Chapter 4 of 5 · 6699 words · ~33 min read

libro di

cavalleria. La vecchia contessa o alcun altro della casa non mancavano mai.

I due si parlavano di rado; invece si guardavano lungamente, intensamente deliziandosi e tormentandosi insieme con un linguaggio muto e infaticabile. — E gli occhi neri d’Oliverotto parea che, supplicando, chiedessero: fino a quando? E gli occhi azzurri della contessa non sapeano che rispondere chiedendo anch’essi: fino a quando? — Le quattro ardenti pupille stanche e mai sazie di quella amorosa tensione, di tanto in tanto tremavano, si inumidivano, pareva che si stemperassero in bagliori languidi e tristi.... Nelle serate lunghe dirimpetto al focolare gigantesco, mentre sugli alari bruciavano i vecchi faggi di Monte Venere e si udiva fuori lamentarsi il vento della notte, Oliverotto leggeva alla contessa qualche scena del _Pastor fido_:

Ben è soave cosa Quel bacio che si prende Da una vermiglia e delicata rosa Di bella guancia; e pur ch’il vero intende Come intendete voi, Avventurosi amanti che il provate, Dirà che quello è morto bacio a cui La baciata beltà bacio non rende; Ma i colpi di due labbra innamorate Quando a ferir si va bocca con bocca.....

La morbosa tenerezza di questo e somiglianti passi era come olio bollente sulla fiamma, al cuore dei due poveri giovani, gli occhi ora vivi e scintillanti, ora annuvolati, smarriti e depressi riprendevano quel loro ufficio di esprimere insieme e di esasperare il desiderio infelice.... E talvolta l’interno struggimento cresceva a tal segno che la contessa era costretta, avanti l’ora, di ritirarsi nelle sue stanze. — Oliverotto allora correva ansando sugli spalti a respirare l’aria gelata della notte, ad imprecare alle stelle, a tempestare indarno contro il suo avverso destino!

In meno d’un mese i due amanti erano ridotti ad uno stato davvero compassionevole; e guardandoli nei visi consunti si sarebbe detto che sulla loro giovinezza stava passando un soffio di vecchiaia precoce. Ma tutto ciò era nulla rimpetto ad uno stranissimo fenomeno che nei loro occhi si veniva manifestando.

* * *

Non era, no, un inganno visivo della gente, ma un fatto che saltava agli occhi ogni giorno più.

Le grandi pupille della contessa, che erano di un bellissimo azzurro oltremarino, sembrò da prima che un poco si annebbiassero smontando in una tinta meno dolce e meno pura. Poi quell’annebbiamento si rese sempre più opaco e crebbe e crebbe finchè fu necessario riconoscere ch’essa mutava in nero il colore degli occhi. Era forse effetto delle lagrime dirotte che l’infelice versava di continuo, invece di pigliar sonno? — Ma d’altra parte anche negli occhi di Oliverotto accadeva mutamento: le pupille nerissime e fiere cominciarono a temprarsi d’una luce più dolce e mansueta che adagio adagio le veniva come clarificando; poi apparvero striate qua e là di piccole vene azzurreggianti, le quali dilatandosi ogni giorno accennavano ad invadere presto tutto il campo dell’iride.....

Che era avvenuto nell’intimo di quei due esseri? Con che forza di corrente misteriosa le due anime, incontrandosi solo e sempre per gli occhi, agli occhi avevano potuto imporre quella trasformazione, quello scambio portentoso? — La vecchia sorvegliatrice non fece motto e nemmeno diede segno d’essersi accorta di cosa alcuna; ma la gente della rocca guardava, tra stupita e atterrita, a quello che essa chiamava un nuovo miracolo d’amore. Non andò molto tempo e già per largo tratto di paese s’era sparsa la voce del fatto incredibile; e molti trassero al castello studiando qualche pretesto d’accertarsene cogli occhi proprii. — I due amanti sulle prime gustarono una strana e immensa voluttà contemplandosi così trasformati dalla potenza dei loro sguardi; si sentivano come più uniti nell’amore; vedevano nei loro occhi come un segno di predestinazione a unione più intima e durevole. Ma ben presto sopraggiunse il terrore ad agitare in vario senso le loro anime. Un giorno o l’altro sarebbe tornato il conte....

La contessa nelle veglie interminabili meditava di sottrarsi colla morte alla propria vergogna, e a chi sa quale dura espiazione, quando il terribile marito l’avrebbe guardata negli occhi accusatori; Oliverotto dal canto suo, inspirandolo la passione e la disperazione, lavorava a un piano di fuga in cui era risoluto ad affrontare, con lei, ogni estremo cimento. Ma intanto ogni mattina ambedue pensavano con angoscia indicibile che in quel giorno stesso forse sarebbe giunto alla rocca l’annunzio di un prossimo ritorno!

Invece una improvvisa serenità sopravvenne in quell’orizzonte così minaccioso. Un giorno sull’imbrunire bisognò calare il ponte e ricevere nella rocca, con le debite onoranze, un messo del Senato bolognese. Egli riferì il sunto di un dispaccio da Roma: Sisto V, sia che avesse chiamato a sè il conte per averlo più sicuro nelle mani, sia che in quel frattempo nuovi e più forti capi d’accuse si fossero scoperti contro di lui, appena giunto il conte a Roma, lo aveva fatto legare e chiudere in Castel Sant’Angelo e dopo breve processo strangolare. — La giustizia del sommo pontefice non andava oltre nel punire, mantenendo alla famiglia del ribelle beni, titoli e privilegi.

