Chapter 3 of 6 · 3995 words · ~20 min read

Part 3

WAN. Quest’uomo esercita su te una strana influenza, Ellida. Bisogna che tu non pensi più a lui. Me lo prometti, mia cara Ellida? Noi cambieremo vita. Andremo in cerca di un’aria un poco più fredda. Ti piace l’aria fortificante del mare?

ELLIDA. Non me ne parlare, te ne supplico. Non v’è mezzo per guarirmi; neppure il mare potrebbe liberarmi da questo mio male.

WAN. Di qual male tu parli?

ELLIDA. Parlo di questo terrore, di questa potenza spaventevole.

WAN. Ma te ne sei liberata da un pezzo, da quando l’hai licenziato. Ormai tutto è finito.

ELLIDA. (_alzandosi bruscamente_) No! ecco, la sventura appunto è che non è vero che tutto sia finito!

WAN. Non è finito?

ELLIDA. E temo che questo legame non abbia a finir mai.

WAN. (_a voce soffocata_) Tu vuoi dire allora che hai sempre nel cuore l’immagine di quell’uomo.

ELLIDA. Un giorno ho creduto di averlo dimenticato, poi a poco a poco, ricomparve.

WAN. Da quando?

ELLIDA. Da circa tre anni o poco più. Ero allora in istato interessante.

WAN. Ah! tu eri?... Ora mi spiego molte cose.

ELLIDA. Ti inganni. Quel sentimento che si è impadronito di me, tu non puoi averlo notato, ed io stessa non lo saprei definire.

WAN. (_con uno sguardo di terrore_) Da tre anni dunque.... tu ami un altr’uomo.... uno straniero.

ELLIDA. No, io non amo che te.

WAN. (_dolcemente_) E allora perchè non hai voluto essere con me.... veramente mia moglie?

ELLIDA. Sempre a cagione di quest’orribile sentimento che quell’uomo mi ha inspirato.

WAN. Spiegati meglio.

ELLIDA. È un fenomeno! un male! un turbamento strano, violento che solo il mare.... perchè tu devi sapere, Wangel...

SCENA VI.

DETTI, ARNHOLM, VIOLETTA, HILDA _e_ LYNGSTRAND.

(_Giovani della città che entrano da sinistra ed escono da destra salutando_).

VIOL. Voi altri due restate ancora qui?

ELLIDA. Sì, si sta tanto bene su questo poggio. È così fresco!

ARN. Noi andiamo a ballare.

WAN. Vi raggiungeremo subito.

HILDA. Allora arrivederci.

ELLIDA. Scusi, signor Lyngstrand; si trattenga un momento. (_Lyngstrand si ferma, gli altri escono da destra_).

ELLIDA. (_a Lyngstrand_) Va a ballare anche lei?

LYNG. No, signora, non mi azzardo.

ELLIDA. Fa bene ad essere prudente. Lei non è ristabilito completamente a quanto pare.

LYNG. Non del tutto.

ELLIDA. (_con esitazione_) A che epoca ha fatto quel tal viaggio?...

LYNG. Quello che causò il mio male?

ELLIDA. Sì, quello di cui parlavamo stamane.

LYNG. Sono quasi tre anni.

ELLIDA. Tre anni?

LYNG. Sissignora: lasciammo l’America in febbraio, e abbiamo naufragato in marzo, all’epoca delle tempeste equinoziali.

ELLIDA. (_guardando Wangel_) E fu allora che....

WAN. Ma, cara Ellida....

ELLIDA. Io non voglio trattenerlo di più, signor Lyngstrand. Raggiunga gli altri, ma dia retta a me, procuri di non ballare.

LYNG. Sissignora, l’obbedirò. (_esce da destra_).

WAN. Perchè gli hai fatto quelle domande?

ELLIDA. Johnston era a bordo con lui; ne sono sicura.

WAN. Che cosa te lo fa supporre?

ELLIDA. (_senza rispondergli_) A bordo Johnston seppe che mi ero maritata con un altro durante la sua assenza, e, contemporaneamente io fui assalita da questa malattia.

WAN. Quegli di cui mi parlavi poc’anzi?

ELLIDA. Sì. Mi è sempre vicino! O davanti, o ai lati, io lo vedo. Egli non mi guarda mai ma mi segue sempre!

WAN. Lo vedi?

