parte l
’ambizione... Perchè, se sapeste che male può farvi! Se sapeste! Bisogna sapersi accontentare del proprio stato, e non pretendere di imitare i ricchi, ecco! Non importa che quell’abito non costi nulla. Non dovete farlo.
Poi, con una certa peritanza, e con espressione di rammarico, soggiunse:
— Io l’ho imparato a mie spese...
La Giuseppina disse spaurita:
— Oh, Dio! Vuol raccontare una storiella anche lei, signora Giovannina?
E lei rispose con impeto:
— Ma sì; appunto. Siete ragazze, e vi può fare del bene. Sapete perchè sono invecchiata sola, senza marito, senza figlioli, in questo isolamento che mette pietà? Per l’ambizione. E per un’ambizione che non costava nulla ai miei parenti e che prima non avevo...
— «State a sentire. Voi conoscete quanto è buono Andrea, e quanto ha studiato, e che uomo d’ingegno è. Ma allora, ai tempi di cui parlo io, non era ancora professore di fisica e di botanica. Era farmacista e giovane. Aveva comprata la farmacia con poche migliaia di lire che gli aveva date suo padre, impegnandosi a pagare il resto del prezzo convenuto, nel termine d’un certo numero di anni. E lavorava molto, e spendeva poco, per finire quel pagamento e diventare proprietario assoluto della farmacia: E diceva:
— «Allora avrò una situazione modesta, ma sicura, e potrò pensare al mio avvenire, a farmi una famiglia...
«Non aveva mai detto di più; ma frequentava moltissimo la nostra casa, e mi dimostrava tanto affetto...
La Giuseppina, che cominciava a prender gusto a quella storia, la interruppe ridendo:
— Sì, sì, sappiamo, signora Giovannina. Le imprese d’Ercole! Ha portato un teatro con tutta la compagnia drammatica, per risparmiarle un raffreddore.
E la signora Giovannina riprese:
— «Appunto. Mi voleva bene a quella maniera. Ed era contento che mi divertissi delle burattinate! Diceva che gli piacevano le ragazze semplici, contente del loro stato, sanamente allegre.
«I miei genitori dicevano apertamente che Andrea sarebbe stato un buon marito per me. Che sarebbero stati felici d’avere un genero con quell’intelligenza e con quel carattere.
«Ed io non lo dicevo apertamente, ma lo pensavo, e, più ancora, lo sentivo.
«Disgraziatamente, qualche anno dopo la storia dei burattini, ebbi, come voialtre, l’invito per una festina da ballo.
«Allora le case della borghesia non ostentavano il lusso di appartamento e di mobili che si ostenta ora.
«La famiglia che dava il ballo possedeva un salottino, ma piccolo, appartato, che non si prestava ai ricevimenti un po’ numerosi, e stava quasi sempre chiuso e buio.
«Invece avevano una bella cucina, vasta, quadrata, colle pareti bianche ed i fornelli di mattoni rossi.
«Si toglieva la tavola di mezzo, si stendeva un lenzuolo sopra una parete per nascondere il rame, si annaffiava il pavimento di mattoni con acqua insaponata, e si ballava in cucina.
«Per musica c’era un organetto, per rinfreschi il secchio dell’acqua con il rispettivo ramaiuolo, per illuminazione due lampade ad olio sul camino, e due candele sui fornelli.
«Però, nel fare gl’inviti, la padrona di casa aveva detto, come dissero le Righi a voi, di vestirci di chiaro, per dare alla serata un’aria più gaia.
«Allora si usavano gli abiti scollati, con le maniche corte e rigonfie, con la vita cortissima, e la gonnella stretta alla persona tanto da disegnarne le forme, e lunga appena fino alla caviglia; tutto il piede rimaneva scoperto; si portavano scarpe scollate e calze bianche a trafori.
«Io aveva un abito di mussola bianca; una stoffa che cominciava appena a comparire e costava più cara della seta. Era un regalo che m’aveva mandato da Parigi una signora, alla quale mio padre aveva prestato i suoi servigi come medico, durante un suo viaggio in Italia. Era un vestito di lusso per me.
«Andai dunque alla prima festa con quell’abito. Il nonno vi disse, come, senza maestro, avessi imparato a ballare assai bene. Non si ballavano le _polke_ ed i _walzer_, che ballate ora; si ballava la contraddanza, la monaco, balli eleganti in cui le abbigliature figuravano meglio e si sciupavano meno che nei balli d’adesso. Ora, con quei giri violenti che fate, strette strette contro il ballerino vestito di nero come un notaio, ed in mezzo al turbinìo di molte altre copie, che girano urtandovi e calpestando gli strascichi, le eleganze del vestire sfuggono.
«Allora anche gli uomini portavano dei calzoni chiari, delle giacchette corte color grigio di sorcio o verdolino. Ma questo non importa. Io mi avvidi d’aver fatto una bellissima figura col mio vestito bianco, e tornando a casa mi promettevo una serie di trionfi identici. Andrea, che ci accompagnò a casa, io e la mamma, perchè mio padre, occupato de’ suoi ammalati, non aveva potuto venire, ci assicurò che in quella casa si sarebbe ballato ancora quattro volte nel corso del carnevale.
«La mamma aveva osservato l’assiduità d’Andrea a ballare con me, e se ne rallegrò più volte parlandone col babbo a tavola. Io me ne rallegrai senza parlarne.
«Alla seconda festa, due signorine che mettevano tutta la loro ambizione nel vestire con grande eleganza, comparvero con un abito differente dal primo. Un abito d’un turchino brillante, che era di moda quell’anno e si chiamava _celeste Maria Luigia_.
«Tutto le signore le complimentarono per quel vestito; gli uomini si affollarono intorno a loro, leticando per essere i primi a farle ballare, ed io fui assai meno ammirata della prima volta; ballai quasi sempre con Andrea, che non dovette leticare con nessuno per avermi.
«Quella sera, al ritorno, ero assai meno contenta; e, quando la mamma parlava dell’assiduità di mio cugino, e ci fondava sopra i suoi disegni d’avvenire, io, invece di rallegrarmene, mi sentivo mortificata, e pensavo che, se non m’avesse fatta ballar lui, sarei rimasta seduta; e che certo lui mi aveva compianta per quell’abbandono.
«Ero troppo orgogliosa per rassegnarmi ad essere compianta, e mi proposi di non andare ad un terzo ballo con lo stesso vestito. La mia preziosa mussolina bianca mi era doventata odiosa.
«Tuttavia, sapevo che mio padre non era ricco, e che lavorava per mantenere la famiglia, e non mi passò neppure per la mente di domandare un vestito nuovo. Ero molto laboriosa ed ingegnosa, e mi venne l’idea di trasformare il mio vestito bianco in un vestito celeste. A questo la mia mamma si oppose un pochino dapprincipio, perchè dubitava della riescita, ma poi consentì, e mi lasciò fare.
«A forza di bagnarla in un’acqua con molto turchinetto, mi riescì di dare alla mussolina un color celeste, meno bello di quello _Maria Luigia_, ma abbastanza grazioso; e quando l’ebbi stirato e rimesso a nuovo, il mio vestito stava molto bene; ed alla terza festa fui ammirata e ricercata come alla prima.
«Allora, invece di badare alla maggioranza delle signorine, che venivano con la stessa abbigliatura della prima sera, e si divertivano con semplicità, come conveniva ad un modesto ballo di giovinette, e quando non erano ricercate dai ballerini, ballavano tra loro, mi rallegrai del mio trionfo, mi compiacqui di poter compiangere Andrea, perchè, circondata com’ero, avevo potuto ballare ben poco con lui, e mi parve che questo dovesse darmi maggior valore ai suoi occhi, e che se non mi fossi mantenuta a quel grado di eleganza, sarei decaduta nella sua considerazione.
«Pensai dunque al modo di cambiare ancora abbigliatura per la prossima festa, e, dopo quel primo risultato, mi attenni al primo sistema, della tintura. Lavai io stessa il mio vestito; feci bollire una quantità di spinacci, ed in quell’acqua verdognola che lasciarono, immersi il vestito bianco.
«Avevo pensato di dargli quel certo color verdolino che si usava per le giacchette degli uomini, e che si chiamava, poco elegantemente, _caca d’oie_.
«E la cosa mi riescì a meraviglia. Quando il vestito fu stirato, ed il volante pieghettato fu rimesso in fondo alla gonnella, mia madre mi fece delle lodi per la mia abilità. Mi diceva:
« — Sei una figliola industriosa; sai figurare senza spender quattrini.
«Andrea invece, quando mi vide con quella nuova abbigliatura, ed udì la storia della mia abilità, disse:
« — Io non capisco che utilità ci sia a parere di più di quello che siamo.
«E non mi fece nessun elogio.
«Quella sera ancora fui molto circondata e potei fare soltanto un ballo o due con mio cugino. Ma mi avevano trovata tutti così bizzarra, per aver adottato quel colore degli abiti maschili, che io ne ero lusingatissima; e, del resto, ci mettevo dell’amor proprio a potermi far preziosa con lui. Non mi pareva mai d’aver riscattata abbastanza l’umiliazione di quella seconda sera, quando, vedendomi trascurata, m’aveva fatta ballare per compassione.
«Almeno io aveva creduto che fosse per compassione.
«Incoraggiata dai risultati ottenuti, per l’ultimo ballo rilavai il vestito e, sempre con lo stesso metodo, m’ingegnai a dargli un nuovo colore. Questa volta lo bagnai nel caffè e gli diedi una forte tinta di tela greggia, che allora si chiamava color nanchino. Con due o tre lire di spesa vi aggiunsi una cintura rossa, e fu ancora una serata trionfale per me.
«Quella sera la mamma osservò che, con Andrea, non avevo ballato affatto. Neppure una volta. Ma io me ne consolai. Chissà quanto doveva aver sospirato d’avermi, senza trovarmi mai libera! Doveva ammirarmi tanto più, dacchè m’aveva veduta tanto ricercata da tutti.
«Finito il carnovale non si parlò più di divertimenti, e si tornò alla solita vita casalinga.
«Andrea si vedeva di rado; ma era molto occupato nella farmacia; si capiva che non gli rimanesse tempo d’andare in giro.
«Non gli mancava più che un’ultima rata del pagamento per diventare proprietario.
«La mamma diceva a mio padre:
— «Sono sicura che, appena avrà finito di pagare la farmacia, verrà a domandarci la Giovannina.
«Ed il babbo rispondeva:
— «Io non desidero di meglio. È un bravo giovane. Ha cuore ed intelligenza. Farà una bella strada.
«Quanto a me non dicevo nulla; ma pensavo anch’io che verrebbe, e mi rallegravo di aver tanto brillato a quelle feste, pensando che lui doveva rammentarmi così elegante e corteggiata.
«Ma passarono dei mesi. Andrea continuò a farci delle visite settimanali, senza mai fare la menoma allusione al pagamento della farmacia, nè al suo proposito di crearsi una famiglia.
«Verso la fine di giugno ci preparammo a partire per un paesucolo vicino a Novara, dove s’aveva una casetta e poca terra, e dove s’andava ogni anno per badare ai raccolti e per fare un gran bucato annuale, non per villeggiare nè per cura climatica, perchè era una brutta campagna, tutta circondata di risaie che ammorbavano l’aria.
«La vigilia della nostra partenza Andrea venne a salutarci, e la mamma lo trattenne a pranzo, sperando che dicesse qualche cosa. Questa speranza me la comunicò più tardi; ma io l’avevo indovinata subito, perchè era anche la speranza mia.
«A tavola Andrea disse, guardando sul piatto vuoto, come se gli facesse pena di guardare in faccia qualcuno di noi.
— «Sa, zia? Ho cominciato a studiare seriamente le scienze naturali. Voglio doventar professore e dedicarmi all’insegnamento.
«La mamma capì, come l’avevo intuito io stessa, che quegli studi serii, nei quali sarebbe tutto assorbo per un tempo relativamente lungo, distruggevano que’ suoi primi propositi che ci avevano lusingati, e ne prendevano il posto; ed esclamò:
— «Oh! e la farmacia?
— «Ho preso con me un buon praticante; così avrò tutto il tempo di studiare.
«Mio padre fece la sua osservazione da uomo pratico.
