parte di
basso o baritono a vostra scelta, dal vecchio _Faliero_ di Donizetti al _Mefistofele_ di Gounod, e qui, con una mezza voce intonata e gradevole, comincia a cantarvela tutta da cima a fondo senza saltare una battuta, senza sbagliare una nota, — accennando per giunta il canto delle altre parti e gli intermezzi orchestrali.
L’altro mio compagno di salita, e insieme nostro ospite, è il conte Bartolomeo Manzoni-Borghesi, figlio al celebre bibliografo di Lugo, erede del nome e delle sostanze del sommo archeologo di Savignano. È un giovane molto simpatico, e ricco di quella cultura soda, a fondo schiettamente classico, che fu un tempo così frequente nelle buone famiglie di Romagna, ed oggi, pur troppo, è quasi del tutto perduta. Egli ama con passione due cose: la caccia e le medaglie antiche. L’acquisto fatto il giorno innanzi d’una moneta rara dell’imperatore Pertinace accresceva il suo buon umore, e gli tardava d’aggiungerla al famoso medagliere che ereditò dal Borghesi.
Ma intanto i bovi fanno il loro dovere, e siamo oramai alla meta. Ecco il borgo, un allegro e grazioso paese di circa ottocento abitanti, il quale si adagia molto pittorescamente e abbastanza comodamente sovra un ultimo ripiano che gira come d’una zona sul fianco destro l’ultima e ripidissima cima del Titano.
Si staccano i bovi, ed i cavalli da soli e da bravi fanno l’ultima salita in una stupenda strada a rampe, costeggiante l’abisso. Il cocchiere li incalza colla frusta e colle grida; a un tratto le quattro ruote della vettura rumoreggiano sul duro ciottolato; ed eccoci trasportati in mezzo alla capitale della serenissima. Evviva!
Oggi è un giorno di festa magna per tutti i Sammarinesi. I due _Capitani reggenti_ a nome del _Consiglio principe_, dopo i sei mesi d’uso, depongono il supremo comando esecutivo nelle mani, o, a parlar più testuale, «sul collo» dei loro due successori.
Noi arriviamo appunto quando la solenne cerimonia sta per cominciare. Sul _pianello_ (la maggior piazza della capitale) è adunata molta gente in abiti festivi, che attende davanti al palazzo d’udienza i vecchi ed i nuovi magistrati. Io osservo intanto in mezzo alla piccola piazza un alto piedistallo di marmo, abbastanza bello nella sua semplicità, e mi pare che sovr’esso verrà fra breve inaugurata una statua alla _Libertà_. Donde verrà la statua, e chi n’è l’autore? I Sammarinesi non sanno più che tanto. Una signora russa, letificata dalla repubblica col titolo di duchessa di Mongiardino (una città di provincia) ha ricambiato il magnifico dono con una bella somma di denaro e la promessa di quella statua per giunta. A quest’ora, probabilmente, la figliuola d’un mercante d’olio di balena in Finlandia, scorre per le capitali d’Europa facendosi salutare e inchinare duchessa in nome d’una repubblica. E i liberi cittadini del Titano aspettano la statua della _Libertà_!
Attenti: dalla parte del palazzo d’udienza esce a far mostra de’ suoi brillanti uniformi il drappello delle guardie del Consiglio Principe, e si schiera ad attendere i Consoli. I quali poco appresso escono anch’essi attorniati dai maggiori ufficiali dello stato, e s’incamminano verso la chiesa in processione lenta, sotto un cielo azzurro e splendido, accompagnati dal popolo che si profonde in atto di rispetto, con dietro la banda che suona una allegra marcia, mentre le campane suonano a festa, e più d’alto, dalla somma Rocca del Titano, s’odono, a giusti intervalli, gli scoppi de’ mortari ripetuti intorno dagli echi solenni del monte e della vallata.
In chiesa la cerimonia è breve e semplicissima, perchè si limita ad una messa _bassa_, detta con edificante rapidità da un prete dabbene, più qualche _oremus_ di circostanza. L’altare è parato a festa, e intorno al ciborio brilla in grandi lettere il motto di San Paolo: _Voi siete nati per essere liberi_.
Durante la cerimonia io osservavo i quattro magistrati che vi assistono gravi, silenziosi, ora in piedi, ora in ginocchio, davanti a uno sgabello parato in rosso per la circostanza. I due nuovi, malgrado che vestano uno stesso costume, che ha dello spagnuolo e del fiammingo, mostrano visibilmente al tipo che uno è tratto dal patriziato, uno di famiglia popolare. Non dirò quale dei due tipi sia meglio rappresentato: so che guardando a quelle due teste nè altere, nè umili, senza piglio dittatorio o lampi di genio, io, a tutto loro elogio, volgevo in mente un epigramma di Platen composto dal poeta tedesco mentre assisteva, non ricordo in che anno, a questa istessa solennità.
