Chapter 6 of 6 · 30430 words · ~152 min read

parte il

vapore per..., ecc., ecc.). Nessuno lo ascolta ed egli continua tranquillamente.

Simili a cetacei enormi rilucono lontano, sul mare, le corazzate gigantesche.

I “politofilakes„.

I _politofilakes_ di Creta corrisponderebbero ad un di presso alle nostre guardie di pubblica sicurezza.

Magnifico corpo sul quale si può contare come su la famosa fede punica. I cretesi lo sanno, ma chiudono gli occhi, e perchè li chiudano non lo so io.

Disciplinati come le anatre, le quali hanno inventato primamente la fila indiana, ossequenti verso i loro superiori, corretti nella divisa e nei modi, danno un punto ai famosi _policemen_ inglesi.

Li osservo da qualche giorno. Sono vestiti di tela gialla, calzano un berretto a visiera e goffi stivali; passano a due, a tre, a quattro per volta (il numero poco importa), ridendo forte, dandosi di braccio, spassandosela allegramente.

Buoni amiconi, cuori d’oro!

Osservano i forestieri con curiosità infantile e si lasciano andare a commenti più o meno garbati; scherzano col pubblico, si accompagnano alle belle ragazze, e, quando il buon umore soverchia, si rincorrono.

Formano una compagnia istituita per dare un esempio di serenità agli uomini tetri.

Non sono chiamati mai a prestar man forte nei servizi di una certa importanza, perchè non si sa quale partito potrebbero prendere all’improvviso. Essi decidono per conto loro, e il comando di un capo può avere un certo valore se a questa bella società garba l’ubbidire.

Sono giovinetti imberbi e non rappresentano i migliori campioni della razza cretese.

A volte arrestano qualcuno e si abbandonano a piacevoli conversari con l’arrestato stesso; li vedete passare per la via in fraterna comunione, tanto che, fra i tre, non vi spiegate quale possa essere il malvivente.

Qui a Canea tutto ciò non desta stupore; ci si è abituati anche ai _politofilakes_.

Questa mattina ne ho osservati quattro che seguivano un uomo ubbriaco fradicio. Credevo volessero portarlo in _domo petri_, ma la mia ingenuità era troppo grande. Dovevo supporlo! I buoni giovinotti volevano divertirsi un poco alle spalle del malcapitato, niente più. E si sono divertiti come quattro monelli che abbiano saltata la scuola.

Nè si può biasimarli se la loro indole li porta a simili manifestazioni.

Essi costituiscono, in verità, la compagnia del buon umore.

Kanna.

Kanna è arabo di origine, ma è nato a Canea, ed ha adottato gli usi e i costumi di questo popolo antichissimo.

Come tipo è insignificante: grande, grosso, un viso da bestia e le mani enormi; ma come innamorato è originale e val la pena conoscerlo.

I _palikari_ cioè i _giovani arditi_, gli _elegantoni_, i _temerari_ allorchè l’amore li colga, usano dare alla loro amata una prova singolarissima della loro passione, una prova tale che obbliga la donna ad un affetto eterno. Diventano autofagi.

Un bel giorno, quando più li preme l’ansia d’amore corrono dalla loro donna, estraggono l’acuminato pugnale che portano sempre alla cintura, si tagliano da un braccio o da qualche altro luogo nel quale il muscolo sia più spesso, un pezzetto di carne, la infilano su la punta del pugnale, l’arrostiscono e la mangiano.

Un esperimento simile può accadere una volta forse nella vita di un uomo; Kanna non è un uomo comune, egli ha amato più di una volta, ragion per la quale si è mangiato mezzo.

Ad una mia domanda acconsente a mostrarmi le braccia; sono tutta una cicatrice; paiono irrigate da tanti fossatelli.

Gli chiedo quale sapore abbia la sua carne e mi risponde ridendo:

— Sa di porco!

— Come?

— Sì, assomiglia a quella del porco.

— Ed ora sei innamorato?

— No.

— E non hai intenzione di ricominciare?

— No, basta! Le donne non valgono neppure la cima di un’unghia.

Confessione preziosa per chi, come Kanna, ha consumato sè stesso per amor delle donne.

Il canto dei muezzin.

“_Allah Acbar. Echhed en la ila ella Allah. Echhed en Mahammed Raçu Allah. Hai ala Elsalat. Haë ala Elfalah. Allah Acbar. La ila ella Allah._[6]„

Queste le parole che i _muezzin_, in tutti i paesi mussulmani, cantano dall’alto dei minareti cinque volte al giorno e cioè: all’aurora, a mezzogiorno, alle tre pomeridiane, al tramonto e due ore dopo.

Da secoli sono le stesse parole, la consuetudine è immutata, e cioè dal giorno in cui Abdallah, figlio di Zaid ebbe una pretesa rivelazione. Si era al primo anno dell’Egira (632 d. C.); Maometto, che si trovava allora a Medina, era incerto sul modo che avrebbe adottato per chiamare il popolo alla preghiera. Le trombe delle quali si servivano gli ebrei e la tempella che usavano i cristiani non lo soddisfacevano. Preferì la voce dell’uomo. Non gli mancava se non la formula che avrebbe adottata. Era incerto allorchè Abdallah gli propose la formula che disse essergli stata rivelata.

Maometto l’accettò e comandò a Belal, che era il suo banditore, di pronunziare ad alta voce tali parole nelle ore già fissate alla preghiera. E dal primo anno dell’Egira e cioè dal 632 dopo Cristo o, se più vi piace, seguendo lo storico arabo Abul-Feda, dal 6217 dalla caduta di Adamo, in tutti i paesi della terra nei quali si adora Allah, si cantano le parole di Abdallah, figlio di Zaid.

[Illustrazione: Il bazar di Bengasi.]

[Illustrazione: DERNA (Cirenaica).]

[Illustrazione: ZRAIB. — Villaggio alle porte di Bengasi.]

[Illustrazione: Oasi in Cirenaica.]

E fra tali cantori è una specie di gara. Le moschee cercano scegliere gli uomini dalla voce migliore perchè il pubblico dei fedeli li ascolti più volentieri.

Anche Allah, il violento Allah deve ricorrere a lenocinï per sedurre il suo popolo fanatico.

Canea.

Quale è l’anima riposta di questo popolo? Quali ne sono le sfumature, le ebbrezze, gli abbandoni? Quale il pensiero che regge la loro vita? Tante volte mi sono rivolto tale domanda e ho atteso, ho interrogato, ho scrutato per sapere se oltre la scorza si celava qualche luce che mi sfuggisse, qualche vita misteriosa e dimenticata, qualche concezione nuova ed inattesa. E mi è parso, o mi inganno forte, che null’altro trasparisse dalle parole e dagli atti se non un profondo cinismo.

Orgogliosi anzi tronfii di un passato col quale non hanno niente a che fare, vani ed ignoranti in gran parte, presuntuosi fino al punto da credersi capaci di guidare il mondo, imbevuti nel pettegolezzo quotidiano di una politica parolaia della quale si compiace e si inebbria la loro superficialità, appariscono a tutta prima all’occhio dell’osservatore, in una luce antipatica, che una più lunga conoscenza può attenuare.

La colpa non è tutta loro. Il giorno in cui avranno maggior contatto col mondo esterno e con la grande onda di idee che agita l’età moderna, la loro psiche dovrà forzatamente modificarsi, e se ne attenueranno le asprezze e le manchevolezze pur rimanendo satura di quel cinismo che fu sempre una prerogativa della razza.

Per ora essi non hanno una vera e propria idealità altamente intesa. La stessa lotta per l’annessione alla Grecia si riduce e si immiserisce in una guerricciuola di parti, nel prevalere di un uomo, in un giuoco di scaramucce. Il loro interesse è sempre in ballo. Ora a Canea vedono di buon occhio l’intervento delle Potenze, perchè la permanenza di otto navi nelle acque di Creta significa per i commercianti un’entrata quotidiana di parecchie migliaia di lire.

V’è chi dice, e sono i vecchi del luogo, che se domani avvenisse l’annessione alla Grecia la contentezza non sarebbe di lunga durata. Già gli ufficiali greci che hanno sostituito gli italiani nel comando della gendarmeria hanno destato frequenti malumori. Si dice manchino di _camaraderie_, siano prepotenti, intransigenti e villani.

Per quanto abbia accostato persone di ogni condizione, non una volta mi si è comunicato quel brivido di entusiasmo, quell’alata poesia che accende tutta quanta l’anima ed arde per gli occhi e trascina. L’idea pura, l’amore profondo per il quale fiorisce l’immagine della patria non l’ho conosciuto quaggiù. Forse esisterà nella massa, ma per quanto abbia fatto e mi sia indugiato cercando ridestarlo, non mi è balzato mai d’innanzi radioso e bello.

Mai! Un sorriso, un freddo acconsentimento, una parola glaciale furono le risposte e molto più spesso l’indifferenza.

Mi dicono che gli sfakioti, che gli abitanti dell’interno, siano differenti, e lo credo perchè conosco i loro eroismi. Qui, a Canea, il cinismo è legge.

L’esodo degli alberi.

Da Santi Quaranta in poi, e cioè dalle coste montuose dell’Albania fino a quest’isola controversa, inutilmente fertile, nella quale più abbondano i guerrieri che non gli agricoltori, l’aridità continua ininterrotta. Non una selva, mai. Le coste dei monti e le ampie vallate si succedono rocciose, squallide, deserte. Ardono sotto il sole, non conoscono freschezza di fonti, mormorii di polle o di ruscelli, gioiosi impeti di fiumi sonori. Non un’ombra, non un riposo; sembra che la maledizione del deserto abbia inaridito ogni sorgente di vita, che la terra nel suo interminato squallore non possa alimentar seme, che tutto ciò sia condannato ad una morte lenta ed inevitabile.

Santi Quaranta è una rovina cinta tuttavia dalle antiche mura veneziane. Ai lati della strada carrozzabile che giunge da Jànina sorgono quindici o sedici case fetidissime, innominabilmente sporche, nelle quali si accumulano uomini, mosche, e generi alimentari. Tra queste case è un albergo, o meglio un _han_, come lo chiamano i turchi. Tale _han_, per definirlo con precisione concisa, è uno stallatico per uomini e cavalli. Ai cavalli è riservato il pianterreno, agli uomini il piano superiore; ma l’atmosfera è sempre la stessa. V’è in ciò una fraterna tolleranza encomiabile. La sala da pranzo, che è nello stesso tempo cucina ed osteria, occupa un angolo angusto ed è come la dipendenza della stalla. Oltre a ciò l’albergo non presenta cosa osservabile se ne togli i tipi diversi e turchi e greci e albanesi; questi ultimi specialmente, notabilissimi per i baffi che sembrano spade, per la fustanella, per le grandi scarpe rosse a forma di gondola. Su la soglia dell’_han_ si adunano le diligenze che provengono dall’interno; vecchie carcasse sospese su ruote enormi, dondolanti come cune, arabescate d’oro e d’argento, cigolanti, pericolanti sotto il grave peso dei secoli. Poi muli, asini e cavalli ovunque ci si rivolga: al sole e all’ombra; uomini armati, casette dischiuse, donne coperte e scoperte, e il grande velo livellatore del sudiciume.

Tutto ciò si aduna in breve spazio; in quattro palmi di terra, fra ruderi e ortiche. Gli alberi sono rappresentati da qualche cipresso ombreggiante una piccolissima chiesa greca, e gettano un’ombra funebre su la terra deserta. Da questo punto fino all’isola dei rapsodi non ho incontrato una selva. L’Epiro e l’Attica non sono che un seguito di montagne brulle, aride che solo la bellezza del cielo e del mare riveste di splendore. Al canale di Corinto, prima di entrare nella stretta fornace per la quale il piroscafo si attarda, rimorchiato a rilento, ricordo una pianura ondulata, che chiudeva intorno tutto il giro dell’orizzonte. Il sole meridiano vi ardeva incontrastato. Impeti di vento caldissimo, vere ondate di fiamma giungevano fin sul mare a mozzarci il respiro; a intorpidirci i sensi. E sotto tale canicola, per un sentiero appena tracciato fra i cardi secchi, i roveti e i crepacci della terra riarsa, alcuni contadini, in fustanella bianca, se ne venivano lentamente l’un dietro l’altro appoggiandosi a piccoli bastoni, la testa bassa, ricurvi come sotto pesi enormi. Quando giunsero alla chiatta che doveva trasportarli all’altra riva si abbandonarono disfatti, senza dir parola, congestionati in viso, la bocca socchiusa, gli occhi torbidi ed atoni. Nessuno li compianse. Essi stessi si erano preparati e venivano preparandosi tuttavia tale supplizio col distruggere metodicamente e gli alberi e gli arbusti e ogni vita vegetale che non apparisse più direttamente utile alla loro supina cecità. Essi avevano incendiato le selve e le macchie per dar pascolo ai loro montoni; neppure un arbusto si era salvato da tale furia devastatrice e la terra, che avevano voluto deserta, li ripagava giustamente.

A Creta, come nell’Attica, la poesia degli alberi è morta. Internandomi nell’isola ho potuto vedere di notte, su le coste dei monti, vasti fuochi accesi dai montanari a sopprimere la vegetazione che tenta riprendere il proprio dominio. Non si concede tregua. Non so se vi siano leggi che vietino tale insensato vandalismo, ma se anche vi fossero chi potrebbe metterle in pratica? I pastori si ribellerebbero, ed ogni pastore ha il suo fucile al quale affida le proprie ragioni. Essi non sanno forse che procacciano il loro danno, ma se anche lo sapessero muterebbero forse? Ne dubito molto. La pastorizia è press’a poco un vagabondaggio quotidiano, un dolce far niente senza interruzione, e ciò conviene alla scarsissima attività di queste genti. Procedendo dal piano verso il monte ci si convince sempre più di tale verità fondamentale. La terra fertilissima che può dare fino a tre raccolti all’anno, rende per proprio conto. L’uomo se ne cura appena appena quel tanto che può essere necessario. Gli olivi secolari crescono enormi senza traccia di potatura, e così le viti. Veri e propri campi coltivati non ne esistono. Di tanto in tanto, senza regola e senza legge, qualche appezzamento di terreno è stato grattato da un aratro primordiale simile a quello che usano gli arabi e che usavano gli egiziani; un poco di sementa vi è stata sparsa, poi la terra si è incaricata del resto. Le erbe parassite possono crescere a loro agio fra i seminati, che nessuno si cura di estirparle. A tempo giusto si ritorna a raccogliere ciò che la dovizia di questa natura regala largamente, e non ci si occupa d’altro. Dormire, oziare, cantare, combattere, ecco ciò che desidera questo popolo. Forse l’influenza del clima dolcissimo e snervante lo spinge all’inerzia. Così si dice. Siamo alle soglie dell’Oriente.

Verso l’interno.

Abbandonata Canea alle nostre spalle, dopo breve cammino, perdiamo ogni traccia di strada propriamente detta. Le strade carrozzabili in tutta l’isola si riducono a ben poca cosa; a qualche decina di chilometri e non più. Bisogna viaggiare a cavallo per vie mulattiere, che sono a volte assolutamente impraticabili.

Procediamo fra ulivi centenari dal tronco bipartito e tripartito; ritorti, sconvolti, mostruosamente vivi. Larghi cespi di mirto fiancheggiano il sentiero. Ogni rudero, ogni piccola casa è ricoperta da gelsomini in fiore. Cominciano le tracce delle antiche lotte senza tregua. Enormi ulivi segati alla base, chiese sventrate, case delle quali non restano in piedi se non le quattro mura. Attraversiamo cumuli di mattoni e di calcinacci che nessuno si cura di rimuovere: erano case turche; passiamo vicino ad abitacoli malamente restaurati: sono case cristiane. Nei piccoli villaggi le tracce della lotta si fanno ancora più vive. Intiere strade non sono ridotte che ad una maceria; pare sia passata una furia distruggitrice a scuotere tutta questa miseria fin dalle sue fondamenta. Già parecchi anni sono trascorsi dalle ultime convulsioni rivoluzionarie, e sembra che le rovine datino dal giorno innanzi. La gente si è assuefatta a tale spettacolo: non lo osserva, oppure, se lo osserva, se ne compiace. Sarebbe pronta a ricominciare: nulla è mutato nell’animo suo, nè l’ardimento selvaggio, nè l’odio senza riposo. Di ciò ci si convince abbandonando la città nella quale e interessi e influenze e scetticismi hanno mutato molte cose. Ciò che è possibile nell’isola di Creta non è possibile che per il popolo delle campagne, saldo ne’ suoi vizi e nelle sue virtù.

Il rapsodo.

Siamo in una piccola stanza disadorna, ma tutta bianca di calce e odorata di fiori. Dalle finestrelle senza parapetto si intravede, nella luce crepuscolare, una fila di cortilucci nei quali scivolano ombre di donne dalle lunghe trecce. Non un canto; qualche voce sommessa, qualche uggiolare di cani randagi e lo stridore delle cicale. In fondo è il mare. Si ode lo scarpicciare delle gente che passa. Una soave tranquillità di sonno si distende sul bianco nido degli uomini. Le donne si affaccendano al pianterreno per prepararci l’immancabile pasto destinato agli ospiti; frattanto, per la ventesima volta forse, ci offrono la _mastika_, che è una specie di acquavite dal gusto assai discutibile. Durante il viaggio, che continua da dodici ore, ci avranno costretti a mangiare non meno di dodici volte, e dico costretti perchè la cortesia dei cretesi è permalosa e guai a rifiutarsi. Conviene assaggiare mille cose e prendersi un’allegra indigestione per onorare l’ospitalità. Ad ogni sosta era capretto bollito e capretto arrostito che veniva in tavola, poi ulive secche, formaggi, uova, latte, cocomeri, cetrioli e mille altre diavolerie da rimpinzare un eroe omerico. Trascorso mezzogiorno abbiamo cercato di evitare i villaggi, ma la sorte non ci ha favorito. Ci spiavano da lontano; ci attendevano all’agguato e quando, dopo averci offerta una bibita al caffè del paese, si assentavano pregandoci di attendere, ci si guardava negli occhi allibendo: il supplizio ricominciava, conveniva mangiare di nuovo.

Ora preferiremmo rimanercene quieti nel nostro riposo un po’ torpido, ma non lo possiamo. Le donne, che non siedono mai alla tavola comune, sogguardano in disparte: le mani intrecciate e il volto sorridente. La notte è discesa, giungono gli amici dell’ospite a stringerci la mano, la stanza si riempie di giganti dalle lunghe barbe. Li osservo; paiono tanti corsari saraceni, e dei corsari indossano tuttavia il caratteristico costume: le larghe brache, gli stivali, un panciotto e un corsaletto ricamati. Sui capelli foltissimi portano qualche volta una specie di berretto frigio, ma più sovente un fazzoletto nero annodato intorno alla fronte. Innestate nella larga fascia che stringono alla cintola fanno capolino pistole e pugnali. Tanto i giovani quanto i vecchi hanno un segno di vigoria indomita nel profondo arco cigliare e nel lampo delle pupille accese. Parlano rado, senza gridare, senza gestire, gravi come tanti sacerdoti.

L’ospite nostro ce li presenta ad uno ad uno. Quasi tutti, meno i giovanissimi, hanno partecipato a qualche rivolta, hanno capitanato qualche banda di insorti. Il più vecchio: _barba_ Sifi, dalla fronte attraversata da una larga cicatrice, compì gesta eroiche ed è circondato da una muta venerazione. Quando parla _barba_ Sifi tutti ascoltano riverenti e nessuno osa interloquire. Ma _barba_ Sifi beve e beve a lunghi sorsi, levando il capo beatissimamente. Ha una faccia grande e rosseggiante, animata dagli occhi nerissimi. Per dieci volte grida: _evviva!_ e vuota forse dieci bicchieri se non più, poi mentre gli altri parlucchiano, appoggia un gomito su la tavola, la fronte su la mano aperta e si concentra. I più lontani ammican fra di loro; alcune giovinette sono apparse su la terrazza; le voci si fanno sempre più sommesse, finchè, quando Sifi leva la faccia trasfigurata, tutti tacciono raccolti. Ad un tratto il gran vecchio si volge e grida:

— Diamarta!

Una giovinetta agile, sottile, diritta come una canna di Vrises, la bella fonte, esce dall’ombra della terrazza e si avvicina. Il volto severo, di un pallido bruno, è animato da due grand’occhi dolcemente austeri. La fronte, fra l’onda dei capelli rosso rame e le esilissime ciglia, ha l’antica soavità delle iddie prassiteliche.

Senza nulla chiedere Diamarta toglie da un angolo la _lira_ (un istrumento a corde che serba il nome dell’antica _lira_ se non la forma), la porge al padre, poi si rivolge, rientra nell’ombra senza aver levato gli occhi su gli astanti. Su le sue spalle ondeggiano i capelli raccolti in una lunga treccia. Trascorre un breve silenzio. Tutti si protendono verso il vecchio settantenne. Qualcuno mi sussurra:

— Ora canterà i giorni della rivoluzione!

Un accordo grave rompe il silenzio, poi un secondo, un terzo in una continuità dolcemente monotona. Sifi ha levata la fronte, guarda in alto, verso un punto incerto, segue il volo delle memorie attendendo il gioioso prorompere della sua esaltazione; poi comincia adagio e la voce trema e gli astanti impallidiscono sogguardando. Ma il tono si fa sempre più forte, la voce sempre più alta e secura, e i distici succedono ai distici in una improvvisazione che non si stanca, in una gioia impetuosamente grande, in un respiro largo e possente di sole, di cieli, di forza battagliera, di vita e di morte. Tutto si trasfigura per la voce del rapsodo, tutto si amplifica nobilitandosi. Il tumulto di un’anima si comunica a cento a mille anime; non si ascolta, si vive di una stessa vita; non si approva, ci si leva, ebbri di una sola ebbrezza.

[Illustrazione: La chiesa di Mora.]

Quando Sifi tace è un urlo che conchiude il suo canto, poi nessuno più dice parola. Diamarta si accosta ancora e gli occhi di lei scintillano di pianto.

E non è un solo rapsodo in quest’isola dall’anima antichissima, ma cento. Sono vecchi che hanno sfidata la morte, che hanno condotti manipoli ardimentosi all’assalto; vanno di villaggio in villaggio e si fermano alle capanne disperse, ascoltati da tutti. Cantano le antiche rivolte e le nuove; esaltano la libertà e la fierezza nel nome del loro Iddio. E nel nome del loro Iddio e della libertà sono poeti. Il popolo li ascolta e li inchina. Una grande ombra li segue: la morte; un’ombra più grande ancora li illumina e li irradia: l’epopea.

Tutto è finito fra l’indifferenza comune. All’imboccatura del porto non sventola più alcuna bandiera, le corazzate sono partite per Suda, il Governo locale ha promesso la calma e la calma, per adesso, esiste. E quale calma! È un vero torpore quotidiano; una monotonia senza fine uguale. Si sa benissimo che si tratta di cosa effimera, che il problema è tuttavia insoluto, ma durante la tregua si sonnecchia nella più compiuta indifferenza.

Alla chetichella le grandi navi sono scomparse ad una a due per volta; la gendarmeria cretese ha sostituito i marinai su le vecchie fortificazioni veneziane, ma ciò non ha destato nè entusiasmo nè curiosità. Si attende il domani.

Ieri a Retimo, un greco ha ucciso un turco, ma anche tale notizia, che si è sparsa rapidamente in città, non ha commosso troppo gli animi. Ciò mi ricorda i tempi classici di Cesena allorquando un socialista uccideva un repubblicano o viceversa, e ci si era assuefatti ormai a tale triste vicenda. I turchi continuano la loro vita tranquilla ed appartata, avendo scarsissimo contatto coi greci; i greci non sono meno tranquilli (almeno a Canea) e sdegnano la compagnia dei turchi. Tale, in massima, è la verità. Ciò non preconizza certamente un’armonia stabile e duratura. Ma le cose si trascinano così da anni ed anni e possono continuare immutate fino a che non si ritorni da capo. Ritornare da capo è la meta del domani. D’altra parte, data l’assoluta impossibilità di una vita autonoma, non rimane ai cretesi altra via d’uscita. Frattanto il torpore dell’estate concilia il riposo ed il sonno.

Ho già conosciuto perfettamente tutti i frequentatori delle banchine del porto e della piazza Montenegro; sono sempre gli stessi, sempre negli identici atteggiamenti e con la stessa aria di gente che si annoia a morirne. Se non fanno gorgogliare gli enormi _narghilè_, fanno passare fra le dita i grani del _komboloi_, che è una coroncina, molto spesso di ambre, la quale non serve ad altro che a contare il tempo per convincersi che non è moneta.

