Part 3
Quando si ama davvero, si ama sempre più di noi stessi.
PONTEDERA.
Le amanti; non le figliuole.
REMIGIA.
Perchè questa differenza?
PONTEDERA.
Perchè le amanti sono disturbi passeggeri. Come i flemoni, durano soltanto finchè dura l’infiammazione. Poi, le amanti, si prendono già coi loro difetti; anzi per lo più, è soltanto per i loro difetti che si possono prendere. Invece, le figliole sono il nostro prodotto, soprattutto morale. La nostra gioia.... non sempre, ma sempre la nostra responsabilità. Bisogna per ciò allevarle con amore, ma soprattutto educarle.... con rigore.
REMIGIA.
E i figliuoli?
PONTEDERA sorpreso.
Figliuoli e figliuole, s’intende!
REMIGIA.
Allora, scusa una domanda. Te.... chi ti ha educato?
PONTEDERA ridendo.
Brava! Mi hai data la lezione che mi merito! Bravissima.
Chiamata al telefono.
REMIGIA
andando al telefono.
Certo, il papà!
PONTEDERA.
Dirà che non può venire!
REMIGIA al telefono.
Pronti!... — Con chi parlo?...
Voltandosi a Pontedera.
Non è il papà! È Scarlini.
Di nuovo al telefono.
No! Non è ancora tornato!... — Sì! Certissimo!... Ha detto alle dieci!... — Sì! anche il dottor Pontedera è qui ad aspettarlo!... — Come? Eugenia è andata al Costanzi? Proprio stasera?... Viene dopo teatro?... — Allora le perdono!... — Sì! sì.... Va bene!... A rivederci!
Toglie la comunicazione: entra Mattei.
SCENA TERZA.
PONTEDERA — REMIGIA — MATTEI, in frak, soprabito col bavero alzato e cappello a cilindro. Al collo, la commenda Mauriziana.
MATTEI
di buonissimo umore.
Qualche seccatore?... Gli avrai risposto, spero, che non si sa quando torno?
REMIGIA.
È Scarlini,
MATTEI.
Meno male.
REMIGIA.
Viene adesso, per parlarti.
MATTEI.
Sarà per il giornale. Vorrà le indiscrezioni del pranzo!
Ridendo.
Sta fresco!
Si sbottona il paltò per levarselo e ripiega il bavero, ma poi lo rialza subito, comicamente, per nascondere la commenda a Pontedera.
Il prezzo del tradimento!
Risata.
REMIGIA
ripiegandogli il bavero.
No! Stai così bene in frak con la commenda!
Gli leva il cappello e il paltò.
Non è vero, Mauro, com’è bello, così, il mio papà?
MATTEI
voltandosi a Pontedera.
Sono bello?
PONTEDERA.
Un arco baleno!
MATTEI
osservando Remigia.
Ma.... anche tu.... Lascia vedere.... hai una certa commenda al collo....
Fissando la collana e oscurandosi in viso.
Non te l’ho mai vista?
REMIGIA.
Sì, papà, tante volte!
MATTEI.
No.
REMIGIA nervosa, in fretta.
Perchè non ci hai mai badato!... Non ti ricordi, il cambio che ho fatto con le mie perle, quelle del matrimonio, col braccialetto che mi hai portato da Londra, con tanti altri _bijoux_?
Chiamando forte.
Luigi!
LUIGI entra.
REMIGIA.
Prendi la roba del papà!
MATTEI subito, a Luigi.
Bravo! Amicone!
Indicando che vuol levarsi il frak.
Portami la _redingote_, la giacca, quello che vuoi!
LUIGI
esce con la roba e rientra con un altro abito.
REMIGIA.
Devo telefonare a Scarlini che sei tornato a casa?
MATTEI di buon umore.
Non ha già detto che verrà?...
REMIGIA.
Sì.
MATTEI.
E allora lascia correre!
A Pontedera.
Dieci minuti di riposo tra un esercizio e l’altro!... Precisamente come al Circo Equestre!
