Chapter 2 of 5 · 1515 words · ~8 min read

parte di

ombra, ella apparve nella piena luce lunare, vestita ancora del suo abito da ballo. Avanzava con passo sicuro, mostrando che si dirigeva all’uscio del portiere.

Il giovane lasciò la finestra, attraversò in punta di piedi la sua camera, un breve corridoio, la stanza d’ingresso, ed aprì. La luce entrò nel buio ambiente, e dopo qualche secondo entrò la giovinetta. Alla prima egli volle prenderle tutte due le mani, ma subito rimase interdetto vedendo ch’essa aveva gli occhi chiusi. Aveva gli occhi chiusi e sorrideva, col volto triste, pallidissima.

E con quella voce ch’egli non aveva mai intesa gli disse: — Sono venuta a dirti addio e per sempre... Tu hai sofferto molto questa notte, non è vero? Io lo sentivo bene, ma sentivo anche di non poter nulla altro che soffrire con te... Il nostro amore è come un filo tenue gettato attraverso un grande abisso. Che ci posso io? Che ci puoi tu? La natura si compiace talvolta a combinare di queste cose assurde...

Accompagnò quest’ultima parola con un gesto di rassegnazione stanca; e proseguì, sorridendo.

— Questa notte sei stato geloso!... Il tuo cuore, difatti, era un poco indovino, perchè essi pensano a far di quel giovine il mio fidanzato... Povera gente!... Lo so io quali nozze mi aspettano! Sento che fra pochi mesi io sarò morta...

Il giovine ruppe in un gran singhiozzo, e cadde in ginocchio dinanzi alla fanciulla, mormorando: — Adriana! — La bianca veste profumata della fanciulla toccava quasi il suo volto.

— Sai tu dirmi — ella seguitò — quanti germi di vita uccida l’inverno nel grembo oscuro della terra? E quanti fiori il vento di marzo faccia cadere morti dagli alberi?... È la legge, mio caro, ed io mi sono già rassegnata... Ora sono venuta per dirti addio e per esprimerti il mio volere, certo che tu lo eseguirai.

— A costo della mia vita, io lo eseguirò. Te lo giuro...

— Ebbene parti da Bologna. Parti presto e vai lontano, più lontano che potrai. A che rimarresti? Ad aumentare le mie e le tue sofferenze? Parti; me lo hai giurato.

E intanto inoltrò le braccia nude e posò le mani sulle spalle del giovine.

— Poc’anzi mi hai chiamata col mio nome. Io invece non conosco ancora il tuo... Non dirmelo!... Quello che t’ho dato io nel mio cuore è tanto bello! E non voglio saperne altro; e con quello io voglio pensare a te fino alla morte... e anche dopo. Addio. Non ti raccomando la mia memoria, perchè sono certa che tu penserai a me fino che vivrai su questa terra; e anche dopo. Ci siamo amati perchè così volle il nostro destino: e potemmo esprimere il nostro amore con un divino linguaggio, noto solamente a noi due. Non ti rendere mai indegno di questi santi ricordi. Addio! Parti.

E il giovine inginocchiato, attraverso le lagrime, vide contro la luna la figura della giovinetta abbassarsi ancora un poco; e sentì sulla fronte, leggero leggero, il bacio della sua bocca... Poi la figura si raddrizzò con un gesto energico, si volse alla porta ed uscì. Egli la vide attraversare il cortile, entrare sotto il portico e dileguare nello scalone senza mai voltarsi. Fermo sull’uscio sperò di vederla, di udirla forse ancora dalla galleria; ma non sentì che il rumore lieve de’ suoi passi perdersi nel silenzio, mentre nell’aria fredda apparivano i primi colori dell’alba...

Dopo una settimana il violinista era di partenza, avendo accettata scrittura per il teatro di Corfù.

OCCHI ACCUSATORI

Al signore della rocca erano giunte notizie gravi ed ordini precisi. — A Bologna, per volontà di Sisto V, avevano già strangolato in carcere, con un bel cordone di velluto rosso, il conte Giovanni Pepoli; parecchi de’ suoi seguaci e complici erano stati anch’essi strangolati, senza nemmeno l’onore del cordone di velluto; altri erravano fuggiaschi per le montagne dell’Appennino, ma li inseguiva l’ira del terribile papa e poca speranza di scampo avevano. A lui, il conte, salva la vita e gli averi; ma doveva andare subito a Roma a chieder perdono e fare atto di umile sudditanza, prostrato a’ piedi santissimi del pontefice.

Non era il caso d’esitare e bisognava partir subito.