Sorbiscono enormi bicchieri d’acqua, guardano il cielo, guardano il mare, osservano, parlucchiano. Ed ogni caffè ha una montagna di sedie a loro disposizione.

Ci si può sedere quando si voglia, e se il cameriere si avvicina gli si grida:

— _Tìpota!_ (Niente).

Ed egli se ne torna come è venuto. Che se poi si voglia consumare qualcosa si può ordinare signorilmente:

— _Mikrè, ena krio nerò!_ (Cameriere, un bicchier d’acqua fresca!)

E, sopra un bel vassoio, vi è servito un bicchiere che conterrà mezzo litro d’acqua; voi lo sorbite facendo la vostra siesta, che può continuare fino a sera, poi ve ne andate senza avere sborsato un soldo e il _mikrè_ si guarderà bene dal serbarvi rancore, perchè tale è la consuetudine comune....

Del resto, nelle mie continue peregrinazioni per il mondo, non ho trovato mai i caffè tanto a buon mercato quanto a Creta. In primo luogo non esiste qui la consuetudine delle mance, e non per questo i camerieri sono meno premurosi; in secondo luogo le bibite più care non costano che quattro soldi, ma i prezzi normali variano da uno a due soldi. Per un soldo potete avere un buon caffè oppure un bicchierino di _mastika_ accompagnato da una manciata di olive secche, da un piattellino di ceci abbrustoliti, da un po’ di formaggio, da un pezzetto di pane e da un pomodoro. Poi la sedia, il cielo, il mare e la vista dei passanti. Che più? In questo soldo è compendiata tutta una vita. Ci si accontenta, ed io ammiro chi apprezza il proprio destino e lo accetta tal quale e aspetta che giunga l’ora sua buona, tranquillamente, facendo girare fra le dita i grani del _komboloi_.

Lungo la banchina c’è un caffè turco e quattro o cinque caffè greci; sono gremiti dalla mattina alla sera. Le sedie per i poveri sono disposte in fila lungo il mare, e i poveri vi siedono e dormono o si guardano i piedi per ore ed ore. È una contemplazione pensosa che non so precisamente a che cosa riesca; ma forse non riesce più in là del sonno.

Si odono le grida del _mikrè_:

— _Ena pagotò!_ (Un gelato!)

— _Ena mastika!_ (Una mastika!)

Le barche deserte dondolano lentamente al sole su l’acqua torbida del porto. Passano vere torme di cani randagi che vanno annusando ogni immondizia famelicamente o vi guardano dal sotto in su quasi vi chiedessero se avete altrettanta fame quanto ne hanno loro. I gatti innamorati urlano su le finestre e dentro le botteghe chiuse.

Seduta su lo scalino di una porta c’è una vecchia nera tutta avvolta nella _milàia_ (così si chiama la veste particolare alle mussulmane di Creta). Ha un viso scimmiescamente inespressivo. Attizza un suo braciere sul quale viene cuocendo del formentone immaturo. Poco più lontano un uomo scalzo, dagli enormi baffi rossi, grida infaticabilmente le lodi delle sue frutta:

— _Sicàia, staffilàia, carpusàia! Èmata, èmata, èmata!_ (Fichi, uva, cocomeri! Color sangue!)

Un venditore di _halluf_, un dolce turco seminato di mandorle, passa senza offrire la propria mercanzia. Si ferma a parlare con un tipo strano che porta sul capo un berretto cilindrico lungo non meno di mezzo metro. È un monaco del convento dei dervisci urlanti.

Alcune galline contendono ai cani le ricchezze dei selciati. Fa caldo, fa afa.

Ab-Eddìn, l’unico cameriere sospinto da una eterna fretta, nonostante le sue larghe brache, grida verso l’interno del caffè:

— _Glìgora, glìgora!_ (Presto, presto!)

Ma la sua fretta nasce e muore in lui; non si comunica alla sonnolenta indifferenza dell’ambiente. Ab-Eddìn non si scoraggisce per questo: in maniche di camicia, un cencio sotto al braccio, un pezzetto di gesso infilato dietro a un orecchio, trotta da un tavolo all’altro e scaccia le mosche e pulisce e ripulisce e si affanna e, quando altro non può fare, serve acqua fresca a tutti, a chi ne vuole e a chi non ne vuole, così, per vezzo, perchè è innamorato del proprio mestiere Ab-Eddìn dai piccoli occhi gaiamente infantili.

Una barca dalle vele bianche si allontana sul magnifico mare. Dal minareto della moschea giunge il canto gargarizzante del _muezzìn_:

— _Allah Acbar_....

O kapetanios Blum.

Ballonzolando in vettura per una strada inverosimile, data la sonnolenza di Canea, mi faccio condurre a Suda; ma anche Suda dorme. Nella magnifica baia circondata dai monti sono ancorate le navi da guerra. La solita gente ai numerosi caffè. Alì, il vetturino nero, mi chiede, veduta la mia perplessità:

— Andiamo a Kalyves?

— Andiamo — rispondo.

E si parte. Kalyves è un villaggio situato all’entrata della baia di Suda, e a Kalyves vive, quasi a guardia della baia stessa _o kapetanios Blum_, il capitano Blum! Il nome è già una divisa.

Giungiamo al piccolo villaggio mezzo ruinato. Non abbiamo veduto che monti aridi e capre fameliche, ma lo splendore del mare ha vinto la povertà del monte. Poi hanno fatto capolino, ai lati della strada, le piccole case a terrazza, tutte bianche, con appese agli architravi delle porte le ghirlandette, appassite ormai, che vi furon lasciate dai giovani al nascer di maggio, per amore e per augurio, e Kalyves è apparso.

Ne uscivano, quando entravamo noi, alcuni villani recanti in città il miele contenuto in certi loro otri ampissimi. Ne avevano caricato quattro asinelli. Si sono allontanati sotto il sole fra le mosche e la polvere.

Ed eccoci giunti alla piazza del paese. Un immenso platano ne occupa il centro, al quale platano sono appesi gli avvisi del Comune. Stanno, intorno, alcune casette, un mulino e un fiumicello attraversato da un antico ponte. Le finestre sono adorne di fiori e le terrazze scompaiono sotto i grandi pergolati.

Mi siedo al caffè e attendo pazientemente qualcosa di insolito che mi scuota e ravvivi lo spirito mio.

Qualcuno mi parla di lui:

— Venite. È bene conoscerlo. È un uomo straordinario.

Non cerco di meglio. Si attraversa il ponticello e ci si presenta su la soglia di una bottega.

— C’è? — chiede chi mi accompagna ad un giovinetto fermo dietro il banco.

— Sì — risponde l’interloquito.

— Chiamalo. Presto!

Qualche minuto di attesa, poi si ode un passo cadenzato e, di repente, una lunga ombra si disegna nel vano di un’altra porta che immette in un giardino.

Eccolo. È lui!

Due alti stivali, un paio di calzoni da soldato, una fascia rossa alla cintura, dalla quale fascia occhieggia un pugnale; poi una maglia grigia: ecco il capitano Blum. Quando si presenta ha fra le mani una maschera di fil di ferro simile a quelle che usiamo noi nelle sale di scherma. Suppongo stesse esercitandosi in giardino contro qualche avversario che non si presenta, ma il capitano Blum si affretta a dissipare il mio dubbio. Con un sorriso ne’ suoi grandi occhi chiari mi dice:

— Cercavo un’ape!

— Un’ape?

— Sì. Con loro permesso.... torno subito. Siedano, siedano!

E scompare di bel nuovo senza ch’io riesca a spiegarmi la ragione di tale sua nuovissima ricerca! Dopo pochi minuti si ripresenta. L’osservo meglio. È lungo due buoni metri e magrissimo; le braccia e le gambe non finiscono mai. Sul collo nudo e sottile le grosse vene si inturgidiscono ad ogni piccolo moto. Da sotto la maglia, le scapole, le clavicole, le costole, ogni squisita particolarità dello scheletro, si addimostra in perfetto rilievo. Il lungo collo è terminato da una piccola testa rotondeggiante, compiutamente rasa e adorna da un pizzo mefistofelico e da due lunghi baffi orizzontali. È di pelo bianco. Le guancie incavate dànno maggior rilievo e solennità al pizzo triangolare. Ha gli occhi grandi e chiari or sorridenti, or fieri, ora ammiccanti nei frequenti sottintesi erotici ed eroici. Siede alla tavola con noi.

— Il signore è italiano? — chiede sorridendo.

— Sì.

— Io ho un certificato di Canevaro.

— Un certificato? E di che si tratta?

— Si tratta della mia opera di combattente.

Si rivolge, dà un ordine ad un ragazzo e il ragazzo si allontana, ma non ritorna più.

Vogliamo farlo parlare, ma non è necessaria troppa insistenza per deciderlo a ciò.

Portano il vino, portano la _mastika_, ci preparano una piccola refezione, poichè la bottega del capitano Blum è anche trattoria. Molte volte l’ospite nostro deve interrompere il racconto per dare ordini in cucina, dove la sua grossa moglie sbraita; ma tali piccole miserie non tolgono serenità allo spirito suo eroico.

A poco a poco la parlantina gli si snoda. Si spiega in un suo italiano semibarbaro commisto di greco e di francese. Ci racconta come nel ’66 fosse con Garibaldi ch’egli chiama molto semplicemente “il vecchio Giuseppe„. Fu a Pisa e non so perchè; fu a Roma e a Torino, e ancora il perchè di tale spedizione mi riesce oscuro. Ad un tratto s’interrompe per soggiungere:

— Gli volevo tanto bene! È stato il mio maestro!

E guarda il mare e si passa la mano anchilosata su la piccola testa glabra.

— E i turchi? — gli chiedo all’improvviso.

Egli si volge di scatto. Vedo sul suo viso succedersi varie smorfie.

— I turchi?... Pff!... — E traccia un gran gesto nell’aria.

— Nel 1867 — riprende — ho dato loro una buona lezione. La ricorderanno per un pezzo. Avevo il mio manipolo: eravamo duecento cinquanta contro duemila. Ci eravamo accampati a Vrises, alle fontane. Combattemmo da cani. Il giorno dopo, dei duemila turchi non ne erano vivi che trecento. Li avevamo bloccati. Chiesero di venire a patti. Bè, veniamo a patti. Ci lasciarono ottanta uomini come ostaggio e partirono disarmati. Viene la notte. Io dico ai miei uomini: — Che cosa ne facciamo di questa gente? — Che cosa ne facciamo? — Non si poteva dormire insieme, è vero? Erano disperati; potevano farmi uno scherzo. Bè! — pensai — Accorciamo la loro pelle!

— E li uccideste?

— Tutti! — risponde trinciando l’aria. E gli occhi gli si allargano. Ad ogni parola grande, gli occhi doventavan più larghi.

— Bè! — conchiude e per la seconda volta guarda il mare oltre le sue case. Possiede due case fra un monte di rovine che rappresentano gli avanzi di una piccola moschea. C’era la rivoluzione, tutto andava a soqquadro. Un uomo come lui non poteva rimanere inattivo. Si scagliò su la moschea e la distrusse. Non restò pietra su pietra. Poi, che fare? Il terreno non era più dei turchi, era una _res nullius_ ed egli vi riconobbe il proprio diritto tanto più forte quanta maggior fatica gli era costata la demolizione. Nessuno lo disturbò, nè egli lo avrebbe permesso.

— Ho combattuto, ho vinto, sono in casa mia!

[Illustrazione: CIRENAICA. — Sul limite del deserto.]

[Illustrazione: SVEZIA. — Il lago Siljan (Dalarna).]

Allora, oltre i due coltellacci, portava uno jatagan, che ora è appeso in cucina, sopra il banco della vendita. Così si era stabilito su la terra di Maometto.

I turchi lo conoscevano bene e lo avrebbero fatto ricco s’egli avesse voluto sposare la loro causa; ma Blum non tradiva, Blum si vendicava terribilmente.

Una volta era possessore di due barchette, due barchette belle che gli servivano per andarsene pescando lungo le coste. Una mattina si leva, scende sulla spiaggia, guarda intorno, guarda più lontano, guarda sul mare, ma nulla vede; le barchette non c’erano più. I turchi le avevano rubate.

Scuote il capo, non fa parola, si arma di un fucile e di una grande scure e parte. Parte in guerra contro gli ulivi. In pochi giorni ben quattordici mila ulivi fra i più saldi cadono rasi al suolo per mano sua. Erano ulivi turchi. Non contento di ciò rende nota ai proprietari la sua impresa e impone loro di rendergli nel termine di ventiquattro ore le barche se vogliono aver salve le case e le vite. E le due barche gli furono rese. Per la magnificenza della persona e per le singolari imprese piene di impetuoso ardimento non vi era donna che non morisse d’amore per lui, e di ciò grandemente si compiace l’eroe ammiccando, mentre la sua casta moglie, la buona Zacarenia dalle larghe spalle, lo guarda melanconicamente da dietro il banco sul quale troneggiano, infilate in una bottiglia, due lunghe penne di pavone.

E parla e parla offrendoci le vivande, affettando il pane co’ suoi coltellacci anneriti dal lungo uso domestico. Si fa sera, la trattoria si anima, giungono gli avventori e il buon capitano deve interrompersi cento volte per correre da un tavolo all’altro.

Ci racconta le sue tristezze. Non è contento della patria. Poi che Creta ebbe ottenuta l’autonomia egli non si ebbe altro incarico se non quello di guardia carceraria. E come se ciò non bastasse, una volta dovette sorbirsi ventisette giorni di prigione, perchè ricercando un prigioniero evaso, aveva telegrafato di sua iniziativa al questore di Cefalonia firmandosi: Capitano Blum, comandante della gendarmeria cretese.

Un bel giorno piantò in asso ogni incarico e ritornò alla sua cara libertà attendendo gli eventi. Ora affila le armi in silenzio, le affila per i suoi usi domestici, ma anche perchè ai turchi non venga la disgraziata voglia di ritornare. E grida e corre in cucina e ne ritorna con grandi vassoi ricolmi che deposita ai singoli tavoli.

— _Kalispera!_ (Buona sera).

— _Kalispera!_

Non si sofferma, disdegna i suoi umili avventori, corre da noi ad ogni intervallo e ricomincia il racconto.

— Una volta c’erano cinquemila turchi, erano accampati ad Armenus, io non avevo che il mio _jatagan_....

Dai tavoli lo chiamano, dalla cucina lo chiamano. Egli si volge urlando, poi si arresta, lungo, sparuto, affilato come una lama di rasoio. Guarda l’immenso orizzonte marino; tace.

— Che vedete, capitano?

Non risponde. Tutto a punte come il suo bel pizzo spavaldo, affissa i grandi occhi lontano.

— Ha scoperto la flotta turca! — grida un avventore. Blum tace tuttavia. Nulla ha scoperto: attende. Attende dalla penisola iberica il suo grande fratello. Ecco già lo vede fiero e solenne, la lancia in resta, chino sul collo di Ronzinante; già lo sente lanciato nell’impeto irresistibile, alto cavalcando sul mare.

Peleka pina.

Poco distante da Canea sorge una fattoria che serba il nome antico di _Peleka pina_ (lavora ed abbi fame). È un ricordo della dominazione mussulmana. I greci erano costretti a lavorare le terre come servi della gleba, avendone in compenso bastonate e peggio. Di simili ricordi è ricca tutta l’isola di Creta. La piaga è viva tuttavia e assolutamente insanabile. Se vi è un sentimento nel quale convergano tutti i cretesi senza distinzione è l’odio che portano ai turchi. Anche se la Turchia spendesse milioni per rabbonir gli animi non riuscirebbe ad essere popolare nell’isola. È un odio antico ed immutabile, nato nei secoli per le infinite sofferenze patite, ed è santo quanto l’amore e il dolore.

Superstizioni.

Passeggiando questa sera verso Butsumaria, che era un’antica fattoria veneziana convertita poi in luogo di villeggiatura da Mustafà Pascià (ora è tutta diroccata chè così la ridussero gli insorti), e conversando con un vecchio contadino ho imparato alcune credenze popolari che mi sembrano insolite. Eccole:

A sera, camminando per le vie deserte della campagna è ritenuta grande fortuna quella di imbattersi in un cane nero.

Gli spiriti maligni non potranno sorgere su la vostra strada e impedirvi il cammino.

E ancora, per salvarsi dall’influenza di tali spiriti i cretesi portano un pugnale dal manico nero.

Ed ecco uno scongiuro d’amore detto _thesimo_. Si pratica tuttavia nei villaggi dell’interno.

Quando due giovani sono innamorati della stessa donna, colui che ha minor fortuna e vuole riuscire al proprio intento aspetta che la luna sia in quintadecima; allora, a mezzanotte precisa, prende una gallina nera, si ferma ad un bivio e uccide la bestia con un pugnale dal manico nero. Prende poi una manciata di polvere, la intride col sangue della vittima e ne fa una specie di pasta che depone su la soglia dell’innamorata. Se questa, uscendo di casa, scavalca la pasta fatata, è presa dall’incanto e non può amare se non colui che era per lo innanzi il deriso.

Però l’infelice può liberarsi da tale fascino nel modo che segue. Ella ruba al nuovo innamorato il cordone delle brache, lo introduce nella canna di un fucile e spara.

Lo scongiuro è infallibile.

Così mi ha assicurato in perfetta buona fede il mio grande compagno dalla folta barba ricciuta. Un sereno tipo di Giove dalla fronte diritta.

Passavamo, a cavallo, fra cespi di gelsomino e di mirto, fra gli enormi ulivi secolari e gli eucalipti e le agavi e i gelsi giganteschi. Ogni casa era una rovina e dietro le macerie sorgevano i nuovi tuguri abitati dai contadini.

Le tracce della lotta furiosa, senza quartiere, abbondavano ad ogni passo.

Andavamo alla montagna della fonte lungo sentieri quasi impraticabili. Fanciulli e fanciulle uscivano dalle catapecchie a offrirci grandi mazzi di basilico. Su ogni ramo cantava una cicala. Dalle brulle montagne e dalle vallate occulte si elevavano immense nubi di fumo.

Alla fonte.

Sono in un villaggio remoto, nell’interno dell’isola, fra le montagne. Per giungervi abbiamo cavalcato due giornate fra alte pareti di granito e precipizi, nel silenzio.

Il villaggio e come tutti gli altri semisventrato, miserevole. Sediamo sotto ad un platano presso a una fonte.

Vicino a noi, attorno a un tavolo, sono raccolti gli anziani del paese: il sindaco e cinque o sei uomini dai cinquanta ai settanta anni. Vestono il loro costume tradizionale.

Hanno l’aria tranquilla e beata; parlano pacatamente; mi paiono vecchie conoscenze.

Ecco mastro Mikali. È un bel vecchio dal viso rubizzo, dalle spalle quadre. Sorride volentieri sorseggiando la mastika.

Racconta di una gran festa che fecero nel 1872. Ammazzarono sette montoni e non so più quanti polli e quante pernici, di cui l’isola abbonda. Sgombrarono due botti di vino. Sedettero a tavola a mezzogiorno per levarsi a mezzanotte.

— Erano bei tempi quelli! — soggiunge mastro Mikali. — Ci saremmo mangiati un bue e lo avremmo digerito come un boccon di pane.

Si ode lo stormire del platano.

Nella fonte, fra le canne e i ligustri della riva, navigano diguazzando alcuni anatroccoli.

Il vento porta un profumo inebbriante di gelsomini. Sui monti più lontani si leva una gloria di bianchissime nubi.

Il sindaco fuma il _narghilè_, pensosamente, le braccia incrociate. Parla di rado, sorride e consente. Siccome, data la sua carica, ci terrebbe a parlare il greco puro, e non sa parlarlo, si limita ai monosillabi.

Barba Sifi (lo zio Giuseppe) rievoca il ricordo di un altro festino molto più grande, perchè furono uccisi quindici montoni e si consumarono quattro botti di vino.

— Dovemmo restar seduti più di cinque ore — dice ridendo — tanto eravamo ingozzati; ma si smaltì tutto. Ce ne fosse stato del ben di Dio per quanta fame avevamo.

— Però Mikali ne ammalò — soggiunge un vecchietto pallido seduto in disparte.

— Mi ammalai di testa e non di stomaco! — risponde Mikali. — Tu piuttosto dovresti pensare a ber del buon vino; non vedi che ti tremano le guance?

I compagni ridono, il vecchietto scuote il capo.

Il dialogo continua tranquillo su lo stesso argomento.

Un giovinetto mi si accosta e mi offre una corba di frutta. Faccio per pagarlo ed egli rifiuta sdegnosamente e mi dice:

— Prendi, non voglio niente. Può darsi che anch’io, un giorno, venga nell’isola tua: allora mi renderai ciò che ti ho dato.

Una bimba selvaggia, dai capelli disciolti, seminuda, è ferma vicino ad una cascatella lucente. Intorno le pascola un gregge di pecore bianche.

Su le porte, su quasi tutte le porte, sopra all’architrave è appesa una ghirlandella ben contesta. Ora è disseccata.

È un ricordo della prima alba di maggio. Allora i giovani giunsero cantando ad appendere l’augurio su le porte del loro amore.

Collane azzurre.

Passano cani, cavalli e muli, cinto il collo da collane azzurre. Nulla è più strano e più ridevole. Un vecchio asino dalle orecchie pendule, dalle gambe piegate, recante un vezzo azzurro sopra i guidaleschi, mi ricorda una vecchia signora nordica che si era vestita di rosa pallido fra trine e falpalà e si pensava ammirata.

So bene che l’associazione di immagini è irriverente, ma non l’ho provocata ad arte.

L’orecchiuta bestia che ebbe pure il vanto, allorchè discendeva lungo l’Eufrate, con la gaia vendemmia, dall’Armenia a Babilonia, di dare origine ad un demone dolce e impuro, _Bel-Phegòr_[7], è giusto non abbia il senso del ridicolo, ma per quale singolarità nei popoli nordici tale senso è sì scarsamente diffuso?

Mehemed bey.

L’ho conosciuto per caso, sta sempre su la soglia del suo negozio, il _fez_ di traverso. Anche il signor Mehemed ha sul volto ambiguo le caratteristiche della sua razza, solo vi si aggiunge una specie di vacuità dolcemente insensata. È molle; ha la molle imbecillità degli uomini lussuriosi. Il volto biancastro, gli occhi sporgenti, dalla sclerotica cosparsa di venoline rosse, il grosso labbro inferiore pendente, le guance floscie e ricadenti a borsa mi significano subito l’essere suo.

Tardo nel dire, più tardo nel comprendere, senza anima, senza scatti, senza entusiasmi, pare una cosa vuota, una povera cosa ridotta ad un esercizio meccanico.

L’altra sera, con la cortesia degli uomini tardi, volle per forza ch’io lo seguissi; doveva mostrarmi la sua casa, voleva farmi assaggiare la sua birra.

Andammo. La casa sorgeva in fondo a un vicoletto fra gli orti. Era deserta. Mehemed bey mi precedette per avvertir le donne che si nascondessero, e quando giunsi non udii che un fruscìo di rapidi passi su la ghiaia del giardino, ma nulla distinsi.

Sedemmo in una veranda coperta da un pergolato.

Dietro gli alberi neri sorgeva la luna rossa.

Una vecchia ci servì birra e cacio, cocomero e olive, carne secca e carne arrostita in pezzetti minuscoli e.... si bevve! La conversazione era penosa, ma come intenderci? Fra il francese, l’inglese e l’italiano il buon uomo aveva fatto tale confusione babelica da sbalordire.

— _Drink! drink, my dear!... Kalò kalò!_...

— Non bevo, sono astemio.

— _Buvete buvete, c’est de la bierra et.... par consequence!_

Il “_par consequence_„ era la conclusione di tutti i suoi discorsi e se il senso non correva tanto peggio per il senso.

— Debbo andarmene....

— _Oki oki! Il faut stop et.... par consequence!_...

— Ma mi aspettano!

— _Mi aspettano, ne ne, mi aspettano et.... par consequence!_...

Lo guardavo negli occhi ed egli rideva. Che bello spasso!... E per altri dieci minuti si restava l’uno di fronte all’altro senza dir parola.

Finalmente fra una interminabile fila di _par consequence_ gli sfuggii.

Mehemed bey è un buon ragazzo ed ama svisceratamente la Turchia.

Oggi ho veduto sfilare fra i celebri _politofilakes_, otto uomini ammanettati.

Hanno percorso fra l’indifferenza comune il _quai_ per tutta la sua lunghezza: solo innanzi ad un caffè al quale sedevano dei giovani cretesi qualcuno ha gridato togliendosi il cappello:

— Addio, patrioti!

E i malviventi hanno riso ed hanno riso i _politofilakes_ che li accompagnavano.

