Chapter 3 of 3 · 4825 words · ~24 min read

parte di

Ganzirri; tanti berretti salutavano. Mi guardai intorno per vedere a chi potevano esser rivolti quei saluti: non v’era alcuno. La barca si avanzava a gran remi, un insieme di berretti e di costumi di Ganzirri mi tolse ogni dubbio. Chiamai Giovanni con un grido di gioia: era tutta la gioia che potevo avere in quelle ore tremende; egli accorse, cadde, nella fretta, aggiungendo una ferita, ma intanto gridava con gioia: Nino, Nino!

Era, sì, finalmente, Nino, e con lui suo fratello e i cognati e Vincenzo, il nostro cocchiere. Ci parve di non poter sopportare quella emozione; scoppiai in lagrime. Quella cara gente, quella gente nostra, salita a bordo, si gettava ai nostri piedi, baciandoci le mani, compatendo il nostro misero stato.

Nino disse che della mia casa a Ganzirri non rimaneva purtroppo che il ricordo e che fra le macerie non aveva potuto trovare neppure qualche cosa di biancheria e di vestiario da portarci. Ecco, anche nella sua casa soltanto dei fazzoletti di sua moglie aveva potuto prendere.

Oh, quei fazzoletti! Potermi, finalmente, asciugare gli occhi!

E ci narrò che nel tornare a Ganzirri, la sera [32] del lunedì, quando ci aveva lasciati sul ferry-boat, la barca si era sfasciata nella tempesta, che il martedì non aveva saputo come fare, che si era incamminato a piedi, ma che aveva dovuto rinunziarvi perchè smarriva la strada, ora interrotta, per il lago le fiumane e i torrenti che l’avevano coperta. Ci disse che in quel giorno, mercoledì, era venuto a piedi con i suoi compagni, per mancanza di barche, facendo un lunghissimo giro; che era andato al Trinacria e che tutti armati d’ogni forza di volontà non avevano potuto affrontare il fuoco; che, per darci un qualche aiuto, era andato in giro per ottenere un pò di pane e non era stato possibile, soltanto aveva potuto avere del sublimato sciolto nell’acqua perchè ricordava che avevamo delle ferite. E con un pò di lana, tolta ad una materassa e precedentemente disinfettata, ci lavò le mani e le ferite. Ma ora se ne dovevano andar via tutti subito, altrimenti i marinai li avrebbero lasciati lì; e avevano fatto tanto per ottenere la promessa di esser riportati a Ganzirri.

Ci disse che era arrivato il Re. Questa notizia fu un balsamo. Pensai che se il Sovrano veniva direttamente a Messina senza fermarsi a Napoli, era segno evidente che colà nessun pericolo esisteva; e resi grazie a Dio per la incolumità [33] della mia Maria, di suo marito, della famiglia in cui era entrata, di tutti i miei cari di Napoli.

Nel mettere i fazzoletti nella borsa volli preservare il ventaglio dal contatto di quelli che sarebbero stati insudiciati dalle mie lagrime e dal calcinaccio delle mie guance; e lo trassi fuori per avvolgerlo nella carta che aveva contenuto i fazzoletti portati da Nino; allora mi accorsi d’un portabiglietti e d’un portamonete, trovai così alcune carte da visita, che mi servirono poi per scrivere dei bigliettini di quà e di là in cerca di aiuto, per far sapere di noi a mia figlia, e 750 lire che mi parvero milioni. Di quella enorme ricchezza insperata facemmo subito parte a Nino, al cocchiere, ai marinai, riserbandone anche per noi.

Mentre parlavo con Vincenzo mi accorsi che Nino aveva l’aria di non volermi far sapere ciò di cui egli interessava mio marito in quel momento. Compresi e gridai: - Tu parli della signora Pompeiano! Dimmi, dimmi subito tutto. Oramai nessun dolore mi può colpire impreparata!

- No - disse ingenuamente il buon Nino - ma è della gioia che temo per Lei.

- Ah, ella dunque vive? Dov’è? Dove? Voglio andare dalla mia Paolina.

[34]

- É già stata imbarcata sulla nave russa per Napoli.

