Chapter 4 of 6 · 8570 words · ~43 min read

libro di

Allah. Se una carestia minaccia il paese, nessuno vorrà perdere la propria serenità o correre ai ripari: era scritto. Se una pestilenza li macera e li decima e li tormenta non se ne daranno maggior cura: era scritto. Tutto è scritto, tutto è codificato, preveduto, catalogato nel libro dei cieli, nel libro del destino. Ogni azione umana è inutile di fronte a ciò. La morte giunge quando il suo tempo è segnato, nè un minuto prima, nè un giorno dopo. Tu ti affanni e muori; ti agiti, gridi, ti arrovelli in mille opere, in mille studi, consumi miseramente la tua vita senza gioia e muori; muori come colui che non si è data alcuna pena, gli sei uguale nella morte, gli sei uguale nel destino che può attenderti oltre il trapasso: dunque? Perchè agitarsi tanto? Meglio è sostare nel sonno e conquistare la suprema indifferenza. Data la quale illazione la maggior parte degli arabi dorme o sonnecchia in nome del suo Profeta. E fedeli al Profeta lo sono sempre, sì nel fanatismo religioso come nell’implacabile disdegno per le cose della vita. A volte per tale loro virtù negativa riescono ad uno stoicismo ammirevole.

Ricordo un vecchio, un vecchio uomo che aveva più di cent’anni. Lo scopersi un giorno aggirandomi per le vie più remote di Tunisi. Il luogo era solitario, silenzioso. Non discendeva nell’ora crepuscolare, per la via stretta ed oscura, se non una bambina, una nera. Aveva gli occhi lucenti e un gran sorriso bianco su la sua faccia tonda. I capelli corti e cresputi. Mi chiese un soldo e se ne andò come una reginetta contenta. Rimasi solo fra le case ermeticamente chiuse, dalle quali non mi giungeva suono, che pareva albergassero un singolar mondo da fiabe, un mondo di ombre taciturne immobilizzato nello stupore del silenzio. Il crepuscolo era grigio. Da qualche ora era spiovuto e il cielo era tuttavia nuvoloso. Grigio in cielo e fango in terra. Un oriente inverosimile, da far nascere la nostalgia dell’estremo nord. Ad un tratto vidi una porta socchiusa. Ristetti ad ascoltare, e come non mi giunse alcun suono sospinsi i vecchi battenti color della cenere e guardai nell’interno. La porta si apriva in una specie di cortiletto angustissimo, reso più angusto da una catasta di legna che vi era ammassata da un lato e da un gran mucchio di cenere. Sul muro, a destra, si apriva la nera bocca di un forno. Tutto intorno, ammassate alla rinfusa, erano pietre, tegoli, calcinacci; cumuli di rottami e di immondizie. La reggia dei topi. Ed oltre il fetido ritrovo non poteva esservi altro. Tutto doveva cominciare e finire in quella specie di antichissima concimaia. Non era ammissibile che qualcuno abitando oltre il cortile, avesse potuto tollerare simile entrata. L’ispezione e la deduzione furono rapidissime e già stavo per andarmene quando mi sentii chiamare. Ristetti sorpreso, guardandomi intorno, levando gli occhi agli alti muri per scoprire da quale misteriosa soffitta potesse essermi giunta la fioca e tremante chiamata, allorchè la riudii di nuovo ma più vicina. Pareva uscisse di sotto la cenere, da una tomba fra la cenere nerastra. Era una voce stanca, di timbro indefinibile; una di quelle voci in cui il tempo pare abbia lasciata la sua gromma sì che giungono velate come da una lontananza. Voci che muoiono prima che il cuore muoia. Diceva:

— Che cosa cerchi? Che cosa vuoi?

Inoltrandomi un poco vidi chi mi parlava.

In fondo al cortile, nell’angolo più buio era scavata nel muro una piccola nicchia bislunga tanto da poter ospitare appena un uomo sdraiato o seduto. Un tempo doveva servire da giaciglio al fornaio, ora era l’unica e continua dimora di un vecchio centenne.

Non distinsi, a tutta prima, se non un cumulo di luridi cenci; un avviluppo singolare di bende e di brandelli tra il grigio e il nero, ma esiguo, un piccolo rifiuto abbandonato là fra gli altri rifiuti. Poi dall’incomposto arruffio di stracci vidi levarsi una mano scarna, sottile, ridotta allo scheletro, tremante; un intrico di ossa e di vene nel quale era tuttavia un soffio di vita; e, più in fondo, appena emergente dalle spesse bende, un volto sparuto ma, più che un volto, un teschio del quale non erano visibili se non i denti, gli zigomi e le occhiaie. Tutto il resto era d’ombra, era l’ombra.

E la voce affiochita ripeteva:

— Che cosa cerchi? Chi vuoi?

— Non cerco nessuno. Ma tu perchè stai in questa tana?

— È la mia casa.

— Stai sempre qui?

— Sempre.

— Non ti muovi mai?

— Mai! Non posso muovermi.

— Ma non hai figli, non hai nipoti al mondo?

— Nessuno.

— E come vivi?

— Aspetto.

— Chi ti aiuta?

— _Robbi!_ (Iddio!)

Poi tacque. Il grave viso di asceta, indurito alla singolar prova della terribile vita non ebbe alcun segno di commozione. S’io me ne fossi andato senza domandar più, mi avrebbe lasciato partire indifferentemente. Non chiedeva, aspettava. Ed era nascosto in fondo a un cortile, fuori dalla vista dei passanti. Aveva a portata di mano una latta di petrolio piena d’acqua; poi, sparse intorno per la nicchia, alcune scatole di latta, una scodella e un cucchiaio. Tutto ciò era sudicio, immondo ed era l’unico suo bene. La grande vecchiezza gli aveva tolto le forze ma non l’intelletto. Egli non poteva muovere un passo fuor dalla nicchia ma poteva avere l’esatta nozione di tutta la sua miseria. E non si lamentava. Abbandonato da tutti, esposto all’acqua ed al sole, tormentato dal freddo e dalla canicola, non essendo sicuro di poter saziare la fame tutti i giorni, condannato ad una solitudine taciturna di fronte allo spettro della morte imminente aspettava tranquillo e sereno l’ultimo suo giorno. L’islamismo è una negazione ed una forza. Distrugge e supera. Distrugge ogni energia di azione ma supera il dolore.

Trattorie arabe.

