CAPITOLO SETTIMO
IL MONDO SOPRANNATURALE DEI LAPPONI — PROFILO DELLA LORO RELIGIOSITÀ — CONVERSIONE DEI LAPPONI AL CRISTIANESIMO E FERVORE APOSTOLICO DEI MISSIONARII NORVEGIANI — STREGHE, MAGHI E PREGIUDIZII — LA MITOLOGIA LAPPONE SECONDO GLI ULTIMI STUDII DI FRIIS.
Il buon parroco norvegiano Knud Leem trova, che la prima virtù dei lapponi è quella di essere religiosi: _Inter virtutes lapponum primas merito tenet veri Numinis cognitio_. È naturale che quel bravo prete così timorato di Dio si entusiasmi per la calda religiosità dei suoi amici polari, benchè ne dia il merito principale al _divo_ Federigo IV, che si occupò con molto amore della loro conversione. Prima di questo re _immortale_, dice egli, l’ignoranza religiosa dei lapponi era infinita e aggiunge come prova di questo, che uno di essi interrogato come Cristo fosse asceso al cielo, rispondeva: _con due tavole di pietra!_ (confondendo l’ascensione del Cristo con Mosè e le sue tavole). Ecco le parole testuali di Knud: _Exemplum dabo crassissimae ignorantiae, qua tunc temporis miserrima gens laboravit_.
Noi, meno credenti di Knud, e più psicologi che teologi, troviamo strano come i lapponi abbandonassero senza alcuna lotta e quasi direi senza alcun rimpianto la loro poetica mitologia, che era stata per tanti secoli la religione dei loro padri e si facessero cristiani senza spargere una goccia di sangue nè una goccia di lagrime. Mutarono religione come avrebbero mutato il vestito e abbandonarono quasi senza rimpianto i loro dèi, i loro tamburi magici, le loro mosche magiche, tutto l’olimpo fantastico del loro cielo ideale per abbracciare una religione monoteista ed altissima, nata sotto il cielo azzurro della Palestina. Credo, dopo averli studiati, che domani si farebbero turchi coll’eguale facilità, e sarebbero i più fervidi musulmani del mondo. Egli è perchè sono docili, timidi e pieni di un nervosismo, che li trae facilmente ad aver paura della forza o delle cose invisibili. Le loro donne furono le ultime a conservare un culto per i loro idoli, ma oggi non rimane più dell’antica mitologia, che qualche pregiudizio e qualche rito appena disegnato nelle nebbie di una superstizione vaporosa e indistinta[33].
La prima missione cristiana fu fondata in Lapponia nel 1714 e il Knud, divenuto missionario egli stesso pochi anni dopo, trovava già profondamente cristiani i suoi neofiti. Alcuni sapevano a memoria 36 salmi. Un vecchio più che settuagenario, di nome Nikka Kokko-gedda, analfabeta, aveva imparato a memoria in brevissimo tempo le tre prime parti del catechismo. Chiamavano i loro parroci col nome di _buorre atzkie, buon padre_. Quando appariva loro dinanzi un prete, si levavano immediatamente con molto rispetto, offrendogli ciò che avevano di meglio, _ut lac rangiferinum congelatum, caseum, linguam et medullas ejusdem animalis_; ringraziavano con parole calde il sacerdote che aveva fatto la predica, dicendogli più e più volte: _Kiitos ednak Ibmel sanest, molte grazie per il Verbo di Dio_. Non bestemmiavano mai, in ciò superiori ai norvegiani (aggiunge il Knud) e moltissimi fra loro non prendevano cibo senza prima averlo benedetto colle parole _Jesusatzh sioned_ (benedici, o Gesù).
Molta parte di merito nella conversione dei lapponi è da attribuirsi ai missionarii, i quali, animati da un santissimo fervore, si sacrificarono per la loro nobile intrapresa, che fu anche opera di moralità, dacchè è per essi che i lapponi lasciarono quasi affatto il vizio dell’ubriachezza, che fino allora era stata la prima loro gioia.
Knud descrive con vera esaltazione il piacere di convertire i lapponi al cristianesimo, mostrando nello stesso tempo, quali fossero i forti travagli della vita di un missionario in quelle regioni polari. Allo svegliarsi veder la brina del proprio fiato ghiacciato sulla pelliccia del letto, trovar ghiacciato l’inchiostro anche presso il fuoco, sentirsi ardere i piedi e gelar le spalle e veder disegnata colla brina la forma del proprio corpo sulle pareti delle capanne, perchè il corpo faceva da paravento per il calore del focolare: «Praeter omnem opinionem deprehendi eam parietis partem, quae propter umbram corporis mei vim calefantis ignis admittere non poterat, pruinam induisse, meique quasi imaginem et simulacrum albo colore depictum, in pariete retulisse.
«Nec molle et plumosum cubile in hujusmodi hospitiis Missionario expectandum est, cui loco culcitae est hispidum corium rangiferinum, super nudam humum, vel saltem super corrasa lignorum sarmenta expansum, vestibus, quas cubitum iturus exuerat, loco pulvini suppositis. Ad requiem qualemcunque ita compositus, ipsam nivem capita fere attingit, exiguo unius duntaxat palum spatio ab ea remotus, cubat enim in pavimento, pedibus focum versus exporrectis, capite autem parieti proximo qui, quemadmodum supra observatum est, ima sui parte perpetuis nivibus, tanquam vallo cinctus est et circundatur.» (Pag. 535).
E dopo aver descritto il piacere di viaggiare nell’inverno in mezzo a turbini di neve che oscurano il cielo:
«Accidit praeterea, ut, saeviente frigore et multa nive cadente, genis proficiscentium glacies incumbat, quae laminae instar, postea avellitur et stiriae palpebris adhaerescant, digitis similiter avellendae, quod incommodum admodum molestum est, iis praesertim, qui a teneris perferre non didicerunt. Incommodis hisce et periculis tandem superatis, pervenitur in tentorium, teterrimo fumo oppletum, quod sane haud leviorem viatori molestiam creat; et, ut reliqua incommoda taceam, hoc unum, memorasse sufficiat, efficere hunc fumum, ut facies hospitis, si per complures dies hic commoratus fuerit, variis tuberibus intumescat.
«Et, ut paucis multa complectar, tot Missionarium lapponicum circumveniunt et exercent incommoda, tot labores exantlandi, sive frigus spectes, quod suo tempore paene intolerabile est, sive hospitium in parvo et rimoso tentorio, sive denique alimenta consideres, qualia sunt lac rangiferinum congelatum, fontana, eaque interdum frigidissima et nive permixta etc. aliaque innumera, quibus recensendis vix sufficio, incommoda respicias, ut speciali Dei providentiae, eique soli tribuendum sit etc.»
Dice però che egli non vuole con queste tristi pitture sgomentare i missionarii, perchè l’idea di far del bene e di far entrare in cielo le anime dei lapponi basta a tutto.
«Enim vero qui gloriam Dei in tot animarum a tenebris ad lucem, a potestate Satanae ad Deum, conversione promovendam unica respicit, haec et alia, quae se circumvenire possunt incommoda, parum curat, sed puro et sinceri Christi oviumque pretiosissimo ipsius sanguine redempturum amore incensus quaevis molestias laetus adit, laetus sustinet et superat. Quae initio dura sunt, uti assueveris, sensim mollescunt, et profecto (absit omnis jactantia et vana coram Deo et hominibus gloriatio) confidenter ausim asserere, me omni illo tempore, qua pars aliqua missionis regiae in hisce oris eram, mea sorte adeo contentum fuisse ut numquam magis. Si causam quaeris, praeter multas alias et hanc accipe; esse lapponibus ingenia adeo docilia, mitia et tractabilia, ut, quod in commercio cum aliis hominibus, sua et aliorum opinione his multo politioribus, animum liberalem aequique amantem et justi, haud raro offendant, et ad iram ac indignationem irritant, inter lappones versanti non sint metuenda.»
