Chapter 3 of 6 · 4552 words · ~23 min read

parte mi

giunga il suono di un tamburello e di una specie di salterio. Sono immerso nell’oscurità. Tutte le stelle sono scomparse sotto le nubi nere. È un suono lento, grave, a lunghe pause, a subite riprese. Il tamburello segna un ritmo di danza sul quale il salterio ricama una semplice melodia; non più di un tema ripreso su varie tonalità, difficilmente arricchito da qualche sviluppo. Dapprima ne ricevo un’impressione penosa e monotona, ma poi, a mano a mano, tale procedere lento e tranquillo, insistente e languido mi affascina, tiene ridesta la mia attenzione. È il vibrare continuo di tre o quattro note predominanti, gravi ed intense che si intrecciano in vario modo assecondando il ritmo del tamburello. Poi una voce chiara e squillante si leva; è la voce di una donna, di una giovanetta. L’improvviso balzare di un fresco riso in una letizia mattutina. Canta un’antica canzone moresca, una canzone d’amore. Forse nella casa occulta, innanzi al patio ricco di colonne, fra tappeti e candelabri di bronzo e lampade a tronco di piramide tutte arabeschi e lucentezze, ella danzerà agitando (alte le nude braccia) seriche stoffe vermiglie; danzerà fra i profumi dell’incenso e dell’ambra, del muschio e del belzuino, le caratteristiche danze orientali assecondate a meraviglia da questa musica singolare. Basterà al suo moto, un solo tappeto, un niente, uno spazio tanto raccolto da poter raccogliere null’altro che i suoi piccoli piedi; e gli occhi di lei, gemmanti, vivi di un interno ardore, si fisseranno immobili come il bianco viso, fermo nello smarrimento dell’ebbrezza. Poi il collo si snoda, e il torso e il seno, senza che il capo ondeggi, trema e si agita come il giunco e come il ligustro sotto l’impeto della fiamma; finchè la canzone si muore e tutto si tace in un grido breve ed improvviso.

[Illustrazione: Una sposa beduina.]

[Illustrazione: Accampamento di beduini.]

[Illustrazione: Corfù.]

Fermi in mezzo alla via, udiamo questo grido e udiamo il cupo mormorio degli spettatori dalla sala occulta aperta sui colonnati del _patio_.

La dolce voce che ha cantato una fra le più fresche e passionali canzoni dell’oriente si è spenta in un singulto. Invano attendo che risorga nella notte. _Courage_ mi trascina, mi sospinge verso la meta non lontana.

Sostiamo alla porta di una casa silenziosa. _Courage_ si guarda attorno una volta ancora, poi si decide e cautamente picchia tre colpi ai quali succedono altri tre colpi. Una pausa. Qualcuno si avvicina dall’interno, sosta dietro la porta chiusa. Un rapido dialogo si inizia, poi un battente si dischiude appena, una mano mi afferra dall’oscurità e mi trascina dentro. Non so dove si vada; siamo sempre al buio. Attraversiamo un cortile, un’altra porta si dischiude. Finalmente! Eccoci nel santuario.

Una lunga stanza bassa, dalle pareti bianche, dal soffitto rozzamente dipinto in rosso e in verde. Schierati lungo il muro sono cinque telai verticali; ad ogni telaio è una lampada fumigante ed una donna accosciata sopra un piccolo tappeto, le gambe incrociate. Una vecchia viene ad incontrarmi, si tocca la fronte e il petto poi si bacia la mano e sorride, sorride sempre non abbandonandomi un attimo con gli occhi.

— Che vuole costei? — chiedo a _Courage_.

— Dalle un franco.

È la prima tassa. Ubbidisco. Frattanto si ode l’infuriare dei telai. Le piccole spole adorne di campanellini tintinnano e squillano nell’affrettato lavoro. Pare il bubbolio di cinque sonagliere in un trotterello cadenzato. Mi avvicino ad osservare; mi chino su la trama dell’ordito per vedere in volto le tessitrici. Sono cinque giovinette dai dodici ai quindici anni brune e piacenti, dagli occhi pieni di sorrisi. Tessono, all’uso di Kairuan, certi loro tappeti di lana dal disegno bizzarro e dai colori vivacissimi. È tutto un lavoro di piccoli nodi su la trama distesa. E le mani scorrono rapide e le spole squillano e tintinnano senza requie. Le cinque giovinette hanno il capo avvolto in bende di seta dalle quali sorge, sopra alla fronte, un’onda di capelli neri. Vestono una maglia, una specie di bolero adorno di pagliuzze lucenti e un par di brache ampie e cadenti fino alla caviglia. Sono scalze. Ad un tratto abbandonano il lavoro, infilano i piedi in certi loro zoccoletti bene adorni e mi si affollano intorno sorridendo e tendendo la mano. La legge di Maometto è violata, ma è violata anche la legge della discrezione.

