Marcantonio e di Giannandrea lodandosi, ebbe a dire che: Quei signori avevano molto sentito la passeggiata.[474] Cioè che menavano gran rumore, non avendo per tutto l’anno fatto altro più che andarsene a spasso.
Ma il passeggio delle armate, che al re Filippo dava materia di giocose parole, quello per appunto rimescolava la bile dei Veneziani. Intesi i successi della campagna ed i disgusti ricevuti del loro Generale, non più secretamente ma in pubblico, per le piazze, domandavano qual mai fine aver dovesse la loro miseria, da qual rabbia fosse compreso il Senato, e per punizione di quali peccati nella mente dei consiglieri fosse venuta tanta pazzia, che paresse loro di far cosa bella a mostrarsi invitti contro tutte le avversità e contro tutti i mali, sol che potessero mantenere la cara amicizia di quella corte che già tante volte avevagli derisi, straziati, e traditi.[475] Da uomini prudenti, com’erano, si guardavano dal suscitarsi contro l’ira personale del Re terribile, menavano per buone più le parole che i fatti suoi, e rovesciavano la colpa, gli sdegni, e le maledizioni sopra i ministri. Dimostravano con molte ragioni che si troverebbe la Signoria meglio d’accordo coi Turchi, che non con loro.[476] Di che inteso secretamente il Senato, fu scritto a Marcantonio Barbaro, ambasciadore in Costantinopoli. Costui, uomo di molte lettere e di molta virtù, sebben dai Turchi sul cominciare delle ostilità posto in custodia, pure aveva saputo per destrezza sua molto bene accomodarsi al tempo, e non ostante la guardia e la prigionia, potuto sempre mandare e ricevere avvisi e lettere anche in cifra per salvezza della sua patria: egli medesimo ricevuta la commissione prese daddovero a trattar la pace col Sultano.
Ciò non pertanto i Veneziani si apparecchiavano più che mai alla guerra, per esser pronti ad ogni successo nella nuova stagione. In Roma il Papa disegnava accrescere il numero delle sue galere: già n’aveva per opera di Marcantonio messe assieme da varie parti diciassette, e ne cercava delle altre.[477] Per mezzo di Pompeo Colonna duca di Zagarolo e di Concetto Matteucci da Fermo scriveva le nuove fanterie.[478] Da Madrid il re Filippo, fermo ne’ suoi principi e fedele osservatore delle formalità di corte, rinnovava solennemente con tutti i suoi titoli le lettere di credenza per il congresso di Roma a quelli stessi deputati Granuela, Pacheco e Zuñiga che avevano negli altri anni più volte, massime nella chiesa della Minerva, cavato le lacrime a san Pio.[479]
[Gennaio-Marzo 1573.]
XX. — Con siffatti animi si ripigliarono in Roma le sedute; alla prima delle quali volle esser presente il Pontefice. Ciascuno tornò al filo di quelle ragioni, e di quegli scaltrimenti che aveva già altre volte adoperati. Gli Spagnuoli a levar la guerra dalla Grecia ed a tirarla in Africa, i cardinali a mantenerla contro il Sultano, ed i Veneziani a chiedere che le forze degli alleati si dovessero accrescere, come per certo crescerebbero quelle del nemico, che don Giovanni smettesse il vezzo dell’assoluta padronanza, osservando o assente o presente il voto degli altri due generali; e che nel mese di marzo, non più tardi, l’armata del re e del Papa fosse pronta a Messina per mettersi in campagna a guerra guerreggiata con forza e diligenza in tempo debito secondo l’uso delle nazioni e la dignità del nome cristiano.[480] Le quali proposte essendo in ogni parte conformi ai capitoli della Lega, per quanto venissero contrastate dai cavilli degli Spagnuoli, e messe a troppa tortura dalla minutezza dei Veneziani,[481] dovettero in fine essere approvate da tutti: deliberandosi di comun consenso che innanzi al primo d’aprile dovrebbe l’armata del Re e del Papa essere a Messina, e di là senza indugio unirsi a Corfù coi Veneziani, per cacciare di Grecia il nemico: le galere sino al numero di trecento si accrescessero, e la guerra non secondo l’arbitrio di un solo, ma col voto dei tre si governasse.[482]
[4 aprile 1573.]
Ferme queste ed altre utilissime deliberazioni, uscito il mese di marzo, ed entralo l’aprile, senza essersi ancora eseguito dagli Spagnuoli nulla di ciò che era promesso:[483] ecco la sera del due arrivare a Venezia il figliuolo dell’ambasciatore Marcantonio Barbaro, e portare da Costantinopoli al Senato i capitoli della pace promessi dal Sultano a suo padre, sotto la malleveria dell’ambasciatore di Francia,[484] quando il doge volesse firmarli. Ai Francesi non piaceva che Venezia si consumasse inutilmente nella guerra, nè che con essa cadesse l’ultimo baluardo d’Italia in mano degli Spagnuoli.
Alli tre il consiglio dei dieci, ponderata da una parte la infedeltà perpetua di Filippo, l’ingiuria di Andrea Doria alla Prevesa, l’abbandono di Giannandrea a Cipro, la diserzione di quest’istesso a Lepanto, le difficoltà del Granuela a Roma, le opposizioni del consiglio privato a Messina, gli inganni della navigazione al Prodàno, e le continue dilazioni, soprusi e menzogne; e dall’altra le condizioni quantunque si voglia gravose, che il Sultano come se fosse vincitore imponeva, deliberò piuttosto alla pace col Turco che alla perfidia degli Spagnuoli affidarsi. La mattina del quattro il Doge, fatto venire il nunzio del Papa, con lui in questa sentenza parlò.[485]
«Iddio onnipotente scrutator de’ cuori sa quanto noi sino al dì d’oggi con ogni sforzo abbiamo procurato di mettere un freno alla prepotenza del Turco. Egli pur sa che la grande giornata del settantuno non è stata proseguita dalla Lega, e non ha prodotto l’effetto che doveva. Egli sa che l’anno passato quando le forze marittime del nemico erano ancor fiacche e noi pronti, il Re cattolico non ha fatto la parte sua: e prima dette ordine a don Giovanni che non andasse in Levante, poi che tardi venisse; e questi a vista dei nemici, o per deliberazione de’ suoi consiglieri, o per mancamento di biscotto, si ritirò senza aver fatto cosa alcuna.
»Oggi il Turco si è riavuto, ha armato quattrocento galere, e fa sforzo estremo d’esercito in terra a’ nostri danni. Cattaro, Zara, Traù, tutta la Dalmazia è in pericolo; il nemico ha devastato le campagne; noi non abbiamo che città assediate: Candia, il Cerigo e Corfù esposte ai nemici; e quei popoli in stato di disperazione per le continue molestie, il poco soccorso e la mancanza del pane. Noi dovremmo essere già in campagna a fin di marzo: pure si vede col fatto che non giovano ad assicurarci nè i capitoli della lega giurata, nè le deliberazioni del congresso a Roma. Eccoci alli quattro di aprile, senza vedersi eseguita cosa alcuna. Ne duole affliggere maggiormente Sua Beatitudine. Di essa non possiamo dolerci, anzi ce ne teniamo, e terremo sempre obbligati. Ma l’infedeltà degli Spagnuoli, il non poter più reggere a tante spese, la manifesta ruina di tutto lo stato nostro, ci ha sciolto da ogni impegno, e ci ha sforzati ad accettare dal nemico una misera pace, che ora vi annunciamo conclusa.
»Non erano queste le nostre speranze; ma ci scusa la forza che ci ha stretti a chinare il capo e ad acconciar i nostri pensieri alla qualità delle cose.»
La pace fu trattata con tanta segretezza che, avanti di saperne il principio, se ne sentì la conclusione. Restò la Repubblica tra molte angustie per l’aggravio dei capitoli; ma al tempo stesso in grande sicurtà per la fede con che la corte ottomana prese ad osservarli. Per quasi un secolo non vi fu più guerra tra loro. Ma il Pontefice che, dopo tanti pensieri e così gran travaglio abbandonato, perdeva la speranza di veder riscossa dalle usurpazioni ottomane la cristianità di Oriente; gli Ungheresi, i Pollacchi, i Tedeschi che rivedevano il Turco sbrigliato in atto di gittarsi nuovamente sulle loro terre; gli ambasciatori di Spagna, che sempre davan voce contro i Veneziani;[486] tutti quelli che senza muovere un dito zelavano le vittorie sopra i nemici della fede; i capitani di ventura che perdevano il soldo, i mercadanti che scadevano nelle tratte, i novellieri che non avevan più pascolo, e infiniti altri che per innumerevoli rispetti credevano scapitarci, ne menarono scalpore incredibile: tutti contro i Veneziani. Di che io mi passo assai quietamente; rivolgendo lo sguardo al re Filippo di Spagna che fu il primo a quietarsene. Quando seppe della pace, senza mostrare risentimento e senza alcuna apparente amarezza, disse:[487] Che se i Veneziani tanto prudenti avevano conosciuto che lor mettesse conto la pace, stimava che avessero fatto bene di provvedere ai casi loro; nè egli potrebbe offendersi che la guerra fosse finita ad arbitrio e piacimento di quelli per utilità dei quali era cominciata. Ciò non pertanto egli continuerebbe a combattere contro i Turchi, ancorchè solo; e basterebbegli in premio che il mondo conoscesse come alla prontezza sua nel pigliar l’armi corrispondesse sempre la costanza nel mantenerle.
Parole magnifiche: che riportate da tutti, anche dai suoi parziali, gli tolgono ogni scusa. Filippo non si era messo nella lega per ricuperare i paesi perduti, non per riscuotere la Grecia, non per rimettere la civiltà in Oriente, nè per restituire a quei cristiani gli usurpati diritti; ma perchè il mondo lo chiamasse costante nel mantenere i suoi sudditi, i suoi nemici, e i suoi alleati tutti insieme in guerra perpetua, senza battaglia, senza compenso, senza fine: perchè il Turco sempre ci fosse, e l’Italia sempre palpitasse in quello strazio in che per tanto tempo fu tenuta dai barbari, massime co’ ladronecci e scorrerie perpetue sui paesi littorani. Il mondo non si piglia a gabbo per più di tre secoli. Oggi il mondo chiama perfidia quella che esso chiamava costanza: oggi dice che la lega fu rotta da lui, non dai Veneziani.[488] Che se egli fosse stato sincero, e avesse voluto da senno ciò che tutti i popoli di Europa ed i Pontefici altresì s’aspettavano dalla lega, egli al paro d’ogni altro si sarebbe sdegnato della rottura.
Nel tempo istesso l’ambasciador suo in Roma spediva un corriero a don Giovanni d’Austria, proponendogli di far grandi promesse ai Veneziani, sol che si rompessero un’altra volta col Turco. Allora, diceva, oltre agli aiuti che la corte di Spagna avrebbe da Venezia, le toglierebbero per sempre la speranza di pacificarsi, e la ridurrebbero a suo dispetto schiava di sua Maestà: il Papa eziandio quinci innanzi con maggior sommissione guarderebbe le cose del Re; e sua Altezza don Giovanni farebbe la guerra a suo modo, senza stare ai capitoli dell’alleanza, e senza dover osservare il voto del generale del Papa e dei Veneziani.[489]
[Maggio 1573.]
Non si lasciarono però a siffatta tresca condurre i Veneziani. Il general Foscarino rimise l’armata nell’arsenale; don Giovanni sul molo di Napoli abbattè lo stendardo della lega; e Marcantonio sapendo come il Pontefice aveva a gran fretta rimandate indietro le galere, e sciolte le milizie, andò, come aveva già fatto dopo la morte di san Pio, a chiedere licenza.[490] Senza replica l’ottenne.[491] Di là a pochi giorni fu eletto governator generale delle armi pontificie, e supremo comandante di terra e di mare, Jacopo Boncompagni consanguineo del papa.[492]
Così ebbe fine il generalato che Marcantonio Colonna tenne con tanto decoro del Papato e di Roma, quanto mai se ne sappia degli antichi e dei moderni capitani. Per la virtù sua non solo trionfò dei nemici e riempì d’ammirazione i popoli; ma, quel che parrebbe impossibile ad ogni altro, restò egualmente nella stima delle emule corti di Venezia e di Madrid, con le quali mantenne sempre corrispondenza di lettere e d’uffici. Il Doge sovente il ricercò dei suoi consigli. E il Re, dopo la terribile disfatta che andò costantemente cercando in Africa, e ve la trovò l’anno dopo, temendo troppo della Sicilia, e bisognandogli governatore tale che fosse in terrore agli Ottomani, pregò Marcantonio a pigliarne come vicerè il governo: egli resse per nove anni quei popoli con lode di giusto e di prudente reggimento. Or io avendomi a dividere da questo eroe, non mi proverò di compendiarne qui gli elogi; perchè sì grandi sono e tanto li ho discorsi, che nè io saprei meglio, nè egli a venire in maggior fama ne abbisogna.[493]
Nell’altezza però di tanta gloria, onorato dai principi, riverito dai popoli, superiore a qualunque offesa aperta, non fu già sicuro dalle arti vilissime dell’invidia, con che alcuni pochi ma potenti travagliarono il resto della sua vita, e procacciarono oscurarne la fama. Il Litta con poco accorgimento, e per volersi mostrare imparziale, si mise in ponte tra la verità e gli inganni di costoro. Marcantonio scrivendo al re di Spagna, a cose finite, e con l’usata sua circospezione, di sè e di loro parlava così:[494]
«Le contrarietà che mi sono state fatte nel tempo della guerra che per tre anni si fece in lega col Papa e co’ Veneziani vennero da tre cagioni. Primo, perchè vi furono alcuni che non giudicavano utile, nè avevano piacere della lega: secondo, perchè non potevano persuadersi che si potesse combattere contro i Turchi sul mare: terzo, la grande invidia e rabbiosa che mi portavano, perchè col favore di Vostra Maestà io tenevo in quella spedizione un luogo tanto principale. E questo maledetto peccato tanto più andò crescendo quanto meglio le cose succedevano al rovescio della loro opinione. Il frutto che ho cavato io fino al dì d’oggi dalla grande giornata sono state persecuzioni.»
La rabbia dei persecutori, non sazia mai di calunnie, spinse innanzi tempo l’eroe di Lepanto al sepolcro. Chiamato dal re Filippo alla corte l’anno mille cinquecento ottanta quattro, se ne venne con dieci galere di Sicilia a Civitavecchia: e dopo essere stato in Roma sua patria per riveder la famiglia, quasi presago della triste sua sorte, da tutti affettuosamente accomiatandosi, passò per mare a Barcellona, e di là con molto seguito prese le poste verso Madrid. Ma come fu giunto a Medinaceli, colto da violentissimo male, morissi: lasciando a tutti gli storici sospettare che il veleno di alcun possente ed invido nemico spegnesse nella fresca età di anni quarantanove questo luminare di gentilezza e di virtù romana.[495] Le sue spoglie mortali, ricondotte tra noi, si posarono con quelle dei suoi maggiori nella chiesa di sant’Andrea del castello di Paliano. Io però, tra le mura del chiostro e sulle carte dell’età trascorse dolorosamente ripensando all’ingratitudine degli uomini, che fa più grande e mesta la mia solitudine, non ho cessato fatica per rinverdire nella memoria e nella estimazione dei posteri la fama dell’altissimo campione. L’ho seguito ne’ suoi viaggi, ho narrate le sue geste, l’ho accompagnato alla tomba. Qui mi fermo, qui oro, qui poso alquanto la penna a ritemprare l’animo stanco del passato, e fiducioso dell’avvenire.
FINE.
INDICE ALFABETICO
DELLE PERSONE, DEI LUOGHI E DELLE COSE.
N. B. _Il numero arabico indica la pagina, tanto per il testo quanto per le note._
Accoramboni Camillo, 19, 256.
Acquata, 194, 401, 445.
Adami Bonifacio, Ottaviano, Annibale, 304.
Africa (in) sviamento di guerra, 298, 299, 325, 370, 427, 433.
Alavolino Aurelio, 303.
Alba (d’) duca, 300.
Alberici Alberico, 49.
Alciati Giambattista, 20.
Alticozzi Muzio, 197.
Aly, 211, 217, 222.
Ammiraglio, 197.
Ancona, difetta di storici, 15. — Suoi capitani. Vedi Benincasa, Bonarelli, Ferretti, Fontana, Regio, Tommasi.
Andrada (d’) Gil, 193, 194, 326. — Minacciato, 349, 372. Vero cuore di Spagna, 379.
Andreotti Francesco e Gregorio, 158.
Angelici Guido, 150.
Appiano (d’) Alfonso, 159, 239, 244.
Araceli, 275.
Archivio Caetani, 159. — Capitolino, 150. — Colonna, 13, 434. — Corsini, 42. — Doria, 47. — Massimi, 105. — Di Perugia, 21, 197. — Di Stato in Firenze, 25, 44, 122, 241. — Vaticano, 120, 146 ec.
Armamenti in Roma, 13. — In Ancona, 15. — In Civitavecchia, 153, 157, 206, 310, 386.
Armata cristiana in ordinanza, 190, 204, 208, 211, 350, 357, 363, 387. — Numero e forza, 211, 338, 386. — Mortalità, 253. — Preda, 255. — Sciolta, 433.
Armata romana, 151, 152, 153, 157, 261, 264. — Lodata, 67, 185, 194, 235.
Armata spagnuola, lodata, 222. — Restía, 48, 92, 174, 183, 213, 216, 229, 232, 254, 422. — Le navi, 184, 210, 253, 257. — Paventata dai Principi italiani, 171.
Armata turchesca invincibile e perchè, 98, 100, 177, 179, 188, 311, 322, 383, 419, 434. — Contro Veneziani, 6, 54, 76, 163, 168, 195, 316, 330, 333, 347. — Contro Greci, 316, 337, 347. — Numero e forza, 212, 244. — Distrutta, 235. — Rifatta, 334. — Risparmiata, 394.
Armata veneziana, 26, 102, 168, 183. — Lodata, 225. — Molestata da Spagnuoli, 37, 92, 183, 321, 324, 333, 370, 428. — Minacciata, 202. — Mortalità, 26, 333. — Naufragi, 102, 169.
Ascanio da Civitavecchia, 158, 304.
Ascoli (d’) Antonio, 159, 196, 240.
Assedio di Navarino, 413. — di Modone, 407. — di Santa Maura, 256.
Assisi (d’) Baldassarre, 304.
Avvisi, gazzette, Mss., 157.
Austria (d’). — _Vedi_ Giovanni.
Baccio da Pisa, 159.
Bagarotto Annibale, 20.
Baglioni Manlio, 17, 150. — Paolo, 18. — Astorre, 52, 195, 196.
Bandini Bastiano, 303, 386.
Barbarigo Agostino, 165, 202, 225.
Barbaro Marcantonio, 6, 336, 426.
Bartoli Camillo, 150, 210.
Battaglia di Lepanto, 217. — Di Capo Malèo, 357. — Di Capo Matapan, 363.
Benincasa Cintio, 151. — Michelangelo, 21.
Bentivoglio Cesare, 304.
Berardetti Giampaolo, 150, 210, 239.
Berardi Francescantonio, 150, 216, 236, 237.
Bevagna (da) Nardo, 303.
Bevilacqua Bonifacio, 304.
Biffoli Angelo, 159, 231.
Boccaurati Filippangelo, 18.
Bocchieri Niccolò, 20.
Bologna e suoi capitani. — _Vedi_ Bentivoglio, Bevilacqua, Ercolani, Guidotti, Malvezzi, Marcello, Paleotti, Pepoli, Zambeccari, Zane.
Bonarelli Gabriele, 151.
Boncompagni Iacopo, 433.
Bonelli don Michele, 150, 161, 175, 216, 236, 238, 244, 263, 271, 302.
Bonelli frà Michele per la lega, 42, 117, 264, 296, 324.
Bongiovanni Cornelio, 18.
Bordandini Orazio, 303.
Borgia san Francesco, 122, 181, 264.
Bragadino Marcantonio, 196. — Adriano, 387.
Brancadoro Giovanni, 303.
Brandolini Flaminio, 303, 386.
Bruni Gaspare, 17, 108.
Buffalo (del) Giambattista, 20.
Buonavoglia, 105.
Buono Giuseppe, 410.
Caetani Archivio, 159. — Duca don Michelangelo, 173. — Onorato, 149, 160, 209, 231, 240, 242, 244, 260, 262, 271, 302.
Cales Lucio, 20.
Calmanti Maurizio, 150.
Cambi Alfonso, 19.
Camerino. — Vedi Calmanti, Pierbenedetti.
Campana Orazio, 150.
Canaletto, 355, 365.
Candia, 57, 101, 334, 337, 350, 359.
Canèa, 101.
Cannoni per galee, 311.
Capitana del Papa perduta alle Gerbe, ricuperata a Lepanto, 153, 243, 245.
Capitana di Marcantonio, 25, 107, 403.
Capitani papalini, 17, 149, 151, 158, 303, 385.
Capitani di Roma co’ Veneziani, 79, 158, 195, 303.
Capitoli della Lega, 127. — Delle galere, 154.
Capizucchi Biagio, 19, 216. — Cencio, 17, 148, 209, 302, 314.
Cappuccini, 190, 245, 248.
Caracciolo Curzio, 20. — Ferrante, 176.
Caracossa, 204, 241, 243.
Caraffa Ettore, 159, 240, 244. — Cesare, 303, 386.
Cardoli Andrea, 302, 386.
Cardona (di) don Giovanni, 60, 232, 387.
Carinci Giambattista, 159, 238.
Carniglia Pasino, 20.
Caro Ottavio, 20.
Castagna mons. Giambattista, 42.
Castelrosso, 75.
Cattaro, 107.
Cavaniglia Cesare, 20, 236.
Cecco Pisano, 205.
Cefalonia, 374.
Cerigo, 350, 359, 366.
Cerruti Tiberio, 196.
Cervantes Michele, 21, 100, 393, 405.
Cesarini Giangiorgio, 271.
Cipro, 7, 51, 76, 97, 195, 430.
Città di Castello. _Vedi_ Giustini, Vitelli.
Civitavecchia difetta di storici, 157. — Armamenti, 153, 157, 158, 262, 304, 306, 310, 386, 423. — _Vedi_ Andreotti, Ascanio, Filippo, Giacometto.
Colonna Archivio, 13, 14. — Cavalier don Vincenzo, 14, 380. — Lucio, 20. — Muzio, 150, 314. — Prospero, 17, 256, 303, 315. — Pompeo, 17, 98, 149, 159, 216, 236, 244, 258, 271, 383. — Marcantonio, 11. — Per tutto: specialmente, 47, 51, 61, 74, 83, 142. — Predice la vittoria, 143. — A Lepanto, 218, 221, 236. — Trionfo, 259, 265, 274. — Amato da San Pio, 8, 110, 134, 177, 245, 274, 313. — Tentato dal re, 181. — Dai ministri, 184, 299. — E da don Giovanni, 344, 371, 372. — In Grecia, 345, 350, 358, 363, 367, 387, 391, 414. — Ripieghi per armare, 15, 24, 151, 160, 262, 306. — Con Giannandrea, 49, 61, 75, 85. — Per Cipro, 74. — Per la lega, 137. — Pel danaro, 144. — Per le risse, 162, 170. — Co’ Veneziani, 101, 162, 168, 178, 181, 185, 186, 333. — Con gli Spagnuoli, 103, 181, 184, 318, 324, 434. — Per la battaglia, 178, 187, 337, 363. — Per la guerra intestina, 199. — Pel rinforzo, 186, 385. — Con don Giovanni, 218, 221, 236, 380. — Con Filippo, 99, 103, 324, 369, 380, 434. — Per seguir la vittoria, 252. — Per la concordia, 324, 332, 333, 344, 372. — Co’mancatori, 359, 366. — Per Modone, 405, 407. — Magnanimità, 48, 75, 380. — Sotto ogni Spagnoluzzo, 381. — Invidiato, 295, 301, 317, 327, 434. — Chiamato pazzo, 227, 237, 411. — Minacciato, 349, 372, 377. — Offeso, 181, 344, 372, 383. — Morto, 435.
Commendone cardinale in Germania, 296.
Compagni d’Albero, marinari di prima classe, 16.
Compagni di stendardo, gendarmi del mare, 197.
Concha Cristoforo, 20.
Congresso in Roma per la Lega, 117. — Alla Minerva, 129. — Al Vaticano, 147. — Per la seconda campagna, 297. — Per la terza, 426.
Consiglio in Otranto, 49. — Alla Suda, 57. — A Sittia, 69. — A Castelrosso, 81. — A Tristamo, 85. — A Messina, 175, 187. — Alle Gomenizze, 198, 344. — A Santa maura, 252. — A Capo Matapan, 361. — A Corfù, 382. — Alle Stanfane, 389. — A Modone, 404. — Alla vela pel ritorno, 418.
Consiglieri privati di don Giovanni, 172, 198, 317, 326, 369, 381. — Contro la battaglia, 177, 187, 193, 204, 216, 227, 235, 237, 343, 368, 383, 388, 391, 394, 397, 399, 406. — Contro Veneziani, 297, 321, 326, 382, 385. — Della guerra intestina, 198, 284. — Con Giannandrea, 234 — Contro Marcantonio, 181, 184, 227, 237, 299, 301, 371. — Contro la vittoria, 175, 177, 318, 323, 368. — Paura a Corfù, 373. — Pel ritorno, 254, 422.
Conti Torquato, 301. — Rutilio, 302, 386.
Contucci Gaudenzio, 130. — Filippo, 302.
Coppoli Francesco, 303.
Corbara (da) Iacopo, 304.
Corfù, disarmo, 104. — Alleati, 193. — Ritorno, 257. — Aspettar dei Veneziani, 316. — Richiamo, 375. — Paura de’ Spagnuoli, 373.
Corsia, e cannon di corsia, 311.
Cortigiani spagnuoli, contro la lega, 118, 122, 133, 295, 318, 368, 380, 434. — Contro la battaglia e la vittoria, 175, 177, 188, 318, 323, 368, 373. — Contro don Giovanni, 323, 368. — Contro Marcantonio, 227, 237, 285, 301, 434 — Contro Veneziani, 37, 294, 343, 368. — Vedi Alba, Corgnia, Davalos, Doria, Requesens, Toledo, Granuela, Zuñiga.
Corgnia (della) Ascanio, contro la battaglia, 176, 179, 184, 256. — Prigione, 239. — Pel ritorno, 254, 256. — Rampognato dal papa, 179, 184.
Corona Orazio, 20. — Ottavio, 150, 216.
Corrotto Michele, 20.
Cortesi Giambattista, 241, 242.
Cosimo I granduca, partigiano di Spagna, 36, 43, 44, 410. — Assento per le galere, 157. — Pretesti, 306. Costantino da Viterbo, 303.
Crescenzi Camillo, 270. — Stefano, 271.
Crotti Cesare, 304.
Curzolari (isole), 205, 206.
Dama di Nicosia (Arnalda de Roccas, secondo il Sagredo), 80.
Daneo, messer Nicolò, agente di Marcantonio a Madrid, 181, 285.
Davalos don Carlo, 84, 87, 184. — Restio, 210, 253, 257. — Consigliere, 369.
Davila Ferrante, 19.
Deposito di zecchini per Giannandrea, 66.
DOCUMENTI.
Pio V a Marcantonio, 9. Marcantonio al Santacroce, 13. Ruolo di galea, 15. Marcantonio al Massimi, 16. Ruolo di nobili e venturieri, 19. Marcantonio ai capitani, 21, Provvisioni per una galea, 24. Filippo II a Marcantonio, 27. Il Doge a Marcantonio, 30. Il Grammaestro per M. A., 32. Novero delle galee, 64. Voto del general Zane, 65. Manifesto di Marcantonio, 70. Fede di Sforza, 88. Marcantonio a Giannandrea, 91. Precetto di Pio V, 95. Marcantonio al Re, 103. Codicillo di Massimi, 105. C. Colonna a s. Franc. Borgia, 122. Capitoli della Lega, 127. Articolo di Granuela, 131. Orazione di M. A. in Senato, 140. Marcantonio al Capizucchi, 148. Ruolo di venturieri, 150. Capitoli per le galere, 154. Spese di Marcantonio, 160. Presente di Messina, 165. Granuela a Pio V, 174. Marcantonio al Rusticucci, 180. M. A. a san Francesco Borgia, 181. Marcantonio a san Pio V, 183. Zuñiga a don Giovanni, 184. Marcantonio al Buonvicino, 227. Marcantonio al card. Spinosa, 237. Marcantonio al card. Caetani, 238. Marcantonio a san Pio V, 243. Un servo al padrone, 246. Nota de’ morti e feriti a Lepanto, 253. San Francesco Borgia a Marcantonio, 264. Marcantonio al Capizucchi, 302. I cardinali a Cosimo, 307. Detti al Castellano di C. V, 310. Detti allo stesso, 311. Nota di capitani e soldati, 314. Parere di don Giovanni, 328. Don Giovanni a Gregorio XIII, 331. Galere dei Turchi, 335. Don Giovanni a Marcantonio, 339. Marcantonio a don Giovanni, 345. Marcantonio a Gregorio XIII, 378. Marcantonio al Re, 378. Marcantonio al card. di Como, 380. Capitani e soldati, 387. Marcantonio al card. di Como, 418. Il Doge al Nunzio, 428. Marcantonio al Re, 434.
Domenicani della Minerva, 129. — All’armata, 190.
Doria S. E. il principe, 233. — Archivio e medaglie, 47. — Alessandro, 20. — Marcello, 48, 83. — Pagano, 45. — Pierfrancesco, consigliere, 173. — Antonio, consigliere, 369, 408. — Giannandrea, 46. — Difficoltà, 48, 49, 59, 66, 68, 85. — Ordini secreti, 44, 46, 99, 103. — Disordini, 85, 93, 94. — Biasimato da san Pio, 97, 233. — A Lepanto, 213, 216, 229, 233. — Contro la battaglia, 187, 193, 204, 213, 216, 233. — Premiato dal Re, 97, 126, 184, 209, 234. — E da don Giovanni, 253. — Consigliere, 369, 372, 422.
Dragoniere (isole), 351, 353.
Duodo Francesco, 217, 387.
Durante Paolo, 242.
Enèa cav. di Sassoferrato, 20.
Ercolani Antonio, 304.
Fabi Pietro, 20, 236.
Fabriano (da) Mancino, 20. — Giacomo, 196.
Fabrizio da Imola, 53, 79.
Faenza. — _Vedi_ Bordandini. Famagosta, 195.
Fanale (veneziano Fanò), segno di capitana, 239. — Acceso da Giannandrea, 75. — Nascosto, 229.
Fano (da) Battista, 79. — _Vedi_ Mariotti, Palazzi, Speranza.
Fantuzzi Pasotto, Camillo, 304.
Fara (della), Ruggiero, 303.
Farnese Alessandro, 176, 209, 402, 413.
Fausto Vettore, e sua quinquereme a Marcantonio, 25, 107.
Fermo (da) Erasmo, 195. — Marchetto, 196. — _Vedi_ Adami, Brancadoro, Matteucci.
Ferrara. — _Vedi_ Crotti, Riminaldi.
Ferrari Orsino, 302, 386.
Ferretti Alessandro, 17, 18.
Ferri da Roma, 303.
Fiamma Angelo, 20.
Filippo da Civitavecchia, 303, 314, 386.
Filippo II, sue ragioni, 35, 37, 39, 294, 343, 368, 393. — Nella Lega, 42, 295, 321, 343, 368, 370. — Promesse, 29, 44, 147, 324. — Parole magnifiche, 340, 342, 431. — Ordini secreti, 44, 46, 99, 103, 181, 300, 312, 318, 324, 381, 388, 391, 394, 397, 399. — Non si combatta, 178, 321, 324, 343, 368, 370. — Diffida di Marcantonio, 27, 46, 181, 184, 299, 301, 371. — Premia Giannandrea, 97, 126, 184, 234. — E Granuela, 131. — Ministri insolenti, 118, 122, 125, 168, 173. — Contro il Veniero, 283. — Geloso del fratello, 175, 177, 318, 323, 368. — Altro, 321, 324, 325, 369, 380, 381. — Gran testa, 412. — Dopo tre anni si ignorava se la Lega gli stava bene, o no, 324, 369, 372, 380. — La rompe, 321, 370, 412, 425, 430, 432.
Flad Angelo, 270.
Foligno. — _Vedi_ Gigli.
Fontana Jacopo, 19.
Forlì. — _Vedi_ Gaddi, Brandolini.
Foscarini Jacopo, 316, 389, 433.
Fracastoro Camillo, 20.
Francescani all’armata, 190.
Francia (corte di) co’ Turchi, 135 — Declina la lega, 296. — Accusa gli Spagnuoli, 321, 322. — Per la pace, 428, 320.
Frangipani Antigono, 157. — Jacopo, 19, 216, 236. — Muzio, 17.
Fregata, piccolo vascello a remo, 106.
Fusta, piccola navicella da remo e da corso, 180.
Gabrielli Giulio, 19, 216, 236.
Gaddi Camillo, 53, 79.
Gaeta, 311.
Galerati Fulvio, 159, 240.
Galeazze, grandissime galee, incastellate a poppa e a prua, e munite di trenta colubrine, 217.
Galere di Marcantonio, 12. — Dei Papi, 151, 153. — Prese a Venezia, 23. — Armate in Ancona, 15. — In Civitavecchia, 153, 157, 262, 304, 306, 310, 363, 386. — Prese da Cosimo, 154. — Lutto, 169. — Naufragi, 102, 108, 422.
Galere abbandonate da Giannandrea, 229. — Prese da Luccialì, 230.
Galere di Turchi senza pavesate, senza rambate, con poca artiglieria, 57, 262, 311.
Galeotte, piccole galee, 180, 212.
Galeotti Vincenzo, 303, 386.
Gallo, secretario di Marcantonio, 18.
Gasparre Spagnuolo, 20.
Gennazzano (da) Belisario di Orlando, 20.
Gerbe (isole), rotta de’ Cristiani, 152. — Ricuperata la capitana del Papa, 243, 245.
Gesuiti all’armata, 190.
Giacometto di Civitavecchia, 138.
Gigli Giannantonio, 150, 209, 240.
Giorgi Gianluigi, 17. — Pietrantonio, 20.
Giovanni (don) d’Austria, 172. — Generale, 125, 176, 283, 315. — Senza potere, 173, 317, 368. — Ardore di guerra, 189, 215, 218, 222. — Lentezze, 175, 315, 318, 375, 410. — Abbraccia il Veniero, 250. — Lo perseguita, 186, 198, 283, 316. — Favorisce Marcantonio, 175, 250. — Contraria, 317, 318, 327, 349, 372, 377, 379, 383. — Feste a Giannandrea, 184, 253. — Motto in morte di san Pio, 305. — Avanza, 189, 213, 216, 349, 370. — Indietreggia, 254, 257, 299, 315, 372, 423. — Contraddizioni, 315, 317, 320, 343, 371, 412, 420. — Abbasso la lega, 433.
Giulio da Spoleto, 303.
Giustini Pompeo, 158.
Gomenizze porto nell’Epiro, 194, 237, 337. — Primo fuoco, 194. — Richiamato Marcantonio, 338. — Richiamato don Giovanni, 422.
Granuela card, e ministro, 42, 117, 118, 122. — Cacciato da san Pio, 130, 132. — Premiato dal re, 131. — Lo stendardo, 174. — Inganni, 119, 316, 325.
Graziani Fabio, 150, 257 — Niccolò, 150. — Francesco, 216.
Grecia, guerra ivi deliberata, 300, 427.
Greci chiamati a levarsi contro Turchi, e difesi da M. A., 293, 337, 340, 341, 347, 350, 351, 359, 366.
Gregorio XIII conferma Marcantonio, 314. — Sdegnato con Filippo, 321. — Disarma: nuovo generale, 433.