- È ferita?

- Poco.

- Ma tu eri già andato da lei in quel giorno e.....

- Sì; ma ella era sbalzata in un punto ch’io non avrei potuto supporre.

- Ed ora ti ha parlato? Le hai detto di noi?

- Ho detto tutto. Ha pianto. E’ sicura che si rivedranno a Napoli dove Loro anderanno certamente per riunirsi alla figlia.

Oh, Paolina, Paolina cara, Paolina risorta, ridata al mio affetto!

Quella gioia mi fece sentir male.

Un profugo scendeva nella barca di Nino per farsi lasciare a terra, partendo per Catania. Gli affidammo due telegrammi da fare passare da quella città: uno per mia figlia, uno per mia suocera. Il pensiero di quelle due care ci teneva in un’agitazione che a volte diventava spasimo. Ora però mi andavo calmando per Maria, sicura che la sua nuova famiglia, cercando tra i profughi e i feriti che sbarcavano a Napoli, vi avrebbero trovato Paolina e ne avrebbero avuto le nostre nuove.

Dopo la partenza di quella barca tornammo [35] nella solitudine e nello scoraggiamento. Verso sera un signore apparve, sollevando in noi - con la sua presenza di persona per bene, vestita di tutto punto - il ricordo del passato. Fra quelle nudità appena coperte, egli fu una visione d’un tempo lontano. E che il passato ci sembrasse tanto lontano era un’impressione giustificata, poichè le sofferenze e il dolore si addensavano sempre più in noi, assorbendoci nello spasimo di quelle ore di giorno e di notte vissute angosciosamente nell’anima, tormentosamente nel corpo, facendoci sentire l’eternità nel tempo.

Ci avvicinammo a lui, timidi. - Scusi, signore, ma noi non sappiamo ciò che accade nella città. Si possono fare dei telegrammi?

- No, non è possibile, non ci sono fili. -

- S’ella volesse interessarsi a noi potrebbe affidare a qualcuno di sua conoscenza che debba partire per Palermo o per Catania....

- Partirò io stesso per Palermo.

- Davvero? Potrebbe mandare un biglietto al signor Schifani che abita....

- Io lo conosco.

- Allora! - esclamammo noi due come se un’àncora di salvezza ci venisse offerta subitamente. - Allora, voglia informarlo di noi pregandolo di telegrafare le nostre notizie al Principe [36] di Monteroduni, a Napoli, perchè le comunichi come meglio crederà a nostra figlia, sua nuora.

- Ma loro sarebbero.... - e non osò pronunziare il nostro nome, guardando il nostro viso insudiciato e il vestiario ridicolo e pietoso.

Lo pronunziammo noi, mormorandolo appena, umiliati di quella sua reticenza, di quel suo sguardo.

- Oh, poveretti, in che stato! - E quell’ignoto che ci compatì e si tolse il cappello innanzi al nostro dolore, ci parve un amico e, nel bisogno di espansione, gli narrammo la nostra sventura.

- Mi metto a loro disposizione. Tornerò domani. Li avverto intanto che dovranno decidere il da fare perchè il ferry-boat servirà come sede municipale e dovrà esser libero forse per domani sera.

- E dove andiamo? - esclamammo senza un’idea nel cervello.

- Ma, a Napoli, dalla figlia.

- E’ vero, ma qui.... - e accennammo, alle fiamme e, intimamente, pensammo pure che non avevamo la somma necessaria per quel viaggio.

Egli non insistette, si licenziò, ci stese la mano e ripetè: poveretti!

[37] E quella parola ce la sentimmo dentro di noi per tutta la notte come un conforto.

Non so sbucato da dove, venne un medico con molto cotone idrofilo e una bottiglia d’acqua al sublimato; lo pregai di darmene una goccia per togliermi una macchia di sangue sulla guancia. «Non ci mancherebbe altro!» disse bruscamente e mi voltò le spalle. Non lo rividi più.