— «Ti sei assunta questa spesa, prima di aver finito il pagamento della farmacia?
«Andrea rispose, sempre cogli occhi sul piatto, e facendosi rosso, ed asciugandosi la fronte sudata:
— «Il praticante mi costa poco; soltanto il vitto e l’alloggio; ed il pagamento è compiuto fin da questo carnovale... Misericordia, che caldo!
«La mamma guardò me, che ero tutta agitata, e mi disse d’andare a far il caffè. Poi quando fui uscita, riprese il discorso con intimità da parente:
— «Allora non ci pensi più a crearti una famiglia, come dicevi?...
«E lui brusco brusco:
« — Per ora no.
«Si alzò in piedi, girò per la stanza come se volesse uscire, poi fermandosi dinanzi alla finestra, e sporgendosi in fuori come per cercare un soffio d’aria, disse ancora:
— «Voglio prendere gli esami, e doventare professore di fisica o di botanica; e si sventolava con la pezzuola.
— «Ma perchè? Non avevi già scelta una professione? Non vuoi più fare il farmacista?
— «Sì: ma ho bisogno di occupare la mente, di fare qualche cosa di più. La vita della farmacia mi rattrista...
«In quel mentre entravo col caffè.
«Si parlò d’altro, poi ancora di quegli studi che Andrea si proponeva; poi egli si alzò per andarsene, dicendo che faceva troppo caldo a star rinchiusi, che aveva bisogno d’uscire a respirare un po’ d’aria.
«Mio padre nel salutarlo gli disse:
— «Dacchè hai un praticante, potrai andare qualche volta da mia moglie a Caltignaga. Non c’è buon’aria, ma è meno caldo che in città... almeno la sera.
«Andrea esitò un minuto, poi rispose:
— «No; grazie, zio. Debbo studiare; quest’anno non potrò venire neppure la domenica con lei.
«Allora la mamma, che, come tutti noi, vedeva benissimo che voleva evitarci ad ogni costo, s’avviò verso la sua camera, dicendo:
— «Vieni qui un momento. Ho dimenticata una commissione, e domattina si parte presto. Mi farai il favore di farla tu...
«Andrea la seguì, e stettero circa un quarto d’ora.
«Io sentii che qualche cosa di doloroso mi era accaduto; sentii che quel cugino buono, intelligente, pieno di buone intenzioni e che prometteva tanto per l’avvenire, si era staccato da me; che non dovevo più considerarlo, come l’avevamo considerato fin allora, il mio fidanzato, il compagno del mio avvenire.
«Compresi che facevo una gran perdita, e sentii come uno schianto al cuore.
«Incrociai le braccia sulla tavola, chinai il capo sulle braccia, e piansi in silenzio.
«Mio padre passeggiò un tratto su e giù per la stanza, sbuffando contro il caldo, come se quello fosse il suo solo pensiero; poi, sfiorandomi il capo con la mano, mi disse:
— «Via, non crucciarti. Ne capiterà un altro! Mi dispiace anche a me, perchè era un buon partito. Ma si vede che non ci pensava. Abbiamo preso un granchio.
«Quella riflessione aggiunse una puntura di amor proprio al dispiacere che provavo già. Pensai ai commenti delle mie amiche e dei nostri conoscenti, i quali avevano indovinato di certo i nostri disegni su Andrea, che noi non ci davamo molta briga di nascondere.
«Dopo un tratto sentii tornare la mamma, che disse subito con un po’ di risentimento:
« — Mia cara; non è il caso di piangere, ma di picchiarsi il petto e dire _mea culpa_. Sai perchè ha smessa l’idea di sposarti? E l’aveva, sai? me l’ha detto. Per i tuoi tre vestiti, cioè per i tre colori del tuo vestito di questo carnovale. Dice che hai dimostrato un’ambizione che lui non sarebbe in grado di soddisfare; e, per quanto cercassi di fargli capire che non si è speso nulla per quei vestiti, che anzi sei stata industriosa, ed hai saputo figurare bene con poco, non volle saperne. Mi rispose:
— «Quella è un’industria pericolosa, zia. Per me, che si sia speso o no, non cambia nulla alla cosa. Ho veduto che mia cugina ama la società e l’eleganza del vestire; e questo è contrario ai miei gusti ed ai miei principii. Ho sempre pensato di trovarmi una moglie che si contenti dello stato in cui l’avrò posta, non per far atto di doverosa rassegnazione, ma spontaneamente, per modestia di carattere, per semplicità di gusti. Invece ho veduto che i gusti della Giovannina sono differenti. Si compiaceva di essere elegante, o di parere, che per me è la stessa cosa; si compiaceva d’essere ammirata, corteggiata. Il vivere senza queste soddisfazioni le costerebbe un sacrificio, un atto d’abnegazione, che farebbe forse volentieri per me, ma che sarebbe sempre sacrificio ed abnegazione. E questo io non lo voglio, perchè fa fare a me la parte del tiranno, ed espone lei al rischio di pentirsi più tardi. Dal canto mio non potrei mai rassegnarmi a quella vita esteriore e leggiera, e se volessi farlo per lei, anch’io m’imporrei un sacrificio, e correrei il rischio di pentirmene. Alla nostra età la vita può essere ancora molto lunga, e non bisogna esporsi al pericolo di renderla infelice all’uno e all’altra. La Giovannina troverà facilmente un giovane meno orso di me, il quale sarà felice di avere una moglie, che fa bella figura in società, che si fa ammirare; e si sposeranno, e, non dovendo nessuno dei due far violenza ai proprii gusti, andranno perfettamente d’accordo. E quanto a me, se più tardi, molto più tardi, mi stancherò d’esser solo, farò lo stesso anch’io; cercherò una giovane che si diverta semplicemente, modesta come me, e che non debba imporsi nessun sacrificio per accettare la situazione che potrò offrirle.»
. . . . . . .
La signora Giovannina stette un tratto pensosa, e sospirò come se rimpiangesse ancora dopo cinquant’anni, quel buon matrimonio andato a monte. E forse lo rimpiangeva davvero, perchè la sua vita doveva essere stata molto arida e triste.
La Giuseppina osservò:
— Però, quella volta, il nonno è stato cattivo. L’ha punita troppo severamente.
La signora Giovannina si scrollò tutta con grande energia, e rispose:
— Ma no, ma no! Lui non l’ha fatto per punirmi, nè per atteggiarsi a giudice. Ha dovuto sopportare anche lui le conseguenze di un errore della mia educazione. I miei genitori erano stati deboli, per cieco affetto, e non mi avevano corretta a tempo della mia vanità; io, giunta ad una età ragionevole, invece di considerare il male che poteva farmi quella tendenza, creandomi dei gusti e dei bisogni non adatti al mio stato, assecondai la mia inclinazione, e, realmente, se allora avessi sposato Andrea, sarei stata infelice di non poter più sfoggiare dei bei vestiti, e di non essere ammirata e complimentata in società. E la mia infelicità avrebbe reso infelice lui. Fu una disgrazia per me, ma lui ebbe ragione di non sposarmi. E, vedete, nessun altro mi domandò. Rimasi zitellona. Forse appunto perchè tutti mi trovarono molto vana, per una giovane della mia condizione.
Noi comprendemmo che tutto questo era vero, e, senza più parlare del famoso vestito rosso, andammo a quelle due festicciole col nostro vestito da estate di lanetta bianca e verde, che ora farebbe rabbrividire certe nostre giovinette pretenziose ed inspirerebbe loro chissà quanti epigrammi maligni.
E ci divertimmo allegramente, ballando fra noi ragazze quando i ballerini non venivano a prenderci.
Però quel giorno, mentre la signora Giovannina era andata a mettersi il cappellino per accompagnarci a casa, la Giuseppina mi disse:
— Dicevi bene, dianzi a casa, Maria. Tutti i nostri ideali sono destinati a svanire in una storiella.
E tutte e due sospirammo con grande rammarico.
_Come il nonno prese moglie_
Quel gran disinganno della signora Giovannina ci aveva richiamata alla memoria la prima moglie del nonno, morta da molti anni, e che noi naturalmente non avevamo mai conosciuta.
Ma avevamo udito ripetere in casa e fuori che era una gobbina, alta appena un metro, e che non usciva mai di casa. In sedici anni circa che aveva vissuto col nonno, non era uscita più di otto o dieci volte, in carrozza.
Perchè mai il nonno aveva sposato quel povero essere deforme? Lui doveva essere stato bello nella prima gioventù. Certo era alto, molto alto, ben proporzionato, forte, cogli occhi buoni ed i lineamenti regolari. Tutto questo si vedeva ancora ad ottantasei anni.
Ed anche la signora Giovannina, la sua prima passione, era stata bella. Ne portava le traccie nelle linee correttissime del volto, nella persona alta e svelta. E poi, il nonno stesso ce l’aveva detto più volte.
Come mai era poi andato a scegliere quella sposa disgraziata?
Ci pensammo tanto, che alla fine, non potendo più frenare la curiosità, domandammo alla signora Giovannina com’era andata quella cosa strana.
Era un pomeriggio d’estate quando le facemmo quella domanda.
Eravamo tutte e tre alla cascina del nonno, che noi ragazze chiamavamo per affettazione «la villa» quando però il nonno non udiva.
Si stava sedute sopra una panca di legno, addossata al muro esterno della casa civile, la quale era poco più civile di quella rustica.
Dinanzi a noi si stendeva una striscia di terreno lunga e stretta come una strada maestra, tagliata fuori dalle praterie e dagli orti, e fiancheggiata da due viali.
In quella striscia crescevano alla rinfusa delle dalie d’ogni colore, delle ortensie, dei gigli, delle peonie, fiori ed arbusti comunissimi, che costituivano tutte le bellezze del nostro giardino.
I viali laterali erano fiancheggiati da piante di calicanto, di persicaria, che il nonno chiamava sempre polygonum persicario in memoria della cattedra di botanica che aveva occupato per molti anni, di lilla e di altri alberi ed arboscelli fioriti, che chiudevano il giardino come in una fitta siepe, separandolo dal resto del fondo.
Nel viale di destra vedevamo il nonno, con una vecchia giubba nera, ed un vecchio cappello a tuba grigio, avanzi della sua guardaroba di città, che egli faceva servire come costume di campagna, per misura d’economia.
Camminava lentamente, allontanandosi da noi, colle mani dietro la schiena, e con in mano il falcetto che luccicava al sole.
Tratto tratto alzava il braccio destro armato di quell’arma innocente, spiccava con un solo colpo un ramo troppo sporgente, poi riprendeva la sua positura colle mani di dietro incrociate, e tirava via a camminare canticchiando certe sue tre note, stonate ed invariabili.
«Hum! Hum! Hum!»
Quel giorno eravamo troppo distanti per udire le note, ma conoscevamo le sue abitudini, e ci pareva di udirle.
La signora Giovannina strinse le labbra ed alzò il mento, accennando il nonno, e, cogli occhi fissi in quella larga schiena diritta, rispose:
«Perchè è sempre stato buono come un santo. Ecco perchè ha fatto quel matrimonio!
Noi non parlammo, perchè avevamo sorpreso nella voce della signora Giovannina un certo suono gutturale, che ci aveva imbarazzate.
E lei pure s’era interrotta, un po’ mortificata di quella commozione.
Si diede una gran scrollata, come per scuoterla via, poi cominciò a raccontare, parlando a scatti, col suo accento asciutto, che quel giorno stonò più volte col senso pieno di calore delle sue parole.
. . . . . . .
«Quella povera gobbina, era figlia di certi signori Ripamonti, lontani parenti di Andrea.
«Erano tre figliole e quattro maschi.
«Le figlie erano maggiori dei fratelli.
«Le due prime erano sane e belle. La terza era stata colpita a dieci anni da un’artritide deformante, che l’aveva ridotta in uno stato da far pietà: gobba, colle mani contorte e nodose, e quasi inferma. Soltanto il volto aveva serbato una gran dolcezza d’espressione, ed una gran gentilezza di linee; ed i capelli biondi erano così lunghi ed abbondanti, che formavano come un cimiero troppo grave, per quel povero capino delicato dell’Editta.
