Chapter 1 of 4 · 4306 words · ~22 min read

parte di

esse.

Si può figurarsi in che stato di eccitamento ci ponesse quell’annunzio. Avevamo veduto una volta un ballo al teatro, e ci pareva già di far le piroette col vestito corto, con una gamba stesa, come quelle ballerine color di rosa, che ci erano sembrate delle enormi e leggerissime farfalle.

Trovammo modo di parlarne il resto del tempo di scuola, e durante la strada del ritorno, animatissime, cogli occhi lucenti, le guance accese, gesticolando esageratamente, sebbene, a ripensarci ora, non mi riesca d’immaginare che cosa potessimo dire così a lungo su quell’argomento, tanto più che nessuna di noi pensava a sollevare il menomo dubbio su quelle lezioni tanto desiderate.

Però, quando ci trovammo in faccia al nonno, provammo un senso di sgomento, una peritanza inesplicabile. Quel vecchio alto, color di bronzo, con le mani dure, con la parrucca messa alla peggio senza la menoma pretesa d’ingannar nessuno, aveva qualche cosa di troppo positivo, di troppo pratico, di troppo contrario all’idea elegante e pittoresca che noi ci facevamo del ballo, per incoraggiarci.

Si stette un po’ impacciate, ripetendo: «Buona sera, nonno; buona sera» e non osando aggiunger altro.

Fu lui che, sedendo a tavola, domandò, come del resto domandava ogni giorno:

— Che cosa c’è stato di nuovo a scuola?

Allora noi ci guardammo, molto confuse, e mia sorella scrollava il capo come per dire:

— Io non parlo; non se ne fa nulla.

Ma io, che di solito mi eccitavo di più e riflettevo meno, mi feci un gran coraggio, e dissi:

— C’è stata una famosa novità. La direttrice ha preso un maestro di ballo.

Il nonno alzò le spalle in atto di sprezzo, e sospendendo un minuto di soffiare nella minestra, disse:

— Che idea! Poi ricomincio a soffiare.

La Giuseppina mi diede una pedata sotto la tavola, ed io mi sentii batter forte forte il cuore.

Per un momento la confusione c’impedì di parlare. Ma a misura che il desinare s’avvicinava alla fine, la mia impazienza cresceva e sentivo il bisogno di uscire da quella incertezza. Cercai di parlare con voce calma, e domandai:

— Non le pare che sia una buona idea, nonno, quella del maestro di ballo?

— Mi pare inutile. Cosa ne vuol fare, la direttrice, di questo maestro?

Io risposi:

— Far insegnare il ballo... a quelle che vogliono impararlo.

Il nonno mi guardò, poi guardò la Giuseppina attentamente. Aveva capito; ma non lo disse, ed invece riprese:

— Io ho ballato tutta la mia gioventù, e non ho mai pensato a prender lezioni di ballo.

La Giuseppina, che non aveva ancora parlato, vedendo che le cose prendevano una brutta piega, venne in mio soccorso, insinuando timidamente:

— Avrà ballato male...

Ed io, con un’energia provocante, confermai:

— Sicuro! Avrà ballato male.

Il nonno sorrise, come ad un’immagine lontana che vedesse lui solo, ma non rispose.

Poco dopo s’udi una scampanellata secca, nervosa, e subito entrò la signora Giovannina.

Era una cugina del nonno, una zitellona, alta e sottile come una guglia, con una testina piccola, un naso diritto, come quello delle statue greche, le tempia depresse, e le labbra sottili sulle gengive sdentate. Pareva più una zitellona da romanzo, che una vera zitellona viva di provincia.

Quella personcina così priva di carne, che a vederla pareva di sentire scricchiolare le sue piccole ossa sporgenti, era tutta nervi; vibrava come un apparecchio elettrico. Specialmente quando era irritata si scrollava tutta energicamente, e pareva un pioppo scosso dal vento. Il nonno aveva la facoltà di farla vibrare a quel modo parecchie volte ogni sera; perchè, o per distrazione o per il gusto di farla stizzire, la chiamava sempre a testimonio quando narrava le sue gesta giovanili; e la signora Giovannina rifiutava ostinatamente di rammentarsi di quelle date remote.