Quell’uomo burbero, dalla voce grossa, era tornato a bordo misteriosamente, forse col medico, aveva dinanzi un secchio con acqua. Subito, dalla tasca del mio pastrano, che mio marito non aveva più indossato dal nostro ritorno da Taormina (16 dicembre!) tiro fuori l’astuccio di pelle contenente un bicchiere da viaggio e mi avvicino, con la sete fatta più ardente dalla vista dell’acqua; ma, più pronti di me, molti altri mi gettano da parte, ficcano dentro al secchio le mani sporche e bevono nel concavo delle palme! Rimisi il bicchiere nell’astuccio, lo riposi in tasca, donde trassi la piccola carta col residuo della caramella alla quale mi avventai col pianto negli occhi.

Ricordo sempre l’acuta sofferenza di quel momento!

Così finì la terza giornata.

[38] Giovedì. {31 dicembre}

Pioveva. Ma andai sul ponte: era il mio rifugio. Tutta quella gente ci era ostile, ci guardava sogghignando, aveva la soddisfazione della nostra sventura; per quell’odio di classe, che giunge fino ad impietrire il cuore nelle più gravi sciagure, essa assisteva al nostro pianto col sorriso beffardo sulle labbra. «Ora siamo tutti gli stessi» andavano ripetento, guardandoci in faccia come una sfida.

Dal vicino pontile vidi agitarsi un fazzoletto: chi era? A chi quel segnale? Una voce mi arrivò «siamo noi, due guardiani di Quarantano; veniamo da Palmi, la signora marchesa madre è viva, nessuna ferita, sta bene, saluta, vuole notizie».

- Venite, venite - gridammo noi, nel piacere di quelle parole, senza pensare che non v’era mezzo di trasporto. Dopo un’ora e più una piccolissima barca, vuota, smarrita, o forse da tempo lasciata volontariamente alle onde per distruggerla del tutto, accostò al pontile spintavi dalla corrente; subito i guardiani e Nino, che era con loro, venendo tutti da Ganzirri ove i due di Calabria si erano fatti lasciare da una barca di Villasangiovanni, l’afferrarono; uno di essi con Nino vi entrò dentro, facendola affondare a fior [39] d’acqua e, con i paracqua chiusi e legati con una corda, mettendosi a remare avanzarono lentamente. Quel poveretto ci raccontò quanto lungo e faticoso fosse stato quel viaggio compiuto in tre giorni, a piedi, per strade impraticabili. Mia suocera era scampata al pericolo ed ora era in baracca con i Pentimalli, che non sapevano nulla del figlio Nino, tenente a Messina. Poveretto! Finito anche lui! E di quella fine io avevo acquistato la certezza quando lo avevo atteso inutilmente tutto il lunedì.

Intanto Nino mi portava da Ganzirri una maglia ch’io misi subito sulla mia povera testa, legandomi le maniche sotto al mento; ci portava anche un pollo rifreddo. Ci spiegò dinnanzi un foglio di carta e dandomi una matita: «scrivano alla Marchesa a Palmi, poveretta» disse, ed io, sul foglio da Nino spianato e sostenuto ad una parete, scarabocchiai con mano incerta le tremende parole della nostra sciagura.

I guardiani sarebbero ripartiti subito. Così anche Nino fu obbligato a lasciarci.

Quel giorno fu meno lungo per la nebbia che oscurava l’orizzonte, ma fu per ciò lunghissima la serata. La tristezza si faceva sempre più fonda nell’anima mia.

Venne quel signore che aveva avuto pietà di [40] noi, ci disse che non sarebbe partito prima del giorno dopo per Palermo, intanto aveva trovato modo di telegrafare all’avvocato Schifani da una stazione intermedia fra Catania e Messina. Lo ringraziammo con effusione; gli chiedemmo il nome per rammentarlo nella nostra gratitudine. Il signor Genuardi si trattenne a lungo con noi, ma ci annunziò che la mattina dopo, alle otto, bisognava andar via di là, ci fece molte gentili offerte ed ebbe per noi quei riguardi che ci maravigliavano, non sembrandoci di essere più le stesse persone d’una volta.

