Chapter 42 of 59 · 811 words · ~4 min read

XLII.

Quando si trovavano al Pincio, Pinotto faceva a Fido la spiegazione dei busti degli uomini illustri.

— Vedi, cane! questo qui è Brofferio. Dovrebbero ristampare in una collezione le sue arringhe forensi e i suoi discorsi parlamentari. Così, studiandoli, i nostri giovani imparerebbero a discorrere con chiarezza e con fuoco, e non farebbero il brodo lungo, torbido e scipito, che fanno gli avvocati e i deputati adesso.

— Questo qui, cane, è il busto di un minchione. — Così dicendo, per una recrudescenza del suo spirito beffardo, egli schiaffeggiava leggermente ma vistosamente le guance marmoree di quel grand’uomo, giudicato tale dal municipio, e da lui battezzato per un famoso minchione.

Alcune volte seduto sopra una panca pubblica, godendo le largizioni del _padre dei poveri_, come questi chiamano il sole, egli sentiva l’ultima felicità terrena, quella degli ammalati e degli accattoni, che a poco a poco si addomesticano alle loro piaghe, ai loro parassiti, al loro sucidume o al loro fetore, e finiscono per trovarvi una specie di gustosa occupazione di questa inesorabile vita, che è data a consumare agli uomini.

Ma certe altre volte, egli vedendo passare una carrozza, di cui il cocchiere davanti e il lacchè di dietro avevano l’alito affocato di salute e la pelle rossa come marrocchino, o vedendo dalla via traverso i vetri di un caffè una lunga tavola apparecchiata con quei filari di salviette bianche come oche e trascorrere un pettinatissimo fattorino, recando, con elegante agilità acrobatica, in palma di mano una larga guantiera, oppure leggendo in un giornale qualche bestialità straordinaria detta da un deputato o da un ministro, egli sentiva sprazzare via da sè velocissime tutte le acquiescenze e le pretese beatitudini dei poveri diavoli rifiniti come lui; egli risentiva allora nuove smanie e più acute di voler mangiar bene, vestir meglio, dormire ottimamente ed entrare cogli speroni nel Parlamento, nei giornali e nei ministeri, dare una presa di ciuchi a quei signori ed insegnar loro col frustino, come si fa e come si parla. Allora si sarebbe arrotato contro alle muraglie per torsi la ruggine dalla pelle; avrebbe mangiato il bottino di Fido vettovagliato nella sua stanzetta; allora si mordeva i pugni, scalpitava.

In uno di tali _ricorsi storici_, egli ebbe una vera ripresa di esplodente lepidezza, passando davanti a Montecitorio.

— Ah! se fossi mai ricco! — egli borbottò nella sua mente, rivolgendosi al cane: — Ah, se fossi mai ricco come il fu duca di Galliera, come Torlonia, come Telfener! Oh! non vorrei mica perder tempo nè aspettare che si introducesse qualche suffragio universale o scrutinio di lista a sciuparmi la propizia occasione. Vorrei tosto presentarmi candidato nelle prossime elezioni generali al suffragio ristretto di tutti i 508 collegi uninominali del Regno, e farmi nominare deputato proprio da tutti i cinquecento e otto, niuno eccettuato.... Ah! Ah!... (E così pensando, Pinotto gioiva febbrilmente:) Farei, sarei io solo, almeno per le prime sedute.... tutto Montecitorio, io solo.....; compilerei da me solo la risposta della Camera al discorso della Corona, mi verificherei da me stesso i poteri; mi nominerei presidente, vice-presidente, segretario, sotto-segretario, questore e bibliotecario; muoverei interpellanze e presenterei ordini del giorno; solleverei io solo, come un burattinajo nella baracca dei burattini, le più tempestose discussioni....

Dopo avere urlato sul mio seggio di rappresentante universale del popolo, salterei sul seggiolone del Presidente, e griderei a me stesso: facciano silenzio, onorevoli colleghi!... Scampanellerei, come per l’arrivo di un piroscafo; e nei casi estremi, afferrato il cappello, me lo calcherei sulla testa, per sedare il tumulto di me medesimo; avrei per me solo gli sguardi delle bellezze brevettate della tribuna diplomatica e di quelle della Presidenza, le sonnolenze della tribuna dei senatori, le attenzioni delle altre tribune pubbliche o riservate, mascoline o femminine, civili o militari; si farebbe per me solo il resoconto magro e sbagliato dei giornalisti appollajati nella loro colombaja, _a cui non giunge la voce bassa dell’oratore_ e quello sovrabbondante, riveduto e corretto dagli stenografi.

Farei e riscuoterei da me solo gli _applausi_, i _vivi applausi_, quelli _generali e prolungati_, i semplici _segni di approvazione_, l’_ilarità_, le _risa ironiche_ e anche i _mormorii_, non esclusi nemmeno i _movimenti in senso diverso_; quindi, in fine della mia sudata eloquenza, mi affollerei a stringere da me stesso la mano all’.... oratore.

Insomma vorrei pigliarmi tanti e tali spassi da empirne e disgradarne un romanzo di Giulio Verne; e dopo averne fatte più che Bertoldo, non mi degnerei poi nemmeno di optare per verun collegio; li rinunzierei tutti 508 a cinquecento e otto uomini di buona volontà. Quindi noi, Fido, avanti, in marcia! Andremmo in un altro paese mezzo costituzionale, ad acquistarvi la cittadinanza e ripetervi le stesse scenate di gusto milionario.

D’ordinario quelle smanie dolorose o gaudiose, erano terminate da un colpo di tosse, a cui non tardò ad unirsi lo sputo di sangue, che venne da lui salutato come un cortese amico.