Prodoti.

Prodoti è un vecchio cencioso che vive per le vie di Canea. Indossa l’antico costume saraceno comune a tutti; ha le gambe nude e le scarpe rotte. Sui lunghi capelli bianchi e ricciuti calza una vecchia paglietta di colore incerto. Ha gli occhi azzurri e un bel viso largo da profeta. Lo chiamano a scherno _Prodoti_, il traditore. E il buon vecchio a quando a quando si sofferma, si accende di sdegno, urla improperi e decanta il suo amore per la patria.

Dicono in realtà che, a’ suoi tempi belli, egli fosse uno fra i tanti capitani di ventura i quali, adunato un manipolo di valorosi, muovevano la guerriglia ai turchi. Non ho potuto appurare a fonti sicure il suo passato, ma Prodoti, quando si infuria, sostiene di avere speso 20.000 piastre per la santa causa e di avere ucciso da solo, nel 1866, ben venti turchi.

Il popolo ride; Prodoti impallidisce e se ne va. Non possiede un soldo e molte volte non mangia. Quando la fame lo ha condotto all’esasperazione, verso sera si dirige alla punta occidentale del molo dove sorge il caffè dei ricchi e comincia a girare fra i tavolini, la testa inchina e le mani annodate dietro le reni, e parla concitato e impreca ai conterranei suoi che non riconoscono il valore del suo sacrificio.

La scena continua finchè un cameriere non lo scaccia o qualcuno non gli dona un soldo.

Porta sempre seco il libro dei Profeti, sul quale maledice coloro che lo chiamano traditore.

Nuriè.

Nuriè è una giovinetta turca che ho conosciuta a Rethimo. A tredici anni fu venduta al turpe mercato della strada; ora ha dieciotto anni.

Ha la pallida e calda bellezza delle donne turche, le quali poco vivono al sole, che pure dà agli occhi loro una fosforescenza viva e alla pelle un dolce tono dorato.

I capelli spessi e ricciuti, ribelli ad ogni acconciatura, nerissimi, le formano attorno ai capo un’aureola selvaggia.

Nuriè, come le compagne sue: Azidiè, Fatima, è la vittima inconscia contro la quale si sfoga l’odio dei greci per la razza turca.

Essa deve sottostare ad ogni vituperio, ed ogni vituperio è ritenuto giusto perchè è nata di un altro sangue.

Contuttociò serba, per la sua età giovanile, una freschezza di fiore.

Tutte le sere, per ritornare al mio albergo, debbo passare innanzi alla sua soglia e la vedo ferma sul limitare, i capelli cosparsi di gelsomini.

Ieri a sera la sua lanterna rossa era spenta.

La strada di lei dalle piccole case in legno piene di verande e di terrazze e di pergolati, si illumina a notte di lanterne rosse; ogni soglia ha la sua lanterna fioca: un occhio e un cuore nell’oscurità, un invito a chi è solo, a chi cerca un asilo e una creatura. Ieri a sera Nuriè non era su la soglia.

Non chiesi di lei; andai pel mio cammino. Fra noi non c’era stato che un silenzio, nulla più.

Oggi sul piroscafo che mi conduce a Candia e a Smirne, mentre ero solo sul ponte deserto e guardavo sotto le stelle il lontano profilo del monte Ida, ho veduto una donna ammantata accostarmisi.

Si è soffermata ad un passo, ha sollevato il velo ed è apparso il volto pallido e dolce di Nuriè.

— Vado a Candia — ha sussurrato. — Ti ho veduto. Volevo dirti addio.

Non so che cosa le abbia risposto.

Quando è ripartita e mi ha distese le mani ho sentito al contatto una ciocca de’ suoi gelsomini.

Le sue piccole mani tremavano e negli occhi grandi era un’ombra accorata.

L’ombra di una lanterna rossa nel cuor della notte, in una strada solitaria.

Di lei, della sua vita, del suo destino non so che il mistero.

In viaggio.

Dopo Candia, più bella forse ma molto meno caratteristica di Canea, dopo Cnosso e Festo, con la memoria piena di ruderi titanici e di una civiltà che per opera sapiente degli scienziati si viene illuminando, ho ripreso le vie del mare.

Dire delle cose vedute?... Fare una dissertazione e a quale pro?... Della civiltà minoica molto si è scritto anche in Italia. Chi può cercare fra gli appunti di un viandante, di un’anima nostalgica, la dissertazione sapiente? Qui passa una vita diversa e la figura tragica del re sacerdote non vi avrebbe luogo.

Meglio è ch’io la veda fra i ruderi del suo palazzo, ricinto di altari consacrati al sole, levarsi contro l’immensità, nel rosso fuoco di un’aurora, intenta a celebrare il mistero della vita e della morte.

E poi dilegui, come dilegua il picco dell’Ida nel fondo del mare turchino.

NELL’ASIA MINORE.

Ismirn (Smirne).

Lieta mattina senza vento e senza nubi, gioiosamente calma nella tersa serenità. Oggi ogni volto è tranquillo, per poco che l’amarezza non aggravi il cuore; il sangue fluisce più rapido; ogni senso è più alerte. È finito il tempo delle piogge, e la terra si rasserena. Gli scarsi alberi tornano a verdeggiare sulle prode, sui monti, nel grande semicerchio della spiaggia. Esco che il sole è appena sui monti; un disco d’oro rosso su le vette inuguali che cingono la città del mare.

Il _quai_ è già animato e così il porto e tutta la baia da Gruez-Tepè a Cordeliò; da Burnabà a Cocarialì. Uno sciame di velieri dalla poppa piatta, divisa in tanti riquadri e istoriata e densa di pitture simboliche e di fiori, si allontana, si divide, svaria, scompare, si rinnova.

Sono vele bianche o grige che pongono su la magnifica opalescenza marina un lieve palpito, l’ombra di una farfalla nell’immensità. E navi e navicelli e canotti guizzano, solcano in tutti i sensi la baia incantevole. Urlano le sirene lontane, vicine; getti di vapore, cigolìo di catene, grida, canti, bestemmie, in dieci, in cento lingue si incrociano, si fondono, salgono in un suono uniforme ed indeciso, nell’esaltazione di un’attività febbrile e sulla terra e sul mare.

I modesti cambiavalute hanno installato i loro tavolinetti lungo il _quai_ e attendono pazientemente l’inesperto il quale, fra _moneta buona_ e _moneta cattiva_, fra _ottaraki_ e _mezidiè_ e _metallik_ e piastre e piastrine, per venti lire di moneta nostra se ne abbia quindici di moneta turca e se ne vada contento.

Passano gli acquaioli curvi sotto le loro anfore enormi, rivestite di metalli lucenti e di ciondoli e di catenelle e di amuleti che squillano e tintinnano seguendo il ritmo del passo; trascorrono i venditori d’uva col loro asinello carico di due corbe adorne di mirto, e ciccaioli e uomini coperti da tappeti e lustrascarpe.

I facchini, curvi sotto il loro grande basto, si seguono in fila ininterrotta fra cammelli e carretti policromi, fra monti di mercanzia e assi e travi e marmi gettati alla rinfusa lungo le banchine del porto.

Sacerdoti dell’Anatolia dagli enormi berrettoni bianchi, e pastori dell’interno coperti di pelli; tipi di briganti dalla grande fascia rossa, che giungono chi sa da quale remota provincia selvaggia; conduttori di cammelli; beduini; soldati straccioni e straccioni senza divisa; pattuglie in fila indiana, il fucile a bandoliera e le mani in tasca e l’aria svogliata; branchi di montoni; arabi con al guinzaglio piccole gazzelle saltellanti e spaurite; _ulema_ dall’aspetto solenne; giovani ufficiali elegantissimi; donne ammantate e fanciulli seminudi; tale la folla che cresce sempre più col salire del sole e si urta e si accalca e si pigia fra carri e vetture e _tramways_ in un urlìo senza posa.

[Illustrazione: SVEZIA. — Sundsvall in un giorno d’agosto.]

[Illustrazione: L’INDALSELVEN (Norrland).]

[Illustrazione: LE ISOLE LOFOTEN (Isole dei pescatori oltre il circolo polare).]

[Illustrazione: IL PICCO DELLA CAPRA alle isole Lofoten.]

Mi allontano, oltrepasso il _konak_, cerco la quiete sussurrante della città turca arrampicata su pel monte Pagus fra minareti e cipressi. Per le viuzze tortuose ed anguste la folla non diminuisce. I cammelli, che quasi quasi oltrepassano le casupole, incedono solenni l’un dietro l’altro al suono di un loro grande campanaccio attraverso i neri e sudici bazars; si perdono nel laberinto di stradicciuole ugualmente fetide. Tutto è sporco e scintillante: è questo un controsenso che non si verifica se non in Turchia. Sporche le vie, i negozi, le vesti, le persone, ma pure non v’è cosa che non abbia parte che riluca. Il luridume sarà corretto da un cencio rosso fiammante, da un metallo lustrato con furia accanita, da carte colorate, da veli a lustrini; ma è corretto, è rivestito, direi quasi azzimato. I turchi, come le allodole, amano tutto ciò che riluce. I pesci e le carni esposti alla polvere e alle mosche su per le porte o dentro certi vassoi di colore oscuro si fanno perdonare e desiderare dai consueti avventori, perchè rivestiti di stagnola dorata ed inargentata; puzzano ma risplendono, e questo è l’essenziale. Tutto è bello ed è buono se in qualche parte riluca. Un lustrino fa perdonare il fango. Un fiore fa dimenticare il luridume. Il sudiciume è necessario e il colore è la sua poesia. Se l’occhio si inebbria, il naso può perdonare; è una concessione reciproca, un adattamento che non manca di una certa fastosità. Ma vi è cosa forse in Oriente che non tenda al fastoso? L’ultimo asinello spelacchiato, bistorto, pieno di guidaleschi, avrà, non foss’altro, intorno al povero collo striminzito, una collana di perle azzurre.

Evito i bazars e le strade dei mercati, mi arrampico su per stradicciuole gaie e quiete, arrise da pergolati e da fiammanti fiori di geranio. Dietro i _musciarabì_ delle finestre cinguettano donne e bimbi; è un sussurrìo sul mio passare; uno squillare argentino di fresche risate, un fiorire di parole ignote e pur dolci nella loro musicalità indefinita. Salgo sempre più. Il profilo di una moschea, un lembo di mare, una distesa di giardini mi si offre a volta a volta nel panorama che si allarga, e il silenzio aumenta e il raccoglimento è più dolce.

Due giovanette dal volto scoperto mi passano d’accanto sorridendo e non si ammantano come sogliono se qualche turco sia in vista. Il loro _ciarciaf_ azzurro e bianco riluce nel sole ondeggiando; scompaiono fra i cipressi nel fondo, dove si apre un cimitero.

I cimiteri sorgono nel cuore della città, piccoli e grandi, numerosissimi. A volte lo spazio che intercede fra due case è convertito in cimitero. Di simili se ne trovano fin nelle vie più popolose, e nessuno vi pone mente. Una piccola cancellata ne difende l’adito. All’interno, fra qualche albero, si levano cinque o sei lapidi annerite, poi erbacce e rovi e qualche gatto famelico. Non sono cupi nè malinconici, sono come vecchi cortili abbandonati, sui quali l’occhio si sofferma distratto. I più grandi, convertiti in vere selve di cipressi, sorgono sul pendio del colle; case e giardini li circondano. Le tortore e le colombe ne hanno fatto la loro dimora consueta; si allietano di bianchi voli e di canti; i bimbi vi penetrano, vi trascorrono, vi giuocano tutto il giorno fino a sera tarda, fino a quando il grande sole si addormenta e le colombe si rifugiano fra i cipressi.

Il miracolo della colomba.

Nel 631 dopo Cristo, e cioè un anno avanti all’Egira, alla fuga cioè di Maometto dalla Mecca a Medina, gli idolatri che già presentivano nel guerriero apostolo un nemico temibile, decisero di sopprimerlo.

Maometto era allora proscritto dalla Mecca e aveva nella tribù dei Loreisciti, dalla quale discendeva, nemici possenti che non gli davan quartiere. Però le sue dottrine avevan guadagnato campo nelle tribù limitrofe e in Abissinia; a Medina era già riconosciuto come _Raçul Allah_, apostolo di Dio.

Egli sapeva che se fosse rientrato alla Mecca, dove pur rischiava di rimetterci la vita e fosse riuscito a sfuggire alle mani degli avversari, sarebbe stato accolto in trionfo a Medina, e decise il colpo che segna il limite fra il periodo della sua predicazione tranquilla e quello dell’azione violenta.

Non appena i Loreisciti seppero della presenza di Maometto alla Mecca, si adunarono e decretarono la sua morte. Però, per non essere soli a subir l’odio della potente tribù degli Hascemiti, decisero di scegliere un uomo per ciascuna tribù; formarono così un manipolo numeroso che doveva pugnalare il profeta.

Maometto, informato della decisione presa da’ suoi nemici, chiamò Alì, il compagno fedele, lo ricoprì del suo mantello verde, lo fece coricare nel suo letto e partì eludendo la vigilanza degli assassini.

Questi avendo riconosciuto Alì e non avendo l’ordine di spargere il sangue di lui, attesero fino alla mattina, ritenendosi certi che Maometto non avrebbe potuto fuggire dalle loro mani; e quando si avvidero dell’inganno, lasciarono il compagno del profeta e corsero su le vie di Medina per raggiungere la preda agognata. Ma, come narra lo storico Abul-Feda, Maometto aveva preveduto l’inseguimento e aveva preso una via traversa.

Nascosto in una profonda caverna del monte Tur, che sorge a mezzogiorno della Mecca, vi rimase per tre giorni. I nemici suoi giunsero fin sulla soglia della caverna, e già stavano per penetrarvi allorchè si accorsero che su l’entrata era alla sua covata una colomba e ritornarono.

Maometto fu salvo.

Tale preteso miracolo è popolarissimo fra i mussulmani, ed ecco perchè in tutte le città dell’Oriente v’è una specie di venerazione per le colombe, ed ecco perchè ad Algeri come a Smirne, in tutte le case e in ogni albero si sente il placido tubare delle amorose compagne che salvarono il Profeta.

Un cimitero israelita.

Mi ritornano alla mente i versetti del _Deuteronomio_:

“_E sarai in istupore, in proverbio ed in favola, fra tutti i popoli, dove il Signore ti avrà condotto_....„

“_E il Signore ti disperderà, fra tutti i popoli da un estremo della terra all’altro estremo_...„

“_E voi resterete poca gente, là dove per addietro sarete stati come le stelle del cielo, in moltitudine_....„

Eppure essi ubbidirono alla voce del Signore, Iddio loro, e Mosè non pensava essere così sinistramente profeta.

Oggi, qui, su questa costa di monte su la quale si distende il cimitero abbandonato, sopra alle ville di Guez Tepè, allargandosi intorno il grande arco della città turca ed europea fra una gloria di minareti sottili come steli, in questa solitudine sacra un tempo alla morte (ora non più, chè gli uomini hanno fatto scempio del luogo), guardando le pietre tombali infrante, sconvolte, accatastate, ridotte in ciottoli, ho ripensato al terribile destino di un popolo che pur ci impose le sue leggi, la sua poesia, il suo cuore tumultuoso e grande.

Sono solo. Il sole si abbassa sul mare. Odo salire il tumulto confuso della città operosa e i gridi delle sirene e qualche remoto tocco di campana.

Sotto di me, nel piazzale di una caserma, alcune file di punti neri si esercitano alla guerra; li vedo muoversi, incrociarsi, fondersi, disparire; ogni tanto da quelle piccole cose che si muovono sale un urlo altissimo. Due vele bianche si allontanano sul mare verso i monti Gemelli, vulcani spenti.

Mi aggiro silenziosamente fra i ruderi guardando le epigrafi monche. È tutto un popolo di parole sconvolte, dalle quali raramente si può trarre un significato.

A volte è come un guizzo dalla tenebra:

“.... _ebbi vent’anni.... ma troppi_....„

“.... _vivrai.... nell’eterno dolore_....„

Frasi monche, le quali, aggruppate così, hanno un significato diverso dal primitivo, ma che corrisponde tuttavia all’amarezza che vi ispira la rovina.

Le pietre tombali hanno la grigia patina del tempo.

Da quanti anni mai non sale il pianto degli uomini dispersi a questa terra? Chi ricorda più il nome, un gesto, un sorriso di qualcuna fra le tante creature sperdute in questo riposo?

Il libro è chiuso; le parole ne sono indecifrabili.

La vita è ritornata alla vita inconsapevolmente. Gli uomini che furono, sono; i gesti, i sorrisi, i pianti che furono, sono e saranno. L’acqua torbida che si inabissa, rizampilla limpida e fresca per le innumerevoli fonti.

Ogni rimpianto muore in apparenza, ma si rinnova in eterno.

Nulla più.

Altro non conosco del cimitero abbandonato.

Il suo nome mi è ignoto.

La vita a Smirne.

La vita europea a Smirne può dirsi si concentri sul _quai_ intorno alla birreria Clonaridis.

Smirne è in realtà una città greca, più che una città turca; la sua prosperità, il suo commercio, tutta la sua vita migliore deriva dall’attività greca. I turchi poco valgono o nulla nel commercio e nelle industrie.

I greci costituiscono il nucleo maggiore della popolazione; ma, ciononostante, vivono in continuo timore di persecuzioni, di vendette e di possibili stragi.

Dopo le giornate di Adana, lo spavento si era impossessato della popolazione la quale si dava a fuggire precipitosamente per un nulla: per un arresto operato, per un grido, per una voce sparsa sediziosamente. D’altra parte, tale stato d’animo non può avere origine fantastica.

I greci di Smirne, patriotti convinti e irriducibili, sono osservati, spiati, perseguitati senza posa.

In questi giorni hanno arrestato vari giovani perchè portavano cravatte dai colori della bandiera greca.

Da una parte si spia e si perseguita, dall’altra si opera e si teme.

I _raià_, e cioè i greci che hanno presa la cittadinanza ottomana, non sono numerosi; molti furono costretti a far ciò per accudire tranquillamente ai loro affari; comunque sia il loro sentimento resta immutato.

Cittadini ottomani sì, ma greci d’anima e di pensiero.

La lingua che più si parla a Smirne è la lingua greca. Conviene oltrepassare il _Konak_, perdersi per le strette vie della città turca, per sentir parlare il turco, il quale è riconosciuto bensì come lingua ufficiale, ma che non ha e non può avere nei traffici alcuna importanza.

Non v’è turco che non sappia il greco, e ciò è necessario data l’inferiorità della razza turca in tutti i campi dell’attività umana. Ciò che tale razza possa essere domani, non so; certo è che la strada ch’essa dovrebbe percorrere è molto lunga ed irta di difficoltà.

Ma lasciamo di questo.

Tre briganti.

Smirne è il mercato al quale convergono i prodotti dell’Asia Minore. Le vie carovaniere si accentrano a questo punto. Tutto che può rendere il suolo mal coltivato e l’industria dei tappeti, diffusissima, si aduna a Smirne per poi proseguire su le vie del mare. Nonostante il brigantaggio esercitato con relativa sicurezza su vasta scala e tanto audace da spingersi fino ai sobborghi della città stessa, gli scambi con l’interno prosperano, specialmente per la magnifica industria dei tappeti che ha qui, per opera dell’_Oriental carpets Co._, una mirabile organizzazione.

Per tale continuità di scambi si adunano per i mercati e per le vie di questa città singolare, mezzo europea e mezzo turca, le genti più diverse le quali provengono dall’interno o sui cammelli o su certi loro carri primitivi a quattro ruote, dipinti in azzurro.

Giungono da paesi lontanissimi, dall’interno dell’Asia, per consuetudine secolare. Vien fatto di pensare, a volte, alle succinte descrizioni lasciateci da Marco Polo. Certo è che presso questi popoli poco è mutato dal tempo in cui il viaggiatore veneto li visitò.

Le stesse tradizioni, gli stessi costumi, le identiche consuetudini. Ho incontrato oggi tre uomini singolari, dalla testa compiutamente rasa. Avevano sul capo tre piccoli _fez_ quasi microscopici, indossavano un costume a ricami d’oro.

Giravano per i bazar soffermandosi a guardare. La gente usciva su la soglia a sbirciarli.

Ad un tratto qualcuno ha emesso un grido; li ho visti in fuga. È incominciato un inseguimento furioso. Svoltando di vicolo in vicolo hanno tentato sfuggire alla gente che li rincorreva, ma i cani, questi orribili cani magri, famelici senza padrone, che popolano Smirne, si sono aggiunti all’inseguimento.

Quando si sono visti perduti, senza fiatare, tranquillamente si sono seduti su gli scalini di una moschea.

La gente è rimasta a discreta distanza vociando finchè una fila di soldati cenciosi non si è avanzata e non li ha presi in mezzo conducendoli via.

I coraggiosi inseguitori, sentendosi più sicuri, hanno gridato male parole, ma i tre uomini sorridevano.

Si trattava di tre briganti, famosi per le loro audaci rapine.

Buggià.

È un villaggio distante qualche chilometro da Smirne. Vi si giunge in ferrovia. È un’oasi di fresco verde, un paese di ville raccolte fra gli alberi e i giardini; è il luogo preferito dai residenti inglesi, che ne hanno fatto una loro villeggiatura, ed è a Buggià che sorge il convento dei cappuccini, dal quale escono i missionari che si spargono in tutto l’Oriente.

Il convento è internazionale, ma il rettore, padre Lorenzo Guidi, è italiano e buon italiano.

Sono giunto oggi, verso il pomeriggio, alla soglia del convento tranquillo ed ospitale.

Non appena la porta si è chiusa alle mie spalle, non appena sono entrato nel semplice giardino, come un’aria di intimità già nota e cara al mio cuore mi ha sorriso. Altra volta, in terre lontane, oltre il mare, avevo veduto alcunchè di simile; mi pareva di esser giunto ad una soglia remota, alla quale mi soffermavo talvolta nei pomeriggi domenicali e mia madre mi teneva per mano.

Ho rivissuto con tale intensità il tempo trascorso da averne una dolce angoscia, uno smarrimento.

C’era poca gente per via: qualche rivenditore di frutta, qualche vecchia seduta su la soglia a guardare. I più erano in piazza, intorno al palco della musica, o sparsi per i caffè, o lungo la passeggiata tradizionale: il borgo Cotogni, la via Emilia, il Ronco.

Noi si prendeva le viuzze secondarie, si usciva da Porta San Pietro su la strada che conduce a Ravenna.

Mia madre non parlava, andava col suo rapido passo tenendomi per mano ed io a seguirla sgambettando; ma gli occhi miei erano sempre assorti, ricordo bene, guardavano trasfigurando.

Ero un bimbo silenzioso che si accontentava di un niente, che di un niente faceva la sua felicità.

[Illustrazione: DALECARLIA. — Il lago del bosco presso Rättvick.]

Il sole dorava le mura degli orti, le antiche mura dei monasteri sopra le nostre teste; noi camminavamo nell’ombra. Per uscire dalla città si compiva un lungo giro allo scopo di evitare le vie più frequentate; mia madre amava il silenzio e mi educava alla poesia del silenzio.

Come ricordo le stradicciuole lungo le quali non si incontrava nessuno! Tutte le porte erano chiuse e su le finestre aperte, toltone quello dei garofani e dei gerani, non v’era altro sorriso.

Non si udiva una voce; si udiva il rumore dei nostri passi frettolosi sui ciottoli della strada.

Eppure quelle case deserte vivevano nella striscia di sole che dorava i tetti e le finestruccie del primo piano; sorridevano, io ne sentivo l’anima e il tepore; mi parevano amiche, le riconoscevo per il colore, per la forma, per qualche particolarità, benchè si rassomigliassero un po’ tutte.

Potrei ora, a tanta distanza di tempo, descriverle ad una ad una, strette così come tante sorelle piccine che guardano ad occhi aperti, oltre il muro di un orto, il sole che si nasconde. Perchè si nasconde al sole?... Dove andrà?... Lo sapranno i lontani pioppi del fiume che vedono tanto cielo?...

Tali cose mi passavano per la mente mentre sgambettavo dietro i rapidi passi della mia povera mamma.

E si udivano le campane. Era l’ora della benedizione.

Le campane del Duomo più gravi, poi quelle del Carmine, quelle del Suffragio, quelle delle Suorine, e più lontana, qualche altra, tanto più lontana, che so, in fondo all’anima e nei cieli.

E se mi capita di riudirle, anche adesso che la vita ed il soffrire mi hanno fatto tanto diverso, se mi capita di trovarmi disperso, in un’ora simile, per le vie della città dove son nato, in me si ridesta il fanciullo di allora e riprovo la sensazione provata e mi attardo a continuarla, chè in lei vorrei disperdermi come il tocco di una campana nella malinconìa del vespero.

