Chapter 1 of 3 · 1202 words · ~6 min read

parte di

noi stessi. Vedemmo allontanare la barca, accompagnandola col cuore e col pianto.

Ed ora? Eccoci soli, soli, non sapendo se non fossimo per tutta la vita rimasti soli così!

Io stringevo al petto i miei tesori: era tutto ciò che di certo mi rimaneva.

Entrammo nella piccola sala ove tutti i posti in giro erano occupati, e al centro, per terra, su alcuni sacchi pieni di chissà quale preda accumulata durante quel triste giorno, stavano uomini e donne e bambini in un gruppo che pareva di belve. Soltanto in un angolo, accanto all’entrata, v’era un po’ di spazio fra un sedile occupato e la porta aperta, io mi ci costrinsi a stento, fra la manifesta contrarietà generale e la ostilità del vicino. Giovanni sedette a terra, ai miei piedi. L’oscurità crescente ci nascondeva i feriti che udivamo lamentarsi. Io soffrivo molto, in special modo alla testa, sulla quale un impasto di sangue, di terra, di capelli, si era formato sotto la pioggia la cui umidità ora mi penetrava tutta.

[20] Così abbandonata nell’ombra, posai il mio tesoro in grembo e finalmente pensai: venti anni si svolsero dinnanzi a me; venti anni di cure, di affetto, di premurose attenzioni, di materni orgogli, d’ineffabili tenerezze passarono palpitanti nella mia memoria; e la mia Alfrida ne balzava fuori in ogni sua dolce espressione, nel fulgore della sua intelligenza, nella soavità della sua piccola persona, nella grande saggezza del suo pensiero, nel forte dominio della sua volontà; era là l’angelica figlietta mia la cui modestia non le aveva permesso di accettare il motto ch’io volevo darle: «Nella soavità sta la mia forza».

Era lì con me, intorno a me, dentro di me la bionda figurina che poche ore prima avevo veduto allontanarsi attraverso lo specchio, tutta irradiata nella luce che dalla lampada elettrica vi si rifletteva.

Ed ora? Dove, dov’era la creatura mia? Là, sotto le macerie, sfracellata! Rivedevo la forma della testolina fulgente; era maravigliosamente bella la linea nell’attaccatura del collo che io ammiravo sempre, stentando a tacere il mio entusiasmo. Ora, forse, quella testa era staccata dal collo che pareva uno stelo. O figlia, o creatura dell’anima mia!

[21] L’oscurità fu completa a bordo: nessun lume, neppure quello di segnale sull’albero; nessuno del personale manovratore, nessuno dell’equipaggio; il mare si agitava sempre più; l’angoscia del buio ci afferrò tutti; voci di sgomento si levarono. Qualcuno poi disse di aver trovato una mezza candela, fu quindi accesa con un grido di sollievo da ogni parte. Mi azzardai di dire che avremmo dovuto calcolare approssimativamente il tempo del consumo per tenerla spenta a intervalli e farla durare così fino all’alba.

In tal modo passavamo dalla oscurità completa alla mezza ombra, guardando tutti a quel poco di luce come al sole. Intanto ognuno faceva il suo tragico racconto. Io tacevo sempre.

L’ondulazione del legno si accentuava semprepiù, pareva di essere in alto mare; una guardia marina ferita raccontava gli orrori del maremoto; un brivido correva in ogni fibra. D’un tratto, nella oscurità, i finestrini apparvero come grandi occhi di fuoco. Che accadeva? Già da un pezzo si spandeva intorno un lontano odor di bruciato e una leggiera nebbia cominciava ad avvolgerci, prendendoci poi alle narici, alla gola; ma ora ci pareva di soffocare, accumulando quella mancanza d’aria libera alla calcina che si era arrestata in gola. Tutti, sgomenti, volevano [22] sapere. I più forti si fecero largo a pugni, guardarono dal buttalume e annunziarono l’incendio nella città distrutta.