Le streghe e i maghi furono gli ultimi a sparire dal mondo mitologico, e non oserei dire che neppure oggi sia del tutto scomparsa la magia in Lapponia; nè possiamo stupircene, quando ricordiamo la magia bianca dello spiritismo, che si esercita anche oggi sotto i nostri occhi da uomini serii e di buona fede.
Knud racconta molte confessioni di streghe, dalle quali apparisce come queste donne credessero esse stesse agli straordinarii poteri, dei quali eran dotate, sia per fare il bene che per fare il male. Alcune ad esempio credevano di essere state nell’inferno e di aver avuti continui rapporti col diavolo, altre confessavano di avere coi loro maleficii fatto naufragar navi o perir vacche e bambini. Il buon Knud è disposto a credere, che queste confessioni fossero il risultato di sogni o di accese fantasie, fors’anche estorte dalla paura o dalla tortura; ma non nega che anche l’arte magica possa essere della partita: «Artem tamen magicam olim fuisse exercitam, minime nego, cum diabolus in infidelibus efficax sit, et quis id, quod sacrae paginae luculentis dictis exemplisque testificantur negare sustineret?»
Prima di segnare a grandi tratti l’antica mitologia lapponica, raccogliamo le superstizioni e i riti, che regnavano ancora poco prima del Knud e che possono valere a disegnarci la particolare forma di religiosità che è propria dei lapponi.
Usavano una specie di sagrifizio in cui ardevano in una _cymbula_ pezzetti di carne, di cacio, di burro e di viscere di renne.
Si credeva, che taluni uomini avessero il potere di lanciare da lungi piccole freccie avvelenate di piombo per vendicarsi dei proprii nemici. Queste freccie producevano malattie gravi o contagiose.
Si tenevano lontani i lupi, gridando o piuttosto urlando il canto _juvigen_:
«Kumpi! don ednak vahag lekdakkam, ik shjat kalka dam paikest orrot, mutto dast erit daakkan maibme kietzhjai mannat, ja don kalkak dai patzhjatallat daiheke jetzhja lakai hawanet»
«Lupo, autore di molti mali, non rimaner più qui, vattene lungi di qui agli ultimi confini del mondo. Altrimenti o sarai trafitto dalle freccie o in qualunque altro modo perirai.»
I maghi, per scoprire il ladro, mettevano dell’alcool in una _obba_, e dicevano di sapervi vedere il ritratto del colpevole. Che s’egli non avesse reso le cose rubate, perderebbe un occhio o un membro. A rendere più solenne questo esorcismo, il mago urlava durante la sua inchiesta; e il ladro lappone, assai più ingenuo dei nostri, si rivelava spesso e restituiva ciò che aveva involato.
Agli antichi lapponi era giorno sacro il giovedì; con minor frequenza anche il sabato e il venerdì. Nei giorni creduti sacri era proibito cacciare e pescare.
Rispetto alla menstruazione avevano usi molto simili a quelli degli antichi ebrei. Quando una donna aveva il flusso mensile, il marito non poteva dormire con lei e neppur toccarle gli abiti. Essa non poteva scavalcare colle gambe un fucile giacente sul suolo, nè montare sul tetto della capanna, nè munger le vacche, nè passare presso la spiaggia, dove si mettevano a seccare i pesci.
Non mangiavano mai carne di porco, credendo che quest’animale fosse il cavallo dei maghi.
Non andavano a cacciare o a pescare dove erano chiese.
Non nominavano mai o quasi mai l’orso col proprio nome di _guouzhja_, temendo di offenderlo e di irritarlo a maggiori stragi. Lo chiamavano invece _vecchio dalla pelliccia, moedda-aigja_. L’orso ucciso era condotto quasi in trionfo a casa, ma si costruiva una speciale capanna per riceverlo, dove doveva esser cotto e dove nessuno entrava prima di aver mutato gli abiti. Era mangiato quasi unicamente dagli uomini, e solo qualche pezzetto era portato alle donne, badando che non fosse però degli arti posteriori. Questo scarso tributo non poteva esser portato loro attraverso la porta della capanna, ma sollevando in un angolo riposto un lembo della tenda. Le ossa dell’orso si seppellivano e per tre giorni uomini e donne vivevano isolati.
Quando si fondevano le palle per il fucile, si pronunziavano parole oscene.
Chi prendeva uno _Sturnus cinclus_, lo conservava vivo o morto, come un talismano, che portava fortuna.
Era grande fortuna potersi mettere sotto un albero, dove cantava un cuculo e rimanervi prima che fosse volato via. Era pure di ottimo augurio il trovarne le uova.
Trovar pietre singolari per grandezza o per forma significava che qualcosa di strano doveva accadere.
Il tuono spaventava i maghi e li uccideva; donde il proverbio: _Se non vi fosse il tuono, i maghi distruggerebbero il mondo_. Si credeva che i maghi inorriditi dal tuono, corressero qua e là, finchè avessero trovato un albero in cui nascondersi e appena rifugiati colà, il fulmine incendiava la pianta maledetta.
Gli alberi fulminati avevano particolari virtù, ad esempio questa, che una scheggia del loro legno curava il mal di denti.
Appena una donna si sentiva incinta, cercava nel cielo una stella, che fosse vicina alla luna, e dalla maggiore o minore distanza dei due astri traeva augurio sulla fortuna della gravidanza e del parto.
_Securi manubrium infigere in domo, ubi puerpera erat, nefas habebant._
Nel travaglio del parto bisognava badar bene che non vi fossero nodi nelle vesti della partoriente, perchè ognuno di essi rendeva più laborioso il parto. Gli abiti portati nel momento del travaglio non si potevano portar più per tutto il corso della vita.
Le donne non potevano mangiare la carne della testa del renne e gli ammalati non dovevano assaggiare la parte dello stesso animale, che corrispondeva a quella che in essi pativa.
Durante la malattia si facevano spesso doni votivi alla chiesa vicina. Morto il malato, si uccideva il renne, che serviva come animale da tiro al defunto, e mangiatene le carni, si seppellivano le ossa. Si abbatteva la parte della capanna, in cui si era deposto il cadavere e spesso si abbandonava anche il luogo visitato dalla morte.
Per difendere il gregge dalle disgrazie si credeva utile sospendere al fienile una testa di pecora involta di fieno e di lana. Si credeva pure molto utile segnare una croce sui loro armenti[34].
Dopo aver segnato questi tratti sulla religiosità dei lapponi, daremo alcuni cenni della loro antica mitologia, desumendola dagli studii profondi di Friis.
MITOLOGIA LAPPONE
Dei _noaide_ dei lapponi ossia dei loro sacerdoti e medici
I _noaide_ avevano una parte importante nel culto pagano dei lapponi; erano uomini intendenti di magia, di arti soprannaturali e facevano la parte di sacerdoti, di indovini, di consiglieri, non che di medici. Erano gli intermediarii fra gli Dei o il mondo degli spiriti e gli uomini: potevano fare il bene ed il male. Essi erano numerosi, ma pochi avevano grande fama; alcuni furono tanto celebri, che anche al giorno d’oggi i loro nomi e le loro gesta sono consacrati nelle leggende lappone.