«La signora Ripamonti era una buona donna, ma d’un’intelligenza assai limitata. Era di Biandrate, figlia d’un possidente rozzo, che non le aveva data nessuna istruzione, oltre quella che aveva ricevuta alla scuoletta comunale del villaggio, in quei tempi, quando le maestre non avevano bisogno di diplomi, e ne sapevano abbastanza se riescivano a scrivere una lettera, ed a fare le quattro operazioni aritmetiche.
«Ripamonti l’aveva sposata, perchè appunto era figlia d’un ricco possidente.
«Ma quel possidente, che non era una gran testa neppur lui, s’era sempre lagnato di non aver altri figli che quella ragazza; ed aveva dichiarato di voler lasciare a lei, soltanto la parte che le spettava a titolo di legge, e di voler legare il grosso del suo patrimonio ai discendenti maschi.
«Se sua figlia aveva dei maschi, come era da sperare, essi erediterebbero la sostanza del nonno materno, coll’obbligo di portarne il nome, unito a quello del padre: Ripamonti-Pratinelli.
«Se per disgrazia sua figlia non aveva figli maschi, gli eredi sarebbero i figli d’un fratello di lui, dei veri Pratinelli, due ragazzoni robusti, che promettevano di godere a lungo i quattrini dello zio.
«Si può figurarsi con che ansietà il signor Ripamonti, un piccolissimo proprietario, che cavava appena da’ suoi fondi, tanto da vivere, aspettasse d’esser padre d’un bel maschiotto, Ripamonti-Pratinelli, ed anche Gaetano, perchè, per abbondare di cortesia, contava di farlo tenere a battesimo dal suocero e di dargli il suo nome.
«La sposa pregava il Cielo con fervore che le mandasse un bambino.
«Ma videro invece, e con crescente terrore di tutti, venire al mondo, una dopo l’altra, tre bambinette.
«La signora Ripamonti le amava, le allattava, ne aveva tutte le cure, e le trovava bellissime. Ma se ne vergognava, come di tre cattive azioni che avesse commesse.
«E, certo, suo padre e suo marito le consideravano, se non proprio come tre cattive azioni, come tre errori; e la facevano responsabile delle conseguenze finanziarie, disastrose per la famiglia.
«Finalmente, dopo sei anni di matrimonio, quella povera donna trovò grazia dinanzi a Dio, che le mandò il piccolo Gaetano Ripamonti-Pratinelli, destinato a richiamare sulla retta via il patrimonio di suo nonno, che stava per sviarsi. Il fausto avvenimento fu festeggiatissimo da tutta la famiglia, ed il bambino divenne l’idolo, l’arbitro della casa.
«A due anni, quel piccolo despota, si ammalò gravemente di morbillo, e fu lì lì per tornare al limbo dal quale era partito. Fu una tale ansietà, un tal terrore, che per poco non morirono tutti i Ripamonti, di quella sua malattia.
«Le cure assidue, amorosissime della madre, contribuirono molto a salvarlo. Però era ridotto come un cadaverino, ed il medico ripeteva:
« — Ora io ho finita la mia parte. Il resto lo deve fare la mamma. È la sola che possa assisterlo con tutta l’attenzione, con tutta la devozione che si richiede. Avrà una convalescenza lunga e difficile assai. La menoma inavvertenza, un soffio d’aria, un boccone che mangi più del bisogno, possono mandarlo all’altro mondo da un’ora all’altra.
«La povera mamma non si risparmiava di certo, ed era disposta a rimetterci la vita, pur di guarire il piccolo ammalato.
«Ma sgraziatamente il male era contagioso, o dopo alcuni giorni ne fu colpita anche lei molto gravemente. Si fece un consulto, ma i medici tentennavano il capo e davano poca speranza. Ed intanto il bambino, invece di riaversi, rimaneva abbattuto, languido, con un resto di febbriciattola che non si poteva sradicare.
«Quando si vide perduta, la povera donna s’impaurì, non tanto per sè quanto per quel piccolo essere, tanto necessario all’avvenire della famiglia, alla felicità di suo marito e di suo padre.
«La sua mente piccina si smarrì a quell’idea tremenda che, morta lei, anche il bambino, al quale erano indispensabili le sue cure materne, morrebbe, lasciando la casa nella disperazione e nella rovina.
«Sotto quell’incubo pauroso, ella fece un voto strano, inaudito, quasi incredibile.
«Giurò di offrire al Signore tutte e tre le sue figliole, di farle monache, se otteneva la grazia di guarire, per curare il piccolo Gaetano.
. . . . . . .
Noi interrompemmo il racconto della signora Giovannina, per esclamare con indignazione:
— Ma era una cattiva madre!
— Una donna senza cuore!
— Un’egoista!
La signora Giovannina stette zitta un lungo tratto, chiudendo quasi gli occhi, e stringendo le labbra, come per fare violenza a sè stessa e trattenere le parole che le venivano in bocca. Poi disse con molta fermezza:
— No. Anch’io ho pensato come voi alla vostra età, ed ho giudicato quella donna severamente. Ma ho fatto male. Più tardi dovetti riconoscerlo. Fu sempre per le sue figlie una madre affettuosa, le allevò colla massima tenerezza; guai se si ammalavano, se alla scuola subivano qualche piccola ingiustizia; era sempre pronta ad assisterle, a difenderle con una parzialità affatto materna. Quando l’Editta fu colpita dall’artritide che durò più d’un anno nello stato acuto, poi prese un carattere cronico, la mamma abbandonò ogni cosa per curarla giorno e notte, non risparmiò nè fatiche nè veglie, tutti la videro soffrire, agire ed amare come una vera e buona madre.
Io risposi:
— Però deve ammettere che, quelle povere figlie, le amava molto male, e le sacrificava. Lei non aveva diritto di disporre della loro vita.
— È vero. Ma era semplice di mente. Queste cose che tu dici non le sapeva. Siccome il privarsi delle sue figlie era un sacrificio, un dolore anche per lei, non poteva immaginarsi d’essere egoista. Chi non sa di fare il male è come se non lo facesse. Credete a me, ragazze, non abbiamo diritto noi di erigerci a giudici. Io ho compreso questo, quando ho veduto Andrea, quel giovane buono ed onesto, troncare ad un tratto tutte le mie speranze, il mio avvenire di donna, per una questione di principii giusta a’ suoi occhi, ma troppo severa. Ho compreso allora che si può far male ad altri senza essere cattivi, nè colpevoli:
Mia sorella disse:
— Oh è stato cattivo, sì, quella volta il nonno con lei. È stato crudele. Io non glielo posso perdonare.
E la vecchia, con un accento secco, come di stizza, rispose:
— Ed io sì. Voi siete giovani. Non sapete. Ma quando si vede che una persona è buona, giusta, onesta in tutta la sua vita, non si deve giudicarla per un atto solo che sembra crudele. Può essere soltanto uno sbaglio; e può essere che noi non lo comprendiamo e che sia un atto buono, nel fine o nell’intenzione. Il nostro cuore di donna ci porta a stimare barbare le madri spartane, che spingevano i loro figli in guerra, e non piangevano quando erano morti. Invece pare che fossero migliori delle altre madri, grandi addirittura. Siamo noi povere donnette semplici, che non le comprendiamo. Forse al mondo non vi sono vere cattiverie; vi sono soltanto degli errori.
La signora Giovannina finì quel discorso mite, che aveva detto coll’asprezza d’una invettiva, e rimase assorta in quelle riflessioni, che chissà quanta parte avevano occupata nella sua povera vita solitaria.
Io era stupita, come se la vedessi e la udissi per la prima volta.
Non avrei mai supposto che quella vecchia zitella, priva di coltura, piena di piccole manìe, fosse capace, per sola intelligenza e nobiltà d’animo naturali, di quelle due virtù tanto grandi e pie:
Essere indulgente, e non giudicare il prossimo.
Sono le più difficili delle virtù umane.
Il perdono, la dolce virtù del perdono, che Cristo ci comanda e ci insegna, non è che una riparazione per chi ha mancato a queste altre. Chi ha commesso l’atto di superbia di giudicare arbitrariamente un suo simile, deve poi espiarlo, perdonando la colpa che gli ha imputato.
Ma l’uomo umile e giusto, che dice: — «Io non posso giudicare le azioni d’un altro, perchè non gli vedo nel cuore; perchè, forse, anche facendo quanto a me sembra male, ha delle intenzioni buone», — quel giusto, non ha bisogno di perdonare.
Queste cose che ora dico, allora le sentivo soltanto. Ed ammiravo quella vecchia semplice e sfortunata, che in tanti lunghi anni di vita senza gioie, non le aveva rinnegate.
La signora Giovannina dovette darsi una scrollata famosa per riscuotersi da quelle idee filosofiche. Tutti i suoi abiti, i nastri, le gale, svolazzarono; la panca tremò, e noi saltammo sulla panca, come se ci fosse il terremoto.
Poi ella riprese a parlare in fretta, come per farci dimenticare quegli sfoghi di sentimento e quei voli di pensiero, dei quali, nella sua timidezza selvatica, si vergognava.
. . . . . . .
«La signora Ripamonti guarì, e potè allevare quel primo erede Pratinelli, e due altri che vennero poi, a garantire solidamente alla famiglia il possesso della sostanza materna.
«Ed intanto, accanto ai fratelli ricchi, crescevano le sorelle povere.
«Le due maggiori erano già al Sacro Cuore per esservi educate, e per avvezzarsi a quell’ambiente nel quale dovevano passare tutta la loro vita.
«La povera Editta, a quindici anni, ne dimostrava appena dieci.
«Camminava con difficoltà, era incapace di qualsiasi lavoro, aveva bisogno di un’assistenza continua.
«Quando sua madre, l’aveva trasportata a Trecate per farla ammettere al Sacro Cuore come educanda, aveva ricevuto un rifiuto formale, irrevocabile.
«E, non solo non poteva esservi ammessa come educanda, ma non potrebbe neppure, più tardi, entrarvi come monaca professa. La sua infermità la escludeva dalla vita monastica.
«Allora la coscienza timorata della signora Ripamonti cominciò ad inquietarsi.
«Nel suo voto solenne aveva promesse al Signore tutte e tre le sue figlie; ora dandone due soltanto, si sentiva spergiura.
«Cosa sarebbe di lei, cosa sarebbe de’ suoi figlioli, e di quella figlia stessa, in questa vita e nell’altra? Era continuamente tormentata da scrupoli religiosi, atterrita dall’idea delle punizioni soprannaturali che la minacciavano.
«La Editta, che colla sua infermità la obbligava a trasgredire un voto, divenne ai suoi occhi un oggetto di repulsione; era al tempo stesso causa e rimprovero della sua colpa.
«L’eccitazione della povera donna raggiunse il grado d’una idea fissa, d’una manìa. Ella non parlava più d’altro, e colle sue lagnanze, come coi silenzi feroci, rimproverava continuamente all’inferma la sua disgrazia, e le conseguenze orrende che, secondo lei, ne dovevano derivare.
«Quando ebbero compiuta la loro educazione nel Sacro Cuore, le due sorelle maggiori tornarono in casa per passarvi un anno prima di prendere il velo. Tutte e due, ma specialmente la Delfina, la maggiore, furono prese da un’immensa pietà per la loro giovane sorella, sulla quale pesavano due grandi miserie: l’infermità, e l’ingiustizia della madre.
«Le due educande tentarono ogni mezzo per far ragionare la signora Ripamonti; ma la sua scarsa intelligenza, l’ignoranza, il fanatismo religioso, l’avevano ridotta in uno stato d’irritazione vicino alla demenza.
«Neppure il suo confessore riesciva a toglierle dalla mente quello strano scrupolo del voto trasgredito.
«In quel tempo, Andrea, che prima frequentava poco quei lontani parenti, era diventato il più assiduo di casa Ripamonti.
«Aveva posti gli occhi ed il cuore sulla Delfina, la bella bruna malinconica, dai grandi occhi azzurri. Egli, che non era mai entrato nelle confidenze della famiglia, sapeva vagamente, come tutti lo sapevano a Novara, che le due sorelle Ripamonti erano destinate a farsi monache; ma non poteva immaginarsi a che punto la madre fosse tenace e irremovibile in quel suo proposito.
«Appena comunicò alla Delfina la sua intenzione di domandarla in isposa, e di cambiare il suo destino, lei gli tolse ogni illusione, perchè non gli riescisse più amaro il disinganno.