Abbiamo mangiato alla buona, in una trattoria araba, dal comico Shiahlela. Un pasto tanto più indimenticabile quanto maggior bruciore mi ha lasciato per tutto il corpo. Poche cose minuscole ma tanto pepate da assumere proporzioni da incendio. Conveniva correggere ogni boccone con un bicchier d’acqua, chè anche la _bukha_ (un liquore fatto di fichi fermentati, non potendosi servire vino ad una tavola araba) aggiungeva anzichè togliere ardore. Carni di montone, uova sode tritate (una pastura da pulcini), fave lessate e salse di tutte le qualità e di tutti i colori, miscugli incendiarî a base di peperoni rossi e di pepe di Caienna. Non so come gli arabi possano adattarsi a tali pasti infiammatorî. Tanto varrebbe trangugiare una carta senapata. Chi ha più goduto della mia sofferenza è stato Shiahlela il quale, frattanto, si è bevuto tutta la _bukha_ che avevo ordinata e se ne è ordinata dell’altra per conto mio e l’ha bevuta tranquillamente. Alla fine il buon trattore, lungo come una pertica, con due occhietti rotondi sotto due accenti circonflessi era tanto espansivo e piangevole che mi avrebbe abbracciato se avessi ritenuta opportuna la cosa. E, con voce rotta, m’ha raccontato che, purtroppo, beve molto, beve più del bisogno, e che la _bukha_ gli si converte in pianto. Quando ha bevuto è travolto dal torrente della sentimentalità e corre a rifugiarsi nel suo _harem_. Allora le sue donne gli si fanno intorno ed egli impreca alla vita e rammenta le cose più lacrimevoli e piange a corona, a scroscio, a ritrecine e tutte le donne sue giù con lui a singhiozzare disperatamente. Una faccenda da non si dire, da muovere a pietà il cuore più indurito. E frattanto ribeve. Oggi sarà, senz’alcun dubbio, una giornata di grande commozione.

Vicino alla tavola mia, un ricco arabo (me l’hanno indicato come il più ricco di Gabès e come il più colto; ha studiato in Europa) ascolta sorridendo. Ha un grande turbante giallo; pare un fiorrancio di tra le biade. Parla correttamente il francese e intavola con me una conversazione piacevole. Mi racconta molte cose interessanti. È tutto imbevuto della nostra civiltà. Ha vissuto molto tempo a Parigi ma siede alla turca. Ha abbandonate le babbucce ai piedi del sedile ed è scalzo. Parla con entusiasmo dei nostri costumi, ma, frattanto, osservo che, a mo’ di distrazione, seguendo un uso della sua terra, si passa l’indice della mano destra fra le dita dei piedi. E ciò fa con perfetta correttezza e con garbo indifferente.

Verso il Deserto.

Troviamo alle porte della città le cavalcature che ci aspettano. La giornata è radiosa, calda, estiva più che primaverile. Verso il mare si elevano nella somma chiarità i pennacchi dei palmizi che coprono l’oasi di Gabès. Ben presto si disperdono come in una opacità perlacea su lo sfondo delle acque chiare. Questi cieli magnificamente limpidi hanno anche opacità inesplicabili. Non appena una cosa si innalza o si allontana, si avvolge di una nebbia atomica estremamente luminosa nella quale a poco a poco si disforma e si disperde. Nelle ore di grande luce, l’orizzonte si raccoglie entro un circolo breve; non è limitato da nitidi contorni ma da tenui profili e da ombre nell’estremo bagliore. È come un dissolvimento. Pare che tutto si debba dissolvere in luce.

Cavalchiamo per una strada bianca e diritta, tra sabbie, paludi e rari campi seminati. Dovremmo essere domani, verso sera, alle grotte dei Matmata.

I Matmata sono trogloditi che vivono ai confini orientali della Tunisia. Meta del mio viaggio è il loro paese fantastico, irto di rocce nelle quali si aprono a varie altezze, come tanti nidi di rondine, le loro caverne.

Il paesaggio non varia, prosegue uguale e monotono sotto il sole ardente. A quando a quando incontriamo qualche dromedario che porta su l’alta gobba un’intera famiglia di beduini, qualche asinello striminzito, qualche biroccio carico di mori che sonnecchiano al sole.

Verso sera cominciamo a vedere le prime tende di beduini finchè ci appare, vicino ad un gruppo di palmizi, l’intero accampamento di una tribù. Dirigiamo a quella volta le nostre cavalcature e vi giungiamo in breve tempo fra un furioso abbaiare di cani i quali ci si avventano contro con intenzioni tutt’altro che ospitali. Tale accoglienza richiama, poco alla volta, l’attenzione di tutta la tribù presente. Corrono prima i monelli i quali sbucano di tra le siepi che circondano ogni singola tenda, poi le giovinette, le donne, gli anziani. In breve siamo circondati da un nuvolo di gente che ci guarda con curiosità, sorridendo. Si fanno tacere i cani e si intavola una vivissima discussione fra gli anziani e il capo della tribù. Si tratta di sapere chi dovrà offrirci ospitalità. Il capo tenta risolvere l’interminabile questione decidendo che saremo ospiti dei proprietari delle tende verso le quali si sono diretti i nostri cavalli giungendo all’accampamento, ma anche tale decisione non tronca la disputa perchè è difficile precisare l’esatto punto dell’arrivo.

[Illustrazione: Accampamento di Beduini.]

Finalmente la cortesissima controversia viene risolta e discendiamo dalle nostre cavalcature. Entro nel recinto che mi è stato riserbato e mi dirigo verso la tenda nera a larghe striscie grige, molto bassa e di forma conica. Nell’interno non trovo che un po’ di fieno disteso a mo’ di giaciglio, qualche masserizia primitiva e la nuda terra. Tutto ciò è poco ma basta a raccogliere nel sonno la famiglia nomade.

Intorno intorno è un fitto assieparsi di piccoli coni neri molto larghi alla base; formano, nell’insieme, uno strambo villaggio intersecato da siepi, percorso da vicoletti e stradicciuole. Ne sono abitanti i beduini, i dromedari, gli asini e i cani. Ogni tenda ha il suo recinto, come ho detto, e in tale recinto si raccolgono, a notte, le bestie. I cani sorvegliano mentre il sonno ristora i pastori. Girando gli occhi intorno vedo gobbe e musi di dromedari e bianchi turbanti e frotte di monelli seminudi in una promiscuità grande, in una fratellanza universale. Si elevano esili colonne di fumo azzurrastro qua e là, fra una siepe e l’altra, fra una via e l’altra, tenui veli che hanno i toni dell’acciaio brunito e si dissolvono sfioccandosi; qualche lingua di fuoco fiammeggia breve, qualche fresca risata ne accompagna il guizzo. Lunghe file di dromedari tornano dai lontani pascoli. Ne giungono da tutti i punti dell’orizzonte lentamente, gravemente, accompagnando il ritorno con un urlo che sta fra la grazia del grugnito e la sonorità del raglio. Il sole muore. Una donna raccoglie da una siepe alcuni panni che vi aveva disposti ad asciugare; un gruppo di giovinette ritorna dal pozzo con le anfore alte su la spalla. Mi pare di essere risalito nei secoli alle età remotissime di cui favoleggia la Bibbia. Ricordo i tratti salienti che mi avevano fissato nella mente la vita patriarcale dei primi figli di Israele:

“_E questi uomini sono pastori di greggi.... ed hanno menate le lor greggi e i loro armenti e tutto ciò che hanno._„ E ancora: “_Ecco Rebecca usciva fuori avendo la sua secchia in su la spalla. E la fanciulla era di molto bello aspetto, vergine, ed uomo alcuno non l’aveva conosciuta. Ed ella scese alla fonte ed empiè la sua secchia e se ne ritornava_....„ Il pozzo è fra i palmizi. Un’ombra ed un lucore di acque nella grande distesa dispoglia, arsa dal sole. Le donne vi giungono a gruppi di sei, di dieci, parlando piano, sorridendo appena. Vestono un lungo manto azzurro, l’_hamla_ che giunge loro fino alle caviglie e lascia nude le braccia e nudo il collo. Il pozzo è il ritrovo delle fanciulle quando cade il sole e il sole si affonda fra le sabbie del deserto e pare sollevi nell’aria e le cosparga intorno, a ventaglio, le arene infocate. Giungono in fila, le belle creature, i piedi scalzi, il braccio nudo sollevato a tener obliqua su la spalla l’anfora leggera. Al collo dei piedi e ai polsi e all’avambraccio rilucono e tintinnano le grandi armille di argento di cui vanno adorne. Hanno alle orecchie, larghe anella di argento, e i capelli quasi disciolti, nerissimi, scendono a raccogliere nella loro ombra la grazia del viso, composto in un segno di fiera bellezza. Sono diritte come palme; esili e forti perchè temprate agli ardori del deserto. Le loro carni sono brune e gli occhi si accendono di fosforescenze solari. I pastori ritornano di lontano; qualcuno canta più remotamente. E passano le greggi, gli armenti; giungono all’adunata guidati dall’ombra che cade. È un trepestio lento, un correre e un incrociarsi di voci, di mugghi e di belati. Qualche giovane armentario trascorre sul suo cavallo; guizza via con un urlo roteando per l’aria la lunga asta.

Vedo il _burnus_ sollevarsi nell’impeto della corsa e l’odo battere l’aria stioccando. E l’acqua risuona ricadendo in fondo all’arca e le anfore si riempiono e stillano; stillano oro e coralli in quest’aria di vespero acceso. Ecco Zubeida (la graziosa); Sasiia (la gentile), Kadija (la pura). Vengono e vanno senza rivolgersi; diritte e composte in una loro grazia ieratica. Si inchinano sorridendo, si toccano la fronte e il cuore, mi rivolgono un augurio.

— _Bislemma!_

— _Bislemma!_

E ritornano alla loro tenda dalla quale sale per l’aria un tenue nastro di fumo. Vita aspra e magnifica; intensa, piena, impetuosa, gagliarda. Tutta la gioia della giovinezza vi si libera a volo, disfrenata; ogni forza ed ogni desiderio vi hanno la loro piena espansione. Senza posa e senza sonno. Tale è la legge che guida da millennii il popolo pastore. Esso emigra di pascolo in pascolo, di terra in terra abbandonando i suoi morti per via. Senza posa e senza sonno. La sua patria è lo spazio; il suo desiderio, il cammino; la sua ricchezza, la tradizione. Così come Giuseppe presentò i fratelli suoi a Faraone potrebbero presentarsi oggi i beduini. Nulla è mutato nei millennii: “_E questi uomini sono pastori di greggi.... ed hanno menate le lor greggi e i loro armenti e tutto ciò che hanno._„

La Giustizia.

Due giovani arabi trovarono un giorno su la via un arancio.

Disse Said:

— È mio perchè l’ho veduto prima!

Rispose Alì:

— È mio perchè l’ho raccolto!

La controversia si infiammò e volarono le busse.

Passava un _taleb_[5] e si fermò. Si pose fra i contendenti:

— Vi farò giustizia! Datemi l’arancio.

Come se l’ebbe ne divise la buccia in due zone uguali e disse:

— Una parte della buccia spetta a Said perchè fu primo a vedere l’arancio; l’altra parte spetta ad Alì perchè lo raccolse; il frutto lo tengo per me come prezzo per la sentenza!

— E mangiò l’arancio.

Questa è la giustizia.

Selìma.

Vorrei narrarvi la novella di Selìma che ho udita l’altra notte in una di queste enormi pianure circondate dai colli. Eravamo intorno al fuoco; un vecchio beduino cominciò a parlare e raccontò la novella salace della quale vorrei farvi compartecipi se sapessi ammantarla di ben sette veli. È riccamente poetica ma tanto scabrosa che temo possa allettar troppo i difensori della morale. È immaginata da un popolo immaginoso e voluttuoso il quale se si corregge un poco nella sua letteratura, è, nella comune parlata, terribilmente osceno.

Il Boccaccio o il Lasca che novellavano ad uomini sani i quali da tali storie non traevano che il senso ridevole l’avrebbero narrata bellamente senza timori; noi siamo troppo viziati per ascoltare con tranquillità. Ma ecco la novella.

In una tribù dell’interno, verso il deserto viveva un tempo Selìma, bellissima giovinetta, desiderata con ardore furibondo.

Un giorno vennero a mancarle il padre e la madre ed ella rimase unica padrona delle immense mandre che andavano pascolando all’intorno e padrona del suo destino.

Dormiva sola sotto la ricca tenda, sul giaciglio coperto da pelli di leone e una vecchia schiava ed un eunuco vegliavano il sonno di lei.

Il tempo trascorreva senza ch’ella si concedesse ad alcuno.

Era superba, ardita, dominatrice e bella e lontana quanto la stella polare. Disprezzava gli uomini schiavi, gli uomini che la guardavano col desiderio della bestia e non sapevano dominare l’istinto.

Un giorno la vecchia schiava che la teneva cara quanto una figlia, ricorrendo il quindicesimo anno della fiera giovinetta le disse:

— Selìma tu sei sola; che ne sarà della tua fortuna se invecchi senza figli? Pensa a sceglierti un uomo fra quelli della nostra tribù. Ve ne son cento che morirebbero contenti solo per averti baciata.

Selìma scrollò le spalle sdegnosamente e non voleva; ma disse poi:

— Ascoltami, Fatma: io non sceglierò un uomo che ad un patto!

— Quale?

— Ascolta. Io sarò di colui che pur essendo giovine e forte e nel pieno possesso della sua vita, saprà resistere al fascino della mia bellezza.

— E come?...

— Egli dovrà farmi vento per un’intera notte essendo io distesa sul mio giaciglio compiutamente ignuda e non dovrà dir parola nè guardarmi con desiderio.

Fatma scrollò il capo e tacque ma la nuova del patto singolare si sparse rapidamente fra i giovani della tribù.

Nel giorno che seguì si presentò il primo concorrente. Era un giovine gagliardo, alto, dalla barba rossa, bello come un nazareno.

Sul far della notte Selìma gettò ne’ suoi bracieri i profumi più inebbrianti dell’oriente, ne saturò la tenda damascata, rossa e turchina, cosparse il giaciglio di gelsomini e di rose rosse, poi, scesa alla fonte, si deterse e si unse di olî odoriferi.

Fatma l’attendeva.

— Vieni che è l’ora.

Selìma non aveva fretta. Si tolse le armille d’argento e d’oro, disciolse il nero gorgo de’ suoi capelli e vi intrecciò fiori di gelsomino, del gelsomino orientale dal molle profumo insidioso, poi, disciolta l’_hamla_ serica, allargò le braccia e la fece discendere lentamente lungo il seno e le anche finchè apparve ignuda. Allora tolse da una piccola arca incrostata d’avorio, una spera d’argento e si guardò.