Grignietta Francesco, 20.
Grimaldi Domenico (mons.), 244, 247, 254, 261, 422.
Gubbio (da) Bernardino, 195. — Vedi Soldatelli.
Guerra intestina impedita da Marcantonio, 200.
Guidotti Obbizzo, 75.
Iacovacci Domenico, 268.
Imola (da) Fabrizio, 79.
Imperatore di Germania declina la lega, 296, 135.
Incontro di Marcantonio e Giannandrea, 48. — Ausiliari e Veneziani 56, 83. — Romani a Napoli, 161. — Romani e Veneziani a Messina, 166. — Don Giovanni a Messina, 174. — A Corfù, 193. — Al ritorno in Messina, 258. — Ultimo a Corfù, 423.
Landuga spagnuolo, 20.
Lanzi (de’) Teseo, 20.
Lecce (a), codicillo e morte del Massimi, 103.
Lega proposta da Pio V, 7. — Dai Veneziani, 5, 41. — Poco accetta a Spagnoli, 38, 42, 369, 372, 324, 380, 381. — Menata in lungo, 118, 121, 126. — Rotto il trattato, 129. — Conclusa, 137, 144, 147. — Violata da Spagnoli, 320, 326, 339, 375, 389, 394, 422, 428, 432. — Sciolta, 428.
Leiny (di) Provana, 209. — Cesare, 242.
Leonini Angelo, 20.
Lepanto golfo e battaglia, 194, 206, 213.
Lionbruno, 20.
Liutrecche, 20.
Lodi Francesco, 18.
Loffredo Ferdinando, consigliere, 369, 384.
Lotta Ercole, 159.
Luccialì, 212, 334. — Disegni, 228, 230, 235, 236, 335, 350. — Rimette l’armata turca, 235, 334. — Vinto da Marcantonio, 355, 358, 363, 366, — Vincitore di Giannandrea, 230, 232. — E di don Giovanni, 414, 418.
Macerata. — Vedi, Angelici, Alavolino, Narducci.
Macchina di batteria, 410.
Magliano. — Vedi Giorgi.
Maglieri Giannantonio, 20.
Magnenti Fabrizio, 20.
Malaguzzi cav. Alfonso, 17.
Malaspina Marchese, 19, 150, 244.
Malatesta Carlo, 53, 79. — Ercole, 195. — Jacopo, 335. — Ruberto, 304.
Malèo capo (oggi Santangelo), 351, 353. Battaglia, 357.
Malta (di) Cavalieri, istruzioni per Marcantonio, 32. — Pèrdono la Capitana, 231. — Rispettosi degli Spagnuoli, 43, 333.
Malvasia fortezza per Luccialì, 353 — Vino per Giannandrea, 93.
Malvezzi Pirro, 149, 176, 216, 236, 240, 244, 258. — Roberto, 196.
Marca provincia dà due mila remieri, 16. — Vedi Boccaurati, Bongiovanni, Lodi, Nelli, Tromba, Ranucci.
Marcello da Bologna, 302, 386.
Marchetto da Fermo, 196.
Marchi (De) cap. Francesco, e suoi disegni di queste guerre, 391, 413.
Marina (della) Storia, 151, 107, 153, 262, 310, 382. — Vedi Tàttica.
Marino, Vedi Magnenti.
Mariotti Girolamo, 49, 150, 302, 314.
Martelli Paolo, 105.
Martini Giovanni, 20.
Massimi Archivio e Principe, 105. — Domenico, 16, 17, 105. — Lelio, 150, 216, 236, 256, 271.
Matapan capo, e battaglia, 360, 363.
Matelica. — Vedi Contucci.
Matteucci Concetto, 302, 314.
Mazzatosti Angelo, 150, 160, 209.
Medaglie per la lega, 148. — Per la vittoria, 281.
Medici Tommaso, 150, 231. — Vedi Cosimo.
Mendoza don Rodrigo, 387.
Messina a Marcantonio 162, 163. — Ai Veneziani, 166. — A don Giovanni, 175. — All’armata, 190. — Al ritorno, 258. — Altre volte, 326, 332, 423.
Micara Pasquale, 150.
Mignanelli Pietropaolo, 304.
Minerva (alla) per la Lega, 130.
Ministri di Spagna contrari alla lega, 35, 37, 38, 42, 43, 118, 122, 306, 318, 319, 324, 326, 381, 435. — E alla vittoria, 177, 323, 368. — E al frutto, 294, 301, 318. — E a Marcantonio, 227, 236, 284, 285, 299. — Aizzangli gli Orsini, 285. — La guerra in Africa, 299, 427. — Di poco momento, 308, 434. — Ingiusta, 299, 300. — Inganni, 324, 343, 368, 370. — Per le lunghe, 47, 118, 130, 136, 382. — Senza panatica, 67, 372, 415, 421, 423.
Modone, città, fortezza e porto, 387, 391, 407.
Mojane, artiglierie di galea, 311.
Monte (del) Carlo, 150.
Montolmo. — Vedi Bongiovanni.
Montesanto (da) Bartolommeo, 303.
Morillo con la panatica fuor di tempo, 422.
Morone card. parla di Giannandrea, 97. — Alla lega, 117.
Mostra a Sittia, 67. — A Civitavecchia, 160. — A Messina, 185. — Alle Gomenizze, 387.
Mureto, orazione, 276. — Primato a Marcantonio, 277
Muti Giampietro, 268.
Napoli (a) Marcantonio 162. — Don Giovanni, 174. — Rissa, 162. — Ritorno, 258. — Sciolta la lega, 433.
Narducci Lorenzo, 303.
Narni. — Vedi Cardoli, Ridolfini, Tiburzio.
Naro Francesco, 19, 216, 236.
Navarino, porto, fortezza, assedio, 387, 391, 414.
Navarrino cavaliere, 19.
Naufragio a Candia, 102. — In Schiavonia, 105. — A Ragusa, 108. — Al Paxò, 422.
Navi tonde a vela quadra, cominciate a usare per la guerra nel cinquecento, donde i moderni vascelli. Avevano quei ducento uomini d’armamento, e circa venti cannoni grossi. Condotte dal Davalos, 184. — Non vedute alla battaglia, 210. — Trovate a Corfù, 253. — Alla seconda campagna, 338. — Difficoltà e forza, 253, 355, 357, 364, 367.
Negroni Alessandro, 159, 240.
Nelli Dario, di Osimo, 18.
Nicosia assediata, 52. — Espugnata, 76.
Nobili (de’) cavaliere e ambasciadore di Cosimo I a Madrid, cifra sul maltalento de’ Ministri, 122.
Nocera (da) Pierjacopo, 303, 386.
Nomi storpiati da Spagnoli e Veneziani, 19, 159.
Oddi Annibale, 19, 216. — Rugero, 150, 194, 209, 243.
Odescalchi mons. Paolo, 161, 176. — Per Marcantonio e per la battaglia, 167, 177, 178, 187, 247, 332.
Olivieri Vincenzo, 302, 386.
Olgiati cav., 159, 240.
Ordinanza dell’armata, 74, 190, 354, 357, 386.
Orlando (di) Belissario, 20.
Orselli Niccolò, 20. — Giovanni, 19.
Orsini aizzati contro Marcantonio, 255. — Flaminio da Stabia, 152. — Francesco della Scarpa, 19. — Orazio di Bomarzo, 17, 150, 209, 216, 236, 237, 244. — Paolo, 303, 315. — Paologiordano, 176, 220. — Virginio da Vicovaro, 216, 236, 237.
Orvieto. — Vedi Alberici, Corbara.
Osimo. — Vedi Gallo, Nelli, Sinibaldi.
Otranto, incontro di Marcantonio e Giannandrea, 49. — Campo alle riserve, 301, 333.
Pace de’ Veneziani col Turco, 428.
Pacheco card. deputato alla lega, 117. — Parole di Giannandrea, 98.
Pagani Cesare, 20.
Palazzo, colonnello, 53, 79. — Ortensio, 304.
Paleotti Niccolò, 53, 79.
Palestrina (da) Giovanni, 20.
Pallavicino Sforza, diversioni, 58, 60. — Fede, 88.
Panatica (di) mancamento agli Spagnoli, 67, 372, 412, 415, 421.
Pardo Pedro, fallacie, 354, 373.
Parisani Livio, 150, 161, 209, 214.
Particappa Ottaviano, 21.
Passerini Pirro, 19.
Pavesata, specie di bastingaggio sul posticcio, tra le battagliole, per cuoprire i moschettieri; anticamente formato di scudi o pavesi, 262.
Paxò isola, 387. — Naufragio, 422.
Penna (della) Claudio, 303.
Pepoli Fabio, e Luigi, 303.
Perinelli Camillo, 18.
Perpignano Iacopo, 159.
Perugia. — Vedi Baglioni, Bartoli, Coppola, della Corgnia, Graziani, del Monte, Oddi, Parisani, della Penna, Perinelli, Ranieri, Signorelli, Vermiglioli.
Pesaro. — Vedi Fantuzzi, Olivieri, Sassatelli.
Petalà, Platèa, porto nell’Epiro, 250.
Piccolomini Fabio, 19.
Pierbenedetti Matteo, 150.
Pieromari, 20.
Pio V per la lega, 7, 117, 147. — Integrità, 24, 296 — Alla Minerva, 129, 133. — Manda nunzi, 42, 134, 296. — Discaccia Granuela, 132. — E Giannandrea, 98, 233, 234. — Gli mette paura, 234. — E ad Ascanio della Corgnia, 178. — E ai consiglieri spagnuoli, 173, 284. Amorevole a Marcantonio, 8, 110, 134, 177, 245, 274, 313. — Consigli al medesimo, 159. — Arbitro tra gli alleati, 129, 297, 300. — Perchè non ebbe in principio galere proprie, 153, 157. — Ne arma a Civitavecchia, 262, 304, 306, 310. — Delibera la guerra di Grecia impugnata dagli Spagnuoli, 300. — Visione, 249. — Medaglie, 148, 280. — Muore, 304. — Parole di don Giovanni, 305. — Di Marcantonio, 313.
Poeti della vittoria, 279.
Politica dei cinquecentisti. Vedi Cortigiani, Congresso, Consiglieri, Filippo, Ministri, Lega, Vittoria.
Portogallo (di) il Re si offre alla lega, 265. — Nulla, 297.
Portogiunco. — Vedi Navarino.
Pizzuolo, pei Veneziani, lo scannetto di poppa, 89, 92.
Prede fatte alla battaglia, e loro divisione, 255.
Presagî, 192.
Puccini Giammaria, 100, 209, 231.
Quaglio, porto di Morèa, presso al Capo Matapan, 362, 366.
Quirino, 396, 399.
Ragazzoni, ambasciatore dei Veneziani presso don Giovanni, 338.
Ragusa, naufragio di Marcantonio, 109.
Ranieri (cav.), 21.
Rambate, due castelli a prua, congiunti in alto, per coprire la batteria, e per dare piazza rilevata ai moschettieri nelle galere, 262, 311.
Rappresaglie nell’arcipelago, abuso, 95.
Recanati, Vedi Lionbruno, Pietrozzo e Priamo, 20.
Regio Marcello, 150.
Religione all’armata, 22, 159, 190, 215, 274, 279.
Remieri, mantenuti dai municipi, 13. — Due mila dalla Marca, 16. — Sforzati, ivi. — Buonevoglie, 105. — Schiavi turchi, 311.
Requesens don Luigi, Consigliere di don Giovanni, 172. — Scusa Giannandrea, e minaccia, 234. — Adizza Orsini e Colonnesi, 283. — Per le lunghe, 296.
Ricordi di san Pio a Marcantonio, 159.
Ridolfini Eraclio, 20, 216, 236.
Riminaldi Giammaria, 304.
Rimini (da) Ottavio, 196. — _Vedi_ Malatesta. Rinforzo di Spagnuoli alle galere Veneziane, 187, 197, 385. — Di Romani, 385.
Rioni di Roma e loro stendardi, 270.
Ripatransone. — _Vedi_ Brandimarte. Rinegati, 418.
Rissa di Spagnuoli e Romani a Napoli, 162 — a Messina, 169. — Di Spagnuoli e Veneziani alle Gomenizze, 197.
Roma, Archivî, 5. — Cavalcata di Marcantonio, 12. — Armamento, 13. — Ritorno, 110. — Feste per la lega, 148. — Per la vittoria, 259, 265, 275. — _Vedi_ Congresso. — _Vedi_ Accoramboni, Bagarotto, Berardi, Bonelli, del Buffolo, Caetani, Campana, Capizucchi, Cerruti, Colonna, Conti, Corona, Cortesi, Durante, Fabi, Farnese, Fiamma, Frangipani, Gabrielli, Galeotti, Massimi, Mazzatosti, Mignanelli, Naro, Leoncini, Odescalchi, Olgiati, Orsini, Pagani, Ruspoli, Salviati, Santacroce, Sereni, Sforza, Savelli, Timotelli, Valignani, Virgili, Vitozzi, Zoccoli. Romegasso cav. Maturino Le Scut, 161, 236, 244, 245, 258, 271.
Romoli Giovanni, 20.
Rossolini Felice, 150.
Rovere (della) principe d’Urbino, 176, 209.
Ruspoli Fabrizio, 150.
Sanfrèo Giulio, 303, 314.
Sangiorgio cav., 238, 244, 314. — Naufragio, 422.
Sanseverino. — _Vedi_ Micara, Boccaurati. Santacroce, di Roma, Fulvio, 15. — Ludovico, 304.
Santacroce, di Spagna, don Alvaro di Bazan, marchese, lodato, 60. — Sua bravura, 222, 332, 387, 416.
Santamaura, Isola, 206, 256, 257.
Santis (de) Silvestro, 20.
Sassatelli Gentile, 301, 312, 333.
Sassoferrato (da). — _Vedi_ Enèa, Liutrecche, Valentino. Savelli Troilo, 238.
Scapezzano (da) Pierfilippo, 303.
Scarpanto, isola, 83, 92.
Schiavi, abuso nel pigliarli, 93. — Turchi nello Stato, 105, 254, 260, 264, 310. — Di Massimi, 106.
Schiavi cristiani liberati a Lepanto, 256. — Rivoltati contro Turchi e presa una galera, 416.
Schirazzi, navi da carico dei Levantini, 72.
Scommessa di Pagan Doria, 45.
Selim, imperadore dei Turchi muove guerra a Cipro, 5. — Spavento dopo la battaglia, 293. — Rimesso da Luccialì, 233, 334. — Non poteva fare tanto per sè, quanto per lui fecero gli Spagnuoli, 376. — Sapeva che questi romperebbero i patti, 320. — E che don Giovanni era in rotta co’ Veneziani, 320, 350. — Fa pace co’ Veneziani, 428. — Rompe gli Spagnuoli a Tunisi, 434.
Serbelloni Gabrio, 161, 176, 193, 256, 423.
Sereno Bartolommeo, 25, 150. — Per documento, 189.
Sessa (di) duca, e consigliere, 369, 372, 422.
Settimio cav. di Malta, 20.
Sforza Carlo, 152. — Paolo e il conte di Santafiora, 176.
Signorelli Luca, 21. — Francesco Maria, 303, 386.
Signorini Girolamo, 20.
Simeoni archivista, 264.
Sinibaldi Pellegrino, 303, 386.
Sisto V, rileva la marineria, 153, 262 264, 310.
Sittia città e porto in Candia, 68, 74.
Socchini Camillo, 20.
Soldatelli di Gubbio, 304.
Soldati romani al primo fuoco, 194. — Generosi, 245. — Maltrattati, 260.
Soldati statisti co’ Veneziani, 79, 158, 195, 303.
Soldati romani, spagnoli e veneziani. — _Vedi_ Rinforzo, e Risse.
Soldato di Velletri, 194.
Soranzo Giovanni, aggiunto all’Oratore Veneto per la Lega, 117, 130, 137, 147, 197, 300. — Iacopo provveditore, 316, 355, 364, 387.
Soriano Michele tratta la Lega, 117, 119, 130, 137, 147, 297, 300.
Spagnuoli soldati e nazione, mia protesta, 35, 222, 235. — Vedi Andrada, Santacroce.
Spagnoli cortigiani. — Vedi Ministri e Consiglieri, Filippo, Giovanni, Granuela, Zuñiga.
Spagnuoli, alcuni capitani non puniti e perchè, 359, 360, 366.
Spannocchi Francesco, 268.
Spello (da) Giannandrea, 79.
Speranza Ottavio, 150.
Spinelli Piergiovanni, 19.
Spinola Ettore, 176, 209.
Spinosa card., 237.
Spoleto. — Vedi Berardetti e Giulio.
Spuntoni Marzio, 150.
Stanfane Isole, 388, 391.
Stendardo di Marcantonio, illeso, 238, 239, 244. — Della Lega, 174. — Per la battaglia, 215. — Dato a Marcantonio, 332. — A don Giovanni, 174. — Abbattuto, 433.
Stendardi di Roma, 270.
Strozzi Pandolfo, 150. — Alessandro, 402.
Suda, golfo e porto in Candia, 56, 67.
Tàttica. Vedi M. A. Don Giovanni, Giannandrea, Luccialì, Acquata, Armata, Assedio, Battaglia, Galere, Mostra, Navi, Ordinanza.
Tebaldini Ipolito, 150, 210, 240.
Terni. — Vedi Lanzi, Pieromari, de Santis, ed altri a pag. 20.
Tiburzio da Narni, 21.
Timotelli Giulio, 20.
Tivoli. — Vedi Zucconi.
Tolentino (di) Trattato, 279. — Vedi Orselli.
Tommasi Matteo, 20. — Il cavaliere d’Ancona, 150.
Toledo (di) don Garzia, consigliere, 172. — Non si combatte a nome di S. M., 178.
Tolfa (della) Cencio, 268.
Torres mons. Luigi a Madrid, 42.
Trionfo di Marcantonio a Roma, 265.
Tristamo porto nell’isola di Scarpanto, 83, 92.
Tromba Guido, 18, 314.
Tullio da Velletri, 209, 231, 246.
Tunisi (a), rotta di Spagnuoli, 433.
Turchi per invadere l’Italia assaltano Malta, ribattuti a Lepanto, 4. — Invadono Cipro, 6. — Nicosia, 54, 76. — Famagosta, 195. — Le isole de’ Veneziani, e il loro dominio, 163, 166, 168, 188, 335, 347, 350, 429. — La Grecia, 316, 337, 347, 351, 367. — Stimati invincibili, 98, 100, 177, 180, 188, 311, 383, 384, 419, 434. — Muovono contro i nostri, 194, 207, 354, 363. — Disfatti, 244. — Gran mortalità, 251. — Rifatti, 334. — Voluti conservare, 39, 98, 311, 322, 370, 390, 419, 431. — La pace co’Veneziani, 428.
Urbino. — Vedi della Rovere, Sanfrèo.
Valignani Vincenzo, 18.
Veniero Sebastiano, 164. — A Messina, 166. — Vorrebbe partirsi, 168. — Chiede battaglia, 178, 187. — Impicca soldati del re, 197. — Minacciato, 198. — Bravure, 220. — Abbracciato da don Giovanni, 230. — Deposto da don Giovanni, e dal re, 315.
Velletri (da). — Vedi Soldato, Orazio, Tullio.
Veneziani per la Lega, 6, 7, 41, 117, 137, 146, 295, 300, 427. — Diffidenza e timori, 123, 134, 425. — Armata, 26, 164. — Mortalità, 26, 333. — Naufragi, 102, 169. — Prontezza alla guerra, 41, 65, 82, 178, 187, 389 — Bravura, 225. — Vanno soli, 326. — Impediti dai regi, 339. — Richiamati, 375. — Contrarietà, 37, 294, 369. — Abbandonati, 94, 183, 321, 324, 333, 370, 390, 394, 428. — Pace col Turco, 428.
Venturieri nobili con Marcantonio, 19, 150.
Vermiglioli Traiano, 21.
Vetreschi Vetresco, 20.
Villani Fabrizio, 18.
Virgili (de) Adriano, 242.
Vitelli Alfonso, 304.
Viterbo. — Vedi Costantino, Rossolini, Signorini, Spuntoni, Vetreschi.
Vittoria di Lepanto non gradita alla corte del re, 175, 177, 283, 318, 323, 368.
Vittovaglie. — Vedi Panàtica.
Vitozzi Muzio, 20.
Zambeccari Alessandro e Paolo, 304, — Flaminio, 18, 130, 209, 236, 240.
Zane Girolamo di Venezia, 26. — Accoglienza a Marcantonio, 56. — La battaglia, 65, 82. — Turbato, 81. — Ritorno, 82. — Abbandonato da Giannandrea, 94. — Prigionia e morte, 35.
Zane Marcantonio di Bologna, 152.
Zante isola, 374.
Zoccoli Angelo, 20.
Zucconi Francesco, 150.
Zuñiga don Giovanni ambasciatore di Spagna a Roma, 117. — Insolenze 118, 122, 133. — Contro Marcantonio, 184, 285, 299. — Cacciato da san Pio, 284.
INDICE.
LIBRO PRIMO. — Il principio della Lega e la guerra di Cipro. Pag. 1 LIBRO SECONDO. — Conclusione della Lega e battaglia di Lepanto. 111 LIBRO TERZO. — La guerra di Grecia, e lo scioglimento della Lega. 287
Indice alfabetico delle persone, dei luoghi e delle cose. 437
NOTE:
[1] PII PAPÆ V, _Præceptum quod Christiani apud Turcas servi reperti libere cum suis bonis abire permittantur_. BIBL. CASANAT., _Collez. di Bolle, Editti ec._, t. I, anno 1570, nº 4. Parla il Pontefice con queste istesse parole qui dette nel testo. Vedi appresso nota nº 80.
[2] ARCHIVIO COLONNA, Da una pergamena e parecchie copie. «_Dilecto filio nobili viro Marco Antonio Columnæ, domicello romano, classis nostræ et apostolicæ Sedis adversus Turcas præfecto et capitaneo generali. Pius Papa quintus. Dilecte Filii, nobilis vir, salutem et apostolicam beneditionem. Cum his difficillimis periculosisque temporibus Præfectus Classis nostrae et hujus sanctæ Sedis contra Turcas ingens bellum ad Venetorum omniumque Christianorum perniciem molientes esset deligendus, ut coniunctis viribus illorum furorem et conatus facilius repellere possimus, ad nobilitatem tuam potissimum inter alios animum nostrum convertimus, sperantes ob ejus nobilissimæ familiæ splendorem in tua virtute, prudentia, fide, reique in primis militaris usu ac disciplina, nos conquiescere posse. Itaque in Dei omnino potentis nomine, et ad Sanctæ Ecclesiæ, christianæque reipublicæ defensionem et conservationem, te Praefectum et Capitaneum generalem totius ejusdem classis nostræ et dictæ Sedis adversus Turcas cum omnibus et singulis facultatibus, iurisdictionibus præminentiis, prærogativis, honoribus et oneribus solitis et consuetis: necnon cum stipendio menstruo pro te scutorum sexcentorum (paullis decem pro quolibet scuto computatis) et provisione ordinaria pro duodecim electis militibus_ Lancie spezzate _vulgo nuncupatis, et vigintiquinque stipatoribus corporis tui_ Alabarderiis _vocatis, auctoritate apostolica tenore præsentium ad nostrum et ipsius apostolicæ Sedis beneplacitum, eligimus, creamus, constituimus et deputamus, mandantes quibusvis triremium aliorumque navigiorum nostrorum ductoribus, capitaneis, officialibus, militibus et personis sub pœnis arbitrio nostro, atque, etiam tuo imponendis, ut te debito cum honore et obsequio suscipientes tibi prompte reipsa praesto sint, mandatisque tuis sine ulla mora atque exceptione pareant, et obediant, omniaque imperata tua faciant et exequantur, non secus ac si nos ipsi ea juberemus. Tu ergo, Fili, ita te geras, munusque ipsum hoc tibi per nos libenter demandatum, sic diligenter ac strenue obire studebis ut nostrae omniumque de te expectationi cumulate respondeas. In quo Deo in primis, cujus causa nunc praecipue agitur, deinde desiderio nostro maxime satisfacies, unde felicis perennisque vitae præmium a Domino, a nobis autem bene navatae operæ laudem ac commendationem procul dubio consequeris_.
»_Datum Romæ apud Sanctum Petrum sub anulo Piscatoris, die XI junii MDLXX, Pontificatus nostri anno V._
»CÆSAR GLORIERIUS.»
[3] ANTONIO COPPI, _Memorie Colonnesi_, in-8. Roma, 1855, p. 349. «_Marcantonio Colonna nacque a Civitalvinia il 26 febbraio 1535._»
I ritratti di Marcantonio possono vedersi nella Galleria colonnese, donde furono ricopiati dal LITTA, _Famiglie celebri_, in-fol. Milano, tav. IX; e da POMPILIO TOTTI, _Ritratti et elogi di capitani illustri_, in-4. Roma, 1635, p. 256.
MARCANTONIO COLONNA in tutte le sue lettere a Pio V, a Gregorio XIII, a Filippo II re di Spagna, al doge di Venezia, ai cardinali Rusticucci e di Como, al Granduca di Toscana, agli ambasciadori di Venezia e di Spagna, e in tante altre sue scritture dipinge sè stesso in questo modo. Specialmente nelle due lettere a Filippo II, che sono nel t. I, p. 272 e 277: l’ultima delle quali finisce così: «_Attendo dunque a portar sì grave salma di soddisfare al pubblico ed al particolare di tutti, che certo sa Iddio quanto travaglio. Et alla fine per ricognitione et riposo mi resta sempre il giustificarmi di quello donde meriterei honore et ricognitione. Lodato sia Dio del tutto, et a Vostra Maestà bacio la mano. Da Corfù, li 6 di settembre 1572. Humile et devoto subdito et servo di Vostra Maestà M. A. Colonna._»
[4] ANTONFRANCESCO CIRNI, _Commentari della guerra di Francia, soccorso d’Orano, impresa del Pegnone e assedio di Malta_, in-4. Roma, 1567, p. 19.
AUGUSTINUS THUANUS, _Historia sui temporis_, in-fol. Londra, 1733 all’anno 1564, p. 411.
BOSIO, _Storia de’ Cavalieri di Malta_, in-fol. Roma, 1602, t. III, 482.
DAL POZZO, _Storia del Sacro ordine gerosolimitano_, in-4. Verona, 1703, t. I, p. 383.
ARCH. COLONNA, t. III, 176, 269, 270, 275; t. IV, per tutto, e codice segnato col numero 150. Strumenti, perizie, caratazioni, spese, e viaggi delle galere e del signor Marcantonio. Strumenti di compra delle galere del cardinal Carlo Borromeo, vendita delle medesime al duca di Firenze, tratta dei grani concessa dal re di Spagna per le medesime.
Non so se il chiarissimo signor don Aristide Sala abbia pubblicato l’istrumento con che san Carlo Borromeo vendette a Marcantonio Colonna tre galere della sua casa: mi ricorda avergliene parlato in Roma.
[5] CORNELIUS FIRMANUS, Magister Cæremoniarum, _Diarium MS. Bibl. Chigiana_, L. I, 27: «_Die II junii dominica in festo Santi_ Barnabæ.»
[6] NATAL CONTI, _Storia de’ suoi tempi_, tradotta dal Saraceni, in-4. Venezia, 1589, t. II, p. 68 in fine.
BARTOLOMMEO SERENO, p. 46: si veda la nota 18.
[7] MARCANTONIO COLONNA, _Scritture dell’armata navale_, MSS. nell’Archivio di essa eccellentissima casa. Sono volumi 4, in-fol. Incomincia il tomo primo: «A dì 11 giugno 1570. _Noi Marcantonio Colonna duca di Paliano semo stato spedito capitan generale della Santità di Nostro Signore contro Turchi, come appare per il breve di Sua Beatitudine. Favorisca nostro Signore Iddio il suo santo servitio a desiderata vittoria. In questo libro si annoteranno tutte le expeditioni che giornalmente si faranno._» — Questo codice e tutti gli altri dell’archivio intorno a queste materie, per cortesia somma del gentilissimo cavaliere signor don Vincenzo Colonna, sono stati messi a disposizione dell’Autore che, avendoli studiati in sua camera con ogni comodità, stima suo debito rendergliene qui pubblico e solenne ringraziamento.
Si noti che molte delle predette scritture sono autografe di Marcantonio, il quale non pertanto quasi sempre in persona terza parla di sè stesso.
In detto Archivio si conservano, oltre ai volumi legati, molte filze e carte sciolte relative a questi successi.
[8] ARCH. COLONNA cit., t. I, p. 2 e 3, e t. III, p. 226. Nota delle spese fatte da Marcantonio in Ancona.
BOSIO cit., t. III, p 850.
GIAMBATTISTA ADRIANI, _Storia de’ suoi tempi_, in-fol. Venezia, 1583, p. 860.
ANTONII M. GRATIANI, _De bello Cyprio_, libri quinque, in-4. Roma, 1624, p. 54.
UBERTUS FOLIETTA, _De sacro fœdere in Selymum turcarum tyramnum ap. Burmannum in Thes. Hist. Ital._, t. I, p. 970.
PAOLO PARUTA, _Historia della guerra di Cipro_, in-4. Venezia, 1718, p. 64.
Tutti questi ed altri molti, parlano dell’armamento delle galere fatto da M. A. Colonna nell’anno 1570 in Ancona. Ondechè la pietà quel Saracino il quale tronfio e paffuto nella sua storia di essa città, a pagina 368, scrive così: «_Dall’anno 1567 al 1574, che sono anni sette, non ho notizia alcuna di Ancona._»!! Donde attendeva costui le sue notizie?
[9] ARCH. COLONNA cit., t. I, p. 14, 19, 24, 42. Quivi sono gli specchietti degli uomini necessari ad ogni galera, e dei soldi mensili di ciascuno; che io stimo doversi pubblicare con alcune noterelle per chi apprezza i bei lavori archeologici del chiarissimo A. Jal, fatti per ordine del Ministro della Marina di Francia:
Numero Qualità delle persone. Soldi delle complessivi Teste. a scudi per mese.
1 _Comito_. (Il primo de’ bassi ufficiali) 7. — 1 _Sotto Comito_. 5. — 1 _Scrivano_. (Ragioniero) 5. — 1 _Peota_. (Piloto) 3.50 3 Maestranze (calafato, mastro d’ascia, e remolaro) a due scudi 6. — 3 Loro fanti, a paoli quindici 4.50 2 Capi bombardieri, a scudi 4 8. — 4 Bombardieri, a paoli venticinque 10. — 1 Cappellano 2. — 1 Barbiero. (Cerusico) 3. — 8 Compagni d’albero (Marinari di prima classe) a scudi 3,75 30. — 30 Marinari, a scudi 2,50 75. — 100 Soldati, a scudi 4,57 457. — Pane ai medesimi 50. — Vino e companatico 165. — 200 Remigi (mantenuti dalle Comuni) » — 1 Capitano della galera 30. — 1 Capitano delle Fanterie 30. — 1 Alfiero 10. — 2 Gentiluomini di Poppa, a scudi 8 16. — ——— —————— 361 917. —
ARCH. COLONNA, t. II, p. 266. «_Marcantonio ebbe dalla Marca circa duemila uomini da remo, pagati da quella provincia per sei mesi._»
[10] ARCH. COLONNA cit., t. I, p. 9.
[11] ARCHIVIO COLONNA cit. t. I, p. 1 a 13.
VINCENZO ARMANNI, _Storia della nobile ed antica famiglia de’ Capizucchi, baroni romani_, in-4. Roma, 1668.
Id., _Ragguaglio_ per appendice alla predetta istoria. Roma, in-8. 1680.
ANNIBALE ADAMI, _Elogi storici di due marchesi Capizucchi_, in-fol. Roma, 1685.
FERDINANDUS UGHELLIUS, _Genealogia nobilium de Capizucchis_, in-fol. Roma, 1653.
PETRUS ALOYSIUS GALLETTI, _Inscriptiones Romanæ_, Classis X, nº 22, 29, 36.
TEODORO AMEYDEN, _Le famiglie romane_, autografo del secolo XVII, MSS. Casanat., E. III, 11.
GAMURRINI, CRESCENTIO, ZAZZERA, IMHOFF, CRISPOLTI, MARCHESE, LITTA ed altri genealogisti.
[12] CARLO PROMIS, Le _Opere_ di Francesco di Giorgio Martini, in-4. Torino, 1841, t. I, p. 317, parla del Fontana in una nota.
JACOPO FONTANA, Capo bombardiere ed ingegnere propose a Papa Sisto V il ristauro del porto e fortificazioni d’Ancona. MSS. Vaticano nº del codice 5463. — Quivi dà egli stesso notizia della sua vita e de’ servigi prestati nell’armata sotto Marcantonio Colonna.
ARCH. COLONNA, t. III, p. 212, lin. 4.
ARCH. COL., t. I, p. 153: «_Scriverò con questa cifra che tiene il Gallo mio secretario._»
[13] ARCH. COL. cit., t. III, p. 164, e t. II, p. 141.
GIAN PIETRO CONTARINI, _Historia delle cose successe dal principio della guerra sino al dì della gran giornata_, in-4. Venezia, 1645. p. 15, 16. Esso ed altri scrittori veneziani e spagnoli ripetono e storpiano orrendamente i nomi. Per esempio: capitan Cortesi, Baccio da Pisa, e Pandolfo Strozzi, nei MSS. e in qualche stampa si leggono Pamiolfo Atroci, Bazza da Pista, e capitan Cortes. — Avvertenza necessaria per comprovare alcune volte l’identità delle persone.
[14] In tutte le scritture del cinquecento il nome della città di Terni nell’Umbria si poneva Terani, sincopato dal latino _Interamna_, poi più speditamente rivolto a Terni, come oggi si dice: per non ripetere questa avvertenza e per togliere gli equivoci, userò in seguito sempre la moderna ortografia che dice Terni, ogniqualvolta nell’originale si trovi Terani. Così pure io scriverò Ripatransone quando leggo ne’ codici della Ripa.
[15] CRISPOLTI, _Annali di Perugia_, MSS. alla Comunale, C. 33, t. II, p. 254, 260.
[16] ARCH. COL., t. I, p. 201 e t. III, p. 43.
[17] ARCH. COL., t. I, p. 13.
Lettera di M. A. Colonna a Monsig. reverend. Alessandrino d’Ancona, 20 giugno 1570.
Similmente t. II, p. 461 e, t. III, p. 1.
[18] ARCH. COL., t. I, p. 49.
«_Signori sopraccomiti delle galere di Nostro Signore in Ancona, per ciascuna vostra galera farete caricare l’infrascritte robbe, cioè:_
_Biscotto migliara_ 30 _Vino, some_ 50 _Riso, migliara_ 1 _Fave, some_ 10 _Oglio, otri_ 15 _Aceto, some_ 8 _Sardelle, barili_ 12 _Salami, migliara_ 2½ _Formaggio, migliara_ 1 _Sale, libbre_ 200 _Stoppa_ 300 _Pece, libbre_ 200 _Sevo, libbre_ 300 _Sacchi, numero_ 50 _Polvere, migliara_ 3
_Dalla galera Capitana in Ancona, a dì 6 di luglio 1570._»
M. A. COLONNA.
ARCHIVIO Centrale in Firenze, Arch. Mediceo Codice 2979. Lettera del Bartoli ambasciadore di Toscana a Venezia. Al Granduca, del 10 Giugno 1570. «_Pel signor Marcantonio Colonna fanno rinfrescare una galea quadrireme del Fausto, che sono trent’anni che mai non fu in mare._» Ecco per gli archeologi una notizia di più intorno alla celebre quadrireme del Fausto.
[19] ARCH. COL. t. I, p. 55.
BARTOLOMEO SERENO, _Commentari della guerra di Cipro e della lega dei Principi cristiani contro il Turco_, in-8. Montecassino, 1845, p. 46.