Quella notizia di dover abbandonare il ferry-boat ci aveva sgomentati. Perchè? Eppure, se non altro, avremmo cambiato sofferenze; forse avremmo anche potuto partire per Napoli! Ma no, no, noi non volevamo allontanarci di là, volevamo vedere quelle fiamme che bruciavano le ultime tristi speranze, ma che ci indicavano nel vuoto, nella distruzione, il luogo ove _ella_ era stata colpita a morte, ov’ella forse aveva avuto il tempo di pensare a noi mentre si compiva il suo destino!

Nel dubbio del domani io piansi per tutta la notte.

[41] Venerdì. {1º gennaio 1909}

Mi pareva che quell’alba non sorgesse mai, tanto lunga e penosa ne era l’attesa. Credo che a certo punto io abbia per poco perduto i sensi, perchè Giovanni mi scosse con la voce di allarme, ripetendo il mio nome, insistendo: che ti senti, che hai?

Mi sentivo male e pensai che poteva anche contribuirvi la fame. Egli intanto doveva avere lo stesso sospetto perchè disse: è da domenica sera che non prendiamo neppure un sorso d’acqua!

Allora ricordò il pollo portato da Nino, lo prese dall’angolo del sedile ove lo aveva dimenticato, svolse cautamente il tovagliolo che lo conteneva, ruppe, tirò, squarciò, me ne dette un pezzo. Io meditavo sulla difficoltà di far passare quella roba secca dalla mia gola arsa, quando d’un tratto, delle dita si posano sul mio braccio, strisciano incerte della direzione ma decise alla preda, scendono alla mano, afferrano.... Non dissi nulla a mio marito per non far nascere complicazioni. Egli intanto susurrava al mio orecchio «ne ho mangiato appena, serbo il resto, chissà!».

L’alba ci spiegò il lento misterioso rumore delle ultime ore: quasi tutti avevano mangiato qualche cosa, se ne vedevano le briciole, se ne calpestavano [42] i resti. Donde era venuto quel cibo? Non lo sapemmo mai. Vedemmo una vecchietta, poi una bambina, poi un’altra donna che guardavano insistentemente là a terra, pensai che non avevano avuto nulla e offersi il resto del nostro pollo. Quelle due donne erano le più accanite contro di me, una di esse mi canzonava sempre; quando il singhiozzo irrompeva contro la mia volontà che non voleva darlo in pascolo a quegli estranei ad ogni sentimento pietoso, essa me ne rifaceva il verso. Quando offersi il pollo, mi guardò come se avesse voluto fulminarmi, per quell’obbligo di gratitudine di cui vagamente intuiva il dovere e, ciò nonostante, afferrò con tutte e due le mani il cibo desiderato e mi voltò le spalle.

Era giorno, il primo giorno dell’anno nuovo. Quanti ricordi! Chi c’era più degli amici con i quali salutavamo l’entrare del nuovo anno, riunendoci sempre nell’ultima sera? Oh, come la dolce creatura mia sapeva comprendere il vuoto del mio cuore in quelle riunioni! Ella sapeva che io pensavo ai miei due figlioletti perduti, al piccolo Franz, al caro Alberto; essi mi avevano lasciato un’amarezza profonda, solo confortata dalla costante memoria del loro passaggio sulla terra accanto a me, memoria sempre [43] così viva che spesso mi dava la dolce illusione di vedermeli ancora attorno.

Ella che, l’anno precedente, quando Maria era fidanzata, mi aveva detto: Mamma, quest’altra volta sarò io sola vicino a te nel saluto all’anno nuovo, ma avrò saputo già circondarti di tante maggiori tenerezze che non rimpiangerai troppo l’assente.

Ora mi mancavano tutte: lei, Maria, Paolina di cui ignoravo la gravità delle ferite (1). Adele, la buona e cara istitutrice delle mie figlie che si trovava ad Acireale e della quale nulla potevo prevedere (2). E ricordavo i cari Ainis, Giovannina Crisafulli, Genzina d’Urso con tutti i suoi, e di tutti, purtroppo, non avevo che la certezza della misera fine!