I _noaide_ cadevano in una specie di sonno magnetico, durante il quale la loro anima veniva condotta da un _sairro-gnolle_ o un _sairro-jodde_ (un pesce o un uccello del regno dei morti) là dove ricevevano i responsi desiderati. Il Friis, quantunque ammetta che spesso quel sonno potesse essere simulato, dice che i lapponi in generale sono soggetti ad una grande nervosità osservata non solo dagli antichi, ma anche dai recenti viaggiatori, per la quale sono facilmente presi da accessi di furore improvviso, estasi, svenimento ecc., determinati da cause piccolissime, come un rumore improvviso. Questo stato è così frequente tra loro, che hanno una parola speciale per designarlo. Alcuni lapponi dicono, che quella disposizione è loro venuta dall’essere stati spaventati da giovani. Quella nervosità non è speciale dei lapponi, ma si trova in altri popoli polari nomadi e che vivono in circostanze simili. Friis racconta poi il modo col quale venivano iniziati i nuovi sacerdoti coll’aiuto dei _noaide-gazze_, spiriti che erano al servizio dei _noaidi_. I _noaidi_ conoscevano forse alcuni rimedii per le malattie, ma ricorrevano per lo più a parole cabalistiche, oppure facevano un viaggio nel regno dei morti per dissuadere questi dal far del male al malato, essendo loro credenza, che i parenti morti mandassero ai vivi le malattie o per punizione o per desiderio di avere la loro compagnia. Alcuni _noaidi_ potevano distinguersi per qualità speciali, e per questo aver nomi speciali. Così visse nel XVII secolo un _noaide_ chiamato _Guttavuorok_ (che può prendere sei forme). Questa proprietà di prender forme di animali si ritrova negli angakut dei groenlandesi, nei tadibe dei samojedi e nei schamani dei finlandesi.
Degli _angakut_ dei groenlandesi
Gli _angakut_ dei groenlandesi corrispondono ai _noaidi_ dei lapponi, ed hanno con questi una grande rassomiglianza. L’autore descrive i loro ufficii, il modo col quale vengono iniziati, i loro viaggi nel mondo di sotto, attraversando prima la terra o il mare, quindi il regno dei morti, trovando poi nel suo palazzo (a guardia del quale stanno delle foche e un grosso cane) la regina dell’inferno colla quale devono lottare nel cielo (il regno delle anime) ove apprendono lo stato e la sorte dei malati, e dove possono anche prendere per questi una nuova anima, o guarirli col cucire alla loro anima l’anima di un animale (poichè i groenlandesi s’immaginano l’anima come una cosa dalla quale si possono levare e ricucire dei pezzi). Potevano anche aprire un ammalato, levarne gli intestini, lavarli e rimetterli al posto. Facevano questo in pieno giorno davanti a molta gente, e tutti, compreso l’ammalato, erano persuasi che lo facessero davvero, prova che erano abili giocolieri. Avevano come i _noaidi_ una lingua convenzionale conosciuta da loro soli.
Dei _gobdas_ o _kobdas_ dei lapponi (_runebom_ in norvegiano)
Pare che tutti i _schamani_ dei popoli turanici abbiano adoprato nell’esercizio delle loro arti uno strumento più o meno somigliante a un tamburo. Questi tamburi avevano però forme diverse. Quelli lapponi erano composti di una cassa di legno scavato, ovale o rotondo, con incisioni per ornamento, con una pelle di renna tesa sopra. Su questa erano disegnate tutte le divinità lappone, ognuna nella parte dell’universo ove si credeva che avesse il suo regno.
Vi erano disegnati pure il sole, la luna, le stelle, gli animali selvaggi, i pesci, gli stessi lapponi e le loro abitazioni, come pure i norvegiani o cristiani e le cose che parevano loro più strane, tutto insomma quello che poteva interessare il lappone, per cui il _runebom_ era la sua bibbia, il suo oracolo, la carta geografica del mondo che conosceva o s’immaginava. Esistono ancora pochi _runebom_; 70 sono stati distrutti da un incendio a Copenaga. Portavano appesi degli anelli ed altri oggetti, specie di _ex-voto_ regalati al _runebom_ per i responsi ricevuti.
Il _runebom_ dei lapponi mi richiama alla mente la pipa sacra dei Payaguas, che ho illustrato nei miei viaggi e che ha lo stesso valore psichico sotto una forma molto diversa. Anche in quella pipa il povero selvaggio americano ha chiuso in piccolo spazio la natura e la fantasia, il mondo dei sensi e quello della poesia, le cose umane e le divine, quasi volesse concentrare tutte le forze naturali e soprannaturali in quello strumento con cui voleva scongiurare la malattia, quasi si studiasse di conoscere tutti gli elementi del creato per combattere le battaglie contro la morte; fantastico accozzo di puerili immagini e di sublimi aspirazioni, abbozzo grottesco d’arte, di scienza e di fantasia[35].
Il mio ottimo amico prof. Pigorini ha scoperto ultimamente un tamburo magico lappone, e lo ha acquistato per il Museo etnologico di Roma e grazie alla sua squisita cortesia, ne posso dare qui il disegno. Anche in questo vi è distinta la parte celeste dalla terrestre, e tu vedi disegnati gli Dei, il sole, la casa dei cristiani, il renne e l’orso. Nella tavola è disegnata anche la bacchetta magica, che però non è di corno di renna, ma di legno.
[Illustrazione: UN TAMBURO MAGICO LAPPONE Scala 10/100]
Del _coarve-vaecer_ e del _vuorbe_ o _vaeiko_
Il primo era la bacchetta di corno di renne scolpito in forma di T, talvolta rivestita di pelle, colla quale battevano il tamburo. Il _vuorbe_ era un anello di ottone con altri anelli minori in giro o un triangolo di osso: esso rappresentava il sole, e quando si voleva consultare il _runebom_ si poneva quell’anello o triangolo sull’immagine del sole, che era disegnata sul mezzo del tamburo magico.
Dell’uso del _runebom_
Ogni volta che un lappone doveva intraprendere una cosa della menoma importanza, un viaggio, una caccia, una pesca o chiedere consiglio in caso di malattia, consultava il _runebom_. Pare che vi fosse uno di questi tamburi magici in ogni famiglia, come v’è una bibbia da ogni protestante. Solo nei casi più gravi si aveva ricorso all’intermediario del _noaide_ per consultare il tamburo; altrimenti era il padre di famiglia che lo faceva. Dopo molti preparativi e gesticolazioni si poneva il _vuorbe_ (l’anello) sul tamburo e si cominciava a battere sulla pelle colla bacchetta, finchè l’anello dopo varii salti e movimenti si fermava sopra un segno del _runebom_ e non voleva più andar via di là. Dal luogo in cui si era fermato l’anello si deduceva la volontà degli Dei: se si trattava di viaggio e che l’anello si fermasse sul segno del mattino o della sera, ciò indicava l’ora nella quale bisognava intraprenderlo. Se si consultava per una pesca, il fermarsi dell’anello in mezzo allo scompartimento ove era segnato un lago con pesci, prediceva successo; se si fermava al margine di quello scompartimento, il dio dei pesci voleva avere una offerta per essere propizio; se non voleva andare in nessun modo da quella parte la pesca non poteva riescire. Il _runebom_ aveva il suo posto in una divisione speciale e sacra della tenda; nessuna donna lo doveva toccare, e neppure passare per la strada sulla quale era stato portato, se non voleva esporsi a morte o a qualche grande disgrazia.
