Chapter 2 of 4 · 1693 words · ~8 min read

parte di

paradiso, per possedere un flauto con tutte quelle chiavi lucenti.

«Una sera, ero alla mia decima lezione sul ramo d’ippocastano, che sovrastava al sentiero sabbioso del giardino, quando il marchesino, irritato da un esercizio che assolutamente non gli riesciva, dopo averlo ripetuto tre o quattro volte, si mise a picchiare i piedi, a gesticolare, come dichiarando che non voleva più saperne.

«Io udiva soltanto la voce stizzosa; non ero abbastanza vicino per capir le parole.

Ad un tratto buttò il flauto sul leggìo, ed andò a sedere sul solito divano, nascondendo il volto nei cuscini, e facendo spalluccie dispettosamente.

«Il maestro, paziente come un santo, prese lo strumento, ed andò accanto all’allievo, accarezzandogli le spalle, e parlandogli con tono persuasivo.

«Allora il marchesino alzò il volto rosso dall’ira, afferrò il flauto, e, strappandolo con mal garbo dalle mani del maestro, corse alla finestra e lo scaraventò giù gridando:

— «Va’ al diavolo! Non sonerò mai più!

«Al rumore secco del flauto caduto sulla sabbia, seguì un altro rumore sordo, come un tonfo.

«Ecco che cos’era accaduto:

«Alla vista di quel bel flauto, tanto desiderato, laggiù in terra, io non avevo ragionato più; ed impazzito dal desiderio di possederlo, avevo spiccato il salto dal ramo dove ero seduto, ed ero piombato in giardino.

«Dalla finestra dove il maestro si era affacciato, partì un grido di terrore.

«Un minuto dopo mi sentii sollevare pietosamente, ed aprendo gli occhi, vidi, nella penombra d’una sera senza luna, il maestro ed il marchesino, che mi reggevano, pallidi dalla paura. Il marchesino non era più superbioso.

«Per fortuna, dalla finestra del primo piano, il salto non era stato alto, ed anzi, passato il primo sbalordimento, mi parve di non essermi fatto nessun male.

«Fu soltanto quando vollero rialzarmi, che mi accorsi d’avere una gamba, che non mi reggeva, e che era rotta.

«Il marchesino voleva portarmi al castello, ma il maestro ed il marchese, che era accorso anche lui, dissero che si troverebbe più pronto il soccorso portandomi alla farmacia di mio padre.

«Là fui accolto da rimproveri per la mia sbadataggine, che velavano male il turbamento e l’angoscia de’ miei poveri genitori, punto carezzevoli, ma in fondo amorosissimi.

«Ma questo non c’entra con la mia storia.

«Il maestro ed il marchesino erano stati colpiti all’udire che la passione della musica m’aveva spinto a salire sull’albero, ed a saltar giù; e pensarono, come gli altri, che dovevo avere delle attitudini eccezionali per la musica e che non si dovevano trascurare.

«Mio padre si stringeva nelle spalle, e diceva che avrebbe preferito che avessi delle attitudini per la farmacia.

«Ma il marchesino insisteva a volermi regalare il suo flauto; forse per liberarsene. Il maestro si offriva di darmi lezione per nulla; il marchese protestava che lo pagherebbe lui, ed allora mio padre disse:

— «No, no. Se mio figlio deve prendere queste lezioni, voglio pagarle io. Me le metta meno che può, maestro, perchè sono un povero farmacista... Ma voglio pagarle.

«Ed infatti, appena la mia gamba fu guarita, ci mettemmo, il maestro ed io, con uno zelo, un ardore straordinario, a sviluppare il mio genio musicale.

«Ma, pur troppo, quel genio non c’era. Il mio amore per l’arte, era un amore non corrisposto.

«Dopo aver soffiato dei mesi nel flauto del marchesino, non avevo fatto più progressi di lui. Il maestro, mortificato del granchio che aveva preso, e troppo coscienzioso per continuare a farsi pagare delle lezioni inutili, si licenziò con bel garbo, consigliandomi di tornare alla farmacia.

«Ed io, ostinandomi a consacrare al flauto tutte le ore che avevo libere, mettendoci tutto l’entusiasmo che avevo in cuore per la musica, riescii a stento a sonare, con qualche stonatura, la canzone piagnucolosa del vecchio Lavatelli, e, più tardi, la _Marsigliese_.

_Come il nonno imparò a farsi la barba_

Quando il nonno usciva dalla sua camera dopo essersi fatta la barba, aveva sempre sulle guancie, sul mento, sotto il naso, da una parte o dall’altra del viso, qualche strisciolina di sangue, come un filo di seta rossa. E noi gridavamo:

— Oh, nonno! S’è tagliato?

Egli si stropicciava il viso con una mano, domandando:

— Dove?

E soltanto quando ritirava la mano, guardandola da lontano come fanno i presbiti, e la vedeva macchiata di sangue, diceva:

— Già! è vero.

A noi faceva una gran meraviglia che si tagliasse così senza sentir dolore. Dovevano essere delle ferite a fior di pelle; ed infatti si rimarginavano subito e non lasciavano traccia.

Però mio fratello rabbrividiva al vederle, e diceva:

— Io, quando avrò la barba, me la farò fare dal barbiere; da un buon barbiere.

Questa, d’avere la barba e di farsela fare, era una manìa, che aveva invaso Mario appena s’era messo gli abiti da uomo, a dieci anni; ed erano circa sei anni che vagheggiava quell’ideale, e faceva, con le dita al di sopra della bocca, l’atto d’aricciarsi dei baffi immaginari.

Finalmente, verso il diciassettesimo anno, cominciò a spuntargli una peluria bruna al di sopra del labbro superiore, una sfumatura, della quale egli andava oltremodo superbo.