Giungevano dal cielo, sopra i tetti più alti, sopra le case grandi dei signori, di quella gente ch’io guardavo con l’ammirazione devota di un fanciullo ignaro, vissuto in povertà; ci passavano sopra il capo, scivolavano via radendo gli alberi e le casupole fino all’ultima zona del cielo.

Quale dimenticato tesoro ho dato io a quei suoni? quale mio sogno disperso hanno cullato che mi siano tanto cari? Non so questo; so che ancora le distinguo ad una ad una, ne conosco il suono pacato, ne ho come una visione circolare, la visione di allora, chè mi pareva il cielo si aprisse sul loro cammino in tanti arcobaleni.

Poi ci si fermava innanzi alla piccola porta grigia di un convento. C’era, di fronte alla chiesa, una croce che poi fu abbattuta in tempo di carnovale per fare una burla macabra. Un infelice, mascherato da diavolo, vi fu legato. Era nel sonno dell’ubriachezza. Quando si destò morì dallo spavento.

Si entrava nel giardino, poi nella piccola chiesa dove riposavano i nostri morti: Domenico il bisavolo e il nonno Antonio e altri ancora.

L’uno s’era dato ai campi, l’altro alla mercatura, un terzo alla chiesa.

Così mi sono soffermato, oggi, prima di entrare nel convento, seguendo la rievocazione improvvisa che mi ha portato verso i luoghi della mia fanciullezza.

Qualcuno è venuto ad incontrarmi.

Padre Lorenzo Guidi era nella sua piccola cella di asceta fra una montagna di libri e di carte. Ha tralasciato lo studio per accompagnarsi a me e mostrarmi il convento, dalla ricca biblioteca, al refettorio, al grande orto.

Tutto è italiano qua dentro; vi si sente il caldo amore di un uomo legato saldamente alla sua terra.

I frati quivi raccolti sono bulgari, georgiani, polacchi, greci, ma tutti indistintamente parlano l’italiano, che è diventato oramai la loro lingua madre. Tale convento fu istituito nel 1883 e, a quest’ora, ha mandato più di ottanta missionari in tutto l’Oriente. È una istituzione internazionale, ma in realtà, grazie al tatto, alla profonda dottrina e al patriottismo di padre Lorenzo Guidi, può considerarsi come istituzione italiana. E quando si pensi che in Oriente codesti missionari, per la loro vita raccolta, semplice, modestissima, godono grande stima e venerazione fra i mussulmani, i quali ne ammirano e ne apprezzano le virtù; quando si pensi che esercitano un’influenza non indifferente, non può sfuggire l’importanza dell’italianità dei loro sentimenti.

Passiamo dalla biblioteca al refettorio, dal refettorio alle celle, dalle celle alla cucina; ogni cosa è linda, da tutto traspira un senso di gaia e modesta semplicità. La vita non deve essere grave a questi frati.

Si conversa lietamente; padre Lorenzo è di un buon umore inesauribile.

Passando nel giardino vediamo alcuni turchi con certi loro asinelli carichi di due corbe piene di uva. Attendono ne sia verificato il peso, poichè quaggiù tutto si vende a oke.

Frattanto i conversi mostano allegramente il frutto della vite. Sono giovani, ridono, si divertono all’occupazione insolita.

Fra di loro parlano italiano e, toltone uno, credo, o due al più, che sono nati in Sicilia, tutti gli altri provengono dalle parti più lontane d’Europa.

Altri ne incontriamo nell’orto, intenti a varie culture.

Tutto si passa in armonia, tranquillamente.

Ritornando passiamo vicino a una botteguccia. Un vecchio falegname è intento a piallare un travicello.

— Questo è mastro Giovanni — mi dice padre Lorenzo. — È un vecchio garibaldino.

— Un garibaldino?

— Sì.

— E si è fatto frate?

— No, io l’ho raccolto; vive con noi da dodici anni. Aveva il vizio di ubbriacarsi, e quando era ubbriaco diventava il ludibrio dei ragazzi che lo inseguivano per le vie. Era ridotto in uno stato pietoso, non aveva più un soldo. Un giorno lo chiamai al convento, gli dissi: — “Che mestiere sai fare?„ — “Il falegname„. — “Qui c’è lavoro, vuoi rimanere con noi?„ — Il patto fu concluso e da dodici anni è qui.

— E non si è più ubbriacato?

— Due volte sole, ed è ben poco in dodici anni. Poi molto spesso scende a Smirne, ma ritorna senza aver bevuto.

Ci facciamo su la soglia della bottega:

— Addio, mastro Giovanni — dice padre Lorenzo —; c’è qui un signore italiano che vuol salutarti.

Leva la bianca testa, si avvicina sorridendo, mi tende una mano, pensa un poco, pare voglia dir qualche cosa, poi stringendo forte la mano, che ha tenuta fra le sue, mi grida:

— _Viva Garibaldi, sior, e viva l’Italgia!_...

In cammino.

È notte; sul _quai_ ardono centinaia di lumi; una fiumana di gente si riversa alla birreria Clonaridis o passa oltre, si disperde nella notte.

Il piroscafo ha tolto gli ormeggi, prende il largo. A poco a poco della grande città e della sua vita non rimane che un vago chiarore su l’orizzonte: Smirne dalle belle donne è scomparsa.

Le nostre umiltà.

In massima noi siamo ancora un popolo che non ama viaggiare, che si infiacchisce nella consuetudine di una vita pigramente uguale e sta alle cose fatte, ai giudizi tradizionali ed ha troppe volte un’idea incertissima intorno a paesi e a questioni che dovrebbero tener ridesta l’attenzione più viva.

Noi temiamo il viaggio oggi come l’avremmo potuto temere cinquant’anni fa, quando si andava per le poste; ne abbiamo lo stesso concetto; lo consideriamo come una cosa appena appena possibile per i ricchissimi, come un diporto dispendioso ed inutile, o come un seguito di noie e di privazioni, alle quali non val la pena sottostare. Nel concetto comune è già superare una distanza enorme andare da Roma a Milano; data la qual cosa, le città più lontane come Cagliari, Palermo, Siracusa rientrano addirittura nella zona grigia, entro la quale, per la diffusa ignoranza geografica, sono compresi i vaghi confini del mondo abitato. Da ciò proviene, per restare entro i limiti delle nostre terre, il perpetuarsi di pregiudizi e di prevenzioni non mai abbastanza biasimevoli in una terra come la nostra, la quale ha il dovere di rinsaldare giorno per giorno sempre più, i vincoli di fratellanza fra regione e regione.

Vedere non è forse sapere? — dice Balzac nella sua _Peau de chagrin_ —; e se questo è, se vedere vuol dire allargare sempre più i confini della propria conoscenza; coltivare la mente e lo spirito; paragonare, giudicare, apprezzare, unire e scindere, assimilare e distanziarsi, se è tutto ciò e anche un divago, un proficuo riposo, perchè non vincere la tradizionale paura? perchè non superare uno fra i tanti preconcetti che perpetuano una nostra schiavitù che nessuna ragione sostiene? Nè si ponga in campo il tema delle spese e della comune esiguità dei mezzi. Così non è in realtà almeno per chi vuole e sa volere.

In Isvezia, ad esempio, non v’è professore di ginnasio o di liceo, non v’è impiegato il quale non si proponga al principio dell’anno, come finalità delle economie che verrà facendo, un viaggio verso i paesi del sud. Egli conosce le tariffe ferroviarie delle singole nazioni, le varie facilitazioni delle quali potrà usufruire; sa quanto spenderà per il vitto e l’alloggio durante il soggiorno in una determinata città; ciò che potrà costargli la vita nei piccoli paesi e nei grandi centri; viene preparandosi di lunga mano ciò che dovrà essere la sua gioia migliore. E tutti gli anni noi vediamo in Italia, perchè è appunto la nostra terra solare la preferita dai popoli nordici, vediamo queste lunghe teorie di viaggiatori che scambiamo ancora, benchè con minor frequenza, per tanti Cresi, per miliardari a spasso e che invidiamo senza aver neppure la remotissima idea di poter fare altrettanto.

Io non consiglierò mai abbastanza, ai giovani, l’amore al viaggio. Conoscere in primo luogo casa nostra e in seguito i popoli finitimi e quelli più lontani; imparare facilmente per la più semplice facoltà d’osservazione; vedere in quale valutazione siamo tenuti all’estero; dissipare per quanto si può le innumerevoli prevenzioni nemiche a nostro carico; diffondere la nostra lingua; imparare ad essere coscienti ed orgogliosi della nostra nazionalità; contrapporre a tempo e a luogo orgoglio ad orgoglio, disdegno a disdegno, fierezza a fierezza; valutare le nostre superiorità e le manchevolezze nostre; vivere intensamente la vita in tutte le sue forze, ecco ciò che dovremmo proporci, ciò che ci permette il viaggio, il quale è, senza forse, uno fra i maggiori ammaestramenti.

Una razza tanto più si rinsalda nelle sue tradizioni quanto più si muove ed ha occasione di conoscere gli antagonismi che la dividono, le qualità etniche che la differenziano, gli interessi che l’allontanano dalle altre razze. Avere esatta coscienza della propria entità significa raddoppiare il proprio valore, e tale coscienza non si acquista intera e compiuta se non quando si possono stabilire raffronti e rapporti non già cervellotici, ma derivati da una diretta e costante osservazione dal vero.

Ecco perchè ciascuno di noi dovrebbe proporsi di ridestare e di alimentare l’amore al viaggio, ritornando su tale proposito ogniqualvolta se ne presenti l’occasione; chè solo con l’insistere si vincono le secolari pigrizie, si scuotono gl’incerti torpori, si ridestano le energie latenti.

Noi dobbiamo combattere le nostre umiltà; dobbiamo renderci esatto conto del cammino percorso. Fino ad ora, come gente pazza che non sa bene su quale salda base appoggi i propri ragionamenti, siamo passati da elevazioni a demolizioni, perdendo e nell’un campo e nell’altro il senso della misura, ci siamo fidati troppo o abbiamo spinto l’amara gioia dell’autocritica fino all’aberrazione. Abbiamo esagerato nel primo caso falsando l’importanza dei fatti, dando loro una valutazione che non era esatta; abbiamo esagerato nel secondo allorchè, senza essere soccorsi da dati positivi, da una chiara conoscenza, si è giunti a conclusioni prive di qualsiasi serietà. Questo stato di fatto, codesta corsa alle antitesi non è certamente la più opportuna a rinfrancare la coscienza nostra, a dare quell’unità di intendimento che fa di tutto un popolo una magnifica compagine. Così è nata fra noi ed è cresciuta a gran rigoglio la mala pianta dello scetticismo; così si è alimentata la generale sfiducia, sfiducia che ha superato i nostri confini e viene serpeggiando, benchè con minore intensità, fra i nostri connazionali residenti all’estero. Più di una volta ho avuto amare confessioni; più di una volta mi son sentito chiedere: — Perchè non si fa? Perchè non si agisce? Non vedono, non sanno in Italia le nostre condizioni? Non osservano ciò che fanno gli altri? — E a tali interrogazioni mi conveniva rispondere citando la buona volontà dei pochi; ciò è a dire: una coscienza limitata; una forza ancora inadatta.

Sappiamo forse noi quali siano le condizioni dei numerosi italiani sparsi per le regioni del Levante?

Sappiamo forse quale grande importanza abbia tuttavia la nostra lingua in questi paesi, benchè debba sostenere una lotta assidua con la lingua francese, e molte e troppe volte, venga soprafatta? Sappiamo con esattezza in quale concetto siamo tenuti dagli indigeni, e ci preoccupiamo forse di vincere, con azioni dirette allo scopo, le male prevenzioni, i disprezzi radicati, i tronfii sdegni alimentati da chi ne ha interesse? Conosciamo le lotte aspre sostenute dalle nostre scuole a Tunisi e a Smirne, a Bengasi e a Salonicco? Lotte quotidiane, a volte, affrontate con una costanza, una fede e un entusiasmo dei quali non sarebbero capaci certamente i nostri scettici dalla volontà flaccida e dal cuore vuoto.

Tutto ciò è pressochè ignoto alla maggioranza del pubblico e non so se il pubblico sia per appassionarsene, disabituato com’è a partecipare ai vivi problemi della vita nostra; a quei problemi che escono dalle meschine controversie della politica interna o dalle dimostrazioni di piazza. Eppure tali cose dovrebbero richiamare la nostra attenzione assidua, dovrebbero tenerci desti ed alerti. Io non so quale effetto esercitino alla Consulta le relazioni dei consoli e dei tenenti di vascello, incaricati di studiare questioni particolari in Oriente, so però che non sarebbe male se tali relazioni, detratte le notizie di carattere delicato, fossero rese di pubblica ragione. Troppe volte apprendiamo dai resoconti dei consoli esteri, riportati dai nostri giornali, lo sviluppo economico e le condizioni generali di qualcuna fra le nostre colonie, e mi pare, o mi inganno, che ciò sia ridevole. La stessa cosa non avviene in Inghilterra, non avviene in Francia, paesi nei quali la coscienza nazionale non è mai sonnecchiante, ma veglia e si impone.

[Illustrazione: RÄTTVICK. — Giovinetta nel costume della Dalecarlia.]

[Illustrazione: Un lago in Lapponia. Il grande arco nella montagna è chiamato: _La porta dei Lapponi_.]

[Illustrazione: Un cimitero nell’estremo Nord.]

[Illustrazione: Su la miniera di Kiruna. Operai al lavoro.]

Troppe volte mi sono sentito chiedere, al ritorno da qualche viaggio in Oriente: — “Quale lingua parlava laggiù?„ — E quando rispondevo: — “L’Italiano!„ — vedevo i miei interlocutori, che non erano precisamente dei semplicioni o dei mercanti di castagne, allargar tanto d’occhi, fare un viso di meraviglia e stupire e stralunare. Non pareva loro possibile che la lingua italiana potesse essere intesa un palmo più in là dei confini del Regno. Essi si erano abituati ormai a considerarla come una povera, inutile cosa, rifiutata e scacciata; sì come una bellissima veste ma fuori d’uso, della quale ci si poteva tutt’al più compiacere in casa propria, innanzi all’ammirazione degli intimi; si erano abituati all’umiltà della rassegnazione, di una supina rassegnazione derivante da cecità di spirito e di conoscenza. Eppure quanto il francese e più del francese la lingua nostra ha potere di espansione per poco che la si aiuti; per poco che ciò si voglia. Conviene viaggiare per convincersi di tale verità. Ma la coscienza nostra non è ancora tanto libera da servilismi, da imporsi con ragione per la via più diritta. Quanti sono ancora fra noi che preferiscono il francese; che, viaggiando, non pronunzierebbero una sola parola italiana per timore di essere svalutati nella considerazione dei compagni di viaggio? Dico questo con coscienza di causa, perchè ho assistito a troppe scenette tipiche e ne ho arrossito di vergogna. Vinceremo il malanno, non ne dubito; ma frattanto sussiste tuttavia ed è l’indice di una miseria di spirito che conviene combattere con ogni nostra forza migliore.

L’espansione di una lingua segna il progredire economico, l’influenza morale, il prevalere della civiltà di un popolo. Nei centri più civili dell’Oriente, la Francia è scimiottata fin nella letteratura. I pochi turchi che scrivono sono imbevuti fino alle midolle di letteratura francese, e non è certo la migliore che arriva quaggiù. Basta dare un’occhiata alle vetrine dei libri. I titoli, le copertine, gli autori vi dicono subito di che cosa si tratta; pornografia e pornografia in tutte le salse, attraverso mille sfumature. Ed ogni vetrina è inondata da pubblicazioni di simil genere, ne è aggravata, costipata. Avete un bel cercare qualcosa di diverso: non vi riuscirà. Sempre la stessa merce, sempre gli stessi autori. All’infuori dei giornali, non un libro italiano, nè inglese, nè tedesco. Se ne chiedete qualcuno, vi guardano in faccia quasi pretendeste l’araba fenice o il cinamulgo. Non sono abituati a simili domande; nessuno se ne occupa. E di giorno in giorno si perde campo, perchè la Francia non dorme e le preme mantenere la propria incontestabile supremazia. Che facciamo noi? Poca cosa invero per il molto che ci sarebbe da fare.

Toltone nelle classi colte, è incontrastato che la lingua italiana è molto più diffusa della francese in tutto l’Oriente mediterraneo. Da Corfù a Pireo, da Pireo a Canea, da Canea a Smirne, da Smirne a Salonicco, fin dal vostro giungere, trovate i facchini del porto che parlano italiano correttamente, senza intoppi; simil cosa avviene nei porti della Siria e dell’Egitto, della Tripolitania e della Cirenaica.

Tale diffusione della nostra lingua in seno ai popoli del Levante si è mantenuta spontaneamente senza l’intromissione di alcuna volontà estranea o di azioni premeditate. Ragioni etniche e storiche ne favoriscono l’espandersi nei secoli; ora, se pure tali ragioni permangono, sono appoggiate da noi con mezzi fiacchi.

Tutti coloro che in Oriente agiscono per il mantenimento del nostro buon nome o per lo stabilirsi di una nostra supremazia non si sentono appoggiati, spalleggiati, in patria, da un comune acconsentimento, da quella viva simpatia che fa ringagliardire ogni entusiasmo; sono, in realtà, un poco soli, hanno il senso di un isolamento tanto più amaro quanto è meno ragionevole. Così coloro che spendono di propria iniziativa (e sono molti) danaro ed energie per la causa nostra e non cercano alcun compenso; così i direttori di scuole, i professori, i maestri, i missionari e tutti i religiosi, i quali compiono un’opera vera e continua di italianità.

Per tali vie, che la Francia ben conosce, si espande la lingua e l’anima di una gente. Ma a volte noi abbiamo inesplicabili ignoranze e più inesplicabili umiltà.

Alcune nostre merci, ad esempio, si sono imposte ormai in tutto l’Oriente; non siamo più noi che andiamo a cercare il mercato, ma è il mercato che viene a noi. Ora, perchè le nostre Case di esportazione, seguendo l’esempio delle Case tedesche, inglesi e francesi le quali impongono la loro lingua, non mantengono la corrispondenza in italiano? perchè preferiscono il francese che non è necessario nè imprescindibile?

Adottando la lingua italiana, come ne avrebbero diritto, non potrebbero trovare impiego presso le Case estere di importazione tanti giovanotti che ora escono dalle nostre scuole all’estero e non trovano collocamento?

E inoltre, diffondendosi tale giusta misura, non scomparirebbe poco alla volta la sfiducia, non cesserebbe l’amara domanda che si rivolgono i nostri giovani: — “A che ci serve l’italiano? perchè studiarlo?„

Se abbiamo ormai una incontestabile forza economica, conquistiamoci altresì una supremazia morale. La prima non avrebbe valore duraturo senza la seconda.

Conviene scuotersi dal sonno e camminare.

Sopra la tolda.

Per farci un’idea pressochè esatta del pubblico viaggiante sui nostri piroscafi che fanno servizio fra la Tripolitania e Costantinopoli, scorriamo il registro di bordo, quel libro cioè sul quale dovrebbe essere scritto il nome e il cognome di ogni viaggiatore. Apriamo a caso e leggiamo: — _Una donna araba; Mustafà e due donne; Cinque ufficiali ottomani; Uno; Donna turca; Alì sa femme e un minore; Indigente; Una compagnia di teatro; Bernarda da Malta e due poppanti_, e così di seguito. Pare di leggere la didascalia dei personaggi che non parlano di qualche dramma spettacoloso, e abbiamo a che fare in realtà con personaggi che non parlano.

L’impiegato di bordo il quale, dovendo registrare il sopraggiungere di un nuovo viaggiatore, ha scritto con estrema semplicità: _Uno_, ha fatto, senza saperlo, il più bell’esame psicologico di questa gente in rapporto a noi. _Uno_, e cioè un’unità oscura, una quantità imponderabile, senza nome; una specie di monade solitaria o di oasi inaccessibile fra gli ardori di un deserto incommensurato.

Per noi tutta questa gente non è più di un’ombra che trascorre. Ci passa vicina, vive al nostro fianco una diecina di giorni nella più stretta intimità di vita che possa immaginarsi, ma non si appalesa, non si accomuna; appare e scompare silenziosa, chiusa, quasi nemica; veglia anche nel sonno; si apparta quanto più può, si nasconde, china la faccia, volta le spalle, cerca gli angoli più remoti, si raccoglie: è l’ombra che trascorre.

Che potremmo dirne che non sia esteriorità, lato di colore o costume più o meno edificante? La nostra migliore volontà si infrange contro la muta barriera, contro l’impassibile indifferenza ostile. Ogni indagine è vana, ogni tentativo ha l’identico risultato pressochè nullo. Non valgono cortesie. Una mano che passa dalla fronte al cuore, o dal cuore alla fronte è la dimostrazione della loro riconoscenza e niente più. Li interrogate e vi rispondono appena, o non vi rispondono affatto; se non vi guardano con diffidenza, sorridono e non si levano dalle loro positure oltremodo comode. Io credo veramente che essi vivano in uno stato torpido; fra l’essere e il non essere così come stanno di continuo fra la veglia e il sonno; credo non abbiano nulla da dire di loro stessi, nulla che sia in chiara evidenza innanzi agli occhi della loro mente. Non conoscono che Allah; vivono in Allah; si moltiplicano per Allah. Una idea, una tradizione cieca, un fanatismo feroce. Ci appaiono come coscienze primitive e tenebrose appena emergenti dalla penombra; nulli come individui, meravigliosamente saldi come compagine. La loro miseria individuale, l’incapacità di essere qualcosa particolarmente, li rinsalda. Maometto è il capitano che li conduce tuttavia e li ha ubbidienti fino alla morte. Ogni gerarchia comincia e finisce in Maometto; è l’ombra del Profeta che li governa e li disciplina oggi come tredici secoli fa. La massa amorfa ch’egli trasse furiosamente alla conquista di un vecchio mondo in isfacelo serba tuttavia l’impronta della sua volontà straordinaria. Il formidabile impeto che li risvegliò in un grido di guerra cova tuttavia nel loro cuore, pronto a divampare con la stessa furia. Ciò che Maometto foggiò secondo una legge gelosamente ferrea è rimasto immutato nei secoli, nè credo sia per mutare. La stessa inerzia di questi popoli forma un ostacolo quasi insuperabile; inerzia morale superiore a qualsiasi tentativo che voglia o tenda superare l’antico confine. La loro religione è il loro mondo, il loro _Io_, la ragione della vita o della morte; all’infuori di ciò essi non vedono che una zona grigia e minacciosa. La nostra civiltà è una parola, una fiaba della quale hanno sentito dire troppe volte e che li lascia perfettamente indifferenti se non ostili. Imitarla o seguirla non sarebbe possibile se non rinunziando alla loro vecchia anima statica; potranno assimilarne, forse, quella parte che riesca più direttamente a nostro danno. Frattanto noi siamo e restiamo, per la grande massa, gli antichi _giaurri_, i cani infedeli che conviene rispettare perchè possono far danno, perchè non è possibile sbarazzarsene. Non è un freddo pessimismo calcolato che mi conduca a tale conclusione, ma una osservazione diretta e continua; una serie di fatti concomitanti, allo svolgersi dei quali ho potuto assistere, e il convincimento sereno della maggiore e della migliore parte dei nostri connazionali che vivono da lungo tempo nell’Oriente mediterraneo.

Ora il registro di bordo, nella sua semplice e schietta spontaneità, è l’indice migliore della grande distanza che ci separa tuttavia dal vecchio mondo mussulmano. Ne ho dato un breve saggio, ma potrei continuare. Non si tratta unicamente di _Alì e compagni_, di _Un arabo_ o di _Un soldato_, ma di ufficiali e di _kaimakan_ ed anche di qualche governatore delle provincie più remote dell’impero turco. Ci sfilano dinanzi tutti senza nome o quasi, appena emergenti dalla loro ombra; compaiono come scompaiono. Muti e sdegnosi, estranei e lontani. Non parlano, ed anche quando vi accostano e vi interrogano e voglion sapere dell’Europa e dei nostri costumi; quando vi esaltano Parigi, non già per le sue forze migliori, ma per ciò che vi hanno trovato di più corrotto, sentite sempre una barriera che li divide da voi. Vi fanno l’effetto di creature le quali si sporgano per un attimo oltre un grande recinto, entro il quale si affrettano a ritornare.