ELLIDA. Come lo vidi l’ultima volta, dieci anni or sono a Brathammeren. Vedo sopratutto distintamente la spilla della sua cravatta con una grossa perla celeste. Quella perla ricorda l’occhio di un pesce morto e pare che mi fissi sempre!

WAN. Mia cara Ellida, tu sei ammalata più di quello che io non credevo; più di quello che tu stessa non t’immagini.

ELLIDA. Lo so. Aiutami, Wangel, se lo puoi, perchè sento che questo male mi uccide.

WAN. Ed hai potuto passare tre anni in questo stato d’animo; hai potuto sopportare tante sofferenze senza confidarti con me?

ELLIDA. Non l’ho potuto prima d’oggi in cui questa confidenza è divenuta necessaria per te stesso. Se avessi dovuto dirti tutto, avrei dovuto confessarti cosa inesplicabile, indicibile....

WAN. Indicibile??...

ELLIDA. (_allontanandolo con la mano_) No, no, no; non mi chiedere nulla! Wangel, come spieghi tu gli strani occhi che aveva il nostro bambino?

WAN. Ma, Ellida, t’assicuro che la tua è una illusione.... Gli occhi del nostro bambino non avevano nulla di speciale.

ELLIDA. No, non è vero! Come non l’hai osservato? Gli occhi di quel fanciullo cambiavano di colore, come il mare, secondo il buono o cattivo tempo. Oh! tu non potevi porvi attenzione, perchè tu non dubitavi.

WAN. Ebbene, sia pure come dici: a che vuoi concludere?

ELLIDA. (_a voce bassa e avvicinandosi a lui_) Quegli occhi io gli ho veduti un’altra volta.

WAN. Quando? Dove?

ELLIDA. A Brathammeren... dieci anni or sono....

WAN. (_rinculando d’un passo_) Che cosa mai dici?

ELLIDA. (_con voce bassa e tremante_). Il fanciullo aveva gli occhi dello straniero.

WAN. (_con un grido involontario_) Ellida!

ELLIDA. (_disperata, alzando le mani in atto di supplica_) Tu ora devi comprendere perchè io non voglio, non posso vivere con te... come moglie!... (_si volge rapidamente e fugge da destra_).

WAN. (_rincorrendola, grida_) Ellida! Sventurata Ellida, mia povera Ellida!

FINE DELL’ATTO SECONDO.

ATTO TERZO.

_Una parte del giardino del dottor Wangel. Viale ombreggiato da vecchi alberi. A destra uno stagno. Una siepe separa il giardino dal sentiero. Il fiordo al fondo dell’orizzonte; si vedono le cime dei monti. La sera cade._

SCENA I.

VIOLETTA, HILDA, LYNGSTRAND _quindi_ ARNHOLM.

(_Violetta è seduta su una panchina di pietra; è ancora occupata a cucire. Vicino a lei, sulla panca, ci sono dei libri ed una borsa da lavoro. Hilda e Lyngstrand stanno pescando allo stagno_).

HILDA. (_facendo un gesto a Lyngstrand_) Stia fermo. Eccone là uno grosso!

LYNG. (_guardando_) Dov’è?

HILDA. (_segnando col dito_) Non può vederlo... Laggiù. E guardi ancora là. Eccone un altro. (_guardando dalla parte degli alberi_) Auf! adesso vien lui e me li farà scappare.

VIOL. (_alzando la testa_) Chi viene?

HILDA. Il tuo professore.

VIOL. Il mio professore?

HILDA. Eh, mio Dio, non è certo il mio.

ARN. (_viene da destra del viale degli alberi_) Vi sono anche dei pesci nello stagno?

HILDA. Qualche pesciolino.

ARN. E vivono in quell’acqua?

HILDA. A quel che pare: ora pensiamo noi a regolare i loro conti.

ARN. Perchè non pescano nel fiordo?

LYNG. Lo stagno ha maggior mistero.

HILDA. È più interessante. Ha preso il suo bagno?

ARN. Or ora.

HILDA. Prudentemente ella sarà rimasto nella vasca.

ARN. Non sono un forte nuotatore.

HILDA. Sa fare il morto?

ARN. No, signorina.

HILDA. Io sì. (_a Lyngstrand_) Andiamo a pescare più in là. (_escono da destra costeggiando lo stagno_).

SCENA II.

ARNHOLM _e_ VIOLETTA.

