CAPITOLO SESTO
IL MONDO IDEALE DEI LAPPONI — LA LORO POESIA — I LORO PROVERBII E INDOVINELLI — NOVELLINE.
La poesia lappone è una rivelazione tutta moderna e se alcuni dotti non avessero raccolto con cura paziente quegli inni polari, essi sarebbero andati perduti per la storia dell’arte e del pensiero umano. La civiltà, che tutto lisciando e tutto livellando, distrugge tanti lineamenti della nostra psicologia, avrebbe consunti anche quei canti epici e lirici della Lapponia, che hanno un sapore così agreste, una forma così fantastica e note così tenere d’affetto. A furia di passare di bocca in bocca, senz’essere stati mai consegnati alla penna, si sarebbero evaporati insieme al fumo azzurro, che esce dalle povere capanne dei lapponi.
Friis fu il primo, che nel 1856 pubblicò[18] una raccolta di favole e leggende lappone, col modesto proposito di dare un saggio di quella lingua, che egli aveva studiata con tanto amore. Prima di lui si sapeva appena, che questo popolo iperboreo e in apparenza così povero di pensiero avesse un mondo ideale, benchè Scheffer fin dal 1673 nella sua _Lapponia_[19] avesse pubblicato due liriche lapponiche nell’originale e nella traduzione[20]. Anche il pastore Linder di Umea, che viveva ancora nel 76 più che nonagenario, aveva pubblicato nel 1849 nel giornale svedese _Läsning för folket_ notizie interessanti sulla Lapponia svedese e sui suoi abitanti, dando un sunto del canto _I figli del sole_; ma erano poche gemme raccolte da un tesoro ancora quasi inesplorato. Il Van Düben nella sua classica opera sulla Lapponia ci diede tradotto per intero _I figli del sole_ ed altre poesie epiche, raccolte specialmente dalla bocca del venerando pastore lappone Fjellner. Il Donner, finlandese di nascita, venuto dopo tutti, ci ha dato una vera antologia lapponica, pubblicata prima in un giornale in lingua finnica e poi in un volume a parte pubblicato ad Helsingfors[21].
Il venerando Fjellner, che forse vive ancora, merita una calda parola di riconoscenza per avere conservato lo scrigno prezioso della poesia lapponica. Nell’estate del 74 il Donner, passando per Umea e Lycksele, viaggiando a piedi e in barca, si portò a Sonde, dove il vecchio Fjellner di ottant’anni e cieco viveva colla sua famiglia e le sue poche renne, predicando ai suoi paesani la parola del Signore. Cortesissimo col dotto filologo finlandese gli dettò la maggior parte delle poesie che faremo conoscere agli italiani.
Anders Fjellner nacque a ciel sereno in una fredda notte di autunno, il 18 settembre 1795, sui nevosi altipiani di Ruta, fra Votta e Sal nell’Herjedal. I suoi genitori erano lapponi nomadi e ancor prima di ricevere il battesimo del cristiano, ebbe il battesimo lappone, dacchè appena nato lo lavarono in una sorgente ghiacciata. Mortogli il padre nel 1804, fu mandato da lontani parenti alla scuola di Ostersund nel Jämtland, poi al ginnasio di Hernösand e nel 1818 all’Università di Upsala. Fin dai primi anni della sua educazione egli stesso aveva preso il nome di Fjellner, perchè nato sopra un _fjäll_ (altipiano, monte).
Lo studio del latino, del greco e della teologia si alternavano colla vita nomade del pastore, che egli riprendeva con passione nelle vacanze della scuola. Nel 1820, lasciata l’Università, passò molti anni fra i lapponi svedesi, facendo il missionario, finchè, presa seco la moglie, due figliuoli e undici renne, portò la sua carovana a Sorsele, dove rimase sempre come curato (_pastor_). Nessuno più di lui poteva raccogliere con religioso amore la poesia di un popolo, di cui aveva il sangue nelle vene, benchè l’educazione lo avesse posto tanto in alto; e Van Düben e il Donner, conversando col vecchio _pastore_ di Sorsele, trascrissero ciò che il povero cieco non poteva più tramandare ai posteri colla parola scritta.
Il Fjellner crede di ravvisare nelle poesie epiche della Lapponia un’origine asiatica; ma il Van Düben e il Donner non sono di quest’avviso. Benchè questi canti abbiano un’origine antichissima, e può dirsi preistorica, sembrano ad essi lapponi, null’altro che lapponi. In alcuni di essi sono evidenti alcune ricuciture e rammendi fatti in epoche posteriori, per cui sulla maschia e mitica orditura antica si vedono i ricami medioevali e le storpiature moderne di nomi e di paesi. La stoffa primitiva però è così robusta e così ben tornita, che rammendi, ricuciture e ricami non bastano a guastarla, e noi ci troviamo innanzi agli occhi una delle più franche e più originali espressioni del mondo ideale di un popolo iperboreo.
Lasciamo, che eruditi e filologi dissertino sopra l’origine di questi canti. È probabile, che essi rimontino ad un’epoca, in cui le diverse stirpi finniche si trovavano raccolte in un più stretto territorio. Separate le une dalle altre per successive emigrazioni, portarono seco il palladio prezioso della poesia dei loro padri, e se la tramandarono con culto religioso da padre in figlio.
Leggendo le poesie lapponiche, che daremo letteralmente tradotte dallo svedese o dal tedesco, voi troverete i caratteri più salienti d’ogni poesia arcaica di popoli primitivi insieme ai lineamenti più speciali della natura e dei costumi lapponici. Il nervosismo sommo di quella gente, che li espone ad allucinazioni frequenti, a veri miraggi della fantasia, dà anche alla loro poesia il carattere fantastico; e lo stesso Fjellner, cristiano, sacerdote e dottorato ad Upsala, raccontava in piena buona fede di aver veduto un giorno la figlia del sole. Egli viaggiava sui monti dell’Herjedal e si trovava ravvolto nella nebbia. Egli ode a un tratto un grande scampanio di armenti e vede sedere sopra una pietra la splendida figlia del sole. Egli pian piano se l’avvicina per di dietro, onde stringerla fra le sue braccia; ma egli non stringe che una pietra, contro cui batte il capo. Essa era sparita! La figlia del sole, _paive neita_, è detta anche dai lapponi _saivo neida_ o figlia del mondo sotterraneo, o _ruona neida_, cioè la figlia della primavera o la verdeggiante. Chi riesce ad abbracciarla senza che ella se n’accorga, conserva i suoi armenti di renne e le sue ricchezze.
Friis, il quale si è occupato specialmente della favola e della leggenda, le divide in tre categorie: la prima è mitica e ci offre sotto la forma di leggende i ricordi dell’antica religione dei lapponi; la seconda attinge le sue ispirazioni da avvenimenti storici e ci parla specialmente delle lotte fra tribù o popoli diversi; la terza ci dà le descrizioni e i costumi degli animali. Nelle pagine seguenti il lettore troverà molti saggi di queste tre diverse forme di poesia, e senza bisogno di commenti saprà assegnare ad ognuna di esse il battesimo scolastico. A noi però importa assai più il segnare i caratteri salienti di questa poesia, che è forse neolitica e che certamente accompagna i primi crepuscoli ideali del pensiero umano.
Voi trovate nelle pagine seguenti i ricordi atavici dell’antropofagia e dei sacrifizii umani[22], il culto degli astri e le lotte e le rapine fra tribù e tribù. L’ardore dei sensi è nudo e innocente come la natura, senza foglie di fico, nè veli di ipocrito pudore. L’astuzia primitiva e quasi infantile, va compagna della violenza selvaggia, ma il sentimento della famiglia domina il campo degli affetti, e il tradimento, la viltà, la menzogna sono assenti; per cui il carattere di questo popolo si dimostra fino dalla più remota antichità onesto, buono, sincero. Se a questo aggiungi un amore caldo, tenerissimo per gli animali domestici, per il renne, amico e compagno inseparabile dell’uomo iperboreo e il terrore sacro per gli animali selvaggi, tu avrai segnati i lineamenti caratteristici di questa poesia lapponica, che a volta a volta dalle puerili fantasie si innalza fino alle forme più auguste dell’epopea omerica, o si intenerisce fino alle note più soavi della nostra poesia moderna. Uno studio critico di questi canti segnerebbe di certo le leggi più fondamentali dell’estetica dell’arte, mostrando ciò che è umanamente bello per tutti e ciò che commuove le viscere e il pensiero di ogni creatura intelligente nata sotto il sole.
Il viaggiatore russo Dantschenko fece un viaggio nella Lapponia russa durante il 1873 e raccolse parecchie canzoni dalla bocca degli stessi abitanti del paese. Eccone una ch’egli udì cantare da una fanciulla, che lo conduceva sul lago Imandra, facendogli da barcaiolo:
Venne da me un vecchio pescatore Un ricco pescatore del lago Murd, Mi portò reti dorate Reti d’oro e reti d’argento. Ascoltami, o fanciulla, disse egli, Io ti voglio prender nella rete, In quella d’argento, in quella d’oro. Io risi così forte al pescatore, Che mi si udì al dì là dei monti: Vecchio pescatore tu sei venuto troppo tardi, Ricco pescatore, colla rete Colla rete d’argento, colla rete d’oro. La tua buona pesca è andata a male E tu hai lasciato scappare il pesce: Da lungo tempo è già caduto In un’altra rete, che lo stringe Non nella tua d’argento, nè nella tua d’oro, Ma in una rete tessuta di canapa. Ma non sei tu che l’hai preso, ricco pescatore, Ma un povero giovinotto.
Un’altra canzone lappone raccolta dallo Dantschenko è la seguente:
Sugli alti monti io me n’andai Alla caccia del rangifero, Uno ne cadde colla freccia di ferro E il ferro penetrò Nel caldo cuore dell’animale. Ad un tratto cadde il renne Sulla neve e giacque senza moto. Presi l’animale sulle mie spalle E lo portai giù al villaggio. Gli tagliai ambo le corna Le staccai e gettai sdegnoso Nel lago le superbe corna. Tagliai pure tutte le zampe Le tagliai e le gettai nell’onda. Solo il corpo io presi con me E lo portai nella capanna ai miei genitori E diedi ad essi la carne. Solo il caldo, l’ardente cuoricino Diedi io festoso alla mia fanciulla.
Nel prezioso libro del Donner troviamo questi altri saggi di poesia lapponica:
IL SALICE
Piccolo salice, piccolo salice, perchè rimani tu così confuso? Ti culla bene il vento del nord, o piccolo salice? Ti culla il vento del nord o ti flagella colla pioggia battente? O accarezza le tue radici colle fredde onde? Le donne del Maggiore camminarono, camminarono, Si fabbricarono due remi Due remi e il canotto fu il terzo. Presero così la bella fanciulla E la posero in mezzo al canotto. Fanciulla, fanciulla, perchè sei tu così turbata? Piangi tu, o fanciulla, per il padre o per la madre? Piangi tu per il padre, la madre, la sorella, il fratello? Piangi tu per la sorella, il fratello o i congiunti?
