XI.
Mentre noi eravamo a Caserta, tutte le predizioni della regina si realizzavano a Napoli. Sia che Latouche Treville avesse avuto bisogno veramente di riparare le sue navi, sia che questa riparazione fosse una finta e che seguisse le istruzioni secrete della repubblica, che erano di spingere tutti i popoli, coi quali essa si mettesse in contatto, nella via della rivoluzione, l’ammiraglio approfittò della sua presenza nella capitale del regno delle Due Sicilie per impegnare i patrioti napoletani a organizzarsi in società secrete ed a preparare per l’Italia meridionale il trionfo dei principii che regnavano allora sulla Francia. Ogni giorno i suoi officiali, e si sa che gli officiali dalla marina francese sono in generale uomini distinti ed istruiti, ogni giorno i suoi officiali scendevano a terra, si spandevano nella popolazione, vi facevano proseliti, e gittavano in tutte quelle giovani teste la semenza della rivoluzione, che, qualche anno dopo, doveva far scorrere tanto sangue. La vigilia del giorno, in cui la flotta doveva levar l’ancora, vi fu un gran pranzo dato dai giovani agli officiali. Vi si cantarono canzoni rivoluzionarie, ed, in mezzo a queste, la Marsigliese, appena composta da Rouget de l’Isle, e che, scoppiando il 10 agosto, aveva fatto una immortalità così terribile al suo autore. Venne innalzato il berretto rosso, e si giurò di avere anche a Napoli una coccarda tricolore, che si sostituirebbe alla coccarda bianca dei Borboni. Per di più, tutti coloro che avevano assistito al pranzo adottarono la moda francese inaugurata da Talma nella tragedia di Tito. Fecero tagliare i loro capegli, rinnegarono la polvere, e battezzarono col nome di _Codini_, cioè di porta coda, coloro che persistevano nella fedeltà all’antica moda.
Durante tutto questo tempo, la regina, senza farmi alcuna confidenza, mi parve preoccupata da qualche opera scura. Sovente, mentre eravamo insieme, alcuno veniva a parlarle a bassa voce ed a dirle che era domandata. Essa si levava tosto senza interrogare, e come conoscesse già la causa di questo incommodo. Poi un quarto d’ora, mezz’ora, un’ora dopo, essa ritornava e mi stringeva la mano dicendomi: _Tutto va bene_.
Un giorno che la regina era in una di queste conferenze secrete, io discesi in giardino e ci vidi un uomo vestito di nero che m’era sconosciuto.
Senza sapere che quest’uomo acquisterebbe più tardi una così terribile rinomanza, non potei astenermi dall’osservarlo.
Era piuttosto grande che piccolo, portava la testa chinata sul petto, quantunque il suo sguardo scuro e concentrato si fissasse davanti da lui all’altezza d’un uomo; ma questo sguardo, era facile accorgersene, doveva spesso guardare senza vedere. Il viso era color cenere, l’andatura irregolare, come quella degli animali feroci od inquieti; talora lenta e talora rapida. Passò vicino a me e tuttavia non parve mi vedesse. Parlava tra sè, ed io intesi queste parole che scappavano dalla sua bocca come rotte fra i denti.
— La tortura, mi bisogna la tortura. Senza la tortura che cosa vogliono ch’io faccia? Essi non confesseranno mai.
Quest’uomo mi fece paura.
Lo seguii cogli occhi, e vennero a cercarlo da parte della regina.
Mi assisi sopra una banca, le mie gambe tremavano.
Ben presto vidi apparire la regina alla porta del giardino; essa guardossi intorno; mi cercava, ed io mi levai e le andai incontro.
— Buon Dio, cara regina, le domandai, chi è quell’uomo che ho incontrato nel giardino e che masticava così triste parole?
— Quale? chiese la regina.
— Colui che vostra Maestà ha mandato a cercare.
— Ah! disse la regina, ridendo, tu l’hai veduto. È il mio segùgio; io, come il re, fui presa dalla passione per la caccia, voglio, come lui avere la mia muta, e da qui a poco noi potremo cacciare i giacobini. È un animale assai pericoloso, ma solo allora che gli si lascia prendere vantaggio sui cacciatori.