Lunghe, interminabili fila di dromedari che giungono dalle oasi si accampano nei _fùnduk_ alla periferia della città; carovane di beduini, di _fellàh_, povere, cenciose, aduste dai soli del deserto; una folla meno ricca di quella di Tunisi ma più varia e più caratteristica anima e percorre Kairuan, la città santa. Dal primo mattino fino alle ultime ore della luce questa folla è in movimento, si incrocia, si urta, si assiepa nei mercati, nei caffè, nei _fùnduk_, nelle moschee, ma senza vociare, senza frastuono. L’arabo parla poco e sommessamente. Può restare immobile per ore ed ore, raccolto in qualche angolo, le gambe incrociate tra le pieghe del suo _burnus_ senza annoiarsi, senza mostrare alcun segno di stanchezza. Pare concentrato in una meditazione profonda e forse non pensa. È in uno stato di dormiveglia. Riposa. Così le città arabe più popolose, per la natura stessa dei loro abitanti, non conoscono il frastuono.

Kairuan, che è corsa da un fiotto continuo di gente, si può dire relativamente una città silenziosa. E non vi è angolo di lei che possa dirsi deserto. Dalle piccole vie alle arterie principali è una fiumana continua che esce dalle moschee, entra per le case, si disperde per le piazze, si sbanda sui mercati. La via più popolosa è occupata per metà dai rivenditori che hanno distesa all’aperto la loro mercanzia e vi si sono accoccolati in mezzo, sopra una piccola stuoia, le gambe incrociate. Vendono in prevalenza generi alimentari: peperoni rossi disseccati, cavoli, carni di montone, teste di montone arrostite. In una botteguccia tanto angusta da potere accogliere appena il proprietario, un enorme vaso pieno di _kuskus_, il caratteristico manicaretto arabo, in attesa degli uomini sfama le mosche. I piccoli caffè sono rigurgitanti. Dove non saprebbero stare cinque europei, dieci arabi sanno adattarsi comodamente. E questa loro qualità di usufruire del minimo spazio, fa sì che i loro caffè possono prosperare. Si tolgono le ciabatte, si raccolgono su le stuoie l’uno vicino all’altro come tanti sacchetti, si allineano sui sedili, lungo le pareti e fanno scomparire le gambe, inutili appendici. Così nelle botteghe da barbiere, dove osservo i pazienti farsi radere le gambe e le braccia e nelle trattorie e in tutti i luoghi nei quali il pubblico debba sostare. Giungono ondate di profumo. A passo a passo riesco sul mercato, oltre la bella porta arcuata. La folla dirada come procedo verso la sterminata campagna. Il sole tramonta, si infosca fra nubi sanguigne.

Odo il grido del _muezzin_. Due _fellàh_ che sono per via si gettano a terra, si prostrano, il capo volto verso la Mecca. Il cielo si illumina ancor più di una fantastica luce abbagliante, poi, senza graduale passaggio, quasi di repente, subentra il crepuscolo con la corona delle prime stelle. Kairuan scompare, si raccoglie nella penombra della tepida notte rabbrividendo fra i lunghi canti dell’amore e l’onda persistente di tutti gli aromi delle terre calde.

Chadliia.

Parto. Nell’immensa pianura si odono belati di agnelli e il sommesso parlare dei _fellàh_ che vanno al mercato. Il sole è appena sopra la terra; illumina e non riscalda. Fa freddo. Dai sentieri fra i fichi d’India appaiono cammelli e beduini.

Grandi distese di grano verdeggiano come lo smeraldo e, dall’alto, le allodole salutano il sole e il loro nido.

Kairuan è tutta color di rosa, sola nell’immenso piano, senza l’ombra di un albero. Una visione che commuove come nessun’altra, una fantastica città d’amore in mezzo ai grani e alle acque stagnanti. La penso e la vedo così perchè è strana e nuova per il mio ricordo, per la mia conoscenza; non v’ha una linea nota; mi dà il brivido delle cose belle e inattese.