Una voce annunziò che si doveva scendere. Strinsi al seno il mio bagaglio: guardai, come se avessi voluto entrarvi dentro, quelle fiamme che da tre giorni e quattro notti erano il punto fisso del mio dolore, salutai ciò che della mia creatura non era più che nella mia memoria, chiamai sommessamente, teneramente, misteriosamente il caro nome e attesi: in quel punto

(1) Il 5 gennaio Paolina moriva a Napoli, nell’Ospedale di Marina. (2) Non vi furono vittime ad Acireale.

[44]

mi parve come se le nostre anime si fossero incontrate, la sua veniva a me ed io sentii che ancora, che sempre, noi saremmo state unite. La convinzione ne aveva una fonte sicura: fra lei e me vi era, soprattutto, la comunione delle anime; e l’anima è immortale.

Questo conforto immenso penetrò nel mio spirito e valse a darmi la forza di quella materiale separazione. Salutai Messina, la Messina della mia infanzia, dei miei genitori, dei miei primi affetti, dei miei primi dolori; la Messina mia, quella che non era più, che non sarebbe stata mai più, ma che io avrei portato sempre nell’anima, immutata. Salutai gli amici che dormivano il sonno eterno sotto quelle macerie, piansi tutti quelli che forse si dibattevano ancora nel profondo di quelle rovine e mandavano l’ultimo sospiro di rassegnazione o l’ultima parola disperata!

Una grande barca andava e veniva prendendo dal ferry-boat tutta quella gente che, riunita per quattro giorni da una comune tremenda sventura, non aveva potuto fondersi in una reciproca simpatia. Scendemmo anche noi, dirigendoci verso la vicina stazione. Io non mi reggevo dritta e i pochi tesori che stringevo mi parevano d’un peso schiacciante. Sedetti a terra mentre Giovanni [45] s’informava del treno per Catania; tornò poi in fretta perchè subito ne sarebbe partito uno e cercammo di affrettarci; ma io non potevo andare avanti, anche per l’impaccio di quelle scarpe da uomo. Sopraggiunse Vincenzo il cocchiere, e sorretta da lui e da mio marito potei arrivare al treno... che vedemmo andare avanti e indietro e allontanarsi poi sotto al nostro sguardo disperato!

Ora, bisognava aspettare che un altro treno si formasse.

Pioveva. Mi sentivo sfinita. In un carro della Croce Rossa vidi un soldato che beveva, mi avvicinai col mio bicchiere ed ebbi acqua ed una arancia. Bevvi, finalmente! Bevvi, bevvi ingoiando quel nodo che mi si era arrestato in gola e che tanta sofferenza mi aveva recato in tutto quel tempo. Affidai l’arancia a Giovanni per serbarla alla sete che avremmo avuto più tardi e lo pregai di portarla in mano: la mia paura che ci fosse tolta di tasca non era infondata!

Restammo sul binario, in attesa, sotto la pioggia, fino alle diciassette!

Quando si avanzò il treno vuoto che doveva ripartire, fu tale una ressa nell’assalto ai posti che noi due stavamo per disperderci; ma un tenente, Di Martino, a noi mandato dal caro [46] amico Colonnello Giardina, cui avevo potuto far arrivare un biglietto, avendo saputo che la sua dimora era in un vagone là fermo, saltò - e non so come - sulla folla, ed entrò in uno scompartimento facendosi seguire da un suo soldato per tenerci il posto. Ma, nello stesso tempo ch’io stavo per salire, un urto mi rimanda indietro e altra gente sale. Dall’altro sportello gruppi umani salivano e quando, sollevati dallo stesso impeto della folla, ci trovammo nella vettura, eravamo pigiati in modo da perdere il fiato. Allora s’impegnò una lotta fra il nostro tenente, il suo soldato e un soldato trovato là - che poi sapemmo essersi vestito di quella uniforme, presa chissà dove, per avere libero il passo. - Questo personaggio sospetto, a certo punto, tirando pugni a destra e a sinistra per darsi liberi movimenti estrae una rivoltella; il tenente al colmo delle furie si dibatteva per sguainare la sciabola. Io mi sentivo morire, tanto più perchè quel povero tenente si trovava in quel tafferuglio per causa nostra. Lo supplicai con lo sguardo, mettendo la testa fra uno spiraglio formatosi nella calca di quei corpi accatastati. Allora, giacché in ogni modo noi oramai eravamo dentro e che qualcuno aveva dovuto cedere al numero esorbitante ed uscirsene dal finestrino, anche il tenente [47] si stese orizzontalmente sulla massa ed uscì dallo sportello, seguito dal suo soldato. Giovanni stava per gridargli un ringraziamento ma io feci a tempo a frenarlo con una stretta al braccio, per impedire di mettere a conoscenza altrui il riguardo avuto.