«Per la madre era una questione di coscienza, ed il contrariarla avrebbe finito di farla impazzire. Il nonno Pratinelli era imbecillito da qualche anno e non poteva più esercitare nessuna influenza sulla figlia. Ed il signor Ripamonti aveva troppo desiderati ed aspettati gli eredi maschi, per non aver aderito, fin dal principio, al voto di sua moglie. Dunque non c’era speranza di revocarlo.
«Del resto, a quei tempi, erano molto frequenti i casi di fanciulle che prendevano il velo, anche senza averne la vocazione, per considerazioni di famiglia. E quel caso delle Ripamonti non suscitava l’indignazione ed il compianto che susciterebbe ora.
«Andrea e la Delfina erano due anime forti: videro che il loro matrimonio era impossibile, e si rassegnarono colla tranquillità delle anime forti. Andrea aveva condivisa con le due educande la grande pietà per la povera Editta, e le aveva posto affetto come ad una sorella infelice.
«Mancavano pochi giorni alla vestizione delle due novizie. Il signor Ripamonti pensò che la presenza continua di quel giovinotto in casa, e le sue occhiate amorose e meste alla Delfina, potrebbero mettere la ribellione nel cuore della sua figliola, e suscitare nella sua triste famiglia altri guai, oltre a quelli che la funestavano già.
«Quella sera stessa, quando Andrea si congedò, egli uscì ad accompagnarlo un tratto, e, quando furono in istrada, lo pregò di sospendere le sue visite, finchè le due monache fossero partite pel loro mesto destino.
«Senza un saluto, senza una stretta di mano, Andrea si vide separato dalla Delfina, per non rivederla mai più. Se almeno il signor Ripamonti avesse parlato due ore prima! Avrebbe potuto darle un ultimo addio...
«Questa riflessione Andrea la fece nel suo cuore; ma obbedì al padre della Delfina. Era troppo onesto per ribellarsi a quell’ordine o per eluderlo coll’astuzia. Ne sofferse molto. Ma se l’onestà non costasse nessuna pena, non sarebbe tanto rara.
«La farmacia d’Andrea era in fondo al corso di porta Milano. La carrozza che doveva condurre le due monache a Trecate al Sacro Cuore, doveva necessariamente passarle davanti. Il giorno della partenza era stato fissato da un pezzo, ed Andrea lo conosceva.
«Quella mattina abbandonò le polverine, le pillole, i decotti al suo praticante, ed appena ebbe aperta la farmacia, si mise in sentinella all’ingresso. Prese il caffè là fuori. Rinunciò a far colazione per non abbandonare il suo posto, ed aspettò pazientemente, ore dopo ore, per vedere un’ultima volta gli occhi azzurri della Delfina.
«Finalmente, verso le undici, vide venire da lontano la carrozza da nolo, una miserabile timonella, che il signor Ripamonti guidava stando a cassetta.
«Le due fanciulle erano sedute di dentro ai due lati, rincantucciate contro le pareti della carrozza per non schiacciare la mamma, che era seduta in fondo in mezzo a loro.
«Come Andrea, anche la Delfina doveva aver pensato a quell’ultima occhiata, perchè si era messa dalla parte della farmacia, a destra.
«Tutti salutarono Andrea, senza fermarsi. Il signor Ripamonti gli gridò che lo aspettava a casa la sera dopo, le ragazze chinarono ripetutamente il capo e sorrisero. La Delfina sorrise più a lungo, lo guardò fisso, lo salutò colla mano, poi abbandonò il braccio fuori della carrozza, e lasciò cadere un fogliolino piegato.
«Andrea corse innanzi sulla strada, dove il foglio era caduto, e stette là a custodirlo finchè la carrozza fu scomparsa.
«Allora, sicuro di non esser veduto, si chinò, raccolse il biglietto, corse in casa, traversò la farmacia in fretta, e salì a rinchiudersi nella sua camera.
«Non so se pianse lassù, o cosa fece. Non lo disse mai. Ma certo in quel breve istante, mentre la carrozza passava, mentre egli salutava e sorrideva, aveva sentito il suo avvenire spezzarsi, la sua più cara speranza svanire per sempre.
«Io l’avevo provato un anno prima, per lui, quel dolore. E so quanto è tremendo per un cuore giovane.
«Il biglietto della Delfina diceva:
«CARO ANDREA,
«Io accetto, per obbedienza figliale una vita di sacrificio. Accettatela anche voi per sentimento di carità. Sposate la mia povera Editta; toglietela a quell’esistenza tribolata, a quei maltrattamenti che la uccidono.»
«È la sola prova che posso domandarvi del vostro amore, e ve ne sarò grata, e vi benedirò per tutta la vita, e pregherò per voi.»
«DELFINA.»
«Andrea esitò qualche tempo.
«Il sacrificio era troppo grande pei suoi venticinque anni.
«Ma una sera trovò l’Editta col capo fasciato; ed il signor Ripamonti non esitò a dirgli che, un pugno violento della madre, l’aveva fatta cadere contro un mobile, dove aveva battuta la fronte in mal modo.
«Dopo qualche giorno l’Editta scomparve dal tinello, dove stava di solito radunata la famiglia. Andrea ne domandò conto alla signora Ripamonti; ed ella rispose che l’aveva rinchiusa in camera, perchè era colpevole di sacrilegio.
«Allora Andrea si rammentò la preghiera della Delfina, e si risolvette al sacrificio eroico. Sposò la povera gobba, per sottrarla alla persecuzione di quella pazza.
«Ora che si cura prima d’ogni cosa l’igiene, la salute, lo sviluppo fisico, quel matrimonio sarebbe considerato più mostruoso che sublime.
«Anche allora, molti esclamarono inorriditi:
« — Avranno dei bambini deformi!
«E parlavano dei Greci che gettavano i bambini contraffatti giù dalla rupe Tarpea, perchè non si moltiplicasse la loro razza disgraziata.
«Può darsi che a forza di discorsi scientifici si possa dimostrare che avevano ragione.
«Ma Andrea non almanaccò tanto. Fu generoso, pietoso, ed obbedì alla preghiera della Delfina.
«Grazie alla sua carità eroica, quella povera gobbina visse sedici anni tranquilla, circondata da cure amorevoli.
«E sua madre, non vedendosela più continuamente accanto, si calmò, ed evitò il manicomio, al quale l’avrebbe condotta indubbiamente la sua pazzia religiosa.
«È certo che, se Andrea si fosse veduto crescere intorno una corona di bambini deformi avrebbe sofferto; si sarebbe anche pentito del suo eroismo.
«Ma la provvidenza gli risparmiò quella prova. Egli non ebbe figli. Forse fu quello il compenso della sua buona azione.
«Ad ogni modo, in quel matrimonio, come in ogni atto della sua vita, Andrea fu nobile, generoso e buono.
_Nota._ — Questo racconto, che forse sembrerà a molti improbabile, è tutto, tutto verissimo, e non vi ho aggiunto del mio altro che la forma letteraria. L’AUTRICE.
_Non se ne parli altro!_
EPISODIO NUM. 1
Un giorno dello scorso inverno ero in casa d’una mia amica, la signora Neris, quando la sua figliola, Emma, tornò dalla lezione di tedesco, conducendo con sè una compagna, per far insieme il còmpito, che era molto difficile.
Entrò in sala, e presentò la compagna con tutta disinvoltura.
— Mamma, la signorina Vitta, che ha la bontà di venir a lavorare con me.
Poi, rivolgendosi alla sua amica, riprese accennando noi:
— La mia mamma... La Marchesa Colombi...
La signorina Vitta s’inchinò con un garbo da vera donnina, s’intrattenne un minuto rispondendo alle domande della signora Neris, ed appena il discorso accennò a cadere, si rivolse all’Emma, e le disse:
— Quando vuoi che andiamo a lavorare...
Uscirono dal salotto tutte e due; ma, dopo pochi minuti, la Emma tornò per prendere la cartella dei libri che aveva dimenticata.
Sua madre, con un pensiero cordialissimo, le disse:
— Puoi trattenerla a pranzo la tua amica, se ti fa piacere.
L’Emma pensò un tratto, poi disse con aria infastidita:
— Bisognerebbe avvertire i suoi parenti...
— Li avvertiremo per mezzo della persona di servizio che verrà a prendere la ragazza.
— No... Potrebbero non acconsentire, ed allora dovrebbero mandar qui un’altra volta a pigliarla. Sarebbe un disturbo.
— Si potrebbe mandar la nostra cameriera ora, e domandare il permesso di trattenere la signorina.
L’Emma non manifestò nessuna soddisfazione, e disse anzi con un fare sprezzantuccio:
— Ne parli magnificamente, mamma, di questo pranzo. Ma io vorrei sapere che pranzo c’è.
— Oh, il solito.
L’Emma si mise a ridere, e domandò:
— Fai del proselitismo per la società di temperanza? Confessalo.
Poi soggiunse:
— Dì, davvero; cosa si può aggiungere alle dolcezze della nostra _mensa di famiglia_?
La signora suggerì: un antipasto, un piatto di mezzo freddo, una crema, ed una bottiglia di vino dolce spumante.
La figliola crollò il capo disapprovando:
— Si capisce troppo che è un pranzo di ripiego.
La mamma, troppo buona, le disse ancora:
— Ma, se non ti fa piacere, non invitarla, sai. Io lo dicevo per te...
— Sì, a me farebbe piacere... Ma vorrei anche che noi non si facesse troppa cattiva figura. L’Elisa ha dei gusti molto raffinati.
La mamma osservò:
— Ad ogni modo, non potrà figurarsi che noi facciamo ogni giorno un banchetto. Dacchè la invitiamo «_à la fortune du pôt_» non può aspettarsi che un pranzo di famiglia. E, come pranzo di famiglia, il nostro non è da sprezzare.
— È questo invitare «_à la fortune du pôt_» che non è signorile, quando il _pôt_ ha delle fortune discutibili come il nostro.
Io stava a sentire a bocca aperta, sbalordita.
Non seppi trattenermi dal domandare a quella ragazza:
— Quanti anni hai, figliola mia?
— Ne avrò presto quindici. Sono vecchia.
— Ma è certo che sei vecchia! Sei ben sicura di non avere trent’anni?
Lei mi rispose con un’aria da scettica:
— Chi è mai sicuro di nulla a questo mondo?
— Ma tu, tu, non senti che hai quindici anni, che sei quasi una bimba, che hai un babbo, una mamma....
— Oh! babbo e mamma si fanno sentire, se non altro, per farmi dei predicozzi e per dettare delle leggi!
Diceva questo sorridendo, come per burla, ma, in fondo, si sentiva che le pesavano le leggi.
Io ripresi:
— Ma nel tuo cuore di fanciulla amata, vezzeggiata, viziata anzi, non esulta l’allegrezza della gioventù? Dianzi, all’udire che potevi invitare la tua compagna a pranzo, non hai giubilato? Non hai sentito un impeto di riconoscenza per la mamma che è tanto cordiale colle tue amiche?
L’Emma baciò sua madre con aria di protezione, e disse ridendo:
— Oh! la cordialità della mamma non la manda in rovina! Ha sentito che trattamenti luculliani? Un antipasto, un piatto freddo ed una crema, abilmente intercalati al rancio del focolare domestico....
E vedendo la sua compagna, che, stanca forse d’aspettarla nello studio, tornava in sala a cercarla, le disse:
— Giubila, Elisa. Ci si prepara un divertimento sfarzoso; una gioia pazza. Qui, la marchesa non può darsi pace ch’io non faccia le capriole per la gioia. Indovina di cosa si tratta.
L’altra rispose subito, con un gesto ed una cera che parevano dire: «_Transeat a me calix iste!_»
— No, no! per carità! Non posso soffrire i giochi innocenti. Specialmente gl’indovinelli.
Io pensava che, infatti, co’ suoi _gusti raffinati_, come diceva l’Emma, doveva essere molto difficile divertire quella ragazza.
L’Emma riprese:
— Ti si invita al nostro pranzo di gala! Alla folle ilarità della nostra serata di famiglia!
L’invitata rispose con un fare perfettamente cortese:
— Oh grazie. La tua mamma è troppo gentile... Ma mi aspettano a casa.
La signora Neris non osò insistere. L’Emma disse:
— Non è proprio il caso di pregarti, perchè ti annoieresti più che in casa tua...