— Ma, infine, signora, quest’uomo?
— Ebbene! quest’uomo....
— Quest’uomo è dunque il carnefice?
— Niente affatto, ma sarà il suo provveditore, così spero bene.
Poi stendendo il braccio dalla parte della Francia:
— Oh! mia sorella, mia povera sorella, gridò, essi tengono te ma io tengo loro, sii tranquilla. Poichè tutti gli uomini sono fratelli, i fratelli di Napoli pagherano pei fratelli di Parigi.
Io restai muta. Comprendeva l’odio della regina per la rivoluzione, ma tanta energia mi spaventava in una donna; è vero che questa donna era figlia del re Maria Teresa.
Camminava silenziosa, appoggiata al braccio della regina: questo braccio, ratratto per una contrazione nervosa, mi pareva avere la forza di un braccio d’uomo.
— Che vuoi, mia povera Emma, dissemi la regina, dopo un momento, durante il quale, essa aveva camminato con un passo fermo e rapido, bisogna prendere la tua parte. Tu hai creduto venire in un paese di delizie, tu avevi inteso dire che l’aria della Baia era sì voluttuosa, che deflorava le vergini; che l’aria di Posilippo era sì dolce che i rosai vi fiorivano due volte; che l’aria di Sorrento era così imbalsamata che si riconosceva una Sorrentina al profumo che fuggiva dalla sua chioma. Tu credevi che qui la vita scorresse come nell’antica Sibari in mezzo ai balli ed alle feste, che si dormisse sopra letti di verzura, che si camminasse sopra tappeti di fiori. Si dimenticarono di dirti che ci aveva, in mezzo a tutto ciò, una montagna che portava l’inferno nei suoi visceri, che sembra sorridere come tutto il resto della creazione, e che, di subito, crollava le case come castelli di carta, copriva Ercolano e Pompei di cenere, e faceva rinculare la marina spaventata dalla spiaggia di Resina a Rocca di Capri; obliarono di dirtele, queste cose, ma io te le dico, io.
La guardai atterrita.
— Noi cominciamo una lotta, nella quale possiamo esser vinti, quantunque abbiamo ottanta probabilità sopra cento di essere vincitori, ma bisognerà combattere, e la battaglia sarà aspra. O figlia di fresche praterie e di verdi ajole, ti senti tu troppo debole per montare sul mio carro di battaglia? Allora abbandona la tua regina ritorna nel tuo paese di Galles, e risali al tuo nido, come ruscello trasparente, che, per paura di meschiarsi ai torbidi flutti del mare, risale verso la sorgente.
— Oh! no, no, gridai gettandole le mie due braccia al collo, io vi amo troppo per abbandonarvi nel momento in cui voi stessa mi dite di correre un pericolo. Io sono debole, ma voi siete forte, forte per voi e per me; voi mi sosterrete se io affievolisco, mi rialzerete se cado. Io non sono entrata abbastanza dentro ai secreti della politica per sapere chi ha ragione in questa grande questione dei popoli contra ai re; ma se voi avete torto, mia cara regina, io voglio aver torto con voi, e se il Vesuvio o la rivoluzione scoppia su Napoli, io voglio essere bruciata dalla stessa lava o soffocata dalla stessa cenere, che voi.
La regina mi cinse col suo braccio e mi serrò contro il suo cuore.
— Alla buon’ora, disse ella, mi sembrava da qualche tempo averti a metà perduta, ma ecco che io ti ritrovo. Io mi attristava già di sentirmi sola; oh, io non avrei segreti per te! Sì io farò un’opera truce come le Eumenidi, io spingo serpenti nelle tenebre. Con oro e fiaschi di vino si fa tutto ciò che si vuole qui. Quest’uomo che tu hai veduto, e che ti ha tanto spaventata, è una delle mie vipere. Egli si chiama Vanni, gli altri due si chiamano Guidobaldi e Castelcicala; l’ultimo è principe, era nostro ambasciatore a Londra. Io gli proposi di ritornare per essere il capo delle mie spie, il presidente della mia Giunta di Stato; egli ha accettato. Oh! io darò tali ricompense ai denunciatori, che farò, come nella antica Roma, dello spionaggio uno stato onorevole, e, se non onorevole, invidiato almeno.