Dolce città saracina ignota al mio sogno! Sorride nella molle carezza del sole, chiusa sul suo mistero.

E mi allontano, mi allontano.

Tale è il destino del viandante.

Sorgere, tramontare, di terra in terra; raccogliere qualche fiore; vivere brevemente la vita delle varie genti; andarsene con un ricordo dolce nell’anima; lasciare, forse, nell’anima altrui un ricordo altrettale.... non più.

Qualcuno saprà di avervi veduto; qualche altro penserà di non avervi saputo che in sogno. Non rimarrà di voi che l’eco di una parola o di un sorriso così come la luce di un astro remoto che vi brilla negli occhi ma serba il suo segreto.

E mi allontano sempre più. Ecco un attendamento di beduini; quattro fanciulle cantano ad una pozza e sciacquano i loro panni.

[Illustrazione: SFAX. — Un arrotino.]

Kairuan non è più di un nido di rose fra i grani ma io vedo tuttavia una piccola porta moresca, rossa come il fiore del melograno e, nel primo lucore dell’alba, mentre sono per varcare la soglia l’ultima volta e per sempre, rivedo Chadliia, prona, la faccia su la terra, piangere nella pena de’ suoi quattordici anni.

Povera cara usignoletta! Nessuno aveva pensato mai ch’ella avesse un’anima e allo straniero che non la volle schiava aveva dato tutto il suo amore riconoscente.

L’arabo e il dromedario.

Che la civiltà sia passata da questa terra e vi abbia lasciata la propria impronta è indiscutibile; che gli arabi usufruiscano tranquillamente e indifferentemente dei benefici che la civiltà stessa ha portato loro è più che evidente, ma non è altrettanto evidente ed indiscutibile l’apprezzamento che questo popolo, chiuso nella propria tradizione, impassibile nel ferreo cerchio della sua legge fatale, faccia o abbia fatto intorno a tale espandersi di energie superiori e prepotenti.

A giudicare dalle apparenze, si direbbe che gli indigeni non fossero nè scossi, nè sorpresi dalle nostre scoperte, dalle nostre innovazioni, dal nostro quotidiano furore di vita. Si direbbe anzi che essi ci considerassero con una certa tal quale pietà, fra ironica e benigna, da vecchia gente che sa ormai cosa valga il mondo e che non trova necessario prenderlo troppo seriamente. L’arabo genuino assomiglia un poco al suo dromedario; gli assomiglia per l’indole, se non per l’intelligenza. Ora il dromedario è una bestia impastata di tranquilla beatitudine e di docile sdegno. Il deserto ne ha fatto un filosofo come la natura ne ha fatto una creatura grottesca. Nulla sorprende la sua indiscutibile fierezza; nessuna cosa inusitata può farlo trasalire o meravigliare. Il dromedario è lento. Il dromedario padroneggia i propri sentimenti. Un tardo volgere di quel suo muso inalberato obliquamente sopra un collo a mezzaluna potrà significare il colmo della sua sorpresa. Molte volte non fa che volgere la coda a ciò che non rientra nell’ambito del suo mondo secolare, e in tale gesto è lo sdegno del filosofo. Un’automobile non lo impaurisce, gli ripugna. Un treno diretto non ridesta la sua attenzione. Egli vede molte cose, troppe cose correre, precipitare in quel suo sterminato mondo, del quale era un tempo l’unico dominatore, ma con tutto ciò non modifica nè l’andatura, nè la particolare concezione della vita. Se qualcuno vuol rompersi il collo se lo rompa, non per questo egli ne sarà preoccupato o commosso. Se la disgrazia toccherà a lui, tanto peggio. Gli europei han fatto sì che le acque sane non manchino; egli continuerà a far le proprie provviste, per otto giorni, nella pozza più fetida che incontrerà sul suo cammino. A che pro mutare? È forse ben certo, il buon dromedario, che ciò che hanno istituito gli europei sia stabilmente duraturo? Il suo cuore millenario non lo sollecita e non lo sprona, anzi gli consiglia di non mutare ambio. Egli può guardare le cose dall’alto; la natura lo ha favorito in ciò. Così passa fra le automobili e i cavalli veloci, fra i treni e le varie macchine strepitanti, ondulando lentamente nel suo passo grave, diritto il muso innanzi a sè, non curandosi più del repentino impeto di una corsa sfrenata di quel che non si curi di ciò che reca su la gobba. Bestia magnificamente superiore che sarebbe ingiusto giudicare idiota, per quanto anche l’idiozia abbia indiscutibili virtù.

