Chapter 2 of 6 · 3972 words · ~20 min read

Part 2

LYNG. Io rimasi parecchio tempo nell’acqua ghiacciata prima che arrivassero i soccorsi, e di quel bagno la mia salute ne ha sempre risentito. Da allora io sono malato di petto e dovetti abbandonare il mare: fu per me una vera felicità.

ARN. Una felicità?

LYNG. Il mio male non è grave ed ora posso diventare scultore, realizzando così il mio sogno. Quale gioia modellare l’argilla che, sotto le nostre dita, poco a poco, prende la forma e vita.

ELLIDA. E che cosa desidera modellare? delle Sirene o delle antiche Valchirie.

LYNG. Il mio sogno è di dedicarmi a una grande opera, ad un gruppo.

ELLIDA. Ed il soggetto di questo gruppo?

LYNG. Un gruppo che io vidi realmente.

ARN. Si provi e vedrà che riuscirà.

ELLIDA. Ma che cosa è dunque?

LYNG. Ecco la mia idea: una giovane donna, moglie di un marinaio, dorme e dormendo sogna: io mostrerò il suo sogno.

ARN. È tutto qui?

LYNG. No, vi deve essere un’altra figura, un fantasma: il marito ingannato durante la sua assenza è morto in mare.

ELLIDA. Morto?

LYNG. Sì, durante un lungo viaggio. Ed ora il fantastico: egli ritorna nella notte alla sua capanna ed ora sta ritto ai piedi del letto fissando la moglie. Egli deve essere bagnato come un uomo che esce dalle onde.

ELLIDA. (_raggomitolandosi nella poltrona_) Che soggetto singolare. (_chiude gli occhi_) Io vedo già la scena disegnarsi davanti ai miei occhi.

ARN. Mi scusi, signore, poco fa lei diceva che il gruppo doveva rappresentare una scena a cui lei stesso era stato testimone.

LYNG. Infatti, ho veduto qualche cosa di simile.

ARN. Come! Lei ha veduto un morto che....?

LYNG. Non l’ho veramente veduto ma....

ELLIDA. (_con grande interesse_) Racconti su la prego....

ARN. (_a Ellida_) È una storiella che le farà piacere: c’è del mare....

ELLIDA. Continui signor Lyngstrand.

LYNG. Il nostro brik aveva lasciato Halifan per tornar qui. Il nostromo ammalatosi era stato mandato all’ospedale e un americano aveva preso il suo posto. Il nuovo nostromo....

ELLIDA. L’americano?

LYNG. Sì; il nuovo nostromo un giorno si fece prestare dal capitano dei vecchi giornali norvegesi che leggeva con passione, dicendo di voler imparare il norvegese.

ELLIDA. E il seguito?

Lyng. Una sera si alzò un forte temporale. Eccetto il nostromo ed io, erano tutti sul ponte. L’americano aveva male ad un piede da non poter camminare, ed io soffrivo in modo che mi era impossibile muovermi dalla mia amaca. Egli, come sempre, leggeva i giornali.

ELLIDA. Continui.

LYNG. Ad un tratto, egli gettò un grido, poi si mise a lacerare il giornale, ma tutto ciò tranquillamente.

ELLIDA. Senza dir nulla?

LYNG. No, sul principio non disse nulla, poi come parlando a sè stesso, mormorò: «Ella è maritata! si è unita ad un altr’uomo durante la mia assenza!»

ELLIDA. (_socchiudendo gli occhi_) Diceva proprio così?

LYNG. Sissignora, e pronunciò queste parole in norvegese. Quell’uomo aveva una grande facilità per imparare le lingue.

ELLIDA. Come è andata a finire?

LYNG. Non mi dimenticherò mai quello che ha soggiunto poi dolcemente «Ma essa è mia e sarà mia; mi seguirà, dovessi tornare a cercarla laggiù, come un annegato che torna dal fondo del mare.»

ELLIDA. (_si versa un bicchier d’acqua — la sua voce trema_) Auff! come fa caldo quest’oggi!

LYNG. E disse tutto questo con una tale espressione di forza e di volontà che, ne sono sicuro, manterrà la sua parola.

ELLIDA. E non sa che cosa sia avvenuto di quell’uomo?

LYNG. Dev’esser morto.

ELLIDA. Come può supporlo?

