Chapter 7 of 14 · 2567 words · ~13 min read

VII.

La storia della nostra _Inglesina_ che continuerò a chiamare con questo nome, essendoci stata fatta da lei la raccomandazione di non pronunziare il suo vero nome, è semplicissima.

Il duca di Norfolk e lady Mary Duncan avevano conosciuto la sua famiglia e l’avevano collocata nel convento irlandese della via di _Bac_, ove prendeva delle lezioni da Sacchini maestro di musica della regina. Maravigliato dei progressi della sua alunna, ed avendola altresì intesa a parlare con grande purezza italiano e tedesco, l’autore dell’Edipo a Colono fece tanti elogi di questa giovinetta a Maria Antonietta, che desiderò di vederla. La principessa di Lamballe offerse allora alla regina di trovarsi incognita al momento in cui Sacchini dava la sua lezione, vi andò di fatti: e recatasi alla Tuilerie assicurò a Maria Antonietta che gli elogi dell’illustre maestro non erano punto esagerati. Due giorni dopo l’Inglesina fu accolta dalla regina, che calcolando i servizj che in gravi circostanze in cui si trovava poteva renderle una donna che parlava ad un tempo italiano, inglese e tedesco, si affezionò la giovinetta più colla dolcezza dei modi che per la speranza di ricompense, poichè a quell’epoca la regina non avrebbe nemmeno osato di promettere per tema di non poter mantenere.

L’Inglesina ci raccontò come aveva ricevuto dalla regina di Francia la missione che ora compiva presso la regina di Napoli. Era partita dalla Francia con due lettere; una per Maria Carolina e che le aveva già consegnata, l’altra per la duchessa di Parma: trovandosi questa città sulla via di Napoli, la lettera per la duchessa doveva essere consegnata per la prima.

L’Inglesina arrivando a Parma, aveva saputo che la duchessa era a Colorno, in villa.

Essa partì per Colorno, e arrivò nel momento in cui la duchessa stava per uscire a cavallo; fece un segno al domestico che si avvicinò alla sua carrozza, e lo pregò di avvertire la duchessa del suo arrivo; il domestico andò dalla duchessa e le annunziò che una giovine donna arrivata da Parigi chiedeva di parlarle, per darle una lettera che non poteva consegnare che personalmente alla duchessa.

L’Inglesina seguendo collo sguardo il domestico che era diventato suo intermediario, aveva veduto che a quelle parole «una giovane arrivata da Parigi» la duchessa aveva fatto un moto involontario di sorpresa, e si era turbata; ma non appena si accorse della sua presenza, la duchessa ripetè in lingua tedesca, per non essere intesa nè dai Francesi nè dagli Italiani che erano con lei, ciò che le aveva fatto dire dal domestico, vale a dire che era incaricata dalla regina Maria Antonietta di portare una lettera, che non poteva consegnare che a lei sola.

La duchessa aveva tosto invitata l’Inglesina a scendere di carrozza, la fece entrare a palazzo, la seguì e lesse la lettera, mentre la messaggiera prendeva qualche rinfresco.

Appena ebbe letta la prima riga, esclamò in lingua italiana:

— Mio Dio! tutto è perduto, è troppo tardi!

E continuando a leggere lasciava sfuggire queste esclamazioni:

— È inutile! assolutamente inutile! sono perduti!

Poi rivolgendosi verso l’Inglesina, soggiunse:

— Mi duole che non possiate trattenervi e prendere un po’ di riposo; se tornerete a Parma, sarò felice di vedervi.

Poi prese un fazzoletto ed asciugata una lagrima, disse:

— Le circostanze sono tali al giorno d’oggi che rispondere a questa lettera sarebbe un esporre me, mia sorella, e voi stessa.

Dopo di che rimontò a cavallo, augurò il buon viaggio all’Inglesina, e partì al galoppo.

L’Inglesina aveva continuato il suo viaggio trovando la duchessa di Parma un po’ fredda rispetto ai pericoli in cui trovava sua sorella; ma avendo premura d’arrivare a Napoli, si era posta di nuovo in viaggio senza riposarsi.