Quel giorno, appena fu entrata, il nonno le disse:

— Dite un po’, Giovannina, vi pare che noi si ballasse male, quando s’andava ai veglioni del ventuno...

La signora Giovannina si diede una lieve scossa che fece svolazzare tutti i nastri che aveva addosso. Poi, voltandosi per deporre il cappellino, rispose:

— Siete matto! Come volete che mi ricordi del ventuno? Ero una bambina...

— Sì, una bambina di ventiquattro anni... Siete dell’altro secolo, Giovannina; non rinnegate vostro padre...

E dopo aver lasciato che la signora Giovannina si scrollasse, scattasse, si facesse svolazzare tutti i vestiti intorno per un tratto, quando la vide un po’ più quieta, riprese:

— Via, dite un po’ a queste grulline come si ballava noi, e come si era imparato a ballare.

Si guardarono un momento ridendo, poi la signora Giovannina disse:

— Le prime prove si fecero laggiù a Cerano, davanti alla farmacia di vostro padre... Ma dite voi, Andrea, ci avete più gusto di me a raccontare.

Infatti il nonno ci aveva gusto, e cominciò a raccontare col volto ridente:

«Il babbo di quel vecchio Lavatelli che viene ogni anno a potare le nostre viti, abitava, a Ceràno, in faccia a noi; e la domenica e tutte le feste comandate, passava il pomeriggio seduto fuori della porta di casa, sonando certe zampogne primitive che si fabbricava da sè, con la scorza dei pioppi.

«Ora dico così, perchè ho veduto di meglio, ma allora avevo un’ammirazione infinita per le zampogne del vecchio Lavatelli, ed andavo in sollucchero quando lo sentivo sonare.

La nostra Giovannina che allora era piccina, e portava quei vestiti lunghi colla vita corta, come quelle donnine in miniatura che vi fanno ridere quando le vedete nelle incisioni di quei tempi in cui non usavano ancora i calzoncini, veniva sempre a passare qualche settimana nell’estate con noi.

Una sera, poteva avere allora nove o dieci anni, era nel...

— Lasciate stare! interruppe con una grande scrollata di testa la signora Giovannina. — Voi avete la manìa delle date...

Il nonno rise un pochino in silenzio, poi continuò:

«Una sera senza data, dunque, la Giovannina era appena arrivata da Novara, quando il vecchio Lavatelli cominciò a sonare la zampogna.

«Allora lei spiccò un salto giù dai quattro scalini della farmacia, balzò in istrada in piedi, e, rialzandosi delicatamente le gonnelline sui fianchi, col pollice e l’indice chiusi e le mani tese, cominciò a ballonzolare avanti e indietro, dimenando il capo beatamente.

«Mio padre con tutta la famiglia, il medico ed alcuni avventori, uscirono dalla farmacia; tutti i vicini della contrada, i ragazzi vagabondi, si accostarono, e fecero cerchio intorno alla ballerina. Era un trionfo, e la mia vanità mi spingeva fortemente a pigliarvi parte.

«Saltai in istrada anch’io, e, piantandomi dinanzi a lei colle mani sui fianchi, mi posi ad imitare ogni suo movimento.

«Il repertorio del vecchio Lavatelli si limitava a poche cantilene di canto fermo di chiesa, e ad una sua canzone prediletta, che cantava in tono gemebondo quando lavorava nei campi, e della quale ricordo ancora lo stupido ritornello:

«I quattro evangelisti, la luna e il sol «E chi ha creà sto mondo l’è stà nostro Signor.»

«Quel giorno era appunto l’aria piagnucolosa, lenta, misteriosa della sua canzone, che il Lavatelli sonava; per cui i movimenti della danza dovevano essere straordinariamente lenti e languidi, per accompagnare la musica. Erano dei dondolamenti malinconici, degli inchini solenni, dei passi d’una gravità da funerale. Io, che, ballando, mi ricordavo e canticchiavo il ritornello misterioso, ne ero profondamente commosso.

«Il nostro pubblico trovò che noi si ballava stupendamente, e la domenica seguente c’incoraggiò a ripetere la danza. Questa volta ballammo improvvisando, sull’aria maestosa del «_Tantum ergo_» ambrosiano.

