IX.
Confesso che era rimasta come di sasso. Sapeva bene che il re di Napoli era poco curante della sua propria dignità, ma non credevo poi che spingesse sino a quel punto l’obblio di sè stesso; e stava guardando la regina.
— Andrete voi, signora? dimandai io.
— Eh! sicuramente che ci vado, rispose, e ci verrai anche tu con me?
— Ma signora, con qual titolo?
— Tu ci verrai, disse la regina con impazienza: voglio che tu possa raccontare a sir William come sono andate le cose, e dirgli qual è l’uomo del re, o della regina.
Non aveva nulla da rispondere, non era un invito che riceveva, ma un ordine: seguii la regina, e cinque minuti dopo noi entrammo in consiglio. Questo consiglio si componeva del generale Acton, di Carlo De Marco, di Ferdinando Corradini, di Saverio Simonetti, e del nuovo reggente della Vicaria Luigi Medici. Il re presiedeva come di solito questo consiglio, ma si sa bene in che modo, venendo e andando. Un solo fatto ci darà una idea dell’amore del re per questa occupazione: egli aveva proibito che sul tavolo, in giro al quale si erano disposti, vi fossero penne e calamai, temendo che la _smania di scrivere_ non trascinasse qualche membro del consiglio a prolungare la seduta.
Il re aveva ben calcolato il tempo che il capitano Caracciolo doveva impiegare per ritornare dalla nave ammiraglia francese; non appena la regina aveva preso il suo posto in faccia al re, ed io mi era seduta in un angolo, la porta si aperse e si annunciò il messaggiero.
Era la prima volta che vedeva l’uomo, alla cui morte doveva prender parte sett’anni dopo; era un uomo di quarant’anni, cogli occhi neri e di tratti molto marcati, aveva qualche cosa di aspro e di dominatore, che dimostrava in lui il patrizio d’origine; difatti egli era principe o piuttosto _dei_ principi Caracciolo, che prese gran parte nelle guerre civili di Napoli, di cui uno, Sergiani, amante della regina Giovanna II, fu assassinato in Castel Capuano, per vendetta dello schiaffo che aveva osato di dare, in un momento d’ira, alla sua reale amante.
Egli entrò, si guardò intorno, e parve sorpreso nel vedere due donne, di cui una straniera, assistere al consiglio; salutò profondamente, e stette ritto.
— Ebbene? dimandò Ferdinando con impazienza
— Il re mi ordina di parlare? chiese Caracciolo.
— Hai forse bisogno di un ordine, per dare una risposta al re?
— Il re era solo quando mi ha mandato....
— Sì, disse la regina, e il re non è più solo, ma voi dovete conoscere, mi pare, le persone innanzi alle quali siete stato ammesso.
— Ho l’onore di conoscere le Loro Maestà e le Loro Eccellenze, rispose Caracciolo con una voce ferma; ma non ho l’onore di conoscere la signora.
— La signora è mia amica intima, disse la regina.
— Ciò è un titolo al nostro rispetto, signora, rispose il principe facendo un inchino; ma trattandosi ora di affari di Stato....
— Generale, volete ordinare al capitano Caracciolo di parlare? disse la regina al ministro Acton; il vostro ordine avrà forse su di lui maggior potere dell’invito del re e del mio.
— Vediamo, parla, disse il re.
— Sire, disse Caracciolo, l’uffiziale che comanda la flotta francese è l’ammiraglio Latouche Treville.
— E che vuol dire con questo ammiraglio Latouche Treville? dimandò il re.
— Un dei migliori marinai della marina francese, Sire; è quegli che nel 1781 sostenne insieme al capitano Lapeyrouse comandante l’Astrea, ed egli comandante dell’Ermione, un combattimento di cinque ore contro quattro fregate e due corvette inglesi, e malgrado la superiorità del numero ebbe gli onori della giornata.
— E che viene a fare qui?
— Ha rifiutato di dirmelo, Sire, ma ha detto che fra un’ora manderà il suo secondo, per darvi tutte le spiegazioni a questo riguardo.
— Ebbene, signori, disse il re, aspettiamo le spiegazioni del signor.... scusatemi, m’inganno, del cittadino Latouche-Treville.