Si vide bella nella perfezione della sua forma intatta. La pelle di lei aveva il caldo tono dell’oro, ardeva come il sole. Sorrise, cedette la spera a Fatma e disse distendendosi sul molle giaciglio:

— Venga Selem; lo aspetto.

E Selem entrò; ma ancora non era a mezzo la notte che i servi lo avevano scacciato dalla tenda di Selìma.

L’identica sorte toccò a molti altri i quali giunsero di lontano e se ne andarono vinti.

Ultimo fu Mohamed, il bel lupo.

Egli trascorse l’intera notte al fianco della giovinetta; ma, sul far del giorno, dichiarandosi vincitore e negando ella di essere stata vinta, decisero di andarsene dal _Kadi_ per aver giustizia.

— Se io ho torto non mi rivedrai più, — disse Mohamed; e partirono.

Ecco il racconto che il giovine fece al _Kadi_.

— Ora ascolta, — disse Mohamed, — e giudica secondo la tua sapienza.

Io giungevo da un lungo viaggio e avevo bisogno di riposo e di ristoro; andando così e cercando con gli occhi intorno, mi ritrovai su l’entrata di un magnifico giardino, un giardino promesso, _Kadi_, bello quanto il paradiso. V’erano giglieti e rosai e aiuole di gelsomini; vi cantavano fontane fra i molti prati. Ero stanco, affaticato. Discesi, legai il cavallo ben forte, a più doppi su la soglia vietata e entrai a riposare.

Avevo preso sonno allorchè all’improvviso mi destano le grida di quella che vedi qui, mia avversaria. Il cavallo era entrato nel giardino e aveva calpesto il fior dei gigli e delle rose e aveva fatta sua l’erba dei prati. _Kadi_.... di chi la colpa se la stessa mano di Selìma aveva disciolto le doppie ritorte alle quali il cavallo si trovava avvinto?

Il _Kadi_ disse:

— Abbia torto chi disciolse i legami!

E i giovani partirono chè non poteron aggiunger parola; ma Selìma non si dette per vinta e disse a Mohamed:

— Io non sarò la tua donna se non supererai una seconda prova.

— E sia, — rispose Mohamed.

Si accordarono, ritentarono; ma alla seconda mattina le stesse contestazioni sorsero fra di loro e ritornarono dal _Kadi_.

E Mohamed disse:

— Ascolta e giudica anche questa volta.

Selìma ed io passeggiavamo per i sentieri di un orto; ad un tratto ci trovammo di fronte un magnifico mandorlo pieno di frutta e Selìma disse:

— Se tu con la tua fionda saprai abbattere dodici mandorle senza fallir colpo, io sarò tua. — Accettai. Raccolgo i sassi opportuni, armo la fionda e lentamente ma sicuramente abbatto le dodici mandorle; non un colpo è perduto.

Ora di chi la colpa, _Kadi_, se l’ultima mandorla non aveva il seme?

Rispose il _Kadi_ rivolto al giovine:

— Abbia torto chi ti vuol troppo saggio!

Anche la seconda prova era perduta per Selìma ma ella ricorse a una terza, alla più disperata e disse:

— Se perdo questa sarò la tua agnella!

— E sia, — rispose Mohamed.

Andarono, ritentarono e alla terza mattina rieccoli dal _Kadi_.

— Ascoltaci per l’ultima volta, — disse Mohamed, — e giudica.

L’altra sera, Selìma ed io, eravamo pei campi; una moschea era in fondo, molto lontana da noi.

Quando il sole tramontava il _muezzin_ salì sul minareto a invitare i fedeli alla preghiera. Selìma si ferma e mi dice:

— Se tu entrerai nella moschea prima che il _muezzin_ discenda dal minareto io sarò tua.

La prova era ardua ma accettai. Partii correndo come un veltro e giunsi che il _muezzin_ cantava ancora; ora di chi la colpa, _Kadi_, se trovando io chiusa la gran porta di bronzo entrai per la porta delle abluzioni?...

Il _Kadi_ sorrise e disse:

— Andate e state in pace che siete nati per amarvi.

I giovani chinarono gli occhi, contenti.

Così la fiera cerbiatta fu tutta del bel lupo.

[Illustrazione: Una via a Candia.]

[Illustrazione: Un villaggio distrutto dai turchi nell’isola di Creta.]

[Illustrazione: CRETA. — _Kalives_ (le fontane).]

NEI PAESI DEL SOLE.

“.... Egli manda i venti che portano le nubi su le contrade nelle quali la terra langue. La pioggia rende alle campagne sterili la loro prima fecondità: immagine della resurrezione.„

_Il Corano._ Cap. XXV. v. 10.

NEI PAESI DEL SOLE.

In mare.

_18 agosto._

Abbiamo salpato da Brindisi iernotte. Ora è il mattino e si naviga sotto le coste dell’Epiro. Le nebbie velano a mezzo i monti, non si vede un paese intorno; solo il grigio e ripido corso di un torrente che pare squarci la montagna brulla.

Il mare ha il colore del latte. I marinai lavano il ponte. Verso la poppa cinque ragazzi albanesi sono saliti sopra due stie per superare la murata di bordo e guardare il paesaggio. Seguono silenziosamente l’uguale svolgersi delle montagne azzurre, gli occhi larghi e pieni di sogni. Nessuno dice parola. Superano appena col capo l’alta murata, e le cinque testoline si illuminano nel sole. Un gallo canta festosamente.

Nella terza classe due albanesi in _fez_, coperti da una lunga camicia bianca, a fiorami rossi, passeggiano conversando pacatamente; un terzo, accosciato su le assi del ponte, mangia un cocomero biancastro.

Lungo la costa appaiono isolotti scogliosi, fra i quali intravvedo qualche casa. Sale sopra coperta un prete greco diretto a Costantinopoli e mi domanda garbatamente quali siano le disposizioni dello spirito pubblico italiano circa la Grecia.

Lo spirito pubblico? Esiste da noi in realtà una cosa simile? Ne dubito molto. Comunque sia, sonnecchia finchè non è frustato.

Compagni di viaggio.

Appare Santi Quaranta con le sue antiche fortezze veneziane, sui monti. La costa è bianca e la montagna è color d’oro.

Scendo a terra col tenente Speranza del _Bosnia_ per _prender la pratica_.

Le autorità turche ci attendono sul piccolo molo. C’è il dottore col suo _fez_ a tronco di cono e un grande ombrello nero e ci sono altri due individui che non so che cosa rappresentino. Volti tranquilli e beati. Il tenente fa firmare il foglio di via poi si discende.

Seguiamo il dottore fino alla casa di lui. Si oltrepassa un piccolo pergolato, un cancelletto e si entra.

Ci vengono offerte sigarette passabili e una tazza di caffè infame.

L’autorità medica siede alla scrivania e scrive.

Non conosce nè il francese nè l’italiano, e vorrebbe rivolgerci molte domande.

Ogni tanto alza il capo, dice:

— _Grechi!... Grechi!_... — e continua in turco.

