parte il
violinista avea bisogno, per vivere, d’esercitare la sua professione. Andava per le case a dar qualche lezione, mal pagata, e sonava nelle chiese.
Quando giunse l’autunno, fu scritturato nell’orchestra del Comunale. Soltanto due volte vide la fanciulla nel suo palco di famiglia, in second’ordine: sempre col visino pallido e l’aria sofferente e malinconiosa. Mostrava di non accorgersi quasi affatto delle persone che venivano in palco e d’essere attentissima alla musica. Tutte due le volte i suoi occhi, un momento, si volsero all’orchestra e fissarono il giovine violinista che tremava nella sua sedia sotto quello sguardo pieno di luce; poi li ritraeva lentamente, dolcemente, con una espressione di rinuncia rassegnata e triste. Al domani, il linguaggio del pianoforte parve al giovine più lungo e più appassionato.
Verso la metà di carnevale egli accettò di essere direttore d’una piccola orchestra per due balli che la marchesa X** avrebbe dati, invitando specialmente le amiche di sua figlia uscita di poco dal collegio. Abbisognava un vestito nero col _frak_, ma egli, poveretto, non lo aveva. Allora mise in mezzo il vecchio portiere, il quale la sera del primo ballo, gli portò in camera un vestito completo «da società», comprato con poche lire. Il _frak_ era molto lungo per la statura del giovane, ma il vestito, nel suo insieme, poteva passare. Egli si annodò con cura la cravatta bianca, prese sotto il braccio il suo violino chiuso nella busta, e andò.
Gli avevano preparato uno sgabello su cui sovrastava alquanto alla piccola orchestra e dominava la sala, rimanendo assai bene in vista. L’appartamento era pieno di luce e fragrante di fiori. Nella sala grande, verso le dieci ore, erano già adunate molte signorine delle famiglie più ricche e aristocratiche della città. Alcune potevano dirsi ancora delle bimbe.
La voglia di ballare era in tutte grandissima. — Verso le undici il ballo era molto bene incamminato, e già alle ragazzine cominciava a mescolarsi qualche mamma elegante. Il direttore della piccola orchestra eseguiva _valtzer_ e _polke_, le migliori del repertorio in voga. Dirigeva e sonava, facendo spiccare briosamente, nel concerto la bella voce del suo Guarnieri. La contessina R*** fece notare alle sue amiche che avevano per direttore d’orchestra un bel giovane bruno: le ragazze lo guardarono un poco con simpatia ma poi risero del suo abito troppo lungo.
A un tratto, si propagò per la sala un moto di curiosità, e molti occhi si volsero verso una delle porte d’ingresso.
— Hanno fatto il miracolo! — disse al vicino una vecchia signora: una giovinettina, alzandosi in punta di piedi, aggiunse: — Ecco finalmente, la principessa invisibile! — Il direttore d’orchestra impallidì.
Intanto al braccio del padrone di casa, appariva la signorina del vecchio palazzo. Alta, sottile, nel suo abito bianco, col suo incedere lento e gli sguardi raccolti, pareva che entrasse non a una festa di ballo, ma in chiesa. Gli uomini, per la massima parte, la giudicarono distintamente bella.
Dopo alcuni minuti le fu presentato un bel giovine, di maniere assai eleganti, e si mise a ballare con lui, che, finiti i giri di _valtzer_, le si sedette vicino, studiandosi a farla parlare. Non era facile, ma di tanto in tanto riusciva; e riuscì anche a farla sorridere.
Aveva essa avvertita la presenza del violinista? Sì: egli n’era convinto, lo sentiva.
Perchè dunque essa non gli volgeva gli occhi, mai?
Egli sentì uno spasimo nuovo, orrendo, e delle idee strane gli salivano, come vampe, al cervello. Avrebbe voluto interrompere a un tratto la suonata e sparire; gli veniva la voglia di sbattere il violino contro il leggìo; di saltare, dal suo alto sgabello, in mezzo alla sala... Ma intanto il ballo procedeva inesorabilmente e a lui toccava di sonare. E sonava, sonava. La sua testa grondava di sudore e dei momenti pareva che il braccio e le dita gli si irrigidissero, mentre, agonizzando di desiderio, aspettava sempre una occhiata che non arrivava mai.
Venne ancora la volta di sonare un _valtzer_. Era un _valtzer_ di Giovanni Strauss, a fondo molto malinconico; uno di quelli che Giorgio Sand disse nati da un lungo amplesso del dolore e della letizia. La bianca giovinetta lo ballava col suo solito cavaliere e pareva che gli s’abbandonasse fra le braccia. Intanto il violino del direttore cantava con una voce così sorprendente che il resto della piccola orchestra era come ridotto a mezza voce. Gli astanti dovettero per forza occuparsi di questo straordinario esecutore di balli, e guardarono il giovane che, ritto sullo sgabello e pallido come un morto, dava dentro al suo violino con delle arcate superbe.
Guardavano tutti, ma la giovinetta non guardava. Se non che, verso la fine del _valtzer_, mentre il ritmo incalzava, mentre la voce nervosa del primo violino pareva che tentasse di lanciarsi a sonorità impossibili, nel silenzio della sala, sul fruscìo strisciato e cadenzato dei piedi, s’intese uno strappo secco; il cantino dello strumento si era spezzato. La giovinetta, a quel punto, diede un tremito per tutto il corpo, si fermò in tronco, e fissò i grandi occhi sul violinista....
Il suo cavaliere la condusse alla sua sedia, ed ella disse di non sentirsi bene. Di lì a un quarto d’ora aveva abbandonato la festa.
La quale, non ostante, continuò in piena allegria. Al tocco cominciò il _cotillon_ e alle tre il ballo era finito. Il direttore d’orchestra, a malgrado de’ complimenti e degli inviti, non volle rimanere a cena con gli altri sonatori, pretestando il sonno e la fatica. Chiuso nel suo pastrano e tremando pel freddo egli girò, a caso, per le strade deserte e rientrò nel palazzo dopo le quattro. Giunto nella sua camera gittò il violino sul letto e si mise alla finestra.
La notte era fredda e serena, con la luna che volta al tramonto, illuminava tuttavia un pezzo del cortile e della galleria, lasciando il resto nell’ombra fitta. Il giovane, coi gomiti sul davanzale e la testa fra le mani, guardava nel cortile e piangeva delle lagrime silenziose.
* * *
Rimase a quel modo circa mezz’ora, quando fu scosso da un lieve rumore di passi che partiva di su dalla galleria. Fosse un servo? No, era ancora troppo presto... Il giovine guardava senza battere palpebra. Il suono dei passi s’andava avvicinando. A un tratto, ai piedi dello scalone che metteva nel porticato, vide una figura bianca che lentamente avanzava. Dio, era lei!
La giovinetta usciva di sotto il portico e si incamminava pel cortile. Attraversata la