II.
Si comprende che fra me e la regina si era parlato del principe Giuseppe Caramanico, allora vice re di Sicilia.
Egli era ministro del re ed amante della regina quando propose, nello scopo di creare una marina a Napoli, di chiamare dalla Toscana il capitano di fregata Giovanni Acton.
Perchè quest’uomo quasi ignoto, e che non aveva nessuna attitudine superiore, fu scelto dal principe Caramanico, che era un’intelligenza di primo ordine?
Tutto è fortuna e sventura a questo mondo. Nato a Besançon, da una famiglia irlandese, Giovanni Acton entrò nella marina francese, ove sopportò delle umiliazioni, che si dissero meritate, e lasciò la Francia, serbando contro di essa un livore, che poi diventò un odio accanito.
Egli fece partecipare a questo livore la regina Carolina, prima che avesse avuto i motivi troppo legittimi della morte di Luigi XVI e di Maria Antonietta. Si avrà un’idea di quest’odio di Acton contro la Francia da questo solo fatto: durante una carestia, in cui a Napoli si moriva letteralmente di fame, egli fece rifiutare, perchè veniva dalla Francia, un’imbarcazione di grano inviata da Luigi XVI.
Durante una spedizione contro i barbareschi, in cui egli comandava una fregata, fu il solo che spiegò una certa intelligenza: costeggiando la spiaggia aveva potuto sostenere le truppe in uno sbarco, aiutarle nel loro rimbarco; la voce di questo fatto era venuta fino alle orecchie del principe di Caramanico, il quale, compreso della gloria di un trono sul quale era assisa la donna che adorava, aveva proposto Acton al re; un segno di testa della regina l’aveva fatto accettare.
Ma come il Principe così pieno di lealtà, di eleganza e di devozione, fu rimpiazzato da un semplice uffiziale irlandese, brutale, mediocre, senza gioventù e senza bellezza, è uno di quei misteri che compie soltanto l’amore od il capriccio, ma che l’intelligenza non spiega mai.
Il fatto inesplicabile avvenne pertanto. Giovanni Acton succedette al principe di Caramanico, che fu inviato o piuttosto esiliato a Londra col titolo di ambasciatore, e che dopo due o tre anni ritornò in Sicilia con quello di vicerè.
Egli si trovava a Palermo quando la regina mi fece la confidenza di quanto ho riportato.
Si vede che il signor Giovanni Acton non aveva indovinato il tempo di venire in quel momento a battere alla porta della regina.
Però, come se questa interruzione avesse bastato a mutare il corso delle sue idee, chiuse la piccola cassetta, la ripose nel tiratoio, e alzò la tavoletta dello stipo che lo dissimulava. Si fermò davanti ad uno specchio, si aggiustò leggermente l’acconciatura, e con un accento d’indifferenza e di leggerezza affettata:
— Andiamo a passeggiare, disse, tirando con violenza il cordone del campanello.
Un momento dopo si udì a toccare alla porta.
— Entrate, disse la regina, gettandosi il suo sciallo sulle spalle.
— Vostra Maestà, dimentica che ha chiuso la porta di dentro.
— È vero; aprite Emma.
Io apersi.
La regina si diede uno sguardo sulle spalle.
— Ah! sei tu, San Marco, disse: questa sera ceneremo fra noi donne, tu, la San Clemente, Emma ed io; s’illuminerà il gabinetto rosa e la sala piccola; si preveranno i nostri abituati Rocca Romana, il vecchio Gatti, Moliterno, Pignatello, ma non voglio dei noiosi e sermonatori, nessun diplomatico. Termoli se viene sarà il ben venuto.
Bisogna invitarlo? chiese la marchesa di San Marco.
— Ah! no, no; lasciamo qualche cosa all’avventura.