La contessa sarebbe dunque rimasta sola nel castello. A esporre la sua delicata giovinezza ai disagi e ai pericoli del lungo viaggio in quella cruda invernata, nemmeno si poteva pensare. — Il conte andava corrugando le sopracciglia nere e si metteva spesso una mano nei capelli grigi perchè un brutto pensiero gli passava per la mente. Ma il giorno innanzi la partenza tenne un lungo e segreto colloquio con una sua zia, fiera vecchia di ottant’anni; poi fece schierare nella gran sala, al cospetto d’entrambi, tutta la gente del castello. Alla gente egli rivolse discorso breve, ma con quell’accento di comando insieme e di minaccia, al quale non si era mai osato resistere neppure con un moto dell’animo: ogni potere durante la sua assenza, passava nella vecchia contessa; legge assoluta per _tutti_, dal più alto al più umile abitatore della rocca, la sua sovrana volontà; e guai all’autore della più piccola trasgressione!

L’indomani il conte partì. Gli addii della giovane sposa furono tenerissimi, ma senza lagrime.

* * *

Era venuto l’amore: l’amore negato a lei giovinetta nel freddo isolamento della vita claustrale; l’amore desiderio vago e timida speranza appena intravvista e subito distrutta, quando la famiglia toltala dal convento, la mise tra le braccia del conte, che poteva essere suo padre.

Invece il giovane conte degli Alidosi aveva quattro anni meno di lei e non era che suo lontano parente da parte del marito. Quando pei rovesci di quella potente casata, il padre fu costretto a mandarlo al castello dell’amico perchè vi crescesse sicuro e vi fosse educato da cavaliere, Oliverotto degli Alidosi era poco più che un ragazzo mal fermo in salute, timido e come spaurito della vita che s’era aperta a lui in mezzo a dolori e terrori di tragedie domestiche. — Parlava di rado e male; solo qualche volta dai suoi occhi nerissimi pareva lampeggiasse intensa la vitalità della fiera schiatta da cui era nato.

La dolce castellana raccolse da prima su quel taciturno fanciullo le cure e gli affetti della maternità, che altrimenti non le era stato concesso d’espandere. E vide fiorire la sua salute e le sue membra fortificarsi, e da quella triste puerizia uscire rapidamente la giovinezza ingegnosa, forte e leggiadra. — Una volta tornando insieme al conte da una caccia sull’Appennino pistoiese che li aveva tenuti fuori parecchi giorni, Oliverotto, vista la bella contessa che li aspettava nell’angusto cortile del castello, gittò l’arme a un servo, corse a lei e la baciò; poi rimase lì interdetto e turbato vedendo che la bella dama arrossiva, e sentendosi anch’egli salire al volto un gran calore come di vampata improvvisa.... Cominciarono d’allora per il conte i corrugamenti delle ciglia e quel gesto di portare la mano ai capelli, mentre la sua mente, più sovente che non avesse voluto, pensava insieme alla contessa e al giovane ospite.

Ma l’amore non istette per questo. Penetrò fiamma occulta, sottile e inavvertita, dentro quei due giovani petti, invadendoli rapidamente. Doventò casto sogno e ardente passione, prima che i due avessero avuto modo d’avvertirlo e di schermirsi. Essi s’amavano già d’amore e non lo sapevano; e quando lo seppero s’amarono con più violento abbandono, obliando, calpestando, sfidando ogni cosa.

Ed erano appena alle prime dolcezze, quando arrivarono gli ordini che fecero partire il conte per Roma!

* * *

Cominciò allora per i due innamorati un supplizio indicibile. — In tutta la rocca e nei dintorni prese subito a dominare con volontà strana e terribile la vecchia zia del conte; la quale, sia che agisse per gli ordini avuti, sia che si compiacesse ad attuare un suo proprio disegno, circondò e afflisse i due giovani di vigilanze così minute, severe e continue che ogni più viva e gelosa immaginazione ne sarebbe rimasta superata. La vecchia pareva ritornata indietro di vent’anni. Non era più nè impedita nell’andare, nè miope, nè sorda; si trovava sempre in ogni luogo dove la sua ingegnosa sorveglianza la richiedesse; e dormiva con un occhio solo, se pure è vero ch’ella dormisse là in quel suo lettuccio che s’era fatto portare vicino all’uscio della stanza da letto della contessa. Con questa poi adoperava ogni gentilezza più compita e col giovane anche; ma nelle ventiquattro ore del giorno mai un minuto secondo nel quale i due potessero trovarsi soli a cambiarsi una parola, a stringersi la mano di furto....

Tormento siracusano: e tanto più atroce perchè i due innamorati, in udire della prossima partenza del conte s’erano naturalmente lasciati andare ad ogni sorta d’immaginazioni dilettose. Quella inattesa contrarietà pareva a loro una durezza ingiusta del destino a cui si rivoltavano, egli con le imprecazioni ed essa con le lagrime. Vane lagrime e vane imprecazioni. La vecchia era sempre al suo posto, e tutti nella rocca con una esattezza implacabile secondavano il suo volere.

Sulle prime Oliverotto non si diede per vinto e cercò di rompere qualche maglia a quella perfida e fitta rete di sorveglianze e di spionaggi che d’ogni