«Quando entrai nella chiesa vi si eleggevano i consoli dell’anno come impone l’usanza. Veramente essi erano una coppia paesana, e non Cato e non Cesare. Ma promettevano al popolo ancora un anno di pace.»
Il più importante della cerimonia, cioè la consegna del potere, si compie poi nella gran sala del Consiglio Principe.
Un professore delle scuole pubbliche legge un discorso, il quale disserta al solito su qualche argomento di buon governo, e che i buoni magistrati ascoltano senza pensare (almeno sembra) alla risposta che diede Annibale a quel retore che l’intrattenne per due ore sul modo di vincere le battaglie.
Giunge infine il momento solenne. I due vecchi consoli si levano dal collo il gran collare di S. Marino e lo appendono a quello dei nuovi; il segretario _prende atto_ d’ogni cosa, e il trapasso dei poteri è un fatto compiuto. Il governo della repubblica per altri sei mesi è affidato a mani sicure. — Bande, campane e mortai ripetono i saluti festivi, il popolo inchina al passaggio i nuovi suoi reggitori, e ognuno va a pranzo che già il tocco è sonato.
* * *
Anche noi si va a pranzo, e camminando si dà una occhiata intorno alla fisonomia del paese. Le vie strette e bistorte corrono su e giù per il dosso del monte così erte, a pendii così bizzarri e disuguali, che non di rado paiono scoscendimenti repentini avvenuti per terremoto. Le case, d’esteriore spesso modestissimo, piantate alla meglio su quei greppi di pietra arenaria, pare che s’addossino penosamente l’una all’altra per paura di cadere. Diresti che la città di San Marino siasi venuta formando via via per modo d’agglomerazione fortuita, come il sasso enorme, da cui è sorretta, il quale nel tempo dei tempi si formò, dicono i geologi, per una formazione venti volte millenaria di elementi corallini e calcari, in mezzo ai flutti vetustissimi del Mediterraneo.
La casa ove il nostro ospite ci accoglie, posta in uno dei luoghi più eminenti della città, non ha nulla da invidiare ad un palazzo. — Visitiamo anzitutto il celebre medagliere di Borghesi: quarantamila circa tra monete e medaglie consolari, imperiali e medievali e del rinascimento, di cui moltissime in oro e argento. Che ricchezza metallica, e sopratutto quale inestimabile tesoro archeologico! La collezione completa delle monete consolari fu messa in ordine e tutta sapientemente illustrata dallo stesso Borghesi. Qual’è oggi sovrano o museo di Europa per cui il fortunato possessore non debba essere oggetto d’invidia?
A pranzo (un pranzo squisito, ove specialmente si fanno onore i pesci dell’Adriatico e i vini del Titano) il discorso s’aggirava naturalmente intorno a Bartolomeo Borghesi, il vero _genius loci_. — Quest’uomo portentoso che tutta la dotta Europa salutò principe nella epigrafia e nella numismatica, che Mommsen chiama maestro suo, che Napoleone III volle onorare ordinando a proprie spese la stampa delle sue opere, visse quassù gli ultimi trent’anni della sua vita, solitario co’ suoi libri, semplice, alla mano, ospitale, vero eremita della scienza.
Gli studi austerissimi non gli turbarono mai l’indole piacevole e l’elegante urbanità della vita. Convitava assai volentieri alla sua mensa, e là, al tramonto del sole, dopo essersi tutto il giorno stillato il cervello sopra una lapide osca o sannita, lasciava il freno all’umore gaio. A guisa di tanti altri uomini illustri, da Catone a Beethoven, egli a lungo e volentieri _sedebat et bibebat_, più contento d’un re, autorevole e modesto come un patriarca.
L’amico ricordava più d’un aneddoto caratteristico della vita di Borghesi. — Un giorno gli venne notizia che in una montagna presso Ancona s’era scoperto un numero grandissimo di monete consolari. L’archeologo andò sollecito sul luogo e comperò in blocco tutto il tesoro ritrovato; poi scelse delle monete quelle che servivano ad empire i vuoti della sua collezione e disfece il rimanente.
— O che ne fece? domandai io....
— Le mise in un crogiuolo e coll’argento fuso diede a fabbricare le posate di cui ora ci serviamo mangiando.