Ci guardiamo negli occhi e sorridiamo senza rispondere. Anche il dottore sorride e continua a parlare.

Nella pergola cantano i passeri.

Che bel sole!...

Si esce senza aver capito una sola parola, e il nostro gentiluomo ci accompagna fino alla soglia parlando sempre in turco.

— Addio.

— Addio.

Si esce dal pergolato, si scavalcano macerie, si entra in una via fiancheggiata da case diroccate. Ovunque ci si volga non si vedono che ruderi.

[Illustrazione: Il capitano Blum.]

[Illustrazione: Candia.]

[Illustrazione: SMIRNE. — Una via.]

[Illustrazione: SMIRNE. — Una via.]

Eccoci dall’Agente della Navigazione Italiana il quale agente tiene il suo ufficio in un _han_ o albergo se così vuol dirsi, ma più stallatico che albergo.

Entriamo in un corridoio nel quale le rondini hanno nidificato sotto alle travi, poi in una stanza che può dirsi linda se si pensi al resto. In ogni luogo c’è l’odore caratteristico dello stallatico.

Anche il nostro agente, che è un greco, ci offre il caffè. Aspettiamo la posta di Janina. Frattanto il piccolo uomo rotondo che ci rappresenta se la piglia con le Potenze perchè non agiscono.

— Dovrebbero distruggere la Turchia. Si mandano due corazzate e buona notte!

Abbiamo sorbito il caffè, la posta è giunta; si riparte.

Passiamo dall’ufficio telegrafico che ha sua sede entro una tana sudicia.

L’agente che ci accompagna ci dice che se volessimo spedire un telegramma in Italia arriveremmo prima in piroscafo.

Sul molo vediamo fra la folla una magnifica figura d’uomo su la quarantina. È armato di fucile, di pistola e di pugnale ed ha sul ventre una enorme cartucciera. Veste alla foggia albanese. Pare dubbioso se imbarcarsi o no. Guarda il sole. Qualcuno gli si avvicina e gli parla; resta esitante qualche secondo poi ci volge le spalle e parte.

Sappiamo che l’uomo singolare è un famigerato brigante, il quale non più di un mese fa ha svaligiato l’Ufficio della Navigazione Generale. Avrebbe voluto imbarcarsi, ma qualcuno lo ha sconsigliato facendogli intravvedere la possibilità di essere messo ai ceppi. L’Italia non avrebbe fatto nulla, questo è vero, ma il ribelle ha ripreso le vie dei monti.

Il Pascià di Janina.

È salito a bordo il pascià di Janina accompagnato da suo figlio. Un bell’uomo grasso dalla faccia turca, ambigua cioè, senza espressione marcata.

Non appena lo han veduto i suoi sudditi che erano a bordo si sono precipitati a baciargli la mano e il lembo della veste.

Umili, fedeli, devoti, ridicoli. Se debbo dire il vero, ridicolo era anche il pascià col suo fare sacerdotale; e si lasciava baciare, tutto compreso nel suo còmpito da reliquia.

Dopo tale funzione il buon uomo dalla faccia ambigua, che ricorda sì dolcemente il profilo del montone, ha preso possesso del ponte di prima classe.

Ci sono molti greci. Poco fa discutevano di politica ad alta voce e bestemmiavano la Turchia, ora per la presenza del pascià tacciono come fringuelli se odano lo strido del falco. E non sono sudditi turchi, e non hanno a temere che S. E. abbia a tirar loro le orecchie. Forse sarà un abito secolare, che so: il fatto si è che coloro che per lo innanzi gridavano ora sussurrano e chi parlava tace.

Quale potenza ha costui?... — mi chiedo — e lo guardo e lo scruto, ma non vedo che la sua bella faccia da montone ambigua e bonaria.

Corfù.

Un’isola bella e malinconica. Comprendo ora come la dolorosa imperatrice l’avesse scelta a sua dimora.

Non appena i marinai hanno calato la scaletta di bordo, una vera orda di facchini indemoniati, urlanti invade il piroscafo.

Ma siamo a Corfù o a Venezia? Non si sente parlare che il dialetto veneto, e la stessa lingua greca ha qui la dolce cadenza del nostro dialetto.

Qualcuno mi dice che nelle ricche famiglie di Corfù è consuetudine aristocratica parlare la lingua italiana. Fino a quando durerà tale nostra supremazia della quale andiamo debitori alla Repubblica Veneta? Fino a quando se la nostra cieca indifferenza si lascia sfuggire di mano ogni governo morale, al di là dei confini?

Corfù è una città veneta, serba il carattere che le impressero i suoi dominatori.

Vie strette; case alte e aduggiantisi; finestre e balconi veneziani. Comunque sia, vi si fa sentire la prima influenza dell’Oriente. Il quartiere dei sellai quello dei calzolai e dei sarti hanno un carattere orientale; sono pittoreschi.

Altro lato caratteristico di Corfù è costituito dai venditori di frutta; frutta magnifiche le quali denotano la bontà della terra e la mitezza del clima.

La vegetazione è simile a quella della Sicilia; le stesse agavi, gli stessi agrumeti e i fichi d’india e i palmizi.

Quando salgo in vettura per andare al _Cannone_, che è un luogo dal quale si gode un magnifico panorama, e all’_Achilleion_, la villa della muta imperatrice del dolore, attraverso ai campi e lungo il mare colgo il vero aspetto di quest’isola dolce e malinconica. Tutto vi è esuberante ma non gaio; l’anima non vi riposa tranquilla, ma è presa come da una nostalgia di sogni lontani.

La stessa nostalgia trasse a questo riposo una vittima della vita: Elisabetta imperatrice che rivisse, sola, il fosco destino degli Atridi.

Verso la Grecia.

Riprendiamo la rotta verso il golfo di Corinto. Sono saliti a bordo altri greci e un prete armeno.

Il vecchio pascià e il figliuol suo sono alla mia stessa tavola. Benchè non siano in Turchia mangiano col _fez_ ben calzato su le orecchie. Non bevono vino; impugnano la forchetta fieramente.

Il pascià, che ancora non si è deciso ad aprir bocca, ad un certo punto mi guarda sorridendo e mi chiede dove sono diretto.

— Ad Atene.

— Il signore viaggia per qualche casa di commercio?

— Precisamente.

— Quale genere tratta?

— Filati di cotone.

La risposta lo convince; mi guarda ancora, anzi mi squadra poi soggiunge:

— Che ne dicono in Italia della questione cretese?

E la conversazione si avvia su l’eterna questione dell’isola minoica.

Per conto suo il pascià è convinto che la Turchia dovrebbe rinunciare definitivamente al possesso dell’isola; tanto le Potenze non le permetteranno mai di ritornarvi.

— C’è bisogno di pace per tutti, — soggiunge. — Così per la Grecia come per la Turchia. Dobbiamo superare difficoltà enormi; c’è tutto un mondo da rifare.

Non ha torto ma io dubito molto circa la sua sincerità.