ARN. (_avvicinandosi a Violetta_) Lei così sola, Violetta?

VIOL. Di solito.

ARN. La sua mamma non è in giardino?

VIOL. È uscita col babbo: passeggeranno sotto il viale.

ARN. Come stava oggi?

VIOL. Non lo so, mi sono dimenticata di domandarglielo.

ARN. Che libri sono codesti che legge?

VIOL. L’uno è un trattato di botanica, l’altro di geologia.

ARN. E si diverte in quelle letture?

VIOL. Sì, quando ne ho il tempo; ma ne ho poco, perchè debbo accudire alle faccende di casa.

ARN. Ma sua madre.... la sua matrina non l’aiuta?

VIOL. No, sono io che mi occupo di tutto. Nei due anni in cui babbo fu solo, fui obbligata a prendere la direzione della casa, eppoi ho continuato....

ARN. Ma però ha sempre per la lettura la passione di una volta?

VIOL. Leggo volentieri qualche libro utile, vien volentieri il desiderio di conoscere la vita, poichè qui noi si vive quasi segregati da tutti.

ARN. Non dica questo, Violetta.

VIOL. Conduciamo la medesima esistenza che i pesci dello stagno. Essi hanno vicino i fiordi dove vanno e vengono migliaia di pesci del mare, pesci liberi, ma i poveri pesciolini domestici non ne sanno nulla, vivono nella loro acqua sempre ferma e non godranno mai la loro parte di vita libera.

ARN. Avrebbero torto a desiderarlo.

VIOL. Forse non si avvedrebbero neppure del cambiamento.

ARN. D’altra parte lei non può dire che qui si viva in una completa solitudine: almeno durante la estate. È qualche giorno che la sua casa è trasformata in un centro di ritrovo di vita mondana. È un via vai di gente di passaggio.

VIOL. (_sorridendo_) È perchè lei è uno di quelli che sono di passaggio, che ora vuol burlarsi di noi?

ARN. Burlarmi? Come può supporlo?

VIOL. Sì, tutte quelle parole — centro di ritrovo, vita mondana — le avrà udite dagli abitanti della città che si compiacciono a ripeterle.

ARN. È vero.

VIOL. In realtà è un errore. Che vantaggio ne proviamo noi, che abitiamo sempre qui, di vedere dei forestieri di passaggio che vengono per ammirare il sole a mezzanotte? Noi siamo costretti a vivere qui tutta la nostra vita, nel nostro stagno, come quei pesci.

ARN. (_sedendosi vicino a Violetta_) Violetta, le è di peso codesta vita ritirata? Desidera qualche cosa....

VIOL. Forse.

ARN. Che cosa?

VIOL. Prima di tutto partire, eppoi istruirmi; poter studiar molto.

ARN. Quando ero suo professore, Wangel mi diceva spesso di lasciarla studiare ciò che voleva.

VIOL. Povero babbo, egli parla molto ma quando si tratta di passare ai fatti, di prendere una risoluzione.... manca d’energia.

ARN. Pur troppo ha ragione: manca d’energia!... Ma non gli ha mai parlato del suo desiderio?

VIOL. No, mai.

ARN. Ebbene, perchè non gliene parla? Non aspetti che sia troppo tardi.

VIOL. Forse perchè anch’io manco d’energia. È un difetto che avrò ereditato da mio padre.

ARN. Hem.... lo crede?...

VIOL. Sì, disgraziatamente. Eppoi, babbo non ha tempo di pensare a me ed al mio avvenire, e non ne ha nemmeno più la voglia. La sua vita è completamente assorbita da quella di Ellida.

ARN. Da quella di....

VIOL. Voglio dire che lui e la mia matrigna.... (_s’interrompe_) Lei mi capisce: babbo e mamma hanno i loro interessi.

ARN. In questo caso sarebbe meglio andar via di qui.

VIOL. Forse. Ma mi sembra, che, malgrado tutto, io non abbia il diritto di lasciare il babbo.

ARN. Un giorno o l’altro dovrà bene lasciarlo: più presto ciò avverrà, meglio sarà.

VIOL. Capisco anch’io che questo passo dovrò farlo, perchè anch’io debbo pensare al mio avvenire. Se mi morisse il babbo non avrei nessuno a cui ricorrere. Povero babbo, il solo pensiero di separarmi da lui mi spaventa.