Eravamo proprio in pieno ambiente archeologico, anche a tavola.
Dopo pranzato ci rechiamo a prendere il caffè sul vasto spianato dinanzi alla casa, che il vecchio Borghesi volle ridotto ad orto e giardino con terra portata sin lassù a coprire il nudo sasso, a schiena di quadrupedi. Immaginate che difficoltà e che spesa! Ma non per nulla la sua fantasia si aggirava di continuo in mezzo agli ardimenti del mondo romano. Il parapetto del giardino gira proprio sull’orlo dell’altissimo ciglione. Mi affacciai e rimasi incantato.
Non è il panorama di Napoli, nè quello di Genova e del Bosforo. Non è «l’interminabile sorriso» dei piani lombardi che da una balza dell’Alpi si versa per gli occhi nell’anima all’esule di Berchet. È uno spettacolo, un quadro di natura che ha un tipo tutto suo originale. In faccia Rimini e l’Adriatico, vasta distesa d’acque biancheggianti, rotte qua e là da strisce di puro smeraldo: lontano, in fondo all’orizzonte, forse nubi trasparenti nella nebbia lievissima, forse i contorni indecisi delle montagne di Dalmazia. Alla nostra destra la punta d’Ancona col suo monte solitario; e girando più su l’occhio, si scoprono a mano a mano le giogaie di San Vicino, la catena di Carpegna, e più lontano confuse nei vapori azzurrognoli le cime altissime di Cagli. La pineta di Ravenna nereggia a sinistra, verso il mare, e più presso il superbo colle di Bertinoro, tutto ridente di case e di vigneti.
Fra questi due confini si stende l’ampia vallata, che la Marrecchia attraversa, camminando al mare col suo meandro serpeggiante e luminoso sotto i raggi del sole.
Questa vallata, veduta così dall’altezza del Titano, ha un aspetto d’austera grandiosità, che in quell’ora, in quel silenzio, mette nell’anima una tristezza sublime.
Le colline, che degradando la fiancheggiano, di colore ferrigno e in apparenza incolte, paiono di lassù colossali rigonfiamenti di terreno i cui vertici debbano da un momento all’altro aprirsi fumando in crateri di vulcani.
... Dall’aspetto di questi luoghi la mente corre alla loro storia, e coglie una somiglianza, forse fantastica, ma viva e portante. Sì, questi sono davvero i campi, questo il teatro, ove doveva agitarsi una gente feroce, indomita e generosa, così ben ritratta negli storici latini e nelle cronache del medio evo: una gente in cui la natura condensò tutti i nobili istinti della stirpe italica, ma che ereditò, più che ogni altra della famiglia, il difetto d’un ideale storico mal definito, e consumò sovente se stessa in fiere inquietudini, in lotte atroci ed infeconde....
Gli amici mi tolgono alle mie divagazioni, chè la giornata è ormai al suo termine. Saliamo in fretta a visitare la vecchia Rocca della Repubblica, messa ad uso di prigione. Una fortezza senza cannoni, e delle carceri senza un solo prigioniero! Una visita facemmo anche alla biblioteca, che è a un tempo pinacoteca, museo, armeria e raccolta d’ogni oggetto notevole posseduto dalla Repubblica. Tra le cose d’arte ammiriamo un bassorilievo in bronzo di fare michelangiolesco, una tavola di Giulio Romano, e un S. Sebastiano, bellissimo nudo fieramente spiccato in contrasto di luce e d’ombra. Lo dicono di Ribera, ed è opera degna del Velasquez.
Il sole tramonta dietro la bruna rôcca di San Leo, mentre noi discendiamo rapidamente verso Rimini: i suoi raggi obbliqui colorano ritirandosi or questa or quella cima di colle, e le ombre gigantesche si estendono per la vallata innanzi a noi, mutando con vicenda rapida e fantastica. Io vado sfogliando le pagine d’un bel volume regalatomi cortesemente dal bibliotecario della Repubblica. È la storia di San Marino, scritta dal conte E. De Bruc, oggi incaricato degli affari della Serenissima a Parigi. Mi fermo casualmente al seguente passo, che regalo ai lettori _pour la bone bouche_:
«Nel 1872, questo trattato (fra il regno d’Italia e la Repubblica) lievemente modificato ricevette la sua definitiva applicazione dopo che l’ebbero ratificato il signor _E. Vigliani ministro plenipotenziario della Repubblica di San Marino e il signor Guardasigilli ministro di S. M. il Re d’Italia._»
DOPO DIECI ANNI
La contessa Florenzi fece a posta attaccare il suo _landau_ e giunse di buon trotto alla villa dell’amica per informarla del grande avvenimento.
