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Part 1

TEATRO ITALIANO CONTEMPORANEO

LA SEPARAZIONE

COMMEDIA IN QUATTRO ATTI

DI PAOLO FERRARI

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1887.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_Riservati i diritti di traduzione._

È assolutamente proibito di rappresentare questa commedia senza il consenso per iscritto dell’autore. (_Art. 12 del testo unico, 17 settembre 1882._)

Tip. Fratelli Treves.

CENNI STORICI.

Questa commedia come ebbe per concetto ispiratore, così ebbe in origine per titolo _La separazione_. Sui giornali e anche da me fu detto come e per quali considerazioni mutassi il detto titolo in quello di _Salviamo le apparenze_. Con questo titolo fu recitata in Milano al teatro dei Filodrammatici dalla compagnia di Adelaide Tessero nel passato novembre e ripetuta quattro volte.

La recita mi persuase che io doveva tornare al primo titolo; e così feci; e a Firenze, al teatro Niccolini, nel gennaio passato, fu recitata e ripetuta quattro sere dalla compagnia di Vittorio Pieri e Gustavo Salvini, col titolo di _Separazione_.

E così fosse stato anche a Milano! — E così avessi conservato, come era nella mia prima tela, nel personaggio di _Ernesta_ un altro esempio di moglie separata. Con ciò avrei dato un maggiore sviluppo al mio tema — diciamo la parola! — alla mia tesi.

Prevalse in me il timore che il pubblico si infastidisse di vedere nel secondo atto oltre alla _separata Eugenia_ anche la _separata Ernesta_; e mutai la favola per ciò che riguardava questa; e ne feci una vedova tratta alla colpa dal _separato_ marito di Eugenia.

Ne seguì che il pubblico s’interessò alle dolorose vicende di _Ernesta_ ma non vide qual fosse il nesso del di lei episodio colla favola principale e col mio argomento. Caddi in Scilla volendo evitare Cariddi!

A Firenze, restituito il primitivo titolo _La separazione_ e fatte alcune modificazioni, benchè di poco momento, la commedia fu meglio compresa.

Qualche amico mi ha consigliato di rimettere il personaggio di _Ernesta_ nella condizione di moglie _separata_, come l’avevo in principio pensata.

Qualche altro avrebbe voluto che io sopprimessi senz’altro quel personaggio.

Suggerimenti saggi tutt’e due: ma seguendo o l’uno o l’altro di tali suggerimenti, avrei dovuto sconvolgere tutto il lavoro, massime nei tre ultimi atti; e io pensai che ciò mi avrebbe portato quasi a fare il lavoro di nuovo; nel che avrei impiegato tanto tempo che a me parve si potesse meglio impiegare facendo un nuovo lavoro.

Ed è ciò che sto facendo: ma il nuovo lavoro non avrà certo per argomento nessuna Teresa o Donna Teresa, come ne è corsa voce sui giornali; voce che non so spiegarmi per quale equivoco sia corsa.

Frattanto io presento al lettore la commedia quale fu recitata a Firenze; se il lettore sarà un benevolo lettore, qualche buona intenzione saprà, spero, scorgere in questo mio lavoro.

Milano, 1.º giugno 1887.

PAOLO FERRARI.

PERSONAGGI

LA CONTESSA RABELLI PORTANZIO. IL CONTE LEONARDO PORTANZIO, deputato, di lei marito. LA CONTESSINA CLELIA, loro figlia. L’AVV. RODOLFO CORVINI. LA MARCHESA ERNESTA, vedova Rama. IL COMM. CARENZI, presidente del Tribunale di Torino. L’AVV. GAMBARDI, coetaneo del presidente. IL DOTTORE, direttore dello Stabilimento Balneario di Andorno. IL CORRISPONDENTE del _Fanfulla_. ESTER, istitutrice. 1.ª SIGNORA } 2.ª SIGNORA } 3.ª SIGNORA } Forestieri dello Stabilimento di Andorno. 1.º SIGNORE } 2.º SIGNORE } IL PORTIERE del Presidente. IL CANCELLIERE. UN CAMERIERE dello Stabilimento di Andorno. GIOVANNI, cameriere di Eugenia. LA CAMERIERA della marchesa Ernesta.

La scena nel 1.º e 4.º atto è a Torino Nel 2.º e nel 3.º è ad Andorno. Costumi del tempo presente.