Dopo le delusioni venne la catastrofe. L’Inglesina viaggiava, come ho detto, in vettura di posta con un domestico sulla cassettina; questo domestico aveva sotto i piedi una cassetta ove la viaggiatrice aveva rinchiuso gli oggetti più preziosi e il denaro: volendo arrivare a Roma di giorno, essa l’aveva mandato per corriere a comandare i cavalli, e non trovandosi nessuno a custodire la cassetta, le fu involata fra Aqua-pendente e Monte Roso, di modo che la povera fanciulla, arrivando a Roma, si accorse che rimaneva abbastanza denaro per pagare la posta, ma non un soldo per continuare il suo viaggio a Napoli. Fortunatamente aveva una lettera di raccomandazione per la duchessa De-Paoli che abitava a Fontana di Trevi. Il giorno dopo del suo arrivo andò dalla duchessa e le consegnò la lettera raccontandole le sue sventure.

La duchessa le prestò un centinaio di ducati per continuare il viaggio; una volta a Napoli sapeva bene che non aveva bisogno di nulla.

La duchessa inoltre le aveva dato una lettera di raccomandazione, propriamente per.... per Sir William, e non conoscendo chi fossi, l’Inglesina mi chiese se conosceva l’ambasciatore d’Inghilterra, se era un uomo cortese, e se io poteva raccomandarla a lui. Per tutta risposta e con grande stupore dell’Inglesina, apersi la lettera diretta a sir William. La duchessa De-Paoli pregava sir William, di ordinare tutte le ricerche necessarie perchè la povera Inglesina ritrovasse la sua cassetta. Non sapendo se avrei veduto sir William prima della partenza del corriere dell’Imperatore che passava per Roma, e che doveva porsi in viaggio per la mattina seguente, presi la penna e scrissi al console inglese a Roma, per raccomandargli d’insistere presso tutte le autorità perchè fossero attivate tutte le indagini, non già come si fa d’ordinario, ma sul serio: gl’indicai i due postiglioni come quelli che bisognava arrestare pei primi: l’Inglesina mi aveva detto che quei due le erano stati indicati come ladri di professione. Terminata la lettera la diedi a leggere all’Inglesina, che comprese tutto il mistero della mia indiscrezione, vedendo la mia lettera firmata, Lady Hamilton. Nello stesso tempo mi tolsi dal dito un bel brillante, pregandola di accettarlo in ricordo del modo originale con cui avevamo fatto conoscenza.

Eravamo ancor insieme quando la regina entrò ed ebbe la bontà d’informarsi dall’Inglesina se mi fossi presa cura di lei; l’Inglesina rispose prendendomi vivamente la mano e baciandola prima che avessi avuto il tempo di oppormi.

La regina l’interrogò ancora, ed in modo che provava di mostrare un interesse ben diverso da quello della duchessa di Parma, riguardo agli avvenimenti di Francia ed ai pericoli in cui si trovava sua sorella; poi vedendo che la povera Inglesina, malgrado tutto il rispetto che le ispirava la presenza di Sua Maestà, dormiva in piedi, la mandò a riposarsi; ma alla porta si urtò quasi col generale Acton, il quale chiamato soltanto pel giorno seguente, sapendo che si trattava di un messaggiero o piuttosto di una messaggiera che giungeva dalla Francia, accorse per far prova di zelo e per mettersi a disposizione della regina.

— Perdono, signora, disse il generale, mi voleva far annunziare quando la signorina aperse la porta e mi trovai in faccia a Vostra Maestà.

— Venite, generale, disse la regina, non c’è bisogno di etichetta in momenti come questi: sapete che cosa è accaduto? sapete che mia sorella e suo marito sono prigionieri alla Tuilerie? Luigi XVI si trova nella stessa precisa condizione di Carlo II d’Inghilterra, e lo decapiteranno come lui, e la mia povera sorella l’assassineranno.

— Oh! signora, disse il generale, credete che si esagera.

— Venite, Inglesina, venite, esclamò la regina, e ditegli come vanno le cose; mi fanno venir la rabbia con quel loro sangue freddo: aspetteranno che il re Luigi XVI abbia tagliata la testa per decidersi a snudare la spada per lui.

— Quand’è che avete lasciato Parigi? chiese il generale.

— Eh! mio Dio! Signore, disse la regina, quando tutto era perduto.