— Sai chi è arrivato?
— Chi?
— L’Arnaldi. L’ho incontrato stamani in via Tornabuoni. Mi ha subito riconosciuta e staccatosi da un gruppo d’amici mi ha fermato sul marciapiedi per salutarmi. — Io invece, alla prima non lo riconoscevo... Una trasformazione, mia cara delle più complete e delle più splendide! Al tempo che partì era un ragazzo impacciato, mal vestito, nè bello nè brutto, per me piuttosto antipatico. Adesso è un giovanotto biondo con la taglia forte e svelta, la fisonomia aperta e distinta, le maniere elegantissime. Deve avere trentacinque anni... e non ne dimostra trenta. Ah, mia cara! Non c’è che la vita inglese per fare gli uomini o per accomodarli... Sapevi del suo ritorno?...
Donna Giulia sapeva, all’incirca, del ritorno dell’Arnaldi, perchè egli stesso glie lo aveva annunziato come imminente in una sua lettera ricevuta da lei quindici giorni addietro: lo sapeva ma con l’amica si finse sorpresa. Poi disse:
— Gli scriverò stasera che venga a vedermi...
Nel pronunziare la parola _vedermi_ la voce le si alterò un pochino: ma forse fu cosa impercettibile per l’amica, la quale si mise a discorrere dei pettegolezzi della città; e in quei giorni ve n’era per l’appunto un paio di comicissimi. Donna Giulia più volte unì le sue risate sonore a quelle dell’amica.
— Ora che t’ho dato una buona nuova (conchiuse la Florenzi) e che t’ho fatto ridere di gusto, ecco che me vado.
E risalì leggera in carrozza. Rifacendo la strada essa aguzzava la mente per veder pure di convincersi se, ascoltando l’annunzio del ritorno dell’Arnaldi, l’amica sua non avesse proprio tradito alcun turbamento dell’animo. Le pareva e non le pareva... Ma già quella Giulia; tanto strana, tanto impenetrabile!
Giulia stette a veder partire l’amica, poi rimase un poco dinanzi alla villa abbassando lentamente la testa, mentre con la punta d’una delle sue scarpine pareva che volesse trivellare il terreno umidiccio del viale coperto di una ghiaia lucida e minuta.
I capelli biondi, troppo biondi sotto il sole, le cadevano a larghe treccie parte sulle spalle parte sul viso. Nella sua vestaglia bianca e celeste di taglio elegantissima e ricca di pizzi, la sua alta figura si contornava ancora magnificamente. Si capiva che era stata una gran bella donna: non aveva quarant’anni e ne dimostrava almeno almeno quarantacinque.
Quando fu in casa scrisse con mano nervosa una lettera e la consegnò al servo ingiungendogli di portarla subito in città. Poi abbassò ella stessa gli _sthor_ alle due finestre del suo salotto, s’aggomitolò più che non si sdraiasse sovra un piccolo divano e chiuse gli occhi.
Nel salotto era quasi buio perfetto e in tutta la villa un grande silenzio di _siesta_ estiva.
La mente di Giulia spaziava nei ricordi. Allorchè conobbe l’Arnaldi essa aveva 30 anni: era nella sua più splendida efflorescenza di donna.
Quanti avevano detto d’amarla e quanti anche glie l’avevano provato! Un principe di casa regnante non aveva dubitato di compromettersi, restando parecchi mesi attaccato a lei e obliando nel lungo indugio le sue alte convenienze di principe e i suoi obblighi sacri di marito... L’Arnaldi invece quando la conobbe, era ancora un giovinetto uscito di poco dalle università col suo diploma d’ingegnere meccanico, solo decantato da qualche amico per il suo ingegno audace e promettentissimo. Le era piaciuto e l’aveva voluto: ma aveva messo tanto poco d’ardore e d’esclusività in questo amoretto, che essa sulle prime non s’era nemmeno data la briga di romperla interamente con una sua avventura più vecchia e non ancora del tutto venutale a noia...
Egli invece no: aveva messo nell’amarla tutto l’abbandono del suo cuore quasi vergine e ogni giorno, serrandola fra le sue braccia pazzo di passione e di gelosia la obbligava a prendere i più terribili giuramenti: che amava lui solo, che nessuno aveva mai amato a quel modo, che lo amerebbe in eterno!...