Questo canto non finisce qui, ma il Popov che lo pubblicò per il primo, non potè averne la continuazione.
L’amore profondo e tenero per la patria e la famiglia si trova nelle poesie lapponiche come nelle sirianiche e nelle finniche. Nei preziosi manoscritti lasciati dal dottissimo Castren, e che si trovano oggi nella Biblioteca dell’Università di Helsingfors, avete sette canzoni sirianiche, tutte dedicate al matrimonio, ed eccone una come saggio:
IL CANTO DELLA SPOSA
Mi si è tolta la libera volontà, Mi si è preso teneramente il mio cuore, Mi si incatenò la mia giovine testolina, Mi si tennero fermi i miei ricci d’oro, Mi si trascinò per la punta delle dita? O mio padre, mio educatore, O mia madre, che ebbe cura di me, O fratello, coraggioso come il falco, O mia propria, o cara sorella, Fratello di mio padre, o buona cugina, Così voi avete già deciso Io devo abbandonare casa e cortile!
Così io andai alle nozze Presi il calice ripieno E a tutti gli ospiti offersi il vino, Guardai a tutti i convenuti Attraverso le mie ciglia d’oro; Non lo prese però il buon fratello, Lungi egli è, il lieto falco Egli siede nella nera _tundra_[23] Nel seno dell’oscuro mare Sotto le alte rupi degli Urali. Accorri qui, o mio nobile fratello, Non odi: io son scacciata Dalle dorate regioni del mio paese Vieni, o vieni, mio caro fratello, Che giacesti sullo stesso seno della madre, Vieni e vedi come io parta! Scegli le renne dall’armento, Scegline sei, delle maggiori, Attaccale ad una slitta, Aggiogale ad una slitta, Legale solidamente con nere cinghie E corri rapido a casa! Spumeggin pure cento e venti fiumi, Irrompano selvaggi i torrenti di primavera, Frapponendosi sulla tua via, E tu innalzati leggero come il cigno O veloce come un’anitra.
Venerato padre, cara madre, Io fui pur fedele, povera fanciulla, Sempre come un figlio prediletto, Perchè volete voi scacciare La fedele serva dalla vostra casa, Per darmi in cambio stranieri genitori, Sconosciuti fratelli e sorelle? Dovrò io diventar cento volte più saggia, O poveretta, dovrò io sempre Piegar la mia testolina Per trovar gioie presso di loro? Se il piacere non dimora presso di loro, Io penserò alla patria, E godrò la gioia passata Presso il padre e la madre.
Celebre è la poesia lapponica seguente, raccolta da Fjellner:
I FIGLI DEL SOLE
Un tempo gli uomini erano pochi E le fanciulle mancavano agli uomini. Un uomo aveva abbracciata la sua donna, Aveva mischiato il suo sangue con quello di lei, E la madre allatta il bimbo, Bagna e alimenta il fanciullo. Si dimena il fanciullo nella culla, Perchè egli aveva ricevuto dal suo genitore Tendini forti e solidi, E l’antenato diede l’ingegno Alla progenie del figlio di Kalla.
Corre voce, così suona la leggenda: Dietro la stella legata (_forse_ fissa) Ad occidente lontano dalla luna e dal sole Son le pietre oro e argento, Pietre del focolare, pietre delle reti. Scintilla l’argento, fiammeggia l’oro, Le rupi si specchiano nel mare. Anche i soli, le lune, le stelle, Luccicano, sorridono, specchiandosi risplendono.
Il figlio del Sole stacca la sua barchetta, Prende con sè il meglio della sua gente. Il vento soffiando gonfia le vele, Lo spirito delle acque spinge la barchetta, L’onda trascina all’innanzi gli uomini. Il timone si drizza al disco E il vento d’oriente culla la barchetta. Onde non tocchi la luna, La luna e il sole diventarono Più piccoli della stella del nord. Sorge ora una luce d’un’altra specie E diventa più grande che il sole, Risplende in rosso e illumina gaiamente.
Passano lunghi anni in mare. Finalmente, ecco alla fine del viaggio Si apre la spiaggia del gigante, Si fa orribile e s’innalza. E la giovane figlia del gigante, Essa, la cucitrice del vecchio cieco, Lava alla luce di una fiaccola gli abiti, Stropiccia e batte i vestiti con diligenza, Poi li risciacqua e li spreme, Li fa seccare e li ripulisce.
Dando grazia al suo seno[24] Rivolge rapida i suoi sguardi, Guarda forte il giovane negli occhi; Parla, donde vieni? chi cerchi tu? Vieni tu al tavolo della morte Per nutrire il mio padre, Per dare a me un boccone da succhiare, Per ristorare il mio fratello stanco, Per dar parte al mio suocero?
_Il figlio del Sole:_
Sarakka[25] mi diede dal padre Tendini robusti, potenti forze Mischiando le forze dei due genitori. Uksa Aka col suo latte Mi versò nel capo l’ingegno. Io cerco colei che mi dia calma nella procella, Che freni l’ira, Che felicemente mi segua nella morte e nella vita, Una che mi freni nella fortuna, Che mi protegga nella sventura, Che mi conforti nei tormenti del cuore, Che nella fatica e nell’angoscia mi riposi, Che mi porti fortuna nella pesca, Che nella commozione mi dia pace, Che doni degli eredi alla mia razza.
_La figlia del gigante:_
Ogni goccia del mio sangue ribolle, Più alto si gonfia il seno della vergine, Tutti i miei sensi si sconvolgono. Mescoliamo il nostro sangue, Intrecciamo i nostri corpi, Mescoliamo gioie e dolori, Tu figlio di madre straniera. Al mio padre, al mio caro Voglio dire il mio desio, la mia aspirazione, Le mie amare lagrime chiamano La mia madre che giace lì nel profondo dell’arena e della scorza di betula.
_Il gigante, che ha l’intenzione di mangiarlo, dice con sprezzo:_
Vieni presto, o figlio del Sole! Mettiamo alla prova colla mano La piegatura delle nostre dita, Vediamo chi abbia le dita più pieghevoli, Chi abbia le dita più solide.
(_La figlia porge al giovane un’àncora di ferro e il giovane la presenta al vecchio_).
Davvero, sono abbastanza forti I tendini delle dita dell’eroe solare; Forte è la piegature delle dita del giovane.
_Il figlio del Sole dà poi per consiglio della figlia al vecchio come doni:_
Un barile d’olio di pesce come cibo di nozze, Un barile di catrame come bevanda di nozze, Un cavallo per pietanza.
_Il gigante parla:_
Dolce, dolce è la bevanda Del paese del sole: essa si beve volentieri. Forte è anche la bevanda Del figlio del Sole e fa smarrire i sensi. Eccellente pure è la pietanza.
Ma ahimè, ecco ch’egli si ubriaca, E la sua dura testa si confonde, Il grasso del pesce e del legno Scendono al suo core e lo rammolliscono. Egli afferra l’àncora di ferro, Suda e si riscalda sempre più.
E il vecchio cieco Li pone e dà posto ad ambedue Sulla pelle del dominatore delle acque (_balena_). Incide loro il mignolo E mischia il sangue di amendue, Congiunge le mani, unisce petto a petto, Allaccia anche i nodi dei baci, Mette da parte gli impedimenti, Scioglie le mani, scioglie i nodi, Si portano le pentole nuziali, poi si beve.
Alla sua tessitrice, alla valente, Alla sua unica filatrice di tendini, Alla sua cucitrice, alla unica Sceglie egli i doni nuziali: Pezzi d’oro degli scogli della riva Fa egli rompere, fa egli portare, Portare sulle navi barre d’argento, E lo aiuta l’amante della vergine, Il giovane dai bei ricci, Nella barca dalle ali di canape, Colle vele floscie.
_Il gigante domanda:_
Vi è posto ancora nella tua barca, Può essa portare un peso maggiore? — Sì, vi è posto. — E si portano altri doni. (_La sposa_) Sì lascia cadere le scarpe virginali, Segue il servizio del fratello straniero, Alla guardia della suocera E riceve la chiave magica. Poi essa porta via dalla capanna Tre casse fatte di pino; Azzurra la prima, rossa la seconda, Bianca la terza; oltracciò tre nodi. (_Le casse contengono_): Guerra e pace, sangue e fuoco, Malattia, morte e pestilenze E i tre nodi del panno di bagno Di Sar, Uks e Madderakka. (_Portano_): Dolci zeffiri, vento e procelle. Si fanno i nodi della castità e si danno[26] In guardia di Madderakka.
Allora ritornarono dalla pesca i figli, Dalla pesca della morsa, delle foche, delle balene E cercarono della sorella. — Dove è dessa? Dov’è la bellezza della capanna? Nulla rimane di essa fuorchè le orme, Il sudore di chi fu ad essa così simpatico, L’odore di chi ce l’ha sedotta? A chi ha essa dato la mano, Chi ebbe forza per conquistarla, Chi ha giuocato da uomo o da donna, Chi giuoca scherzando colla fanciulla? Chi ha forse picchiato alla porta di Uksakka?
_Il gigante risponde:_
Il figlio del Sole allargando le vele l’ha involata. — Vola in mare la barchetta dei fratelli Per inseguire e dare la caccia E restituire il poledro alla casa. Già si sente il batter dei remi, Più vicino si fa il rumor del timone E il muggire e l’infuriar delle onde. (_La sposa_) Scioglie per difendersi un nodo virginale, Un vento allora gonfia le vele, E la barchetta rompe le onde, Le getta da ambo le parti E i giganti rimangono addietro. Più forte abbrancano essi i remi, Il sudore goccia dai loro occhi, Si odono l’ira, il grido e le minaccie, Cuoce la bile e divampa il furore.
E la sposa è pensierosa per lo sposo, Le brilla l’occhio e le batte il cuore, Pensa alle gioie delle nozze, E le si gonfian le vene E il sangue la inonda fortemente. Domanda allo sposo, facendogli riverenza: La tua barchetta può sopportare maggior vento? Solidi e forti sono l’alberatura e le sarte? Scioglie allora il secondo nodo sanguigno E il vento incomincia da occidente A sollevare i figli del mare (_le onde_), Gonfia e tende le vele E i fratelli rimangono molto addietro. Bolle il sangue, la vendetta ha sete, Ricorrono agli ultimi sforzi, Si asciugano il sudore sanguigno dal volto, Le mani si affrettano, i dorsi si piegano, I pugni si irrigidiscono sul remo. Poi diventan caldi e via corre la navicella Rompendo i flutti dell’aperto mare. Così vennero più vicini alla barchetta.