Ma era proprio il caso di dire: «Non c’è rosa senza spine.»

Mentre il suo labbro si ornava di quella peluria fitta, morbida, gentile, sul mento gli spuntavano qua e là certi peli isolati, duri come setole; vere spine, che gli amareggiavano di molto la sua gioia.

Avevamo una serva, che aveva varcato il passo doloroso della cinquantina, e che, appunto, aveva il mento deturpato da quelle setole. Le tagliava con le forbici, ma questo non faceva che renderle più dure e più buffe.

Mio fratello era mortificatissimo di quella comunanza di sventura con la Maddalena. Si era aspettato ben altre glorie dalla sua barba, e quell’esordio infelice era un vero disinganno per lui.

Un giorno venne a pranzo col mento liscio come noi. Non aveva più neppure una setola.

Lo guardammo stupefatte, poi la Giuseppina gli accarezzò il mento con una mano, e disse:

— Un velluto addirittura!

Io gridai:

— E le setole? Le hai tagliate con le forbici! Confessa! Come la Maddalena!

Mario era molto indispettito; scrollava le spalle per respingerci con lo stesso garbo che usano i ciuchi per respingere le mosche, e mangiava, col naso nel piatto, per non risponderci.

La Giuseppina gli diede una gomitata e disse:

— Via, rispondi, ghiottone! Che cosa ne hai fatto «dell’onor del mento» che non pungi più come una spazzola?

Non eravamo molto gentili fra noi fratelli. Mario rispose con la bocca piena:

— Me la son fatta fare.

— Oh! dal barbiere?

— Che domanda sciocca! Da chi volete che me la facessi fare? Dal tosa-cani?

— Ma perchè non fartela da te?

— Già, come fa il nonno, eh? Per comparir poi tutto coperto di ferite, come un eroe del quarantotto!

Il nonno rideva e mangiava senza parlare. Non prendeva mai parte ai nostri battibecchi, se non qualche volta, di rado, per dire a mio fratello che, a’ suoi tempi, gli uomini erano più cortesi colle signore. Al che Mario rispondeva, facendo dei garbacci a me ed a mia sorella:

— Belle signore! E gentili poi!

Ed il battibecco continuava, più aspro di prima. Ma tutto questo per burla, per spavalderia. In fondo ci si voleva tanto bene, quanto quelli che si fanno mille smancerie.

Quel giorno cessai di bisticciarmi con Mario, per dire al nonno:

— Ma sì, appunto, nonno; perchè non va dal barbiere, invece di tagliuzzarsi tutto il viso a quella maniera?

Il nonno inghiottì la cucchiata di minestra che aveva in bocca, poi rispose:

— È laggiù, lontano, il perchè. Nel milleottocentoquattordici, mi pare.

E sorrideva tra sè guardando nel vuoto, come faceva sempre, quando rivedeva col pensiero uno de’ suoi ricordi remoti.

Gli domandai:

— Allora, è una storia?

Il nonno rispose:

— Un aneddoto, piccino...

Mario disse con disprezzo:

— Un aneddoto dei tempi barbari? Via, lo dica, nonno. Servirà a farci ingoiare quest’altra barbarie della carne lessa.

Il nonno esitò un pochino, dicendo:

— Veramente... veramente... quell’aneddoto non è fatto per far ingoiare... tutt’altro...

Poi soggiunse:

— Ma via! Alla vostra età si ha lo stomaco forte, e non si guarda tanto pel sottile.

E cominciò a raccontare, rivolgendosi a Mario:

«Alla tua età, anzi un anno prima, a sedici anni, avevo già il mento coperto di quelle setole rade e disuguali, che tu avevi fino a ieri...

Io non potei a meno di dire ironicamente a Mario:

— Consolati. È una bellezza di famiglia.

Il nonno continuò:

«Dopo parecchi mesi, le mie setole erano cresciute tanto, che avevo una barba ispida.

«Mio padre, che aveva sempre portato il volto sbarbato, come l’ho poi sempre portato anch’io, non poteva soffrire quel mento barbuto, del quale io andavo superbo.

«Un giorno mi disse:

« — Bada, non ti voglio più vedere quella barba da zappatore. Prendi i miei rasoi, e levatela.

«Allora i figlioli, anche grandi, usavano obbedire ai genitori senza rimbeccarsi, e, per quanto il privarmi della barba m’increscesse, non mi venne neppur in mente di volerla portare, dal momento che spiaceva a mio padre.

«Però mi sgomentai all’idea di mettermi sul volto il rasoio, che non sapevo maneggiare affatto, ed osservai:

« — Ma non so fare, babbo. Mi tagliuzzerei tutto il viso.

«Il babbo sorrise, poi mi diede sei soldi e disse:

« — Allora prendi. Questi sono i quattrini. Se ti basta l’animo, va a fartela fare dal barbiere.

«Non capivo perchè mi dovesse _bastar l’animo_, come se si trattasse di un atto eroico.

«Ad ogni modo, ben contento di poter andare a farmi fare la barba con i quattrini in mano come un signore, e come un uomo, la mattina dopo andai dal barbiere.

«Cerano parecchi avventori. Il parroco, che era già seduto coll’asciugamani sotto il mento e col volto insaponato; il vecchio Lavatelli, quello dalla zampogna; ed un uomo di mezza età, che masticava tabacco e sputacchiava nero.

«Sedetti ad aspettare mentre il barbiere faceva la barba al parroco, appunto sulla gota destra, dove aveva un’enorme gonfiezza.

«L’avevo veduto la sera prima in farmacia, e pensavo:

— Come mai gli è gonfiato il viso a quella maniera in una notte? Ieri sera stava bene...

«Tirai fuori il