. . . . . . .

IN CASA DELL’AMICO

Dal salotto da pranzo, guardando per di sopra alla terrazza, fu prima la signora a vedere il fattorino del telegrafo, che saliva ansando per il viale ancora tutto invaso dal sole e sonava al cancello del villino. Il telegramma, portato subito dal giardiniere, diceva così:

«_Abbisognami sua pronta risposta, circa arazzi. È arrivato negoziante milanese. Riparte domani sera._»

— Ah! ecco che Shylok mi vuole stringere i panni addosso, — disse il marito incrociando la posata sul piatto. La signora, lasciata andare indietro la sua testa bruna e guardando il soffitto con aria indolente, mise una pausa in mezzo e replicò:

— E tu attacca la tua voglia ad un arpione. Faremo senza degli arazzi....

E mostrava sorridendo i denti bianchissimi.

L’avvocato rimase un poco a guardare il telegramma spiegato sulla tavola e scosse il capo com’uomo a cui quel consiglio non andava. Poi con accento risoluto:

— No. È già la seconda volta che quell’imbroglione di milanese mi passa davanti. Questa notte prenderò la corsa delle tre e andrò a Ferrara.

— Bel gusto a fare una mala nottata! Telegrafa piuttosto le tue ultime condizioni; e vedrai che gli arazzi saranno per noi.

A queste parole il marito posò sulla donna uno sguardo in cui trapelava l’intimo compiacimento suo. Ebbe un momento di esitazione, ma si raffermò subito nel primo proposito.

— Chi vuole vada, mia cara. Quando tu sarai a letto, io scenderò in città. Passo al _club_ un paio d’ore; ceno magari, se mi vien voglia, e m’arriverà l’ora di prendere il treno senza ch’io me n’avveda. Farò una buona dormita domani: anzi conto, con questo caldo, che avrò finalmente una notte di refrigerio.

Il caldo, di fatti, in quegli ultimi giorni di luglio, era grandissimo; e sebbene la sera fosse assai vicina, nella villa non si sentiva ancora spirare dalla collina un fiato di vento. La signora non rifiniva di mettere dei pezzi di ghiaccio nel suo bicchiere e nel bicchiere del marito.

* * *

Poco prima della mezzanotte, nel piccolissimo gruppo dei frequentatori estivi del _club_, si levò una esclamazione lieta di sorpresa quando l’avvocato fu visto entrare. Egli salutò tutti allegramente: anche il giovane conte Salerni, ch’egli non vedeva da qualche tempo. Dopo una partita all’_écarté_, ordinò da cena e mangiando espose agli amici la causa di quel suo trovarsi in città e al _club_ ad ora così insolita.

Sonarono le due. La comitiva dei cinque o sei in breve si sciolse e rimasero l’avvocato e il Salerni, soli, seduti a un tavolino, l’uno in faccia all’altro. L’avvocato sorbiva lentamente il caffè e il conte gli offerse una sigaretta. Poi, il discorso essendo tornato sulla gita a Ferrara, il conte non esitò a dichiarare ch’egli la giudicava un passo falso.

— Come, un passo falso?

— Sicuro: anzi, una sciocchezza bella e buona. Ma dov’è la tua solita furberia? Io non me la spiego altrimenti che pensando a questo gran caldo che fa. Che diavolo? E non vedi che è tutto un gioco combinato tra il negoziante ferrarese e quello di Milano, che gli fa da compare? Se tu ora ti precipiti a Ferrara, caro mio, fai conoscere d’avere degli arazzi una voglia matta; ed essi, sta’ certo, ti leveranno la sete con l’acqua salata. Oh, molto salata!...

L’avvocato con un gomito sul tavolino e l’indice della mano sulla fronte spaziosa stette alquanto in silenzio:

— E d’altra parte, anche a non andare io corro un rischio. Un gioco combinato, tu dici?... Può essere benissimo. Ma se non fosse? Se, come mi è accaduto altra volta, il milanese dice davvero e compra? Io non voglio che gli arazzi mi scappino. Dopo averci tanto pensato su, sento che mi nascerebbe un albero nello stomaco, come si suol dire. Che vuoi farci? Ognuno ha le sue debolezze: e anche mia moglie, quantunque non lo dimostri, sono sicuro che sarebbe afflittissima se mi vedesse tornare a mani vuote... Pensiamo al modo....

— Senti — disse allora il Salerni con l’accento più naturale di questo mondo — se non è domani, sarà doman l’altro che io andrò a Ferrara e di là al _Trombone_ a vedere un cavallo. Facciamo dunque così: prendo ora il treno di Ferrara e mi presento domani dal mercante a contrattare gli arazzi per conto mio. Tu non ti muovere e dimmi solo l’ultima cifra a cui vuoi arrivare col prezzo: vedrai che domani sera torno con la roba e t’avrò probabilmente anche risparmiato un paio di mille lire.

— È una buona idea e ti ringrazio! — esclamò l’avvocato alzandosi in piedi.

Mancava mezz’ora alla partenza, e i due amici usciti dal _club_ s’incamminarono fumando verso la stazione.

* * *

I due amici passeggiavano sotto la tettoia dinanzi al treno pronto; e già la macchina mandava i primi fischi della partenza. A un tratto, l’avvocato si tastò in fretta con le mani le tasche dell’abito esclamando:

— A proposito! O come faccio io ad andare a casa a quest’ora, che non ho la chiave?

