Chapter 5 of 6 · 1656 words · ~8 min read

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quartieri mussulmani per trovare una benchè minima traccia di agitazione, di apprensività; ma invano. La Canea è tanto tranquilla quanto può esserlo una nostra città di provincia sotto la violenza della canicola.

Ciò non toglie che dall’oggi al domani, così in un battibaleno, non possa divampare un incendio. Tutti sono armati fino ai denti; al classico pugnale dall’impugnatura d’argento si è aggiunto il fucile, un ottimo fucile a otto colpi che fino a qualche giorno fa si vendeva a sei franchi; sono armati i cristiani come sono armati i mussulmani; ogni casa è convertita in fortezza; si vocifera anche di depositi di dinamite. È una pace armata.

La gente ride, siede ai caffè, ozia, canta, sbadiglia, legge i giornali, ma da un attimo all’altro può balzare in piedi pronta al combattimento. Nè la cosa la sorprenderebbe, nè credo fosse per dispiacerle.

Per dimostrare lo stato d’animo che si nasconde sotto tale calma apparente narrerò un fatto occorso in questi giorni alla Canea.

Un giovinotto cretese si era fidanzato con una bella figliuola dagli ampi fianchi ma, a quel che pare, non bastandogli l’amore della fidanzata, aveva cercato l’amore della madre di lei. Accadde così che il marito, venuto a cognizione di tale illecito intreccio pensasse di risolverlo con decisa energia. Armatosi di tutto punto attese il momento propizio, giunto il quale, irruppe in casa e diresse sui colpevoli un ben nutrito fuoco di fucileria. E fu dal punto risolutivo della tragedia domestica che la cosa minacciò di assumere un aspetto ben differente e ben più serio.

Non appena dalle strade e dalle piazze furono uditi i primi colpi, nacque un vero tumulto.

Fulmineamente si sparse la voce che i contadini erano discesi ad assaltare la città, che già ne avevano invasa la parte alta dando fuoco alle case e saccheggiando. Si temette una strage. I mussulmani corsero alle armi. Si vide in breve tutta la Canea invasa da gente farneticante la quale correva in varie direzioni impugnando minacciosamente il fucile. Anche i giovinetti erano armati. Bastava l’imprudenza o la soverchia eccitazione di qualcuno a far nascere un massacro. Ciò non avvenne perchè si riseppe la causa prima che aveva originato il panico improvviso e, poco alla volta, la fittizia calma ritornò.

[Illustrazione: Una beduina.]

A Rettimo è avvenuto qualcosa di simile; causa, un fucile che esplose cadendo dalle mani di un gendarme. I mussulmani vivono nel timore continuo di una rappresaglia da parte dei cristiani, ma non lo manifestano. Tutto è ordinariamente tranquillo e si svolge nella pace dei rapporti consueti.

Ora, su l’entrata del porto, non è issata alcuna bandiera; i marinai delle sette navi montano la guardia per turno e i cretesi attendono la decisione delle Potenze. Attendono tranquillamente fiduciosi. Basterebbe però la sola presenza di una nave turca nelle acque di Creta a far divampare la rivolta. A ciò tutti sono risoluti con fermezza, nè i consigli di Michelidakis, di Venizèlos e di Loghiades, che sono i capi del governo dimissionario, potrebbero far desistere un solo uomo dal partecipare ad una insurrezione che è nella coscienza comune.

Il nazionalismo ha ferventi seguaci, in quest’isola, tutti i cristiani, non uno eccettuato, e sono la grande maggioranza. Benchè si dividano in partiti; o meglio: benchè vengano parteggiando o per Venizèlos o per Kùnduros, il quale rappresenterebbe una supposta opposizione al Governo dimissionario, opposizione unicamente risolvibile nel desiderio del sopravalere, sono in fondo uniti e solidali nella volontà dell’annessione alla Grecia. Tale volontà è il fuoco fisso verso il quale si appunta ogni energia. Non vi sarebbe possibilità alcuna di governo autonomo, nè di calma se le Potenze pensassero di abbandonare Canea. Inoltre l’isola non ha tuttora in sè tali e tante risorse da poter costituirsi in istato autonomo; ha bensì tutto un popolo di soldati forti, resistenti, sobrii, tutto un popolo che è pronto a sacrificarsi per la causa che difende. E non v’ha in ciò alcuna esagerazione rettorica.

Girando per la città si vedono tuttavia le traccie delle antiche lotte; sono case sventrate, diroccate, annerite dagli incendi. Pare siano lasciate in tale stato in segno di minaccia.

Domani si potrebbe ricominciare. Basterebbe una parola di Venizèlos o di Kùnduros a raccogliere quattro, cinque, seimila armati da un’ora all’altra. La cosa che sarebbe impossibile in altri luoghi è, qui, lo stato di fatto quotidiano. Combattere è un giuoco per questa gente. I contadini, al faticoso lavoro dei campi, preferiscono la battaglia. L’entusiasmo li accende; sono fermi ed eroici. Tipi di atleti dall’alta fronte che si infosca sotto le chiome selvaggiamente scomposte. Uomini bellissimi, diritti come antenne, dal profilo classico. Sorridono di rado, parlano poco, hanno gli occhi assorti di continuo come in una visione interiore. Mi ricordano il David michelangiolesco: la stessa snella vigoria; la stessa compostezza fieramente sdegnosa; la stessa struttura armonicamente maschia.