Restammo in ventiquattro. Impossibile respirare. Cercammo di combinarci alla meglio: sul sedile dal lato nostro erano due grossi sacchi molto diligentemente sorvegliati da alcuni dei nostri compagni; salita sul sedile cercai di sedermi - per così dire - su un sacco, ma ci stavo tanto male che dovevo sorreggermi aggrappandomi alla reticella sulla mia testa. La scomodità non mi permetteva di resistere a lungo. Mio marito chiese il permesso di appoggiarsi al sacco vicino per essermi così di sostegno. Fu concesso con qualche parola da bettola. Fra i miei piedi, che si appuntavano sul cuscino del sedile, un macellaio aveva preso posto in modo che il coltellaccio che gli stava attaccato alla cintura di cuoio tormentava il mio piede e il cappellaccio unto mi sfiorava il viso. Il sacco andava abbassandosi ed io piegavo da quel lato, cercando di rimettermi in equilibrio, ma le proteste espressivamente volgari del mio macellaio m’impedivano ogni movimento.

[48] I bimbi piangevano, le madri gridavano per calmarli, un vecchio beveva di continuo in un fiasco che di tanto in tanto girava per tutte le bocche, soffermandosi anche dinanzi a noi che non accettavamo perchè non avevamo sete!! E per questo rifiuto, molto aspramente commentato, dovemmo poi privarci di bere per tutto il viaggio, anche quando alle stazioni trovammo delle signore che ci offrirono del marsala. Del resto, in quello stato, forse ci saremmo ubbriacati.

Sulla rete, sotto la quale io dovevo tener piegata la testa per non urtarvi, una mezza forma di maiorchino - il più acuto odore di formaggio - mandava il suo sgradevole profumo su di me, che ero oppressa da quel corpo che mi stava dinnanzi, agitandosi sempre, e la cui testa al livello della mia, ora che ero scesa più in giù insieme ad un lato del sacco, m’impediva anche di vedere al di là.

Partimmo, dunque, dopo più di un’ora, già stanchi, già sofferenti, già incapaci di poter continuare così. Alla mossa del treno, Vincenzo, che ci aveva guardati in silenzio, alzatosi sulla punta dei piedi per meglio vederci attraverso lo sportello, non potè frenarsi e, malgrado le nostre precedenti raccomandazioni, gridò, correndo, nel [49] dolore di quel distacco: Coraggio, coraggio signor Marchese, coraggio signora marchesa.

Tutta la gente che ci attorniava parve sollevarsi in una voce sola: Ah - esclamò in coro. - Ancora qualcuno si crede qualche cosa? Tutti uguali siamo ora, tutti, non c’è più nulla; non c’è più nessuno; tutti poveri siamo, tutti miserabili siamo. Ah, che marchesi, che signori, niente c’è più, niente.

E noi assentimmo: sì, non c’era più nulla, poichè i cuori erano infranti o impietriti.