Il conte trasse subito fuori una chiavettina inglese, porgendola all’amico:

— In dieci minuti sei a casa mia. Tu conosci il mio mezzanino. Dormirai tranquillissimo, perchè sono tutti in campagna. Domattina alle nove verrà la portinaia a svegliarti col caffè. Buona dormita!

L’avvocato, per risposta, diede in una risata ed ebbe appena tempo di stringere la mano all’amico montato sul treno, che già si moveva lentamente.

Quando uscì dalla stazione rideva ancora fra sè, tenendo fra le dita la chiave del mezzanino del conte Salerni. Era di buon umore. Gli piaceva d’aver accettato il parere dell’amico circa la gita a Ferrara, gli piaceva d’andar a dormire una notte in città, fuori di casa: incidente bizzarro che gli ricordava la sua vita di scapolo, che lo faceva rivivere nella sua lontana vita di studente.

Però, a cercar bene in fondo all’animo dell’avvocato, si sarebbe visto che altra era la causa di tutto quel suo buon umore. Egli era geloso della moglie. La sua gelosia non era di quelle che dànno ogni giorno in manifestazioni minute, opprimenti, volgari; ma era una idea fissa, una preoccupazione acuta e costante, celata quasi sempre nell’animo con dignitoso riserbo, e per questo assai più dolorosa. Fra le cure di una vita molto affaccendata, in mezzo agli alto e basso de’ suoi affari, quell’uomo, in apparenza positivo e freddo, traeva le ragioni di tutto il suo benessere e di tutto il suo malessere da un fatto solo: la certezza che egli aveva o no dell’amore e della fedeltà di sua moglie. Il rimanente veniva sempre in seconda linea.

Aveva avute, a intervalli, parecchie inquietudini vive. Da ultimo i suoi sospetti erano stati eccitati dal conte Salerni, che s’era messo a corteggiare molto assiduamente la signora ed essa, pur troppo, non gli aveva opposto quel contegno che disanima e stanca un uomo. Questa volta le male apparenze si erano prolungate e aggravate in modo che il marito, non potendone più, aveva espressi a lei con una certa violenza i suoi dubbi e il suo mal contento.

Era la prima volta che le faceva una scena di questo genere.

La moglie accolse le parole del marito con un misto di meraviglia, d’offesa e di sottomissione. Si tenne con lui molto seria per una settimana; ma anche gli dimostrò col fatto che le stavano a cuore il proprio buon nome e la quiete di lui. Il Salerni tornò in visita e fu accolto con amichevole ma fredda cortesia: una cavalcata che di lì a pochi giorni sarebbe fatta e in cui il Salerni doveva intervenire, fu con bel garbo disdetta dalla signora; la quale, perchè proprio voleva che ogni nube fosse dissipata, da venti giorni non era scesa in città che una volta sola e accompagnata da suo marito.

Già da una settimana i pensieri dell’avvocato si voltavano alla tranquillità; ma in quel giorno, in quella serata, in quella notte egli sentiva che una serenità piena e intera era venuta ad occupare rapidamente il suo animo. E ripensava le parole con cui sua moglie s’era provata a dissuaderlo dalla sua andata a Ferrara; e correva con la mente dietro al giovane amico, che, con sì spontanea cortesia, s’era offerto di allontanarsi esso, in vece sua, per un giorno dalla città. — Quale più favorevole occasione invece per i due, se... No! no! Egli era stato ingiusto a sospettare. Nè si fermava a questo unico fatto; ma diffondendo in largo giro le tinte rosee della sua vena confidente, adesso esaminava tutta la sua gelosia passata, la trovava assurda, la sconfessava e malediva con tutta la forza del suo volere. E intanto gli si ricomponeva nella mente la fisonomia di sua moglie, bella, schietta, amorosa degna di un affetto immenso e di una fede senza confine.

Insomma, si sentiva contento. E camminava lentamente sotto i portici respirando l’aria fresca dell’alba, mentre spegnevano gli ultimi fanali. Si sentiva libero e sciolto, come se un cattivo spirito tormentatore fosse uscito per sempre dal suo corpo, in virtù di un felice scongiuro.

* * *

Quando entrò, con in mano un cerino acceso, nella stanza da letto del conte, fiutò gradevolmente un odore delicato di legno di sandalo che impregnava l’aria. — Sibarita! — pensò sorridendo e inoltrandosi di qualche passo nella stanza.

Poi accese la lampada e si guardò intorno. La camera da letto era vasta, ricca, bellissima e, mediante una alcova in fondo, aveva anche l’aspetto di un salotto da ricevere. I buongustai, visitandola insieme a tutto il mezzanino, concordavano nel giudicare che il Salerni vi s’era mostrato artista, a un tempo, e gran signore. Il conte si scagionava d’ogni merito e confessava che, avendo lungamente vissuto a Vienna con un artista celebre e fortunato, egli non aveva fatto altro che imparare da lui, anzi copiare in piccolo dal suo appartamento. A ogni modo il copista aveva mostrato molto buon gusto nella scelta e nella esecuzione.

L’avvocato, respirando l’odore di sandalo, girava gli occhi ammirati sui mobili e sulle pareti, li posava sul pavimento di marmo bianco riquadrato a liste nere, li spingeva nell’ombra discreta dell’alcova, in cui vedeva il letto basso e semplice con il lenzuolo bianco rimboccato sulla coperta azzurra, sotto i festoni azzurri delle cortine ricchissime.