E la donna lo compiaceva del quotidiano spergiuro; ma, spergiurando, si sentiva sempre più attratta in quel vortice caldo di vita giovanile e di passione sincera. Finchè un bel giorno spezzò d’un colpo il legame vecchio e fu lieta di poter finalmente, e senza rimorso, articolare sulle labbra dell’adorato ragazzo le parole del giuramento... Ma, ahimè! proprio in quel tempo pervennero in mano al giovane le prove certe dell’inganno passato...
Che terribili giornate tennero dietro a quel breve intervallo di felicità perfetta! Il giovane si sentiva il cuore infranto.
— Perchè lo aveva amato? Perchè lo aveva ingannato?... E adesso com’era possibile che egli avesse più fede in lei?...
Seguivano parole dure, rimbrotti umilianti, invettive furibonde.
La vita fra i due divenne, a breve andare, intollerabile; e fu una fortuna che l’Arnaldi vincendo le lagrime e gli scongiuri di lei, si decidesse ad allontanarsi. Andò in Inghilterra a completare i suoi studi nella visita e nella dimora di quelle grandi officine.
* * *
E donna Giulia proseguendo nei ricordi, vedeva un altro periodo della sua vita. Una vita deplorabile e piena di contradizione. L’anima sua era sempre con lui, lo seguiva da per tutto, lo invocava ogni giorno: ma qui, nell’uggia di una solitudine, che pareva e forse era un abbandono, essa sentiva il bisogno di vivere, di consolarsi e distrarsi. L’istinto caduco della donna mondana, bella per giunta e ricca e corteggiata, la vinceva sopra ogni altro sentimento, ed essa si lasciava andare giù, giù giù... Talvolta all’Arnaldi nel fondo di una miniera della Cornovaglia o in mezzo ai frastuoni di un opifizio di Lanchaster arrivava una lettera di dieci pagine scritte per dritto e per traverso in cui la donna innamorata versava tutta la tenerezza dei ricordi e la foga dei desiderii; ma mentre egli la leggeva, non senza un avanzo di emozione vera, molto probabilmente donna Giulia attutiva ricordi e desiderii, distraendosi... perchè essa era costretta ad amare ma non aveva nè la forza nè la virtù di soffrire. E alle cadute frequenti si alternavano i vani rimorsi.
Ma intanto passavano gli anni non risparmiando la scultoria bellezza della donna, anzi attaccandola con frettolosa crudeltà.
Le brezze del tramonto erano micidiali a quel fiore superbo. Donna Giulia andava pensando che in quella triste discesa della vita, la distanza fra lei e l’Arnaldi s’aumentava oltre la proporzione degli anni, e poteva diventare enorme. Un giorno, mentre si guardava allo specchio, pensò a un tratto:
— S’egli tornasse?...
E il triste sorriso che ella si vide sulle labbra troppo rosee, aumentò la costernazione del suo cuore.
* * *
Ed ecco che egli era tornato per l’appunto. Ricco, bello, forte, ammirato: l’Arnaldi in quel momento toccava il culmine trionfale della vita; quel culmine che essa aveva oltrepassato da parecchi anni e che le pareva già tanto, tanto lontano! E donna Giulia pensava irritata:
— Gli uomini ci vincono sempre, in tutto. Quand’è che essi diventano vecchi? Tocca a noi quando siamo ben discese, di vederceli comparire dinanzi meglio di prima. Dove sono stati? Che hanno fatto? Il tempo che noi abbiamo perduto ad invecchiare essi l’hanno speso ad entrare in una seconda, in una migliore giovinezza... Quale ingiustizia!
E la donna era tutta invasa da un avvilimento profondo, al quale tentava indarno di opporre le rivolte dell’orgoglio. Poi una idea cominciò ad attristarla, ad atterrirla. Aveva scritto all’Arnaldi un biglietto nel quale lo invitava ad andare da lei la sera stessa. Il biglietto concludeva:
— Non mancate assolutamente. A questo solo patto io potrò perdonarvi d’essere a Firenze da due giorni senza che vi siate ricordato di me!
Quindi donna Giulia pensò che sull’imbrunire di quella stessa giornata l’Arnaldi sarebbe arrivato e si sarebbe trovato lì in quello stesso salotto, dinanzi a lei, guardandola... dieci anni dopo!... La donna vide tutto il suo svantaggio in quel rapido sindacato e presentì un immenso pericolo e un dolore e una umiliazione intollerabili. Allora con un movimento fiero di tutta la persona si rizzò e diede due colpi al bottone elettrico.
Comparve la cameriera...