Ora, come dicevo più sopra, l’arabo genuino assomiglia molto al suo dromedario, tantochè sarebbe difficile decidere a tutta prima quale fra i due sia più mussulmano. Da che dipenda tale somiglianza io non so e non so neppure se il dromedario abbia imitato l’arabo o viceversa. Il fatto sta che l’uomo e la sua bestia hanno l’identico temperamento.

Andando in automobile da Susa a Sfax per una via interminabilmente diritta, aperta in gran parte in un piano brullo, sul quale rilucono a grandi distanze gli stagni salsi, avemmo occasione, ad un certo punto, di vedere in lontananza qualcosa che ci precedeva: non era più di una piccola macchia nera sotto il sole. Il meccanico, pratico del paese e degli abitanti, siccome aveva spinto la vettura a tutta velocità, non pose tempo in mezzo e, data aria alla sirena, cominciò una sinfonia di mugolii, di sibili acutissimi, di strappi e di singulti. La macchia lontana si avvicinava con rapidità fulminea. Ben presto distinguemmo di che si trattava. Era un beduino sul suo dromedario. Occupavano il mezzo della strada e non si volsero neppure una volta a sogguardare. In un battibaleno li raggiungemmo. Il meccanico dette i freni, sterzò gridando, ma nello stesso punto il dromedario si spostò, si pose di traverso e fu investito.

Tanto la bestia quanto l’uomo ruzzolarono a vari metri di distanza oltre la strada. Balzammo in piedi impauriti; corremmo verso le vittime quasi volontarie e.... Il beduino si era rialzato e stava rassettandosi il _burnus_; il dromedario si levava allora. Tanto l’uno quanto l’altro non dimostravano la benchè minima sorpresa. Erano tranquilli. Pareva tornassero da una gita di piacere. E alle nostre sollecitazioni l’arabo non rispose che una volta sola e molto brevemente:

— Era scritto!

Poi dopo una sommaria visita di ricognizione alla sua bestia, riprese la strada e se ne andò senza fiatare.

Esempio mirabile di indifferenza e di rassegnazione. Ora, su temperamenti simili, quale effetto può produrre la civiltà nostra? Molto probabilmente un effetto nè benefico nè malefico. La civiltà non penetra e non corrode queste genti. Scivola via e lascia il tempo che trova.

Dal Corano alla Moschea.

A Kalaa Srira mi sono accostato oggi alla botteguccia di un libraio. Un vecchio uomo, dalla barba veneranda, sedeva sopra una stuoia, sulla soglia della sua piccola tana. Aveva le gambe incrociate, il volto atteggiato alla più solenne tranquillità ch’io mi avessi mai veduta. Vestiva una _dgebba_ di panno verde scuro ricamata in seta. Aveva sul capo un turbante candidissimo. Intorno a lui giacevano cosparsi tanti mucchietti di vecchi libri arabi. Mi ha lasciato considerare la sua mercanzia senza muoversi e senza fiatare; solo, quando ho teso la mano a prendere un volume rilegato in nero, mi ha respinto pronunziando concitatamente una serie di frasi incomprensibili. Ho capito poi che si trattava del Corano. È ben vero ch’egli non avrebbe peccato, tanto sarebbe rimasto, per me, pien di mistero quel libro dagli inesplicabili scarabocchi; ma tanto fa: io, come infedele, non potevo toccare, senza profanarlo, il libro sacro. Mi sono allontanato dalla botteguccia semioscura, dalla quale lo spirito di Maometto pareva mi guardasse rabbiosamente e, per vie bianche e tranquille, letificate dal sole e dall’azzurro, son giunto ad una piccola moschea. Passavan due donne avvolte nel loro _sifseri_ nero.

