Chapter 14 of 14 · 2036 words · ~10 min read

XIV.

Poco prima dell’arrivo del capitano Nelson a Napoli, andai dalla regina forse prima dell’ora consueta: mi rispose, con mio grande stupore, che la regina si era ritirata ed aveva proibito di lasciar entrare chicchessia senza suo permesso.

Mi disponeva ad andarmene, sapendo che vi era sempre eccezione per me, e maravigliata perchè questa eccezione non fosse mantenuta in quel giorno come negli altri, quando intesi chiamare nella stanza della regina.

Si accorse al rumore del campanello, e dalla porta si dimandava: — Che vuole Vostra Maestà?

— Chiamatemi Luigi Custode, rispose la regina.

Volendo sapere subito perchè anch’io era stata consegnata alla porta del suo appartamento al pari degli altri:

— Sono qui Maestà, diss’io.

— Emma! esclamò la regina, ed aprendo interamente la porta: veggo bene che sei là, disse ridendo, e perchè vi sei?

— Ma, risposi, perchè Vostra Maestà ha interdetto l’ingresso a _chicchessia_.

— Ma tu sei forse compresa nel _chicchessia_? tu Emma, vale a dire, la mia amica, la sola donna per cui non abbia segreti! vuoi dunque venire? e mi chiamò con un segno di testa e colla voce.

Io la seguii.

Nella camera da letto, su di un vasto canapè situato rimpetto a lei vi era una quantità di carte, che simili ad una cascata, rotolavano dal divano sul pavimento.

— Oh! mio Dio! esclamai. Vostra Maestà non sarà condannata, lo spero, a leggere tutte queste carte.

— No, ma le ho lette senz’essere condannata.

— Ciò non mi maraviglia allora, perchè Vostra Maestà è pallida e abbattuta questa mattina.

— Lo credo, non ho dormito questa notte.

— Che ha dunque fatto Vostra Maestà?

— Ho letto tutte queste carte che tu vedi dalla prima fino all’ultima.

— E con che scopo, mio Dio?

— Guarda a chi sono dirette queste carte.

E mi mostrò un indirizzo di lettera.

— Al cittadino Mackau — ambasciatore della Repubblica francese — Napoli.

Io guardava la regina.

— Come! le chiesi con istupore, il cittadino Mackau comunica a V. M. le lettere che riceve dal suo governo!

— Che ingenuità primitiva! disse la regina. In questo momento s’intese una voce dalla porta che diceva:

— Ecco l’uomo che V. M. ha fatto chiamare.

La regina andò in persona alla porta, girò la chiave con cui aveva chiusa la porta ed aperse.

Apparve un uomo che poteva appartenere alla classe dei domestici, il quale, scorgendo la regina, fece un inchino fino a terra.

— Siete ben sicuro, gli disse, che qui vi sono tutte le carte dell’ambasciata francese?

— Tutte senza eccezione, Maestà; fin quelle che erano nel cassetto dell’ambasciatore.

— Non menti, eh?

— Vostra Maestà lo vedrà alle grida che farà l’ambasciatore, quando si accorgerà di essere stato rubato.

— Ti ho fatto promettere due mila ducati per questo furto.

— Sì, Maestà, ne ho già ricevuto mille in conto.

— Benchè le carte non siano tali quali io sperava, ecco gli altri mille.

— Grazie, Maestà; ma non è tutto quello che mi venne promesso.

— Che ti hanno promesso ancora?

— Siccome sono io solo che entro nel gabinetto del cittadino ambasciatore, i sospetti cadranno su di me pel primo e sarò certamente arrestato.

— Che t’importa, se i giudici non ti condanneranno?

— Dovrò sempre star qualche mese in prigione.

— Che t’importa se ricevi cento ducati per ogni mese di prigione che farai?

— Difatti, ciò è sempre un compenso; in questo caso confido nella bontà della regina.

— Lasciati arrestare, nega sfrontatamente ogni prova che si accumulerà contro di te, non comprometterci senza alcun pretesto e sta tranquillo.

— Il ladro, — perchè, si è veduto, era bene un ladro, — mise la sua borsa in tasca.

— Come! disse la regina, non li conti nemmeno?

— Oh! Dopo vostra Maestà...

— Va bene, sarai ricompensato della tua confidenza, vattene.

L’uomo fece di nuovo un inchino fino a terra ed uscì.