LYNG. Nello stesso viaggio al ritorno abbiamo naufragato nel canale. Io riuscii a scivolare nella grande scialuppa col capitano e cinque marinai. Il pilota invece s’imbarcò col marinaio sul piccolo canotto.

ELLIDA. E non si ebbe più alcuna notizia di loro?

LYNG. Alcuna, almeno a tutt’oggi, in cui mi scrive anche il mio benefattore. Da quest’avventura io voglio trarre il soggetto d’un’opera d’arte. Vedo la sposa infedele del marinaio, poi il vendicatore che quantunque annegato sorge, cosa orrenda, dal mare. Me le vedo queste due figure innanzi agli occhi palpitanti di vita.

ELLIDA. Io pure. (_si alza_) Andiamo a cercare Wangel. Qui si soffoca (_si avanza in giardino_).

LYNG. Io me ne vado, volevo solamente farle una piccola visita per porgerle i miei auguri. Ora che l’ho fatta....

ELLIDA. Faccia come crede. Arrivederci allora e grazie dei fiori. (_Lyngstrand saluta ed esce dal giardino_).

SCENA XI.

ELLIDA _e_ ARNHOLM.

ARN. (_alzandosi e avvicinandosi a Ellida_) Quel racconto l’ha commossa?

ELLIDA. Sì, ciò non pertanto...

ARN. Eppure non c’era nulla di straordinario. Doveva immaginarselo.

ELLIDA. (_fissandolo attonita_) Dovevo immaginarmela?

ARN. Lo credo.

ELLIDA. Immaginare che un uomo possa tornare al mondo in quelle circostanze!

ARN. Ma no, diavolo! Forse che questa pazza storia dello scultore, avrebbe....

ELLIDA. Mio caro Arnholm, non è tanto pazza quanto lei suppone.

ARN. Dunque questa storiella dell’uomo risuscitato l’ha turbata a questo punto? Ed io che credevo...

ELLIDA. Che cosa?

ARN. Credevo che quella sua emozione non fosse che una simulazione da parte sua, o che soffrisse per un’altra causa; per lo spettacolo a cui assiste di vedere che qui si solennizza in secreto una festa di famiglia, e che suo marito e i suoi figliuoli vivono una vita di ricordi a cui lei è estranea.

ELLIDA. No, no, non parliamo di questo; io non ho alcun diritto di pretendere che mio marito sia solo per me.

ARN. Eppure è il suo diritto.

ELLIDA. Forse, ma non ne uso, perchè io pure vivo una vita di ricordi, alla quale gli altri sono estranei.

ARN. Lei?... (_a voce bassa_) Dunque.... dunque lei non ama suo marito?

ELLIDA. Io? ma io l’amo con tutto il mio cuore, ed è ben questo che è orribile, inesplicabile.

ARN. Signora Wangel, abbia confidenza in me, mi confessi ogni cosa.

ELLIDA. Non posso, almeno per ora: forse più tardi.

SCENA XII.

DETTI _e_ VIOLETTA, _quindi_ WANGEL _ed_ HILDA.

(_Violetta appare sulla terrazza e scende in giardino_).

VIOL. Vogliono intanto passare nel salone? Papà arriverà a momenti.

ELLIDA. Sì, sì.

WAN. (_che ha cambiato d’abito da sinistra con Hilda_) Eccomi finalmente libero. Ho sete, beverei volontieri qualche cosa di fresco.

ELLIDA. Aspetta un momento. (_va a prendere i fiori_).

HILDA. Che bei fiori! Chi l’ha portati?

ELLIDA. Mia cara Hilda, me li ha regalati lo scultore Lyngstrand.

HILDA. (_stupita_) Lyngstrand è stato qui un’altra volta!

ELLIDA. (_con piccolo sorriso_). Sì, è venuto a portare i fiori per la festa.... tu sai bene....

VIOL. (_guardando di sottecchi Hilda_) Ah!

HILDA. (_tra sè_) Che imbecille!

WAN. (_imbarazzato, a Ellida_) Hem.... bisogna che ti spieghi.... ti dirò mia cara, mia amata Ellida...

ELLIDA. (_interrompendolo_) Venite ragazze. Mettiamo anche questi fiori con gli altri. (_sale la terrazza_).