L’Elisa alzò le mani e gli occhi al soffitto, esclamando:
— Oh! in casa mia!
Io domandai, sempre più curiosa, e sempre più sbalordita:
— Scusa. Ti annoi anche in casa tua?
Quella signorina dai gusti raffinati, mi guardò, meravigliata ch’io le dessi del tu senza conoscerla, poi mi rispose:
— Ma quanto! È un abisso, un incubo di noia!
Io ripresi:
— Sei forse sola, senza fratelli nè sorelle?... Scusa sai; io do sempre del tu alle ragazze. Non ho ancora potuto avvezzarmi a considerarle persone serie, come siete voialtre.
Ella fece un cenno del capo, graziosamente, per indicare che scusava, poi esclamò:
— Ma che! Sola! Ci chiamiamo legione! Siamo sei; si figuri!
— Mi figuro che giocherete, che riderete, che vi bisticcerete qualche volta, e che starete allegri.
— Quanto a bisticciarci, sì, ci bisticciamo spesso. Ma ridere non è facile. Manca di ilarità la nostra casa. Siamo due sorelle, vestite tutte e due ad un modo, uguali, minuziosamente uniformi, come due vasi del Giappone, come due candelabri da caminetto borghese, come due _pendants_; molto ridicole; ma, sa, il ridicolo fa ridere gli altri, e noi ci fa quasi piangere. Abbiamo due fratelli in collegio... studiosi! — Sono cose che capitano soltanto a noi! — Hanno sempre delle uscite di favore pei loro meriti, e le nostre domeniche le passiamo tutte a portare in giro per Milano quei due soldatini dotti, in grande uniforme, che fanno voltar la gente in istrada! Ed il resto del nostro tempo, quando non si è a scuola, si fanno delle esclamazioni ammirative dinanzi a Nini ed a Baby, i due piccini, tanto bellini, tanto carini, e tanto noiosini....
La signora Neris profittò di quella geremiade per dire:
— Ebbene, qui non c’è nè il suo _pendant_ che le fa venir da piangere, nè i _noiosini_ che strillano. Resti oggi con noi; ci rallegrerà tutti col suo spirito....
Finalmente la signorina Elisa, con molte smorfiette, lasciò cader dall’alto il suo consenso, al quale l’Emma fece questo commento, poco lusinghiero per la sua famiglia:
— Poverina! Come ti compiango!
Io mi sentivo invasa da quello sgomento, da quel sentimento d’un pericolo prossimo, che m’inspirano sempre l’indifferenza, lo scetticismo, la mancanza d’ilarità e di gioia nella gioventù.
Da un pezzo i miei poveri vecchi, il nonno e la signora Giovannina, erano morti.
Confrontando la mia adolescenza, che a quella gente austera sembrava già pretensiosa e scettica, coll’adolescenza vecchia di queste giovinette, la mia mi parve gaia come una risata, al paragone. E, sopratutto, la mia era stata più semplice e meno fortunata.
Profittai d’un’uscita della signora Neris che andò a dare degli ordini per la sua ospite inaspettata, e feci con quelle ragazze la parte che faceva il nonno co’ miei fratelli e con me. Cominciai da un predicozzo, per finire con una storiella.
Ecco il predicozzo:
— Avete troppe soddisfazioni, ragazze. Tutti i vostri desiderii sono appagati. Non vi resta nulla a desiderare nel campo delle cose semplici e possibili. Per questo, quando vi capita una cosa piacevole, non la apprezzate, perchè l’avete ottenuta con troppa facilità, e v’immaginate delle cose più difficili ad ottenere, e, per conseguenza, ai vostri occhi, più belle. E così vi create degli ideali impossibili, ed avete il gusto guasto dalle raffinatezze. Una, non è contenta d’avere un’amica a pranzo, perchè non può offrirle un pranzo di gala, l’altra si fa pregare ad accettare, perchè forse non vede la prospettiva d’una serata elegante...
La Emma m’interruppe con quel suo fare di superiorità un po’ ironica, che sembrava burlarsi di me:
— Ma perchè, marchesa, s’immagina che invitare un’amica a pranzo sia una cosa tanto peregrina?
— Perchè a’ miei tempi era, se non peregrina, molto rara di certo, nella nostra condizione di borghesi non ricchi. Perchè io non ho mai avuta questa gioia, e tutte le mie compagne, figlie di famiglie modeste, come la mia, come la vostra, erano, su per giù, nello stesso caso. Perchè, un giorno, questa soddisfazione che voi disprezzate, io l’ho desiderata con tutto l’ardore del mio amor proprio compromesso, della mia parola impegnata...
— E non l’ha ottenuta?
— Non si ottenevano mica molte cose, ai miei tempi! E bisognava prendere il mondo come veniva. Si borbottava un poco fra noi, qualche volta si arrischiava una timida protesta; ma si finiva sempre a piegare il capo alla volontà dei superiori, una volontà indiscutibile ed inesorabile.
La signorina Elisa osservò con un sospiro:
— Allora dovevano essere anche meno allegre di noi!
— Confesso che cominciavamo già un po’ a prendere gli atteggiamenti da vittima che prendete voialtre; ma soltanto nei momenti di contrarietà, e per poco. In generale, eravamo molto più allegre, perchè avevamo delle esigenze molto più moderate; ed anche quelle, per moderate che fossero, i nostri genitori ce le sapevano reprimere con fermezza. Ci si allevava nel sentimento della sommissione.
— Ma era una tirannia!
— Chissà! Anche noi, allora si pensava così. Ma, col tempo, ci ha risparmiati molti dolori, quella così detta tirannia; perchè ci aveva avvezzati alle contrarietà della vita, e quando le incontrammo più tardi, serie ed inevitabili, avevamo imparato a sopportarle senza debolezza. Non so se voialtre, che a quindici anni discutete un pranzo, e non lo trovate abbastanza raffinato per meritare d’essere offerto ad una bimba, che trovate ridicolo vestirvi come le vostre sorelle, e noioso passeggiare coi vostri fratelli, sapreste, poi rassegnarvi, da donne fatte, alle limitazioni che impongono le rendite ristrette o l’avarizia d’un marito, alla privazione d’ogni divertimento, alla vita affatto casalinga, che tocca a moltissime spose, mentre magari il marito esce ogni sera e si diverte.
La Emma, che probabilmente si annoiava della piega troppo seria ch’io aveva data al discorso, osservò, colla confidenza con cui trattava sempre con me, come con tutti superiori ed inferiori:
— Credevo che questa predica dovesse metter capo ad un raccontino come quelli del suo nonno...
— Infatti; ma non c’ero arrivata ancora.
— Allora, scusi, sa; ma il suo nonno era meno... era un po’ più divertente; non faceva delle dissertazioni morali tanto lunghe... almeno a giudicarne da quanto riferisce lei...
— È perchè io, quando vi ripeto i suoi racconti, ne abbrevio la parte noiosa.
— Ma è una buona abitudine, marchesa. Badi di non perderla, per carità.
— Profitterò della tua lezione.
E ridendo dell’impertinenza schietta di quella bimba, cominciai a raccontare.
. . . . . . .
«Una delle nostre grandi contrarietà, toccò appunto, a me ed a mia sorella, per un invito a pranzo.
«Avevamo due amiche, le signorine Liprandi, maggiori di noi di parecchi anni, molto belle e molto eleganti, che ci davano una gran suggezione, ma della cui amicizia andavamo molto superbe.
«Alle volte, nell’estate, venivano la sera al cascinino del nonno, che noi parlando con loro chiamavamo sempre «villa» per darci un’aria un po’ elegante anche noi; e si mettevano tanto in gala, che a noi pareva che facessero una gran degnazione girando con quei bei vestiti pei filari della vigna, e mettendosi in bocca i chicchi dell’uva con quei guantini attillati e chiari. E quando avevano fatte queste cose, noi non si finiva d’esclamare:
— «Come sono buone! Come sono semplici! Non hanno nessun orgoglio!
Pareva che si trattasse di due principesse.
Del resto erano buone e semplici davvero, e tolta la manìa di vestir sempre in gala, avevano le stesse abitudini casalinghe che avevamo noi, si divertivano facilmente, s’accontentavano di tutto. Ed anche l’eleganza delle loro tolette, non costava di molto, perchè si facevano gli abiti loro stesse con un’abilità invidiabile.
«Una volta mia sorella aveva imparato uno di quei lavori di cattivo gusto che inventano tratto tratto i giornali di moda, e contro i quali l’arte dovrebbe bandire delle pene severe.
«Si chiamava «_pittura orientale_» e serviva ad imbrattare delle belle stoffe di seta, con fiori, frutti, augelli, destinati a disgustare per sempre l’umanità, contro tutte le flore e le faune dipinte, ed a far piangere all’arte le sue lagrime più amare.
«Le Liprandi, invece di disgustarsi, s’innamorarono di quei delitti di leso buon gusto, e desiderarono d’imparare a commetterne.
«Era d’estate, e noi avevamo l’abitudine di pranzare alla «villa.» Ci si andava il mattino dopo la colazione. Si pranzava al tocco; e si tornava in città la sera a cena.
«Quel giorno che si parlò colle Liprandi, in casa loro, della «pittura orientale» mia sorella disse:
— «Bisognerebbe che si potesse stare insieme un po’ a lungo, se volete imparare; almeno tutto un pomeriggio.
«Loro risposero:
— «Noi non domandiamo di meglio; ma come si fa?
«Mia sorella riprese:
— «Potreste, un giorno, venire da noi presto presto, e rimanere fino alla sera.
«La Giuseppina intendeva presto presto nel pomeriggio; al tocco e mezzo. Invece le Liprandi, che in casa loro pranzavano alle cinque, udendo quell’invito che sopprimeva il loro pranzo, credettero che volesse dire di pranzare da noi; e l’Elena, la maggiore, rispose con molto garbo:
— «Grazie; grazie tante. Noi accettiamo senza complimenti. Quando vorrete, potremo esser pronte alle nove del mattino.
«Io provai l’impressione di cadere in un abisso. Sentii istintivamente che davvero entravo in un ginepraio, dal quale sarebbe stato difficilissimo uscire.
«Tuttavia, il sentimento della cortesia, ed anche un po’ la vanità di farla da signorina ricca ed indipendente, che può fare inviti _nelle sue terre_, mi spinsero a rispondere:
— «Benissimo. Passeremo a prendervi alle nove, ed andremo alla «villa» insieme; e poi la sera, o la vostra mamma verrà a prendervi, o vi accompagneremo a casa noi. Nevvero, zia?
«La zia Caterina assentì con un’aria molto spaurita.
«Le Liprandi ci ringraziarono ed approvarono tutto cordialmente. Si discusse il giorno, e si combinò per il prossimo venerdì. Il posdomani.
«Vi fu un momento di eccitazione e di gioia nel fare il programma della giornata. Si stabilirono per bene le ore dell’andata, dell’arrivo, del lavoro, dello spasso in giardino, del pranzo...
«Io mi ubbriacai al punto da dire, come una vera padrona di casa:
— «Mi dispiace che, da noi, si mangia di magro il venerdì...
«E loro dissero che non importava; anzi.... E tornarono a ringraziare. Poi venne in sala la loro mamma colla parrucca, e ci ringraziò anche lei, e noi trionfammo coll’aria cortese di due signore, che, possedendo una villa, potevano permettersi il lusso di far degli inviti.
«Ma, appena fummo uscite da casa Liprandi, la zia Caterina disse:
— «Cosa dirà poi il nonno, di questo invito?
«Noi rispondemmo con due sospiri.
«Pur troppo, l’aria e la luce della strada avevano richiamate anche noi alla realtà, e ci era entrato un gran freddo nel cuore all’idea di annunciare al nonno, che, così, di nostra testa, avevamo invitato due signorine a pranzo.
«In casa nostra, a nostra ricordanza, tolte le zie, ed i parenti che venivano dalla campagna, non s’era mai invitato a pranzo nessuno. Neppure la signora Giovannina.
«La zia riprese:
— «Come farete a dirglielo?
«Io sospirai ancora:
— «Ma!
«E mia sorella fece eco con un altro sospiro:
— «Ma!