— Ebbene? mi dimandò la regina, comprendi ora?

— No, perchè non posso persuadermi che V. M. abbia fatto prendere le carte dell’ambasciatore francese da quest’uomo.

— È però la più semplice e pura verità.

Confesso che ne rimasi spaventata; mi pareva che un furto stato eseguito per ordine di una regina fosse sempre un furto.

La regina indovinò il mio pensiero.

— Io credeva di trovare in queste carte delle prove di connivenza fra i giacobini di Napoli con quelli di Parigi, disse ella, ma mi sono ingannata; però vi ho trovato altre cose non meno importanti.

— Che cosa ha dunque trovato Vostra Maestà?

— Aspetta, mi disse, mi pare di riconoscere il passo del re; sì, è lui; che viene a fare da me a quest’ora?

In quel momento si udì a battere assai rozzamente alla porta della regina.

— Quando ti diceva che era lui, disse, cercando di nascondere le carte sotto di lei e sotto le pieghe del suo abito.

Il re aveva un’espressione d’inquietudine.

— Ah! mio Dio! disse la regina ridendo, che avete, signore, che cosa avete con quella faccia spaventata?

— Voi non sapete che cosa è avvenuto questa notte?

— No, ma quando me l’avrete detto lo saprò.

— Lasciatemi prima da cavaliere galante baciare la mano a milady, e chiederle notizie di sir William.

Porsi la mano al re, che come egli disse baciò galantemente.

— Sir William sta a meraviglia, gli risposi, e sarà felicissimo del ricordo di Sua Maestà.

— Ora, disse la regina, che avete fatto i vostri doveri, ditemi questa cosa così terribile che è avvenuta questa notte.

— Ebbene, questa notte hanno involato le carte dell’ambasciata francese.

— Oh!

— Questa mattina il cancelliere è venuto da parte del cittadino Mackau, per portare querela al generale Acton.

— Veramente!

— E la querela è scritta in modo, che pare che si sospetti che qualcuno della corte di Napoli abbia fatto il colpo.

— Allora è più intelligente di quanto credeva.

— Chi?

— Il cittadino Mackau.

— Come, signora, voi avete cognizione di questo furto?

— Ne ho inteso a parlare, sì.

— E sapete dove sono le carte?

— Press’a poco.

— Ma dove sono dunque?

— Volete saperlo?

— Senza dubbio, non foss’altro che per rispondere a’ reclami del cittadino ambasciatore.

— Ebbene, eccole, disse la regina alzandosi; scoprendo le carte, sulle quali era seduta, e quelle che copriva col suo abito.

— Mio Dio! disse il re facendosi pallido.

— Emma, Emma, disse la regina ridendo, porgete un seggiolone a Sua Maestà, egli si sente male.

Mi aveva preso come alla regina una tal volontà di ridere, e porsi un seggiolone al re in cui si lasciò cadere di botto.

— Ma, signora, disse il re, si saprà che siamo noi che abbiamo sottratto le carte, e la sottrazione di queste carte è la guerra colla Francia.

— Prima di tutto, disse la regina, non siamo noi che abbiamo sottratto queste carte, sono io che le ho sottratte, e poi non si saprà mai che sono stata io, e poi avremo egualmente anche senza di ciò la guerra colla Francia. La sottrazione delle carte non muta la questione.

— E perchè avremmo avuto la guerra colla Francia?

— Semplicemente perchè il cittadino Mackau ha degli occhi, che ha veduto i nostri armamenti, che ha numerato gli uomini e le navi che noi abbiamo inviato a Tolone, che la Francia è prevenuta di tutto ed a quest’ora essa non ignora che abbiamo a Tolone quattromila uomini e quattro vascelli.

— Non importa, noi non possiamo rifiutare all’ambasciatore la soddisfazione che dimanda.

— E quale soddisfazione dimanda?

— La procedura del furto, nel caso che il ladro fosse un napolitano.

— E dategliela questa soddisfazione.

— Ma se il ladro confessa?

— Non confesserà.

— Se è condannato però?

— Egli non sarà condannato, perchè sarà giudicato da un tribunale napolitano.

— E, signora, disse il re, non fidatevi, il movimento del giorno è all’indipendenza.

— È ben ciò che voglio reprimere, signore, disse la regina, aggrottando le ciglia; se fa bisogno è bene dai tribunali che comincerei.