VIOL. (_a Hilda_) Vedi Hilda, che non è cattiva come la dici?

HILDA. (_a bassa voce con tono irritato_) Quanto sei sciocca! Fa tutto questo solo per piacere di più al babbo.

WAN. (_che è salito sulla terrazza, stringendo la mano a Ellida_) Grazie, grazie: ti sono riconoscente Ellida per questo tuo atto.

ELLIDA. (_cambiando disposizione ai fiori_) Bah! Perchè non debbo fare qualche cosa anch’io per la mamma?

ARN. Hem....! (_si dirige verso la terrazza, Violetta ed Hilda rimangono in giardino_).

FINE DELL’ATTO PRIMO.

ATTO SECONDO.

_Sul Belvedere, una collina sorge dietro alla città. Nel fondo un albero con un anemoscopio. Attorno all’albero delle grandi pietre che possono servire da sedili. All’orizzonte si scorge il fiordo e le isole. Non si vede la distesa del mare. È una chiara notte d’estate. Una luce rosso gialla fluttua nell’aria. Si odono in lontananza canti a quattro voci che vengono dalle colline di dietro._

SCENA I.

BALLESTED _con una_ COMITIVA.

(_Alcuni giovani della città, uomini e donne vengono da destra chiacchierando fra loro, passano davanti all’albero ed escono da sinistra. Poco dopo viene Ballested che guida dei touristes d’ambo i sessi. Ha in mano scialli e valigie_).

BALLESTED. _Do you, see, làdies and gentlemen_.... Noi andremo anche là, dietro vi è un’altra _hauteur e down again...._ (_continua a parlare con grande confusione di linguaggi, ed esce con la sua schiera da sinistra_).

SCENA II.

HILDA _e_ VIOLETTA.

(_Hilda entra di corsa da destra e si ferma per guardare dietro a sè. Violetta entra subito dopo dalla stessa parte_).

VIOL. Perchè ti sei messa a correre avanti ed hai lasciato Lyngstrand?

HILDA. Perchè non posso camminare adagio. Guarda come si trascina a poco a poco.

VIOL. Ma tu lo sai che è sofferente.

HILDA. E credi che sia molto ammalato?

VIOL. Sì, purtroppo, povero giovane.

HILDA. Oggi è venuto dal babbo, voglio domandargli che cosa ne pensa lui del suo stato.

VIOL. Babbo mi disse che ha offeso i polmoni e che non invecchierà.

HILDA. Davvero! ha detto questo? l’avevo compreso anch’io....

VIOL. Hilda, non fingere di non saper nulla.

HILDA. Per chi mi prendi? (_a voce bassa_) Ecco il signor Lyngstrand che è riuscito ad arrampicarsi fino qui: Hans! non ti pare che guardandolo in viso si indovini che il suo nome sia Hans?

VIOL. (_a voce bassa_) Ti prego, procura di essere buona.

SCENA III.

LYNGSTRAND _e_ DETTE.

LYNG. (_viene da destra, con un ombrello in mano_) Mi scusino signorine se io non posso correre.

HILDA. Ha comperato un ombrello?

LYNG. È di sua madre. Mi ha detto di servirmene come bastone, avendo dimenticato il mio.

VIOL. Babbo e gli altri sono ancora laggiù?

LYNG. Sì, signorina: suo padre è entrato al caffè un momento, e gli altri sono seduti fuori ad ascoltare la musica. Ma sua madre mi ha detto che verrebbero qui.

HILDA. (_fissandolo_) Si sente stanco?

LYNG. Un poco: bisogna che mi metta a sedere (_siede su una pietra_).

HILDA. (_ritta davanti a lui_) Lo sa che si ballerà sulla piazza?

LYNG. Sì ho sentito che se ne parlava.

HILDA. A lei non piace il ballo?

VIOL. (_che raccoglie fiori_) Hilda, ma lascia riposare un poco il signor Lyngstrand.

LYNG. (_a Hilda_) Sì, signorina, mi piacerebbe, se potessi....

HILDA. Non sa ballare?

LYNG. Non ho detto questo: sono i miei polmoni che me lo impediscono.

HILDA. Questo male dunque, le è causa di dolori.

LYNG. No, no (_sorridendo_) perchè infine ad esso debbo se tutti sono così buoni, così gentili, così compiacenti per me.