— Sibarita! — ripetè l’avvocato, ma senza sorridere. E subito pensò che certo delle donne erano state là dentro; e pensò che certo dovevano aver serbato una molto grata memoria di quel luogo.

Il suo buon umore era già disceso, e seguitava a discendere rapidamente come la colonna di mercurio di un termometro quando è portato da un luogo caldo a un luogo freddo. Chi sapeva dirgli in che modo le ragioni tanto eloquenti del suo benessere di mezz’ora fa si erano così raffreddate, scolorate, spente? Adesso, ecco che altre impressioni e altre idee lo signoreggiavano! La figura del giovane conte, nel fisico come nel morale, lì in quella sua bella camera da letto, assumeva nel cervello dell’avvocato un improvviso fascino di seduzione ch’egli, suo malgrado, percepiva con una vivezza nuova, strana, esagerata, terrificante. Poi non potè fare a meno di tramutare quella percezione da se stesso in sua moglie; poi a un tratto si immaginò, sua moglie, se la vide dentro quella stanza..... e fu costretto a chiudere gli occhi, sentendosi correre un freddo per tutto il corpo...

Capì che bisognava distrarsi e si provò ad osservare con curiosità i quadri, le armi, le maioliche. Maggiore attrattiva ebbero per lui alcuni _album_ di fotografie e disegni posti sovra una tavola grande. Passavano sotto i suoi occhi rabeschi fantastici, schizzi e caricature bizzarre, ricordi di luoghi veri; passavano fisonomie di persone note e sconosciute: ed egli seguitava a voltare le pagine piuttosto in fretta, come chi va in cerca di una data cosa. Prese da ultimo fra le mani un piccolo _album_ elegantemente rilegato in velluto con grandi fermagli e borchie d’oro; e si pose ad esaminarlo meno in fretta che gli altri. Si capiva che quello era il volume privilegiato, l’_album_ riservato alle più belle signore conosciute dal conte in paese e fuori.... L’avvocato aveva il presentimento che qui avrebbe trovato il ritratto di sua moglie. Invece arrivò all’ultima pagina senza trovar nulla. Ma dov’era dunque il bel ritratto che essa un mese fa, aveva regalato al Salerni, in sua presenza? Dove lo teneva egli? La mente del marito trovò in quella assenza del ritratto una nuova e forte ragione d’inquietudine; e pensò a quei dolci nascondigli ove l’immagine della donna che si ama è messa in salvo da ogni profano contatto, da ogni convivenza indegna, da ogni occhio indiscreto e geloso.... Si mise a cercare per tutto nella stanza, ma fu ancora inutile. Presso al letto, però, stette ad osservare una bella fotografia della _Glaneuse_ di Berton; e nei contorni di quello schietto viso di campagnuola, negli occhi e perfino nella linea forte e slanciata dei fianchi, credè di cogliere una tal quale somiglianza con le brune bellezze di sua moglie.

Dentro intanto gli cresceva la smania; e se avesse avuto lì presso il conte Salerni, sentiva che forse non avrebbe resistito al bisogno di mettergli le mani addosso e di frugarlo, come una guardia daziaria fruga una persona sospetta di contrabbando.

Intanto erano passate delle ore. Fuori la giornata estiva era cominciata da un pezzo, ma nel mezzanino chiuso del conte durava ancora piena la quiete della notte. L’avvocato ascoltò in quel silenzio, ove non era altro suono che il _tic tic_ continuo di un tarlo che lavorava entro un mobile vicino a lui: ascoltò e si mise una mano alla fronte, perchè gli pareva che quel tarlo lavorasse proprio entro il suo cervello.... E quello fu il cominciamento di un bisbiglio strano e interminato, che si mise a girargli intorno agli orecchi, a empirgli il capo e scuoterlo e assordarlo tutto con un turbamento e un fastidio indescrivibili. Gli pareva che quel bisbiglio venisse dai quattro angoli della stanza, uscisse di dietro ai quadri delle pareti, dai mobili, dagli _album_, dal letto: e vi sentiva dentro un vago rumorìo di suoni che non arrivava a distinguer bene, ma pure ci coglieva dentro, così in confuso, come una nenia di lamenti mista a voci di scherni..... Finalmente lo pigliò alla gola un fortissimo bisogno d’aria e corse a spalancar la finestra.

Entrarono il sole oramai alto, l’aria viva e il cinguettìo mattutino dei passeri.

L’avvocato, così com’era in maniche di camicia, stirò le braccia fuori della finestra e si mise a provare gli occhi abbagliati sul vasto giardino che si stendeva dietro il palazzo, poi gli alzò alle colline sorgenti in faccia a lui. Che tranquilla allegria da per tutto! Vedeva a mezza costa, vicinissimo, il suo bel villino, col tetto spiovente con le persiane ancora chiuse e i muri rosseggianti in fra gli alberi verdi.

Certo, pensò, a quell’ora sua moglie dormiva sempre. Questa idea penetrò in mezzo al triste scompiglio della sua testa e, se non vi mise nè ordine nè calma, riuscì almeno a produrre una risoluzione: «Presto bisognava correre al villino, andare da lei, entrare inaspettato nella sua stanza, svegliarla con un bacio, dirle un mondo di cose, sentirsi ancora ripetere da lei alcune di quelle parole che tante volte avevano rianimata in lui la fede e messo un refrigerio nelle sue viscere tormentate dagli aculei del sospetto! Presto bisognava subito uscire da quella stanza maledetta ove la gorgone orrenda della gelosia lo aveva guardato per lunghe ore con gli occhi immobili; ove l’aria pareva impregnata di recente adulterio, ove tutte le cose gli bisbigliavano intorno una infame canzone di lamenti e di scherni! Presto! Presto!»