Il Sereno, come quivi nel prologo dimostrano gli eruditi editori, fu cavaliero romano e capitano nell’armata pontificia. Dopo aver combattuto in più guerre e sostenuto un carico principale nelle galere del Papa alla battaglia di Lepanto, si rese monaco: e portò a Montecassino la storia delle cose per lui fatte e vedute nel tempo della Lega.
Qui vuolsi notare l’errore di alcun bibliografo, che vedendolo così facilmente da capitano convertito in monaco, prese da romano a farlo napolitano.
FERRANTE CARACCIOLO, conte di Biccari, _Commentari delle guerre fatte coi Turchi da Don Giovanni d’Austria_, in-4. Firenze 1581, p. 6.
GIO. PIETRO CONTARINI, _Storia delle cose successe dal principio della guerra mossa da Selim Ottomano ai Veneziani sino alla gran giornata di Lepanto_, in-4. Venezia, 1572, ristampata nel 1645: cito quest’ultima.
[20] ROSELL CAYETANO, _Historia del combate naval de Lepanto_. Obra premiada por voto unanime de la real academia de la historia, in-8. Madrid, 1853, p. 19 e 22.
SERENO cit., p. 253.
ARCH. COL. per totum.
GIAMBATTISTA CASTAGNA, arcivescovo di Rossano e nuncio apostolico alla corte di Spagna (fu poi Papa sotto nome di Urbano VII). _Lettere_, cod. 507, t. II, p. 175. Mss. alla Corsiniana in Roma.
[21] ARCH. COL. t. I, per totum.
FRANCESCO LONGO, _Successi della guerra con Selim_. ARCH. STOR. ITAL., Appendice, t. IV, 17, p. 19.
FERRANTE CARACCIOLO, _I commentari delle guerre fatte da Don Giovanni d’Austria_, in-4. Firenze, 1581, p. 6.
FORESTI, _Mappamondo storico_, in-4. Venezia, 1736, t. XII, p. 10.
IL SAGGIATORE, _giornale romano di storia e documenti_, in-8. 1844, t. II, p. 289; III, p. 27.
[22] ARCH. COL. cit. t. II, p. 161. «_Illustre Marco Antonio Colona primo. Vuestra carta de nueve de junio he recibido en que me dais cuenta como Su Santitad os habia nombrado por Capitan general de sus Galeras, y he holgado yo mucho de ello por la particular voluntad que as tengo, y confiança que hago de vestra persona de que terreis la misma cuenta con las cosas de mi servicio que siempre habeis tenido en las que se os han encomendado._
_A Don Juan de Zuñiga mi ambaxador (a Roma) escrivo que os de cuenta de la resolucion que he tomado en que Juan Andrea se vaya a juntar con las galeras de Su Santitad y con las de la Ill.ma republica de Venecia con las que antes se le habia ordenado que tuviesse juntas en el nuestro Reyno de Sicilia_, y os obedesca y siga el estendarte de Su Santitad. _Y os encargo y ruego mucho que en la jornada os valgais en todo del parecer de Juan Andrea que entiendo que os aprobecherà mucho su asistencia para que se acierte por la platica y experiencia que tiene de las cosas de la mar; y que tengais cuidado de avisar nos de todo lo que se ofreciere, y asi mismo que tengais advertencia que si l’armada del Turco tomase otra determinacion de la que hasta ahora se ha dicho en daño de nuestras tierras vos hagais acudir con todas las guleras a la necessidad como es de razon i yo de vos confio._
_Del Escurial a XV de julio 1570._
_Yo el Rey_
ANTº PEREZ.»
COLLECCION _de Documentos ineditos para la historia de España_, in-8. Madrid, 1843, t. III, p. 356.
«_Carta de Filipe II a don Garcia de Toledo. Escorial, 15 de julio 1570. — Y quanto al punto de juntarse las dichas nuestras galeras con las de Venecianos, aunque a los principios se representaron algunos inconvenientes, habiendo tornado a mirar en ello, me he resuelto de que Juan Andrea se vaya a juntar con las que tiene juntas en el nuestro reyno de Sicilia con las de Su Santitad y con las de Venecianos, i obedezca a Marco Antonio Colona como a general de las galeras de Su Santitad y siga su Estendarte el tiempo que durare la dicha junta._»
[23] DU MONT., _Corps diplomatique_, in-fol. Amsterdam, 1738, t. V, P. I, p. 192.
SURIANO, _Negotiato et Conclusione della Lega_, Append. al SERENO, p. 411.
[24] ARCH. COL. cit., t. II, p. 9; t. I, p. 78.
SAGGIATORE, giornale romano, in-8. 1845, t. III, p. 170. — La sola intestazione latina: «_Aloysius Mocenigus Dei gratia Dux Venetiarum etc., illustrissimo Domino Marco Antonio Columnæ Pontificiæ classis Capitaneo generali, filio nostro carissimo salutem et sinceræ devotionis affectum._»
[25] BOSIO cit., t. III, p. 863, E.
[26] CABRERA. HERRERA. SEPULVEDA. LAFUENTE. ROSELL.
CONTARINI. LONGO. DIEDO. MOROSINI. ROMANIN.
WILLIAM H. PRESCOTT, _History of the Reign of Philip the second_, in-8. Londra, 1859, t. III, p. 247. «_Fortunatly the chair of S. Peter was occupied by Pious the fith, who seens to have been called forth by exigencies of the times to uphold the pillars of Catholicisme;_» e p. 310: «_He was the true author of the league. He the only of the confederates Who acted solely.... for the interest of the faith._»
[27] ROSELL cit., p. 46: «_Doria procediò, quando menos, con indolencia.... España hizo quanto podia.... Sobre su gobierno deben recaer las culpas._»
Ib., p. 133: «_La inaccion de don Juan era efecto de los ordenes de la corte._»
Ib., p. 150: «_Culpa fue de nuestra Corte, o per mejor decir del Rey Felipe._»
Ib-, p. 156: «_No se imputò la culpa ni a don Juan ni a Venecianos.... Pendiò exclusivamente de los recelos de Felipe.... que pospuso la obligacion de las estipulaciones que habia firmado._»
CABRERA, VANDER HAMEN, SEPULVEDA, LA FUENTE.
[28] MAUROGENUS ANDREAS, _Histor. venetæ_, lib. IX, in-4. Venezia, 1719, p. 333: «_Ex quo tandem eo deventum est ut Hyeronimus Zannius imperator Venetias vocatus inter reos referretur. Novi classis Legati crearentur._»
GIACOMO DIEDO, _Storia veneta_, in-4. Venezia, 1751, lib. VII, p. 256: «_Partì il generale Zane per Venezia obbligato a discolparsi da molte imputazioni._»
PARUTA, _Guerra di Cipro_, in-4. Venezia, 1718, p. 167: «_Il general Zane a Venezia era di molte colpe accusato.... e, prima che giustificar potesse la sua causa, morì_.»
[29] SERENO cit., p. 91: «_E chi non sa che la sete maggiore degli Spagnoli è l’impero assoluto di Italia, il quale altra potenza non è che lor vieti che i soli Veneziani?_»
CABRERA, _Vida de Felipe II_, in-fol. Madrid, 1619, p. 667. «_Los Venecianos decian hasta quando serian burlados par les Españoles con engaños entretenidos: porque, despojados por et turco de su señorio, faltasse a Italia el principal fundamento de su libertad: a cuyo imperio con desenfrenado deseo ya aspiraban._»
ROSELL cit., p. 19: «_Repatabase la monarquia de Felipe II dominadora de entrambos mundos.... Rodeabase el mundo todo, y el ambito siempre alumbrado por el sol del dominio de los españoles._»
[30] GRAZIANI, p. 243: «_Inter Venetos Hispanosque cum palam amicitia societasque esset, secreto acrioribus quam cum hoste odiis certabatur._»
FRANCESCO LONGO per totum.
ROSELL, p. 49: «_Tratabase de que coadiuvassen a un mismo fin voluntandes opuestas, e interesses encuentrados.... Los politicos tenian la allianza per punto menos que irrealizable._»
MODESTO LAFUENTE, _Historia de España_, in-8. Madrid, 1854, t. XIII, p. 486: «_Viose luego lo difficil que era traer a comun acuerdo potencias que obraban impulsadas per diversos interesses i fines.»_
NICOLÒ DA PONTE, _Orazione al Senato Veneziano contro la Lega_, ext. ap. SERENO cit., p. 105.
[31] PHILIPPI II, _Hispaniarum regis epistola ad Gabrielem a Cueva, ducem Albuquercium, Status Mediolanensis gubernatorem generalem_, XVII kal. junii 1570. — «_Qua de re te commonefaciendum putavimus ejus item juris quod principatus noster Mediolanensis in venetos eorum que dictionem sibi esse prætendit._» Ap. LADERCHI, Ann. Eccl. in-fol. Roma, 1737, t. III, p. 17.
[32] GRAZIANO, 245: «_Hispani veteri consilio, atteri atque debilitari rem venetam præoptabant._»
LADERCHI, t. III, p. 516: «_Perspecta hispanorum mens et ratio consiliorum qui reipublicæ venetæ semper infensi eam ab initio semper frustrati fuerant._»
RAYNALDO, ann. 1538, nº 26: «_Comodum Cæsaris; qui Venetos turcico bello implicitos, atque a præpotente hoste viribus et opibus exhauriendos, terrestris imperii urbibus expoliare posset._»
AUGUSTINUS THUANUS, _Hist._, in-fol. Londra, 1733, lib. 54, nº 21, p. 206: «_Hispanorum id consilium esse ut Venetos inutilibus et insanis sumptibus absumant: eorumque ditionem bello attritam, inde turcis exponant, hic propriæ ambitioni._»
MARCANTONIO COLONNA, _Pensieri sulla Lega_, t. II, p. 195: «_Per le suddette ragioni potevano i Veneziani dubbitare che dai ministri di Sua Maestà cattolica, così poco amorevoli non fossero dati quegli aiuti che erano necessari.... Tanto maggiormente tenendo che il consiglio di Spagna non desideri totalmente la grandezza di essi signori Veneziani per raggione di Stato_....»
VILLEMAIN, _Rapports de la poésie avec l’histoire politique, — dans la_ Revue des deux mondes, 28.e année, seconde période, t. XVII, 1 octobre 1858. — 3.e livraison in-8. Parigi, 1858, p 650: «_Rien n’arrêta le zèle du généreux Pontife, pas même les lenteurs égoïstes et la froide astuce du monarque dont il devait le plus espérer le secours. Philippe II, en effet, impitoyable pour les débris du Mahométisme épars encore dans ses états, hésitait à lutter contre la puissance des Turcs, et surtout à défendre contre eux Venise._»
[33] BOSIO cit., t. III, p. 114.
PETRUS BIZARUS, _Historia Januensis_, in-fol. Anversa, 1579, lib. 20, p. 493.
PAOLO GIOVIO, _Storie_, tradotte dal DOMENICHI, in-4. Venezia, 1608. t. II, p. 271.
[34] SERENO cit., p. 253.
[35] MURATORI, _Annali_, 1570.
ROSELL cit., p. 23.
MARCANTONIO COLONNA, _Lettere al Cardinale Alessandrino_. Da Venezia, 27 giugno 1570. ARCH. COL. cit., t. I, p. 16: «_Dico che Vostra Signoria Illustrissima può assicurar nostro Signore che i Veneziani son tanto inanimati che più non si potria dire, tanto nella guerra, che nella lega. E di pace col Turco non hanno alcun pensiero, et solo il non essere ajutati potria esser causa di questo.... Dubitano che il signor Giannandrea non vada a Corfù, il che dispiacerebbe a questa Signoria, e li metterebbe in tant’ombra che più non si potrebbe dire.... Confidano infinitamente in Sua Santità et sperano che Ella resterà soddisfatta di loro nel particolare della Lega e che coll’autorità sua leverà ogni dubbio che potesse nascere et cavillatione che venisse interposta..... Et sono risoluti di combattere: et certo io che gli ho parlato et visti in faccia, et li tratto ogni hora ne resto tanto soddisfatto che più non si potria._»
Item, p. 23: _Lettera al señor Gusman de Silva, ambaxador por S. M. en Genua_. Desde Venecia, el ultimo de junio 1570: «_Los que tratan la liga la quieren tanto particularizar que dudo daran lugar i occasion a estos señores venecianos de passalle la gana de la guerra: tanto mas que han gastado hasta ahora cerca de dos miliones, y dudan que las galeras de su Majestad ne se junten cen ellos: y haber perdido este año en el qual se huvieran echo grandes cosas._ Dudo que la mucha sabiduria del Cardenal Granuela lo ha de hechar a perder todo. _I asi verà S. M. que cosa es perder una occasion como esta._» Parole di profeta.
[36] MICHELE BONELLI cardinale Alessandrino, _Istruzioni particolari e private a Monsignor de Torres per trattare la Lega con Sua Maestà cattolica_, pubblicate in appendice al SERENO cit., p. 427, 431.
GIAMBATTISTA CASTAGNA, nunzio alla corte di Spagna, _Lettere e corrispondenze Mss._, BIB. CORSINIANA, Cod. 506 e 507, p. 175.
MONSIGNOR LUIGI DE TORRES, _Relazioni della sua nunziatura straordinaria in Spagna l’anno 1570_, Ms. presso i marchesi Torres all’Aquila.
ARCH. SECRET. VAT. Venezia, C. E., 2492. — Spagna, CXV, E. 2503.
[37] SERENO cit., p. 253.
ROSELL cit., p. 20: «_Pues, quando Venecianos tenian a la memoria que en occasiones parecidas a la presente no habian querido acceder a los ruegos del rey catolico que les pedia ayuda, tenian per certisimo su desamparo._»
[38] PARUTA, _Guerra di Cipro_, in-4. Venezia, 1718, p. 294: «_Dicevano avere il Re di Spagna in questa Lega avuti innanzi i suoi propri interessi._»
ROSELL, p. 19: «_Felipe tampoco anteponia les escrupulos de la conciencia a los oficios de rey.... en todo preferia los interesses de su corona_; p. 21: _El genio de Filippe II despacible, reservado, astudo y rincoroso, como en toda Europa se la suponia_; p. 150: _Culpa fue de nuestra corte, o par mejor decir del rey Filippe II_.»
LONGO cit., p. 21: «_Li Spagnoli avevano opinione che se la Republica avesse avuto una stretta dal Turco si avrebbe resa più facile a soddisfargli di quello che avessero voluto._»
M. ANTONIO COLONNA, _Lettera al cardinal Rusticucci_, Da Venezia, 16 luglio 1570; ARCH. cit., t. I, p. 43: «_Son venuti da me tre di questi Signori de Pregadi et mi hanno pregato che io faccia ufficio con nostro Signore che oltre alle galere di Malta, Sua Santità si procurasse quelle della Signoria di Genova, et del Gran Duca, delle quali io li ho risposto che le devono domandar loro: al che si stringono nelle spalle._» Cioè dire che non isperavano soccorso da chi seguiva la politica di Spagna; nè anche contro il Turco, quando pur ne avessero obbligo per istituzione e per voto.
ARCHIVIO Centrale di Firenze. Arch. Mediceo Cod. 4905. Lettera di Cosimo I al cavaliere de’ Nobili suo ambasciatore in Spagna, data del 5 novembre del 1570. Domanda consiglio al Re sopra il concedere o no le sue galere al Papa: e si lagna di S. M. perchè tratta con artifizio e velame.
[39] FRANCESCO LONGO, _Guerra di Selim_. — ARCH. ST. IT., Append., t. IV, p. 19. «_Giannandrea disse a Candia che nella commissione del Re v’era una riga di suo pugno._»
Idem, p. 21: «_Giannandrea aveva ordine di non combattere._»
COLLECCION DE DOCUMENTOS, t. III, p. 9, _Lettera di don Garzia di Toledo a don Luigi de Requesens_: «_No sepan Venecianos que_ Su Majestad tracte de que no se pelee.»
ARCH. COL., t. II, p. 158: _Lettera di M. A. al Re_: «_Pareciendo a Marcantonio que no era razon que ni a Venecianos ni al mundo se diesse a creer que da un Rey tan grande y de tanta bondad, hubiessen salido ordenes contrarios, per un mismo negocio._»
MARCANTONIO COLONNA, _Relazione al Re cattolico di quel che avvenne nell’armata l’anno 1570_. ARCH. CASSIN., append. SERENO cit., p. 437 e 438: «_Veda Vostra Maestà quanto male a proposito Giovannandrea_, allegando di aver comandi particolari _di Vostra Maestà, disgustasse i Veneziani.... Mi dolse che Gioannandrea mi desse a credere che V. M. intorno a quest’affare avesse a lui affidato_ segreti _che a me non palesò_.»
MARCANTONIO COLONNA, _Lettera al cardinal Rusticucci da Corfù_, novembre 1570. Arch. Col., t. II, p. 412: «_Il generale veneziano mi ha mostrato uno scritto venuto da Ragusa, che in somma Pagan Doria, fratello di Giannandrea, disse offerendosi a farci scommessa che non si sarebbe combattuto coll’armata nemica, perchè Giannandrea haveva ordine di Sua Maestà di non lo fare in quest’anno. Hor io spero esser alli piedi di Sua Santità, e li darò contezza._»
ARCH. COL., _Lettera di Marcantonio al vicerè di Napoli_, Da Corfù, 28 novembre 1570: «_Qui mostrano una fede fatta da certi gentiluomini veneziani in Ragusa dove dicono che Pagan Doria voleva scommettere che non si sarìa combattuto coll’armata del Turco perchè Sua Maestà così aveva ordinato a Giannandrea, e che per quest’anno non voleva Sua Maestà si facesse niente.... Pagano era malato in Ragusa con Vincenzo Vitelli quando li venne voglia di far questa gentile scommessa._» T. II, p. 420.
ROSELL cit., p. 133, nº 13: «_La inaccion de don Juan era_ effecto de las ordenes _de la Corte_.»
[40] MARCO ANTONIO COLONNA, _Relazione di quanto è successo all’armata il 1570_, pubblicata nel SAGGIATORE, giornale romano di storia e documenti, t. III, p 29 e 30: «_Giannandrea disse che non faria quel che gli ordinasse il signor Marcantonio, eccetto in quello che paresse a lui._»
[41] MICHEL SORIANO, _Trattazione della Lega tra N. S. Pio V, il Re cattolico e la Repubblica di Venezia contro il Turco nell’anno 1570_, Appendice (non pubblicata dai Cassinesi) MS. CASANAT., XX, I, 32, p. 328: «_Intanto si ebbe avviso della ritirata dell’armata cristiana, e delli dispareri nati tra il signor Marcantonio ed il signor Giannandrea Doria, donde fu data imputazione al Doria che havesse mancato abbandonando gli altri e messo in disordine l’impresa. La qual cosa turbò grandemente l’animo di tutti, et il Pontefice entrò in sospetto che la Signoria venuta in diffidenza delli regi non fosse per attendere alla Lega. Et fu confermato in questo dalle parole dell’Ambasciador Soranzo, il quale aggravando il fatto comparavalo con quello che seguì l’anno 1538 nell’altra guerra._»
[42] Nella Galleria della eccellentissima casa Doria in Roma non è ritratto di Giannandrea: ma bensì sopra due medaglie d’argento scolpita la sua fisonomia. Ambedue simili nel diritto e nel rovescio, quantunque l’una alquanto più rozzamente lavorata. Quivi è il busto di Giannandrea a capo nudo, con sulle spalle e sul petto un gran manto: attorno si legge: IO. AND. AUR. COMES. LODANI.
Nel rovescio si vede la galera sua capitana, le bandiere al vento, e sopra il molto: DEI. ET. REGIS. MVNERE.
Niuna biografia, a mia notizia, parla di Giannandrea, men che quella di BRANTOME: il quale in un capitoletto lo loda per gran marino, lo chiama brusco, e non entra in altri particolari.
AGOSTINO OLIVIERI, _Monete, medaglie e sigilli dei Principi Doria_, in-8. Genova, 1859, alla tavola IIª nº 3, produce la medaglia sopra citata, e nº 4 ne aggiugne un’altra, nelle quali si vedono i medesimi tratti.
[43] ROSELL cit., p. 34: «_En el retraso del Doria intervinieron circumstancias de diversa indole. Lo primero que la corte d’España abituada a mirar con certa desconfianza la amistad de los Venecianos, e no creiendo, hasta venir formalizadas las hostilitades, que el Senado dejase de intentar alqun medio de accomodamiento con la Porta, anduvo remisa en dar a Doria las istrucciones, que le mandò mas adelante._»
LODERCHI, _Ann. eccl._, t. III, p. 18 a 22. Tratta di tutte le dilazioni precedenti, e susseguenti di Giannandrea e delle varie opinioni circa la causa.
ARCH. COL., _Lettera di Marcantonio al card. Rusticucci, da Otranto il 20 agosto 1570._ T. 1, p. 63: «_Il signor Giannandrea partì alli 12 da Messina senza saper ch’io l’aspettassi. Poi al capo della Colonna ebbe la mia fregata; e sebbene il tempo buono l’aveva portato qui vicino, se ne tornò indietro a Taranto per pigliare alcuni soldati: e questa fu giovedì a sera del 17: e non è ancora comparso. Talchè quando pareva che si havesse da usar maggior diligenza, sapendosi ch’io aspettavo, si è andato più ritenuto. E tutto questo negozio verrà a battere in questo che (come saremo a Candia tardi) si metta in difficoltà il passare avanti, et la impresa si converta in util privato di alcuni danni che si possono fare al nemico: che non sono di sostanza al fatto presente._»
Item, _Lettera all’ambasciadore di Spagna_, da Otranto, 21 agosto, ib. p. 64. »_Il signor Giovannandrea fa molta difficoltà non solo di passar Candia, ma d’arrivarci._»
[44] ARCH. COL. cit., t. I, p. 65; t. II, p. 3 e 155.
ARCH. CASSINESE, Pubblicazione nell’appendice del SERENO cit., p. 431.
[45] ARCH. CASSINESE cit., p. 432.
FERRANTE CARACCIOLO cit., p. 6 in fine.
ARCH. COL., _Relazione al Re_, t. II, p. 155 e p. 256.
MARCANTONIO COL., _Lettere al cardinal Rusticucci_. Da Otranto, a dì 20 agosto; e dalla Suda in Candia, a dì 5 settembre. ARCH. cit., t. I, p. 64 a 67. Nella prima dice così: «_Alli 17 d’agosto capitò qui vicino il signor Giannandrea, e tornò indietro fin in Taranto.... io vedo che quest’allungamento è la ruina di questo negotio._» In data del 21 dice: «_Questa notte giunse il signor Giannandrea, e se ne restò fuori del porto._»
[46] MARCANTONIO COLONNA, _Relazione al re di Spagna_: «_Por mucho que Marco Antonio importunase a Juan Andrea, no teniendo alli negocio de dos horas, no lo pudo arrancar de Otranto en dos dias._» T. II, p. 155.
[47] STEFANO LUSIGNANO di Cipro, lettore dell’Ordine dei Predicatori, _Chorografia et breve historia universale dell’Isola di Cipro_, in-4. Bologna, 1573.
ANGELO CALEPIO di Cipro, dell’ordine de’ Predicatori e vicario generale in Terrasanta, prigioniero de’ Turchi a Cipro, _Vera et fedelissima narratione del successo della espugnatione et defensione del regno di Cipro_, ext. in præced.
GIAN PIETRO CONTARINI, _Historia delle cose successe dal principio della guerra di Cipro, sino alla giornata di Lepanto_, in-4. Venezia 1572 e 1645.
PAOLO PARUTA, cavaliere e procuratore di San Marco, _Storia della guerra di Cipro_, in-4. Venezia, 1718.
EMILIO MARIA MANOLESSO, _Historia nova nella quale si contengono tutti i successi della guerra turchesca_, in-4. Padova, 1572.
PETRUS BIZARUS, _Cyprium bellum_, ext. int. Aulæ Turciæ script. ab GEUFFRÆO et GODELEVEO, editos in-8. Basilea, 1577, p. 678.
ANTONIUS MARIA GRATIANUS, _De bello Cyprio_, libri quinque, in-4. Roma, 1624.
LADERCHI, BZOVIO, TARCAGNOTA, CATENA, SPONDANO, GABUSSI ed altri.
[48] SERENO cit., p. 32 e 54.
CAPITAN ANGELO MARIA GATTI da Orvieto. _Successi della guerra di Famagosta nell’isola di Cipro, e della presa di essa_, MS. alla CHIGIANA in Roma, G. IV, 102, ed alla CAPPONIANA e MARUCELLIANA in Firenze. Quivi sono i nomi di più altri capitani statisti.
[49] CALEPIO cit., p. 95, verso, linea 17, 19.
[50] SERENO cit., p. 54.
[51] CALEPIO cit., p. 96 e 97.
[52] SERENO cit., p. 56.
[53] GIANNANDREA DORIA, _Primo manifesto al sig. Marcantonio Colonna dato da Secthia li 16 settembre 1570_. ARCH. COL., t. IV, p. 119. Ed altra copia legata in pelle verde presso don Vincenzo Colonna.
Quivi l’autore medesimo, giustificando la sua condotta, confessa d’aver nel consiglio parlato in questo modo. Il documento si trova nell’ARCH. COL. Fu anche pubblicato dal SAGGIATORE, giornale romano del 1844, t. II, p. 289, come se fosse inedito: ma era per la sua grande importanza publicato già prima da CESARE CAMPANA, _Historie del mondo_, in-4. Pavia, 1602, t. I, p. 56, come ben avvisano gli editori Cassinesi del SERENO a p. 385, nella nota. Ed io per mostrar la grande importanza che i contemporanei mettevano in questa confessione generale del Doria aggiugnerò essere stato pubblicato pure dal BOSIO nella sua storia dei Gerosolimitani più volte citata al t. III, p. 865.
FRANCESCO LONGO cit., ARCH. STOR. ITAL., t. IV, app. p. 19.
FERRANTE CARACCIOLO cit., p. 6.
SERENO cit., p. 67.
ADRIANI cit., p. 861.
ROSELL cit., p. 37 e 38, e 171 e 175.
ARCH. COL., t. I, p. 68. _Lettera di M. A. al sig. Antonio Tiepolo_. Data dalla Sada, 7 settembre 1570: «_Il signor Giovanni Andrea teme di noi come dell’inimico._»
E t. II, p. 9, verso il fine: «_Il signor Giannandrea non concorreva nè all’uno nè all’altro partito: ma all’andar a far dei danni e pigliar degli schiavi._»
[54] ARCH. COL. ut supra.
ARCH. CASS. ut sup., p. 434, lin. 11.
[55] ARCH. COL., t. I, p. 79, _Parere di Sforza_; item, t. III, p. 130, e t. II, p. 10.
[56] MARCO ANTONIO COLONNA, t. I, Diverse sue _Lettere e manifesti_ conservati nell’Archivio e qualcuno pubblicato dal SAGGIATORE cit., t. II, p. 294, 336 e 337.
[57]
Galere del Papa 12 Del Re 49 Della Signoria 126 Galeone 1 Galeazze 11 Navi 6 ———— 205
[58] ARCH. COL., t. I, p. 75.
[59] MARCANTONIO COLONNA, _Relazione dell’armata al re cattolico_, ARCH. COL., t. II, p. 158. «_Es de notar que los dichos Venecianos estaban con el animo tan impreso que Juan Andrea en esta jornada no tenia voluntad de hacer nada con l’armada de Vuestra Majestad, que el General vino a terminos que dixo a Marcantonio que el queria ofrecer a Juan Andrea, para securidad de su persona y de sus galeras, un deposito de doscientos mil cequines de Venecia: y Marco Antonio lo estorbò que no lo hiciesse, diciendole que se hiciera agravio a la armada de V. M. y a sus Ministros._»
MARCANTONIO COLONNA, _Relazione alla Maestà del Re nostro signore di quel che avvenne nell’armata_: pubblicato dall’ARCH. CASSINESE. Appendice al SERENO, p. 435: «_Onde mi fu mestieri parlare per togliere le male intelligenze e sì calmai gli animi già troppo annuvolati. Ma non siffattamente che il generale veneziano, come per disprezzo, non offrisse polizze di cento scudi_ (l’una, sino alla somma di dugentomila zecchini che sono due milioni e mezzo di franchi) _con che Giovannandrea potesse soccorrere ai danni che dalla battaglia gli venissero._»
[60] ARCH. COL., t. I, p. 85, t. II, p. 269, 331 e 380.
ARCH. CASSINESE ut sup., p. 435. «_Giovanni Andrea richiese, tre cose al general veneziano: la prima che desse biscotti ec.»_
[61] BOSIO cit., p. 864, D.
CARACCIOLO cit., p. 6.
ADRIANI cit., p. 860.
SERENO cit., p. 67, 68.
MARCANTONIO COLONNA, _Manifesto_, edito nel SAGGIATORE cit., t. II, p. 337.
GIOVANNANDREA DORIA, _Secondo Manifesto_ nel SAGGIATORE, t. II, p. 358. Il numero era piuttosto maggiore che minore, e tutti presso a poco concordano: avvertendo che le piccole differenze provenivano dal continuo arrivare e partire, armarsi o disarmarsi di alcuni legni, come suole sempre succedere in grande armata.
[62] Se ne è parlato già sopra alla nota 51: e si osservi come il Codice che riporta detto manifesto è presso Sua Eccellenza Don Vincenzo Colonna, legato in mezza pelle verde, col titolo _Manoscritti_, t. IV, a p. 119. Indi fu copiato dal SAGGIATORE.
[63] ARCH., presso S. E. Don Vincenzo Colonna, volume legato in mezza pelle verde, col titolo _Manoscritti_, t. IV, p. 127; di qui fu copiato e pubblicato dal SAGGIATORE, t. II, p. 336.
[64] Navi da carico usate dai Veneziani e dai Levantini.
Il SAGGIATORE legge _con tibazzi_. Laddove l’originale dice _xiv schirazzi_.
[65] Questo disse Marcantonio per modestia (si veda la nota 4), e per fare intendere copertamente a Giannandrea che da lui si fosse lasciato sempre guidare, come da maestro di pratica marineria, conforme alle istruzioni ricevute nella lettera del re, prodotta sopra alla nota 21.
[66] SERENO cit., p. 68.
PARUTA cit., p. 115. Queste quattordici navi sono nel manifesto di Marcantonio chiamate schirazzi, mettendosi là il genere e qua la specie per la cosa medesima.
[67] ANDREAS MAUROCENUS cit., p. 366, B.
GRATIANUS cit., p. 61: «_Auria quo Columnæ æquari videretur idem in sua navi per noctem lumen ardere voluit.... tamen Columnæ animum tam contumax dignitatis suæ contentio incredibiliter urebat: quamquam eam injuriam insigni moderatione, rei publicæ condonare se, Venetis rem acclamantibus, respondebat._»
ARCH. COL., t. II, p. 258.
[68] L. S. BAUDIN, _Manuel du pilote de la mer méditerranée_, in-8. Tolone, 1833, t. II, p. 382.
MAGLOIRE DE FLOTTE D’ARGENÇON.
JOSEPH LE ROUX, _Cartes Hydrographiques_.
CAV. OPIZIO GUIDOTTI, logotenente generale delle galere del Papa nel 1622: Portolano ms. nell’ARCH. COL., segnato _Armata navale_, nº 79, p. 84: «_Il Caccamo è un freo che dura da quattro miglia e corre da Ponente a Levante, e dalla banda di Ponente vi sono due bocche: la prima è netta; la seconda ha una brutta seccha la quale non veglia, e nell’entrare ti resta a banda sinistra che vi è sicuro cammino. E quando sarai dentro, darai fondo a 30 passa, e darai li provesi a certi scogliotti, starai sicuro. All’isola di fuori per mezzogiorno vi è un porto per Galere, il quale si domanda porto Caracollo; e quando ci sei dentro, no vedi da qual banda tu ci sia intrato. Dentro al detto freo del Caccamo ci sono parecchi altri porti per vascelli da remo; vi è un molo antico, e tutta l’isola ripiena di case dirupate, e vi sono cisterne d’acqua bonissima._»
[69] PARUTA cit., p. 116. Quivi egli dice porto Vathi et Calamiti, dei quali non si trova alcun indizio nè tra le carte geografiche antiche e moderne, nè tra i portolani. Ma sapendosi che l’armata procedette dodici miglia a Levante di Castelrosso, non può essere altro quivi che la gran rada di Caccamo. BAUDIN cit., p. 383.
ANDREAS MAUROCENUS, _Hist. venet._, in-fol. Venezia, 1615, p. 375: «_Venetæ et Pontificiæ triremes portum Vathim inter continentem et Chelidonias cæpere. Eumdem occupare quoque Auriam potuisse fertur, nisi aperto mari detineri ea nocte maluisset, non absque periculo ut infensiore vento in Occidentem abstractus, nostros deserere cogeretur._»
[70] SERENO cit., p. 61 e 62.
LONGO cit., p. 18.
M. A. COLONNA, Discorso e Manifesto, come alle note 54 e 59.
[71] LONGO cit., p. 19.
CALEPIO cit., p. 96 e 97, 105 e 106.
SERENO cit., p. 63.
[72] SERENO cit., 64.
CALEPIO cit., 109.
CAMPANA cit., p. 74.
[73] LAFUENTE cit., t. XIII, p. 498 e 502 nel testo e nelle note procaccia per via di sentenze, scusar Giannandrea; confessa però che «_Juan Andrea Doria tuvo que hacer una justificacion publica con la qual quedan desvanecidos los cargos que en algunas historias italianas se leen contra esta conducta del gefe de la armada auxiliar espanòla_.» Vedremo appresso anche altri fatti, ed il giudizio che ne dette san Pio.
ROSELL, _Memoria sobre el combate naval de Lepanto premiada por la real Academia de la historia en el certamen de 1853_, in-8. Madrid, 1853. _Imprenta de la Real Accademia_, p. 171 a 180. Quivi si riproducono i pareri, giustificazioni e manifesti di Giovannandrea già prima pubblicati dal SAGGIATORE e da altri. Tali documenti non che discolparne l’autore, contengono quel che potrebbe chiamarsi la confessione generale delle sue colpe fatta per bocca sua e sottoscritta di sua mano.
[74] ARCH. COL., t. II, p. 259 e 382.
MARCANTONIO COLONNA, _Relazione al Re di Spagna_, app. al SERENO cit., p. 436 e 437. Suo parere, t. II, 477, 479 e 520.
GIOVANNI ANDREA DORIA: _Secondo Manifesto del 5 ottobre_, pubblicato dal SAGGIATORE cit., t. II, p. 360.
CODICE presso don Vincenzo Colonna, t. IV, 131.
ROSELL cit., 43, pare che contradica al documento che egli stesso pubblica a p. 176, col. 2ª, linea 11ª, laddove Giannandrea scrive così: «_Conchiusi che avrei tenuto che fosse stato molto più facile far qualche buon effetto nella Morèa, verso Castelnuovo, Durazzo, la Vallona ed altri luoghi di quella costa, come in parte più vicina, et nella quale ... io ancora avrei potuto trattenermi di più._»
[75] MARCANTONIO COLONNA, _Informazione di quanto è successo all’armata l’anno 1570_. MSS. COLONNESI. — SAGGIATORE, t. III, p. 30.
GIANNANDREA DORIA, nel secondo _Manifesto di Candia, 5 ottobre 1570_. ARCH. COL., pubblicato dal SAGGIATORE cit., t. II, p. 363. Il dialogo che io qui metto non è di mia fattura: ma traggo le parole da questo documento, col quale concordano gli storici: e ne cito
FRANCESCO LONGO cit., p. 20.
NATAL CONTI cit., p. 89.
SERENO cit., p. 69.
MAMBRINO ROSEO cit., p. 370.
FORESTI cit., t. XII, p. 10 a 13.
Il DOCUMENTO qui appresso alla nota 75.
[76] Principalmente la lettera pubblicata da me alla nota 21.