Eccovi un racconto che si trova nel manoscritto di Naerö e che vi do tradotto letteralmente:
«Il lappone Andrea Livortsen aveva un figlio unico Giovanni di anni 20, tanto malato che nessuno credeva che la potesse scampare. Il padre che era disperato adoprò tutte le _runerie_ o arti magiche che conosceva, ma invano. Finalmente si decise di ricorrere al _runebom_. Egli stesso era un gran _noaide_, ma trattandosi di cosa che lo riguardava tanto da vicino, non gli era permesso secondo i suoi articoli di fede di consultare da sè il _runebom_. Perciò mandò a chiamare il fratello della sua moglie morta, che era abile quanto lui nelle arti dei noaidi. Dopo le cerimonie preliminari, il cognato pose l’anello sul _runebom_ al suo posto, e cominciò a battere col martello. Ma vedi! L’anello va tosto sul _jabmicuci-balges_, la via dei morti, proprio vicino al regno dei morti. Il padre rimase costernato, tanto più quando vide che non ostante i più forti colpi della bacchetta, accompagnati da ogni sorta di scongiurazioni, non si voleva muovere da quel posto; finchè, secondo il consiglio del cognato, promise di offrire ai morti un renne femmina. Allora finalmente, tornato a battere sul _runebom_, l’anello si mosse, ma non andò più in là del _ristbalges_, la via dei cristiani, per cui il cognato battè di nuovo. Ma l’anello tornò di bel nuovo sulla via dei morti. Questa volta il padre promise un renne maschio a _Mubben-aibmo_ (Satana), perchè suo figlio potesse rimanere in vita. L’anello si mosse, ma ritornò alla via dei cristiani, nè vi fu verso di farlo andare su quella parte del _runebom_ ove sono le capanne dei lapponi (che sarebbe stato segno sicuro di guarigione). Il cognato battè per la terza volta con molti esorcismi, ma l’anello tornò al suo posto di prima, cioè alla via dei morti e vi rimase fisso, finchè il padre oltre alle due renni fece voto di sacrificare un cavallo al _noaide_ del regno dei morti, affinchè egli _runasse_ in modo tale da determinare i morti a fare andare l’anello alla capanna dei lapponi, e così il padre avesse l’assicurazione che il figlio vivrebbe. Ma questa volta venne esaudito ancora meno delle altre: l’anello rimase fisso nella via dei morti non ostante tutti i colpi, sicchè veniva predetta con certezza la morte del giovine. Il cognato rimase sbalordito, nè poteva capire come mai l’anello desse un prognostico peggiore, e gli Dei rimanessero più inesorabili, dopo aver ricevuto tante offerte. Finalmente si appigliò a questo consiglio: calò alla spiaggia e prese un sasso allungato. Dopo aver consacrato quel sasso con molti esorcismi e canti, lo appese davanti alla capanna; quindi si gettò davanti ad esso colla faccia contro terra, e gli diresse una preghiera, chiedendo poi a _Mubben-aibmo_ (Satana) da cosa derivasse, che l’anello non voleva abbandonare la via dei morti, quantunque si fossero promessi doni tanto splendidi a lui, ai morti ed ai _noaidi_ del regno dei morti. Egli allora udì la pietra dargli questa risposta: che le cose promesse dovevano essere offerte a lui e agli altri Dei nello stesso momento, se no il ragazzo doveva morire, a meno che vi fosse un’altra vita umana da offrire in vece della sua. Queste erano dure condizioni; perchè era impossibile al padre di essere così sollecito nel suo pagamento come lo chiedeva Satana, non avendo sotto mano nè le renne nè il cavallo promessi; e dove avrebbe trovato un uomo disposto a offrirgli la sua vita per salvare il suo figlio? Se dunque il padre voleva conservare il figlio in vita, non aveva altro mezzo che di morire egli stesso; e si risolvette volentieri a ciò. E tosto che ebbe preso questa risoluzione, colla quale dimostrava un amore più grande pel figlio che per la propria anima, il cognato battè di nuovo sul _runebom_ dove l’anello stava ancora al suo primo posto; ma ora si rimosse e andò sulla capanna lappone, il che profetizzava vita e salute per l’ammalato. Il più strano di tutto è che il giovane cominciò tosto a star meglio, mentre il padre nel tempo stesso divenne mortalmente ammalato e che il dopo pranzo dell’indomani il figlio era completamente guarito, nello stesso momento in cui il padre con una _misera_ morte rendeva la sua _misera_ anima al diavolo.
«Il figlio mostrò la sua riconoscenza al padre, secondo il desiderio espresso da questi nei suoi ultimi momenti, offrendo alla sua anima un renne maschio; affinchè nel regno dei morti potesse più comodamente andare in giro là dove voleva.
«Il lappone Giovanni, al quale questo è successo cinque anni fa, e che ora serve nella mia parrocchia in Helgeland, ha raccontato questa storia, insieme ad altri lapponi e le loro mogli in mia presenza nella mia casa nel gennaio del presente anno 1723[36].»
I _runebom_ non sono tutti compagni fra loro, sebbene abbiano molta analogia. Ve ne sono di quelli ove le figure sono quasi tutte prese dalle credenze cristiane ed appartenevano probabilmente a lapponi ufficialmente cristiani, ma che di nascosto seguitavano le loro pratiche pagane. Ora è completamente sparito tra i lapponi la conoscenza del _gobda_ (_runebom_) del quale non conoscono neppur più il nome. I lapponi erano rinomati presso ai loro vicini i finlandesi per le loro arti magiche.
Il _gobda_ e il _sampo_
Friis dimostra come il _sampo_, l’arnese miracoloso celebrato in diversi canti del _kalevala_ finlandese, che venne costruito dal finlandese Ilmarino per potere ottenere in matrimonio la figlia di Locchis, la più bella ragazza di Pohjola (Lapponia), del quale sono state date molte spiegazioni, ma nessuna sodisfacente, non era che un _gobda_ o _runebom_.
DEGLI DEI LAPPONI IN GENERE E DELLA LORO DIVISIONE IN CLASSI
È completamente falsa l’opinione, che la religione dei popoli turanici fosse uno _schamanismo_, che cioè non credessero a potenze superiori a quelle dei loro _schamani_ (sacerdoti). Si può assicurare invece, che non si trova nessun popolo nè nei deserti dell’Asia nè nella Tundra della Siberia, nè nelle regioni polari d’America, che non creda alla esistenza di esseri o forze superiori agli uomini. I lapponi specialmente adoravano moltissime divinità: tutto l’universo era per loro pieno di Dei e Dee e oltre agli Dei elementari, ogni bosco, monte, lago, sorgente ecc., aveva il suo _halde_ o spirito protettore. Secondo Jessen si può ammettere, che i _noaidi_ lapponi dividevano le loro divinità in quattro classi, che corrispondono alla distribuzione dei disegni sui _runebom_, cioè in
_Dei sopracelesti_; _Dei del cielo e dell’aria_; _Dei della terra_; _Dei dell’inferno_.
DEGLI DEI SOPRACELESTI
Pare che i lapponi non abbiano avuto alcuna idea della creazione. Gli Dei sopracelesti avrebbero abitato nella regione delle stelle e sarebbero stati un _padre_, che avrebbe avuto un potere superiore a tutte le altre divinità, un figlio, potere esecutivo del padre, una moglie del padre e una figlia; ma è probabile che questo concetto di divinità superiori derivasse dalle credenze cristiane.
DEI DEL CIELO E DELL’ARIA
_Ibmel_, che significava cielo, era anche Dio del cielo, e venne poi a significare divinità in generale. È lo stesso nome che danno adesso al Dio, che i cristiani hanno insegnato loro a conoscere.
_Diermes_ o _Tiermes_ o _Horagales_ (che ha poi molti altri nomi nei diversi dialetti lapponi) era uno degli Dei più antichi e più venerati, e per questo si trova sopra tutti i _runebom_. Era il Dio del tuono e del baleno, e comandava ai venti, alla pioggia, alla neve, al mare, ai laghi: poteva fare il bene o il male degli uomini; farli vivere o morire. Era armato di un martello e di un arcobaleno col quale lanciava freccie. Egli proteggeva il _Noaide_, mentre questi era svenuto e la sua anima andava nel regno dei morti, e quando il diavolo o gli spiriti cattivi volevano impedire l’anima dal tornare nel corpo, li scacciava col suo martello. Non gli si doveva sacrificare nessun’animale femmina, nè alcuna donna doveva assaggiare la carne degli animali che gli venivano sacrificati.
_Varalde olmai_ (uomo della terra). Lo pregavano per tutto quel che era abbondanza di pesca, di licheni per le renne, di nascite nelle mandre, di burro e di formaggio ecc., e lo pregavano anche perchè mandasse un buon raccolto di grano ai cristiani, affinchè da questi potessero far buona compra di farina, di birra, di acquavite e di tutto quello che deriva dal grano.