ATTO PRIMO.

A Torino. Gabinetto del commendatore Carenzi, Presidente del Tribunale. A destra, una tavola grande con tappeto verde e sopravi l’occorrente per scrivere: carte, fascicoli, libri, il Codice Civile e quello di Procedura, ecc., dietro la tavola una poltrona. A sinistra, un sofà, altre poltrone, sedie, ecc. Nella parete di destra un ritratto del Re. Porta in fondo; uscio a sinistra.

NB. — Le parole _destra_ e _sinistra_ s’intendono riferite agli Attori.

SCENA PRIMA.

=Portiere= _del Tribunale_.

PORT. (_Mettendo ordine ai fascicoli, ai libri, ecc._). Mettiamo in ordine questa roba, tanto che l’illustrissimo signor Presidente non abbia da brontolare. — Capisco che per essere un buon presidente di Tribunale e di un Tribunale importante, come questo di Torino, ci vuole un uomo serio, un uomo severo. — Ma non è poi mica necessario che sia un seccatore sempre pronto a strapazzare un vecchio portiere come l’umile sottoscritto! — Mi rimprovera per la mia curiosità. Quale curiosità? Sì, di quando in quando entro qui, ma entro perchè è mio dovere o per un motivo o per un altro; se poi entrando colgo qualche frase da poter riferire agli interessati, che colpa ce n’ho io?

SCENA SECONDA.

_Detto_ =Carenzi= _e_ =Gambardi=.

CAREN. (_Spingendo avanti per cortesia Gambardi: — da sinistra_). Avanti, avanti. Avvocato, mio vecchio amico.

GAMB. Grazie.

CAREN. Ecco qua il nostro bravo portiere! Scommetto che stava facendo uno dei suoi soliti brontolamenti! (_Sorride bruscamente_).

PORT. È l’unica mia ricreazione.

CAREN. Bene; andate a ricrearvi in anticamera.

PORT. Sarà obbedito. (_Esce dal fondo, poi torna_).

CAREN. (_Facendo sedere Gambardi sul sofà e sedendo egli pure_). Dunque tu sei l’avvocato dell’onorevole conte Portanzio?

GAMB. Non sono il suo solito avvocato: io sto a Milano; lui sta qui a Torino: ma trattandosi di questa separazione coniugale, mi ha pregato di venire ad assisterlo: come deputato egli vuole che la cosa avvenga con tutto quel decoro che la sua posizione gl’impone.

CAREN. E non ci sarà modo di accomodare la cosa, di riconciliare il conte e la contessa?

GAMB. Come si fa con quella benedetta signora? Una amabilissima dama, sai, la contessa Eugenia?... Ma un carattere! Oh che carattere! Una suscettibilità! Un’alterigia! — Sa di essere più ricca di suo marito e le pare di poter comandare a tutto il mondo! E se piglia fuoco, si salvi chi può! Risposte piene di veleno, di sarcasmo! Da far perdere le mani ai santi!

CAREN. Capisco! Il conte non è un santo e forse qualche volta, con quel prudore, eh?...

GAMB. Oh! Ti pare!? Il conte ne è innamorato! E si capisce, perchè la contessa Eugenia è una donna!... Ah che donna!... Che maniere amabili!... Eppoi bella, giovine! Un incanto! Nelle società, nelle feste, ai teatri è un continuo assedio di corteggiatori!

CAREN. E questo assedio non garba al conte?

GAMB. Sfido! Deputato come è, deve stare molto a Roma; quando viene a Torino, è pieno d’affari per le commissioni, per il suo Collegio...

CAREN. Ho veduto nel ricorso dei coniugi per la separazione consensuale che essi sono d’accordo di mettere la figlia in un istituto di educazione...

GAMB. Un istituto di primo ordine!

CAREN. La migliore educazione, specialmente per una fanciulla, dovrebbe essere quella data dalla madre.

GAMB. In tesi generale, siamo d’accordo. Ma....

CAREN. La contessa Eugenia non è forse una madre tale....?

GAMB. Oh una egregia signora!

CAREN. Ma come madre?...

GAMB. Sai? Carattere, temperamento!

CAREN. La condotta di lei per altro....?