Gli eroi omerici non dovevano essere dissimili da questi loro lontani nepoti. È una razza sana ed incorrotta che ha mantenuto nei secoli le sue virtù primigenie. Il mare e la loro natura sdegnosa e le tradizioni che osservano rigorosamente li hanno difesi da contatti che avrebbero disperso la loro magnifica eredità. Nelle loro virtù essenziali sono oggi come erano mille anni fa. Lo stesso istinto guerriero lo dimostra. Ora con un popolo simile la ragion diplomatica avrà effetto sicuro finchè risponderà ai desideri di lui; il giorno in cui se ne allontani resterà lettera morta. Queste genti si potranno vincere con la forza, ma non convincere; si potranno incatenare, ma non domare. Si domano gli imbelli e non i popoli decisi agli estremi sacrifizî. La coscienza nazionale è qui radicata fin nell’ultimo montanaro isolato lungo i dirupi dell’aspra Vuna; si sa ciò che si vuole e si attende. Sinchè le Potenze restano, tutto si manterrà tranquillo; ma domani? Del domani non se ne parla, si attende in un silenzio sdegnoso. Le Potenze sanno come le decisioni siano ferme nell’animo di tale popolo e come nulla possa trattenerlo dal porle ad effetto.

La bandiera greca è stata abbassata dai marinai delle Potenze; non già da mani cretesi. Quando si seppe che il Governo Provvisorio, pur ossequente alla volontà degli Stati protettori, aveva deciso di far abbassare la bandiera greca issata all’imboccatura del porto, un migliaio di contadini, armati di fucili, irruppe in città e per tutta la notte montò la guardia all’antenna, deciso agli estremi; se un gendarme o un _politofilakes_ (guardie di città) avesse eseguito gli ordini, si sarebbe esposto a morte sicura.

Per questo il Governo, trovatosi di fronte alla inflessibile volontà popolare, anzichè far nascere la guerra si è dimesso.

Ora fra i rappresentanti dei quattro Stati e i capi del Governo dimissionario corrono continue trattative le quali a ben poco approderanno se vorranno aggirarsi all’infuori dei due corni del dilemma cretese: l’occupazione straniera o l’annessione alla Grecia. Non si vede per ora altra via risolutiva.

Frattanto due volte al giorno, dalla mia camera che guarda il porto, odo il canto del _muezzin_ il quale, dal minareto della moschea di Yalì chiama i fedeli alla preghiera.

E i fedeli si raccolgono tranquillamente in questo punto più animato della città ed entrano ed escono dalla moschea senza che nessuno si occupi delle faccende loro.

Io non so se i mussulmani siano amati dai cristiani di Canea, so di certo che sono rispettati sempre. All’infuori della ragion politica, vige, fra queste genti, la maggiore tolleranza. Un vero e proprio odio di razza non vive se non nella fantasia dei giornalisti sbrigliati; poi non è ben detto _odio di razza_, perchè tanto i mussulmani quanto i cristiani appartengono ad uno stesso ceppo, parlano una stessa lingua, hanno in comune tradizione e storia. Li chiamano “i turchi„, ma sono in realtà cretesi; ve ne sono certuni che hanno tuttavia nomi di origine veneta. C’è un moro, un vecchio moro che veste malamente all’europea il quale si chiama Lorenzi. Il fenomeno strano si è che i fratelli suoi sono perfettamente bianchi, tanto bianchi almeno quanto lo può comportare questo clima. Il signor Lorenzi rappresenta una distrazione o un fenomeno di mimetismo ed è mussulmano.

I mori sono rappresentati alla Canea da un’intera tribù la quale fu trasportata qui dalla Cirenaica qualche secolo fa. Mantengono raramente il loro costume tradizionale, credo anche abbiano dimenticata la lingua madre; non hanno serbato intatto se non il colore, la petulanza e la fanatica intolleranza. Abitano un quartiere speciale della città, verso il mare e pare guardino continuamente in cagnesco. Accrescono l’infinita varietà dei tipi che passano per questa città singolare mezzo diroccata, mezzo incompiuta, mal selciata, percorsa da gendarmi e da marinai, da mussulmani e da preti greci dalla chioma soverchia; città dai mille aspetti incantevoli, mezzo estesa oltre la cinta veneta e mezzo aduggiantesi per vicoli e calli ed antri e suburre entro il giro delle grandi mura, fra le montagne altissime ed il terso mare.

L’Oriente le ha dato la sua impronta coi minareti, le terrazze, i pergolati, le case mute e le donne velate; col sole e col cielo!; ma l’Occidente l’ha creata. Vicino a una casa turca sorge una casa veneziana; vicino alla mezzaluna il leone di San Marco domina tuttavia.

È mezzogiorno. L’aria è immobile, il sole ha un bagliore accecante: tutto il mare ne è acceso. Lungo la via che circonda il porto è una interminabile sequela di caffè che hanno distesi i loro tavoli all’aria aperta.

La gente taciturna sorbisce qualche bevanda e fuma. Non si odono che i borborismi dei _narghilè_ e i gridi striduli delle cicale, gridi assordanti, ebbri di tanto sole.

Un grande vecchio dalla pancia rispettabile e dalle larghe brache pendule, si avanza appoggiandosi ad un ombrello. Ha una rotonda faccia giovialmente serena. A quando a quando si sofferma per far la sua grida. È un ebreo. Si chiama Yakò. È nello stesso tempo burattinaio, mediatore, banditore. La voce di lui si leva alta e chiara:

— _Avrio to proi tsi deca i ora fevghi to vapori thia to_..., ecc., ecc. (Domani mattina alle ore dieci