Ridendo.
Non dicono che sono un _clown?_... un trasformista?... un equilibrista?... Dunque, musica! _Cium! Cium!_ Il celebre acròbata, Pietro Mattei, si presenterà dinanzi a questo colto pubblico maravigliandolo con nuovi salti e capriole!
Si leva la commenda, la consegna a Luigi che con Remigia lo ha aiutato a mutarsi d’abito; — a Luigi, con comico rispetto.
Nell’astuccio, come una reliquia! Non è benedetta.... ma ha avute tante benedizioni! Però, se sono portentosi i salti del vecchio _clown_
a Pontedera
per lui, non saranno salti mortali!
Con la gioia che gli brilla negli occhi.
Saranno mortali per le camorre, per le clientele, per le mangerie dei fornitori, dei mediatori, per quella piovra che si chiama burocrazia, la quale complica e ritarda ogni movimento, dissanguando lo Stato! — Ma quante ire, quanto odio!... E come mi fa piacere il sentirmi così combattuto, così odiato!
Risata.
Mi raddoppia la lena! mi.... ringiovanisce! — Buffone! Saltimbanco! — _Cium! Cium!_ Avanti signori! È il vecchio _clown_ questa volta, che fa ballare gli inetti, i bricconi, gl’imbroglioni! — Avanti! Pagatemi pure con moneta lurida! Con le ingiurie! Non potrete mai darmi del ladro, e per questo il più forte sarò sempre io!
REMIGIA.
Non gridare, papà!
PONTEDERA.
Non inquietarti!
MATTEI.
Inquietarmi? Se sono l’uomo il più sereno e il più felice del mondo?
A Pontedera.
Sai il perchè?...
Lo fissa: allude al Re.
Non mi sento solo e con quello là....
Si picchia col dito in mezzo alla fronte.
Te lo dico io! Andiamo bene! È....
risata
un bravo ragazzo!... Lasciami, lasciami lavorar di piccone contro tutto questo vecchiume ingombrante che toglie l’aria e la luce, e dirai anche tu, uomo dei pregiudizî, che questa volta ho fatto bene a dir di sì, a non dormire sugli ideali, a non ridurre il mio berretto frigio.... un berretto da notte!
Si ferma.
Senza accorgermene vi minacciavo un discorso!
Risata.
Cosa vuol dire le cattive abitudini!
Si sente suonare il pianoforte dall’uscio lasciato aperto da Remigia.
Senti?... I tuoi invitati stanchi di aspettarti, cominciano a mormorare sul pianoforte!
REMIGIA
entra un momento; — ritorna subito e richiude l’uscio.
Non c’è che Alvise con i signori Martinelli e la marchesa Lébori.
MATTEI.
Va! Va! Non farti aspettare!
REMIGIA.
Verrai anche tu più tardi?
MATTEI.
Se non sarò troppo stanco....
REMIGIA.
Se vai a letto, chiamami prima. Voglio darti la buona notte!
MATTEI.
Intanto, un bacio. Se me ne avrai dato uno di più, te lo renderò!
Abbracciandola.
Divertiti, cara.
SCENA QUARTA.
MATTEI — PONTEDERA.
PONTEDERA.
Quel.... conte Alvise, tuo nipote, non doveva andare a Zanzibar?
MATTEI.
E ci andrà; prestissimo. Deve dare ancora non so che esame; ma ci andrà presto, a Zanzibar o a Tripoli.
Diventando serio.
Perchè mi fai questa domanda?... Hai veduto mio genero?... Ti ha forse detto qualche cosa?
PONTEDERA.
Ho incontrato Federico, giorni fa, alla posta. Abbiamo fatto insieme un po’ di strada. Mi ha invitato ad andare a Subiaco, ma non mi ha parlato nè di te, nè di sua moglie.
MATTEI.