HILDA. E poi non è un male pericoloso.

LYNG. Pericoloso no. Da quando mi ha visitato suo padre ne ho la certezza.

HILDA. Rimarrà qui, allora, fino a quando sarà guarito?

LYNG. Certamente.

VIOL. (_offrendogli dei fiori_) Tenga, signor Lyngstrand, li metta all’occhiello.

LYNG. Grazie, grazie, signorina: lei è troppo buona con me.

HILDa. (_guardando a destra_) Ecco che si mettono in cammino.

VIOL. (_guarda anche lei_) Purchè sappiano venirvi: ecco che già sbagliano strada.

LYNG. (_alzandosi_) Vado io loro incontro: griderò loro che si sbagliano.

HILDA. Bisognerà gridare forte.

VIOL. No, è ancora troppo stanco.

LYNG. Oh, la discesa non mi fa male (_via da destra_).

HILDA. Ah sì, la discesa (_guardandolo allontanarsi_) Ora corre e non pensa che poi dovrà risalire.

VIOL. Povero giovane!

HILDA. Se Lyngstrand ti chiedesse in isposa, gli diresti di sì?

VIOL. Dimmi, diventi pazza?

HILDA. Se non fosse condannato veramente, lo accetteresti come sposo?

VIOL. Mi sembra che piuttosto toccherebbe a te sposarlo.

HILDA. Mai! Non ha un soldo! non ha neppure da mantenersi lui.

VIOL. Perchè allora ti occupi sempre del signor Lyngstrand?

HILDA. Per la sua malattia.

VIOL. Non mi sono mai accorta che tu lo compiangessi per questo....

HILDA. Non lo compiango, solo mi attrae....

VIOL. Che cosa?

HILDA. Farlo parlare, fargli dire che non è pericolosamente ammalato; sentirlo discorrere dei suoi sogni per l’avvenire, della sua futura gloria d’artista. Egli crede a tutto questo ed è felice. E nulla si realizzerà di quanto spera, nulla, perchè egli morirà prima, e questo pensiero, vedi, non manca d’interesse.

VIOL. Di interesse?...

HILDA. Che cosa vuoi? è la mia opinione.

VIOL. Oh, Hilda! tu sei una cattiva ragazza!

HILDA. Sì, voglio essere una cattiva ragazza a dispetto di tutti. (_guardando a destra_) Eccoli finalmente. Si direbbe che Arnholm non ama le salite. (_voltandosi_) A proposito, sai che cosa ho notato in Arnholm durante il desinare?

VIOL. Che cosa?

HILDA. Comincia a perdere i capelli.

VIOL. Ma no, ti sbagli.

HILDA. Non mi sbaglio niente affatto; e poi sul viso, ha già delle rughe. Mio Dio, Violetta, come hai potuto essere tanto innamorata di lui quand’era tuo precettore?

VIOL. (_sorridendo_) Davvero non lo so. Mi ricordo che piangevo dirottamente quando mi diceva che non gli piaceva il mio nome.

HILDA. Eri pur curiosa! (_guardando a destra_) Guarda la donna del mare che parla con lui e con babbo. Non mi meraviglierei se quei due là se l’intendessero.

VIOL. È vergognoso quanto dici! Perchè ti permetti di parlare così sul suo conto, ora che i nostri rapporti sono ottimi?

HILDA. Ottimi! Sei ancora ingenua, piccina mia. No, i nostri rapporti con lei non saranno mai buoni, perchè noi non possiamo soffrire lei, e lei non può soffrire noi. Io non so perchè babbo l’ha portata in casa; non è improbabile che quella un giorno o l’altro diventi pazza.

VIOL. Pazza! Perchè?

HILDA. Anche sua madre era pazza, o almeno, è morta pazza.

VIOL. Dio mio, che cosa mi dici! Ma se anche ciò che affermi è vero, non parlarne. Procura di essere gentile, fallo per babbo: hai capito Hilda?

SCENA IV.

DETTE, LYNGSTRAND, WANGEL, ELLIDE _ed_ ARNHOLM.

ELLIDA. (_accennando col dito al fondo della scena_) È là non è vero, è là?

ARN. Sì, in quella direzione.

ELLIDA. Oh! il mare! il mare!

VIOL. (_a Arnholm_) Le piace questo Belvedere?