In massima, presi a parte a parte, non sono, per noi, niente più di _Uno_, di un ignoto il quale, uscito dalla folla, compia un lungo giro, vi scivoli innanzi senza guardarvi e rientri rapido nell’ombra uniforme dalla quale era emerso. Ho detto _in massima_ perchè le belle eccezioni vi sono, ma non certo benvise dalla maggioranza.

Tale è, per oggi, la semplice verità. Può darsi che in un domani più o meno remoto le cose cambino aspetto; che la millenaria anima nemica, ridesta da un entusiasmo improvviso, voglia rinnovarsi più apertamente al sole; che, per la tenace volontà dei pochissimi, la montagna vada al nuovo Maometto; tutto può darsi. Dopo tanto entusiasmo non conviene far l’amara professione degli scettici impenitenti.

Il mare è tranquillamente sereno; facciamo un giro per il piroscafo; sarà altrettanto divertente quanto percorrere i bazar di Smirne e di Costantinopoli, o penetrare nel più riposto cuore di una casa turca.

Siamo in viaggio da vari giorni, abbiamo perennemente in vista le squallide coste dell’Africa: piccoli pallidi colli appena emergenti dalla foschìa, piani immensi dai quali giunge l’impeto soffocante del _khamsin_, il vento del deserto. A quando a quando qualche fila solitaria di palmizi sorge su l’afosa diafanità dell’orizzonte entro la quale la terra color d’oro dilegua e trascolora. Il mare è bianchiccio, senza luminosità, torpido, oleoso. Le piccole increspature che il vento vi produce appaiono e dispaiono, si rinnovano in un giuoco infinito, guizzano via, senza lucori, fra il bianco e il grigio nell’immensità lattiginosa. Tutto si appesantisce e si attarda nell’imperare immutato del caldo e della caligine.

Abbiamo toccato gli scali di Tripoli, di Misrata, di Bengasi. Il piroscafo è rigurgitante chè, ad ogni scalo, vi si è riversata una vera fiumana di viaggiatori. Sono giunti urlando e strepitando, stipati fra bauli e fardelli, hanno invaso il ponte coprendolo e trasformandolo in pochi secondi. Abbiamo a bordo una rappresentanza di tutte le razze dell’Impero turco: greci, albanesi, arabi, circassi, sudanesi. La varietà dei costumi è altrettanto grande quanto la varietà dei dialetti e delle lingue. Abbondano i beduini coi loro marmocchi, che se ne stanno perfettamente ignudi al sole.

Sono a bordo cinque ufficiali turchi, ma viaggiano in terza classe attendati col resto della tribù; un solo ufficiale superiore, che ha il passaggio in seconda, ha confinato la moglie in terza classe in compagnia delle serve nere. È ben vero che il Corano proibisce ai mussulmani di accostarsi ad una donna, sia pur questa la madre o la moglie, in qualsiasi luogo che non sia nell’_haremlik_; ma non sarebbe stato difficile invertir l’ordine delle classi. Bisogna convenire che tali sfumature non rientrano ancora nel sentimento cavalleresco mussulmano. L’esempio di persone che viaggiano in seconda e lasciano la moglie in terza non è infrequente, è quasi la regola, come pure è regola generale la estrema libertà di movimento, l’assoluta noncuranza delle più elementari convenienze che la nostra civiltà ritiene indispensabili alla serenità dei rapporti reciproci, e l’indifferenza olimpica con la quale tutta questa gente fa il proprio comodo senza restrizioni di sorta. Sono in casa loro, non c’è che dire; nessuna cosa li disturba; fanno ciò che fanno e Allah li sorveglia. Il torto è nostro, che guardiamo con occhi diversi; bisogna inambientarsi. A dire il vero i cinque ufficiali, non appena sono saliti a bordo, avevano una divisa sgargiante, ma, dopo qualche ora, chi li avrebbe riconosciuti? In pantofole, senza calze o con le calze rotte; un lungo camicione a fiorami ed ecco fatta la toeletta da viaggio. Si sono accosciati su le stuoie e si guardano senza parlare, accarezzandosi i piedi. Uno ha un grande binoccolo a tracolla, un altro ha un _narghilè_; un terzo il _tespikh_, del quale fa scorrere i grani fra le dita metodicamente. Poco più lontano è un gruppo di soldati che vanno in congedo. Descrivere la loro divisa è quasi impossibile, tanto è dissimile da individuo a individuo. In una cosa si rassomigliano perfettamente, nelle rattoppature, nella sporcizia come nella tonsura, che varia dalla corona alla mezza luna; dalla grande chierica alla piccola coda eretta sul bel mezzo del cocuzzolo.

Passiamo fra cumuli di bauli policromi, rossi, verdi, gialli, a fiorami, a figurazioni simboliche; rivestiti di carta, di lamiera, di chiodi e di bullette migliarine; scartiamo i materassi, i tappeti, le coperte e le stuoie; scavalchiamo gli individui, distesi ovunque sia un piccolo spazio, per abbracciare con un’occhiata questo novissimo bazar. Sui quattro boccaporti di poppa e di prua sono state distese quattro tende; ogni boccaporto accoglie una o due famiglie: le donne da un canto, gli uomini dall’altro. Per mezzo di tende supplementari hanno fatto divisioni e suddivisioni tanto da non vedersi reciprocamente e da celare agli occhi scrutatori il volto delle loro _hanum_, e ci sarebbero riusciti se il vento non scompigliasse tali baracche. Li cogliamo così nella loro intimità. D’altra parte è sempre la stessa cosa: materassi, coperte, stuoie, tappeti, e persone sdraiate e persone accosciate. Le donne fanno il caffè. Tale è la loro occupazione continua, quando non dormono e non si bisticciano.

Vedute così, libere dal _ciarciaf_, appaiono piccole e goffe; troppo grasse; troppo impacciate nelle movenze.

Le ricche, e conseguentemente le più indipendenti, spingono il loro ardimento fino a salire fra noi, sul ponte riservato alla prima classe; però, superata la barriera, si aggruppano in un angolo e guardano il mare per lunghe ore, o siedono alla turca sui sedili europei voltando la faccia alla spalliera e le spalle a noi. Le povere sono compiutamente abbrutite. Cinque donne del popolo per quattro giorni e quattro notti sono state rannicchiate dietro una barriera di bauli, per non farsi vedere, e non sono uscite _mai_ dalla prigione angustissima. Il comandante del piroscafo, per non violare il prezioso gineceo e non far nascere una rivolta a bordo, si è dovuto accontentare della pulizia sommaria che le donne stesse compivano nel loro angolo sacro. A Smirne era salita a bordo un’altra disgraziata: una turca compiacente; non appena lo seppero i _babau_, fu presa e rinchiusa nella stiva, e dalla stiva non uscì se non quando fu giunta a destinazione; ciò vuol dire che vi rimase per sei giorni consecutivi.

I poveri mordono il freno per le novissime libertà dei ricchi, e non so se vorranno sempre pazientare. Certo, ciò che può tollerarsi in viaggio, sarebbe assolutamente intollerabile a terra. Approfittiamo adunque di tale condizione di grazia per osservare meglio.

Ogni famiglia ha portato con sè tutti gli oggetti di casa, io credo: dalle stoviglie ai materassi. Hanno fornelli a spirito, cesti, bottiglie, terraglie, panieri, vassoi, tazze, bicchieri ed altri arnesi, dei quali è difficile conversare. Un maggiore turco ha spinto la sua tenerezza fino a portare seco, oltre la famiglia, un pappagallo, un montone, un gatto d’Angora e due gazzelle. L’osservo da tre giorni, e da tre giorni lo vedo sempre più lacero e sporco. Trascina seco un marmocchio che non ha alcuna soggezione di adempiere a’ suoi doveri più urgenti ovunque si trovi. Da tre giorni si cibano di un enorme cocomero che hanno imbarcato a Tripoli. Non conoscono l’uso del fazzoletto, non guardano in faccia a nessuno. Il padre è sempre taciturno, il figlio strilla come un’aquila dalla mattina alla sera, e quando il padre si abbandona a’ suoi acrobatismi religiosi, la qual cosa avviene varie volte al giorno, dopo un opportuno orientamento verso la Mecca, il figlio, che è rimasto senza guardia, si spoglia urlando e se ne fugge ignudo. La qual cosa esilara i vecchi turchi dalle mani incrociate sull’ombelico.

Gentilmente invitato dal comandante Salvatore Viola, salgo sul ponte di comando; si domina meglio la scena.

Ovunque si volga l’occhio non si vedono che cumuli di fardelli fra i quali si stipano uomini e bestie. L’odore che sale da tale massa di creature è, a volte, insopportabile. È l’odore della cipolla e del muschio, della fogna e dello zibetto, un miscuglio senza nome, non mai avvertito; nè il vento vale a disperderlo, chè sempre si rinnova. Sotto di noi una giovane beduina è intenta a cercare fra i lunghi capelli di una sua congiunta qualcosa che di quassù non si può vedere. Un’altra, che ha il volto velato, ha il seno interamente ignudo e allatta il suo figliuolo, che non può avere meno di due anni; un brutto sgorbio nero dai capelli tagliati a ghirlanda e dall’enorme ventre. Poi piedi e gambe che sporgono da inviluppi di lacere coperte e di stuoie e di tappeti; uomini sdraiati, raccolti, rannicchiati, composti negli atteggiamenti più inattesi, accatastati e costretti entro spazi inverosimili, e bauli e valige e teste rase e teste incappucciate. Cento costumi, cento colori. È tutto un luridume pittoresco, un’immondizia variopinta, un austero pidocchiume che non perde mai l’innata gravità.

Il sole muore in un tramonto tranquillo sul mare senza moto. Lo vediamo discendere fra l’estrema caligine; lo si può guardare: è pallido ed enorme. Contro il suo disco metallico un vapore ignoto si allontana, sempre più impicciolendosi finchè non resta, sotto il crepuscolo roseo, che un tenue alito di fumo fra cielo e mare. La terra è scomparsa; navighiamo pei campi del silenzio. Anche la gente tace. Ma ad un tratto, verso la prua, compare un vecchio cieco guidato da una bambina: è alto, rigido, quasi spettrale nella penombra; siede sopra un fascio di corde, posa su le ginocchia un suo istrumento, poi, in questa immensità senza confine apparente, si leva una monodia dolcemente monotona, di una tristezza profonda. Chi canta? È un vecchio greco, un povero ramingo che va per il mondo con una bimba pallida, amore senza carezze. Canta le arie della sua Tessaglia, rievoca una grande anima tragica, un immenso dolore senza mutamento.

Nessuno parla all’intorno; il raccoglimento si propaga simile a un incubo e la voce si rafforza, preme nell’impeto rievocatore.

È l’ombra di un popolo millenario che sorge fra cielo e mare e si ammanta nel suo paludamento nero.

Verso la Gran Sirte.

Giù nel cielo, fra la foschia, sorge l’altipiano della Cirenaica. È una linea giallastra sul mare scialbo.

Il caldo umido snerva talmente, che è già fatica l’osservare.

Giunge il vento del deserto, il _khamsin_, e ci avvolge nelle sue folate e ci mozza il respiro.

Incontriamo alcune piccole navi a vela. Sono ancorate al largo, chè l’acqua non supera i quindici metri di profondità. Attendono alla pesca delle spugne.

Un uomo nudo, stretta una grossa pietra fra le gambe, si lancia a capofitto nel mare, raggiunge il fondo, strappa le spugne e risale rapidamente.

Il pericolo è continuo, chè i pescicani sono abbastanza frequenti in queste acque.

Non più tardi della settimana scorsa un pescatore di spugne fu ingoiato fino alla cintola da uno squalo, il quale si affrettò a rendere la preda non appena sentì fra i denti la pietra che aveva servito da zavorra al disgraziato.

I compagni lo raccolsero cadavere informe.

Già, dal piroscafo, hanno segnalata Derna. Nulla si vede su la bassa costa, se non tre lunghe antenne; le antenne del telegrafo senza fili, impiantato da vari mesi da una Società Tedesca, la quale non potè poi servirsene stante i soliti procedimenti del governo turco, procedimenti che consistono nel tutto concedere sul principio per tutto ostacolare in seguito.

Ora sembra che le controversie siano superate e il telegrafo possa funzionare. Si tratta della Germania!

Se in suo luogo si fosse trovata l’Italia, a quest’ora, di fronte alla cortese passività dei giovani turchi, la partita non sarebbe risolta tuttavia.

Ma noi facciamo la politica della penetrazione pacifica, la quale politica, se dovesse essere definita garbatamente lo sarebbe ad un di presso così:

— Quella cosa per cui uno spende molti soldi per buscarsi qualche calcio a tramontana e dire: Grazie, e tante scuse!... —

Derna.

È un nido fra i palmizi, non più di un nido, chè tutto intorno l’alta costa è arida e deserta.

Il nostro arrivo è segnalato, ma non si può scendere a terra prima che il _kaimakan_, e cioè il prefetto di Derna, sia salito tra noi ad assumere informazioni circa un incidente avvenuto a bordo.

Contemporaneamente al _kaimakan_ una turba lacera e urlante invade la nave; sembrano pirati e sono probabilmente gli stessi che saccheggiarono il piroscafo della Navigazione Generale che si arenò in questi paraggi.

Pare entrino in casa loro; passano correndo, vi urtano, non vi curano, vi guardano loschi, bestemmiano nel loro dialetto cose incomprensibili.

La disciplina di bordo? E come mantenerla? Di quale forza si dispone e di quale autorità, sopratutto? Poi non facciamo noi la penetrazione pacifica?

Noi umili e buoni, ed essi signori. E di ciò si è avveduta questa razza ignorante e bruta, che vuol essere trattata, a scudisciate per convincerla che una nazione ha una forza e una volontà.

Sì, ho sentito dire molte volte, troppe volte, lungo questo mio viaggio, fra qualche marinaio nostro e qualche lurido mascalzone il quale non conosceva altro dovere a bordo se non quello di fare il proprio comodo, ho sentito dire:

— _Bono taliano, bono!_

E il marinaio:

— _Bono turco, bono!_...

Quale squisito duetto sentimentale! Poi alla prima occasione, come è accaduto proprio a me di vedere, alla prima occasione in cui il _bono taliano_ non facesse i comodi del _bono turco_, giù un tal pugno su la faccia da doverlo curare con tre punti di sutura, e il _bono taliano_, mosca!... chè altrimenti si compromette la penetrazione pacifica e gli alti, segreti, incomprensibili interessi nostri patrocinati dallo Stato.

E la nostra influenza morale diventa di giorno in giorno sempre più quella graziosa e ridevole cosa che tutti conosciamo.

Se qualcuno protesta, se qualche comandante di nave si sente salir la nausea e avrebbe volontà di darla una buona volta una lezione esemplare alla schifosa ciurmaglia che gli innonda e gli appesta il piroscafo e glielo riempie di pidocchi e di tutti i parassiti umani ed ha mille pretese ed è insolente e prepotente; se un comandante di nave, il quale deve pur trasportare codesto carico di delizie, volesse far rispettare la disciplina di bordo e desse una santa lezione, correrebbe il rischio di perdere il posto.

I consoli raccomandano la pazienza, la rassegnazione, la bontà, sante virtù cristiane che nel campo politico hanno un logico valor negativo; biasimano gli atti energici, e se qualcuno fra di loro, come, ad esempio, il nostro console a Canea, ha un’opinione diversa, non può mantenerla che a suo rischio e danno.

E appunto perchè in Italia la politica estera è quella cosa talmente oscura e sibillina, che troppe volte vano sarebbe tentare decifrarla, appunto per questo noi che ci troviamo di fronte ad uno stato di fatto umiliante, indecoroso e dannoso, dobbiamo accontentarci di chinare il capo, di non tentare l’indovinello e di sussurrare:

Vuolsi così colà, dove si puote....

E torniamo a Derna fino a che non si ricominci, e ho in animo di ricominciare, perchè certe cose che _non si possono dire_ convien dirle ad alta voce, sì che tutti sentano e ne siano convinti, e siano convinti altresì che questa è la verità e nessun’altra la quale potesse apparire più o meno mascherata da blandizie.

Quando il _kaimakan_ di Derna, che è una cortesissima persona (è giovane turco, avrà cinquant’anni forse; è stato esiliato lungo tempo a Parigi e a Londra sotto il regno di Abdul Hamid; ora occupa qui una carica _delicatissima_ e si vedrà perchè), quando il _kaimakan_ ha sbrigato i suoi affari inquisitori ed ha ascoltato imparzialmente anche una donna di circa sessantacinque anni, la quale sostiene di essere stata urtata malamente da un soldato italiano che le ha strappato dal capo le sacre bende ed ha voluto perquisirla (vedi sacrilegio nefando! E pensare che in tutto ciò non c’è una sola parola di vero); quando le querimonie e le lamentele e le imprecazioni contro l’Italia hanno avuto l’esito loro, il permesso è dato e si può discutere su le imbarcazioni che ci condurranno alla non lontana spiaggia.

Si discende sopra un monte di detriti di alghe marine; sono intorno: da un lato le basse montagne che cadono a picco sul mare, dall’altro alcune casupole dall’aspetto miserevole e un bosco di palmizi.

Passiamo la zona sabbiosa, ci inoltriamo per la stradicciuola che conduce a Derna.

Si cammina fra basse mura di orti e di giardini; ovunque si guardi si elevano i ciuffi eleganti dei palmizi.

Ogni tanto qualche porta moresca si apre su una magnifica visione di verde.

Vedo strani e indimenticabili intrecci di palme e gruppi di banani e di fichi e di cacti. All’ombra delle piante pascolano cammelli e pecore.

Qualche figura di donna ammantata nella sua veste giallo-oro e rossa, si perde fra le ombre.

Traversiamo il letto sassoso di un torrente asciutto ed eccoci, alla piccola Derna. Un bianco nido fra giardini e campi ubertosissimi, un sèguito di casupole dalla terrazza ricca di fiori.

Ma tutto questo ben di Dio, tutta questa ricchezza in realtà si limita a ben poca cosa: intorno intorno, su l’altipiano, è terra incolta e dispoglia. Non un albero, non un’ombra: una distesa desertica.

Derna non è che un’oasi sul mare.

La città, o meglio il villaggio, non ha alcun carattere particolare. Sono le solite casupole arabe, tutte bianche, terminate da una terrazza.

In una piazzetta irregolare sorge il palazzo del _kaimakan_.

Ciò che mi resta a dire su questo angolo d’Africa non riguarda nè il clima, nè gli abitanti, nè le mie particolari impressioni. Benchè non possa qui trattare esaurientemente la questione, voglio accennare ad alcune cose le quali dimostrano approssimativamente quale sia, almeno in queste regioni, l’atteggiamento assunto dai giovani turchi verso l’Italia.

La loro massima è la seguente: Fare buon viso e favorire in apparenza ogni iniziativa italiana; ostacolarla in sostanza in tutti i modi possibili, tanto che non se ne venga mai a fine.

La politica del doppio giuoco, insomma; un astuto andirivieni pieno di affabilità, tanto affabile da distruggere l’avversario a furia di cortesie e da lasciarlo con un pugno di mosche.

E questo è appunto ciò che accade ai nostri connazionali residenti in Cirenaica.

[Illustrazione: Il direttore della miniera di Kiruna e un Lappone.]

[Illustrazione: Una capanna finnica abbandonata.]

[Illustrazione: Piccoli Lapponi.]

Eccone una prova che mi pare abbastanza significativa.

Un nostro connazionale che ha attraversato in lungo e in largo l’altipiano della Cirenaica e ne ha studiato il clima e i terreni e le possibilità di irrigazione, venuto nel convincimento che sarebbe stata non solo possibile, ma altamente rimunerativa una cultura di detti terreni, tre anni fa si decise di tentare l’impresa e comprò dal Governo turco un largo appezzamento incolto per tentarvi i primi esperimenti.

Il vecchio Governo necessariamente annuì, intascò i soldi, e quando si trattava di legittimare e di definire la proprietà del nostro connazionale, quando si trattava di segnarla a catasto sorgevano mille difficoltà e una. Prima un impedimento, poi un altro; mandarono la cosa alle calende greche.

Il vecchio Governo cadde; Abdul Hamid andò in esilio; tutta la stampa europea, e più specialmente quella italiana, levò odi e inni al nuovo reggimento, ne magnificò le intenzioni, ne salutò esultando l’avvento al potere. Non una nota stonata, non un sorriso incredulo o pessimistico; dal nord al sud si davano l’imbeccata, e la gioia dei mussulmani pareva una gioia famigliare.

— Che cuori d’oro questi italiani! — avrà pensato qualche turco dalla faccia ambigua; qualche turco per antonomasia, voglio dire, il quale, giovine o vecchio che sia, non è precisamente troppo sentimentale. E noi giù, a fare il “_Francesco mio!_„ come i fringuelli in amore e a gettar parole a mani piene e a cantare il “_magnificat_„.

E qualcuno ci crede ancora un popolo vecchio, mentre abbiamo l’ingenuità dei poppanti e la baldanza dei giovinetti che non misurano il loro entusiasmo.

Insomma si prese un granchio a secco e un bel granchio solenne, tanto da dover torcere il niffolo mortificatamente come la pulcella che si fida troppo su l’idealità dell’amante suo e si vede fatta una cosa che non si attendeva.

Ora il nostro connazionale, che aveva esperimentato a sue spese i metodi del vecchio Governo, a tanto suon di tube e di tamburi, si sentì allargare il cuore e cominciò a sperare da bono e si ringalluzzì.

Egli viveva, veramente, molto lontano dalla capitale turca, in un’oasi quasi selvaggia e non poteva veder mutamenti, ma, in compenso, leggeva i giornali i quali inneggiavano alla marcia trionfale della Giovine Turchia.

Contuttociò gli parve, così, nel suo isolamento, che al magnifico concerto cominciasse a mancare qualche istrumento: oggi i clarini, il giorno dopo i flauti, poi i tromboni; gli parve che la voce ne fosse meno sonora e che l’eco ne morisse; poi gli nacque un dubbio che ritornò a tormentarlo con insistenza assidua:

— Ma.... o io sogno.... o questa è musica che conosco!

E non sognava e ben presto se ne convinse per sua personale esperienza.

La Giovine Turchia aveva cambiato i suonatori, ma la musica era la stessa.

Giunse a Derna il nuovo _kaimakan_ con le sue donne.

Fu ricevuto a gran festa; si installò nel palazzo del comando come i reucci da fiaba.

E cominciò la serie delle mirabili cortesie.

Inchini a destra, sorrisi a sinistra e strette di mano e parole soavi, mentre in cuor suo cantava l’antica antifona turchesca:

— Accidenti ai _giaurri_!

Sorrisi e parole oh! tante quanti i datteri su la palma.

E il nostro connazionale cominciò a bene sperare. Le necessarie formalità per la legittimazione de’ suoi terreni sarebbero state compiute ed egli avrebbe potuto mettersi all’opera; senonchè....

Ecco; la prima volta ch’egli ne parlò al _kaimakan_ (erano diventati intimi amici), questi fece le più alte meraviglie. Come mai a Costantinopoli si aspettava tanto? Come spiegare una così dannosa incuria? Non era l’Italia una nazione amica, anzi una fra le migliori amiche della Turchia?

— Non dubiti, scriverò, scriverò; la cosa sarà sbrigata entro un termine relativamente breve. È bene si cominci la cultura di queste terre. Lo Stato deve concedere, facilitare, stimolare, difendere.... — e giù una fiumana di parole entusiastiche.

Il nostro connazionale se ne andò sfregandosi le mani. Era giunta la volta buona.

Che cara persona quel _kaimakan_, e che esatta visione delle cose e quale modernità d’intendimenti!... Con una persona tanto compita non conveniva insistere, non bisognava mostrarsi seccatori; egli avrebbe agito per conto proprio ottenendo sicuramente un risultato favorevole.

E il nostro amico comincia ad aspettare, non trascurando pertanto di usare le dovute cortesie a quel caro giovine turco.

E passan due mesi, passan cinque mesi, ne passano otto....

L’italiano guardava timidamente il riverito rappresentante della potenza islamitica; ma questi non capiva, sorrideva, aumentava le cortesie, parlava dei canali di Marte; poi un giorno in cui al connazionale nostro rinacque quel tale dubbio di cui abbiamo detto sopra, un giorno in cui il suo buonumore era relativo, si decise a parlare:

— Dica un po’, e le mie terre?

— Quali terre?...

— Quelle di cui abbiamo parlato, via!... Quelle che debbono essere segnate a catasto!

— Ah! sì, mi ricordo, perdoni. Ha ragione, ha ragione; ma ho scritto, vede, ho scritto e ho fatto sollecitudine!... Non capisco come non mi abbiano ancora risposto. Ma abbia la cortesia di aspettare.... guardi, lei è qui, leggerà la mia nuova lettera, poi la spediremo. Va bene?