_La sposa:_
Sopporta la tua barchetta vento più gagliardo, Sopporta dessa più forte bufera? Scioglie allora il terzo nodo. Anche Ilma Razza montò in collera E il servo del dominatore del cielo. Il vento del nord dal mezzo del cielo Mandò la procella e piegò le antenne. Qua e là ondeggia la vela, Balza la barchetta e si piega sui fianchi. Anche la sposa si corica e si rintana Nel più profondo della navicella E nasconde le scintille dei suoi occhi Alla luce dell’aurora. Sullo scoglio andarono i fratelli Ambedue per cercar la sorella. Il Sole li disciolse E poi li indurì in due rupi. Si vedono anche oggi a Vake. Anche la loro cuprea navicella si mutò in rupe.
Sulle pelli d’orso e di renne La sposa festeggiò le sue nozze, Diventò piccola come gli altri uomini. Con un’ascia tolta dalla sua cassa Si fa la porta, si fa più larga E s’ingrandiscono le camere. Essa partorì i figli del Sole, Essa partorì i figli di Kalla.
Quando l’ultimo finì in Svezia L’ucciso, il celibe (_Carlo XII_), Un altro ramo andò a Karjel, Un altro ancora più al sud Dietro la Danimarca e l’Iutland[27].
IL FIGLIO DI PISSA PASSA
Pissa, capo dei villaggi del paese del sole, Passa, la figlia del capo del paesi della notte, Nelle loro nozze avevano giurato Sulla pelle d’orso Non splenderà una scintilla del secondo mondo A colui, che rompe il giuramento; Ma ecco che uno stalu toglie la vita all’uomo E gli rapisce il suo tesoro come pure gli armenti. La moglie prende con sè una parte del gregge E via se ne fugge incinta. Là partorisce un figlio. Il figlio domanda: — Dove è mio padre? — Mio figlio, tu non hai padre. Il figlio ripete: — Il francolino ha il suo maschio, il gallo di montagna la sua gallina, La pernice delle nevi il suo compagno, la renna il suo renne, L’orsa ha il suo orso e l’alce il suo maschio. Anch’io non posso esser nato dalle pietre o dagli alberi! Il fanciullo cresce d’anno in anno, Diventa un uomo, va a caccia nel bosco, Importuna sua madre: — Chi è mio padre? Finalmente essa risponde: — Tuo padre porta l’alce vivo dietro la porta, Egli lo porta giù dal pascolo delle renne, Lo porta giù colle scarpe di neve. — Madre, madre, dimmi il nome di mio padre. — Il padre porta il pellegrino del bosco (_l’orso_) Che muggisce e brontola dietro la capanna. — Il fanciullo indossa il proprio vestito e si reca alla casa dove si riunisce il popolo. Se ne va di là e prende col laccio la madre dei boschi (_l’orsa_), La muggente, la brontolona, che si agita e sbalza di qua e di là. Egli la lascia muggire e brontolare e la trascina alla porta della capanna. Egli vi entra: — Mammina, mammina, fammi un pane. La madre fa un pane e lo cuoce sui roventi carboni. — Mammina, dammi il pane colla tua mano, Cara madre, dammi la tua mano. La madre gli porge la mano, il figlio La stringe col caldo pane: — Mammina, mammina, chi è mio padre? — Pissa Passa, mio figlio. — Dove andò egli? — Il vecchio della nera montagna lo ha ucciso segretamente. Ci prese gli armenti, ci prese il nascosto tesoro. Già da lungo tempo io ti ho ammonito Di non andare sugli alti monti splendenti, Non sui pendii e sulle rive di Baikkala.
_Il figlio dice:_
Gli uomini hanno tenuto la riunione della giustizia, Gli assistenti, i becchini E l’araldo sono riuniti. Mammuccia, Dammi il bastone di guerra di mio padre, Coprimi colla veste di guerra del padre e col suo elmo[28], Colle sue scarpe e coi suoi guanti.
_La madre:_
Allora io rimango abbandonata nei miei vecchi giorni, Nessuno si cura della mia vita, nessuno Mi seppellisce, quando morta, nella corteccia di betula e nell’arena. Il figlio benedice la madre, l’abbraccia e se ne va, Entra nell’ultima capanna della nera montagna E entrando dice: — Andate e dite ai vostri capi del villaggio, Che ora il capo dell’altro villaggio È divenuto capo di questo.
_Hures_ il servo tuona, _Hureskutje_ lancia lampi, _Ilmaratje_, il più valente servo del dominatore del mondo, Lancia i suoi colpi, e versa giù torrenti di acqua.
Un servo se ne va e racconta al vecchio: — È venuto ora il capo dell’altro villaggio.
_Il vecchio:_
Invitate il capo dell’altro villaggio Ad ospite di questo capo. Quale figura ha egli? — Egli è più alto di una testa che tutti gli altri, Lo copre l’elmo e i suoi denti e i suoi occhi risplendono, Ha il bastone di guerra in mano, I guanti e la veste di guerra lo difendono, Egli è largo di spalle, con forti gambe. Il tamburo magico rumoreggia, l’araldo grida, I tuoi e i suoi assistenti Errano d’ambo i lati dei colli, I seppellitori dei caduti stanno pronti.
_Il vecchio:_
Preparate il pranzo con un intiero vitello di renne, Portatemi la mia camicia di ferro (_o di cuoio_), Archi, freccie, aste e lancie. — Il giovane viene e vede un cranio appuntato Con serpenti velenosi avvinghiati, Dal quale i fanciulli prendono il veleno per le freccie. L’araldo grida il suo messaggio e dice: — Io lo sfido, io lo sfido (_alla lotta_) sulla superficie delle acque.
(_Non si risponde_).
Io lo sfido, lo sfido a tuffarsi!
(_Non si parla_).
Io lo sfido, lo sfido al pugilato, Io lo sfido, lo sfido alla lotta!
(_Siccome nessuno risponde, dice il giovane_):
Vecchio, vecchio, di chi è quel cranio? — È il cranio di Pissa Passa.
_L’araldo:_
Io lo sfido, lo sfido al tiro dell’arco! — Il vecchio tira una freccia fuori della finestra. Essa non trapassò. Il giovane la strappò e la gettò contro una pietra: — Vecchio, vecchio, Dove si spuntò la tua freccia? — Contro i denti di Pissa Passa.
_Il giovane:_
Veramente, i suoi denti avevano scalfiture.
_L’araldo:_
Io lo sfido, lo sfido alla balestra. — Il vecchio tira una balestra rovente col suo arco. Il giovane l’abbatte colla sua lancia, La prende, la batte contro una betula, poi la piega: — Dove si piegò la tua balestra? — Contro i denti di Pissa Passa.
_L’araldo:_
Lo sfido, lo sfido alla lotta colla lancia. — Coll’arco da piede lancia il vecchio fuori della finestra Una lancia avvelenata. Il giovane abbatte la lancia volante col suo bastone di guerra, La prende e la batte tra le pietre, La piega, la rompe e dice: — Padre, vecchietto, dove si ruppe la tua lancia? — Contro i denti di Pissa Passa.
_Il giovane:_
Aha! l’orso è chiuso nella sua tana!
_Il vecchio:_
Dove escirò io, nipotino, Dalla porta davanti o per quella di dietro? — O babbuccio, vieni giù per la porta di dietro. — Il vecchio sen viene armato, Il giovane lo riceve col bastone di guerra, Lo trascina a sè, prendendolo per le gote, Preme le penne della camicia di guerra Nel suo petto e le contorce.
_Il vecchio:_
Venite, venite in mio soccorso, Ora lottano i capi dei due villaggi fra di loro.
Il servo più valente del dominatore del cielo Lancia i suoi lampi contro la capanna e li getta sulle pietanze che vanno cuocendo E ardono.
_Il giovane:_
Ora sarai tu cotto e lavato Nel brodo delle renne di Pissa Passa! — I servi vengono, l’uno colle legna, L’altro coll’ascia, il terzo coll’ago, Altri con altre cose. Il figlio di Pissa Passa abbatte il vecchio, Lo accarezza, poi lo spinge contro il suolo, Lo batte e gli dice: — Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo? Dov’è il tesoro nascosto di Pissa Passa, Dove sono i suoi armenti?
_L’araldo:_
Il lampo di Dio o annerisce il cuore O rischiara le anime. Che cosa sei tu, quando cessi di vivere, Quando tu getti via il cucchiaio, quando tu muori?
_Il vecchio:_
Gli occhi infuocati dell’ombra di Pissa Passa Scintillano come fuoco, mi bruciano, affascinano. Egli mi si affaccia irato, egli m’impedisce la via per l’altro mondo. Indarno io vorrei farlo sorgere colla vita, colle ossa, Col sangue, coi tendini.
_Il giovane:_
Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?
_Il vecchio:_
Dove è un dono d’espiazione, che soddisfi Pissa Passa, Che mi conceda il suo perdono? Un’azione compiuta è come una freccia tirata, Chi può ammansare i morti?
_L’araldo:_
Dio solo può rimediare, Quando egli ha lanciato il suo fulmine, Quando ha dato i colori, quando ha rischiarato i falli, Quando ha tutto arso, tutto riscaldato. Egli solo lava, cancella, perdona, riunisce. Egli solo è egli stesso, egli non è come io e tu, Non è come tu ed io! Egli solo rischiara e perdona E volge tutto al meglio. Ma si deve riceverlo con gioia, Esso diviene il più prezioso tesoro, Il desio più ardente del cuore. Se tu non te ne curi, il fulmine ti annerirà, Ti guasterà, t’incanterà, ti trascinerà dalla cattiva parte. Le anime dell’altro mondo non hanno Ossa o carne, eppure esistono davvero. Esse non occupano spazio, le rupi non le arrestano, L’acqua non le rattiene, non le affoga. Esse sono come i pensieri e trapassano La terra, il sole, la luna e le stelle. Esse non hanno tempo, il tempo è passato dietro ad esse. In sogno Esse si mostrano a coloro Che sono pazzi o allucinati. Sono le anime sotterranee, che Ilmaracca ha risanato; Sono le ombre infelici, che son divenute nere (Che sono sudicie e impure), Si vedono ora, buone e cattive, Esse non prendono più alcun tempo, nè alcun spazio. Alcune hanno indossato il vestito del cielo, Quelle, che al contrario hanno messo il vestito al rovescio, son divenute brutte, Esse sono sempre in lotta, incessantemente, Esse non sono mai riscattate e congiunte. Incessantemente son sempre le une contro le altre. Il padre del cielo solo è egli stesso, Egli non è come noi e voi, voi e noi, Egli stesso governa il cielo, Egli solo signoreggia sull’altro mondo.