In ogni modo, il signor Schmidt non avrebbe nessuna ragione di brontolare. Alvise, non solo è andato fuori di casa mia, ma ci viene anche ben di rado; quando abbiamo qualche pranzo, qualche ricevimento. Chiudere la porta in faccia alla gente, capirai, non si può.
PONTEDERA.
Certo! Remigia non si adatterebbe....
MATTEI interrompendo.
Remigia?... Lei?... Ma lei si adatterebbe a tutto! Remigia non ha che una volontà, un desiderio, accontentarmi!... Voi non la conoscete bene; per questo, siete tutti ingiusti con lei!
PONTEDERA.
Io dicevo soltanto....
MATTEI.
Non dir niente, che sarà meglio!
PONTEDERA.
Non dico niente....
MATTEI.
Il signor Schmidt.... tutti!... Vi siete messi in mente che Remigia abbia lei la smania di ricevere, e questo non è vero! Sono io! — I miei colleghi, i miei funzionari, le loro famiglie.... Bisogna pur ricevere tutta questa gente! Remigia, appunto, si sobbarca a un monte di noie, per sollevarmi dalle seccature, dal peso delle visite e dei complimenti.
PONTEDERA.
Scusa, non parliamo di tua figlia perchè, come Domeneddio, non va nominata invano. — Ho sentito che di là c’era tuo nipote. Ora, siccome — saranno più di quindici o venti giorni — mi hai detto che doveva partire _subito_ per Zanzibar, così m’è sfuggita una domanda innocentissima.
MATTEI.
Sei sempre padrone di domandare tutto quello che vuoi!
PONTEDERA.
Sei tu che mi hai detto che non volevi più saperne di ricevimenti, anche per non dar ombra a tuo genero, e che volevi restringerti nelle spese, perchè ti eri accorto che spendevi troppo. Io non entro mai, di mia iniziativa, nei fatti e negli interessi altrui.
MATTEI.
_Altrui_. Io non credevo di essere per te un.... _altrui_.
PONTEDERA sorridendo.
Sono un istrice, — lo dici tu stesso, — e pungo senza accorgermene!
MATTEI
prendendolo sotto braccio.
Sai ciò che mancava in casa nostra, non per colpa di Remigia, ma per colpa mia? — L’ordine. — Messo un po’ di ordine, adesso si va come l’olio. Si fa la figura di prima e si spende la metà. — La disgrazia mia e di Remigia, è una sola. Federico. Non che sia cattivo, tutt’altro! Ma.... _amare_ finisce ad essere un male invece di un bene, quando non sappiamo anche farci amare!
SCENA QUINTA.
LUIGI e DETTI — poi SCARLINI; in fine la voce di ALVISE.
LUIGI.
L’onorevole deputato Scarlini.
MATTEI
di nuovo allegrissimo.
Avanti! Avanti!
A Pontedera.
Non andar via! Scarlini lo conosci; siete diventati amici. — E poi a quest’ora ha il giornale e non può fermarsi. Faremo ancora quattro chiacchiere, finchè vado a letto.
A Scarlini, ridendo.
Se sei venuto per informazioni e indiscrezioni, mi tenti invano. Girandola, Giano-bifronte, ma il Repubblicano di Sua Maestà è incorruttibile!
SCARLINI
dopo aver scambiato in fretta una stretta di mano con Pontedera, sottovoce a Mattei.
Devo annunciare subito nella prima edizione della _Parola_, che uscirà domattina, la tua querela all’_Avanguardia_.
MATTEI.
Io, dar querela?
SCARLINI continuando, c. s.
Per un articolo contro di te!
MATTEI forte.
Diventi matto!
SCARLINI.
Bisogna annunziare subito a tutti i giornali d’Italia che darai querela all’_Avanguardia_, e devi darla.
MATTEI
risponde a Scarlini con una risata: — a Pontedera, che fa per andarsene: con forza.
Fermati! Non ho mai avuti segreti per gli amici.
A Scarlini.
Parla ad alta voce.
SCARLINI forte.