— Temo, Maestà, disse il generale Acton, che noi siamo minacciati da una scena simile a quella che venne a fare innanzi al porto di Napoli l’ammiraglio Martin al principio del regno dell’augusto padre di Sua Maestà, quando venne in nome dell’Inghilterra e dell’Austria a significare al governo che dovesse serbare la neutralità nella guerra d’Italia.
— Sì, sì, disse Ferdinando: l’uffiziale incaricato di parlare in nome del Commodoro fu anche molto insolente, trasse dalla sua tasca l’oriuolo e lo regolò colla pendola, ed è lo stesso anche oggi; e diede due ore al re per segnare un trattato di neutralità, e di spedire l’ordine a Montemar di ritornare nel regno colle sue truppe.
— E che fece il re vostro padre? dimandò la regina.
— Per Dio, rispose Ferdinando, fece ciò che esigeva l’Inghilterra.
— Ma perchè a quell’epoca, esclamò Caracciolo senza accorgersi che non era stato interrogato, perchè a quell’epoca, Sire, la città era senza difesa, senza guarnigione, senza provvigioni, senza difensori, perchè la corte non era militare, perchè i ministri erano uomini timidi, mentre al giorno d’oggi...
— Taci, disse il re, non si chiede ora il tuo avviso.
— Parlate invece, disse la regina, noi vogliamo essere informati....
Poi volgendosi verso il re.
— Voi permettete, non è vero, Sire.
— Voi vedete bene che io permetto tutto, rispose Ferdinando, ciò che non impedisce che si faccia la mia volontà.
E si alzò ed uscì.
— Dicevate, signore, riprese la regina, volgendosi a Caracciolo.
— Mentre al giorno d’oggi....
— Mentre al giorno d’oggi, riprese il capitano Caracciolo, la città è abbondevolmente fornita di cannoni, di uomini, di armi e di munizioni; con un fuoco ben diretto dal castel dell’Uovo, e dal castel Nuovo si terrà la flotta francese fuori della portata della bomba.
— Il re pretende che la polvere non valga nulla, disse la regina.
— Ebbene signora, disse Caracciolo, si anderà all’abbordaggio; mi si lasci prendere trecento barche nel porto, ed io anderò alla lor testa ad attaccare la nave ammiraglia.
Il re rientrò, ed udendo le ultime parole di Caracciolo, alzò le spalle.
— Chieggo perdono a Vostra Maestà, disse Caracciolo, ma i corsari barbereschi ed i corsari maltesi non fanno altrimenti?
— Signore, disse la regina, in nome del cielo date ascolto a ciò che dice il capitano, si tratta qui dell’onore della vostra corona.
— Più ancora, signora, disse Caracciolo, rivolgendosi alla regina, che egli vedeva venire dalla sua parte, noi siamo in una stagione in cui il porto di Napoli non si può tenere: dalle cognizioni che ho del nostro clima, continuò il principe interrogando il cielo cogli occhi, mi farei mallevadore, che non scorreranno ventiquattr’ore, senza che qualche colpo di vento non obblighi la flotta francese a prendere il largo. S. E. il signor ministro della guerra, che è della marina, può affermare che dico la verità.
— Rispondete, generale, disse la regina.
— Difatti, disse il ministro, vi ha molto del vero in ciò che dice il signor Caracciolo; ma ora siamo presi alle strette.
— No, generale, rispose il capitano, perchè alla vista della prima vela, ho già tutto disposto sulla mia corvetta, come se fossi sicuro che quella vela fosse nemica, e sono sicuro che i miei colleghi di stazione nel porto hanno fatto altrettanto.
— Ebbene, Sire, chiese la regina a Ferdinando, che tenendosi un ginocchio sull’altro agitava la gamba, che ne dite voi?
— Lo vedete, signora, replicò il re, non dico nulla.
— E che fate allora?
— Aspetto.
Nel momento in cui il re pronunziava questa parola, s’intese un primo colpo di cannone, poi un altro.
— Ah! esclamò la regina alzandosi e correndo alla finestra, mi sembra che il castel dell’Uovo abbia fatto fuoco.