[77] LUIS CABRERA, _Vida de Felipe II_, in-fol. Madrid, 1619, p. 653.
MODESTO LAFUENTE cit., t. XIII, 497. Racconta il fatto, i dissapori, la rottura, come se fossero colpa di tutti e non di chi l’avea causata.
CAYETANO ROSELL cit., p. 44: «_Esto confirma que las tres potencias unidas obraron sin reciproco accuerdo, que cada qual pretendiò ser independiente, y aun sobreponerse a los otos dos, y que en los titulos e instrucciones dadas a sus generales no se precavieron las difficultades que pudieran originarse de aquellas emulaciones._»
WHILLAM H. PRESCOTT cit., t. III, 251: «_No one had authority enough to enforce compliance whit his own opinion. The dispute ended in a rupture. The expedition whas abandoned; and the several commanders returned home with their squadrons without having struck blow for the cause._»
Si noti che chiunque ha scritto sulle carte spagnole, non potendo pigliar per sè la ragione, si contenta di levarla agli altri. Non fu mancanza d’accordo, nè difetto di autorità, nè gelosia dei generali di Venezia e di Roma, ma gli ordini secreti e contraddittori, del Re di Spagna a Giannandrea.
[78] _Fede di Sforza Palloncino e di Giacopo Celsi, di quel che avvenne tra M. A. Colonna e Giannandrea Doria il di 26 settembre 1570 all’Isola di Tristamo._ — ARCH. COL., _Armata navale_, Carte sciolte, nº 99.
«_Essendo stati ricercati dall’Illustrissimo signor Marc’Antonio Colonna Generale di Santa Chiesa noi Sforza Pallavicino marchese di Cortemaggiore et governator generale dell’armi del serenissimo Dominio Veneto, et Giacomo Celsi provveditor dell’armata di esso serenissimo Dominio che siamo contenti di far fede in scrittura di quanta hieri passò fra sua Signoria eccellentissima et l’illustrissimo signor Giovann’Andrea Doria nel pizzuolo dell’eccellentissimo Generale nostro d’intorno alla proposta che esso signor Giovann’Andrea fece a detto eccellentissimo Generale nostro alla nostra presenza di volersene andare: nè potendo noi mancare di riferir la verità come siamo obbligati, diciamo che a noi pare d’haver inteso et di ricordarci che la sostanza di questo successo sia tale. Che havendo detto signor Giovann’Andrea proposto che, poichè credeva che per hora non si haveva d’andar a trovar l’armata nemica nè da far altro, dovendo egli andare a svernare tanto lontano, desiderava di partirsi et andare al suo diritto cammino; al che l’eccellentissimo Generale nostro rispose che poteva sua Signoria far quello che voleva; ma che li saria ben gran commodo et che ne la pregava d’andar di compagnia sino al Zante dove saria provvisto all’armata di biscotto: et ciò per il dubbio che poteva esserci che l’armata nemica non ci venisse alla coda et non ci facesse qualche danno per trovarsi buona parte dell’armata nostra in non molto buon termine per esserci alcune galee deboli et per doversi anco lasciare la maggior parte dei soldati d’essa armata in Candia. Il detto signor Giovann’Andrea replicò che non bisognava, et che l’armata nemica non vanirebbe. Et io Sforza Pallauicino dissi ad esso signore ch’el s’era già contentato di star tutto questo mese andandosi in Cipro et che del mese ne restavano quattro giorni et quelli di più che s’havesse a tardar nel ritorno, et che questo che se li domandava era meno; poichè soli doi giorni si fermerebbe in Candia per dar ordine alla difesa di quell’Isola. Et che siccome sua Maestà cattolica aveva mandato sua Eccellenza con questa armata per la conservatione delle cose di questo serenissimo Dominio, ancorchè non si fosse potuto conservar Nicosia, si haveva a credere che non li saria men caro che sua Eccellenza ajutasse la conservatione di questa armata. Alle quali cose il detto signor Giovann’Andrea non cessò di replicare con molte parole. Allora poi il signor Marc’Antonio disse: Il signor Giovann’Andrea ha fatto tanto sin hora; non mancarà in quello sarà possibile, nè ci sarà scarso di doi giorni. Il signor Giovann’Andrea replicò che esso sapeva molto bene gli ordini ch’havea da sua Maestà cattolica el che però faria quel che meglio li paresse per conservatione di quest’armata. Il signor Marcantonio soggiunse che sapeva che sua Maestà li commanda che egli li possa ordinare quello che conviene al suo servitio; et che se sua Maestà havesse commandato a lui che l’ubbidisse lo farebbe volentieri, et lo farà sempre che glielo commanderà. Replicò il signor Giovann’Andrea che non lo haveva per generale di sua Maestà cattolica, la qual non commandava questo, ma diceva come ad uomo del Papa; et che facesse portar la lettera. Il signor Marc’Antonio fece portare et leggere la lettera, et disse, che non credeva che sua Maestà havesse ordinato questo, come se il Papa ci havesse messo un Vescovo o un Patriarca a’ quali si sogliono dar questi honori; ma che essendosi sua Santità servito di lui, sua Maestà havesse voluto confidar questo carico ancora nella sua persona: et che se per avventura egli havesse altro ordine in contrario lo mostrasse. Alle quali cose il signor Giovann’Andrea rispose con molte parole, et in somma concluse che havrebbe fatto quello che li fosse parso meglio dell’armata di sua Maestà cattolica nella quale lui solo ci haveva l’autorità. Il Signor Marcantonio disse che haveva questo per bene, che egli commandasse tutta l’armata di sua Maestà, et che a lui bastava ordinarli quello che havesse giudicato servitio di detta Maestà; et se non l’havesse voluto fare non lo facesse: et che lui havria ben potuto commandare al Signor Marchese di Torremaggiore et a tutte le sue genti che così lo commandava l’illustrissimo Vicerè di Napoli, et che non l’haveva fatto perchè gli era bastato haver ordinato a lui quanto gli era occorso. Replicò il signor Giovann’Andrea che il Marchese non havria fatto quello che esso signor Marc’Antonio gli havesse commandato, ma quello che gli havesse commesso lui solo. In questo disse il signor don Carlo Davalos, che si trovava presente, che nè lui manco haveria obbedito il signor Marc’Antonio, ma sì bene il Signor Giovann’Andrea, et che lui ancora havea pur gente in quell’armata. Il signor Marc’Antonio li disse che non dovea parlar così con un suo fratello maggiore, che voleva che sapesse che havea commandato a maggiori huomini di lui. Il signor Giovann’Andrea ordinò al detto signor Carlo che se ne andasse; et lui se ne andò. Tornando a dire il signor Giovann’Andrea che esso farà quanto li fosse parso meglio, et che sapeva gli ordini di sua Maestà. Il signor Marc’Antonio li replicò, che poichè egli voleva far quel che gli pareva, et esso non lo poteva sforzare, che lui si liberava da questo carico, et che se ne resteria coll’armata di questo serenissimo Dominio solo come homo di sua Santità: et che il signor Giovann’Andrea facesse quello che meglio li paresse. Et li disse ancora che dovea cavar dalla sua galea et dall’armata di sua Maestà il signor don Carlo per haverli parlato con tanto poco rispetto. Al che esso Signor Giovann’Andrea rispose che faria quanto dovea._
»_Et questa è la sustanza di quello che a noi pare di haver inteso, et di recordarci (come dicemmo di sopra) di questo successo: il quale forse è passato con qualche altre parole di più che noi o non abbiamo udite o non ne sono restate così bene a memoria._
»_In fede di che, ec._
»_Di Galea, alli_ XXVIJ _di settembre_ MDLXX.
»SFORZA PALLAVICINO. (Firma autografa.)
»JACOMO CELSI, _Provveditor dell’Armata_. (Firma autografa.)
» _Io Domenico Vico secretario coll’Eccellentissimo Signor Capitano Generale dell’armata della Serenissima Signoria di Venetia fui presente et mi sottoscrivo alla soprascritta scrittura d’ordine di Sua Eccellenza._»
[79] ARCH. COL., t. I, p. 76. (Firma originale.)
SAGGIATORE, Copia pubblicata nel t. III, p. 170.
[80] Vedi appresso la nota 81, e quelle del lib. II, sul generalato.
[81] MARCANTONIO COLONNA, _Informazione di quel ch’è successo all’armata_ ec. Ms. colonnese pubblicato pur dal SAGGIATORE cit., t. III, p 30, linea 20.
[82] MARCANTONIO COLONNA, _Relazione al Re di Spagna data dal porto di Tristamo il_ 1º _ottobre_ 1570, pubblicata ancora dai Cassinesi in appendice al SERENO cit., p. 437, linea 11 e 28.
ARCH. COL., _Relazione storica di questi fatti_, t. II, p. 259, b. in med.
Item, t. II, p. 471, noterella: «_E tutto questo nasceva per il desiderio che haveva di pigliar gente nell’Arcipelago, che pur sono christiani_.»
[83] GIANNANDREA DORIA, _Manifesto secondo dato da Candia il 5 ottobre 1570_. — Pubblicato dal SAGGIATORE, t. II, p. 362 e 364.
[84] «_S. D. N. D. Pii Pp. V. Præceptum quod Christiani apud Turcas servi reperti, libere cum bonis suis abire permittantur._» _Pius Papa V._
»_Motu-proprio etc. Licet omnibus notissimum sit bellum hoc quod cum impio Turcarum tyramno geritur, non ea tantum de causa geri, ut imminens ab illius viribus nobis periculum dimoveamus, sed ut etiam plurima Christianorum millia, quæ sub dira illius tyramnide servilem ac miserabilem vitam ducunt, in libertatem, ac ad Christi nomen libere profitendum, ac excolendum vindicemus; non defuerunt tamen qui christianæ fraternitatis obliti, loca Turcarum hostium nostrorum invadentes, Christianos ibidem repertos in servitutem redegerunt, bonis ac fortunis spoliarunt, triremibus alligarunt, ac taleam imposuerunt. Quo fit ut Christi sanguine redempti, qui cumulatis votis Christianorum adventum, et victoriam exoptaverunt, ea a victoribus fratribus suis patiantur, quibus paulo pejora a Turcis expectare potuissent. Nos igitur ejus locum licet immerito tenentes in terris, qui de Cœlo ad liberandum nos venit, ut de manu inimicorum nostrorum liberati deinceps sine timore serviamus illi, verentes ne si iniunctæ nobis ab eo erga filios nostros caritatis et dilectionis immemores simus, ipsius omnipotentis Dei contra Nos Classemque nostram iram provocemus, malis hujusmodi obviare cupientes tenore præsentium decernimus et mandamus ut nullus deinceps sive sacri fœderis miles, sive alius Christianos capiat, aut præter eorum voluntatem, etiam data mercede, remigare cogat, taleam imponat, aut ejus bona diripiat: quinimmo fraterne et amicabiliter ut christianam pietatem decet, tractet, ac libere cum liberis, conjugibus, bonis abire permittat. Illos autem omnes et singulos qui huic constitutioni contraire præsumpserint, declaramus ipso facto in pœnam excomunicationis latæ sententiæ incidisse, a qua non possint nisi a Nobis aut a Successoribus nostris, præter quam in mortis articulo, absolvi: et ulterius volumus eos a superioribus suis ad quos spectabit, severe et graviter juxta contraventionis qualitatem puniri. Mandantes omnibus et singulis tam ipsius classis, quam locorum ipsorum superioribus quibus spectat, et in futurum spectabit ut pro quanto student divinam gratiam, nostramque benevolentiam promereri, hoc Nostrum, immo vero potius Dominicum præceptum et mandatum in locis suæ jurisditionis, sive iis ad quæ christianos principum fœderatorum Præfectos tam generales quam particulares appellere contigerit, ea lingua cujus ejus loci habitatores intelligentes fuerint, et in ipsa etiam Classe publice æditæ, affigi, et sub pœnis sibi bene visis faciant ab omnibus inviolabiliter observari ut, a Deo opt. max. præmia æterna et a nobis de re diligenter gesta laudem reportare mereantur._
»_Volumus autem ut præsentis nostri Motus-proprii sola signatura sufficiat, et ubique fidem faciat in judicio et extra, quacumque regula seu constitutione apostolica contraria non obstante: quodque illius exempla etiam impressa edantur, eaque Notarii publici manu, et cujuscumque Curiæ ecclesiasticæ, aut Prælati sigillo obsignata, eandem prorsus fidem ubique faciant, quam ipse præsens Motus-proprius faceret, si esset exhibitus, vel ostensus. Contrariis non obstantibus quibuscumque. — Placet Motu-proprio M._
»_Romæ apud Hæredes Antonii Bladii impressores Camerales.»_
BIBLIOTECA CASANAT., Collezione di Bolle, Editti ec., t. I, nº 4. — Per errore del legatore messo all’anno 1567.
[85] COLECCION DE DOCUMENTOS cit., t. III, p. 184. _Cedula de Felipe II declarando que Juan Andrea deberà preceder i mandar a los generales de Napoles, Sicilia y España. Data del 1 maggio 1571_.
[86] FRANCESCO LONGO cit., p. 20. «_Il Cardinal Morone diceva: Piacesse a Dio che Giannandrea non si fosse mai congiunto coi Veneziani: perchè ha fatto più male che bene_.»
[87] FRANCESCO LONGO cit., p. 21.
[88] ANTONIO DE HERRERA, _Historia general del mundo_, in-4. Vaglialodi, 1606, par. Iª, p. 801, col. 1 in fine: «_Marco Antonio embiò adelante a Pompeo Colonna que era su lugarteniente, a dar cuenta al Papa de lo que havia pasado: de que pesò al Pontifice, y se quexò al Rey catolico del principe Doria_.»
[89] LADERCHI, _Ann. Eccles. post Baronium_, t. III, p 53. Quivi è il Breve di san Pio a Filippo II, di credenza piena alle parole di Pompeo Colonna, latore del medesimo: pregando Sua Maestà che «_Loquenti Pompeio eamdem fidem adhibeat quam nobis ipsis, si cum eo præsentes loqueremur_.»
[90] ARCH. COL., t. II, p. 288, b. lin. 21; e p. 260, b. lin. 4.
CABRERA cit, p. 654 col I, B: «_El Doria embiò a disculparse con el Pontefice de las caluñias del Colona i fue a España a tratar de lo sucedido en a quel verano, i responder a las quexas de Pio V_.» Buono che riconosce le lagnanze del Pontefice, e bisogna ringraziarlo che non le abbia pur chiamate calunnie di san Pio come le chiamò calunnie di Marcantonio.
Meglio procede il ROSELL cit., p. 45, nota 40: «_Se ha tenido hasta ahora por un echo inegable, en que convienen casì todos los escritores que Doria procediò en el mando de nuestra expedicion auxiliar de Chipre, cuando menos con indolencia.... pero España hizo entonces a favor de Venecia quanto podia, y que sobre les gefes que mandaban sus esquadras, o sobre su gobierno deben recaer las culpas._»
[91] MIGUEL DE CERVANTES, _Don Quixote_, libro IV, capit. 39, in-8. Amberes, 1683, t. 1, p. 451: «_Se desengaño el mundo i todas las naciones del error en que estavan, creyendo que los Turcos eran invencibles por la mar_.» Questa paura dei Turchi finì quando fu vinta la battaglia di Lepanto: ma prima durava per la vergognosa fuga del principe Andrea Doria alla Prevesa, per la imbecillità del duca di Medinaceli alle Gerbe, per la lentezza del don Garzia di Toledo a Malta, e pei fatti di Giannandrea a Cipro. Tutti effetti della istessa politica della corte di Spagna.
[92] LADERCHI cit., t. III, p. 47 ...: «_Uterque tamen, Gratianus scilicet et Maurocenus cum scriptoribus cœteris, Pontificiæ classis præfecto Columnæ egregium perhibent testimonium, quod non minus consilio quam animi moderatione publicæ utilitati prospexerit_.»
Item, p. 53: «_Cumque Marcus Antonius omnia muneris sui officia venetis ipsis comulate persolvisset ab eis discessit, ingentes gratias ipsi et Pontifici agentibus ob egregiam novatam operam et fidem et constantiam ad extremum præstitam_.»
[93] ROSEL. cit., _Documento_, p. 117, col. II, lin. 42, e p. 179, col. II, lin. 39, opposto a quel che si legge a p. 45, lin. 15.
SAGGIATORE cit., t. II, p. 362 e p. 364.
[94] MARCO ANTONIO COLONA, _Carta a la Majestad del rey Catolico «En toda esta jornada M. Antonio non ha tenido en fin niuguna diferencia con Juan Andrea de que a el se le diesse nada; sino per estas dos causas: la una de que no entendissen jamas los principes del mundo que V. M. huviese dado ordenes contrarias por un mismo negocio, como no las ha dado; y la otra, que teniendo el la misma voluntad, y deseo que habia Juan Andrea por la conservacion de la armada de V. M. se havia de hacer de que se conservase tambien la reputacion de ella; y que en ningun tiempo se pudiese dar tacha a los ministros de V. M. de haber dexado de ayudar y favorecer una causa tan cristiana como esta. Esta es la sumaria relacion i sustancia de lo que se ha pasado; y aunque bien s’entiende que semejantes platicas se pueden adobar y colorar con muchas palabras y colores, todavia a M. Antonio ha parecido con su Rey y señor hablar desnudamente la pura verdad con pocas i verdaderas palabras_.» ARCH. COL., t. II, p. 159.
Si veda pure la nota nº 37, e più altre di questo Libro.
[95] BOSIO cit., p. 869, 870.
ADRIANI cit., p. 862, 864.
ARCH. COL., t. II, p. 260, 288.
[96] UBERTUS FOLIETTA, _De sacro fœdere_, ap. BURMANN. in _Thesaur_., t. I, p. 995: «_Cæterum breve illud iter in Italiam ita infestum fuit ut nemo in multorum annorum longissimis itineribus pluribus asperitatibus conflictatus aut atrocioribus casibus jactatus fuerit: nullumque fuerit genus pestis a cœlo, a ventis, a tempestatibus, ab undis, ab igne, ab hominibus cui prope non fuerit._»
ANDREAS MAUROCENUS, _Hist. Venet._, lib. VIII, in-4. Venezia, 1719, t. II, p. 332 e 333.
PAOLO PARUTA, _La guerra di Cipro_, in-4. Venezia, 1718, p. 135.
ARCH. COL., t. II, p. 260.
[97] ARCHIVIO de’ Massimi in Roma. Il testamento è fatto in Roma l’anno 1570 prima che Domenico partisse per l’armata, il codicillo in Lecce. L’originale è presso S. E. il principe D. Camillo Massimo nell’Arch. segnato Armadio A, mazzo E, numero 24; che per gentilezza di esso signore ho copiato, e conservo presso di me.
[98] Le fregate nel secolo decimosesto erano battelletti velocissimi a vela e a remo, di che i capitani usavano per trascorrere dall’una all’altra galera, per far le scoperte, praticare in terra e cose simili. Quella di Domenico de’ Massimi non poteva valer più, come egli ne dice, che cinquanta o sessanta scudi. A poco a poco questa maniera di bastimenti, ritenendo sempre l’istesso nome ed ufficio, è stata ingrandita in quel modo che tutti or sanno.
[99] GALLETTI, _Iscript._, Rom., Class. X, nº 22. Quindi erra il Litta che lo pone alla battaglia di Lepanto, essendo morto un anno prima nel ritornare dalla guerra di Cipro. Nel vero il suo nome non si trova più nei codici Colonnesi dopo il 4 decembre 1570, giorno della sua morte; e la sua donna Vittoria Naro nel 1571 era già passata all’altre nozze.
[100] Molti hanno parlato e più cose si son dette della quadrireme costruita a Venezia dal Fausto. Il professore STRATICO ed il barone PARRILLI devono dirne qualcosa ne’ loro Vocabolari di Marina: certamente ne parla A. JAL nel Dizionario poliglotto di Marina, e nella Archeologia navale. Che la quadrireme del Fausto fosse dai Veneziani tenuta molti anni nell’arsenale, e tratta fuori nel 1570 per Capitana di M. A. Colonna si prova con la testimonianza citata alla nota 17, e con molti riscontri dell’Archivio colonnese: ma ora non li ho a mano. Sono certo che la detta galea, comechè di primaria grandezza, non era a quattro ordini di remi quando l’ebbe M. A.; ma a un ordine solo, sopra un solo posticcio, come tutte le altre. Il numero unito al nome non prova altro nella bireme, trireme e quadrireme se non la maggiore o minore grandezza. Che se la galea del Fausto avesse avuto quel miracolo di quattro ordini, nè i codici colonnesi l’avrebber taciuto, nè io mancato di appuntarmelo.
[101] ARCH. COL., t. II, p. 384.
BOSIO cit., p. 870.
CONTARINI cit., p. 21.
SERENO cit., p. 72.
MOROSINI cit., p 332.
PARUTA cit., p. 135.
[102] ARCH. COL., t. II, p. 288.
Questo termine non faccia ombrar niuno, perchè si usava nella marina italiana del secolo XVI. L’ho tratto dai codici Colonnesi. Si accosta molto all’indole della nostra lingua, e può esser grande il bisogno di usarlo in marina.
[103] ARCH. COL. cit., t. II. Da molte lettere e dalle due relazioni poste in principio, e nel mezzo di detto tomo a p. 288 e 289.
[104] SERENO cit., p. 333.
CABRERA, _Don Felipe II, Rey d’España_, in-fol. Madrid, 1619, p 747.
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 534.
[105] PII PAPÆ V, _Allocutio habita in Palatio Apostolico Vaticano coram oratoribus Serenissimi Regis catholici et Illustrissimi Domini Veneti pro fœdere_, Ap. LADERCHI, _Ann. eccl_. cit., p. 55.
GABUTIUS, _Vita Pii V_, in-fol. Roma, 1605, p. 130.
[106] DU MONT., _Corps diplomatique_, in-fol. All’Aja, 1728, t. V, P. I, p. 184.
LUINIG, _Codex Italiæ diplomaticus_, in-fol. Francoforte e Lipsia, 1735, t. IV, p. 262 e 305.
COMIN VENTURA, _Tesoro politico_, in-4. Milano, 1600, t. I, p. 510.
MICHELE SORIANO, _Negotiato et conclusione di Lega contro il Turco; tra Pio V, Re cattolico, et Signoria di Venetia: l’anno 1570 e 1571_, app. al SERENO cit., p. 392.
[107] SORIANO cit., seconda edizione dei Cassinesi, p. 391, lin. 30: «_Dipoi fu detto da Granuela che saria stato conveniente che fossero mandati al Re li partiti che s’avevano da proporre, perchè averia potuto dar ordine più risoluto, ma che loro dariano a sentir quello che gli fosse domandato et responderiano_.»
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 486: «_Viose diesde luego lo dificil que era traer a comun acuerdo potencias que obraban impulsadas por diversos interesses y fines. Las dificultades nacian principalmente de la republica de Venecia, que en vez de pedir, puesto que era la mas directamente interessada y habia de ser la mas favorecida, aspiraba a imponer condiciones_.»
LORENZO VANDER-HAMMEN Y LEON, _Vida de don Juan de Austria_, in-4. Madrid, 1627, p. 146: «_Esperaban los del rey catolico que los Venecianos pidiessen.... ellos por contrario no querian humiliarse a nada_.»
CABRERA, _Vida de Felipe II_, in-fol. Madrid, 1619, p. 666.
ROSELL cit., p. 50: «_Para dar principio a las discussiones aguardaron a que el embajador veneciano hiciesse sus peticiones en forma_.» Vedi appresso nota 7.
[108] ARCH. SECRET. VATICANO, _Plenipotenze, Congregazioni e Scritture della Lega tra i principi contro il Turco_, C. 33. Quivi è la predetta bozza dei capitoli, postillati di mano di san Pio.
ARCH. SECRET. VATIC., _De fœdere et speditione Classis Pii Papæ V_. 143, p. 24 a 29.
MOROSINI, _Hist. venet._, cit. p. 336.
[109] SORIANO, edit. cit., p. 404, lin. 4, et p. 413, lin. 33.
[110] ARCH. COL., t. II, p. 260.
SORIANO cit., p. 411 in fine.
PARUTA cit., p. 127.
ANTONIO DE HERRERA, _Historia del mundo, quinze años del tiempo del Rey Filipe II_, in-4. Vagliadolid, 1605, P. II, p. 2: «_Causas per que los Ministros del Rey catolico no querian la liga_.»
LUIS CABRERA, _Vida de Felipe II_, in-fol. Madrid, 1619, libro IX, cap. 20, p. 666: «_Dificultades en hacer y confluir la Liga_.»
NICCOLÒ DA PONTE, _Orazione contro la Lega_, ext. ap. SERENO cit., p. 105.
ARCH. COL., t. II, p. 289: «_Il Cardinal Granuela aveva negoziato sempre con parole gravide e pregne di significati atti a insospettire, sì perchè è stato ajutato, al solito della sua natione, dalla natura che l’ha aspera et altiera, sì perchè parendoli che i Veneziani venissero alla Lega per necessità e non per virtù avriano sostenuto ogni grave condizione_.» E a pag. 290: «_Dalle parole e dai modi di Granuela fu giudicato da ognuno che egli non desiderasse la Lega_.»
ARCHIVIO CENTRALE DI STATO IN FIRENZE. Arch. Mediceo, Vol. 4903. Al granduca Cosimo, cifra del cav. de Nobili suo ambasciatore di Spagna, con la data del 5 Febbraio 1571. «_Quanto a la Lega chi la fomentasse non piaceria a costoro (di Spagna) che n’hanno poca voglia.... La perdita di Cipro, et l’alterazione che possino avere i Vinitiani in Levante costoro non la sentano.... Et se quella Repubblica havrà travaglio manco hanno da temere_.»
CARDINALE M. A. COLONNA, Lettera al reverendissimo padre Francesco Borgia, con minuti ragguagli delle arti indegne usate dai ministri spagnoli. La publicherò: importantissima scrittura di quattordici pagine.
Si legga inoltre il successo qui appresso del 7 marzo.
[111] SERENO, p. 75.
[112] SERENO cit., p. 81.
ARCH. COL., t. II, p. 260, 261.
[113] ARCH. COL. cit, t. II, p. 261.
[114] SERENO cit., p. 110.
Ibid., App., p. 419.
DU-MONT, cit., t. V, Par. I, p. 203.
FOLIETTA, _De sacro fœdere_ cit., p. 1018.
MAFFEI, _Vita di san Pio V_, in-4. Roma, 1712, lib. IV, Cap. VI, p. 281.
MSS. CASANATENSI XX, I, 32.
LADERCHI JACOBUS, _Ann. Ecclesiast. continuat._, p. 404, 414, ann. 1571.
[115] LADERCHI cit., ad ann. 1571, p. 396.
FRANCESCO LONGO cit.; ARCH. STOR. ITAL., t. IV, app., p. 22.
ARCH. COL., t. II, p. 261.
SERENO cit., p. 89.
CORNELIUS FIRMANUS, _Magister Cæremoniarum_, Ms. Bibl. Chigiana, L. I, 27, p. 201: «_Die Mercurii, 7 martii. Sanctissimus Dominus vectus in lectica hora XI, ivit ad Ecclesiam S. M. S. Minervam, audivit missam planam in sacello, deinde expectavit in Conventu donec cardinales accederent, tunc venit ad sacellum, accepit paramenta et cruce ac cardinalibus præcedentibus accessit ad altare.... Completa missa ivit cum cardinalibus ad orandum ante cappellam S. Thomæ, et postea fuit in conventu pro_ quadam Congregatione.» Cornelio per vergogna non volle dirne di più.
[116] MSS. ARCH. SECRET. VAT., Codice segnato. — Venezia, C. Lettera E, nº 2492, p. 99.
MSS. ALL’ARCH. SECRET. CAPITOLINO, Credenza XIV, cod. 8, carte 258.
ARCH. COL., t. II, p. 291, 357.
ARCH. GENERALE DI VENEZIA, Ai Frari. Lettera di Michiel Suriano et Giovanni Soranzo ambasciatori al serenissimo principe di Venezia, data da Roma, 8 marzo 1571. Ne ho copia presso di me.
SERENO cit., p. 90.
LORENZO VANDER-HAMMEN Y LEON, _Historia de don Juan de Austria_, in-4. Madrid, 1627, p. 147: «_Los Senadores de Venecia eran alterados con el papel que el cardenal de Granuela dio en la junta proponiendo nuevas condiciones, con poca reputacion de su republica._»
JACOBUS LADERCHIUS, _Annales Ecclesiastici post Baronium et Raynaldum_, p. 397.
ANTONIUS MARIA GRATIANUS, Episcopus Amerinus, _De bello Cyprio_, in-4. Roma, 1624, p. 115: «_Itaque icti re nova Veneti et execrantes tam perfidiosam ludificationem respondent; misi pactis conditionibus stetur Senatum se consulere velle._»
CABRERA, _Vida de Filipe II_, in-fol. Madrid, 1619, p. 667: «_Turbo la junta un papel en que Grunela propuso nuevas condiciones, con poca reputacion de Venecianos, i alterò su republica._»
LAFUENTE e ROSELL tacciono questo fatto del card. Granuela.
[117] GRATIANUS, _De bello Cyprio_, p. 116: «_Ea res Pii pontificis animum vehementer offendit et maxime a Granuellano alienavit, quem ad omnia evertendo, veluti insidiatum publicæ causæ gravissimis verbis objurgatum ab se repulit._»
Del cardinal Granuela e del suo dispotismo parlano in più luoghi gli Annalisti RAINALDO, LADERCHI e THEINER, ed i cardinali BENTIVOGLIO e PALLAVICINO nelle loro _Storie e Memorie_.
[118] ARCH. COL., t. II, p. 262: «_Et il Pontefice se ne tornò a palagio mal contento._»
SERENO, p. 90: «_Et il Papa non senza lacrime e grave afflizione al Palazzo tornossene_;» e p. 92: «_Il Papa con lacrime e infinito dolore si querelava._»
LADERCHI cit., ad ann. 1571, p. 397: «_Sed præ aliis inopportunum illud scriptum Pontificis animum vehementer offendit._»
[119] GRATIANUS, _De bello Cyprio_ cit., p. 115: «_At Veneti incessantes Hispanorum perfidiam.... tam ancipitis belli cura levare civitatem aliqua pacis conditione cupiebant, animumque a belli consiliis ad paciscendum cum hoste convertere._»
[120] MARCANTONIO COLONNA, _Orazione al Senato di Venezia per la Lega_. ARCH COL., t. II, p. 186 e 307. Sono quattro pagine di bozzetto, scritte di sua mano, nelle quali il sentimento procede a salti ed incisi da essere poi spianati e svolti col discorso estemporaneo come si usava a Venezia, e come si deve tenere che Marcantonio abbia fatto. Io pubblico il bozzetto medesimo, come è nel codice, perchè si veda qual fosse il modo suo di argomentare; e non vi introduco se non quanto è necessario per legare i periodi e compiere l’andamento naturale del discorso.
[121] ARCH. SECRET. VATICANO, volume segnato _Plenipotenze, Congregazioni e Scritture per la Lega contro i Turchi_, C. 33. Atto del dì 11 giugno 1571, dichiarazione di certi articoli e dubbi tra i confederati, dice pure così: «_Che fatta dai Generali la rassegna e mostra di tutte le armate, e soldati che sono all’armata; trovandosi che l’illustrissima Signoria di Venezia non abbi nella spedizione di quest’anno più spesa della portione che, secondo la capitulazione della Lega gli tocca_, DEBBA PAGARE LI GRANI ET TRATTE CHE HA IN MANO _al prezzo che da Sua Santità sarà arbitrato: così di detti grani, come delle tratte di essi. Ma ritrovandosi che l’illustrissima Signoria havesse più spesa della detta sua portione, debba essere rifatta da Sua Maestà Cattolica._»
L’istessa cosa si ripete nel medesimo volume a p. 174.
ARCH. COL., t. II, p. 277.
E quivi pure t. I, p. 224, è una lettera di M. A. onde si vede che nel 1572 ai 12 di giugno i grani non erano ancora stati pagati, con gran danno dei particolari: e che M. A. essendo stato di mezzo in questo negozio insisteva col cardinal di Como che si diciferasse il dare e l’avere, e si pagasse a chi di ragione.
[122] ARCH. COL. cit., t. II, per totum. Confermano brevemente queste notizie gli storici seguenti:
NATAL CONTI cit., p. 110, B.
FRANCESCO LONGO cit., p. 51.
FERRANTE CARACCIOLO cit., p. 8.
BARTOLOMEO SERENO cit., p.
LORENZO VANDER-HAMMEN, _Historia de don Juan de Austria_, in-4. Madrid, 1627, p. 147: «_Colona con su eloquencia acabò quanto quiso en el consejo de Venecia._»
[123] CORNELIUS FIRMANUS, in _Diariis Mss._, Bibl. Chigiana, L. I, 27, p. 206: «_Die Veneris 25 maji in Consistorio Liga conclusa._»
WILLIAM H. PRESCOTTP, _History of the Reign of Philip the second king of Spain_, in-8. Londra, 1859, t. III, p. 254.
[124] PHILIPPUS BONANNI, _Numismata Rom. Pontif._, in-fol. Roma, 1699, t. I, p 295.
RODULPHINUS VENUTI, _Numism._, in-4. Roma, 1744, p. 124 e 125.
— FŒDERIS. IN. TURCAS. SANCTIO. — PIUS. V. PONT. MAX. ANN. SAL. MDLXXI. — Ve n’ha un’altra medaglia in tutto simile alla presente, salvo che di minor modulo.
Questo stesso concetto ha tenuto Giorgio Vasari nel suo affresco della sala regia al Vaticano, come tuttora vi si vede. Egli stesso ne diè la descrizione in una lettera al principe Francesco di Toscana, data di Roma, 23 febbraio 1572, e pubblicata dal GAYE, _Carteggio degli Artisti_, in-8. Firenze, 1839-40, t. III, p. 307.
[125] FERDINANDUS UGHELLI, _Genealogia nobilium romanorum de Capizucchis_, in-fol. Roma, 1653, p. 12.
ARCH. COL., t. I, p. 202. V’ha un’altra patente egualmente onorevole per lui.
[126] MSS. COLONNESI t. I, p. 118 e seguenti, e t. II, p. 141.
BARTOLOMEO SERENO, _Commentarj della guerra di Cipro e della Lega contro il Turco_ in-8. Montecassino, 1845, p. 115 e 197; e nel Prologo, p. XVII e XXIV parla di sè stesso.
NORES, _Guerra di Paolo IV_. ARCH. ST. IT., t. XII, p. 149 del Conte Berardi.
CRISPOLTI, _Annali di Perugia_, t. II, p. 254, 260. Mss. alla Comunale C. 33.
[127] Vedi sopra la nota dei gentiluomini e venturieri postisi nella Compagnia di M. A. Colonna, lib I, nota 13, p. 19.
[128] Si veda sopra la nota 18 del Libro I.
[129] P. ALBERTO GUGLIELMOTTI, _Storia della Marina Pontificia dall’anno 727 al 1500_, libri quattro, in-8. Roma, 1856 (pag. XXVIII-522).
[130] Questi della famiglia Zane di Bologna, di che parla il DOLFI.
[131] MURATORI, _Annali d’Italia, all’anno 1561_.
[132] P. ALBERTO GUGLIELMOTTI, _I bastioni di Antonio da Sangallo disegnati sul terreno per fortificare e ingrandire Civitavecchia, l’anno 1515._ Lettera al chiarissimo signor cavaliere e professore Salvator Betti, in-8. Roma, 1860. Edizione di cento esemplari, estratta dal t. XVII della nuova serie del giornale Arcadico.
[133] P. ALBERTO GUGLIELMOTTI, _Della rocca d’Ostia, e delle condizioni dell’architettura militare in Italia prima della calata di Carlo VIII_, Dissertazione letta in Roma alla Accademia di Archeologia. È agli atti per la stampa.