«E così di festa in festa, poi d’autunno in autunno ci esercitammo a quel ballo fantastico e bizzarro, indipendente da ogni regola, che noi ed i nostri ammiratori chiamavamo minuetto, unicamente perchè si cominciava sempre, io colle mani sui fianchi, lei, rialzandosi le gonnelline.

«Una volta, io era a Novara in casa della Giovannina per le vacanze di carnovale, quando certi suoi parenti vennero, tutti in gala, a fare l’invito per una festicciòla in casa loro, in tutta confidenza.

«A noi non parve vero d’andare a sfoggiare la nostra abilità ad una vera festa da ballo, e colla vera musica d’un organetto.

«Io aveva tredici anni, e lei...

La signora Giovannina cominciò a scrollarsi, ed il nonno invece di dire la sua età, riprese ridendo:

«Via, lasciamo andare!

«Entrammo trionfanti, la Giovannina col suo vestito più bello di lana scozzese, io con un jabot molto rammendato ma di vera trina, sebbene grossa e fatta al tombolo.

«Alle prime battute, senza curarci degli altri, ci mettemmo in posizione, uno colle mani sui fianchi, l’altra coi rigonfi dell’abito fra le dita, e cominciammo i nostri passi stravaganti, un po’ impacciati dal tempo accelerato a cui non eravamo avvezzi, ma lei inventando meravigliosamente, io secondandola alla meglio.

«Ad un tratto, uno scoppio di risate irrompenti, poi, subito, una salva d’applausi fragorosi, ci fece fermare.

«Soltanto allora, guardandoci intorno, ci accorgemmo che eravamo soli a ballare, mentre tutta la sala ci faceva circolo intorno, e rideva alle nostre spalle.

«Molti si figurarono che ballassimo una danza caratteristica di qualche paese, e ci domandarono ripetutamente:

— Che ballo è? È la tarantella? È il fandango? È il bolero? Dov’è che si balla così?

«Un minuto si rimase male tutti due. Ma la Giovannina, che ha sempre avuta la lingua pronta, si rinfrancò subito, e, ridendo anche lei cogli altri, rispose:

— Si balla così dove non si sa ballare. È una danza di nostra invenzione.

«Volevano che si facesse il bis. Ma lei mi prese per la mano, e mi disse piano:

— No, sai. La seconda volta ci burlerebbero. Stiamo a vedere come fanno gli altri, poi faremo lo stesso anche noi.

«Infatti, sia pel lungo esercizio che s’era fatto alla nostra maniera, sia per l’amor proprio che ci spingeva, prestammo un’attenzione così intensa a tutti i passi, a tutte le movenze degli altri ballerini, che la sera stessa incespicando, imbrogliando un poco le figure, riescimmo a ballare la gavotta ed a prender parte ad una contraddanza.

«Il giorno dopo, a casa, ci chiudemmo nella stanza da pranzo, e, senza musica, accompagnandoci con dei _tra la la, tra la la_, interrotti, ansimanti, stonati, riprovammo ripetutamente quei balli.

«E l’anno seguente andammo a parecchie festicciòle, e ce la cavammo alla meglio, pestandoci i piedi tra noi. Ed anche più tardi, quando io era un giovinotto e lei una signorina da marito, la Giovannina era molto ricercata dai ballerini migliori, ed io potevo scegliere fra le signore, perchè ero conosciuto per un famoso ballerino.»

La lunga storia del nonno ci fece ridere, ma non ci persuase. E la signora Giovannina, che amava sfoggiare le idee moderne per ringiovanirsi, osservò:

— Queste sono coso d’altri tempi, Andrea. Ora se una signorina si mettesse a ballare a quel modo, senza saperne nulla, la metterebbero sulla _Vendetta_.

— Il nonno corresse ridendo: _Vedetta_.

Era un giornale che usciva a Novara con questo titolo, che la signora Giovannina non aveva mai capito cosa volesse dire; e si ostinava a chiamarlo «_Vendetta_» per dargli un senso nella sua mente. Per cui alla correzione del nonno, ribattè appoggiando forte sulla _n_: «_Venn-detta_.»