_Il vecchio:_
Io vedo, egli può lavare i peccati Può perdonarli e farli sparire, Calmare il cuore e dare il riposo all’infelice. Egli può temperare, può condurre alla concordia. Io dunque me n’andrò, Mi separerò dai tesori e dal loro possessore, Il possessore può prendere da sè i suoi armenti. Io mi alimenterò con un manipolo di essi Al lato orientale delle alte rupi, Nel paese dei monti e delle pietre, Nei Monti Reppe, il ramo più alto dell’Ammart. Io non domando altro Che gli argini da salmone alle rive del Läna, Ai luoghi di pesca dei monti del fagiano cedrone. — Il figlio di Pissa Passa Per mezzo del suo cane separò la metà degli armenti, E qui morì il vecchio gigante. Nella palude fra l’acqua e il fango fu egli sepolto, I becchini conservarono le sue ossa. Una parte della sua fortuna diede egli agli assistenti.
_Il giovane:_
La gente di casa del vecchio gli tenne dietro. Il sangue non fu versato. — Col cuore tranquillo rivolse egli la faccia ad occidente A sua madre. Egli aveva vinto la procella, Riconciliato l’un coll’altro i morti. Abbracciò sua madre, egli l’uomo eccellente Del mezzodì, del nord, della casa di riunione del popolo. E così egli rinnovò e innalzò Le pareti e la casa del proprio padre.
LA VERGINE DEL SOLE
In un giorno splendido di sole un uomo pigro Vide sotto un ammasso di rupi, che pendeva minaccioso, Sedere la vergine del Sole. Egli si avvicina a carpone adagio adagio e l’abbraccia. La vergine del Sole dice: — Sì, sì, io fui sorpresa. Guarda però, tu o omiciattolo, guarda, Lasciami stare. Bada bene, va dietro di me e spingi gli armenti Qualunque cosa tu ascolti, non guardare indietro. — Innanzi va la vergine del Sole, Dietro di lei cammina il gregge come guidato colle redini. Egli allora ascolta dietro di sè terribili minaccie, Lo si prende e lo si minaccia terribilmente, Lo si schiaccierà e lo si pugnalerà, Si tirerà dietro a lui; così egli ascolta E si guarda addietro. Nello stesso momento, in cui egli guardava all’indietro, Sparisce la parte del gregge che stava più addietro. La vergine del Sole dice: — Spingi, spingi sempre gli armenti, gridando. — Quando egli ode dietro a sè Gonfia e le renne di fianco corrono; — Va, va, spingile. — Quand’ecco che dietro a lui scoppiò una procella. Egli guardò di nuovo dietro a sè. E allora si smarrì anche il centro dell’armento E si cambiò in renne selvaggie, Altrimenti sarebbero divenute proprietà di quell’uomo pigro e malvagio. La vergine del Sole disse (con voce fioca): — Ora, ora l’uomo ha peccato di nuovo. — Mentre essi fabbricano la capanna o coprono il suolo di rami, essa così lo ammaestra: — Copri perbene tutti i buchi, In modo che non ne rimanga uno solo — Ora egli pensa e dice fra sè: Si deve chiuderli tutti esattamente e con molta cura. Allora preparò la vergine del Sole Un soffice e comodo letto. Quando essi si svegliarono molto per tempo Apparve il Sole attraverso un piccolo buco. E la vergine del Sole disse: — Ah! Io vedo gli occhi di nostro padre, di nostra madre; — Ed essa fuggì via rapidamente, Sparisce e dietro ad essa l’armento, Le renne si mutano in dure pietre E si sente raccapriccio nel guardarle.
L’UOMO DALLA GROSSA PELLICCIA O L’UOMO STUPIDO
Solevano i fanciulli, maschi e femmine, Giuocare e cantare, Saltellando correre e schiamazzare qua e là, E lasciare le traccie dei loro piedi al margine delle sorgenti. Lo _Stalu_ preparò le sue trappole di ferro, Le apprestò nell’acqua, le nascose nel fango. Il vecchio lappone si accorse Delle nascoste trappole del mangiatore degli uomini, Si nascose nella sua stretta pelliccia, Si pose nella trappola dell’orso. Stalu visita le sue trappole: — Aha, haha! Il vecchio amico ha preso abbaglio, Egli è morto qui. — Lo _stalu_ lo porta a casa e lo appicca Al tetto sopra il fumo. Il più giovane _stalu_ dice: — Vedi, vedi Come egli piagnucola, com’egli grugnisce! — L’altro (il maggiore) figlio: — Tu stesso piagnucoli e grugnisci, Non già questo dono di Dio. — Il vecchio lappone pensa: — Di Dio sa anch’egli qualche cosa. — Stalu: — Sì, sì, egli incomincia già a dimoiare. — Dietro il colle egli spacca la legna per il truogolo, La recide, taglia i rami, spacca e taglia, La porta ad un truogolo presso la porta posteriore. Al più vecchio figlio: — Caro fanciullo, portami la scure (fuori dalla capanna). — Il vecchio lappone porta via la scure. Il più giovane _stalu_: — Padre, ora egli guarda in alto, ora egli si muove, Ora egli afferra anche la scure! — Stalu Si rallegra, canta e suona, Egli non ode cosa alcuna, non osserva cosa alcuna, non sa cosa alcuna. Il vecchio Percuote (il fanciullo maggiore) sul capo e lo uccide. Stalu Trova che egli tentenna, canta ed aspetta. Egli dice al figlio minore: — Portami la scure, affrettati, affrettati! — Il vecchio lappone Spaccò anche a questo il cranio, Ne prese fuori il cervello e Recise il canale dell’aria. Stalu (ascolta): — Essi girano per tutti gli angoli Dimenano teste ed occhi, Io stesso voglio prendere la scure. — Il vecchio Aspetta con cura coll’ascia dietro la porta e il possu, Aspetta e si muove qua e là. Egli calò un fendente sul capo dello spaventoso, Spaccò il largo cranio, Strappò gli occhi e il naso, Versò il sangue del divoratore degli uomini E il sangue schifoso colorì il suolo.
(_Il vecchio lappone porta fuori il caduto, lo fa in pezzi e li getta l’uno dopo l’altro a_ Ludac[29], _che in quel frattempo è venuta a casa_).
Ludac batte sul suolo qua e là. Fiuta, annusa e si rallegra Di ciò che entra nel _possu_. Essa riprende la presa, La batte colle mani e grida in collera: — Gettami delle zampe di renne E non dei piedi coperti di calze!
(_Essa continua, mentre va mangiando la suppa preparata dal marito e dai figli_):
Come è buona: però Ha proprio il suo sapore!
(_Il lappone prende gli occhi della donna, che giacciono sotto la porta, li arrostisce in una padella ed essa se n’accorge e domanda_):
Che cosa scoppietta, crepita, sibila, Che cosa fischia sui carboni, Scoppia, scroscia, crocchia? Guardate, o occhi miei, Diventate chiari sotto la porta, Diventate chiari, o miei occhi, o mie scintille! Il lappone: Ha tuffato la carne di tuo marito, i tuoi occhi nel grasso e se li ha mangiati. Ludac: Nello stomaco sono i miei occhi, o mio marito, La mia piccola civetta, caro ragazzo, mio piccolo![30]
(_L’uomo dalla grossa pelliccia, il lappone, se ne parte scherzando_).
LA BELLEZZA DELLA SPOSA
O sole, risplendi potente sul Lago di Orri! Io vorrei salire sulle cime dei pini, Sol ch’io sapessi di vedere il Lago di Orri, E dove esso si nasconde sotto le eriche. Io tagliai i rami, Che qui crescono di nuovo, Ed io taglierei tutti i ramoscelli, Che portano buone gemme verdiccie. Io seguirei il corso delle nubi, Che si dirigono al lago di Orri Se io vi potessi volare colle ali del corvo Ma mi mancano le ali, le ali dell’anitra, per volar colà Ed anche i piedi, i piedi dell’oca, i piedi della bella anatra, Coi quali io mi dirigerei sempre a te. Abbastanza a lungo hai tu aspettato, Con lunghi giorni, i tuoi più bei giorni, Il tuo occhio è simpatico, il tuo cuore soave. Se anche tu volessi volarmi via Ben presto ti raggiungerei. Che cosa può esser più forte Dei tendini e delle catene di ferro, Che stringon forte? Così ci allaccia il nostro capo (_l’amore_) E congiunge tutti i nostri pensieri. La volontà del fanciullo è volontà dello zefiro, I pensieri del giovane sono lunghi pensieri. Se io li volessi tutti ascoltare, Smarrirei la mia strada. Io ho preso una determinazione e la voglio seguire, Ben lo so, così io trovo dinanzi a me la strada migliore.
AL RENNE
O Kulnasaz, piccolo renne, caro piccolo renne, siamo veloci, Corriamo, vogliamo essere qua e là, Le paludi sono ancora lontane E abbiamo quasi finite le nostre canzoni.
Vedi là, io ti amo, o Lago di Kaiga, Ti saluto, o buon Lago di Kalloa, Mi palpita già il cuore Pensando al mio caro Lago Kaiga.
Su, su, o caro piccolo renne, Vola, vola la tua corsa! Che presto saremo al nostro porto E ci rallegreremo del nostro lavoro.
Tosto io vedrò i miei cari. Su, piccolo renne, vedi, vedi! Piccolo Kulnasaz, non li vedi già Là che si bagnano!
IL CANTO DEL RENNE
La femmina del renne, il piccolo renne, il renne da tiro Va errando per due, per tre strade, Bela in varii luoghi e nel giovane bosco. Dopochè egli è salito, si corica sulla cresta del monte.
CANTO PER I PICCOLI FANCIULLI
Cara formica, cara formica, Vieni, vieni, tira, tira Il fanciullo nel lago Con redini di capelli, Tira, tira.
In lappone suona così:
JOIJUHTAHTA UHTJE MAANAI PILJELN
Korko graddnam, korko graddnam! Potheh, potheh — keseh, keseh Manav jaurai Vuobtalabtjijn! Vanah, vanah.
IL CANTO DELL’ORSO
Vecchio del monte, vecchio del monte, Sorgi, sorgi! Già sono le foglie grandi Come orecchie di sorci.
SUI MONTI
Quale è il vento Che ti è più aggradevole? È forse il vento del sud, torbido e rugiadoso, O è il fresco vento che scende dai monti del nord?
IL CANTO DELLA ZANZARA
La cavalletta domanda alla zanzara: — Che cosa fai tu durante l’estate? — Io canto; ma che cosa fai tu stessa — Io ballo.
IL CANTO DELLO SCOIATTOLO
Possano vivere tutte le fanciulle, E morire tutti i giovani! (_perchè uccidono gli scoiattoli_).