_Bieggagales_ (Dio del vento). Lo pregano di calmare il vento quando questo a primavera fa morire i vitellini delle renne al momento della nascita, o quando sono in pericolo sul mare. Col mezzo del loro _runebom_ lo legano con tre nodi: sciogliendo il primo ottengono vento discreto; sciogliendo il secondo, vento assai forte; ma se si scioglie il terzo, è inevitabile il naufragio.
Questi tre Dei, _Horagales, Varalde olmai_ e _Bieggagales_ erano i tre grandi Dei dei lapponi.
La nozione dei _tre uomini santi_, che quasi servivano d’intermediario fra i lapponi e i tre grandi Dei, pare derivata dall’adorazione cattolica dei santi.
Erano _l’uomo della domenica, l’uomo del sabato_ e _l’uomo del venerdì_. Ma parrebbe che avanti di venire in contatto coi cristiani i lapponi dividessero il tempo in settimane e mesi (i nomi dei giorni sono difatti tutti derivati dal norvegese), dunque questa credenza in tre uomini santi devesi ritenere come di origine mista.
_Baeivve, Manno_ e _Nastek_
(Il sole, la luna e le stelle)
Pare che i lapponi siano stati grandi adoratori del sole. Era la sola divinità alla quale offrissero olocausti sopra alcune pietre sacre speciali. Friis crede, che la forma rotonda che i lapponi danno ad ogni cosa derivi pure dall’adorazione del sole. Le tende, le capanne, gli steccati per le renne, i cucchiai, i recipienti pel latte sono rotondi; perfino le scarpe anticamente erano rotonde, e non è improbabile che le madri, per l’adorazione che avevano di questa forma rotonda, che a loro pareva la più bella, cercassero di rendere rotonda per mezzo di fasciature anche la testa dei loro bambini. Un resto dell’adorazione del sole si trova ancora nell’uso di spalmare di burro le pareti della capanna, affinchè il sole lo possa struggere quando torna a farsi vedere dopo la lunga notte d’inverno. Pare che adorassero anche la luna.
_La luna e le stelle._ Al sole, come alla maggior parte degli Dei, davano famiglia, moglie e figli, i quali però non venivano adorati in modo speciale.
_Mader-acce_ è un Dio che si trova solo in un _runebom_ e del quale si hanno poche notizie; abitava in cielo, ed aveva per moglie _Mader-akka_ e tre figlie, le quali però abitano in terra (il che va d’accordo colla idea che i lapponi hanno, che le donne sono molto inferiori agli uomini).
DEGLI DEI DELLA TERRA
Le tre figlie di _Mader-akka_
Ecco come i _noaidi_ spiegavano il modo nel quale nascevano gli uomini. Il figlio del Dio supremo (sopraceleste) riceveva dal padre il potere di creare l’anima e gli spiriti. Quando aveva creato un’anima, la mandava a _Mader-acce_. Questi prendeva l’anima nel suo stomaco (che per questo stava sempre aperto) e con essa faceva il giro del sole, attraversando tutti i suoi raggi e scendendo per l’ultimo raggio sulla terra, ove consegnava l’anima a _Mader-akka_ sua moglie. Questa la riceveva in sè e formava intorno all’anima il primo embrione. Se doveva diventare un maschio lo mandava alla sua figlia _Juksakka_, dea dei maschi, se doveva esser femmina la mandava all’altra figlia _Sarakka_. Quella di queste due figlie che l’aveva ricevuto, lo prendeva nel suo corpo, ne determinava il sesso, e lo portava quindi alla donna che doveva metterlo al mondo. Lo stesso era degli animali. Tutto ciò si faceva tanto bene, che l’anima non poteva venire intercettata da nessuno degli spiriti maligni. Questa idea doveva venire al lappone dal suo modo di vivere, dovendo egli, popolo debole e circondato da altri più guerrieri, ricorrere sempre all’astuzia per difendersi, cercar di nascondersi, e nelle sue migrazioni far lunghi circuiti e tentare di far perder la sua traccia al nemico[37]. Gli spiriti maligni insidiavano all’anima nel suo viaggio per arrivare alla terra come gli tschudi, i kareli o altri popoli perseguitavano i lapponi sulla terra, e per questo _Mader-acce_ la doveva nascondere nel suo stomaco, fare dei rigiri fra tutti i raggi del sole, prima di azzardarsi a scendere sulla terra e farla arrivare attraverso ad altre tre divinità alla sua madre terrestre. _Sarakka_ era una dea molto venerata da tutti, ma specialmente dalle donne incinte. Nei primi tempi dell’introduzione del cristianesimo i lapponi introdussero il battesimo e la comunione nelle loro cerimonie pagane, trasformandoli a modo loro. Dopo che un loro bambino era stato battezzato in chiesa ed aveva ricevuto un nome cristiano, essi lo ribattezzavano nella loro casa in onore di _Sarakka_, dandogli un nome lappone, col quale dopo lo chiamavano sempre tra loro. Così prima di andare alla comunione in chiesa, mangiavano e bevevano in onore di quella e di altre divinità.
L’altra figlia di _Mader-akka_, _Juks-akka_, aveva essa pure influenza sui bambini, e sacrificando ad essa si poteva ottenere, che il feto destinato da _Sarakka_ ad essere femmina potesse cambiar sesso. La terza figlia di _Mader-akka_, _Uksakka_, soggiornava presso la porta della tenda o della capanna, e sotto la sua protezione stavano i bambini dopo la nascita.
A queste tre dee era rivolta una grandissima parte nell’adorazione dei lapponi, e sono le sole delle quali rimanga ancora qualche ricordo.
Il Dio della caccia dei lapponi era _Laeibolmai_. Sotto la sua protezione stavano tutti gli animali selvaggi e specialmente l’orso, che fra loro come fra la maggior parte dei popoli affini, è un animale sacro.
Pare che vi fosse una Dea, forse sua moglie _Barbmo-akka_, che comandava a tutti gli uccelli di passo.
I lapponi credevano che nel mare, nei laghi, nei fiumi esistessero esseri soprannaturali, che proteggevano i pesci, e sacrificavano loro (per esempio gettando un po’ del loro cibo nell’acqua avanti i porti) perchè permettessero che si pescasse nel loro dominio.
Oltre agli Dei della terra soprannominati vi erano degli spiriti protettori degli oggetti, che i lapponi chiamavano _Haldek_, che essi dovevano pure cercare di propiziarsi. Ogni bosco, pezzo di terreno, rupe, cascata, fonte, ruscello, lago, insenatura del mare aveva il suo _Haldde_. Quando un lappone, per es., voleva costruire la sua capanna, doveva con una offerta rendersi propizio l’_Haldde_ del luogo. Quando il lappone abitava solo in mezzo al deserto, era pure circondato da una schiera di spiriti, coi quali i suoi pensieri e la sua fantasia erano continuamente occupati. Questa credenza negli spiriti protettori esiste ancora tra essi, e gli _Haldek_ prendono ancora una grandissima parte nei loro racconti.
È generale la credenza tra i lapponi, che i bambini che, nelle nascite clandestine vengono uccisi dalla madre, errano per i boschi e le terre per molto tempo in cerca della loro madre, piangendo e lamentandosi. Se alcuno li sente deve dare loro un nome, se no quelle anime non battezzate non possono trovar pace. Questa superstizione forse ha spesso impedito l’infanticidio in mezzo a quelle lande deserte dove sarebbe tanto facile celarlo. Laestadius racconta, che si è trovato qualche bambino ucciso colla lingua tagliata, affinchè non seguitasse a perseguitar la madre coi suoi lamenti dopo morto.