C’è tutto un mondo da rifare, questo è verissimo; ma da quale parte cominceranno a demolire e a ricostruire? da quale parte e con quale profitto, se tutto ciò che è tradizione e che costituisce appunto la causa genetica della barbarie turca, deve essere rispettato? Si tratta evidentemente di un fior di rettorica. L’età moderna ne è piena e la Turchia ne ha compresa la necessità.

Cantare non significa agire. Quando ai nostri rivoluzionari fu concesso di sgolarsi nei loro inni pandistruzionisti se ne tornarono a letto contenti senza aver fatto male a una mosca.

[Illustrazione: Tipi di beduine.]

Ora, benchè la musica sia differente e differente lo scopo, i turchi cantano e chi è lontano si illude.

Le vere riforme essenziali, quelle che potrebbero porre il popolo turco sulla via della civiltà, non saranno nemmeno tentate. Pochi volonterosi non possono vincere una compagine cieca od ostile. L’insegnamento, come si imparte tuttavia nell’Impero Ottomano, non può aprire le menti nè preparare coscienze diverse: poi il Corano, per quanto lo si voglia rendere agile, segna un limite fatale, è nello stesso tempo una forza e una diminuzione. Conserva una razza ma la isola.

Per questo il proposito fiero di un giovine turco il quale mi disse che anche in Turchia vi sarebbe stata un giorno una libera Chiesa in libero Stato, mi fece sorridere. Non s’è mai detto che un girasole possa fiorir gelsomini, e finchè il sole della Turchia sarà il Corano ella dovrà volgersi dal levante all’occaso ogni giorno, fatalmente. Il suo cammino è segnato.

Poi la maggior parte dei giovani turchi è conservatrice.

E non dimentichiamo che Maometto soleva dire molto spesso che Iddio aveva create due cose per la suprema felicità degli uomini: “le donne e i profumi„.

Il figlio del Pascià.

Oggi il figlio del pascià mi si è confessato giovane turco. Non ne avrebbe l’aria, veramente, ma già che lo dice!...

È un giovanotto alto, tarchiato, dal portamento molle degli orientali. Non ha mai fretta, non è mai turbato: pare uscito da un’arca di profumi e di pomate.

È nato sopra a Janina, nelle campagne, in un mezzo selvaggio, fra gente che adora i suoi padroni. È cresciuto come un piccolo Iddio fra baci, carezze e genuflessioni. È cosmocentrico; vede tutto il mondo dal suo piccolo trono e sorride.

Ama la voluttà come Maometto; ride beatamente quando parla e quando tace; è gaio perchè è ben nutrito.

Gaio?... Ecco, la gaiezza dell’anatra e del pinguino: batte le ali, si sente piacevolmente bestia.

Buon figliuolo, in fondo! Mi parla con passione degli ottimi formaggi fabbricati da’ suoi montanari, nell’Albania, e la sua sincerità mi commuove.

Anch’egli è un pochino come la pasta del formaggio: insipiduccia, grassoccia e molle, ma riesce simpatico. Ha il viso tondo; due occhi nè neri nè chiari, color dell’aria annebbiata esprimenti un’anima piccoletta che si raccoglie nel poco e se ne accontenta; la bocca del voluttuoso sempre dischiusa, dalle grosse labbra vive di sangue. È un po’ bavoso, forse per la consuetudine dell’alimentazione sovrabbondante e del piacere.

Parla un francese di sua invenzione, intramezzando al discorso brevi e continue risate le quali denotano la sua arguzie e la compiuta soddisfazione di sè stesso.

— _Oh!... Z’etais a Paris!... sì sì!... Trois fois!... Ah ah ah!... Le Moulin rouze!_...

— E che ricorda di Parigi?...

— _Oh!... Paris, monziè!_... — mi batte le ginocchia confidenzialmente con una mano. — _Les femmes!... Ah ah ah!... Quelles femmes!_

E strizza un occhio:

— _Z’en avais de la chanze moi!_...

Lo guardo. Eh, sì, perchè è un bel ninnolone da destar passioni!

E continua:

— _Lenore!... Ah ah ah!... Elle me dizait touzours: — Je t’embrazze!... — Oh oh!... Et elle fouillait dans ma poze!_

Che cara semplicità e quale limpidezza.

E riprende:

— _Z’ai envie, d’y retourner. Z’en suis fou de Paris!... Ah ah!... Z’est rigolot n’ez pas? Il faut y étudier auzi la vie.... Oh!... mais mois ze suis zage, vous savez?... Oh!... Ze suis zage!... Z’étudie touzours! — Pffff!... Lenore eclatait en riant et me dizait: Tais-toi, vieux zameau! — quand ze lui démandais: Dis donc, m’zélle, qu’elle differenze trouve tu entre la Franze et la Tourchie?... Ah ah ah!... Ça ze passe touzours dans la même fazon!... Oh bien surement!... Sì! sì!... Bien surement!... Ah ah ah!_...

Gli occhi gli lacrimano, il volto gli si accende, la bocca gli si dischiude un po’ più.

Tutto ciò mi ricorda un opuscolo pubblicato a Venezia sul principio del XVI secolo e intitolato: “_Opera a chi si dilettasse de saper domandar ciascheduna cosa in turchesco._„ Nella quale opera si trovano frasi di simile genere:

— _Cuore mio!_

— _Chi te feci tanto bella!_...

— _Vorria che venisse una sera a dormire meco!_ ecc., ecc.

Il giovine turco ha viaggiato la Francia con gli stessi intendimenti.

È trascorsa Patrasso la bella città moderna che sorge in un arco di monti. È disceso un vecchio greco che dormiva nella mia stessa cabina, un insopportabile uomo, scontento anche dell’aria che respirava. Nulla gli tornava a genio, mai. Il ventilatore era aperto e lo chiudeva, era chiuso e l’apriva; s’infuriava contro l’_hublot_, contro il caldo, contro le mosche; non era mai in pace neppure nel sonno, chè aveva a quando a quando di gran sussulti e parlava e smaniava quasi albergasse l’inferno in corpo.

Prima di partire questa mattina mi ha chiesto:

— Signore, _taliano_?...

— Per servirla.

— _Bona Talìa!... Bona!_...

Qualcosa almeno gli andava a genio; ma è stato un riposo brevissimo, perchè si è infuriato poi con le sue valige e le ha lanciate ad una ad una fuori della cabina imprecando.

Non regge vento.

Alcune vele quadrangolari, stanno immobili in varï punti della rada. Un’ultima vela, in fondo, scompare nella caligine grigiastra che il sole non ha superato tuttavia.

Le alte montagne sembrano scolpite in oro antico, pallido e schietto.

Una fortezza impera sotto il cielo. Si ode un lieve ondare di campane remote.

Il golfo di Corinto.

Siamo nel Golfo di Corinto. Quanti castelli veneziani su le nude rive!... Costeggiamo la Morea, che non è arida come le altre terre. Una strada solitaria segue la riva. Le case sono rarissime e miserrime.

Il mare è ricco di meduse. Paiono sugheri galleggianti.

A bordo si legge, si riposa. Si intravvede in fondo in fondo l’angustissima gola del Canale di Corinto.