ARN. Bellissimo: una vista magnifica.

WAN. Non vi era mai venuto?

ARN. Mai. Ai miei tempi era impossibile arrampicarsi fin qui; non era tracciato neppure un sentiero.

WAN. Non lo fecero che l’anno scorso.

VIOL. Il panorama è più imponente veduto da Lodskellen; quel poggio lassù.... (_accenna_).

WAN. Vuoi andarci, Ellida?

ELLIDA. (_sedendo su di una pietra_) No, grazie; ma andateci voi; io vi aspetterò qui.

WAN. Resterò con te. Le ragazze faranno da guida ad Arnholm.

VIOL. Vuol venire con noi, signor Arnholm?

ARN. Volentieri. E dobbiamo salire lassù?

VIOL. Sì, ma la strada è comodissima.

HILDA. Larga abbastanza per lasciare posto a due persone che la facciano tenendosi sotto braccio.

ARN. (_scherzoso_) Ne è poi sicura piccola Hilda? (_a Viol._) Vuole che noi andiamo a vedere se sua sorella ha detto il vero?

VIOL. (_sorridendo_) Come desidera (_escono a sinistra tenendosi sotto braccio_).

HILDA. (_a Lyngstrand_) Andiamo noi pure?

LYNG. Tenendoci sotto braccio?

HILDA. Perchè no?

LYNG. (_le offre il braccio sorridendo_) È curiosa davvero!

HILDA. Curiosa?

LYNG. Abbiamo l’aria di due fidanzati.

HILDA. Dunque lei non ha mai dato braccio a nessuna signora? (_escono da sinistra_)

SCENA V.

ELLIDA _e_ WANGEL.

WAN. (_che è rimasto presso all’albero_) Ellida siamo soli....

ELLIDA. Siediti vicino a me.

WAN. Qui tutto è calma, tutto tranquillità. Noi possiamo parlare.

ELLIDA. Di che cosa?

WAN. Di te, Ellida, di noi, della nostra vita. Non possiamo continuare a vivere così.

ELLIDA. Che cosa desideri di più?

WAN. Un’intimità completa, reciproca, come quella di una volta....

ELLIDA. Ah! se potessi! ma è impossibile!

WAN. Credo avere indovinato i tuoi pensieri. Da alcune parole che ti son sfuggite, da certe tue osservazioni ho supposto che....

ELLIDA. (_bruscamente_) Tu non hai indovinato nulla; dimmi che non hai indovinato nulla.

WAN. Ellida, il tuo carattere è leale; perchè tu abbia la pace e la felicità bisogna che la tua vita sia tutta franchezza e sincerità.

ELLIDA. (_guardandolo attentamente_) Ebbene?

WAN. Ebbene, tu non puoi essere la seconda moglie di un uomo.

ELLIDA. Che ti fa supporre questo?

WAN. Ne ho avuto più volte il presentimento: da oggi ne ho acquistato più volte la certezza. Questa festa preparata dalle ragazze, in ricordo della loro madre!... Tu hai supposto che io pure lo sapessi e non hai avuto torto; i ricordi di un uomo non si cancellano; no, non posso dimenticare....

ELLIDA. Lo so e lo comprendo.

WAN. Nonpertanto t’inganni. A te sembra, che l’altra, la madre dei miei figli, viva ancora, che essa sia sempre tra noi, invisibile. Tu credi che io divida il mio cuore tra lei e te. Ecco il pensiero che ti toglie la pace, che t’appare come una immoralità nella nostra vita. Ecco perchè tu non puoi più, non vuoi più vivere nella mia intimità, tu non vuoi più essere mia moglie.

ELLIDA. (_alzandosi_) Tu hai compreso tutto questo, Wangel?

WAN. Oggi ho letto chiaro fino in fondo all’anima tua.

ELLIDA. Ah! questo non lo credo!

WAN. (_alzandosi_) Un’altra pena poi ti affligge.

ELLIDA. (_spaventata_) Tu sai che io ho un altro segreto?

WAN. Sì. Tu non puoi vivere qui. Le nostre montagne ti opprimono, qui non c’è abbastanza luce per te, l’orizzonte non è abbastanza spazioso, il vento non soffia abbastanza forte.

ELLIDA. È vero; sia giorno o notte, sia inverno o estate io mi sento sempre attratta verso il mare.