Io ti sono amico e ho grande stima di te: te l’ho provato alla Camera; te l’ho provato nel mio giornale. Io ho sempre ammirata la stoica fermezza dell’animo tuo contro tutte le ingiurie, contro i più volgari epiteti. Ne ridevi?... — Ho riso con te. Oggi no. Oggi, devi dar querela.
MATTEI.
Ho fatto giuramento a me stesso: finchè non si attenterà all’onestà dell’uomo privato, padronissimi d’inventare quello che vogliono; me ne infischio.
SCARLINI.
Ma....
MATTEI.
La più grande forza dell’uomo pubblico, dell’uomo di Stato è l’indifferenza. Guarda i grandi!
A Pontedera.
Guardate Cavour!... E ha avuto, oppositore atroce, un Garibaldi!
SCARLINI.
Ma Cavour non è mai stato accusato di affarismo; di una losca operazione di Borsa!
MATTEI
un grido terribile: quasi avventandosi contro Scarlini.
Chee?...
PONTEDERA calmandolo.
Pietro! Pietro!
MATTEI
dà una forte scrollata di spalle.
Risponderò a quella gente, che le mie mani sono troppo pulite per sbatterle sulla loro faccia.... sporca!
Risata, ma nervosa, cominciando a ansimare, esaltandosi.
Un gioco di Borsa, io?... Almeno, il verosimile!... Quando mi dànno del voltafaccia, quando dicono che ho voltato casacca per l’ambizione, per indossare la livrea di corte, vivaddio per gl’imbecilli, questo può essere ancora _verosimile_, ma accusare di turpi speculazioni un uomo che, se soltanto si fosse occupato degli affari propri invece di occuparsi degli affari del pubblico e dello Stato, sarebbe ricco, straricco, è stupido, è ridicolo, è grottesco! Grottesco!
PONTEDERA.
Non inquietarti! Non gridare!
SCARLINI.
Il tuo non è ragionare, non è rispondere! E all’articolo dell’_Avanguardia_ bisogna rispondere!
MATTEI.
Ma trent’anni di vita onesta, non rispondono per me? La mia.... quasi povertà non risponde per me?... Sono trent’anni che maneggio milioni.
Battendo sullo scrigno.
Questa è la mia cassa! Apritela! Sì e no, vi troverete mille lire, di mio! Non dò querela. A poco a poco.... bisogna abituarsi a tutto! Prima non ho più avuto ingegno, — sono diventato una bestia! — Poi non ho avuto più carattere!... Adesso non ho più nemmeno onestà! Non sono più nemmeno un galantuomo!... Bisogna abituarsi! Abituarsi a tutto e poi....
Si lascia cadere sulla poltrona spossato.
Abituarsi a tutto.... o crepare.
Dopo un momento; a Scarlini.
Questo giornale.... dammelo.
PONTEDERA
va alla scrivania, versa un mezzo bicchier d’acqua.
MATTEI
sempre più abbattuto, guarda Scarlini, guarda Pontedera, col giornale stretto, gualcito, nella mano tremante.
PONTEDERA
gli offre l’acqua da bere.
MATTEI.
Beve.
Grazie.
Apre il giornale.
SCARLINI indicando.
Seconda pagina. Terza colonna.
MATTEI leggendo.
“Il fasto....„
Colpito.
Il fasto?...
Torna a leggere.
“Il fasto e i fasti di una nuova Eccellenza — Dai giuochi acrobatici, ai giuochi di Borsa!„
Legge piano tutto l’articolo: il suo respiro diventa sempre più affannoso, il volto terreo, spaventoso: per la prima volta ha una contrazione, una smorfia prodotta dalle pulsazioni trasmesse dai grossi vasi del collo. — Dopo letto, dà il giornale allo Scarlini; rauco.
Sì!... Sì!... Querela!... Querela!... Con la più ampia facoltà di prova.
SCARLINI.
S’intende.
Dà il giornale a Pontedera che lo legge a sua volta.
MATTEI borbottando.