Dalle mura di un giardino sovrastavan su la via i rami di un pesco in fiore. Fra il bianco vivissimo dei muri e il caldo azzurro del cielo, quei fiori acquistavano una grazia squisita. La primavera si affacciava sorridendo oltre i vietati confini, soffusa di rosa come la giovinezza. Mi sono seduto su la scalinata della moschea, senza pensare, assorto in quell’improvvisa carezza di luce. Per molto tempo non ho udito se non la eco di qualche voce lontana, voce velata di languore nella calda giornata; per molto tempo ho sostato in una soave tranquillità di pensiero e di spirito. Vedevo al mio fianco un minareto erigersi bianco e disadorno nel sereno, pareva un nido di colombe, un alto nido su le case raccolte. Poi un brusio, un busso di zoccoli si è avvicinato: la porta della moschea si è aperta alle mie spalle. Qualcuno ha parlato sussurrando. A tre, a quattro, a dieci sono sopraggiunti gli anziani e i giovinetti. Li guardavo incuriosito, senza alcun’aria inquisitoria, allorchè mi sono accorto di non essere guardato con altrettanta semplicità. Ho sorpreso alcuni dialoghi concitati, alcuni occhi troppo insistentemente fissi su la mia modesta persona finchè, non muovendomi io dalla comoda positura prescelta, un giovane arabo mi si è avvicinato e mi ha detto in puro francese:

— Voi non potete restare qui.

— Qui dove? Su gli scalini della moschea?

— Precisamente.

— E chi me lo proibisce?

— La nostra legge.

Mi sono alzato e per la seconda volta ho ripreso la strada. La legge è la legge, sia cristiana come mussulmana, ed io, di fronte a questo mondo, mi sono sentito un po’ come l’ebreo errante.

[Illustrazione: Il canale di Corinto col ponte della ferrovia.]

[Illustrazione: In vista del canale di Corinto.]

[Illustrazione: Rovine di Adana dopo il massacro degli Armeni.]

Così di città in città, di divieto in divieto, dovendo guardare solamente da lontano questi benedetti tempii eternamente chiusi alla nostra curiosità vagabonda, dovendo sostare con umile ossequio innanzi a mille soglie vietate avevo finito per lasciar libero campo alla mia fantasia e per figurarmi deliziosamente inverosimili le cose proibite.

Ma il giorno in cui sono entrato in una moschea, a Kairuan, il giorno in cui ho varcato la soglia non più difesa, ho sentito morire in me un incantesimo.

La grande moschea di Kairuan col suo immenso _patio_ lastricato di marmo, col suo alto minareto che domina tutta la città, con le sue innumerevoli colonne, vera selva di steli marmorei fioriti a sostenere la grazia dell’arco moresco, mi ha stupito senza superare l’immagine ch’io mutamente vagheggiavo.

Era il crepuscolo quando vi entrai. Da poco era finita la preghiera. Nel _patio_, fiancheggiato da un loggiato, sostavano, conversando sommessamente, alcuni _fellah_ dall’alto turbante. Una luce quasi violacea scendeva con la penombra. Ebbi la sensazione di trovarmi in una vastità raccolta entro la rovina di una bellezza antica, di una bellezza nostra. Le colonne appaiate e i capitelli erano in prevalenza romani; così il lastricato del _patio_, così il materiale di costruzione e ciò che rimaneva di nostro aveva tuttavia la forza di superare in bellezza le bianche cupole scannellate, il seguito degli archi, i ricami del minareto. Nell’interno del tempio tale sensazione non si modificò, anzi si accrebbe, chè nel fiorire interminato di basse volte, l’unica cosa che richiamasse l’attenzione erano appunto le colonne romane e i capitelli a foglia d’acanto. Due forme d’arte, le espressioni di due anime antitetiche si trovavano in intimo contatto senza fondersi, anzi l’una nella sua forza compiuta e possente soverchiava l’altra e la immiseriva. Non nella grande moschea vasta e taciturna io colsi l’intimo e sincero fascino dell’anima moresca, ma più nella semplice e disadorna moschea delle Tre Porte e più ancora in quella vietata di El Bey che si eleva nel sole in un seguito di vaste terrazze e pare si perda come in un biancore diffuso quando il sole l’avvolge. In queste ultime non confusione di stili e di elementi disparati, non intromissione di un sentimento diverso in pieno disaccordo con l’anima del luogo, ma il rivelarsi di un’arte indigena che seppe e sa tuttavia esprimersi nelle sue schiette forme.

Giorno di preghiere.