Ci avviciniamo a poco a poco. Un vento caldissimo ci investe discendendo dagli infocati ed aridi piani della Tessaglia.

Giunge il vaporetto che deve rimorchiarci attraverso il canale.

Alcuni contadini in fustanella sogguardano dalle rive.

Il vapore procede lentissimo. Ci troviamo chiusi fra due alte pareti a picco. Si respira a disagio; la luce acceca.

Un lento volo di corvi ci precede.

Amare verità.

Il prete armeno, proveniente da Roma e diretto ad Angora, mi si è avvicinato e, rassicurato dalla mia nazionalità, ha dato la stura alle sue confidenze.

[Illustrazione: Cimitero entro Smirne.]

[Illustrazione: SMIRNE. — La fonte di Diana.]

[Illustrazione: Dintorni di Smirne.]

È un uomo piccolo, striminzito, dalla lunga barba nera. Ha gli occhi vivacissimi e parla l’italiano correttamente.

Mi racconta delle continue persecuzioni alle quali sono esposti gli armeni in Turchia e della lotta sorda e ininterrotta che muovon loro, senza pietà. Essi non sono benvisti neppure dai greci; in massima non possono stringere la muta alleanza del dolore che dovrebbe affratellare i due popoli percossi e flagellati da ogni sciagura.

Sono soli, sono come un’oasi maledetta nell’umanità, ed ogni anno vedono diminuire il loro numero. Ogni mezzo è buono per perseguitarli; ogni arme è ottima per ucciderli.

— Si dice, — continua parlando rapidamente e con voce quasi singhiozzante, — si dice che gli armeni stavano tramando una grande rivolta, che si costituivano in associazioni segrete, che volevano organizzare una specie di Partito Rivoluzionario Russo, per vendicarsi della Turchia, per muovere guerra alla Turchia. Tutto ciò è falso, compiutamente falso! È la menzogna più sfrontata, ordita contro di noi. Si dice che siamo usurai, che affamiamo il popolo e che seguiamo la nostra sorte per la brutale ingordigia che ci distingue. E questa pure è menzogna! Se il signore verrà ad Angora, potrò farle vedere le cose da vicino, potrò farle osservare le nostre condizioni e studiare la nostra vita. Siamo un popolo che si difende, che non vuol morire, che non vuol essere assorbito, che è geloso delle proprie tradizioni e della propria lingua e dell’anima propria. Ecco la nostra grande colpa! Chè se l’usura è esercitata fra noi, non lo è mai quanto fra i greci o gli ebrei. Ci difendiamo, non vogliamo morire! Non si può condannare l’uomo che, stando per annegare, si afferra a qualsiasi cosa gli venga d’attorno. I turchi ci odiano per il loro fanatismo religioso e perchè siamo deboli e indifesi. Anche noi siamo fanatici, ma è l’unica nostra forza. Se la fede nostra morisse, saremmo perduti senza speranza.

“Sono stato ad Adana, sa; ho veduto con questi miei occhi ciò che hanno fatto quelle bestie! E il massacro fu ordinato da Abdul Hamid; tutti lo sanno, tutti lo dicono. Con tale massacro egli, che ben vedeva il torbido intorno a sè voleva provocare un intervento delle Potenze e salvare il suo trono. Ora il _kaimakan_ di Adana, colui che eseguì gli ordini ricevuti, è in esilio a Bengasi. Un esilio strano; una vera villeggiatura. Forse sarà richiamato in servizio.

“Lei non può immaginare la fosca barbarie, la crudeltà di quella gente.

“Una povera madre (e quello che le racconto è verità nè il sentimento mi fa esagerare), una povera madre quasi soffocata dal fumo della sua casa incendiata, colta dalla disperazione si recò in braccio i suoi due piccini, una bimba di cinque anni ed un bimbo di tre e si precipitò giù per le scale, fra le fiamme. Non era appena giunta su la soglia della fornace che un soldato le spianò il fucile contro e la ferì mortalmente. Ella barcollò, ma prima di cadere fra le fiamme ebbe la presenza di spirito di lanciare lontana da sè la piccina; così non potè fare per il bimbo che morì con lei bruciato. La povera piccola ebbe l’istinto di nascondersi e si salvò. Due giorni dopo fu raccolta mezza morta di fame da un buon uomo che la portò a Smirne; ed ora è a Smirne, ricoverata in un convento.

“Potrei raccontarle mille atrocità simili. Chi non ha veduto non può supporre a quale grado di ferocia giungano quelle genti.

“Un ingegnere francese che era ad Adana per l’esportazione del tabacco si salvò perchè, per tre giorni, stette nascosto fra i sacchi della sua mercanzia.

“Il giorno che seguì la carneficina si vedevano nel quartiere turco, nelle botteghe dei macellai, attaccate ad uncini, membra di fanciulli e di donne; cuori e viscere. È la verità, signore.

“La testa di un bimbo quattrenne fu ruzzolata sui selciati come una palla, poi i cani ne fecero scempio. Fu la gioia della bestialità, un orrore indescrivibile! —

Ho visto gli occhi di lui vîvi ed ardenti inumidirsi d’improvviso. Un pianto muto gli è sceso per le gote.

— Del resto guardi, — ha ripreso, — queste sono tre fotografie di Adana che potemmo fare dieci giorni dopo i massacri. Vede come è ridotto il quartiere armeno?... Tutto una maceria fumante; non una casa è in piedi. Volevamo mettere in commercio queste fotografie a beneficio dei superstiti, ma non ci fidammo per timore di nuove persecuzioni e di nuove rappresaglie.

— Ma.... col nuovo regime?... — chiedo timidamente.

Mi guarda fisso poi scrolla il capo:

— Il nuovo regime?... Ah, signore!... Lei non conosce la Turchia!...

Segue un silenzio penoso, poi il mio compagno di viaggio mi offre le tre fotografie:

— Le tenga ma non le faccia pubblicare, per ora. Sono tuttavia inedite. Le tenga per sè, per ricordo.

Soggiunge poi che sarà ad Angora fra quattro giorni.

Il viaggio è lungo perchè le ferrovie turche dell’Asia Minore non compiono viaggi durante la notte per timore dei briganti che infestano quelle contrade.

Usciamo dal Golfo di Egina.

Ecco la profonda baia di Salamina; il nido della vittoria che respinse l’Oriente e che dette alla Grecia la possibilità di compire tutta la sua via luminosa. Alla vittoria di Salamina seguì un periodo di concentrazione e di ascesa. Il genio della razza prodigiosa ebbe tutto il suo fulgore.

Ecco la magica scena animata dall’Imetto, dalle bianche cave del Pentelico, dal Partenone.

È tutto un oro diffuso.

Pireo.

A Pireo come a Corfù ci accoglie un nugolo di gente urlante, che prende d’assalto il piroscafo.

Saluto Helena, una mia piccola compagna di viaggio, il sorriso della giovine Grecia, e scendo in una barca nella quale mi trovo stipato fra uomini e bauli.

Si discende alla dogana e ci si imbroglia nel cambio della moneta con queste _drakme_ e mezze _drakme_ di carta luridissima.