E ricominciarono le eterne spiegazioni e discussioni su quel titolo di giornale, che si ripetevano ogni sera, senza che la signora Giovannina si persuadesse mai.

Intanto le nostre lezioni di ballo andarono a monte, e noi imparammo a ballare da noi, come potemmo, e la _Vedetta_ non ne parlò.

Ma ora credo davvero che, quando tocca una sventura simile alle nostre bambine, non sia fuor del caso che qualche giornale di _sport_ rimandi alla storia il fatto memorabile.

_Come il nonno imparò a sonare il flauto_

Questa storiella il nonno ce la narrò solennemente nel salotto della direttrice, ed ecco in quale circostanza.

Bisogna dire che, nonostante quanto il nonno e la signora Giovannina ci avevano raccontato del loro tirocinio e dei loro trionfi nell’arte della danza, noi avevamo provato una grande mortificazione a dover confessare in iscuola che non avremmo presa parte alle lezioni di ballo.

Non avevamo pensato mai seriamente quale potesse essere la nostra situazione finanziaria; ma avevamo una gran vanità istintiva, un’ambizione stupida da non parere da meno delle compagne ricche, e, parecchie volte, ci eravamo abbandonate alle più ridicole bugie, vantando delle grandiosità inverosimili, volendo passare per signorine cresciute nell’opulenza.

Quella volta la Giuseppina si provò persino a dire che il nonno non voleva saperne delle lezioni di ballo, perchè il veder ballare gli faceva girare il capo.

Ma una compagna sguaiatella le rispose un po’ brutalmente:

— Già. Se voialtre ballaste qui, al vostro nonno girerebbe il capo a casa nel pagar le lezioni!...

Da quel giorno ci eravamo messe in testa l’idea d’essere vittime di un nonno crudele ed avaro, che ci condannasse a vivere di privazioni. Quando ci accadeva di leggere una delle solite sentenze: «che l’uomo è nato per soffrire» — «che il mondo è una valle di lagrime» noi ci mettevamo a sospirare, come se conoscessimo per esperienza quelle tristi verità.

È vero che in tempo di ricreazione c’ingegnavamo a ballare con le compagne; ed, a vederci, non c’era gran differenza fra quelle che imparavano il ballo, e quelle che ballavano senz’aver preso lezione; ma appena si toccava quel discorso, o si presentava qualche occasione opportuna, non mancavamo mai di riprendere il nostro languido atteggiamento da vittime.

E quando, finito il carnevale, cominciarono le lezioni di pianoforte, alle quali intervennero moltissime allieve, noi non pensammo neppure un istante di proporre al babbo quel lusso d’educazione, per non esporci ad un altro rifiuto umiliante.

Ci atteggiammo da vittime più che mai, e cercammo, non di rassegnarci, ma di esser compiante.

Ma le lezioni di pianoforte non dovevano durare soltanto un breve periodo di tempo come quelle di ballo. E non c’è più costrutto a fare la vittima quando nessuno ci compatisce.

Por dire la verità, fummo poco compatite.

Il nonno, da quell’uomo operoso e filosofo che era, non se ne avvide neppure. Le compagne più superbiose, invece d’intenerirsi, ci misero in burla, noi e le nostre compagne di sventura, chiamandoci le «musicofobe.» Alcune, più buone, cercarono per alcuni giorni di consolarci; ma vedendo che non ci riescivano, perdettero la pazienza e vi rinunziarono.

Allora, prive anche del misero sollievo di attirare l’attenzione, sentimmo più acerba che mai la ferita dell’amor proprio, e cominciammo a pensare a mille ripieghi per uscire da quella situazione che ci mortificava.

Avremmo voluto abbandonare l’istituto, andarci soltanto un’ora al giorno per la lezione di francese; ma per far questo ci voleva il consenso del nonno, e noi non osavamo domandarlo, non sapendo come giustificare la nostra domanda.

Mentre stavamo in questo abisso d’incertezze, una sera capitò a casa nostra un signore che aveva due nipotine da mandare a scuola, ed il nonno gli fece un grande elogio della nostra direttrice, che diceva degna d’ogni stima e d’ogni fiducia.

