Chapter 6 of 59 · 297 words · ~1 min read

VI.

Così crescendo al disamore della mamma e della sorella, Pinotto divenne un piccolo demone beffardo. Passato al liceo, senza menzione onorevole, egli, mantenendosi quanto agli studi in una mediocrità più bronzea che aurea, era però riverito e temuto dai compagni e dai professori, molto più che se fosse stato il primo della scuola.

I professori cominciavano a pensare a lui, appena usciti di casa, se si accorgevano di aver messo in testa la tuba nuova; essi riflettevano, ch’era miglior partito ritornare indietro a riporla nella cappelliera; perchè niun cappello era oramai più sacro, dopo l’entrata di Pinotto nel Liceo. Infatti si attribuiva a lui, sebbene non se ne abbiano mai avuto le prove materiali, il terribile caso di un gatto morto trovato dentro il _cilindro_ del Preside nella stessa anticamera della Presidenza.

Egli era poi addirittura celebre nel far correre per le vie i cani, i piccoli seminaristi e i ferravecchi ambulanti. Era stato egli quel birbo che aveva tagliato la corda del pozzo al padre del suo compagno di scuola Aurelio Auricola, e perciò li aveva fatti piangere tutti e due e digiunare per una intiera settimana padre e figlio Auricola, di cui l’uno era più avaro dell’altro.

Un giorno invitato in campagna dal suo compagnone Edoardo a visitare una stuoja di bachi da seta, egli tenendo sempre irriverentemente il sigaro in bocca, col solito cappello in testa, si mise a spandere grosse boccate di fumo su quei poveri filugelli. Essi disturbati, storditi e dilaniati rizzavano e scuotevano i loro capettini orbi ed ubbriachi in mezzo a quella nebbiaccia e manifestavano un dolore muto, ma così parlante, che la povera madre di Edoardo, la quale li allevava essa e se ne formava la delizia, ebbe voglia di piangere e di ricusare il desinare a quel monello.