WAN. Lo so, mia cara. (_mettendole una mano sul capo_) Ed ecco perchè la cara bambina ammalata, tornerà a casa sua.

ELLIDA. Che cosa dici?

WAN. Noi partiremo.

ELLIDA. Partiremo!

WAN. Sì, andremo sulle rive del mare, in un luogo dove troverai il nido che ti abbisogna.

ELLIDA. Non pensiamoci, è un sogno: tu non puoi vivere lontano da questi luoghi.

WAN. E credi che potrei vivere senza di te?

ELLIDA. Ma io ricuso e resto. Io ti appartengo.

WAN. E credi davvero di appartenermi, Ellida?

ELLIDA. Non ne parliamo più: tu tieni qui tutto ciò che ti fa vivere e respirare.

WAN. Per me, procurerò adattarmi. Noi partiremo. Sono deciso, Ellida, assolutamente deciso.

ELLIDA. Che ci guadagneremo?

WAN. Tu ritroverai la tua salute e la tua tranquillità.

ELLIDA. Chi sa? Ma tu? Bisogna pensare a te; che cosa guadagnerai?

WAN. Ti riconquisterò, mia adorata!

ELLIDA. È impossibile, Wangel, non lo potrai. Ed è questo che è orribile, che mi rende disperata.

WAN. Bisogna tentare. Fino a quando rimarrai qui, questi pensieri non ti abbandoneranno mai; bisogna fuggire questi luoghi il più presto possibile: bisogna ed io lo voglio, capisci!

ELLIDA. No, no: è meglio che ti dica ogni cosa: tu non devi essere infelice per me, tanto più che il tuo sacrificio non servirebbe a nulla. Sappi una volta ciò che sento, ciò che penso. Siediti vicino a me. (_siedono sopra i sassi_).

WAN. Suvvia, Ellida, coraggio.

ELLIDA. Il giorno in cui sei venuto laggiù a chiedermi se volevo, se potevo essere tua, francamente, lealmente mi hai parlalo del tuo primo matrimonio, e della felicità che esso ti aveva arrecato.

WAN. Dicevo la verità.

ELLIDA. Sì, sì, non ne dubito ma non parliamo di ciò ora. Voglio solo ricordarti che io pure fui franca con te, poichè ti confessai che avevo amato un altr’uomo e che questo era stato quasi il mio fidanzato.

WAN. Quasi?

ELLIDA. Sì, ma durò poco: partì, e ogni legame che ci univa fu rotto. Era quella tutta la verità.

WAN. Perchè, Ellida, tornare sul passato? Io non avevo alcun diritto di interrogarti e chiederti il nome di quell’uomo.

ELLIDA. Tu fosti sempre delicato.

WAN. (_sorridente_). Eppoi non era difficile indovinare....

ELLIDA. Indovinare il suo nome?

WAN. Sicuro. A Skjoldvik e nei dintorni, non vi erano troppi uomini per poter spaziare sulla scelta, o piuttosto, non ve n’era che un solo che potesse....

ELLIDA. Tu supponi adesso che quest’uomo fosse Arnholm?

WAN. Sì! Non è lui?

ELLIDA. No. Ti ricordi quando, verso la fine d’autunno approdò a Skjoldvik quella grande nave americana, per riparare ad un’avaria?

WAN. Me ne ricordo; fu a bordo di quella nave che una mattina venne trovato il capitano assassinato. Fui chiamato io a fare l’autopsia del cadavere. Si disse che l’assassino fosse stato il secondo pilota.

ELLIDA. Nessuno può affermarlo, perchè nessuno può provarlo.

WAN. Eppure, se non fosse stato lui, perchè quel pilota si sarebbe annegato?

ELLIDA. Non si è annegato: è partito a bordo di una baleniera.

WAN. (_stupito_) Come lo sai tu?

ELLIDA. (_padroneggiandosi_) Lo so. Wangel, perchè quel pilota.... era il mio fidanzato.

WAN. (_con grande stupore_) Che cosa dici Ellida? È mai possibile?

ELLIDA. Sì, era il mio fidanzato.

WAN. Ma eri pazza dunque.... fidanzarti con uno sconosciuto? Come si chiamava?

ELLIDA. Allora si faceva chiamare Friman, più tardi le sue lettere portarono la firma di Alfredo Johnston.