IL LUPO
Il lupo, il lupo Attraverso nove boschi, colla coda tra le gambe Corre egli — ha, ha!
IL CANTO DEL LAMENTO
Con lamento io piango le mie renne sui monti, Invano io vo spiandole di qui nella fredda casa. Non mi è più concesso Di correre sopra un colle e di scenderne alla corsa Nè di vedere le renne macchiate di bianco. Come posso io prosperare Quando io non mungo più le mie renne, E devo vivere del latte della vacca dalla lunga coda? Ebbene, se questa è la mia sorte, io mi devo pur rassegnare E non correr più sui monti dietro le renne.
LA VITA DEL LAPPONE
Io affaticato lappone ed uomo errante Sul faticoso calle di questa terra, Devo pellegrinare per tutto il mondo E così passare il mio tempo.
IL CANTO DEL RIFIUTO
Triste è il mio cuore, sì, pesante è il mio cuore, Perchè mi hanno portato via la mia cara neve. Io sospiro al cielo, dove entrambi c’incontreremo Sebbene il mondo mi trovi triste e miserabile.
Io ho scelto una fanciulla, e me la tengo cara, Essa possiede il mio cuoricino, finchè avrò vita. Finchè rimanga caldo il mio sangue e mi duri la vita Il mio cuore arde nella triste era fino all’ultimo istante.
L’uccellino canta gioioso alla sua compagna, Ma quando la palla le rapisce il suo amico, Allora vede il suo cuore nella tristezza e nel cordoglio.
Io ti ho dato una coppa piena d’amore, Ma il tempo e il mondo me l’hanno vuotata. Ora essa va circolando per tutta la terra, Ma alla fine giungerà nelle tue mani.
Vi sono alcuni falsi amici Che hanno lacerata la nostra amicizia. Essi ci avevano vinto E così avevano ucciso il nostro amore.
UN ALTRO CANTO DELL’ORSO
Con tutta l’attenzione io sono andato cercando (_in cerca dell’orso_). Sia lodato il mio Dio, Che ci hai dato L’orso senza difetti (_o generoso_).
Dopochè lo hanno preso, si canta: Quando abbiamo tagliate le membra dell’orso, Grida il capo, grida il capo. Lo possiamo noi vincere, Cacciare o sbranarlo?
Lo sparviero (_l’uccisore dell’orso_) dà Alla fine due o tre colpi; Non muori tu, o mio caro piccolo vecchio? Andate in fretta, o uomini, A quel colle col bosco. Le vostre cinghie, le vostre corregge, Fermiamo colle catene la fanciulla (_l’orsa_) In modo ch’io possa di nuovo andare ai monti e alle foreste.
IL CANTO DELLA RICHIESTA
_L’amante, che offre i doni:_ Sei tu pronta, o fanciulla, a prender questo Come un principio del nostro amore? I nostri genitori ci sono favorevoli.
_La fanciulla:_ Benvenuto! se il destino vuole Che io debba seguir la tua strada E aver cura dei tuoi armenti di renne.
_L’amante:_ Prendi dunque i miei doni Come pegno della nostra futura unione Se così è deciso Che noi dobbiamo esser congiunti.
_La fanciulla:_ E se noi non ci riuniremo Riprendi colla stessa mano Questi doni.
_L’amante:_ Vediamo ora, quanto tempo Durerà il nostro amore. Pensa bene, o fanciullina, Se tu mi potrai aiutare Ad aver cura delle mie renne.
_La fanciulla (ai circostanti):_ Abbiate le mie grazie, o congiunti Del giovane, anche questa volta! Quando io mi sarò decisa Sarà di nuovo e per l’ultima volta (_festeggeremo il matrimonio_).
POVERO SCIOCCO!
_Un lappone pastore va da un lappone pescatore, di cui non aveva mai veduto gli ordigni. Egli dice:_
Ha, ha, di quest’uomo Il _legno-spauracchio_ è troppo lungo E quando è mosso, passa attraverso il camino della capanna, Mai ho veduto niente di simile. Povero sciocco, Esso è il legno che spaventa i pesci, Fa rumore e picchia attraverso la porta della rete.
DUE VOLTE
Quante volte suona la campana della domenica Nei vostri paesi? — Tre volte.
Quante volte ciancia Il povero predicatore nei vostri paesi? — Due volte.
DAI MANOSCRITTI DI CASTREN
Gente cattiva fa schiamazzo E va gridando con voce odiosa. Tacete qui nel nostro paese, Non dovete far molti passi Su queste travi. I vermi della terra Presto vi scaveranno i vostri luoghi (_occhi?_) E gli animali della foresta vi porteranno via Se voi incominciate Ad aprire la porta della nostra capanna. Lascia chiusa, O straniero, la porta. Noi siamo gli abitanti di questo paese, Voi siete abitanti di.....? Erranti verso......? Noi vi odiamo: Voi distruggete e scompigliate I nostri luoghi di caccia E noi abbiamo poco bottino Per cagion vostra. Voi altri avete molti bambini rapiti, Noi abbiamo molte abitazioni. Ora voglio io andare errante, Andate anche voi In un altro luogo. Se voi venite In vicinanza di una comoda pietra, Mettetevi a dormire. Allora io vedrò Se voi dormite, Come le pietre scivolano davanti a me, Come le renne corrono verso di me. Non movetevi prima Che queste pietre Vi tocchino E allora movetevi per vedere. Io ho già portato molte renne E ho legate loro solidamente le zampe. Esse non posson più Correr via dinanzi a voi. Prendete una grossa pietra E una bianca pietra. Vi si portano degli orsi, Uccidete questi.
Noi abbiamo veduto un gran mucchio (_di uomini_) Ed ora ci si prendono ai nostri Dei I prodotti della natura, il denaro, L’oro e l’argento. Egli dà agli altri di queste cose, Noi lo abbiamo onorato (_il Dio_) E ciò non gli ha procurato alcun vantaggio. Noi raduniamo Corna di renne e ossa di orsi, Ed egli? Ora noi possiamo Andare in collera col nostro Dio, Dacchè egli ci disprezza: Noi portiamo via le corna. Noi lo abbiamo unto Col grasso d’orso, Col grasso di renna.
Andiamo lontano E cerchiamo un Dio buono, Finchè noi abbiamo trovato un Dio che ci dia caccia, Che noi possiamo servire, Che noi possiamo onorare. Là noi andremo ad abitare e ricercheremo Una pietra (_per il nostro Dio_), Là restiamo noi un istante E dormiamo per vedere Come sia fatto quel luogo, Se là noi possiamo Innalzare un Dio. Lasciateci dormire un istante; E se essi di nuovo si avvicinassero a noi Noi prenderemo pietre nelle mani, Noi tireremo coll’arco buono, Noi tireremo colle freccie di osso, Ciascun di noi con quanta fretta può, E così noi ci guadagneremo un luogo di caccia.
I tre canti seguenti furono raccolti da Fellmann durante il suo soggiorno a Utsjoki dal 1819 al 1833.
DEL ROMBO
Il rombo nuota Lungo il fondo del mare; È un pesce prezioso Grande e potente. Quando esso prende l’amo Appena può Un uomo robusto Tirarlo nella barca.
DEL SALMONE
Il salmone nuota Lungo il fondo dell’acqua, Il potente pesce, Il prezioso pesce, Che si porta innanzi Anche se il fiume Penetrasse attraverso la terra. Così egli si porta sempre Alla punta (_sorgente_) del fiume; Egli diventa così nero E si cambia per modo Che mai più. Egli mangia Non una sola volta colla più grande fame. Egli ritorna In giù per la corrente Donde egli è partito, Nell’ampio mare Dove sono molti salmoni, E di nuovo diviene Così bianco Come era stato innanzi. Quando egli allora esce dal mare, Quando egli incomincia a mangiar le aringhe, Diventa grasso di nuovo, E appunto così Come era stato prima.
CANTO DEL LUPO
Quando il lupo è satollo, egli canta: voi voi, la la, Lu lu, fam fam, huo huo. Quando egli si pasce di carne di renna, grida egli: Huo huo, vuva vuva. Digiuno di nuovo, incomincia a cantare: Vuoa vuoa. E quando ha finito, incomincia a correre Lungo i boschi. La volpe segue le orme del lupo E mangia ciò che trova. E incomincia a cantare: Uva uva. Questa è la sua melodia, Quando ha mangiato abbastanza; Questo è il suo ringraziamento, Quando ha riempito lo stomaco Coll’aiuto del suo sacro fratello.
Anche la volpe polare segue In simile maniera le orme del lupo, Essa è molto sciocca. La volpe polare ha piccoli occhi E larga bocca, mangia anch’essa come l’altra. Poi corre via E si pone a dormire. La punta della sua coda è nera E puzza orribilmente.
Anche il falco è un nemico, Che sparge le penne del francolino, Lo afferra e lo uccide, Mangia e incomincia poi a volare Gridando: Pir pir.
Il gufo è un nemico Dei piccoli animali; Fra le fessure delle rupi grida: Tsir, tsir, tsir. Sono i lemming Quelli che il gufo afferra sulla terra. Li appende ai rami della betula E grida dalla cima Il gufo dagli occhi rotondi.
Anche l’aquila è un nemico, Che porta via le giovani renne, gli agnelli e le lepri Ed anche i piccini degli uccelli acquatici, E vola anch’essa gridando: Harm harm harm.
Anche il ghiottone è un animale Che segue le traccie del lupo, Manda un cattivo odore ed è nero. Quando ha trovato una carogna Se ne riempie lo stomaco e va a spasso Come un gelato norvegiano. Poi dà del vento e incomincia a gridare: Irru irru.
IL MIO CUORE ARDENTE
Avanti tu vai pellegrinando, Ma i tuoi pensieri si volgono addietro: Dove è rimasta, Dove è rimasta La mia sposa? Lontana se n’è andato Il mio cuore ardente!
IL CANTO DEL GEMENTE KASKIAS
Torajas, il grande mago, Torajas, il celebre mago, Che rapì dal nostro paese il bottino E ci lasciò la fame, Per cui noi non mangiamo più E non abbiamo più alcuna preda (_di caccia e di pesca_) Egli ci prese tutto il nostro bottino E se lo portò al paese di Kitteli[31]. Ora noi non prendiam più pesci nell’acqua, Non più renne nei boschi, Nessuna preda mai più: Poichè vuote sono le alture del monte, Vuoti i boschi E vuote anche le acque. L’uomo cattivo portò La fame nella nostra bocca, E fu così perverso, Che tutte le nostre prede Portò via dal nostro paese.