Noi due tacemmo: io mi strinsi ancor più nel mio dolore per quel nuovo strazio, ma la mia mano cercò quella di mio marito per trovarvi conforto. Qualcuno disse: brucia la casa Crisafulli, brucia la casa Ruffo, brucia l’Hôtel Trinacria... La mia mano ricadde nell’abbandono d’ogni forza, quasi rifuggendo da ogni conforto.

Anche l’incendio, dunque!

L’àncora staccata dal fondo sceso di molti metri, dava il legno in balìa delle onde, eravamo andati per ciò vagando di qua e di là ed ora soltanto, per la voltata presa subitamente, eravamo in linea della banchina, a cospetto del fuoco divoratore. Grida di spavento imploravano aiuto. Venne allora da un altro vapore un marinaio che non era macchinista e accese a caso la nostra macchina e lentamente ci portò verso la cittadella.

S’era fatto un po’ di largo intorno a me; allora tutti e due inginocchiati sul sedile, con la fronte appoggiata al vetro dei finestrini, vedemmo le fiamme all’Hôtel Trinacria. Le seguimmo con gli occhi sbarrati, col cuore lacerato, le vedemmo avanzare da una stanza all’altra, là, là, [23] ove l’anima mia era rimasta sepolta con lei, e udimmo il crepitio sinistro e il crollare delle sconnesse fabbriche!

Essendo già abbattuta la facciata dalla parte della marina, noi potevamo vedere in tutti i particolari quel che dell’edificio, dal lato via Garibaldi ove abitavamo, era rimasto. Ma ecco che quelle lingue fumanti ci toglievano anche quei pochi resti d’un albergo ove un appartamento corredato d’ogni cosa nostra, ci dava l’illusione della casa propria. Tutto andava distruggendosi innanzi a noi. Ecco... ora precipita quell’angolo, quel balcone, tutto quello che restava intorno a _lei_... tutto quel che era la sua spoglia mortale dilegua nel fuoco! Dio!

No. Nessuna immaginazione, nessuna pietà può intuire quello che bruciava nell’anima mia in quell’ora!

Senza una parola, senza un lamento, raecolta in quella oscurità che mi isolava dagli estranei, intenta in quella angosciosa fissità che mi arroventava gli occhi, io sentivo tutto crollare, tutto distruggersi dentro di me.

E la notte era lunga, interminabile!

[24] Martedì. {29 dicembre}

La mattina dopo cominciò per noi la triste giornata di vane attese.

Nonostante la pioggia, che era tornata a volte lenta a volte a scroscioni impetuosi, salimmo sul ponte di comando, anche per uscire da quella piccola sala ove ammassati in quel modo soffrivamo della immobilità e del cattivo odore addensatosi nella poca aria greve.

Triste, triste spettacolo vedemmo di lassù: ovunque fiamme e rovine; copriva la lugubre scena un cielo di piombo.

Sotto un paracqua, prestatomi da un dolciere, che lo avrebbe ripreso per restare all’aperto quando noi saremmo rientrati al nostro posto, cioè al nostro stallo, io potei rimanere una mezz’ora in quella desolante contemplazione. Giovanni mi stava accanto. Allora - finalmente - parlammo di lei, della nostra figlietta che era il centro della nostra piccola famiglia, rifacemmo tutta la via di quella breve esistenza seguendola ad ora ad ora; tutte le sue tenere espressioni, la sua voce colorita d’intonazioni insinuati, il suo sguardo sereno, la dolcezza del suo volto che pareva dipinto dal Beato Angelico, la sua figura infantile che le faceva dare minor numero [25] di anni della sorella, pur non essendovene che uno e neppur completo di differenza, e che ce la faceva chiamare «la piccola»; tutta lei, nella sua essenza, era fra noi. E ci pareva di dovere attendere da lei il consiglio. Che avremmo fatto? Dove saremmo andati? Come? Con quali mezzi? Eppure una decisione bisognava prenderla. Andare fra le fiamme e le macerie per salvare i sacri resti, se pur ne restassero ancora, era impossibile, nè avremmo avuto modo di scendere: nessuna barca, e quelle che venivano portando feriti nei vicini battelli, se ne andavano senza rispondere alle nostre chiamate. Oh, venisse almeno presto Nino!

Ecco, ecco, là, una barca, viene dalla