ARN. La spaventa?

VIOL. Sì, per lui.

ARN. Ma presso di lui resterebbe sempre la signora Ellida.

VIOL. Lei non ha il tatto, la delicatezza della mia povera mamma! Vi sono molte cose che essa non vede neppure, o non vuol vedere e delle quali non si occupa. Non so poi spiegarne la ragione.

ARN. Hem.... la comprendo, signorina....

VIOL. Povero babbo, anche lui ha le sue debolezze! Lei l’avrà notato. Eppoi ha troppe poche occupazioni, e sua moglie non sa sostenerlo, aiutarlo nelle lunghe ore di ozio. E di questo forse, una parte della colpa è di babbo.

ARN. Ah! che le fa pensare ciò?

VIOL. Papà vuole sempre visi sorridenti intorno a lui. Egli dice che in casa deve sempre splendere il sole, la gioia. Ecco perchè ho paura ogni qualvolta lo vedo provare qualche rimedio per guarirla.... Non ci riuscirà.

ARN. Lei lo crede?

VIOL. Sì, e questo pensiero mi perseguita sempre.... (_con collera_) Non è ingiusta codesta forzata permanenza in casa? Io sono inutile a mio padre e, d’altra parte, ho verso me stessa dei doveri che non posso compiere.

ARN. Cara Violetta, su questo noi dobbiamo parlare seriamente.

VIOL. Non gioverà gran che: bisogna dire che io sono destinata a passare qui la mia vita, presso questo stagno.

ARN. Ah, no!... dipende da lei....

VIOL. (_con vivacità_) Lo crede?

ARN. Sì, da lei, da lei sola.

VIOL. Ah! se potessi soltanto.... Vuol forse tentare di decidere il babbo?...

ARN. Certo, ma lei prima deve dirmi con franchezza se.... (_guardando a sinistra_) Silenzio: non lasci scorgere nulla per ora. Ci riparleremo più tardi.

SCENA III.

DETTI _ed_ ELLIDA.

(_Ellida viene da sinistra senza cappello, una grande sciarpa le copre la testa e le spalle_).

ELLIDA. (_con agitazione nervosa_) Si sta bene qui, si sta benissimo!

ARN. (_alzandosi_). Ha fatto una passeggiata?

ELLIDA. Sì, una gran corsa con Wangel, e ora andremo a fare una gita in battello.

VIOL. Non vuoi riposarti?

ELLIDA. No, grazie.

VIOL. (_facendole posto sulla panca_) C’è posto anche per te.

ELLIDA. (_passeggiando_) No, no; non voglio sedermi.

ARN. Si capisce che la passeggiata deve averle fatto bene: è tutta rianimata in viso.

ELLIDA. Sì, mi sento bene, mi sento felice, rassicurata. (_guardando a sinistra_) Che cosa c’è laggiù? È una nave quella che arriva?

VIOL. (_si alza e guarda_) Mi sembra una nave inglese.

ARN. Si dirige ai segnali degli scogli: è là che si fermano ordinariamente?

VIOL. Sì, ma per poco: una mezz’ora al più, dopo rimontano nel fiordo.

ELLIDA. E domani saranno in alto mare! In alto mare! Oh, perchè non è possibile viverci sempre! Se si potesse!

ARN. Ha fatto dei lunghi viaggi di mare lei, signora Wangel?

ELLIDA. No; solo delle piccole escursioni per i fiordi.

VIOL. (_con un sospiro_) Dobbiamo accontentarci della terra ferma.

ARN. È il nostro elemento.

ELLIDA. Non lo credo.

ARN. Non apparteniamo noi, forse, alla terra ferma?

ELLIDA. Io credo che se dalla nascita ci avezzassero a vivere sul mare, nel mare, saremmo forse, molto, ma molto più felici.

ARN. Lo crede?

ELLIDA. Sì, lo credo, e vorrei farne la prova. Ne ho spesso parlato con Wangel.

ARN. E quale è l’opinione del dottore?

ELLIDA. Che potrei avere ragione.

ARN. (_scherzando_) Sia pure, ma il male è senza rimedio. Noi, dunque, abbiamo sbagliato rotta e siamo diventati animali terrestri, anzichè animali marini. Disgraziatamente ora non possiamo più cambiare.