Queste dichiarazioni ci suggerirono l’idea d’interessare la direttrice alla nostra causa, e di invocare il suo appoggio, per ottenere nientemeno che di studiare il pianoforte.

Naturalmente, ci guardammo bene dal dirle che la causa del nostro gran malcontento, ed il movente che ci spingeva allo studio della musica, era la meschina vanità di non voler figurare da meno delle compagne.

Capivamo benissimo che questa ragione non era fatta per disporre l’animo della direttrice in nostro favore. Parlammo invece d’una gran passione per la musica, un’attrazione prepotente, una vocazione addirittura. Mia sorella, la voce più stonata ch’io avessi mai udita, osò dire che le bastava d’ascoltare una frase musicale, per impararla e ripeterla esattissimamente.

Io, per non esser da meno, dissi con accento elegiaco, che quando udivo, dalle compagne che prendevano lezione, la melodia soave delle cinque note: «_do-re-mi-fa-sol, fa-mi-re-do_» avevo delle palpitazioni violente, impallidivo, e finivo per struggermi in pianto dirotto, che continuava finchè durava il commovente esercizio.

La direttrice si rannuvolò, e disse:

— Via! Non dite grullerie! Non occorrono tante esagerazioni per dimostrare che amate la musica, e vorreste studiarla. Dacchè credete ch’io abbia qualche ascendente sul vostro nonno, gli parlerò volentieri, e se non avrà nessuna ragione in contrario...

Fu in seguito a questo, che la direttrice scrisse al nonno per pregarlo d’andare da lei; e lui accorse premurosamente, com’era sua abitudine cortese, quando una signora lo chiamava; poi fummo chiamate in sala anche noi, ed alla nostra presenza, la direttrice espresse al nonno il nostro desiderio.

Il nonno l’ascoltò con deferenza, poi rispose:

— Deve sapere, cara signora, che queste ragazze non sono ricche; dirò meglio; non hanno nulla. Per conseguenza, intendo farne due buone massaie, che sappiano governar bene una casa, che amino lavorare e non isdegnino nessuna specie di lavoro.

La direttrice osservò:

— La musica è anche un lavoro; ed in alcune circostanze può riescire di grande utilità, appunto per una ragazza senza mezzi.

Ma il nonno la interruppe:

— Vuoi dire che potrebbe diventar maestra di piano, non è vero? O concertista? È verissimo. Ma bisognerebbe che queste signorine avessero cominciato a studiare da sei o sette anni almeno, quando erano bimbe. In quel caso soltanto, e consacrando moltissime ore al giorno a quello studio esclusivo, dato che avessero delle disposizioni veramente eccezionali, avrebbero potuto diventare delle brave pianiste. Ma avrebbero anche potuto non avere quelle tali disposizioni eccezionali, e perdere molto tempo inutilmente. Perchè, creda a me, cara signora, la smania della musica non prova sempre la capacità di riuscire in quell’arte tanto difficile e bella. Io ne so qualche cosa!

Il nonno disse queste ultime parole con quel sorrisetto e quello sguardo fisso davanti a sè, come in una visione lontana, che aveva sempre quando rivedeva col pensiero qualche scena del suo passato tanto remoto.

La direttrice, che conosceva la sua abitudine di raccontare le sue memorie alla spicciolata, sotto forma di aneddoti e di storielle, gli disse:

— Vedo che ha una storiella da narrare a questo proposito. Me la dica, la prego; se non altro per insegnarmi ad essere più cauta nell’immischiarmi indiscretamente nei fatti degli altri.

Il nonno protestò energicamente, che lei non era stata indiscreta, che non aveva bisogno di imparar nulla; ma consentì a raccontare la storiella «per insegnare a queste signorine a non far troppo a fidanza col loro supposto genio musicale.»

Noi chinammo il capo, imbronciate e contrite, ed il nonno cominciò:

«Queste ragazze sanno che un certo Lavatelli, un vecchio contadino del mio paese e mio vicino di casa, sonava la zampogna, e che io lo ammiravo straordinariamente, ed avevo imparato a ballare sulle arie gemebonde che egli sonava, e che mi commovevano fino al pianto.