Oggi è giorno consacrato alla preghiera per le donne. Da questa mattina lunghe teorie di bimbe, di vecchie, di giovanette avvolte e velate nei loro _sifseri_ bianchi, neri e rossi, escono dai vicoletti, si incrociano su le piazze, si dirigono verso le campagne nelle quali sorgono i _marabùt_ dalle piccole cube. I _marabùt_ sono costruzioni minuscole, non più grandi di una modesta casa, dalla porticina adorna di battenti policromi, dalla cupoletta imbiancata di calce. Agli infedeli ne è vietato l’ingresso. Più che tempii, veramente, sono tombe; tombe di Santoni sparse senza legge per la campagna e nell’interno delle città. Là dove la morte colse l’uomo saggio, venerato dal popolo, ivi sorse il _marabùt_ in segno di ricordo e di venerazione. Alle donne sono vietate le moschee, agli uomini i _marabùt_. Dove si accoglie un sesso l’altro non può stare. Allah non ama le cose promiscue. Alcuni fra questi tempii singolari sono cinti da piccole mura, altri sorgono fra i fichi d’India, altri fra gli olivi, altri appaiono nella immensità della campagna deserta, a distanze grandissime.

Gironzando senza meta pei dintorni di Kalaa Srira ne incontro moltissimi. Dal loro interno mi giungono suoni di cembali e di canzoni, musiche strane misurate su ritmi indefinibili. Più che preghiere sembrano canti d’amore. L’onda armoniosa esce da certe finestrelle tanto piccole che vi potrebbe passare appena il capo di un bimbo. L’andirivieni delle donne velate non finisce mai. Entrano, escono dai piccoli tempii, si soffermano su la soglia, parlano a voce sommessa. Le bimbe hanno quasi sempre lo _sifseri_ vermiglio e, a volte, procedono col volto scoperto.

Un vecchio povero, nel nome di Robbi, cerca tre soldi per comprarsi una misura di grano. Più innanzi un giovanetto mi indica una piccola casa ridente che sorge a lato di un _marabùt_. Cosa insolita, la bianca terrazza è adorna di gerani in fiore; dalle _barmacli_ celesti sporgono rami di gelsomini.

— Questa è la casa di Frek-el-luz, — mi dice. — L’hai conosciuta?

— No.

— Frek-el-luz (il cuore della mandorla) era la più bella figlia di Kalaa Srira ed era sola e fece il piacere degli uomini. Nessuna altra, come lei, sapeva cantare e danzare. Durò quanto dura una mandorla. Ebbe la vita della primavera. Morì a diciott’anni e la sua casa rimase vuota. Ma v’è chi l’ama tuttavia e coltiva i fiori ch’ella ha lasciato.

Guardo la casa solitaria. Un alito di vento scuote leggermente le corolle vermiglie dei gerani; pare che invisibili mani le sfiorino: le mani della piccola bella che aveva sì teneri polsi per monili di perle.

Il rito degli Aissauas.

Una cosa feroce ed orrenda; ne provo tuttavia l’intenso ribrezzo.

La notte è discesa. Entriamo in una specie di stamberga male illuminata. È un tempio, una cantina, un’osteria? Non si capisce bene. La natura del luogo è indefinibile. Un sacerdote grave ed austero, dalla lunga barba nera, dagli occhi spiritati, ha cominciato una singolare preghiera nel nome del dio Aissa. Intorno, intorno, raccolti e apparentemente tranquilli, stanno i seguaci del rito furibondo. Li osservo. Sono facce spettrali dalle grosse mandibole, dagli zigomi sporgenti, dalle guance incavate. Facce patibolari. Gli occhi rilucono sinistramente nell’ombra. Cantano, urlano? Non so. Dalle loro grosse labbra esce un mugolìo sordo e roco che pare voglia essere modulato. A poco a poco tale mugolìo cresce di intensità. Ma i neri ceffi dai lunghi capelli aggrovigliati sono tuttavia tranquilli. E il sacerdote incalza. Il nome di Aissa ricompare con maggiore frequenza; è un grido reiterato; il termine fisso del sopravveniente furore. Già qualche volto ha un guizzo, una contrazione spasmodica e repentina; già qualche mano si increspa subitamente su le lacere vesti. E il grido sale, si amplifica, si espande. È come un’ebbra follia che prorompe tumultuando. La voce del sacerdote non è più sola. Ogni ritmo cade; ogni cadenza scompare. Le bocche si aprono all’urlo contraendosi; gli occhi si storcono, roteano nelle orbite; le vene si inturgidiscono nei colli e nelle tempie; si vedono pulsare a gran furia. Ogni minuto che trascorre segna il sopravvenire del parossismo. Lo spirito del dio epilettico è presente. Gli energumeni hanno perduto ogni potere inibitorio trascinati dal loro fanatismo mostruoso; fissi gli occhi nello smarrimento dell’ipnosi, corrono, si intrecciano, si prosternano, si levano irrigidendosi, le scarne braccia alzate.