Poi volgendosi a me:
— È il figlio di San Nicandro, disse, di quell’idiota che ha fatto l’educazione del re. Ha tale vergogna pel modo con cui è riescito suo padre, che ha preso il nome di Termoli, uno del suoi feudi. È da uomo di spirito. Così ho deciso che la colpa dei padri non ricadrebbe sui figli, e gli ho perdonato. Ma Lemberg senza alcun pretesto, non voglio sapienti. In tutti i paesi del mondo i dotti sono noiosi; in Italia poi sono insopportabili. Hai ben compreso, San Marco? disse volgendosi a lei, in tutto dieci o dodici persone al più, _dei miei_; poi conducendomi per lo scalone:
— Vi sono _i miei e quelli del re_, è vero che quelli là non sono molti.
Scendemmo, un calesse a due cavalli ci attendeva in corte, senz’altra distinzione che un F ed un B con sovrapposta una corona chiusa; il cocchiere era in piccola livrea.
La regina ed io eravamo esattamente l’una come l’altra; una veste di raso bianco, una piuma bianca nei capelli ed uno sciallo azzurro, componevano tutta la nostra toletta; la sola differenza fra noi era che la regina aveva i capelli biondi, ed io castagni oscuri.
Uscimmo dal palazzo, volgemmo verso la discesa del Gigante e Santa Lucia, passammo dinanzi al piccolo palazzo del Chiatamore, casina di delizie del re; poi scendemmo alla riviera di Chiaja e seguimmo la piaggia di Mergellina, fino alle rovine che il popolo, che fa sempre una popolarità delle grandi lascivie, o dei grandi delitti, chiama palazzo della regina Giovanna, e che è in realtà il palazzo di Anna Caraffa, che il duca di Medina Coeli suo consorte, richiamato in Ispagna dopo la caduta del gran duca Olivarez, lasciò ancor incompiuto e che al giorno d’oggi è ancora come l’ha lasciato. Per arrivare là dovemmo passare davanti ad una casa di mediocre apparenza che in quell’epoca non aveva numero, — le case di Napoli non furono numerate che cinque o sei anni dopo per facilitare le perquisizioni domiciliari, — e passando innanzi a quella casa, la regina stese il braccio, dicendo:
— Vedi tu quella casa?
— Sì, Maestà, risposi.
— Ebbene, è la casa di pesca del mio augusto consorte, è là su quella spiaggia ch’egli vende il pesce che ha preso, con un linguaggio che non la cede in nulla a quello dei lazzaroni suoi amici: non hai mai veduto questo spettacolo così curioso?
— No, Maestà, nè desidero di vederlo.
— Hai torto, ciò ti darebbe probabilmente della maestà reale un’idea tutta diversa di quella che hai.
E si gettò in fondo alla carrozza con un movimento d’impazienza e di sdegno, che aveva particolarmente quando parlava di suo marito.
Era l’ora della passeggiata; vi era un’enorme affluenza di carrozze, che secondo l’abitudine andavano fino all’estremità di Mergellina, ritornavano per la riviera di Chiaja, rimontavano per la via di Chiaja fino alla Chiesa di S. Ferdinando, seguivano la strada Toledo fino al Mercatello, e poi ritornavano come se fossero state obbligate al medesimo cammino. Difatti non vi è che una sola passeggiata a Napoli, che si possa chiamare tale, un pavimento polveroso ed una strada che, riscaldata a cinquanta gradi durante la giornata, resta a trenta nella sera.
Durante questa passeggiata, il calesse reale fu l’oggetto della curiosità pubblica. Io era ancor poco conosciuta a Napoli, di modo che gli onori fatti ad una persona straniera, ad una faccia nuova, erano uno stupore per ciascuno: alcune dame della corte poi, alzandosi, come mosse da una scossa elettrica, esclamavano le une: — «Lady Hamilton!» — le altre: — «l’ambasciatrice d’Inghilterra!» — Due o tre pronunziarono semplicemente — «Emma Lyonna» — cosa che mi provava che sventuratamente era conosciuta anche sotto questo nome.