GAMB. Oh! La contessa è una donna che sa condursi!... Il mondo cerca, fruga, ma non trova niente.... tranne forse certi sospetti....

CAREN. Sospetti.... con fondamento?

GAMB. Invero non lo credo — ma non lo so. — In ogni modo è appunto per questi sospetti che, nell’interesse del mio cliente, sono venuto a disturbarti.

CAREN. Di’, di’ pure.

GAMB. Io credo che la separazione avverrà nei modi più corretti. — Ma se mai non si potesse evitare un processo, vorrei pregarti, quando la contessa, or ora, verrà da te, di farle capire che sarebbe bene, che pigliasse un altro avvocato.

CAREN. Ma che cosa c’è contro l’avvocato Corvini?

GAMB. (_Abbassando la voce e accostandosi a Carenzi_). Capirai, amico mio! Il Corvini....

PORT. (_Entra solenne, serio, con una carta di visita in un cabarè_).

GAMB. (_Si ferma_).

CAREN. (_Con impazienza_). Che cosa c’è?

PORT. (_Presentando la carta_). C’è questa carta.

CAREN. (_Guarda la carta_). Avvocato Corvini!... Che abbia la bontà di aspettare un momento.

PORT. Sarà ubbidito. (_Esce, poi torna_).

CAREN. Dunque il Corvini? (_Sommesso_).

GAMB. Capirai! (_Sommesso_). In una causa di separazione può dare da discorrere il fatto che la moglie scelga per suo consigliere un avvocato giovine e per di più suo cugino!

CAREN. (_Con sorpresa e sempre a bassa voce_). Oh! Diamine! — Corvini è cugino della contessa?!

GAMB. Sicuro! E la cosa dà ai nervi del conte!

CAREN. Io non posso immischiarmene. Piuttosto ne dirò una parola a mio figlio, che è intimo amico del Corvini.

GAMB. A proposito, tuo figlio si è laureato!

CAREN. L’anno scorso. — E tornando all’argomento quale è stato in sostanza il primo principio di queste ire coniugali?

GAMB. Una cosa da nulla. Ma sai bene “Poca favilla gran fiamma seconda!” Una mattina il conte Leonardo dice alla contessa: Domattina alle cinque debbo partire per Novara; per non disturbarti dormirò nel mio appartamento. — La contessa lo ringrazia del riguardo gentile. — Il conte aggiunge che andava a Novara per un affare assai buono e prega la contessa di fargli dare dal di lei notaro otto o dieci mila lire; egli non voleva vendere cartelle perchè erano in ribasso e il momento era cattivo. La contessa gli risponde che se il momento era cattivo per lui lo era anche per lei. Il conte resta un po’ disgustato di questa risposta così secca: ci fu un po’ di diverbio; e il conte si alzò, prese il cappello e fece un gesto vivace di persona molto contrariata. — In quella entra la figlia; la ragazzina, vedendo il gesto del padre, si mette a gridare: Oh Dio! il babbo vuol picchiare la mamma! Il conte si mette a ridere e dice alla ragazzina: Eh scioccherella! Cosa ti sogni? ed esce. La mattina di poi parte per Novara; sta assente quel giorno; il giorno dopo è di ritorno per la colazione. — A tavola la contessa, manda via la figliuola e dice al conte: Ho pensato che, per essere più libero, d’or innanzi sarà meglio che dormiate sempre nel vostro appartamento. — Il conte scherzando dice alla moglie: Hai l’aria di propormi una separazione! — E perchè no? Risponde duramente la contessa. — E il conte: Sarebbe forse un consiglio di Corvini che ho incontrato poco fa mentre usciva di casa nostra? — La contessa si fa pallida, risponde con mal piglio; nuovo battibecco e.... a farla corta fu decisa la separazione — ben inteso, separazione consensuale, con tutte le cautele perchè le apparenze rimanessero salve.

CAREN. E non ci sarà rimedio?

GAMB. Se non ci riesci tu, ne dubito.

CAREN. Hai parlato all’avvocato Corvini?

GAMB. Sai, c’è un po’ di freddezza fra noi: egli è un avvocato giovine, pieno di alterigia: poi in questo affare mi è sembrata poco corretta la sua condotta.

CAREN. Basta, vedrò. (_Suona il campanello_).

PORT. (_Entra_).

CAREN. Fate entrare il signor avvocato Corvini.