— Benissimo.

E la nuova lettera è scritta nei termini più soddisfacenti ed è affidata al primo piroscafo che la porti a Costantinopoli. La risposta non si fa aspettare, senonchè....

Una sera, dopo l’arrivo del postale da Costantinopoli, il nostro connazionale ti vede il _kaimakan_, ma con tale una faccia nera da sembrare uno spaventapassere; fa per tirar di lungo; ad un tratto si pente, fa un cenno al nostro amico, il quale, quando gli è vicino, si sente dire in tono cavernoso:

— Venga; dobbiamo essere soli!

E vanno. Quando sono soli, il _kaimakan_ estrae di tasca una lettera, ma prima di consegnarla all’amico nostro gli dice:

— Lei mi deve promettere di non compromettermi.

— Comprometterla?

— Sì. Si tratta di un affare gravissimo. La mia posizione ne va di mezzo.

— Ma dica, dica e si fidi della mia discrezione.

Una pausa. La lettera è consegnata.

— Legga!...

E il nostro connazionale legge strabiliando, poi si stringe fra le spalle e se ne va raumiliato.

Nella lettera in questione il Governo centrale rimproverava aspramente il _kaimakan per il suo poco patriottismo_ (parole testuali) e lo consigliava di non insistere troppo su certi punti, minacciandolo altresì di punizioni severissime.

Che dire dopo tutto ciò? Con quale coraggio insistere?...

E qui torna a proposito il terzo _senonchè_....

La commedia era troppo evidente; i machiavellucci da strapazzo non conoscevano la buon’arte toscana dell’inganno politico, chè non erano soccorsi nè dall’alto ingegno, nè dalla scaltrezza, nè dalla furberia dei nostri uomini maggiori; non sapevano essere che astuti come le volpi e come i contadini, e cioè di una grossolana astuzia la quale non saprebbe ingannare non già un cane da fiuto, ma più inesperto bamboccio in fatto di politica.

Di questo si avvide il nostro connazionale, ma a quali ripari poteva ricorrere?

La commediola fra il _kaimakan_ e il Governo di Costantinopoli era più che evidente: il _kaimakan_ non aveva fatto che il giuoco del Governo e, per non avere ulteriori noie dal suo _amico personale_, era ricorso allo strattagemma perfidiosetto della lettera minacciosa. Necessariamente l’amico avrebbe abboccato all’amo, e pace e patta!

Questa storiella si è svolta nell’anno di grazia dell’Egira 1287 e più precisamente nel nostro 1909.

Potrei documentarla e far nomi. In essa non è una parola aggiunta, nè un particolare esagerato.

La persona di cui ho parlato attende ancora, se pure, come ne espresse desiderio, non ha lasciato in asso tutto e non ha abbandonato la Cirenaica.

Il sentirsi le mani legate, il vedersi ostacolare sordamente ogni iniziativa è cosa che finisce per stancare un uomo d’azione, il quale vede nel mondo altri campi aperti alla propria energia.

Se ha resistito con la perseveranza della nostra razza che non si lascia infiacchire, vorrei augurarmi ch’egli potesse da solo (e l’Italia ha sempre fatto da sola oltre il suo Governo decorativo) ottenere il risultato che merita, ma che mi sembra tuttavia molto dubbio; se poi ha abbandonato il campo, i Giovani Turchi si fregheranno le mani gioiosamente assegnando la diserzione a un nuovo trionfo del loro sistema.

Essi vogliono ostacolare in qualunque modo l’opera e l’impiego del capitale italiano in Cirenaica, e siccome non sono forti e non possono opporsi con la violenza, si adornano di sorrisi e di salamelecchi, e con mille scuse e con inchini profondi ci mettono soavemente alla porta.

Essi non hanno per ora nè capitali, nè energie da impiegare nello sfruttamento di queste terre; ma che importa? il popolo è bestia: si nutre di Allah e di una manciata di grano, e muore convinto che così era scritto. Poi: favorire un russo, un inglese, un patagone, sì; ma un italiano, no.

In Tunisia i francesi ci trattano come bestie da soma, ci negano le scuole, ci fanno una colpa di essere italiani, e noi zitti; in Cirenaica siamo perseguitati e messi alla porta, e noi zitti; in Tripolitania succede altrettanto, e noi raccomandiamo il silenzio e ci umiliamo.

La linea di navigazione, sussidiata dal Governo, la quale partendo da Catania tocca la Tripolitania, la Cirenaica, l’isola di Creta, Smirne e Costantinopoli (linea istituita a solo beneficio dei turchi), ha dato fino ad ora risultati magnifici. La nostra penetrazione, come abbiamo veduto a Derna e come accade a Bengasi e a Tripoli, si svolge indisturbata, e gli ingenui che si rivolgono ai nostri consoli per aver schiarimenti, li trovano fermi in un gesto ieratico, come il dio indiano accosciato sul fiore di loto; le mani sul ventre dorato.

Bengasi.

Abbiamo costeggiato l’immenso altipiano deserto, animato solo, a grandi distanze, da qualche gruppo di palmizi; ora, fra le nebulosità del cielo e del mare, in una pianura rossiccia si distingue il minareto di una moschea; è l’unica cosa che soverchi all’intorno.

Bengasi appare fra una desolata natura, e, quando si discende, l’impressione non varia. Camminiamo fra la sabbia, nella quale il piede si affonda fino alla caviglia; il caldo è soffocante; tutto è arido, sitibondo.

Sorgono qua e là alcune case meschinissime, una montagna di sale, una piazza deserta.

Passano torme lacere di beduini incappucciati e grondanti sudore. Le vie sono disselciate, sabbiose, cosparse di immondizie e di pozzanghere di un’acqua nerastra che tramanda un fetore insopportabile.

Non un aspetto gaio, non un’ombra piacevole vi invita a riposare; tutto è riarso, stanco, inebetito nella gran calura.

Alle ombre brevi dei muri riposano lunghe fila di arabi taciturni; qualche lento cammello dalla bocca bavosa e dagli occhi malinconici passa nel sole ondulando.

Cammino a fatica.

Nelle strade solitarie gli arabi che riposano su le soglie mi guardano col disprezzo indefinibile che è in fondo agli occhi di tutta questa gente quando squadra un infedele.

Attraverso il _Suk_, che non ha altro carattere se non quello di una grande miseria. Tutto è misero, lacero, esausto. È il paese dello squallore.

Oltrepasso la cinta della città, e fra la sabbia ardente mi interno in un villaggio di neri.

Tutta una tribù si è stabilita alle soglie di Bengasi e vi ha elevato le sue misere capanne.

Le donne, per vezzo, hanno infilato nel naso un corallo; sul nero della loro faccia la piccola macchia rossa fiammeggia come una ferita.

In questo caldo meridiano quasi tutti dormono. Vedo donne e fanciulli sdraiati all’ombra delle loro capanne su la sabbia.

Intorno intorno si levano i ciuffi dei palmizi.

Questo villaggio africano si chiama Zraib.

La storia di un pellegrino.

Qualche giorno fa capitò a Bengasi un bell’uomo alto, tarchiato, adusto dal sole; vestiva alla foggia algerina.

Parlava correttamente il francese e l’arabo e, quantunque si dichiarasse mussulmano, si vuole fosse di nazionalità francese. Oltre il tipo fisico, molti altri indizi davano a credere che la sua terra d’origine non fosse l’Africa.

Aveva adottato il nome di Rafaat Safi.

Scese all’Albergo Cirenaica, condotto da un maltese e, nei discorsi che ebbe a fare col proprietario dell’albergo stesso, si mostrò fanatico dell’islamismo. Tanto fanatico da destare qualche dubbio circa la sua sincerità.

Il giorno che seguì al suo arrivo si diresse al _muftì_ (prefetto mussulmano), gli espose la sua intenzione di studiare gli ordini religiosi maomettani e gli chiese una scorta che lo accompagnasse e lo guidasse verso l’interno.

Il _muftì_ gli fece osservare tranquillamente che non era affatto necessario dirigersi verso regioni inospitali, dato il còmpito che si proponeva; ch’egli poteva rimanersene a Bengasi, dove lo studio gli sarebbe riuscito più facile, soccorso dall’aiuto e dal consiglio diretto del _muftì_ stesso.

Rafaat Safi non si lasciò convincere e partì solo.

Che voleva in realtà? dove andava? Nessuno seppe delle sue intenzioni.

Ieri, al di là di Deriana, nelle vicinanze di un antico castello diroccato, fu trovato il cadavere del pellegrino.

Gli sciacalli ne avevano fatto festa, poi ch’egli era caduto per via e non si sa come.

Certo, qualcuno sorride nell’ombra.

[Illustrazione: DALARNA. — Vecchie case di contadini.]

Sempre cortesie.

A Bengasi, come a Derna, si rinnovano le cortesie dei Giovani Turchi verso i nostri connazionali. Ormai ho detto di che si tratta, nè vale citare esempi sopra esempi per avvalorare le mie affermazioni.

Il terreno di un italiano, per citare un caso tipico, è occupato da gran tempo da un enorme mucchio di sale di proprietà governativa, e chi sa mai quando sarà liberato, nonostante le preghiere e le insistenze del proprietario stesso.

Un altro caso tipico, benchè di indole diversa, è quello dell’ambulatorio mantenuto a spese del Governo italiano.

Il nostro Governo mantiene in questo inferno un giovine medico valentissimo e valorosissimo, il quale, per voler adempiere scrupolosamente l’incarico avuto, si buscò già una malattia dalla quale non è ancora completamente guarito.

Una volta i nativi pareva gli serbassero gratitudine per il suo sacrificio continuo e per lo zelo e per la valentìa; ora le cose sono cambiate a tal punto ch’egli deve riguardarsi dal percorrere certi quartieri in ore poco opportune.

Risate, frizzi e sassate lo accolgono molte volte, tanto che si direbbe ch’egli fosse qui ad esercitare un ufficio ben diverso da quello che esercita in realtà.

Anche tale mutamento nei sentimenti della popolazione indigena, deve assegnarsi al frutto della nuova politica dei Giovani Turchi.

In mare.

È il tramonto. Ho lasciato or ora la vasta piazza nella quale, in quest’ora meno aspra, erano usciti a passeggiare a piedi o a cavallo i deportati politici.

Un grande negro dalla faccia gioviale mi accompagna verso il piroscafo. Tutto arrossa: cielo e mare. I ciuffi dei palmizi su la spiaggia sembrano pennacchi neri. Uno stagno si infoca; le lontananze si addolciscono.

Dalla bianca fortezza sparano undici colpi di cannone ad indicare che incomincia il digiuno del _Ramadan_[8]; rulli lontani di tamburi e suoni di piccole cennamelle dànno lo stesso avviso ai fedeli.

Il minareto che si leva nel pulviscolo d’oro dell’aria, dorato egli stesso e tenue tanto da sembrare una dolce forma fantastica, pronta a dileguare col dileguar del sole, si incorona di piccole luci scialbe a festeggiare l’inizio del mese sacro.

Ricordo i versetti del Corano che fecero del _Ramadan_ un precetto fondamentale dell’islamismo.

“_O credenti! È scritto che osserverete il digiuno come lo osservarono i vostri padri, e ciò perchè temiate il Signore._„

E ancora:

“_Il mese di_ RAMADAN, _durante il quale il Corano è disceso dal cielo[9] per essere la guida e la luce degli uomini, e la regola dei loro doveri è il tempo destinato all’astinenza_....„

“_Voi potete, durante la notte del digiuno, accostarvi alle vostre spose. Esse sono la veste vostra e voi siete la loro. Dio sapeva che, a questo proposito, avevate trasgredito al suo comandamento. Egli vi ha guardato benevolmente; vi ha perdonato_....„

“_Potrete bere e mangiare fino all’ora in cui vi riuscirà distinguere, alla chiarità del giorno, un filo bianco da un filo nero. In seguito digiunate fino alla notte_....„

Il gran negro che rema vigorosamente, seduto verso la poppa del battello, mi guarda sorridendo.

— _Tu non digiunare_.... — mi dice; e la sua bocca, quando parla, si apre come quella di un coccodrillo.

— No — gli rispondo.

— _Tu essere porco!_ — risponde garbamente. — _Tu brugiare inferni!... Tu malate pesta critare cane!... Infitèli saltare inferni; non morire, saltare sempri giorni, notta! Me, ciartini piratisi!..._

E ride e ripete beato:

— _Me, ciartini piratisi!_

E sarebbe davvero un gran torto, poveretto, se non dovesse trovare, valicando la gran soglia, il giardino paradisiaco che lo fa tanto gaio.

Il “Ramadan„ in viaggio.

Il piroscafo è animatissimo, viaggiano in prima classe: il fratello del Governatore di Tripoli con la sua signora, un bimbo e una serva nera; un impiegato turco e qualche greco. L’impiegato turco, che ha il passaggio gratuito fino a Costantinopoli e una commendatizia per il nostro ambasciatore, non viaggia per diporto, fugge.

Pare lo attenda una grave punizione per aver egli favorito o tentato favorire, in cosa di non troppo grave importanza, gli interessi italiani.

Il tramonto muore.

Dice il Corano, a proposito del _Ramadan_:

“.... _Chiunque vedrà codesto mese deve osservare il precetto.

“Colui che sarà ammalato o in viaggio digiunerà, in seguito, un numero uguale di giorni_.„

Questa la ragione per la quale la maggior parte dei viaggiatori mussulmani non digiuna.

La maggior parte, ma non tutti. I più vecchi mostrano uno zelo eccessivo.

Un tramonto sul mare.

Due giovinette, abbassato il velo che le nasconde, guardano la corolla solare discesa sulle acque per un attimo di splendore.

Ed è tanto bella che, per sua dolcezza, mare e cielo si congiungono smorendo nel color d’amore.

Non sorride, ha l’ansioso languore degli estremi abbandoni; è penetrata tutta quanta di paurosa letizia come la vergine che più non si oppone e piega temendo e sospirando forte sotto la carezza dell’amato; e così si invermiglia e negli occhi vaghi, larghi e fissi, traluce l’anima turbata nel desiderio del dolce dolore e nel timore della violazione.

E la corolla cede; ecco, il miracolo avviene. Il cielo l’ha perduta e la segue con un accenno di stelle, mentre il mare tutta la possiede e ne gode e se ne feconda nel suo ardore, che non muta segno.

È la sera, la languida sera per i begli occhi innamorati; fioriscono dal vuoto i misteri adamantini della tenebra, le luci che chiamiamo stelle e che immaginiamo come un diadema sopra la fronte di un gioioso Iddio.

Le stelle, il brivido della tenebra.

Tu le fissi e se l’anima tua si disfrena e schianta ciò che la vincola, e più non riconosce nè parola, nè senso, nè limitazione, e per le bianche vie delle meteore si scaglia fuori dal tepido e lucente circolo dell’atmosfera negli abissi tenebrosi dell’immensità; se l’anima tua inutilmente ardita vuol raggiungerle, ecco non sa che il terrore, chè il piccolo cuore la chiama dalla sua zolla, la chiama prigione entro le vene per la sua vita rossa.

Vita rossa, mistero pari al mistero delle costellazioni!

Oh! affaticarci proni su l’infinito inconoscibile e tessere nostre ghirlande e vederle sfiorire; e elevare bianche torri fra le nuvole e vederle rovinare! Oh nostra pena diuturna, nostra angoscia terribilmente vana, nostro ansimare e ascoltare e scrutare!

Altri compone sue città portentose e ad un ghigno dileguano; altri sorridendo tesse mirabili fedi e ad una parola si oscurano.

E l’ansia del cammino ne sospinge.

La sera è morta. Ecco il Carro di Boote ch’io guardavo già sopra i pioppi della mia casa; ecco l’accenno.

Cammina, poeta, cammina; si accendon le stelle; qualcuna che forse non raggiungerai ti attende lontana.

SUL MARE DEGLI ULISSIDI.

[Illustrazione: Accampamento di Lapponi.]

[Illustrazione: Un _fiord_ nell’estremo nord dell’Europa.]

Il viaggio del sogno.

È, questo, il viaggio del sogno. Conviene essere soli, dimenticare il presente, darsi tutti all’onda delle memorie, vivere della magica eredità del passato e niente più. Di isola in isola si ritrova il silenzio, la solitudine, il deserto. Attraversate miseri villaggi fra aride terre, gruppi di squallide case fra giri di montagne rocciose; procedete a dorso di mulo per sentieri impossibili, chè strade non ve ne sono; vi internate sempre più fra il silenzio e la desolazione; chiedete ospitalità a qualche montanaro per trascorrere la notte, chiuso in un sacco che vi preservi da assalti importuni; riducete il vostro vitto a pane, uova e formaggio; continuate la strada solo, sempre più solo per giungere ai luoghi sacri, ai ruderi informi, dai quali vi proverrà il brivido tragico delle grandi evocazioni e nessun’altra vita che non sia quella lontana che rifulge nei millennii, nessun’altra voce che non provenga dalla storia più luminosa del genio umano vi sarà dintorno a distrarvi, a richiamare l’attenzione vostra su l’ora che fugge.

Due parole sole vi rimarranno nella mente per sentirle ripetere di continuo, anche al più timido presentarsi di un vostro desiderio: _den exei_: non c’è, non l’abbiamo, non esiste; una negazione, insomma, l’indice dell’assoluta mancanza di tutte le cose di prima necessità. Conviene ridurre ad una misura più che minima i propri bisogni.

Chiedete un alberguccio qualsiasi? _den exei_; chiedete del sapone? _den exei_; un po’ d’acqua che non sia torbida? _den exei_; nulla c’è che non sia la tranquilla ospitalità che vi viene offerta di tutto cuore. Dividono con voi ciò che hanno, e se sono poveri non è colpa loro. Vivono nell’abbandono, nello squallore, e la dolcezza del cielo e del clima non basta alla loro prosperità.

D’altra parte da quando vi imbarcate su questi vaporetti che approdano, unici, alle isole dell’arcipelago greco, cominciate ad abituarvi alle privazioni, alla pulizia relativa. È una specie di iniziazione. Compite un vero pellegrinaggio con tutti i suoi disagi, ma non si approda a Cerigo, a Milo, a Santorino per puro diporto; non si viene quaggiù alla ricerca degli alberghi inglesi o tedeschi.

L’isola di Venere.

Abbiamo toccato Cerigo, l’antica Cythera, nella quale fiorì il culto della Venere fenicia. La terra della voluttà è apparsa in un mare chiaro quando l’alba rompeva all’oriente; è fiorita con l’alba dai fondi marini. Ero solo, i pochi viaggiatori dormivano sul ponte l’uno presso l’altro, avvolti nelle loro coperte. Il canto acuto di un gallo, chiuso in una stia, a poppa, si levava a interrompere il monotono pulsare delle macchine, il cigolìo delle catene, lo scricchiolìo degli assiti. C’era ancora una piccola lanterna accesa su la prua. Il timoniere ed il pilota, fermi sul ponte di comando, scrutavano l’orizzonte senza parlare. Una pesantezza di sonno era tuttavia su la piccola nave grigiastra. Il mare non aveva movimento, e su quell’immota serenità l’isola apparve quasi all’improvviso, quando il sole si affacciò sul mare. Una montagna azzurrina su le acque corse da sùbiti bagliori. Avrei voluto vederla non più di così; non avvicinarmi; non saperne l’arida povertà. Toglierle il colore, studiarne troppo da presso lo scheletro è un uccidere in noi il fantasma nato per il fascino di una fresca giovinezza appassionata che cantò remotamente la sua gioia bambina. Il nido di Cythera aveva allora il color delle viole e del rosso bronzo; i culmini erano accesi; le coste pallide smorivano nel mare magnifico. Le ombre e le penombre potevano sembrare tuttavia foreste e giardini; immensi roseti per la bionda Iddia che le ore trassero al trionfo dei cieli. Nessuna cosa velava il sorriso del mare, il sorriso dei grandi occhi turchini, dai quali traluceva il desiderio e la limpida anima giovanile aperta come un fior d’oro sotto il sole; nulla s’interponeva. Nella quiete immensa sbocciava l’isola dell’amore ricinta dalla luce dell’aurora, dal grande abbraccio del mare, tutta serena, senza asperità, senza particolarità, come qualcosa che era e non era nella lontananza, che poteva da un attimo all’altro dileguare, essere assorbita come un giuoco di nebbie dal concavo orizzonte. Incerta e affascinante a simiglianza della voce lontana che il tempo non seppe vincere e che ascoltiamo tuttavia col brivido di un bacio. Meglio era trascorrere, passar oltre con nella mente gli echi di un antico convivio, i ritmi delle elegie e degli iambi che servirono a misurare, a dar vita impareggiabile agli impeti della poesia erotica e simposica; meglio era dileguare ricordando il fantasma di Cythera e non più.

“_Aveva un ramo di mirto e i bei fiori del rosaio, e si trastullava: la chioma le ombrava le spalle_....„

Così appare ad Archiloco la donna inutilmente amata, appare in un segno di bellezza semplice e divina e dilegua nell’amarezza della realtà; così a noi l’isola dolce dell’_aurea dea dell’Amore_.

Quando vi abbordammo, il mattino era nei cieli. Un piccolo molo, qualche veliero, una tranquillità stanca, forse non turbata mai dall’affanno del lavoro; e intorno intorno l’ininterrotta aridità. Camminai per sentieri dirupati fra montagne riarse. Ricordo il canto di un giovine pastore seduto al sole sul culmine di una roccia rossastra; un canto di una malinconia inesprimibile, che mi seguì per lungo tempo fra le solitudini montane; ricordo, in un cortiluccio di una casa solitaria, tre belle giovinette che, per un attimo, rievocarono innanzi a me, inconsciamente, l’antica vita ellenica.

Ero uscito dal mio sacco di difesa dopo una notte quasi insonne; avevo aperto le finestre; guardavo sorgere il sole fra le montagne. Di repente apparvero in un frullo, nel cortiluccio sottostante, i capelli quasi disciolti, le vesti scomposte, nude le braccia e il collo, tre giovinette belle, fresche come il frutto di luglio su la rama. Avevano gli occhi umidi e grandi sul volto bruno; umidi di gioia, umidi di sorriso e una languida soavità accompagnava i loro gesti. Si fecero al pozzo, riempirono d’acqua le loro secchie di rame rosso, se ne irrorarono fra strilli e risate, poi, presesi per mano cantarono:

“_Io mi lavo con fede davanti al Figlio di Dio e davanti alla stella del mattino che è la pupilla del mondo_....„

Scomparvero, non mi fu possibile rivederle, furono non più di un bagliore, eppure, per loro virtù, rivisse innanzi a me fuggevolmente l’anima omerica:

“_Quivi giovinetti e fanciulle, che portano in dote le mandre di buoi, danzavano tenendo le mani l’una nel carpo dell’altra.... Ora correvano con abili piedi assai facilmente.... ora ricorrevano in fila gli uni verso gli altri_....„

Echi remotissimi che riempiono l’anima di nostalgica dolcezza, e solo per simili echi si è animato fulgoreggiando tutto il mio viaggio solitario.

Di Cythera, o meglio di Cerigo, non rammento se non scarsi ruderi informi, grandi cespi di mirto e di gelsomino e otri di miele, di un ottimo miele che sa di timo; e rammento altresì una ricetta per un filtro di amore donatami da una vecchia, nei dintorni di Hapsali. Sì come le feci l’elemosina, la scarna creatura volle farmi compartecipe di un suo segreto che potrebbe risalire, forse, al tempo del molle Adonis. A me non serve e lo comunico ai lettori:

“Si riempie di acqua di rose, per metà, una bottiglietta di cristallo e vi si pongono a macerare alcuni grani di incenso e qualche foglia, disseccata, di mirto e di santoreggia. Si chiude ermeticamente la bottiglietta e la si espone al sole per quarantott’ore, trascorso il quale periodo si filtra il liquido e vi si aggiungono trenta gocce del succo di un cedro di trecento anni e la rugiada di nove rose rosse e di sette rose bianche raccolte all’alba che segue l’apparire del primo quarto di luna; poi un chiodo di garofano e l’ultimo anello della coda di un serpente disseccato.„

Nient’altro.

La vecchia dagli occhi pallidi mi assicurò che tale ricetta era infallibile.

— Provala — mi disse —; non avrai più desiderio....

E si allontanò zoppicando sotto il crepuscolo violaceo.

Da Cythera a Mitilene.

Da Cerigo a Milo, da Milo a Santorino, da Santorino a Paro a Scio a Metelino abbiamo percorso in tutti i sensi il classico mare degli Ulissidi.