Incontrammo il mio vecchio adoratore, il vescovo di Derry. Vedendomi nella carrozza reale, il suo viso si rischiarò di un raggio di gioia, ma non mi parve punto maravigliato. Mi avesse veduto alla destra di Giunone od alla sinistra di Minerva, egli avrebbe trovato che era appena al mio posto.
E a tutte queste esclamazioni, a tutte queste maraviglie la regina sorrideva col suo sorriso altiero, che sembrava dire:
— E perchè no, se mi piace così?
Rientrammo a sera.
Presso la sala di pranzo illuminata a giorno, ove la mensa era stata preparata per la nostra piccola brigata collo stesso lusso come se vi fosse stata gala, vi era il piccolo gabinetto rosa di cui aveva parlato la regina. Questo misterioso recesso era illuminato da una sola lampada di alabastro, che spargeva la sua luce appannata sui mobili e sui tappeti. Le finestre mettevano sul terrazzo, ed a traverso le fronde degli aranceti si vedeva scintillare il mare arrubinato dal fuoco del sole cadente.
La regina, entrando, non fece che attraversare la sala da pranzo, e mi condusse al gabinetto.
Non so se la regina della voluttà, Venere, Astarte in persona, sia a Gnido, a Pafo, a Citera, al tempo in cui era amata da Adone, adorata da Pericle e da Alcibiade, abbia inventato qualche cosa di più soave, di più profumato di questo grazioso nido di colomba, ove la brezza del mare vi giunge per mezzo alle fronde fiorite degli aranceti; evidentemente quel gabinetto che sembrava fatto di madreperla, di perle e di foglie di rosa, non aveva eco che per le dolci parole, e i gemiti del cuore. E respirando quelle emanazioni profumate si sentiva come in preda alla più voluttuosa corrente magnetica della natura. Appena vi entrai provai una strana emozione, come se un dolce incanto, addormentato nel mio cuore, mi si risvegliasse ad un tratto. Era un incanto simile a quello che aveva provato in quella notte, in cui sir Harry si era avvicinato al mio letto, per prendere il posto del suo amico sir John; tutti i sentimenti di misterioso languore assopiti nel mio cuore, dopo il mio matrimonio con sir William, e che io aveva creduto morto e seppellito, cominciavano a scuotersi ed a palpitare di nuovo. Le mie labbra inaridirono, come sotto un soffio ardente, i miei occhi rimasero semiaperti, il mio petto era ansante, e caddi quasi coricata sui cuscini, mormorando:
— Oh! come non poter amare qui!
— E chi t’impedisce di amare? chiese la regina. Sei tu in età da non poter più amare?
— No, risposi. — Ma chi amare?
— Ah sì! rispose la regina. _Qui sta il punto_, come dice il tuo poeta: chi amare? è ciò che dimandava Saffo all’amore prima di vedere Faone; essa vide Faone, e scontò colla vita lo sguardo che gettò sul giovane lesba. Povera Emma, soggiunse la regina a mezza voce. Tu hai ragione; chi amare? perchè l’amore degli uomini è fatale, e le vere amicizie, credimi, sono le amicizie di donne.
Mi sollevai a stento, e la guardai con stupore.
— Vedi la mia povera sorella Maria Antonietta, mi disse: per sette anni è stata la sposa di suo marito senza essere sua moglie; ebbene, questi sette anni sono stati i più felici della sua vita. È vero che ha avuto la fortuna di avere due amiche come io vorrei trovarne una: la principessa di Lamballe e madama di Polignac. Ebbene, ti mostrerò le lettere che mi scrisse in data di quell’epoca; e si scorge che non ebbe mai una nube in cuore; sono le Dellon, le Coigny, le Ferrer, che hanno sollevato la tempesta intorno a lei. Lamballe e Polignac! Erano il bel tempo, il sereno, erano il sole. Vuoi tu essere per me, Emma, disse la regina cingendomi del suo braccio, ciò che le due tenere amiche sono state per mia sorella Maria Antonietta?
— Oh! sì, esclamai con tutta l’ingenuità della mia anima; oh! sì, lo voglio, e con tutto il cuore.