DEI DEGLI INFERNI
La sola divinità dell’inferno che pare realmente lappone era _Jabmi-akko_, la vecchia dei morti, che regnava sui morti. La nozione del _Rota_, che abitava giù basso nella terra, ma veniva su per fare il male degli uomini e degli animali, pare venuta dopo che ebbero conoscenza del diavolo dei cristiani. I noaidi avevano il potere di legarlo o scioglierlo. Ad esso si sacrificava un cavallo, che si seppelliva intero in terra, affinchè _Rota_ potesse, quando faceva del male sulla terra, ritornare su di esso a _Rota-aibmo_, la sua dimora sotterranea.
I lapponi credevano anche a diversi altri spiriti cattivi, segnatamente _Fudno_, che giù abitavano nella terra.
Il nome, che in oggi adoprano per designare il diavolo, è _Bergalak_ di origine incerta.
Un altro essere molto cattivo, che i _noaidi_ adopravano per far male agli uomini e agli animali, era un insetto chiamato dagli autori norvegesi _Ganflue_ (mosca magica), che si trova disegnata sopra quasi ogni _runebom_. Solamente i _noaidi_ più potenti avevano a loro disposizione di queste _ganflue_, che essi facevano escir fuori dal becco di un uccello magico. Erano tanto velenose, che gli stessi _noaidi_ non le potevano toccare altrochè con dei guanti; le conservavano in scatole, dalle quali le lasciavano volar via una alla volta, quando volevano far danno a qualcuno; compiuta la sua missione, la mosca tornava al suo padrone. Queste _ganflue_ si ereditavano e si prestavano da un _noaide_ ad un altro. Specialmente le eruzioni cutanee, i gonfi e tumori, lo sputare sangue, erano prodotti da queste mosche[38].
Alcuni _noaidi_ avevano anche una bacchetta magica (_gandstar_), colla quale potevano fare il male; altri sapevano costruire dei _tyre_, palla leggera che lanciata sopra un uomo o un animale, che si voleva offendere, produceva lo stesso effetto della mosca _ganica_. Il _finskud_ (tiro finno) era un altro modo, col quale il _noaide_ sapeva nuocere al prossimo. Esso faceva un’immagine della persona colla quale era in collera, e quindi tirava una freccia contro questa immagine nella parte del corpo che voleva render malata. L’arco col quale tirava era piccolo e di corno di renna; le freccie di due specie, appuntate o no secondo il genere di male che voleva infliggere[39].
Pare certo che i lapponi, anche prima di avere avuto sentore delle credenze cristiane, credessero all’immortalità dell’anima e al rinnovamento del corpo per gli uomini, non solo, ma anche alla continuazione dell’esistenza degli animali. Essi credevano pure ad una ricompensa ed una punizione dopo morte, ma forse questo è dovuto a infiltrazione d’idee cristiane. _Saivvo_ era la dimora delle anime beate. Era sotto la terra a piccola profondità, i lapponi vi vivevano come sulla terra, ma più ricchi, più felici, insieme a tutti gli animali che vi sono sulla terra.
Vi erano molti _Saivvo_, in ognuno dei quali abitavano pochi lapponi, e andavano dall’uno all’altro come sulla terra con renne e cavalli.
Gli abitanti del _Saivvo_ potevano mostrarsi agli uomini sulla terra, come i _noaidi_ potevano fare una visita al _Saivvo_. I parenti morti, che erano nel _Saivvo_, erano in qualche modo gli spiriti tutelari di quelli vivi. Ogni lappone aveva diversi di questi spiriti del _Saivvo_ a sua disposizione e più ne aveva, più era rispettato. Questi _Saivvo_ si ereditavano, non solo, ma anche si vendevano e compravano. Un padre morendo, lasciava i migliori e più potenti _Saivvo_ al figlio prediletto. Un matrimonio si considerava come felice, quando gli sposi tra loro portavano in corredo molti _Saivvo_ o potevano sperarne molti in eredità. I _Saivvo_ non prestavano i loro servigi gratuitamente, ma dovevano ricevere in ricompensa dei doni.
Fra gli animali del _Saivvo_ tre specialmente erano al servizio degli uomini e dei _noaidi_ ed erano i _Saivvo-loddek_ (uccello), _Saivvo-gnolle_ (pesce o verme), _Saivvo-sarvvak_ (renne maschio).
_Saivvo-lodde_
Questi uccelli potevano essere di specie, grandezze e colori diversi. Invocati con canti magici mostravano al lappone la via nelle marcie, gli portavano notizie de’ luoghi lontani, lo aiutavano a stare a guardia delle sue mandre ed altre proprietà, a ritrovare oggetti perduti ecc.
Il sentire cantare certi uccelli, mentre erano ancora a digiuno, era segno di disgrazia per i lapponi: per questo si dice che alcuni usino la precauzione di tenersi sotto la testa sul loro giacile un pezzetto di pane per mangiarlo appena svegliati e non essere colti in fallo dall’uccello di cattivo augurio.
_Saivvo-gnolle_
I _Saivvo-gnolle_ erano diversi per grandezza, nome e colore, e si trovano disegnati con forme diverse sui _runebom_. Solamente i _noaidi_ ne avevano al loro servizio e li avevano tanto più lunghi, quanto più erano esperti nelle arti magiche. Se ne servivano per nuocere ai loro nemici, o per scendere sul loro dorso nel _Jabmi-aibmo_ (regno dei morti).
Si trovano ancora delle superstizioni, che sembrano resti della credenza nel _Saivvo-gnolle_. Alcune parti dei serpenti sono ancora adoprate come medicina dai lapponi. Un pezzetto infuso nell’acquavite agisce come elisir d’amore.
Quando andavano alla pesca in certi laghi dalle acque chiare (dei quali dicevano che avevano un doppio fondo) osservavano una quantità di prescrizioni superstiziose, come di escire dalla porta di dietro della capanna, di non aver con sè alcuna donna ecc.
_Saivvo-sarvvak_
Le renne maschie del _Saivvo_ erano al servizio di pochi _noaidi_; essi le facevano combattere fra loro e il proprietario della renna che rimaneva ferita ammalava o moriva.
_Jabmi-aibmo_
Era la dimora dell’oscurità, della peste, del pianto. Qui andavano i cattivi, i ladri, i bestemmiatori, i violenti; questi erano i soli difetti che per essi costituivano un peccato. Nel _Jabmi-aibmo_ regnavano _Rota_, la sua moglie _Jabmi-akko_ (la madre dei morti che porta le malattie con sè) e _Fudno_. Ogni malattia veniva dalla dimora di _Rota_ (_Rota-aibmo_) e proveniva da parenti morti, che vi abitavano; per guarire bisognava sacrificar loro, o mandare un _noaide_ a cercar di placarli. Per guarire un bambino lo si ribattezzava, sicchè dal numero dei nomi di un lappone si poteva dire quante volte era stato ammalato da bambino. Il viaggio dei _noaidi_ al _Jabmi-aibmo_ non era sempre e unicamente per guarire un ammalato; qualche volta lo intraprendevano per ottenere, che qualche antenato o parente morto tornasse sulla terra per stare a guardia delle renne.