— Sì, o signora, disse Caracciolo, ma a polvere; il forte dell’Uovo saluta l’inviato del signor Latouche Treville; ecco là che gli risponde il castel Nuovo.
Difatti i colpi si succedevano con una regolarità, e si poterono contare i ventun colpi, che sono il saluto usuale fra le potenze amiche.
— Non ho più nulla da far qui, signora, disse Caracciolo, volgendosi alla regina. Vostra Maestà vuol permettere che mi ritiri? Fate pure, disse la regina: ed anch’io mi ritiro nello stesso tempo di voi: vieni, Emma.
La regina mi fece un segno, ed io obbedii: Caracciolo si ritirò per lasciarci passare, salutò profondamente e rispettosamente la regina, ma stette ritto al mio passaggio, con uno sguardo così sdegnoso, che il rossore della vergogna mi salì fino alla fronte.
Era il secondo insulto che mi faceva in quel giorno.
La regina camminava lestamente e senza rivolgersi nemmeno per vedere se io la seguiva; arrivata alla porta della sua camera, vi entrò di furia, si lasciò cadere su di un canapè, e mettendosi le mani nei capelli:
— Ebbene, disse, l’hai tu veduto? mio cognato Luigi XVI è un leone in paragone di quest’uomo: oh! quante vergogne ci restano ancora da sopportare, mia povera Emma, se il tuo governo non viene punto in nostro soccorso.
— Signora, risposi, io non sono che una povera donna, assai straniera alla politica, ma mi sembra che in ciò vi sia tanta colpa nei ministri come nel re.
— Che vuoi tu? tutti questi uomini non sono dei ministri, sono servitori; ah! mio povero Giuseppe, se tu eri là, non avresti lasciato insultare la tua regina. Senti, senti, le salve che ricominciano. La repubblica prende possesso della terra di Napoli: davvero che quel Caracciolo è un’anima vigorosa.
— Che Vostra Maestà mi permetta di avere per lui tutta l’ammirazione, ma non me ne chiegga per la simpatia; egli non si è mostrato per nulla gentile verso di me.
— Che vuoi tu, questi napolitani sono così bassi come i lazzaroni, ed orgogliosi come i baroni dell’impero: questi Caracciolo pretendono di risalire fino agli imperatori greci, sono altieri, ma almeno sono valorosi; l’hai tu veduto là: se gli si fosse detto di andare ad attaccare colla sua Minerva la nave ammiraglia, egli vi sarebbe andato come ad una festa: mi piacciono più gli uomini di quella tempra, che quelle canne che si piegano ad ogni soffio.
La regina si avvicinò alla finestra.
— Non avresti tu avuto il piacere, disse, a vedere un bel combattimento? Guarda con quale insolenza fanno sventolare la loro bandiera rivoluzionaria. Prendete questi colori, Sire, ha detto Lafayette nel dare la sua coccarda al re, essi faranno il giro del mondo. Spero bene che l’Inghilterra non permetterà che si compia questa predizione orgogliosa. Ma quando penso che vi è nell’altra parte di questo palazzo un francese, che viene a dettarci la legge in nome di un governo che tiene mia sorella in prigione, e che forse taglierà la testa a mio cognato, davvero io ne divento pazza per la rabbia.
In questo momento si sentì toccare alla porta.
Un usciere annunziò sir William Hamilton.
— Entri, entri, disse la regina.
Poi porgendogli la mano:
— Oh! arrivate in punto, gli disse, sapete ciò che succede?
— So ciò che si dice, ecco tutto; ma Vostra Maestà mi permetta d’informarmi prima dello stato della sua salute.
— Non si tratta già della mia salute, ma è della salute del regno che si è in pena; siamo molto ammalati, mio caro Hamilton, e se M. Pitt non viene ad aiutarci, temo che come hanno fatto il 20 giugno a mio cognato Luigi XVI, ci si metterà il berretto rosso fino alle orecchie.