«Ma potevo udirlo soltanto la domenica, perchè gli altri giorni io era a scuola, e lui lavorava in campagna. Mi ero tanto innamorato di quelle cantilene patetiche, che tutta la settimana ne sentivo la mancanza, e le desideravo ardentemente.

«Dal desiderare una cosa, al cercare tutti i mezzi di procurarsela, queste signorine l’hanno dimostrato or ora, non c’è che un passo.

«Io, dunque, cercai d’imparare a sonare da me solo, con uno zuffoletto di legno che m’ero comperato alla fiera di Novara.

«Mi mettevo in faccia al vecchio Lavatelli, e cercavo d’imitare colle dita e colle labbra i movimenti che faceva lui.

«Erano delle stonature orribili. Tutta la contrada protestò raccapricciata.

«Mio padre mi diceva:

— «Povero figliolo. Come vuoi riescir a sonare con quello zuffoletto? Dà retta a me; smetti.

«Ma la mamma, che capiva quanto mi sarebbe dispiaciuto di rinunciare a quell’aspirazione, insinuò:

— «Sul solaio c’è un vecchio flauto del povero zio Tommaso. È tutto rotto. Ma se si potesse accomodare...

«Guardava il babbo come per suggerirgli di farlo accomodare; ed anch’io lo guardavo.

«Ma lui non ci pensò neppure ed intavolò un discorso di politica col medico condotto.

«Allora io me ne andai sul solaio, cercai in mezzo ad una quantità di roba rotta, di cocci, di cenci, di mobili fuori d’uso, finchè mi riescì di trovare tutti i pezzi sparsi di quel povero flauto.

«La sera lo portai nella stalla dei Lavatelli, e tra me ed il vecchio musicista, lo accomodammo alla meglio. Mandava certi stridi, certi rantoli, da far piangere i sassi; ma era un flauto e sonava.

«E cominciai, su quello strumento meno ignobile, ad imitare il vecchio, che sonava la zampogna. Fu un esercizio che durò dei mesi; con quali risultati si può figurarselo.

«Ma amavo con tanto ardore la musica, che le difficoltà, invece di scoraggiarmi, mi spronavano allo studio. Mia madre ed il vecchio Lavatelli dicevano che dovevo avere il genio della musica.

«Quanto a me non ne avevo mai dubitato.

«Soltanto, il vecchio disperava di poter fare da sè la mia educazione musicale.

«Avevamo due strumenti diversi. Lui non aveva tempo di farmi una zampogna per insegnarmi su quella, ed il mio flauto era anche tutto guasto. E mi diceva:

— «Ci vorrebbero due cose: un flauto buono, ed un maestro.

«Era quanto dire: ci vorrebbero il sole e la luna.

«Ai miei tempi i ragazzi delle famiglie borghesi non avevano certe aspirazioni alte, che hanno i ragazzi moderni. Sapevano che le cose di lusso erano da lasciare ai signori, e si contentavano del loro stato.

«Io dunque non domandai a mio padre nè il flauto nè il maestro; e tornai tranquillamente alle mie occupazioni di scuola, di casa e di campagna, rassegnandomi, sebbene a malincuore, a privare il mondo del mio genio musicale.

«Un tratto fuori dal paese c’era un vecchio fabbricato, tra palazzo e castello, di proprietà del marchese De Landi di Novara.

«Non sapevo come si componesse la famiglia; ma conoscevo il marchesino, un ragazzo della mia età, superbioso e bello, circondato di servitori e di maestri, che martirizzava coi suoi capricci. L’avevo veduto molte volte in giardino a cavalcioni sulle spalle d’un povero vecchio, che obbligava a star delle ore carponi per fargli da cavallo, e che frustava come una bestia.

«Un giorno, sull’imbrunire, mio padre mi mandò a portare al castello, come lo chiamavano in paese, una medicina che gli aveva ordinata il marchese nel passare.

«Nell’avvicinarmi cominciai a sentire un suono che andò facendosi man mano più distinto e chiaro.

«Erano delle scale eseguite sul flauto,

«Per entrare nel castello bisognava traversare un ponte, sul fossato che lo circondava. Io era rimasto sbalordito sul ponte, quando vidi uscire dalla corte il giardiniere e, tutto palpitante, gli domandai:

— «Chi è che suona?