Quando un _noaide_ doveva intraprendere un viaggio nel _Jabmi-aibmo_, radunava il maggior numero di uomini e di donne che poteva. Fra questi, due donne dovevano essere in abiti di festa con cuffie di tela sulla testa, ma senza cintura intorno alla vita. Queste donne, durante questo ufficio, si chiamavano _Sarak_. Uno degli uomini presenti doveva pure sciogliere la cintura e levarsi il berretto, ed a questo si dava il nome di _Maerro-oaivve_. Quando tutto era pronto, il _noaide_ impugnava il _runebom_ e cominciava a batter sopra e a cantare dei canti magici a squarciagola. Tutti i presenti si univano ad esso con un forte e continuo _jouigen_ (canto magico). Quindi il _noaide_ cominciava ad evocare i suoi _Saivvo-gazzek_, le anime del _Saivvo_ che lo dovevano aiutare. Prima evocava il _Saivvo-lodde_ (l’uccello) gridando: _Haette dal gocco du matkai!_ (Ora ti devi mettere in via!). Quando questi era arrivato, visibile naturalmente per lui solo, gli ordinava di condurgli altri _Saivvo-gazzek_ e primo di tutti _Saivvo-gnolle_, il pesce o il serpente. Quando erano arrivati tutti, il _noaide_ levava il suo berretto, scioglieva la sua cintura e i legacci delle scarpe, si metteva le mani davanti al viso, cadeva in ginocchio e dondolandosi col corpo avanti e indietro, col _runebom_ in mano, cominciava e correre in giro sui ginocchi con straordinaria rapidità e gesticolazioni strane. Di quando in quando gridava: _Valmasteket haerge, saccaleket vodnos! Si attacchi la renna, si metta il battello nell’acqua!_ Prendeva colle mani e gettava in aria dei tizzoni di fuoco, mostrando che il fuoco non lo bruciava, beveva acquavite, si picchiava sul ginocchio con un’ascia, minacciando colla stessa dietro di sè, e portandola tre volte in giro alle _Sarak_. Finalmente tutto quell’eccitamento combinato col digiuno che aveva osservato per tutto il giorno avanti, agiva in tal modo sul suo corpo che cadeva come morto, in modo tale che «non si poteva udire nè vita nè anima in lui.» In quello stato rimaneva un’ora. In quel tempo nessuno lo doveva toccare; non dovevasi neanche lasciarsi accostare una mosca. Durante questo svenimento, la sua anima viaggiava sul _Saivvo-gnolle_ verso il _Saivvo_ e il _Jaibmi-aibmo_ sotto la protezione di _Noragales_ e del suo cane. Mentre la sua anima era assente, le _Sarak_ discorrevano tra loro a voce bassa, cercando d’indovinare verso qual _Saivvo_ potesse essere andata. Quando nel nominare i diversi _Saivvo_ (dei quali, come abbiamo visto, ve n’eran molti con un nome speciale per ognuno) arrivavano a nominare quello nel quale era andato lo spirito del _noaide_, questi cominciava a muovere un poco la mano o il piede. Allora le _Sarak_ seguitavano a discorrer tra loro, giuocando ad indovinare cosa faceva e come gli andava, ed il _noaide_ cominciava a ripetere quello che sentiva dire dai morti e quello che contrattava con essi nel mondo invisibile, o a rendere oracoli, che si riferivano al da farsi nel caso presente.
Qualche volta il _noaide_ doveva sostenere dura lotta nel regno dei morti col _Jabmek_, che non voleva lasciar partire il morto che voleva avere per guardiano delle mandre, o che voleva assolutamente che il parente ammalato lo venisse tosto a raggiungere; in quei casi il _Saivvo-gnolle_ aiutava fedelmente il _noaide_ nella lotta.
_Basek_ dei lapponi, luoghi sacri, luoghi di adorazione e di sacrifizi
La fantasia dei lapponi colpita da qualche pietra o rupe di forma strana lo attribuiva all’azione dei suoi Dei e i luoghi dove si trovavano questi monumenti naturali, che chiamavano _Basse_, erano i loro luoghi sacri, dove adoravano e sacrificavano, in piena aria, quello che è la chiesa o il tempio per altri popoli più civili, che hanno accomodato le cose più comodamente per sè e per i loro Dei. Consideravano pure come _Basse_ alcuni luoghi ove cascata o un ghiacciaio rendeva loro difficile il transitare colle renne, o luoghi ove era successa qualche disgrazia o dove avevano avuta grande sfortuna alla pesca o alla caccia. Colà sacrificavano a quel Dio, che pareva loro esserne stato causa. Potevano esser luoghi sacri anche quelli ove il lappone era stato fortunato; si chiamavano allora _Basse-varre_ e lì si sacrificava parte della preda; ancora oggi molti luoghi hanno conservato il nome di _Basse_. Questi _Basek_ potevano essere più o meno conosciuti: potevano essere il luogo sacro di una sola famiglia o di un distretto intero. (Ancora 20 anni fa si sa di un lappone che aveva il suo idolo e vi faceva sacrifizi). Il rispetto dei lapponi per i loro _Basek_ era molto grande; non costruivano le loro capanne troppo vicine per non disturbare il Dio col pianto dei bambini, non vi passavano davanti senza fermarsi e si avvicinavano sempre con tutti i segni della riverenza, genuflessioni ecc.
I _Sieide_, idoli
In questi _Basek_ stavano gli idoli dei lapponi, che potevano essere di pietra o di legno. Questi idoli rappresentavano la divinità; forse anche qualche lappone credeva che vi risiedesse dentro, ma tutto fa credere che non fossero veri idolatri. Questi _Sieide_ o idoli non erano fatti ad arte: erano o le roccie di forma speciale che si trovavano nei _Basek_ o pietre di forma strana trovate sopra una spiaggia e portate nel luogo sacro ove simboleggiavano le loro divinità. Ve ne erano per il solito diverse in uno stesso luogo. Intorno ad ognuna si costruiva un muro di pietre e sopra uno steccato di legno per proteggere gli oggetti sacrificati. In vicinanza dell’idolo costruivano una specie di trespolo per deporvi le offerte. Si trovano ancora resti di questi muri di cinta in molti punti in Finmarkia, ma gli idoli sono spariti, distrutti o gettati via dai missionarii e dai lapponi stessi. Solamente alcuni dei più grandi di questi idoli foggiati dalla natura e troppo grandi per essere rovesciati o portati via esistono ancora. Gli idoli di pietra fatti dagli stessi Dei erano tenuti in molto maggior conto di quelli di legno fatti dall’uomo.
Tutte le corna delle renne ammazzate venivano portate in dono agli Dei. Si disponevano in cerchio come uno steccato intorno all’idolo; ancora pochi anni fa si trovavano ancora di questi ammassi di corna (spariti in oggi che le corna sono diventate articolo di commercio).
Gli idoli di legno erano fatti colla base del tronco o più spesso colla radice della betula; la radice formava la testa, e colla base del tronco foggiavano il corpo e le membra; erano alti circa un braccio e mezzo o due, larghi uno; avevano la forma che alla stessa divinità davano sul _runebom_. Questi idoli si tenevano per il solito nei boschi ove erano costruiti dei grandi trespoli. L’idolo si metteva sopra questo o accanto ad esso, le offerte sempre sopra. La massa di legno in questi altari era qualche volta ingente.
Il missionario Kildal bruciò in Ofoten in 14 giorni 40 di questi altari con tutti gli idoli e le ossa degli animali sacrificati. Questi sopra qualche altare si trovavano in così gran quantità, che non si sarebbero potuti portar via (non compreso l’altare) con cinque o sei cavalli.
DEI SACRIFIZI
Quantunque i lapponi sacrificassero in qualunque epoca, vi erano certe stagioni in cui facevano dei grandi sacrifizi. Questo era verso l’autunno, alla fine di settembre, quando essi sogliono macellare il maggior numero di animali per mangiarli subito e per conservare la carne seccata per la primavera quando non è buona la carne. Probabilmente nel dicembre vi era un gran sacrifizio, perchè quel mese si chiama in lappone _Bassemanno_, mese dell’arrosto. Per sacrificare, il lappone chiamava un _noaide_, che conosceva tutte le cerimonie che si dovevano fare. Questi si purificava con digiuno e abluzioni dell’intiero corpo. Nei casi gravi, come di malattia mortale, poteva darsi che si dovesse sacrificare tutto l’animale intiero e intatto; allora non vi era banchetto. Ma in ogni altro caso si invitavano tanti ospiti quanti ce ne voleva per mangiare tutta la carne dell’animale sacrificato. Con abiti speciali in dosso e una corona di foglie e fiori in testa, il _noaide_ si apprestava al sacrifizio, chiedendo per mezzo del _runebom_ a quale Dio doveva sacrificare. Se era un renne l’animale destinato si sceglieva senza difetti: messogli un filo di colore diverso, secondo la divinità cui si dedicava, in un orecchio, una corona in capo, tutta la compagnia andava al _Basse_, dove erano le immagini degli Dei, avendo cura, prima di lasciar la capanna, che fossero legati tutti i cani. A nessuna donna era concesso di aver che fare coi sacrifizi fatti dagli uomini. Le donne non dovevano neppure avvicinarsi al luogo sacro, nè attraversare il sentiero seguìto dagli uomini e neppur guardare in quella direzione. (Le donne però potevano fare sacrifizi minori in casa alle Dee).