PORT. Sarà ubbidito. (_Esce, poi torna_).

CAREN. Sai, non voglio farlo aspettare.

GAMB. Troppo giusto! — Ma vedi di liberare la contessa da questo benedetto cugino.

CAREN. Cercherò.

PORT. (_Introducendo Corvini_). Il signor avvocato Corvini. (_Esce_).

(_Entra Corvini_).

CORV. Signor presidente!

CAREN. Signor avvocato! (_Si stringono la mano_).

GAMB. Oh caro collega! (_Gli stende la mano_).

CORV. Egregio avvocato! (_Gli stringe la mano_).

GAMB. (_A Carenzi_). A rivederci, amico mio!

CAREN. A rivederci. (_Si stringono la mano_).

GAMB. (_Esce_).

SCENA TERZA.

=Carenzi= _e_ =Corvini=.

CAREN. (_Fra sè_). (Sentiamo adesso quest’altra campana!) S’accomodi, avvocato.

CORV. Grazie; ma io non voglio disturbarla che per pochi minuti.

CAREN. Come vuole. Dunque lei è l’avvocato della signora contessa Portanzio?

CORV. Sissignore.

CAREN. Ed è anche suo cugino?

CORV. Nossignore.

CAREN. (_Sorpreso_). Come? Non è cugino della contessa Eugenia?

CORV. Sono cugino del conte Leonardo: cugino germano; siamo figli di fratelli.

CAREN. Sia pure; ma però, scusi, cugino germano del marito e avvocato della moglie!

CORV. La cosa è stata combinata di comune accordo.

CAREN. (_Sorpreso_). Di comune accordo? Anche di suo cugino?

CORV. Anzi fu mio cugino che ne fece la proposta.

CAREN. (_Più sorpreso ancora_). Diamine! Non capisco.

CORV. Volendo salvare tutti i riguardi necessari ad evitare le sfavorevoli supposizioni, mio cugino e sua moglie combinarono la cosa: fecero venire da Milano l’avvocato Gambardi vecchio e intimo amico di casa e già tutore di mio cugino e lo pregarono di patrocinarlo e pregarono me di patrocinare la contessa; così il mondo vedrebbe che tutto si faceva all’amichevole e proprio in famiglia.

CAREN. (_Sempre sorpreso_)... All’amichevole.... in famiglia! Va bene; ma dopo tutto due coniugi non si separano senza un serio motivo!

CORV. Le dirò: mio cugino, come deputato, deve stare molto tempo a Roma, dove ha preso un appartamento nel palazzo di mia sorella Ernesta — la vedova del marchese Rama. Egli si è fatto socio al Club della Caccia, fa vita coi signori dell’aristocrazia, giovani eleganti.... e ci sono state delle anime pietose che hanno scritto a sua moglie che mio cugino fa vita galante, che dissipa, che giuoca. Ciò dispiacque alla contessa; ma non volendo scene lasciò correre.

CAREN. Non voleva scene; ma poi le fece vivacissime dopo la gita del conte a Novara! Lei sa della gita del conte a Novara?

CORV. (_Sorridendo un poco_). Perfettamente.

CAREN. Sa dei denari chiesti dal conte?

CORV. Di questo non so.

CAREN. Saprà però che al ritorno del conte la contessa provocò una scena?...

CORV. Questo lo so.

CAREN. Ma che diamine era avvenuto in quelle 36 ore che suo cugino era stato a Novara?

CORV. (_Sorridendo un poco e abbassando la voce_). Era avvenuto che mio cugino non era stato a Novara!

CAREN. (_Sorpreso e a bassa voce_). Diamine! E dove era stato?

CORV. Era rimasto a Torino in incognito!

CAREN. E la contessa lo seppe?!

CORV. Peggio ancora! Lo vide!

CAREN. E dove lo vide?

CORV. Su un balcone dell’Hotel d’Europa.

CAREN. Solo?

CORV. In compagnia!

CAREN. Diamine, diamine!

CORV. Fu la ragazzina, la figlia della contessa che lo scoperse!

CAREN. Oh diamine!

CORV. Disgrazia volle che la contessa e la ragazzina, invece di passare sotto i portici, traversassero la piazza da via Po a via Roma; arrivando sotto il grande albergo d’Europa, la ragazzina a un tratto gridò: Mamma, guarda lassù il babbo con quella bella signora! Fumano tutti e due!