ELLIDA. È una triste verità! ed ecco perchè tutti soffriamo una pena segreta. Mi creda, la melanconia dell’umanità deriva da ciò.

ARN. Ma, cara signora Wangel, io non mi sono mai accorto che proprio tutto il mondo sia tanto triste quanto lei dice. Ho notato, al contrario, come la maggior parte degli uomini, prenda la vita molto allegramente e come viva in una felicità continua ed incosciente.

ELLIDA. Errore! codesta gioia è simile a quella che proviamo nelle lunghe e belle notti d’estate; quelle notti su cui pesa sempre la minaccia di un tempo burrascoso; ed è quella minaccia che oscura la gioia dell’umanità, come le nubi gettano l’ombra sui fiordi sui quali passano.... Il fiordo che pochi momenti fa era tanto bianco, tanto azzurro, e che ora, ad un tratto....

VIOL. Scaccia quei brutti pensieri. Pochi momenti or sono eri contenta....

ELLIDA. È vero, sono una sciocca. (_guardandosi con inquietudine d’attorno_) Perchè Wangel non viene? eppure me l’aveva promesso. Caro signor Arnholm, vuol avere la bontà di andarlo a cercare?

ARN. Subito, signora.

ELLIDA. Gli dica che venga subito, subito, perchè in questo momento non lo vedo più.

ARN. Chi?

ELLIDA. Ah! lei non comprende! Quando non mi è vicino m’avviene delle volte che non mi ricordo più della sua fisonomia. Ma vada a cercarlo, dunque. (_passeggia lungo lo stagno_).

VIOL. (_ad Arnholm_) Vengo anch’io; lei non saprebbe trovarlo.

ARN. Non s’incomodi signorina, so benissimo....

VIOL. (_piano ad Arnholm_) Mi lasci fare, sono inquieta; temo che babbo sia andato a bordo del battello....

ARN. (_piano_) E questo la spaventa?

VIOL. (_c. s._) Sì. Di solito egli vi si reca per incontrare qualche amico, e siccome vi è trattoria a bordo....

ARN. Ho compreso; venga con me allora. (_escono a sinistra_).

SCENA IV.

ELLIDA _e_ LO STRANIERO.

(_Ellida immobile fissando lo stagno, mormora parole incomprensibili, come se parlasse tra sè — pronuncia parole tronche_).

(_Sul sentiero, dietro la siepe del giardino, appare uno straniero in abito da viaggio. La sua barba e i suoi capelli sono rossicci ed arruffati. Ha in capo un berretto scozzese e porta a tracolla una borsetta. Cammina lentamente dietro la siepe guardando nel giardino. Scorgendo Ellida si ferma e la guarda fissamente dicendo a bassa voce_) Buona sera, Ellida.

ELLIDA. (_voltandosi, con un grido_) Ah! mio caro, sei qui finalmente!

STR. Sì, finalmente sono arrivato.

ELLIDA. (_lo guarda stupita ed inquieta_) Chi siete? che volete?

STR. La mia venuta non ti dovrebbe sorprendere...

ELLIDA. (_stupita_) Mio Dio!... Chi siete, vi ripeto?... perchè mi parlate?... Di chi cercate?

STR. Di te, naturalmente...,

ELLIDA. (_spaventata_) Ah!... (_lo fissa, getta un grido, retrocede_) Gli occhi! Gli occhi!

STR. Cominci a conoscermi finalmente! io, invece vedi, ti conobbi subito, Ellida!

ELLIDA. Oh! quegli occhi! Non fissatemi a quel modo, o chiamerò aiuto!

STR. Sst! sst! Non aver paura, non ti farò male.

ELLIDA. (_coprendosi il volto colle mani_) Ve ne scongiuro, non mi fissate a quel modo.

STR. (_sedendo sulla siepe_) Sono arrivato con la nave inglese.

ELLIDA. (_guardandolo con ansietà_) Che cosa volete da me?

STR. T’avevo promesso di tornare non appena avessi potuto.

ELLIDA. Partite, ripartite e non tornate più qui. Ve lo scrissi che tutto fra noi era finito; tutto.... tutto!

STR. (_senza risponderle_) Avrei voluto poter venir prima, ma mi fu impossibile. Finalmente sono venuto ed eccomi da te, Ellida.

ELLIDA. Che cosa volete? Che cosa pensate? Perchè siete venuto qui?

STR. Non l’hai ancora capita che sono venuto a prenderti?