— Allora, io ripresi, mi spiego perchè quest’uomo parlasse di torture, e dicesse che senza la tortura essi non confesserebbero.
— Già, la tortura è la sua idea fissa, e secondo il suo modo di vedere, egli ha ragione. Quest’uomo ha ambizione; quando gli altri si contentano di dire _Nostro Re_, egli dice, _Mio Re_, come se il re fosse soltanto per lui, e come se egli solo fosse incaricato di guardarlo. Ora i denunciati non mancheranno, non mancheranno i prevenuti, ma, forse mancheranno i colpevoli, poichè per certi spiriti ostinati, non vi sono altri rei conosciuti, che coloro i quali confessano il loro delitto; e qui nessuno confessa. Ebbene! Vanni pretende che coll’aiuto di certi arnesi da lui inventati, posto che gli si permetta di usarne, farà parlare le pietre. Io gli dissi, che per parte mia, non mi vi opporrei affatto, e che la verità era cosa tanto preziosa, che tutti i mezzi erano buoni per giungere a lei. Pertanto vi ha una difficoltà. Pare che ciò non sia per nulla secondo la legge; ma nemmeno i giacobini non sono nella legge; il _Giacobinismo_ non è un reato preveduto, non si poteva dunque fare una legge contro di lui, e poichè egli è fuori della legge, è lecito servirsi, per reprimerlo, di mezzi fuori della legge. Capirai bene che non sono tanto abile avvocatessa per sapere tutto ciò; la mia vipera, Vanni mi ha fischiato questo argomento: egli citò Cicerone, che strangolò Lentulo e Cetego, malgrado la legge che proibiva di attentare alla vita dei cittadini romani. Maestro Vanni è un assai dotto uomo, io lo farò marchese e cavaliere dell’ordine costantiniano.
Io guardava la regina con uno sbalordimento, che, lo confesso, non era esente da un certo terrore.
S’accorse dell’impressione che faceva sopra di me.
— Sì, diss’ella, capisco, tu trovi che c’è una differenza fra la Carolina d’oggi e quella dei primi giorni. Quella metteva la sua fantasia a vestirsi dello stesso abito, ad acconciarsi la stessa piuma ad avvolgersi nel medesimo sciallo che tu. Quella conosceva il dolore, ma non ancora l’odio; se essa si chiudeva sola con te, era per cercare le scintille della sua passata felicità nelle ceneri del suo amore, per dirti: amai nè amerò più; per dirti: io pure quantunque regina, ebbi un cuore. La Carolina di oggi non ha più il tempo di pensare al passato, se bisogna combattere per l’avvenire. Che cosa è un amore esiliato in Sicilia, verso una sorella imprigionata in Francia, ed un fratello che ha i piedi sui gradini del patibolo? Si tratta pur di felicità, si tratta pur di poesia, si tratta pur d’amore; si tratta della vita. Non ci ha animale, dall’aquila fino alla colomba, che non difenda il suo nido, che non combatta per i suoi piccini. Uccidere chi ci vuol uccidere, non è vendetta, è l’istinto della conservazione. Se noi pure avessimo un Vergnaud, un Péthion, un Robespierre non attenderemmo che ci facessero un 20 giugno ed un 10 agosto, noi faremmo loro una notte di S. Bartolomeo. I Valois insegnarono ai Borboni che val meglio tirare dal Louvre nella via, di quello che lasciar tirare dalla via nel Louvre. Mi chiamino signora _Veto_, mi chiamino signora _Poi_, mi chiamino ciò che vorranno, ma non mi chiameranno Giovanna Grey, nè Maria Stuart.
— Dio ci guardi da una tal disgrazia, disse una voce a due passi da noi.
Ci voltammo di subito, la regina ed io, e ci trovammo in faccia ad un uomo, che a certe parti del suo vestito più laiche che religiose, era facile riconoscere per un dignitario della chiesa.