[134] Sul forte di San Michele nella marina d’Ostia copiai alli 3 di maggio 1859 la seguente lapida: «_Pius. V. Pont. Max. Et. Benignus. Turrim. Hanc. S. Michaelis. Cum. Aliis. Quindecim. In Lettere. Maris. A. Fundamentis. Erigi. Muniri. Et. Custodiri. Mandavit. Ann. Sal. MDLXVIII._»
[135] Sopra Lib. I, cap. III, p. 13.
[136] Sotto Lib. II, cap. XVIII in fine, e Lib. III, cap. II.
[137] AUGUSTINUS THEINER, _Ann. ecclesiastici post Baronium_ etc., in-fol. Roma, 1856, t. I, p. 464.
ARCH. SECRET. VAT., _Armata_, cod. 3139, p. 477. Quivi per altra mano fu aggiunto di essere stata la medesima capitolazione rinnovata da Gregorio XIII.
ARCH. COL. cit., t. I, p. 114.
[138] IL MARCHESE ANTIGONO FRANGIPANE nella _Storia di Civitavecchia_ alla pag. 153 si dimostra gemello del SARACINO d’Ancona (vedi sopra lib. I, cap. III, nota 8). Esso eziandio ignorava le notizie di quella stessa città di che scriveva la storia, e in vece di fatti imbrancava una tirata di congetture sue, tutte vane. Avrebbe egli pur dovuto leggere almeno gli storici stampati, come tra molti basterà citare i seguenti:
GIAMBATTISTA ADRIANI, _Storia de’ suoi tempi_, in-fol. Firenze, 1583, p. 877.
GIORGIO VIVIANO MARCHESI, _Galeria dell’Onore_, in-4. Forlì, 1735, t. II, p. 82.
AVVISI DI ROMA. Sono gazzette mss. che circolavano nel secolo XVI e XVII, prima delle stampate. Ve ne sono più centinaia di volumi alla Vaticana, dall’anno 1534 fino al 1716; di che mi sono frequentemente giovato. Qui cito il Codice Urbinate 1042, data del 13 giugno 1571.
ARCH. CAETANI, _Lettera di Onorato Caetani al Capocci in Roma_, data da Corneto il 13 giugno 1571.
Altra lettera dello stesso al cardinale di Sermoneta, data da Civitavecchia li 21 giugno 1571.
Vedi sopra il documento e la nota nº 34.
[139] ARCH. COL. cit., t. IV, p 36. Jacometto da Civitavecchia, marinaio premiato da Marcantonio.
THEULI, _De romana provincia_, in-8. Velletri, 1628, p. 84: ricorda i due capitani Francesco e Gregorio Andreotti di Civitavecchia.
ARCH. COL. cit., t. IV, p. 148, nella rassegna fatta in Corfù l’anno 1572 è nominato il capitan Filippo da Civitavecchia, con la sua compagnia di centotrentanove soldati.
[140] SERENO cit., p. 118, racconta il fatto delle tre compagnie assoldate dai Veneziani nello Stato papale sotto il colonnello Pompeo Giustini di Città di Castello; una delle quali era del capitan Ascanio di Civitavecchia. ARCH. COLONNA t. IV, p. 115.
[141] ARCH. COL. cit., t. II, 60 a 90.
GIAN PIETRO CONTARINI cit., p. 37 e seguenti.
GIROLAMO CATENA, _Vita di Pio V_, in-4. Roma, 1586, p. 319 e seg.
BARTOLOMEO DAL POZZO, _Storia della Religione di Malta_, in-4. Verona, 1703, p. 13.
DON JUAN DE AUSTRIA, _Orden que la armada de la Santa Liga ha da tener en el caminar_. MSS. CASANAT., X, VI, 41. post med. — Vi sono nominate al posto loro tutte le galere ed i capitani delle medesime.
ARCH. CAETANI, Lettera di Muzio Manfredi a Monsignor Peranda in Roma, data da Napoli 24 luglio 1571.
Si noti che il Catena enumera tredici galere, senza nominar l’Elbicina: questa poi è ricordata dai mss. Caetani e Casanatensi, e dal Codice urbinate 1042 della Vaticana sotto la data del 28 agosto 1571: donde risulta il numero totale di quattordici galere. I nomi poi dei capitani sono generalmente da tutti riportati al modo stesso, salvo le continue varianti ortografiche degli Spagnuoli e dei Veneziani; che in vece di scrivere Strozzi alcune volte scrivono Atroci, Caracollo per Caracciolo, Bazza per Baccio, e simili.
[142] ARCH. CAETANI, Lettere di Onorato Caetani, date da Civitavecchia li 14 e 15 giugno 1571. — Grazie all’archivista Carinci.
[143] ARCH. COL., t. IV, p. 12. — Quivi sono le note di ogni minuta spesa. Eccone un saggio per giorni otto in Civitavecchia.
«_A dì 13 giugno 1571. Spese fatte da S. E. al partir di Roma per condurre le robe a Civitavecchia_:
_Per trentaquattro muli, a doi scudi l’uno Scudi._ 68. — _Per trentacinque cavalli._ 55. — _Per le casse della Messa e credenza._ 15.50 _Per il magnare in Cerveteri._ 12.16 _Per il magnare in Civitavecchia il dì 14._ 21.50 _alli 15 detto._ 12.27 _alli 16 detto._ 13.52 _alli 17 detto._ 25.32 _alli 18 detto._ 28.32 _alli 19 detto._ 33.84 _alli 20 detto._ 27.36 _alli 21 detto._ 18.09 _Per due botti di vino bevute nel sopraddetto._ 27.20 _Per quattro some di biada lograte nel detto tempo._ 7.20 _Per tredici vitture di cavalli quando s’andò a Corneto._ 3.25»
[144] ARCH. GAETANI, Lettera di Muzio Manfredi a Monsignor Peranda, data da Civitavecchia a dì 20 giugno 1571.
[145] ARCH. CAETANI, Lettera di Onorato Caetani al cardinale di Sermoneta, da Civitavecchia, 21 giugno 1571.
[146] ARCH. CAETANI, Lettera di Muzio Manfredi a Monsignor Peranda, data da Napoli, 7 luglio 1571.
[147] AVVISI DI ROMA, Cod. urbinate alla Vaticana, 1042, data del 24 giugno 1571.
SERENO cit., p. 116: «_Non si potria narrare con quanta festa e allegrezza fosse Marco Antonio Colonna ricevuto a Napoli._»
[148] SERENO cit., p. 117.
[149] ARCH. COL., t. IV, p. 82.
Quivi è la nota origliale dei doni ricevuti da M. A. a Messina, che nella sua ortografia e dialetto presento ai lettori perchè considerino i costumi di quel tempo.
Noterò soltanto che i doni si traevano pubblicamente a processione da gran numero di donzelli in livrea, i quali portavanli sulle stanghe o sopra carri coperti di drappi, di fiori, di targhe e di bandiere: e innanzi a loro i trombatori che bandivano al popolo la magnificenza dei donatori e la dignità degli ospiti che si volevano onorare.
«_Memoriale del presente si manda per la città di Messina all’Eccellenza dell’illustrissimo signor Marco Antonio Colonna._
_Primo. Confettione blancha, Scatoli dodichi_ 12 _Intorchi de chera biancha mazi dichidotto_ 18 _Candiloni de chera blanca mazi dichidotto_ 18 _Zuccaro fino pani ventiquattro_ 24 _Capponi venticinque_ 5 _Gallini venticinq_ 25 _Galluzzi chento_ 100 _Anatri num. ventiquattro_ 4 _Papari dudichi_ 12 _Galli d’India cinque et una Gallina malta_ 6 _Pavoni, tri mascoli e tri fem_ 6 _Genchi dui_ 2 _Crastati sei_ 6 _Dui Butti di vino_ 2 _Pani blanco, cofini tri_ 3 _Quattro cofini di frutti_ 4 _Uno carrico di nivi_ 1
»MATTHÆUS CASALAYNA _Secretarius_.»
[150] GRATIANUS, _De bello Cyprio_ cit., p. 154: «_Interea dum Christiani jungendis fœderibus altercandoque de singulis tempus terunt, Turcæ, ingenti confecta classe, Venetorum insulas orasque maritimas immaniter vastabant_.»
ROSELL cit., p. 63: «_Selim justò a sus capitanes que no estuviesen ociosos un solo dia: por lo que echaron a tierra soldados a Candia.... arrasaron pueblos_ ec.»
[151] NATAL CONTI, _Storia de’ suoi tempi_, volgarizzata dal Saraceni, in-4. Venezia, 1579, t. II, p. 72: «_Sebastiano Veniero uomo di chiaro e prestante ingegno (quantunque nelle cose forensi piuttosto che nelle militari controversie esercitato)_»
GRATIANUS cit., p. 104 et 139: «_Prima ætas ejus expers honorum fuit; causas mercede aclitavit. Parta re, privatis omissis causis, magistratus urbanos cœpit. Militari potius animo inter cives, quam peritus militiæ usu aut scientia ulla. Concitus atque audax; inimicitias rixasque et ipse exercuit, et alienis se miscuit; in quibus et accepit vulnera haud indecora, et fecit._»
[152] ARCH. COL. cit.
ARCH. CAETANI cit., Lettera di Muzio Manfredi a Monsignor Gianfrancesco Peranda, data da Messina, li 24 luglio 1571.
[153] ARCH. CAETANI cit., Lettera 24 luglio.
[154] SERENO cit., p. 130 e 134: «_Il Veniero, che non poco dubitava dell’animo del re di Spagna, cominciò a dire.... che avrebbe procurato di far da sè._»
[155] ARCH. CAETANI cit., Lettera di Onorato al Cardinale di Sermoneta, data da Messina 30 luglio 1571.
SERENO, p. 130.
ARCH. COL., Lettera di M. A. al cardinale Spinosa in Spagna, data da Messina 25 agosto 1571, t. I, p. 152.
[156] ARCH CAETANI cit., Lettera di Onorato al Cardinal di Sermoneta, da Messina, 6 agosto e 6 settembre 1571.
[157] SERENO cit., p. 133.
[158] BARTOLOMEO SERENO, pag. 118.
ARCH CAETANI cit., Lettera di Onorato al Cardinale di Sermoneta, data da Messina 10 agosto 1571.
ROSELL cit., p 79. Si noti che il tumulto successe alli 7 di agosto: la lettera del Gaetani, che ne parla, è delli 10: don Giovanni arrivò a Messina, alli 23: onde non fu frenato da don Giovanni, ma da Marcantonio.
[159] LADERCHI cit., p. 480: «_Columna vero et Venerius interim in Sicilia cladium Dalmatiæ spectatores Joannem Austrium expectabant.... Quod Pius moleste ferens, ut Joannes maturaret summum studium adhibuit, ad eumque sollicitandum literas et nuncios misit_.»
[160] SERENO cit., p. 132. — Quando passavano armi spagnole tremavano le piccole potenze italiane. Che lode! che lega!
JEAN DE FERRERAS, _Histoire générale d’Espagne_, in-4. Parigi, 1571, t. X, p. 250: «_Don Juan d’Autriche arriva heureusement le vingt-six juillet à Gênes, où cette République le reçut avec beaucoup de magnificence, quoique avec quelque crainte_.»
ROSELL cit., p. 78: «_Refieren que toda Italia se sobresaltò con la venida de don Juan, temerosa de su opresion y ruina_.»
[161] ROSELL cit., p. 73: «_El Rey mismo se felicitaba de que occupase el lugar supremo una persona allegada a si; que siendo por otra parte echura suya, y docil a su voluntad, en nada se excederia_.» Idem, p. 83, e a p. 54: «_Don Juan no era dueño ni aun del titulo que se le daba, su voluntad su mismo ser dependian del Rey a quien amaba como hijo, y obedecia como vassallo_.»
FAMIANO STRADA, _Hist. Belg._, in-fol. Roma, 1632, t. I, p. 364. Don Giovanni nato a’ 24 febbraio 1545.
PRESCOTT, III, 103, a’ 24 febbr. 1547.
Altri più variano.
[162] SERENO cit., p. 132, 133 e 134.
CARACCIOLO cit, p 64 e 99.
ROSELL cit., p. 83, lin. 15.
THEINER, ANN. ECCL., t. I, p. 481, col. 2, lin. 20 a 36.
COLLECION DE DOCUMENTOS cit., t. III, p. 357. _Carta del Rey a don Garcia de Toledo, e p. 185. Carta de Rey a don Juan para que embarque y lleve con sigo a don Pedro Francisco Doria pora que asista cerca de el como uno de las demas consejeros_. V. Lib. III, nota 100.
PRESCOTT cit., t. III, p. 269, 270. Confonde i tre consigli che erano all’armata: uno deliberativo, secondo i capitoli, composto di tre persone Don Giovanni, Marcantonio e Veniero, in guisa che i due dovevano far legge al terzo: uno consultivo, al quale per convenienza si chiamavano tutti i comandanti superiori per udirne il parere: uno abusivo di soli Spagnoli e partigiani messo dal Re per tenere a freno don Giovanni, e con lui eziandio i Veneziani e i papalini. Fatto questo preambolo, e levati gli equivoci, rimane che a rispetto di quest’ultimo consiglio: «_Had been strenously urged on him by the king ever afraid of his brother’s impetuosity_.» Anche a san Pio dispiaceva questo consiglio privato «_di che soltanto il Papa temeva_» come dice il SERENO, 155.
[163] ARCH. CAETANI, _Antonii cardinalis Granuellani epistola Pio V P. M._ L’autografo latino mi fu gentilmente mostrato dal riverito duca di Sermoneta, don Michelangelo Caetani, noto ai cultori de’ buoni studi, il dì 23 novembre 1855. Ne ho copia presso di me.
[164] ARCH. CAETANI cit., Lettera del Signor Onorato al Cardinale di Sermoneta, data da Messina il 24 agosto 1571.
SERENO cit., p. 136.
Si noti che il re Filippo, geloso di questo suo fratello, non voleva che gli si desse titolo di Altezza, ma solo di Eccellenza: nondimeno quasi tutti, meno i ministri e il vicerè, trattavanlo d’Altezza come si vedrà per continui documenti.
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 529 e 530.
ROSELL, p. 73.
[165] Vedi sopra, lib. I, nota 87.
SERENO cit., p. 137, lin. 21, e p. 233, lin. 4: «_Anzi quando nella corte di Spagna s’intese la gran vittoria navale, non mancò di quel consiglio chi dicesse che, quantunque bene fosser succedute le cose, era nondimeno degno don Giovanni di severa riprensione; poichè intento solamente alla gloria sua, come giovane troppo volenteroso, non aveva avuto riguardo di porre a rischio tutte le forze che il Re si trovava in mare_.»
E p. 142 in fine: «_Ma dava cagione di temere l’ostinazione dei consiglieri spagnuoli, che apertamente si facevano intendere che si doveva sfuggir di combattere; di che tante ragioni allegavano, che quando un men risoluto animo di quello di don Giovanni avessero avuto a trattare, senza dubbio avrebber avuto l’intento_.»
E p. 144. Altre ragioni dei consiglieri spagnoli contro la battaglia.
E di don Giovanni a p. 277.
E p. 155: «_Monsignor Odescalchi fu eletto dal Papa, perchè persuadesse a don Giovanni e al suo consiglio spagnolo, di cui solo il Papa temeva, che a nessun’altra impresa si volgessero le forze che ad espugnar quell’armata con la quale principalmente il Turco nuoceva_.»
CARACCIOLO cit., p. 15, e 22: «_Hassi per cosa indubitata che Marcantonio antivedendo le discordie intorno al combattere si fosse fatto fare un motuproprio dal Pontefice, che sotto scomunica non potesse dir altro mai intorno a questo, eccetto che si combattesse: e perciò si scusava con don Giovanni che non poteva per dette ragioni dir altrimenti, benchè tutto ciò tenesse egli segreto con altri, mostrando che nei consigli consultivi avrebbe consentito a quanto don Giovanni li comandava, ma come si veniva nel consiglio decisivo intorno a detta deliberazione, non poteva dir altro che conforme all’ordine del Papa_.»
PAOLO PARUTA, _Storia veneziana_, in-4. Venezia, 1718, p. 277.
«_Perocchè andavano molte voci attorno che alla corte cattolica da persone principali fosse stato biasimato il consiglio di don Giovanni d’arrischiare le forze del Re pari a quelle dei Veneziani: però che dovevano essere le cose di lui maneggiate con diversa ragione e con separati consigli_.»
THUANUS cit., lib. 54, nº 21: p. 201: «_Felicitas præinopinata et tanta victoria tantum abest ut lætitiam in Regia et hispanorum procerum animis excitaverit, ut aperte plerique Austrii consilium improbarent, nonnullique temeritatem ejus puniendam censerent_.»
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 511 e 512.
COLECCION DE DOCUMENTOS INEDITOS PARA LA HISTORIA DE ESPAÑA, in-8. Madrid, 1843, t. III, p. 9: «_Carta de don Garcia de Toledo a don Luis de Requesens_. Pisa, 1 de agosto 1571: «_Por amor de Dios que se considere mucho, como se que se harà, negocio tan grande, como es el que se trata; y de que tan gran daño puede suceder: y pareciendome que es bien que no sepan venecianos, por buen respecto, que ministro ni en à donde_ Su Majestad tracte de que no se pelee. _Suplico a Vostra Signoria Illustrissima mande, despues de haber leida de mi parte esta carta al Señor don Juan, rasgalla luego si asi le pareciere, y que no vaya en otras manos sino en las del secretario Soto._» Ecco come i ministri del re e i consiglieri di don Giovanni trattavano a nome di Sua Maestà perchè non combattesse.
PRESCOTT, t. III, p. 270: «_Even Doria thought it was not advisable to attack the ennemy_.»
[166] SERENO, cit., p. 138, e 234.
[167] MARCANTONIO COLONNA, Lettera al card. Rusticucci, data di Messina 2 settembre 1571 in cifra. ARCH. COL., t. 1, p. 157.
[168] ARCH. COL., t. I, p. 154. M. A. al Doge: da Messina, 28 agosto 1571: «_Intendo che stancati i maligni di volermi far tanto veneziano, intendano hora che io non ho procurato il servigio della Serenità vostra_.»
E p. 155, Lettera a M. Niccolò Danèo che trattava i suoi negozi in corte di Spagna. Cifra del 3 settembre 1571: «_Don Giovanni mi ha detto liberamente che con lui sono stati fatti contro di me cattivissimi uffici. Vedo ancor che in tutte le lettere che mi scrive Sua Maestà mi mette avanti l’obbligo; che pare si dubiti della mia volontà: cosa che mi dà dispiacere_.»
E p. 154. Marcantonio al padre Francesco Borgia, già duca di Gandia, da Messina li 4 settembre 1571. L’originale in lingua spagnuola.
Ibid., p. 163, Lettera dello stesso a nostro Signore Papa Pio V, da Messina li 15 settembre 1571.
[169] ARCH. CAETANI, Lettera del Signor Onorato Caetani al Cardinale di Sermoneta, da Messina 6 settembre 1571.
[170] ROSELL cit., p. 206, _Carta de don Juan de Zuñiga a don Juan de Austria_. Roma, 28 novembre 1571: «_Su Santitad nunca me ha dado a mi otra queja sinò la de la nominacion de Ascanio de la Cornia por maestre de campo general de la liga, sin consulta de los otros generales._» Item, p. 216, _Carta del mismo_, 29 noviemb.: «_Ascanio de la Cornia esta en muy poca esperanza de vida: si muere vea V. E. que persona sera conveniente para el uficio de Maestre de campo general de la liga. Y aunque serà muy bien con consulta de los otros generales, por que no se quejen, conviendra que V. E. prevenga a Marco Antonio (Colonna) de manera que no ose hacer sino lo que V. E. fuere servido._» Ecco come si servivano questi signori.
ARCH. COL., t. II, p. 282: «_E di già erano passate tra il Veneziano e don Giovanni alcune male soddisfazioni come furono, far don Giovanni patente ad Ascanio della Cornia di maestro di campo generale, e capitano generale delle navi di tutta la Lega a don Cesare Davales, senza comunicarlo con lui e col general del Papa._»
[171] ARCH. COL., t. II, _Relazione_, scritta in piccol foglio, legata in mezzo a detto tomo.
ARCH. CAETANI, Lettera al Cardinal di Sermoneta, da Messina, li 6 settembre 1571.
[172] ARCH. COL., Lettera cit. del 6 settembre.
COLECCION DE DOCUMENTOS cit., t. III, p. 16, _Carta de don Juan a don Garcia de Toledo: «Hallè a qui a Marco Antonio Colona con las doce de Su Santitad, que estan a su cargo, bien en orden._»
ROSELL, p. 80: «_Seguian luego las doce galeras i seis fragatas del Papa, puestas asi mismo muy en orden_.»
[173] SERENO cit., p. 143, lin. 24.
COLLECION DE DOCUMENTOS, t. III, p. 20. Lettera di don Giovanni d’Austria a don Garzia di Toledo del 9 settembre: «_Estos Señores venecianos a la fin se han acabado de resolver en tomar en sus galeras quatro mil infantes de los de Su Majestad, es a saber mil quinientes españoles, i dos mil quinientos italianes: i asi se quedan consignados a esta hora_.»
[174] ROSELL cit., p. 78: «_Porque el encerrarse la escuadra de Veniero en al puerto de Messina, dominio del Rey d’España, i que fue si no muestra de confianza, en que no se trasluce el menor recelo?_»
[175] SERENO cit, p. 151 e 152.
COLECCION DE DOCUMENTOS cit., t. III, p. 11.
ROSELL, p. 91.
CARACCIOLO cit, p. 21.
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 511. «_No faltaban en el consejo quienes asustado antes el gran poder del Turco, recordando el desastre de los Gelbes, propusieran empresas que denotaban su timidez_.» Questi timorosi non erano nè Romani nè Veneziani. Il chiarissimo autore li nomina generali di don Giovanni: «_Tambien los generales de don Juan, i entre ellos se cuenta a Andrea Doria a Ascanio de la Cornia.... se mostraban temerosos de entrar en la lid: i hubolos que qualificandola de temeridad avanzaron a decirle que convendria retirarse_.»
[176] SERENO cit., p. 151.
Il Sereno che scriveva senza speranza e senza timori, ritirato in Chiostro, che era stato attore e testimonio di questi fatti, che non aveva interesse a mentire, e le cui parole pienamente s’accordano con gli originali documenti degl’archivi romani, merita fede grandissima; ed io quasi più come documento che come storia cito le sue sentenze.
[177] La condotta di don Giovanni fu anche dopo la vittoria giudicata degna di severa riprensione dalla corte di Madrid. Vedi sopra la nota nº 61.
[178] SERENO, p. 191.
[179] BARTOLOMEO DAL POZZO, _Storia della sacra Religione militare di san Giovanni gerosolimitano, detta di Malta_, in-4. Verona, 1703, t. I, p. 14.
GIOFFREDO, _Storia delle Alpi marittime_, int. MONUMENTA HIST. PATRIÆ Scrip., t. IV, p. 1551, in-fol. Torino, 1839. Grazie a S. E. signor conte Federigo Sclopis, per cui sollecitudine, e per introdotto del cav. Pier Alessandro Paravìa e del conte Ferrero di Ponziglione ebbi in dono a vantaggio degli studiosi nella nostra biblioteca Casavatense una copia di questa insigne raccolta di monumenti.
[180] SERENO cit., p. 160.
CARACCIOLO cit., p. 17.
[181] ARCH. CAETANI, Lettera del Signor Onorato al Cardinal di Sermoneta, data dalla galera Grifona nel canal della Cefalonia, a dì 4 ottobre 1571.
[182] Il gran numero di quei soldati era dello Stato romano, donde i Veneziani, come da ricca miniera, sempre ne traevano. Tra i capitani statisti che morirono a Famagosta, affinchè presso ai posteri la virtù loro non resti frodata delle debite lodi, ricorderò Bernardino da Gubbio, Ercole Malatesta da Rimini, Erasmo da Fermo, Antonio da Ascoli, Giacomo da Fabriano, Roberto Malvezzi da Bologna, Marchetto da Fermo, Tiberio Cerruti da Roma, Ottavio da Rimini e il Governatore generale della Piazza Astorre Paglioni da Perugia ucciso a tradimento dai Turchi dopo la capitolazione.
[183] SERENO cit., p. 251.
CALEPIO cit., p.
MAMBRINO ROSEO, _Storia del mondo in continuazione del_ TARCAGNOTA, lib. XIII, in — 4. Venezia, 1585. p. 395.
CESARE CAMPANA, _Storia del mondo_, t. I, lib. II, in-4. Pavia, 1602, p. 123.
PAOLO PARUTA, _Storia di Venezia_, in-4. 1718, p. 229.
GIACOMO DIEDO, _Storia della repubblica di Venezia dalla sua fondazione sino all’anno 1747_, in-4. Venezia, 1751, t. II, p. 271.
CRISPOLTI, _Annali di Perugia_, t. II, Ms. alla Comunale C. 33.
ANONIMO PERUGINO, _Vita di Astor Baglioni_, alla Comunale Ms. D. 24, in fine: «_Fu Astorre di statura mediocre, di pelo e colore più tosto negro, d’occhi vivacissimi, di corpo robusto, e dalla fanciullezza allevato a sostenere ogni fatica. Di ingegno acuto et expedito, in tutti gli esercizi militari agilissimo; si dilettò di poesia, scrisse i commentari della sua vita, che poi non furono trovati. Fu nel conversare di maniere gravi e piacevoli, onde da tutti amato e riverito. Nel parlare di parole acute e brevi, ma piene di sugo: e molti detti si raccontano dei suoi da agguagliare a quelli dei primi uomini che stati mai siano_.»
[184] ARCH. COL. cit., t. II, p. 285.
SERENO cit., p. 166.
CARACCIOLO cit., p. 25.
CAMPANA cit., p. 136.
PARUTA cit., p. 237.
FRANCESCO LONGO cit., p. 31.
ADRIANI cit., p. 883.
GIROLAMO DIEDO, Lettera a Marcantonio Barbaro, Bailo in Costantinopoli tra le LETTERE DI PRINCIPI, in-4. Venezia, 1583, t. II, p. 242.
Queste testimonianze provano nome, cognome, patria e bandiera del capitano che fu impiccato. Dopo ciò vuolsi correggere il PRESCOTT, t. III, 271 che dice: «_A Roman Officer named Tortona_ etc.» Nè era romano, nè ufficiale, nè si chiamava Tortona, nè menava ciurme, nè altri equivoci.
[185] ROSELL cit., p. 92: «_Don Juan encolerizose tanto, que estuvo a punto de imponer a Veniero castigo igual a aquel de Muzio_.»
ARCH. COL., t II, p. 446: «_Tutti li consiglieri del signor don Giovanni, che non havevano voglia d’andare avanti, lo consigliavano che per il meno castigasse il general di Venezia: cosa che non si havrebbe potuto fare senza una battaglia tra noi invece di farla coll’inimico_.»
E p. 285, 286. Autografo di Marcantonio: «N_el consiglio la maggior parte furono di voto che per sua dignità et per ogni rispetto doveva don Giovanni far dimostratione notabile et rigorosa contro la persona del General veneziano_.»
SERENO, p. 166: «_Don Giovanni di tanto sdegno si accese contro il Veniero, che avendo risoluto in ogni modo di volerne far risentimento, vide quel giorno un chiaro preparamento d’aversi a combattere fra sè stessa l’armata_.»
[186] Marcantonio aveva feudi nella provincia di Napoli, ed era gran contestabile del regno.
[187] Dopo la grande vittoria a Lepanto, don Giovanni abbracciò il Veniero, e rimiselo in sua grazia: tuttavia la corte di Madrid il volle privato del comando, e la Repubblica ubbidì. Ma poco dopo fu eletto doge e principe della patria.
[188] ARCH. CAETANI cit., Lettera del Signor Onorato al Cardinal di Sermoneta, data dal Porto delle Fighere a dì 9 ottobre 1571.
SERENO cit., p. 170.
CARACCIOLO cit., p. 29.
Questo corsale si trova anche nominato Caracossa, e Caracoggia, Caracuse, e Cara-Jussuf. Era calabrese rinegato.
[189] SERENO cit., p. 181 e 188.
ROSELL cit., p. 91: «_Consejos eran estos de animos apocados o cobardes._»
Item, p. 94: «_Doria representaba difficultades_ ec.»
[190] SERENO cit., p. 188.
[191] TOMMASO PORCACCHI, _Le isole_, con le giunte, in-fol. Venezia, 1604, presso gli eredi del Galignani, p. 85. Quivi è l’armata in ordinanza.
L. S. BAUDIN, _Manuel du Pilote de la Mediterranée_, in-8. Tolone, 1838, t. II, p. 114.
MAGLOIRE DE FLOTTE D’ARGENÇON.
CAPTAIN W. H. SMITH, _Carte marine_: Isole di Santamaura, Cefalonia, Itaca e Zante, da Parga al Katakolo, 1825. Londra.
ARCH. CENTRALE di Stato in Firenze, Codice segnato nº 259 delle carte Strozziane. Una grande stampa; e la veduta del golfo e delle due armate.
[192] CATENA cit., p. 192 e 319.
CONTARINI cit., p. 35.
SERENO cit., p. 153 e 184.
Di più i documenti citati nella nota nº 38.
L’ORDINE che ha tenuto l’armata della Lega, dal dì che si partì da Messina, con i nomi di tutte le galere e di tutti i capitani di essa ed altre notizie. Roma, in-4. 1571. Foglietto volante nella BIBL. CASANATENSE, Miscellanea in-4. t. 776, nº 25.
DON JUAN DE AUSTRIA, _Orden que la armada de la santa Liga hade tener en el caminar_. Ms. Casanatense, X, VI, 41.
COLECCION _de documentos ineditos_, in-8. Madrid, 1845, t. III, p. 204. _Relacion del numero de toda la gente que va en esta armada de Su Majestad, y de la manera que se ha echo su embarcacion y repartimiento_.
ARCH. COL., t. II, foglio 60 a 90, i nomi e i segni di tutte le galere.
ARCH. DI STATO in Firenze, nº 259 delle carte Strozziane. Nomi di tutte le galere e capitani a stampa, Firenze, 1571 per Antonio Padovani.
[193] Nel determinare le forze della Lega, come suole sempre avvenire, non convengono tra loro gli scrittori. Alcuni producono il numero delle galere, senza noverare le galeazze e le navi: altri scrivono le fanterie soltanto di questa o di quella nazione: altri il numero dei soldati, senza far ragione ai marinari: altri mettono gli Italiani nel numero degli Spagnuoli, senza avvertire che gran parte della gente e delle galere del Re erano galere e genti napolitane, siciliane e genovesi. Volendo esatta contezza di tutto, sembra potersi formare sopra documenti sicuri, come alla nota 88, il seguente
SPECCHIO ANALITICO DELLA FORZA DELLA LEGA NELL’OTTOBRE 1571.
| =MATERIALE=. | =PERSONALE=. +-------------------------+--------------------------- | GALERE. | SOLDATI. | | NAVI. | | MARINARI. | | | GALEAZZE. | | | REMIERI. =Italiani=. | | | | CANNONI. | | | +-----+----+---+----------+--------+--------+--------- sotto le | | | | | | | loro | | | | | | | bandiere. | | | | | | | | | | | | | | Venezia | 105 | 10 | 6 | 905 | 11,200 | 7,000 | 22,800 Papa | 12 | . | . | 60 | 2,200 | 700 | 2,400 Savoia | 3 | . | . | 15 | 500 | 180 | 600 Genova | 3 | . | . | 15 | 500 | 180 | 600 Malta | 3 | . | . | 15 | 600 | 200 | 900 | | | | | | | sotto le | | | | | | | bandiere | | | | | | | del Re. | | | | | | | | | | | | | | Napoli | 19 | . | . | 95 | 1,900 | 1,100 | 3,800 Sicilia | 4 | . | . | 20 | 400 | 240 | 800 Giannandrea | 10 | . | . | 50 | 1,000 | 600 | 2,000 Niccolò Doria | 2 | . | . | 10 | 200 | 120 | 400 Lomellini | 4 | . | . | 20 | 400 | 240 | 800 Negroni | 4 | . | . | 20 | 400 | 240 | 800 De Mari | 2 | . | . | 10 | 200 | 120 | 400 Grimaldi | 2 | . | . | 10 | 200 | 120 | 400 Imperiali | 2 | . | . | 10 | 200 | 120 | 400 Sauli | 1 | . | . | 5 | 100 | 60 | 200 | | | | | | | =Spagnoli= | 31 | 20 | — | 555 | 8,000 | 1,700 | 6,200 +-----+----+---+----------+--------+--------+--------- TOTALE | 207 | 30 | 6 | 1,815 | 28.000 | 12,920 | 43,500
[194] CATENA cit., p. 325.
CONTARINI cit., p. 44. Quivi è il novero delle galere ottomane e i nomi di ciascun capitan turco.
ARCH. DI STATO in Firenze, Codice 259 delle carte Strozziane. Novero delle galere ottomane con questi ed altri documenti, si può formare il seguente:
SPECCHIO ANALITICO DELLA FORZA DELL’ARMATA TURCHESCA NELL’OTTOBRE 1571.
| MATERIALE. | PERSONALE. +---------------------------+--------------------------- | GALERE. | SOLDATI. | | GALEOTTE. | | MARINARI. | | | CANNONI. | | | CIURME. +------+--------+-----------+--------+---------+-------- Centro | 94 | « | 300 | 12,500 | 5,000 | 18,000 Diritta | 53 | « | 160 | 8,500 | 2,500 | 10,000 Sinistra | 65 | « | 200 | 10,000 | 3,000 | 12,000 Riserva | 10 | 60 | 90 | 3,000 | 2,500 | 1,000 +------+--------+-----------+--------+---------+-------- Totale | 222 | 60 | 750 | 34,000 | 13,000 | 41,000
[195] ROSELL cit., p. 91: «_Hubo algunos que.... renovarian la infamia de los Gelves y de la Prevesa.... Però Marcantonio Colonna Barbarigo, i don Juan infundieron a los demas su ardimiento generoso._» E p. 95: «_Y como algunos preciados sin duda del voto que el Rey les hubia otorgado dijesen al Principe que convendria retirarse, y no seguir en proposito tan temerario, señores, replicò este con eroico spiritu, ya no es hora de consejos, sino de combates._»
[196] CARACCIOLO cit., p 33.
SERENO cit., p. 194 e 201.
ADRIANI, 886, F.
CONTARINI, 49.
LONGO, 26.
CATENA, 197.
DIEDO cit., t. II, 275, 279, 280.
GABUTIUS, _Vita Pii V_, ap. _Bollandianos_, die 5 maij, § 284.
THUANUS, lib L, nº 4.
ROSELL cit., p. 99: «_Delonte la seis galeazas de Venecianos.... detras en una linea las dos alas o cuernos con la battalla; que por haberse hecho mucho a la mar la de Juan Andrea, occupaban una extencion de tres millas_.»
Item, p. 103: «_Juan Andrea habia de alejarse largo trecho, tanto que se dice que les Turcos llegaron a sospechar que huia: y don Juan le enviò a advertir que no se extendiese tanto, porque dejaba la battalla desabrigada_.»
PRESCOTT, t. III, p. 282: «_Doria extended his line so far.... that don Jhon was obliged to remind him that he left the center too much exposed..._» E p 290: «_Uluch-Aly profited by Doria’s error in extending his line so far as greatly to weaken it_.»
[197] SERENO cit., p. 192.
[198] NATAL CONTI, _Storie de’ suoi tempi_, tradotte dal Saraceni, in-4. Venezia, 1589, t. II, p. 143.
[199] DIEDO cit., p. 275.
SERENO cit., p. 188.
LAFUENTE cit, p. 511 e 512.
[200] CARACCIOLO cit., p. 36.