* * *
Pochi minuti dopo le ventiquattro l’Arnaldi entro una vettura da città scoperta usciva da porta Romana. Dai campi, nell’aria temperata del vespero, veniva di quando in quando una allegra canzone e le prime lucciole cominciavano a balenare sulle spighe del frumento ancora verde.
L’Arnaldi fumava il sigaro fantasticando. Nei suoi pensieri, strano miscuglio di ricordi e di sogni, la figura di donna Giulia s’insinuava sempre più dolcemente. — Non era essa la donna che egli aveva amata più di tutte le altre? E appunto perchè da lei gli erano venuti i più grandi dolori e i più acerbi disinganni, non gli aveva essa date le gioie più ineffabili... le sole complete, le sole vere?... Colpevole sì... spergiura, indegna... Ma quanta poesia, quanta sincerità di passione e di abbandono in quella donna!...
Il passato risuscitava nella sua parte più dolce e più buona: e l’Arnaldi si sentiva come tornato dieci anni addietro in una di quelle sere in cui, col petto gonfio di desiderii, faceva la stessa strada, così, circa a quell’ora, in cittadina scoperta, impaziente di arrivare alla villa di donna Giulia... Il cuore del giovane s’apriva adesso ad una immensa benevolenza, e stava combinando nella sua testa delle frasi gentili e delicatissime da dire a Giulia in quella serata, dopo tanti anni che non s’erano visti!
A quattro chilometri da Firenze l’Arnaldi era tutto immerso ne’ suoi pensieri, e non badò a una bella carrozza signorile che gli veniva incontro co’ suoi due grandi fanali accesi: e non badò nemmeno che, mentre i due legni si passavano accanto, una signora mise fuori dello sportello la testa fissandolo alla luce dei fanali.
Donna Giulia, che aveva fatto tutto allestire in fretta per la partenza, ora andava verso la stazione a prendervi il diretto delle nove.
Quando sentì il rumore della vettura, un gran battito del cuore e dei polsi la avvertì che dentro c’era l’Arnaldi. Volle vederlo anche una volta e lo avrebbe anche chiamato per nome; ma non ebbe la forza. — Passato il legno, si avvolse bene in un grande scialle, poggiò il capo all’angolo della carrozza e prese l’attitudine di chi s’addormenta... Ma la cameriera che era con lei, s’accorse che la signora piangeva.
NELLA “MONTAGNOLA„
Die Nachtigall! È egli possibile immaginare un nome più disadatto e più prosaico di questo dato dalla lingua tedesca all’usignolo? Rozza, brutta, ridicola parola....
E forse Ottone avrebbe durato un pezzo ad inveire, non so se a torto o a ragione; ma intanto c’eravamo già messi per il viale tortuoso e angusto del boschetto. Io gli feci cenno di star zitto e ci fermammo ad ascoltare.
L’usignuolo era a poca distanza da noi; non so se posato sopra la frasca d’un giovine tiglio o se, più probabilmente, nascoso nel folto di una vecchia acacia capitozza, che ergeva la sua testa raccolta e densa, a cui i raggi della luna davano una tinta fra il lattiginoso e l’argenteo. L’usignuolo cantava nel gran silenzio. Poco prima avevamo udito alla chiesa di San Martino suonare le due dopo mezzanotte: nella piazza d’armi non s’era incontrata anima viva; nessuno girando il gran viale rotondo della Montagnola; e ora lì circondati ogni intorno dagli alti cespugli del boschetto, nè vedendo altro che il cielo stellato sopra di noi, provavamo tutti e due un senso di isolamento e di calma perfetta, come se ci fossimo trovati a quell’ora nella solitudine d’un bosco sull’Appennino a venti miglia da Bologna.
L’usignuolo cantava: e ci era, ripeto, tanto vicino che, senza vederlo, udivamo a quando a quando il leggero fruscìo delle foglie mosse da lui. L’aria immobile era tutta piena del suo canto, e il silenzio profondo pareva un silenzio d’ascoltazione, secondo l’idea degli antichi poeti che immaginavano i venti sospesi e gli alberi e le rupi intente ad ascoltare qualche suono grato e solenne. Io pensavo a questo proposito: Perchè i poeti antichi, da Esiodo a Virgilio, descrivono sempre il canto dell’usignuolo flebile e quasi piagnucoloso?... A noi invece, avvezzi alle querimonie della poesia moderna, a noi coll’orecchie piene de’ piagnistei della musica melodrammatica, e anche, ohimè! delle _romanze_ da camera, il canto dell’usignolo fa provare un senso di dolcezza calma, temperata e quasi allegra.