CAREN. Oh i ragazzi! — E la contessa?

CORV. Dissimulò e disse alla figlia: Ma che! tu sbagli! Somiglia al babbo! Ma non è lui! Il babbo è a Novara!

CAREN. E così?

CORV. La mattina dopo la contessa mi fa chiamare: mi confida la faccenda; io cerco di persuaderla di non fare scandali, pensi che ha una figliola! Faccia un sacrificio per lei, eccetera e me ne vado.

CAREN. E suo cugino?

CORV. Entrò in casa, a colezione contò su tutte le brighe, le noie, gli affari che aveva avuto a Novara!

CAREN. (_Un po’ sorridendo_). A proposito!

CORV. Fu allora che la contessa, frenandosi a stento, gli disse: Penso che d’or in poi potrete dormire sempre nel vostro appartamento!

CAREN. Cospetto, cospetto! Per cui il tentativo di riconciliazione, che io sono obbligato per legge di fare...?

CORV. Lo temo infruttuoso. Un altro tentativo ella potrebbe fare e sono venuto per interessarla a questo.

CAREN. Mi dica.

CORV. Veda di persuadere mio cugino a lasciare la figlia alla madre. La contessa l’adora e ne è adorata!

CAREN. Farò prima l’uno, poi l’altro tentativo. (_Suona_).

CORV. E con ciò, signor Presidente.... (_Congedandosi_).

CAREN. A rivederlo, caro avvocato!

PORT. (_Entra_).

CAREN. Chi c’è di là?

PORT. C’è il signor conte Portanzio.

CAREN. Fatelo entrare!

PORT. Debbo avvertirla che è arrivata anche la signora contessa.

CAREN. Il conte è arrivato prima; entri lui.

PORT. (_Va all’uscio_). Onorevole signor conte Portanzio.

(_Entrano Eugenia e Leonardo_)

PORT. Scusino. — Solamente il signor conte!

LEON. (_Con certa alterigia_). Non mi seccare.... Caro signor Presidente!

EUG. Signor Presidente!

CAREN. Riverisco la signora contessa e il signor conte!

LEON. (_A Corvini_). Oh cugino amatissimo!

CORV. Buon giorno. (_Scambia saluto con Eugenia_).

CAREN. (_Con sorriso agro-dolce_). Perdonino; ma non posso permettere questa doppia infrazione alla legge.

LEON. Doppia infrazione?!

CAREN. (_Sorridendo c. s._). Un legislatore, un deputato dovrebbe conoscere la legge! La legge vieta, in simili casi, la presenza dei procuratori e dei consulenti. — Quindi scusi l’avvocato Corvini, ma lo metto alla porta! (_Con modo scherzoso_).

CORV. Ed io ci vado subito. (_Saluta ed esce_).

CAREN. Di più la legge m’impone di sentire separatamente l’uno e l’altro coniuge: separatamente! Quindi bisogna che preghi la signora Contessa, venuta dopo, di ritirarsi per pochi minuti — poi di tornare perchè io parli anche a lei — separatamente! — poi pregherò il signor Conte di tornare perchè, secondo la legge, debbo parlare a tutti e due.

LEON. (_Sorridendo con certa superiorità_). Non le paiono formalità inutili?

CAREN. (_Austero_). Saranno formalità inutili, ma io debbo dire nel processo verbale di averle compiute! Posso ridurle ai minimi termini, ma bisogna che le compia. (_Al Portiere_). Accompagnate la signora Contessa. (_Ad Eugenia con modi amabilissimi, dandole la mano e accompagnandola_). Pochissimi minuti, sa! (_Eugenia esce seguita dal Portiere_).

CAREN. (_Fra sè_). (Questo onorevole mi dà ai nervi!)

SCENA QUARTA.

=Carenzi= _e_ =Leonardo=.

CAREN. (_Tornando, siede nella sua poltrona alla tavola e invita Leonardo a sedersi davanti alla tavola stessa, poi gli dice con certa autorità_). Si accomodi!

LEON. Grazie! (_Siede_).