E andò a bagnarsi il viso nell’acqua fredda e a ricomporsi in fretta i capelli arruffati.

Stava infilando una manica dell’abito, quando gli giunse dalla stanza vicino un lieve rumore di passi che si fermarono all’uscio. Dopo alcuni secondi sentì anche picchiare... Allora corse ad aprire e si trovò in faccia a sua moglie, che diede indietro senza far motto, diventando smorta. Un momento prima, ella aveva nella bocca il sorriso trepido della donna innamorata che, entrando in quella stanza, s’immaginava d’apportarvi una sorpresa molto gradita.....

CANTORES!

Io non penso, mia cara, d’aver demeritata la vostra stima. E fosse pur vero tutto quello che voi siete andata fantasticando dopo la mia lettera di martedì, o credete voi proprio che anche in un desiderio a prima vista disumano, grottesco, bislacco e teratologico, non possa nascondersi un alto senso di poesia? E sopratutto un alto senso di verità?

Voglio che m’ascoltiate attentamente e pacatamente. Io ora sento di potervi parlare con calma e voi non avete più a temere da me nè crudezza di linguaggio biblico, nè impeti di «lirismo forsennato.» Sono calmo, v’ho detto, e sopratutto non ho mai cessato d’esser uomo: anzi ho in me il convincimento profondo — dopo tutto quello che è passato nell’animo mio nei giorni addietro — che un aspetto nuovo della umanità mi si è svelato e s’è in qualche modo aggiunto all’esser mio d’uomo.

Vedete dunque che io non ho niente da rimproverarmi e voi niente da sospettare sul conto mio.

* * *

Ed ecco come andò.

Io nemmeno sapevo che quella fosse la festa dell’Ascensione. Avevo pranzato solo e di buona ora all’Albergo _Milano_. Come passare meno male il tempo in quel lungo dopo pranzo? A Roma in casi simili, io ho sempre la risposta pronta: salgo in una _botte_ e mi faccio condurre a San Pietro. Ho per quella grande piazza ellittica una specie di passione strana che alimenta in me una bramosia inesauribile di rivederla: il getto superbo di quelle due fontane, illuminato dal sole, pare ogni volta che mi slarghi il petto e mi fa ballare il cuore di gioia, mentre l’immane colonnato, curvilineo, serrandomi a destra e a sinistra l’orizzonte, e tutte quelle statue poggianti ritte sovra l’attico e in atto d’osservarmi severe, par che mi avvisino ch’io sono entrato in un vecchio mondo misterioso e magnifico. Anche per la basilica vaticana io ho sempre avuta una forte ammirazione, e me la sento dentro aumentare e ingigantire, man mano che in me si raffreddano i romantici entusiasmi per certe architetture gotiche.... So che anche voi, mia cara, mi condannate per questo, ed io chino il capo rassegnato, aspettando che il tempo mi renda giustizia. Lento ma ottimo giustiziere il tempo, non è vero? Voi lo sapete per prova.

Arrivai dunque in piazza San Pietro un’ora circa prima del tramonto del sole. Cominciavano le grandi ombre a stendersi dalle moli colossali: delle due fontane quella ch’io vedevo, arrivando, alla mia sinistra, pareva tutta raccolta e tranquilla nella calma vespertina, ma l’altra, dardeggiata obliquamente dal sole occiduo, era tutta una letizia di raggi e di zampilli e di nebbia luminosa, diffusa intorno per largo tratto. Un gruppo di signori forestieri, uomini e donne, stava fermo ad ammirarla; e parevano contentissimi d’essere inaffiati da quella rugiada.

Credevo come al solito di trovare la gran chiesa a quell’ora deserta, ma m’ingannai.

La festa dell’Ascensione aveva chiamata là molta gente: forestieri delle provincie, romani _de_ Roma, _inglesi_, suore, trasteverini, _minenti_, frati, preti, pifferari, la turba mista e bizzarra insomma che San Pietro accoglie in alcuni giorni dell’anno e che vanamente cerchereste altrove; le centinaia e le migliaia che si sparpagliano, povero formicaio umano, sotto le navate enormi, e si perdono, come ombre, dietro i piloni smisurati, non facendo nemmeno sentire il fruscìo dei loro piedi...

Mentre spingevo il pesante tendone della porta, m’arrivò subito una modulazione musicale. Era un istrumento? Era voce umana? Così alla prima non potei capire. Era un suono di timbro ed acutezza insolita, esilissimo, eppure vibrante per quella vastità in modo che parea tutta riempirla. Fatti alcuni passi nella basilica, sentii distintamente la frase di un verso biblico arrivarmi colle note all’orecchio. Era dunque canto umano senza dubbio.