[Illustrazione: La piccola Helena.]

[Illustrazione: LA CANEA. — Una strada nel quartiere turco.]

[Illustrazione: LA CANEA. — Le corazzate delle Potenze protettrici.]

[Illustrazione: LA CANEA. — Il quartiere delle lanterne rosse.]

— Aissa! Aissa!...

Il grido è tanto acuto che penetra come una lama tagliente. Ne sono stordito e non so a che riesca tale turbinante follìa. Ma non siamo al termine. Il rito non è compiuto. I forsennati si eccitano, si gridano su la faccia parole incomprensibili, hanno grandi gesti di devozione e di spasimo, si inarcano verso l’alto ficcandosi le unghie nelle nude carni.

— Aissa! Aissa! Aissa!...

Ne osservo uno, vera faccia di spavento, dagli occhi torti, dalle mascelle bestiali. Sembra maturo all’esplosione finale. Il suo corpo è corso da un tremito febbrile; guizza, salta, si getta a terra, si afferra la testa e la batte violentemente sui muri. Non è più un uomo, è una pazza bestia orribilmente losca. Il grido di lui è lacerante e non ha paragone, non assomiglia ad altro suono. Ad un tratto si sofferma, trae da sotto le vesti un enorme scorpione, lo solleva, lo guarda urlando, apre la bocca e di repente lo trangugia. Così si inizia il macabro festino. Più oltre un negro gigantesco si empie lo stomaco di chiodi; un altro mastica foglie di cacti irte di spine, un quarto addenta una piccola serpe nera che gli guizza di mano e lo staffila su la dura cotenna.

— Aissa! Aissa! Aissa!...

Il Dio è presente. I suoi fedeli lo vedono, lo sentono nell’impeto del farnetico e danzano sopra spade affilate, si percuotono con verghe roventi. Sanguinano, urlano, si arrovellano in un furore senza posa che stordisce ed esalta.

Ci volgiamo, abbiamo bisogno d’aria, di pace. Vicino alla porta, nascosto nell’ombra, accosciato è un vecchio fedele di Aissa. Muove le mascelle lentamente e ad ogni moto è uno scricchiolìo sottile, uno stridore che fa abbrividire. Una bava sanguigna gli esce dalla bocca.

— Che cosa mangi?

Leva gli occhi e non risponde.

— Che cosa mangi?

E il vecchio si sporge, dischiude le mani sanguinanti: sono piene di vetro in frantumi, in ischegge sottili, minutissime. Non potrebbe rispondere. Apre la bocca orrendamente ferita e, nella stupida fissità del suo fanatismo, riprende imperturbato l’orribile martirio.

Gabès.

Sostiamo nell’antico mercato degli schiavi cristiani. Non è gran cosa. Un cortiletto cinto da un basso porticato, tanto basso che un uomo di statura superiore alla media non potrebbe starvi diritto. Su le colonne tozze, adattate alla meglio, osservo qualche iscrizione malamente graffita, appena decifrabile.

Una dice: _Io Angelo Dajello di Torre del Greco fui preso schiavo il 20 agosto 1759 dai mori barbareschi_. E un’altra: _Michele Piumolillo nato il 31 marzo 1724 morto il 9 gennaio 1762_. — Forse un compagno di prigionia ne volle fissare così il ricordo. E una terza: _Io Michele Gerace, schiavo, ho servito nel Serraglio_. — Nella quale si vede come Michele Gerace non fosse affatto schivo di servire nei serragli, anzi come traesse da tale insolita occupazione un certo suo vanto non assolutamente privo di dignità. Tanto l’uomo si adatta alle proprie occupazioni e se ne accontenta.

Attorno attorno, dove era esposta un tempo la preda umana degli antichi corsari, sotto il loggiato umido, sono distese lunghe stuoie su le quali una fila di beduini medita su la fatalità del sonno. Tutto è fatalità per questa gente, così l’erba che cresce fra i grani e che nessuno strappa giacchè il buon Dio l’ha mandata, come la mosca che li importuna. Tutto ciò che accade era scritto nel gran