ELLIDA. (_retrocedendo spaventata_) Prendermi?!.. Ma che pensate mai?..

STR. Sì, a prenderti: è naturale.

ELLIDA. Ma voi sapete che io sono maritata.

STR. Lo so.

ELLIDA. Lo sapete e venite qui... per prendermi.

STR. Certamente.

ELLIDA. (_nascondendosi la testa fra le mani_) Quello sguardo, sempre quello sguardo spaventevole!

STR. Forse tu.... non vorresti più...?

ELLIDA. (_con orrore_) Non mi fissate a quel modo!

STR. Ti domando se ora non vuoi più...?

ELLIDA (_con orrore_) No, no; non voglio, non voglio! Ho detto che non voglio, che non posso, che non voglio.... (_con voce più bassa_) Non devo più....

STR. (_scavalca la siepe ed entra in giardino_) Ellida, debbo dirti una cosa prima di partire.

ELLIDA. (_vorrebbe andare ma rimane paralizzata dall’orrore, appoggiata ad un albero, presso lo stagno_). Non mi toccate! non avvicinatevi!... Vi ripeto, non toccatemi!

STR. (_avvicinandosi dolcemente di qualche passo_) Ellida, non devi aver paura di me.

ELLIDA. (_coprendosi gli occhi con le mani_) Non mi fissate così!...

STR. Non aver paura, Ellida....

SCENA V.

DETTI _e_ WANGEL.

WAN. (_entra in giardino dalla sinistra_) M’hai dovuto aspettare molto.

ELLIDA. (_si slancia verso di lui, si attacca al suo braccio, gridandogli_) Oh! Wangel! salvami, salvami, se lo puoi!

WAN. Ellida, che cos’hai?

ELLIDA. Salvami Wangel! Non lo vedi dunque! È là! è là!

WAN. (_guardando_) Un uomo.... (_avanzandosi verso di lui_) Chi è lei, e perchè è entrato nel mio giardino?

STR. (_indicando Ellida con un moto del capo_) Debbo parlarle.

WAN. Ah! dunque era lei! (_a Ellida_) Mi dissero infatti che uno straniero era entrato in casa, ed aveva chiesto di te.

STR. Sì, ero io.

WAN. E cosa ha da dire a mia moglie? (_voltandosi_) Ma tu, Ellida, lo conosci?

ELLIDA. (_a bassa voce e torcendosi le mani_) Se lo conosco! Sì, sì, sì!...

WAN. Dunque?...

ELLIDA. Oh! Wangel, è lui... lui stesso! tu sai....

WAN. Possibile! (_voltandosi_) È lei Johnston?... È lei che molti anni or sono...?

STR. Mi chiami pure Johnston, se le fa piacere. Però non è questo il mio nome.

WAN. Lei non si chiama Johnston?

STR. No.

WAN. Che cosa vuole da mia moglie? La figlia del custode del faro, da molti anni si è maritata, e Lei non deve ignorare con chi si è sposata.

STR. Lo so da più che tre anni.

ELLIDA. (_con interesse_) E come lo avete saputo?

STR. Ero diretto qui: un giorno mi capitò tra mano un vecchio giornale e vi lessi l’annuncio del matrimonio.

ELLIDA. (_fissando un punto innanzi a sè_) Il matrimonio.... Sì, era ben quello.

STR. Quella notizia mi fece una grande impressione, perchè noi pure celebrammo una cerimonia, la cerimonia degli anelli: te ne ricordi Ellida; anche il nostro fu un matrimonio.

ELLIDA. (_coprendosi il volto_) Ah!

WAN. Come può lei osare?

ELLIDA. L’hai dimenticato? (_sentendo lo sguardo dello straniero, grida_) Non mi fissate più a quel modo!

WAN. (_piantandosi di fronte allo straniero_) È a me che deve parlare e non a lei! Ed ora che conosce la situazione, qui non ci ha più nulla da fare. Con qual diritto lei perseguita fino in casa mia, mia moglie?

STR. Avevo promesso a Ellida di venirla a prendere; essa m’aveva promesso di aspettare il mio ritorno.

WAN. Lei si permette di chiamare mia moglie col solo nome di battesimo. È una famigliarità che noi non permettiamo con le nostre donne, signore.

STR. Lo so, ma poichè essa era mia prima d’essere di altri....