Di isola in isola, sostando a lungo in piccoli scali quasi abbandonati, in compagnia di povera gente che si industria come può, ma che ha precisa coscienza della propria condizione e non si abbrutisce nell’ignavia che nulla cura; parlando rado e sempre di politica chè anche l’ultimo fra i greci si interessa della vita pubblica del proprio paese e ci si appassiona; passando da piroscafo in piroscafo senza mutare per questo, sistema di vita: dalla Morea, sono giunto a Metelino lungo le coste dell’Asia Minore.

Si navigava su mari di cobalto, di azzurro tanto intenso che a volte, nell’ombra, diventava nero e avevamo sempre in vista qualche isola, qualche scoglio, qualche aggruppamento di montagne coniche. L’orizzonte era sempre interrotto da una forma singolare, che ne frastagliava la linea piatta. Nelle lunghe ore silenziose si seguiva l’apparire e lo scomparire degli scogli granitici e gialli e rossi; nudi, rivestiti di sole e battuti dalle onde. Avevano ai piedi una bianca orlatura di spume; al vertice, nell’incendio solare, un volo di procellarie. Passavano oltre, più remotamente, sotto i confini del cielo, altri vapori. A volte non si vedeva che un tenuissimo pennacchio di fumo su l’ultimo mare. Poi piccole barche da pesca con la vela d’artimone tutta bianca e la piccola vela del trinchetto di un rosso violento e si andava, si andava senza tregua lentamente, monotonamente. A bordo era padrone il sonno. La gente mangiava e dormiva.

Tutto era propizio al sonnecchiare, e il silenzio e l’ampio ondulamento e il caldo. Così di tappa in tappa, dalle coste di Milo tutta fiorita di gelsomini a l’immenso cratere invaso dal mare che forma la baia di Santorini; dalla montagna circolare di Paro, l’isola dolce che dette i natali ad Archiloco, alla scoscesa Scio, sacra a Minerva, si approdò a Metelino. Anche il bel nome antico le fu tolto, e l’“_insula nobilis et amœna_„ di Tacito, la patria di Alceo e di Saffo, Lesbo dalle belle figlie, fra terremoti e guerre e invasioni nulla serba dell’antico splendore.

Quando entrai a Metelino (Midillii la chiamano i Turchi), era quasi notte. Su la porta di una casa equivoca un turco grattava una _guzla_, un istrumento a corde dal suono aspro, chioccio, stridente, e alcune voci cantavano. Era un canto turco, ciò è a dire un indefinibile gargarismo, una specie di singhiozzo modulato sgarbatamente su alcune note discordi che si rincorrevano a gran furia accavallandosi, sopraffacendosi, urtandosi come tre fiere nemiche rinchiuse in uno spazio breve. Da prima ascoltate stupefatto, cercate un filo conduttore, una ragione di tanto frastuono, un qualsiasi disegno melodico, poi restate disorientato finchè non fuggite stordito. Questa è la musica turca.

Tale frastuono mi accolse quando entrai nella meschina città senza garbo e senza carattere, percorsa da marinai turchi e dalle eterne ammantate che scivolavano rasentando i muri, simili a goffi spettri claudicanti o ad otri rigonfi dall’equilibrio instabile.

Ricordai i silenzi di Paro, il calmo raccoglimento delle isole sperdute fra cielo e mare, e le voci e i suoni e le cose che stavano in sì grande contrasto con l’alba remota che venivo pensando, mi riuscirono odiose. Non mai come a Metelino sentii il profondo abisso che separa due anime, due popoli, due razze.

La lira di Orfeo, che la leggenda fece approdare a quelle rive, doveva essere sepolta bene a fondo sotto la terra sacra, nell’isola più musicale fra quante ne ebbe la Grecia. Tutto è morto, tutto è scomparso nel gran buio dei millennii.

Il fanatismo vinse la calma serenità antica, la sopraffece, la turbò, la sconvolse. I greci che rimangono non sono meno fanatici dei turchi; a suprema difesa, nella loro debolezza, si avvincono al loro Dio, e il fanatismo è una sciocca follìa che annebbia ogni chiaro entusiasmo. Più che altro, pare sia rimasto a questo popolo smembrato, perseguitato, combattuto senza tregua nella pace e nella guerra, ciò che era un tempo la rarissima eccezione: la malinconia di Esiodo. È un popolo malinconico, in fondo, cupamente malinconico. Lo dicono le sue canzoni e tutta quanta la sua vita. Quante cose non ha visto morire? Quale soccorrevole Minerva ha sopravvissuto per la sua fortuna? Egli favoleggiò bensì, un tempo, quando il giovine sorriso dell’Iliade era nell’anima sua; favoleggiò di un bel Dio dall’arco di argento che vinse, lottando, lo spirito delle tenebre; ma con quanta tenebra non ha ripagato di poi quella luce che non fu mai più sopravanzata?

Sulla terra nella quale l’assurdo e l’incomprensibile furono sempre sdegnati, doveva stabilirsi appunto il regno dell’assurdo e dell’incomprensibile, e il popolo più fecondo, perchè credette alla libertà, doveva piegarsi e immiserire sotto il fanatismo mussulmano perennemente sterile. Sterilità che fece il deserto. La gran vita solare fu oscurata nei secoli. L’anima gioiosamente chiara tramutò, si intristì, decadde e, ai più sperduti, rimase unicamente una inconscia eredità di costumi.

Solo l’irrequietezza, la turbolenza, la mutevolezza, il cinismo, caratteri che furono già degli antichi, si mantengono nei greci moderni.

Dolorosa eredità.

Allorchè, nei tempi più belli di Atene, alla domanda:

— Chi governa il Destino?

Eschilo fece gridare a Prometeo:

— La Parca e le Furie!... — vide nel tempo, profetizzò. Eschilo fu l’Elia del popolo greco.

Ciò ch’io vidi a Metelino mi fece triste. Fu come chi giunga festosamente dove era già un giardino e non ritrovi che aride sabbie.

Solo quando l’isola si allontanò sul mare e fu tutta azzurra come un nido di sogno nell’immensità, potei pensarla e vederla quale era; solo allora mi rifiorirono nella mente gli echi dei lontani _hymenei_ e gli sparsi frammenti di una poesia immortale.

Cadeva un crepuscolo soave; ero solo. Passò una piccola barca; mi giunse una voce. Un giovine e una giovinetta erano ritti su la prora. Non udii ciò che dicevano; mi ritornarono nella mente le parole di Saffo:

“_Stammi in faccia, caro, e spandimi la grazia che hai negli occhi_....„

Sui confini del mare la luce moriva come in una ghirlanda.

Tutte le rose della Pieria eran cadute dal cielo a coronare il fantasma che dileguava.

Una croce in uno scoglio.

Atene è dileguata fra il fulgore violaceo de’ suoi monti dispogli. Visione indimenticabile, ebbrezza senza pari!

L’Acropoli, a somiglianza di una enorme torre mozza elevata a prodigio in queste terre d’oro, è scomparsa. Passano le ombre delle nubi su le montagne.

Navighiamo verso il canale di Corinto.

In quale diafana chiarità, sotto il fumo del vapore, si perde Atene!... Naviga, sopra di noi, nel cielo, un velario di nubi bianche. E tanto sono belli il cielo ed il mare e l’oro del sole è sì vivo, che gli scogli lontani sembrano gemme.

Di sopra le basse colline spuntano strani profili di nubi; piccole barche con due vele rosse trascorrono silenziose.

Ecco Helena dal colorito di ambre; Helena, la piccola ateniese mi ritorna alla memoria.

Ricordi, piccina, le belle meduse nel golfo di Corinto? Navigavano su le acque chiare, simili a sugheri, le meduse rotonde, e tu le indicavi col braccio ignudo, con piccole grida.

C’erano due inglesi che andavano in viaggio d’amore e sorridevano alla tua fanciullezza pensosa come io ti sorridevo; io che pensai in te il destino della tua patria.

Poi Atene spuntò e tu stavi raccolta su la prora, immersa nella magnifica chiarità orientale e avevi negli occhi il cuore, il cuore della tua terra che si affissa verso l’avvenire.

Passammo vicino a uno scoglio. C’era una croce bianca. Non so perchè una nube di tristezza ti passò sul chiaro volto di bambina e non ti interrogai: vidi, nel segno, il dolore della tua terra.

Un raccoglimento ed una fede.

E ti benedissi in cuor mio, piccola ignara, che impersonavi un destino tragico e stupendo. Adesso, come allora, appare lo scoglio dalla croce bianca, ma tu sei lontana.

Prima che la gran terra dilegui, a te viene il mio cuore benedicendo, poi che tu mi sei la giovine Grecia che attende.

VERSO I MARI DI GHIACCIO.

_Buöreb lä jode, go oro._

(Meglio è andare anzichè stare).

_Proverbio lappone._

VERSO I MARI DI GHIACCIO.

Una ferrovia in Lapponia.

Un canto dei Lapponi, e cioè degli uomini che abitano le ultime terre verso il silenzio polare, dice ad un dipresso così:

Solo le navi degli Dei raggiungono la stella del nord, ma tu non ti affidare, fratello, non ti affidare alla tua forza. Nessuno ritorna dalle montagne della bianca stella, dalle montagne di ghiaccio che vegliano i palazzi infernali!

E in queste parole è espresso il sentimento che coglie ciascuno di noi allorchè il pensiero rievochi la titanica sfinge eretta alle soglie del polo a conservarne intatto il tragico mistero.

Ma noi, gente dei paesi felici che il sole non abbandona mai, abbiamo del lontano orrore iperboreo una visione incerta, vaga come le immagini del sogno, indefinita come i paesaggi crepuscolari, diffusi fra un fluttuare di nebbie; non ne sentiamo l’immediatezza, non ne avvertiamo la minaccia se non a grandi intervalli, allorquando l’ardimento di qualche eroe nostro si spinga ad avventurarsi verso l’ultimo mistero del mondo. All’opposto i Lapponi, come gli Esquimesi, i Ciukci, gli indigeni delle coste americane polari, vivono la loro povera vita randagia ai piedi della grande sfinge e ne sentono il contatto e ne sopportano l’assidua violenza, sì nelle tenebre senza aurora, come nel pallido giorno privo di tramonti. Essi stanno alle soglie delle terre ignote, nei paesi tristi e sterminati, in una solitudine che non ha confine.

E i loro rarissimi canti significano, la maggior parte delle volte, o una timida speranza o la paura che sovrasta in un impero incontrastato. Tale la sensazione ch’io ne ebbi accostandoli, vivendo con loro qualche settimana nella più interna parte delle loro terre verso il mar Glaciale.

Era mio proposito, partendo da Stoccolma, di inoltrarmi quanto più mi fosse possibile nel cuore della Lapponia, e ciò unicamente per la gioia della mia conoscenza e per quel sentimento nostalgico che sospinge eternamente colui che ha l’anima del viandante ad un punto più remoto sempre più remoto su le vie della terra e dei mari.

Un tempo non si poteva intraprendere tale viaggio se non seguendo le coste della Norvegia; ora il _Lappland Express_, che giunge fino a Narvik, nel fjord di Ofoten, e cioè verso il 70º parallelo, facilita di gran lunga il cammino al viaggiatore.

Tale linea ferroviaria, costrutta dallo Stato svedese, è l’unica al mondo che sorpassi il circolo polare. Essa si lancia attraverso le steppe deserte del nord ed è protetta per tratti lunghissimi da gallerie artificiali affinchè le terribili tempeste dell’inverno non abbiano a seppellirla sotto uno strato di quattro e a volte di cinque metri di neve. Con tutto ciò dall’ottobre al maggio, lungo il tratto che va da Boden a Narvik, cioè dal circolo polare fin quasi al 70º parallelo, nonostante una squadra di oltre un migliaio di operai, impiegata a mantenere libera la linea, non è raro che i treni vengano arrestati dalle tempeste, che in quelle latitudini piombano improvvise e violentissime, e siano quasi sepolti sotto la neve.

Le grandi miniere di Kiruna, il paese delle montagne di ferro, rendono possibile il mantenimento di tale ferrovia, chè altrimenti non potrebbe sussistere perchè l’umanità, per quanto la si voglia sedurre con la visione di una bellezza tragica ed inattesa, preferirà sempre il Cairo e magari l’Equatore alle singolari dolcezze di un paese nel quale la notte si prolunga per tre e quattro mesi, confortata da una temperatura di 40 e 50 gradi sotto zero.

Comunque sia, l’industria che non ha troppe sottili preferenze, visto il proprio tornaconto, ha sfidato le difficoltà maggiori e con la sua tenace gagliardia, con l’ardimento che non cede, le ha superate trionfandone.

Per opera sua ai piedi del Kirunavaara, dove fino a pochi anni or sono non era che il silenzio dell’immensa steppa, è sorta una città di 9000 abitanti (cifra enorme per quelle latitudini) e per opera sua la ferrovia che attraversa la Lapponia meridionale può prosperare.

Tristezze nordiche.

Fra i miei appunti di viaggio trovo la nota seguente: — _5 agosto — Vännäs. — Il cielo è sempre grigio. La vegetazione impoverisce. Fra poco entreremo in Lapponia._ —

Forse fu la mala ventura che si fece mia assidua compagna, ma il fatto si è che dal giorno in cui sbarcai a Trelleborg, nel punto più meridionale della Svezia, fino al giorno in cui giunsi ad Enontekis e a Kautokeino, nel cuore della Lapponia, la pioggia, il vento e il freddo furono miei assidui compagni. Conobbi l’estate più nella volontà degli uomini che non in quella della stagione. Vidi le signore nelle più ardite vesti estive, nude le braccia e il principio del seno, ma il termometro segnava modestamente 12, 15 gradi e qualcosa più ed anche molto meno. A Stoccolma, ad esempio, alla sera, tempo permettendolo, si andava a frescheggiare su le terrazze aperte dei grandi caffè. Frescheggiare è la giusta parola, perchè non appena seduti, il cameriere si affrettava ad offrirci, oltre alla bibita, una coperta rossa, nella quale era necessario avvolgersi per difenderci un poco dalle intemperanze estive.

Tale non è il clima consueto della Svezia, che gode fama di dolcissimo durante l’estate. Per mia disgrazia io assaporai un frutto di eccezione e lo assaporai tanto più compiutamente quanto meno avevo preveduto un simile cataclisma.

Man mano che procedevo verso il nord i miei poveri vestiti, troppo nostalgicamente italiani, mi dimostravano la loro completa insufficienza finchè, prima un ampio scialle da viaggio, poi un pastrano imbottito, non li corressero in modo definitivo. Data la quale correzione mi fu concesso osservare i luoghi ed i costumi con occhio più tranquillo. Così il 5 agosto 1907, essendosi fermato il _Lappland Express_ alla stazione di Vännäs, scrivevo la malinconica nota.

Avevamo percorso fino allora il Norrland, fra le dense nebbie delle valli ed il pallido sole delle cime. La natura aveva assunto un aspetto di grandiosità severa, ma troppo continua, troppo eguale per l’anima nostra mutevole, che mai non s’appaga perchè educata ad una varietà incomparabile.

Gli occhi nostri facilmente si saziano di un aspetto sì per la rapida facilità di coglierlo sotto tutte le sue linee, come per l’indubbia certezza di trovarne innumerevoli altri dissimili; ora tale facilità e tale certezza nuocciono alla compiuta penetrazione di un paesaggio nordico. Là dove la vita si attarda, dove le cose si fanno oscure e solenni, dove gli uomini hanno un’anima diversa, più tranquilla, più dolce, più profonda, è necessaria a noi una continua moderazione, una vigilanza assidua su ogni giudizio, su ogni moto d’impulso, su ogni repentina impressione; conviene temperare il nostro ardore per bene intendere le cose che pur passandoci da presso non ci sono vicine e l’intimo senso delle quali ci sfugge. A primo aspetto gran parte della Svezia farebbe a noi un’impressione desolatamente monotona, sicchè saremmo tratti, con tutto il garbo possibile, a parlarne come di un paese che si ripete e si ripete senza varietà, quasicchè la natura, esausta dal troppo creare, fosse giunta laggiù con poche idee e le avesse svolte in una continuità che opprime. E questo sarebbe un errore causato da una impressionabilità mal contenuta e dalla luce e dai colori e dai rapporti interamente diversi e disposti in armonie insuete.

Noi proveniamo dalla terra dei contrasti, dalla terra in cui ogni arditezza è possibile, in cui i giuochi delle mezze tinte, delle più tenui gamme di colore, son pur sempre vivi, distinti, apertamente chiari e rilevati. La nostra natura, che ha breve il sonno invernale, si desta nell’ebbrezza primaverile prorompendo come in un magnifico tumulto, impaziente di vivere, di donarsi alla carezza del sole, di espandersi in una festosità piena di ardore. Il dolce miracolo si compie in poche notti quando l’aria raddolca, così come fioriscon le stelle nel sereno, quasi inavvertitamente. V’è giorno in cui gli alberi aprono i loro bocci bianchi e vermigli, in cui le selve, i campi, si coprono della soave veste di giade della primavera, in cui un infinito tremito di vita dilaga in un impeto improvviso quasi per forza di prodigio. A troppa gioia son usi gli occhi nostri perchè possano a tutta prima intendere il lento languore, la profonda malinconia di un paese nordico, colto nella pienezza di una triste estate che non ha autunno e non ha primavera. E tale languore e tale profonda malinconia provengono appunto da quelle indefinibili sfumature, da quei rapporti degli alberi coi pallidi cieli, con le acque dei laghi deserti, con la luce diffusa che li fonde e li tramuta lievemente e li vela e li inargenta, ma appena, in tocchi di una leggerezza a noi ignota. E per questo giuoco sottilissimo, ecco: ciò che pareva uniforme svaria, si moltiplica in mille aspetti, in un seguito di apparenze multiformi estremamente instabili, ma di una triste soavità che rivela tutta l’anima di quella terra dolente.

Ricordo quella corsa ininterrotta attraverso il Norrland con una particolare sensazione di tristezza. Il giorno non finiva mai. Il riposo della notte non c’era concesso.

Verso le dieci di sera il cielo si rasserenò, apparve tutto azzurro. Il sole volgeva allora al suo breve tramonto, tanto breve da essere vinto da una subita aurora che gli si accendeva a lato. Quell’eterna luce mi eccitava talmente da togliermi il sonno. Gli altri viaggiatori si erano già ritirati nelle loro cabine, ero rimasto solo. Ci fermammo ad Asträsk: una piccola stazione in legno in una landa. Nessuna casa io vidi, solo la luce di un lago lontanissimamente. Una linea fulgida; un bagliore in un deserto. Le abetaie eran finite coi monti. Guardai tutt’intorno per quanto era vasto l’orizzonte, ma non scorsi traccia del paese. Asträsk non esisteva, era un nome ed una casa in una infinita solitudine. Le grandi, le forti selve erano scomparse. Incontrammo ancora gruppi d’alberi, ma sempre più miseri e contorti: il circolo polare si avvicinava. A Bassuträsk una bimba scalza, e il vento freddo le faceva tutti rossi quei suoi piccoli piedi, si avvicinò al treno per offrirmi alcuni fiori raccolti lungo gli stagni in quel paese sinistro. Non disse parola, tese la mano verso di me e mi guardò senza sorridere offrendomi quel suo dono con una luce talmente dolorosa, in fondo a que’ suoi grand’occhi di bimba, ch’io non potrò mai più dimenticare.

Discesi, l’interrogai. Aveva un fratello e la mamma; il padre le era morto a Kiruna dove lavorava su le montagne del ferro. Un giorno l’abisso l’attrasse, gli occhi gli si annebbiarono, precipitò nel vuoto, colto dalla vertigine. Da quel tempo esse vivevano nelle terre di Bassuträsk in una casa sola, al limite di una selva, lontana miglia e miglia da ogni altro luogo abitato. Ogni mattina ella, ch’era la maggiore, vestiva il suo piccolo fratello e partivano per la scuola. Percorrevano dieci chilometri, su la neve, durante l’inverno, fra gli stagni nell’estate. Nonostante una notte di tre mesi, l’inverno era preferibile. Allora scivolavano via su gli _skidor_ e dieci chilometri erano un niente.

Scompariva appena il lume della loro capanna che già si intravvedeva fra gli alberi e la neve il lume della scuola. Avevano avuto tre maestre. Una era morta, l’altra era impazzita dalla paura, la terza era sempre triste e parlava della Scania, di un paese lontano dove il sole ritornava ogni giorno.

La scuola era una piccola casa rossa sperduta tra i boschi, le abitazioni più vicine essendo ad otto o dieci miglia di distanza. Del resto in tutta la regione di Bassuträsk sorgevano forse una ventina di case, sparse sopra un raggio di venti miglia.

Le maestre erano giovani e quasi sempre sole. Giungevano dalla Svezia meridionale, dai paesi felici, e poche potevano resistere a tanta solitudine, a quell’isolamento pauroso. Dal novembre alla fine di febbraio scendeva la notte, la terribile notte polare, squarciata solo a quando a quando dalla tremula luce rossiccia dell’aurora boreale. Allora la lucerna non si spegneva mai, non c’era più limite di ore, limite di luci, ma un unico stanco bagliore: quello della neve; ma un’eguale profondità tremendamente muta: quella del cielo oscurato.

Gli scolari restavano poche ore con la loro giovane, grande sorella, poi si levavano, poi ripartivano. C’erano uomini armati di fucili che li attendevano nel buio per riaccompagnarli e difenderli dai possibili assalti dei lupi, e in un attimo scivolavan via, ombre nell’ombra. Si udiva appena il fruscìo degli _ski_ che già eran lontani.

E intorno alla casa rossa, alla piccola scuola fra i boschi, restava la tenebra tragicamente taciturna.

Così delle tre maestre, di cui la bimba mi parlava, una era morta e l’altra impazzita dal terrore in quell’isolamento inumano. Sapevo che la piccola diceva la verità. I giornali di Stoccolma avevan fatto una campagna in favore di queste eroine sconosciute, le quali per uno stipendio, a volte derisorio, accettano un còmpito tanto superiore alle loro forze e ne ritornano quasi sempre condannate alla morte; conoscevo la tragedia oscura e me ne ero appassionato per quella legge di giustizia umana, che dovrebbe sempre vincere la parte meno nobile che è in noi e che ci fa troppe volte meschini; ogni particolare era a mia conoscenza, eppure la storia che mi raccontò con la sua voce fioca la piccola bimba scalza, tanto mi commosse che ne ebbi umidi gli occhi.

Si avvicinava la mezzanotte ed il crepuscolo rossigno era tuttavia nei cieli. Una luce radente illuminava gli stagni innumerevoli: macchie di sangue sulle terre oscure.

Quando il treno si allontanò mi sporsi a salutare un’ultima volta la creatura triste e gentile; triste come i suoi paesi, gentile come i fiori che mi aveva offerti e che serbo ancora. Era ritta sul margine della banchina e mi guardava senza sorridere, agitando le mani in segno di saluto. Sentiva forse nella sua anima bambina, che il vecchio amico di mezz’ora partiva per non tornare mai più, sentiva tutta la malinconica dolcezza dell’ultimo addio! Le anime nordiche hanno una sensibilità affettiva molto maggiore, molto più tenace della nostra; la natura avversa le fa più buone, le spinge ad amare.

Il treno fuggiva rapidamente, ma fin che potei, fin che gli occhi miei ressero alla distanza, rimasi al finestrino a vedere l’ombra della piccola creatura che agitava le mani lentamente, continuamente nell’estremo saluto all’ignoto che non avrebbe incontrato mai più su le vie di questa terra. Poi la penombra crepuscolare l’avvolse, la tenne, la disperse.

Il paese si faceva di ora in ora più fantastico. Ora montagne nude e nere si specchiavano in laghi color di ferro, poi anche le montagne scomparvero. Correvamo per una sterminata landa cinerea, senza l’ombra di un albero. Ad un tratto, siccome ero assorto, udii dietro di me una rapida corsa ed una voce che diceva:

— _Herr! Herr! Det är Policirklen!_[10]

La voce si ripetè ad ogni cabina. Il treno fu corso da un improvviso vocìo. Mi sporsi dal finestrino. La landa continuava cinerea, solo ad un punto vidi sopra una grande targa di ferro la parola magica: — _Policirklen._ — Era un’ora dopo mezzanotte e il sole rosseggiava su l’orizzonte.

Kiruna.

Kiruna, l’unica vera città della Lapponia, appare fra un giro di grandi montagne. Sorge sopra un rialzo del terreno avendo ai piedi il lago di Luossajärvi e numerose paludi. Tre grandi cime sovrastano intorno, segnano il limite del triangolo nel quale la città è racchiusa: il Luossavaara, l’Hauvikaara e il Kirunavaara, quest’ultima significa la vita e la ricchezza della città, perchè è la montagna dalla quale si estraggono ogni anno 1 500 000 tonnellate di ferro.