Non è ancor nato l’uomo, Nato nella nostra terra, Che le prede di nuovo Porti al nostro paese? — Ma ecco che già le porta, Il Dio ci riporta la preda Nelle acque e nei boschi. Grazie sien date al protettore della terra, Grazie al fondatore della terra, Grazie allo spirito protettore Molte migliaia di volte, Perchè Dio ci ha fatto grazia di nuovo, E ci ha riportato la preda. Onore e grazie insigni A te, o sovrano Iddio, Tu, che nell’acqua e sulla terra Riportasti la preda, Benchè l’uomo malvagio Portasse via la preda Il Dio sovrano la riportò Di nuovo a noi. Al buon Dio sieno grazie Molte migliaia di volte, A colui che portò la preda. Il cattivo uomo fu colui Che dalle acque, che dalla terra Ci rapì la preda. Torajas, il cattivo, il disutile uomo, Che il bottino portò via dal nostro paese E ci portò la fame. Torajas, l’uomo famoso Ci portò la fame. Egli mi picchiò mortalmente E sperò ch’io fossi morto. Ma io non morii E sono ancora in vita, Io non morii, Ma vivo ancora, In Dio io vivo ancora. In Dio è la mia vita, In Dio io dimoro Benchè l’uomo malvagio sperasse Che io fossi morto. Egli mi lanciò nell’acqua, Egli mi gettò nel fiume. Il luccio mi trovò, Ma io mi posi sotto il suo fegato. Il luccio mi prese in sua custodia, Egli mi pose sotto il suo fegato, Dove ci rimasi per un anno. Dopo però pose L’uomo malvagio le sue reti nell’acqua, Egli mi prese Ed io potei abitare una casa E in quella casa vissi tre anni. Dopo di ciò io andai a.....? Io venni a.....? Quando io giunsi a casa L’uomo malvagio mi uccise. Egli fece una cassa E mi pose dentro Ed io rimasi Tre anni nella cassa. S’incominciò allora A condurmi al cimitero. E tutti vennero, Anche il prete era presente, Io però parlai: — Non portatemi là, Io non sono morto ancora Benchè mi abbiano desiderato la morte. — E tutta la gente disse, Così come il prete: — Perchè un uomo vivo È stato messo nella bara? — Io risposi: — Non sono morto, Benchè mi abbian augurata la morte. L’uomo malvagio si rallegrò Che io fossi morto, Ma benchè egli sperasse Ch’io fossi morto, Io non lo sono Ed io vivo ancora, Ancora, ancora.
Ah, se mio figlio venisse qui, Io non posso qui rimanere! — E il figlio venne subito, Venne volando come un gallo di montagna. Altri sarebbero venuti E avrebbero cotto mio figlio come un gallo di montagna, Ma egli disse: — Se io come un.....? fossi cotto Io non sarei morto. — E il padre si adirò assai, Ma il figlio si trasformò in un altro uomo. Il padre (_propriamente il vecchio_) disse: Mio figlio, perchè vieni tu In questa figura a me? — Il figlio replicò: — Se tu sei in collera, Quando io ti ho irritato, Io me ne ritorno Volando per la mia strada. — Egli incominciò a volar via, Ma il padre volò subito Dietro a lui in forma di un’anitra. Riportò il suo figlio indietro, E allora sedettero entrambi sulla terra.
_Il padre:_
Non venirmi innanzi in figura d’uccello.
_Il figlio:_
Io non sapeva, mio padre, Che tu mi avresti fatto cuocere. — E mentre essi così se la discorrevano fra di loro, Si diedero a leticare E ne nacque una discordia. Mentre essi così disputavano Il figlio si pose sopra un ramo d’albero E di là parlò così: — Tu ti sei dunque adirato con me, o padre? Dacchè tu sei tanto in collera con me, Io non ritorno più a te, Davvero, io non ritorno più a te.
_Il padre:_
Chi occuperà il tuo posto, Mio figlio, se te ne vai?
_Il figlio:_
Si occupi o no il mio posto, Io non ritorno più, Giammai, Giammai in questo mondo Ritornerò io a te.
E così volò via il famoso figlio del mago E se n’andò, E il padre rimase solo. Perciò egli si adirò contro l’altro uomo, E l’uomo malvagio Portò via tutte le prede, Per cui noi non abbiamo più pesci nell’acqua, Non più renne nei boschi, Nessuna preda di sorta alcuna.
Il Donner nel darci il canto seguente, dice di aver omesso 160 versi, che avevano poco interesse. È una contesa fra alcuni coloni, che vogliono occupare un paese e l’antico possessore che è un mago. Le idee pagane vi dominano come nel canto precedente. Per essere un vero mago, bisogna innanzi tutto aver la forza di potersi trasformare in un animale.
_Il ladro:_
Il mio Dio ora se ne è andato pellegrinando, Io ho preso i frutti della terra, Io ho raccolto l’erba e i frutti, Io mi son preso legno e pietre; Io non ho preso cosa alcuna che ad altri appartenga, Io ho preso solo sempre dei frutti della terra. Eppure un uomo venne a me E disse che io sono un ladro.
_Il mago:_
Tu non conosci i costumi del paese, Tu non sai che io son qui. Guarda le erbe e fa attenzione, Guarda i segni sugli alberi, Guarda anche l’erba in un’altra maniera.
_Il ladro:_
Qual uomo singolare sei tu, Non sei tu come gli altri uomini? O sei tu un Dio, Hai tu creato l’erba, Hai tu fatto gli alberi? Non sei tu polvere della terra? Tu strisci qual verme com’io faccio. L’erba non è tua, Le piante, le pietre non son nostre. Sii padrone delle cose tue. Buono è ciò che è buono, Ed io so ciò che tu sei Sulla terra, o nero mago. Rimani dunque sulla tua proprietà, Tienti l’erba, che tu hai piantato.
_Qui il mago manifesta il desiderio di rimanere tranquillo sulla sua terra e fa delle minaccie, dicendo di essere un mago, a cui ubbidiscono anche le malattie. Il ladro allora gli tiene un lungo discorso, nel quale gli dice fra le altre cose:_ O povero mago, rendi i deboli debolissimi, ma non me. In figura di uno scoiattolo, io posso correre su e giù per gli alberi e tu non mi puoi ammazzare. Io faccio cadere un albero sopra di te e tu rimani preso, o mago; mentre io, che sono il ladro, divento padrone dell’erba e delle piante. Povero uomo, non farti un Dio sulla terra; nei nostri canti tu non figuri che come un falso Dio. Tu mi tieni per un ladro; ebbene il ladro ti cambierà in fumo(?). _Allora il canto continua:_
Il ladro e il mago lottano, Essi sen vanno Per fiumi e per laghi, Essi si arrampicano sugli alberi o sulle roccie. I vecchi hanno cantato I fatti singolari del mago. Il tempo viene, il tempo passa, I maghi sono seduttori, Essi allacciano insieme ricchi battezzati? Colle loro cattive azioni molestano, Nel tempo opportuno tacciono; Nel tempo di discorrere l’uno dice: Vieni anche tu vicino. L’altro se ne va, ritorna, Ma non può far nulla, Vien deriso come un prigioniero, Le sue dita sono diritte, immobili.
_Il ladro allora gli dice motteggiando, che ora può egli prendersi l’erba, gli alberi e le pietre, dacchè egli se n’è dichiarato proprietario. Il mago replica:_
Rimani, rimani tu stesso proprietario, O ladro, dacchè sei divenuto padrone Di questi alberi, di queste pietre, di questa vita; Ma tu però allontanati, Vanne, donde sei venuto. . . . . . . . . . . . . . . . . Io sono, io sono sempre al disopra di te, Io vado, io prendo, io depongo, Io getto, io ti opprimo.
_Il ladro:_
Tu ti affatichi indarno, o povero mago.
IL TAMBURO MAGICO
Questo (_tamburo_) gli eroi di un tempo Gli estinti padri Hanno forse battuto, Quando essi spaurivano le renne. Da lontani paesi portarono essi Le renne a questo colle, E vennero renne bianche Ed anche di nere come la pece. Qui forse hanno grugnito le renne, Qui hanno sbuffato. Gli uomini si sono curvati (_per mungerle_), Qui han risuonato i tiri del fucile. Qui si sono ammazzate Grandi e grasse renne femmine, Qui si è fatto cuocere il grasso E se ne son fatte anche salciccie.
A chiarire ancor meglio la psicologia dei nostri lapponi, aggiungerò alcuni dei loro proverbii e dei loro indovinelli.
PROVERBII LAPPONI
(SADNEVAJASAK)
_Adde bädnagi ja gula baha sanid._ — Dà al cane e udrai cattive parole.
_Buöreb lä cagar giedast, go buojde mäcest._ — Meglio è una pellicola (il magro) in mano, che il grasso nel bosco.
_Buöreb lä bitta njalmest, go havve oajvest._ — Meglio è una screpolatura in bocca, che una ferita al capo.
_Buöreb lä jode, go oro._ — Meglio è andare che stare.
_Dam olbmast läk ämbo juonak go suonak._ — Quest’uomo ha più intrighi che tendini.
_Dat, gäst gukkek läk dolgek, allagassi girda._ — Chi ha lunghe penne, vola alto.
_Galle gaddest visaj, go avest vahag sadda._ — È facile avere sapienza sulla riva, quando in mare succede una disgrazia.
_Garranasa bäsest matta gavdnujuvout majda njufcamoune._ — Nel nido del corvo si possono avere anche uova di cigno.
_Go ciegnalis lä caue, de lä rukkas, bodne._ — Quando l’acqua è profonda, il fondo è limaccioso.
_Havske guojbme vaned matke._ — Un aggradevole compagno accorcia la via.
_I goarpa goarpa ealmi cuokko._ — Una cornacchia non becca gli occhi di un’altra.
_I läk jakke jage viellja._ — Un anno non è fratello dell’altro.
_I sat häppad niära gaske._ — La vergogna non morde più la propria guancia?
_I sat oarre-gazza galloi baste._ — L’unghia di uno scoiattolo non ferisce più la sua fronte. (Egli è fuori di sè per la gioia o l’affanno).
_I bäjve nu gukke, atte igja i boade._ — Per quanto lungo sia il giorno, viene però la notte.
_Ik galga calmetes gaope dakkat._ — Tu non devi comperare ad occhi chiusi.
_Loge visasa äi nakas sanigujm ovta jalla sabmelazain._ — Dieci sapienti non possono competerla a parole con uno stupido lappone.
_Oapes bahha lä buöreb, go amas buörre._ — Un cattivo amico è meglio che un buono sconosciuto.
_Ovce visasa äi buvte buoddot ovta jalla._ — Nove saggi non possono chiudere la bocca ad uno stolto.
_Ai läk buok vielljak ovta ädne cizid njammam._ — Non tutti i fratelli hanno succhiato il petto della stessa madre.
INDOVINELLI
(ARVADUSAR)
Che cosa è più alto di tutti i monti e più basso dell’erica? Un viottolo.