È la gran legge della progressione che signoreggia tutte le sensazioni, massime se vi entra l’arte, e massime se quest’arte è la musica. Un coro infernale nell’_Orfeo_ di Gluk parve nel secolo passato l’ultimo segno della terribilità espressa con voci e suoni: ponete ora quel coro in mezzo a quelli del _gran finale_ della _Regina di Saba_, e farà l’effetto d’un lamento timido e sommesso...
* * *
Pensavo all’usignuolo, e sono cascato a parlar d’arte. Che salto enorme coll’apparenza di un passo agevole! In arte le forme si inseguono, si raggiungono, s’urtano e si soverchiano in una corsa affannosa ed infaticabile. Non solamente ogni scuola ed ogni maniera ha il suo breve tempo d’auge e di dominio; ma ogni singolo artista ha spesso nella sua vita più atteggiamenti d’ingegno e più stili, che rubano al pubblico un suffragio esclusivo ed intollerante. A vedere la energia degli assensi che riscuote d’ogni parte, direste che finalmente egli sia giunto ad una mèta stabile. Sì davvero! Ripassate fra qualche anno e vedrete quel che rimane dell’opera e delle ammirazioni.
Arrivati poi al termine d’un periodo storico, noi critici ci voltiamo indietro, provando a tirare la somma: ma se vogliamo essere schietti innanzi alla nostra e all’altrui vanità, dobbiamo confessare che del molto lavoro fatto ciò che rimane di vitale e di perenne è ben piccola cosa. La più parte della suppellettile artistica somiglia un magazzino d’abiti smessi o la raccolta delle incisioni d’un giornale di mode. Come paiono goffe e sgraziate quelle fogge che, viste cogli occhi d’una volta, raddoppiavano la prestanza degli uomini e la seduzione delle donne eleganti!
Fui due anni fa a Milano, poco dopo la morte del povero Cremona. Il fervore per la sua pittura era al colmo. Un critico che, pur facendo di cappello all’ingegno del pittore, volle mettere una nota sorda in quel coro di lodi, fu a un pelo d’essere lapidato. Intanto un giovine poeta cantava in metro lirico l’apoteosi dei toni gialli e rossi, paragonandoli, se ben mi ricordo, a cavalli scalpitanti in guerra. Si giunse perfino ad escogitare uno speciale sistema di ottica soggettiva per giustificare certe tinte particolari al Cremona, non riscontrabili in natura, e tutto quell’indefinito e sfumato e nebbioso ch’egli metteva nei piani e nei contorni. Passando poi dalle esecuzioni ai concetti e agli intendimenti del pittore, l’estro della esegèsi non aveva più limiti. Per esempio quei due che si stringevano le mani con passione, non erano solo due amanti: erano anche due cugini. Si capiva, o almeno si era obbligati a capire, guardando alla espressione finissimamente cuginesca messa nei volti dal pittore...
Io partii da quella esposizione intronato e confuso per tutta quella critica mirabolana e, come accade spesso, repugnandomi il decidere con una affermazione secca, se ero io che non capivo od essi i panegiristi che passavano il segno, mi acconciai alla sospensiva, dicendo fra me e me: Vedremo!
* * *
E non ho avuto bisogno d’aspettare un pezzo. Li abbiamo veduti testè a Torino gli ultimi riflessi di quella pittura cremoniana, inavvertiti e confusi in mezzo ai quadri della mostra. — Un Milanese che era meco, appassionato e schietto cultore dell’arte, non sapeva riaversi dalla sorpresa, paragonando i suoi entusiasmi di tre anni fa colla delusione presente.
E questa è storia che dura e si ripete fino dal tempo in cui l’arte è divenuta una forma della vita. La distanza dei secoli avvicina e confonde i fatti, ma ciò che avviene ora sotto i nostri occhi è avvenuto sempre più o meno. Adesso i trapassi sono più rapidi, perchè la vita moderna corre più inquieta e cupida alla cerca del nuovo e del diverso; e la mole enorme delle impressioni d’arte, accumulate nel cervello di noi moderni, rende più frequenti le combinazioni elettriche e le parvenze di novità, che un soffio compone e un altro discompone. Intanto par d’essere nel regno della ballata tedesca: _I morti corrono!_ Quante fronti che ieri nell’arringo dell’arte si ergevano con piglio trionfale, vanno oggi crucciate e dimesse! E ai trionfatori d’oggi qual sorte è serbata per domani?
* * *
Fortunato l’usignuolo! Il suo canto invariato passò i secoli, arrivando sempre dolce e gradito all’orecchio degli ascoltatori.