WAN. Ancora!

ELLIDA. (_retrocedendo fino a che viene a mettersi dietro Wangel_) Egli non mi lascierà mai!

WAN. Dunque, lei crede che mia moglie le appartenga?

STR. Non vi ha raccontato la cerimonia degli anelli?

WAN. Sì, ma che importa: in seguito essa ha spezzato quei legami. Lei lo sa, perchè Ellida glielo scrisse.

STR. Ellida ed io abbiamo giurato che quella cerimonia la consideravamo come una cerimonia nuziale. Era un matrimonio.

ELLIDA. Ma io non voglio, capite? Non vi voglio più. Non mi fissate a quel modo! Vi ho già detto che non voglio!

WAN. Lei è pazzo se intende di avanzare dei diritti, basandosi solamente su tali fanciullaggini!

STR. È vero, non ho alcun diritto.... almeno nel senso in cui intende lei codesta parola.

WAN. Crede forse di poterla rapire con la forza e malgrado la sua volontà?

STR. No; Ellida deve seguirmi volontariamente!

ELLIDA. (_stupefatta_) Volontariamente?!

WAN. E lei osa credere?...

ELLIDA (_c. s._) Volontariamente!

WAN. Ah, ma lei è un pazzo! Se ne vada, qui non ha niente da fare.

STR. (_guardando il suo orologio_) Tra poco dovrò imbarcarmi. (_s’avanza di un passo_) Ellida, io ho fatto il mio dovere. (_s’avanza ancora_) Ho mantenuta la mia parola.

ELLIDA. (_retrocedendo in tono supplichevole_) Non mi toccate, non mi toccate!

STR. Rifletti fino a domani sera....

WAN. Non c’è nulla da riflettere! Esca! Vada via di qui.

STR. (_parlando a Ellida_) Rimonto il fiordo sulla nave inglese, e tornerò domani sera. Tu mi aspetterai qui, in questo giardino. Preferisco non avere da fare che con te; mi capisci?

ELLIDA. (_a voce bassa, tremante_) Wangel, lo senti?

WAN. Sta tranquilla: gl’impediremo noi di tornare.

STR. Arrivederci Ellida, a domani sera.

ELLIDA (_supplichevole_) No, non tornate domani, non tornate!

STR. Sei tu pronta a venire con me, sul mare?...

ELLIDA. Non mi guardate a quel modo!

STR. Qualunque cosa avvenga, preparati per la partenza.... domani.

WAN. Entra in casa, Ellida.

ELLIDA. Non posso! Aiutami, salvami Wangel!

STR. Bada! ti avverto che, se domani non mi seguirai, tutto sarà finito tra noi e per sempre!

ELLIDA. (_guardandolo tremante_) Tutto sarà finito e per sempre?...

STR. (_con un moto del capo_) Per sempre, Ellida! Io non tornerò più in questo paese, tu non mi vedrai più, non avrai più mie notizie. Sarò morto per te!

ELLIDA. (_con un sorriso_) Ah!

STR. Rifletti dunque bene a ciò che stai per fare (_scavalca la siepe, poi si ferma e dice_) Ellida, preparati a partire domani sera. Io verrò a prenderti (_parte lentamente dal sentiero di destra_).

SCENA VI.

WANGEL _ed_ ELLIDA.

ELLIDA. (_seguendolo con gli occhi_) M’ha detto «volontariamente», m’ha detto che debbo partire volontariamente con lui.

WAN. Sii ragionevole, Ellida; ora è partito e non tornerà più!

ELLIDA. No, tornerà domani sera.

WAN. Si provi a venire. In ogni caso, ti assicuro che tu non lo vedrai.

ELLIDA. (_scuotendo la testa_) Wangel, per quanto tu faccia non potrai impedirglielo.

WAN. Lascia fare a me.

ELLIDA. (_pensierosa, senza ascoltare Wangel_) Verrà domani sera, poi partirà sulla grande nave, per l’alto mare.... Sarà vero che non tornerà mai più!... mai più!...

WAN. Stanne sicura; che cosa vuoi che venga a fare qui? Tu stessa gli hai detto che non vuoi più saperne di lui. Questa volta è davvero finita!

ELLIDA. (_tra sè_) Dunque, o domani.... o mai....

WAN. E se osasse ritornare....

ELLIDA. (_vivamente_) Ebbene?