Compresi, agli sguardi della regina, ch’essa non conosceva lo straniero, che aveva la doppia arditezza di sorprenderci e di unirsi alla conversazione.
Ma io lo riconobbi e gridai:
— Monsignore Fabrizio Ruffo!
— Poi che lady Hamilton vuol avere la bontà di riconoscermi, vorrà essa aggiungervi quella di presentarmi alla regina, alla quale vengo, del resto da parte del re?
Io consultai la regina cogli occhi. Sentendomi nominare il favorito di papa Pio VI, col quale la corte di Napoli, l’abbiamo già detto, era in migliori rapporti, la sua figura prese un’espressione di benevolenza che mi permetteva di soddisfare ai desiderj del nobile prelato.
— Signora, le dissi, permettetemi, seguendo il desiderio che egli ora esternò, ch’io abbia l’onore di presentare a Vostra Maestà, monsignore Fabrizio Ruffo, tesoriere di Sua Santità.
— Signora, disse il prelato, inchinandosi, nello stesso tempo ch’io ringrazio lady Hamilton della sua gentilezza, permettetemi di rettificare due piccoli errori che essa commise e che doveva commettere. Io non sono più tesoriere e sono cardinale.
— Ve ne faccio i miei complimenti, signore, disse la regina; ma Vostra eminenza non mi ha detto che veniva dalla parte del re?
— Lo dissi, signora, e Sua Maestà sarebbe ella stessa venuta a Caserta, se non l’avesse impedita una caccia di cinghiali nel bosco di lago Fusaro, caccia che le fu impossibile di protrarre.
— Riconosco in ciò il mio augusto sposo, disse la regina sorridendo; ma voi non sarete meno il ben venuto, sopra tutto se mi recate una buona nuova.
— Ve ne porto almeno una grande, signora; una nuova che potrà avere le più gravi conseguenze. L’ambasciatore della repubblica francese a Roma, il cittadino Basseville, venne assassinato in una sommossa popolare.
La regina sobbalzò.
— È veramente una grande nuova che voi mi annunciate. E come avvenne la cosa?
— Vostra Maestà sa che conducendo l’ambasciatore di Napoli, il cittadino Mackau, l’ammiraglio francese aveva nello stesso tempo condotto l’ambasciatore di Roma, il cittadino Basseville.
Il cardinale accentuò questa parola _cittadino_, ripetuta due volte, in modo che non vi ebbe nulla di disaggradevole all’orecchio della regina, grazie all’accento col quale la pronunciò.
Essa lasciò dunque passare questa prima frase senza altra espressione, che un sorriso di sprezzo, e facendo segno ch’essa ascoltava.
Il cardinale continuò.
— La nuova aveva fatto gran fracasso e si era sparsa nelle nostre campagne. Io non ho bisogno di dirvi, signora, con qual colore i nostri degni preti dipingano la repubblica francese alle loro pecore della campagna e della città; patteggiare con essa è patteggiare coll’inferno. A questa nuova annunciata dai pulpiti, il popolaccio di Roma, i barbari del Transtevere, i selvaggi della Sabinia, i bifolchi delle paludi Pontine, ciechi e feroci come i loro buffali, s’erano riuniti sulla via che l’ambasciatore doveva percorrere. Durante tre giorni si aspettò. Tutte le sere i preti ripetevano nei confessionari alle donne smarrite, che l’ambasciatore francese veniva nella città santa ad innalzare il vessillo di Satana. Le donne bruciavano cere, pregavano e urlavano, gli uomini digrignavano i denti ed affilavano i loro coltelli.
— Bravo popolo, mormorò la regina.