— Grazie, esclamò la regina, appoggiando con un movimento rapido e veemente le sue labbra sulle mie.
— Oh! io sento che ti amerò, vedi più ancora di quant’altri ho amato.
Misi un debole grido; io non mi aspettava queste carezze quasi virili; mi parve che le forze mi mancassero, che una nube mi oscurasse la vista, quasi quasi sveniva; mi sollevai a stento, respingendo dolcemente la regina.
— Oh! sospirai, che ho io dunque che mi sembra di soffocare?
— Non v’ha nulla da maravigliarsi in ciò, disse la regina alzandosi alla sua volta, e sostenendomi pel braccio; è questo caldo di luglio, i nostri abiti di raso, ed i busti di balena. Ma, cara amica, noi abbiamo ancora qualche minuto prima di cena; spogliamoci di questi abiti pesanti, e mettiamo dei semplici accappatoi: questa sera noi non riceviamo che delle amiche, e tu civettina non hai bisogno di toletta per sembrare più bella.
— È inutile che te lo dica, lo sai, ad un’ora di mattina quando se ne anderanno, noi troveremo pronto il nostro bagno, e tu ritornerai a casa fresca, come se fossi venuta uscendo da quelle belle onde azzurre che vedi a scintillare laggiù.
E dicendo queste parole la regina stessa sciolse i ganci del mio abito, ed i lacci del mio corsetto; abito e corsetto caddero a terra.
Respirai, e mandai un sospiro di consolazione.
— Davvero, disse la regina, quando si è ben fatta come te, cara Emma, è un peccato di non vestirsi in una foggia diversa di quella di Aspasia, — aspettate, e poi vi aggiusteremo la vostra tunica, mia bella greca; non fate la civetta, almeno, questa sera con Rocca Romana o Moliterno; io ne sarei gelosa da morirne.
— L’uno di questi due signori, chiesi sorridendo ha forse l’onore di essere guardato con interesse da Vostra Maestà?
— Non ho detto che sarei gelosa di essi, scioccherella, disse la regina; ho detto che sarei gelosa di te; guarda la toletta di notte preparata per me, là sulla poltrona presso il mio letto....
E dicendo queste parole, aperse una porta, che metteva nella camera da letto.
— Prendila, mi disse, io chiamo perchè me se ne porti un’altra.
— Eguale?
— Senza dubbio, eguale; non ci siamo intese che siamo due sorelle, e più ancora due amiche?
Essa tirò il campanello.
Entrai nella camera da letto per fare contrasto col gabinetto illuminato, come ho detto, da una lampada d’alabastro; la camera da letto era rischiarata da una lampada di vetro rosa di Boemia, ciò che faceva un grazioso contrasto. Era tutta a tende di taffetà bianco, e la luce, che passava dal cristallo incarnato, dava alla stoffa un riflesso rosa; due porte agli angoli mettevano l’una ad un gabinetto di toletta, l’altra in una sala di bagno, che in tutta la sua estensione non era che un’immensa vasca di marmo bianco, circondata da gradini coperti da stuoie così fine che i loro disegni sembravano ricami; in ciascun angolo vi erano dei cuscini di seta.
Questa sala era tutta dipinta alla maniera di Pompei, colle famose danzatrici di Capri che volteggiavano sulle pareti.
In tutto ciò vi era qualche cosa del magico palazzo d’Armida cantato dal Tasso.
Da un’ora io era entrata nel mondo degli incantesimi.
Vi era così grande distanza fra questo gabinetto, questa camera da letto e questa sala da bagno, e la camera azzurra predetta da Dick, quanto da questa camera azzurra alla stamberga che abitava in casa di Mistress Davyson.
La toletta di notte della regina si componeva di una specie di tunica di battista guarnita di valencienne al collo, allo sparato ed all’estremità delle maniche; un cordone di seta rosa era destinato a serrarla alla vita; un paio di pantofole di raso rosa completavano questo _negligè_.
Appena l’aveva indossata, vidi entrare la regina vestita nello stesso modo.