La galera a quella gente!... La galera.
SCARLINI
a Pontedera, mentre legge l’articolo.
È la prima edizione dell’_Avanguardia_ che arriva domattina in tutta Italia, mentre la seconda edizione esce a Roma. È perciò importantissimo che tutti i corrispondenti possano telegrafare ancora stanotte ai loro giornali il sunto della mia risposta, con l’annunzio della querela.
PONTEDERA.
Precisamente.
Rende il giornale a Scarlini.
SCARLINI
sorridendo, a Mattei.
Abbiamo poi la circostanza favorevole che se tu sei un galantuomo, lo sono anch’io, ed è notorio che se il mio giornale ti è amico, non è un giornale che si vende.
MATTEI più calmo.
E ancora un’altra fortuna. Dal momento che ho ricevuto il telegramma del ministro del Tesoro, — prima vi faceva opposizione, lo sai — di dar corso al contratto per la fornitura dei vagoni con le Officine Italo-Americane, per evitare appunto propalazioni, sorprese da parte degl’interessati allo smercio dei titoli in Borsa, ho condotto tutte le pratiche, non solo segretamente, ma _personalmente_. Anima viva non ne ha saputo una parola, altro che a operazione finita. Di là c’è il commendator Martinelli, il mio segretario particolare, il mio _alter ego_: lo chiamo. Egli stesso vi confermerà di averlo saputo soltanto da otto giorni. — Luigi!
SCARLINI.
Che fai?
MATTEI.
Mando a chiamare il Martinelli!
SCARLINI.
Che Martinelli!
PONTEDERA.
Non abbiamo bisogno di testimoni per crederti!
MATTEI.
Siccome tutti e due reputate necessario, indispensabile, che io debba raccogliere il fango....
PONTEDERA.
Non raccogliere! Rispondere!
SCARLINI.
E sia! Senza rettorica! Quando vai per la strada e la ruota di una carrozza t’imbratta il viso di fango, puoi essere galantuomo quanto vuoi, ma tornerai a casa a lavarti! — Martinelli! Testimoni! — Che testimoni! Per provare che hai tenuto segreto il contratto con le Officine Italo-Americane?... Se l’_Avanguardia_, — non hai letto? — ti accusa appunto di averlo tenuto segreto per giocare o far giocare al rialzo sulle _Itale_, per tuo conto?
MATTEI smarrito.
Hai ragione! Hai ragione! Ma si finisce anche col perdere la testa!
SCARLINI.
Intanto, di precisato, — per le nostre indagini, — nell’articolo dell’_Avanguardia_, c’è un _fatto_ e un _nome_. Il giuoco al rialzo, sulle _Italo-Americane_, compiuto venti giorni fa....
MATTEI.
Appunto! Venti giorni fa!... Precisamente! Il giorno dopo che io ho ricevuto il telegramma! Quando io solo potevo saperlo!... Quando io solo lo sapevo?! E il nome?... Non ricordo il nome....
SCARLINI.
Dell’agente di cambio che avrebbe giuocato per tuo conto? Enrico Gardani!
MATTEI.
Gardani?... Mai sentito nominare. Ma non può esserci stata indiscrezione, malafede, dall’altra parte?... Da parte delle _Itale_?
SCARLINI.
Potrebbe darsi. C’è, però, una grave circostanza, della quale bisogna tener conto. Questo Enrico Gardani è un uomo di pessima fama. In Borsa, dalla gente seria, accreditata, è tenuto il più possibilmente alla larga. Sono venuto a sapere che è, invece, in intimi rapporti con tuo nipote.
MATTEI.
Alvise?
SCARLINI.
Appunto; il contino di Venezia, il diplomatico a spasso. Ho saputo che.... si divertivano insieme. Passavano la notte, giuocando.
MATTEI maravigliato.
Giuocando?
SCARLINI.
Nei mezzanini di un caffè; una bisca di Via Nazionale.
MATTEI.