Giunti al _Basse_, il _noaide_ immergeva il coltello nel cuore della vittima, che cadeva morta dopo pochi minuti. Tutti insieme levavano la pelle. Levati gli intestini, veniva raccolto un po’ di sangue in un recipiente particolare ed il _noaide_ divideva l’animale alle giunture senza rompere nessun osso: quindi levava il naso, gli occhi, gli orecchi, il cuore, il polmone ed un po’ della carne di ogni membro e quel che più di tutto importava, gli organi genitali, se era un maschio e metteva tuttociò da parte come olocausto. Il resto si metteva in una pentola. Pregato in ginocchio il Dio di accettare il sacrifizio e di esser propizio, tutti mangiavano la carne, dopo di che pregavano di nuovo. Radunate le ossa e rimesse in posizione si gettava sopra il sangue, ed il _noaide_ a capo scoperto, strisciando sui ginocchi, andava ad offrirle all’immagine del Dio. L’idolo stesso si spalmava col sangue e gli occhi col grasso della vittima.
VARIANTI NEL MODO DI SACRIFICARE AI DIVERSI DEI E SULLA SCELTA E SESSO DEGLI ANIMALI
Le donne sacrificavano quotidianamente alle Dee segnatamente a _Sarakka_, che riceveva un pochino di tutti i pasti. Quando abbandonavano un luogo, versavano un po’ della zuppa di latte in terra per ringraziare di esser stati bene in quel luogo.
I lapponi facevano offerte anche ai morti. Spesso immolavano la renna, colla quale il cadavere era stato portato alla tomba, e ne seppellivano le ossa. Quando passavano dinanzi alla tomba d’un parente od amico suolevano gettarvi sopra un pezzetto di tabacco o di qualche altra cosa che potesse piacere al morto: nella bara mettevano diversi oggetti, come arco, freccie, ascie, gli oggetti per accendere il fuoco, un po’ di cibo; forbici, aghi ecc. se era donna. Nella Lapponia russa, Friis ha visto mettere sulla tomba, anche al giorno d’oggi, diversi arnesi come ascia, coltello ecc.
Al Dio _Rota_ offrivasi qualche volta anche un cavallo.
Quando era stato promesso a un Dio un animale, bisognava che tutte le ossa fossero conservate con cura e portate all’idolo o seppellite: se un cane rubava uno di questi ossi, lo si uccideva e si sostituiva uno dei suoi ossi a quello involato.
CERIMONIE PER LA CACCIA DELL’ORSO
L’orso era per i lapponi un animale sacro, che stava sotto la protezione di _Laeibolmai_ (Dio della caccia).
Quando si accingevano a questa caccia, i lapponi non parlavano mai dell’orso col suo nome (_guofca_) ma gli davano diversi epiteti come: animale santo, nonno del monte, rospo del monte ecc. Le diverse parti del suo corpo e tutto quello che si riferiva a tale caccia si esprimeva con un linguaggio mistico speciale, inintelligibile per altri.
Le cerimonie, che cominciavano prima della partenza, seguitavano poi per tutto il tempo della caccia, nella quale si portava anche un _runebom_. Le donne non dovevano guardare l’orso ucciso che attraverso un anello di ottone. Nelle tre notti, che tenevano dietro alla caccia fortunata, gli uomini non dovevano dormire colle mogli. Mangiavano la carne cotta in modo speciale, senza sale; alle donne si dava solo la parte inferiore e dovevano mangiare il primo boccone attraverso un anello d’ottone. Tutti i cacciatori dovevano poi purificarsi. Le ossa si serbavano tutte e si mettevano in ordine in una fossa nel luogo ove era stato cotto, insieme agli organi genitali. La pelle era distesa sopra alcuni rami e le donne erano condotte davanti cogli occhi bendati; allora si dava loro in mano un arco o un bastone e dovevano cercare di colpire la pelle; e solo quando una di esse era riescita a colpire (sarà il suo marito che ucciderà il prossimo orso) nel segno, erano tutte sbendate e potevano per la prima volta guardare la pelle. Così si compievano le cerimonie della caccia dell’orso.
BIBLIOGRAFIA
1
OSKAR SCHMIDT. _Reise von Bosecop nach Torneo_ in MEYER’S _Volksbibliothek für Länder, Volker und Naturkunde_, B. 48.
L’autore è un naturalista e si occupava di infusorii. È forse per questo che trova ridicoli gli svedesi che da Stocolma vanno ogni anno a Matarengi per vedere nel dì di San Giovanni sorgere il sole a mezzanotte.
«Quando si pensa, egli dice, alla lunghezza del viaggio, alla spesa forte, quando si ricorda che la notte del 24 giugno può esser nuvolosa quanto ogni altra e che il sole di mezzanotte di Matarengi ha lo stesso aspetto del sole al tramonto, bisogna proprio avere una grande tendenza al romanticismo per spendere _tanta fatica, tanto tempo e tanto denaro_ per un piacere, che consiste quasi tutto nella pura immaginazione.»!!
L’autore descrive bene alcune scene della vita finlandese; sono veri bozzetti fiamminghi.
Interessante assai è quanto riguarda la flora generale dei paesi percorsi.
2
BOUCHER DE PERTHES. _Voyage en Danemarck, en Suède, en Norvège etc., fait en_ 1854. Paris, 1858.
È un libro pettegolo, è un giornale da viaggio che può interessare l’autore, i suoi amici e pochi altri. È un lavoro leggero, superficiale e che non si aspetterebbe da un uomo, che ha un posto eminente nella storia della paletnologia.
FILIPPO PARLATORE. _Viaggio per le parti settentrionali di Europa fatto nell’anno_ 1851. Firenze, 1854.
È minuto, è esatto, spesso prolisso; più fotografia che quadro; la lingua sempre eletta, lo stile classico.
L’enumerazione delle piante occupa la parte migliore.
Le notizie sugli uomini scarse; importanti quelle che riguardano le università, gli stabilimenti, l’industria, il commercio.
KNUD LEEMS, _det Lappiske Sprog Beskrivelse over Finmarkens Lapper etc.; og_ JESSEN’S _Afhandling om de Norske Finners og Lapper Hedenske Religion_. Copenaghen, 1767. Grosso volume in-4, di pag. 544, con 100 tavole incise.
È lo studio diligente dei lapponi fatto da un missionario, che passò gran parte della sua vita fra di loro. Libro prezioso per l’accuratezza delle osservazioni, la minutezza dei particolari e l’attendibilità delle notizie.
Sono importanti soprattutto le notizie, che riguardano gli animali della Lapponia e la religione antica dei lapponi.
Di fianco al testo danese vi è sempre la traduzione latina.
Le tavole sono di un’infantile ingenuità e rozzamente disegnate.
È un libro molto raro, che devo alla cortesia del dottore L. M. Borthen di Tromsoë[40].
GUSTAF VON DUBEN. _Om Lappland och Lapparne företrädesvis de svenske. Ethnografiska studier_. Stockholm, 1873, con tavole.
È la monografia più recente e più completa dei lapponi ed è il frutto di lunghi e profondi studii. Le parti più importanti del libro sono quelle che riguardano i costumi e le origini dei lapponi.
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