Mi guardò un istante, e poi con un sorriso grazioso:
— Ho ben volontà, disse, di fare per te ciò che mia sorella Maria Antonietta ha fatto per la piccola principessa di Lamballe, vale a dire di creare alla corte la carica della _Dama di letto_, ciò farà che noi non ci lasceremo nè giorno nè notte. — È vero che lo avrò una forte querela con sir William.
Mi misi a ridere.
— Non so se Vostra Maestà avrà querela con lui; ma ciò che so è che questa carica di Dama di letto che Vostra Maestà intende di creare al palazzo reale non esiste all’ambasciata d’Inghilterra, o esiste così poco che non vale la pena di parlarne.
— Eccomi assicurata per una parte; ma io temo per l’altra.
— E di che, mio Dio, domandai io.
— Quando il re ti vedrà così bella, s’innamorerà di te.
— Ah! mio Dio! che mi dice mai Vostra Maestà!
— Mi permetti tu di difenderti contro di lui?
— Ne supplico Vostra Maestà; ma credo che basterò a difendermi da me sola.
— Vuoi che t’insegni un bel modo? profumati con quell’essenza che meglio crederai, poco importa quale, ogni volta che tu verrai alla corte; egli è come suo avo Enrico IV col quale io credo abbia quella sola somiglianza; detesta i profumi; io invece li adoro. — Ora guardami — vediamo — davvero tu sei graziosa, dieci volte più bella che in gran toletta, soltanto lasciami acconciare qualche cosa nei tuoi capelli.
La regina aperse uno scrigno che era situato sulla toletta, ne trasse un filo di perle, che poteva servire tanto da collana che di ornamento di testa, di tratto in tratto le perle erano separate da grossi diamanti; poi, come disse la regina, me l’acconciò nei capelli.
Sembrava che Carolina avesse abdicato ad ogni civetteria personale per farmi bella anche a sue spese; non si poteva dire una donna che adorna un’altra, ma si sarebbe detto un amante che adorna la sua bella.
— Oh! disse ella, la San Marco e la San Clemente ne morranno di gelosia. Ci capita un inglese, invece di essere di quelle inglesi, con de’ capelli biondi di stoppa, degli occhi azzurri di maiolica e dei denti lunghi, ci viene invece dal paese delle sentimentali _mistress_ una specie di Cleopatra, coi capelli castagni, cogli occhi di non so qual colore, e poi con una pelle!... ma di che cosa è fatta la vostra pelle, mia bella amica? C’è dell’armellino e del cigno. Davvero sono spiacente di aver detto a tutta questa gente di venire, noi saremmo state sole, ci saremmo messe nel bagno, ci saremmo fatte servire da pranzo nel bagno; ho quasi volontà di chiudere la mia porta; ma no..... le riceverò, tu sarai cara come una gatta, n’è vero? si dice che tu sei un’attrice meravigliosa ed una danzatrice inebbriante.
Arrossii.
— È sir William che dice ciò.
— Tu declamerai dei versi, canterai, dirai tutto ciò che vorrai per renderli pazzi, e li rimanderemo a casa storditi, maravigliati; dimani per tutta Napoli non si parlerà che di te; e quando mi parleranno di Lady Hamilton, dirò: sì, è la mia amica, è la mia Emma, che è mia e di nessun altro; e gli uomini saranno tutti gelosi di me, e le donne mi detesteranno ancora più; ce la voglio fare a tutte queste napolitane che fanno all’amore come qualsiasi femmina e che bisogna adoperare lo staffile per farle andare al bagno. Se fossi obbligata di abbracciarne una, io dimanderei una commutazione di pena o in Castel Sant’Elmo od in Castel Nuovo, mentre, te, oh! te, ti mangerei tutta viva.
E scoprendomi la spalla cominciò con un morso che finì con un bacio.
In questo momento la porta del gabinetto si aperse ed udimmo queste parole:
— Maestà, è servita.
— Vieni, disse la regina.
Entrammo nella sala da pranzo.