— M. Pitt, signora, disse sir William, verrà in aiuto a Vostra Maestà, non ne dubitate; ma ha un sistema che non saprei approvare, perchè è contrario ai desiderj di Vostra Maestà. M. Pitt è un Whig divenuto tory, non dimenticatelo. Egli vuole che la Francia si metta da sè stessa al bando delle nazioni.
— Sì, vale a dire, che invece di salvare Luigi XVI, ciò che avrebbe fatto riunendosi alla coalizione, egli lo vendicherà quando i francesi gli avranno tagliato la testa; del resto io sono bene esigente di volere che un ministro di una nazione che ha decapitato Carlo I, se la prenda a male perchè una nazione vicina vuole imitare il suo esempio. Oh! se odiasse i francesi come me!
— Dirò a Vostra Maestà una cosa che le sembrerà impossibile, e che però è vera. M. Pitt odia i francesi più di V. M.
— Più di me?
— Sì, signora.
— Ci scommetterei.
— Oh! la scommessa è accettata da molto tempo, credetemi. Io conosco il padre di lord Chatane. Ho conosciuto il figlio, l’ho veduto fanciullo; egli è nato furioso, ammalato di una violenza innata; è una creatura trista, amara, aspra, accanita, contro tutto; al giorno d’oggi l’ha colla ruina della rivoluzione; ma sta aspettando il momento opportuno, Fox e Sheridan ai quali ho scritto, hanno fatto quant’era possibile per far sì che il governo intervenisse presso la convenzione; egli non l’ha voluto. È triste di doverlo dire, a Vostra Maestà specialmente, ma egli specula sull’orrore che l’avvenimento produrrà in Europa. M. Pitt ha riso due volte nella sua vita, signora, e due volte è disceso sino al punto di scherzare. La prima volta che ha riso, è stato quando ha udito la rivolta di S. Domingo, che i negri bruciavano tutto e scannavano tutti. Egli ha riso, ed ha detto: «I francesi potranno ora prendere il loro caffè alla caramella». La seconda volta che ha riso, è stato quando, or son quindici giorni, Fox e Sheridan spinti da me, gli hanno fatto osservare che se non interveniva, i francesi potrebbero spingere la follia sino ad uccidere il loro re; egli rise e disse. «In questo caso vi sarà un vuoto nella carta d’Europa».
— Ma è un mostro questo vostro Pitt, esclamò la regina.
— Io non ho nessuna opinione intorno a Pitt, di cui, o signora, ho l’onore di essere l’ambasciatore, disse ridendo sir William; ma so che ha avuto il talento di farsi adorare dalle tre Inghilterre.
— Come chiamate voi queste tre Inghilterre, sir William, l’Inghilterra, l’Irlanda e la Svezia?
— Oh! no, dalla vecchia Inghilterra, dall’Inghilterra feudale che dopo l’89 moriva di paura, credendo ad ogni bastimento che veniva dalla Francia di vedere sbarcare i diritti dell’uomo; dall’Inghilterra mercante, seduta sul mare come suo feudo, ed alla quale egli ha promesso la distruzione della marina francese; infine dall’Inghilterra oziosa, speculatrice e aggiotatrice. La Francia suddivide le proprietà fondiarie, gl’Inglesi suddividono le loro rendite. Ogni inglese ha il suo coupon, ed ogni mattina calcola quanto ha guadagnato nella notte, mentre la Francia s’invia al fallimento coll’emissione di due miliardi di assegnati. Quando il nostro 5 per cento, che era a 92 salì a 120, Pitt fu un grand’uomo; quando il 4 che era a 75 andò a 105, Pitt fu un eroe; ora finalmente che il 3 il quale era a 57 è a 97, Pitt è un Dio....
— Tristo Dio.
— Ahimè! voi lo sapete, signora, gli uomini diventano Dei secondo i loro amori ed i loro odii; gl’Indiani adorano una vacca, i Mongoli un lama, i Siamesi un elefante bianco; lasciateci dunque adorare il vitello d’oro, e la nostra religione è ancora la più sparsa.
In questo momento si udì a tuonare il cannone di nuovo, annunziando che il messaggiero del signor Latouche Treville ritornava nella lancia ammiraglia, e si venne a prevenire sir William che il re lo pregava di andare da lui.