«Appena fummo a casa raccontammo il caso a nostro fratello, che era tornato dal collegio per le vacanze:
«Egli fece una gran risata ed esclamò:
— «Brave! Voi le studiate tutte per mettervi negli impicci!
«Si vedeva che lui non sperava nulla di buono. Ma, invece di crucciarsi come noi, trovava il caso molto buffo, e si divertiva un mondo alle nostre spalle.
«Io gli domandai tutta costernata:
— «Cosa diresti di fare?
— «Io mi metterei a letto colla febbre... o senza; e, ad ogni modo, scriverei a quelle signorine che ho la febbre, e che l’avrò per tutto il resto dell’estate e fino all’autunno inoltrato...
— «Credi proprio che il nonno dirà di no?
— «Io non so. Provate a dirglielo...
«E fece un’altra risata.
«Quella sera, a cena, io mi feci un gran coraggio e dissi forte, come per parlare al nonno, ma senza guardarlo, e cogli occhi fissi nel mio piatto:
— «Venerdì verranno le Liprandi con noi al cascinino.
«E mia sorella, vedendomi saltare il fosso così, mi seguì in fretta, come per non lasciarmi perir sola, e soggiunse:
— «Verranno, perchè abbiamo bisogno di star insieme a lungo. Vogliono imparare la «pittura orientale...»
«Il nonno, tutto intento a mettere del latte e dello zucchero nella pasta asciutta, com’era sua abitudine, rispose distrattamente:
— «Bene, bene!
«Poi soggiunse, accennando quegli ingredienti eterogenei:
— «Voi, già, non ne volete...
«Io un po’ per gratitudine di quel «bene, bene!» che mi aveva incoraggiata, un po’ per la speranza di rabbonirlo e d’indurlo alla concessione maggiore, mi sacrificai eroicamente, ed inaffiai abbondantemente di latte il mio piatto di pasta, poi dissi, facendo uno sforzo per ingoiarne un cucchiaio:
— «È buona!
«Mio fratello, che se la godeva pazzamente, mi volse un’occhiata derisoria, e suggerì:
— «Mettici anche un po’ di zucchero. _Farà meglio!_
«Avevo il cuore che mi batteva fin in gola.
«La Giuseppina era pallida. Perchè, in sostanza, il più grave non era ancora detto.
«Ad un tratto Mario, con una gran sfrontatezza, disse forte, trattenendosi a stento dal ridere:
— «Resteranno anche a pranzo, quelle signorine!
«Io chinai il volto sulle mie povere lasagne natanti nel latte freddo, sul quale il burro coagulato formava dei dischi gialli; ero letteralmente soffocata dalla palpitazione. Mi aspettavo una grande protesta del nonno; magari una sfuriata, sebbene non ne facesse mai.
«Ma non udii nulla.
«Alzai gli occhi a guardarlo, e vidi che sorrideva bonariamente alla sua minestra inzuccherata.
«E non rispose.
«Era contento? Si doveva considerare quel silenzio come un consenso?
«Fu una discussione che durò tutta la sera sul balcone fra noi tre ragazzi, mentre il nonno di dentro discorreva colle zie, che venivano sempre a passare la serata con noi.
«Mario, citando il solito «_chi tace consente_» pretendeva che non si dovesse parlarne più, e presentare addirittura le signorine Liprandi a tavola.
«Io inclinavo un poco a questo partito eroico; perchè, insomma, quando una cosa è fatta, è fatta. Tutt’al più, il nonno ci avrebbe sgridate dopo; ma intanto, noi non si mancava all’impegno preso; non si faceva una figuraccia.
«Perchè, quanto a fare il menomo commento scortese dinanzi alle sue ospiti, per quanto poco desiderate, il nonno non ne era capace. Anzi, aveva la galanteria de’ suoi tempi colle signore, e biasimava i giovani moderni, specialmente mio fratello, di non averla.
«La Giuseppina però si oppose a quel ripiego. Temeva che un atto di meraviglia del nonno, che non poteva mancare dinanzi a quell’avvenimento nuovo nella storia di casa nostra, facesse capire a quelle signorine l’irregolarità dell’invito, e le mortificasse, mortificando anche noi.
«E ripeteva saviamente:
— «No no; esporle ad un’accoglienza equivoca, è assai più inospitale che non invitarle.
«E Mario, che non perdeva un’occasione di burlarsi della nostra avventatezza, rispose con aria grave:
— «Ah! Infatti! Io vi consiglierei di _non invitarle_!
«Poi, ad un tratto, senza avvertirci di nulla, entrò un passo dal balcone, e disse:
— «Sanno, zie? Venerdì vengono a pranzo al Cascinino le signorine Liprandi.
«La zia Caterina ci guardò, stupefatta. Lei che sapeva com’era andata la cosa, pareva soddisfatta di vederla accomodata così facilmente.
«Il nonno fece ancora il suo risolino bonario, e disse:
— «Già! Già!...
«Poi riprese a bisticciarsi colla zia Rosa, che gli leggeva forte il giornale, e che pronunciava Nicotèra, mentre lui voleva che dicesse Nicòtera.
«Noi, che, fuori sul balcone, avevamo udite quel «_già, già!_» tanto condiscendente, ci abbracciammo e saltammo di gioia, ridendo piano.
«E dicevamo:
— «Vedi? ci eravamo esagerata la misantropia del nonno.
— «Alle volte ci si figurano le cose più difficili di quello che sono...
«Non avevamo mai amato tanto il nonno come quella sera.
«Mezz’ora prima del solito, io corsi a preparare una sua bibita che prendeva sempre prima di andare a letto, fatta con acqua calda, limone e fondo di caffè, e che si chiamava _acqua caffettata_, mentre mia sorella rientrava in salotto e si metteva a leggergli lei il giornale, con certi Nicotera tanto sdruccioli, che ruzzolavano come palle, nella noia dell’articolo di fondo.
«E Mario interruppe la lettura, per offrire al nonno le pianelle ed il berretto da notte, mellifluamente, a grande stupefazione del povero vecchio, che lo ringraziò sorridendo di quella strana offerta.
«Però, la mattina dopo, mia sorella tornò a mettere le cose in dubbio.
— «Io vorrei che il nonno ci desse proprio un consenso formale. Se ho da dire la verità, più ci penso, e più mi pare che abbia preso quell’invito come una burla.
«E mio fratello anche lui diceva:
— «È quasi certo. Il nonno è furbo. S’è buscato tutte le nostre gentilezze, il caffè mezz’ora prima, la lettura coi Nicotera sdruccioli, le pianelle ed il berretto da notte, e l’eroismo gastronomico della Maria che s’è gonfiata di pasta col latte; e lui intanto ci ha canzonati.
— «Cosa fare?
— «Cosa fare?
«Mario ci diede un consiglio serio.
— «Andate nello studio e ditegli la cosa francamente.
«Io pregai mia sorella che ci andasse lei, come la maggiore. Ma lei non voleva; non aveva coraggio. Cercammo di persuadere Mario a pigliarsi lui quell’incarico, ma protestò energicamente.
— «Brave! Vi buttate in acqua e poi volete ch’io vi salvi. No. No. Del resto, io non sono il Beniamino del nonno. Vi guasterei l’affare. Tirate alla pagliuzza fra voi due chi deve parlamentare.
«Preparò lui le pagliuzze. La più corta toccò alla Giuseppina, che si rassegnò.
«Io presi il vangelo, e mi posi a leggerlo con fervore, implorando nel mio cuore come una grazia, che mia sorella ottenesse il consenso desiderato.
«Mario la spinse nello studio, poi si mise in ginocchio dietro l’uscio, facendo delle grandi smorfie, come se pregasse, e dei segni di croce per mettere in caricatura me; e picchiandosi il petto disperatamente, esclamava:
— «Faccio voto d’andare in Terra Santa sulle ginocchia logore de’ miei calzoni, purchè il nonno me ne comperi un altro paio, ed offra un piatto di maccheroni col latte a quelle belle signorine!...
«Ad un tratto l’uscio dello studio fu spinto con violenza, mandando Mario a gambe levate; e la Giuseppina uscì tutta rossa, cogli occhi pieni di lagrime, e disse subito stizzita:
— «Ecco! L’ho detto io, che non se ne faceva nulla! Non ci aveva nemmeno pensato, lui! L’aveva creduto uno scherzo. Bello scherzo spiritoso, nevvero?
— «Infatti..., il nonno mostra d’avere un’idea un po’ meschina del vostro spirito.... Volete che lo sfidi?
«Io interruppi Mario per domandare alla Giuseppina:
— «Ma quando gli hai detto che si diceva per davvero?
— «Quando gliel’ho detto, ha risposto la sua gran parola irrevocabile: «_Non se ne parli altro!_»
«Infatti, pel nonno, quella era una sentenza senza appello. Sarebbe stato perfettamente inutile parlargli della nostra parola impegnata, della nostra mortificazione d’amor proprio, della cattiva figura che si farebbe tutti!...
«Queste considerazioni, per lui, non avevano importanza. Quando una cosa non gli accomodava, la metteva addirittura da parte con quella sentenza inesorabile: «Non se ne parli altro.» E non si curava affatto delle conseguenze. Crollava le spalle, e sorrideva di compassione alle nostre suscettibilità, che chiamava leggerezze.
«Ora non c’era altro a fare, che trovar un modo di cavarcela alla meglio.... o alla peggio.
«Il ripiego della febbre, suggerito da Mario non era effettuabile. Il nonno non era uomo da permetterci una commedia simile, neppure un giorno. Era troppo schietto e semplice.
«Se eravamo ammalati ci faceva curare con premura. Ma non tollerava smorfie, nè finzioni.
«Bisognò rassegnarsi, e scrivere semplicemente alle signorine Liprandi, che in causa di certi affari del nonno, che lo trattenevano in città, s’era dovuto smettere d’andare a pranzo «alla villa» per cui il domani non potevamo andarle a prendere per la partita combinata.
«Era assurdo, perchè in tal caso, avremmo dovuto pregarle di venire ad imparare la famosa pittura orientale a casa nostra in città, e di rimanere a pranzo con noi egualmente.
«Quelle signorine capirono che questa seconda parte del biglietto mancava per qualche ragione. Tanto più che a noi non venne neppur in mente la temerità inaudita, di proporre al nonno di rinunciare ai suoi cari pranzi del Cascinino per accomodare quel nostro pasticcio; e si continuò ad andar fuori il mattino, per non tornare che la sera.
«Per conseguenza le Liprandi, non potendo immaginare il vero motivo della nostra scortesia, la semplice avversione del nonno ad ogni specie di novità, si offesero, e non vennero più a vederci. Tanto, che credemmo d’aver perduta per sempre quell’amicizia che era la nostra gloria.
«La ricuperammo invece in un’altra circostanza, che fu un vero trionfo per noi. Ma un trionfo breve. Il regno dei cento giorni.
. . . . . . .
L’Emma e la sua amica erano state a sentire la mia storiella, con un’attenzione benevola da signorine bene educate, e si erano degnate di far bocca da ridere alle burle di Mario ed al nostro imbarazzo.
Quando però, alludendo a quell’altra circostanza, feci capire che c’era una seconda storiella da dire, la Emma, con una premura, che non oserei dire se fosse di desiderio o di sgomento, ma inclino a credere di sgomento, mi domandò:
— E vuol raccontarci anche quella, marchesa?
Io non mi lasciai scoraggiare e risposi:
— Sì, voglio raccontarla, perchè gioverà a farvi apprezzare quanto valgono i divertimenti che i nostri genitori vi procurano, e che voi vi pigliate con indifferenza, come cose che vi siano dovute, perchè non ne avete mai provata la privazione. Giacchè la Elisa si ferma qui a pranzo, domanderò anch’io da pranzo alla tua mamma, per potervi raccontare questa sera la storiella Num. 2.
Le due signorine, sempre ben educate, fecero «_a mauvais jeu bonne mine_» e mi ringraziarono.
_Non se ne parli altro!_
EPISODIO NUM. 2
Quelle gite quotidiane, inesorabili, che si dovevano fare al Cascinino, con qualunque tempo ed in qualunque stagione, erano, alle volte, molto uggiose.
«Nell’inverno specialmente, quella spedizione era seccantissima per noi, e si faceva a gara a chi non andrebbe.
— «Io debbo finire un ricamo....