WAN. Da dove veniva?

ELLIDA. Dalla Finlandia, mi disse. Credo che egli fosse nato là, e che abbia in seguito emigrato con suo padre.

WAN. Eppoi....

ELLIDA. Eppoi non so più nulla: noi non parlavamo mai del passato.

WAN. Di che cosa parlavate?

ELLIDA. Sopratutto del mare: parlavamo della tempesta e dei giorni di calma, delle notti scure e dei giorni pieni di sole. Parlavamo delle balene, delle foche, che si trascinano sugli scogli ai raggi del sole, e delle aquile e delle Sirene. Allora mi sembrava che quegli esseri dovessero appartenere alla stessa sua razza; e mi pareva che io stessa dovessi appartenere all’Oceano.

WAN. E fu allora che ti sei fidanzata con quell’uomo?

ELLIDA. Sì. Egli mi disse «è necessario».

WAN. Necessario? Ma tu non avevi la tua volontà?

ELLIDA. Quando gli ero vicino, no. E quando mi lasciava io non potevo spiegarmi questo fascino.

WAN. Lo vedevi spesso?

ELLIDA. Spesso no. Venne un giorno a visitare il faro, ed è così che l’ho conosciuto; poi ci incontrammo di quando in quando. Ma successe l’assassinio del capitano e fu costretto a fuggire.

WAN. Racconta.... racconta....

ELLIDA. Un mattino, era appena giorno, ho ricevuto un suo biglietto nel quale mi pregava di andare ad aspettarlo a Brathammeren, sai, il capo che c’è tra il faro e Skjoldvik.

WAN. Lo conosco.

ELLIDA. Mi scriveva di andare perchè aveva da parlarmi.

WAN. Ci sei andata?

ELLIDA. Non potevo fare altrimenti. Allora mi raccontò che aveva ucciso il suo capitano, durante la notte.

WAN. Fu lui che ti ha confessato?...

ELLIDA. Sì, ma aggiunse che quel delitto era giusto e naturale. Non volle dirmi di più, adducendo la scusa che non poteva parlare.

WAN. E gli hai creduto?

ELLIDA. Sì. Alla fine egli dovette partire, ma al momento di lasciarmi... non puoi immaginarti quello che fece.

WAN. Che cosa?

ELLIDA. Si tolse dal dito un anello, che portava sempre con sè, volle che gli dessi un altro mio anello, poi, unendoli tra loro, e dicendo che da quel momento noi ci sposavamo col mare, lanciò lontano, lontano nei flutti, i due piccoli dischi d’oro.

WAN. E tu, Ellida, tu hai accettato?

ELLIDA. In quel momento io ero dominata da una forza superiore. Come Dio volle partì... Tornai allora di corsa a casa e mi persuasi che ciò che avevo fatto era una pazzia!

WAN. Ma tu mi hai parlato di lettere: ti ha scritto?

ELLIDA. Prima, poche righe da Arcangelo; mi diceva solamente che partiva per l’America, e mi dava il suo indirizzo per rispondergli.

WAN. Gli hai risposto?

ELLIDA. Subito. Naturalmente gli scrissi che tutto doveva essere finito tra noi; che non doveva più pensare a me, e ch’io volevo dimenticarlo.

WAN. E ti continuò a scrivere?

ELLIDA. Sì.

WAN. Rispondendo alla tua lettera?

ELLIDA. Alla mia lettera non rispose neppure una parola: come se non gli avessi scritto nulla. Mi diceva semplicemente che bisognava aspettare, che m’avrebbe avvisata all’epoca in cui avrebbe potuto chiamarmi a sè e che allora io avrei dovuto raggiungerlo immediatamente.

WAN. Dunque, non rinunciò a te?

ELLIDA. Tornai a scrivergli, tornando a ripetere, con più forza, quanto gli avevo detto, ma lui non si diede per inteso e mi rispose senza una sola allusione alla nostra rottura. Compresi che era inutile insistere e non gli scrissi più.

WAN. E non hai più avuto sue nuove?

ELLIDA. Sì, mi scrisse ancora tre volte: una prima lettera da S. Francisco di California, un’altra dalla China ed una terza dall’Australia. Mi diceva che doveva partire per le miniere d’oro. Da allora non so più nulla.