Mio nipote?... Perchè non me l’hai detto prima?
SCARLINI.
Anch’io non l’ho saputo che un’ora fa.
PONTEDERA.
Da chi?
SCARLINI.
Dal più abile dei nostri _reporters_, Tito Squaglia. Ha l’ardore, il fiuto di un branco di segugi.
MATTEI.
E ha aspettato proprio un’ora fa?
SCARLINI.
Tito Squaglia segue il fatto del giorno. Consegnandomi la prima prova dell’_Avanguardia_, ancora fresca di stamperia, mi ha dato le informazioni che mi potevano occorrere.
MATTEI.
Alvise? Chi sa?... Ancora un ragazzaccio!... Raggirato, trascinato. — Il giuoco?... — Uhm! Mi ha sempre detto che non giocava mai!
SCARLINI.
Eh!... Dal _fare_ al _dire_.
MATTEI
nervoso; batte sulla spalla al Pontedera.
Sì! Hai ragione! Lo faremo partire! Subito!
Mormorando tra sè.
E anche il.... tedesco aveva ragione!
Forte.
Ma un’azionaccia, una bricconata.... — Mio nipote?... — No.
Rassicurandosi; sorridendo.
E poi.... Alvise?... Che cosa poteva saperne Alvise del contratto del Governo con le _Italo-Americane_?
SCARLINI.
C’è però ancora....
MATTEI.
Ancora una circostanza?
SCARLINI.
Un fatto; del quale subito gli chiederai conto.
MATTEI.
È di là: lo chiamo.
SCARLINI.
Tito Squaglia ha saputo che c’era in giro una cambiale di tuo nipote per dieci mila lire, girata e fatta scontare alla Banca da Enrico Gardani.
MATTEI.
Alvise? Dieci mila lire? Ma chi vuoi che gli presti dieci mila lire? — Se non ha un soldo, di suo, povero diavolo!
SCARLINI.
Appunto; è tanto più grave che il Gardani gliele abbia prestate. Vuol dire, chiaramente, che costui ha messo gli occhi sopra tuo nipote e ha voluto averlo nelle mani premeditando qualche grasso affare.
MATTEI
si avvia precipitoso verso l’uscio, a sinistra.
PONTEDERA lo ferma.
Che fai?
MATTEI.
Di là.... Alvise....
PONTEDERA.
Vuoi far nascere uno scandalo?
MATTEI.
Si perde la testa!... Si perde la testa!
PONTEDERA.
Sii uomo! Uomo! Pensa chi sei!
SCARLINI.
Lo fai chiamare da Luigi.
MATTEI.
Sì!
Fa cenno a Pontedera di chiamare Luigi.
PONTEDERA si avvia.
SCARLINI
lo ferma con un cenno. — A Mattei.
Devi interrogarlo da solo a solo; e devi costringerlo a dirti la verità. Io ti dirò soltanto come il tuo amico Mauro: _pensa chi sei_. E pensa che non sei padrone _tu_, del tuo onore. Il tuo onore, in questo momento, è anche il nostro; è l’onore dei tuoi amici; è l’onore dei tuoi colleghi. Se c’è un colpevole, anche in casa tua, qualunque esso sia, parente, _nipote_, nessuna indulgenza; deve rispondere del proprio fallo. Ricòrdati: tu non hai diritto di lasciar parlare il cuore, di nascondere gli altri con la tua persona. La tua persona, per te e per noi, deve sempre apparire com’è: incontaminata.
MATTEI
risoluto: a Pontedera.
Chiama Luigi.
LUIGI
entra; — si ferma sull’uscio.
MATTEI a Scarlini.
Annunzia nel tuo giornale che Pietro Mattei dà querela all’_Avanguardia_ con la più ampia facoltà di prova. E sia telegrafato subito da tutti i corrispondenti, in tutta Italia.
SCARLINI
stringe la mano a Mattei, fortemente.
Mi telefoni più tardi?
MATTEI.
Sì.