Pireo non ha alcuna caratteristica. È una città in via di formazione, sudicia, dalle grandi vie disselciate piene di fango.

Mi faccio condurre a Falèro, che è un luogo di bagni, sul mare.

Falèro.

Lo stridere delle cicale acuto e lacerante, un suono di campane, la tosse insistente di un tisico che dormiva nella stanza vicina alla mia mi hanno ridestato di buon’ora e sono sorto dalle pigre coltri.

Falèro era deserta, deserta la spiaggia e le piattaforme sul mare. Ho ripreso la via di Pireo per imbarcarmi alla volta di Creta.

Lungo la strada ho incontrato un breve corteo. Due preti andavano innanzi cantando, seguiva un becchino col coperchio della bara, poi quattro uomini portavano a spalla un feretro nel quale era distesa, scoperta, alla piena luce del sole una vecchia morta.

[Illustrazione: HIERAPOLIS (Asia Minore). — Un fiume disseccato.]

[Illustrazione: BENGASI.]

[Illustrazione: BENGASI. — Nel villaggio dei neri.]

[Illustrazione: BENGASI. — Nel villaggio dei neri.]

Non mi attendevo una visione simile e ne ho avuto un invincibile brivido di orrore, proveniente non già dalla visione di un morto, che troppe volte nella mia vita randagia mi sono trovato di fronte alla morte, ma dal rito macabro, ma da quella esposizione indifferente e inesplicabile!

Vedendo l’assoluta noncuranza dei passanti, che neppure si toccavano il cappello di fronte alla maschera tragica della morte, mi sono accusato di soverchia impressionabilità. Un giorno o l’altro tutti dobbiamo essere così, — mi sono detto —; conviene abituarsi a ciò.

So che la costumanza fu imposta ai greci dai turchi quando i primi fingevano un funerale e riempivano il feretro di armi e di munizioni; ora però, nella libera Grecia, nel paese solare per eccellenza, non dovrebbe sussistere tale uso, che non ha più ragione.

Qualunque cosa si possa opporre, resta sempre il fatto che è un inutile e ripugnante spettacolo di cinismo.

L’ISOLA MINOICA.

Siamo in vista della Canea. La piccola città biancheggiante ci appare lontana oltre le sette corazzate che le stanno a guardia.

Distesa in un grande arco di spiaggia e sui colli circostanti, soverchiata da alte montagne, velate in parte dalla nebbia del mattino, ci arride, nel primo sole, con la grazia dei suoi minareti a guglia che escono dal folto e si appuntano al cielo, esilissimi, a simiglianza di singolari lance. E tutto un biancore l’avvolge, la pervade nella indicibile soavità di un cielo tersissimo; e in alto, il mattino distende i suoi veli orientali di ambre e d’oro.

Non si ode che lo scrosciare delle acque sotto l’impeto della prora. Navighiamo fra i monti di Akrotiri e il capo Spada, in uno specchio di mare di un colore blu metallico, limpido come una gemma e molle come occhi umidi nel piantoriso.

La catena dell’aspra Vuna spegne l’asprezza de’ suoi contorni in soffuse opacità violacee e ha il colore della perla nelle vette più ardue e riluce in parte nell’oro pallido del sole mattutino. Magnifico velario contro i cieli.

Le ampie valli sono solchi di penombre lucenti; discendono dall’alto fino alla profondità più cupa: prima esili rivi fra dirupo e dirupo, poi torrenti e fiumi e ampiezze luminose; accompagnano la montagna, ne assecondano i fianchi, ne segnano le ferite millenarie, le voragini e gli abissi. E, viste dal mare, da questa lontananza fascinatrice, non sono più di una lucente penombra, di una vita di nebbie, le quali salgono e vi si diffondono e si tramutano di colore in colore, finchè il sole non le dissolva.

I dorsi, le creste, le asperità dei dirupi gettano una grande ombra obliqua, acquistano un rilievo maggiore ma addolcito nella carezza dell’ora. Sembra quasi che la scena portentosa debba scomparire col morir del mattino, tanto appare lieve sui cieli e indefinita. Quattro ricchi cretesi sono con me sul ponte e guardano senza nulla dire, chiuso il volto in un atteggiamento di fierezza sdegnosa. Quando sono salito, essi erano già fermi agli appoggiatoi, scrutanti le nebbie color d’asfodelo; poi l’isola è apparsa; sono apparse prima le montagne dell’aspra Vuna, non più chiare di una remotissima nube estiva fra cielo e mare, sospese nell’aria come un favoloso continente irraggiungibile; poi i contorni si sono precisati fin verso il mare e si sono delineate le coste e i monti di Akrotiri e quelli di Psakon, e più lontano, verso il sol levante, il gruppo dei Psiloriti. I quattro isolani non hanno parlato, nè si sono guardati; forse sapevano di pensare la stessa cosa, e la parola era inutile a esprimere un sentimento comune. Seguivano il sorgere della loro isola dalle profondità marine, quieti e taciturni, in null’altro compresi se non nella ferma gagliardia di una volontà improntata alla saldezza delle grandi montagne che si vestono di nevi e di silenzio.

Io sento, in questo prodigioso levarsi di una terra e del sole dai concavi orizzonti marini, sento la vaga trepidazione che coglie l’anima protesa verso gl’improvvisi incantesimi della bellezza divina; e tanto più si avviva in me tale trepidazione, quanto più chiare salgono le voci della leggenda e della storia, evocanti miti nebulosi e scorci possenti di vita. È la culla di una fra le più remote civiltà mediterranee che sta dinnanzi a noi, ogni palmo di questa terra è sacro alla storia del nostro pensiero. Dall’antica _Keftò_ degli egiziani partì la prima luce che accese la grande anima ellenica, di qui ebbe principio il nostro cammino ascensionale.

Quante volte non abbiamo veduto nella spettrale grandiosità di un sogno i favoleggiati palazzi regali elevantisi verso il sole in un impeto titanico? Ne parlavano le fiabe, le quali sono le esili e disformi voci della storia che muore nel silenzio dei tempi; ebbene, forse da quest’isola ne partì la prima voce allorchè si sparse la fama del palazzo minoico nel quale il re sacerdote imperava. Era immenso come una città; cinto da altari e da terrazze, ricco di giardini e di ville, intricato come un laberinto, ampio e solenne come una montagna.

Mille aspetti tumultuano nella mente mia. Non uno fra noi pronuncia parola; siamo tutti volti verso la grandiosità nuova che ci accoglie.

Passiamo fra le grigie corazzate; qualche bandiera si inalbera a saluto; procediamo più adagio verso il minuscolo porto. Già si distinguono le grandi mura veneziane.

Gettiamo l’àncora; il raccoglimento è interrotto. Qualche barca si muove ad incontrarci; grida e comandi si incrociano sul ponte, che si anima sempre più.

L’isola omerica dalle cento città ci accoglie in un’onda di sole e di gaiezza.

Ho percorso i quartieri più remoti, ho atteso i contadini alle porte della città, ho interrogato tutti gli aspetti, ho visitato a parte a