Va sempre errando con un piccolo carico sulle spalle e non è mai stanco? La rôcca.
Prima che il padre sia mezzo pronto, il figlio è già nel bosco? Il fumo.
Di giorno in prigione, di notte in libertà? Le dita dei piedi.
Batte notte o giorno, ma non riceve spellature? Una campana, la campana del renne.
Volto all’insù, vuoto, volto all’ingiù, pieno? Il berretto.
Chi è il più saggio di questo mondo? La stadera.
Sta sulla cima colla radice insù, o colla cima ingiù e la radice insù? La coda della vacca.
Piede di pietra, fianchi di refe e testa di legno? La rete.
Il morto, che tira fuori i vivi dal bosco? Il pettine.
Una vergine, che siede sull’orlo della fontana col cappello sul capo? L’angelica (non ancora sbocciata).
Senza copertura e senza suolo, ma pure pieno di carne fresca? Il ditale.
Va di giorno, va di notte, ma non trova mai la porta? Un orologio.
Che cosa è, che entra in un buco, ma ad un tratto si mostra a tre buchi? Un uomo, che indossa un vestito lappone.
Che cosa può stare in una tana di sorcio e non può voltarsi in una stalla di bue? Un bastone.
Che cosa è che va al fiume per lavarsi e porta le viscere a casa? Un secchio.
Qual’è la creatura che sta più vicina all’uomo? Il pidocchio.
Erra nel bosco e nel bosco perde la coda? Un ago.
Mangia colla bocca e manda fuori colla nuca? La pialla.
Quattro sorelle guardano in un buco? Le punte delle stanghe della tenda.
Tu lo vedi, ma non lo puoi prendere? Il fumo.
Uno che guarda all’ingiù, mentre l’acqua va insù del colle? Un cavallo, che beve.
Un uomo batte, cadono le pellicole e nulla si ode? La neve.
Il davanti come una botticella, il mezzo come una tinozza, il didietro come una granata? Il cavallo.
Un uncino all’insù, un uncino all’ingiù e una piegatura nel mezzo? Gli uncini di ferro coi quali si appendono le pentole.
Un corvo marino che vola sul mare e dalle cui ali sgocciola il sangue? Una barca in cui si rema.
Un cavallo nero trotta giorno e notte, ma i suoi zoccoli non si muovono mai? Un fiume.
Un uomo di cent’anni e colla testa di una notte? Un tronco d’albero, sul quale è deposta neve fresca.
Piccolo come un uovo ma è impossibile vedervi il fondo? Il cuore dell’uomo.
Appena più grosso che il filo di una rete di salmoni, ma la luce del giorno non lo vede mai? Il midollo degli alberi.
Chiuderemo quest’antologia lapponica, dando alcune novelline tolte dal Frijs[32].
IL GIGANTE CHE AVEVA NASCOSTA LA SUA VITA NELL’UOVO DI UNA GALLINA
(DA UTSZOK)
Una donna aveva un marito, che durante sette anni era stato in guerra con un gigante. Quella donna piaceva al gigante, il quale avrebbe volentieri levato di mezzo il marito per prendere la moglie per sè. Dopo sette anni riuscì finalmente al gigante di uccidere l’uomo. Ma questi aveva un figlio. Quando il figlio fu cresciuto, egli pensò al modo di vendicarsi del gigante, che aveva ucciso il suo padre e sposato la sua madre. Ma il giovane non poteva uccidere il gigante, qualunque cosa tentasse e facesse riesciva vana. Pareva proprio che non vi fosse vita nel gigante.
— Cara mamma — disse il ragazzo un giorno — sai tu forse dove il gigante nasconde la sua vita?
La madre non ne sapeva nulla, ma promise di domandarlo al gigante; ed un giorno che questi era di buon umore, gli domandò dove fosse la sua vita.
— Perchè mi chiedi ciò? — rispose il gigante.
— Perchè — disse la donna — se tu o io siamo in qualche pericolo, sarà una consolazione di sapere che la tua vita è ben difesa!
Il gigante, che non aveva nessun sospetto, fece il seguente racconto alla moglie:
— In mezzo ad un mare di fuoco vi è un’isola, sull’isola vi è un barile, nel barile vi è una pecora, nella pecora vi è una gallina, nella gallina vi è un uovo e nell’uovo sta la mia vita!
Il giorno seguente il ragazzo tornò dalla madre e domandò:
— Cara mamma, hai potuto sapere dove il gigante abbia nascosto la sua vita?
— Sì, mio caro figlio — rispose la madre — egli mi ha raccontato, che la sua vita si trova nascosta lungi di qua. In mezzo ad un mare di fuoco vi è un’isola, nell’isola vi è un barile, nel barile vi è una pecora, nella pecora vi è una gallina, nella gallina vi è un uovo e nell’uovo della gallina sta nascosta la vita del gigante.
— Allora — disse il figlio — io debbo cercarmi dei servitori, coi quali possa traversare il mare di fuoco!
Egli noleggiò un orso, un lupo, un falco ed un _ymmer_ (un grande uccello di mare) e con questi partì. Egli stesso andò in mezzo al fuoco seduto sotto una tenda di ferro; prese con sè sotto la tenda il falco e l’_ymmer_, perchè non si bruciassero; ma fece remare l’orso ed il lupo.
Di lì viene che l’orso ha i peli bruno scuro, e che il lupo ha sul manto delle macchie brune; perchè entrambi hanno fatto un viaggio in mezzo ad un mare infuocato, le cui onde bruciavano come la fiamma.
Così arrivarono all’isola dove doveva essere la vita del gigante. Quando furono giunti all’isola ed ebbero trovato il barile, l’orso gli diede una zampata e lo sfondò. Dal barile saltò fuori una pecora. Ma il lupo inseguì la pecora, l’afferrò e la sbranò. Dalla pecora volò fuori una gallina. Il falco l’inseguì, l’afferrò cogli artigli e la fece a pezzi. Nella gallina vi era un uovo e l’uovo cadde nel mare ed affondò. L’_ymmer_ volò e tuffò in cerca dell’uovo. La prima volta che tuffò, rimase molto tempo sotto, ma non potendo stare tanto tempo senza respirare ritornò alla superfice. Dopo aver ripreso fiato, si tuffò di nuovo, e rimase sotto più della prima volta, ma pure non trovò l’uovo. Tuffò per la terza volta e rimase sott’acqua più delle due volte precedenti e questa volta trovò l’uovo nel fondo del mare. Quando il giovane vide che l’_ymmer_ aveva l’uovo nel suo becco fu pieno di gioia. L’_ymmer_ portò l’uovo al giovane, questi raccolse delle legna e fece un gran fuoco sull’isola. Mise l’uovo in mezzo al fuoco per bruciarlo. Quando il fuoco fu ben acceso, egli tornò indietro. Egli aveva ottenuto quello per cui aveva intrapreso il viaggio. Tostochè fu giunto alla spiaggia dalla quale era partito, corse in casa, ed allora vide che il gigante stava bruciando come l’uovo sull’isola. La madre sua fu essa pure contenta, vedendo tornare il suo figlio dalla pericolosa spedizione.
— Grazie, caro figlio, perchè hai trionfato della vita del gigante!
Vi era ancora un poco di vita nel gigante, mentre la madre ed il figlio discorrevano insieme.
— Che follia fu la mia — esclamò il gigante — di lasciarmi indurre a raccontare il segreto della mia vita a quella malvagia donna!
Allora il gigante afferrò il suo tubo di ferro (col quale soleva succhiare il sangue della gente), ma la donna ne aveva messo una estremità sul fuoco. Egli allora aspirò fuoco e cenere e quindi bruciò di dentro come di fuori e tutte le parti del suo corpo, che poterono bruciare, vennero distrutte dal fuoco. Finalmente il fuoco si spense, e col fuoco si spense la vita del gigante.
LA DONNA DEL MARE (AVFRUVA)
(DA NAESSEBEGY)
Una bella notte di luna due fratelli andavano verso la spiaggia ad aspettare una volpe, che soleva andar lungo la spiaggia a mangiar pesci. Mentre stavano là seduti venne fuori dal mare una _Havfrue_ (Sirena?) e sedette sopra uno scoglio poco distante dalla spiaggia. Il più giovane dei fratelli si preparò a tirarle, ma il maggiore lo impedì dicendo:
— Non tirare, potrebbe succederci disgrazia, se tu lo facessi.
Frattanto l’_Havfrue_ sedeva sulla pietra, scioglieva i suoi lunghi capelli e li pettinava.
Il fratello più giovane volle di nuovo tirare, ma il maggiore lo sconsigliò, dicendo:
— A cosa pensi, non puoi lasciarla in pace: essa non ci fa nessun male, perchè vorresti tirarle?
Ma il giovane non si curò di quello che gli diceva il maggiore, egli alzò il cane e prese di mira la _Havfrue_.
Il maggiore vedendo ciò gridò:
— Guarda te, _Havfrue_, tu sei in pericolo!
Nel medesimo momento l’_Havfrue_ saltò in mare, ma tornò fuori un po’ più distante e gridò al fratello maggiore, che l’aveva salvata:
— Vieni qui domani a quest’ora, che tu non te ne pentirai.
I due fratelli tornarono a casa, ma la sera seguente il maggiore escì solo e sedè là dove era seduto la sera avanti. Non era molto che stava là, quando giunse una volpe nera ed egli la uccise. Tosto dopo venne anche l’_Havfrue_ dal mare, si sedette sul medesimo scoglio e gridò al giovane di venire anche esso.
— Non hai da temer nulla — aggiunse — non ti farò alcun male!
Il giovane fece come gli veniva comandato.
— Sediti ora sulle mie spalle — disse l’_Havfrue_ — e nascondi il naso e la bocca sotto i miei capelli, affinchè tu non venga soffocato, mentre ti condurrò attraverso alla profondità del mare alla dimora di mio padre.
Il giovane fece così. Allora l’_Havfrue_ tuffò nel mare col giovane, e quando furono giunti al fondo del mare, essa prese un’àncora e la diede al giovane e disse:
— Quando saremo arrivati nella casa di mio padre, questi vorrà provare la tua forza, ma egli è cieco e per questo non gli devi dare la mano, ma gli devi stendere l’àncora.
Essi arrivarono al luogo ove abitava l’_Havfrue_ e lì non vi era nè l’acqua, nè buio; la luce vi era chiara come sulla terra e l’acqua stava al disopra di loro come una vôlta. Quando il giovane stese l’àncora e disse buon giorno, il padre dell’_Havfrue_ la strinse con tanta forza che le branche si piegarono. Il padre e la figlia dettero al giovane un monte di argento e l’_Havfrue_ vi aggiunse ancora una gran coppa d’oro, che una volta era stata sopra la tavola di un re. Essi quindi tornarono nel modo stesso che erano venuti fino al punto da dove erano partiti.