CAREN. Ella dice formalità inutili?! — Se sapesse quanti coniugi si presentano al magistrato fermi, risoluti, irremovibili, di separarsi! Entrano lugubri, accigliati, minacciosi!... Ma eccoli davanti a questa tavola! Odono dal vecchio magistrato parole paterne, consigli inspirati alla serena morale della legge; alla analisi disinteressata delle conseguenze a cui si espongono, loro e i loro figli — se ne hanno — le loro figlie, specialmente! — non hanno più intorno nè patrocinatori, nè parenti — persone bravissime certo, ma naturalmente prevenute a favore dei rispettivi patrocinati, e allora, a poco a poco, si fanno pensosi, si commuovono, si guardano, si riconciliano, e se ne vanno a braccetto a casa a sigillare la pace!

LEON. Ella ha ragione di alludere ai patrocinatori, ai parenti!

CAREN. Ci sono delle eccezioni. — Il vecchio suo amico avvocato Gambardi, per esempio; e il di lei cugino Corvini....

LEON. (_Vivamente interrompendolo_). Mio cugino avrebbe fatto assai bene a non immischiarsi di questa faccenda!

CAREN. Scusi; fu lei che lo propose alla Contessa.

LEON. (_Vivamente_). Rettifico! — non fui io!

CAREN. (_Fregandosi la fronte, come chi non si raccapezza_). Ma se suo cugino mi ha detto....

LEON. Non cerco che cosa le abbia detto mio cugino. — Il fatto è che chi lo propose fu il vecchio avvocato Gambardi — non io!

CAREN. (_C. s._)... Ma se Gambardi invece, poco fa, qui, con me, disapprovava quella scelta!

LEON. Povero Gambardi! Si lasciò persuadere da mia moglie a proporre il Corvini; poi capì il suo sbaglio.

CAREN. (_C. s._). Sia com’esser si voglia. — Ci fu una scena, un diverbio fra lei e la sua signora, è vero?

LEON. A proposito di che?

CAREN. Non chiese ella alla sua signora otto o dieci mila lire?

LEON. Sì!

CAREN. Che la sua signora le rifiutò?

LEON. Al contrario, me le diede!

CAREN. Ma che cosa allora mi ha raccontato Gambardi?!

LEON. Gambardi si sarà espresso male. Mia moglie al primo momento temè di non potermi favorire; ma poi mi disse che sentissi dal suo notaro — il notaro mi combinò la cosa e mi diede la somma.

CAREN. Eh! Tanto meglio. — Ora mi dica: È possibile una riconciliazione?

LEON. Per parte mia, chi sa? Forse! È mia moglie che non vuol saperne. Pretende che ci sieno dei motivi gravissimi!... C’è stato qualcuno che le ha scaldata la testa!

CAREN. Ora parlerò con la sua signora. Ma, in ogni caso, perchè non lascierebbe lei la figlia presso la madre?

LEON. Ah questo mai! Mia figlia presso sua madre vorrebbe dire colpevole il padre; presso il padre, colpevole la madre!

CAREN. Quindi la figlia, in un educandato!

LEON. Ci sono delle convenienze scambievoli da rispettare.

CAREN. Ella è irremovibile?

LEON. Irremovibile.

CAREN. (_Suona il campanello_).

PORT. (_Entrando, con tuono annoiato_). Comandi.

CAREN. (_Impazientito al Portiere_). L’ho detto altre volte che non mi accomoda quel vostro tuono di persona annoiata!

PORT. Io annoiato?! Se anzi mi diverto moltissimo.

CAREN. .... Pregate la signora Contessa di favorire qui.

PORT. (_Va al fondo_). Signora Contessa Portanzio. (_Entra Eugenia, Portiere esce)_.

CAREN. Avanti, signora Contessa. (_A Leonardo_). Ella ha la bontà di ritirarsi e di attendere di là pochi momenti.

LEON. Mi raccomando, pochi minuti; sa, noi deputati abbiamo tante brighe, tanti affari!

CAREN. Non dubiti!

LEON. (_s’inchina ed esce_).

SCENA QUINTA.

=Carenzi= _e_ =Eugenia=.

CAREN. (_Spinge una poltrona più vistosa delle altre e l’offre cortesemente ad Eugenia_). La prego, signora Contessa!

EUG. (_Seria, freddissima_). Grazie (_siede_).

CAREN. (_Sedendole vicino, con modi paterni, ma seri_). Dunque, signora Contessa, si confidi con me! Sono proprio così gravi i motivi di questa separazione?