E quale canto, signora! Immaginate una voce che fonde insieme la dolcezza del flauto e l’animata soavità della laringe umana, una voce che sale, sale leggera e spontanea come vola per l’aria un uccello di paradiso, e quando vi pare che siasi posata sugli ultimissimi vertici della gamma sopracuta, ecco che spicca ancora altri voli e sale sale sempre egualmente leggera, egualmente spontanea, senza la più piccola espressione di sforzo, senza il più tenue indizio d’artifizio, di ricerca, di stento, una voce infine che vi dà l’idea immediata del «sentimento fatto suono» e dell’ascensione d’un’anima verso l’infinito sull’ali di quel sentimento Che vi dirò di più? Ho sentito la Frezzolini in camera e la Patti in teatro; ho ammirato Masini, Vögel, Cotogni; ma in mezzo alla mia ammirazione rimaneva sempre qualcosa di inappagato in fondo al mio desiderio; rimaneva da togliere un certo dissidio fra l’intenzione dell’artista, non di rado elevata e fine, e la piena condiscendenza de’ suoi mezzi vocali. — Qui invece tutto il mio essere era mirabilmente soddisfatto: non la minima asprezza nel passaggio da un registro all’altro della voce, non penuria di astensione, non disuguaglianza di timbro da nota a nota, ma un linguaggio musicale calmo, dolce, solenne, intonatissimo, che mi stupiva e mi rapiva a un punto solo colla potenza di una gratissima sensazione non provata innanzi mai!

Mi spinsi avanti per la basilica con passi affrettati verso quella voce e quel canto. — Nel giorno dell’Ascensione i cantori della Cappella Sistina scendono in San Pietro e prendono parte alla celebrazione della festa. Cantano sotto la cupola di Michelangelo in una piccola cantoria eretta all’uopo, accompagnati da un piccolo organo, che anch’oggi, come al tempo di Berlioz, è mosso sovra delle rotelle pel pavimento.

La folla si faceva man mano più densa, ma io m’adoprai in modo che dopo circa dieci minuti ero arrivato proprio sotto la cantoria e guardavo in faccia il mio _solista_. — Eseguivano un _mottetto_ dell’Allegri quasi tutto affidato a lui; il coro entrava di tanto in tanto con brevi _risposte_, e l’organo con pochi accordi di accompagnamento aiutava a sostenere l’intonazione perfetta.

Finalmente ho intesa la voce vera del _soprano_. Vadano a riporsi le signore cantatrici che usurpano questo nome! Con più appropriato vocabolo le chiameremo, se vogliono, _soprane_; ma è da augurare per il bene dell’arte del canto, declinante a gran passi, ch’esse smettano una buona volta la sciagurata ambizione d’assurgere cogli sforzi della loro laringe a certe acutezze diatoniche solo legittimamente consentite ai soprani veri ed a soprani sacri — ai soprani per diritto divino.

Oh chi ridona all’arte i vecchi contralti, così giustamente rimpianti da Gioacchino Rossini!

Nè vi paia strano, o signora, ch’io in quel giorno abbia anche compreso e partecipato il disgusto di Parini per i soprani in teatro;

Abborro sulla scena Un canoro elefante...

Sì, quella voce eccezionale e quasi sorvolante agli orizzonti della vita è fatta per esprimere slanci di preghiere e rapimenti di estasi religiosa, non è fatta per disposarsi alle torbide passioni del dramma umano, nè per concorrere, profanandosi, al divertimento scenico. Nella scena essa doveva perdere il suo prestigio mistico senza acquistare il vigore, la pieghevolezza e la verità del dramma, e questo forse spiega perchè il vero dramma musicale moderno comincia e coincide col bando dei veri soprani dalle nostre scene melodrammatiche. E se comprendo l’ammirazione dei nostri nonni elevata al più alto grado, trovo impossibile e ridicola la passione. L’amore di Sarazine per Zambinella e la sanguinosa avventura a cui riesce, per quanto magistralmente narrati da Balzac, mi lasciano freddo ed incredulo. Meglio comprendo gli epigrammi scritti dal popolo napoletano sulla casa costrutta da Cafariello....

* * *

Io guardavo attento il mio soprano. Era un giovane alto, pallido, non grasso, con una barbetta rada e gentile, ritto e composto nella sua cotta bianchissima davanti al suo leggìo. Mentre la sua voce si elevava come un razzo canoro serpeggiando in trilli e scale, dispiegandosi in magnifiche declamazioni, io non riuscivo a notare in lui il più piccolo segno di fatica e di sforzo. La testa era lievemente inchinata sulla musica che teneva con le due mani immobili. Cantava a quel modo e pareva che leggesse. Solo i suoi occhi si dilatavano, illuminandosi tratto tratto allorchè una frase musicale toccava il suo momento di più viva espansione; solo le rughe della sua fronte si spianavano e si contraevano assecondando le movenze del ritmo.

Ebbene, guardando quegli occhi illuminati e il tremito di quella fronte, io ho sentito che quel giovane cantore gustava in quell’ora una felicità alta ed intensa come io e voi, mia cara, non abbiamo probabilmente gustata mai. — Egli era felice, ma più che di tutta quella folla attenta e rivolta a lui, e del lieve mormorìo d’ammirazione contenuta che le sue mirabili note ogni tanto suscitavano sotto la più augusta cupola del mondo, egli era, io credo, felice della bellezza del suo canto che si sentiva ripiovere sull’anima come una rugiada celeste!