— «Io debbo fare un esercizio di francese....
«Ma il nonno non ci menava buone quelle scuse. La gioventù, secondo lui, aveva sempre bisogno di moto; al moto si doveva sacrificare ogni cosa....
«In sostanza credo che, oltre al nostro moto, gli premesse anche d’aver compagnia nella sua passeggiata, sebbene non parlasse quasi mai. Perchè il nonno amava raccontare, ma non conversare.
«Ad ogni modo, non voleva andare al Cascinino solo nella sua seconda gita del pomeriggio. Ci si rassegnava nella prima, che faceva il mattino dalle dieci alle dodici, perchè le zie trovavano che, per due ragazze giovani, sarebbe stato sconveniente uscire due volte nella giornata, a meno che una fosse per andare in chiesa.
«S’erano dunque accomodate le cose alla meglio, alternandoci, e facendo un giorno per ciascuna ad andare al Cascinino, durante i tristi mesi dell’inverno novarese, rigido, umido, nevoso.
«Si camminava nella neve, sul ghiaccio, nel fango.
«La casa era chiusa. Il nonno apriva; s’entrava nella sala buia, si spalancavano le imposte, e s’accendeva il fuoco nel camino.
«Quella vampata era la gioia del nonno ed il nostro tormento, perchè toccava a noi toglierci i guanti, e, vestite da passeggio, romper la legna e fare il fuoco.
«Una volta ch’io m’ero provata a chiamare la contadina, il nonno mi aveva dato sulla voce: «che non ero una principessa, e che una ragazza doveva esser sempre pronta a tutte le occupazioni casalinghe, anche le più modeste....» Una ramanzina che era durata un quarto d’ora.
«E non bastava di farla la vampata, bisognava anche goderla, come diceva lui, bruciandosi il viso al fuoco e gelandosi il dorso in quella così detta sala, che era una stanzaccia terrena, con delle finestre alte alte, alle quali s’arrivava appena salendo in piedi ad una sedia, ed ingombra d’una tavola quadrata, tanto larga, che a stento si poteva girarle intorno. Una tavola tutta screpolata, vacillante, scricchiolante, minacciante rovina; perchè il nonno, che aveva la passione del ferro vecchio, una vera manìa, andava comperando a tutte le fiere, sui banchi dei rigattieri, agli incanti, una quantità di serrature arrugginite, di catenacci, di chiodi, di chiavi, di viti; e ne aveva, col tempo, talmente riempita la cassetta di quel tavolone, che un bel giorno s’era sfondata sotto il peso, e, nel cadere col carico formidabile che aveva nel ventre, aveva fatto piegare la tavola, spezzandone due gambe.
«Il nonno poi aveva rattoppato alla peggio quel mobilaccio monumentale e venerabile.
«Dico rattoppato, e non fatto rattoppare, perchè era un’altra sua manìa di fare da sè, quando poteva; ed anche quando non avrebbe potuto, perchè si può figurarsi com’erano bellini quei mobili che rabberciava lui, inchiodando delle vecchie lastre di ferro ai due pezzi staccati d’una gamba di tavola, o d’una spalliera di sedia, per tenerli uniti.
«Con che occhi li guarderebbero le nostre signorine, quegli orrori, fra i quali noi siamo cresciute, ridendone un poco, anche molto, ma senza crucciarcene però, e sopratutto senza vergognarcene menomamente, vagheggiando anzi, se ci fosse stato possibile, di ricevere fra essi le nostre amiche ed anche di farvi degli inviti.
«Gli altri ornamenti di quella famosa sala, erano: un divano di pelle lustra e fredda che metteva i brividi, ed un grande e massiccio cantonale di quercia, solido che avrebbe sostenuto un cannone, e la cui unica destinazione era di reggere un piccolo Napoleone a Sant’Elena, «le braccia al sen conserte» chiuso in un tempietto di vetro.
«Quella statuina era l’idolo, la passione del nonno, e gli forniva ogni giorno l’occasione di raccontarci qualche episodio della vita gloriosa di quel suo eroe non mai abbastanza ammirato.
«Dopo la vampata e l’episodio napoleonico, si saliva al piano di sopra, squallido, coi letti disfatti e respinti in un canto, con dei palchi come quelli dei bachi, rizzati in mezzo alle stanze, e carichi di frutta conservata per l’inverno, che mandava un odore nauseabondo.
«Il nonno ci faceva salire a prendere una mela, una pera o un grappolo d’uva, per aiutarci a pazientare, aspettando che lui avesse finito il giro della casa e del fondo.
. . . . . . .
«Una sera io tornai dalla passeggiata al Cascinino con una grande, una stupefacente novità.
«Noi si darebbe un ballo alla villa!!!
«Per fortuna Mario era in collegio, altrimenti Dio sa che scene avrebbe fatte! Mia sorella, che pure non era una gran riditrice, fece una quantità d’esclamazioni, e finì per abbandonarsi sul divano in una convulsione di risa contorcendosi e gridando:
— «Oh! no! no! È troppo buffa! È troppo buffa!
«E la zia Rosa, che si trascinava dietro da trent’anni una malattia di fegato, e coi suoi poveri occhi gialli, vedeva dei malanni dappertutto, mi afferrò il polso, e mi disse tutta spaurita, preparandosi a guardarmi in bocca:
— «Metti fuori la lingua!
«Mi credeva in un delirio di febbre.
«Veramente la cosa era tanto nuova, tanto impreveduta, tanto straordinaria, che avevano ragione di non volerla credere.
«Eppure era vero.
«Quel giorno, al Cascinino, dopo aver fatto il giro delle stanze di sopra che erano quattro, due da ciascun lato della scala, e comunicavano fra loro da una parte pel pianerottolo, e dall’altra per un corridoio interno, il nonno aveva detto queste precise parole:
— «Ora che, ai balli, c’è quella brutta moda di non stare in sala, di fare la coda, qui si potrebbe benissimo dare una festa; perchè quattro coppie in qualunque di queste stanze ci possono ballare comodamente, poi uscirebbero man mano dal pianerottolo, passerebbero nella prima stanza di là dalla scala, e rientrerebbero dal corridoio...
«Quando vidi l’incredulità con cui in casa era accolta la mia fausta novella, ripetei alla Giuseppina ed alle zie quel discorso del nonno, tutta eccitata dall’idea gloriosa di far passare la coda d’una festa da ballo... dal pianerottolo.
«Mia sorella, che aveva smesso di ridere per riprender fiato, mi disse con un’aria sbalordita:
— «E perchè il nonno ha detto questo, tu t’immagini che daremo un ballo davvero? No! Veramente sei troppo immaginosa, Maria! Un giorno o l’altro scriverai dei romanzi!
«Povera sorella! Non pensava certo, allora, che quel malinconico oroscopo la farebbe indovina!
«Io, più che mai impuntigliata a dimostrare che non avevo raccontata una frottola, esclamai:
— «Ma no! Ma no! Il nonno ha detto di più. Si sono fatti dei progetti. Si farà portare un pianoforte, ben inteso. Si toglieranno dalle stanze i letti ed i palchi della frutta; si faranno ridipingere le pareti...
«Un’altra risata di mia sorella mi troncò le parole in bocca.
— «Oh! Oh!!... Ridipingere le pareti! Il nonno!... Oh! ma davvero ti gira la testa. Ha ragione la zia Rosa. Metti fuori la lingua! E chi è il Raffaello che farà questo lavoro?
— «Via! non s’hanno a dipingere davvero; s’intende ricolorirle... darci una tinta...
«Ero così mortificata che non sapevo più stare allo scherzo e rispondevo seria seria e scimunita.
«Dovetti lottare tutta la sera contro l’incredulità della Giuseppina e delle zie, e contro le loro burle.
«Finalmente il nonno uscì dallo studio, ed io lo aggredii addirittura, domandandogli francamente, a bruciapelo, come una ragazza sicura del fatto suo:
— «Nevvero, nonno, che s’è combinato di dare una festa da ballo al Cascinino?
— «Ah! sì. Ho veduto che i locali si prestano, rispose lui, tutto sorridente al pensiero di quei suoi locali che amava tanto.
— «E quando daremo questa festa? domandò mia sorella, sempre con un’aria d’incredulità e di burla.
— «Ma... questa primavera, disse subito il nonno.
«Io trionfavo. Ma la Giuseppina tornò a domandare ridendo:
— «Si ballerà intorno ai palchi dei bachi da seta?
«Il nonno, che sentì in quelle parole un accento d’ironia, come un voto di sfiducia ai suoi locali ed al suo tenimento, rispose:
— «Ma no! Che bisogno c’è? Non manca lo spazio. I bachi si possono mettere a pian terreno; in sala, in cucina, nella serra....
«La serra era un corridoio senza stufa, dove si ritiravano nell’inverno i vasi di fiori che sarebbero morti stando al freddo di fuori, e che morivano gelati di dentro.
«Mia sorella non potè a meno di osservare:
— «Staranno caldi i bachi nella serra!
«Però, vedendo che il nonno insisteva sulla possibilità, per quanto discutibile, di dare quel ballo, cominciò a trovarmi meno immaginosa, ed a prender sul serio la mia grande nuova.
«Dal prenderla sul serio ad appassionarsene non c’era che un passo. Perchè, sebbene cominciassimo già ad avere quello spirito critico, che ora rende tanto esigenti ed un po’ infelici i giovinetti, non eravamo ancora arrivati a farcene un cruccio, e ne usavamo soltanto per trovare il lato buffo d’ogni cosa e per divertircene.
«Pel resto della serata non si parlò d’altro che della festa. Si disposero, colla fantasia, le sale, i lumi, i rinfreschi. Dei rinfreschi molto ridicoli, che noi credevamo adatti ad una festa campestre, tutti di frutta, di latte, di cose di campagna, ed assolutamente disadatte ad un ballo.
«Io, che ebbi sempre un senso esagerato di pietà anche per le miserie che lo meritano meno, ed un bisogno inconsiderato di larghezza che ha mantenuto sempre lo squilibrio nel mio bilancio con una costanza degna di miglior causa, avevo immaginata un’altra assurdità, che mi pareva magnifica: di spargere qua e là per le sale, sui mobili, delle scatole di guanti. E questo perchè mi ero commossa sproporzionatamente alle piccole festine di provincia dov’ero stata, vedendo dei giovanotti, poveri impiegati della posta, del telegrafo, della prefettura, con dei guanti troppo vecchi e sporchi.
«Andammo a letto colla fantasia eccitata, gloriose di quell’avvenimento insperato, che permetteva alla nostra vanità di fare degli inviti, di ricevere, d’essere ringraziate e ricercate dai ballerini, come lo sono sempre, ad un ballo, le padroncine di casa, anche quando non sono punto attraenti.
«Il domani la Giuseppina, che non rideva più, volle stendere la lieta degli inviti, e, naturalmente, mettemmo avanti a tutti le Liprandi, felici di potere in quell’occasione riparare alla scortesia che avevamo dovuto fare nell’estate, per quel disgraziato invito a pranzo, e di ricuperare la loro amicizia.
«Non si può immaginare cosa più stravagante di quegli inviti che combinavamo pel nostro ballo.
«Mentre doveva essere una seratina affatto intima, agli uomini si doveva mandare un invito, scritto o stampato, ma sempre un invito formale per lettera, perchè noi di uomini non ne conoscevamo neppur uno. Il nonno non voleva giovinetti per casa. Si dovevano dunque invitare i ballerini dai guanti vecchi, che avevamo veduti nel carnovale alle festicciuole dove avevamo fatta la nostra breve comparsa prima di mezzanotte, ed altri giovani che vedevamo in istrada, e dei quali sapevamo appena il nome, oppure non lo sapevamo nemmanco, e contavamo di domandarlo sui connotati.
«Cominciammo a parlarne colle cugine, poi colle prime amiche che incontrammo. La voce corse, e ben presto tutte le nostre conoscenti furono informate che nella primavera vi sarebbe una festa da ballo alla nostra villa.
«Un bel giorno, dopo un lungo abbandono, capitarono a farci visita le Liprandi tutte in ghingheri, e ci dissero con quel loro fare tanto affabile e grazioso:
— «Abbiamo sentito che ci farete ballare, nevvero?