— Allora ciò spetta a voi.

— È affar mio.

— V’incaricate voi di quest’affare?

— Me ne incarico io.

— Andate dunque e fate a modo vostro; che importa a me di ciò che può succedere, purchè mi restino i miei boschi per andare a caccia ed il golfo per pescare?

— E San Leucio per riposarvi, soggiunse la regina con un sorriso sdegnoso.

— È forse Vostra Maestà chi mi farebbe l’onore di inquietarsi per San Leucio? chiese il re.

— E perchè inquietarmi di San Leucio, dal momento che questa interessante colonia ha per capo un uomo del merito del cardinale Ruffo? Se egli fosse tesoriere invece di essere ispettore non avrei forse la stessa tranquillità.

— Siete in collera con questo povero cardinale; vi assicuro però che è un uomo che ci è divotissimo.

— Che vi è divotissimo, volete dire.

— Eh! Dio buono! disse ridendo il re, noi non facciamo _uno?_

— Oh! no, signore, e me ne vanto.

— Voi mi trattate molto male questa mattina, signora.

— Vi tratto forse alla sera meglio del mattino?

— Che volete che ne pensi di me Lady Hamilton?

— Le opinioni di Lady Hamilton sono modellate sulle mie.

— Vale a dire, riprese il re ridendo, che Lady Hamilton mi fa come voi l’onore di detestarmi.

— Oh! disse la regina, Vostra Maestà sa bene che è un altro sentimento che quello dell’odio che ho per essa.

— Andiamo, vedo bene che questa mattina non avrò quest’ultimo per voi.

— Siete venuto per questo?

— No, signora, io era venuto per vedervi e per dirvi la notizia del mattino.

— Ebbene, io di ricambio vi dirò quelle del giorno. Abbiamo deciso il signor Acton ed io, che due vascelli e tre mila uomini di rinforzo sarebbero inviati alla flotta anglo-ispana, comandati dai generali De-Gambs e Pignatelli. Vi lascio l’onore dell’iniziativa, se volete prenderlo oggi al Consiglio. Sollecitate solamente il loro invio; il capitano Nelson reclama a tutta possa questo rinforzo.

— Mediante quest’attività ritornerò in grazia presso di voi?

— Voi non ne siete mai uscito, signore, disse la regina con un sorriso mezzo grazioso e mezzo sarcastico.

Il re avvicinò ad essa, le prese la mano e la baciò, mentr’essa lo guardava con una espressione indescrivibile.

— Allora, signora, voi siete _decisamente decisa_ per la guerra?

— Decisamente decisa, signore, e tanto più decisamente decisa che noi non possiamo fare altrimenti.

— Andiamo dunque, signora, sia la guerra, e vedrete che quando sarà venuto il momento di tirare la spada dal fodero, farò il mio dovere quanto un altro.

— Ciò vi tornerà molto più facile, signore: quando il re Carlo III vostro padre lasciò Napoli, egli vi lasciò la spada con cui Filippo V conquistò la Spagna, ed egli il regno di Napoli. Però questa spada non ha veduto più la luce dopo la battaglia di Velletri, ed in quarantatre anni avvengono tante cose fra un fodero ed una lama.

— Certamente, mia cara maestra, disse il re scuotendo la testa, voi avete troppo spirito per me e vi lascio il posto.

E dopo averci salutate tutt’e due se ne andò.

— Ora, disse la regina, aspettando che il nostro caro sposo diventi un Alessandro od un Cesare, abbruciamo le carte inutili, e conserviamo quelle che sono utili da conservarsi.

Ci mettemmo all’opera: debbo dire da parte mia senz’alcuna obbiezione che quel carattere deciso della regina mi trascinava nella sua volontà, come l’astro trascina il satellite nel suo cammino.

Ciò che ho raccontato ora avvenne otto o dieci giorni prima dell’arrivo del capitano Nelson, al quale è d’uopo ritornare.

FINE DEL VOLUME QUARTO.

NOTE:

[1] Piccola città rinomata pei suoi piedi di porco.

[2] Toltane qualche eccezione, lady Hamilton parlando nelle sue memorie di Nelson, lo chiama semplicemente Mylord.

[3] Non si dimentichi che è Emma Lyonna che parla, e per conseguenza parla dal punto di vista del partito realista, poichè altrimenti noi avremmo detto: avrebbe salvato tutto.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.