— Di grazia lasciate parlare la signorina, disse il generale, e vedrete che non è perduto tutto; abbiate un po’ di pazienza.

— Pazienza! disse la regina; dopo la presa di Bastiglia, vale a dire da due anni, non sento dire altra cosa.

Poi lasciandosi cadere su di una poltrona, e rivolgendosi all’Inglesina che si era rianimata dietro questa emozione della regina:

— Raccontategli tutto, disse, e quando saprà ciò che so io, vedremo se oserà ancora dire: — pazienza.

Mano mano che l’Inglesina parlava, la regina faceva dei movimenti di testa, ripetendo: ebbene? ebbene? ebbene? — e quando ebbe finito:

— Ho ricevuto una lettera da mio fratello l’Imperatore, disse: egli mi avvisa che al 27 d’agosto deve avere una conferenza a Pilnitz col re Federico Guglielmo. Scrivetegli in nome del re Ferdinando, che noi da questo momento aderiamo a quanto sarà per fare, e che può contare su venticinque mila uomini e venticinque milioni.

Il generale sorrise.

— Per gli uomini forse, disse egli, ma pel denaro è tutt’altra cosa, le casse sono a secco, e voi lo sapete, Signora.

— Si riempiranno, dovessi vendere perciò i diamanti della corona; d’altronde se voi non gli scrivete ciò in nome di Ferdinando, gli scriverò io nel mio, anzi gli debbo già avere scritto, ecco qui la lettera.

— Vostra Maestà sa, disse facendo in un inchino il generale Acton, che io non sono mai d’altro avviso che del vostro; ma farò osservare a Vostra Maestà che la signorina, — accennando all’Inglesina, — ha l’aspetto di essere ammalata, tanto è spossata.

— Oh! lo sono meno pel viaggio che pel dispiacere, rispose l’Inglesina, pensando alle sventure che minacciano gl’illustri personaggi che ho lasciato da sì poco tempo.

— Non importa, disse la regina, andate nella vostra camera, mettetevi a letto e dormite ventiquattr’ore se potete.

Difatti la povera Inglesina era più ammalata di quello che non credeva ella stessa, o di quello che non voleva confessare: nella notte fu presa da una febbre violenta, e fu obbligata di stare a letto per otto giorni.

Durante quella settimana la regina non mancò un sol giorno di farle visita nella sua camera, e di chiedere le sue notizie.

È inutile dire che malgrado tutte le ricerche che noi facemmo fare, sir William ed io, la cassetta dell’Inglesina non si ritrovò. Ci fu detto solamente che uno dei due postiglioni era un figlioccio di un cardinale, cosa che gli permetteva di accoppiare il mestiere di ladro con quello di postiglione.

Dopo otto giorni di riposo, e perfettamente guarita, l’Inglesina ripartì per la Francia, con una lettera in cifre della regina di Napoli per la regina Maria Antonietta.

Il giorno 27 di agosto, l’imperatore Leopoldo ebbe a Pilnitz col re Federico Guglielmo la conferenza promessa. I due testimonii che vi assistevano bastavano solo per indicarne lo scopo; uno era il signor de Bouillé, che aveva dianzi dato al re una prova così grande di devozione a Varenne, cercando fino all’ultimo momento di toglierlo dalle mani del popolo; l’altro era il signor Calonne, quel bel ministro della guerra inventato da madame di Staël che ebbe per un istante la speranza di far passare il suo genio in quella testa sventata: mistero che i discorsi della corte avevano reso molto trasparente, avviluppando la nascita di questo bel gentiluomo, che era nientemeno, dicevasi, che il frutto d’incesto fra Luigi XV e madama Adelaide, che allora era a Roma, e che due anni dopo ei doveva vedere colle due sorelle a Palermo.

Intanto le notizie di Francia si fecero migliori: l’assemblea nazionale aveva terminato l’atto costituzionale, che fu poi conosciuto più tardi, sotto il nome di costituzione del 91: il giorno 14 settembre il re si era recato alla costituente, ed aveva prestato il giuramento alla costituzione, promettendo di mantenerla con tutti i poteri che gli erano delegati.