«Noi, che non vedevamo l’ora di dare la stura alla grande nuova, con tutto il suo seguito di progetti, confermammo gentilmente l’invito, sottinteso nella loro domanda, e cominciammo subito a discorrere della disposizione dei locali, e dell’orario, e dei vestiti...
«Dicevamo con una grande affettazione di semplicità:
— «Non si dovrà fare del lusso... figurarsi! Quattro salti in campagna... Ma ci vestiremo di chiaro, però; sarà della stagione, ed anche più allegro...
«Il che era quanto dire modestamente:
«Badate a farvi belle, ad ornarvi di colori gai, perchè noi intendiamo che la nostra festa riesca elegante.
«Le Liprandi, che non avevano bisogno d’incoraggiamenti in fatto di toletta, proposero subito varie combinazioni, una più bella dell’altra, compiacendosene già in anticipazione, come se si vedessero in uno specchio.
«A Novara le voci hanno presto fatto a compiere il giro della città; allora era anche più piccola d’adesso, e quella voce, nel suo giro, doveva bussare soltanto alle porte della borghesia modesta.
«In capo alla settimana la novità di casa nostra non era più ignorata da nessuno; e noi si venne a sapere, molto indirettamente, e con un misto d’orgoglio e di sgomento, che se n’era parlato in un caffè!
«Poi ebbimo altre soddisfazioni inaspettate.
«Una signorina molto bionda, molto miope e molto altera, che, colla scusa che non vedeva bene, non salutava mai nessuno in istrada, ci fece dire dalle Liprandi che desiderava di fare la nostra conoscenza.
«Non ci era mai accaduto d’inspirare a nessuno un desiderio simile.
«Infatti, venne colle nostre belle amiche a farci una visita, e la maggiore delle Liprandi, che parlava bene, avviò il discorso con garbo, per preparare l’invito.
— «Queste signorine, disse alla bionda miope, hanno una _bella villa_ fuori di porta Vercelli.
«E l’altra, che non s’era mai degnata di guardare l’umile Cascinino del nonno, rispose tutta in un sorriso:
— «Oh lo so! La conosco. Ci si passa per andare alla Vigna Grande.
«La Vigna Grande era la sua villa. Una vera villa, quella. Non di lusso, nè elegante; ma certo adatta per passarvi il tempo della villeggiatura, e da non confrontarsi colla nostra capanna.
«Ma era l’idea del ballo che rendeva quelle ragazze tanto indulgenti e complimentose verso il povero Cascinino. Troppo complimentose; tanto, da parere che ci burlassero, perchè, mentre noi balbettavamo con dei falsi attucci modesti: «Oh! la nostra non è una villa... Le sta meglio il nome che le ha posto il nonno: il Cascinino... ecc. ecc.» la Liprandi maggiore c’interruppe, per dire, sempre alla sua amica:
— «Ma no, no. Se tu vedessi, di dentro, è bellissima!
«Poi, un po’ confusa di quella bomba che aveva sparata, riprese:
— «Modesta, sai; campestre, anzi. Ma graziosa. E contano anche di darvi un ballo, appena comincerà la primavera.
«L’altra, che era venuta per quello, fece le meraviglie, come se non ne sapesse nulla.
«La tentazione di formulare un invito era così forte per me, che soggiunsi subito:
— «Sarà un’occasione di vedere il nostro Cascinino, se vorrà favorirci in quella circostanza.
«E si tirò via, una serie di salamelecchi, che a me ed a mia sorella andarono in tanto sangue.
«Certe altre signorine, che avevano il banco immediatamente davanti al nostro in Duomo, e che ci salutavano appena con un’aria di degnazione, perchè avevano un titolo di nobiltà e molti anni più di noi, cominciarono a farci dei sorrisetti amichevoli quando si voltavano ad aprire il banco prima della predica. Ed un giorno una, la più giovane, profittò della combinazione ch’io era ancora inginocchiata, per cui le rimanevo vicina, per dirmi, mentre metteva la chiave nella toppa:
— «Le piace questo predicatore?
«Era un modo d’entrare in discorso, per poi concludere, come concluse:
— «È tanto, che ci si vede ogni giorno nella quaresima, che mi pare di conoscerle, e m’è venuto naturale di rivolgerle la parola.
«Io balbettavo delle cose inconcludenti, tutta intimidita, perchè erano tre zitellone che non m’inspiravano nessuna confidenza.
«Ma loro si voltarono tutte a fare dei sorrisetti e dei cennini graziosi col capo; e quella che aveva parlato, mi disse a bruciapelo, facendomi arrossire e confondere:
— «È un pezzo, sa, che volevo parlarle. Mi è tanto simpatica!..
«Infatti d’allora ci parlarono ogni giorno, e fin dal giorno seguente, cominciarono a fare delle allusioni alla villa, ed alla festa da ballo... «che chissà come doveva riescir bella! Una festa campestre...!»
«Naturalmente, ricaddi a capo fitto nel tranello, e sfoggiai le mie graziette in un invito.
«Quel fermento, quel chiacchierìo, durò una settimana in città. Poi, siccome eravamo in piena quaresima, ed alla primavera mancavano ancora due mesi e più, il fermento cessò, e della nostra festa non si parlò più che fra noialtre amiche.
«E finì la quaresima, e venne la Pasqua, che quell’anno fu verso la metà d’aprile, poi l’aprile finì, e cominciò il maggio, tutto biancheggiante di margherite e rosseggiante di rose.
«Era primavera!
«Ma, a misura che il tempo di concretare il gran disegno s’avvicinava, l’enormità della cosa si faceva più chiara alla nostra mente, ed un segreto sgomento c’invadeva.
«Sarebbe stato tempo di provvedere a far dipingere le stanze, a far portare il pianoforte, a diramare gl’inviti....
«Il nonno non faceva la menoma allusione a tutto questo.
«Anzi, era tutto occupato del seme di bachi, e già due volte di seguito ce l’aveva fatto lavare nel vino, con gravissimo danno delle nostre mani, che ne serbavano il violetto alla radice delle unghie per vari giorni, ad onta delle più complicate lavande.
«Intanto le amiche, incontrandoci in istrada, ci domandavano:
— «A quando? Sarete occupate nei preparativi? Sarà questa settimana? O quest’altra?
«E noi si rispondeva sempre:
— «Oh, sarà presto; sicuro...
«Ma sempre con un freddo nel cuore; con una specie di vertigine, all’idea che ci si affacciava alla mente di quelle stanze squallide, colle pareti imbiancate a calce ed ora annerite dal fumo e dal tempo, e col pavimento di mattoni, che ad ogni passo esalava una nuvoletta di polvere rossastra.
«Mia sorella cominciava a recriminare:
— «S’è parlato troppo presto. Tu colla tua fantasia che vola, e che piglia per veri tutti i fantasmi... Ora chissà come andrà a finire? Il nonno non ci pensa affatto; bisognerà rammentarglielo...
«Ah! che tribolazioni, che paure, che lunghe strette di cuore ci costò quella festa da ballo!
«Non ne hanno idea le ragazze d’adesso, avvezze a trattare i genitori con tanta confidenza, ed esprimere i loro desideri senza soggezione, ad accettare il sì dei babbi e delle mamme come cosa a cui abbiano sempre diritto, a ribatterne il no quando lo trovano incomodo, a discutere, a volere, a contare per qualche cosa, per molto, nelle risoluzioni da prendersi in famiglia!
«Intanto i giorni e le settimane passavano, e non si vedeva nessun sintomo di festa da ballo; e noi non avevamo il coraggio di ricordare al nonno quella sua parola spontaneamente impegnata.
«Eppure bisognava trovarlo quel coraggio. Cominciavamo già a pensare come si potrebbe entrare in discorso. Andavamo alla villa con lui, o l’una o l’altra, anche il mattino; parlavamo di cose agricole. Mia sorella, la cui inettitudine per la botanica non era comparabile che alla mia, ricominciò a farsi insegnare dal nonno quella sua scienza gentile che avevamo abbandonata, ed a masticare dei nomi latini, che era una pietà. Ed io lavavo e rilavavo con fervore il seme dei bachi, immergendo eroicamente le braccia nel vino fino ai gomiti.
«Ah! cosa non avremmo fatto per predisporre l’animo del nonno alla condiscendenza!
«Mentre noi accarezzavamo così tutte le sue piccole manie, e lo studiavamo ad ogni ora, in ogni sguardo, in ogni sorriso, nel tono della voce, e nell’espressione del silenzio, per spiare il momento più opportuno al difficile discorso della festa da ballo, il caso provocò la spiegazione tanto e lungamente aspettata.
«Un giorno, tornando colle zie da casa loro, ci vedemmo correre incontro giù per le scale la serva, che ci disse:
— «Ci sono su quelle due signorine in gala, con quell’altra che non ci vede.
«Capimmo subito che erano le Liprandi colla bionda miope della Vigna Grande.
— «Dove sono? domandammo affrettandoci a salire.
— «Sono in sala, col signor Andrea.
«Arrivammo su di corsa, tutte sorridenti, colle mani stese... Ma fummo arrestate, fulminate sull’uscio, respinte indietro contro le zie che ci seguivano davvicino, all’udire una parola tremenda:
— «Non se ne parli altro!
«Era il nonno, naturalmente, che parlava, col volto serio, accigliato. Poi, con accento fermo, inesorabile, ripetè spiccando le sillabe, come per piantarle ben salde:
— «Non-se-ne-par-li-al-tro!
«Le signore erano tutte confuse; e la Liprandi maggiore, tutta rossa in viso, si rivolse a noi, e senza badare alle nostre mani stese, ci disse con accento di stizza:
— «Brave, voi! Ci fate fare delle belle figure!
«E la loro mamma colla parrucca, soggiunse:
— «Ma sicuro! Domandavamo al vostro nonno di questo ballo.... Pare che ve lo siate sognato! Bisogna pensarci, prima di parlare, mie care... Avete montata la testa a queste ragazze... Le avete fatte lavorare a cucirsi gli abiti... E poi ne abbiamo parlato con tutti... Ora come si fa a dire che non era vero?
«Noi ci affannammo a protestare che era vero; che il nonno l’aveva detto lui, e che noi non si poteva a meno di crederlo.
«Ma parlavamo come d’un terzo lontano, senza osare di rivolgere la parola al nonno per rinfacciargli la promessa mancata.
«Quanto a lui, aveva detta la sentenza che troncava ogni questione, aveva respinta da sè una idea importuna, come si scaccia una mosca, e non si curava affatto delle lagnanze di quelle signore, nè del nostro imbarazzo.
«Ai suoi occhi le ragazze erano esseri così assolutamente dipendenti, che non ammetteva che nessuno potesse aver dato valore alle nostre parole non confermate da lui. Ed avrebbe riso se gli avessimo detto che noi ci prendevamo tanto sul serio, da crederci impegnate in faccia alla società per quella promessa mancata.
«Da quel giorno l’amicizia delle Liprandi fu inesorabilmente perduta per noi.
«La loro amica, più miope che mai, non ci riconobbe più affatto, neppure quando ci incontrò sul cancello del Cascinino, nel passare per andare alla Vigna Grande.
«E le zitellone del banco in Duomo, quando si voltavano ad aprirlo, avevano da fare a cercare la toppa, e non potevano neppure alzare gli occhi. I loro volti pieni di sussiego non sembravano neppur suscettibili dei sorrisetti e dei cennini graziosi che li avevano rischiarati un istante.
«Nell’estate la brigata delle amiche non si fece più vedere al Cascinino; e nel carnovale seguente non ebbimo neppure un invito per una seratina.
«Aveva fatto il vuoto intorno a noi, quel terribile: «Non se ne parli altro!»
FINE.
INDICE
Due parole d’esordio Pag. 9 Come il nonno imparò a nuotare » 19 Santa Lucia » 31 Come il nonno si fece levare un dente » 51 Come il nonno diventò un famoso ballerino » 63 Come il nonno imparò a suonare il flauto » 79 Come il nonno imparò a farsi la barba » 101 Come il nonno non si vestì di nuovo » 115 Come il nonno troncò una serie di rappresentazioni » 137 Come il nonno non sposò la signora Giovannina » 153 Come il nonno prese moglie » 183 Non se ne parli altro! (Episodio n. 1) » 207 Non se ne parli altro! (Episodio n. 2) » 237
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.