EUG. (_Sempre sforzandosi di parere calma e indifferente_). Non c’è nessun grave motivo.

CAREN. (_Fa un movimento leggermente nervoso_).

EUG. Incompatibilità di carattere!

CAREN. L’incompatibilità di carattere non è che una frase dell’uso. — L’art. 150 del Codice non pone altre cause di separazione che gli eccessi, le sevizie, le minaccie, le ingiurie gravi e.... l’adulterio! — scusi la parola!... — e il Codice aggiunge che l’adulterio del marito non guasta! — Noi non siamo in nessuno di questi casi?!

EUG. Tutt’altro.

CAREN. Infatti il loro ricorso dichiara separazione volontaria, consensuale.... eh?

EUG. (_Sempre calma, fredda e così in seguito sino ad altra indicazione_). Appunto.

CAREN. L’art. 811 del Codice di procedura m’impone di richiamare i suoi più seri riflessi sulle conseguenze di una separazione.

EUG. (_C. s._) Le conosco tutte.

CAREN. E ci ha pensato su bene?

EUG. Sissignore!

CAREN. Ha riflettuto che il mondo, in queste separazioni, non crede mai al mutuo consenso?

EUG. (_Tace_).

CAREN. Il mondo invece cerca, fruga, vuole scuriosirsi sui misteri del dietro-scena.

EUG. (_C. s._). Cerchi fin che vuole!

CAREN. Capisco che loro hanno preso tutte le precauzioni per non dare appigli alle curiosità del mondo. — Ma il mondo si rassegnerà a questa delusione delle sue curiosità? Quello che egli non avrà trovato, lo inventerà! — E badi che il mondo corteggia volontieri una bella e gentile signora separata dal marito. — Oh ella avrà intorno un nuvolo di confortatori pieni di una compassione tenerissima — ma tutt’altro che platonica! — una moglie senza il marito è un’occasione mollo appetitosa! Ed ella dovrà o condannarsi a una solitudine monastica, o rassegnarsi alla maldicenza! Perchè il mondo corteggia, adula.... ma è sempre sfavorevolmente prevenuto contro una donna divisa dallo sposo! Egli, a buon conto, la chiama una mal maritata!

EUG. (_Crolla il capo sospirando_). Se non fosse che questo!

CAREN. (_Con interesse accostandosi_). C’è di peggio, eh?

EUG. (_Ripigliando la sua fredda calma)_. No, no, non c’è niente.

CAREN. (_C. s._). Qualche galanteria del Conte?

EUG. (_C. s._). Nossignore.

CAREN. Un po’ di dissipazione.

EUG. Nossignore.

CAREN. .... Qualche di lui gelosia?

EUG. Sarebbe un’infamia!

CAREN. (_Fissandola_).... Capisco! La figliuola, eh?

EUG. (_Ha un improvviso impeto di commozione, ma è istantaneo e subito si padroneggia_). Poverina!

CAREN. Sarà messa in un educandato!

EUG. (_Combattendo la sua emozione_). Sissignore.

CAREN. E la ragazzina ci andrà volentieri?

EUG. (_C. s._). Ci andrà.

CAREN. M’hanno detto che lei le vuole molto bene.

EUG. (_C. s._). È un angelo!

CAREN. E la ragazzina vorrà bene alla sua mamma.

EUG. (_Combattendo con crescente sforzo la sua commozione e si vede che sta per prorompere_). Poverina, tanto! Oh tanto, poverina!...

CAREN. E le dispiacerà, è vero? di lasciare la sua mamma.

EUG. (_C. s._). Sissignore.... le dispiace!...

CAREN. Sarà un distacco doloroso!

EUG. (_Prorompe in pianto, sforzandosi invano di contenersi._)

CAREN. (_Si alza per confortarla, ma è vinto anche lui dalla commozione; poi si ricompone, si calma, e coi suoi modi seri ma amorevoli, avvicinatosi, le dice:_) Vediamo, vediamo, signora Contessa! Si ricomponga! Si metta quieta! — Voglio fare un tentativo.

EUG. Di riconciliazione, no!

CAREN. Un altro.

EUG. Quale?

CAREN. Voglio tentare di persuadere suo marito a lasciare a lei la figliuola.

EUG. Oh! magari!... Ma sarà un tentativo inutile.