SCARLINI
esce in fretta, scambiando un saluto con Pontedera.
MATTEI a Luigi.
Chiama un momento il.... il signor Alvise.
LUIGI via.
Quando l’uscio di sinistra è aperto, si sente di dentro la voce di Alvise — “_Alla figlia di Papà Eccellenza!_„ — La musica, al pianoforte, di _Madama Angot_: “_Sono la figlia_„, ecc. — Uno scoppio di risa; — poi di nuovo silenzio.
MATTEI fissa Pontedera.
LUIGI
attraversa la scena; — va via, a destra.
MATTEI
a Pontedera, sottovoce.
Mauro, Mauro, non andar via!
PONTEDERA.
Sono di là. Quando vuoi, mi fai chiamare.
Via.
SCENA SESTA.
MATTEI — ALVISE — poi REMIGIA.
ALVISE
allegrissimo, per lo _champagne_ bevuto.
Mi hai fatto chiamare?
MATTEI
lo fissa torvo, muto.
ALVISE.
Eccomi a’ tuoi ordini, zio Eccellenza!
MATTEI con voce sorda.
Ricòrdati, che non lo sono un pagliaccio.... E tanto meno il _tuo_ pagliaccio.
ALVISE.
Cos’hai?
MATTEI.
Che rapporti esistono fra te e un certo Enrico Gardani, agente di cambio?...
ALVISE
colpito; — si domina subito.
Nes.... suno.
MATTEI.
Tu lo conosci.
ALVISE.
Ap.... pena di vista.
MATTEI.
Bugiardo!
ALVISE.
Zio....
MATTEI.
Bugiardo! E bada: con me non si fa il Rodomonte. Tu dici una menzogna. Passi con lui tutte le notti, a giuocare, in un caffè, — una bisca, — di Via Nazionale!
Continua a fissare Alvise, avvicinandosi.
ALVISE.
Sempre no; qualche sera, al bigliardo. Ma non ho mai avuto nessun rapporto, con lui.
Sicuro, disinvolto.
Ci vuol altro, aver rapporti con tutta la gente che incontriamo nei teatri, nei caffè! — Si saluta: — buon giorno! — buona sera! — E chi t’ha visto, t’ha visto!
MATTEI c. s.
Ma con tutta la gente che incontriamo nei teatri, nei caffè, — con le persone con le quali non abbiamo rapporti, — non si scontano cambiali per dieci mila lire!
ALVISE
ha un leggero sobbalzo.
MATTEI
piomba addosso ad Alvise: lo afferra con le due mani per il bavero del frak e scotendolo gli parla faccia a faccia.
È vero! Non lo puoi più negare! Te l’ho letto in faccia! — È vero! E se adesso non dici la verità, ti ammazzo! Com’è vero Dio, ti ammazzo!
ALVISE.
È vero!... Avevo perduto, giocando con lui.... a _baccarà_.... — Gli ho firmata.... una cambiale....
MATTEI.
E l’hai pagata?
ALVISE.
.... No.
MATTEI.
Sì.
Scotendolo: — sempre con la voce sorda.
L’hai pagata, pagata, pagata....
ALVISE.
Sì.
MATTEI c. s.
I danari? I danari?... Dove hai trovato i danari?
ALVISE.
Giocando ancora, ho vinto.
MATTEI.
A che giuoco?
ALVISE.
Al solito!... Al _baccarà_....
MATTEI.
Alla Borsa! Alla Borsa! Hai giocato col Gardani alla Borsa!
ALVISE.
Sì....
MATTEI.
Al rialzo! sulle _Italo-Americane_?
ALVISE.
Sì....
MATTEI.
Venti giorni fa?
ALVISE.
Sì....
MATTEI.
E alla liquidazione, avete esatto di saldo...?
ALVISE.
Duecento mila lire....
MATTEI.
Divise col Gardani?
ALVISE.
Sì....
MATTEI.
E come hai saputo del mio contratto con le _Itale_? Come lo hai saputo?... Come?...