Subito dopo, come se l’assemblea non avesse atteso che quest’atto solenne per riconciliare la nazione col re, si restituì a Luigi XVI la facoltà di dare tutti gli ordini che credesse convenienti per la sicurezza e la dignità della sua persona, si levarono i suggelli dagli appartamenti, e tanto il giardino quanto il palazzo della Tuilerie furono aperti al pubblico.

Ma i preparativi di guerra non proseguivano meno in attività da parte del re di Prussia, dell’imperatore Leopoldo e del re Ferdinando, quando ad un tratto tre notizie delle più inaspettate si succedettero alla Corte di Napoli, cioè che l’imperatore Leopoldo era morto al 1 di marzo, che Gustavo III di Svezia era stato assassinato il 16 dello stesso mese, e finalmente che la Francia aveva dichiarato la guerra a Francesco I re di Ungheria e di Boemia il 20 aprile.

Non saprei dire se nello stato d’animo della regina, la morte di suo fratello Leopoldo le fosse stata molto spiacente; malgrado il trattato di Pilnitz, malgrado i preparativi esterni di guerra, si diceva in segreto che vi era accordo fra il ministro francese Delessare ed il gabinetto di Vienna per mantenere la pace: nella sua qualità di filosofo, Leopoldo non amava la guerra, e d’altra parte non era pronto a farla.

L’imperatore Francesco I, nipote della regina che succedeva a suo padre, caratterizzava invece perfettamente la controrivoluzione, ed era l’uomo fatto per Maria Carolina.

Era un tedesco nato a Firenze, e per conseguenza falso italiano e falso tedesco, ma partecipe delle due nature: la regina di Napoli credeva di poter prendere una facile influenza su quella mente limitata e su quel carattere debole e violento. Quando lo vidi dieci anni dopo, era un uomo ancor giovane, e supponendo tuttavia che fosse un uomo non una statua, camminava stecchito come sulle molle, simile allo spettro di Banco. Aveva un viso o piuttosto la maschera fresca e rosa, e di una fissità spaventosa. Sir William diceva di lui:

Ecco un uomo che non avrà mai dei rimorsi; costui commette dei delitti con coscienza.

La controrivoluzione aveva dunque guadagnato tutto colla morte di Leopoldo, poichè ad un imperatore filosofo, succedeva un imperatore bacchettone ed ipocrita, e la prova non tardò guari a mostrarsi con grande soddisfazione di Maria Carolina. Subito dopo la morte dell’imperatore Leopoldo, l’ambasciatore di Francia a Vienna, signor di Noaille, fu quasi prigioniero nel suo palazzo. In quanto alla Prussia se ne stava sicura; era sotto la sua protezione che gli emigrati si davano faccende, ed in una udienza pubblica il re Federico Guglielmo avea voltato le spalle al signor di Segur ambasciatore di Luigi XVI o piuttosto dell’assemblea nazionale, ed avea chiesto ad alta voce all’inviato di Coblenza, vale a dire dei principi, come stava il conte d’Artois.

In quanto all’assassinio di Gustavo, era certamente un gran delitto, ma non era una grande sventura per la causa del re; però, benchè a torto si fosse creduto da principio che egli fosse stato assassinato dai rivoluzionari, cosa falsissima, lo si metteva a carico dei nostri nemici. È vero che lo si designava come il futuro generale in capo della rivoluzione; ma questo generale in capo era forse assai terribile? d’altronde lo si notava come uno che odiava la Francia, come un amante che odia l’amante infedele, e la sua grande preoccupazione, morendo, era di sapere cosa direbbe la Francia della sua morte.

— Che ne diranno, Brissot? mormorò spirando.

In quanto alla dichiarazione di guerra della Francia all’Austria, siccome era evidente che non era il re che dichiarava questa guerra, ma il ministro girondino, e che d’altronde non era dichiarata che dietro un ultimatum dell’imperatore Francesco, impossibile ad accettarsi dalla Francia, e siccome questa guerra soddisfaceva ai desiderj della regina, questa notizia fu ricevuta più come buona, anzichè come cattiva.

Il doppio lutto che si portò a Napoli per la morte dell’imperatore e per l’assassinio del re di Svezia, fu dunque a mio avviso, più un lutto di corte che di cuore.