[201] ARCH. COL., t. II, più volte.
ARCH. CAETANI, Lettera del signor Onorato al Cardinale di Sermoneta, data dal porto delle Fighere, 9 ottobre 1571: «_La Capitana del Papa investì quella del Turco (Aly) al focone: e quella del Turco, dove era il Bascià di terra (Pertaù) investì quella del Papa allo schifo_.... eccetera.»
DAL POZZO cit., p. 24
ERCILLA, _La Araucana_, canto 24, stanza 44:
«_No estavan las Reales aferradas_, _Quando de gran tropel sobrevinieron_ _Siete galeras turcas bien armadas_ _Que en la Christiana subito envistieron_. _Però no de menor furia llevadas_ _Al soccorro sobre ella succudieron_, _De la derecha y de la izquierda mano_, _La general del Papa, y Veneciano_. _Do con secunda autoridad venia_ _Por general del Summo Quinto Pio_ _Marco Antonio Colona; a quien seguia_ _Una esquadra de mozos de gran brio_. ec.»
[202] PARUTA cit.
ADRIANI cit., p. 887.
CARACCIOLO cit., p. 38.
CATENA cit., p. 196.
[203] UBERTUS FOLIETTA, _De sacro fœdere in Turcas_, ext. ap. BURMANN in _Thesauro_, t. I, p. 1066 A: «T_riremis quæ duos filios Halys vehebat cum rostro dexterum pluteum pontificiæ Pretoriæ percussisset.... capitur_ etc.»
DAL POZZO cit., p. 24, 25: «_Marcantonio sottomise più galere, e quella dei figli d’Aly, che fuggì dalle sue mani, trovò la sua disgrazia col commendator maggiore_.»
SERENO cit., p. 199: «_Due giovanetti figli d’Aly, presa la loro galera dal Colonna, restarono prigioni_.»
CARACCIOLO cit., p. 38.
CATENA cit., p. 196.
SERENO cit., p. 198.
[204] Vedi a pag. 35 la mia protesta da essere sempre presente ai lettori.
[205] SERENO cit., p. 199.
ARCH. CAETANI cit., Lettera del signor Onorato al Cardinale, 9 ottobre 1571, dal porto delle Fighere: «_La reale di Spagna, e la capitana di Sua Santità, pigliarono quella del Turco_.»
ARCH. cit., Lettera di Marcantonio all’istesso Cardinale di Sermoneta: «_Ho sostenuto il maggior impeto dell’armata nemica che seguiva la loro generalizia, combattuta da don Giovanni e da me, e giuntamente conquistata_.»
ADRIANI cit., p. 885.
BOLLANDISTI, 5 maij, ex GABUTIO, § 282: «_Marcus Antonius Columna cum triremem qua cum diu admirabili contentione dimicaverat in potestatem redegisset, aliasque vicinas velut tempestas, pari virtute disjecisset, quacumque pergeret magnam hostium stragem faciebat; ac demum in Turcarum regiam sese insinuavit_.»
LADERCHI cit., p. 503.
GABUTIUS cit., lib. V, c. IV, p. 173 e 174.
COLECCION DE DOCUMENTOS para la historia de España, in-8. Madrid, 1843, t. III, p. 220. _Relacion de la battalla de Lepanto: «Los generales del Papa i de Venecia ayudaron sin duda mucho a la real del señor don Juan_.» Ibid., altra _Relazione_, p. 265: «_Los capitanes del Papa i Venecia, y las otras demas galeras que habian estado cerca de ellas sin duda habian ayudado mucho a la real de Su Majestad_.»
POMPEO LITTA, _Le famiglie celebri d’Italia_. Tra le tavole dei Colonnesi dà il disegno del Gerardi.
GIORGIO VASARI, Lettera a Vincenzo Borghini, da Roma, 1º marzo 1572, e del 23 febbraio al principe dei Medici. Parla del suo dipinto alla sala regia. GAYE, _Carteggio d’Artisti_, in-8. Firenze, 1839-40, t. III, p. 307, 311.
[206] ROSELL cit., p. 104: «_A qui asistian principalmente los Venecianos, i bien mostraron serlo en el encarnizamiento con que peleaban: el encono y hasta el brio tanto tiempo en sus pechos comprimidos, se desahogaban entonces, saciandose en la obborrecida sangre de los verdugos de sus hermanos._»
[207] CARACCIOLO cit., p. 37.
SERENO cit., p. 205.
PARUTA cit.
GIROLAMO DIEDO, Lettera a Marcantonio Barbaro. Tra le lettere dei principi, in-4. Venezia, 1575, t. II, p. 250 b.
MARCANTONIO COLONNA loda il Barbarigo, narra i successi passati, e accenna i futuri disastri della Lega nella lettera al Buonvicino, secretario dei Veneziani. ARCH. COL., _Armata navale_, carte sciolte, nº 85.
[208] DAL POZZO cit., t. I, p. 26, lin. 9.
BARTOLOMEO DIONIGI da Fano, Giunte al Tarcagnota, _Storie del mondo_, in-4. Venezia, Par. III, t. II, p. 409, lin. 28.
SERENO cit., p. 200.
Vedi sopra la nota 92, e la pagina 40.
[209] DIEDO cit., p. 280.
[210] SERENO cit, p. 201: «_L’accorto Luccialì vide quelle galere separate dall’altre, conobbe anche nel Doria poca voglia d’andarlo a trovare; e vedendo che quandanche impedirlo avesse voluto, tanto lontano se lo trovava, che non poteva a tempo più arrivare a sturbarlo, con tanto furore si volse contro di quelle che avendone in un attimo guadagnate dodici.... troppo miserabil danno vi fece._»
[211] ERCILLA, _La Araucana_, canto 24, stanza 76.
«_Però el Virey de Argel, cossario experto,_ _Que a la mira hasta entonces havia estado,_ _Hallando al cuerno diestro el passo abierto,_ _Que del todo no estava bien cerrado,_ _Antes que se pusies en en concierto_ _Furioso se lançò por aquel lado._»
[212] DAL POZZO cit., p. 27.
SERENO, p. 201.
[213] MARCHESI, _Galleria dell’onore_, in-4. Forlì, 1735, t. I, p. 322, e t. II, p. 83.
_Successo dell’Armata della santa Lega_, foglio volante stampato in Roma l’anno 1571. BIBL. CASANAT., Miscell., in-fol. Volume 157, nº 16.
[214] SERENO cit., p. 204.
DAL POZZO, p. 26.
MARCHESI cit., ut supra.
[215] ADRIANI cit., p. 886.
CONTARINI, p. 49.
CATENA, p. 197.
PARUTA, p. 257.
THUANO, L. L, nº 4.
DIEDO, p. 280.
CAMPANA, p. 151.
CARACCIOLO, p. 40.
GRAZIANO, 243: «_Ausiam ante omnes pene proditionis insimulabant, quod longius in altum... seriusque inde cum posset et ex disciplina deberet, noluerit persequi Uluccialium fugientem; sed victas captasque a nostris hostium naves diripuerit ipse, praedator potiusquam bellator._»
ROSELL cit, p. 112: «_Juan Andrea que no habia tropezado con Uluch-Aly (por mucho que hizo para lograrlo!!!) conosciendo que consumia el tiempo inutilmente, diò la vuelta._»
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 516, lascia incerti i lettori di quel che facesse Giannandrea in quel giorno.
[216] ANTONIO DE HERRERA, Historia general del mundo, in-fol. Vagliadolid, 1606, t. II, p. 32.
LORENZO VANDER HAMMEN Y LEON, _Vida de don Juan de Austria_, in-4. Madrid, 1627.
ROSELL cit., p. 120.
[217] UBERTUS FOLIETTA, _De sacro fœdere_, ap. Burmann., in Thesaur., t. I, p. 1064.
[218] AGOSTINO SAGREDO, nella dedica al marchese Gino Capponi dell’opera di Messer Francesco Longo intitolata: _Successo della guerra fatta con sultan Selim._ — ARCH. STOR. ITAL., t. XII, p. 5, 8, 28.
[219] Niuno storico si è mai ardito a farne elogi per ciò che riguarda il fatto della guerra di Cipro e battaglia di Lepanto. Anzi è rimarchevole che nelle Biografie più celebri di questo nostro secolo neanche il suo nome si trova.
[220] LONGO cit., p. 28.
[221] PARUTA, _Storia di Venezia_, in-4. 1718, p. 257.
FORESTI, _Mappamondo_, in-4. Venezia, 1736, t. XII, p. 20.
LONGO, p. 28.
Io che vivo in Roma, ammirando la virtù e i meriti del Principe Doria e della sua eccellentissima Casa, tanto amata e riverita nella città e fuori, non posso qui tacere come io al paro d’ogni altro in quella gran famiglia e nell’eccelso suo Capo ravviso il riflesso e i pregi dei molti e valorosi suoi maggiori, non il difetto di qualcuno. Di che fia pegno a me ed a tutti la cortese e giusta risposta onde l’istesso Principe volle onorarmi, per la bocca del padre Saccheri professore all’Università romana, facendomi dire: Scriva pur liberamente; perchè la storia esser dee maestra di verità.
[222] DON LOUIS DE REQUESENS, _Carta a D. Juan de Austria_, Roma, 15 de dicembre 1571, pubblicata dal ROSELL cit., p. 233.
[223] ROSELL, p. 150: «_Culpa fuè de nuestra Corte, o per mejor decir del rey Felipe II._» E p. 56: «_Harto imparciales nos mostramos en causa propria; pues pudendo culpar a los extraños, nos hacemos responsables de todos aquellos yerros._» — Bravo! —
Vedi sopra le mie proteste, p. 35, e 223.
[224] MARCANTONIO COLONNA, Lettera al cardinale Spinosa (originale). ARCH. COL., _Armata navale_, carte sciolte, nº 85:
«_La victoria que Dios ha dado a la Christianidad y a Su Majestad creo que habrà obrado que Su Majestad vea que el año pasado no fue yo loco del todo: pues teniamos quarenta vaxeles de ventaja al enemigo, y ahora se ha ganado a la par. Tambien creo que la conclusion de la Liga no aportò daño a la Xndad ni al servicio de Su Majestad. Assi mismo el parecer, que yo este año en todas las occasiones he dado al Señor don Juan; el qual con mucha prudentia i valor ha guiado este negocio. V. S. Illustrissima crea que si Su Altezza siguiera la opinion de algunos se volviera con poca honra.[225] Loada sea la bondad de Dios para siempre. Supplico a V. S. Ill[=m]a se acuerde de la protecion que de mi tomò y ha tenido, pues yo no dexo de hacer lo que devo. Y con este le beso las manos. Dios nuestro Señor guarde i prospere su Ill[=m]a persona._
_De Petalà, 9 de octubre 1571._
_Su major i mas aficionado servidor de V. S. Ill[=m]a que B. S. M._
M. A. COLONNA.
[225] Queste poche parole son pregne di senso, e mostrano a che tendevano i consiglieri di Sua Altezza.
[226] GRATIANUS cit., p. 221 et 223.
LADERCHIUS cit., p. 503 e 512.
PARUTA cit., p. 256.
ADRIANI cit., p. 885.
SERENO cit., p. 207.
CARACCIOLO cit., p. 38.
ARCH. CAETANI cit. in più relazioni. Vedi sopra, note 88, 91, 92, 99 e 101.
ROSELL cit., p. 120: «_Colona se distinguiò entre los demas por su firmeza i serenidad._» E p. 107: «_Colona resistiò con fortaleza digna de sus antepasados._»
[227] MARCANTONIO COLONNA al Cardinal di Sermoneta, lettera scritta dal porto di Dragomestre, 11 ottobre 1571. ARCH. CAETANI cit. Di questa lettera ne produco solamente un brano per non togliere nulla di pregio alla pubblicazione che intende a fare il diligentissimo signor Giovan Battista Carinci, archivista meritissimo di casa Caetani. Si noti che quel _giuntamente conquistata_ è spagnolismo d’uso in quel secolo, per significare, insieme, a un tempo, da ambedue conquistata.
[228] MONALDO MONALDESCHI, _Commentarj storici e cose notabili di Orvieto_, in-4. Venezia, 1584, lib. XIX.
[229] THUANUS AUGUSTINUS, _Historiarum sui temporis_, in-fol. Londra, 1733, t. III, lib. L, nº 4, p. 48, lin. 32.
ADRIANI cit., p. 886, in fine.
MARCHESI, _Galleria dell’onore_ cit.
RITRATTO d’una lettera scritta all’ambasciador cesareo dell’armata. Foglietto volante di quel tempo, stampato in Roma. BIBL. CASANAT., Miscell. in-4. vol. 776, nº 26.
ARCH. CAETANI cit., Lettera del 9 ottobre.
[230] SUCCESSO dell’Armata cit. alla nota 109, p. 3, lin. 45.
BIBL. CASANAT., Miscell. in-fol., vol. 157, nº 16.
[231] ARCH. CAETANI cit., Lettera del signor Onorato Caetani al Cardinal di Sermoneta del 9 ottobre.
RITRATTO di una lettera scritta all’ambasciador cesareo dall’armata, in-4. Roma, 1571, e p. 3 in med.
BIBL. CASANAT., Miscell. in-4. vol. 776, nº 12.
SERENO, p. 227 in principio.
[232] NICOLÒ DOGLIONI, _Historia Venetiana_, in-4. Venetia, 1598, p. 869.
BARTOLOMEO DIONIGI, _Storie del mondo_, continuazione del TARCAGNOTA, in-4. Venetia, 1598, t. V, p. 408.
[233] ADRIANI cit., p. 885, C.
THUANO cit., p. 48, in med.
SERENO cit., p. 197, 200, 204.
ARCH. CAETANI cit., lett. del 9 ottob.
RITRATTO cit., p. 3.
SUCCESSO cit., p. 3.
COLECCION DE DOCUMENTOS cit., t. III, p. 218, _Relacion de la batalla de Lepanto_: «_La Grifona del Papa imbistiò con Caracosa; y aunque tenia una galeota de soccorro fue entrada i Caracosa muerto.»_
ARCHIVIO CENTRALE di Stato in Firenze, carte Strozziane, Codice 1027, Lettera di Fortunato Scipione Corbinelli a suo fratello, da Porto Candela alli 10 ottobre 1571. Conferma il fatto che Caracossa fu vinto dalla nostra Grifona.
Appresso nota 130 e 134.
ROSELL, p. III. Si noti che il capitan Cortesi era romano, e stava sulla Grifona. Non già spagnuolo, nè di nome Cortès.
[234] SERENO cit., p. 103 in fine.
[235] GIOFFREDO, _Storia delle Alpi marittime_, ext. int. MON. HIST. PATRIÆ, in-fol. Torino, 1839. Script., t. II, p. 1552.
ADRIANI cit., p. 892.
SERENO cit., p. 204.
ARCH. CAETANI, Lettera del 9 ottobre cit.
[236] SERENO, p. 204.
[237] ARCH. CAETANI, Lettera citata del 9 ottobre, e la seguente.
[238] ARCH. COL., Minuta originale di Marcantonio Colonna che scrive a Papa Pio V l’istesso giorno della vittoria. Carte sciolte, nº 85. — V. sopra, p. 152.
[239] ROSELL, cit., p. 111: «_No havia hombre que se preciasse de gastar moneda de plata, si no cequines; ni curase de regalear en nada que comprase_.»
TORRES Y AGUILERA, _Chronic_., in-fol., p. 19.
PRESCOTT cit., t. III, p. 390.
[240] VITALE CASOLO al Cardinale di Sermoneta, dal porto di Santa Maura, 8 ottobre 1571, autografo nell’ARCH. CAETANI.
Vedi appresso, p. 261, nota 151.
[241] UGHELLI, _Ital. Sacra_, t. I, p. 1151.
SERENO cit., p 155.
Vedi sopra, nota 61, e 64.
[242] AUGUSTINUS OLDOINUS, _Athenæum Ligusticum_, in-4. Perugia, 1680, p. 157. Quivi si dice che le sue lettere d’affari stavano in un codice del card. Bernardino Spada. Indarno da me ricercate.
UGHELLI, t. IV, p. 743, vescovo di Savona, di Cavaglione, e vice-Legato di Avignone.
SERENO cit., p. 209.
SAMMARTANI, _Gallia sacra_ etc.
[243] ZACHARIAS BOVERIUS, _Ann. Cappuccinorum_, in-fol. Lione, 1632, t. I, p. 714.
IL GENERALE DE’ CAPPUCCINI, Lettera originale a M. A. Colonna, con che gli raccomanda i suoi frati messi per ordine di S. Pio all’Armata. ARCH COL., carte sciolte, nº 110. — Copia presso di me.
[244] SERENO, 213.
[245] BOVERIO, 714.
[246] BOLLANDISTI, _Acta Sanctorum_, die 5 maij, _Vita beati Pii Papæ quinti_, cap. IV, § 291, p. 688, edizione di Anversa.
CATENA, _Vita del beato Pio V_, in-4. Roma, 1586, p. 195.
CARACCIOLO cit., p. 54.
[247] ARCH. COL., Lettera di M. A. al doge di Venezia, t. III, p. 4: «_Nel 1571 che fu il secondo anno della guerra, credo che non solo io concorsi al combattere, ma che per me non si mancò di seguitare la vittoria: et questo è certo, e lo sanno ancor quelli che v’erano_.» Item, t. II, p. 430.
FABIO MUTINELLI, _Storia Arcana_ ec., in-8. Venezia, 1855, t. I, p 103, Dispaccio dei 26 novembre 1571: «_Marcantonio Colonna confessò all’ambasciador Soranzo che le cose erano ridotte dopo la vittoria in tanto disordine et rovina, che di certo era impossibile far cosa alcuna: perchè non v’era più obbedientia, nè si faceva più giustizia, e tutto andava male_.»
[248] ROSELL cit., p. 118, CONTARINI, p. 55.
ARCH. COL., _Armata Navale_, carte sciolte, nº 89.
ARCH. SECRET. VAT., Codice segnato _De fœdere et speditione Classis Pii V contra Turcas_, p. 67. — Quivi è la seguente:
=NOTA= DEI MORTI E FERITI NELLA BATTAGLIA.
| =MORTI=. | =FERITI=. +----------+----------- Sull’armata di Sua Santità | 800 | 1000 Di sua Maestà | 2000 | 2200 De’ Veneziani. | | Capitano di Fanò | 1 | — Governatori di Galee | 17 | 20 Nobili di poppa | 8 | 5 Padroni | 5 | 20 Cappellani | 5 | 3 Comiti | 6 | 20 Scrivani | 6 | 4 Piloti | 7 | 10 Bombardieri | 113 | 79 Maestranze | 32 | 38 Compagni d’Arboro | 124 | 118 Scapoli | 925 | 681 Remieri | 2274 | 2499 Soldati | 1333 | 1087 +----------+----------- TOTALE | 7656 | 7784
[249] SERENO cit., p. 219.
PRESCOTT, III, 307.
ROSELL, Append., nº 15, _Carta del Rey a su hermano_.
[250] CARACCIOLO, p. 47.
[251] CARACCIOLO cit., p. 51.
ARCH. CAETANI cit., Lettera del signor Onorato al Cardinale, da Corfù 25 ottobre 1571.
[252] SERENO cit., p. 221.
CARACCIOLO cit., p. 51.
CATENA cit., p. 200.
CONTARINI cit., p. 55 b.
ARCH. CAETANI cit., lett. 25 ottobre.
ARCH. COL. cit., t. II, 227-248.
COLECCION DE DOCUMENTOS cit., t. III, p.
ARCH. COL., t. III, da p. 40 a p. 73. Nomi, cognomi e patria di tutti i Turchi presi prigioni dalle galere di M. A.
[253] Dai citati autori e documenti, massime dalla nota 88, 90 e 145, si può formare il seguente:
SPECCHIO DELLA DIVISIONE TRA GLI ALLEATI DOPO LA VITTORIA.
_Armata nemica._
Prima della battaglia. ---------+---------- GALERE. | GALEOTTE. ---------+---------- 222 | 60
Dopo la battaglia.
Fuggite | 25 | 20 | Arse o sommerse | 80 | 27 | +-------+-------| Totale perdute | 105 | 47 | +-------+-------| Totale prese | 117 | 13 | Da dividersi. +-------+-------| | GALERE. | | GALEOTTE. | | | CANNONI. | | | | PETRIERI. | | | | | SAGRI. | | | | | | PRIGIONI. +-----+----+-----+----+-----+---------- Al Papa, un sesto | 19 | 2 | 19 | 3 | 42 | 1200 Ai Veneziani, due | 38 | 4 | 38 | 6 | 84 | 2400 Al Re, tre | 57 | 6 | 57 | 9 | 126 | 3600 A don Giovanni | 3 | 1 | 2 | — | — | — +-----+----+-----+----+-----+---------- | 117 | 13 | 116 | 18 | 252 | 7200
[254] CARACCIOLO cit., p. 48.
SERENO cit., p. 220.
[255] Vedi sopra, p. 87, e 184.
[256] SERENO cit., p. 223.
ROSELL, cit., p. 99.
[257] CARACCIOLO cit., p. 48.
ADRIANI cit., p. 892 E.
POMPEO LITTA, _Famiglie celebri d’Italia_, Casa Colonna, Pompeo, tav. XIII.
[258] SERENO cit., p. 227. Vedi appresso a p. 302.
Vedi sopra la lettera di Vitale Casolo, e i bottini degli altri soldati alla nota 133.
[259] ARCH. CAETANI cit., Lettera del signor Onorato al Magnifico Gian Francesco Peranda, da Corfù 26 ottobre 1571. Il Caetano sin di là scriveva a Roma per avere almeno un paio di quelle galere, e di cuore si raccomandava al Peranda che le chiedesse per lui.
[260] SERENO cit., p. 208 e 211.
[261] AVVISI DI ROMA, codice Urbinate alla Vaticana nº 1043, data del 23 febbraio, 5 e 15 marzo 1572.
ARCH. COL. cit., t. III, p. 4, Lettera di Marcantonio al Doge di Venezia, ove parla di due galere che Pio V aveva sue proprie per l’armata del 1572.
CARACCIOLO cit., p. 60, lin. 6, ne fa pur menzione.
[262] PII PAPÆ V, _Præceptum de notificandis et non relaxandis captivis: sub die 22 decembris 1571_. BIBL. CASANAT., _Collezione di Bolle, Editti_ ec.
[263] AUGUSTINUS THEINER, _Ann. Eccl. continuat._, in-fol. Roma, 1856, t. I, p. 462. Quivi è tra i documenti la nota dei nomi, età, patria e segni di ciascun dei quaranta.
[264] ARCH. COL., _Armata navale_, carte sciolte, nº 120. Lettera di San Francesco Borgia a M. A. Colonna, data da Lisbona 10 decembre 1571. Firma autografa e sigillo del santo. Grazie al signor Simeoni, archivista di Colonna.
[265] CANCELLIERI dei possessi de’ Romani Pontefici. Roma, in-4. 1802, p. 119, e molti altri cronisti ricordano la singolare e maravigliosa invernata che fu quella del 1571 quando oltre all’essere l’aria temperatissima, si videro con stupore di tutti fiorire gli alberi nel decembre.
[266] Sull’arco della porta:
«_M. Antonio. Columnae. Pontificiae. Classis. Præfecto. De. Apostolica. Sede. Sociorumque. Salute. Ac. Populi. Romani. Dignitate. Optime. Merito. S. P. Q. R._»
[267] FRANCESCO ALBERTONIO, L’entrata che fece l’Eccellentissimo Signor Marc’Antonio Colonna in Roma alli 4 di decembre 1571, dove minutamente si narra il viaggio, il numero delle genti, l’ordine, e le livree, et altre cose simili che v’intervennero. Con l’avviso della solennità che fu poi fatta in Santa Maria d’Aracœli il giorno di Santa Lucia, in-4. Viterbo, senza data, ma certamente di quel tempo. BIBL. CASANATENSE, Miscell. in-4. vol. 776, nº 14.
Item, la stessa Relazione con alcune varianti, e la giunta di SEBASTIANO TORELLO, pubblicata dal tanto notissimo FRANCESCO CANCELLIERI. _Storia dei solenni possessi dei Romani Pontefici_, in-4. Roma, 1802, p 112.
Dopo di ciò, il 1837 nell’ALBUM, giornale letterario e di belle arti. Roma, in-fol. 1837, anno III, vol. III, 14 gennaio 1857, p. 357, è stata riprodotta, tal quale è nel CANCELLIERI, con la giunta di una sola noterella che dice: «_Per la prima volta pubblicata_.»
[268] Un quadro in casa Colonna rappresenta al vivo, in sette scompartimenti o gironi, tutto l’ordine, le persone, le vestimenta e i luoghi del passaggio trionfale, dalla porta al Campidoglio. Pompeo Litta, scrivendo di casa Colonna tra le famiglie celebri d’Italia, ne ha pubblicata fedelissima copia, di che mi sono anche giovato nella mia descrizione.
[269] Sull’arco di Druso:
«_Exultans . In . Domino . Clarissimum . Civem . Suum . Victorem . Amplectitur . Roma._»
[270] Sull’arco di Costantino:
«_Cogita . Aditum . Iam . Patefieri . Ad . Costantini . Urbem . Juvante . Deo . Recuperandam._»
[271] Sull’arco stesso a diritta:
«_Primus . Romanorum . Imperatorum . Costantinus . Crucis . Vexillo . Usus . Cum . Acerrimis . Christiani . Nominis . Hostibus . Felicissime . Certavit._»
[272] Ivi, a sinistra:
«_Primus . Romanorum . Pontificum . Pius . V . Cum . Rege . Catholico . Et . Republica . Veneta . Societate . Inita . Eodem . Salutari . Signo . Fultus . Victoriam . Contra . Maximam . Turcharum . Classem . Consequutus . Est . Lætissimam_.»
[273] Sull’arco di Tito:
«_Lætare . Ierusalem . Quam . Olim . Titus . Vespasianus . Captivam . Duxit . Pius . V . Liberare . Contendit._»
[274] Sulla fronte dell’arco di Settimio Severo:
«_Stat . Etiam . Nunc . Vetus . Parthicæ . Victoriæ . S. P. Q. R. Monumentum . Ut . Novos . De . Parthis . Triumphos . Deo . Approbante . Excipiat_.»
[275] Ivi, a diritta:
«_Prisci . Illi . Duces . Romanum . Imperium . Parthorum . Armis . Vastatum . Fortiter . Pugnando . In Suam . Pristinam . Dignitatem . Restituerant_.»
[276] Ivi a sinistra:
«_Nostri . Insigni . Atque . Inusitato . Prorsus . Navali . Prælio . Parta . Victoria . Turcarum . Furorem . A . Christianorum . Cervicibus . Repulerunt_.»
[277] Sulla porta maggiore del palazzo Senatorio in Campidoglio:
«_Adhuc . Viget . Virtus . Flagrat . Amor . Pollet . Pietas . — Romanus . Adhuc . Viget . Amor . Romana . Virtus . Emicat._»
[278] Sulla porta maggiore della Chiesa Senatoria:
«_Quas . Olim . Gentiles . Ductores . Idolis . Pro . Re . Bene . Gesta . In . Capitolio . Stulte . Agebant . Eas . Nunc . Ad . Cœli . Aram . Christianus . Victor . Ascendens . Vero . Deo . Christo . Redemptori . Ejusque . Gloriosissimæ . Matri . Pro . Gloriosa . Victoria . Religiose . Et . Pie . Agit . Habetque . Gratias._»
[279] MARCI ANTONII MURETI, _Oratio in reditu ad Urbem Marci Antonii Columnæ post Turcas navali prœlio victos habita. Idibus decembris, anno MDLXXI_. — Pubblicata da PAOLO A. MAFFEI, _Vita di San Pio V_, in-4. Roma, 1712, p. 360.
[280] Sulla base della colonna rostrata:
«_Christo . Victori . M . Antonius . Ascanii . F. Pontificiæ . Classis . Praefectus . Post . Insignem . Contra . Turcas . Victoriam . Beneficii . Testandi . Causa._»
[281] Oltre ai dipinti del Tintoretto e del Zuccari, oltre alle orazioni di Silvio Antoniano e di Marco A. Mureto, oltre al gran numero di tutti quelli storici che ho già addietro citati, può vedersi la raccolta di cento poeti di cui si ha il nome, e quasi altrettanti anonimi stampati da Pier Gherardi, e da lui dedicati al card. Sirleto con questo titolo: «_In fœdus et victoriam contra Turcas juxta sinum Corinthiacum, nonis octobris partam, Poemata varia_,» in-12. Venezia, 1572, Bibl. Casanat. YY, XII, 33.
AL. CHRYS. FERRUCCII, Enchiridion Hist. Pontif. Lugo, in-8. 1855, p. 75.
[282] CÆSAR BARONIUS, _Martyrologium romanum cum notationibus._ Ad diem 7 octobris: «_Fidelium Classis victoriam reportavit, fractosque nostrorum animos in spem erexit: posse inimicos nostros nullo negotio profligari (modo in unum Christianorum animi viresque conveniant)_»
Con questa parentesi: alla notarella del Martirologio il cardinal Cesare toccò il centro della piaga; che gli inimici si potevano vincere, ma gli animi dei collegati non si potevano unire, come il fatto comprovò.
PAOLO A. MAFFEI, _Vita di S. Pio_, in-4. Roma, 1712, p. 334.
[283] BONANNI cit., t. I, p. 297.
VENUTI cit., p 125.
[284] Si raffronti l’incisione di questa medaglia pubblicata dal Bonanni, come alla nota precedente, e facile ad aversi in qualsivoglia Biblioteca, per comprendere le annotazioni che ho fatto alla medesima.
[285] Ecco le epigrafi delle medaglie:
«_Pius V Pont. Max. — Dextera. Domini. fecit. virtutem._» (Psalm. 117, v. 16)
«_Pius V Pont. Opt. Max. Ann. VI. — Dextera. tua. Domine. percussit. inimicum._» (Exod, XV, v. 6.)
«_Pius V Pontifex Maximus Ann. VI — A. Domino. factum. est. istud._» (Psalm. 117, v. 23.)
[286] Vedi sopra la nota 184.
[287] MARCANTONIO COLONNA, Lettera al cardinal di Como, da Corfù 1 settembre 1572, ext. ap. THEINER cit., t. I, p. 481.
Vedi i seguenti successi, e più la nota 45 del Lib. III.
[288] DON JUAN DE ZUÑIGA, Embajador del Rey en Roma, _Carta a D. Juan de Austria, 29 de noviembre 1571_, Ap. ROSELL cit., p. 215.
[289] SERENO cit., p. 229: «_Ma come negli onori supremi rare volte s’avverta che dall’atroce veneno dell’invidia non vengano contaminati; con le lingue viperine della sua sferza fece ella asprissimamente alcuni Spagnuoli mormorare: con dire che ad altri, che a don Giovanni, il quale della Lega era principal generale, il trionfo non si doveva. Onde quantunque desiderasse il Papa ogni onore ed ogni grandezza di Marcantonio.... nondimeno moderò la pompa._»
CARACCIOLO cit., p. 54: «_Ma il Pontefice sotto colore di moderar la spesa, moderò il trionfo per non isdegnare il Re e don Giovanni._»
MOTLEY JOH LOTHROP, _The Rise of the Dutch Republic_, in-8. New-York, 1857, t. III, p. 141: «_Had don John of Austria remained at Naples, the issue of the battle of Lepanto might have easily been the same._»
[290] ANTONIUS M. GRATIANUS, Episcopus Amerinus, _De bello Cyprio_, in-4. Roma, 1624, p. 231: «_Hispani derisi rejectique a Pio.... eo descenderunt invidis animis ut prohiberent ne quis hispanus hispanorumque stipendiis obligatus. Columnæ aut occurreret venienti, aut omnino spectatum prodiret ingressum ejus in Urbem._»
CAYETANO ROSELL, _Combate naval de Lepanto_, in-8. Madrid, 1853, p. 207. _Carta original del commendator mayor (Don Luigi de Requesens) a d. Juan de Austria_, Roma, 14 diciembre 1571. «_Lleguè aqui a los cinco de este, habiendo publicado que no llegaria hasta el dia despues: por escusar un muy solemne y extraordinario recibimiento que me tenian aparejado Paulo Jordan (Orsini) i todos los barones romanos que no se quisieron hallar en el triunfo_.» Ecco come si manipolavano le nostre discordie. E l’istesso scrive in altra lettera a p. 223: «_El triunfador anda muy melancolico despues que llegò este corrèo d’España: perque no tiene otra carta de allà, si no de su sulicidador; teniendolas Paulo Jordan y otros del Rey, dandoles gracias per lo que han servido. Dice que quiere dexar el cargo:... no sè que el lo haya dicho al Papa, però halo dicho a algunos amigos suyos, que no lo son tanto que le guarden secreto_.»
[291] LEOPOLD RANKC, _The ottoman and Spanish empire in the sixtheenth and seventinth centuries_, in-4. Londra, 1843, p. 44: «_Victory so glorious complete and dicisive, as had never before been achieved by Christendom_.»
JOHN LOTHROP MOTLEY, _Rise of the Dutch Republic_, in-8. New-York, 1857, t. III, p. 141: «_The meagre result of the contest (of the battle of Lepanto) is as notorious as the victory_.»
[292] GRAZIANI cit., p. 240.
SERENO cit., p. 218 e 270.
[293] GRAZIANO cit., p. 243: «_Inter Venetos hispanosque cum palam amicitia societasque esset, secreto acrioribus quam cum hoste odiis certabatur; irritaveratque iras ipsa victoria_.»
[294] GRAZIANO cit., p. 274: «_Monuisse secreto dicitur, ut rebus suis veneti alia via consulerent, nec sibi præsidii aut spei quidquam ponerent in Hispanis; quibus non victore sed attrito confectoque turcicis armis Veneto opus esset_.»
Item, p. 245: «_Hispani veteri suo insistere consilio, et sustineri Turcas satis habentes, atteri et debilitari rem venetam præoptabant._»
COLECCION DE DOCUMENTOS cit., t. III, p. 63, _Carta de D. Garcia de Toledo a don Juan de Austria_. Pisa, 23 decembre 1571: «_Quanto a lo que V. A. me manda que yo avise al Comendador mayor i al embajador D. Juan de Zuñiga mi parecer cerca lo que se ha de tratar en Roma, digo en substancia que yo tenia por cierto, como arriba digo, que con tan gran victoria. S. M. haria facilmente nuevos disignios, i daria nuevas ordenes; y que hasta saber la voluntad de S. M. se fuere alargando lo mas possible la platica en Roma_.»
ROSELL cit., p. 217, _Carta del Comendator major i de don Juan de Zuñiga a su Majestad: «Respondimosle por los mismos terminos, que aunque nos otros teniamos el poder y orden de concluir sin esperar otra consulta.... deseavamos tener carta de Vuestra Majestad antes de la ultima conclusion...._»
ARCH. COL., t. II, p. 169, Lettera di M. A. a san Pio V: «_Non si può sapere quello che il commendator maggiore può trattare con la Santità Vostra, et così non si può dir precisamente quello che convenisse per l’universal servigio. Tanto più che questa vittoria di necessità bisogna che abbia mutato l’animo di Sua Maestà.... et non sarà difficil cosa che il commendatore si vada intertenendo al venir qua per aver altri ordini per questa novità detta di sopra_.»
[295] SERENO, 253 e 255.
[296] Vedi sopra, p. 264, nota 157.
[297] COLECCION DE DOCUMENTOS por la Historia de España, in-8. Madrid, 1845, t. III, p. 49 a 58. Quivi sono undici capi di difficoltà che la parte spagnuola doveva proporre contro i Veneziani al congresso di Roma nel 1572.
Si vegga similmente la nota 4.
GRAZIANO cit., p. 244: «_Veneti igitur regiique legati disceptabant, nulla de re conventuri nisi apud utrosque interposita Pii auctoritas voluisset_.»