ALVISE
sciogliendosi, respinge Mattei vivamente.
Questo, è affar mio!
MATTEI.
Tuo?
ALVISE sicuro, spavaldo.
Ho arrischiato; l’ho indovinata.
REMIGIA
si presenta sull’uscio, a sinistra.
MATTEI
sempre a mezza voce.
Tu sei.... un ladro!
ALVISE.
Signor Mattei! Da uomo a uomo....
MATTEI
interrompendolo con violenza ma sempre sottovoce.
Sì, da uomo a uomo, senza riguardi, senza pietà, per nessuna memoria, per nessun vincolo del sangue. Da uomo a uomo!
REMIGIA.
Papà! Papà!
Spaventata, si slancia fra Mattei e Alvise.
MATTEI
sempre con voce bassa, sorda.
Tu sei un ladro!
ALVISE
ha un impeto di collera. — È trattenuto da Remigia.
MATTEI.
Hai rubato, hai frugato tra le mie carte, i miei segreti. Hai rubato. Ladro! — Quella è la porta! — Qui non si ritorna più! — Ma io dò querela, senza riguardi, sai! Voglio difendermi! Domani, ti farò interrogare dal giudice....
ALVISE.
Va bene. Risponderò a chiunque quello che ho risposto a te. Non ho altro da aggiungere.
Via.
SCENA SETTIMA.
MATTEI — REMIGIA.
REMIGIA smarrita, tremante.
Papà!... Oh, papà, papà!
MATTEI.
Tu non sai?... Ha commessa una truffa! E ne sono io, la vittima! L’_Avanguardia_ accusa me, esplicitamente, di speculazioni vergognose e grossolane! — Io!... — È assurdo, oltre essere infame! È grottesco! Ma i nemici, e anche gli avversari credono tutto! È il loro interesse! Il loro mestiere. — In tutta Italia, — capisci? — a quest’ora, sono accusato di servirmi dei segreti della mia carica, per rifornirmi lo scrigno! Querela! Querela! E il processo a tuo cugino, ad Alvise, a quella canaglia! Duecento mila lire!... Come ha fatto a sapere?... Come ha fatto?
A Remigia.
Oh, ma domani, sai, parlerà! Il giudice, il procuratore del re, lo faranno parlare!
REMIGIA
buttandosi fra le braccia di Mattei.
Oh, papà, papà.... perdonami....
MATTEI.
Perdonarti? Che c’entri tu con Alvise?
REMIGIA.
Sì! Perdonami! Perdonami!
MATTEI c. s.
Diventi matta?...
REMIGIA.
Non sapevo di far male....
MATTEI
colpito, respinge Remigia che cade in ginocchio.
Non sapevi di far male?
REMIGIA.
Di far tanto.... male!
MATTEI
la fissa, terribile con tutta la vita negli occhi: le fa cenno col capo di proseguire.
REMIGIA
sempre in ginocchio.
Ti giuro.... ti dirò.... ti confesserò tutto. Avevo paura di te.... di Federico.... Quella mattina Federico era stato a Roma....
MATTEI
fissa la collana di Remigia. Il suo viso sconvolto, terreo, ha una contrazione nervosa. Si lascia cadere sulla poltrona.
REMIGIA continuando c. s.
Anche allora.... volevo gettarmi a’ tuoi piedi.... Ma.... quando mi hai detto di aver venduta la casa.... non ho più avuto.... coraggio.... Dio.... come ho sofferto.... Non potevo più chiuder occhio.... credevo di morire.... ero qui.... con te.... quando tu hai ricevuto il telegramma del ministro....
MATTEI
che ha sempre fissato la collana, si alza strappandogliela dal collo, e gliela mette sotto gli occhi con la mano tremante, con le lacrime che gli colano spesse sul viso contraffatto; — poi, con voce rauca, sempre più tremante, spaventato di sè stesso, di ciò che potrebbe commettere nell’impeto della collera.
Va via.... Va via!