Chapter 2 of 3 · 1046 words · ~5 min read

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Ganzirri, si avanza... si dilegua! Guardiamo bene, forse riconosceremo qualche amico sul piroscafo meno lontano; ma la distanza non poteva darci tale soddisfazione. Forse troveremo qualcuno del personale di bordo, fra i tanti che conoscevamo per le nostre frequenti traversate nello Stretto; nessuno. Tutti avevano portato a bordo le loro famiglie ed avevano ripreso le imbarcazioni in cerca di viveri.

Sempre in attesa di Nino, sperando e disperando, salendo sul ponte sotto la pioggia, scendendo per riprendere il nostro posto che altri [26] intanto occupava, non cedendolo poi senza volgari invettive per la nostra condizione di _signori prepotenti_, passammo tutto il giorno. Nino sarebbe stato tutto il nostro conforto e Nino non era venuto, certo perchè non aveva potuto, ma noi non ne sentivamo meno per ciò la mancanza. E che avremmo fatto noi, così, soli, senza un soldo, senza energia, senza pensiero che non fosse per rimpiangere la nostra diletta!

Si levava l’ombra della sera e noi chiudevamo il cuore ad ogni illusione. Con lo sguardo fisso nell’incendio io pensavo come più nulla mi rimanesse; nulla: gioielli, valori, ricordi, carte, lettere, manoscritti, fotografie, oggetti che ora sarebbero stati memorie sacre: tutto un crescendo di rimpianto si allargava nel mio cuore; nulla, più nulla, nè in Messina nè in Ganzirri nè forse in Calabria. E il fuoco là di faccia seguitava a consumare tutto. Noi non avevamo nulla, non eravamo che noi due, abbandonati in quell’esilio, sperduti in quell’angoscia senza confine; senza amici che sapessero, potendo, ove trovarci; senza che la figlia nostra a Napoli e mia suocera in Calabria sapessero la nostra sorte e potessero farci sapere la loro; soli, soli, desolatamente!

Forse fu quella la più triste fra le tristissime giornate che seguirono.

[27] La sera, tardi, nella oscurità completa, poichè la candela era stata consumata nella notte precedente, e nel giorno non si era potuto provvedere a nulla, udimmo il cadenzato rumore di remi: tutti avremmo voluto vedere e ci trovammo tutti alla porticina d’uscita e ne fu tale la ressa che nessuno potè farsi strada. Poco dopo una grossa voce annunziò un uomo e la moglie, che era già fra noi, lo chiamò per nome. Egli entrò e tutti credemmo di stargli intorno poichè la grossa voce pareva venire dal centro. Cominciò col tono burbero che doveva essergli abituale:

- Tutti morti, non c’è più nessuno; i pochi rimasti sono feriti e moriranno. Così, meglio per tutti. Io ho perduto i miei figli; (qui la donna, che forse sperava ancora, singhiozzò) avevo la casa nello stesso isolato dell’Hôtel Trinacria, tutto brucia e mio figlio, vivo, vi brucia dentro, chiamando aiuto. Non si può aiutarlo, assolutamente. Egli, spintovi dalle fiamme che hanno bruciato la porta a cui si era potuto afferrare, è caduto fra le macerie del Trinacria, verso l’angolo di via Garibaldi, dove l’incendio è più forte.

Io sentii quelle parole scottarmi l’anima.

- Impossibile, impossibile! - tuonò ancora.

[28] - Sapevo che mia moglie era qui e son venuto, ma domani tornerò giù.

- Ma come avete fatto a trovare una barca? - gli fu chiesto da ogni parte.

- Mi ci sono buttato dentro ad ogni costo: era l’imbarcazione del ferry-boat, carico di viveri.

Allora vi fu un ammutinamento. Ognuno gridava il suo diritto sulle provvigioni salite a bordo; tutti nel buio gesticolavano, minacciavano: spinti dalla corrente impetuosa noi due ci sentivamo sbalzare di quà e di là. Una voce gridò che i sacchi portati a bordo non contenevano che dei fagioli. E questi sacchi furono a tentoni trasportati nella nostra sala per inutile soddisfazione di possesso dei dimostranti.

A notte alta non udimmo più la voce grossa che aveva sempre tuonato parolacce e bestemmie nè i lamenti di un tabaccaio che aveva la testa fasciata e il nudo corpo sotto una lunga giacca da donna. Nessuno se ne chiese spiegazione, soddisfatto di quel silenzio dopo tanta tempesta.

Mercoledì {30 dicembre}

All’alba, quando ognuno credeva di profittare della barca arrivata nella notte, e cercavamo tutti di trovarci i primi sulla scaletta, l’imbarcazione [29] era sparita col solito personale, che andava a far bottino unicamente per le proprie famiglie, e i due che mancavano dal nostro gruppo.

Ancora, dunque, una giornata d’attesa! lo mi sentivo d’una debolezza che mi prostrava, che mi dava il capogiro, sopratutto soffrivo il freddo e la sete che diventava insopportabile. Nella tasca del pastrano che indossavo avevo già trovato una caramella e ne avevo ora succhiato appena per serbarla a lungo, e soffrivo terribilmente.

Ricordo con quale cura, dopo avermela staccata a forza di volontà dalle labbra arse, io rimettevo nella carta quella piccola sorgente d’un momentaneo benessere!

Sulla testa mi si era formata una crosta che mi dava un’acuta sofferenza ogni volta che muovendomi si attorcigliavano al collo i capelli sciolti. L’umidità della pioggia che prendevo nel giorno e assorbivo nella notte mi dava un freddo nelle ossa e un brivido continuo mi scuoteva tutta.

Ora, a poco a poco, rivedevo nel pensiero tutte le persone care, vicine e lontane, alle quali avrei voluto dire una parola d’affetto; mandavo ad ognuna di esse un saluto come se io fossi [30] per morire, mentre tante e tante di quelle erano già morte!

E vedevo partire i vapori per Napoli, e il mio desiderio vi correva dietro per raggiungere la mia Maria. Partire, sì, partire per Napoli... Ma come lasciare Messina? Come allontanarsi da quell’angolo distrutto dell’Hôtel Trinacria ove, forse, poteva esservi ancora qualche reliquia da sottrarre al fuoco?

E Nino non veniva!

E le navi entravano in porto, e i soccorsi arrivavano, e gli aiuti venivano, ma per noi era inutile: il fuoco teneva tutti a distanza.

Un uomo di bordo, che ci aveva riconosciuti, venne sul ponte, con grande segretezza tirò fuori un ramaiolo di latta colmo di paste cotte e ce l’offrì raccomandando di non farci scorgere dagli altri. Ringraziammo del pensiero e mio marito portò istintivamente la mano alla tasca.....!

No; non avremmo potuto mai avvicinare alla nostra bocca quella pietanza tratta prima da chissà quale rovina, cotta poi in quell’acqua di mare su cui galleggiavano i cadaveri che circondavano il ferry-boat, e dai quali io cercavo di stogliere la mia attenzione, ma su cui tornavo sempre nella speranza di non riconoscervi almeno degli amici, [sic]

[31] D’un tratto, scorgo una barca dalla