«Tu sei giunto, o pellegrino, su questo sacro colle fiorente d’ulivi, e alimentatore di cavalli. Di qui s’ode l’usignuolo soavemente lamentarsi nelle valli ombrose»... Sono passate migliaia d’anni dal giorno in cui i vecchi di Colono con queste parole salutavano Epidio cieco e ramingo: altre migliaia di anni passeranno ancora, e avverrà sempre che una semplice progressione di note flautate e un rapido gorgheggio fermino di notte a mezza strada il viandante, immemore dell’ora tarda, o chiamino rapidamente alla finestra la fanciulla mezzo spogliata, incurante della umida brezza notturna. Frattanto intere cataste d’istrumenti musicali inventati dall’uomo hanno avuto tempo d’andare in disuso. Che n’è delle note che placarono Saul, delle patrie canzoni che fecero piangere Attila di tenerezza, delle melodie di Casella che innamorarono Dante Alighieri?
L’usignuolo nel silenzio ascoltante della natura seguita ad essere il cantore prediletto della foresta; e non vi ha dotto poeta che non fosse pronto a dare tutto il suo greco e tutto il suo latino, per tradurre in una strofa sola ciò che egli dice alla notte e alla luna. E se noi potessimo penetrare la intima essenza delle cose, credo che scopriremmo non essere governata da diversa legge la vera bellezza effusiva che durevolmente ci viene dalle grandi opere d’arte.
Di fatti, a raccogliere bene nel fondo dell’anima nostra ciò che proprio costituisce la singolare potenza di un grande artista, per esempio un poeta come Omero, un pittore come Raffaello, un melodista come Bellini, e a poco a poco eliminando tutto quello che è in lui di generico, di collettivo ed impersonale, all’ultimo che rimane? Un _incognito indistinto_ che non troviamo parole ad esprimere e che vagamente vorremmo significare con un gesto della mano, un cenno del capo, una esclamazione... Salirono le alte cime dell’ideale, scrutarono con penetrazione insolita il libro della natura e furono a ragione salutati spiriti magni; ma l’argomento della loro grandezza è tutto in un fatto semplicissimo: il quale consiste nell’aver essi fatta vibrare una nota nuova nell’ime corde dell’essere e con quella generato in noi una nuova sensazione della vita. Nel linguaggio dell’arte potrà poi chiamarsi la «sensazione omerica» la «sensazione raffaellesca» la «sensazione belliniana» e via dicendo. E questa piccola frase sarà alle loro glorie monumento assai più durevole e splendido di quelli in marmo e in bronzo eretti loro dai mecenati o decretati dai governi e dai popoli.
Fuori di quest’àmbito misterioso abbiamo la mediocrità, fin che vi piace aurea e invidiata: dei quadri che durano a piacere dieci anni, delle _arie_ che per dieci mesi fanno la delizia di tutte le platee, e dei poeti che sono alla moda per una stagione di bagni. Fortunato l’usignuolo!...
Che è? Io e l’amico dobbiamo a un tratto mutare l’ascoltazione piacevole in un delizioso rapimento. Non ci eravamo ancora accorti del primo sorgere dell’alba; ma egli l’usignolo dalla sua frasca aveva certo veduto comparire all’orizzonte le prime tinte rosate e crocee, e sfumare nell’azzurro perlato del cielo. E’ salutava il giorno nascente. Non erano più le note sospirose e i tenui trilli soavemente modulati, ma un impeto di canto meraviglioso ora disteso, ora fiorito, con gorgheggi a salti, a scale, a note picchiettate con passaggi nuovi, strani, inattesi, con volate di un ardimento e d’un lirismo indescrivibile. Si sarebbe detto che l’usignuolo voleva epilogare il suo lungo canto notturno gittando incontro alla bella aurora uno sprazzo di rugiada melodiosa. — Di fatti dopo breve tempo cessò ad un punto il canto e volò via.
O nobili amanti di Verona, voi eravate molto inesperti del linguaggio degli uccelli! — La povera allodola deve ad essi gratitudine eterna, perchè presero argomento a un dolce indugio d’amore, confondendo il suo canto con quello dell’usignuolo... Ma forse i due innamorati giovinetti non erano pienamente in buona fede, per ragioni scusabili e invidiabili.
FINE.
INDICE
_Coi Sordini_ Pag. 6 _Occhi Accusatori_ » 27 _In Casa dell’Amico_ » 41 _Cantores!_ » 57 _Primo Ricordo_ » 69 _In Repubblica_ » 77 _Dopo Dieci Anni_ » 93 _Nella “Montagnola„_ » 105
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.