Intanto, dopo la lunga attesa della partenza, quel movimento ci parve un sollievo per le membra stanche d’immobilità; ma la corsa rallentava sempre più nel timore che cedessero i ponti. Alle stazioni gruppi di studenti, di signori, di forestieri venivano a chiedere se vi fossero feriti e i nostri compagni dicevano sempre di sì e domandavano latte, uova, marsala, e bevevano e mangiavano, per ricominciare a far lo stesso all’altra fermata, mentre in altre vetture i veri feriti aspettavano con ansia che il treno si rimettesse in moto, nella speranza di arrivare presto a Catania per avere i soccorsi necessari. Noi non prendevamo nulla e ne avevamo le beffe dai nostri compagni, felici del nostro abbattimento morale e fisico. Era intanto sopraggiunta la notte [50] e l’oscurità si addensava e il piccolo lume a petrolio che tentennava dall’alto non riesciva ad accendersi e affumicava l’ambiente greve di odori malsani e ci pigliava alla gola. Nella oscurità io ebbi una paura terribile di essere strangolata: quella era una riunione di malfattori; ora, nel buio, mi sarebbe rubata la borsetta, io farei resistenza e sarei uccisa. A volte mi pareva che il coltello fosse ritirato a poco a poco dal mio piede sul quale mi pareva di non sentire più quello strofinio del manico che, attraverso la scarpa, m’irritava la ferita. Ecco, pensavo, ora mi assassinano credendo ch’io porti dei valori in questa borsetta che avrei salvata senza aver neppure pensato a coprirmi bene. Era logico che supponessero dei tesori. Allora piano piano cercai di aprirla per tirarne fuori gli oggetti cari e mettermeli in tasca ove mi parevano meglio custoditi poichè vi avrei sempre tenuto le mani a baluardo; ma il macellaio dette un pugno sui miei ginocchi, esclamando rudemente: Ma statevi ferma, per tutti i diavoli!

Io non mi mossi più, ma tremai sempre, in preda alla grande agitazione interna. Soltanto nelle fermate prendevo riposo di quella paura, ma si ripeteva la scena della ingorda avidità e mi sentivo fremere di ribellione, pensando che [51] ciò che era preso da quegli avvoltoi veniva tolto a chi ne aveva veramente bisogno e forse languiva di fame nelle vetture vicine alle nostre!

Così fu compiuto il nostro viaggio, arrivando a Catania verso la mezzanotte.

Nel rallentare del treno, prima ch’io avessi potuto afferrarmi ad un appoggio, qualcuno tirò d’un tratto il sacco ed io caddi su un fianco, risentendomi di quell’urto per molto tempo ancora, dopo. Lentamente, il treno lungo, pesante, sovraccarico, entrò nella stazione, in un silenzio lugubre. E cominciò il triste passaggio dei feriti, dei moribondi, dei vivi disperati. Aspettammo che i nostri compagni scendessero e aspettammo ancora a lungo, per sgranchirci, per evitare quella confusione.

Quando ci avviammo lentamente, senza forza per affrettare il passo, tutto era silenzio intorno a noi. Appoggiata, anzi appesa al braccio di mio marito, con l’altra mano stringendomi al petto i cari ricordi, muovendomi a stento nelle grandi scarpe umide diventate più pesanti, pensavo che forse dai miei cugini Grimaldi avremmo trovato la porta chiusa a quell’ora! E dove saremmo andati?

- Siamo vicini, eccoci alla voltata del Corso Vittorio Emanuele. - m’incoraggiò mio marito.

[52] - Ho freddo, ho freddo! - io gemevo.

Al palazzo Grimaldi di Serravalle il portone era socchiuso; entrai avviandomi verso le scale.

- Ohè, brava donna, dove andate, chi siete? - mi gridò il portiere ch’io chiamai a nome; il pover uomo mi guardò, si buttò in ginocchio, esclamando: O Dio, in che stato!

Ci accompagnò per le scale dicendoci che eravamo attesi.

- È da quel giorno che il signor Barone ha dato ordine di tenere sempre aperto il portone, di non coricarci a turno, perchè era sicuro che se loro non partivano per Napoli venivano qui. Sono cinque giorni e cinque notti che aspettiamo. Il Barone col fratello erano andati in cerca di loro a Messina, ma non li hanno trovati e son tornati molto afflitti.

Commossi ma non sorpresi dell’affetto di quei cari parenti, seguitavamo a salire, quando la voce d’un antico cameriere di casa, gridò forte: eccoli, eccoli, signor Barone.