Io l’ho compreso e l’ho invidiato: nel calore del mio entusiasmo ho pronunziato dentro di me il pazzo augurio che ho avuto la franchezza di significarvi e che mi ha tirato addosso le espressioni del vostro orrore. Che volete ch’io vi dica? Durante quel mottetto dell’Allegri uno strano cambiamento è avvenuto in me; e mi pareva che nell’animo mio si facesse una gran luce improvvisa. In quella luce io vedevo — bizzarra visione — gli antichi Coribanti che menavano intorno, con gesti e grida di gente estatica una danza vertiginosa, e in mezzo a quella ridda vedevo alzarsi la figura grave e serena di Origene che tendendo una mano e gli occhi verso le stelle esclamava: _beati!_... Al tempo stesso mi venivano in mente certe parole con cui il duca di Richelieu ringraziò la bontà divina quando s’accorse d’esser giunto al termine della sua carriera — nè diplomatica, nè militare.

E pensavo: quando questo giovane sarà anch’esso innanzi cogli anni e un giorno s’accorgerà di non aver più la voce atta al mistico ufficio a cui ora la consacra, con che parola ringrazierà egli Dio della sua carriera compiuta?... In sostanza la mia mente s’andava arrampicando su per delle guglie perigliose e splendide. Mi tinnivano negli orecchi e mi sentivo vibrare per tutto l’essere accordi e dissonanze piene di voluttà ignota. Alzavo gli occhi e mi pareva che gli Evangelisti dai grandi pennacchi mi accennassero colla testa che avevo ragione. Sarò stato pazzo, se volete, ma ero superbo e felice.

Potete condannarmi, ma, francamente, a compiangermi avreste torto.

PRIMO RICORDO

Io voglio risalire con la mente al primo ricordo preciso della mia vita. Più in là, per quanto io guardi, non veggo ondeggiarmi dinanzi che qualche ombra vaga, perdentesi nei primissimi crepuscoli della mia memoria.

Ecco: io veggo ancora la casetta ove la mia famiglia passava gran parte dell’anno quand’ero bambino; bassa, bianca, con le finestre verdi, non circondata d’alberi, posta fra la strada maestra e il fiume Savena, a tre miglia da Bologna.

Doveva da poco essere incominciato il giorno, perchè, guardando dalla finestra, io vedevo il cielo da una parte tutto sparso di nubi rosse; un rosso vivissimo, come non ho visto di poi che rarissime volte in qualche tramonto estivo. — Quantunque fosse così di buon ora, nella casa già era un tramestìo grande. Sentivo aprire e chiudere usci, sentivo passi affrettati e bisbigli.

Certo io non mi vestii e non scesi di letto senza aiuto; ma non posso ricordarmi di chi m’aiutasse. Veggo la fisonomia d’una ragazza di casa, l’Eugenia; ma quella fisonomia si mesce confusamente a quasi tutti i miei ricordi infantili.

Dopo, la mia memoria si perde per un certo tratto. C’è come uno strappo che non riesco a riunire. Dove e come io abbia passato quella giornata non ricordo: un momento mi veggo in confuso a passeggiare con un grosso cane vicino al fiume, che cominciava ad ingrossare per una delle solite piene d’autunno. Probabilmente mi avranno tenuto apposta fuori di casa, ove non poteva che essere, molto male a proposito, tra i piedi alla gente.

Ma più tardi verso il tramonto, ecco ch’io sono ancora in casa mia e precisamente sulla breve scala che dalle stanze superiori mette nella loggia al pianterreno.

La porta è aperta, spalancata, e veggo della gente che va e viene per la strada maestra. Nella loggia veggo tre o quattro persone, intorno ad un lettino situato in faccia alla porta. Distinguo benissimo mia madre che sta in piedi accanto al lettino e di tanto in tanto si china sovr’esso, con una grande espressione d’angoscia, senza pronunziar parola....

In quella cuna agonizzava una mia sorellina di circa un anno e mezzo; e l’avevano portata dalla sua stanza nella loggia, vicino alla porta spalancata a vedere se potesse meno penosamente respirare. Io credo che la poverina morisse di difterite; ma allora i medici non avevano ancora messo in voga questa orrenda parola.

La bimba era proprio agli estremi: ed io dalla scala, non osservato, stavo guardando la triste scena. Guardavo immobile, con gli occhi fissi, senza rendermi ancora conto di ciò che accadeva; ma sentendo confusamente dentro di me che io mi trovava in presenza di una cosa arcana e terribile.

Il visino della bimba era tutto color di cera, fuor che intorno alla bocca semi-aperta, che si mutava via via in una tinta fra il nero e il violetto. I due braccini, fuori della coperta, stavano abbandonati e senza moto, sul corpo inerte. Tutto il moto del corpo poi erasi limitato su su verso il collo e la bocca, negli ultimi sforzi della respirazione, che ad ogni minuto secondo andava affrettando penosamente e come restringendo sempre di più il suo circolo breve.

Il respiro della creaturina somigliava nel suono a un lieve rantolo sibilante.

Ed io lo sentivo quel respiro di moribonda, e fino a che mi rimarrà la memoria avrò viva e presente la indicibile pena che esso mi faceva. Sarà forse effetto d’immaginazione, ma adesso mi par certo che, sempre guardando dalla scala, anch’io allora respiravo con affanno, e seguivo e secondavo e numeravo, in qualche guisa, quel ritmo doloroso....

A un tratto il sibilo prese a diminuire rapidamente e non sentii più nulla. Allora il medico accese una candela e l’accostò alla bocca della bimba. Quando sentii singhiozzare e piangere forte intorno a me, mi misi a piangere forte anch’io, così che l’Eugenia mi trasse di là e mi condusse fuori nel prato ripetendomi spesso: _è andata in paradiso!_

Che cos’era per me il paradiso? Anche questo mi venne spiegato: ma per quanto la descrizione fosse allegra io seguitavo ad essere triste. E più d’una volta volli rivedere la bambina morta, già leggiadramente acconciata in mezzo ai fiori nella sua cuna.