Item, p. 249: «_Cum hæ contentiones ipsos sexaginta dies tenuissent, et neutri sua sententia moverentur res ad Pium delata est, atque ex auctoritate ejus ita conventum_.»
Item, p. 250: «_Multis auctoritate, et diligentia Pontificis victis atque oppressis difficultatibus, redierant hominibus spes gerendi prospere belli in barbaros._»
ADRIANI cit., p. 901.
[298] DON JUAN DE AUSTRIA, _Despacho enviado a Felipe II en la_ COLECCION DE DOCUMENTOS cit., t. III, p. 42. Quivi don Giovanni istesso dimostra che si farebbe contro la capitolazione della Lega a lasciar da parte la spedizione generale contro il Turco per rivolgersi in Barberia: «_Aunque convenga lo que todos sabemos, veo una gran difficultad; porque el Papa i Venecianos no han da venir en ello. Y a la verdad parece que no seria observar la capitulacion de la Liga cuando venecianos fuessen invadidos en sus estados, como se ha de tener por sin duda que lo ha de ser el año que viene. — Demas que, habiendo perdido ellos a Chipre tan poco tiempo ha, tambien podrian tratar de recobrarla, a lo cual añadiran lo que todos dicen comunemente que si el año que viene se goza de la occasion, por hallarse el Turco desarmado por mar, se le podrà hacer gran daño, lo que no serà si se le dà tiempo que se arme. Y a si cuanto a mi tengo par sin duda que el Papa i venecianos se han de ofender mucho en solo que se trate de otra cosa que de la expedicion general_.» Fino giudizio.
[299] ARCH. SECR. VATIC., _De fœdere et speditione classis Pii Papæ V contra Turcas_, p. 62, Cod. segnato M., 172.
ARCH. COL., t. II, p. 36.
PRESCOTT, III, 309.
DOCUMENTOS INEDITOS, III, 300, Lettera del duca d’Alba contro la deliberazione di continuar la guerra in Levante, ridendosi di Pio V, e di qualche altro: «_Que no pueden entender estas cosas._»
[300] DON JUAN DE ZUÑIGA a don Juan de Austria. Roma, 13 febraro 1572. App. Rosell, p. 241: «_Se firmaran los capitulos por la orden de S. M. que se dè satisfacion a venecianos por deseo de que estos no se concierten._»
[301] LADERCHI, _Ann. Ecclesiæ_, in-fol. Roma, 1737, t. III, p. 437: «_Ad hæc illud Pio pariter molestum accidisse quod de M. A. Columna Philippo delatum esset.... quod igitur Pontifici pro sua in Regem charitate gratiam conciliare vel augere debebat id Columnæ invidiam conflasse. Sed quod gloriæ esse par erat, id vitio verti minime oportere. Denique non ut Pii gratia Columnæ prodesset, sed ne obesset Regem rogari_.»
GRAZIANI cit., p. 269: «_Columna quia particeps victoriæ fuerat, quia redeunti domum honor ei a Pontifice habitus sit, prope eius rei invidia apud Regem, criminantibus hispanis, deflagrasse_.»
[302] RATTI, _Della famiglia Cesarini, Sforza, Conti_ ec., in-4. Roma, 1794.
GENTILE SASSATELLI, _Al Card. di Como informazione e soldati_. ARCH. SECRET. VATIC., _Armata del 1572_, Cod. 3439, p. 333.
[303] SERENO cit., p. 264. Forse per ciò che si è detto a p. 260.
[304] ARCH. COL. cit., t. I, p. 202.
[305] ARCH. COL. cit., t. I, p. 201 a 212, e t. IV, p. 118. Rassegna fatta dal Commissario.
[306] ARCH. COL. cit., t. IV, Rassegna del 10 luglio 1572, p. 115.
[307] CONTARINI, cit. — V. sopra p. 79, 158, 195.
[308] Il corpo del santo Pontefice dalla basilica Vaticana, ove era stato umilmente deposto nella cappella di Sant’Andrea, fu poi da Sisto V trasportato a santa Maria Maggiore; e degnamente riposto in un bel monumento ricco di marmi e di scolture. I fedeli concorrono a venerarlo nell’annuale ricorrenza della sua festa alli cinque di maggio. Sulla fronte del monumento sono tre bassi rilievi: la creazione del Pontefice, il concistoro per il generalato di Marcantonio, e l’ordinanza delle armate alla battaglia di Lepanto.
[309] MAFFEI cit., p. 399.
CATENA cit., p. 217.
GABUSSI, _Vita di san Pio_, in-fol. Roma, 1605, p. 191.
[310] GABUSSI cit., p. 192.
SERENO cit., p. 267.
[311] Vedi sopra, Lib. II, c. 6. p. 154.
[312] È cosa notissima, e di più risulta da due lettere di esso Cosimo pubblicate dal padre THEINER cit., t. I, p. 356 e 357, nelle quali ardisce tentar Gregorio XIII a lasciar la guerra di Grecia e rivoltar le forze della lega in Africa, contro quel che aveva deliberato san Pio.
[313] THEINER, _Ann. Eccles_., in-fol. Roma, 1856, t. I, p. 457.
_Epistola S. R. E. Cardinalium Magno Etruriæ Duci sub die VI maij 1572_.
[314] Si noti che l’imprese dell’Africa proposte dagli Spagnoli vengono da tutti i cardinali chiamate di poco conto.
[315] THEINER cit., t. I, p. 460, _Epistola S. R. E. Cardinalium Castellano Civitatis Veteris sub die IX maij 1572_.
[316] THEINER cit., t. I, p. 461, _Epistola S. R. E. Cardinalium Castellano Civitatis Veteris sub die X maij 1572_.
Si noti che gli schiavi tenuti dal Castellano di Civitavecchia, di che qui si parla, erano quei Turchi prigionieri che Marcantonio aveva condotti da Lepanto. Le Mojane, dal francese _Moyenne_, erano cannoni di mezzano calibro da dodici e da diciotto, usati sulle galere del cinquecento. Le galere ponentine della Cristianità portavano più artiglieria che le levantine dei Turchi. I nostri avevano copia di falconetti o archibusoni da posta, alla spalliera, alla mezzanía e alla poppa: ed oltracciò la batteria sotto le rambate sempre di cinque pezzi. Il cannon grosso, chiamato pur cannon di corsía, da quarantotto; due mojane da dodici, e due sagrì da sei e più libre di palle. I Turchi non ne avevano che tre: il cannon di corsía, o petriero; e due sagrì. Nondimeno, diceva Giannandrea, bisognava fuggire.
[317] EPISTOLA S. R. E. CARDINALIUM _Gentili Comiti Sassatelli sive in ejus absentia Protonotario Brisegno Apostolicæ Sedis apud Magnum Etruriæ Ducem nuntio_, ap. THEINER cit., t. I, p. 456 et 458.
[318] Conclave nella sede vacante di Pio V, nel quale fu creato Papa il Cardinal Boncompagni detto Gregorio XIII, ap. THEINER cit., t. I, p. 444, col. I, lin. 15.
[319] EPISTOLA _S. R. E. Cardinalium, Vice-Regi Neapolis sive ejus Locumtenenti et Nuntio Neapolis Alexandro Simonetæ et Comunitatibus locorum per quæ milites Sedis Apostolicæ ad expeditionem sacri fœderis destinatos a civitate Viterbii usque ad confinia regni neapolitani transire contingerit_. THEINER cit., t. I, p. 458 e 459.
[320] CONCLAVE ut supra, p. 446, col. 1, lin. 45, — e p. 448, col. 1.
[321] GRAZIANO cit., p. 257: «_Cardinales conclavia intrarunt, et Alexandro Farnesio magnis opibus ambiente summum honorem repulso, Ugonem Boncompagnum pontificem appellarunt_.»
SERENO cit., p. 268.
[322] GIAMPIETRO MAFFEI, _Annali di Gregorio XIII_, in-4. Roma. 1742.
IGNATIUS BOMPLANUS, _Historia Pontificatus Gregorii XIII_, in-12. Roma, 1655.
CIACCONUS, _Vitæ Pontificum_.
[323] SERENO cit., p. 268.
[324] GRAZIANO cit., p. 270: «_Columna animo versabat: nullum esse nunc Pium cuius auctoritate gratiaque tegeretur_.»
[325] CARACCIOLO, 60.
SERENO, 269.
GRAZIANO, 258.
ADRIANI, 907.
THUANUS, lib. LIV, nº 21, t. III, p. 200.
[326] ARCH. SECRET. VATIC., _Armata e diversi d’Italia nel 1572_, Cod. segnato nº 3439, p. 209 e 207.
«_Paga delle fanterie Pontificie, a dì 25 giugno 1572._
_Capitani._ _Soldati._
Malati Buoni
_Cencio Capizucchi_ (di Roma.) 20. 231 _Mariotti._ (Girolamo da Fano.) 18. 142 _Mutio Colonna_ (di Roma.) 12. 208 _Tromba_ (Guido.) 10. 160 _Concetto._ (Matteucci da Fermo.) 9. 206 _Urbino._ (Giulio Sanfrèo da.) 37. 152 _Tuttavilla._ 13. 221 _Sangiorgio._ 18. 178 _Maso._ 9. 151 _Filippo_ (da Civitavecchia.) 10. 189 —————————— 156. 1838
»N. B. _Morti già venti, e infermi di malattia mortale dodici._» — Le armate vanno soggette alla moria se oziose nei porti.
[327] CESARE CAMPANA, _Vita di Filippo II_, in-4. Vicenza, 1608, t. III, p. 124 b.
CARACCIOLO, 66.
GRAZIANO, 258.
[328] PARUTA cit., 265.
[329] SERENO, p. 266.
PARUTA, p. 278.
[330] ROSELL cit., p. 215, Lettera di don Giovanni di Zuñiga a don Giovanni d’Austria, da Roma 29 nov. 1571: Quivi è tutto il veleno contro questo uomo risoluto che faceva paura alla corte di Spagna, bisognandole uomo più arrendevole.
E p. 216: La risposta di don Giovanni d’Austria: e le proteste di non poter vivere in compagnia del Veniero; e la minaccia di gastigarlo senza aspettare che gliene dessero licenza, qualora venisse a far spropositi simili a quelli dell’anno passato. Così (aizzato dai tristi) parlava dopo la riconciliazione!!! Si raffronti con la nota 8, e con ciò che si è detto a p. 172.
PRESCOTT, III, 299.
[331] GRAZIANO, p. 258 e 285.
SERENO, p. 270.
PARUTA, p. 289.
[332] ARCH. SECRET. VAT., _Armata e diversi d’Italia_, Cod. nº 3439, p. 8, Lettera di M. A. Colonna al Cardinal di Como, da Napoli 26 maggio 1572.
ARCH. COL., t. I, p. 210 a 219.
[333] GRATIANUS, p. 274: «_Austrius alienatum a Columna animum non dissimulavit_.»
Id., p. 269: «_Constat Columnam apud regem invidia, criminantibus hispanis, deflagrasse_.»
[334] ARCH. SECRET. VATIC., _Armata e diversi d’Italia_, Cod. 3439, p. 17, Lettera di M. A. Colonna al Card. di Como, da Napoli 28 maggio 1572: «_Sebbene si mostra da alcun dei Ministri regii stimar la conservazione della Lega conforme alla volontà di S. Maestà, con gli effetti poi mostrano il contrario.... Volesse Iddio che chi mette il signor Don Giovanni in questo negozio avesse buon animo nella conservazione della Lega, dalla quale al fine dipende la grandezza di detto signore in particolare_.» E p. 30: «_Ho ben dispiacere che questo signore non venga aiutato dai Ministri di Sua Maestà con altro che con parole_.»
ARCH. COL., t. I, p. 212.
[335] ARCH. COL., t. I, p. 231. ROSELL qui appresso.
[336] ARCH. SECRET. VATIC. ut supra, p. 63 e 90, Lettere di Messina del 16 e 17 giugno: «_Della volontà buona del signor don Giovanni io ne sono certo ma della sua jurisdizione io non posso aver l’istessa sicurtà.... Dio ispiri Nostro Signore al rimedio, che qui dubito non ci è giurisdizione: sebbene credo sia bene mandare un corriero e scrivere gagliardamente in Spagna. Il tempo è quello che mi smarrisce. Con i ministri piaccia a Dio che giovi, et poco ajuto mi pare che questo signore don Giovanni riceva da loro nella impresa; oltre che si crede che questi ministri siano di parere interessato che queste forze vadino ad altra impresa che a questa dove sono destinate e pronte. Et Dio voglia ancora che detti loro pareri non vadino in corte_.» Figuratevi più bella maniera per dire che venivano di là.
ROSELL, cit., p. 133, nota 13: «_La inaccion de don Juan era efecto de los ordenes de la Corte_:» E l’istesso ROSELL a p. 154: «_Don Juan enmudecia, en secreto se lamentaba de su situacion; no era dueño ni aun del titulo que se le daba; su voluntad su mismo ser dependian del Rey, a quien amaba como hijo y obedecia como vassallo._»
[337] ARCH. COL. cit., t. I, p. 233: «_D. Giovanni ci domandava in gratia che per cinque o sei giorni non gli parlassimo della partita_.»
GRAZIANO, p 258: «_Ille nunc studium ingens eundi præseferre, nunc res nondum paratas ad profectionem causari._»
Vedi sopra p. 299, nota 8, e p. 172.
[338] PARUTA cit., p. 282: «_Ma quale si fosse la più vera cagione è cosa occultissima, tenendo gli Spagnoli i pensieri e disegni suoi in modo celati che senza dimostrare che per timore dei Francesi o per qual sia altro rispetto avessero l’animo alieno dal far unir l’armata et imprendere le imprese di Levante affermavano continuamente il contrario, temendo in continua speranza di passar presto a Corfù.... In tal modo li Spagnoli non scoprendo l’intrinseco de’ suoi pensieri, ma quando l’una quando l’altra causa di dilazione ritrovando, portavano il tempo innanzi senta far nulla_.»
Però don Giovanni che ben sapeva come e perchè tutto questo venisse; non per altro che per disegni e fini particolari della corte di Spagna, ne scriveva ai 24 d’agosto di quest’anno ne’ termini seguenti al duca di Sessa, gran confidente del re: «_Yo gracias a Dios tengo salud: aunque mayor desgusto del que sabria encarecer en esta de haber visto perder tan grande occasion como hemos perdido este año presente de romper l’armada del Turco segunda vez, por designios y fines particulares_.» ROSELL cit., p. 236.
[339] MATTHÆI, cap VIII, vº 10: «_Igitur ex fructibus eorum cognoscetis eos_.»
[340] ARCH. COL., t. I, p. 234: «_Il signor don Giovanni, ci aveva chiesto in grazia che per sei giorni non li dessimo molestia per conto della partita_.»
[341] ARCH. COL., t. II, p. 118: «_Si è scritto oggi in cifra al signor don Giovanni che si è inteso per lettera del Balio di Venezia de’ quindici di giugno, che già il Turco aveva saputo che Sua Altezza non veniva in Levante quest’anno coll’armata di Sua Maestà, et che di questo pigliava occasione l’ambasciador di Francia per tornare a trattare il negozio della pace_.»
[342] ARCH. SECRET. VATIC., _Armata_, Cod. 3439. Lettera di M. A. al Card. di Como, da Messina 24 giugno 1572.
[343] DON GIOVANNI D’AUSTRIA, Lettera al duca di Terranova. Messina, 5 luglio 1572, ap. ROSSELL., 250: «_El Papa da voces y scrive breves de fuego: Venecianos exclaman y dicen lastimas verdaderas, que enternecerian las piedras._»
ARCH. COL., t. I, p. 226 a 241. Quivi è tutto il filo di questa matassa.
GRAZIANO cit., p. 259 e 260: «_Hispani literas Regis ad ipsum scriptas Gregorium XIII proferunt.... His lectis concidere omnibus animi, fremere homines in regem hispanosque._»
[344] GRAZIANO, p. 361: «_Gregorius XIII inique ferebat sui pontificatus initio aperte falli fœderis leges._»
PRESCOTT, III, p. 310: «_Philip was not inclined to furnish the costly armament to which he was pledged as his contingent._»
[345] GRAZIANO, p. 241, 261: «_Philippus diligentiam pollicitus, rem omisit.... Erat in summa invidia apud omnes non Italiæ modo sed reliquarum quoque gentium populos Philippi Hispanorumque nomen, quod nullo fidei pudore contra fœderum pacta non tam Venetos quam publicam christianæ reipublicæ causam, tempore tam indigno, deseruisse viderentur._»
PARUTA, p. 294: «_Dicevano avere il re di Spagna in questa Lega avuto innanzi i suoi propri interessi._»
[346] GRAZIANO, 260: «_Veneti cuncta querelis miscebant non juvare sed prodere hostibus rem christianam esse clamitantes. Confictos Gallicos metus; ut, dato Turcis spatio, victoriæ navalis fructum Veneti nullum perciperent_.»
THUANO cit., lib. LIV, nº 2t, p. 201: «_Hispanorum id consilium esse ut Venetos insanis et inutilibus sumptibus absumant; eorumque ditionem bello attritam inde Turcis exponant hinc propriæ ambitioni_.»
LONGO cit., p. 36: «_Pareva agli Spagnoli che s’avesse fatto troppo male al Turco con la rotta della sua armata, e troppo servigio alla republica_.»
LEOPOLD RANKE, _Ottoman ad Spanish empire_, London in-4. 1843, p. 45: «_Don John of Austria was forced to admit the conviction that there was no hope of a well concerted erterprise on the part of Spain alone against the Turcks, nor yet of a League. It has always been a prominent tendency of European policy to preserve the Turks_.»
[347] GRAZIANO, 260: «_Idem testabantur Galli qui Romæ erant, Legatus regis et cardinalis Lotharingius; hinc calumniam hispanorum acerrimis confutare dictis, hinc eos egregios artifices occulendæ in aliena culpa fraudis qua Venetos circumvenire studerent_.»
[348] MARCANTONIO COLONNA al Cardinal di Como, di Messina 20 giugno 1572, ap. THEINER, t. I, p. 466.
[349] PARUTA, p. 282: «_Nè mancavano di quelli che dicessero essere dai grandi di Spagna invidiata la gloria di don Giovanni, e però aver posto questi davanti al re la troppa grandezza di lui come cosa di travaglio e pericolo_.»
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 529: «_Que era que movia a Phelipe II a obrar d’esta manera?... Eran solo las difficultades de Francia?.... O eran tambien timores de su hermano?... Para nosotros es cierto que Philipe no queria permitir que su hermano don Juan remontase mas arriba.... Receloso del dictado de Alteza que daban a su hermano es evidente que hacia lo posible porque no llegara a decorarse con el de Majestad_.»
ROSELL cit., p. 134 e 135.
[350] GRAZIANO, 260: «_Fuere qui non metum a Gallis, sed tentationem eam patientiæ Pontificis fuisse crederent: ausuro majora Philippo si his non succensuisset_.»
PARUTA cit., p. 283: «_Fu questa elettione di Gregorio XIII molto favorita dagli Spagnuoli e dal card. Granuela, perchè stimavanlo uomo di così moderati pensieri da riuscir principe quale tornava comodo al Re cattolico_.»
[351] M. A. COLONNA al Card. di Como, da Messina 20 giugno 1572, ap. THEINER, t. I, p. 466, col. 1, lin. 36, col. 2, lin. 6.
[352] M. A. COLONNA al Cardinal di Como, Messina 6 luglio 1572, ap. THEINER, t. I, p. 471.
[353] PAOLO ODESCALCHI al Cardinal di Como, da Messina 24 giugno 1572, ap. THEINER, t. I, p. 467.
ROSSELL., Lettera di don Giovanni ai vicerè di Napoli e di Sicilia, p. 229 e 230.
[354] SERENO cit., p. 253.
[355] IL NUNZIO ODESCALCHI al Card. di Como, Messina, 28 giugno 1572, ap. THEINER, 469.
M. A. COLONNA, cifra del 6 luglio cit.
COSIMO DE’ MEDICI a Gregorio XIII da Vallombrosa, 17 luglio 1572, ap. THEINER, 357.
[356] IL NUNZIO ODESCALCHI al Card. di Como, Messina 3 luglio 1572 nel proscritto, ap. THEINER, 470.
[357] GRAZIANO cit., p. 261: «_Austrius viginti triremes se daturum ait si sibi legatus regis, et Granuellanus cardinalis auctores essent: qui consilio inter se habito statuunt nec omnem classem, ne victoriam darent, esse mittendam; nec nullam, ne necessitatem deponendi belli Venetis facerent_.»
[358] SERENO, 274. Vedi sopra p. 317, 318.
[359] M. A. COLONNA al Cardinal di Como, da Capo Santamaria, alli 11 luglio 1572, ap. THEINER, t. I, p. 472: «_Al mio partire da Messina supplicai Sua Altezza a farmi gratia di darmi il suo parere in scritto, et così me lo diede, del quale mando la copia a Vostra Signoria Illustrissima.»_
[360] ARCH. COL., t. II, p. 116.
Confermato dal CARACCIOLO, p. 65, lin. 9.
Dal SERENO, p. 276, che dimostra l’impegno di don Giovanni nel ritirar questa scrittura, p. 294, e che una simile scrittura con la firma di Sua Altezza era in mano del cavalier Gil d’Andrada, il quale la donò a M. A., p. 295.
ARCH. SECRET. VATIC., _Armata e diversi d’Italia_, Cod. 3439, p. 212: «_Parecer de Su Alteza de lo que podria hacer la armada de la Liga el año presente que va en Levante a cargo del señor Marco Antonio Colona:_
»_Parezer del Serenissimo S. D. Juan de Austria._
»_Lo que Parece, Al Serenissimo señor don Juan de Austria que padria hazer el año presente la armada de la liga quê ba en Levante es lo siguiente._
»_A un que sea cosa muy difizil y peligrosa el dar parescer en las que estan por venir, mayormente considerando que las de la guerra de una ora a otra se mudan por diversos azidentes, todabia se dirà aqui algo de lo que a su Alteza le pareze, que deve hazer la armada de la liga que lleba a cargo el señor Marcantonio Colona._
»_Es Su Alteza de parezer, quel dicho Señor Marcantonio se dè toda la mayor priesa que fuere posible en yrse con la dicha armada a Corfù, y juntarse con la de Venecianos que alli està. Pero esta priesa sea de manera que no por ella se deje de hir al cabo de Santa Maria a tomar todos los soldados de su Majestad que pudiere llevar en las galeras; por que, como se ha visto por experienzia, el numero de la gente es el que pelea, y de lo que sobretodo se ha de hazer mucho caso. Y a este proposito se dize que ninguna galera llebe menos de ciento y cinquenta soldados, ultra de la gente que trae de hordinario._
»_Desde Corfù se ha de formar la resolucion del viaje que se habrà de hazer, con la dicha armada; segun los avisos que se tuvieren de la del enemigo: por que los efectos que se habran de hazer han de nazer de los dichos avisos._
»_Hazese cuenta que el dicho señor Marcantonio podra juntar por lo menos ciento y ochenta navios gruesos de pelear, en esta manera:_
Seis galeazas de los SS. Venetianos 6 Ciento y veinte galeras de los mismos 120 Veinte y dos galeras y dos galeotas de Su Majestad 24 Treze de Su Sanctitad 13 Dieziocho a diezinueve naves, que escriven que havia en Corfù por cuenta de los SS. Venecianos 19 ——— 182
»_Esta armada es de numero y cualidad tal de Vaxeles, que no solamente se ygualarà con la del enemigo; pero le serà superior, y asì es Su Alteza de parezer que con ella se vayan corriendo las costas de las tierras del turco y quemandolas y destruiendolas a dos fines: el uno por vengança de los daños que los turcos han hecho el año presente, el otro para provocarlos a benir a batalla, que es el fin principal que se ha de tener: a la qual si vienen no hay duda que con la ayuda de Dios Nuestro Señor hayan de dexar de quedar venzidos por muchas razones que para ello se podrian dezir._
»_A dos cosas pareze que se à de tener muy grande advertenzia la prima a no ponerse sobre plaza ninguna; pues el enemigo stando con el numero de baxeles que tiene y pudiendo cargar por tierra con mucho numero de soldados, podria hazer fazilmente un notable daño a nuestra armada; la otra a no entrar muy adentro en las mares del enemigo sin buena provision de bitualla._
»_Y siendo asi que no convenga que la armada de la liga se ponga sobre ninguna plaza, como arriba se dize, su fin principal ha de ser comvatir con la del enemigo siempre que se entendiere no ser muy superior a la nuestra. En caso que se tenga aviso que, por entender que la armada de la liga sea dividida, Luchali quiesiere benir a buscar la parte mas debil, pareze que convenga mucho seguirla a donde quiera que fuere; Para lo qual de ninguna cosa hay mayor necesidad que de traer hombres de esperienzia y diligenzia con algunas galeotas o otros navios ligeros los quales puedan de ora en ora dar aviso de los progresos que el dicho enemigo harà, conforme a los quales se han de tomar las resoluziones._
_»En Mezina a_ VII _de julio de_ MDLXXII. »DON JUAN DE AUSTRIA.»
[361] DON GIOVANNI D’AUSTRIA, Lettera a Gregorio XIII, Messina, 6 luglio 1572, autografa nell’Arch. Vaticano, pubblicata dal THEINER cit., t. I, p 472, vol. I: «_He ordenando que vayan en Levante con el dicho Marco Antonio Colona_ XXII _galeras i dos galeotas, a cargo del comendador Gil d’Andrada.... con las quales i con el restante de la gente che en la dicha armada ira (mas sobre todo con las sanctas oraciones de Vuestra Beatitud) espero en Dios Nuestro Señor que sean de hacer el año presente nò menos buenos effectos que el que se hizo el pasado._»
[362] LONGO cit., _Arch. Stor. Ital_., app., t. IV, p.
[363] M. A. COLONNA, Cifra al Cardinal di Como, da Messina, 6 luglio 1572: «_Sappia Sua Santità che queste galere di Malta mi hanno scandalizzato assai, lasciandomi in tale occasione_.» Ap. THEINER cit., t. I, p. 471, col. 1.
Ib., altre lettere, p. 478, 479, 488.
[364] Era Calabrese, rinegato e tignoso, come ho detto altrove. Luccialì, Luzzalì, Louchalì, Lucalì, Locchialì, Uluch-Alì, e simili, sono tutte varianti, presso diversi scrittori, dell’istesso nome; che non ha riscontro in lingua turchesca. Si potrebbe dire che al battesimo si chiamava Luca, ed alla circoncisione Aly: e che i due nomi congiunti insieme davano Luccialì, come lo scrivevano i migliori del cinquecento. Nativo di Cutro nel golfo di Squillace, di cognome Galeni, preso dai Turchi mentre navigava per essere allo studio di Napoli, e messo al remo, portò in pace qualche anno la sua sventura: poi rinegata la fede, e preso il mestiero della pirateria, diventò per ricchezza ed ingegno principe dei corsari e bey d’Algeri. Molte pratiche si fecero dai cristiani per riguadagnarlo, ma inutilmente.
[365] GRAZIANO cit., p. 241 e 242.
SERENO cit., p. 270 e 321.
PARUTA cit., p. 279.
[366] ARCH. SECRET. VAT., _Armata e diversi d’Italia_, Cod. 3439, p. 362. Quivi è la seguente nota:
«_Numero delle galere del Turco secondo la relazione mandata dal Signor Jacopo Malatesta nel 1572_:
_Bei di Rodi_ 4 _Idem di Cipro fatte per l’armata_ 6 _In Cipro passacavalli cinque per l’armata, accomodati in forma di galere da combattere_ 5 _Idem Agà de Giannizzari ne menò forse cinque_ 5 _Dervis Agà_ 15 _Cauralì ne ha condotte forse_ 15 _Un altro che non so il nome_ 14 _L’uccialì ne condusse_ 117 _Da Gallipoli_ 15 _Da Satalia ne son venute_ 3 _Da Escanderia_ (Alessandria) 15 _Quattro Maone_ 4 _Quattro d’Algeri venute con Luccialì_ 4 ——— Somma 222.»
[367] SERENO cit., p. 179 e 180.
[368] MARCANTONIO COLONNA, _Relazione di quel che avvenne nell’armata della Lega nel 1572 prima della venuta del Signor don Giovanni_, scritta dall’istesso Marcantonio a richiesta di Paolo Tiepolo ambasciator de’ Veneziani in Roma, e ripetuta al Doge: come risulta dalla lettera quivi alligata sotto la data di Paliano, 14 giugno 1573.
ARCH. COL. cit., t. III, num. 11, da p. 5 a 13, e t. II, 430 e 480.
Item, M. A. COLONNA, Lettera al Card. di Como, dalle Gomenizze, 27 luglio 1572, ap. THEINER cit., t. 1, p. 473.
[369] LONGO cit., p. 37.
SERENO cit., p. 276.
M. A. COLONNA, _Relazione_ citata, nella quale rassegna l’armata come era alle Gomenizze il 23 luglio 1572:
FORZA DELL’ARMATA CONDOTTA DA M. A. NEL 1572.
| =MATERIALE=. | =PERSONALE=. +---------------------------+-------------------------- | GALERE. | SOLDATI. | | NAVI. | | MARINARI. | | | GALEOTTE. | | | REMIERI. | | | | CANNONI. | | | +------+----+----+----------+--------+-------+--------- Dei Veneziani | 100 | 16 | 18 | 838 | 15,700 | 6,700 | 20,000 Del Papa | 13 | 2 | — | 105 | 2,300 | 880 | 2,600 Del Re | 22 | 3 | 2 | 172 | 7,000 | 1,620 | 4,440 +------+----+----+----------+--------+-------+--------- TOTALE | 135 | 21 | 20 | 1,115 | 25,000 | 9,200 | 27,000
[370] GRAZIANO cit., p. 263.
SERENO cit., p. 279.
PARUTA cit., p. 310.
[371] GRAZIANO cit., p. 262, Lettera di don Giovanni d’Austria a Marcantonio Colonna.
Della medesima parla l’istesso Colonna al Card. di Como, cui dice averne mandato copia ap. THEINER, t. I, p. 475, col. 1 in med.
Ne parlano egualmente in più luoghi la relazione citata, ed i Codici Colonnesi.
ARCH. SECRET. VAT., _Armata e diversi d’Italia nel 1572_, Codice 3439, p. 267: _Carta de don Juan de Austria a M. A. Colona de Palermo, 16 julio 1582_, firma autografa di don Giovanni. Eccola:
«_Al Señor don Marco Antonio Colona_.
»_Ilustrissimo Señor_.
»_Haviendo el Rey mi señor entendido que se havia recobrado el lugar de Valencianas de los reveldes, aunque todavia quedava en su poder el de mont de Henao, y handavan haziendo los enemigos grandes daños en Flandes, teniendose zelo que por esperiencia se ha visto al beneficio universal de la christiandad y en particular a la observancia de la capitulacion de la liga, me ha mandado escrivir con un correo, que llebò la galera que despachè los dias pasados de Mecina, la qual ha buelto hoy, de que es su servicio, gue yo vaya en Lebante a daño del comun enemigo, posponiendo sus cosas particulares al beneficio de la Republica Christiana. Y asì pienso partirme d’esta ciudad para Corfù dentro de tres dias a mas tardar. Y me he holgado d’esta resolucion lo que V. S. puede bien considerar por infinitos respectos. Aqui despacho el que la presente lleba con una fragata en diligencia para que V. S. tenga entendida esta nueba que ha sido para mi de tanto gusto, y la pueda comunicar a esos señores; y tambien para que conforme a ella procedan en lo que habràn de hazer, que yo no perderè un memento de tiempo en mi viaje. Entre tanto juzgo que sea muy conveniente que se divulgare a los Griegos la nueba de mi yda, para tenellos en fèe en quanto llego; y que no se emprenda cosa que pueda haver peligro, por conservar la reputacion; sino que atendiendo preparar todo lo necessario, se estè con miramiento para estorvar el daño que el armada del Turco puede hazer en las tierras de Venecianos. Pues que, plaziendo a Dios, como toda la armada estè junta, espero en el que se hayan de hazer efetos muy conformes a su servicio._
»_Escrivo con esse mismo despacho al marquès de sancta Cruz, que de donde quiera que le tomare se buelba con la armada de galeras y naves que trae a Corfù, a tal que se gane tiempo en caso que llegue a aquella Isla. Estando en ella V. S. procure y con gran vigilancia de que non hayan renzillas entre los soldados Españoles y Italianos: por que me pesaria de comenzar la jornada con desconformidad d’estas dos naciones. Que nuestro Señor la Ilustrissima persona de V. S. amonesca. De Palermo a 16 de julio 1572._
»_V. S. se alegre en mi nombre con los Señores, general y probeedores, de la resolucion que Su Majestad ha mandado tomar: el qual, crea V. S., que pospane lo que toca a sus cosas particulares por las publicas; y aun que dixe que partirè de aqui a Corfu, siendome fuerza detenerme algo en Mezina por llebar esta armada junta, pero sera todolomenos que posible sea. Yo no escrivo a esos señores por no detener este despacho, el mismo podra servir para ellos_.
»Serv.dr de V. S. (firma autografa.) »DON JUAN.»
[372] ROSELL, p. 154: «_A las difficultades de don Juan replicaban los Venecianos.... y a las razones de Venecianos enmundecia don Juan, aunque en secreto se lamentaba de su situacion: no era dueño ni aun del titulo que se le daba, su voluntad su mismo ser dependian del Rey, a quien amaba come hijo a quien obedecia como vassallo._»
[373] Gli eccitamenti di don Giovanni ai Greci, perchè si sollevassero a scuotere il giogo dei Turchi, si possono vedere nelle sue lettere tra la COLECCION DE DOCUMENTOS INEDITOS PARA LA HISTORIA DE ESPAÑA, in-8. Madrid, 1843, t. III, p. 353: «_Carta de don Juan de Austria a los Cristianos de la Morea y a su arzobispo. Mesina, 9 de junio 1572, item, a los Cristianos de la isla de Rodos. Mesina, 15 de henero 1572_ etc.» V. appresso la nota 85.
[374] MARCANTONIO COLONNA, _Relazione_ cit. ARCH. COL.
It., Lettera al Cardinal di Como, Dal Cerigo 5 agosto 1572, ap. THEINER cit., p. 475 e 476.
PARUTA cit., 310.
[375] ARCH. COL. cit., t. II, p. 119.
ARCH. SECRET. VAT., _Armata e diversi d’Italia nel 1572_, Codice nº 3439, p. 265: _Carta del señor M. A. Colonna al Serenissimo don Juan de Austria_.
«_Se[=m]o Señor_.
»_Gumenizas, 29 de julio 1572_.