Tutti ci corsero incontro. Fu una scena di commozione grandissima. Francesco e Giovanni Grimaldi, i buoni cugini miei, mi adagiarono in una sedia a sdraio portandola vicino al caminetto, m’imposero di tacere, sedettero quasi inginocchiati accanto a me, mi lavarono adagio, [53] con cura, con tenerezza, carezzandole, quelle mie povere mani che si erano congiunte in preghiera, che si erano alzate in disperazione, che avevano scavato, che erano rimaste macchiate di sangue e che ora essi tenevano fra le loro per riscaldarle, mentre io mi sentivo riscaldare l’anima dal loro affetto fraterno.

Uguali cure amorose furono apprestate a mio marito. Con tenera previdenza ci dettero un brodo, a sorso a sorso.... dopo cinque giorni di assoluto digiuno.

Nessuna parola sul nostro grande dolore, ma tutto il loro affetto vi girava attorno discreto e profondo.

Io che avevo una domanda da fare, alla quale avevo pensato incessantemente, ora non osavo: avevo paura. Francesco indovinò e disse, quasi con indifferenza per non farmi attardare sulla grande emozione: - Rispondo al telegramma di Maria e le annunzio il vostro arrivo - ed uscì dalla stanza.

Ora, finalmente, sapevo che mi restava ancora una figlia.

_Napoli, maggio 1909. Hôtel Britannique._

QUARTA DI COPERTINA

Disegno a penna di iconografia siciliana: testa decorata e maschera

Note della Trascrittrice

1) I giorni e le date di questa cronaca:

Lunedì. {28 dicembre} Martedì. {29 dicembre} Mercoledì {30 dicembre} Giovedì. {31 dicembre} Venerdì. {1º gennaio 1909}

Cettina Natoli, madre sotto shock, tralascia di dire che il 28 dicembre 1908, giorno del terremoto, era un lunedì. Andando avanti nella lettura, la Natoli parla di quanto accade mercoledì (30 dicembre) e fa un riferimento al lunedì precedente, ribadendo che quello fu il giorno della settimana in cui iniziarono le loro sciagure.

La pubblicazione di questa cronaca fu postuma. Cettina Natoli muore a Napoli nel 1913. La cronaca viene stampata nel 1914. Sebbene il titolo scelto sia imperniato attorno all’idea di tempo, nel testo, le correlazioni fra giorni e date non sono sufficientemente esplicitate. Ho deciso, quindi, di corredare il testo originale di una parentesi graffa con data e mese esplicitati.

2) Gli errori di stampa sono stati lasciati, rimanendo fedeli alla stampa della tipografia Cimmaruta di Napoli.

Gli errori di stampa trovati sono:

Riga 214: droghere, leggi _droghiere_ Riga 319: tutto che tutto mi pareva, leggi _tutto, che tutto mi pareva_ Riga 523: raecolta, leggi _raccolta_ Riga 549: insinuati, leggi _insinuanti_ Riga 651: sopratutto, leggi _soprattutto_ Riga 692: amici, leggi _._ (_punto e a capo_) Riga 721: per il lago le fiumane, leggi _per il lago, le fiumane_ Riga 764: _É_ richiede l’accento grave Riga 776: _E’_ richiede l’accento grave Riga 840: _E’_ richiede l’accento grave Riga 875: ripetento, leggi _ripetendo_ Riga 952: susurrava,leggi _sussurrava_ Riga 1093: ubbriacati, leggi _ubriacati_

Le congiunzioni _perchè_ e _poichè_, e la negazione _nè_ vengono stampate, di frequente, con l’accento grave quando, invece, richiedono sempre l’accento acuto.

Sull’avverbio quà, usato e stampato solo due le volte nel testo, non occorre apporre alcun accento.

L’avverbio _pò_ viene riportato 2 volte con un accento grave che non gli si addice. Quattro volte, invece, ricorre con il corretto apostrofo di troncamento _’_, per _poco_.

I puntini di sospensione sono di norma tre. Il testo fornisce 7 esempi in cui i puntini sono quattro e 2 esempi in cui diventano, addirittura, cinque. La norma viene rispettata in tutti i restanti 12 casi.

Vi ringraziamo di avere letto questa cronaca.