Il giovane diventò un uomo considerato ed ebbe sempre fortuna sul mare; il fratello minore che aveva voluto tirare all’_Havfrue_, appassì come un albero bacato. Tutto quello che intraprendeva e faceva gli riescì male e non ebbe più alcuna fortuna sulla terra.
IL RAGAZZO POVERO, IL DIAVOLO E LA CITTÀ D’ORO
(DA KARASJOK)
Vi erano una volta un uomo povero ed un uomo ricco, che erano vicini; l’uomo povero era molto indebitato col ricco vicino. Un giorno andavano fuori entrambi in barca per pescare. Il ricco fu fortunato; in poco tempo riempì la sua barca di pesci e ritornò alla spiaggia. L’uomo povero rimase sul lago, ma non potè prendere un solo pesce; finalmente dovette tornare indietro esso pure, ma mentre remava, la barca incagliò e nello stesso momento sentì una voce sotto la barca che diceva: «Se tu mi prometti quello che la tua moglie porta sotto il cuore, diverrai ricco come il tuo vicino.» L’uomo lo promise. «Getta la lenza» disse di nuovo la voce. Così fece e tosto sentì mordere il pesce. Era molto pesante, ed a stento potè tirar su il pesce; ma quando l’ebbe avuto nella barca, escirono fuori dalla sua bocca una quantità di monete d’oro. L’uomo gettò di nuovo la lenza e prese subito un altro pesce. Da questo non escirono monete d’oro, ma in poche ore ebbe la barca piena di pesci, ed allora se ne tornò a casa. Quando entrò, vide la sua casa piena di oggetti di valore. Egli domandò alla moglie donde tuttociò era venuto, ma essa non ne sapeva nulla. Essa aveva dormito e quando si era svegliata aveva visto tutte quelle cose. L’uomo andò subito dal suo vicino e gli pagò in una volta tutto il suo debito. L’uomo ricco ebbe paura e pensò che quei denari dovevano essergli stati rubati. Egli cercò in tutti i suoi nascondigli, ma trovò che nulla gli mancava. Quando l’uomo tornò dalla sua moglie, questa gli disse che era incinta. L’uomo non lo sapeva, ma la cosa era così, e quando venne il tempo, venne al mondo il suo primogenito. Quando il ragazzo ebbe otto anni, fu mandato a scuola dal prete; il ragazzo era grande per la sua età, ed imparava con facilità. Il giorno che compì i suoi quindici anni, il diavolo arrivò in una barca, che somigliava ad una fiamma verde, per portar via il ragazzo. Quando videro arrivare la barca, il prete cominciò a scrivere una lettera che il ragazzo doveva portare con sè. Allora il ragazzo andò giù verso la spiaggia incontro al diavolo, e quando questi gli disse: — Vieni con me, ragazzo mio, vieni nella mia barca — il ragazzo stese la lettera al diavolo. Il diavolo non ardì toccarla; fintanto che teneva la lettera in mano, si grattava la testa ed era imbarazzato.
— La magagna sia del prete — disse il diavolo — che è causa che io non possa prendere il ragazzo! Prendi quella barca e vieni con me sul lago! Il prete stava a guardare.
— Prendi pure la barca e va con lui sul lago! — disse il prete.
Quando furono sul lago, venne un gran temporale, cosicchè il ragazzo dovette lasciar portare la barca dal vento. Il diavolo allora volle, che il ragazzo passasse nella sua barca, ma ogni volta che si avvicinava a lui, il ragazzo gli presentava la lettera. Finalmente il diavolo si arrabbiò tanto, che se ne ritornò di nuovo sotto forma di una fiamma verde da dove era venuto. Il ragazzo seguitò ad essere spinto dal vento e dalle onde. Finalmente arrivò ad un paese totalmente ignoto, ma sulla spiaggia era un palazzo reale che splendeva come l’oro. Il ragazzo entrò per una porta, sulla quale era una iscrizione in lettere d’oro, ed entrò in cucina. La ragazza di cucina gli disse di non parlar forte, perchè la padrona di casa era lì vicina e dormiva. Ma il ragazzo andò avanti e nella camera seguente trovò la cameriera. Questa gli proibì pure di parlar forte, perchè la sua padrona era nella camera attigua e dormiva. Il ragazzo però andò avanti fin nella camera della padrona stessa, e vide che questa era ancora più bella della cuoca e della serva. Essi parlarono insieme per un pezzo e s’intesero per sposarsi. Ma il ragazzo disse, che avanti di maritarsi doveva andare a visitare il suo padre e il suo padrino, il prete: — Se sapessi solamente — soggiunse — dove devo andare per trovarli.
— La cosa è facile — disse la sposa. — Qui al mio dito ho un anello col quale si può avere quello che si desidera e andare dove si vuole!
Il ragazzo prese l’anello della sua amorosa, se lo mise al dito ed espresse il desiderio di tornare da suo padre e dal prete. Nello stesso momento vi giunse. Egli raccontò tutto quello che gli era successo dal momento che li aveva lasciati, ma nessuno gli voleva credere. Egli mostrò l’anello che aveva al dito, ma pure non gli volevano credere. Finalmente la sera, quando ebbero cenato dal prete, il giovane non potè più tenersi, quantunque la sua amorosa glielo avesse severamente proibito, dicendogli: «Tu non mi devi desiderare la dove sei tu con i tuoi!» e disse: «Potesse essere qui la cuoca per sparecchiare la tavola!» Nel momento la cuoca comparve e portò via il piatto che stava davanti al ragazzo e sparì. Quando fu l’ora di andare a letto, il ragazzo disse di nuovo: «Potesse venire ora la cameriera a prepararmi il letto!» Essa arrivò tosto e gli rifece il letto. Il giovane andò a letto e formò il desiderio: «Potesse ora venir la mia fidanzata a riposare al mio fianco!» La sposa comparve all’istante, abbracciò il giovane e lo baciò. Ma al momento stesso gli prese dal dito l’anello, escì e non si vide più. Il giovane cominciò ben presto ad avere tal desiderio della sua amante, che abbandonò suo padre e suo padrino e si mise in viaggio in cerca della città d’oro. Egli arrivò da prima dal re dei pesci:
— Buon giorno, nonno — disse il ragazzo, — mi puoi forse dare qualche notizia sulla città d’oro?
— No! non ne so niente — disse il re dei pesci — ma radunerò i miei pesci, forse qualcuno di essi ne saprà qualche cosa!
Egli fischiò per radunare i pesci, ma nessun di questi seppe dar notizia della città d’oro. Lo _Stenbiten_ (_Anarrichas lupus_) non era ancora venuto, ma finalmente arrivò anch’esso.
— Perchè arrivi tanto tardi? — domandò il re.
— La lontra mi aveva acchiappato — rispose lo _Stenbiten_, — fu a stento che mi potei liberare!
Ma lo _Stenbiten_ non seppe dir niente neppur lui della città d’oro. Il giovane andò avanti ed arrivò al re degli uccelli.
— Buon giorno, vecchio nonno — disse il ragazzo, — mi puoi dare nessuna notizia della città d’oro?
— Non ne so nulla! — disse il re degli uccelli — ma chiamerò i miei sudditi!
Egli allora fischiando riunì tutti gli uccelli, ma nessuno potè dir nulla della città d’oro. Per ultimo venne il cigno.
Questi aveva deposte le uova e gli uomini avevano teso un laccio presso il suo nido, nel quale era rimasto preso. Ne era escito a stento, ma quando finalmente fu giunto non seppe dir nulla neanche lui della città d’oro. Il giovane seguitò la sua peregrinazione senza sapere dove andasse. Mentre camminava vide due figli di gigante che si battevano. Il ragazzo si avvicinò a loro e domandò:
— Perchè vi battete? Si direbbe che siete due fratelli, ma se è così, perchè vi battete?
— Sì, siamo due fratelli — risposero entrambi — e ci battiamo per un berretto ed un paio di scarpe, che abbiamo avuto in eredità da nostro padre.
Il ragazzo, che era accorto ed istruito, domandò cosa avessero di particolare il berretto e le scarpe. Gli fu risposto, che quando si avevano le scarpe, si poteva in un salto essere là dove si voleva e che quando si aveva in testa il berretto, si diventava invisibili.
— Prestatemeli un momento — chiese il ragazzo — che vi possa provare se è vero quanto mi dite!
I figli del gigante non vollero dapprima prestare la loro eredità al giovane che essi non conoscevano, ma infine si lasciarono persuadere, quando il giovane ebbe promesso di fare solamente due salti come prova. Ma appena il giovane ebbe messo le scarpe e il berretto, andò d’un salto alla città d’oro, e vide un gran bastimento dorato sul mare. Gli dissero che quel bastimento apparteneva ad un figlio di re, il quale era venuto a cercar moglie. Il giovane entrò senza essere veduto nella reggia e vide e sentì il figlio del re, che chiedeva la mano della sua amante. Egli rimase nascosto finchè venne l’ora di andare a letto. Quando la sua amante andò a letto, vi andò pure il figlio del re e si coricò al suo fianco. Nel momento che il figlio del re volle baciare la sua sposa, il giovane gli dette un calcio sulla bocca. Il figlio del re non potè capire cosa volesse significare un tal trattamento. Egli si offrì di nuovo, ma ricevette un secondo colpo del duro stivale di gigante che il giovane aveva nel piede.
— Perchè mi batti così? — domandò il figlio del re, meravigliato dei modi poco amabili della sua bella.
— Io non ti batto niente affatto — disse la figlia del re; ma il giovane che stava dietro alla sposa rideva per sè. Nello stesso momento diede un nuovo calcio al figlio del re, cosicchè questi arrabbiato, saltò su e ritornò al suo battello dorato. Aveva avuto abbastanza di quella ragazza, pensò, e ritornò al suo paese. Il giovane si alzò pure, escì e si levò gli abiti del gigante. Quindi tornò e cominciò così a parlare colla figlia del re:
— Chi era quel forestiero che venne qua mentre io ero via?
— Era un figlio di re, che veniva a sposarmi — rispose la sposa.
— E perchè non l’hai sposato?
— Oh l’avrei preso volentieri — disse la figlia del re — ma egli ebbe paura di me!
— E perchè ebbe paura di te?
— Non so donde viene, ma mentre eravamo accanto l’uno all’altro assicurò che io gli davo dei calci sulla bocca invece di baciarlo, si mise in collera e se ne andò. Io non lo seguii; sapevo di non avergli fatto il minimo torto.
Il giovane allora ricominciò la sua antica corte, furono fatte le nozze ed il ragazzo diventò padrone della reggia della città d’oro.