Kiruna conta 9000 abitanti, in maggior parte operai delle miniere, numero che varia di anno in anno perchè la sua popolazione non è stabile. In generale, dopo una permanenza di due anni, gli immigrati ripartono non potendo resistere alle crudezze degli interminabili inverni polari. Nonostante tutto il _comfort_ immaginabile e le infinite cure stabilite per iscongiurare il male, la percentuale dei tubercolotici è laggiù addirittura spaventosa. Nè ciò può meravigliare quando si pensi che gli operai sono costretti a lavorare all’aperto con una temperatura che varia dai 40 ai 50 gradi sotto zero.

A Kiruna hanno una notte continua di tre mesi, e cioè: dicembre, gennaio e febbraio, alla qual notte corrisponde un giorno di uguale durata nell’estate.

La vegetazione intorno alla città si riduce alle rade boscaglie della betulla nana; un arbusto contorto e risecchito che rinverdisce stentatamente ai primi di giugno per perdere le foglie alla fine di agosto. È l’ultimo simulacro arboreo, l’ultimo tentativo della natura che cede il campo alla morte. Ancora qualche centinaio di chilometri e il suolo non sarà coperto che dal tappeto dei licheni bianchi e gialli, i tardigradi dell’estrema vegetazione, perchè, a crescere, impiegano dieci anni.

Kiruna è tuttavia in via di formazione. Il piano della città è vastissimo, ma solo per metà compiuto. Le scuole vi sono numerose e singolarmente eleganti. Costrutte in legno, secondo i disegni del grande architetto svedese Ferdinando Boberg, traggono dalle tinte vivacissime di cui sono adorne una gaiezza inattesa. L’interno pare voglia far dimenticare l’esterno. Laggiù l’uomo cerca correggere la natura e si circonda a volte di una vera orgia di colori per sognare, per dimenticare.

I villini degli operai sono forniti di tutto il _comfort_ moderno. Non di rado ho veduto le belle stanze di quei rudi minatori adorne di oggetti d’arte. In quella latitudine la casa è l’unico rifugio; è un tempio ed un cuore, onde si cerca rinchiudervi la maggior gaiezza possibile. Vi abbondano i fiori che le donne coltivano con soavissima cura e che crescono esili e pallidi per un vero miracolo d’amore. È il desiderio che li trae dal loro germe, la volontà umana che li costringe a sbocciare; ma le loro corolle non ardono e ricordano come in sogno l’ampia gioia di vivere per la quale si moltiplicano sotto al sole nelle terre felici.

Le vie della città sono tuttavia disselciate; in alcuni punti il terreno serba il suo carattere primitivo: scabro, inuguale, corroso dal gelo. La fretta ha presieduto alla edificazione di Kiruna, città transitoria di lotta e di affanno, nella quale nessuno pensa di restare giungendovi, ma che s’ebbe già una vera ecatombe umana nei nove anni della sua vita oscura.

La ricordo nella notte del 10 agosto, notte crepuscolare immersa in un silenzio altissimo. Partivamo per Kautokeino, si era formata una comitiva di svedesi e di americani, alla quale mi ero aggregato. Non era possibile intraprendere da solo un tale viaggio, venendo a mancare quasi compiutamente ogni mezzo di comunicazione. Era passata da poco la mezzanotte e la sollecita guida ci aveva chiamato a raccolta. Partimmo attraverso le vie della città addormentata. Il sole era dietro ai monti, la luce cresceva di minuto in minuto, ma tutte le case, erano mute, immerse nel sonno più profondo. Si udiva qualche pispiglio a volte, dalle finestre più basse, una voce incerta di bimbo che chiamava i fantasmi del suo sognare e nulla più. Ebbi la profonda sensazione di attraversare una città abbandonata. Quella luce non si associava ancora nella mia mente a l’idea del sonno, del riposo comune. Il piccolo nido umano fra lo squallore pareva convertito in una fantastica città di fiaba, in una delle inobbliabili città dei nostri sogni bambini, prese per incantesimo nei cerchi del silenzio. Un lago grigio, il Luossajärvi, si stendeva immobile sotto le montagne, pieno d’ombra a somiglianza d’una voragine. Non una voce intorno, non un canto, nè un grido. Eravamo assorti allorchè d’improvviso risuonò per l’immensa volta taciturna un rombo ed un muggito. Levando gli occhi al Kirunavaara vedemmo una grande nube di fumo salire pei cieli chiari. Era la montagna che si squarciava urlando per le sue immani ferite. Non tutti dormivano adunque, qualcuno vegliava lassù nelle aspre miniere, qualcuno che non sapeva nè il riposo, nè la sosta, qualcuno che trionfando sull’inimicizia della natura, aveva portato per primo, nell’ombra del deserto polare, il grido, l’affanno, il tumulto della vita moderna: il lavoro.

In quel suo ultimo posto avanzato su la terra, rodendo il cuore della montagna, esso lanciava una sfida al mistero dei cieli profondi. E non mai come allora io vidi l’uomo erigersi di fronte allo spettro del proprio destino e fissarlo negli occhi obliqui e contendergli il suo bene su questa terra, libero alfine, dopo una prigionia secolare, dai vincoli che lo facevano imbelle per l’eterno enigma.

Verso l’interno.

Viaggiando verso l’interno della Lapponia conviene fare due supreme rinunzie: la prima è quella dell’usual cura della propria persona; la seconda è quella del palato. Ciò che si mangia laggiù, toltone rarissime eccezioni, è semplicemente spaventoso. Eppure, quando la fame lo vuole, conviene fare buon viso anche ai famosi manicaretti lapponi, a ciò che quei popoli considerano come una leccornia.

Non dimenticherò mai due cose: il primo caffè che mi fu offerto da una bella _pige_,[11] ed un budino semplicemente infernale. Il caffè, che fui costretto ad ingoiare, era un miscuglio di caffè, di latte di renna, di burro di renna e di un formaggio in corso di putrefazione, il quale raccoglieva in sè, concentrati in uno, gli odori più innominabili. E il budino infernale era composto dagli elementi che seguono: cervello di renna triturato, sangue di renna, acqua, sego e farina. Una delizia gastronomica da avvelenare lo stomaco di Gargantua.

Accettate queste due rinunzie, vi sono poi le delizie del viaggio che si deve compire parte a piedi e parte in barca, essendo questi gli unici mezzi di comunicazione vigenti in Lapponia durante l’estate.

Tali delizie sono numerose; mi accontenterò di nominarne qualcuna. In primo luogo la pioggia che, almeno durante la nostra permanenza, ci visitò quasi giornalmente; in secondo luogo, nei rari intervalli di sole, le zanzare, vere nuvole di piccole zanzare, molto più piccole delle nostre, che vi attorniano ronzando, avide del vostro sangue, insaziabili, indicibilmente tormentose; in terzo luogo, gli squilibri di temperatura fra il giorno e la notte, o meglio fra il crepuscolo e il giorno, squilibri di 10 e a volte di 15 gradi, tantochè, quando ci si raccoglieva sotto alla tenda, si batteva i denti dal freddo. Dalla prima e dalla terza delizia era difficile ripararci; dalla seconda, e cioè dalle zanzare cercammo difenderci adottando il sistema lappone.

Una bella mattina l’uno fece all’altro una _toilette_ singolare, ci si dipinse il volto con catrame sciolto nell’olio di pesce. Una miscela che ci convertì nella più ridevole comitiva che io mi abbia mai veduto. Nonostante il nostro aspetto orrendo le zanzare non si spaventarono; solo si raggiunse uno scopo: quello di tenerci in olocausto le importune nemiche le quali, dopo averci punto, non potevano riprendere il volo, impacciate com’erano nella miscela della quale ci eravamo cosparsi.

Si proseguì lentamente per una landa deserta ed uniforme, coperta dai licheni bianchi e gialli, fra i quali crescevano rari ciuffi di _betula nana_. La prima tappa era stata fissata a Sevuvuoma, dove era un accampamento di lapponi. Si doveva percorrere una distanza di 75 chilometri.

Traversammo il lago Jakkasjarvi, livido e nero fra le sue rive piatte, poi riprendemmo il cammino l’un dietro l’altro, seguendo la guida. A lungo andare l’uniformità silenziosa del paese ci accasciava. Ognuno di noi si era taciuto, vinto più da una stanchezza d’anima, da un’intima tristezza, anzichè dal cammino.

L’uniformità ininterrotta mette ad una ben dura prova ogni nostra facoltà di attenzione e di osservazione, finisce per fiaccare, per annebbiare la mente e ci lascia in uno stato torbido dal quale emergono poche idee, che sono sempre le stesse e segnano come gli ultimi guizzi di un’attività che si addormenta.

Ho parlato più volte del silenzio di quelle terre. Noi non possiamo averne che un’idea molto relativa, perchè non conosciamo l’assoluto silenzio. Viaggiando in Lapponia ne conobbi il tragico impero. Tutta quanta la natura era immersa in un silenzio infinito. A volte non si udiva neppure il rumore dei nostri passi. Nè un grido, nè un suono remoto, nè uno squillo, nè una eco, nè un fremito, nulla, assolutamente nulla se non l’immobilità taciturna. Ne eravamo disorientati, sperduti. Ci si guardava, a volte, come in uno stato di sonnambulismo.

Il sole segnava la mezzanotte, e cioè rasentava l’orizzonte, quando udimmo da una piccola altura un forte abbaiar di cani. Aguzzammo gli occhi e una leggera nube di fumo ci rivelò la presenza dei lapponi. Eravamo giunti a Sevuvuoma.

Dopo un breve consiglio tenuto circa l’ora inadatta ad una visita di curiosità e le convincenti ragioni della guida, la quale ci dimostrò che, durante l’estate, i lapponi dormono e non dormono, che non hanno ora fissa di sonno e lo interrompono e lo riprendono a loro piacere, decidemmo di proseguire il cammino e chiedere un’udienza alla piccola tribù.

Salita l’altura, vedemmo su l’altro versante otto o dieci capanne di miserrimo aspetto. Erano capanne coniche, formate da un impasto di torba e di zolle, sorrette da alcuni pali. Un’apertura praticata in alto dava la via al fumo; in basso un’altra apertura triangolare, chiusa da una tela, fungeva da porta. Quest’ultima era talmente stretta da doversi passare a stento e con una duplice operazione di curvatura. Conveniva chinare il capo e doppiare il dorso e poi mettersi di traverso; in altro modo non s’entrava. Qualche lappone era all’aperto, richiamato dall’abbaiare dei cani. Distinsi a tutta prima un vecchio ed un fanciullo. Indossavano il loro costume tradizionale. Una casacca di pelliccia di renna stretta alla cintola, un paio di brache di pelle di renna, una specie di cioce dell’identica sostanza ed un berretto simile ad una tiara, tutto azzurro e terminato da un gran fiocco rosso. Stavano vicini, senza movimento, il capo inclinato sopra una spalla e il viso contratto in una smorfia indefinibile. Ci lasciarono avvicinare fino a pochi passi senza muoversi, senza batter le ciglia, senza modificare quella loro smorfia. Solo ad una parola della guida si scossero e sorrisero. Poco dopo varcai la soglia di una capanna. Appena entrato fui costretto a sedermi in causa al fumo che empiva quella specie di imbuto rovesciato; ma quando potei aprire gli occhi, vidi intorno a me non so quante persone distese promiscuamente su pelli di renna in un arruffio tale di braccia, di gambe, di teste da non poter distinguere ogni singolo individuo. Solo in alto, da una singolar cuna appesa al fusto della capanna, un viso rotondo di poppante mi guardava fra il fumo come una paffuta luna fra le nebbie autunnali. Aspettavo che gli ospiti miei si togliessero dal sonno, nè molto rimasi nell’attesa che, dall’incomposto cumulo umano, vidi sorgere prima una testa, poi un torso, poi una figura completa di donna, la quale mi guardò sorridendo e cominciò a parlare.

Poco dopo la guida mi disse:

— Questa è la madre. Si chiama Anda e ti dà il buon giorno.

Un dopo l’altro sorsero dal comune giaciglio vecchi, giovinette e fanciulli. I giovani erano lontani, avevano condotto le renne a _bere il mare_, come dicono i lapponi, e cioè ai pascoli estivi. Furono pronti in un battibaleno. La toletta dei lapponi si riduce a poco: quando vanno a letto sfibbiano la cintura della casacca, quando si alzano l’affibbiano, e tutto è fatto. Non si spogliano mai, non si lavano mai, tutt’al più si ungono col grasso di renna, e ciò dà al loro viso rotondo, dai grandi zigomi e dagli occhi obliqui, quella tinta olivastra che non è naturale, ma è semplicemente un risultato del sudiciume. Il loro abbigliamento non varia. D’estate portano la casacca col pelo verso l’interno, nella stagione invernale non fanno che rovesciarla. Sotto la casacca non c’è altro; c’è la creatura come la fece Iddio; solo le scarpe sono imbottite da una specie di fieno che supplisce le calze. Altra particolarità notevole è la pipa. Tutti fumano, vecchi e fanciulli, il bel sesso compreso.

Offrii una sigaretta alla signora Anda, la quale l’offrì a sua volta al poppante, che la masticò senza disgusto.

I lapponi sono fra gli uomini più piccoli del mondo e sono anche fra i più fetidi in causa dell’olio del quale si imbevono. Quella loro tremenda vita nei deserti polari li rende forti e resistentissimi. Pare soffrano rarissime volte di tisi. Curano molti mali interni bevendo sangue caldo di renna e curano il mal di denti fregandoli con un legno tolto da un albero colpito dal fulmine.

Tutta la loro fortuna consiste nelle mandre di renne che posseggono. Dalle renne traggono le vesti e l’unico alimento. Qualche volta mangiano pesce. Il pane è quasi sconosciuto. Tutta la loro vita si riassume in tre parole: la capanna, la slitta e la renna. La slitta principalmente su la quale viaggiano di continuo in cerca di nuovi pascoli.

Tanto a Sevuvuoma come ad Enontekis e a Kautokeino ho avuto occasione di vivere in continuo contatto con tale popolo povero e randagio, e l’ho trovato d’indole mite ed eccezionalmente ospitale. Certo non ebbi a gloriarmi della sua vicinanza dal lato, dirò così, della mia immunità personale. Durante il breve soggiorno a Sevuvuoma, all’ora del riposo, quando mamma Anda mi offriva il posto accanto al fuoco, per riposare (la nostra tenda non era sufficiente a ripararci dal freddo) era con vero terrore che abbassavo il capo su le pelli di renna.

Il rifugio era adattatissimo per dormire, ma il mio terrore era causato dalle bestie che non dormivano. Mi spiegherò meglio citando due indovinelli lapponi. Ecco il primo: — _Qual’è il morto che tira fuori i vivi dal bosco? — Il pettine._ — Ed il secondo: — _Qual’è la creatura che sta più vicina all’uomo? — Il pidocchio._ —

Comunque sia, questi scarsi popoli delle lande polari, questi ultimi rappresentanti dell’umanità in una terra estremamente nemica, non vanno considerati solo dal lato umoristico; essi combattono la lotta più aspra e conducono la vita più misera che si possa immaginare su la faccia del globo. Giunti in quelle lande estreme, forse per un destino di miseria, non certo per elezione; scacciati di regione in regione da popoli più forti, cercarono e si ebbero nella profonda notte del polo, l’ultimo rifugio. Secondo le più recenti ricerche etnologiche sembra probabile ch’essi provengano da un grande centro altaico. Emigrarono dall’Asia verso il nord-ovest seguendo il fiume Irtisch o l’Obi e varcando gli Urali. Dire a quale epoca siano giunti in Europa è cosa impossibile. Certo essi hanno perduto, nel corso dei secoli, anche il ricordo di regioni più miti. Nella loro lingua vi sono 20 parole per esprimere il ghiaccio, 11 per il freddo. 41 per la neve e le sue varietà, ma non un vocabolo che significhi cose o fenomeni dei climi temperati.

Anche l’ultimo ricordo, l’ultima tradizione è scomparsa. La loro mente si è oscurata; altro non sanno se non la miseria che li combatte.

Io affaticato lappone ed uomo errante su le faticose vie di questa terra, devo pellegrinare per tutto il mondo e così passare il mio tempo.

Tale è il lamentoso canto del cammino allorchè seguono le renne attraverso alle gelate steppe o lungo le rive del mar Glaciale per centinaia e centinaia di chilometri. Il loro sonno non è mai tranquillo, la loro pace non è mai compiuta, essi non possono riposare nell’assoluto abbandono fidente, dovendo salvare l’unica ricchezza che si abbiano dagli agguati dei lupi. E quanto più infuriano le bufere durante l’inverno, tanto maggiore deve essere la vigilanza loro. Il grido: — _Gumpe lae botsuìn!_ — Il lupo ha aggredito il gregge! — li trova pronti all’inseguimento, fra la turbinosa furia che si scaglia nelle tenebre. Armati di bastone balzano in un attimo dalla loro capanna e si disperdono urlando fra la tormenta. Il freddo, la fatica, il pericolo al quale si espongono non li abbatte; la tragica lotta secolare li ha fatti ferrigni come le ultime montagne della loro terra. Ciò che fiaccherebbe un gigante della Svezia, non turba quella loro piccola persona gagliarda. Essi portano fra gli orrori delle terre iperboree l’ultima voce dell’umanità di fronte al mistero polare.

FINE.

INDICE DEL VOLUME.

Il viandante Pag. 1 Alle soglie dell’Oriente 19 Tunes el bida 21 Il Mercato del Dolore 29 Il Santone 30 Un Funerale 31 Le Case della Gioia 32 La favola di un cieco 40 La piccola Jasmina 41 L’Hara (il Ghetto) 42 Le Tombe dei Santoni 50 Ciò che vide Kadir 51 I Notai 52 L’Anima del Viandante 53 L’Eternità 54 La Casa abbandonata 54 In via 56 Susa 58 L’ombra del Mandorlo 59 El Djem 60 Monastir 61 Djeziret-el-K’mam — Ustania 62 Verso Tapsus 63 Enfida 64 Kairuan 65 Ai fùnduk 67 Il mulino 72 Facili misteri 73 Chadliia 80 L’arabo e il dromedario 81 Dal Corano alla Moschea 83 Giorno di preghiere 86 Il rito degli Aissauas 88 Gabès 90 Trattorie arabe 94 Verso il Deserto 95 La Giustizia 99 Selima 100

Nei paesi del Sole 105 In mare 107 Compagni di viaggio 108 Il Pascià di Janina — Corfù 110 Verso la Grecia 111 Il figlio del Pascià 113 Il golfo di Corinto 116 Amare verità 116 Pireo — Falèro 120

L’isola Minoica 123 I “politofilakes„ 133 Kanna 135 Il canto dei muezzin 136 Canea 137 L’esodo degli alberi 138 Verso l’interno 141 Il rapsodo 142 O kapetanios Blum 149 Peleka Pina — Superstizioni 155 Alla fonte 156 Collane azzurre 158 Mehemed bey 159 Prodoti — Nuriè 161 In viaggio 163

Nell’Asia Minore 165 Ismirn (Smirne) 167 Il miracolo della colomba 170 Un cimitero israelita 172 La vita a Smirne 173 Tre briganti 174 Buggià 176 In cammino 180 Le nostre umiltà 181 Sopra la tolda 187 Verso la Gran Sirte 196 Derna 197 Bengasi 206 La storia di un pellegrino 208 Sempre cortesie — In mare 209 Il “Ramadan„ in viaggio 211 Un tramonto sul mare 212

Sul Mare degli Ulissidi 215 Il viaggio del sogno 217 L’isola di Venere 218 Da Cythera a Mitilene 221 Una croce in uno scoglio 225

Verso i mari di ghiaccio 227 Una ferrovia in Lapponia 229 Tristezze nordiche 231 Kiruna 237 Verso l’interno 240

INDICE DELLE TAVOLE A COLORI:

El-Djem. — L’Anfiteatro (interno). El-Djem. — L’Anfiteatro (rovine). Susa. — Strade sul mare. Una via di Susa. Sfax. — Donne in un cimitero arabo. Sfax. — Un arrotino. Accampamento di beduini. Tipi di beduine. Una beduina. La chiesa di Mora. Dalecarlia. — Il lago del bosco presso Rättvick. Dalarna. — Vecchie case di contadini.

INDICE DELLE TAVOLE IN NERO:

Tunisi: Una _Zania_ (piccola cappella). — Una strada della grande moschea. — Porta di casa araba. — Vecchia porta. — Palazzo d’un ricco signore arabo. — Palazzo del Bardo. — Patii nel palazzo del Bardo. — Piccoli beduini. — Giovane ebrea nella Hara (Ghetto). — Una _degghesa_ (indovina). Nei dintorni di Susa. Hadda. El Djem. Kairuan: La moschea del barbiere. Piccolo villaggio sul mare. Un incantatore dei serpenti. Un mercato a Kairuan. Kairuan: La tomba di un Santone. _Chadliia._ Giovinetta araba. Il Cantastorie. Kairuan: Un _fùnduk_. Giovinette arabe tessitrici. Hadda, l’Almea. Alle porte di Sfax. Sfax: Lavandaie. — Un mercato. Una sposa beduina. Accampamento di beduini. Corfù. Il canale di Corinto col ponte della ferrovia. In vista del canale di Corinto. Rovine di Adana dopo il massacro degli Armeni. La piccola Helena. La Canea: Una strada nel quartiere turco. — Le corazzate delle Potenze protettrici. — Il quartiere delle lanterne rosse. Una via a Candia. Un villaggio distrutto dai turchi nell’isola di Creta. Creta: _Kalwes_ (le fontane). Il capitano Blum. Candia. Smirne: Due vie. — Un Cimitero. — La fonte di Diana. — Dintorni. Hierapolis (Asia Minore): Un fiume disseccato. Bengasi (la città) — Nel villaggio dei neri (due tavole). — Il bazar di Bengasi. Derna (Cirenaica). Zraib. — Villaggio alle porte di Bengasi. Oasi in Cirenaica. Cirenaica: Sul limite del deserto. Svezia: Il lago Siljan (Dalarna). — Sundsvall in un giorno d’agosto. L’Indalselven (Norrland). Le isole Lofoten (Isole dei pescatori oltre il circolo polare). Il picco della Capra alle isole Lofoten. Rättvick: Giovinetta nel costume della Dalecarlia. Un lago in Lapponia. Un cimitero nell’estremo Nord. Su la miniera di Kiruna: Operai al lavoro. Il direttore della miniera di Kiruna e un Lappone. Una capanna finnica abbandonata. Piccoli Lapponi. Accampamento di Lapponi. Un _fjord_ nell’estremo nord dell’Europa.

NOTE:

[1] _Zubeida_ vuol dire La graziosa.

[2] Il _lukùm_ è un dolce turco composto di gomma, zucchero e mandorle.

[3] Kadir fu un _himan_ molto venerato.

[4] Quando si nominano uomini illustri o Santi si usa dagli arabi aggiungere una formula di saluto.

[5] Maestro.

[6] Dio è grande. Attesto che non v’è che un Dio. Attesto che Maometto è il suo apostolo. Venite alla preghiera. Venite all’adorazione. Dio è grande. Egli è unico.

[7] Esso entrava in Babilonia su certe barche, le quali, abbandonate alla corrente, discendevano l’Eufrate. Era festeggiato, onorato, accolto come un re mago, perchè _portava il dolce frutto della vendemmia. Lo chiamarono dapprima Bel Peòr_, signor Asino. Poi ne nacque il demone lascivo che fu profeta e parlò su una montagna, la quale ebbe il suo nome. In detta montagna, secondo Sant’Ilario, Belfegor raggiunse gli angeli e li accese di desiderio per le figlie degli uomini.

[8] _Ramadan_ deriva da _ramad_, ardente. Questo mese ebbe tal nome perchè nell’anno solare degli antichi Arabi, cadeva al tempo delle maggiori calure.

[9] Il Corano era scritto sopra una tavola serbata nel settimo cielo. L’Arcangelo Gabriele raccolse il Corano in un volume e lo portò a Maometto, a parte a parte, nel termine di ventitrè anni. I dottori mussulmani non sono d’accordo circa il tempo preciso nel quale Gabriele cominciò le sue rivelazioni. Convengono però nel dire che fu una delle ultime dieci notti del mese di _Ramadan_. Questo mese è consacrato all’astinenza. Durante tutto questo tempo i maomettani non mangiano, non bevono e non fumano, dal levar del sole al tramonto. Un mussulmano che rompesse pubblicamente il digiuno correrebbe rischio di essere lapidato.

[10] Signore, signore! Ecco il Circolo polare!

[11] Ragazza.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.