«Egli si fermò, e rispose:

— «È il marchesino che prende lezione di flauto.

«Tornai ad interrogarlo:

— «Comincia ora?

— «Chè! Sono due mesi che fa gli stessi urli. Non ne ha voglia. È suo padre che vuol fargli imparare la musica ad ogni costo. E tutte le sere, lassù, in quella sala al primo piano, dove vede il lume, il povero maestro, venuto apposta da Novara, ci rimette tanto di fiato con quello zuccone da marchesino.

«Consegnai la medicina al giardiniere, poi tornai a varcare il ponte, e feci il giro del castello fuori dal fossato, fissando sempre quella finestra illuminata, ed ascoltando con amore quell’orrore di scala stonata.

«Un lungo e forte ramo d’ippocastano, che sporgeva traverso il fossato, andava a finire dinanzi alla finestra, e ne velava e frastagliava la luce.

«Ero sveltissimo, per la lunga pratica di arrampicarmi sugli alberi in cerca di nidi.

«Pensai d’arrampicarmi al tronco forte dell’ipocastano, che sorgeva sulla strada, e giunto in cima, di strisciarmi su quel ramo sporgente, e così spingermi fin dinanzi alla finestra, per vedere come si desse una lezione di flauto.

«La cosa mi riescì facile. Quel ramo pareva steso là apposta per me. Vedevo benissimo ogni cosa. Il marchesino stava in piedi dinanzi ad un leggìo sul quale c’era la musica. Il maestro era in piedi anche lui, dall’altro lato del leggìo, e senza musica.

«Pare che lui non ne avesse bisogno.

«Avevano un flauto ciascuno. Il marchesino cominciava la scala, e, quando sbagliava, il maestro lo interrompeva per correggerlo, e ripeteva lui la parte sbagliata, che l’altro tornava a ripetere, il più delle volte sbagliando ancora.

«Il maestro non s’impazientiva mai. Il marchesino sempre. Ad ogni sbaglio scrollava le spalle, pestava i piedi, borbottava, andava a sedere tutto imbronciato, e bisognava che il maestro andasse a riprenderlo ed a pregarlo, per fargli ripigliar la lezione.

«Ero indignato di veder così male accolti i benefizi della Provvidenza, e pensavo:

— «Se questa fortuna fosse toccata a me, chissà che progressi avrei già fatti, chissà che maestro riescirei!

«E, tornato a casa, guardavo con disprezzo i vasi e le ampolle della farmacia; mi sentivo artista.

«La notte, che è la madre dei consigli, me ne suggerì uno famoso.

«Dacchè c’era quel ramo d’ippocastano, da dove potevo assistere alla lezione di flauto, perchè non ne profitterei?

«Era tutto un avvenire musicale che mi si parava dinanzi, e la sera stessa mi trovai al mio alto posto d’osservazione, munito del mio flauto, all’ora della lezione.

«Non che m’illudessi di poter sonare anch’io.

«Sarei stato scoperto, e cacciato via, per conseguenza, come un intruso.

«Ma mi proponevo d’imitare in silenzio la mimica del maestro, cavandone quel tanto di utile che era possibile, il movimento delle dita, la misura del tempo.... A casa poi, proverei ad eseguire la stessa manovra emettendo i suoni.

«Quest’idea, che sembra una fola, ebbi il coraggio di metterla in pratica.

«Era d’estate, avevo allora dai tredici ai quattordici anni, e la sera, dopo la cena, mio padre mi concedeva un paio d’ore di libertà per andare a passeggiare.

«Io, invece, correvo alla mia strana lezione di flauto, e mi pareva di cavarne molto vantaggio, e d’essere già avviato sul sentiero della gloria.

«Se soltanto avessi avuto un flauto meno scellerato, o almeno moderno!

«Ma era uno di quegli strumenti del secolo passato, con due sole chiavi, mentre il maestro ed il marchesino studiavano con due bei flauti moderni, di quelli inventati appunto allora, circa il 1812, che hanno più di sedici chiavi.

«Si può figurarsi come il mio studio riuscisse difficile e pieno di lacune!

«Avrei dato la mia