»_Esta noche pasada 29 del presente llego una fragatilla de Ragazon con nueva que Vuestra Altezza por orden de Su Majestad viendria en Levante. Ha sido tan grande nuestra alegria que no fuera tal la tomada de Costantinopla y de toda su tierra. Loado sea Dios que la buena voluntad de Su Majestad, y valor de Vuestra Alteza, no ha sido impedido de gente ruin._
»_Esta noche estavamos resueltos de partir para el Zerigo y de alli tomar conforme a los avisos de los enemigos la resolution de lo que haviamos de hazer, pues los avisos hèran que Luchali era fuera con 140 galeras y otros vaxeles: pero la mayor parte da las galeras muy ruines y mal armadas; y pensabamos con traer junta toda nuestra armada yr seguros de la vitoria quando el enemigo nos biniese a buscar; pues tenemos 127 galeras, seis galeazas, 24 maos y veinte fustas, y mas cobraremos en el camino 12 galeras de Candia, y dos galeotas: y quando nos pareciera que la armada del enemigo se pudiera pelear sin las naves, dexarlas; y hir a topalla con todo lo demas: y sepa Vuestra Alteza, que las galeras vienen bien proveidas de gente que de Otranto me truxeron 2500 soldados. Pensavamos con el ir adelante asegurar el daño que la armada enemiga pudiera hazer en Candia y en las mas islas de Venetianos, y que les bastase al enemigo de destruir su tierra, como hazen: pues han quemado toda la isla de Nixia y Paros y venian por degollar mucha gente de la Morea, y quitando tambien toda la vitualla de la tierra. Però esta mañana quise el parezer de Gil de Andrada y del General venetiano por la nueva que haviamos tenido de la venida de Vuestra Alteza; y entrambos dixeron que convenia yr adelante, como se havia tratado: pues esto no era de ningun embarazo a la venida de Vuestra Alteza, y importava mucho asegurar la Morèa sin daño, y la gente d’ella con su buena voluntad: que cierto si Vuestra Alteza no viniera, no sè yo (por lo que acà entiendo) caso mas miserable de lo que les acaeziera a esta pobre gente: y gardamos el daño tambien como ariba digo, que nos podian hazer en nuestra tierra. Y cierto si con nuestra yda los hazemos parar por sospecha que tomasen de que no se hechase la gente en tierra hasta la benida de Vuestra Alteza, cosa posible seria que esta armada cortandole el camino no pudiese, siendo parte d’ella tan flaca, bolberse a los Castillos: y quando en mi cara lo quisiese hacer tambien teniendo yo aqui ochenta galeras muy escoxidas se les podria hazer tiro. El empeñarse en impresa en tierra aun que el armada se huisse, yo no soy d’este parezer, hasta la benida de Vuestra Alteza, porque podriamos nos otros obligarle por la reputacion a lo que Vuestra Alteza con su mucha prudencia, no concurriese en ello. Y teniendo escrito hasta a qui, pensando siempre que havia de benir esta fragata con las cartas de Vuestra Alteza, ha llegado a 23 horas la dicha fragata, y yo con Gil de Andrada hemos hecho luego el oficio con el General y probeedor, los quales estan los mas contentos hombres del mundo. Y nos ha parecido, biendo la carta de Vuestra Alteza, que la resolution que es tomada, ha sido muy buena y conforme al parezer de Vuestra Alteza: y asì en esta ora, nos partimos, y sera muy a espazio con remorcho de naos y galeazas. A Vuestra Alteza beso las manos, esperando en Dios presto servirle de presencia._
»M. A. COLONNA.»
[376] SERENO, 286, 287, 288, 295.
GRAZIANI, 274.
[377] ROSELL, cit., p. 138.
MARCANTONIO COLONNA, _Relazione_ cit.
Item, Lettera al Cardinal di Como, dal Cerigo 5 agosto 1572. Ap. THEINER cit., p 476, col. 2 in princip.: «_Avendo inteso Luccialì che io venivo con 140 galere, et che il Signor don Giovanni era in rotta co’ Veneziani (dico così per dire appunto ciò che il cristiano fuggito dalle mani dei Turchi ne dice) veniva a combatterci, ma che vedendoci accompagnati dalle navi se ne era tornato indietro. Se Dio ci mandasse Sua Altezza, tutta l’armata turca sarebbe presa; e per conseguenza quasi tutta la Morea, perchè i Cristiani stanno in arme, et aspettano il fine di questo negozio. Questo cane di Luccialì veniva a tagliar molte teste nella Morea et bruciar tutte le isole dei Veneziani et giungere a Lepanto. Ringrazio Dio che finora il nostro venire avanti non è stato in darno: dica chi vuole_.»
[378] VINCENZO CORONELLI, _Atlante veneto in gran folio_, Venezia, 1691.
GIAN GIACOPO DE’ ROSSI, _Mercurio geografico_, in-fol., Roma, 1689.
TOMMASO PORCACCHI, _Le Isole_, in-fol., Ven., 1604.
L. S. BAUDIN, _Manuel du Pilote_, in-8. Tolone, 1838, t. II, p. 141 e 439.
[379] MARCANTONIO COLONNA, Lettera al Cardinal di Como, dal Cerigo 5 agosto 1572. Ap. THEINER cit., p. 476, col. 1.
[380] VIRGILIO, _Æned_., lib V, ver. 193:
«_Jonioque mari, Maleæque sequacibus undis_.»
[381] MARCANTONIO COLONNA, _Relazione_ citata in med. Sono sue proprie parole.
Item, _Narrattiva dei fatti del sette e del dieci agosto_.
ARCH. SECRET. VAT., _Armata et diversi d’Italia_, nel 1572, p. 290.
[382] MARCANT. COLONNA, _Relaz_. cit.
GRAZIANO cit., p. 264 e 265.
SERENO cit., p. 285.
CARACCIOLO cit., p. 73.
PARUTA cit., p.
THEINER cit., Lettere di M. A., di Pompeo Colonna, e di Domenico Grimaldi, p. 476, 478.
ARCH. COL., t. II, p. 390, 417.
[383] GRAZIANO cit., p. 266: «_Idque præfectis triremium earum impune fuit, Columna Gildoque animadvertere non ausis, quia in eis nobiles aliquot Hispani fuerant_.»
[384] CARACCIOLO cit., p. 71.
[385] GRAZIANO cit., p. 267: «_Sed illa magis Venetos movebat cura, ne Austrio Hispanisque qui cum eo erant cupientibus, locus tergiversandi frustrandique rursus eius anni spes præberetur_.»
[386] IL COMMISSARIO GRIMALDI, Lettera al Card. di Como, dal Cerigo 12 agosto 1572 Ap. THEINER cit., p. 478.
«_Il Signor Marcantonio a mio giuditio si è dimostrato in questi dua giorni tanto valoroso et prudente, che se bene io lo riputava tale, mi è stato molto caro veder questa confirmacione per maggior soa gloria_.»
[387] SERENO cit., p. 290.
CARACCIOLO cit., p. 75.
LONGO cit., p. 37.
PARUTA cit., p. 324.
GRAZIANO cit., p. 269.
[388] SERENO cit., p. 291 in princ.
CARACCIOLO cit., p. 75 in fine.
[389] MARCANTONIO COLONNA al Cardinal di Como, da Corfù 1 settembre 1572.
THEINER cit., p. 481, col. 2, lin. 5: «_Sappia Vostra Signoria Illustrissima che in corte di Spagna, sebbene Sua Altezza pigliò l’anno passato l’armata nemica, lo cacciorno_.»
SERENO cit., p. 253.
Vedi a pag. 175, 177, 318, 323.
[390] PARUTA cit., p. 282.
[391] TUANO cit., p. 201.
[392] MARCANTONIO COLONNA al Card. di Como, da Corfù, 1 settembre 1572, Ap. THEINER, p. 481: «_Questo signor don Giovanni lo tengono tanto soggetto ed ha tanto consiglio che è cosa dannosissima in una guerra che le determinazioni vanno ad ore; che certo sono venti li suoi consiglieri: et poi bisogna far quello consiglio della Lega. Che io prometto a Vostra Signoria illustrissima che da che si comincia a consultare può un’armata nemica, prima che noi abbiamo risoluto, far ducento miglia.... Domattina don Giovanni farà la sua Sinodo_....»
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 532: «_El consejo desaprobaba la idea de don Juan, y el disgustado y cansado de ver el poco acuerdo.... atado ademas por el Rey su hermano, y sujeto al voto de los otros capitanes, i no pudiendo obrar por su cuenta, determinò dar la vuelta a Italia_.»
CABRERA cit., p. 708: «_Los Venecianos despacharon a España a Antonio Tiepolo a saber si el Rey tenia gusto e proseguir la confederacion; porque les parecia aspero estorbar los efectos, i no los gastos_.»
[393] GRAZIANO cit., p. 243: «_Inter Venetos Hispanosque cum palam amicitia esset secreto acrioribus quam cum hoste odiis certabatur_.» Si vedano le note precedenti.
[394] TUANO cit., p. 201: «_Hispanorum id consilium esse ut Venetos insanis et inutilibus sumptibus absumant eorumque ditionem bello attritam inde Turcis exponant, hinc propriæ ambitioni_.»
GRATIANUS cit., p. 245: «_Hispani veteri consilio atteri et debilitari rem venetam præoptabant, satis habentes Turcas sustineri_.»
[395] PARUTA cit., p. 282: «_La cagione è cosa occultissima, tenendo gli Spagnoli i pensieri et i disegni suoi celati.... coll’animo alieno dal fare unire l’armate et imprender le imprese di Levante affirmavano continuamente il contrario.... et non iscoprendo l’intrinseco de suoi pensieri, ma quando l’una quando l’altra causa di dilazione ritrovando portavano il tempo innanzi senza far nulla_.»
I fatti però parlano più verità che le parole: e di quelli se n’è già veduti e se ne vedrà meglio tra poco.
[396] GRATIANUS cit., p. 258: «_Austrius expeditionem in Africam paraverat sperans quod Pontifex et Veneti haud invisi paterentur.... Verum accepto decreto ut bellum in Turcas atque in Grecia fieret Panormo Messanam cum tota classe transiit_.»
LORENZO VANDER HAMEN, _Vida de don Juan de Austria_, in-4. Madrid, 1627, p. 153.
[397] GRAZIANO cit., p. 259: «_Quod ille secreto Columnæ aperuerat, ac petierat ab eo ut quod regis interesset Veneto verba daret_.»
SERENO, p. 270: «_L’ordine contrario del Re lo ritardava. Non restava però egli_ (don Giovanni) _di mostrar d’affrettarsi per mantenere in fede i Veneziani_.»
It., p. 272.
[398] CARACCIOLO cit., p. 62. «_Tutto il mondo mormorava del tardare a Messina, dove consumati in queste pratiche intorno a venti giorni ai ventisette giugno venne ordine del re che don Giovanni non si dovesse muovere_.»
[399] GRATIANUS cit., p. 261: «_Nec omnem classem esse mittendam ne victoriam darent; nec nullam, ne necessitatem deponendi belli Venetis facerent_.»
[400] V. sopra al capo VII, la lettera di don Giovanni, le considerazioni dei Veneziani, e la risposta di Marcantonio.
[401] MARCANTONIO COLONNA, _Relazione_ cit. in fine.
[402] CARACCIOLO, p. 80.
[403] SERENO, p. 287 in fine, 286, 288 e 295.
GRAZIANO cit., p. 274.
CARACCIOLO cit., p. 79.
[404] GRAZIANO cit., p. 269: «_Columna animo versabat Parem profecto secundæ adversæque rei suam invidiam fore_.»
[405] ANTONIO DE HERRERA, _Historia general._ Valladolid, in-fol., 1605, p. 64: «_Los Venecianos viendose muy cargados en tres años, sin sacar fruto; y puestos en mayor peligro, que primero, dizian que habiendo de ser las armadas per abril en Corfù, no fueron antes de agosto: y que pudiendo don Juan yr a buscar al armada, quiso que se bolviese por el a Corfù._»
[406] GRAZIANO cit., p. 272.
SERENO cit., p. 287.
[407] SERENO cit., p. 288.
CARACCIOLO, p. 70 e 71.
[408] SERENO cit., p. 293.
[409] CARACCIOLO cit., p. 77.
SERENO cit., p. 293.
[410] GRAZIANO, 273: «_Indignabantur Cytheris Zacynthum, inde Cephaleniam, nunc Corcyram quoque evocari.... nec Columna dolorem continebat in cuius contumeliam fieri id ab Austrio ferebatur_.»
[411] La lettera cavata dai codici Vaticani. ARCH. SECRET., Cod. 3439, p. 353 con la firma autografa di don Giovanni, data di Corfù 26 agosto 1572: «_Sepan que conviene al beneficio comun de los collegados que se vengan luego sin ninguna dilacion, y con la mayor brevedad a este Puerto, donde los aguardo_.» Corfù! Beneficio comune!
[412] GRAZIANO, 274: «...._Cum Veneti stomachantes tam superbum adolescentis imperium execrarentur_.»
[413] MARCANTONIO COLONNA al Cardinal di Como, dal Zante, 19 agosto 1572. Spedita per un servidore in posta, perchè lo spaccio andasse sicuro senza essere intercetto.
THEINER cit., p. 479: «_Io fo molto mal giuditio di questo negotio, nel quale a me è giovato tanto poco il servir così bene appresso i ministri di Sua Maestà, che solo l’infinita affetione che porto al servitio di nostro Signore.... mi fa passar questa croce.... Che potevo io far più per gratia di Dio di quel che ho fatto?... Il giusto risentimento mi trasporta.... Però bisogna aver patientia, e quietarsi della sua coscientia, la quale tengo io tanto quieta quanto dir si possa_.» Altra lettera del 1º settembre, ib.: «_Sicchè c’è troppo che fare a conservare questo negotio et alle volte vorrei esser non solo qui, ma in Venezia, in Spagna et per tutto; ch’è miserabil cosa veder perire una congiuntione fatta, la quale non vi essendo, non si potria nè dovria desiderar et procurare altro, a beneficio della Cristianità_.»
[414] FRANCESCO LONGO, _Successo della guerra fatta con Selim_. ARCH. STOR. ITAL., Ap., t. IV, p. 40 e 41.
CARACCIOLO, p. 78.
[415] CARACCIOLO, 78.
SERENO, 294.
DAL POZZO, 55.
ADRIANI, 915 D.
ARCH. SECRET. VAT., _Armata e diversi d’Italia,_ Cod. 3439, p. 366. In quei giorni Marcantonio dopo aver scritto di tutte queste cose ampiamente al Cardinal Colonna mandava al Papa la seguente lettera di suo pugno.
_«Santissimo e Beatissimo Padre._
_»Di Gomenizze, 7 settembre 1572._
_»Il Cardinal Colonna informato della persecutione che io ho havuto da poichè servo la Sede Apostolica darà conto a Vostra Santità di quanto io habbia necessità della sua protetione. A lui rimettendomi, resto baciando li sui santissimi piedi.
»Humilissimo et fedelissimo suddito et servo di Vostra Santità_
»MARCO ANTONIO COLONNA.»
Al re scriveva:
»_S. C. R. M_.
»_Il signor don Giovanni in ultimo ne scrisse che tornassimo tutti in Corfù. Ma non ci scrisse che non partissimo, come V. M. havrà visto per la copia delle lettere che io le mandai. Havrà ancor saputo come io mi governai trovando così grande et increduta armata di Turchi. Et non ostante questo, et che li Venetiani tengono haver salvato Candia et le altre isole per la nostra andata avanti, vengono alcuni ad impressionar Sua Altezza che sia di me mal soddisfatta. Onde finora non ha voluto che io parli, nè le dia conto delle mie attioni. Comechè se io havessi fatto bene, non potesse essere che Sua Altezza ancora non si fosse prudentemente governato. Supplico Vostra Maestà a serbarmi un’orecchio, perchè qui in tutta questa armata chiare et honorate sono le mie attioni. Solo desidero che la M. V. sia della verità informata, come lo sarà Sua Altezza, visto che habbia solo le sue lettere. L’armata inimica creda V. M. che si verifica esser di duecento galere, et che sette se ne affondarono la seconda volta che ci incontrammo, et a V. M. bacio le mani._
»_Di Corfù, li 2 settembre 1572._
»_Hu[=m]o et De[=m]o suddito et servo_ »M. ANTONIO C.»
ARCH. COL., t. I, p. 272.
[416] SERENO, 296.
CARACCIOLO, 80.
ADRIANI, 915.
[417] MARCANTONIO COLONNA, Lettera al Card. di Como. Da Corfù, 1 settembre 1572, Ap. THEINER cit, t. I, p. 481.
ARCH. COL., Due lettere di M. A. al Re di Spagna, t. I, p 272 e 277, nelle quali presso a poco produce le stesse ragioni.
[418] Lettera qui sopra citata.
SERENO, p. 296.
CARACCIOLO, p. 80.
[419] GRAZIANO, p. 274: «_Austrius alienatum a Columna animum non dissimulavit.... ut arcano trium ducum consilio, admisso Sorantio, Pompejum Columnam, ante adhiberi solitum, in M. Antonii contumeliam prohibuerit_.»
ARCH. COL., t. I, p. 279.
[420] THUANUS cit., lib. 54, nº 23 in fine.
CARACCIOLO cit., p. 80.
SERENO cit., p. 297.
ARCH. COL., t. I, p. 276, Lettera di M. A. al Card. di Como, e t. IV, p. 118 è la Rassegna di 1614 soldati pontificii passati da M. A. al commissario Contarini per rinforzo dell’armata veneziana. Eccone la nota:
Soldati Feriti Tristi «Compagnie e Capitani. in essere. o infermi. cassi.
1. Andrea Cardoli (di Narni) 122 7 4 2. Vincenzo Olivieri (di Pesaro) 91 12 » 3. Orsino Ferrari (da Roma) 148 18 1 4. Marcello di Bologna 143 14 » 5. Rutilio Conti (di Roma) 150 12 » 6. Filippo da Civitavecchia 139 3 » 7. Flaminio Brandolini (da Forlì) 93 5 » 8. Pierjacopo da Nocera 159 3 » 9. Cesare Caraffa 108 17 » 10. Vincenzo Galeotti (da Roma) 20 8 » 11. Francesco M. Signorelli (di Perugia) 115 13 2 12. Bastiano Bandini 108 7 » 13. Pellegrino Sinibaldi (di Osimo) 78 11 3 ———— ——— —— 1474 130 10.»
[421] ARCH. COL., _Relazione_, t. II, p. 104.
[422] _Narratione di quanto si è fatto in armata da la partita de le Gomenizze alli XI settembre sino alli XX detto, mandata con lettera dei XXI settembre da porto di Giunco a Navarino._ Ap. THEINER cit., p. 482.
CARACCIOLO, 82.
SERENO, 299.
PARUTA, 330.
ARCH. COL., t. II, p. 104.
[423] SERENO, p. 299.
[424] CARACCIOLO, 82.
[425] ADRIANI, p. 916 F.
GRAZIANO, p. 276.
CARACCIOLO, p. 83, lin. 9.
SERENO, p. 300, lin. 3.
[426] CAP. FRANCESCO DE MARCHI, _Mss. Piante di città e fortezze_, alla Magliabechiana, Classe XVII, Codice 37, tavola 162 e 165.
[427] CARACCIOLO cit., 83.
ROSELL cit., p. 142.
[428] MIGUEL DE CERVANTES, lib. IV, cap. 39, in-8. Amberes, 1673, t. I, 452: «_Halleme el setanta y dos en Navarino.... Vi y notè la occasion que alli se perdiò de no coger en el puerto toda la armada turquesca._»
[429] SERENO cit., p. 300: «_E dissero che fu per errore del piloto reale.... il quale tutta la notte si andò trattenendo_.»
[430] ROSELL cit., p. 135: «_Convencidos en Roma y en Venecia que nada se adelentaria sin que condescendiese a sus proposito don Filipe,_ etc.»
[431] GRAZIANO cit., p. 276: «_Sed sive gubernatoris error fuerit, sive infensum Christianis Numen, egregia quod omnes fatentur delendi hostis occasio elapsa e manibus est._
CERVANTES cit., p. 453: «_Però el Cielo lo ordenò de otra manera_.»
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 531: «_Los Aliados intentaron estorbar la reunion de las escuadras otomanus, que se verificò sin embargo_.»
[432] PARUTA cit., p. 331, in med.
[433] ADRIANI, p. 916 G.
[434] ARCH. COL. cit., t. II, p. 105.
NARRATIONE cit., Ap. THEINER, p. 482.
GRAZIANO, 276.
SERENO, 300 e 301.
CARACCIOLO, 83, 84.
Questi ultimi tre dicono in sostanza più o meno copertamente come le cose passarono: niuno però poteva tanto saperne quanto il protagonista che l’ebbe patite, vedute, e scritte nei primi due documenti qui citati.
[435] GRAZIANO, p. 276 e 277: «_Plerique instinctu inimicorum Columnæ (ne qua laus ex re bene gesta ad eum obveniret) factum crediderunt.... tum quoque bene gerendæ rei, ut plerisque videbatur occasione amissa_.»
PARUTA cit., p. 331: «_Così avvenne che lo tardare di pochissime ore (cotanto nella guerra importa la prestezza) facesse perdere una segnalatissima occasione di opprimere quasi senza alcun pericolo l’armata turchesca, la quale cosa grandissima variazione apportò nell’evento di tutta la guerra_.»
ROSELL cit., p. 142: «_Este plan era acertado, si con diligencia i precaucion se llevaba a effecto. Se frustrò el calculo.... y la esperanza de otro triumfo tal vez mas completo que el de Lepanto_.»
[436] CARACCIOLO cit., p. 83, lin. 35.
SERENO cit., p. 301, lin. 4.
[437] SIMONE STRATICO, _Vocabolario di Marina._ Milano, in-8. 1813. Questi però alla voce _quartiere_, d’onde è cavata la nota dei Cassinesi, si legga tutto, e senza confusione.
[438] PANTERO PANTERA, capitano di galera nella marineria romana, _La Armata navale_, in-4. Roma, 1614. Vedi _quartiero_ e _vogare_ nel vocabolario nautico, e nel corpo dell’opera a pagina 221: «_Sarà anche giovevole alcuna volta nei viaggi lunghi la voga a quartiero, acciocchè, mentre una parte della ciurma s’affatica, l’altra pigli riposo et cibo_.»
E a pag. 133: «_Quando si camina a quartiero alla mezzania.... quando camina il solo quartier della prora_.»
BARTOLOMEO CRESCENTIO, ingegnero nelle navali spedizioni della marineria romana, _La nautica mediterranea_, in-4. Roma, 1602, p. 96. Ripete le stesse cose.
[439] SERENO, 302.
CARACCIOLO, 84.
[440] SERENO, 303.
[441] SERENO, 304.
GRAZIANO, 278.
CARACCIOLO, 87.
GIACOMO DE’ ROSSI, _Teatro della guerra_, dove sono le piante e le vedute delle principali città e fortezze della Morea ec., in-fol. Roma, 1687. — BIBL. CASANAT., Y, I, 13, tav. 77 e 79.
[442] SERENO, 305, lin. 20.
[443] NARRATIONE cit. ap. THEINER, p. 403, col. 2, lin. 22 e 52.
ARCH. COL.
SERENO, 305.
[444] SERENO, 304: «_Instava Marcantonio che s’invesisse per due cagioni promettendo certa vittoria.... La nostra armata meglio fornita di combattenti, ed il nemico vicino al suo lido avrebbe comodità di salvarsi in terra abbandonando i vascelli_.»
ARCH. COL., t. II, p. 106, Lettera di M. A. al card. di Como. Da Porto Giunco li 28 settembre 1572. «_Io proposi potersi investire l’armata nemica: la quale havendo la gente timida, stando nel suo porto, era da sperare certo che la maggior parte si buttasse in acqua. Et fu tenuto partito da non doversi accettare, come ho detto_.»
CERVANTES cit., lib. IV, cap. 39, p. 453: «_Vi y notè la occasion que alli se perdiò de no coger en el puerto toda la armada turquesca. Porque todos los leventes i genizaros que en ella venian, tuvieron por cierto que les avian de envestir dentro del mismo puerto; y tenian a punto su ropa para huyrse luego por tierra, sin esperar ser combatidos. Tanto era el miedo que avian cobrado à nuestra armada_.»
Vedi appresso pag. 417.
[445] SERENO, 308, 324, 325.
CARACCIOLO, 99.
GRAZIANO, 282.
LONGO, 43.
[446] GRAZIANO, 283: «_Uluccialis qui adeo res suas deploraverat ut de deserenda classe turpique consciscenda fuga cogitaverat, ei mox vecordia nostra non in salutem modo, sed in tantam gloriam vertit ut.... hostem nulla re bene gesta abire Græcia inglorium coegisset_.»
[447] GRATIANUS, 279: «_Consilium quoque classis turcicæ in Methonis portu oppugnandæ... in nihil iam tendentibus Venetis, ancipiti periculo deterritis, sua sponte effluxit_.»
[448] SERENO, 310.
MARCANTONIO COLONNA, Lettera al Card. di Como. Dal porto Giunco (Navarino), 28 settembre 1572, t. II, p. 106, 107.
LETTERA del Card. di Como a M. A. Colonna. Da Roma 25 settembre 1572. Importante, e firma originale. ARCH. COL., Carte sciolte, nº 109. — Ne ho copia presso di me.
[449] SERENO, 311.
MARC’ANTONIO, Lettere cit., p. 107, 108 e 110.
[450] TUANO cit., lib. LIV, nº 24, p. 205, produce quasi a verbo la lettera di Marcantonio, e questo racconto.
ARCH. COL., t. II, p. 107 in principio. Lettera di Marcantonio al Cardinal di Como, data da porto Giunco, 28 settembre 1572.
[451] THEINER, _Annal. eccl._, t. I, p. 71, e _Documenti_, p. 356, 358.
Lettere del duca Cosimo e del principe suo figlio al Papa, senza esserne chiesti, per iscusare la doppiezza di Filippo.
[452] CARACCIOLO, p. 91, lin. 16.
[453] Si vedano gli storici di detta spedizione nel 1550.
[454] ARCH. COL., Lettera di Marcantonio al Card. di Como. Data da porto Giunco 28 settembre 1572, t. II, p. 108.
ADRIANI, 923.
CARACCIOLO, 91.
SERENO, 309.
[455] SERENO, 309, 311, 312.
CARACCIOLO, 91.
LONGO, 43.
M. A. al Cardinal di Como, da porto Giunco 28 settembre, t. II, p. 109: «_Si credeva che queste navi dovessero portar vittuaglia.... ma non ne hanno portato_.»
[456] SERENO, 313.
CAPITAN FRANCESCO DE MORCHI, _Disegni e piante di fortezze,_ Mss. originali alla Magliabechiana, Classe XVII, Cod. 37, tavola 163; _Navarino e l’assedio attorno postovi nel ottobre del 1572_. I quartieri dei papalini, del sig. Pompeo Colonna, e del commissario Grimaldi vi sono specialmente indicati.
[457] ROSELL cit., p. 144: «_Ademas se contentaron con tomar los caminos que iban à aquel lugar por una parte, mas par otra quedaban expeditos y entraban en la fortaleza quantos socorros se necessitaban_.» Per colpa di don Padilla, contro gli avvisi del Conte di Sarno.
[458] CARACCIOLO, 95 e 96.
BARTOLOMEO DAL POZZO, _Historia della sacra religione di Malta_, in-4. Verona, 1703, t. I, p. 56.
[459] SERENO, 324.
[460] MARCANTONIO COLONNA, Lettera al Cardinal di Como dall’Armata, passato il Prodano alla vela verso Zante a dì 8 ottobre 1572. ARCH. COL. et ap. THEINER cit., p. 486: «_Per il che noi astretti dal mancamento del pane, come dal vedere di non potere in questa parte fare altro effetto, havemo risoluto di venircene_.»
[461] SERENO, 308. «_Passarono ai nemici più di quaranta Spagnoli_.»
CARACCIOLO, 90 in fine.
[462] MARCANTONIO COLONNA, Lettera al Card. di Como, data da porto Giunco li 5 ottobre 1572, con una postilla in cifra della sera del dì 7 ottobre, pubblicata dal THEINER, t. I, p. 484 con qualche errore di amanuensi nel fine.
E nell’ARCH. COL., t. II, p. 111.
[463] Qui si conferma che la gita di M. A. in Levante fu per quest’anno il maggior beneficio della Lega.
[464] Dunque i Veneziani e pel passato e pel presente erano maltrattati.
[465] MARCANTONIO COLONNA al Cardinal di Como, 8 ottobre dal Prodano alla vela pel Zante ap. THEINER, p. 486: «_I Veneziani sono restati mal soddisfatti di due cose: l’una che da principio c’era più da magnare (a detto dei ministri di Sua Altezza) che non si è detto di poi, e l’altra che essendosi venuto tardi sia stato ancor con mala provvisione. Il punto è che per l’anno a venire si abbia un’armata da combattere.... Mi perdoni V. S. che è ordinario di chi non fa niente il discorrere, et alienare il pensiero dalle cose presenti e passate, con trattar delle future, ancorchè Dio sa se io ho colpa di così infruttuoso successo_.»
GRAZIANO, 280
PARUTA, 336, 338, 339.
[466] SERENO, 325.
CARACCIOLO, 99.
[467] ARCH. SECRET. VAT., _Armata e diversi d’Italia_, Cod. 3439, p. 440. Lettera del signor Michele Bonelli al Cardinal di Como, da Corfù, 20 ottobre 1572, e p. 445. Lettera di monsignor Commissario Domenico Grimaldi all’istesso Cardinale, da capo Santamaria, li 22 ottobre 1572.
[468] SERENO, 325 in fine.
[469] MARCANTONIO COLONNA, Lettera al Card. di Como. Da Corfù, 19 ottobre 1572: «_Intendo che il Duca di Sessa è venuto per sollecitare il signor don Giovanni, perchè ritorni in Sicilia, e non per altro: il che ha causato che subito Sua Altezza ha fatto determinazione di partire.... Avrei molto più che dire. Mi rimetto all’arrivo, se Dio me lo concederà_.» Ap. THEINER, p. 488.
ROSELL cit., p. 145: «_A las Gomenizas encontraron trece galeras, y Juan Andrea Doria, y el Duque de Sessa, que iban a incorporane con l’armada. En aquel punto se dividieron las armadas. Les Venecianos a Corfù, M. A. a Roma, y don Juan con los suyos a Mesina_.»
[470] ADRIANI, 923 D.
[471] SERENO, 328.
[472] MARCANTONIO COLONNA, Lettere al Card di Como, da Genova 19 decembre 1572. Ap. THEINER, p. 363: «_Qui sono stato visitato da tutta questa città; ma quel che è parso nuovo a tutti è stato che ci sia venuto il signor Giovanni Andrea Doria. Infatti è gran cosa che la verità ha da venire a luce._»
[473] SERENO, 330.
PARUTA, 342, 343.
[474] GREGORIO LETI, _Vita del re Filippo II_, in-4. Coligni, per Giovanni Antonio Chovet, 1679, t. II, p. 62.
[475] SERENO cit., p. 327, 328.
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 532: «_Tal fue la infructuosa espedicion del 1572, emprendida con indisculpable retraso, continuada con lentitud, malograda por las difidencias i desacuerdos. Nadie hubiera creido en octubre 1571, que los vencedores de Lepanto habian de regresar asi en octubre de 1572_.»
Item, p. 538: «_El fruto que de la batalla naval de Lepanto se recogiò no fue ni el que se debiò ni el que se pudo_.»
[476] PARUTA, 340.
SERENO, 328.
[477] MARCANTONIO al Cardinale di Como. Da Genova, 19 decembre 1572. Ap. THEINER, 362.
GRAZIANO, 321.
[478] SEVERINO SERVANZI COLLIO, _I militi della casa Matteucci_, in-8. Sanseverino, 843.
[479] PHILIPPI II Hispaniarum regis, _Literæ Gregorio XIII Pont. Max_., sub die 30 nov. 1572. Ap. THEINER, t. I, p. 358.
[480] GRAZIANO, 292.
[481] GRAZIANO, 293: «_Inter captiosos et cavillatores Hispanos, et morose nimis atque minute omnia exigentes Venetos_.»
[482] GRAZIANO, 296.
[483] GRAZIANO, 322.
[484] GRAZIANO, 322.
PARUTA, 360.
[485] II Vescovo di Nicastro, Nuncio del Papa a Venezia, Lettere al Card. di Como del 4 e 5 aprile 1573. Ap. THEINER, t. I, p. 405-407.
[486] D. JUAN DE ZUÑIGA, _Carta a d. Juan de Austria_. Roma, 6 aprile 1573; ap. ROSELL cit., p. 243: «_Yo serè en amaneciendo a Palacio, y despues de haber dado a entender el Papa la maldad que estos Venecianos hacen, y la obligacion que a el le queda de resentirse, hablar_ ec.» (Peggio a p. 244 e 245).
[487] M. WATTSON, _Histoire du Regne de Philippe II_, in-12. Amsterdam, 1777, t. II, p. 108.
LOUIS CABRERA, _D. Filipe II Rey d’España_, in-fol. Madrid, 1619, p. 747.
GREGORIO LETI, _Vita di Filippo II_, in-4. Caligni, 1679, t. II, p. 64.
SERENO, 333.
PARUTA, 362.
GRAZIANO, 326.
CESARE CAMPANA, _Vita di Filippo II_, in-4. Vicenza, 1608, t. III, p. 138.
ANTONIO DE HERRERA, _Historia del mundo_, in-fol. Vagliadolid, 1605, t. II, lib. II, in fine.
WILLIAM H. PRESCOTT, _History of the Reign of Philip the second_, in-8. Londra.
LAFUENTE cit., t. XIII, p. 534.
ROSELL cit., p. 148: «_Filipe II oyò la notificacion sin mostrar la menor sorpresa.... Asi a quel politico profundo desconfiando de los hombres acertaba a cenocerlos_.» E p. 150: «_Culpa fuè de nuestra Corte, o por major decir del rey Filipe II, alianza tan desvantajosa_.» Documenti, p. 248.
[488] ROSELL cit., p. 156: «En 1572 no se imputò la culpa ni a don Juan ni a los Venecianos: el primevo no veia la hora de volar a les mares de Levante, los segundos se impacientaban con su tardanza. Pendiò este exclusivamente de los recelos de d. Felipe, que... pospuso la obligacion del cumplimento de las estipulaciones qae habia firmado.» La lega fu rotta da Filippo non dai Veneziani: e per confessione della Storia Spagnuola, approvata dall’Accademia reale di Madrid.
[489] D. JUAN DE ZUÑIGA a don Juan de Austria, Roma, 2 julio 1573; ap. ROSELL, p. 247: «_Si podria ser que a Venecianos se les hiziese romper con el Turco, demas de la ayuda que tendriamos en sus fueras, V. E. crea que, aunque les pesara, havian de quedar SCLAVOS de S. M.: y tambien miraria S. Sanlitad con otros ojos nuestras cosa, y V. E. haria la guerra e su modo, sin haber de estar atenido a las condiciones de la Liga, y votos de los generales del Papa y Venecianos.... y por parecer este punto de tan grande importancia he querido luego despachar este corrèo, poro que pueda V. E. pensar i platicar_.»
[490] D. JUAN DE ZUÑIGA al Rey. Roma, 8 april 1573: «_La flaqueza que el Papa ha echo en desarmar tan presto.... Yo les he dado cargo sobre esto a el y a sus ministros_.» ROSELL, p. 250.
[491] ADRIANI, 930 F.
SERENO, 333.
CARACCIOLO, 106.
[492] FRANCISCUS MUCANTIUS, _In Diariis_, Mss. Ad diem 20 mensis aprilis 1573. BIBL. CASANAT., XX, III, 7.
[493] Iscrizione posta in Campidoglio sotto alla sua statua: «_Marco Antonio Columnæ Civi Clarissimo Triumphali Debitum Virtuti Proemium Utile Posteritati Exemplum. Grata Patria Posuit. Ex S. C. Anno MDXCV._»
[494] ARCH. COL., t. III, p. 1: «_La contrariedad que yo tuve en la guerra, que se hizo por tres años en compañia del Papa y Venecianos, nacio per tres causas. La primera porque huvo algunos que no les parecia bien ni les entrava en gusto la Liga: la otra, que no podian hacer que los Turcos se podiesen pelear en la mar: la tarcera, la grande embidia i rabiosa que me se tubo en que con el favor de Vuestra Majestad tuviese en a quel negocio luego tan principal. I este maldicho pecado fue creçiendo tanto mas, quanto que los sucessos y estas cosas suçedieron al revès de sus pareçeres. Y el fruto que yo he sacado hasta haora de la batalla han sido persecuciones._»
[495] MURATORI, _Ann. d’Italia_, 1584.
ANTONIO COPPI, _Memorie Colonnesi_, in-8. Roma, 1855, p. 349.
TUANO cit., t. IV, p. 236.
ARCH. COL. cit., _Biografia del signor Marcantonio_, t. II, 338.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da una barra.