— In fine l’altro giorno, 13 gennaio, forti grida annunciarono l’avvicinarsi della carrozza; tutto il popolo si precipitò dalla parte, donde veniva. L’ambasciatore era in gran vestito repubblicano, abito azzurro, cintura tricolore annodata sull’abito, cappello a tre corni, pennacchio tricolore al cappello. Due amici, vestiti presso a poco alla stessa guisa erano nella stessa carrozza. A tal vista le grida scoppiarono, essi sembrarono sordi ed indifferenti, e continuarono il loro cammino. Le vie ed i cavalli della loro carrozza erano scomparsi; la si sarebbe detta una barca solcante flutti d’uomini. Capitarono così al palazzo del cardinal Zelada, entrarono e lo strinsero perchè riconoscesse i loro poteri. Egli, che aveva istruzioni positive dalla Sua Santità, rifiuta e dichiara che per la corte di Roma, la repubblica francese non esiste nè esisterà mai. L’ambasciatore saluta il cardinale, rimonta in carrozza e, sia per sostenere l’onore della Francia, sia per fare appello ai patriotti italiani, piantò un vessillo tricolore a fianco del cocchiere. A tal vista, come Vostra Maestà comprenderà, le grida raddoppiarono e le pietre cominciarono a piovere. Il cocchiere spaventato, spinge i cavalli al galoppo e dirige la carrozza nella corte di un banchiere francese. Per disgrazia o fortuna, secondo il modo di guardare la cosa, il tempo manca di rinchiudere la porta dietro la carrozza, il popolo si precipita, e nella baruffa, in fede mia non si sa come ciò sia avvenuto, Sua Eccellenza il cittadino Basseville ebbe il ventre aperto da un colpo di rasoio.
— E si conosce l’assassino? chiese vivamente la regina.
— Sì e no, rispose il cardinale. Sua Santità lo conosce, ma il governo di Sua Santità non lo conoscerà. Ora, voi comprenderete bene, il papa già compromesso per la guerra della Vandea, predicata da’ suoi emissari, e compromesso ancor più per la morte dell’ambasciatore francese, avrà il bel fare, come fece Pilato, lavarsi le mani del sangue di Basseville; ne resterà sempre qualche traccia sulla punta delle sue dita. La morte di Basseville è la guerra colla Francia. Io vengo, in nome di Sua Santità, a chiedere al re Ferdinando, se è in caso di sostenerla, ed in questo caso, sempre da parte di Sua Santità, mettere a disposizione del campione della chiesa i pochi talenti che, a questo riguardo, mi fornirono la natura e l’educazione.
La regina sorrise:
— Allora Vostra Eminenza appartiene, se non erro, alla Chiesa militante.
— E credetelo, signora, io sono della razza di Lavalette e di Richelieu. Nel medio evo avrei portato la corazza e la spada, e fatto la guerra ai Turchi od agli Ugonotti. Oggi sono pronto a fare la guerra ai Francesi, i quali sono pagani di una specie ben peggiore.
— Ebbene, signor cardinale, disse la regina, noi ci ingegneremo di darvi da lavorare: disgraziatamente la cosa non dipende da me sola.
— Lo so, riprese il cardinale, ma... egli mi guardò, ma se la signora vuol immischiarsene.
— Io, signor cardinale? e che volete voi che io faccia, Dio buono?
— Eh, signora! Pericle ha fatta la guerra di Sanne, di Megara, del Peloponneso per i consigli e l’influenza di Aspasia. Aspasia non era più bella di voi, e Pericle non aveva più influenza sugli affari della Grecia, che sir William Hamilton, per suo fratello di latte il re Giorgio, non ne ha sugli affari dell’Inghilterra, L’Inghilterra dichiari la guerra alla Francia e noi siamo salvi.
— Tu l’intendi, disse la regina, il cardinale parla in nome del nostro Santo Padre il Papa, ed il nostro Santo Padre il Papa è infallibile.
— Ebbene, sia, mia cara regina, risposi, e farò tutto ciò che potrò meglio. Ecco a proposito Pericle, che viene a porsi a nostra disposizione.
Di fatti sir William s’avanzava dalla nostra parte; e siccome era l’ora del pranzo, rientrammo nel castello; Sua Maestà invitò sir William a pranzo, ritenne il cardinale e, pranzando, facemmo i progetti più bellicosi del mondo.
Quando penso ora che io fui per qualche cosa, non fosse altro, per il valore di un grano di sabbia nella coppa che piegò dalla parte di una guerra che durò vent’anni e che non è forse estinta ancora, io mi spavento della respondenza che un grano di sabbia può avere davanti a Dio.