La sera del giorno dopo ebbe luogo il mortorio. Io era sul ponte ad attenderlo e non ricordo con chi. Ricordo invece benissimo che la piena del fiume era grandemente cresciuta e che l’acqua faceva sotto di noi un gran rombo, precipitandosi dalla cascata e urtando contro i piloni degli archi. Ero seduto sulla spalletta del ponte e una mano mi teneva: io guardavo in giù nel buio da cui saliva monotono il rombo del fiume grosso.

Intorno a me erano molti bimbi che facevano un chiasso allegro: ma io nella mia testa ascoltavo il fiume e associavo, non so come, a quella sensazione una idea triste di fuga, di violenza, di rapina.

E quando finalmente si avvicinò la lunga fila dei ceri accesi, che misero nell’aria piovigginosa e buia come un incendio giulivo, io non ristetti dal guardare a basso le acque torbide, le acque fuggenti sotto di me; e credetti un momento, laggiù fra i tronchi d’alberi portati dalla piena, di veder passare la mia sorellina dentro la sua cuna; la mia sorellina morta, che il fiume mi portava via, lontano, per sempre, verso un abisso ignoto, e dove non pertanto avrei voluto seguirla e perdermi con lei...

IN REPUBBLICA

Diamo le spalle a Rimini e all’Adriatico: la vettura corre rapidissima traverso i campi, verso la montagna, per una larga strada fiancheggiata da siepi di biancospino che verdeggiano allegramente al primo sole d’aprile.

Il primo sole d’aprile è già sorto da mezz’ora sui monti d’Albania e si specchia nelle acque del mare, splendido, allegro, esultante forse dei propri splendori e della vita primaverile che sveglia e sollecita per tutto sulla terra. — Io, senza volgermi e fissarlo, ma guardando innanzi a me la campagna bellissima, lo tratto con un’apostrofe: chi sa quanti _pesci d’aprile_ illuminerai tu oggi, o vecchio sole!

Questa idea mi mette addosso una specie d’allegria infantile. — Io, a buon conto, per quest’anno non corro più alcun rischio, mettendo tre lunghe ore di via montuosa fra me e il mio caro mondo civilizzato. Addio dunque, _salons polis, hommes polis, dames polies!_ Io m’arrampico sulle cime dei monti a cercare ed a visitare un ultimo rifugio della semplicità antica... Di lassù oggi potrò gettare a queste _basse regioni_ le mie occhiate più tranquille, sfidando tutti i _pesci d’aprile_ che mai sia dato di confezionare a tutte le comari, a tutti i barbieri e a tutti i giornalisti del bello italo regno.

* * *

Così pensando, levo gli occhi alla meta del mio viaggio, al monte Titano, sede della città di San Marino, capitale della serenissima repubblica dello stesso nome.

_Conveniunt rebus nomina._ Chi, viaggiando in ferrovia tra Cesena e Rimini, guarda verso mezzodì la catena dell’Appennino, non può a meno di fermare l’occhio sovra questo enorme sasso bruno, diroccato, torreggiante un gran tratto colle sue tre creste superbe sulle cime minori; ed esso richiama davvero alla mente l’idea d’un gigante favoloso che un tempo si levò a lottare coll’onnipotente, e ora, tutto solcato dalle folgori, vinto, più che domo, sta adagiato lassù da secoli a guardare, a sfidare sempre il cielo col piglio cruccioso e dispettoso di Capaneo. Vedete che effetto può fare la distanza in una fantasia riscaldata ancora da qualche reminiscenza del De-Colonia!

La strada, dopo alcune miglia, comincia a salire; poi l’erta a breve andare diventa così rapida, che i cavalli non bastano più. S’aggiunge alla vettura un paio di bovi e malgrado il poderoso aiuto si va su lenti lenti guadagnando la montagna a oncia a oncia.

Il monte Titano intanto vi pare vicinissimo, è lì, proprio a pochi passi da voi; lanciando un sasso vi sembra certo che arriverebbe alla cima. Come va dunque che per due lunghe ore non vi par quasi di procedere innanzi, come se vi moveste a passi di tartaruga? Questa lunga e tediosa illusione è prodotta dall’immenso _zig-zag_ ad angoli vicinissimi che la strada è costretta a disegnare sul dorso del monte per aver l’onore d’essere carrozzabile. Io inganno il tempo guardando la collina intorno assai bene coltivata, coi peschi ed i mandorli tutti in fiore, i grossi quercioni coi rami ancora ignudi, gli ulivi e i lecci spiccanti pel verde pallido e cupo delle loro foglie perenni.

Guardo e chiacchiero con due miei compagni di viaggio.

Il primo è un forlivese; amico intimo del celebre baritono Cotogni, un tempo baritono anch’esso; ora è uomo d’affari notissimo a Bologna e per tutta Romagna. E il più dilettevole compagno di viaggio che si possa desiderare da un musicomane par mio.

Quando ogni argomento di chiacchiere è esaurito, e le ore della ferrovia si succedono lente, lunghe, uggiose, e il sonno promette sempre di venire e non viene, allora l’amico ex cantante trae fuori dal ricco repertorio de’ suoi ricordi teatrali una